Sterminio degli africani da parte degli italiani fascisti

Sterminio degli africani da parte degli italiani fascisti

Messaggioda Berto » mar apr 22, 2014 3:08 pm

Sterminio degli africani da parte degli italiani fascisti
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... =175&t=794

Gli italiani fascisti hanno aoperato il lanciafiamme e i gas contro gli indigeni

http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_d'Etiopia

L'Imperatore d'Etiopia Hailé Selassié denunciò di fronte alla Società delle Nazioni l'uso da parte dell'esercito italiano di armi chimiche contro la popolazione etiope con queste parole nel suo discorso del 12 maggio 1936:

« [...] È mio dovere informare i governi riuniti a Ginevra, in quanto responsabili della vita di milioni di uomini, donne e bambini, del mortale pericolo che li minaccia descrivendo il destino che ha colpito l'Etiopia. Il governo italiano non ha fatto la guerra soltanto contro i combattenti: esso ha attaccato soprattutto popolazioni molto lontane dal fronte, al fine di sterminarle e di terrorizzarle. [...] Sugli aeroplani vennero installati degli irroratori, che potessero spargere su vasti territori una fine e mortale pioggia. Stormi di nove, quindici, diciotto aeroplani si susseguivano in modo che la nebbia che usciva da essi formasse un lenzuolo continuo. Fu così che, dalla fine di gennaio del 1936, soldati, donne, bambini, armenti, fiumi, laghi e campi furono irrorati di questa mortale pioggia. Al fine di sterminare sistematicamente tutte le creature viventi, per avere la completa sicurezza di avvelenare le acque e i pascoli, il Comando italiano fece passare i suoi aerei più e più volte. Questo fu il principale metodo di guerra. [...] A parte il Regno di Dio, non c'è sulla terra nazione che sia superiore alle altre. Se un governo forte acquista consapevolezza che esso può distruggere impunemente un popolo debole, quest'ultimo ha il diritto in quel momento di appellarsi alla Lega delle Nazioni per ottenere il giudizio in piena libertà. Dio e la storia ricorderanno il vostro giudizio. [...] »
(Estratto del discorso di Hailé Selassié alla Società delle Nazioni, 30 giugno 1936[34].)



La pianificazione operativa italiana dell'attacco all'Etiopia prevedeva fin dall'inizio la possibilità dell'impiego delle armi chimiche, in particolare gas asfissianti; il deposito principale venne organizzato a Sorodocò dove il "servizio K" dell'esercito ammassò tra l'aprile 1935 e il maggio 1936 6.170 quintali di fosgene, cloropicrina, iprite, arsina, lewisite, oltre a 84.000 maschere antigas. Anche il generale Graziani considerava l'impiego di armi chimiche: l'8 settembre 1935 richiese infatti al generale Baistrocchi l'invio nel suo settore di 55.000 maschere e 60.000 proiettili d'artiglieria, bidoni a scoppio, candele e bombe a mano caricate con aggressivi chimici e gas lacrimogeni.

In realtà Mussolini fin dalle direttive del 31 dicembre 1934 indirizzate al capo di stato maggiore, generale Badoglio, aveva previsto in modo esplicito, dopo aver stabilito che l'obiettivo della guerra avrebbe dovuto essere "la conquista totale dell'Etiopia", l'uso dei gas, scrivendo di necessità di raggiungere la "superiorità assoluta di artiglierie di gas".
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 32555
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Re: Stermegno de li afregani da parte de li taliani

Messaggioda Berto » mar apr 22, 2014 3:11 pm

A go on sogno!
A go on sogno da vivar vanti de morir e lè coeło de poder vedar, miłara de Veneti montegar so łe nostre Alpi sante e ke a miłara łi se raduna so łe piane dei 4 osari vixentini: del Cimon, del Paxoubio, de Axiago, del Gràpa
e ke da łi, łi ghe sighe ai nostri morti, a l’Ouropa e al mondo intiero kel nostro canto no lè coeło barbaro e viołento de łi tałiani, el canto mamełego-roman de łi sasini de Cristo ma tuto naltro, na canta de paxe, de fradernetà e de ben;
e ke dapò a miłara ognoun el porte on tricołor tałian a bruxar so l braxer del riscato e ke l’oxe alto: mi so veneto e no tałian e ke pì gnente me podarà costrenxar a portar sta orenda bandera ke ła gronda del sangoe de ła nostra xente veneta.
No łi se vargogna mia łi alpini de ver sempre en man el tricołor tałian e de cantar l’orenda canta mamełega piena de viołensa e ke ła exalta łi sasini de Cristo.

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... logo-a.jpg


=====================================================================================================================================

Ogni riferimento all’italianità è estraneo alla cultura Alpina

http://www.lindipendenza.com/ogni-rifer ... ura-alpina

di ALESSANDRO ZERBINATO

Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don. Ho ancora negli occhi il quadrato di Cassiopea che mi stava sopra la testa tutte le notti e i pali di sostegno del bunker che mi stavano sopra la testa di giorno. E quando ci ripenso provo il terrore di quella mattina di gennaio quando la Katiuscia, per la prima volta, ci scaraventò addosso le sue settantadue bombarde. Incipit de “Il Sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern.

E’ innegabile che, nelle regioni del nord e nel Veneto, uno dei collanti dell’italianità sia costituito dagli alpini che con l’ANA danno vita a manifestazioni che negli ultimi anni si sono moltiplicate interessando moltissimi Comuni riempiendoli di tricolori.

Riguardo a tale sfoggio tricolorito, a questo gran pavese itinerante di un’italianità sempre meno sentita, un indipendentista veneto prova sentimenti contrastanti poiché se è vero che questo spirito patriottico provoca una certa nausea per l’evidente falso storico su cui è costruito è anche vero che proviamo grande rispetto per gli alpini.

Le truppe alpine furono usate senza criterio nella guerra fascista prima contro la Grecia e poi… CONTINUA A LEGGERE QUI

http://www.dirittodivoto.org/dblog/arti ... newsletter

Comenti===============================================================================================================================

pippogigi
22 Aprile 2014 at 10:20 am #

Agli inizi degli anni novanta mi ricordo che uno mi parlava della preoccupazione che suscitava negli occupanti italiani il Corpo degli Alpini.
Costituito in gran parte da Padani, l’unico con spirito di corpo ed orgoglio di appartenenza, si temeva che in caso di secessione, gli alpini si sarebbero schierati in gran parte a difesa della loro Patria contro l’invasore italiano.
Il problema venne presto risolto, abolita la ferma obbligatoria, con i consueti criteri italici, per cui gli stipendi pubblici vanno assegnati ai magna greci, ecco il Corpo degli Alpini, rimpinzato da italiani, snaturandone la natura di reparto sorto a difesa delle valli alpine e costituito da residenti esperti del territorio. Ricordo che questi reparti, nati come “Chasseurs des Alpes” nel settecento erano per l’appunto formati da montanari, che conoscevano tutti i sentieri e gli anfratti della loro zona dandogli un vantaggio incolmabile su qualunque esercito invasore.
Da mesi mi sto documentando sulla tragedia della prima e seconda guerra mondiale, in cui uno Stato invasore ha obbligato una popolazione invasa, i padani, a combattere le sue guerre. Guardo con sgomento le lapidi ai caduti, spesso nei paesini di montagna il numero dei caduti (e sono esclusi quelli tornati mutilati o invalidi al lavoro) supera quello dei residenti attuali. Un vero genocidio di cui l’italia dovrà rispondere assieme a quello culturale ancora in atto.
Qualcuno si è lamentato perché nella trasmissione di Santoro venivano presentati dei giovani veneti che giocavano alla guerra. Dalle loro interviste quello che mi è più piaciuto è che dicevano che non erano disposti a combattere per l’italia ma lo avrebbero fatto per la libertà del Veneto.


Heinrich
22 Aprile 2014 at 2:44 pm #

Gli Alpini sono stati fondati per opera del capitano di Stato Maggiore Giuseppe Domenico Perucchetti (Regio Decreto n. 1056 del 15 ottobre 1872) come truppe di montagna per la difesa dei confini montani del regno sabaudo ma, anche se il Corpo nasce più tardi, le truppe da montagna sabaude già fecero la loro prima comparsa nella Guerra di Crimea (1853-56), a memoria della quale i reparti Alpini valdostani usano ancora oggi quale slogan il motto evidenziato in grassetto di una canzone nata durante quella guerra in Crimea.

La creazione di queste truppe alpine fu sin da subito chiara espressione del nazionalismo imperialista italiano, nato nel XIX secolo, che poneva un’attenzione sempre maggiore sul preteso confine naturale del paese lungo l’arco alpino.
Già nel 1888 gli alpini, nati per difendere questo confine, furono invece inviati in Africa a conquistare delle colonie per l’Italia.

Alla guerra contro l’Impero Ottomano (1911-12), iniziata dall’Italia per annettersi le province turche della Tripolitania e della Cirenaica (Libia), nonché le isole egee del Dodecaneso, parteciparono dieci battaglioni di Alpini.
Reparti di Alpini furono anche coinvolti nella dura repressione del movimento per la liberazione della Libia, durata fino al 1933.
La popolazione libica fu decimata nei campi di concentramento, con marce di morte nel deserto e con le armi chimiche usate anche contro i civili.
Questa guerra crudele viene ricordata dal monumento all’Alpino di Meran e, al cimitero di Brixen, dalla scritta sotto il busto del brissinese Heinrich Sader, morto in circostanze misteriose in Libia.
“Caduto in terra d’Africa per la più grande Italia” recita questa scritta,, cioè per le guerre imperialiste italiane.
Secondo la propaganda, ripetuta ancora oggi, l’Italia avrebbe portato cultura e civiltà; in realtà ha portato solo morte e distruzione. “I veri barbari siamo noi”, scrisse a suo tempo il giornale socialista italiano “Avanti”
.

Nella guerra d’aggressione contro l’Austria, a partire dal 1915, gli Alpini sostennero gran parte dei combattimenti, soprattutto sul fronte del Tirolo, e dopo la guerra la propaganda fascista creò il mito dell’Alpino come soldato montanaro che avrebbe conquistato per l’Italia quella parte delle Alpi che sarebbe stata destinata all’Italia dalla Natura o addirittura da Dio stesso.

Almeno fino all’applicazione del trattato di pace del febbraio 1921, non avrebbero potuto cambiare una virgola nei territori occupati del Tirolo e del Litorale, in ossequio a quanto stabilito nella Convenzione dell’Aia del 1907; avrebbero dovuto tenere in vigore le leggi austriache, non avrebbero potuto internare i civili, epurare, licenziare, perseguitare, arrestare, espellere gli “austriacanti” o i reduci dell’esercito austro-ungarico, cambiare i cognomi “non italiani” alla popolazione, cambiare i nomi delle strade, dei paesi e delle provincie, chiudere scuole, distruggere monumenti o innalzarne di nuovi; non avrebbero potuto espropriare, nazionalizzare, imporre loro plenipotenziari quali amministratori di società commerciali, navali ed industriali private. Avrebbero dovuto solo comportarsi come dei diligenti “custodi”.
Inoltre, la “Brigata Sassari” sedò a cannonate una rivolta cittadina nel quartiere operaio di San Giacomo, a Trieste nel settembre del 1920, che occupavano dal 1918 ed era stata scelta per merito dell’incomunicabilità tra i soldati sardi e la popolazione triestina a causa della mutua incomprensibilità linguistica.

Un ruolo molto importante, gli Alpini lo hanno svolto nella guerra d’annientamento contro l’impero etiopico (1935-1936).
Proprio per questa guerra fu costituita il 31 dicembre del 1935 la divisione alpina “Pusteria”, che infanga ancora oggi il buon nome della valle.
In questa guerra l’Italia fece uso delle armi chimiche in quantità mai viste anche contro i civili, le truppe italiane non fecero quasi mai prigionieri ed anche gli Alpini parteciparono alle uccisioni di massa della nobiltà etiope e dei religiosi cristiani copti: soltanto nella città sacra di Debre Libanos furono uccisi circa 2000 tra preti e monaci.
La Divisione Pusteria partecipò poi alle battaglie cruente di Tigrai, Amba Aradan, Amba Alagi e Tembien ed ai massacri di Mai Ceu e al lago Ashangi, che continuarono anche dopo la fine ufficiale della guerra.

Nell’aprile del 1937, la Divisione Pusteria ritornò in Italia e sfilò per le vie di Roma.
Nel 1938 Mussolini ordinò di persona la costruzione di un monumento a Bruneck per glorificare le “gesta eroiche” della Divisione Pusteria.
Davanti a questo monumento degli orrori gli Alpini depongono ancora oggi le loro corone.

La Divisione Pusteria intervenne anche quando l’Italia, il 10 giugno del 1940, dichiarò guerra alla Francia, e successivamente partecipò all’aggressione contro la Grecia, aggiungendosi alla “Julia”, presente in quella campagna sin dall’inizio.
L’occupazione italiana della Grecia costò la vita a circa 100.000 tra civili e soldati greci.

La Divisione Pusteria fu trasferita nell’estate del 1941 in Montenegro ed in Croazia, per la lotta contro i partigiani.
Il comportamento degli Alpini in questi paesi balcanici non fu meno crudele che in Etiopia; interi paesi furono bruciati, persone sospette torturate ed uccise. Alcuni episodi sono noti, come ad esempio quello degli alpini dei battaglioni Ivrea e Aosta, «che rastrellarono undici villaggi in Montenegro e fucilarono venti contadini».
Ma né più né meno di altri reparti italiani, a meno che non emerga una statistica comparativa.

Un capitolo a parte merita la partecipazione degli Alpini alla guerra contro l’Unione Sovietica.
L’Italia dichiarò la guerra all’Unione Sovietica il 23 giugno del 1941, un giorno dopo la Germania nazista; Mussolini inviò tre divisioni di fanteria, il cosiddetto Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR), che nel 1942 aumentò a dieci, che formarono la nuova VIII Armata, detta “Armata Italiana in Russia” (ARMIR).
Di queste dieci divisioni, tre erano divisioni alpine: Cuneense, Julia e Tridentina.
I comportamenti dei soldati italiani nei confronti della popolazione dei territori occupati non si differenziarono da quelli dei soldati nazisti: secondo le direttive degli alti comandi, ogni resistenza attiva o passiva della popolazione civile era da reprimere con metodi durissimi. Le cosiddette spie erano da giustiziare sul posto.
Il generale Gabriele Nasci, comandante del corpo alpino, aveva dato l’ordine di rispondere con “rappresaglie di severità esemplare“ ad ogni atto ostile; le truppe dovevano prendere ostaggi ed ucciderli, nel caso fosse necessario, mentre i commissari politici sovietici, i “ribelli” e gli “elementi indesiderati”, come ebrei e zingari, venivano consegnati il più presto possibile ai tedeschi, conoscendo ed approvando quello che era loro destinato.
Diversi documenti provano come questo sia veramente successo; così come ampiamente documentata è la completa distruzione dei paesi di Snamenka e di Gorjanowski, in Ucraina, dove l’intera popolazione di questi villaggi fu trucidata dalle truppe italiane.

L’Unione Sovietica ha condannato per crimini di guerra diversi ufficiali italiani catturati, ed ha chiesto l’estradizione di diversi altri criminali di guerra all’Italia, che fu negata.
Perfino i comandi militari tedeschi (sic!) criticavano a volte il comportamento troppo crudele degli italiani, mentre il comandante dell’ARMIR, Generale Giovanni Messe, scriveva viceversa subito dopo la guerra che il corpo di spedizione italiano si sarebbe distinto da tutti gli altri eserciti “per la sua cultura superiore, il suo senso di giustizia e la sua comprensione umana”.
Nelle lettere dei soldati italiani, raccolte nel centro di censura a Mantova, si legge invece di soprusi e di assassinii di civili.

Si può quindi affermare che gli alpini non hanno mai combattuto una guerra difensiva nella loro storia, ma hanno effettuato solo invasioni di terre altrui, come tutte le altre forze armate italiane.

Dei 57.000 Alpini che parteciparono all’aggressione contro l’Unione Sovietica, soltanto 11.000 ritornarono, e dopo la guerra è uscita in Italia una ricca letteratura giustificativa, che ha creato il nuovo mito dell’Alpino come vittima e non come colpevole in questa campagna di Russia; in realtà gli alpini sarebbero state vittime di un governo irresponsabile.

Il loro sacrificio fu di certo strumentalizzato dal fascismo, e questo viene fatto ancora oggi per giustificare comportamenti non giustificabili e creare nuovi miti.

Uno di questi nuovi miti è quello di Nikolajewka: secondo questa leggenda, la Divisione Tridentina avrebbe sfondato, il 26 gennaio 1943, dopo aspri ed eroici combattimenti, l’accerchiamento sovietico, aprendo la strada verso ovest a tanti soldati sia italiani che tedeschi.
In realtà l’accerchiamento fu rotto dal 24° corpo corazzato tedesco.
Più di questo falso storico-militare preoccupa però il fatto che gli alpini ricordano ancora oggi una presunta vittoria in una guerra criminale, identificandosi in questo modo ancora oggi con questa guerra.

Dopo la guerra, il governo Degasperi, in seguito all’amnistia decretata dal Ministro alla Giustizia Togliatti, ha fatto di tutto per impedire procedimenti contro militari italiani per crimini commessi in Libia, Etiopia, nei paesi balcanici o nell’Unione Sovietica.
Si cercava di creare l’impressione che le forze armate italiane, pur essendo stata l’Italia alleata della Germania nazista, si sarebbero sempre comportate in modo impeccabile.
Nella logica della guerra fredda, Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti, per tenere l’Italia nel blocco occidentale, non ebbero alcun interesse nel perseguire crimini di guerra italiani commessi in paesi ormai comunisti, per cui questi rimasero impuniti.
Questo perdono generale per i crimini del regime fascista è stato fondamentale nel minare la fiducia dei paesi dell’Est nella memoria collettiva europea.

Oggi tutto questo non si vuole ricordare; si cerca invece di costruire nuove leggende; così oggi tutti i media italiani si attengono strettamente alla retorica fascista secondo la quale l’Alpino sarebbe un montanaro semplice, tenace, buono, coraggioso e patriottico, ed è proprio allo scopo di diffondere questo falso spirito che fu fondata nel 1919 l’Associazione Nazionale Alpini, subito allineatasi al regime fascista e dal quale non si è mai distanziata in modo inequivocabile.

Gli stessi reduci sono convinti di rappresentare degli alti valori e di essere “buoni”, mentre sono in realtà a loro volta vittime inconsapevoli del nazionalismo italiano.

Nonostante tutto ciò che commisero con quella divisa, gli Alpini hanno sempre dato grande importanza alla continuità della loro tradizione e non hanno mai preso le distanze dal loro passato; ad esempio la continua deposizione di fiori e corone ai monumenti di Meran e Bruneck dimostra che gli Alpini non si vergognano per niente dei crimini commessi in Libia ed in Etiopia, così come in Sudtirolo gli Alpini si continuarono a comportare da forze occupatrici:
nel 1958 riuscirono a far sospendere per sei mesi il sindaco di Brixen, Valerius Dejaco, perché si era rifiutato di partecipare il 4 novembre alla festa degli Alpini per la “vittoria” contro la popolazione che il sindaco stesso rappresentava.

Non solo gli alpini, ma tutte le forze armate italiane, non hanno mai preso le distanze dal loro passato colonialista e criminale; la differenza tra gli alpini e gli altri corpi è che i primi hanno “penetrato” la società civile con le loro associazioni di reduci, veicolo del nazionalismo italiano e del suo militarismo, mentre gli altri corpi militari italiani non sfilano in centomila nelle città occupate delle “terre redente” e non ottengono le dirette televisive.

Gli Alpini sono comunque uno strumento di propaganda di “italianità” quasi quanto le “Frecce Tricolori” ma, purtroppo, non più di quanto lo siano le scuole pubbliche ed i media.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 32555
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Re: Stermegno de li afregani da parte de li taliani

Messaggioda Berto » mar apr 22, 2014 3:11 pm

Łi egnoranti edeołoghi del nasionałeixmo tałian

viewtopic.php?f=153&t=761
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 32555
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Re: Stermegno de łi afregani da parte de łi tałiani

Messaggioda Berto » gio mag 08, 2014 9:07 pm

Italia coloniale / Peggio delle Fosse Ardeatine

http://isole.ecn.org/asicuba/articoli/eccidio.htm

La strage cancellata

di Andrea Semplici
"Mi sono sbagliato: è andata anche peggio", si corregge Angelo Del Boca a proposito del massacro di Debre Libanos (Etiopia). Ricerche recenti fanno triplicare il numero dei monaci vittime dell'ira del maresciallo Graziani: probabilmente 1.600. Accadde 60 anni fa. Ricorre in questo mese l'anniversario dell'attentato che provocò l'episodio più sanguinario di tutta la storia coloniale in Africa. Nigrizia vuol far memoria di "questi martiri giovinetti che la cristianità non ricorda".

Fu un eccidio, una strage premeditata e ingiustificata, il crimine peggiore commesso dal fascismo italiano in Africa. "Nessuno ha mai osato tanto; nessuna potenza coloniale, nella storia pur tragica del colonialismo, si è mai macchiata di una simile colpa": Angelo Del Boca, lo storico che, con grande puntiglio, ha svelato e fatto conoscere a tutti le vicende del colonialismo italiano, non nasconde certo la sua indignazione.
I suoi libri (Gli italiani in Africa Orientale, pubblicati una prima volta da Laterza e poi ristampati negli Oscar Mondadori) avevano già denunciato il massacro del monastero di Debre Libanos, l'uccisione di tutti i monaci copti del più importante centro religioso dell'Etiopia, avvenuta nel maggio del 1937 ad opera del generale Pietro Maletti su ordine del viceré dell'Africa Orientale Italiana, Rodolfo Graziani; ma nemmeno Del Boca aveva osato pensare che quel crimine fosse stato molto più grave e spietato di quanto risultasse dai documenti pubblici.
Del Boca aveva già descritto l'assassinio di 449 monaci, preti e diaconi copti, ma non aveva immaginato, negli anni della sua prima ricerca, che le vittime potessero essere molte di più, tre volte di più. Forse sono stati addirittura 1.600 i religiosi uccisi dalle mitragliatrici del generale Maletti sulla scarpata che precipita verso il Nilo Azzurro. Oggi è la ricerca, cocciuta e meticolosa, di due storici, l'inglese Ian L. Campbell e l'etiopico Degife Kabré Sadik, a rivelare tutto l'orrore di quell'episodio.

Il nuovo studio sull'eccidio di Debre Libanos verrà pubblicato, quest'anno, sul numero 21 della rivista Studi Piacentini diretta da Angelo Del Boca, ma lo storico ha accettato di anticipare a Nigrizia gli elementi essenziali di nuove testimonianze e prove che gettano una luce ancora più sinistra sulle guerre del fascismo in Africa e sull'occupazione italiana dell'Etiopia.

L'attentato

Sono passati sessant'anni: in questo mese cade un triste anniversario che pochi ricorderanno. Era il febbraio del 1937, l'Italia, da meno di un anno, aveva debellato la resistenza etiopica e conquistato l'antico impero dei negus. La guerra di aggressione dell'Italia all'unico stato indipendente dell'Africa subsahariana era finita. Vano e inutile era stato l'appello di Hailè Selassié alla Società delle Nazioni: Mussolini, dal balcone di piazza Venezia, aveva annunciato, a maggio del 1936, la caduta di Addis Abeba e la nascita dell'Africa Orientale Italiana. Ma la resistenza etiopica non era certo stata vinta, ras fedeli al negus stavano organizzando una micidiale guerriglia, le campagne dell'altopiano erano terre insicure per i soldati italiani.

Il maresciallo Rodolfo Graziani aveva sostituito Pietro Badoglio sul trono di viceré di Addis Abeba. E Graziani aveva deciso, il 19 febbraio del 1937, di compiere un gesto rassicurante, una prova spettacolare della pax italiana. "Sì, il viceré doveva dimostrare la "generosità" degli italiani e rompere la cappa di insicurezza che regnava sulla capitale etiopica - dice Del Boca. Per questo decise di distribuire, nel giorno nel quale i copti celebrano la Purificazione della Vergine, la somma di cinquemila talleri ai poveri della città".

Graziani, in questo modo, voleva festeggiare anche la nascita di Umberto, principe ereditario della dinastia Savoia. La cerimonia si svolse sui gradini del Piccolo Ghebì, la vecchia residenza di Hailè Selassié, oggi sede dell'Università di Addis Abeba. La resistenza etiopica decise di colpire proprio in quell'occasione. "Due giovani eritrei, ma probabilmente erano più di due, confusi nella folla dei mendicanti, lanciarono diverse bombe a mano contro Graziani. Le vittime dell'attentato furono sette, ma il viceré fu solo ferito, colpito alla schiena da centinaia di schegge", spiega Del Boca.

La rappresaglia

La vendetta italiana fu immediata: Mussolini, da Roma, ordinò un "radicale ripulisti". Il federale di Addis Abeba, Guido Cortese, scatenò una terribile "caccia ai neri", una rappresaglia feroce e senza pietà. Dice Del Boca: "Per tre giorni soldati italiani, bande armate di fascisti, ascari eritrei ebbero mano libera. Rastrellarono i quartieri più poveri di Addis Abeba: bruciarono i tucul con la benzina, usarono le bombe a mano contro chi cercava di sfuggire ai roghi". Venne data alle fiamme, davanti agli occhi di Cortese, anche la chiesa di San Giorgio.

Terribile il bilancio della vendetta italiana: seimila morti, secondo Del Boca; 30 mila, a leggere le fonti etiopiche. Ma il massacro fu senza fine: Graziani decise di eliminare tutta l'intellighenzia etiopica. I tribunali militari diventarono macchine di morte: tra febbraio e giugno, furono fucilati alti funzionari governativi, notabili del negus, intellettuali, giovani etiopici che avevano studiato all'estero.

A marzo, Graziani ordinò lo sterminio degli indovini e dei cantastorie che stavano annunciando, nelle loro profezie, la fine dell'occupazione italiana. Il comandante dei carabinieri in Etiopia, Azolino Hazon, tenne una tragica contabilità: il 2 giugno del 1937 annotò nelle sue statistiche che, solo i carabinieri, avevano passato per le armi "2.509 indigeni".

"Non è finita. Graziani vuole catturare i due attentatori - rivela Del Boca. Le indagini militari italiane avvertono il viceré che i due eritrei si sarebbero addestrati al lancio delle bombe nella città sacra di Debre Libanos. Graziani non ha una sola esitazione: ordina al generale Maletti di occupare il monastero più importante dell'Etiopia".

Debre Libanos, città conventuale, tremila tucul e due grandi chiese in muratura, a un passo dai canyon del Nilo Azzurro, nel cuore della regione dello Shoa, è il centro del potere della religione copta: il convento fu fondato, nel XIII secolo, da Tekle Haymanot, l'evangelizzatore cristiano degli altopiani. Per secoli il potente superiore dei monaci di Etiopia è sempre stato scelto fra i religiosi di Debre Libanos. "Graziani ordina a freddo un'autentica, spietata razzia - osserva Del Boca. Vuole far sparire la città sacra dei copti, vuole distruggere il Vaticano degli etiopici. Il generale Maletti è un esecutore zelante: nella sua marcia verso Debre Libanos brucia 115.422 tucul, 3 chiese, 1 convento, e uccide 2.523 etiopici". Una contabilità da macabro ragioniere.

Maletti occupò Debre Libanos il 19 maggio del '37 e, subito dopo, ricevette un messaggio da Graziani: "Abbiamo le prove della colpevolezza dei monaci". Il viceré ordinò: "Passi per le armi tutti i monaci indistintamente, compreso il vicepriore".

Lezione "opportuna e salutare"

Sono gli storici Campbell e Sadik, a questo punto, a scoprire i particolari di questa tremenda esecuzione: hanno raccolto testimonianze, ascoltato i racconti dei superstiti, hanno soggiornato a lungo nel convento. I monaci, i sacerdoti, i giovani diaconi di Debre Libanos furono condotti dagli uomini di Maletti in uno stretto vallone a venti chilometri dalla città. É la gola di Zega Weden, erosa dal torrente di Finka Wenz.

I monaci, secondo la ricostruzione dei due storici, vennero spinti sull'orlo del crepaccio, schierati su una fila con alle spalle i precipizi. Vennero uccisi a colpi di mitragliatrice: erano troppi per i fucili delle truppe italiane. Via via che cadevano, gli ascari dell'esercito italiano gettavano i corpi nel crepaccio. Campbell e Sadik sono riusciti a ritrovare un ragazzo che scampò all'eccidio: aveva 14 anni e si finse morto. Il vecchio di oggi non può dimenticare quanto accadde in quel tragico giorno di sessant'anni fa.

I due storici sono scesi fra le rocce del crepaccio di Zega Weden: hanno trovato ancora le ossa di quei monaci sventurati, hanno raccolto le prove di quel lontano massacro che l'Italia ha dimenticato. Graziani, dopo il massacro, non ha un solo ripensamento, nemmeno un dubbio: l'eccidio dei preti e dei diaconi di Debre Libanos è, per il viceré italiano, un "romano esempio di pronto, inflessibile rigore. É stato sicuramente opportuno e salutare". E ancora: "Non è millanteria la mia quella di rivendicare la completa responsabilità della tremenda lezione data al clero intero dell'Etiopia con la chiusura del convento di Debre Libanos".

Angelo Del Boca, per anni, ha ritenuto che le vittime del massacro fossero "solo" 449, ma le nuove testimonianze rivelano che, sulle gole del Nilo, furono uccisi fra 1.200 e 1.600 monaci. Moltissimi erano giovani e ragazzi, catechisti e diaconi. Scrive amaro Del Boca: "Sono stati martiri giovinetti che la cristianità non ricorda e non piange perché africani e diversi".

L'eccidio di Debre Libanos fu il detonatore della rivolta etiopica: nell'estate del 1937 la ribellione contro l'occupazione italiana è generale. A novembre Graziani è sostituito con Amedeo d'Aosta. Ma la seconda guerra mondiale è alle porte, l'impero africano del fascismo italiano sta per crollare. I cantastorie ci avevano visto bene.

Andrea Semplici

Onore al macellaio

Rodolfo Graziani è passato alla storia come "il macellaio" dell'Etiopia. Fu un uomo feroce, arrogante, esaltato. Eppure qualcuno sta pensando di dedicare al sanguinario viceré dell'Africa Orientale Italiana un museo.
Graziani è nato a Filettino, piccolo paese di montagna in provincia di Frosinone. Negli anni '80 era sindaco di Filettino il senatore missino Romano Misserville e l'amministrazione comunale decise di trasformare la vecchia casa di Graziani in museo dedicato al viceré fascista. "Riuscimmo a ottenere anche 350 milioni dalla Regione Lazio - ricorda il sindaco di oggi, Franco Pesci. Venivano anche dieci pulman al giorno a visitare la casa di Graziani. Si facevano le fotografie là davanti. Il paese ci guadagnava. Graziani è una figura storica: quella era una buona idea".

Nel 1990 cambiò l'amministrazione di Filettino: la nuova giunta di sinistra decise di impiegare i fondi in un Museo della Montagna. Nel 1995, nuovo ribaltone politico in questo paese di 600 abitanti, spopolato da una inarrestabile emigrazione. Vince il Polo, ma il sindaco, pochi mesi dopo la sua nomina, muore. Nuove elezioni, nel novembre del '96, e nuova vittoria del Polo: sindaco è Franco Pesci di Alleanza nazionale ("Ma scriva del Polo"). E l'idea del museo da dedicare a Graziani riprende a camminare. "Graziani ha donato al paese l'ufficio postale, l'ambulatorio, la farmacia - dice il sindaco. Perché non dobbiamo ricordarlo? Pensiamo a un museo nella sua casa: verrebbe tanta gente a visitarla, sarebbe un bene per Filettino. Abbiamo parlato con gli eredi di Graziani e loro sono d'accordo. Altre sale potremmo dedicarle a un umanista sempre nato qua attorno, Martin Fireditico".

Storia balorda e squallida: "il macellaio", l'uomo dell'eccidio di Debre Libanos, forse avrà il suo museo, mentre la stele di Axum, rubata dagli italiani nella città sacra dell'antichità etiopica, dono personale del ministro delle colonie Lessona a Benito Mussolini, è ancora davanti al Circo Massimo a Roma. Perfino l'abuna Paulus, massima autorità copta in Etiopia, ha scritto a papa Giovanni Paolo II implorando la sua mediazione per la restituzione della stele, simbolo della grandiosità della storia etiopica. Ma, con le elezioni amministrative alle porte a Roma, chi rischierà una contrapposizione radicale sulla nostra storia coloniale compiendo una gesto di dignità e giustizia? Più semplice pensare a un museo al "macellaio". (A.S.)
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 32555
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Re: Stermegno de łi afregani da parte de łi tałiani

Messaggioda Berto » dom mag 11, 2014 12:18 pm

Alpini tricolorà
posting.php?mode=edit&f=161&p=4189


Via da ła tera veneta łi barbari viołenti tałiani
viewtopic.php?f=153&t=763

El tricołor, ła canta mamełega el nasionałeixmo tałian
viewtopic.php?f=139&t=338

Straje de ła I goera mondial ente l'ara veneta
viewtopic.php?f=110&t=376

Alpini e tricolor
viewtopic.php?f=161&t=833

Stermegno de łi afregani da parte de łi tałiani
viewtopic.php?f=110&t=794

ANPI e 'l so 25 april, n'oror tuto tałian
viewtopic.php?f=139&t=799

Foibe - par colpa dei nasionałeixmi edeołojeghi
viewtopic.php?f=152&t=408

Ençeveltà tałega, straji, połedega, caste, corusion
viewforum.php?f=22
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 32555
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Re: Stermegno de łi afregani da parte de łi tałiani

Messaggioda Berto » ven dic 26, 2014 9:43 pm

Li onti criminali taliani
https://www.youtube.com/watch?v=77F6zbZLl3g

Crimini di guerra italiani, nel periodo coloniale in Libia ed Etiopia: campi di concentramento, massacri civili, armi chimiche. Sì, anche l'Italia si è macchiata, non dimentichiamolo nella prossima "giornata della memoria" (da La storia proibita delle guerre italiane, La 7).
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 32555
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm


Torna a Africa ed Europa

Chi c’è in linea

Visitano il forum: Nessuno e 1 ospite