Libia e l'IS, il colonialismo, Gheddafi e i clandestini

Re: Libia e l'IS, il colonialismo, Gheddafi e i clandestini

Messaggioda Berto » sab apr 06, 2019 9:52 pm

???

Dietro il caos in Libia, si staglia l'ombra di Macron
Lorenzo Vita
6 aprile 2019

http://www.occhidellaguerra.it/libia-ha ... _CurjOWark

Khalifa Haftar è pronto marciare su Tripoli e gli aerei del governo riconosciuto hanno iniziato i primi raid sui convogli del generale a sud della capitale. Il caos in Libia rischia di condurre inesorabilmente il Paese in una guerra civile dai tratti decisamente preoccupanti. Preoccupanti per il Paese, per il Nord Africa e anche, inevitabilmente, per l’Italia.

In queste ore, Francia, Gran Bretagna, Italia, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti hanno lanciato un appello congiunto a tutte le fazioni libiche per cessare le violenze. “I nostri governi si oppongono a qualsiasi azione militare in Libia e riterrà responsabile qualsiasi fazione libica che faccia precipitare ulteriormente il conflitto civile”, si legge nella nota. “In una fase delicata di transizione, iniziative militari e la minaccia di azioni unilaterali rischiano solamente di ripiombare la Libia nel caos”. Ma dietro a questo appello potrebbe nascondersi una verità ben più complessa, dal momento che – è inutile negarlo – Haftar non ha potuto certo decidere in maniera totalmente spontanea di avanzare direttamente sulla capitale conquistando anche Garian, a cento chilometri dalla sede del governo di Fayez al-Sarraj.

Qualche ordine deve essere arrivato. Perché è del tutto evidente che nel gioco delle potenze in Libia, né Haftar né tanto meno Sarraj si promuovono del tutto autonomamente. Abbiamo in questi mesi parlato approfonditamente delle violenze libiche, della guerra e del gioco di influenze esterne che animano e decidono i destini di una guerra che non cessa di riservare inquietanti sorprese. Ed è difficile credere adesso che Haftar, coadiuvato da Egitto, Francia, Emirati, possa aver scelto una via di rottura totale con i suoi sponsor internazionali avanzando su Tripoli. Qualcosa deve essere successo. Qualche via libera deve essere aggiunto.

E allora, visto che si sa che sponsorizza il maresciallo, è interessante la notizia uscita il 2 aprile sul sito di analisi Libya security studies. In questo articolo, che cita un’anonima fonte diplomatica, si legge che da Parigi sia arrivato il via libera per Haftar per scatenare l’avanzata verso Tripoli. La fonte parlava di un’avanzata del comandante dell’Esercito nazionale libico da sud, proprio come accaduto con la presa di Garian, e di un via libera arrivato dalla Francia al termine di “una riunione sulla sicurezza tenuta a Bengasi in un centro di operazioni militari di alto livello tecnologico sotto il comando francese”.

La notizia è chiaramente difficile da confermare. Ma dal momento che Haftar è apertamente sostenuto da Emmanuel Macron e che il comando francese ha supportato ampiamente le operazioni dell’uomo forte della Cirenaica anche nel sud della Libia, è difficile credere che Parigi fosse all’oscuro di tutto. Anzi, visti i contatti sempre più netti fra i due comandi, confermato anche dagli accordi sui raid aerei sui ribelli in Ciad, è molto probabile che in Francia siano ben note le mosse del generale. Mosse che, fra le altre cose, rappresentano anche un problema per il nostro Paese, che proprio ieri, con il viaggio di Giuseppe Conte in Qatar, si fatto ha blindato un asse con un Paese nemico degli Emirati. Che casualmente sostengono Haftar.

Per Macron, la mossa del generale libico potrebbe essere utile. La Francia è stata uno dei Paesi più colpiti dal fatto che il piano delle Nazioni Unite ha provocato lo slittamento delle elezioni e l’imposizione di una road-map che è servita anche all’Italia. Il governo giallo-verde, dopo la conferenza di Palermo, sembrava aver messo più di un piede in Libia. Ma aveva anche rivelato un punto debole: l’eccessivo potere di Haftar che, di fatto, aveva segnato anche la netta sconfitta strategica italiana nel sostegno a Sarraj. Ora, con la mossa del generale, è chiaro che il governo di Tripoli non abbia più le capacità di continuare minimamente a sostenere la transizione del Paese. Mentre gli alleati di Haftar, pur affermando la volontà di una pace, è chiaro che potranno sedersi al tavolo delle trattative da una netta posizione di forza. E la Francia non vede l’ora di colpire gli interessi italiani riprendendosi la pax libica.
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Messaggioda Berto » dom apr 07, 2019 9:10 pm

Libia: e se il Generale Haftar avesse ragione?
Franco Londei
Aprile 7, 2019

https://www.rightsreporter.org/libia-e- ... xIxf4Ps7PE

Gheddafi sosteneva che gli arabi conoscono e rispettano solo la legge del più forte e che la democrazia non fa per il mondo arabo. Con il senno di poi è difficile non dargli ragione

Tutto si può dire di Muʿammar Gheddafi meno che non avesse capito come Governare la Libia e, soprattutto, i libici.

In un discorso tenuto a Jamahiriya il 20 maggio 2009 ammise che con la sua rivoluzione avrebbe voluto creare «un modello di libertà, democrazia popolare e uno stato libero dall’oppressione e dall’ingiustizia» ma che aveva fallito, costretto dalle divisioni tra le decine di tribù a creare uno Stato dittatoriale.

Per Gheddafi era impossibile governare i libici adottando le misure democratiche che sognava di introdurre con la sua rivoluzione. Piuttosto per essere governata la Libia aveva bisogno di un uomo forte che tenesse unite, anche con l’uso della forza, tutte le tribù ed entità che la componevano.

Logicamente il discorso è opinabile. Tuttavia i fatti seguiti alla sua caduta dimostrano che Gheddafi sapeva esattamente quello che diceva.

Peccato che nessuno in occidente avesse capito il valore di quelle parole quando decisero di attaccare la Libia e di rovesciare il regime di Gheddafi.

Nonostante il dittatore libico considerasse la Libia un paese africano prima ancora che arabo (famose le sue critiche alla Lega Araba) era tuttavia convinto che per governare il Paese ci volesse una mentalità araba. In un colloquio con un inviato di Al Jazeera avvenuto nel marzo 2007 disse che «gli arabi conoscono e rispettano solo la legge del più forte» e che non sono quindi in grado di gestire la democrazia.

Anche questo è opinabile, ma anche in questo caso con il senno di poi e dopo le cosiddette “primavere arabe” è indiscutibile che il Rais avesse ragione anche in questa occasione.

Ora cosa succede? Succede che in Libia c’è un signore potentissimo, il Generale Khalifa Belqasim Haftar, che pur dicendosi nemico di Gheddafi sembra seguirne i “consigli” e soprattutto sembra aver capito che per governare la Libia serva il pugno di ferro e non la democrazia come vorrebbe imporre l’occidente, per di più con le persone sbagliate al timone del Paese.

Oggi che il Generale Haftar ha lanciato la sua offensiva contro il Governo cosiddetto “democratico” e riconosciuto internazionalmente del Premier Fayez al Serraj, tutti condannano l’offensiva contro Tripoli dimenticando ancora una volta la lezione di Gheddafi.

Persino Egitto, Russia e Francia, che stanno dietro al Generale Haftar, denunciano (o fanno finta di farlo) l’offensiva su Tripoli e chiedono che si arresti.

Tutti, dall’ONU all’Unione Europea passando per la Russia di Putin e per la Lega Araba, chiedono che in Libia si tengano libere elezioni e che si formi un governo democratico. Legittimo, chi non vorrebbe ovunque un Governo democratico? Peccato che non sia possibile, almeno non in Libia, almeno non adesso.

Lasciamo stare gli intrighi politici, soprattutto di Egitto e Francia, che stanno dietro al Generale Haftar. Lasciamo stare l’errore macroscopico dell’Italia di fissarsi su Fayez al Serraj puntando tutto su quella soluzione che solo ad un cieco non può che apparire inadeguata. Lasciamo stare tutto, ma vogliamo veramente dire che pragmaticamente parlando il Generale Haftar non ha ragioni da vendere?

Quando si parla di “mondo arabo” non si può purtroppo prescindere dal pragmatismo, non si può ragionare con la mentalità occidentale che sogna libere elezioni e democrazia ovunque. Come diceva Gheddafi, gli arabi conoscono e rispettano solo la legge del più forte.

Forse tra cento anni sarà diverso, forse in un futuro non lontano sarà possibile vedere un Paese arabo libero e democratico. Ma non ora. Ora è solo una utopia.

Personalmente dall’Italia mi sarei aspettato un approccio diverso. Il nostro Paese è quello che più di tutti ha legami con la Libia e ne conosce le dinamiche. Ecco perché escludere a priori di trattare con il Generale Haftar è stato un errore macroscopico, errore che per esempio non ha fatto la Francia che di questo passo finirà per sostituire l’Italia in Libia. E non credo che ce lo possiamo permettere.

Il pensiero di una democrazia è bello e lodevole, ma non paga, almeno non in Libia che sarà pure un Paese africano, come diceva Gheddafi, ma ha il cuore arabo, la mentalità araba e, soprattutto, non è pronto per la democrazia.

Ora, come tutte le cose che riguardano gli arabi, è difficile fare una previsione su quello che potrà avvenire in Libia. La situazione è in continua evoluzione e non è semplice capire come potrà andare a finire. Ma se c’è una cosa che oggi possiamo dire è che Gheddafi aveva terribilmente ragione sui metodi per tenere unita la Libia. Haftar lo ha capito e con lui anche chi lo sostiene, Egitto e Francia, al di la di quello che dicono ufficialmente. Lo capiranno anche a Roma?
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Re: Libia e l'IS, il colonialismo, Gheddafi e i clandestini

Messaggioda Berto » lun apr 08, 2019 4:37 am

L'Italia abbandonata da Trump. Così rischiamo di perdere la Libia
Matteo Carnieletto
7 aprile 2019

http://www.occhidellaguerra.it/libia-it ... 4pHGjWj_Ms

Il generale Khalifa Haftar è sempre più vicino a Tripoli e, ormai, Fayez al Sarraj ha i giorni contati. Almeno politicamente. La mossa dell’uomo forte della Cirenaica era pianificata da tempo, come ha spiegato Gian Micalessin su ilGiornale di oggi: “Il momento arriva a fine marzo quando Haftar vola ad Abu Dhabi e concorda con il principe ereditario Mohammed Bin Zayed il colpo finale”. Sarraj viene messo davanti a un bivio: o accetta di spartire il potere con Haftar oppure sarà guerra. Con le truppe del generale a pochi chilometri da Tripoli è facile intuire qual è stata la risposta.

Ma è solo l’inizio. L’uomo forte della Cirenaica ha bisogno di soldi e così va in Arabia Saudita, dove incontra il principe Mohammad bin Salman che, secondo quanto riporta Micalessin, “è pronto a dargli il beneplacito e garantirgli i fondi necessari, assieme a quelli promessi dagli emirati, per comprarsi le milizie di Serraj”.

I nostri servizi seguono con apprensione i movimenti di Haftar e così avvisano il governo. Che però non fa nulla. O meglio: Roma non riesce a far intervenire Donald Trump che avrebbe potuto fermare i sauditi con una telefonata. Questo però non accade perché, molto probabilmente, gli Usa sono ancora “indispettiti per gli accordi commerciali tra Italia e Cina, firmati senza il consenso di Washington”.


L’Italia può perdere la Libia

L’Italia ha deciso di saltare sulla Nuova via della Seta, fortemente voluta da Xi Jinping, sottovalutando forse le ripercussioni politiche. Il progetto di Pechino, infatti, non è solamente economico, ma anche – e verrebbe da dire soprattutto – geopolitico. E questo Washington lo sa bene, tanto da ammonire più volte Roma.

Solamente poche settimane fa, infatti, Garrett Marquis, portavoce del Consiglio per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca, ha detto al Financial Times: “Siamo scettici che l’adesione del governo possa portare benefici economici durevoli al popolo italiano e nel lungo periodo potrebbe finire per danneggiare la reputazione globale del Paese”. E ora potrebbe esser arrivata la “vendetta” di Trump, che pare ormai essersi dimenticato della promessa fatta al presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, lo scorso luglio. In quell’occasione, Washington promise che l’Italia sarebbe stato un partner privilegiato nel Mediterraneo, soprattutto nel complicato dossier libico. E, in effetti, così è stato, almeno fino alla conferenza sulla Libia che si è tenuta a Palermo lo scorso novembre.

Ma qualcosa è cambiato e l’Italia si è ritrovata sola, incapace di salvaguardare i propri interessi in Libia. Il nostro Paese, fin da subito, ha puntato sul cavallo sbagliato, il debole Fayez al Serraj, appoggiato però dalla comunità internazionale. Lo ha fatto perché poteva contare sull’appoggio degli Stati Uniti nel Paese nordafricano. Ma ora che questo è ormai venuto meno l’Italia rischia grosso.
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Messaggioda Berto » lun apr 08, 2019 8:40 am

Libia e terrorismo - Si sta intensificando la guerra in Libia.
VENETO SERENISSIMO GOVERNO
Ufficio di Presidenza

La lotta si sta avviando verso uno snodo decisivo: la conquista di Tripoli da parte delle Forze Armate del Parlamento di Tobruk, guidate dal Feld Maresciallo Khalifa Haftar, che potrebbe cambiare completamente, o addirittura annullare, la prossima "Conferenza" sulla Libia (14/16 Aprile 2019).

La situazione è complessa: l'unica cosa certa è che Fayez Sarraj è un fantoccio nelle mani di chi vuole controllare gli immensi giacimenti energetici libici.

I popoli libici devono decidere il loro destino, senza interferenze dei pescecani delle multinazionali.

È importante che essi trovino dei giusti equilibri etnici, politici ed economici.

Pace e stabilità sono indispensabili perchè il Mediterraneo diventi un mare di fraternità e collaborazione.

Dobbiamo essere fiduciosi sugli interventi equilibrati, positivi e energici dei Presidenti Putin, Netanyahu, Al Sisi per il raggiungimento di questi obbiettivi.

Bisogna sconfiggere il terrorismo, i loro ispiratori e finanziatori. Se il Feld Maresciallo Khalifa Haftar è all'interno di questo obbiettivo avrà tutta la nostra comprensione: i fatti concreti lo dimostreranno.

Libia: cosa dire della posizione del governo italiano? E' sempre dalla parte dei perdenti, sperando che essi vincano, incapace a tutto.

Se poi andiamo ad esaminare gli uomini preposti alla politica estera, ne siamo più che convinti. Fermo restando che formalmente non esiste il titolare del Ministero degli Esteri. Il suo sostituto, il Sottosegretario, l'ingegnere onorevole Manlio dott. Di Stefano (difensore di Hamas) ha una profondità culturale che va verificata, rispetto al ruolo che pretende di svolgere: ascoltatelo quando interviene continuamente nei talk-show e comprenderete le sue capacità.... In compenso il suddetto Sottosegretario, oltre ad essere protettore di Hamas e di molti altri movimenti equivoci, è fermamente antisionista.

Con questi uomini e queste capacità politiche dove vuole andare l'Italia?

Poco è cambiato, rispetto a Piazza Venezia-10 giugno 1940 ("Abbiamo bisogno di qualche migliaio di morti per sedersi al tavolo delle trattative"); risultato: 8 Settembre 1943/ 25 Aprile 1945.

Questa sarà la fine dell'attuale sistema Italia.

Bassano del Grappa, 06 aprile 2019

Germano Battilana

Veneto Serenissimo Governo
segreteriadistato@serenissimogoverno.org, – kancelliere@katamail.com,
Tel. +39 349 1847544 - +39 340 6613027
www.serenissimogoverno.eu
www.radionazionaleveneta.org
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Messaggioda Berto » lun apr 08, 2019 9:44 am

La valenza strategica della Libia
Settore Medio Oriente
7 aprile 2019

http://www.geopoliticalcenter.com/attua ... 5cEnBCbjW4

Chiariamo subito una cosa: non riteniamo la Libia una nostra colonia. E aggiungiamo subito una seconda cosa: altri paesi la pensano molto diversamente da noi e vorrebbero che Tripoli si trasformasse in una nuova Libreville, dove il dittatore di turno risponde unicamente ai bleus. Sì perché alcune nazioni europee, ad esempio, per citarne una a caso, la Francia, ha come cardine della propria economia la gestione delle risorse naturali delle sue ex colonie, a fini interni e di controllo geopolitico sia della regione africana che di quella europea.
Ricordiamo un ulteriore elemento. Nel 2015/2016 da queste pagine si sosteneva la necessità strategica di appoggiare l’Egitto ed il Generale Haftar nella lotta per il potere in Libia, non per simpatie personali verso il Generale o verso il Cairo, ma perché era a noi già evidente che Haftar aveva tutti gli elementi necessari, anche se non sufficienti, per diventare in breve tempo un riferimento per tutta la Libia. Ma il Governo Renzi e Gentiloni la pensarono diversamente e scelse di preferire l’alleanza con la Fratellanza Mussulmana, tanto cara ad Obama, ed appoggiare senza esitazioni Al Serraj.
Oggi da queste stesse pagine chiediamo al governo italiano coerenza nel sostenere Al Serraj, non tanto per una posizione di puntiglio o di orgoglio ma perché è l’unico modo per ridurre la capacità negoziale di Haftar, oggi sponsorizzato dai francesi e dai sauditi e che probabilmente in caso di resa senza condizioni di Al Serraj pagherà il suo debito con i francesi mettendo una bellissima (per Parigi) insegna della Total dove fino ad oggi si trova il cane a sei zampe dell’ENI. Avere il controllo degli idrocarburi libici, per i francesi, significa avere in loro controllo la principale fonte di approvvigionamento di greggio di ENI (e dell’Italia) in un periodo dove le sanzioni all’Iran rendono il petrolio “light” un bene raro ed ambito. Ma non si parla solo di greggio. Il gas naturale che da Tripoli arriva a Gela è linfa vitale per il nostro paese, privo di centrali nucleari e privo di giacimenti su suolo nazionale in grado di alimentare i servizi civili ed industriali. Con i francesi al comando, il 50% dell’energia nazionale sarà direttamente sotto il controllo di Parigi, che provvederà a venderci a carissimo prezzo l’energia prodotta con le centrali nucleari costruite a ridosso della nostra frontiera, e sarà sempre tramite il ricatto energetico che potrà “convincere” il governo di turno presente a Roma a non protestare su dispute bilaterali, territoriali, economiche o politiche che siano.
In seconda battuta Haftar il parigino potrebbe attaccare il nostro governo riversando una marea umana di immigrati irregolari verso il Mediterraneo centrale. Haftar, come arma di ricatto, con la benedizione dei suoi protettori europei, potrebbe non solo non fermare le partenze degli immigrati, ma procurare ad essi barconi di grandi dimensioni ed in grado di compiere la traversata fino a Lampedusa o fino alla Sicilia, rendendo impossibile qualsiasi opera di contenimento il nostro governo volesse mettere in pratica. In questo scenario non servono navi militari europee, non servono le ONG, in quanto gli immigrati sarebbero “autonomi” e non ci sarebbe modo per l’Italia di fermarli, se non con assurde stragi in mezzo al mare.
Cosa fare quindi, come agire? La soluzione esclusivamente diplomatica, come d’altra parte subito suggerito dai nostri amici francesi al vertice del G7 dei ministri degli esteri, sarebbe per noi fallimentare. Proprio noi che nel 2016 chiedevamo un’alleanza con Haftar oggi siamo a chiedere un intervento diretto delle forze armate italiane in Libia. Non parliamo di contingenti di terra ma di un supporto delle marine e dell’aeronautica per imporre innanzitutto una No Fly Zone a difesa della Tripolitania ed azioni chirurgiche contro le colonne di Haftar che dovessero avanzare ancora verso Tripoli, Misurata o Zuwara.
Allo stesso tempo sarebbe indispensabile normalizzare i rapporti con l’Egitto e far comprendere al Cairo che l’Italia è pronta a collaborare, non tanto con Haftar, ma direttamente con il presidente El Sisi per garantire in breve tempo l’estromissione della Fratellanza Mussulmana, e dei suoi sponsor turchi, dai gangli vitali della politica libica.
Solo questo mix di azione militare, politica e diplomatica può garantire all’Italia di non buttare alle ortiche 50 anni di impegno in Libia ed evitare ai libici un bagno di sangue, seguito dall’ennesima dittatura militare.
Per chi si preoccupa della giustificazione costituzionale di un nostro intervento, ricordiamo che il governo di Tripoli è riconosciuto dalle Nazioni Unite ed in caso di sua richiesta esplicita il nostro ruolo sarebbe quello, non di belligeranti, ma di assistenza di un legittimo governo minacciato da un bagno di sangue da parte di un generale golpista senza alcuna legittimazione a livello internazionale.
Purtroppo osserviamo i capi politici di Movimento 5 Stelle e Lega continuare la loro comunicazione, istituzionale e non, come se in Libia tutto andasse per il meglio. Chi crede che la tempistica di questo attacco di Haftar sia casuale sbaglio di grosso, chi ha pianificato l’assalto a Tripoli aveva piena coscienza del fatto che alla vigilia delle elezioni europee i “decisori” italiani non avrebbero mosso un dito per paura di un “danno” elettorale. Noi speriamo ancora che Salvini e Di Maio abbiano un sussulto di orgoglio, e una fiammata di coraggio in grado di scompaginare i piani dei nostri cugini d’oltralpe e di tutta quella parte di Italia esterofila che preferirebbe sostituire il tricolore francese alla nostra bandiera sui campi petroliferi della costa occidentale della Libia.

Addendum

Abbiamo anche il dovere di difendere i nostri connazionali ancora presenti in Libia. Parliamo dal corpo diplomatico, dei militari e dei civili che lavorano per e con loro, dai contractor che operano a vario titolo a Tripoli e di tutti gli altri italiani presenti. Nessuno li abbandoni.
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Re: Libia e l'IS, il colonialismo, Gheddafi e i clandestini

Messaggioda Berto » lun apr 08, 2019 11:00 am

Le armate "invisibili" in Libia. Ecco tutte le forze straniere sul campo
Lorenzo Vita
5 aprile 2019

http://www.occhidellaguerra.it/libia-po ... Z3fNQIQ7sk


Nel caos della guerra in Libia, l’avanzata di Khalifa Haftar su Tripoli coinvolge non solo il Paese nordafricano ma anche le altre potenze coinvolte nella complessa partita libica. Perché, in queste guerra che da anni sconvolge il Mediterraneo centrale, c’è anche una “invisibile” presenza militare straniera che può cambiare (e già cambia) radicalmente le sorti del conflitto libico.

È una presenza poco pubblicizzata, ma estremamente importante. Le maggiori potenze dell’area euro-mediterranea sono dislocate dalla Cirenaica alla Tripolitania a protezione sia delle proprie sfere di influenza che dei propri interessi economici e strategici. Italia, Francia, Regno Unito e Stati Uniti sono presenti in diverse aree del Paese con il compito di gestire le milizie e gli eserciti collegati ai rispettivi governi e per sostenere in particolare le aree più importanti dal punto di vista energetico ma anche per quanto riguarda il controllo dei flussi migratori.

Ed è quindi chiaro che la dislocazione delle forze indica soprattutto i rapporti di alleanza fra potere locale e potenze internazionali. Questo piega la presenza italiana in Tripolitania, quella francese in Cirenaica, così come la presenza di Usa e Gran Bretagna a Sirte e nel sud della Libia.

L’Italia in Libia

La presenza italiana in Libia è ufficialmente quella della Missione bilaterale di assistenza e supporto (Miasit). Come spiega il sito del ministero della Difesa, scopo della missione è quello di fornire “assistenza e supporto al Governo di Accordo nazionale libico” e nasce dalla riunificazione di due diverse operazioni: l’Operazione Ippocrate e Mare Sicuro. Quest’ultima, in particolare, era destinata all’addestramento della marina e della guardia costiera libica. Missioni riunite per creare poi un unico dispositivo nel gennaio 2018 con il compito specifico di sostenere le autorità libiche nel difficile (e a questo punto quasi impossibile) processo di riunificazione e pacificazione sotto la guida del governo di Tripoli, grazie all’ausilio di un massimo di 400 militari e 130 mezzi terrestri, navali e aerei.

Tutto, almeno secondo la teoria della missione, in coordinamento con quanto deciso dalle Nazioni Unite. Ma visto che l’Onu non sembra in grado di gestire la crisi esplosa nel Paese, è del tutto evidente che le nostre truppe siano (come naturale che sia) impegnate in Tripolitania per difendere gli interessi di Roma. A prescindere dal fatto che la strategia italiana rischi di risultare a questo punto un fallimento.

La presenza francese

Ma l’Italia non è certo l’unica a essere presente in Libia. E il fatto che Emmanuel Macron sia così attivo nel cercare di prendere il controllo della situazione è confermato anche dalla presenza delle forze speciali di Parigi, che sostengono da sempre il generale Khalifa Haftar.

Per molto tempo, la Francia ha negato qualsiasi coinvolgimento. Ma era veramente difficile credere che Parigi potesse essere lontana dal suolo libico quando fu proprio grazie all’intervento di Nicolas Sarkozy che esplose il caos di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze. La Francia ha sempre avuto interesse prima nel far cadere Muhammar Gheddafi e poi nel prendere il controllo della situazione, anche per gli enormi interessi legati al settore energetico, di cui Total rappresenta il pilastro.

La prima (inevitabile) ammissione da parte del governo francese è arrivata nel 2016, quando venne abbattuto un elicottero delle forze del maresciallo della Cirenaica in cui erano presenti alcuni uomini delle truppe d’élite di Parigi. Impossibile per l’allora primo ministro Manuel Valls e il presidente François Hollande non confermare di essere in Cirenaica. E l’allora portavoce Stephane Le Foll disse: “Le forze speciali ci sono per contribuire a garantire che la Francia sia presente ovunque nella lotta contro i terroristi”.

Non esistono però cifre ufficiali. E la questione è legata soprattutto al fatto che la Francia è presente in tutta l’area del Sahel con migliaia di uomini. Ed è evidente che vi siano delle forti resistenze da parte di Parigi a confermare quella che non dovrebbe essere una presenza ufficiale con numeri chiari e alla portata di tutti. Come riporta Agi, in passato era circolato anche un “rapporto che indicava la presenza di almeno 40 membri dei corpi speciali francesi nella zona di Benina, nella periferia di Bengasi: una presenza che è stata confermata alla France-Presse anche dal colonnello Saqr Jarochi, secondo cui ‘almeno 20 militari si trovano in una base a Benina’ e altri sono sparsi tra ‘Tobruq e Misurata’”.

Gli Stati Uniti in Libia

In Libia sono presenti anche gli Stati Uniti. Una presenza meno nota e soprattutto molto meno pubblicizzata rispetto a quella di Francia e Italia, ma comunque estremamente importante, visto che con Africom (il comando americano per le operazioni in Africa) operano da sempre in Libia con alcuni raid contro lo Stato islamico e altre milizie islamiste.

Ma non sarebbero solo gli aerei americani a intervenire in territorio libico. Già nel 2015, il Guardian raccontò di come fosse stata rivelata una missione segreta degli Stati Uniti in Libia dopo che la pagina Facebook delle forze aeree libiche annunciò pubblicamente la presenza di 20 soldati statunitensi nella base aerea di Wattiya. Un errore a cui il Pentagono fu costretto a rispondere con una clamorosa ammissione. E anche successivamente, un rapporto della Watson Institute della Brown University ha rivelato che i corpi speciali americani hanno anche una base e un centro di addestramento nel sud del Paese, mentre altri operano a Sirte.

Le forze del Regno Unito

Infine, non bisogna dimenticare una presenza oscura ma reale: quella dei soldati di Sua Maestà. Nessuno è mai riuscito a confermare la presenza delle truppe speciali britanniche. Ma sono in molti a credere che Londra operi nello scenario libico con le sue forze antiterrorismo, specie nel nord del Paese insieme agli americani.

La Russia è presente in Libia?

C’è poi la grande incognita: la Russia. Per anni i mercenari russi sono stati accusati di essere presenti nella parte orientale della Libia insieme alle truppe di Haftar. I media britannici accusarono pubblicamente Mosca di aver inviato la sua Wagner, la società di contractors “ufficiale” del Cremlino, al confine con l’Egitto per sostenere le forze del generale dell’Esercito nazionale libico.

Accuse cui la Russia non ha mai risposto in maniera affermativa, anche se la smentita assume spesso i connotati di una mezza verità. Perché è chiaro che in un Paese con le forze Usa, francesi, italiane, britanniche e di altre potenze straniere, è impossibile credere che i russi non siano per nulla presenti sul suolo libico.
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Re: Libia e l'IS, il colonialismo, Gheddafi e i clandestini

Messaggioda Berto » mar apr 09, 2019 5:47 am

Libia, parla Michela Mercuri: "La miopia della politica internazionale italiana ha fatto perdere il vantaggio acquisito con il vertice di Palermo
Marco Pugliese
8 aprile 2019

http://www.reportdifesa.it/libia-parla- ... aefJe1bAds

Tripoli. In queste ore la Libia è tornata d’attualità. Ma perché il Paese nord africano è cosi importante per l’Italia? Dal 2011, ovvero dall’attacco occidentale (fortemente voluto da Parigi, che alla fine convinse il Presidente americano Barack Obama) il paese cardine dell’economia mediterranea italiana è nel caos, spaccato in due.

Da una parte c’è al-Sarray (appoggiato da Italia e comunità internazionale) e dall’altra Haftar (sostenuto da Francia, Emirati arabi unti, Arabia Saudita ed altri).

Il nostro Paese poco o nulla ha fatto, prima con Silvio Berlusconi ha subito gli eventi, poi con Mario Monti ed Enrico Letta li ha congelati. Matteo Renzi ha avuto in mano la situazione per qualche scorcio del 2015.

Sull’onda degli attentati e con DAESH alle porte anche il mite Paolo Gentiloni (allora ministro degli Esteri) si lasciò scappare uno strano “ Siamo pronti a combattere”.

Ma l’ Italia era veramente pronta a farlo nel febbraio 2015? Pareva proprio cosi. Lo Stato Islamico occupò Sirte ed il nostro Governo, tramite appunto Gentiloni, si lasciò scappare la battuta, che in realtà nascondeva uno scenario particolare.

Preoccupavano le installazioni ENI a rischio DAESH e gli enormi investimenti italiani in loco, quantificabili in almeno 5 miliardi d’euro annui. L’ ONU, nel frattempo, falliva su tutta al linea.

John Kerry incontrò Matteo Renzi e gli fece il punto: gli Usa avrebbero garantito appoggio navale e logistico, droni, basi e una forza militare mobile ma il grosso della missione sarebbe stato a carico di Roma.

L’obiettivo? Occupare (con la cooperazione delle milizie libiche tramite accordi confezionati con l’ENI) le principali città libiche ed i porti.

Iniziavano i massicci flussi migratori verso l’Italia, milizie e terrorismo di fatto ebbero da quel momento una fonte di guadagno garantita con il traffico d’ esseri umani. Matteo Renzi non avrebbe dovuto far altro che dare il via libera, avrebbe messo in sicurezza gli interessi italiani e soprattutto bloccato un crescente malcontento (che poi pagherà a livello elettorale) derivante da una gestione non eccezionale dei migranti in arrivo in ingenti numeri dalla Libia.

La differenza tra normale politico e lo statista la si vede in queste situazioni. Lo statista rischia, perchè vede oltre al momento. A Matteo Renzi mancò lo slancio finale e fu di fatto la fine del suo successo politico.

Da quel momento la sfiducia nel suo operato iniziò a crescere fino a farlo cadere nel dicembre del 2016 tramite un referendum che divenne di fatto un voto politico. Mai più si presentarono condizioni cosi favorevoli. Archiviato Matteo Renzi fu il turno di Paolo Gentiloni che di fatto s’affidò al ministro dell’Interno Marco Minniti, il quale bloccò, con una serie d’accordi, i flussi migratori.

Ma l’ Italia, formalmente almeno, non smise d’appoggiare al-Sarraj ed evitò Haftar (appoggiato invece da Parigi).

Un recente incontro del capo del Governo Conte con Al Sarraj

L’attuale Governo ha ereditato la matassa ma non molto ha fatto per sbrogliarla. Da più parti anzi, emerge, che la non rapida azione di dovute spiegazioni da parte Giuseppe Conte nella querelle “Via della Seta” agli Usa abbia di fatto congelato l’appoggio in Libia (promesso nell’ultimo bilaterale prima della Cina) di Donald Trump. Con gli Usa pronti ad isolare al-Sarraj, e di conseguenza l’ Italia, Haftar ha tentato il colpo di queste ore per riconquistare il Paese.

L’Italia ovviamente ha tutto da perderci.

Partendo da questi ragionamenti, Report Difesa ha fatto il punto con Michela Mercuri, docente di Storia contemporanea dei Paesi mediterranei all’Università degli Studi di Macerata e Geopolitica del Medio Oriente all’Università Niccolò Cusano.

Professoressa Mercuri, l’Italia cosa deve augurarsi da questa situazione in Libia?

Che vinca Al-Sarraj. Ma è utopia. Haftar non cambierà cavallo in corsa, visto che ha alleati di un certo tipo e assai disposti a finanziare le sue mosse. In primis Emirati arabi uniti e Arabia saudita. Perchè cambiare?

Cosa può fare allora il nostro Paese?

L’Italia ad ora non può fare molto, rimane l’amaro in bocca perchè il nostro Paese organizzò una Conferenza sulla Libia (con Haftar) a Palermo, nel novembre dello scorso anno. In quel momento avevamo conquistato posizioni importanti, ma ce le siamo fatte scappare. Adesso non rimane, ma è arduo e anche pericoloso cercare una sponda con Misurata (una sorta di città-Stato) e con le tribù (che ad esempio hanno accordi bilaterali con Eni) tentando di riagganciare Haftar.

Dobbiamo escludere un intervento militare italiano?

Sì. Bisogna farsi sentire all’interno della comunità internazionale. Ci tocca stare alla finestra e, spiace dirlo, sono eventi fuori dal controllo italiano.

Da dove nasce questa crisi?

La crisi è partita per una prova di forza di Haftar. Mostrare i muscoli per portare più tribù a Gadames dalla sua parte. Ricordiamo come la Libia sia una costellazione di milizie tribali. Fa riflettere che Haftar non sia solo, Arabia Saudita ed Emirati arabi uniti lo sostengono finanziariamente e politicamente. Bisognerà, prima o poi, confrontarsi con questi Paesi.

Se l’Italia soffre, la Francia ride?

La Francia è alleato storico di Haftar. I francesi però sono stati spiazzati dal colpo militare, ho questa fonte. Parigi avrebbe preferito una via diplomatica. Ma se tutto si concludesse a favore di Haftar, La Francia con le sue imprese – Total in primis – ne gioverebbe e sarebbe assai complesso per l’ Italia.

Intanto, l’ENI ha richiamato il suo personale…

Lo ha fatto per motivi precauzionali. Non è la prima volta che la compagnia ritira il proprio personale. L’ENI rimane comunque l’unica compagnia internazionale ad operare nel Paese. Ricordiamo che ha una propria autonomia sulle trattative con le milizie e una sua politica internazionale “a parte”.

Come definirebbe invece la politica internazionale italiana? Miope e poco lungimirante?

Miope. Il nostro Paese (in qualche modo) avrebbe dovuto intervenire prima, avevamo sia il placet russo che americano. Saremmo dovuti intervenire ed appoggiare Haftar, invece abbiamo preferito aspettare.

Con il caos in corso, i flussi migratori sono rimessi in discussione?

Non è un caso che la Tunisia abbia rafforzato i confini, il rischio d’implosione e conseguente riapertura massiccia dei flussi è concreta, sarebbe una doppia sconfitta per l’Italia che si ritroverebbe a gestire problemi creati da altri sul proprio suolo nazionale.

E con una Libia targata Haftar, quale dovrebbe essere la nostra posizione?

Cadesse Tripoli, l’ Italia finirebbe dietro ad altre nazioni da un punto di vista diplomatico. Haftar ci snobberebbe e la Total con l’appoggio della Francia potrebbe prendere il posto di ENI. Sarebbe un grave danno per il nostro Paese che però ad oggi non può fare molto.

Rischia qualcosa il nostro contingente a Misurata?

I nostri militari sono a Misurata, in questa sorta di città- Stato. È l’unica che ha i mezzi militari per opporsi ad Haftar. In questo momento nessun pericolo, ma va letto bene lo scenario. Può accadere di tutto ed in questo momento nessuno pare avere controllo e certezze.

PER APPROFONDIRE

La missione italiana in corso è di assistenza e supporto al Governo di Accordo nazionale libico. Fu creata da due diverse operazioni: l’Ippocrate e la Mare Sicuro. Il tutto era finalizzato all’addestramento della Marina e della Guardia Costiera Libica. Il compito specifico è quello di sostenere le autorità libiche nel processo di riunificazione e pacificazione sotto la guida del Governo di Tripoli con la presenza, al massimo di 400 militari e di 130 mezzi terrestri, navali e aerei.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Libia e l'IS, il colonialismo, Gheddafi e i clandestini

Messaggioda Berto » dom apr 14, 2019 7:32 pm

Migranti, si teme ondata di migranti libici: duello Salvini-Conte sui porti
14 Aprile 2019
Alberto Gentili

https://www.ilmessaggero.it/pay/edicola ... 28062.html

Se non è defunto, è già colpito al cuore il tentativo di Giuseppe Conte di evitare che anche la guerra in Libia diventi terreno di scontro elettorale tra la Lega e i 5Stelle. Il premier venerdì ha istituito il “gabinetto di crisi”, ha chiesto «unità, compattezza», ha invitato tutti a «evitare slabbrature e voci dissonanti». Meno di 24 ore dopo, però, Luigi Di Maio e Matteo Salvini tornano a bisticciare. E questa volta soltanto su un’ipotesi, anche se decisamente allarmante: l’eventuale emergenza umanitaria, una nuova ondata di sbarchi sulle nostre coste, che potrebbe essere innescata dalla guerra civile a Tripoli.

Tutto comincia da una dichiarazione del premier. Questa: «C’è il serio rischio che si sviluppi una crisi umanitaria che sfinirebbe una popolazione già provata da otto anni di instabilità. E la Libia, da Paese per lo più di transito di migranti dall’area subsahariana, diventerebbe un Paese di partenza delle migrazioni. Questo metterebbe a dura prova un sistema di accoglienza che ancora non funziona a livello europeo».
Passano un paio d’ore e Salvini infrange la regola del silenzio (imposta da Conte su richiesta di Di Maio proprio per lui), sui temi libici. «Emergenza umanitaria? Non cambia nulla per le politiche migratorie per l’Italia», è l’esordio del ministro dell’Interno. Segue l’affondo: «In Italia si arriva con il permesso, coloro che scappano dalla guerra arrivano in aereo come stanno facendo. Ma i barchini, i gommoni e i pedalò in Italia, nei porti italiani, non arriveranno». Concetto ribadito dal viceministro dell’Economia, Massimo Garavaglia: «Per fortuna abbiamo chiuso i porti. E ora resteranno chiusi a maggior ragione».

Siccome il tema è delicato e i sondaggi raccontano che è decisamente impopolare tifare per l’accoglienza, anche se riguarda chi fugge alle guerre, tra i 5Stelle nessuno reagisce ufficialmente. Ma da palazzo Chigi fanno sapere: «Se c’è una guerra, non si parla più di migranti economici per i quali è giusto chiudere i porti, ma di rifugiati con diritto d’asilo e a quelli in base al diritto internazionale non puoi negare l’accoglienza». Sulla stessa linea la Farnesina: «Chi fugge dalla guerra diventa immediatamente un rifugiato e gli va concesso l’asilo. Però in caso di emergenza, di flussi anomali e improvvisi, in base ai trattati europei deve scattare la ripartizione obbligatoria degli esuli tra tutti i Paesi dell’Unione». Obbligatorietà in passato violata da Polonia, Ungheria e Slovacchia per le quali scattò la procedura d’infrazione.

RUOLI E COMPETENZE
Ma c’è dell’altro. C’è che nel governo la tensione sulla Libia tra 5Stelle e Lega è massima. Ecco Di Maio: «Il dossier libico è di competenza di Conte, della responsabile della Difesa Trenta e del ministro degli Esteri Moavero. E non serve che Salvini incontri Maitig», il vicepremier libico. Ed ecco Elisabetta Trenta: «Non servono prove di forza e non serve fare i duri per avere i titoli sui giornali. Qui bisogna avere la testa, non la testa dura». Di parere diverso Moavero che, in base a ciò che filtra dalla Farnesina, vede in modo positivo l’impegno di Salvini nei dossier libici. Tanto più perché questi riguardano settori di competenza del Viminale: il terrorismo e la questione dei migranti.

L’intesa tra Esteri e Interni però si ferma qui. Anche Moavero, al pari di Conte, non apprezza che Salvini sia tornato a cannoneggiare la Francia. Primo, perché il premier e il responsabile degli Esteri lavorano «per spingere Parigi fuori dall’ambiguità». Secondo, perché dopo la crisi diplomatica di febbraio superata solo grazie all’intervento del Quirinale, palazzo Chigi ritiene utile evitare un’escalation di tensione con l’Eliseo. Salvini, alleato della Le Pen, però se ne infischia e anche ieri ha attaccato Macron.




Libia, gli 007: trafficanti organizzano barconi, rischio Isis tra i migranti
domenica, 14, aprile, 2019

http://www.imolaoggi.it/2019/04/14/libi ... i-migranti

Almeno seimila ”profughi” pronti a imbarcarsi verso l’Italia per fuggire dalla Libia, dove infuriano i combattimenti per la conquista di Tripoli: sono i numeri contenuti in un dossier riservato consegnato dall’intelligence al premier Giuseppe Conte. Gli 007, inoltre, sottolineano come la guerra civile possa scatenare una nuova offensiva dei gruppi legati all’Isis.

I trafficanti stanno reperendo barche e gommoni – Dal report dell’intelligence, riporta Il Corriere della Sera, emerge che “i trafficanti di uomini stanno cercando di organizzarsi nel reperimento di barche e gommoni”, in modo da prepararsi al trasporto dei profughi in fuga. Grande incognita risulta essere la capacità della Guardia costiera libica di tenere sotto controllo quel tratto di mare, mentre è certo che ora Tripoli non possa essere considerato porto sicuro.

L’Isis pronto a sfruttare la situazione – Gli 007 evidenziano anche “la presenza tuttora massiccia di gruppi presenti nel Paese e direttamente collegati all’Isis, determinati a sfruttare la situazione di caos, pronti a trasformare la Libia nella nuova Siria”. tgcom24.mediaset.it
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Re: Libia e l'IS, il colonialismo, Gheddafi e i clandestini

Messaggioda Berto » lun apr 15, 2019 6:35 am

Libia, l'Italia chiede aiuto a Trump. Ma ecco cosa vuole in cambio
Lorenzo Vita
15 aprile 2019

http://www.occhidellaguerra.it/libia-italia-trump-siria

La Libia preoccupa (e molto) Giuseppe Conte. Il presidente del Consiglio ha formato la sua cabina di regia per far fronte alla crisi libica riunendo Elisabetta Trenta, Enzo Moavero Milanesi e Giancarlo Giorgetti. Sono loro i tre interlocutori del premier per quanto riguarda il dossier libico, ormai al primo posto nell’agenda del governo. Ma non bastano certamente loro per cambiare le carte sul tavolo nordafricano: servono gli alleati internazionali. E ce n’è uno, in particolare, su cui l’Italia spera ancora di poter contare: gli Stati Uniti di Donald Trump.

Il presidente Usa era stato quello più interessato a coinvolgere l’Italia nello scacchiere del Mediterraneo allargato, a tal punto che si era parlato direttamente di una cabina di regia congiunta italo-americana. Cabina di regia che però sembra essere completamente saltata per due ragioni: il disinteresse dell’amministrazione americana per la Libia e per alcune aree del Nord Africa, Libia compresa; alcune mosse italiane che hanno rotto l’asse che si era creato fra governo giallo-verde e amministrazione Trump, a partire dalla decisione dell’Italia di aderire alla Nuova Via della Seta. Decisione che non è piaciuta per niente a Washington e che è stata lì’inizio di una serie di annunci e avvertimenti da parte americana nei confronti di Palazzo Chigi su cui si è costruita anche una netta divergenza all’interno del governo.

Ma adesso è il momento dell’unità di intenti. Lo è sia all’interno dell’esecutivo, sia con i nostri alleati. L’Italia sta provando a trovare una quadra in una situazione che si evolve rapidamente di ora in ora e che, a quanto risulta dagli ultimi movimenti delle forze di Khalifa Haftar, non sembra certo volgere a favore dei nostri piani. Il generale ha sfondato la prima barriera del fronte a sud di Tripoli. E l’idea è che a questo punto il governo di Fayez al- Sarraj abbia le ore contate: e con esso la strategia italiana dei governi precedenti a quello attuale. Strategia che poteva avere una sola speranza, ovvero fare fronte comune con gli Stati Uniti che, utilizzando il piano delle Nazioni Unite, avevamo di fratto avallato la “pax italica” e la presenza di Sarraj come unico interlocutore e governo riconosciuto. Ma che adesso sembrano aver deciso di abbandonare il terreno anche per la decisione di Haftar di rompere gli schemi e quel patto americano che, come spiega Il Corriere della Sera, puntava a creare un governo di unità nazionale composto dalle principali fazioni libiche. Tramontata quell’ipotesi e con il generale alle porte della capitale, l’immagine delle forze speciali Usa che lasciano la costa nordafricana ha fatto capire perfettamente il pensiero del Pentagono: via dalla Libia.

Ma se per Washington la Libia è utile ma non fondamentale, allo stesso tempo la Casa Bianca e gli strateghi Usa sanno perfettamente l’importanza che riveste l’affaire Libia per Roma. Così, mentre il governo italiano prova a riallacciare i rapporti con gli Usa contattando il consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton e l’ambasciatore americano in Italia Lewis Eisenberg, dall’altra parte è l’amministrazione americana a lanciare un curioso messaggio a Roma. E a mandarlo è il senatore Lindsey Graham, figura di spicco del Congresso americano, punto di riferimento per Trump in politica interna ed estera e che sarà a Roma da lunedì per una missione sulla sicurezza alimentare. Missione che, evidentemente, avrà tutto un altro scopo.

Al Corriere della Sera, il senatore dice qualcosa di molto importante: “Nel Nordest della Siria ci sono due rischi gravi: il ritorno dell’ Isis e il possibile scontro tra la Turchia e le forze democratiche siriane. Gli Stati Uniti stanno formando uno schieramento composto da interporre tra la Turchia e i curdi. Noi chiediamo all’Italia di partecipare, di contribuire con un contingente militare, insieme con la Francia, Gran Bretagna e altri. Chiediamo all’Italia di aiutare l’America a stabilizzare quella regione, sarebbe un segnale nella continuità della forte relazione che esiste tra noi e il vostro Paese che consideriamo uno dei nostri alleati più importanti”.

Una frase che sa di do ut des neanche molto velato, dal momento che quando si parla di Libia, lo stesso Graham fa capire che Washington può dare una mano: “È vero. Dovremo fare di più. Sarà mio impegno incalzare l’amministrazione Trump a essere più presente, più visibile. Posso già dire una cosa: il governo degli Stati Uniti è contrario a qualsiasi soluzione militare imposta da una delle due parti in conflitto, semplicemente perché non sarebbe sostenibile. Il Paese resterebbe nel caos. E le conseguenze si scaricherebbero sulla popolazione, ma anche sulla stabilità della Tunisia e dell’Egitto. Anche per l’Italia, naturalmente, ci sarebbero pesanti contraccolpi“.

Ma l’idea che trapela da Washington è molto semplice: gli Usa non hanno interesse a prendere il controllo della Libia, anche se ovviamente non possono disinteressarsene. Anche perché quella della Libia è una guerra per procura fra tutti alleati degli stessi americani: quindi la scelta non è scontata. Possono però provare a intervenire e solo se l’Italia dimostra di poter dare qualcosa in cambio. E questo qualcosa significa un possibile contingente nel nord-est siriano, come detto dallo stesso Graham, ma anche una netta presa di posizione sulla Cina (in particolare su Nuova Via della Seta e Huawei) e sul fronte di quello che il senatore americano ha definito “protezionismo europeo” e che a suo dire è dovuto in particolare alla Francia.

La guerra commerciale contro l’Unione europea è anche una sfida di Trump a Emmanuel Macron. Ed è per questo l’asse fra Italia e Stati Uniti può rafforzarsi: perché se gli Usa vogliono colpire gli interessi francesi, potrebbero partire proprio dalla Cirenaica. Washington è disposta a posare di nuovo gli occhi sulla Libia, ma a questo punto, sempre secondo Washington, è Roma a dover dare il primo segnale di avvicinamento.
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Re: Libia e l'IS, il colonialismo, Gheddafi e i clandestini

Messaggioda Berto » lun apr 15, 2019 7:16 pm

Adesso l'inferno libico rischia di far sprofondare l'Italia
Lorenzo Vita
15 aprile 2019

http://www.occhidellaguerra.it/inferno-libia-italia

Il premier del governo di accordo nazionale libico, Fayez al-Sarraj, parla chiaro ai microfoni de Il Corriere della Sera: la battaglia di Tripoli rischia di far sprofondare la Libia occidentale in un abisso in cui la prima vittima potrebbe essere anche l’Italia. L’appello di Sarraj tocca nel profondo le corde del cuore del governo italiano, che sulla questione migranti sembra essersi definitivamente spaccato.

Il Movimento Cinque Stelle sostiene una linea più appiattita sul diritto internazionale e sulle aperture delle porte ai rifugiati libici. La Lega, invece, tira immediatamente il freno. E la scelta di Matteo Salvini di schierarsi contro l’avanzata di Khalifa Haftar – accusando la Francia, tessendo la sua rete con gli Stati Uniti e con il governo di Tripoli e della città-stato di Misurata – è servita a far capire che per il suo partito, l’interlocutore privilegiato resta Sarraj. E con lui Ahmed Maitig, vice premier libico e esponente della la “Sparta libica”: Misurata. Lì dove sono i nostri soldati.

In queste ore, l’Italia ha messo in campo tutta la sua strategia. Dopo il vertice di Giuseppe Conte con gli emissari di Haftar (pochi giorni prima, gli stessi avevano incontrato i vertici francesi a Parigi), è il turno del vice di Sarraj e del ministro degli Esteri del Qatar a Roma. Loro rappresentano l’asse con cui l’esecutivo giallo-verde punta a mettere un freno all’avanzata di Haftar su Tripoli. Una campagna militare che si sta arenando dopo la speranza del Blitzkrieg dei primi giorni di operazioni. La situazione sul campo si è fatto molto più complessa: una compagnia del generale si è consegnata agli uomini del governo di Sarraj. E mentre la battaglia infuria sul fronte meridionale della capitale, Haftar è volato a Mosca e al Cairo per chiedere sostegno militare e di intelligence. Qualcosa non torna: ma la “volpe del deserto” libica ci ha abituati a repentini cambi di strategia e sorprese quando tutto, per lui, sembrava perduto.

La questione per l’Italia è grave. E sono ore frenetiche. L’appello lanciato oggi da Sarraj è stato cristallino. Ha parlato della crisi in Libia parlando di centinaia di migliaia di libici pronti a partire dal loro Paese per raggiungere l’Europa e quindi l’Italia. La rete dei trafficanti di esseri umani è pronta a mettersi in moto per riattivare un circuito criminale che l’Italia, con un lavoro incessante con tutte le fazioni libiche, aveva cercato di frenare. I risultati ottenuto negli ultimi mesi sulla rotta del Mediterraneo centrale potrebbero essere spazzati via in un colpo. E se è un problema per la sicurezza italiana, lo è anche dal punto di vista elettorale per Lega e Cinque Stelle, che sull’immigrazione hanno costruito una grossa fetta del proprio consenso popolare.

Proprio per questo motivo, la posizione dell’Italia si sta ricucendo sull’asse con la Tripolitania. Il governo sa che non può rischiare di perdere la parte occidentale del Paese, quella più vicina alle nostre coste. L’invasione verso l’Italia potrebbe essere una realtà fatta non più di migranti e basta, ma di rifugiati di guerra. “Noi ci auguriamo che la comunità internazionale operi al più presto per la salvezza dei civili”, ha detto Serraj al Corriere della Sera. “Dall’altra parte stanno attaccando le strutture civili, le strade, le scuole, le case, l’aeroporto e le strutture mediche: ambulanze e ospedali. Il generale Haftar dice che sta attaccando i terroristi ma qui ci sono solo civili”. E già su questa falsariga si sta dipanando uno scontro interno all’esecutivo.

Al tema migranti, si aggiungono poi i nostri interessi. La parte occidentale è quella dove corre il gasdotto Greenstream, che porta l’oro blu nelle nostre case. Lì c’è la maggiore concentrazione di impianti Eni. Ed è nella parte occidentale del Paese che lavorano tutte le nostre imprese nel campo del gas, del petrolio, ma anche in diversi settori economici. Il lavoro delle nostre aziende è fondamentale. Da quelle strategiche a quelle piccole, medie e grandi, c’è un indotto da proteggere e che la guerra rischia di far cadere nell’abisso. E quelle bombe di Haftar vicino i nostri impianti Eni sono state un campanello d’allarme molto importante.

Per questo motivo, il governo Conte ha deciso di non abbandonare il terreno ad Haftar. E la presenza dei nostri militari a Misurata e a Tripoli è dovuta principalmente alla necessità di Roma di non mostrare tentennamenti. Haftar non fornisce garanzie adeguate. E i suoi sponsor internazionali, in particolare per quanto riguarda Egitto e Francia, sono partner che hanno la volontà di controllare tutta la transizione libica. Ma è chiaro che l’Italia ha anche da perdere. Sostenere apertamente solo Sarraj equivale ad assumersi il rischio di sostenere un governo debole e che solo gli Stati Uniti possono a questo punto difendere dalla caduta. E nello stesso tempo, ci stiamo inimicando almeno due partner che nel mondo arabo possono cambiare totalmente le carte in tavola: Arabia Saudita ed Emirati. Il tutto alleandoci sempre di più con una delle più attive monarchie del Golfo sul fronte dell’islam radicale: il Qatar.

È un gioco difficile, in ogni caso pericoloso anche per colpa dei nostri errori strategici. E fra immigrazione, petrolio, gas e posizioni di forza, ora abbiamo tutto da perdere. Anche la tenuta del nostro stesso esecutivo.
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