Ma la Francia sfrutta colonialmente l'Africa? No!

Re: Ma la Francia sfrutta colonialmente l'Africa? No!

Messaggioda Berto » mer mag 01, 2019 8:00 pm

???

Progettava una moneta africana – PalermoParla Online
Germano SCargiali

La presenza italiana in Libia in fatto di petrolio e gas metano (Eni). Vedi il dettagio a fine articolo.
Verità storiche emergenti: Ecco perché è morto il premier libico
Eccoli in Libia: studiavano un modo pacifico di fruire l’uno delle ricchezze dell’altro (materie prime, know how)

http://www.palermoparla.news/2017/02/24 ... a-africana

Gheddafi progettava di creare una moneta unica valida per tutta l’Africa. E’ stato questa sua volontà a “fare la differenza” e a determinare l’aggressione da parte degli Usa, coadiuvati da Gran Bretagna e Francia, cui negli ultimi momenti si è unita l’Italia, che ha portato alla morte del premier libico. Gheddafi era una presenza fondamentale per lo sviluppo e la cooperazione transfrontaliera nel Mediterraneo Meridionale.

L’ex Colonnello si opponeva anche alla presenza di basi militari occidentali sul suolo africano. L’intera operazione anti Gheddafi rispecchia in modo più violento il “colpo di stato” operato in Italia per far cadere Silvio Berlusconi, sostituendolo per anni con premier non votati dagli italiani.

La decisione di colpire Berlusconi, da molti considerata come conseguenza della situazione politica interna, fu invece, certamente, una decisione internazionale, conseguente alla politica estera berlusconiana. In particolare, il potere atlantico non perdonava a Berlusconi amicizie che il premier che più a lungo abbia guidato la Repubblica italiana coltivava con lo stesso Gheddafi, con Erdogan e con Putin…

A svelare i retroscena dell’attacco alla Libia sono state, però, le recenti dichiarazioni di Ahmed Gheddafi ad-Dam, cugino di Muhammar Gheddafi. Nel corso di un’intervista concessa a “Russia Today” sono emerse dalle sue parole le motivazioni che avrebbero spinto le nazioni occidentali a invadere la Libia.

Una delle cause principali è stato il tentativo del leader libico di creare una valuta africana unica per unire il continente, trasformandolo, almeno in embrione, in una sorta di “Stati Uniti d’Africa”.

Risulta chiaro ciò che dall’angolo di Palermoparla affermiamo sempre: l’Africa, tutt’altro che una riserva di povertà, è una riserva di ricchezze e costituisce il “motivo del contendere” o uno di motivi, sin dal tempo della pima guerra mondiale, per non parlare della seconda, in cui la battaglia decisiva venne combattuta ad El Alamein…

“In occidente – ha affermato ad-Dam – ritenevano che la nuova moneta avrebbe avuto un gran ruolo nel precludere la possibilità di attingere alle ricchezze dell’Africa, il che era in contrasto con gli interessi dei paesi occidentali. Per questo, ovviamente, hanno iniziato a vedere una minaccia nella figura Muhammar Gheddafi, che sarebbe potuto diventare ‘l’amministratore’ di questa Unione africana… Quello che è successo in Libia è di responsabilità dei governi occidentali”.

Occorrerebbe chiarire, a questo punto, che cosa si intenda più per “Occidente”. Visto che l’Italia non aveva nessun interesse a colpire la Libia, con la quale aveva ottime trattative in corso… Secondo Sputnik (Alexei Druzhinin) Muhammar Gheddafi è stato ucciso perché si opponeva alle basi militari occidentali in Africa.

Ma Gheddafi ad-Dam ha anche osservato che i leader occidentali, in particolare il presidente USA Barack Obama, il cui governo è stato il principale artefice, hanno riconosciuto che il rovesciamento del regime di Gheddafi sia stato – per di più – uno dei loro più grandi errori. Il presidente stesso ha richiesto un’indagine degli eventi del 2011 a livello dell’Onu. Troppo tardi, si dirà: un provvedimento da coccodrillo…

“Dal momento che questi paesi stanno esprimendosi in questi termini – ha concluso il cugino di Gheddafi – giunge il momento che siamo noi ad esprimere una precisa richiesta perché si scusino con tutto il popolo libico per la distruzioni causate al nostro Paese”.

Si dice anche che appena “poche decine di ore” dopo la morte di Gheddafi, una banca legata alle grandi banche americane (Morgan etc) riferite ai Rothschild abbia, però, aperto il suo primo sportello a Tripoli…

Quando venne in Italia, a parte il contestato arrivo all’aeroporto con la polemica foto al petto (risaliva alla colonizzazione italiana) e il montaggio della famosa tenda personale da deserto dentro Villa Panfili, Gheddafi venne ospitato per la notte, oltre che a pranzo a Villa Madama, storica dimora piena di opere d’arte, da poco tempo restaurata per ospitare al meglio i capi di stato stranieri. Venne accolto da Berlusconi e Napolitano con tutti gli onori. Un trattato assicurò all’Italia una nuova fornitura di metano, la cui condotta porta tuttora gas, prendendo terra ad Augusta. L’Italia si era impegnata a costruire l’autostrada Tripoli Cairo, proveniente da Tunisi. Questo tratto autostradale dovrà far parte, prima o poi, di un asse che si collega tramite la Sicilia e il Ponte sullo Stretto al Nord Europa, mentre verso Sud giunge fino a Città del Capo. Secondo un progetto, una galleria sottomarina collegherebbe Tunisi a Mazara del Vallo. ma questi sono programmi di pace che sono stati turbati dalle pesanti mosse di marca atlantica tendenti a destabilizzare l’intera area e a rendere difficile la cooperazione politica, economica e sociale…

Ma ecco il pensiero di Gheddafi sul fenomeno dei migranti.

…E’ ridicolo pensare che sia credibile la richiesta di asilo politico di tanti africani, che giungono in Europa a seguito della “tratta” in corso, mossa da motivi economici. Essi pagano una cifra per raggiungere l’Europa. In gran parte sono persone senza identità che provengono dal cuore dell’Africa, ma non fuggono da persecuzioni politiche, se non in piccola parte. Dar loro indiscriminato asilo politico è una follia. Occorre, invece, studiare e approfondire il fenomeno intero. Perché presenta caratteristiche di estrema gravità ed è va considerato come un vero pericolo…

Con il trattato di Bengasi, concluso da Berlusconi, ma da considerare bipartisan, in quanto anche Prodi aveva iniziato a trattare, l’Italia si trovava in una posizione di grande vantaggio rispetto alla Francia e all’Inghilterra nei riguardi della ormai potente Libia. I cordialissimi rapporti stabiliti da Berlusconi con Gheddafi avevano avuto gran peso. Gli Usa di Obama temevano il rafforzarsi del Mediterraneo meridionale, che contrastarono bloccando anche l’Area di Libero scambio che doveva instaurarsi nel 2010.

Il grande bluff della democratizzazione e della “primavera”, innescata dal governo Obama si è rivelata una rovina per tutti, anche per gli Usa. Fu una scelta ottusa. Essa ignorò anche un famoso “avvertimento” che proveniva dallo stesso Gheddafi: “…fatemi guerra e vi verrà a mancare la sola persona che possa tenere in pugno la situazione e bloccare gli estremisti e i fondamentalisti che intendono impadronirsi del Nord Africa”.

La “fobia” internazionale nei confronti di Gheddafi e Berlusconi – come oggi probabilmente per Trump – si innesca evidente nei confronti di tutti quei leader nazionali (vedi anche Putin ed Erdogan) quando essi mostrano di decidere in vista della crescita e dello sviluppo della propria nazione. Incredibilmente, ciò che dovrebbe essere naturale, diviene ciò che fa la differenza in negativo”. Chi vuol dominare il mondo tramite la finanza (grandi banche), globalizando anzitutto questa, vede con astio i leader che agiscono da cani sciolti, prediligendo l’economia reale e la crescita nazionale.

Tornando a Ghedafi e Berlusconi, quest’ultimo aveva ad un certo punto concordato con il Muhammar un trattato militare, che in base alla sconfitta e al trattato “di pace” di Parigi non avrebbe potuto concludere, pur rivestendo un evidente carattere difensivo: l’Italia non avrebbe accettato sul proprio suolo basi militari di partenza in funzione anti libica e viceversa. Ciò fu decisivo per decretare la morte di Ghedafi e la destituzione di Berluconi con quello che fu, all’arrivo di Monti, prima senatore a vita e poi premier, un innegabile ed evidente golpe internazionale, accettato e reso possibile dal Presidente Napolitano… Quando La Francia e l’Inghilterra, in appoggio alla volontà Usa, aggredirono la Libia, l’Italia di Berlusconi dovette in qualche modo tradire Gheddafi, per ottenere una sorta di “perdono”, partecipando così ad un’azione, di per sé anche turpe, che avrebbe preferito mille volte non avesse mai avuto luogo. Le conseguenze hanno creato, però, un evidente e incalcolabile danno per tutti, inclusi Usa, Inghilterra e Francia.

Nella foto grande: una “infografica” dei perduranti interessi di Eni in Libia, cui si sommano le esportazioni. Ma dalla Libia giunge ancora tanta energia, quella di cui l’Italia necessita assolutamente. Il versante più importante è quello Ovest da dove parte il gasdotto che porta la preziosa materia prima in Italia. Cominciate a fare la conoscenza di GreenStream ovvero il nome di questa serie di tubi che da Meliah in Libia porta il Gas a Gela in Sicilia (Augusta), e da lì in tutta Italia. Il gasdotto che parte da Tripoli (creato proprio da Berlusconi e Gheddafi) giunge ad Augusta. A Mazara, invece, giunge il metanodotto algerino. L’Italia, nonostante la destabilizzazione politica locale, resta ai vertici per i rapporti commerciali e industriali (in lizza con la Francia).

Finalmemente c’è chi parla ufficialmente di ritorno della “via della seta“, un simbolo che indica il sovvertimento del danno provocato al Mediterrano dalla Scoperta dell’America e il riaprirsi dei commerci diretti con l’Oriente, tramite Suez (raddoppiato) e il mar Nero (in crescita). Ciò starebbe provocando l’inarrestabile Neo Rinascimento dell’area Mediterranea quale primario centro d’imputazione di uno sviluppo che riguarda l’Eurasia e l’Africa. Si parla per questo di Eurafrasia, il massimo blocco continentale del pianeta…

???

Libia: dieci cose su Gheddafi che non vogliono farti sapere
di Siovhan Cleo Crombie
Traduzione di M. Guidoni

http://www.complottisti.info/libia-diec ... i-sapere-2

Che cosa pensi quando senti il nome del Colonnello Gheddafi? Un tiranno? Un dittatore? Un terrorista? Beh, un cittadino della Libia potrebbe anche non essere d’accordo, ma vogliamo che sia tu a decidere.

Per 41 anni, fino alla sua morte, nell’Ottobre del 2011, Muammar Gheddafi ha fatto delle cose davvero sorprendenti per il suo Paese e ha cercato ripetutamente di unire e rendere più forte il continente africano.

Così, nonostante ciò che puoi aver sentito per radio o visto attraverso i media o la televisione, Gheddafi ha fatto cose rilevanti, che poco si addicono all’immagine di “feroce dittatore” dipinto dai media occidentali.
Ecco dieci cose che Gheddafi ha fatto per la Libia che probabilmente non conosci…

Il Libro verde di Mu’Ammar Gheddafi

1. In Libia la casa era considerata un diritto umano naturale.
Nel “Libro Verde” di Gheddafi c’è scritto: ”La casa è un bisogno fondamentale sia dell’individuo che della famiglia, quindi non dovrebbe essere proprietà di altri”. Il Libro Verde di Gheddafi rappresenta la filosofia politica dell’ex leader; fu pubblicato per la prima volta nel 1975 allo scopo di essere letto da tutti i Libici ed era inserito anche nei programmi nazionali d’istruzione.


2. L’istruzione e le cure mediche erano completamente gratuite.
Sotto Gheddafi, la Libia poteva vantare uno dei migliori servizi sanitari del Medio Oriente e dell’Africa. Inoltre, se un cittadino libico non poteva accedere al corso di formazione desiderato o a un particolare trattamento medico in Libia, erano previsti finanziamenti per andare all’estero.


3. Gheddafi ha effettuato il più grande progetto di irrigazione del mondo.
Il più grande sistema di irrigazione del mondo, conosciuto anche come il grande fiume artificiale, fu progettato per rendere l’acqua facilmente disponibile per tutti i Libici in tutto il Paese. Fu finanziato dal governo Gheddafi e si dice che lo stesso Gheddafi l’avesse definito orgogliosamente “l’ottava meraviglia del mondo”.


4. Tutti potevano avviare gratuitamente un’azienda agricola.
Se qualunque libico avesse voluto avviare una fattoria, gli venivano dati una casa, terreni agricoli, animali e semi, tutto gratuitamente.

5. Le madri con neonati ricevevano un sussidio in denaro.
Quando una donna libica dava alla luce un bambino, riceveva 5.000 dollari USA per sé e per il bambino.

6. L’elettricità era gratuita.
L’elettricità era gratuita in Libia. Ciò significa che non esistevano bollette dell’elettricità!

7. Benzina a buon mercato.
Durante il periodo di Gheddafi, la benzina in Libia costava solo 0,14 dollari usa al litro.


8. Gheddafi ha innalzato il livello dell’istruzione.
Prima di Gheddafi solo il 25% dei Libici era alfabetizzato. Questa cifra è stata portata fino all’87%, con un aumento del 25% dei laureati.

9. La Libia aveva la propria banca di Stato.

La Libia aveva una propria banca di Stato, che ha fornito ai cittadini prestiti a tasso zero per legge, e non aveva debito estero.

Mu’Ammar Gheddafi con Nelson Mandela

Mu’Ammar Gheddafi con Nelson Mandela. Notate le braccia spalancate di Mandela. Questa foto parla da sola.

10. Il dinaro d’oro.
Prima della caduta di Tripoli e della sua prematura scomparsa, Gheddafi stava cercando di introdurre un’unica moneta africana legata all’oro. Seguendo le orme del defunto grande pioniere Marcus Garvey, che per primo coniò il termine di ”Stati Uniti d’Africa”, Gheddafi voleva iniziare il commercio con il solo dinaro africano d’oro, una mossa che avrebbe gettato nel caos l’economia mondiale.

Il dinaro è stato ampiamente osteggiato dalle ‘élites’ della società odierna. Le nazioni africane avrebbero finalmente avuto il potere di uscire dal debito e dalla povertà per commerciare solo con questo bene prezioso.Avrebbero potuto finalmente dire “no” allo sfruttamento esterno e pagare quanto ritenevano giusto per le risorse preziose. Si è detto che il dinaro d’oro sia stata la vera ragione dell’innesco del conflitto guidato dalla NATO, nel tentativo di rovesciare un leader dal linguaggio molto chiaro e dagli intenti troppo “rivoluzionari”.


Dunque, Muammar Gheddafi era veramente un terrorista?

Ciò che sembra abbastanza evidente è che Gheddafi, nonostante la fama negativa che circondava il suo nome, abbia fatto molte cose positive per il suo Paese. E questo è qualcosa che dovremmo cercare di ricordare nei nostri giudizi futuri, insieme al fatto che ciò che l’informazione mainstream ci propina, sia spesso manipolato, se non addirittura falso.

Questo eccentrico video documentario racconta una storia interessante, anche se piuttosto diversa, da quella che crediamo di sapere.


Fonte: http://www.infopal.it/libia-dieci-cose- ... rti-sapere

Fonte originale: https://urbantimes.co/2014/05/libya-under-gaddafi
Quando la Clinton rise per la morte di Gheddafi

Il 20 ottobre 2011 cadde definitivamente la Libia di Gheddafi, dopo sette mesi della “No Fly Zone” decretata dalla risoluzione ONU 1973.

Di fatto quella risoluzione avallata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con l’astensione di Cina e Russia, che a differenza della crisi siriana qualche anno più tardi non applicarono il veto, permise dei veri e propri bombardamenti da parte delle forze alleate e della Lega Araba sulla Libia di Gheddafi.

I ribelli che fino a quel momento erano stati efficacemente respinti dai lealisti arrivarono in pochi mesi all’avanzata verso Tripoli, conquistata nell’agosto del 2011. Gheddafi rifugiatosi a Sirte per organizzare l’ultima strenua ed effimera resistenza lealista, verrà sconfitto e catturato per poi essere ucciso dalle milizie in modo poco decorso.

Hillary Clinton, al tempo Segretario di Stato fu raggiunta dalla notizia della morte di Gheddafi durante un’intervista che l’ex First Lady stava realizzando per CBS News a Kabul. La reporter le chiese se la sua visita di pochi giorni prima avesse a che fare con la caduta di Gheddafi, domanda alla quale la Clinton rispose che la sua visita nella Libia “libera” (come lei stessa la aveva battezzata) aveva sicuramente a che fare con la caduta di Gheddafi. Poi commentando la definitiva morte dell’ex Guida della Jamahiriya libica, ha esultato con fare isterico ed ilare alla notizia utilizzando parole che ricalcando quelle di Giulio Cesare quando attraversava il Rubicone, faranno il giro della rete: “We came, we saw, he died”, ovvero “Siamo arrivati, abbiamo visto e lui è morto” …gridava estasiata l’attuale candidata democratica alla presidenza degli Usa, quel giorno particolarmente soddisfatta lì a Kabul, dove era stata raggiunta dai giornalisti.

Contenta per il cambio di regime di un paese che ormai costituiva un problema più per le mire geopolitiche dei francesi, da sempre avversi al panafricanismo di Gheddafi che minacciava la loro egemonia post-coloniale sui paesi francofoni, e per le petromonarchie, che non per gli Stati Uniti stessi.

Sappiamo poi come è andata: la Libia è un caos del quale l’Europa si è in seguito disinteressata, divisa dalle tribù locali e dall’avvento dell’ISIS a pochi chilometri dai confini europei. I leader ribelli che si erano avvantaggiati della benevolenza europea (e della Segreteria di Stato Usa) sono poi passati per i finanziamenti del Qatar oppure sono entrati direttamente nell’ISIS.

Un caos che ha provocato conseguenze gravissime, come l’intensificarsi del problema dei flussi immigratori in Europa, l’aggravarsi della pericolosità del terrorismo islamico e ultimo, ma non ultimo, un danno economico e strategico importante per il nostro paese.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Ma la Francia sfrutta colonialmente l'Africa? No!

Messaggioda Berto » mer mag 01, 2019 8:02 pm

Il caso della guerra in Libia e l'intervento francese.
Il dittatore nazi maomettano Gheddafi fatto passare per un santo e per un politico eroe africano social-nazi-comunista che operava per liberare l'Africa dal giogo occidentale-capitalistico e per farla progredire umanamente, civilmente ed economicamente.


Gheddafi il dittatore socialista nazi maomettano africano

Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista
https://it.wikipedia.org/wiki/Gran_Giam ... Socialista
Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista (in arabo: جماهيرية‎, Jamāhīriyya), è l'appellativo con cui dal 1977 Mu'ammar Gheddafi volle ribattezzare lo Stato sorto in Libia dopo il colpo di Stato del 1969 e inizialmente noto come Repubblica Araba di Libia.
A seguito della guerra civile libica, il nome è ufficialmente decaduto a causa della vittoria del Consiglio nazionale di transizione, sebbene venga ancora usato dai seguaci di Gheddafi.


L’Unione Socialista Araba Libica (arabo الاتحاد الاشتراكي العربي الليبي, Al-Ittiḥād Al-Ištirākī Al-ʿArabī Al-Liby) è stato un Partito politico in Libia.
https://it.wikipedia.org/wiki/Unione_So ... aba_Libica
Diversi aspetti della rivoluzione socialista libica di Mu'ammar Gheddafi erano ispirati dal pensiero del presidente egiziano Gamal Abd el-Nasser; come Nasser, Gheddafi aveva preso il potere con un gruppo di Ufficiali Liberi, che nel 1971, divennero l'Unione Socialista Araba di Libia, come la controparte egiziana del partito, l'Unione Socialista Libica era l'unico partito legale fino al 1977, ed era designato allo scopo di integrare l'espressione nazionale libica in un partito.
Bashir Hawady era il segretario generale del partito, nel maggio 1972 l'Unione Socialista Libica ed egiziana si unirono in un unico partito.



Il Libro Verde (arabo: الكتاب الاخضر al-Kitāb al-Aḫḍar) è un testo pubblicato in lingua araba nel 1975 da Mu'ammar Gheddafi. Il titolo prende ispirazione dal Libretto Rosso o Citazioni dalle Opere del presidente Mao Tse-tung di Mao Tse-tung, uscito nel 1966
.
https://it.wikipedia.org/wiki/Libro_Ver ... r_Gheddafi)
Nel testo Gheddafi espone in maniera succinta la sua visione della democrazia e dell'economia. Rigettando l'insieme dei principi della democrazia liberale, propone delle nuove idee basate sul Socialismo nazionale, Panarabismo, Democrazia diretta e Conservatorismo

Il libro è diviso nelle seguenti partizioni:
Parte politica: l'autorità del popolo
Parte economica: il socialismo
Basi sociali della terza teoria universale

Gheddafi nel testo accusa i sistemi antecedenti di non essere democratici, poiché in questi sistemi al popolo viene concesso solo di eleggere i loro rappresentanti. Questi rimangono distanti e indipendenti nel loro agire; di qui, Gheddafi asserisce che non vi è diretto influsso del popolo sul sistema politico né della democrazia né del comunismo. Quindi fa una proposta di sistema: la partecipazione del popolo al processo politico deve essere assicurato attraverso gli strumenti del "Congresso popolare" e dei "Comitati popolari".

Gheddafi definì la sua come la "Terza teoria universale", che si proponeva come alternativa al capitalismo e al comunismo, nel solco del socialismo arabo. Negli anni successivi, i principi del libro verde saranno messi in pratica nell'organizzazione della Giamahiria libica. Tuttavia Gheddafi fu largamente accusato di usare il concetto di "comitato popolare" come alibi per una politica autocratica e repressiva[senza fonte].

Il testo venne pubblicato in un'edizione bilingue (inglese-arabo) nel 1976 da Brian e Martin O'Keeffe; l'edizione tedesca venne pubblicata nel 1988.


Socialismo islamico (nazi maomettano)
https://it.wikipedia.org/wiki/Socialismo_islamico

Socialismo islamico è un termine coniato da diversi leader musulmani per descrivere una forma più spirituale di socialismo, simile al marxismo islamico e all'affine socialismo arabo, che coniughi i valori dell'Islam (principale divisione tra loro e i marxisti "puri" dei paesi islamici) con la socialdemocrazia nata in Occidente, il secolarismo e l'uguaglianza e talvolta col nazionalismo arabo e il panarabismo.[1]

I socialisti islamici credono che gli insegnamenti del Corano e di Maometto - soprattutto lo zakat, uno dei cinque pilastri dell'Islam - sono compatibili con i principi di uguaglianza economica e sociale. Traggono ispirazione dallo stato sociale ante litteram istituito, secondo loro, da Maometto durante il suo governo a Medina. I socialisti musulmani non sono in genere di tendenza "liberale" come le loro controparti occidentali, anche se ci sono le dovute eccezioni.[1]

Come i cristiano-democratici, essi tentano di coniugare la democrazia con i principi culturali di origine religiosa, ma avversano la sharia e la commistione tra religione e potere politico. Molti di essi trovano le loro radici nell'anti-imperialismo. Molti leader socialisti musulmani credono generalmente nella democrazia rappresentativa o diretta e nella derivazione di legittimità da parte del popolo, al contrario dei leader dei partiti religiosi islamici, che proclamano di essere successori di Maometto, spesso sostenendo la democrazia islamica o la teocrazia, rigettata dagli islamosocialisti.[1]

Esempi di socialismo islamico sono l'ideologia del Libro Verde di Mu'ammar Gheddafi in Libia, quella di Fatah in Palestina, del partito Baath di Iraq (Saddam Hussein e in seguito gli ex sostenitori del passato regime) e Siria (Hafiz e Bashar al-Assad) e dei Mojahedin del Popolo Iraniano e, in passato, il nasserismo in Egitto e il regime di Ben Ali in Tunisia.


Il partito marxista-leninista sostiene lo Stato islamico
Matteo Carnieletto - Lun, 12/10/2015

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/ ... 81694.html

Il partito marxista-leninista: "Appoggiamo lo Stato islamico contro il capitalismo"
I comunisti italiani hanno abbandonato la grigia barba di Marx per quella ben più scura (e inquietante) del Califfo Abu Bakr al Baghdadi.
Basta infatti andare sul sito del Partito marxista-leninista italiano per leggere un comunicato alquanto inquietante: "Lo Stato islamico non vuole che l’imperialismo sia il padrone dell’Iraq, della Siria, del Medioriente, dell’Africa del Nord e centrale, dell’Afghanistan e dello Yemen. Nemmeno noi lo vogliamo, quindi non possiamo non appoggiarlo". Come dire: l'importante è combattere il capitalismo, alleandoci anche con il diavolo, se necessario.
E, sempre nel comunicato dei marxisti-leninisti, si legge: "Tra noi e lo Stato islamico esiste un abisso incolmabile sui piani ideologico, culturale, tattico e strategico, e non condividiamo tutti i suoi metodi di lotta, atti e obiettivi. Ma un punto fondamentale ci accomuna, quello della lotta senza quartiere all’imperialismo. È un punto che supera al momento ogni e qualsiasi altra divergenza, ed è il perno della nostra alleanza antimperialista di fatto". Le decapitazioni e la persecuzione dei cristiani? Quisquilie. Ciò che conta è la lotta all'imperialismo occidentale. Anche al fianco dei tagliagole.
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Re: Ma la Francia sfrutta colonialmente l'Africa? No!

Messaggioda Berto » mer mag 01, 2019 8:03 pm

La Libia dopo la morte di Mu'ammar Gheddafi e gli errori dell'Occidente
Alessandra Benignetti
21 ottobre 2016

http://www.occhidellaguerra.it/libia-ci ... i-gheddafi

“We came, we saw, he died”. “Siamo venuti, abbiamo visto, è morto”. Era il 20 ottobre del 2011 e l’allora segretario di Stato americano, Hillary Clinton, si trovava a Kabul, in Afghanistan. In una pausa fra una serie di interviste televisive, commentava così, sorridendo e parafrasando Giulio Cesare, la notizia della morte del Raìs libico, il colonnello Mu’ammar Gheddafi.

Quel 20 ottobre di cinque anni fa, a mezzogiorno, i ribelli del Consiglio Nazionale Transitorio braccano il Raìs, in fuga da Sirte, la sua città natale. Le immagini della cattura di Gheddafi fanno il giro del mondo. L’ex dittatore libico circondato dai ribelli che lo hanno appena catturato ha lo sguardo spaesato e il volto tumefatto che gronda sangue. Sono gli ultimi istanti della sua vita. Il potente dittatore che fino a pochi mesi prima era il capo della Jamahiriya libica, implora pietà di fronte ai ribelli che lo circondano. Si asciuga la fronte, mostra il palmo della mano insanguinato, mentre da ogni lato continuano ad accanirsi senza pietà sul suo corpo ferito. Morirà poche ore dopo. Forse ucciso con il suo stesso revolver d’oro, raccontano le tv americane mentre annunciano la “liberazione” della Libia.

Il mistero sull’uccisione di Gheddafi

A distanza di cinque anni da quel 20 ottobre, però, le ombre sulla morte del Raìs libico, che prese il potere con un colpo di Stato militare nel 1969, rimangono molte. Come molti restano gli interrogativi sulla vicenda. Secondo la versione ufficiale, infatti, sarebbe stato Omran Shaban, un giovane combattente del Consiglio di Misurata, ad infliggere il colpo mortale al dittatore, dopo averlo scovato in una conduttura, dove si nascondeva assieme al capo delle forze armate lealiste e alla sua guardia del corpo.

Secondo altri testimoni però, ad uccidere il Raìs, sarebbe stato uno 007 francese, infiltrato tra i guerriglieri. Parigi, del resto, aveva tutto l’interesse a chiudere la bocca il prima possibile all’ex dittatore che, nel marzo del 2011, dopo che erano state sganciate le prime bombe francesi su Bengasi, aveva minacciato di rivelare dettagli imbarazzanti sui milioni di dollari versati proprio dal colonnello per finanziare l’ascesa politica dell’allora presidente Sarkozy.

Parte della verità sulla vicenda, però, rimarrà sepolta con Shaban. Un anno dopo l’uccisione di Gheddafi, infatti, Shaban morirà, ventiduenne, in un ospedale di Parigi, dopo essere stato seviziato per cinquanta giorni dai suoi rapitori. Un gruppo di miliziani fedeli al colonnello, che lo sequestrarono nei pressi di Bani Walid, nel distretto di Misurata.

Tutti gli errori dell’Occidente

Così, a distanza di cinque anni dalla morte di Gheddafi, l’unica cosa certa è che la Libia, un tempo considerata uno dei Paesi più sviluppati dell’area MENA, si è trasformata in uno Stato fallito. Avamposto dello Stato Islamico nel Mediterraneo centrale, crocevia del traffico di esseri umani dall’Africa sub-sahariana verso l’Europa e terreno di scontro fra tre governi, 140 tribù e almeno 230 milizie. Questo, in estrema sintesi, è il tragico bilancio della rivoluzione del febbraio del 2011. Dopo l’esecuzione di Gheddafi, infatti, non si celebrò il “giorno della liberazione” come annunciavano i cronisti statunitensi, ma venne inaugurata una nuova guerra di tutti contro tutti, che continua ancora oggi, anche e soprattutto per colpa di una serie di valutazioni errate da parte dell’Occidente.

L’ammissione di Obama

Errori sui quali è arrivata una prima, parziale, ammissione di colpa, nel marzo scorso, quando il presidente americano Barack Obama, vicino al termine del suo secondo mandato, in un’intervista al settimanale The Atlantic, definì un “disastro” la situazione in Libia, ed un “errore” il suo sostegno all’intervento Nato, voluto dagli alleati di Londra e Parigi. A volere la guerra, per ragioni geostrategiche, fu infatti, soprattutto l’allora presidente francese Sarkozy, che sobillò la rivolta anti-Gheddafi per ottenere il controllo del petrolio libico e per scongiurare la creazione da parte del Raìs di una nuova moneta unica per gli scambi all’interno dell’Unione Africana.

Il ruolo della Clinton

Nel frattempo dall’altra parte dell’oceano, il dipartimento di Stato americano, allora guidato dall’attuale candidata democratica alla presidenza americana, Hillary Clinton premeva per proteggere i rivoltosi a Bengasi. Ed anche a Washington a prevalere fu, infine, la linea dura. La Clinton non fece mancare il suo sostegno all’operazione Nato e il suo appoggio ai leader dei rivoltosi, come Mahmoud Jibril. Ignorando che tra i ribelli potesse esserci pure chi coltivava simpatie jihadiste. Come quelli di Ansar al Sharia, che l’11 settembre del 2012 irruppero nel consolato Usa a Bengasi, uccidendo brutalmente l’ambasciatore americano Chris Stevens ed altri tre cittadini statunitensi.

Nel 2011 fu una vera rivoluzione?

Così, a cinque anni dalla morte del Raìs, anche i rivoluzionari della prima ora come Naser Seklani, ex deputato libico, tra i primi ad aderire alla rivolta del 2011, oggi si chiedono se quel febbraio di cinque anni fa fu vera rivoluzione? “Siamo stati felici di liberarci di Gheddafi, ma cinque anni dopo cominciamo a chiederci chi realmente abbia portato avanti la rivoluzione e sentiamo che non si sia trattato di una vera rivoluzione libica ma sia stata il frutto di una decisione internazionale”, ha detto Seklani in una intervista rilasciata alla Bbc. “Quello che stanno facendo ora le Nazioni Unite prova questa teoria”, continua Seklani, “perché nelle riunioni che si tengono in questi giorni si sta cercando di imporre persone che vengono da fuori e che i libici respingono perché arrivano per lavorare a favore degli Stati Uniti, dell’Europa, del Qatar e non del popolo”.

I frutti avvelenati del caos libico

Il caos libico ha provocato la destabilizzazione dell’intera area sahelo-sahariana. Il conflitto in Mali del 2012 e il rafforzamento dei gruppi jihadisti e criminali operanti nella zona, con i fiumi di armi arrivate nelle mani dei terroristi attraverso i confini porosi del deserto del Sahara, sono solo alcune delle conseguenze della rivoluzione del 2011.

I tre governi libici

In Libia oggi ci sono, di fatto, tre governi. Il governo di unità nazionale di Fayez al Sarraj, appoggiato dalle Nazioni Unite, e l’ex esecutivo islamista di Tripoli, appoggiato da Fratelli Musulmani, Turchia, Sudan e Qatar, che si contendono il controllo della parte occidentale del Paese. Ad est, invece, in Cirenaica, l’esecutivo di Tobruk continua a non riconoscere il governo di Tripoli e l’esercito del generale Khalifa Haftar si è assicurato il controllo della cosiddetta “mezzaluna petrolifera”. A distanza di cinque anni dalla morte dell’ex dittatore, quindi, in Libia non è emerso ancora un leader, che possa essere considerato un interlocutore credibile per l’Occidente e l’Europa. E dall’altra parte del Mediterraneo, continua a regnare il caos.











Sarkò attaccò gheddafi perché voleva superare il franco coloniale? il report
Tommaso Montesano per “Libero Quotidiano”

http://www.dagospia.com/rubrica-3/polit ... 193674.htm


Ma quale ingerenza umanitaria. Ma quale sostegno ai ribelli contro il sanguinario dittatore. Non è stato il "cuore", né tantomeno la necessità di "esportare" la democrazia in Libia, a muovere la mano di Nicolas Sarkozy contro Gheddafi, nel 2011. Il grilletto del presidente francese è scattato per più volgari interessi economici.

Finora si è sempre invocato il petrolio libico come il principale fattore che ha scatenato l' offensiva di Parigi, cui fu giocoforza costretta ad adeguarsi anche l' Italia di Silvio Berlusconi.

Ma adesso alcuni documenti diplomatici americani gettano, se possibile, una luce ancor più sinistra sulle vere ragioni per le quali l' Eliseo si mise alla testa della coalizione anti-Colonnello. E le cause hanno a che fare con il Cfa, ovvero il franco utilizzato nelle colonie francesi d' Africa. Si tratta della moneta che un paio di giorni fa ha provocato l' ennesima crisi diplomatica tra l' Italia del governo giallo-blu e la Francia di Emmanuel Macron, dopo le accuse a Parigi da parte del vicepremier, Luigi Di Maio.

LA SFIDA ALL' ELISEO

Il documento in questione è un report confidenziale inviato all' allora segretario di Stato, nonché precedente e successivo candidato democratico alla Casa Bianca, Hillary Clinton. Nella nota, la fonte illustra al numero uno del Dipartimento di Stato lo scenario che ha fatto da sfondo alla decisione di Sarkozy di sferrare l' attacco contro Tripoli. Tutto ruota intorno alla potenza economica - sotto forma di riserve auree - del regime del Colonnello.

Capace di arrivare a possedere, ricorda la fonte diplomatica americana, 143 tonnellate d' oro, oltre che d' argento. Un tesoro che nel marzo 2011, ricostruisce l' intelligence, fu trasferito a Sabha, sud-ovest della Libia, verso il confine con Niger e Ciad. "Stock", naturalmente, accumulato ben prima della ribellione, e del conseguente intervento occidentale, che nell' ottobre del 2011 mise fine alla vita e al dominio di Gheddafi.

E qui entrano in ballo i francesi.

Nel senso che il disegno di Gheddafi prevedeva di utilizzare le riserve - quantificate in più di sette miliardi di dollari - per stabilire una moneta "pan-africana" basata sul dinaro libico. Un piano, è scritto espressamente nella mail indirizzata a Clinton, che avrebbe dovuto rappresentare un' alternativa per i Paesi africani francofoni che utilizzavano il Cfa. Da qui la reazione, interessata, di Sarkozy.

L' intelligence francese, infatti, avrebbe scoperto lee di Gheddafi subito dopo l' inizio della ribellione contro il Colonnello. E proprio il desiderio di Gheddafi di guidare l'emancipazione dei Paesi africani francofoni da Parigi, è scritto nero su bianco nel report del "ministero degli esteri" di Washington, sarebbe stato il motivo principale che avrebbe convinto l' allora numero uno dell' Eliseo ad agire. Il principale, non certo il solo, visto che nel documento trovano posto, tra le altre cause, il desiderio di guadagnare spazio nello sfruttamento del petrolio libico; l' aumento dell' influenza francese in Nord-Africa e il miglioramento della situazione politica interna francese.

ANDARE FINO IN FONDO

Il contenuto del documento provoca la reazione di Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d' Italia. «È sconcertante che nessuno parli di questo carteggio, e che a nessuno sia venuto in mente di chiedere conto alla Francia», attacca, conversando con Libero, l' ex ministro della Gioventù, che incalza il governo italiano ad «andare fino in fondo su questa vicenda», che, «se confermata», sarebbe la «prova che non c' è niente di filantropico nel mantenimento del Cfa e che la Francia è di fatto corresponsabile dell' immigrazione incontrollata che negli ultimi anni ha colpito l' Europa».

Meloni, che bolla come «vergognoso» il mancato approfondimento su quanto rivelato dalle fonti diplomatiche americane, chiede all' esecutivo giallo-blu di passare dalle parole ai fatti: «Convochi l' ambasciatore francese per chiedere chiarimenti sui documenti resi noti dal Dipartimento di Stato Usa. In gioco ci sono gli interessi nazionali, economici e sociali, dell' Italia».
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Ma la Francia sfrutta colonialmente l'Africa? No!

Messaggioda Berto » mer mag 01, 2019 8:04 pm

Idiozie antifrancesi


La mafia neocoloniale francese
di Tommaso Merlo

https://www.facebook.com/giuseppe.stell ... 8757365851

Che la Francia sfrutti in maniera indecente l’Africa, è storia. Lo sanno anche i cammelli e i dromedari. Sono rimasti solo quelli del Pd e i loro giornalai a negarlo. La presenza neocoloniale francese in Africa andrebbe chiamata col suo vero nome e cioè mafia. I francesi hanno solo fatto finta di andarsene dalle loro colonie ed interferiscono in molti governi africani da decenni piazzando loro uomini di fiducia come presidenti. Uomini spesso sanguinari e liberticidi ma che la Francia ha sempre coperto perché in cambio garantivano a Parigi di poter continuare a sfruttare economicamente quei paesi. Sia come mercato dove vendere le proprie merci, sia da saccheggiare a livello di risorse. Lo sanno anche i cammelli e i dromedari. Il Franco CFA è solo uno degli strumenti con cui la Francia continua a sottomettere e derubare parte dell’Africa. La forte presenza militare é stato un’altro. Molti francesi onesti lo ammettono e danno ragione a tutti quei movimenti politici e civili africani che da decenni lottano per conquistare una vera indipendenza ed emancipazione dalla mafia neocoloniale francese. Una lotta di liberazione politica, economica ma anche culturale. Una lotta di liberazione difficile perché la miseria impone come priorità la sopravvivenza e perché molti regimi africani appoggiati da Parigi non scherzano con chi osa alzare la testa. Ma sparano. Ad altezza uomo. La mafia neocoloniale francese in Africa è uno di quei tabù costruito ad arte. Tutti lo sanno ma nessuno ne parla. Uno di quei tabù che permette di nascondere le peggiori porcherie dietro al perbenismo politically correct delle diplomazie. Il fatto che Macron abbia nervosamente convocato l’ambasciatore italiano dopo le frasi di Di Maio e Di Battista, conferma il tabù e la strategia politica retrostante. Guai a chi osa parlarne. Guai a chi osa mettere in dubbio che la Francia sia in Africa per senso di responsabilità e magari pure per buon cuore. E non fosse invece uno dei principali responsabili del disastro africano e quindi dell’ondata migratoria di questi anni. Guai a chi osa pensarlo anche perché sarebbe gravissimo. Vorrebbe dire che la Francia è tra i responsabili dell’immigrazione di massa poi però tiene i porti chiusi e se ne frega. E se non bastasse, osa pure fare la morale a paesi come l’Italia che cercano di reagire all’ondata migratoria. Una grandeur dell’ipocrisia che trova in Macron il presidente ideale. Già assediato in casa dai Gilet Gialli, le president subirà anche l’assedio populista in Europa. È lui il perfetto simbolo della politica falsa e perbenista, della politica impeccabile nelle cerimonie ma poi viscidamente al servizio di lobby occulte e di giochi sporchi come la mafia neocoloniale. Ben ha fatto il governo gialloverde ad aprire le danze. Il tema della mafia neocoloniale sarà al centro della campagna elettorale europea. Ed è giusto che sia così. La miseria in cui versa l’Africa e quindi la conseguente emigrazione di massa, sono tutte questioni che possono essere risolte solo da un Europa dei popoli viva ed unita. Servono mezzi e strategie continentali e serve la forza politica per costringere la Francia a liberare per sempre i paesi che sta sfruttando mafiosamente da decenni. Lo sanno anche i cammelli e i dromedari. Sono rimasti solo quelli del Pd e i loro giornalai a negarlo.



Ilaria Bifarini
‪Ora che è stato denunciato pubblicamente il neocolonialismo francese e la sua moneta coloniale, il passaggio logico da fare è questo: le uniche due aree valutarie al mondo sono quelle del Franco CFA e dell’Euro. Noi la nuova Africa.‬ (Ma ci vorrà ancora un po’, io ce la metto tutta ‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬
Finalmente è stato sdoganato il tema del mio libro: il fenomeno del neocolonialismo (francese) in Africa e il suo impatto sulle migrazioni. Alla Meloni il merito di essere stata una delle prime tra i politici a parlarne (ad Atreju sono stata invitata a trattare il tema). Ora anche Di Maio e Di Battista. La verità non è più un tabù!

https://www.facebook.com/ila.bifarini




???
Mario Sassodelpiave

https://www.facebook.com/mario.sassodel ... 5627103332

Io in Africa ci sono stato... e non in vacanza. Il colonialismo esiste e come!
Nei paesi in cui ho lavorato i boss (dispregiativo) erano inglesi, francesi, cinesi, russi e indiani. Neanche gli arabi sono santi con gli africani non arabi.
C'è colonialismo anche tra etnie... Un ahmara tratta un oromo come un animale. Le persone si comprano per due capre realmente. Qualsiasi azione prevede la corruzione, dalla piu banale alla più complicata e sempre con l'unica finalità di rubare il rubabile. Parliamo di gente incravattata che di giorno fa business e di notte va al Florida 2000 con le ragazzine. Nonostante non mi piacciano i preti per la mia esperienza la maggior parte è la parte meno peggio. Pessimi pareri sui "progetti di cooperazione" gran paroloni per non fare nel migliore dei casi nulla (parlo di quello che ho visto e non in generale) è nel peggiore finto volontariato... con lauto rimborso spese o pseudovacanza. Dire che la povertà in quei luoghi dotati di infinite risorse non è colpa del mondo occidentale è come dire che la terra è piatta. Circa i francesi.. Franco o non franco sono tra i peggiori... Ed i più brutali nella sostanza e nelle modalità. sempre e solo esperienze personali non generalizzabili. poi la storia racconta anche di noi... ma oggi non siamo così potenti.. raramente rubiamo risorse locali.. semplicemente ci facciamo lauti prelievi sugli aiuti che mandiamo e che in gran parte tornano come rimborsi spese, spese di progettazione o addirittura manco partono perché finiscono in stipendi di chi pensa al prossimo "progetto" ladri ma meno coloniali di altri...

Alberto Pento
Cosa intendi per boss? I capi delle imprese economiche del mondo che operano in Africa? Essere capi o responsabili di imprese economiche non è una condizione di per sé negativa e moralmente riprovevole, anzi.

Alberto Pento
La maggior parte dei conflitti africani sono provocati dagli africani stessi e in particolare dagli africani nazi-maomettani, vedasi: Egitto, Etiopia, Sudan, Somalia, Nigeria, Niger, Ciad, Mali, Libia, ... non certo da cinesi, indiani, europei/francesi e americani.
Il peggior colonialismo imperiale, predatorio e schiavistico in Africa è sempre stato quello nazi maomettano, inizialmente arabo e poi per induzione tutti gli altri.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Ma la Francia sfrutta colonialmente l'Africa? No!

Messaggioda Berto » mer mag 01, 2019 8:05 pm

Francia, non esiste una tassa "coloniale": ecco cos'è il franco Cfa evocato da Di Maio
21 gennaio 2019
Anais Ginori La scheda dell'autore

https://www.repubblica.it/esteri/2019/0 ... /?ref=fbpr

L'espressione usata dal vicepremier per polemizzare con Parigi circola da anni. Si tratta in realtà di un sistema monetario creato nel dopoguerra per creare stabilità finanziaria in 14 Paesi africani, su base volontaria
PARIGI - È una polemica antica quella sulla presunta tassa "coloniale" fatta pagare dalla Francia ai paesi africani. L'espressione utilizzata da Luigi Di Maio ha cominciato a girare sui social dal 2014 con le tesi di Mawuna Koutonin, autore di diversi articoli poi ripresi anche in un popolare video diffuso nel 2016 dal canale VoxAfrica. Sul tema c'è una certa confusione che deriva dal sistema del franco Cfa (Franc de la Comunauté français d'Afrique) creato da De Gaulle nel dopoguerra per quattordici paesi africani a cui si aggiunge il franco delle isole Comore.

Si tratta di una moneta che la Francia ha messo a disposizione di alcune nazioni emergenti per garantire una stabilità finanziaria e la gratuità dei trasferimenti finanziari all'interno di un unico sistema di cambio. Non è dunque una "tassa coloniale" ma una moneta, anche se è effettivamente un'eredità del ruolo coloniale della Francia nella regione (il primo appellativo era Franc des Colonies françaises d'Afrique).

La polemica sorge dal fatto che in cambio della parità fissa (prima con il franco e ora con l'euro: un Fca vale circa 0,0015 euro) la Francia chiede un deposito pari al 50% delle riserve di cambio di queste nazioni presso la sua Banca centrale. Queste somme depositate a Parigi (stimate a circa 10 miliardi di euro) non vengono utilizzate dalla Banque de France, ma secondo i detrattori del sistema Fca sarebbe meglio investire questo denaro nello sviluppo dei paesi africani.

Se è vero che non tutti i dirigenti africani sono ormai convinti della bontà del Fca è bene precisare che si tratta di un sistema su base volontaria. La risposta di Emmanuel Macron alle recenti polemiche è stata: "Se alcuni paesi non sono felici con il Fca, basta lasciarlo e crearsi la propria moneta".




L'Ue si schiera con la Francia. Moscovici a Di Maio: "Parole irresponsabili"
Bartolo Dall'Orto - Lun, 21/01/2019

http://www.ilgiornale.it/news/politica/ ... 32319.html

Scontro diplomatico sui migranti. Il grillino: "Parigi colonizza l'Africa". Moscovici: "Parole vuote, sono provocazioni"

Lo scontro tra Italia e Francia si allarga anche all'Europa. Il Vecchio Continente torna a dividersi sul tema migranti (le elezioni sono alle porte) e la Commissione Ue si schiera al fianco di Macron.

Dopo le accuse di Luigi Di Maio a Parigi sulla "colonizzazione" dell'Africa a causa del franco CFA, Pierre Moscovici prende le parti dei connazionali e definisce le parole del vicepremier grillino "vuote e irresponsabili".

Innanzitutto la cronaca della giornata. Dopo il decesso di 117 migranti nel Mediterraneo, il leader del Movimento Cinque Stelle ieri sera ha puntato il dito contro i "Paesi che colonizzano l'Africa". "La Francia stampa il franco delle colonie con cui si fa finanziare parte del suo debito - ha detto - per far stare gli africani in Africa basta che i francesi se ne stiano a a casa loro".

Parole di fuoco che hanno scatenato la dura reazione della Francia. Nella serata di oggi Parigi ha convocato l'ambasciatore italiano, Teresa Castaldo, per chiedere spiegazioni sulle "inaccettabili" frasi "pronunciate ieri dalle autorità italiane". Non contento, però, il vicepremier ha calcato di nuovo la mano: "Non credo che sia un caso diplomatico, io credo che sia tutto vero - ha insistito - se l’Europa in questo momento vuole avere un po' di coraggio deve avere la forza di affrontare il tema della decolonizzazione dell’Africa".

Al fianco della Francia si è schierato però anche il Commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici. "Alcune parole sono pronunciate solo per politica interna - ha detto il francese - per provocare delle reazioni e assomigliano molto a delle provocazioni tanto il loro contenuto è vuoto e irresponsabile". Moscovici ha parlato "come francese e come commissario europeo" per ricordare a Di Maio che " la qualità delle relazioni tra Parigi e Roma è importante e deve restare una volontà comune per chi dirige questi due paesi quali che siano i partiti al poteri". Una sfida e una reprimenda per un governo, quello italiano, che più volte è arrivato allo scontro con l'Eliseo. "Questo stadio conflittuale che per me è del tutto negativo, nefasto e privo di senso", ha concluso Moscovici. Ma il rischio è che l'intervento dell'Europa finisca con l'essere solo ulteriore benzina sul fuoco dello scontro diplomatico.


Parigi cerca assist di Moavero. Il retroscena sull'incontro Ue
Mauro Indelicato
22 gennaio 2019

http://www.occhidellaguerra.it/e-le-dri ... ta-lezioni

Proprio non va giù alla Francia quanto affermato dal vice presidente del consiglio Luigi Di Maio, in merito alle politiche di Parigi in Africa ed al Franco Cfa. Durante il consiglio europeo per gli affari esteri, riunitosi lunedì a Bruxelles, un colloquio diretto sul tema si è avuto, da quanto si apprende da fonti francesi riportate poi da diverse agenzie, tra il ministro degli esteri francese e quello italiano.

Il monito di Le Drian: “L’Italia non dia lezioni”

Yves Le Drian avrebbe avvicinato a Bruxelles lo stesso Moavero Milanesi, a margine del consiglio con i loro colleghi europei, per avere spiegazioni su quanto affermato dal leader politico del Movimento Cinque Stelle. E questo a poche ore dalle “frasi incriminate”. Luigi Di Maio, in particolare, punta il dito contro Parigi ritenendola tra le principali responsabili dell’immigrazione dell’Africa. Il vicepremier italiano fa riferimento soprattutto al famigerato Franco Cfa, la moneta utilizzata in gran parte dei Paesi aderenti alla Cedeao, ossia l’unione doganale degli Stati dell’Africa occidentale. La moneta secondo Di Maio dona enormi vantaggi alla Francia, mentre impedisce a molti di quei Paesi di svilupparsi e dunque di mettere sul piatto politico in grado di farli uscire dalla povertà. Un’area francofona da cui partono migliaia di migranti ogni anno in cui, seguendo quanto affermato da Di Maio, Parigi si presenta con una politica considerata “colonialista” dallo stesso leader grillino.

Le Drian dunque, dopo aver incaricato il richiamo formale per spiegazioni dell’ambasciatrice italiana a Parigi, Teresa Castaldo, avvicina a Bruxelles per un faccia a faccia sulla vicenda Enzo Moavero Milanesi. Un breve ma intenso colloquio, si apprende da più parti, in cui il capo della diplomazia francese non nasconde proprie perplessità e proprie inquietudini per le frasi di Di Maio. “Se la Francia non dà lezioni all’Italia – avrebbe affermato al nostro ministro lo stesso Le Drian – l’Italia non può dare lezioni alla Francia”.

Moavero: “Con Le Drian confronto franco”

Delle scorse ore sono le posizioni ufficiali di Enzo Moavero Milanesi sulla questione. Dichiarazioni, quelle del nostro ministro degli esteri, che confermano il dibattito avvenuto lunedì con il ministro francese circa le frasi sul neocolonialismo ed il Franco Cfa pronunciate da Di Maio. “Siamo abituati ad un dibattito anche duro all’interno degli Stati – afferma Milanesi, come riportato dall’Ansa – Lo siamo meno su scala europea”. Il colloquio avuto con Le Drian sarebbe stato diretto ed esplicito secondo il ministro: “Un dibattito franco”, è l’espressione usata da Moavero Milanesi, una frase che può sembrare quasi (ma quasi sicuramente non lo è) un gioco di parole visto l’argomento in oggetto ed il riferimento alla moneta fatto dal capo politico del Movimento Cinque Stelle.

Il ministro degli Esteri italiano, non di rado negli ultimi mesi considerato non molto lontano dalle posizioni francesi ed in buoni rapporti con Parigi anche in vista di future trattative per la commissione europea, ci tiene comunque a far rientrare il caso: “Il colloquio con Le Drian è stato aperto, ma Italia e Francia restano amici”. Un lavoro di ricucitura dopo l’exploit delle scorse ore, che passa anche dal gettare acqua sul fuoco delle polemiche per la seccata presa di posizione francese e di Le Drian: “La percezione delle dichiarazioni è estremamente soggettiva – afferma infatti ancora Moavero – quella francese è stata esplicitata dalle fonti che si sono già espresse”. Caso rientrato dunque a livello diplomatico, ma sotto il profilo politico sembra essere soltanto l’inizio della vera campagna elettorale in vista delle europee, dove Macron da un lato ed il governo pentastellatto dall’altro rappresentano due schieramenti del tutto contrapposti.




Di Maio su Francia e Africa, vecchia bufala smontata da Le Monde
Roma, 21 gen. 2019

https://notizie.tiscali.it/esteri/artic ... onde-00001

La teoria, riesumata ieri dal vicepremier Luigi Di Maio, che la Francia usa il "franco delle colonie" per finanziare il suo debito pubblico a spese dei Paesi africani circola in rete dal 2014, è stata rilanciata nel 2016 con un video su Facebook ed è stata ampiamente smontata dai quotidiani francesi Le Monde e Liberation in lunghi pezzi di fact checking già a inizio 2017.
Il primo articolo in cui si parla di una "tassa coloniale" che andrebbe a rimpolpare le casse francesi è stato pubblicato dal sito Silicon Africa, hanno ricostruito Le Monde e Liberation. Ma la notizia di un "debito coloniale sugli utili della colonizzazione", ripresa tra gli altri da Mondialisation.ca e Afrikmag, per ammissione del suo stesso autore ha bisogno di "maggiori dettagli". L'autore scrive di un sistema "diabolico" che porterebbe "al Tesoro francese 500 miliardi di dollari l'anno, dall'Africa", mentre in altri passaggi la cifra diventa "500 miliardi nelle divise africane".In realtà la teoria nascerebbe da una confusione, spiega Le Monde: 14 Paesi africani che hanno adottato con la fine del colonialismo, tra il 1959 e il 1962, dei trattati sul "franco delle colonie africane francesi" (Fca) sulla base di alcune regole: garanzie da parte del Francia della piena convertibilità della divisa in altre valute estere, tasso di cambio fisso sul franco francese (oggi sull'euro), trasferimenti di capitale nella zona del Fca liberi e gratuiti.
In cambio però i 14 Paesi si sono impegnati a depositare presso la Banca di Francia, che non è il governo francese ma un'istituzione monetaria, il 50% delle loro riserve: lo stato francese non può attingere a questo deposito.
Il cambio fisso con l'euro obbliga le banche centrali dei 14 Paesi a sottomettersi alle regole della Bce, con dei tetti sull'inflazione e tutti gli svantaggi di una moneta forte. A inizio 2016 le riserve dei Paesi del Fca presso la Banca di Francia erano stimate in 10 miliardi di euro. Secondo i detrattori del sistema le riserve dovrebbero essere sbloccate e usate per finanziare lo sviluppo dei Paesi africani. In ogni caso, pur essendo il Fca un chiaro retaggio coloniale, i 14 Paesi sono liberi di scegliere autonomamente di rompere il legame monetario con la Francia e rientrare nel pieno possesso delle loro riserve.



La storia della moneta francese in Africa che favorirebbe l'immigrazione, spiegata
2019/01/21

https://www.ilpost.it/2019/01/21/moneta ... ca-cfa-m5s

Domenica sera Alessandro di Battista ha detto al programma “Che tempo che fa” di Fabio Fazio: «Finché non avremo risolto la questione del franco CFA, la gente continuerà a scappare dall’Africa». È la seconda volta in pochi giorni che un dirigente del Movimento 5 Stelle cerca di spiegare le ragioni dei flussi migratori dall’Africa prendendosela con l’unione monetaria sottoscritta da una serie di paesi africani con la Francia.

La scorsa settimana era stato il capo politico del Movimento Luigi Di Maio ad accusare le politiche “neocolonialiste” della Francia, e in particolare il “franco CFA”, di essere la “vera” causa dell’immigrazione in Italia. Le cose però non stanno così, come dimostrano un paio di dati: ad esempio, in tutto il 2018 le persone arrivate in Italia da paesi che adottano questa moneta sono state circa duemila.

Il franco della “Communauté Financière Africaine” (“comunità finanziaria africana”, CFA) fu introdotto nel 1945 nelle colonie francesi dell’Africa occidentale: oggi è una moneta usata da quattordici paesi dell’Africa occidentale e centrale, gestita dalla Banca centrale francese e con un cambio fisso stabilito con l’euro (un euro è pari a 655,957 franchi CFA).

I paesi membri dell’Unione dell’Africa occidentale, in verde (Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal e Togo), e in rosso quelli dell’Unione dell’Africa centrale (Camerun, Repubblica dell’Africa Centrale, Chad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e Gabon) (Wikimedia Commons)

I sostenitori del franco CFA si trovano soprattutto tra gli economisti francesi e gli esponenti dei governi e delle classi dirigenti dei paesi che lo adottano. Il loro principale argomento a favore della moneta è che, essendo vincolata all’euro, è stabile. Questo garantisce prezzi costanti, evita scossoni monetari, come improvvise vampate di inflazione, e permette scambi più semplici e sicuri con la Francia e il resto dell’Unione Europea. Per dimostrare la bontà del sistema viene spesso fatto l’esempio della Guinea, che abbandonò l’unione monetaria per poi farvi rapidamente ritorno a causa dell’inflazione e dell’instabilità che l’avevano colpita.

Altrettanto spesso, però, il franco CFA è criticato da intellettuali africani ed europei ed esponenti di partiti e movimenti anticolonialisti poiché è accusato di costituire un freno allo sviluppo di quei paesi e di essere uno strumento di controllo indiretto da parte della Francia. Da un lato, infatti, il cambio fisso permette alle élite urbane di spendere facilmente il loro denaro importando beni di lusso europei (acquistati molto spesso con i soldi frutto della corruzione endemica nella regione); dall’altra questo sistema permette alle multinazionali francesi di investire nei paesi africani senza temere un’improvvisa svalutazione.

I produttori che vorrebbero esportare i loro beni in Europa, però, hanno grosse difficoltà, poiché il cambio fisso rende troppo costose le loro merci (una barriera che invece è vista di buon occhio da chi, come gli agricoltori francesi ed europei, rischia di soffrire la concorrenza dei produttori africani). Il fatto che i paesi membri dell’unione monetaria debbano tenere le loro riserve di valuta estera depositate sui conti della Banca centrale francese, un grave problema secondo Di Maio e Di Battista, è in realtà una questione relativamente secondaria. È vero che la Banca centrale francese restituisce in interessi ai paesi africani meno di quanto guadagna investendo il denaro depositato sui suoi conti, ma si tratta in ogni caso di cifre piuttosto contenute. In tutto, i depositi ammontano a circa 7 mila miliardi di franchi CFA, ossia poco più di 10 miliardi di euro che fruttano abbastanza denaro da pagare lo 0,5 per cento degli interessi sul debito pubblico francese.

Alla fine del 2017, durante un viaggio in Africa occidentale, il presidente francese Emmanuel Macron annunciò la sua intenzione di riformare il franco CFA sulla base delle indicazioni che sarebbero arrivate dagli stati che lo adottano. Disse inoltre che sarebbe stato favorevole alla sua soppressione, se fosse stata quella la richiesta. Da allora però nessun paese membro dell’unione ha fatto richiesta per uscirne.

Alle critiche provenienti in genere da sinistra contro la politica “neocoloniale” della Francia si sono aggiunte di recente, in particolare in Italia, critiche provenienti da destra, da ambienti complottisti, “sovranisti” e “no euro”. Sono critiche più limitate e si occupano essenzialmente di legare il problema dell’immigrazione al franco CFA: sarebbe la presenza di un’unione monetaria a causare i problemi economici degli stati africani, nello stesso modo in cui l’euro causa problemi ai paesi dell’Europa meridionale. A sua volta, essendo causa di sottosviluppo, la moneta unica africana sarebbe la principale causa dell’emigrazione, che rappresenta un problema, ancora una volta, soprattutto per i paesi dell’Europa periferica.

Di Maio e Di Battista sembrano aver attinto a questo filone per le loro critiche, mettendosi così nella scia di altri leader della destra italiana, come Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, che è stata una dei primi politici di primo piano a parlare in Italia della questione del franco CFA.

Il problema principale in queste critiche è che sono molto ingenue e semplicistiche, e prescindono dai principali dati di fatto in nostro possesso. Come dimostra questa tabella del ministero dell’Interno, i paesi che hanno il franco CFA non producono molta emigrazione destinata all’Italia. Appena duemila migranti in tutto il 2018 sono arrivati dai 14 paesi che adottano questa moneta.

I paesi di provenienza sono invece più di frequente Tunisia, Eritrea, Iraq e Nigeria, che in anni recenti hanno avuto poco o nulla a che fare con la Francia e con il suo sistema monetario africano.

Seppure la questione del franco CFA sia attuale e problematica per molti paesi africani, storici ed esperti sono concordi nel ritenere che le difficoltà economiche dell’Africa e la spinta all’emigrazione siano fenomeni estremamente complessi, con molteplici cause difficili da catalogare: è un esercizio ingenuo cercare di individuare in un unico fattore scatenante la spiegazione di fenomeni di così grande portata.
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Re: Ma la Francia sfrutta colonialmente l'Africa? No!

Messaggioda Berto » mer mag 01, 2019 8:29 pm

Anna Bono su Konarè

https://www.facebook.com/anna.bono.961/ ... 7135184845

dunque, tal Konaré sostiene che l'Africa non è libera perché delle società segrete europee fanno scoppiare continuamente delle guerre tribali, perché da 600 anni è dominata dalla Francia ecc...sulla sua pagina FB sintetizza il suo verbo vetero terzomondista con la frase "Il faut maintenir l'Afrique dans la pauvreté pour faire vivre l'Occident dans l'opulence.."
dice di essere leader di un nascente Movimento Panafricanista, tanto nascente che ancora non esiste, dice che farà una manifestazione a Roma contro la Francia perchè se ci prova in un paese africano uccidono lui e tutta la sua famiglia di notte...quindi deve lottare qui... insomma, la solita tiritera sulle colpe dell'Occidente e la poverà Africa depredata, il solito africano che vive in Europa e campa con l'espediente della vittima che si ribella...c'è tanta gente che ci casca...scaltramente dà ragione al ministro Salvini sul blocco degli arrivi di emigranti illegali e quindi si si, che bravo... dice anche che i paesi ex colonie francesi sono del tutto dominati dalla Francia che prosciuga le loro ricchezze, li strozza con tasse e con la valuta Cfa e non li lascia liberi di commerciare con chi vogliono... è talmente vero che alcuni dei paesi Cfa sono tra quelli con i maggiori tassi di sviluppo del continente, che uno, il Camerun, è addirittura nel Commonwealth, che il presidente della Costa d'Avorio in questi giorni è in Cina con molti altri capi di stato africani per trattare accordi economici con Pechino... che il Mali dopo aver lasciato nel 1962 il sistema monetario Cfa tanto esecrato vi è rientrato nel 1984 e la Guinea Bissau ha chiesto e ottenuto di farne parte nel 1997... l'anno scorso la colpa di tutto era la Cina che vuole svuotare il continente per trasferirci la sua popolazione (bella sfida considerando che in Africa nascono quasi 100 mila bambini al giorno), quest'anno invece è la Francia...chi il prossimo?



??? La bufala dei 500 miliardi di dollari annui, estorti dalla Francia ai paesi africani, quando il PIL totale di questi 14 paesi africani è di 166 miliardi di dollari circa all'anno.

... È un sistema malvagio denunciato dall’Unione Europea ma la Francia non è pronta a spostarsi da quel sistema coloniale che muove 500 miliardi di dollari dall’Africa al suo ministero del tesoro ogni anno. ...

Verifica PIL (fonte wikipedia):

Benin, 7 565 milioni di $
Burkina Faso, 11 036 milioni di $
Guinea-Bissau, 823 milioni di $
Costa d’Avorio, 24 706 milioni di $
Mali, 10 319 milioni di $
Niger, 6 575 milioni di $
Senegal, 14 082 milioni di $
Togo, 3 818 milioni di $
Camerun, 25 348 milioni di $
Repubblica Centrafricana, 2 172 milioni di $
Ciad, 12 900 milioni di $
Congo-Brazzaville, 13 692 milioni di $
Guinea Equatoriale, 17 694 milioni di $
Gabon, 18 397 milioni di $

Totale PIL dei 14 paesi africani = 166 miliardi

Il PIL della Francia
https://it.wikipedia.org/wiki/Francia
PIL (nominale) 2 613 936 milioni di $ (2012) (5º)




L'Africa che non vi raccontano: economie in crescita, ma corruzione e tribalismo frenano lo sviluppo
Anna Bono
8 Mag 2018

http://www.atlanticoquotidiano.it/quoti ... o-sviluppo

L’Africa continua a essere descritta come un continente devastato da guerre, carestie, epidemie, popolato da gente disperatamente povera, sfruttata da potenze straniere e multinazionali. È vero, ma solo in parte. A impoverire gli africani sono corruzione e tribalismo, che si alimentano a vicenda producendo un immenso, catastrofico spreco di risorse finanziarie e umane, e tuttavia l’economia continentale cresce costantemente da un quarto di secolo almeno. Il Pil continentale fino al 2015 ha registrato un incremento medio annuo del 4,4 per cento. Nel 2016 e nel 2017 si è registrata una flessione soprattutto nell’Africa sub-sahariana che ha risentito più del Nord Africa del rallentamento dell’economia della Cina, importante partner del continente, e del crollo del prezzo di molte materie prime, soprattutto il petrolio, sui mercati mondiali. Tuttavia il Pil è cresciuto del 1,3 per cento nel 2016 e del 2,4 per cento nel 2017. Per il 2018 si prevede un incremento del 3,2 per cento e per il 2019 del 3,5 per cento, grazie alla stabilizzazione dei prezzi delle materie prime e a un aumento graduale della domanda interna determinato a sua volta dalla riduzione dell’inflazione e da politiche monetarie favorevoli.

Molto si deve alle tre maggiori economie del continente – Sudafrica, Nigeria e Angola – ma sono 27, metà del totale, i paesi con una crescita del Pil superiore alla media sub-sahariana. Le previsioni restano negative per due paesi in forte recessione: il Sudan del Sud, che nel 2016 deteneva il primato della peggiore performance economica del mondo con un tasso del Pil negativo del 13,8 per cento, “sceso” a -6,3 per cento nel 2017, e la Guinea Equatoriale (-9,7 per cento nel 2016, -7,4 per cento nel 2017). Inoltre ci sarà crescita, ma relativamente debole in alcuni stati membri della Comunità economica e monetaria centrafricana: Gabon, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad e Repubblica del Congo, danneggiati dal ribasso del prezzo del petrolio e da un crescente debito pubblico. Invece si prevede che i paesi dell’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale – Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo –manterranno un elevato tasso di crescita, anche se la Costa d’Avorio risentirà dei bassi prezzi del cacao sui mercati mondiali. Tra i paesi della Comunità dell’Africa orientale, infine, l’economia in più rapido sviluppo resterà l’Etiopia, il Kenya si prevede in recupero, mentre la crescita più modesta si avrà in Tanzania.

L’aumento del Pil indica una economia in crescita. Ma in Africa, dove è così consistente, questa si deve in gran parte allo sfruttamento e alla vendita delle straordinarie risorse naturali del continente, esportate grezze, raramente lavorate. La Nigeria, ad esempio, esporta petrolio, non benzina. Le poche raffinerie del paese sono da anni mal funzionanti, per incuria. I nigeriani consumano carburante acquistato all’estero. In tutto il continente i proventi ricavati dalla vendita di petrolio, diamanti, rame, fosfati, cacao, arachidi, te, caffè… sono investiti poco, male, non abbastanza in infrastrutture, servizi, incentivi allo sviluppo di settori economici moderni, industrie dell’indotto, diversificazione delle attività produttive. Una parte di quei proventi non finisce neanche nelle casse statali. Diventa patrimonio personale di uomini politici, funzionari, alte cariche militari. Nel 2014, ultimo anno per cui esistono dati, l’Ente petrolifero nazionale della Nigeria ha guadagnato 77 miliardi di dollari, 16 dei quali non sono mai stati depositati nelle casse dello stato. Anche una parte dei finanziamenti della cooperazione internazionale destinati allo sviluppo e ad aiuti umanitari vanno persi. Dal 2004 la Somalia ha ricevuto dalla comunità internazionale miliardi di euro destinati alla sicurezza e allo sviluppo. Nel 2012 il Gruppo di monitoraggio sulla Somalia dell’Onu ha denunciato che ogni 10 dollari consegnati al governo sette non arrivano mai alla Banca centrale, fatto peraltro già rilevato dalla Banca Mondiale secondo cui tra il 2010 e il 2011 si erano perse le tracce del 68 per cento degli aiuti internazionali al paese.

La crescita economica non si traduce quanto potrebbe, e dovrebbe, in sviluppo. Tribalismo, corruzione, persistenza di istituzioni funzionali alle tradizionali economie arcaiche di sussistenza e di rapina lo rallentano. Così gran parte delle rimesse degli africani emigrati, che nel 2017 hanno raggiunto i 34 miliardi di dollari, vengono usate non per realizzare investimenti produttivi, ma per integrare il reddito dei famigliari rimasti a casa, spese in consumi. Si usano per vivere meglio, acquistare beni di prima necessità e di status. Con il denaro dei parenti emigrati si acquistano abiti, scarpe, attrezzi, biciclette, motorini, televisori, elettrodomestici (senza che questo avvantaggi significativamente l’economia nazionale perché si tratta di beni per lo più fabbricati all’estero); si celebrano matrimoni, funerali e altre cerimonie con più larghezza di mezzi; consentono di pagare un prezzo della sposa più ricco, di ricompensare più lautamente chi esegue le mutilazioni genitali femminili delle figlie, di invitare e ospitare parenti e amici, ostentando abbondanza; servono a pagare cure mediche, rette scolastiche, “chai” e “kitu kidogo” più sostanziosi (“un te”, “una cosina”, così si chiamano in lingua swahili le mance e le tangenti senza le quali non si ottieneniente) in paesi in cui la corruzione è un “cancro endemico” o, come dicono in Nigeria, “uno stile di vita”. Al meglio, grazie alle rimesse, il capofamiglia rimasto a casa smette di lavorare, le donne faticano un po’ meno a mantenere la famiglia.

Tuttavia lo sviluppo di un ceto medio produttivo sta modificando i rapporti sociali ed economici in molti paesi africani creando aspettative e istanze di modernizzazione, trasparenza, assunzione di responsabilità.



Fingono di elogiare la ‘nuova’ Africa per sparare sul ‘vecchio’ Occidente
Anna Bono
09/04/2018

http://www.pepeonline.it/fingono-di-elo ... -occidente

Il nuovo patto CFTA che vuole fare dell’Africa una grande area di libero scambio diventa un’occasione per propagandare le solite bugie contro l’Occidente dei “muri” e dell’”oppressione al Sud del mondo”. Dimenticando che i muri veri – quelli che impediscono una vera crescita del continente nero – sono quei problemi antichi che esistevano prima della colonizzazione…

Il 21 marzo a Kigali, capitale del Rwanda, il 10° vertice straordinario dell’Unione Africana si è concluso con la decisione di dar vita a un’Area di libero scambio continentale, CFTA l’acronimo inglese.

Come sempre quando si tratta di eventi africani, la notizia è stata data con enfasi ed è stata accolta con incondizionato entusiasmo: “un sogno che diventa realtà”, “una nuova alba”, “una pietra miliare”, “una giornata storica”…

Qualche mass media italiano – tra i pochi che ne hanno parlato diffusamente – non si è perso l’occasione per evidenziare come la parte del mondo “dipendente dal Nord e meno sviluppata” stia dando una grande lezione al Nord: mentre l’amministrazione Trump “minaccia dazi e muri”, l’Africa “prova ad alzare la testa”, “mentre l’America si chiude, il resto del mondo, quello più povero, continua ad andare verso un’altra direzione” esordisce un articolo di “Il Sole 24 ore” intitolato “Nasce una grande area di libero scambio. La rivincita dell’Africa parte dal commercio”.

Di quale rivincita si tratti l’articolo poi non lo dice. E in effetti non può, visto che parlare di rivincita è fuori luogo, inspiegabile. Che l’Africa “provi ad alzare la testa” è una osservazione ancora più bizzarra. Evoca l’esistenza di qualche forma di costrizione di cui finalmente l’Africa intenderebbe liberarsi. Invece i governi africani hanno imposto di loro iniziativa i dazi d’importazione astronomici in vigore sulle merci fabbricate all’estero: una scelta mai abbastanza criticata per quel che è, vale a dire una irresponsabile, rovinosa politica economica che, con il pretesto di proteggere l’industria locale, serve a far entrare milioni di dollari nelle casse statali, da cui gli africani al potere sono molto abili a “prelevarli”.

Ma, siccome non c’è limite alla falsificazione dei fatti e della storia quando si tratta di mettere l’Occidente in pessima luce – e descrivere per contro gli Africani come vittime innocenti che, se libere, avrebbero disposto di sé ben diversamente – ecco che la colpa dei dazi è dell’Europa, che ha colonizzato l’Africa e l’ha divisa in stati. Il presidente del Niger, Mahamadou Issoufou, ha commentato con queste parole la firma dell’accordo: “Un continente che è stato diviso 134 anni fa dalla Conferenza di Berlino ha deciso di integrarsi e di unirsi. Ci sono 84mila km di frontiere, 84mila km di ostacoli che fanno sì che gli scambi intra-africani rappresentino oggi appena il 17% del totale. È un’occasione enorme per l’Africa”.

Per chi non lo ricordasse, la Conferenza di Berlino si svolse nel 1884. Al summit, considerato l’inizio della corsa alla spartizione dell’Africa, i paesi europei in realtà discussero e decisero la creazione in Africa di due vastissime aree di libero commercio e concordarono anche la libera navigazione su tutti i 4.180 chilometri del fiume Niger. Furono in effetti tracciati dei nuovi confini a delimitare i territori coloniali. Quasi tutti gli africanisti e praticamente tutti gli africani sostengono che sono quei confini la causa dei pochi scambi commerciali tra un paese e l’altro e delle guerre tribali che a partire dagli anni 60 del XX secolo, con le indipendenze, hanno dilaniato il continente.

Nessuno sembra ricordare che prima dell’era coloniale, e in parte anche dopo, per ogni africano il territorio sicuro, in cui circolare liberamente, era quello controllato dal proprio lignaggio e, nei periodi di pace tra i lignaggi, quello tribale. Per commerciare si viaggiava con grave rischio, in convoglio, armati, cercando di stringere patti di volta in volta con i lignaggi e le tribù di cui si attraversavano i territori.

Il presidente della Commissione dell’UA, Moussa Faki Mahamat, ha definito l’accordo “una sfida gloriosa che richiede coraggio, il coraggio di credere, il coraggio di osare, il coraggio di inseguire la meta!”. Il presidente del Rwanda, Paul Kagame, ha detto che “la pietra miliare raggiunta è la prova di che cosa si può fare quando gli stati africani lavorano insieme”. Sul sito web del CFTA si descrive “l’eccitazione provata nel vedere tutti i paesi dell’UA uniti dalla volontà di favorire il commercio intra-africano”.

Ma la realtà è diversa. Gli stati africani sono 55 e solo 44 hanno firmato l’accordo, 43 hanno firmato la “Dichiarazione di Kigali”, un documento politico a sostegno del CFTA, e 27 il Protocollo della libera circolazione delle persone. Gli 11 stati che non hanno firmato l’accordo sono: Benin, Botswana, Burundi, Eritrea, Guinea Bissau, Lesotho, Namibia, Nigeria, Sierra Leone, Sudafrica e Zambia. Valgono il 37% del Pil continentale. Nigeria e Sudafrica sono le due più forti economie africane. La Nigeria, con circa 180 milioni di abitanti, è il paese più popolato. Inoltre i termini dell’accordo, che potrà entrare in vigore dopo la ratificazione di almeno 22 paesi previa la approvazione dei rispettivi parlamenti, sono tutt’altro che definiti. Nella bozza dell’accordo i paesi si impegnano a rimuovere il 90% delle tariffe doganali, mentre per il 10% di “articoli sensibili” la decisione è rimandata. Però i paesi non hanno ancora neanche deciso quali sono i prodotti da escludere e, siccome il commercio africano è concentrato su pochi prodotti, i paesi potrebbero tentare di escludere quelli più importanti. Insomma, la strada è incerta e forse tutta in salita. Soprattutto, nei decenni trascorsi, tante altre “nuove albe” e “pietre miliari” non hanno portato a nulla, se non a sprecare centinaia di milioni di dollari.

I leader africani sembrano credere che redigere un programma e dargli un nome basti a raggiungere l’obiettivo. Come ben sanno, in effetti è sufficiente a ottenere congratulazioni, rinnovata fiducia e, quel che più conta, finanziamenti da parte della cooperazione internazionale.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Ma la Francia sfrutta colonialmente l'Africa? No!

Messaggioda Berto » mer mag 01, 2019 8:32 pm

Ogni paese africano ha la sua moneta e le demenzialità dei complottisti monetari non hanno alcun senso

La bufala della “moneta francese in Africa”. Spieghiamo il perché
Andrea Romano
21 gennaio 2019

https://www.democratica.com/focus/monet ... i-battista

La cialtronata della settimana è la bufala della “moneta francese in Africa”. In altri paesi, se dici sciocchezze del genere vieni cacciato a forza di risate dal dibattito pubblico. Da noi, vai in prima serata su RaiUno sommerso dagli applausi.

Proviamo a fare chiarezza?

È VERO CHE CI SONO PAESI AFRICANI CHE USANO LA MONETA FRANCESE?

No. Ci sono 14 paesi africani (tra l’altro non tutte ex-colonie francesi, ma anche spagnole e portoghesi) che, a loro volta divisi in due zone diverse, usano due monete diverse. Entrambe sono emesse da banche centrali africane.

E QUINDI CHE C’ENTRA LA MONETA FRANCESE?

Nulla, anche perché una “moneta francese” non esiste più da 20 anni. Le due monete di cui sopra sono semplicemente legate all’euro da un rapporto di cambio fisso con l’euro (come ne esistono vari, ad esempio quello che ha la Bosnia).

CHI BENEFICIA DALL’AVERE UN CAMBIO FISSO CON L’EURO?

La scelta tra cambio fisso e flessibile non è mai univoca e permanente: dipende dalle circostanze e dal contesto economico.
Se sei un paese in via di sviluppo (e se sei legato ad una moneta forte e stabile) è probabile che tu ne tragga parecchio beneficio, perlomeno finché non hai rafforzato la tua economia.

PERCHÉ?

Perché non sei esposto alle fluttuazioni della tua moneta debole che impattano sia sull’economia reale (tramite esportazioni e importazioni) sia sulla stabilità finanziaria (tramite il cambiamento del valore dei debiti in valuta estera). O meglio, sei molto più protetto (perché ora “importi” la stabilità della moneta a cui sei legato). E poiché nei paesi in via di sviluppo sia l’economia reale che quella finanziaria sono fragili, ogni cosa che ne limiti la debolezza è benvenuta (fatti salvi i rischi che ha il sistema dei cambi fissi quando c’è troppa divaricazione tra cicli economici di economie mature, come sappiamo fin dalla caduta di Bretton Woods nel 1971; ecco perché nel lungo periodo è certamente auspicabile un ritorno ai cambi flessibili, cosa che del resto ognuno di quegli stati può fare subito, se lo vuole).

E QUALI SAREBBERO I BENEFICI CHE LA FRANCIA OTTIENE DA QUESTO SISTEMA?

Nessuno di rilevante.

MA COME? E QUESTI “10 MILIARDI” DEPOSITATI PRESSO Il MINISTERO DEL TESORO FRANCESE..?

Quando c’è un sistema di cambi fissi, significa che ci deve essere qualcuno che si fa garante di quel cambio; perché se il libero commercio di quella valuta fa sì che il suo valore esterno salga o scenda oltre il rapporto di cambio fisso, qualcuno deve intervenire sul mercato dei cambi (acquistando o vendendo quella valuta) per ripristinare il valore concordato.

E con quali soldi si interviene sul mercato dei cambi? Con le riserve detenute presso le banche centrali.

Nel sistema di cambi fissi di cui stiamo parlando, è la Francia che si fa garante del mantenimento del cambio fisso (sollevando così i paesi africani da questo pesante onere, che storicamente – vedi Sud America – ha provocato il crollo di quelle economie). L’unica cosa è che chiede – giustamente! – a quei paesi di compartecipare a questo costo, versando parte delle riserve delle loro banche centrali al ministero del Tesoro francese, in modo che quelle somme possano essere utilizzate per difendere il cambio fisso.

Sono appunto i famosi 10 miliardi. Che non sono un furto, bensì la compartecipazione ad un onere di cui si fa carico la Francia (invece dei paesi stessi).

MA CON QUEI 10 MILIARDI QUEI PAESI AFRICANI POTREBBERO INVESTIRE IN STRADE, PONTI, INFRASTRUTTURE?

No. Le riserve delle banche centrali non fanno parte della spesa pubblica; servono, appunto, a intervenire sul mercato dei cambi, e non possono essere usate nell’economia reale. A meno di non voler monetizzare il debito pubblico (cioè stampare moneta a go-go), che non a caso è la folle posizione che ogni tanto il M5S ripete.


Alberto Pento

Il mito e la bufala della moneta unica africana che aiuterebbe l'Africa e che avrebbe voluto realizzare il terrorista dittatore libico nazi socialista Gheddafi per la quale sarebbe stato ucciso dall'occidente che non vorrebbe altre monete oltre al dollaro e all'euro.
I paesi africani non maomettani non avrebbero mai accettatto di finire sotto il dominio arabo maomettano.

Nessun continente del Mondo ha una moneta unica, non ce l'hanno l'America del Nord (dollaro USA e dollaro canadese, peso messicano), del Centro e del Sud, non ce l'ha l'Asia, non ce l'Africa e non ce l'ha nemmeno l'Europa dove vi sono l'euro, la sterlina, il franco svizzero, il rublo russo, le corone svedese e danese, ed altre ancora. Nemmeno l'Oceania. Non ce l'ha nemmeno il Mondo costituito dagli stati nazi-maomettani.


https://it.wikipedia.org/wiki/Valute_de ... ne_europea


L'idea Gheddafiana di costruire una Unione Africana e una moneta unica africana

https://it.wikipedia.org/wiki/Unione_africana

Le fasi del processo di sviluppo precedenti al vertice di Durban avvennero all'interno dell'Organizzazione dell'unità africana. Nella sessione straordinaria del 1999 a Sirte, in Libia, (luogo di nascita del Leader libico Mu'ammar Gheddafi promotore dell'organizzazione, anche con cospicui capitali) l'Organizzazione decise la nascita della nuova Unione.
https://it.wikipedia.org/wiki/Organizza ... 0_africana
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Re: Ma la Francia sfrutta colonialmente l'Africa? No!

Messaggioda Berto » mer mag 01, 2019 8:36 pm

Approfondimenti sull'Africa


All'Africa e agli africani non dobbiamo nulla, ma proprio nulla, niente di niente, tanto meno agli asiatici e ai nazisti maomettani d'Asia e d'Africa. Ci dispiace per i cristiani ma non possiamo accogliere tutti perché non vi è spazio, non vi sono risorse e non c'è lavoro, in Italia vi sono già milioni di poveri, di disoccupati e di giovani costretti a migrare; e un debito pubblico tra i più alti del mondo occidentale che soffoca lo sviluppo e alimenta i parassiti e la corruzione. Gli africani si arrangino e restino in Africa a risolvere i loro problemi.
viewtopic.php?f=194&t=2494


All'area arabo islamica del nazismo maomettano d'Africa e d'Asia, noi europei, occidentali e cristiani non dobbiamo nulla, anzi
viewtopic.php?f=188&t=2674


Colonizzazione e decolonizzazione dell'Africa
viewtopic.php?f=194&t=1822

La miseria dei paesi maomettani africani e asiatici deriva dall'Islam, da Maometto, dal suo idolo Allah e dal Corano
viewtopic.php?f=188&t=2822

Africa razzista, il continente nero è tra i più razzisti della terra
viewtopic.php?f=196&t=2750

Crimini dei nazisti maomettani marocchini e africani in Europa
viewtopic.php?f=188&t=2753


Ma nessuno parla delle scuse che l'Africa dovrebbe al mondo
Luigi Guelpa - Dom, 14/01/2018

http://www.ilgiornale.it/news/politica/ ... 82785.html

Dalla corruzione endemica dei regimi alla democrazia negata Dalle stragi di bambini-soldato ai business dei diamanti insanguinati

Il Continente Nero si è indignato e pretende le scuse dall'inquilino della Casa Bianca, ma è altrettanto vero che Madre Africa ha partorito alcuni orrori impossibili da cancellare.

Abomini per i quali, a oggi, non ha mai pronunciato scuse ufficiali, scaricando spesso le responsabilità sull'Occidente.

CORRUZIONE

Dei 20 Paesi al mondo con la più alta percezione della corruzione, 9 sono africani. In ordine decrescente, dopo la Somalia vengono Sudan, Sud Sudan, Angola, Libia, Guinea Bissau, Eritrea, Zimbabwe e Repubblica democratica del Congo. La possibilità di denuncia nei confronti dei funzionari pubblici è molto ridotta, mentre elevate sono le intimidazioni contro i cittadini che osano parlare. Benché l'Unione Africana si sia data come priorità la lotta alla corruzione e all'impunità, molti Paesi rimangono reticenti nel prendere misure concrete per realizzare questo obiettivo.

IL SACCHEGGIO DEGLI AIUTI

Lo sostiene un'africana, l'economista zambiana Dambisa Moyo, autrice del best-seller «Quando la carità uccide»: negli ultimi anni più di un trilione di dollari sono stati donati all'Africa, ma questi aiuti non hanno migliorato le condizioni del continente. La colpa è proprio degli aiuti che costringono l'Africa a una perenne adolescenza economica, rendendola dipendente come da una droga e che contribuiscono a diffondere le pestilenze della corruzione e del peculato, grazie a massicce iniezioni di credito nelle vene di Paesi privi di una governance solida e trasparente.

BAMBINI SOLDATO

È una piaga che sembra impossibile da debellare. I jihadisti di Boko Haram, attivi in Nigeria, Ciad, Niger e Camerun, hanno obbligato nel 2017 almeno 135 bambini a trasformarsi in attentatori suicidi, un numero cinque volte superiore al 2016. Nella Repubblica Centroafricana, i bambini sono stati violentati, uccisi, reclutati con la forza come soldati. Nella Repubblica democratica del Congo, oltre 850mila piccoli hanno dovuto lasciare le proprie case e 400 scuole sono state obbiettivo di attacchi deliberati. In Somalia, circa 1800 minori sono stati costretti a combattere nei primi dieci mesi del 2017, in Sud Sudan è capitato dal 2013 a più di 19mila bambini.

DIAMANTI INSANGUINATI

L'Africa vanta la maggiore produzione di diamanti industriali del mondo fin dal 1870. I maggiori estrattori sono la Repubblica Democratica del Congo (che è il primo produttore mondiale) e il Sudafrica, ma sono presenti miniere di diamanti anche in Angola, Sierra Leone e Liberia. Per gli africani, però, le risorse sono la causa di guerre, conflitti e rivolte. La ricerca e lo sfruttamento di aree di possibili giacimenti diamantiferi produce (con una stima approssimativa per difetto) circa un milione di morti per denutrizione, siccità, degrado e ovviamente guerre ogni anno.

I DITTATORI A VITA

Prima la rinuncia di Eduardo dos Santos, alla guida dell'Angola per 38 anni, poi quella forzata di Robert Mugabe, padre-padrone dello Zimbabwe per 37 anni. Sembrava spuntato un germoglio di democrazia. Purtroppo non è così, quasi la metà degli Stati africani sono guidati da presidenti che governano in modo autocratico da oltre due, tre decenni. A questi si aggiungono coloro che, terminato il mandato elettorale, hanno deciso di rimanere sulla tolda della nave senza indire nuove consultazioni, come Kabila nell'ex Zaire. C'è chi, poi, ne ha fatto una questione dinastica. Dal Camerun alla Guinea Equatoriale, dal Ciad al Congo, passando per Gabon, Uganda e Ruanda fino in Africa australe, dove, cacciato Mugabe, è subentrato l'ennesimo presidente, golpista, Emmerson Mnangagwa, sostenuto dalla Cina.
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Re: Ma la Francia sfrutta colonialmente l'Africa? No!

Messaggioda Berto » mer mag 01, 2019 8:37 pm

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Re: Ma la Francia sfrutta colonialmente l'Africa? No!

Messaggioda Berto » mer mag 01, 2019 8:38 pm

Le balle colossali sullo sfruttamento dell'Africa da parte dell'Europa e dell'occidente.

L'Africa maomettana che è quasi la metà del continente africano non subisce alcuna colonizzazione e sfruttamento da parte dei bianchi, dei cristiani, dell'occidente europeo e americano; le imprese occidentali che vi operano sono completamente soggette ai paesi africo maomettani.
L'Africa del Sud a cominciare dal Sudafrica non hanno alcun dominio coloniale bianco e occidentale, in alcuni paesi i bianchi sono stati cacciati e sterminati, in Sudafrica i bianchi sono una minoranza discriminata, oppressa e minacciata di sterminio.
L'Africa Centrale animista, cristiana, maomettana ...
...
Le multinazionali e le imprese economiche occidentali e del mondo intero che operano in Africa non sono un male ma un bene per l'Africa.
L'Africa deve solo che ringraziare l'occidente e il mondo industrializzato, con le loro multinazionali e imprese economiche sia agricole che estrattive che utilizzano e valorizzano le sue risorse che altrimenti non varrebebro nulla; in tal modo l'Africa beneficia di ricchezze che l'aiutano a progredire, migliorare e svilupparsi.


L'Africa non è povera, anzi. Ma le multinazionali le stanno rubando tutta la ricchezza
Renzo Rosso
Docente di Costruzioni idrauliche e marittime e Idrologia a Milano

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/1 ... za/4827459

Le Nazioni Unite temono che l’espulsione di massa dei rifugiati congolesi dall’Angola potrebbe innescare una crisi umanitaria. Sono più di mezzo milione, oltre a quelli che hanno già lasciato il Paese il mese scorso, perché identificati come migranti irregolari dal governo angolano. Il sogno di trovare la salvezza emigrando nella sponda angolana del fiume Congo, protetti dall’Agenzia per i rifugiati dell’Onu, sembra svanito. E la lezione europea sul controllo delle migrazioni trova seguaci anche nell’Africa australe.

L’Angola, ex colonia portoghese, ha un territorio ricco di diamanti, petrolio, oro e rame: un grande potenziale agricolo di terre fertili tuttora incolte, più del 95%, e una Banca nazionale senza pesanti vincoli neo-coloniali. Secondo i dati del Fondo Monetario, ha un Pil pro-capite di 4.342 dollari. A sua volta, la Repubblica del Congo – dilaniata dalla corruzione e dalla guerra civile – è un’ex colonia francese, con un Pil pro-capite di 1.831 dollari, meno della metà dei vicini, nonostante sia altrettanto ricca di petrolio, oro, fosfati e diamanti, ma con un’economia esclusivamente neo-coloniale. Non sono tra i più poveri del continente, poiché il Pil pro-capite di vari stati africani non supera mille dollari all’anno. Ma la divergenza delle loro traiettorie pare evidente, se 40 anni fa il Pil pro-capite congolese superava quello angolano, 1.304 dollari contro 669 dollari.

L’Africa non è povera, ma ricca. Poco rimane all’Africa di questa ricchezza, però. Se i Paesi africani hanno indubbi benefici dagli investimenti stranieri, dovrebbero poter regolamentare questi flussi finanziari tramite leggi che oggi non hanno. Al contrario, alle multinazionali viene permesso di razziare legalmente molto di ciò che ricavano dal continente, attraverso i paradisi fiscali. Secondo un’inchiesta di Al Jazeera, i cosiddetti “flussi finanziari illeciti” superano il 6% del Pil dell’intero continente, tre volte più di quanto l’Africa riceva in aiuti. Senza contare i 30 miliardi di dollari che queste società rimpatriano: tutti profitti fatti in Africa ma prontamente trasferiti a casa madre, gestiti dalle piazze finanziarie europee, americane e, da poco, orientali.

Non solo, circa 29 miliardi di dollari all’anno vengono razziati all’Africa con i disboscamenti, la caccia e la pesca illegali. E il danno che la società e l’economia africana sopportano a causa della lotta ai cambiamenti climatici ammonta a 36 miliardi. Gli africani non possono utilizzare i combustibili fossili per svilupparsi così come ha fatto storicamente l’Europa. La crisi climatica non è stata favorita né innescata dagli africani, ma sono loro a pagarne gli esiti più dei tutti gli altri.

Aiutarli a casa loro? I governi occidentali si atteggiano a generosi benefattori che fanno il possibile per “aiutare chi non sarebbe in grado di aiutare se stesso”. Ipocrisie spesso propagate dai media. Meglio invece se smettessero di perpetuare il danno che stanno facendo, costringendo i governi africani ad aprire la loro economia alla privatizzazione e i loro mercati alla concorrenza sleale. E non trasferire in Africa le pulsioni sovraniste che si stanno imponendo in Europa e in Usa.

Nel 1980, il Pil pro-capite angolano era un ventesimo di quello statunitense. Nel 2017, il gap è sceso: per fare un americano bastano “soltanto” 14 angolani, ma non sono sufficienti 33 congolesi. Non sono argomenti di alto profilo finanziario, ma banale e forse velleitaria economia domestica, per di più soggetta all’eterna lezione di Mark Twain, giacché “se i fatti sono testardi, le statistiche sono malleabili”. E conosciamo tutti i polli di Trilussa.

Le disuguaglianze che tormentano i Paesi guida del mondo, e innescano turbolenze politiche impensabili fino a pochi anni fa, si trasferiscono tal quali nei Paesi africani. Qui si amplificano attraverso antiche ostilità tribali e nuove rivalse che alimenteranno futuri conflitti. E se ogni abitante della Terra consuma quasi 15 chili di pollo all’anno, il Paese che ha inventato il fried chicken lascia poco più delle ossa a chi vive nell’Africa equatoriale. Ma non dimentichiamo i 165mila africani molto ricchi, con un patrimonio complessivo di 860 miliardi di dollari – in media più di 5 milioni a testa – per più della metà custoditi al riparo dei paradisi fiscali.


Albrto Pento
Tutte queste demenzialità complottiste sull'Africa, sul neocolonialismo monetario-politico-economico, sono originate e alimentate da pregiudizi ideologici che si sono formati, consolidati, sovrapposti e intrecciati nel corso del tempo:
pregiudizi contro il capitalismo, contro le imprese economiche bancarie e multinazionali, contro il profitto, contro i bianchi, contro i cristiani, contro gli ebrei, contro l'Occidente, contro gli USA, contro l'Europa, contro la libertà economica e la diversità,
sostenute da ideologismi, fanatismi e mitismi politici, economici, religiosi, secondo i quali: il capitalismo, le imprese economiche bancarie e multinazionali, il profitto, i bianchi, i cristiani, gli ebrei, l'Occidente, gli USA, contro l'Europa sarebbero maligni.
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