La foła ke ła Serenisima ła gapie ispirà ła Costitusion USA

La foła ke ła Serenisima ła gapie ispirà ła Costitusion USA

Messaggioda Berto » dom set 25, 2016 5:09 pm

La foła ke ła Serenisima ła gapie ispirà ła Costitusion Meregana
viewtopic.php?f=148&t=2405


A xe posibiłe ke tra łe tante fonti de ispirasion, del pasà e de l'ancó ca gheva a despoxision i meregani con łi ga trato fora e scrito ła so costitusion a ghe fuse anca ła Repiovega Serenisima, ma a xe tuto da verefegar anca parké la Costitusion de ła Repiovega Meregana ła xe nata federal, anvençe ła Repiovega Venesiana no ła jera federal e par sta pèca ła xe morta.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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La foła ke ła Serenisima ła gapie ispirà ła Costitusion USA

Messaggioda Berto » dom set 25, 2016 5:18 pm

C'è posta per la Serenissima!

http://guiotto-padova.blogautore.repubb ... erenissima

Riportiamo tradotta dall'inglese la seguente lettera diplomatica scritta in Parigi dagli Ambasciatori Americani all'Ambasciatore della Serenissima nel 1784, cinque anni prima della Rivoluzione Francese, e tredici anni prima dell'invasione della Serenissima da parte di Napoleone Bonaparte.

Lettera di John Adams, Benjamin Franklin, Thomas Jefferson per la Repubblica Veneta
«[a] Sua Eccellenza il Cavalier Delfino Ambasciatore della Repubblica di Venezia
Passy presso Parigi, Xbr 1784
Signore,
gli Stati Uniti d'America riuniti in Congresso, giudicando che un rapporto tra i detti Stati Uniti e la Serenissima Repubblica di Venezia fondato sui principi di eguaglianza, reciprocità e amicizia sarebbe di mutuo vantaggio per entrambe le nazioni, nel giorno dodicesimo dello scorso maggio hanno conferito mandato con sigillo di detti Stati ai Sottoscritti come loro Ministri plenipotenziari, dando loro od alla maggioranza di essi pieni poteri ed autorità, in nome e per conto di essi detti Stati, per conferire, trattare e negoziare con Ambasciatore, Ministro o Commissario della detta Serenissima Repubblica di Venezia investito di pieni e sufficienti poteri, per e con riguardo ad un Trattato di Amicizia e Commercio, per fare e ricevere proposte in materia di un tale Trattato ed infine di concludere e sottoscrivere lo stesso, trasmettendolo ai detti Stati Uniti riuniti in Congresso per la loro ratifica finale.
Ci pregiamo di poter informare sua Eccellenza che abbiamo ricevuto mandato in dovuta forma e che siamo pronti ad entrare in negoziato non appena vi sia da parte della detta Serenissima Repubblica di Venezia un pieno potere all'uopo disposto.
Abbiamo infine l'onore di richiedere a sua Eccellenza di trasmettere questa informazione alla Corte [al detentore della sovranità; NdT] e di farlo con grande rispetto,
Obbedientissimo ed umilissimo servo
di sua Eccellenza,
John Adams, Benjamin Franklin, Thomas Jefferson»
Dopo aver letto questa missiva diplomatica indirizzata alla più antica, più longeva, più rispettabile e più rispettata Repubblica di sempre, spedita con umiltà ed ammirazione dagli Stati Uniti d'America e firmata da tre illustrissimi Padri della Patria americana, forse è ora di ridare il giusto, grande peso alla nostra storica Repubblica. Vogliamo già cominciare cambiando anche il titolo di questo piccolo intervento: “C'è posto per la Serenissima!”.

Alessandro Mocellin


Coante kel ghin conta Mocelin

alessandromocellin scrive:
28 giugno 2011

Purtroppo che io sappia non esiste una ricerca storica strutturata sulla questione delle "ispirazioni costituzionali" che i Founding Fathers americani abbiano avuto dalle istituzioni venete. Dico venete e non veneziane in quanto il sistema costituzionale veneto non coincide con le istituzioni comunali veneziane, ma con un intero differente e veneto modo di concepire la società, il potere, l'amministrazione, il diritto e poi lo Stato.
Il fatto che la Serenissima fosse la prima e più duratura repubblica al mondo, la seconda repubblica federale dopo quella elvetica, il primo impero commerciale con forma di repubblica multietnica, è un fattore che a mio avviso pertiene non tanto al genio insulare, quanto alla visione veneta del mondo, al "Volkgeist", lo "spirito di popolo".
Per citare un "istituto costituzionale" su tutti, vorrei indicare i "patti di dedizione", veri e propri baluardi del diritto di autodeterminazione non dei veneti, ma addirittura delle singole comunità (dal Cadore, a Verona, a Treviso, all'Altopiano di Asiago, la cui "Reggenza dei Sette Comuni" è stata tra i primi territorii a fare Dedizione, pur essendo di etnia cimbra e di lingua di ceppo tedesco). Non diritti concessi dopo invasione militare, ma patti di spontanea dedizione sottoposti a condizioni da entrambe le parti ("foedera aequa", li avrebbero chiamati i Latini).
Per dirla in technichese giuridico, concludendo, penso che se gli americani hanno cercato qualcosa nell'ordinamento veneto, non si trattava solo della forma di governo (la struttura dello Stato, le cariche, le elezioni, per intenderci) ma anche della forma di Stato, cioè di come lo Stato ed i suoi rappresentanti si rapportano con i singoli cittadini, con le loro regole locali e i loro costumi, con le comunità federate.
Insomma, la Storia Veneta non è la storia di Venezia, non è la storia centralizzata della capitale, ma una storia a formazione policentrica, che parte un millennio e mezzo prima di Venezia, attraversa Venezia, e va oltre Venezia stessa.
???

La Repiovega Veneta a domegno venesian no ła jera federal, no ła gheva gnente de federal, se ła fuse stà vramente federal ła ghe saria ancora; se łè termenà lè purpio parké no ła jera federal e łe xenti venete ła ga mołà. Se ła fuse stà federal łe xenti venete no łe ła garia mai mołà e łe garia fato de tuto par remetarla en pie, par farla regnasar.
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Messaggioda Berto » dom set 25, 2016 5:18 pm

Cfr. co:

Uno dei modelli ispiratori per Benjamin Franklin e la Costituzione americana fu "La Scienza della Legislazione" del napoletano Gaetano Filangieri, col quale aveva una fitta corrispondenza.
https://it.wikipedia.org/wiki/Gaetano_Filangieri
http://www.vesuviolive.it/ultime-notizi ... ta-napolet

https://it.wikipedia.org/wiki/Costituzi ... _d'America



Benjamin Franklin
https://it.wikipedia.org/wiki/Benjamin_Franklin
Uno dei modelli ispiratori per Benjamin Franklin e la Costituzione statunitense fu La Scienza della Legislazione, del napoletano Gaetano Filangieri, col quale aveva intrattenuto una fitta corrispondenza.

Nel 1754 alcuni elementi del suo piano di unione delle colonie furono inseriti negli articoli della Confederazione, il primo documento governativo degli Stati Uniti d'America. Nel 1776 contribuì alla stesura della dichiarazione di indipendenza americana. Nel 1787 partecipò alle riunioni in cui venne stilata la costituzione americana, il documento che rimpiazzò gli articoli della confederazione. Benjamin Franklin fu l'unico dei Padri Fondatori a partecipare alla stesura di tutti e tre i principali documenti degli Stati Uniti d'America.

Nel 1750 debuttò in politica come deputato dell'Assemblea della Pennsylvania. Fu rappresentante dello Stato al congresso di Albany, riunitosi in vista della guerra coloniale anglo-francese, ma le sue mozioni, che per molti aspetti già prefigurarono le richieste di autonomia delle colonie dalla madrepatria, non vennero approvate. Nel 1757 Franklin si recò a Londra come rappresentante delle colonie presso il Parlamento. La sua azione diplomatica fu determinante per l'abolizione dello Stamp Act (legge sul bollo), ma successivamente le tensioni si fecero insanabili e alla vigilia della Guerra d'Indipendenza fece ritorno in patria, dove partecipò al secondo Congresso continentale.
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Messaggioda Berto » dom set 25, 2016 5:19 pm

Cfr. co:

FILIPPO MAZZEI, IL TOSCANO CHE ISPIRÒ LA COSTITUZIONE AMERICANA

http://www.miglioverde.eu/filippo-mazze ... -americana

di ARTURO DOILO Il 17 settembre scorso, correva l’anno 1787, nasceva la Costituzione degli Stati Uniti d’America, il paese dei “liberi e coraggiosi”. Un’opera dei padri fondatori certo, ma con l’ausilio di un toscano che pochi conoscono: Filippo Mazzei. Dopo un ampio dibattito e 39 firmatari su 78 delegati dei vari Stati che si liberarono del giogo inglese, prese forma il famoso preambolo: “Noi, popolo degli Stati Uniti, allo scopo di perfezionare ulteriormente la nostra Unione, di garantire la giustizia, di assicurare la tranquillità all’interno, di provvedere alla comune difesa, di promuovere il benessere generale e di salvaguardare per noi stessi e per i nostri posteri il dono della libertà, decretiamo e stabiliamo questa Costituzione degli Stati Uniti d’America”. Che c’entra Mazzei? Era un caro amico di Thomas Jefferson, il celeberrimo autore della dichiarazione d’indipendenza, ma anche di Washington, Monroe, Adams e Madison e Monroe. Con Jefferson, però, rimase in affari fino alla sua morte, nel 1816. Medico, (non completò proprio gli studi regolari), ma anche…


https://it.wikipedia.org/wiki/Filippo_Mazzei
Filippo Mazzei, conosciuto anche come Philip Mazzei e talvolta erroneamente citato con la storpiatura del cognome come Philip Mazzie (Poggio a Caiano, 25 dicembre 1730 – Pisa, 19 marzo 1816), è stato un medico, filosofo e saggista italiano.
Cadetto di una nobile famiglia toscana di viticoltori, probabilmente risalente all'XI secolo e ancora esistente nel XXI secolo, fu personaggio energico ed eclettico, illuminista, promulgatore delle libertà individuali, dei diritti civili e della tolleranza religiosa. Visse una vita avventurosa e movimentata, con alterne fortune economiche.
Nonostante sia sconosciuto al grande pubblico, partecipò attivamente alla guerra d'indipendenza americana come agente mediatore all'acquisto di armi per la Virginia, ed è ritenuto dagli storici uno dei padri della Dichiarazione d'Indipendenza americana, in quanto intimo amico dei primi cinque presidenti statunitensi: George Washington, John Adams, James Madison, James Monroe e soprattutto Thomas Jefferson, di cui fu ispiratore, vicino di casa, socio in affari e con cui rimase in contatto epistolare fino alla morte.




Chi comanda paghi, e chi paga comandi"
Enzo Trentin
19 novembre 2018

https://www.vicenzareport.it/2018/11/ch ... edwZgZwwYk

Vicenza – Io sono rimasto a democrazia, dal greco démos: popolo, e cràtos: potere. Etimologicamente significa “governo del popolo”. Un sistema di governo in cui la sovranità è esercitata, direttamente dall’insieme dei cittadini e non dai loro rappresentanti che sono solamente dei delegati. Vorrei anche ricordare le parole dello scrittore statunitense Mark Twain: «Se votare facesse qualche differenza, non ce lo farebbero fare.»

Il toscano Filippo Mazzei, è un altro che merita una citazione, considerato che – attraverso l’amicizia con Thomas Jefferson – influenzò la Costituzione Usa. Anche se non lo ammise esplicitamente, l’approvazione della Costituzione di Filadelfia dimostrò ai suoi occhi che neppure l’America è stata capace di realizzare una vera democrazia il cui fondamento sia l’autogoverno dei cittadini, e degli Stati che la compongono. Per convincersene basta leggere il libro di Gianfranco Miglio “Federalismi falsi e degenerati”.

Il 6 maggio del 1776 Mazzei pubblica le “Istruzioni dei possidenti della Contea di Albemarle ai loro delegati alla Convenzione”, dove tra l’altro scrive: «Che le leggi fatte dai nostri rappresentanti non possono essere dette, né devono essere, leggi del Paese fintanto che non saranno approvate dalla maggior parte del popolo. […] È una verità incontestabile che un Paese non è libero se tutti i suoi abitanti non partecipano ugualmente al diritto di governare. […] C’è qualcosa di veramente magico in quel vocabolo “rappresentanza”. Ha servito finora ammirabilmente ad accecare la maggior parte del popolo per tenerlo nella più perfetta ignoranza dei propri diritti e fargli credere di essere libero mentre la sola meschina porzione di libertà da esso goduta è stata quella di scegliersi i padroni.» (attraverso le elezioni Ndr)

Com’è possibile che questa, ed altre lezioni analoghe che ci vengono dal passato siano del tutto ignorate in questo Paese? Quanto alla cosiddetta democrazia diretta, essa non deve intendersi come un esercizio compulsivo della sovranità popolare, bensì come uno strumento di “deterrenza” utilizzabile ogni qual volta i rappresentanti agiscono in disarmonia con la maggioranza dei cittadini.

Veniamo, dunque, ai giorni nostri e domandiamoci se è democraticamente accettabile che un Sindaco eletto (e quindi il rappresentante non il sovrano) da un cittadino su quattro sia depositario di un potere senza limiti? Intendiamo riferirci alla vicenda della holding sulle partecipate Aim, dove è stato nominato amministratore unico un opaco personaggio con il mandato a fondere-svendere la proprietà dei cittadini. Non è bastata all’amministrazione comunale di Vicenza la prova vacua di Matteo Marzotto nella vicenda della fusione-svendita della Fiera di Vicenza?

Tralasciamo il fatto che specialmente dalle Aim il Comune di Vicenza ha sempre tratto sostanziosi utili per rimpinguare le esangui casse del capoluogo, per soffermarci sulla debolezza della giustificazione a svendere-fondere le Aim con l’omologa azienda veronese, perché quanto afferma il Sindaco Francesco Rucco: «affinché rimanga e diventi anzi sempre più protagonista nei mercati.» per ribadire come la questione del “gigantismo” che si otterrebbe dall’aggregazione delle due aziende pubbliche non sembra convincente.

Leopold Kohr, nel 1957 ha pubblicato un libro con il titolo The Breakdown of Nations, tradotto in italiano nel 1960. Quest’opera costituisce una straordinaria riflessione sulle ragioni universali della superiorità dei sistemi fondati sulle piccole unità piuttosto che sulle grandi. Leopold Kohr utilizza una grandissima quantità di argomenti filosofici, scientifici, storici, politici, economici e sociologici per dimostrare come un sistema basato sull’equilibrio di tanti piccoli staterelli (vale anche nel caso di piccole aziende pubbliche) possa garantire molto più che un sistema basato su poche grandi entità, per la fioritura culturale ed economica.

Al cuore della riflessione di Leopold Kohr vi è la teoria delle dimensioni, secondo cui la causa di quasi tutte le miserie sociali è una sola: la grandezza. Per Kohr il raggiungimento di dimensioni eccessive non rappresenta uno dei tanti problemi sociali, ma è l’origine di ogni problema dell’universo. Ad esempio, le stelle esplodono quando raggiungono una dimensione eccessiva perché hanno superato i limiti invalicabili dell’espansione della materia; il corpo umano si ammala di cancro perché un gruppo di cellule ha cominciato a svilupparsi oltre i limiti fissati dalla natura; analogamente, se un organismo sociale si lascia prendere dalla febbre dell’aggressività, della brutalità o da una follia collettiva, spiega Kohr, «ciò avviene non perché esso sia caduto sotto un cattivo governo o sia colpito da aberrazione mentale, ma perché gli individui – che sono così amabili se presi uno ad uno o in piccoli gruppi – si sono fusi in unità sociali eccessivamente vaste, come le masse proletarie, i grandi sindacati, i cartelli, o le grandi potenze, incominciando quindi a scivolare lentamente verso un’inevitabile catastrofe» (p. 10).

Se una società supera le dimensioni che più le si addicono, i suoi problemi finiscono per moltiplicarsi con una rapidità maggiore della capacità umana di affrontarli. Oltre una certa dimensione i problemi economico-sociali diventano assolutamente ingestibili e irrisolvibili. L’unica soluzione, per lo studioso austro-americano, è quindi quella di ridurre i problemi a una grandezza accettabile, rimpicciolendo gli organismi che, sviluppandosi, hanno superato i loro limiti naturali. Non bisogna creare unità sociali ancora più vaste e governi ancora più potenti, come auspica la grande maggioranza degli uomini politici e degli scienziati sociali, ma piuttosto eliminare quegli organismi sovra sviluppati e restaurare un sano sistema di piccole entità facilmente controllabili, come quelle che hanno caratterizzato certe epoche passate.

A confermare questa teoria si può rilevare che nonostante la crescita zero nel secondo trimestre del 2014, la “piccola” Svizzera è il paese più competitivo al mondo. Secondo il World economic forum la Svizzera si tiene stretto il suo primato per il sesto anno consecutivo. I suoi punti di forza sono: “la trasparenza delle istituzioni, la capacità di innovazione e ricerca, la buona cooperazione fra il settore pubblico e privato, l’efficacia del mercato del lavoro, il sistema educativo e l’infrastruttura.”

Kaspar Villiger, per due volte presidente Confederazione elvetica, qualche anno fa scrisse: «Il federalismo svizzero vive del principio sancito nella Costituzione. È la sussidiarietà verticale istituzionale, dal basso verso l’alto: quello che non può fare il singolo cittadino lo fa il Comune, ciò che non può fare il Comune lo fa il Cantone e quello che non fa il Cantone lo fa la Confederazione. Questo enorme vantaggio svizzero funziona solo se chi decide la spesa è anche colui che decide le imposte. In altre parole, si tratta di ciò che il popolo svizzero accettò a larghissima maggioranza nel 2004 nell’ambito degli articoli costituzionali per la nuova perequazione finanziaria e il nuovo riparto dei compiti tra Confederazione e Cantoni. In una frase: chi comanda paga, chi paga comanda.» Nella Repubblica di Venezia questo sistema funzionò per circa 1.100 anni.

Ora, perché un Sindaco che rappresenta un cittadino su quattro (è così da molte legislature) esercita un potere illimitato sulle proprietà di tutti i 111.620 vicentini, che anche attraverso i propri avi sin dal 1906 hanno pagato l’istituzione delle Aim? E qui vorrei suggerire per l’ennesima volta la lettura e l’interpretazione dell’Articolo 49 della Costituzione italiana: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.»

In questo articolo di sole venti parole le chiavi sono “diritto”, ovvero tutti i cittadini hanno diritto a costituirsi in partiti, non l’obbligo. Mentre le altre due parole chiave sono: “per concorrere”, vale a dire che se i partiti politici contribuiscono a concorrere, chi sono gli altri “concorrenti” e “contributori” (?) che partecipano alla determinazione della politica nazionale se non i cittadini stessi in prima persona attraverso gli istituti di partecipazione popolare; che nel caso specifico dovrebbe essere un referendum senza quorum confermativo o meno, considerato che quelli “consultivi” sono, sic et simpliciter, solo un furto di democrazia?

Oppure al Comune di Vicenza si vogliono rinverdire i “fasti” fallimentari del Cis (Centro intermodale servizi) dove a fallire furono i sindacalisti promossi a imprenditori; della Società Aeroporti Vicentini Spa dove a sbatterci il grugno fu un disinibito politico di lungo corso; oppure alla più recente débâcle del golden boy di una storica famiglia imprenditoriale vicentina, che proprio in questi giorni ha avuto la destrezza di dimettersi dalla fu Fiera di Vicenza? Beninteso, il tutto a spese dei contribuenti vicentini.

Come constatazione conclusiva vorrei ricordare ai lettori quel famoso aneddoto sull’aquila che credeva di essere un pollo. Il magnifico rapace, catturato quand’era un pulcino, venne costretto a razzolare insieme ai pennuti di un pollaio. Crescendo, e pur conservando il suo magnifico e regale piumaggio, l’augusto volatile seguitò a comportarsi come gli era sempre stato “insegnato”, cioè da gallina. Nel celebre best seller di Anthony de Mello, la metafora si è fatta titolo: messaggio per un’aquila che si crede un pollo. Ecco, ora immaginate di essere voi i polli. Questa è una cattiva notizia. Ma ce n’è anche una buona: siete, nello stesso tempo, anche le aquile, nel senso che la vostra è una sindrome da indottrinamento curabile e guaribile. Aristotele diceva: «è vera democrazia quando sono gli indigenti a governare e non i potenti».


https://www.facebook.com/groups/2376236 ... nt_mention


Mazarol Veneto ha scritto:

Gino Quarelo senti ma la storia la leggi su Wikipedia? O mi consigli di leggerla sui libri di testo italiani? Mi spiace ma la storia le recupero dai libri di testo e da ricerche personali,se affermi che Venethia non era uno stato o sei interessato a modificare la realtà o non hai le conoscenze base per capire di cosa stai parlando,La Serenissima ha 1100 anni di storia repubblicana quando nel resto dell'europa c'erano solo imperi e monarchie assolute,ancor prima le Venethie et Istria erano la X regio romana per quasi 600 anni se vuoi negare questo, l'olocausto per tè non può esserci e le stragi di Stalin in russia nemmeno! Dedizione=scegliere di far parte di una nazione non esserne sudditi!


Gino Quarelo scrive:

Troppa presunzione, arroganza, ignoranza e idolatria.

1) Wikipedia è un'ottima fonte enciclopedica, la più completa enciclopedia della terra, anche se su talune voci vi possono essere delle imprecisioni, degli errori e qualche deformita ideologica;

2) le fonti letterarie sono molte e non solo "italiane" e nemmeno solo "venetiste", in molte lingue, anche in quellee italiana, in inglese, in tedesco, in francese, in latino, in slavo, in spagnolo, in cinese, ... .

3) la "Venethia" non è ma stata uno stato;

4) la Serenissima non ha 1100 anni di storia repubblicana (aristocratica) ma molti di meno, circa 700 e fino alla conquista di Bisanzio da parte degli Ottomani nel 1453, Venezia faceva parte dell'impero bizantino (come ducato bizantino) anche se nell'ultimo periodo era in lotta con Bisanzio, abbandonata ai turchi ottomani maomettani dal resto della cristianità dopo lo scisma religioso tra ortodossi e cattolici romani (https://it.wikipedia.org/wiki/Grande_Scisma );

5) in Europa non vi erano solo monarchie e imperi ma anche liberi comuni e libere città e leghe tra comuni e città e gli imperi non erano per nulla assolutisti (la Magna Carta è del 1215 https://it.wikipedia.org/wiki/Magna_Carta );

6) durante l'impero romano d'occidente l'area veneta ha fatto parte della X Regio (istituita da Augusto) per circa 3 secoli (dal 7 al 314 d.C.), regione che poi prese il nome di Venetia et Histria con Diocleziano (riforma amministrativa in diocesi ( https://it.wikipedia.org/wiki/Italia_(diocesi) ) sino a quando nel 476 d.C. venne destituito l'ultimo imperatore romano a Ravenna e iniziarono i regni germanici;
questa regione X Regio e poi Venetia et Histria non era uno stato ma una suddivisione amministrativa dell'Italia romana e dell'impero romano;
in quest'area non vi erano solo i veneti ma molti altri popoli o genti: Euganei, Reti, Celti, Istri, Camuni, e via discorrendo;

7) le città venete e non venete che si diedero a Venezia non erano parti paritarie e sovrane di una nazione comune ma erano suddite, anche se godevano di autonomia amministrativa;
la Repubblica Aristocratica Veneziana non era una federazione di città ma uno stato centralista a signoria veneziana e per questo è finita nella polvere.



Un'altra idiozia che circola tra i venetisti venezianisti invasati dal Mito di Venezia (che idolatrano come una divinità, resa divina secondo loro dalla fede cristiana e in particolare dalla variante marciana con il suo San Marco, anch'esso mitizzato e idolatrato; mitizzazione infantilmente gonfiata sulle passate glorie della potenza imperiale veneziana), è quella che la Costituzione USA fu fatta copiando quella veneziana:


Un'altra idiozia che circola tra i venetisti venezianisti invasati dal Mito di Venezia è quella che la Costituzione USA fu fatta copiando quella veneziana e che l'ordinamento dello stato americano :si sia ispirato a quello veneziano.

La foła ke ła Serenisima ła gapie ispirà ła Costitusion Meregana
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 148&t=2405


Gino Quarelo Ensemense e peke venetiste e venesianiste
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 183&t=2389

Mazarol Veneto
Gino Quarelo ma se invece di fare le pulci(male) alla Serenissima ti concentrassi su l'italia e i savoia ci sarebbe da ridere!WSM!!,
1

Gino Quarelo
Non si tratta di fare le pulci alla Serenissima veneziana ma di smascherare le balle sulla storia che raccontano certi venetisti-venezianisti, che è cosa ben diversa.
Con le balle non si costruisce niente di buono e non si va da nessuna parte.
La storia va raccontata giusta e i venetisti-venezianisti che raccontano balle non fanno altro che ingannare la gente come fanno gli italianisti con le loro balle e i loro miti: romano, rinascimentale, risorgimentale, repubblicano.
Per quanto riguarda l'Italia, non mi faccio alcun riguardo e non sono terzo a nessuno:

I primati dello stato italiano e dell'Italia in Europa e nel mondo
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... =22&t=2587

Gino Quarelo
Solo la verità, qualunque essa sia, aiuta a migliorare, le balle invece fanno sempre peggiorare.

Mazarol Veneto
Gino Quarelo se ti riferisci alle balle che racconterei io,credo tu sia fuori strada,potranno esserci delle inesattezze,ma le linee principali assolutamente corrette,devi leggerle nel contesto dell'epoca,non con gli occhi di oggi e soprattutto leggendo e studiando libri di storia non di testo che contengono solo la versione dei cosiddetti vincitori, ti voglio sottoporre un antico detto Veneto,il popolo non mente," co Venesia governava se disnava e se senava,soto al regno dei Lorena se se disna no se sena ma l'e soto dei Savoia che se patis na fame boia" se non la capisci ti faccio la traduzione!


Gino Quarelo
Le balle e le fole storiche che raccontano tanti venetisti-venezianisti, compreso ti.
Infatti, alla fine del 1700, tutti (veneziani e non veneziani, aristocrazia e popolo, dominanti e sudditi) stavano tutti così bene che nessuno, nemmeno i veneziani e l'aristocrazia veneziana, ha sentito la necessità, il dovere, il bisogno, l'urgenza, l'amore di rischiare mettendo in gioco la sua vita e i suoi beni per difendere, il Paradiso Veneto, la Repubblica Veneziana e il suo dominio, che strano vero?
Hanno lasciato che Napoleone entrasse, invadesse, conquistasse, abbattesse e depredasse e Venezia lo ha pure finanziato con milioni di ducati, perché mai?
I veneti si sono ribellati solo al dominio austriaco nel 1848 issando il tricolore che a Venezia portava anche il leone marciano; poi in 150 anni non si sono mai ribellati all'Italia, mai, che strano vero?
Ma che razza di genti sono questi veneti, che si lasciano invadere, si fanno derubare, ammazzare, cacciare dal loro paese e opprimere senza mai ribellarsi?

Mazarol Veneto
Gino Quarelo se c'è qualcuno che spara cazzate senza conoscere la storia sei tu,infatti la Serenissima era alleata della Francia e si era dichiarata neutrale nella disputa con l'impero Austroungarico!



Gino Quarelo
Mazarol Veneto ha scritto:
Gino Quarelo se c'è qualcuno che spara cazzate senza conoscere la storia sei tu,infatti la Serenissima era alleata della Francia e si era dichiarata neutrale nella disputa con l'impero Austroungarico!

Gino Quarelo scrive
Beh essere alleati significa essere di parte e non neutrali; in ogni caso Venezia non si era alleata con Napoleone contro l'Austria.
Lasciare che un esercito entri nel tuo territorio per aggredire un'altro paese vicino significa essere complici dell'aggressore.
Poi lasciare che due paesi si facciano la guerra nel tuo territorio distruggendolo a danno della tua gente, dei tuoi sudditi, del tuo popolo è da irresponsabili, dementi e criminali;
come è irresponsabile e criminale lasciare che un esercito aggressore invada il tuo paese per fare la guerra ad un altro con tutto quello che comporta in fatto di distruzione e di male per il tuo paese e per la tua gente;
se poi il tutto è dovuto a calcoli meschini e sbagliati e a vigliaccheria è ancora peggio, come ha dimostrato la storia e la fine miserabile e vergognosa della Repubblica Veneziana.
Venezia doveva mobilitare l'esercito, le cernide e tutta la popolazione delle terre venete, non appena Napoleone si apprestava a valicare le Alpi per fare la guerra all'Austria nel Ducato di Milano.


Mazarol Veneto
Gino Quarelo la Serenissima concesse a enrambi i contendenti di attraversare il proprio territorio,certamente non si sarebbe mai aspettata che proprio il suo alleato la aggredisse con motivazioni false e faziose,ci fù al maggior Consiglio un aspro dibattito se restare una nazione neutrale ma armata o disarmata,prevalse purtroppo la seconda tesi e fù fatale,per quanto riguarda poi il fatto che nessuno fece resistenza,balla colossale vedi le pasque Veronesi ma soprattutto gli Sciavoni di Perasto,ammainarono il Gonfalone con sommo dispiacere il 22 di agosto mesi dopo lo scioglimento del M.C. e le dimissioni del Doge Manin! Frà l'altro il nano maledetto ne fece tantissimi altri di danni nel mondo,ma ti rammento anche una sua frase emblematica: sarò per voi un'altro Attila dimostrando se non altro di conoscere molto bene la storia,a differenza di tè!WSM!!!


Venezia doveva mobilitare l'esercito, le cernide e tutta la popolazione delle terre venete, non appena Napoleone si apprestava a valicare le Alpi per fare la guerra all'Austria nel Ducato di Milano, ma demenzialmente non lo fece.
https://it.wikipedia.org/wiki/Caduta_de ... di_Venezia


Mazarol Veneto
Gino Quarelo ma se ce l'hai tanto con la Serenissima e di conseguenza con i Veneti perchè no te ne torni a casa tua con tutto il tuo popolo italiano e ci lasci vivere in pace senza tante rotture di coglioni!? Noi non vogliamo certo comandare a casa degli altri cosa che mi sembra invece habbiamo sempre voluto fare tè e i tuoi cugini!

Gino Quarelo
Non confondere i veneti con la Serenissima e i veneziani. Io sono a casa mia, io sono veneto vicentino e non sono né serenissimo né marciano. Il mio modello è la Svizzera e non la Serenissima che è morta e sepolta e ha dimostrato di non saper stare in linea con i tempi.


Mazarol Veneto
Gino Quarelo ma di cosa parli? Se non capisci il fatto che la storia si colloca nel periodo storico in cui si svolgono i fatti no potrai mai comprenderla,ricordati comunque che la svizzera che come dici giustamente è anche per mè il modello da copiare,altro non è che la Serenissima democratizzata con il sistema di democrazia diretta!

Gino Quarelo
La storia è una continuazione di fatti legati l'uno all'altro che si spiegano tra loro e che non esistono da soli indipendentemente da ciò che li precede e ne è causa e da ciò che ne consegue come effetto. La Svizzera non c'entra nulla con Venezia serenissima, non vi è alcuna somiglianza. Venezia e la sua Serenissima hanno fatto il loro tempo e da 220 anni la Serenissima non esiste più; è rimasta solo la citta di Venezia come una delle sette città venete e come tale va considerata in una prospettiva che guarda al futuro.

Mazarol Veneto
Gino Quarelo questa battuta dimostra chiaramente che non conosci almeno una delle due repubbloche!

Gino Quarelo
Vedi il Patto del Grütli a fondamento della Svizzera non è simile alle dedizioni delle città venete e non venete a Venezia. Spiegaci tu in che cosa la Svizzera era simile alla Serenissima veneta e/o in che cosa possiamo considerare simili queste due entità, una viva la Svizzera e una morta e sepolta la Serenissima.

Patto del Grütli
https://it.wikipedia.org/wiki/Patto_eterno_confederale

Domini di Terraferma (dedizioni)
https://it.wikipedia.org/wiki/Domini_di_Terraferma


Mazarol Veneto
Gino Quarelo e daghea co wikipedia! Per capire quanto sia affidabile,vai a vedere la storia di Giuseppe Viskovich e lo capirai da solo,infatti lo definiscono militare italiano! Uno che nasce e muore a Perasto nel 1848 come può essere italiano?!

Gino Quarelo
A me di Viscovich non interessa nulla o relativamente; quella dell'attribuzione della nazionalità italiana ai personaggi appartenenti ai vecchi stati preunitari è un'annosa questione irrisolta che non sminuisce affatto la valenza di wikipedia in generale. Questi sono aspetti marginali e ideologici che ritroviamo anche nella storia raccontata dai venetisti che la piegano a loro piacimento.
Wikipedia è una fonte importante a portata di clic molto utile come riferimento e punto di partenza per eventuali ulteriori approfondimenti su molte questioni.

Mazarol Veneto
Gino Quarelo quelle che per tè sono questioni marginali,dimostrano solo che da buon italoveneto di preconcetti ideologici sei pieno tù come purtroppo tanti tuoi conterranei,pronti a millantare crediti e a sminuire chi non la pensa come tè,a prescindere dalle tante dimostrazioni contrarie al politicamente corretto,se invece di continuare a leggere sul web provi a leggerti Alvise Zorzi,Tizziano Lanza Bepin Segato e Piero Favaro ti renderesti conto di quante cavolate stai leggendo! Ci sono dentro ai loro libri tanti riferimenti e riscontri che forse ti faranno ragionare un pò di più con la tua testa!


Gino Quarelo

Mazarol Veneto ha scritto:
Gino Quarelo quelle che per tè sono questioni marginali,dimostrano solo che da buon italoveneto di preconcetti ideologici sei pieno tù come purtroppo tanti tuoi conterranei,pronti a millantare crediti e a sminuire chi non la pensa come tè,a prescindere dalle tante dimostrazioni contrarie al politicamente corretto,se invece di continuare a leggere sul web provi a leggerti Alvise Zorzi,Tizziano Lanza Bepin Segato e Piero Favaro ti renderesti conto di quante cavolate stai leggendo! Ci sono dentro ai loro libri tanti riferimenti e riscontri che forse ti faranno ragionare un pò di più con la tua testa!


Gino Quarelo scrive:
Piero Favaro non è uno storico ma un raccontatore di fole, di storie inventate, come questa:
https://dalvenetoalmondoblog.blogspot.c ... santi.html


Alvise Zorzi poi è tra gli storici più critici di Venezia, si sentiva italiano e non era certo indipendentista:
http://www.repubblica.it/cultura/2016/0 ... -139828115

La storia contà da Alvixe Xorxi
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 148&t=2335


Bepin Segato, di cui ho tutti i suoi libri era preso dal mito di Roma e di Venezia, non ha potuto approfondire criticamente a fondo le vicende storiche venete perché morto relativamente giovane a 50 anni.
Ła Storia Veneta contà da Bepin Segato
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... =148&t=572


Tiziano Lanza poi, non è certo uno storico:
https://www.ilgazzettino.it/home/secess ... 23197.html



Qua vi sono altre storie dei veneti che vengono raccontate qua e là: alcune buone, altre meno buone, talune inventate, altre false. Io le raccolgo tutte per esaminarle cercando di discernere il buono e il vero dal falso; imparando laddove vi è qualche informazione criticamente buona vera e utile.
http://www.filarveneto.eu/forum/viewforum.php?f=148



Mazarol Veneto
Gino Quarelo sarebbe una cosa buona e giusta se la facessi con equilibrio e senza considerare falso quello che trovi come riscontri contrari al politicamente corretto che frà l'altro è il maggior divulgatore di balle a cominciare dall'unità d'italia. In ogni caso se anche c'è una qualche esagerazione nei veneti,prima che pareggino il conto con i giacobini italioti non credo basteranno i 200 anni di balle italiane!



Gino Quarelo

Mazarol Veneto ha scritto
Gino Quarelo sarebbe una cosa buona e giusta se la facessi con equilibrio e senza considerare falso quello che trovi come riscontri contrari al politicamente corretto che frà l'altro è il maggior divulgatore di balle a cominciare dall'unità d'italia. In ogni caso se anche c'è una qualche esagerazione nei veneti,prima che pareggino il conto con i giacobini italioti non credo basteranno i 200 anni di balle italiane!


Gino Quarelo risponde
No no, non si tratta di semplici esagerazioni ma di gravi omissioni e negazioni, gravi falsificazioni e fantasiose interpretazioni:
La più grande omissione-negazione è quella relativa ai 900 anni di storia non bizantina e non veneziana delle città della terraferma veneta che costituiscono la maggior parte dei veneti.
Una grande falsificazione è quella di assumere per questi veneti e per questo lunghissimo periodo, la storia di Venezia come fosse la loro.
Un'altra omissione-falsificazione è quella relativa alla storia bizantina di Venezia.
Un'altra omissione-falsificazione grave è quella sulle responsabilità e colpe di Venezia e della sua aristocrazia sulla fine della Repubblica Veneta e sulla mancata promozione e formazione di una vera nazione, di un vero popolo e di un vero stato veneto di tutti i veneti;
scaricando le responsabilità e le colpe sulla Francia e su Napoleone.
Un'altra falsificazione è quella sul Plebiscito del 1866 in cui i veneti vengono fatti passare per vittime di una costrizione come se i veneti non avessero aderito ai moti risorgimentalisti italiani con i loro miti, falsificazioni e le loro illusioni, senza contare che non vi è stato alcun moto politico, popolare di piazza per rivendicare la ricostituzione della Repubblica Veneta, nemmeno a Venezia.
Tralascio il resto.


Mazarol Veneto
Gino Quarelo caro Gino,si vede benissimo che sei un Veneto italianizzato, primo Venethicia è la città dei venetici non viceversa, secondo frà due imperi per sopravvivere era necessario scegliere uno dei due e giustamente i nostri antenati scelsero l'impero Bizzantino che data la sua distanza geografica ne garantiva maggiore autonomia,terzo se vai a verificare stranamente i confini della Serenissima anche se dopo 800 anni coincidono con quelli della X regio,quarto il plebiscito e quanta'altro sono stati imposti con la forza come ora le tasse e le gabelle italiote,quinto anche nel popolo Veneto ci sono imbecilli che hanno commesso errori. Ma se non ragioni alla veneta queste cose non le capirai mai,il popolo Veneto esiste da più di tremila e cinquecento anni,non è mai stato un popolo di conquistatori ma di colonizzatori al quale hanno aderito anche famiglie non venete ma soprattutto è da sempre un popolo liquido e come tale si adegua agli spazzi disponibili al momento ma non ha mai perso la sua natura di liquido e piano piano riprende la sua identità!WSM!!!


Mazarol Veneto ha scritto:

Gino Quarelo caro Gino,si vede benissimo che sei un Veneto italianizzato, primo Venethicia è la città dei venetici non viceversa, secondo frà due imperi per sopravvivere era necessario scegliere uno dei due e giustamente i nostri antenati scelsero l'impero Bizzantino che data la sua distanza geografica ne garantiva maggiore autonomia,terzo se vai a verificare stranamente i confini della Serenissima anche se dopo 800 anni coincidono con quelli della X regio,quarto il plebiscito e quanta'altro sono stati imposti con la forza come ora le tasse e le gabelle italiote,quinto anche nel popolo Veneto ci sono imbecilli che hanno commesso errori. Ma se non ragioni alla veneta queste cose non le capirai mai,il popolo Veneto esiste da più di tremila e cinquecento anni,non è mai stato un popolo di conquistatori ma di colonizzatori al quale hanno aderito anche famiglie non venete ma soprattutto è da sempre un popolo liquido e come tale si adegua agli spazzi disponibili al momento ma non ha mai perso la sua natura di liquido e piano piano riprende la sua identità!WSM!!!


Gino Quarelo risponde alle affermazioni di Mazarol Veneto che più che storia vera esprime la sua fantasia :

1) Gino Quarelo caro Gino,si vede benissimo che sei un Veneto italianizzato, ...
GQ Sicuramente italianizzato come te e tutti quelli come te, con documenti italiani e


2) primo Venethicia è la città dei venetici non viceversa,

3) secondo frà due imperi per sopravvivere era necessario scegliere uno dei due e giustamente i nostri antenati scelsero l'impero Bizzantino che data la sua distanza geografica ne garantiva maggiore autonomia,

4) terzo se vai a verificare stranamente i confini della Serenissima anche se dopo 800 anni coincidono con quelli della X regio,

5) quarto il plebiscito e quanta'altro sono stati imposti con la forza come ora le tasse e le gabelle italiote,

6) quinto anche nel popolo Veneto ci sono imbecilli che hanno commesso errori.

7) Ma se non ragioni alla veneta queste cose non le capirai mai,il popolo Veneto esiste da più di tremila e cinquecento anni, non è mai stato un popolo di conquistatori ma di colonizzatori al quale hanno aderito anche famiglie non venete ma soprattutto è da sempre un popolo liquido e come tale si adegua agli spazzi disponibili al momento ma non ha mai perso la sua natura di liquido e piano piano riprende la sua identità!WSM!!!
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La foła ke ła Serenisima ła gapie ispirà ła Costitusion USA

Messaggioda Berto » dom set 25, 2016 5:23 pm

La Repiovega Serenisima no ła jera na repiovega federal prasiò no ła pol ver ispirà ła Costitusion Federal Meregana

La Repiovega Veneta a domegno venesian no ła jera federal, no ła gheva gnente de federal
viewtopic.php?f=167&t=1602

El Parlamento Arestogratego Venesian (e nò de tuti i veneti)
viewtopic.php?f=138&t=1405

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Messaggioda Berto » dom set 25, 2016 5:41 pm

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La foła ke ła Serenisima ła gapie ispirà ła Costitusion USA

Messaggioda Berto » lun set 26, 2016 8:42 pm

Qualche osservazione su “mito” di Venezia e governo misto tra Basso Medioevo e Rinascimento
http://www.bibliomanie.it/mito_venezia_ ... urelli.htm
Piero Venturelli
(Università di Bologna)


1. Il “mito” di Venezia nei secoli XIV-XVI

Nel Quattrocento e nel Cinquecento assai diffusa in Europa è un’immagine positiva della Repubblica di Venezia, della quale si celebrano in special modo – oltre all’eccezionalità del sito geografico – la stabilità dell’ordinamento, le virtù e la libertà dei cittadini, la concordia regnante all’interno della società e le ricchezze pubbliche e private provenienti in massima parte dai commerci, tutti caratteri che i trattatisti e pure i semplici osservatori fanno sempre derivare dalla natura della sua plurisecolare costituzione, che parecchi autori esplicitamente considerano mista[1]. È proprio in quel periodo che va modellandosi e consolidandosi il “mito” di Venezia, la cui “fortuna” perdura a lungo nel Vecchio Continente, arrivando a lambire – seppure in forme un po’ attenuate – il XVIII secolo[2].

Già in un’opera dei primi anni del Trecento, il De quattuor virtutibus cardinalibus ad cives Venetos, Enrico da Rimini (1314) delinea l’immagine della Serenissima come Stato esemplare, esprimendo ammirazione per il suo assetto costituzionale e la sua prassi politica. Quest’autore, tuttavia, descrive un ordinamento che non esiste più in Laguna: egli, infatti, non tiene conto della cosiddetta «serrata» del Maggior Consiglio, con la quale nel 1297 viene impedito a innumerevoli cittadini di accedere all’importante organismo politico veneziano[3].

Nel secondo dei quattro «trattati» di cui si compone il suo scritto, Enrico da Rimini considera Venezia uno Stato misto, caratterizzato da un ordinamento capace di evitare le degenerazioni della tirannide e dell’oligarchia perché costitutivamente teso a riconoscere a ciascuna forza sociale un proprio ruolo e un proprio spazio d’intervento nel governo della cosa pubblica. Nella Repubblica lagunare si realizza, a suo avviso, una commistione di diverse componenti che coinvolge nella vita sociale e politica le energie di tutti i ceti, e che mira a soddisfare equanimemente le esigenze di questi ultimi, contemperando – così – il potere del patriziato con la partecipazione del popolo[4].

Per alcuni decenni, la posizione di Enrico da Rimini rimane ancora abbastanza isolata, tanto che – in senso proprio – è solo a partire dal XV secolo che il reggimento di Venezia comincia ad essere considerato su ampia scala come un vero e proprio modello politico. Tre, in particolare, sono i temi che alimentano fin dalle origini il mito della Repubblica di San Marco: la libertà, la pace interna e la stabilità. Come chiarisce Felix Gilbert, il termine «libertà» caratterizza sia la situazione politica di Venezia come regime non tirannico sia la sua posizione rispetto ad altre città-Stato, acquistando così il significato di indipendenza[5]. Sono proprio questi temi che ricorrono con maggiore frequenza nella letteratura umanistica del Quattrocento, nell’àmbito della quale predomina l’idea classica del governo misto che identifica Doge, Senato e Consiglio Maggiore rispettivamente negli elementi monarchico, aristocratico e democratico.

All’incirca un secolo dopo Enrico da Rimini, Pier Paolo Vergerio, nelle sue annotazioni De republica veneta, descrive Venezia come uno Stato aristocratico avente nel suo interno aspetti monarchici e democratici. Proprio per questo, la città lagunare gli appare «particolarmente ben costruita»[6].

Più o meno negli stessi anni, Giovanni di Conversino da Ravenna, nella Dragmalogia seu de elegibili vitae genere (1404), esalta Venezia quale esempio mirabile di regime repubblicano, e come una città della pace e della libertà, dove è del tutto assente la spinta espansionistica e bellica[7].

Verso la metà del Quattrocento, Giorgio da Trebisonda si spinge fino a riconoscere nella costituzione lagunare la realizzazione dell’ideale politico di Platone[8]. Nel 1451 Trebisonda scrive a Francesco Barbaro, uno dei più famosi patrizi veneziani del tempo e suo protettore: «Leges quoque Platonis, ex quibus aperte intellexi, Majores vestros, qui Reipublicae vestrae jecerunt, ex his certe libris omnia, quibus Respublica diu felix esse possit, collegisse. Non est enim credibile, casu ita omnia confluxisse, ute ad unguem praeceptis illius conveniant. Nullam, inquit ipse, beatam diu fore Rempublicam, nisi quae ita constituta sit, ut omnibus regendarum civitatum modis, Principis dico unius, Optimatum, Populique potestate gubernetur: quod nulli umquam sic exacte accidisse, quam vobis, perspicuum est»[9].

Non tutti gli scrittori umanisti, comunque, riscontrano nel reggimento lagunare una combinazione di tutte e tre le forme di governo. Francesco Patrizi, ad esempio, nel suo De institutione rei publicae mostra di ammirare la stabilità e l’immutabilità del governo veneziano, ma giudica quella costituzione il risultato dell’armonica mescolanza di democrazia e oligarchica.

Anche Poggio Bracciolini offre una diversa analisi del modello politico veneto, considerandolo un’aristocrazia e proponendo addirittura la tesi che Venezia sia il solo governo autenticamente aristocratico mai esistito[10]. Egli riscontra, nella Serenissima Signoria, l’encomiabile propensione ad eleggere alle cariche più importanti solo i cittadini migliori; inoltre, tutti i governanti di ogni ordine e grado gli sembrano prestare la propria opera nell’esclusivo interesse della Repubblica di San Marco, non badando al proprio tornaconto individuale[11]. Occorre mettere in risalto, però, che Poggio ha motivi personali per guardare con ammirazione Venezia, tanto da lasciare Firenze, la sua città, e stabilirsi nella Repubblica lagunare: egli non tollera le tasse, a suo avviso ingiuste, che il governo gigliato gli impone[12].

Non si può peraltro tacere il fatto che la maggior parte degli scrittori umanisti esprime lodi e ammirazione per la Serenissima, allo scopo di ottenere il favore e la protezione del governo o di alcuni nobili veneti. D’altra parte, gli stessi cittadini della Repubblica di San Marco considerano l’elemento aristocratico come quello prevalente in seno alla loro società: dunque, l’interpretazione di Venezia come aristocrazia è solitamente da essi bene accetta[13].

In età umanistica, l’ordinamento dello Stato lagunare diviene oggetto a pieno titolo di un discorso politico concreto. Sul finire del Quattrocento, in particolare, la Serenissima inizia a rappresentare per Firenze un vero e proprio modello politico con cui confrontarsi e da cui attingere esperienza.

Nel 1494, con la caduta dei Medici, è istituito a Firenze il Consiglio Grande secondo il modello veneziano. Tale organismo politico tende ad allargare la base governativa ristrettasi, dopo la fine del potere mediceo, ad una oligarchia[14].

Il frate domenicano Girolamo Savonarola si richiama esplicitamente all’ordinamento sociale e politico lagunare prospettandolo come una possibile soluzione alla crisi costituzionale fiorentina del 1494. Egli addita quali elementi positivi il Maggior Consiglio e il sistema di assegnazione delle cariche non per sorteggio, ma per elezione. Questi due elementi, a suo giudizio, conferiscono un carattere tendenzialmente «popolare» al governo di Venezia[15]. Nelle sue prediche, l’esigenza di una riforma morale che faccia da supporto ad una riforma politica, è profonda. Occorre, nella visione di Savonarola, che i cittadini antepongano il bene pubblico ai propri privati interessi, convivendo in un clima di amore e carità; e il conseguimento di tali finalità, a suo avviso, può essere favorito dall’adozione di un governo «largo» incentrato su un Consiglio Grande, espressione della collettività e del popolo.

Il suggerimento di Savonarola di seguire il modello veneziano è dettato, per certi aspetti, non tanto da precise convinzioni politiche, quanto dalla sua visione della realtà dilaniata, tra il bene e il male. Venezia è un esempio politico positivo cui fare riferimento, perché essa non ha conosciuto rivoluzioni e contrasti interni. Nel pensiero di Savonarola, si afferma il “mito” della stabilità del governo veneziano che egli, però, non intende studiare nelle sue componenti fondamentali. A suo avviso, non è infatti di prioritario interesse scoprire se Venezia sia un’aristocrazia, una democrazia o un governo misto. Egli consiglia ai Fiorentini di guardare all’esperienza politica della città lagunare al fine di trarre da essa una lezione che non sia solo politica, ma anche morale[16].

L’istituzione a Firenze nel 1494 del Consiglio Grande è la prova più concreta che i Fiorentini seguono l’esempio veneziano e assecondano il monito di Savonarola. Sennonché, la nascita di quest’organismo e la scelta d’introdurre l’elezione nominativa per diversi pubblici uffici non sono fattori in grado di risollevare Firenze dalla crisi politica[17]. Il motivo di ciò risiede nella natura vera del Consiglio Grande, un’istituzione che ben presto si rivela molto meno omogenea (contando nel suo interno sia aristocratici sia esponenti della classe media) del corrispettivo organo veneziano. Ciò che più importa a fra Girolamo, comunque, è che Firenze diventi, proprio grazie al Consiglio Grande, una repubblica «larga».

Negli ambienti aristocratici fiorentini, soprattutto dopo il 1494, c’è chi, come Bernardo Rucellai, s’interessa alla costituzione veneziana, considerandola quasi perfetta. Egli è promotore delle riunioni degli Orti Oricellari dei primi anni del Cinquecento: in esse, il modello politico costituzionale veneziano è un tema assai dibattuto, e il tono delle discussioni non è astratto o retorico, bensì abbastanza aderente alla realtà coeva, la quale viene analizzata anche in vista della correzione dei suoi difetti[18]. L’attenzione di Rucellai per le istituzioni lagunari, lungi dall’essere fine a se stessa, nasce dalla volontà di rafforzare il potere politico dell’aristocrazia fiorentina. A suo avviso, Venezia è un governo misto, rappresentando il Doge l’elemento monarchico, il Senato l’aristocrazia e il Consiglio Maggiore la democrazia. Rucellai propone di sostituire la forma popolare di governo introdotta al tempo di Savonarola con una più ristretta, secondo l’esempio della Serenissima[19]. Esorta, così, i suoi concittadini a por mano alla costituzione della fine del 1494, migliorandola attraverso un rafforzamento dell’influenza politica dell’aristocrazia. Tale operazione è possibile, secondo Rucellai, con la creazione, accanto al Consiglio Grande, di un organismo più piccolo, modellato sul veneziano Consiglio dei Pregadi (o Senato) e deputato ad occuparsi degli affari di governo più delicati e importanti; di tale assemblea ristretta, una cui larva – il Consiglio degli Ottanta – è stata invero istituita a Firenze nel 1494, l’Autore intende fare l’effettivo centro di potere della Repubblica. Negli anni immediatamente successivi alla morte di Savonarola, tuttavia, l’unica riforma attuata sulle rive dell’Arno è quella concernente la nomina di un Gonfaloniere a vita: ciò avviene nel 1502, e all’ufficio è chiamato Piero Soderini, politico di grande esperienza e probità. Questa magistratura ricorda quella del Doge veneziano, sia per solennità sia per rilievo politico. L’aristocrazia ne accetta la creazione, considerandola un passo in avanti verso la correzione dell’ordinamento istituzionale fiorentino nel senso di quello veneziano.

L’omologazione completa al modello lagunare, comunque, non è mai del tutto realizzata, dal momento che la riforma politica di Firenze non porta alla nascita di un’assemblea ristretta dotata di poteri affatto simili a quelli detenuti dal veneziano Consiglio dei Pregadi. Il Senato istituito nella città gigliata grazie ad una legge del 7 settembre 1512 viene peraltro a palesare non poche analogie col Consiglio dei Pregadi: in entrambi i casi, sono presenti due tipi di membri, ossia coloro che, essendo rivestiti di alte cariche di governo, ottengono di conseguenza il diritto di esserne membri, e coloro che lo diventano perché eletti dal Consiglio Grande; in ambedue le assemblee, inoltre, i Senatori hanno la funzione di eleggere gli ambasciatori, di designare gli amministratori per i territori sotto il proprio dominio e di occuparsi della politica finanziaria. Ciò non toglie, come è stato autorevolmente notato, che la legge del 1512 testimoni di quanto poco siano conosciuti a Firenze la costituzione veneziana e il funzionamento degli organismi pubblici in seno alla città lagunare[20].

Lo scrittore fiorentino che sicuramente non contribuisce ad alimentare il “mito” della Serenissima – e che, anzi, tende sempre a mostrare scarso apprezzamento per il modello politico veneziano – è Niccolò Machiavelli. Nelle sue riflessioni, comunque, non viene mai meno il confronto serrato tra il sistema politico lagunare, contraddistinto dall’assenza di tensioni e scontri sociali, ma dotato di istituzioni stabili, non soggette a mutamento, e quello romano antico, animato da forti conflitti e, di conseguenza, con istituzioni che si sono trasformate nella storia. Più che quello tradizionale del governo misto, il tema che più appassiona Machiavelli nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio è quello della «guardia della libertà», cioè il problema di frenare, controllare o contestare il potere di chi governa per tutelare l’interesse della collettività. Secondo la sua interpretazione, questo obiettivo fondamentale è conseguito a Roma, dove i nobili hanno la direzione del governo e i popolari, posti «a guardia della libertà», svolgono la funzione di controllare l’operato del governo e d’intervenire nel caso di un’arbitraria affermazione del potere; non così avviene a Venezia, ove si ha una grande omogeneità nella sua classe politica, la quale è composta integralmente dai nobili o «gentiluomini»[21]. Quest’analisi porta Machiavelli a considerare la Serenissima una repubblica aristocratica all’interno della quale è il medesimo ceto sociale a muovere i meccanismi di governo, soddisfacendo sempre e comunque i propri interessi.

È singolare come l’Autore si mostri preoccupato sia di un eccesso di potere sia di una sua carenza. Nei Discorsi, infatti, egli scrive: «Un’autorità assoluta in brevissimo tempo corrompe la materia»[22]; d’altro canto, gli sembra che un vuoto di potere generi inevitabilmente «disordine grandissimo»[23]. Più vivo che mai è, dunque, nel pensiero machiavelliano, l’interesse ad avere un potere efficiente e forte che però sia, al tempo stesso, circoscritto nella sua sfera di competenza, così da non degenerare in potere tirannico.

In realtà, molte sono le critiche che Machiavelli rivolge alla Repubblica di San Marco. Nelle prime righe dei suoi Discorsi[24], per esempio, egli accusa gli abitanti di Venezia di vivere nell’«ozio». Quest’ultimo è da lui considerato il peggiore dei mali, dal momento che non stimola la virtù politica; esso, secondo il Segretario fiorentino, ha determinato il carattere passivo della politica imperialistica della Serenissima, rendendo la città stessa fiacca e snervata. Machiavelli insiste su questo punto: quella lagunare è una Repubblica che, grazie anche alla sua fortunata posizione geografica, è stata da sempre al riparo da attacchi nemici, è riuscita a sottrarsi alla dura legge del «fare uno imperio»[25], non conosce al suo interno contrasti o inimicizie sociali, e per questo ha preso le sembianze di una repubblica «effeminata»[26]. Questo vocabolo non ha una connotazione moralistica, ma chiarisce e riassume il significato dei giudizi negativi dello scrittore fiorentino su Venezia. Là dove non c’è lotta politica, là dove i contrasti sociali perdono vigore, là dove – insomma – regna la pace, gli animi infiacchiscono e la Repubblica arriva presto sull’orlo della decadenza e della rovina. I dissidi interni o una guerra, al contrario, sono il sintomo della forza e della vitalità di uno Stato.

L’omogeneità del gruppo dirigente veneziano, la quiete sociale, che denota rilassamento e avvilimento, la mancanza di armi proprie, cioè di un esercito interno a guardia della città e delle istituzioni, la conseguente immutabilità e stabilità di queste ultime, da molti considerati fattori positivi della costituzione veneziana, sono per Machiavelli un sintomo inequivocabile di decadenza[27].

Dichiarato fautore dello Stato «popolare», il Segretario fiorentino riconosce che in ogni forma di governo vi è un germe che lo porta a degenerare. Lo Stato misto nasce, secondo Machiavelli, dalla necessità di eliminare tale insidia, fonte di instabilità, instaurando – come a Sparta e a Roma – una costituzione che comprenda più forme di governo[28].

Anche Francesco Guicciardini, nelle Considerazioni intorno ai Discorsi del Machiavelli sopra la prima deca di Tito Livio, esprime la sua preferenza per il governo misto, il quale «è migliore e più stabile che uno governo semplice di qualunque delle tre spezie, e massime quando è misto in modo che di qualunque spezie è tolto el buono e lasciato indrieto el cattivo»[29].

Ogni forma di governo, considerata singolarmente, contiene, secondo l’aristocratico fiorentino, elementi positivi ed elementi negativi. Ad esempio, la monarchia, più delle altre forme di governo, offre la garanzia dell’ordine e dell’efficienza della pubblica amministrazione, ma rischia di mutarsi in tirannide, se il potere regio viene a trovarsi nelle mani di un uomo troppo ambizioso e avido di potere. Per conservare i vantaggi di un regime monarchico e impedire la sua degenerazione, occorre che il capo dello Stato sia perpetuo ed elettivo, ma che – allo stesso tempo – la sua autorità risulti limitata e soggetta a controllo: in questo modo, egli non sarà nelle condizioni di prendere arbitrariamente decisioni su questioni importanti[30].

La forma di governo più detestata da Guicciardini è la democrazia, o Stato «popolare». Egli scrive, infatti, che «el populo per ignoranza sua non è capace di deliberare le cose importante, e però presto periclita una republica che rimette le cose a consulta del populo; è instabile e desideroso sempre di cose nuove, e però facile a essere mosso e ingannato dagli uomini ambiziosi e sediziosi»[31].

Il problema, molto sentito da Machiavelli, di chi collocare a «guardia della libertà», per Guicciardini non si pone. L’aristocratico fiorentino è convinto che, nello Stato misto, tale funzione non sia affidata ad una sola forza politica o sociale, ma a tutte, poiché ognuna di esse vigila sulle altre, controllandone il potere e l’operato. Del resto, a differenza di Machiavelli, egli non affiderebbe mai la tutela della libertà al popolo[32]: lo Stato misto a cui pensa, vantaan presupposti antipopolari, essendo la plebe «piena di ignoranzia e di confusione e di molte male qualità»[33].

Nel Dialogo del reggimento di Firenze, composto tra la fine del 1521 e l’inizio del 1525, il modello ideale di Stato misto di Guicciardini trova il suo riscontro reale nella Repubblica di Venezia, il governo della quale «è el più bello ed el migliore non solo de’ tempi nostri, ma ancora che forse avessi mai a’ tempi antichi alcuna città, perché participa di tutte le spezie dei governi, di uno, di pochi e di molti, ed è temperato di tutti in modo che ha raccolta la maggiore parte de’ beni che ha in sé qualunche governo e fuggiti la più parte de’ mali»[34].

Il Doge, i Pregadi e il Consiglio Maggiore offrono, secondo l’aristocratico fiorentino, tutti i vantaggi che un governo misto può offrire: la vigilanza, la competenza, la tutela della libertà e della pace sociale, la garanzia che nessun potere possa scavalcare l’altro[35]. Egli è convinto che il vero punto di forza dello Stato veneziano sia la stabilità del governo e la presenza di un organo ristretto come i Pregadi, avente nelle proprie mani la direzione politica e finanziaria dello Stato[36]. Nel Dialogo del reggimento di Firenze, Guicciardini fa dire a quello che è per molti aspetti il suo portavoce, il saggio ed esperto Bernardo del Nero, che «el governo di Vinegia è populare come el nostro e che el nostro non è manco governo di ottimati che sia el loro»[37]. Secondo Gilbert, tale affermazione dimostra che l’autore fiorentino non ha riconosciuto «il carattere di casta della nobiltà veneziana, che escludeva i negozianti e gli artigiani, e il suo carattere ereditario, che impediva l’ascesa di uomini nuovi tra le sue fila. Poiché il Consiglio Maggiore veneziano era limitato ad un gruppo dirigente ereditario, c’era più verità nella caratterizzazione di Firenze come democratica e di Venezia come aristocratica di quanto presupponesse Guicciardini»[38].

Stabilità e concordia sono, per l’aristocratico toscano, caratteristiche proprie della Repubblica di San Marco, nella quale il criterio per partecipare al governo della città è fissato in base non già al grado di ricchezza, bensì piuttosto al titolo nobiliare che ogni cittadino possiede e che lo abilita a ricoprire i vari uffici. L’armonia e la pace sociale regnanti a Venezia, inoltre, non appaiono frutto della saggezza originaria con cui sono stati concepiti i suoi «ordini»[39], ma una conquista realizzata dopo un periodo di crisi e di travagli interni. Questo induce Guicciardini a pensare che anche Firenze potrà raggiungere tale concordia, nonostante la diversità del sito d’origine, al quale, a parere di alcuni, si deve attribuire la quiete della vita politica in Laguna[40]. Nel dialogo, egli elabora il proprio ideale politico, un’«aristocrazia dei savi e dei prudenti», che è sia espressione delle energie dei cittadini migliori, scelti attraverso un criterio politico prima che economico[41]. Guicciardini ha in mente un governo «nel quale intervengono universalmente tutti quegli che sono abili agli uffici, né vi si fa distinzioni o per ricchezze o per stiatte, come si fa quando governano gli ottimati, ma sono ammessi ugualmente tutti a ogni cosa»[42].

Secondo l’Autore, unicamente la forma mista di Stato è in grado di realizzare ciò. Ed è per questo che la teoria guicciardiniana della mistione contempla tre organi fondamentali, ognuno dei quali esprime uno dei tre elementi canonici, il principio dell’uno ovvero dei pochi ovvero dei molti: «el Consiglio Grande, sustanzialità necessaria per la libertà, uno gonfaloniere a vita o almeno per lungo tempo, una deputazione di buono numero di cittadini per consigliare e determinare tutte le cose importanti dello stato; le quali tutte cose se si ordinassino ragionevolmente, sarebbe in questa parte el governo della città bene instituto e perfetto»[43].


2. Venezia e la costituzione mista

Nella sezione precedente si offerta qualche prova del fatto che, nelle trattazioni quattro-cinquecentesche dedicate all’idea di governo misto e alle sue possibili incarnazioni storiche, accanto agli ormai classici richiami alla Sparta e alla Roma antiche, trova di frequente spazio il rimando alla Venezia contemporanea. Sono del resto gli stessi patrizi lagunari, alla ricerca di patenti di nobiltà per la Serenissima, a mettere insieme i materiali costitutivi con i quali, anche grazie all’apporto di autori forestieri, a partire soprattutto dal XV secolo nasce e si consolida il “mito” di Venezia – città libera, virtuosa, potente, coesa, armonica, operosa, tollerante, pacifica e bella.

Nel tardo Medioevo, nel Rinascimento e nella prima Età moderna, la celebrazione dell’ordinamento istituzionale lagunare ricorre presso scrittori, magari di levatura e formazione diverse, con quasi indefettibile coralità. Platonici e aristotelici, italiani e stranieri, moltissimi autori sembrano concordi nell’indicare la costituzione della Serenissima quale realizzazione storica di quel governo misto che, per diversi secoli ininterrottamente, ha potuto salvare la Repubblica veneta da ogni rivolgimento, assicurandone così la saldezza.

Ricondurre l’ordinamento di Venezia alla categoria della mistione, tuttavia, significa – per alcuni importanti aspetti – snaturare la dottrina “classica” della composizione. A parere del primo e senza dubbio più influente teorizzatore consapevole e organico del governo misto, Polibio, tale concezione assume infatti una doppia valenza: dottrina del coinvolgimento delle parti sociali nella gestione della cosa pubblica e dottrina del limite del potere di ognuna di codeste parti nella sua separazione dalle altre[44]. Viceversa, quando si parla della costituzione della Serenissima Signoria in epoca tardo-medioevale e rinascimentale, non si deve dimenticare che, a partire dal 1297 (anno – come già ricordato – della «serrata» del Maggior Consiglio, cioè dell’esclusione di molte famiglie dall’effettivo governo della città)[45], non viene più contemplata una sintesi dialettica, sul terreno politico come sul terreno sociale, fra patriziato e popolo: la mistione, dunque, ha luogo soltanto nella misura in cui si formano degli equilibri interni alla classe dominante, intesa come ordinata gerarchia di funzioni che assicura il concorso di tutti gli uomini nobili al governo, tendenzialmente ciascuno secondo le sue capacità (e, si sarebbe tentati di dire, anche in base alla sua età anagrafica, dal momento che il regime veneziano è forse la gerontocrazia più funzionale e duratura della storia dell’Occidente).

L’ordinamento costituzionale realizzatosi in Laguna è contraddistinto da organismi coordinati in modo tale che il governo della Repubblica appare regolato da tre (o quattro, o anche più: dipende dai punti di vista dei singoli teorici) istituzioni fondamentali – il Maggior Consiglio, il Senato (in diverse circostanze gli viene affiancato il Consiglio dei Dieci, in qualche caso quest’ultima magistratura insieme con altre, come il Collegio) e il Doge –, le quali, a loro volta, stanno ad esprimere il principio dei «molti», dei «pochi» e dell’«uno». Nella concezione del regime composto veneziano non esiste, comunque, alcun riferimento ad una mistione che – in qualche maniera – presupponga o implichi una contaminazione del ceto dei «gentiluomini» (ossia, dei patrizi). Il Maggior Consiglio si collega strettamente alle particolari caratteristiche sociali della città. Si potrebbe dire che esso è la Repubblica medesima, in quanto comprende al suo interno tutti i nobili veneziani. Quest’organismo assicura un’individuazione certa di chi si deve considerare parte effettiva della città: in tal modo, viene smorzato sul nascere ogni eventuale tentativo di sedizione sociale che intenda rivendicare un allargamento del numero di famiglie ammesse al Maggior Consiglio.

Tutto ciò reca tracce profonde nel pensiero e negli scritti dell’autore che riveste senza dubbio il ruolo più significativo nella diffusione e nel radicamento, anche al di là dei territori veneti, del “mito” della Serenissima Signoria da poco prima della metà del Cinquecento in poi. Si tratta del diplomatico, teologo e cardinale Gasparo Contarini, insigne esponente di un antico casato veneziano di altissimo lignaggio. Egli stende – in parte all’inizio degli anni Venti del Cinquecento e in parte nella prima metà del decennio seguente – il breve trattato De magistratibus et republica Venetorum per descrivere e magnificare il reggimento di San Marco, le sue istituzioni e i costumi dei cittadini veneziani[46]; la riflessione etico-politica contariniana intorno al governo misto è racchiusa tutta nel celebre libro appena menzionato, opera fortunatissima che esce postuma a Parigi nel 1543. Pur nella sua brevità e concisione (anzi: per molti versi, proprio a causa di tali caratteristiche), il testo diventa subito un classico nel suo genere e un punto di riferimento imprescindibile sia per i fautori sia per gli oppositori del “mito” della Serenissima. Anche se rivendica l’unicità dell’ordinamento politico veneziano, specie dinanzi alla realtà costituzionale della Roma antica, nel De magistratibus Contarini paragona – per certi aspetti – la Repubblica di San Marco a quella lacedemone, a motivo della loro comune natura di governi misti, e spiega che, in Laguna, il Doge rappresenta l’autorità règia, il Senato (insieme con il Consiglio dei Dieci) la magistratura peculiare di un regime degli ottimati, il Consiglio Maggiore l’organo dello Stato popolare.

Secondo il Cardinale, il collante degli organismi politici – maggiori e minori – di Venezia è l’ordinamento giuridico della città, al quale le diverse istituzioni e lo stesso Doge sono sottoposti: tutte le «potestà», quindi, risultano «dalle leggi raffrenat[e]»[47]. Già da questo aspetto, a suo avviso, si può intuire come nella costituzione della Serenissima sia ben riconoscibile l’impronta divina: nella prospettiva dell’Autore, infatti, codeste mirabili equità e armonia sono state conseguite e fino ad allora conservate grazie all’intervento non solo della mera azione umana nella storia, ma anche e soprattutto di un legislatore celeste, da lodare in eterno quale supremo artefice di tanta perfezione terrena.

Distante dalle concezioni machiavelliane[48], Contarini è persuaso che il modello costituzionale veneziano debba ritenersi alternativo a quello romano, non da ultimo perché nella Repubblica di San Marco sono presenti istituzioni capaci di scongiurare ogni conflitto sociale, ossia ciò che egli interpreta – al pari di quanto fanno molti trattatisti del suo tempo – come la principale fonte di corruzione dello Stato; e la sua visione del mondo contempla, appunto, la naturalità della pace e l’inumanità della guerra.

Un’opera come il De magistratibus mette bene in luce un importante nodo concettuale che sta alla base delle riflessioni condotte intorno al governo misto negli ambienti intellettuali veneziani del XVI secolo: accostare l’ordinamento della Serenissima all’idea di composizione significa, de facto, non considerare punto di riferimento essenziale la teoria classica della mistione. Questo accade, come si diceva, perché nella costituzione lagunare, a partire dal 1297, viene meno una sintesi dialettica, tanto sul piano politico quanto sul piano sociale, tra patriziato e popolo. A Venezia, infatti, essendo preclusa a chi è non «gentiluomo» la partecipazione al governo della cosa pubblica, non è possibile porre un freno alla prepotenza e all’arbitrio degli ottimati, i quali – a loro volta – non sono nelle condizioni di moderare l’umore tendenziamente mutevole e sedizioso dei cittadini di ceto più basso. Appunto per questo, rispetto alla teoria “classica” della composizione, il governo è misto – come si diceva – in un senso “nuovo” e abbastanza improprio.

Nel De magistratibus, emergono diversi punti di vista analoghi a quelli individuabili nei testi grosso modo coevi di un altro importante teorico cinquecentesco del governo misto, lo scrittore e uomo politico fiorentino Donato Giannotti[49]. Pur nell’indubbia prossimità di certe argomentazioni e di certe accuse, a partire da una comune tendenza a descrivere e ventilare città “pacificate”, Giannotti e Contarini hanno di fronte (e a cuore) due realtà politico-sociali ben diverse: il primo, Firenze; il secondo, Venezia. Contarini descrive – idealizzandola – la costituzione della propria città e accetta che i differenti organi e collegi continuino ad essere composti di persone appartenenti alla medesima classe sociale, l’aristocrazia; Giannotti, nato e formatosi a Firenze, conosce bene l’ordinamento lagunare, al quale consacra il suo Libro della Republica de’ Viniziani, e nel suo scritto maggiore, il trattato Della Republica fiorentina, analizza la storia della città gigliata, focalizzando in particolar modo l’attenzione sui governi «civili» che vi si sono succeduti con alterna fortuna. Benché plauda a parecchi aspetti della costituzione della Serenissima e non esiti a additarli alla classe dirigente della sua travagliata città natale, egli prende tuttavia partito per i reggimenti di tipo «largo», contestando a quelli di tipo «stretto», compreso quello veneziano, di essere iniqui e nemici della libertà, dal momento che non accettano di far partecipare una o due categorie sociali, quella del «popolo» e talora anche quella dei «mediocri», alla vita politica della comunità; all’interno della Repubblica di San Marco, per esempio, tutto il potere è concentrato nelle mani dei nobili, anche se poi esso viene saggiamente distribuito in un cospicuo numero di istituzioni.

Alla luce di tali presupposti e preferenze, Giannotti ritiene necessario che chi tratta argomenti politici incentri le proprie considerazioni su un sistema istituzionale che non soffochi le aspirazioni dei diversi ceti, naturalmente separati e disposti secondo gerarchia nelle comunità dell’epoca. Inesausta dev’essere dunque la ricerca, da parte dei legislatori e dei riformatori, di artifici in grado di dar vita a contesti politico-sociali che sappiano garantire la stabilità attraverso il coinvolgimento dei cittadini al governo della cosa pubblica e la “presa sul serio” dei loro desideri di ceto.

Le considerazioni di Giannotti intorno a questi aspetti si fondano su quella che appare come la sua norma bronzea, e che possiamo così sintetizzare, utilizzando parole nostre: «Un regime dura quando si guadagna l’affetto dei cittadini, e guadagnarsi quest’affetto significa soddisfare i loro desideri»[50].

Di conseguenza, allo studioso di argomenti politici, così come al legislatore e al riformatore, si richiede di osservare con grande attenzione i molteplici aspetti della realtà che lo circonda: a ciascuna comunità occorre il tipo di governo e il tipo di istituzioni che meglio degli altri possano rispondere alle domande e alle esigenze delle diverse classi che compongono la società; in ogni specifico contesto, la storia, le consuetudini e le condizioni esistenti sono peculiari e si commetterebbe un errore grave sottovalutandole. Qualsiasi contesto comunitario venga preso in considerazione, secondo Giannotti, tre sono le forze sociali presenti, e ciascuna di esse si rivela caratterizzata da uno specifico «umore». Al pari di alcuni teorici suoi contemporanei[51], egli chiama «umori» i tratti propri di ogni ceto, peculiarità che si traducono in aspirazioni specifiche e nel conseguente tentativo di realizzarle: in particolare, il «popolo» ricerca la libertà; i «grandi», la libertà e soprattutto l’onore; il «principe», specialmente il comando.

Spetta alle classi dirigenti delle varie comunità dare un’istituzionalizzazione a tali «umori» all’interno della struttura politica, così da accrescere l’affetto di ogni forza sociale per quell’ordinamento nel quale i membri di ciascuno di questi ceti ritengono di avere speranze di ottenere in futuro gli obiettivi che si propongono.

Giannotti loda più volte le potenzialità positive di codesta vivace tripartizione sociale. Egli la considera, se accompagnata dalla presenza di una nutrita classe media, la base necessaria per la creazione di uno stabile ed organico governo misto. In linea generale, comunque, il trattatista toscano sposa l’insegnamento aristotelico e viene a considerare l’esistenza, in seno alla società, di un numeroso e forte ceto «mediocre» uno dei fattori determinanti nella costruzione di un ordinamento che ambisca ad essere saldo, duraturo ed equo[52].

La preferenza dell’autore fiorentino per il governo misto nasce da una riflessione sulla complessità dell’animo umano, il quale – come si è accennato – desidera libertà, onori e potere[53]. Un buon ordinamento, nella prospettiva di Giannotti (che la sviluppa, in special modo, in Della Republica fiorentina), è quello che permette di realizzare tali aspirazioni legalmente, ossia senza ricorrere a mezzi illeciti che possano causare danno ai propri simili. Del resto, egli, consapevole che nessuna forma di governo riesce a garantire tutto ciò sino in fondo, ha fiducia nella concreta possibilità di instaurare un modo di vivere in cui ciascuno pensi, o si illuda di ottenere totalmente il proprio scopo, mentre lo realizza solo in parte. Il governo misto, a suo avviso, può rendere possibile tutto questo[54]. Si espone a rischi gravi, infatti, la società che non metta in condizione i membri dei diversi ceti presenti nel suo seno di poter perseguire i propri desidèri e, allo stesso tempo, di contribuire al benessere collettivo; una tale miopia della politica, come si capisce, rende pure difficoltoso a molti cittadini ottenere un riconoscimento pubblico di uno status sociale chiaro. Chi mai, sentendosi impedito nel conseguimento di un ruolo preciso all’interno della propria comunità e non potendo esibire dinanzi al mondo un’identità “valida”, “in ordine”; chi mai, essendo frustrato nelle proprie legittime ambizioni e prendendo atto dell’“inutilità” del proprio talento personale e della “tradizione” cetuale di cui egli è portatore; chi mai – in tali condizioni – nutrirà, ci vuole dire Giannotti, un sincero interesse a mantenere in vita quel contesto politico, sociale ed economico che lo sta escludendo ed opprimendo? A suo parere, la storia insegna che una delle prime preoccupazioni dei governanti dev’essere quella d’intervenire affinché a interi gruppi e categorie di cittadini non venga preclusa la possibilità di partecipare attivamente alla vita sociale e politica; in caso contrario, è facile ipotizzare che i gruppi frustrati nelle loro ambizioni operino in vista della caduta di quell’ordinamento e che si apra dunque la strada alla guerra civile, alla rovina dello Stato e al probabile avvento di un tiranno.
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Messaggioda Berto » lun set 26, 2016 8:44 pm

Gasparo Contarini
https://it.wikipedia.org/wiki/Gasparo_Contarini
Gasparo Contarini (Venezia, 16 ottobre 1483 – Bologna, 24 agosto 1542) è stato un cardinale e vescovo cattolico

http://www.treccani.it/enciclopedia/gas ... Biografico)


De magistratibus et Republica Venetorum
...
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Messaggioda Berto » lun set 26, 2016 9:02 pm

A paxena 11 e ente ła noda biblografega n 10 so łe pajne 33-34 a se cata de łe enformasion so cofà entel mondo anglosasone łi vedea ła Repiovega Veneta e łe so istitusion:

La Politica Sociale Della Repubblica Di Venezia de Brian Pullan
https://get.google.com/albumarchive/100 ... 5-nhk61hE0

... Gli ordinamenti veneziani, costituirono un modello per le province unite di De Witt e per il Parlamento Inglese ... Harrington, nel suo "Oceana", parlò di Venezia come di una Repubblica Immortale e intatta per sempre dalla corruzione. Molti anni dopo coloro che stesero le Costituzioni della Carolina e della Pensylvania guardavano ancora con interesse alla Pepubblica veneziana ... .
Nota n 10 : Cfr. Z.S. Fink, “Venice and English political thought in de seventeenth century”, in «Modern Philology» XXXVIII (1940-41); Fink, The Clasical republicans ... ; J.R. Hale, England and the Italian Renaissance, London 1963, pp. 31-34.

Repubblica delle Sette Province Unite
http://it.wikipedia.org/wiki/Repubblica ... ince_Unite
La Repubblica delle Sette Province Unite (in olandese Republiek der Zeven Verenigde Nederlanden) fu una Repubblica che sorse fra il 1581 ed il 1795 nei territori che oggi costituiscono i Paesi Bassi. Essa è nota anche come Repubblica delle Sette Province Unite dei Paesi Bassi (Republiek der Zeven Verenigde Nederlanden) o semplicemente come Province Unite.

Johan de Witt
http://it.wikipedia.org/wiki/Johan_de_Witt
Johan de Witt, (Dordrecht, 24 settembre 1625 – L'Aia, 20 agosto 1672) è stato un politico olandese. Figura chiave nella politica della Repubblica delle Province Unite, nel periodo che va sotto il nome di Secolo d'oro olandese. Con lo zio Cornelis de Graeff De Witt ha dominato l'olandese governative Apparat.

James Harrington
http://it.wikipedia.org/wiki/James_Harrington
James Harrington (Upton, Northamptonshire, 7 gennaio 1611 – Londra, 11 settembre 1677) è stato un filosofo e scrittore britannico, autore dell'opera di filosofia politica intitolata La Repubblica di Oceana (1656).
Harrington è stato tra i protagonisti del repubblicanesimo inglese del XVII secolo, fautore di un regime a costituzione mista basato su una divisione egualitaria tra i cittadini della proprietà di terra.

La Repubblica di Oceana
http://oll.libertyfund.org/index.php?op ... d=99999999

http://commons.wikimedia.org/wiki/James_Harrington

http://en.wikipedia.org/wiki/The_Commonwealth_of_Oceana
http://onlinebooks.library.upenn.edu/we ... 2c%20James
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Messaggioda Berto » lun set 26, 2016 9:18 pm

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Giovanni Botero
https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Botero
Giovanni Botero (Bene Vagienna, 1544 – Torino, 23 giugno 1617) è stato un presbitero, scrittore e filosofo italiano, autore del trattato Della ragion di stato, in dieci libri, stampato a Venezia nel 1589, e delle Relazioni universali, un trattato di geografia politica.
http://gutenberg.beic.it/view/action/nm ... 7&divType=


Traiano Boccalini
https://it.wikipedia.org/wiki/Traiano_Boccalini
Traiano Boccalini (Loreto, 1556 – Venezia, 29 dicembre 1613) è stato uno scrittore
Visse per lungo tempo a Roma, al servizio della Chiesa, per poi trasferirsi a Venezia nel 1612. Amico di Paolo Sarpi, si considerava un moderno menante, ossia una specie di giornalista attento alle questioni politiche, morali e letterarie. La sua opera principale sono i Ragguagli di Parnaso.
Boccalini, intellettuale spregiudicato e nemico del dogmatismo tipico della Controriforma, difende Tacito in quanto maestro dei meccanismi di potere e dà del Principe di Machiavelli un'interpretazione repubblicana: lo scrittore fiorentino infatti avrebbe voluto denunciare al popolo, seppur in modo indiretto, e dunque smascherare i metodi politici, considerati crudeli e immorali, usati dai principi italiani. Tale interpretazione sarebbe giunta fino ai Sepolcri di Foscolo.

Jean Bodin
https://it.wikipedia.org/wiki/Jean_Bodin
Jean Bodin (Angers, 1529 – Laon, 1596) è stato un filosofo e giurista francese. Con maggior proprietà può dirsi che il Bodin si dedicò alla filosofia politica toccando tuttavia anche temi giuridici. E, proprio nell'opera giuridica, Bodin fu seguace dell'umanesimo giuridico rifacendosi alla teoria di François Connan (1508 – 1551), impegnandosi a razionalizzare il diritto romano in modo che apparisse come un diritto universale positivamente attuato.


https://it.wikipedia.org/wiki/Costituzi ... %27America
Venne completata lunedì 17 settembre 1787, con la sua adozione da parte della convenzione di Filadelfia nell'omonima città, e venne successivamente ratificata da speciali "Convenzioni" convocate a tale proposito in ognuno dei tredici stati esistenti all'epoca. Entrò in vigore nel 1789, ed è servita da modello per diverse costituzioni adottate da altre nazioni. La Costituzione creò un governo maggiormente unificato, al posto di quello che era un gruppo di stati indipendenti che operavano sotto gli Articoli della Confederazione. Il primo Stato a ratificare la Costituzione fu il Delaware e il secondo la Pennsylvania.

Costitusion de ła Carołina del Nord
https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q= ... JZ2Zxo0x9Q

Pennsylvania
https://it.wikipedia.org/wiki/Pennsylvania
Prima dell'arrivo degli europei, la Pennsylvania era abitata dalle tribù dei Delaware, dei Susquehanna, degli Irochesi, degli Eriez e degli Shawnee.
Nel 1643 alcuni coloni svedesi si stanziarono nella parte sud-orientale dello Stato, ma il controllo passò rapidamente prima agli olandesi e poi agli inglesi. Nel 1681 re Carlo II d'Inghilterra concesse a William Penn l'autorizzazione a colonizzare una regione comprendente l'attuale Pennsylvania e parte degli attuali Stati circostanti (in particolare tutto il Delaware). Penn vi fondò una colonia (la Pennsylvania, appunto) che doveva fungere da rifugio per i suoi correligionari quaccheri; in quell'anno fu fondata anche la città di Filadelfia, che ne è il centro più importante per quanto la capitale dello Stato sia la cittadina di Harrisburg.
Fra il 1704 ed il 1710 le tre contee meridionali di New Castle, Kent e Sussex si separarono dalla Pennsylvania, formando la colonia del Delaware.
La colonia accolse numerosi immigrati, spesso da paesi del nord Europa o dalla Germania e prosperò rapidamente, tanto che alla fine del XVIII secolo Filadelfia era per popolazione la seconda città di lingua inglese al mondo (dopo Londra).
Nel 1760 i coloni imposero tasse sulle terre private dei Penn, che dopo la rivoluzione d'indipendenza persero ogni diritto politico sull'ex-colonia e dovettero cedere la regione nel 1779 dietro un'indennità di 130.000 sterline.
Pennsylvania e Delaware sono fra le 13 colonie che si ribellarono agli inglesi durante la lotta anticoloniale: la Dichiarazione di Indipendenza fu redatta a Filadelfia nel 1776.
Il territorio dello Stato fu teatro di importanti eventi bellici (in particolare la ritirata a Valley Forge dell'esercito guidato da George Washington).
Al termine della guerra vi fu scritta anche la costituzione statunitense. La Pennsylvania fu il secondo Stato a ratificare questa costituzione (12 dicembre 1787), entrando a far parte dell'Unione, e fra il 1790 ed il 1800 (cioè fino a quando il governo fu trasferito a Washington) Filadelfia fu capitale della nuova nazione statunitense.
Nel 1794 vi ebbero luogo delle violente sollevazioni contro la tassa sul whisky e nel 1799 contro la tassa sulle case.
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