El mito de Dante Alighieri e del volgar talian

Re: El mito de Dante Alighieri e del volgar talian

Messaggioda Berto » dom gen 25, 2015 12:05 am

lo sapevate che nella divina commedia,maometto....

http://www.ajyalitalia.it/forum/discuss ... vt556.html

lo sapevate che nella divina commedia,maometto....

Nell'Inferno dantesco alcuni musulmani, come i filosofi Avicenna e Averroè e il prode Saladino sono collocati nel Limbo con gli altri che, pur non essendosi macchiati in vita di peccati e avendo condotto anzi una vita virtuosa, non sono ammessi in Paradiso perché non battezzati, come le grandi personalità del mondo greco-romano e gli stessi profeti ebraici. Da ciò traspare con tutta evidenza il riconoscimento dantesco degli indiscutibili meriti della civiltà islamica.

Dante non mostra invece nessuna pietà nei confronti di Maometto, che troviamo nella nona bolgia dell'Inferno, dove sono puniti i portatori di discordia. Il profeta è orrendamente squarciato dal mento all'ano, sfondato come un botte, con le budella pendenti e visibili sino al "tristo sacco".

Inferno, canto XXVIII (vv 22-31)

Già veggia, per mezzul perdere o lulla,

com'io vidi un, così non si pertugia,

rotto dal mento infin dove si trulla

Tra le gambe pendevan le minugia;

la corata pareva e 'l tristo sacco

che merda fa di quel che si trangugia.

Mentre che tutto in lui veder m'attacco,

guardomi e con le man s'aperse il petto,

dicendo: "Or vedi com'io mi dilacco!

vedi come storpiato è Maometto! (...)"

NoN CI posso credere, e a me che piaceva tanto dante...



La Divina Commedia, considerata il più grande poema epico della letteratura italiana, deriva da molte caratteristiche di e episodi sull'aldilà, direttamente o indirettamente da opere arabe sull'escatologia islamica: il Hadith e il Kitab al-Miraj (tradotto in latino nel 1264 come Liber Scalae Machometi, "Il Libro della Scala di Maometto") riguardante l'ascensione di Maometto al cielo, e gli scritti spirituali di Ibn Arabi.

[fonte: I. Heullant-Donat and M.-A. Polo de Beaulieu, "Histoire d'une traduction," in Le Livre de l'échelle de Mahomet, Latin edition and French translation by Gisèle Besson and Michèle Brossard-Dandré, Collection Lettres Gothiques, Le Livre de Poche, 1991, p. 22 with note 37.]

E possibile leggere il libro Liber Scalae Machometi (in Latino) qui:
http://www.classicitaliani.it/maomet..._Machometi.htm




Libro della Scala - Enciclopedia Dantesca (1970)

http://www.treccani.it/enciclopedia/lib ... antesca%29

di Francesco Gabrieli

Testo escatologico arabo-spagnolo, il cui originale, a noi non giunto, portava quasi certamente il titolo di Kitāb al-Miʽrāǵ (" Libro della scala ", o della " ascesa " [di Maometto in cielo]). Esso fu fatto tradurre poco prima del 1264 da re Alfonso X di Castiglia, ad opera di un dotto medico giudeo, Abraham; e da questa versione castigliana, anch'essa perduta, l'italiano Bonaventura da Siena, sempre per commissione del re, trasse le due versioni in latino (Liber Scalae) e in antico francese (Livre de l'Eschiele Mahomet) giunte a noi rispettivamente in un manoscritto di Oxford, e in due di Parigi e della Vaticana e pubblicate nel 1949 da E. Cerulli insieme con un riassunto della prima versione castigliana, conservata in un codice dell'Escuriale e attribuita a S. Pedro Pascual.

L'opera originaria appartiene a quel filone della letteratura araba edificante e popolare, che sviluppando un famoso versetto coranico su un miracoloso viaggio notturno del profeta a Gerusalemme (Corano XVII 1), narra la susseguita sua salita al cielo e la sua visita dei regni d'oltretomba. Nel testo in questione, Maometto è destato nel suo letto alla Mecca dall'angelo Gabriele, è fatto montare sul destriero alato Burāq, condotto a Gerusalemme, e di qui fatto ascendere in cielo per la fulgida ‛ scala ' (miʽrāg) che dà nome al libro. Egli vede l'angelo della morte, un altro in forma di gallo, un terzo metà di fuoco e metà di neve, e traversa gli otto cieli incontrando in ognuno un profeta, fino al trono di Dio; visita quindi il Paradiso con le sue delizie di natura e d'amore, e riceve da Dio il Corano, con i precetti delle orazioni quotidiane e del digiuno.
Passato poi all'Inferno, ne percorre le sette terre, e ne contempla i diversi tormenti, ascoltando da Gabriele le spiegazioni sul giorno del giudizio e la prova del ponte aṣ-Ṣirāt. Tornato infine sulla terra, tenta invano di convincere i suoi concittadini Meccani sulla verità della sua visione, che per suo invito trascrivono e autenticano i suoi fidi Abū Bekr e Ibn ' Abbās.


La materia relativa era già quasi per intero nota in sparse analoghe fonti, ma l'importanza di questo testo sta nel presentarcela tutta in una continuata narrazione, e soprattutto nella sua trasmigrazione dalla Spagna araba all'Occidente cristiano. Le versioni del L. della S., sia quella castigliana (già citata in altra opera dallo stesso Alfonso il Savio, e poi dallo scrittore catalano trecentista Francesco Ximenez e dal famoso cardinale Giovanni Torquemada), sia le due conservateci in latino e in francese, varcarono infatti presto i Pirenei: e l'operetta escatologica araba, attribuita a Maometto stesso, appare conosciuta e citata col suo titolo (" il libro suo [di Maometto] che Scala ha nome ") alla metà del Trecento da Fazio degli Uberti nel Dittamondo, nel secolo seguente da Pio II (Enea Silvio Piccolomini) e dal francescano Roberto Caracciolo nello Specchio della fede, e nel Cinquecento da Alfonso Spina; da Angelo Piantini; dal Bibliander; da Guillaume Postel; da Antonio Torquemada e Celio Malespini e infine dai fratelli De Bry. Si verificava così per la prima volta l'ipotesi già avanzata da M. Asín Palacios, a fondamento della sua tesi sugl'influssi dell'escatologia musulmana nella Commedia, di un testo arabo giunto per documentata trafila di versioni all'ambiente e all'età di Dante.

La conoscenza del L. della S. da parte del poeta appare ora, se non certa, probabile; ma sulla misura e il valore delle suggestioni che tale testo può avergli fornito per la sua visione d'oltretomba, restano assai discordi i pareri: il suo maggiore e più prudente studioso, il Cerulli, considera tale possibile influsso solo come concorrente e secondario alle principali fonti d'ispirazione del poeta, latine e cristiane (v. ISLAM).

Bibl. - E. Cerulli, Il " L. della S. " e la questione delle fonti arabo-spagnole della D.C., città del Vaticano 1949 (per le discussioni seguitene v. bibl. alla voce ISLAM); P. Wünderli, Études sur le livre de l'Eschièle Mahomet, Winterthur 1965; E. Cerulli, Nuove ricerche sul " L. della S. " e l'Islam nell'Occidente medievale, Città del Vaticano 1971.



http://it.wikipedia.org/wiki/Isra%27_e_Mi%27raj
Con le parole arabe isrāʾ e miʿrāj (in arabo: إسراء ومعراج) ci si riferisce rispettivamente a un miracoloso viaggio notturno del profeta Maometto in sella a Buraq (isrāʾ) e della sua successiva ascesa al Cielo (miʿrāj), con la visione delle pene infernali e delle delizie paradisiache riservate a dannati e beati, fino alla finale ascesa e accostamento ad Allah, con relativa Sua "visione beatifica", impossibile agli occhi di qualsiasi uomo per l'infinità che è uno degli attributi divini.
L'esperienza è narrata dal Corano nelle sure XVII:1, LIII:1-12 e LXXXI:19-25.
Immagine


http://it.wikipedia.org/wiki/Buraq
Burāq o Burak è, secondo la tradizione islamica, un destriero mistico venuto dal paradiso islamico, la cui funzione è stata quella di essere la cavalcatura dei vari profeti, e di Maometto in particolare. Secondo la tradizione islamica, nel VII secolo Burāq fu destinato dall'angelo Gabriele per portare il profeta dell'Islam da quelle che furono identificate poi come Mecca a Gerusalemme con un miracoloso tragitto avvenuto di notte ( isrāʾ ), prima che egli intraprendesse l'ascesa attraverso i 7 cieli ( miʿrāj ).
Burāq avrebbe portato in precedenza anche Ibrāhīm (Abramo) quando egli si recò in visita al figlio Ismāʿīl (Ismaele), a Mecca.
È un soggetto iconografico frequente nell'arte musulmana, dove esso è generalmente rappresentato come un quadrupede con una testa di donna, ali e una coda da pavone.
Immagine


Buraq = latin burricus (cavałin) = acadego buru (pułiero) e burtu (vedeło)
cfr. co ła vaca Burlina

Burlina - La vaca burlina e łi Morlaki
viewtopic.php?f=44&t=80
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Re: El mito de Dante Alighieri e del volgar talian

Messaggioda Berto » gio mag 07, 2015 11:10 am

Dante "razzista", follia Onu: bandire Divina Commedia

http://www.liberoquotidiano.it/news/rub ... ollia.html

L'associazione Gherush92, consulente delle Nazioni Unite: "Offende ebrei, musulmani, gay. Non va studiata a scuola"

L’hanno recitata a migliaia, ovunque nel mondo; l’hanno citata, letta, studiata, commentata in milioni di volumi e per intere generazioni. È persino diventata una sorta di fenomeno sociale, dopo che Vittorio Sermonti prima e Roberto Benigni poi l’hanno declamata a un pubblico sempre più numeroso, fino ad approdare in tv.

Ma nessuno, fino a oggi, si era mai immaginato di poter parlare della Divina Commedia in questi termini: ossia come un’opera piena di luoghi comuni, frasi offensive, razziste, islamofobiche e antisemite che difficilmente possono essere comprese e che raramente vengono evidenziate e spiegate nel modo corretto. Definisce così il contenuto di numerose terzine dantesche “Gherush92”, organizzazione di ricercatori e professionisti che gode dello status di consulente speciale per il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite e che svolge progetti di educazione allo sviluppo, diritti umani, risoluzione dei conflitti, razzismo, antisemitismo, islamofobia. E proprio secondo questa organizzazione il poema di Dante andrebbe eliminato dai programmi scolastici o, quanto meno, letto con le dovute accortezze.

Sotto la lente censoria sono finiti, in particolare, i canti dell’Inferno XIV, XXIII, XXVIII e XXXIV. Il canto XXXIV, spiega l’organizzazione, è una tappa obbligata di studio. Il personaggio e il termine Giuda e giudeo sono parte integrante della cultura cristiana: «Giuda per antonomasia è persona falsa, traditore (da Giuda, nome dell’apostolo che tradì Gesù)»; «giudeo è termine comune dispregiativo secondo un antico pregiudizio antisemita che indica chi è avido di denaro, usuraio, persona infida, traditore». Il significato negativo di giudeo è esteso a tutto il popolo ebraico. Il Giuda dantesco è la rappresentazione del Giuda dei Vangeli, fonte dell’antisemitismo. E ancora, prosegue l’organizzazione, «nel canto XXIII Dante punisce il Sinedrio che, secondo i cristiani, complottò contro Gesù; i cospiratori, Caifas sommo sacerdote, Anna e i Farisei, subiscono tutti la stessa pena, diversa però da quella del resto degli ipocriti: per contrappasso Caifas è nudo e crocefisso a terra, in modo che ogni altro dannato fra gli ipocriti lo calpesti».

Il poema, spiega Valentina Sereni, presidente di Gherush92, «pilastro della letteratura italiana e pietra miliare della formazione degli studenti italiani, presenta contenuti offensivi e discriminatori sia nel lessico che nella sostanza e viene proposto senza che via sia alcun filtro o che vengano fornite considerazioni critiche rispetto all’antisemitismo e al razzismo». Spiega ancora Sereni: «Nel canto XXVIII dell’Inferno Dante descrive le orrende pene che soffrono i seminatori di discordie, cioè coloro che in vita hanno operato lacerazioni politiche, religiose e familiari. Maometto è rappresentato come uno scismatico e l’Islam come un’eresia. Al Profeta è riservata una pena atroce: il suo corpo è spaccato dal mento al deretano, in modo che le budella gli pendono dalle gambe, immagine che insulta la cultura islamica. Alì, successore di Maometto, invece, ha la testa spaccata dal mento ai capelli». «L’offesa», aggiunge, «è resa più evidente perché il corpo “rotto” e “storpiato” di Maometto è paragonato ad una botte rotta, oggetto che contiene il vino, interdetto dalla tradizione islamica. Nella descrizione di Maometto vengono impiegati termini volgari e immagini raccapriccianti tanto che nella traduzione in arabo della Commedia del filologo Hassan Osman sono stati omessi i versi considerati un’offesa».

La stessa Sereni, da noi ricontattata, ci spiega che lo studio sulla Divina Commedia è stato eseguito dai ricercatori di Gherush92 «dopo alcuni mesi di riflessione». Il gruppo «si finanzia con le quote dei soci iscritti». Alla domanda se esistono nuovi studi su altre opere letterarie, risponde: «Ci stiamo lavorando e più avanti saranno diffusi». Nessun timore che, utilizzando simili criteri di analisi, tutta la letteratura italiana delle origini possa essere considerata razzista, omofoba e antisemita? «Non è colpa nostra se ci sono opere d’arte italiane eventualmente razziste», ribadisce la Sereni, perché «è l’insegnamento della Divina Commedia che deve essere contestualizzato e siccome viene insegnata e proclamata oggi, il contesto è oggi. Oggi possiamo e dobbiamo fare queste osservazioni sul razzismo nella Divina Commedia e in altre opere d’arte. D’altra parte il razzismo contro le stesse entità esisteva tanto allora quanto oggi».

Tutto chiaro e preciso. Ma pur essendo Gherush92 consulente dell’Onu, status di tutto rispetto e cosa che non è concessa proprio a tutte le organizzazioni, la sede a Roma, segnalata nel sito dell’United Nations Department of Economic and Social Affairs, è inesistente: a quell’indirizzo non risulta nessuna organizzazione. Lo abbiamo scoperto personalmente. Una zona di quasi campagna, nella periferia nord della Capitale, tra villette e piccoli capannoni aziendali. Il numero civico non corrisponde, anzi non esiste. Chiediamo in giro. «Associazione Gherush92? Mai sentita, qui non c’è», risponde una ragazza che esce da un cancello. In effetti, ci viene confermato dalla stessa associazione che quell’indirizzo non è valido e non ce n’è un altro cui fare riferimento...

di Caterina Maniaci


Comenti mii

Diciamo che su gli ebrei è vero, perché la Chiesa Cattolica Romana ha sempre accusato gli ebrei di essere gli assassini di Cristo e nascosto che a uccidere Cristo sono stati in realtà i romani e questa calunnia è stata alla base dell'antisemitismo ebraico per 1500 anni e ha alimentato l'antisemitismo nazista; sui mussulmani non è vero perché effettivamente Maometto è un assassino, un criminale contro l'umanità e merita l'inferno; si aggiunga che la legge coranica sancise l'obbligo il precetto di discriminare, perseguitare e se il caso uccidere i non credenti, gli altro credenti e gli apostati. Dante su gli ebrei aveva torto come tutti i cristiani ma su Maometto nò, aveva ragione. Però quel che è stato scritto è stato scritto e bisogna accettarlo qual è applicando la giusta critica.

Łi sasini de l’ebreo Cristo - I romani
viewtopic.php?f=176&t=342
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... dtS1k/edit


E poi diciamocelo che la Divina Commedia con i suoi tre viaggi estatici non è altro che una variazione sul tema dei viaggi sciamanici nell'aldilà per accompagnare le anime dei morti: viaggi estatici universali in paradiso, all'inferno e al purgatorio. Non c'è nulla di nuovo nella Divina Commedia rientra nelle visioni spirituali universali "pagane" e preistoriche, come sono variazioni pagane tutte le religioni anche quelle buddista, taoista, zorooastriana, ebraica, cristiana e quella orrenda e infernale islamica.

La Divina Commedia è un libro storico, una testimonianza storica, si può soltanto criticare. I libri e i testi che dovrebbero invece essere banditi dall'ONU e da altri organismi internazionali per crimini contro l'umanità e violazione dei diritti umani, politici, civili e religiosi sono i icodici civili e penali, le dottrine religiose e le ideologie politiche che prescrivono la discriminazione, la persecuzione, l'uccisione e lo steminio dei non credenti, degli altro credenti e degli apostati o di popoli e etnie diverse. Il Corano che è al contempo dottrina religiosa e politica né è l'esempio più lampante e dovrebbe essere bandito da tutti i paesi civili.

Speriamo che i gay (łi se ciama "coki" ente ła łengoa veneta) abbiano il buon senso di chiedere che il Corano sia bandito da tutti i paesi civili, poiché come dottrina religiosa, politica e codice di diritto civile e penale prescrive l'uccisione dei gay.
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Re: El mito de Dante Alighieri e del volgar talian

Messaggioda Berto » sab mag 23, 2015 6:32 am

???

È un falso Papa se non ci ordina di pregare per i cristiani perseguitati

http://www.ioamolitalia.it/blogs/verita ... itati.html

Uno dei grandi privilegi di essere di lingua italiana, è poter leggere in lingua originale la Divina Commedia, il poema della bellezza e del divino. Lo scrittore argentino Borges e molti altri hanno imparato l’italiano solo per poter leggere la Divina Commedia, poema talmente profondamente religioso, che esiste il dubbio che quella raccontata sia in realtà una visione mistica.

Contrariamente alle sciocchezze che dice Benigni, la Commedia è cristianesimo in ognuna delle sue straordinarie sillabe, forse, appunto, addirittura la descrizione di una visione mistica, e in questa visione Dante, che ama profondamente la Chiesa, pone nell’inferno due Papi, Niccolò III, aspetta, Bonifacio VIII, e pone tra i vili un terzo Papa, colui che non ha impedito l’ascesa di un malvagio.

Questo per chiarire un equivoco: si può amare profondamente la Chiesa e provare un’infinita vergogna per le sue gerarchie. Tra i doveri di un cattolico c’è quello della verità.

Nessun danno può venire dall’affermazione della verità, solo danno dal celarla.

Ogni singolo giorno il numero dei cristiani assassinato per la loro fede è di circa cinquecento e la cifra continua a salire. Ogni giorno vengono assassinati, innocenti, un numero di cristiani il cui numero è pari a quello dei palestinesi che perdono la vita ogni anno in un conflitto scatenato dai palestinesi stessi.

La Nigeria, in una sola diocesi, Boko Haram ha ucciso 5 mila cattolici e distrutto oltre 350 chiese dal 2009. Continuano in Nigeria gli orrori dell’organizzazione terroristica Boko Haram (che significa “L’educazione occidentale è peccato”). Grazie ad un rapporto della diocesi di Maiduguri, nel nord del paese, e dell’associazione “Aid to the Church in Need” (Acn), è emerso che solo in questa zona, dal 2009 gli estremisti islamici hanno ucciso più di 5 mila cattolici, più di 100 mila sono fuggiti a causa degli attentati; ci sono 10 mila bambini orfani e circa 7 mila vedove ed oltre 350 chiese sono state distrutte, in molti casi più di una volta, dopo essere state ricostruite. Ancora, dei 40 centri parrocchiali della diocesi, più della metà sono stati abbandonati dai fedeli, altri sono stati occupati dai terroristi islamici. Quattro dei cinque conventi del posto hanno dovuto chiudere.

La paura della gente è tanta e chi ha potuto tornare alle proprie case, le ha trovate devastate. Se non altro a sorreggere la comunità rimane la fede e la consapevolezza che Dio è sempre vicino a loro, dalla loro parte. Il vescovo Oliver Dashe Doeme afferma di aver ricevuto un mandato divino per guidare altri nella recita del rosario fino alla scomparsa del gruppo terroristico islamico. “Verso la fine dello scorso anno, mi trovavo nella mia cappella davanti al Santissimo Sacramento. Stavo recitando il rosario, e all'improvviso è apparso il Signore”, ha riferito il presule alla CNA il 18 aprile. Nella visione, ha affermato, Gesù all'inizio non ha detto nulla, ma ha teso una spada verso di lui, che l’ha afferrata. “Non appena ho preso la spada, si è trasformata in un rosario”, ha confessato il vescovo, aggiungendo che Gesù gli ha detto tre volte: “Boko Haram è scomparso”.
“Non avevo bisogno di alcun profeta che mi spiegasse quel fatto”, ha detto. “Era chiaro che con il rosario saremmo stati capaci di espellere Boko Haram”.

Un papa che non ci ha ordinato, ordinato, non chiesto, di pregare ogni giorno per la Nigeria è un falso Papa. Mentre i bambini muoiono, le donne sono stuprate, le chiese bruciate, è un’affermazione opinabile che non si debbano prendere le armi in pugno per andare a salvarli, è discutibile che la pace sia un valore superiore all’obbligo di soccorso, ma è un’opinione comprensibile. Non è opinabile, se siamo credenti, se siamo una religione e non una succursale della corrotta ONU, l’obbligo di pregare. Un Papa che non abbia dato questo ordine è un indegno. Quindi il momento è venuto di ricordare che è Sacra la Chiesa, non i suoi capi che sono uomini, e più di una volta sono stati uomini ignobili. Ricordiamo che è diritto, anzi dovere di un credente , come già hanno fatto Dante e Savonarola, dichiarare la verità, e la verità è che in questo momento chi siede sul seggio di Pietro non è degno di quel luogo.

Cominciamo noi a fare le cose giuste, a definire “angelo della pace” i sacerdoti nigeriani che stanno vicini al loro popolo. Cominciamo noi a fare le cose che la Chiesa non può più fare perché sta sbandando nella tempesta senza timoniere, o peggio con un traditore simoniaco al timone, che ha venduto la Chiesa di Cristo per la benevolenza di un mondo folle e anticristiano. Cominciamo noi a fare le cose che fanno i credenti, pregare e ricordare i martiri, perché è assolutamente folle che una Chiesa indegna, giunta al punto più basso della sua storia, non ci chieda nemmeno di pronunciare il rosario per la Nigeria, la Siria, l’Iraq.

In Iraq le violenze sulle donne e bambine cristiane e di ogni altra minoranza, sono atroci. Ogni donna o bambina è stata venduta decine di volte, prima di finire nei bordelli, chi tenta di resistere è bruciata viva. Bambine sono morte di peritonite, stuprate a morte, con i fornici vaginali sfondati per le violenze subite: è una morte atroce, lo shock da gram-negativi e la peritonite sono una morte atroce. Noi non abbiamo pregato, noi non stiamo pregando, l’unico giorno di preghiera e digiuno è stato per salvare dalla guerra il regime di Assad, nessuna preghiera per bambine di 10 anni stuprate a morte dopo aver assistito alla decapitazione dei fratelli e dei padri.

Padre Douglas Al Bazi, sacerdote iracheno della diocesi di Erbil, nel Kurdistan, sa bene cosa significhi soffrire la persecuzione, la perdita della casa, la tortura. Dal 2 agosto, si prende cura di centinaia di famiglie scappate dall’Isis. Intervistato dalla BBC ha raccontato la sua storia, parlando anche del perdono dei nemici.
Il dovere sarebbe stato definire Padre Douglas Al Bazi “angelo della pace”, ma questo padre non è nemmeno stato ricevuto in Vaticano, come non sono stati ricevuti il marito e il figlio di Asia Bibi, non sono stati ritenuti degni di un’udienza.
Il dovere sarebbe stato definire Asia Bibi “angelo della pace”, la sua famiglia, il ragazzo pachistano diciassettenne bruciato vivo perché cristiano, il meraviglioso ministro pachistano ucciso dopo aver lasciato un testamento che è una delle più belle professioni di fede: “Il mio nome è Shahbaz Bhatti. .. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora – in questo mio sforzo e in questa mia battaglia per aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan – Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire.”

Shahbaz Bhatti doveva essere definito “angelo della pace”.
Invece “angelo della pace” è stato definito dal Papa il presidente di un’associazione il cui Statuto all’articolo numero 1 si impegna alla distruzione di un’intera nazione, Israele, presidente di una terra che ha fatto dono al mondo del terrorismo, ha fatto dono al mondo del concetto di terrorista suicida, dell’idea del bambino terrorista.

“Guai a quelli che chiamano bene il male, e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro! Guai a quelli che si ritengono saggi e si credono intelligenti! Guai a quelli che …assolvono il malvagio per un regalo, e privano il giusto del suo diritto!” (Isaia, 5)

“La verità vi renderà liberi.
Lotta sino alla morte per la verità
e il Signore Dio combatterà per te”. (Siracide, 4:28-30)

La verità su chi siede sul trono di Pietro in questo momento è estremamente semplice.

di Silvana De Mari 21/05/2015 16:31:21


Comento:

Alberto Pento

La Divina Commedia non fa altro che raccontare, a suo modo, i viaggi mistici che gli sciamani facevano e raccontavano già 20/30/50/80 e più mila anni fa prima che l'Homo Sapiens migrasse dall'Africa (leggasi Mircea Eliade) e queste storie si possono raccontare, con mille variazioni, in tutte le lingue del mondo e non soltanto in italiano. Non credo che il Papa possa ordinare ... come un qualsiasi iman islamico o un qualsiasi dittatore o monarca assoluto. Io non sono cristiano e se lo fossi non sarei cattolico romano ma caso mai quacchero. L'ebreo Cristo non è proprietà della Chiesa Cattolica Romana che è soltanto una delle sette cristiane, anche se la più numerosa. Credo che il Papa non possa comportarsi come il Condottiero criminale e Profeta islamico Maometto, credo che non possa imbracciare una scimitarra o un mitra e ordinare la guerra a l'islam. Non spetta al Papa Cattolico Romano ergersi a promotore di una guerra universale dei cristiani all'islam. Eppoi mi pare che non abbia mai mancato di chiedere ai suoi cristiani di pregare per tutti i cristiani discriminati, perseguitati, sofferenti e uccisi della terra. Il Papa non è Dio in terra, anche se vicario di Cristo, il Papa come egli stesso ha detto è un uomo come tutti gli altri e un peccatore, "il capo o il padre santo" di una chiesa con una grande responsabilità e non può essere certo un dispensatore di morte. La civiltà europea non è soltanto di radice "giudaico-cristiana" ma anche "pagana" e non soltanto "greco-romana" ma italica, veneta, etrusca, celta, germana, baltica, slava, ugro-finnica, turco-altaica, semitica, ... e tanto altro ancora. Dio non è un cane addomesticato proprietà di qualcuno e la spiritualità umana è connaturata alla creazione e la civiltà è un portato dell'esperienza umana universale che ci viene con la creazione dalla più lontana preistoria.
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Re: El mito de Dante Alighieri e del volgar talian

Messaggioda Berto » ven giu 26, 2015 6:41 am

I singani, i furlani, i sardi, i tirołexi e tanti altri no łi ga cogno de cognosar ła Divina Comedia de Dante parké ła so łengoa ła gapie on vałor połedego e i singani no łi ga çerto cogno de cognosar el poeta toscan e de saver lexar e parlar el tałian pa' ver ła degnetà de popoło e esar recognosesti come popoło dal mondo entiero.

Io sono veneto - Mi sò veneto ???
https://www.youtube.com/watch?v=0L7UlAd6g2s

La degnetà e l valor de naltri veneti no łi depende dal saver o manco ła Divina Comedia de Aligheri, non ghè gnente de soran ente sta opara xletrana e Dante no lè on descremene tra łe bestie e łi omani.
No ocor cognosar Dante pa ver degnetà łengoestega, coultural e omana.
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Re: El mito de Dante Alighieri e del volgar talian

Messaggioda Berto » lun feb 22, 2016 6:43 am

Dante e l’Islam
È ormai assodata l’influenza di molte fonti musulmane sull’autore della Divina Commedia. Ma oggi, turbati dalla violenza fondamentalista, tendiamo a dimenticare i rapporti profondi tra la cultura araba e quella occidentale
12 dicembre 2014

http://espresso.repubblica.it/opinioni/ ... m-1.191222

Nel 1919 Miguel Asín Palacios pubblicava un libro (“La escatologia musulmana en la Divina Comedia”) che aveva fatto subito molto rumore. In centinaia di pagine identificava analogie impressionanti tra il testo dantesco e vari testi della tradizione islamica, in particolare le varie versioni del viaggio notturno di Maometto all’inferno e al paradiso.

Specie in Italia ne era nata una polemica tra sostenitori di quella ricerca e difensori dell’originalità di Dante. Si stava per celebrare il sesto centenario della morte del più “italiano” dei poeti, e inoltre il mondo islamico era guardato piuttosto dall’alto al basso in un clima di ambizioni coloniali e “civilizzatrici”: come si poteva pensare che il genio italico fosse debitore delle tradizioni di “extracomunitari” straccioni?

Ricordo che alla fine degli anni Ottanta avevamo organizzato a Bologna una serie di seminari sugli interpreti “deliranti” di Dante, e quando ne era uscito un libro (“L’idea deforme”, a cura di Maria Pia Pozzato) i vari saggi si occupavano di Gabriele Rossetti, Aroux, Valli, Guénon e persino del buon Pascoli, tutti accomunati come interpreti eccessivi, o paranoici, o stravaganti del divino poeta. E si era discusso se porre nella schiera di questi eccentrici anche Asín Palacios. Ma si era deciso di non farlo perché ormai tante ricerche successive avevano stabilito che Asín Palacios forse era stato talora eccessivo ma non delirante.

Ormai è assodato che Dante abbia subito l’influenza di molte fonti musulmane. Il problema non è se lui le avesse avvicinate direttamente ma come sarebbero potute pervenirgli. Si potrebbe cominciare dalle molte visioni medievali, dove si raccontava di visite ai regni dell’oltretomba. Sono la “Vita di san Maccario romano”, il “Viaggio di tre santi monaci al paradiso terrestre”, la “Visione di Tugdalo”, sino alla leggenda del pozzo di san Patrizio. Fonti occidentali, certo, ma ecco che Asín Palacios le paragonava a tradizioni islamiche, mostrando che anche in quei casi i visionari occidentali avevano appreso qualcosa dai visionari dell’altra sponda del Mediterraneo.

E dire che Asín Palacios non conosceva ancora quel “Libro della Scala”, ritrovato negli anni Quaranta del secolo scorso, tradotto dall’arabo in castigliano e poi in latino e antico francese. Poteva conoscere Dante questa storia del viaggio nell’oltretomba del Profeta? Poteva averne avuto notizia attraverso Brunetto Latini, suo maestro, e la versione latina del testo era contenuta in una “Collectio toledana”, dove Pietro il Venerabile, abate di Cluny, aveva fatto raccogliere testi arabi filosofici e scientifici - tutto questo prima della nascita di Dante. E Maria Corti si era molto battuta per riconoscer la presenza di queste fonti musulmane nell’opera dantesca. Chi oggi voglia leggere qualcosa su almeno un resoconto della avventura oltremondana del Profeta trova da Einaudi “Il viaggio notturno e l’ascensione del profeta”, con una prefazione di Cesare Segre.

Il riconoscere queste influenze non toglie nulla alla grandezza di Dante, con buona pace degli antichi oppositori di Asín Palacios. Tanti autori grandissimi hanno porto orecchio a tradizioni letterarie precedenti (si pensi, tanto per fare un esempio all’Ariosto) e tuttavia hanno poi concepito un’opera assolutamente originale.
Ho rievocato queste polemiche e queste scoperte perché ora l’editrice Luini ripubblica il libro di Asín Palacios, con il titolo più accattivante di “Dante e l’Islam”, e riprende la bella introduzione che Carlo Ossola ne aveva scritto per la traduzione del 1993.

Ha ancora senso leggere questo libro, dopo che tante ricerche successive gli hanno in gran parte dato ragione? Lo ha, perché è scritto piacevolmente e presenta una mole immensa di raffronti tra Dante e i suoi “precursori” arabi. E lo ha ai giorni nostri quando, turbati dalle barbare follie del fondamentalismi musulmani, si tende a dimenticare i rapporti che ci sono sempre stati tra la cultura occidentale e la ricchissima e progredita cultura islamica dei secoli passati.



A digo mi:
I tre viaggi estatici della Divina Commedia come quelli coranici di Maometto, non sono altro che una variazione sul tema dei viaggi sciamanici nell'aldilà per accompagnare le anime dei morti, ascensione al cielo anche anche su per una scala e discesa all'inferno: viaggi estatici universali in paradiso, all'inferno e al purgatorio. Non c'è nulla di nuovo nei viaggi della Divina Commedia e del Corano, rientrano tutti nelle tradizionali visioni spirituali universali "pagane" e preistoriche. Leggasi Storia delle Religioni di Mircea Eliade.
Poi non si faccia troppa confusione tra "arabo, mondo arabo e paesi islamici che parlano e non parlano arabo" poiché le genti islamiche sono per circa il 90% non arabe. Inoltre non si dimentichi che l'espansione imperiale politico militare islamica, nei secoli ha cancellato con la violenza della discriminazione e del razzismo religioso, tutte le diversità religiose non islamiche: si pensi all'Egitto che un tempo era quasi totalmente cristiano copto e che oggi lo è soltanto per il 10%. In Arabia invece sono scomparsi tutti: ebrei, cristiani, zorooastriani che al tempo di Maometto erano la stragran maggioranza.
Aggiungo che la maggioranza degli "scienziati" del mondo islamico del passato medioevale, erano prevalentemente ebrei e cristiani convertitisi all'islam o dhimmi (sudditi non mussulmani e perciò di condizione inferiore ai mussulmani) e islamici non arabi ma iraniani, persiani, siriani, iberici, turchi, egiziani.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: El mito de Dante Alighieri e del volgar talian

Messaggioda Berto » lun feb 22, 2016 1:22 pm

Maometto e la nascita dell'Islam
Antonio Albino

http://www.dimensionecultura.it/articol ... islam.html

Il viaggio estatico in Cielo ed il Libro Sacro

Si chiedeva a Maometto di dimostrare l'autenticità della sua vocazione profetica ascendendo in Cielo e recando poi agli uomini un Libro Sacro: in altri termini, Maometto doveva conformarsi al modello incarnato da Mosè, Daniele, Enoch, Mani e altri Messaggeri i quali, salendo al Cielo, avevano incontrato Dio e avevano ricevuto dalle sue stesse mani il Libro contenente la Rivelazione divina.

Questo scenario era familiare tanto al giudaismo normativo e all'apocalittica ebraica che ai Samaritani, agli gnostici e ai Mandei. La sua origine risale al mitico re mesopotamico Emmenduraki ed è solidale con l'ideologia della regalità.

Le autodifese e le giustificazioni del Profeta si sviluppano e si moltiplicano man mano che si precisano le accuse degli increduli.

Come tanti altri profeti e apostoli prima di lui e come alcuni dei suoi rivali, Maometto si proclama e si considera l'Apostolo ( il Messaggero) di Dio ( rasul Allah ), in quanto egli recherebbe ai suoi conterranei una rivelazione divina. Il Corano è - la Rivelazione in lingua araba classica -, e pertanto è perfettamente comprensibile agli abitanti della Mecca: se essi persistono nella loro incredulità è a causa della loro cecità dinanzi ai segni divini, a causa del loro orgoglio e della loro noncuranza. D'altronde, Maometto sa benissimo che prove analoghe sono state subite dai profeti inviati da Dio prima di lui: Abramo, Mosè, Noè, David, Giovanni Battista, Gesù.

L'ascensione al cielo ( mi'raj) è un'ulteriore risposta agli increduli: - Gloria a Colui che ha fatto viaggiare di notte il suo servo, dalla Moschea Santa alla Moschea più remota, di cui noi abbiamo benedetto la cinta, e questo al fine di mostrargli alcuni dei nostri Segni -. La tradizione situa il viaggio notturno verso l'anno 617 o 619: salito sulla giumenta alata al-Boraq, Maometto visita la Gerusalemme terrena e arriva sino in Cielo. Il racconto di questo viaggio estatico è ampiamente documentato nelle fonti successive, ma lo scenario non è sempre lo stesso: secondo taluni il Profeta sul suo cavallo alato, contempla gli Inferi e il Paradiso e si avvicina al trono di Allah . Il viaggio non sarebbe durato che un istante: la giara che Maometto aveva rovesciato partendo non aveva lasciato espandersi tutto il suo contenuto allorché egli era già di ritorno. Un'altra tradizione ricorda invece la scala su cui Maometto, trascinato dall'angelo Gabriele, sarebbe salito sino alle porte del Cielo: egli arriva al cospetto di Allah e apprende dalla sua stessa bocca di essere stato posto al disopra di tutti gli altri profeti e di essere proprio lui, Maometto, ‘l'amico' di Allah. Dio gli affida il Corano e talune conoscenze esoteriche, che Maometto non deve comunicare ai fedeli.

Questo viaggio estatico avrà un'importanza fondamentale nella mistica e nella teologia musulmana successive, in quanto evidenzia un tratto specifico del genio di Maometto e dell'Islam che occorre sottolineare sin d'ora e cioè la volontà di assimilare e integrare in una nuova sintesi religiosa, pratiche, idee e scenari mitico-rituali tradizionali. Abbiamo visto che la tradizione islamica ha rivalutato il tema arcaico del – Libro sacro -, ricevuto da un Apostolo in occasione del suo viaggio celeste. Vedremo in seguito i risultati del confronto dell'Islam con l'Ebraismo, con altre tradizioni religiose e persino con una tradizione ‘pagana' e immemoriale come quella della Ka'ba (NdR-Edificio sacro a forma di cubo che si trova all'esterno della Grande Moschea ubicata a La Mecca).


L'emigrazione ( egira ) a Medina

La posizione di Maometto e dei suoi fedeli si andava aggravando sempre più, finchè i dignitari della Mecca decisero di escluderli dai diritti propri delle rispettive tribù – e si sa che l'unica protezione di cui un Arabo potesse godere era l'appartenenza ad una tribù. Nonostante ciò Maometto venne difeso da suo zio Abu Talib – che pure non aderì mai all'Islam- , ma dopo la morte di questo suo fratello, Abu Lahad, riuscì a privare il Profeta dei suoi diritti. Il problema posto da questa opposizione sempre più violenta da parte dei Coreisciti venne risolto con un'audace mossa teologica: era Allah stesso a volere questa ‘persecuzione'. L'attacccamento cieco al politeismo era stato deciso da Allah sin dall'eternità , ed era perciò inevitabile la brusca separazione dagli increduli: - Io non adoro quel che adorate voi; voi non adorate quel che adoro io! –

Verso il 615, per proteggerli dalle persecuzioni ma anche per il timore di qualche scisma, Maometto decise quindi di ritirarsi in esilio in questa città, dove la religione tradizionale non era umiliata da interessi economici e politici, e dove risiedevano molti Ebrei, naturalmente monoteisti. Inoltre, quella città-oasi s'era dissanguata in una lunga guerra intestina, e alcune tribù ritenevano che un Profeta – la cui autorità non era fondata sul sangue ma sulla religione – potesse prescindere dalle relazioni tribali e rivestire la funzione di paciere. Una delle due principali tribù, del resto aveva già abbracciato per larga parte l'Islam, convinta che Dio avesse affidato a Maometto un messaggio rivolto a tutti gli Arabi.

Nel 622, in occasione del pellegrinaggio alla Mecca, una delegazione di settantacinque uomini e due donne di Yathrib incontra segretamente il Profeta e s'impegna, con giuramento solenne, a combattere per lui; i fedeli cominciano allora a lasciare La Mecca in piccoli gruppi, alla volta di Yathrib. La traversata del deserto ( più di 300 km ) dura nove giorni, e Maometto è uno degli ultimi a partire, accompagnato dal patrigno Abu Bekr. Il 24 settembre arrivano a Qoba, un villaggetto nei pressi di Medina.- L'emigrazione, l'Egira ( al Hijra , in arabo) si concludeva così con successo. Poco tempo dopo, il Profeta fece il suo ingresso a Medina e lasciò alla sua cammella la scelta del sito in cui avrebbe abitato. La casa, che serviva anche da luogo di raccolta dei fedeli per le preghiere in comune, fu pronta solo un anno dopo, poiché fu necessario costruire gli appartamenti delle spose del Profeta.

L'attività politica e religiosa di Maometto a Medina si distingue nettamente da quella del periodo a La Mecca, e questo è assai evidente nelle sure (NdR-Il Corano è costituito da 114 capitoli detti sure ) dettate dopo l'Egira, che si riferiscono soprattutto all'organizzazione della comunità dei fedeli ( umma ) e alle sue istituzioni socio-religiose: La struttura teologica dell'Islam era ormai stabilita nella sua forma definitiva al momento in cui il Profeta lasciava La Mecca, ma soltanto a Medina egli precisò le regole del culto ( le preghiere, i digiuni, le offerte, i pellegrinaggi). Sin dall'inizio Maometto rivelò un'intelligenza politica eccezionale. In primo luogo, attuò la fusione dei musulmani venuti da La Mecca ( gli – emigrati -) e dei convertiti di Medina (gli- ausiliari -), proclamandosi il loro unico capo: in questo modo venivano abolite le varie ‘fedeltà' tribali e, da quel momento, sarebbe esistita soltanto una comunità unica di tutti i musulmani, organizzata come società teocratica. Nella Costituzione, stabilita probabilmente nel 623, Maometto decretò che gli ‘emigrati' e gli ‘ausiliari' (cioè la ummah) costituissero un solo popolo, distinto da tutti gli altri, e precisò inoltre i diritti e i doveri degli altri clan - comprese le tribù ebraiche. Indubbiamente, non tutti gli abitanti di Medina erano soddisfatti delle sue iniziative, ma il suo prestigio politico aumentava col crescere dei suoi successi militari. Erano però soprattutto le nuove rivelazioni trasmesse dall'angelo ad assicurare la riuscita delle sue decisioni. La delusione maggiore provata da Maometto a Medina fu quella di fronte alle reazione delle tre tribù ebraiche: prima di emigrare, il Profeta aveva scelto Gerusalemme quale punto di riferimento e – direzione - ( quiblah) delle preghiere secondo la pratica ebraica e, dopo essersi insediato a Medina, accolse anche altri rituali ebraici. Le sure dettate nei primi anni dell'Egira testimoniano degli sforzi da lui compiuti per convertire gli Ebrei: - O popolo del Libro! Il nostro Profeta è giunto a voi per istruirvi dopo un'interruzione della profezia, affinché voi non diciate: ‘ Nessun Messaggero della buona novella, nessun ammonitore è venuto a noi'. Maometto avrebbe permesso agli ebrei di conservare le loro tradizioni rituali se lo ‘avessero riconosciuto come profeta' ma ecco che gli ebrei si mostrano sempre più ostili, rilevando gli errori nel Corano e provando che Maometto non conosce l'Antico Testamento.

La rottura si verificò l'11 febbraio dell'anno 624, allorquando il Profeta ricevette una nuova rivelazione che ingiungeva ai musulmani di rivolgersi, per le loro preghiere, non più in direzione di Gerusalemme, bensì verso La Mecca. Con intuizione geniale, Maometto proclamò che la Ka'ba era stata costruita da Abramo e da suo figlio Ismaele e che soltanto a causa dei peccati, commessi dagli avi il santuario si trovava sotto il controllo degli idolatri. D'ora in poi – il mondo arabo ha il suo tempio, e quest'ultimo è più antico di Gerusalemme. Questo mondo ha il suo monoteismo, l' Hanifismo (…). Per queste vie traverse l'Islam, sviato un istante dalle proprie origini, vi ritorna per sempre. Le conseguenze politiche e religiose di questa decisione sono importanti: da un lato, ecco assicurato l'avvenire dell'unità araba; dall'altro, le riflessioni successive sulla Ka'ba sfoceranno in una teologia del Tempio sotto il segno dei monoteisti più antichi, e quindi dei ‘veri' monoteisti. Per il momento Maometto si distacca sia dall'ebraismo, che dal cristianesimo, le due –religioni del Libro- che, secondo lui, non avrebbero potuto conservare la purezza originaria: era stato questo il motivo per cui Dio aveva inviato il suo ultimo messaggero e che l'Islam era destinato a succedere al cristianesimo allo stesso modo in cui quest'ultimo era succeduto all'ebraismo.

Brani tratti dal testo di Mircea ELIADE: Storia delle credenze e delle idee religiose.

Mircea Eliade (1907-1986) nacque a Bucarest, dove conseguì la laurea in Filosofia. Dal 1929 al 1931 soggiornò a Calcutta dove si dedicò allo studio del sanscrito e della filosofia indiana. Fu qui che preparò la sua tesi di dottorato, che sarà pubblicata con il titolo: Lo yoga, immortalità e libertà . La sua attività si svolse a Parigi, dove tenne corsi di Storia delle Religioni alla Sorbona ed a Chicago dove occupò la cattedra di Storia delle Religioni.E' autore di opere fondamentali sul culto e sul mito, elencate nella sezione Bibliografia.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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