Libia e l'IS, il colonialismo, Gheddafi e i clandestini

Libia e l'IS, il colonialismo, Gheddafi e i clandestini

Messaggioda Berto » mer mar 09, 2016 1:44 pm

Libia e l'IS, il colonialismo, Gheddafi e i clandestini
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I libici da sempre come maomettani sono razziatori, predatori, schiavisti, pirati, quindi anche trafficanti di uomini e scafisti
https://it.wikipedia.org/wiki/Libia


Dominio arabo e ottomano

Nel IX secolo l'Ifriqiya abbaside (che abbracciava una buona parte dell'attuale Libia, ma non la Tripolitania) fu assegnata in gestione autonoma all'Emiro Ibrahim ibn al-Aghlab, eponimo della dinastia Aghlabide, allo scopo di meglio combattere l'endemico insurrezionalismo religioso, economico e sociale dei locali kharigiti. I Fatimidi ismailiti sconfissero gli Aghlabidi nel 990, fondando un nuovo califfato (ufficialmente "Imamato") in Egitto, di cui le regioni che formeranno l'attuale Libia divennero tributarie.

La Seconda Crociata permise infine ai Normanni di Ruggero II di Sicilia di impadronirsi dell'intera costa libica, compresa tra Tripoli e Capo Bon (1135), pur venendo in breve tempo cacciati (1163) dagli Almohadi di al-Andalus. Dal 1350 sino alla metà del XV secolo furono i governatori Hafsidi di Tunisi a governare in autonomia la Libia finché le principali città si proclamarono autonome, arricchendosi con la "guerra di corsa" foraggiata anche dalle autorità hafsidi e che vide impiegato un buon numero di corsari che, nel mondo latino coevo, furono definiti "barbareschi".

La minaccia dei corsari barbareschi spinse nel 1510 gli spagnoli, padroni del Regno di Sicilia, a intervenire, affidando Tripoli e Malta ai Cavalieri di San Giovanni. Infine, furono gli Ottomani a occupare Cirenaica (1517) e Tripolitania (1521-1551) in maniera stabile.

Con l'indebolimento dell'Impero ottomano, un nuovo regno autonomo si stabilì in Libia tra il 1711 e il 1835, sotto la dinastia Karamanli, ufficialmente tributaria del Sultano, e prosperò per il commercio degli schiavi e la guerra di corsa. La pirateria libica spinse gli Stati Uniti d'America a intervenire, per la prima volta fuori dal continente, nella Prima guerra barbaresca (1801-1805), occupando la città di Derna. Maggiori pressioni degli europei spinsero il Sultano a sollevare i Karamanli dall'incarico e ristabilire il dominio ottomano (1835), mentre nel 1843 Muḥammad b. ʿAlī al-Sanūsī, capo di un'importante confraternita mistica, si stabilì in Cirenaica facendo proseliti in tutta la Cirenaica e nella Tripolitania.


Corsari Barbareschi
https://it.wikipedia.org/wiki/Corsari_barbareschi
I corsari barbareschi furono marinai musulmani - nordafricani e ottomani, ma anche rinnegati - stabilmente attivi contro possedimenti, beni e imbarcazioni dell'Europa cristiana a partire dal XVI secolo fino agli inizi del XIX secolo in tutto il Mediterraneo occidentale e lungo le coste atlantiche dell'Europa e dell'Africa.
Loro basi di partenza furono le piazzeforti disseminate lungo le coste del Nordafrica (principalmente Tunisi, Tripoli, Algeri, Salé e altri porti del Marocco), in quelle zone che gli europei chiamavano "Barberia" o stati barbareschi (cfr. fr. Côte des Barbaresques, ingl. Barbary Coast - tutti termini connessi col nome proprio Berberi che identifica i nativi delle regioni nordafricane).
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Libia e l'IS

Messaggioda Berto » mer mar 09, 2016 1:45 pm

L’enigma libico
8 marzo 2016
Giancarlo Elia Valori
http://www.progettodreyfus.com/lenigma-libico

Troppo poco, troppo tardi. L'eventuale impegno internazionale per “pacificare” la Libia è ormai un impegno che, con tutta probabilità, non porterà a nuovi dati positivi in quell'area.

Vediamo i dati: dovrebbero esserci attualmente circa 6500 militanti dell'Isis in Libia, il doppio di quanto si pensava appena pochi giorni fa. Il loro numero sta comunque crescendo rapidamente. Il “califfo” Al Baghdadi sta trasferendo in Libia e in Tunisia, per via terra o addirittura per mare, tutti quei terroristi che, grazie alle vittorie russe e dell'Esercito Arabo Siriano di Bashar el Assad, non riescono più ad arrivare sul territorio dell'Isis dai confini siriano e turco. Ormai i siriani di Bashar sono a poche decine di chilometri da Raqqa, la “capitale” del califfo.

Le “cellule” di Al Baghdadi erano però già presenti sul territorio libico prima della riscossa siriana e della presenza russa, mentre la caduta di Gheddafi ha aperto le porte, da subito, a gruppi jihadisti come Ansar al Sharia, che uccise il console americano a Bengasi nel settembre 2012, e Al Qaeda nel Maghreb Islamico, che già il colonnello della Sirte aveva represso nella Libia meridionale. Potrebbero essere arrivati nel territorio dell'Isis almeno 36.000 combattenti stranieri, i cosiddetti “foreign fighters”, da almeno 120 Paesi diversi. La logica strategica di Al Baghdadi è quindi chiara: fare della Libia la base di partenza per portare la guerra, e non solo il terrorismo, che è una specifica strategia bellica, nella penisola eurasiatica, utilizzando una sequenza di azioni che saranno, con ogni probabilità, prima il terrorismo vero e proprio, poi la manipolazione delle vaste minoranze islamiche presenti in UE, poi la massificazione dello scontro e, infine, l'inizio di una guerriglia interna all'Europa. Che il governo “unitario” libico si insedi o meno è di scarsa importanza, per l'autonominatosi califfo. L'importante è che non abbia potere reale sul territorio e che non unifichi davvero tutte quelle numerosissime “kabile”, tribù, che Gheddafi aveva duramente posto sotto il suo unico comando.

Se avverrà un intervento europeo o, per essere più esatti, francese, italiano e britannico, con il sostegno degli USA, la sequenza dei fatti diviene ancora più prevedibile. Ci sarà una richiesta di aiuto del governo unitario libico, che non per questo certo metterà a tacere le discordie e gli interessi divergenti al suo interno, una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, quella organizzazione che Cossiga definiva un “ente inutile”, poi arriveranno i militari, magari con un comando unitario dell'Italia, ad “addestrare” la polizia locale, con qualche operazione dei Corpi Speciali. Anche tutto ciò avviene troppo tardi e troppo poco. Unire insieme Gran Bretagna, Francia e Italia in una impresa di peacenforcing in Libia è politicamente possibile ma operativamente poco sensato. Ed è bene ricordare che la dottrina delle “operazioni di pace” onusiana è stata inventata quando il terrorismo islamico o, per meglio dire, il jihad, non era ancora apparso all'orizzonte.

Per l'Isis, la Libia è il secondo fronte del suo peculiare jihad, la base per controllare il petrolio che fu la fonte del benessere libico durante la dittatura, per utilizzare i suoi pozzi e vendere gli idrocarburi di contrabbando, grazie peraltro all'abbassamento dei prezzi al barile e alla copertura di alcuni Paesi produttori che “mescolano” il loro petrolio con quello comprato al mercato nero del jihad. L'Isis ha una sua strategia globale, l'Europa no.

Gli Stati Uniti, poi, manifestano chiaramente di non volersi occupare più del Medio Oriente in alcun modo, e l'UE è spezzata in almeno due fronti interni sull'immigrazione, mentre la Gran Bretagna, che pure dovrebbe partecipare alle azioni sul terreno libico, sta lentamente ma sicuramente uscendo dall'Unione Europea. Sta avvenendo oggi la ripetizione di una vecchia storia, all'origine dello stesso Islam: alla morte del profeta Maometto, Bizantini e impero iranico si erano sfiniti con una lunga guerra tra di loro, e fu facile per il califfo Abu Bakr catturare l'impero iraniano e la sua capitale Ctesifonte, per poi dirigersi in Egitto e da lì fino all'Andalusia. Sono state le divisioni tra i cristiani a favorire l'arrivo del primo jihad e molti cristiani orientali, trattati come eretici dal basileus bizantino, preferirono il nuovo regime arabo alla repressione dell'Impero d'Oriente. Oggi, facile paragone, saranno le divisioni tra gli occidentali e le loro debolezze interne a favorire, Dio non voglia, l'arrivo di questo nuovo jihad.

Quindi, tornando ai nostri giorni, l'Italia non vuole i barconi di migranti sulle sue coste, ed è per questo che vuole andare a “portare la pace” in Libia. Troppo poco, bisogna gestire la destabilizzazione di tutto il Sahel che produce i migranti, distruggere i barconi è una ingenua ripicca. State tranquilli, hanno i soldi per ricomprarli. Non sembra poi che la questione petrolifera tocchi molto gli attuali decisori italiani, i quali credono alle “magnifiche sorti e progressive” dei cosiddetti riformisti iraniani appena eletti ma, come diceva Voltaire, “i fatti hanno la testa dura”.

I riformisti di Rouhani, a Teheran, hanno avuto la maggioranza, con 92 seggi, agli “indipendenti” ne sono andati 44, ai contrari all'accordo del P5+1 sul nucleare iraniano sono andati 115 seggi che, se mettiamo in conto i 39 che andranno al ballottaggio in Aprile, rendono la vittoria dei favorevoli all'accordo con l'Occidente meno brillante di come si pensi. Senza aggiungere che Rouhani, forte di una vittoria politica, detterà subito le sue condizioni all'Occidente.

La Francia non vuole di fatto le operazioni in Libia. È già presente in Sahel, sta facendo operazioni controterrorismo sul suo territorio, opera ormai anche in Senegal e in Mali; non ha, probabilmente, la forza per gestire bene la situazione sul campo in Libia. A proposito, vogliamo sostenere il governo “di unità nazionale” a Tripoli o combattere l'Isis? La Gran Bretagna ci sarà perché vuole tentare di riprendersi un pezzo di Mediterraneo. Non ci riuscirà, ma non vuole certo che Francia e Italia si riprendano la "sponda fatale" libica. Tre interessi divergenti di tre Paesi che dovrebbero combattere insieme. Gli USA lanceranno droni, che non hanno famiglia e soprattutto non votano, e pochissimo altro. Ancora una volta troppo poco, troppo tardi.

Detto con la mia consueta brutalità, occorre che una logica più ampiamente strategica, e non pubblicitaria-demagogica, venga riutilizzata in Medio Oriente e nel Mediterraneo. Se gli USA se ne vanno, e non credo che il nuovo presidente sarà più interventista di Barack Obama, occorre che le piccole e non più medie potenze europee trovino un nuovo attore globale. Da soli non ce la faranno mai, con i risultati che non vogliamo nemmeno immaginare. Potrebbe essere la Cina, il nuovo attore globale, in collegamento con Israele, con il quale ha eccellenti rapporti; ed è in correlazione strategica con la Federazione Russa, che già sta operando in Siria contro l'Isis.

Pechino è il global player ideale: ha stabili e ottimi rapporti con tutti, ha la tecnologia, anche militare, per cambiare la situazione sul campo, può inoltre premere, senza essere condizionata oltre un accettabile limite, sull'Iran e sull'Arabia Saudita, mentre la Cina è in collegamento con lo stato ebraico, il suo stabile referente per le tecnologie più evolute. Xi Jinping ha costruito un progetto politico molto ampio nella sua recente visita in Medio Oriente e, dopo che avrà fatto pulizia all'interno del PCC e nelle imprese cinesi, e si pensi qui alla recente eliminazione dei capi della Telecom cinese e dell'alta moda, il segretario cinese sarà potentissimo, come e forse più di Mao.

Occorre quindi vedere il quadro libico nel suo contesto mediterraneo, che è ormai un teatro strategico unificato. L'Isis, che è un gruppo terrorista-jihadista, opera, come tutte le armate similari, in nome e per conto di uno stato o più stati. Questi vogliono alcune cose, ma lo dicono in modo più educato: vogliono il petrolio libico, vogliono un governo, a Tripoli o a Tobruk poco importa, del tutto subalterno ai loro interessi, vogliono infine utilizzare questa fase “liquida” del terrorismo jihadista per eliminare gli Stati maghrebini autonomi amici dell'Occidente (e della Russia). Ovvero la Tunisia, l'Algeria, il Marocco e, con un modulo differente, l'Egitto, che è anche un choke-point mondiale grazie al canale di Suez.

L'UE mostra una debolezza strutturale che fa pensare ad un rapido decadimento geopolitico ed economico, gli Stati Uniti stanno subendo la loro ciclica tensione isolazionista; e allora il mondo sunnita vuole prendersi quel Maghreb per minacciare l'Europa, inondarla di immigrati, controllarla con il petrolio nordafricano che farà, tra poco, concorrenza a quello russo (e iraniano). Se, quindi, non ricominceremo a pensare in grande, non risolveremo nemmeno le peacenforcing operations che, stancamente, ci portiamo dietro dalla guerra fredda.
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Re: Libia e l'IS

Messaggioda Berto » sab apr 23, 2016 8:07 am

La Libia verso la somalizzazione? data: 21-04-2016 a cura di: Pietro Batacchi

http://www.portaledifesa.it/index~phppag,3_id,1265.html

Negli ultimi giorni in Libia si segnalano importanti sviluppi. A Tripoli Serraj, l'unico Premier libico oggi riconosciuto dalla comunità internazionale e dall'ONU, è impegnato a consolidare il proprio potere, forte del supporto di Misurata, di buona parte della Fratellanza Musulmana e dei salafiti di Abdelhakim Beljadj, nonché del supporto internazionale di Italia e Stati Uniti. Nella capitale resta, però, forte l'opposizione a Serraj della milizia di Haithem Tajouri e dei Misuratini "ribelli" di Salah Badi, e pure della milizia del Presidente dell'ormai defunto CNG, Nuri Abu Sahmain, ma le trattative per cooptare i “ribelli” nel fronte che supporta Serraj vanno avanti. L'obbiettivo è evitare un bagno di sangue per le strade di Tripoli. Tuttavia, è in Cirenaica che sono occorsi gli sviluppi più importanti. A Bengasi la milizia del Generale Haftar (per favore smettiamola di chiamarla Esercito Nazionale Libico...) ha riconquistato quasi l'intera città espellendone gli uomini del Consiglio della Shura dei Rivoluzionari di Bengasi – coalizione che raggruppa i qaedisti di Ansar Al Sharia e i miliziani della Brigata Martiri del 17 Febbraio e del Libyan Shield, entrambe realtà che fanno riferimento alla Fratellanza Musulmana) – che sembrano resistere solo nell'ultimo fazzoletto di Ganfouda.
L'avanzata di Haftar ha beneficiato di nuovi rinforzi in armi ed equipaggiamenti giunti dall'Egitto e del supporto di forze speciali britanniche e, soprattutto, francesi che hanno curato la pianificazione delle operazioni agendo anche come consiglieri sul terreno. Se Haftar dovesse effettivamente conquistare l'intera Bengasi la sua posizione si rafforzerebbe diventando più che mai l'uomo forte di Tobruk ed una pedina irrinunciabile per un'eventuale ricomposizione del puzzle libico.
A Derna, invece, il Consiglio dei Mujahedin della città, composto da miliziani di Ansar Al Sharia e da gruppi locali che si rifanno alla Fratellanza Musulmana, ha espulso le ultime forze dello Stato islamico che ancora occupavano le aree orientali e sudorientali di Fataieh e del Distretto 400.
Gli uomini di Baghdadi, in una colonna di una quarantina di veicoli, si sono ritirati verso la roccaforte Sirte. Se questo è lo scenario, le ipotesi di partizione/somalizzazione del Paese si fanno sempre più realistiche considerando che pure lo schieramento degli attori internazionali appare ormai chiaro. A Tripoli abbiamo un quasi governo supportato dall'ONU e, soprattutto, da Italia, Turchia e Stati Uniti (questi ultimi, ormai, vero e incoffessato sponsor dell'Islam politico rappresentato dalla Fratellanza Musulmana), mentre a Tobruk abbiamo una Camera dei Rappresentanti che continua a non votare Serraj e, soprattutto, un Generale Haftar sempre più forte e sostenuto dall'Egitto di Al Sisi e dalla Francia di Hollande, con i petrodollari emiratini, mentre la posizione britannica è più sfumata. Ma questa è solo una prima divisione perchè, oltre al tribalismo/localismo che caratterizza tutta la Libia, nel conto bisogna mettere anche le enclavi di IS a Sirte e nell'area a cavallo tra Tripolitania e Cirenaica, la ormai città autonoma di Derna, ed il Fezzan dove illegalità, traffici e appetiti di ogni genere regnano sovrani.

https://www.facebook.com/davide.galeotti1?fref=nf
Il caos libico.
Tutto avrei voluto tranne che trovarmi un failed state davanti alla Sicilia.
Un sentito grazie ai traditori che hanno supportato la coalizione anti- Gheddafi, e ai cretini che hanno esultato per la sua deposizione , perché " era amico di Berlusconi "
Coglioni
Coglioni.
Un milione di volte COGLIONI..
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Re: Libia e l'IS, il colonialismo, Gheddafi e i clandestini

Messaggioda Berto » ven apr 05, 2019 8:48 am

???

"La guerra in Libia fu una rappresaglia contro l'Eni"
Gli occhi della guerra
Mauro Indelicato
14bmarzo 2019

http://www.occhidellaguerra.it/le-vere- ... o-in-libia

Nei prossimi giorni scatta l’ottavo anniversario dell’attacco in Libia contro Muammar Gheddafi. Un attacco, spinto soprattutto dalla Gran Bretagna di David Cameron e dalla Francia dell’allora presidente Nicolas Sarkozy, i cui effetti deleteri per il popolo libico e per il Mediterraneo sono tristemente assodati e sotto gli occhi di tutti.

A distanza di quasi un decennio è però possibile tracciare un profilo storico di quell’evento, destinato ad incidere significativamente anche sull’Italia e sulla posizione internazionale del nostro paese. Fabio Mini, generale di corpo d’armata ed ex comandante della forza internazionale di pace a guida Nato in Kosovo, prova a tracciare il suo di profilo: “L’attacco è un complotto contro Gheddafi a danno dell’Italia”.
“Quel contratto con l’Eni siglato poco tempo prima”

Intervistato da Aldo Forbice per La Verità, il generale Mini parla di quelle che sono le ultime importanti questioni a livello internazionale. Secondo l’ex comandante della Kfor, il rischio è quello di “una quarta guerra mondiale”, considerando la terza già combattuta: “Conflitti, dalla Corea fino alle guerre in Afghanistan, Iraq, Siria, passando per i Balcani – afferma Mini – il terzo conflitto mondiale si è già combattuto e dobbiamo stare attenti al quarto”. Lo spunto più interessante, come detto, riguarda il passaggio circa il giudizio storico sul conflitto in Libia.

“Gheddafi è stato vittima di un complotto di Usa, Francia e Gran Bretagna – afferma Mini – Gheddafi, il dittatore arabo che più degli altri riusciva a controllare i capi tribù di quel Paese aveva accumulato una ricchezza personale di oltre 200 milioni di dollari, che ora sia Tripoli che Bengasi vorrebbero indietro perché la considerano, giustamente, patrimonio nazionale”. Tra i motivi del complotto, il generale Mini individua anche un contratto stipulato con l’allora uomo forte di Tripoli da parte dell’Italia e dell’Eni: “La scintilla – si legge – è scoccata all’indomani dell’ accordo di Gheddafi con l’Eni, che riconobbe allo Stato libico un incremento del prezzo del gas metano nella misura del 30%”.

Da qui poi, tutte le varie conseguenze: “Francesi, inglesi e americani temettero una identica richiesta di aumento del prezzo – afferma Mini – A quel punto si misero in moto i servizi segreti e i presidenti della Francia e del Regno Unito fecero di tutto per ottenere l’ appoggio della Nato e degli Usa, mentre l’ Italia nicchiava”.
Otto anni di guerra e pace ancora lontana

La storia, e non più l’attualità, raccontano poi cosa accade in Libia una volta iniziati i bombardamenti Nato su spinta di Francia e Regno Unito. Il Paese africano, sconvolto in quel marzo 2011 da circa un mese di proteste, assiste alla distruzione delle forze fedeli a Gheddafi ed all’avanzamento dei cosiddetti “ribelli”. Tripoli cade nell’estate di quell’anno, l’epoca del Raìs termina definitivamente il 20 ottobre sempre del 2011, quando cade anche Sirte e lo stesso Gheddafi viene trovato e barbaramente ucciso. Da allora la Libia non conosce pace: crollate le istituzioni unitarie, andati a vuoto i tentativi di creare un governo ed un esercito riconosciuto da tutto il Paese, soltanto negli ultimi mesi si cerca di assemblare delicatamente i tanti cocci del malandato quadro libico.

L’Italia, che con la fine di Gheddafi perde uno storico alleato e rischia di vedere naufragare i propri interessi sia energetici che economici, appare il Paese più spiazzato da quegli eventi di oramai otto anni fa. Tra il derby, a volte vero ma spesso solo presunto, con la Francia ed il rischio sempre latente di ritrovarsi appoggiato al carro perdente, il nostro paese in Libia si sta giocando una carta fondamentale per il prossimo futuro. In ballo c’è la presenza nostra in Africa, così come la sicurezza e la questione migratoria. Oltre al fatto che, e questo non bisogna mai dimenticarlo, occorre ridare speranza ad un popolo, quale quello libico, da quasi dieci anni senza più nemmeno un vero Stato.

La prima guerra civile in Libia ha avuto luogo tra il febbraio e l'ottobre del 2011 e ha visto opposte le forze lealiste di Mu'ammar Gheddafi e quelle dei rivoltosi, riunite nel Consiglio nazionale di transizione.

https://it.wikipedia.org/wiki/Prima_gue ... e_in_Libia

Il paese, dopo aver vissuto una prima fase di insurrezione popolare (anche nota come rivoluzione del 17 febbraio), sull'onda della cosiddetta primavera araba (e specialmente dei coevi eventi relativi: la rivoluzione tunisina del 2010-2011 e quella egiziana), ha conosciuto in poche settimane lo sbocco della rivolta in conflitto civile. La sommossa libica, in particolare, è stata innescata dal desiderio di rinnovamento politico contro il regime ultraquarantennale della "guida" della "Giamahiria" (in arabo Ǧamāhīriyya) Muʿammar Gheddafi, salito al potere il 1º settembre 1969 dopo un colpo di stato che condusse alla caduta della monarchia filo-occidentale del re Idris.

Dopo quasi un mese di scontro il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha deciso, con la risoluzione 1973, di istituire una zona d'interdizione al volo sulla Libia a protezione della popolazione civile, legittimando l'intervento militare ad opera di diversi paesi avviato il 19 marzo 2011.



Intervento militare in Libia del 2011 del 19 marzo
https://it.wikipedia.org/wiki/Intervent ... a_del_2011

L'intervento militare in Libia del 2011 iniziò il 19 marzo ad opera d'alcuni paesi aderenti all'Organizzazione delle Nazioni Unite autorizzati dalla risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza che, nel marzo dello stesso anno, aveva istituito una zona d'interdizione al volo sul Paese nordafricano ufficialmente per tutelare l'incolumità della popolazione civile dai combattimenti tra le forze lealiste a Mu'ammar Gheddafi e le forze ribelli nell'ambito della prima guerra civile libica.
L'intervento fu inaugurato dalla Francia con un attacco aereo diretto contro le forze terrestri di Gheddafi attorno a Bengasi[23], attacco seguito, qualche ora più tardi, dal lancio di missili da crociera tipo "Tomahawk" da navi militari statunitensi e britanniche su obiettivi strategici in tutta la Libia.


???

https://www.facebook.com/lorenzo.girald ... 5746629646

"Gheddafi ucciso da infiltrati dei francesi"
Fausto Biloslavo - Ven, 23/03/2018

http://www.ilgiornale.it/news/politica/gheddafi-ucciso-infiltrati-dei-francesi-1508217.html

Il 20 ottobre 2011 a Sirte il Raìs fu liquidato da un gruppo inviato apposta


Chi ha veramente ammazzato Muammar Gheddafi? Ancora oggi non si conosce il nome del giustiziere del Colonnello, che gli ha sparato a bruciapelo in mezzo al caos dei ribelli eccitati dalla cattura.

L'unica certezza è che il cerchio attorno a Gheddafi si è chiuso grazie all'intervento di droni, elicotteri e caccia della Nato. E probabilmente di una squadra di infiltrati sul terreno.

La fine del Colonnello inizia con una telefonata satellitare che fa a Damasco, forse per garantirsi un rifugio in Siria, intercettata dagli alleati. Così la Nato ha la certezza che il Raìs in fuga è asserragliato nell'ultima ridotta di Sirte, la sua città natale. Il 20 ottobre 2011 Gheddafi e i resti dei suoi fedelissimi decidono l'ultima disperata sortita per sfuggire all'assedio.

«Nei giorni precedenti c'erano state diverse missioni tattiche di almeno 9 elicotteri su Sirte - ha raccontato al Giornale una fonte Nato -. Uno inglese e gli altri francesi, che colpivano obiettivi mirati». Non sono certo bombardamenti a casaccio. Quando la colonna si mette in marcia è composta da 75 mezzi zeppi di guardie del corpo e con gli ultimi gerarchi del regime. Un velivolo in ricognizione della Raf individua il convoglio, ma subito dopo un drone Predator pilotato da Las Vegas e decollato dalla base americana di Sigonella lancia il primo missile Hellfire sul convoglio. Sulla scena interviene una coppia di caccia francesi Rafale, già in volo, che martellano la colonna fino a «esaurire il munizionamento».

I raid probabilmente condotti anche con elicotteri mettono fuori uso un terzo del convoglio e una dozzina di mezzi scappano verso sud. Gheddafi è costretto a fermarsi trovando riparo in uno scolo di cemento sotto la strada.

I piloti dei velivoli Nato e il Predator forniscono continue informazioni alla base Nato di Napoli e Poggio Renatico, che gestisce le operazioni aeree. Parte di queste informazioni vengono girate ai corpi speciali e all'intelligence alleata, al fianco dei ribelli a Sirte.

Quando i ribelli tirano fuori il Colonnello dal suo rifugio scoppia il caos e l'eccitazione per la cattura del nemico numero 1. Gheddafi viene pestato, sodomizzato ed è ferito, ma vivo. Qualcuno grida «ammazziamolo» e altri che bisogna portarlo a Misurata. L'idea è di processarlo ed esibirlo come un trofeo. «L'impressione è che dopo il primo gruppo di insorti che catturano Gheddafi vivo ne sia arrivato un secondo, che sapeva esattamente cosa fare e aveva ordini precisi di eliminare i prigionieri» ha spiegato una fonte riservata del Giornale allora in prima linea.

Gheddafi è sanguinante e stremato, ma respira ancora fino a quando arriva il secondo gruppo e lo sbattono su un fuoristrada. Poi le immagini si confondono, le urla aumentano e si sentono dei colpi d'arma da fuoco. Il Colonnello è morto. Non si capisce e non si è mai saputo chi abbia sparato. L'autopsia rivela che è stato ucciso da un proiettile all'addome e da un altro in testa. Un'esecuzione eseguita da qualcuno «infiltrato» fra i ribelli e arrivato con il secondo gruppo. Tempo dopo Mahmoud Jibril, primo ministro alla caduta del regime, si è detto convinto che «un agente straniero mescolato ai rivoluzionari ha ucciso Gheddafi». In tanti in Libia sono convinti che sia stata un'operazione pilotata dalla Francia per tappare la bocca al Colonnello per sempre, ma la verità non si saprà mai.



Le bufale demenziali dei complottari sulla morte di gheddafi

GHEDDAFI FU UCCISO PERCHE' SCOMODO: VOLEVA RENDERE INDIPENDENTE E RICCA L'AFRICA

http://www.stopeuro.news/gheddafi-fu-uc ... ca-lafrica

Cosa dicono quei quattro disperati libici, o presunti tali, che manifestavano in giro per l’Europa contro il colonnello Gheddafi? Cosa pensano adesso della distruzione della loro nazione? Sono felici?

LE GUERRE DELL’IMPERIALISMO CONTRO I NON ALLINEATI. LA LIBIA DI GHEDDAFI ERA UNA MINACCIA DEL SISTEMA OCCIDENTALE PERCHÉ VOLEVA RENDERE INDIPENDENTE E RICCA L’AFRICA ATTRAVERSO IL DINARO D’ORO. PER QUESTO MOTIVO È STATO UCCISO MUAMMAR GHEDDAFI E DISTRUTTA UNA NAZIONE. NICOLAS SARKOZY ARRIVÒ A DEFINIRE LA LIBIA UNA “MINACCIA ALLA SICUREZZA FINANZIARIA DEL MONDO”. COMPRENDI QUESTE PAROLE?

Cosa dicono quei quattro disperati libici, o presunti tali, che manifestavano in giro per l’Europa contro il colonnello Gheddafi? Cosa pensano adesso della distruzione della loro nazione? Sono felici? Sicuramente il colonnello non sarà stato un santo, come tra l’altro non lo è nessun presidente/governatore/politico/ecc… Però manifestare per la distruzione della propria nazione è semplicemente da malati mentali. L’imperialismo, l’occidente tutto è contro la vita. Il Nuovo Ordine Mondiale, a cui la maggioranza non crede, e ci trova pure da ridere, passa attraverso la distruzione e la morte di chi è indipendente. Alla speculazione non interessa una banana della vita della gente. Basta vedere quante guerre sono state causate dal 1900 ad oggi. Non passa giorno che non scoppi una nuova guerra. Eppure dovremmo affogare nel BENESSERE più sfrenato. Ed invece viviamo in un mondo di sofferenza. Anche gli occidentali stessi, che si credono liberi, soffrono ogni giorno sempre più. Siamo tutti sempre più schiavizzati.

Gli occidentali credono di pulirsi la coscienza facendo beneficenza e volontariato. Sono sempre stato contro questi strumenti perché sono dell’idea che ognuno debba essere indipendente. Mi sta bene la solidarietà ma far sentire inferiore gli altri è solo un’altra trovata occidentale che si sentono superiori sempre e comunque.

Non dimentichiamo che le guerre che portiamo in giro del mondo con la scusa di portare la democrazia nei paesi dittatoriali ci rende complici attraverso un silenzio assordante che fa davvero molta paura. Fintato tocca agli altri chissenefrega!

Guarda caso vengono colpiti sempre e comunque le nazioni che non sono filo-imperialiste. Chi non si piega ai loro voleri viene criminalizzato. Viene ritenuto un pericolo. Viene definito dittatore ecc…

Speriamo che il passato serva finalmente per un futuro migliore. Ognuno di noi deve agire nel proprio quotidiano. Solo così possiamo evolverci e liberarci da questo cappio che ci sta strangolando sempre più tutti quanti.

Non ci resta che attendere tante NORIMBERGHE!! Chi ha tramato e continua a tramare contro la collettività deve pagare salatamente.

Blumenthal scrive a Clinton, “Secondo le informazioni sensibili disponibili a questa fonte, il governo di Gheddafi detiene 143 tonnellate di oro e una quantità simile in argento… l’oro fu accumulato prima della ribellione ed era destinato a creare una valuta panafricana basata sul dinaro d’oro libico. Questo piano era volto a fornire ai Paesi africani francofoni un’alternativa al franco francese (CFA)“

L’attuale guerra tra sunniti e sciiti o lo scontro di civiltà sono infatti il risultato delle manipolazioni degli Stati Uniti nella regione dal 2003, il “divide et impera”. Nel 2008 la prospettiva del controllo sovrano in un numero crescente di Stati petroliferi africani ed arabi dei loro proventi su petrolio e gas causava gravi preoccupazioni a Wall Street e alla City di Londra. Un’enorme liquidità, migliaia di miliardi, che potenzialmente non potevano più controllare. La primavera araba, in retrospettiva, appare sempre più sembra legata agli sforzi di Washington e Wall Street per controllare non solo gli enormi flussi di petrolio dal Medio Oriente arabo, ma ugualmente lo scopo era controllarne il denaro, migliaia di miliardi di dollari che si accumulavano nei nuovi fondi sovrani.

Nel 2009 Gheddafi, allora Presidente dell’Unione africana, propose che il continente economicamente depresso adottasse il “dinaro d’oro”. Nei mesi precedenti la decisione degli Stati Uniti, col sostegno inglese e francese, di aver una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per aver la foglia di fico del diritto alla NATO di distruggere il regime di Gheddafi, Muammar Gheddafi organizzò la creazione del dinaro-oro che sarebbe stato utilizzato dagli Stati africani petroliferi e dai Paesi arabi dell’OPEC per vendere petrolio sul mercato mondiale. Al momento Wall Street e City di Londra erano sprofondati nella crisi finanziaria del 2007-2008, e la sfida al dollaro quale valuta di riserva l’avrebbe aggravata. Sarebbe stata la campana a morto per l’egemonia finanziaria statunitense e il sistema del dollaro. L’Africa è uno dei continenti più ricchi del mondo, con vaste inesplorate ricchezze in minerali ed oro, volutamente mantenuto per secoli sottosviluppato o preda di guerre per impedirne lo sviluppo. Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale negli ultimi decenni furono gli strumenti di Washington per sopprimere un vero sviluppo africano. Gheddafi invitò i Paesi produttori di petrolio africani dell’Unione africana e musulmani ad entrare nell’alleanza che avrebbe fatto del dinaro d’oro la loro valuta. Avrebbero venduto petrolio e altre risorse a Stati Uniti e resto del mondo solo in dinari d’oro. In qualità di Presidente dell’Unione africana, nel 2009 Gheddafi presentò all’Unione Africana la proposta di usare il dinaro libico e il dirham d’argento come unico denaro con cui il resto del mondo poteva comprare il petrolio africano. Insieme ai fondi sovrani arabi dell’OPEC, le altre nazioni petrolifere africane, in particolare Angola e Nigeria, creavano i propri fondi nazionali petroliferi quando nel 2011 la NATO bombardava la Libia. Quei fondi nazionali sovrani, legati al concetto del dinaro d’oro di Gheddafi, avrebbe realizzato il vecchio dell’Africa indipendente dal controllo monetario coloniale, che fosse sterlina, franco francese, euro o dollaro statunitense. Gheddafi attuava, come capo dell’Unione africana, al momento dell’assassinio, il piano per unificare gli Stati sovrani dell’Africa con una moneta d’oro negli Stati Uniti d’Africa. Nel 2004, il Parlamento panafricano di 53 nazioni aveva piani per la Comunità economica africana, con una moneta d’oro unica entro il 2023. Le nazioni africane produttrici di petrolio progettavano l’abbandono del petrodollaro e di chiedere pagamenti in oro per petrolio e gas; erano Egitto, Sudan, Sud Sudan, Guinea Equatoriale, Congo, Repubblica democratica del Congo, Tunisia, Gabon, Sud Africa, Uganda, Ciad, Suriname, Camerun, Mauritania, Marocco, Zambia, Somalia, Ghana, Etiopia, Kenya, Tanzania, Mozambico, Costa d’Avorio, oltre allo Yemen che aveva appena scoperto nuovi significativi giacimenti di petrolio. I quattro Stati africani nell’OPEC, Algeria, Angola, Nigeria, gigantesco produttore di petrolio e primo produttore di gas naturale in Africa dagli enormi giacimenti di gas, e la Libia dalle maggiori riserve, avrebbero aderito al nuovo sistema del dinaro d’oro. Non c’è da stupirsi che il presidente francese Nicolas Sarkozy, che da Washington ricevette il proscenio della guerra contro Gheddafi, arrivò a definire la Libia una “minaccia” alla sicurezza finanziaria del mondo .

Nelle prime settimane della ribellione, i capi dichiararono di aver creato una banca centrale per sostituire l’autorità monetaria dello Stato di Gheddafi. Il consiglio dei ribelli, oltre a creare la propria compagnia petrolifera per vendere il petrolio rubato, annunciò: “la nomina della Banca Centrale di Bengasi come autorità monetaria competente nelle politiche monetarie in Libia, e la nomina del governatore della Banca centrale della Libia, con sede provvisoria a Bengasi“.

Robert Wenzel del Economic Policy Journal, osservò, “non ho mai sentito parlare di una banca centrale creata poche settimane dopo una rivolta popolare. Ciò suggerisce che c’è qualcos’altro che non una banda di straccioni ribelli e che ci sono certe piuttosto sofisticate influenze“.

Il sogno di Gheddafi di un sistema basato sull’oro arabo e africano indipendente dal dollaro, purtroppo è morto con lui. La Libia, dopo la cinica “responsabilità di proteggere” di Hillary Clinton che ha distrutto il Paese, oggi è lacerata da guerre tribali, caos economico, terroristi di al-Qaida e SIIL. La sovranità monetaria detenuta dal 100% dalle agenzie monetarie nazionali statali di Gheddafi e la loro emissione di dinari d’oro, è finita sostituita da una banca centrale “indipendente” legata al dollaro. Nonostante ciò, va notato che ora un nuovo gruppo di nazioni si unisce per costruire un sistema monetario basato sull’oro. Questo è il gruppo guidato da Russia e Cina, terzo e primo Paesi produttori di oro nel mondo. Questo gruppo è legato alla costruzione del grande progetto infrastrutturale eurasiatico della Nuova Via della Seta della Cina, comprendente 16 miliardi di fondi in oro per lo sviluppo della Cina, decisa a sostituire City di Londra e New York come centri del commercio mondiale dell’oro. L’emergente sistema d’oro eurasiatico pone ora una serie completamente nuova di sfide all’egemonia finanziaria statunitense. Questa sfida eurasiatica, riuscendo o fallendo, deciderà se la nostra civiltà potrà sopravvivere e prosperare in condizioni completamente diverse, o affondare con il fallimentare sistema del dollaro.
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Re: Libia e l'IS, il colonialismo, Gheddafi e i clandestini

Messaggioda Berto » ven apr 05, 2019 8:52 am

Altre demenzialità sulla morte di Gheddafi


Gheddafi è stato ucciso perché si opponeva alle basi militari occidentali in Africa
Sputnik
19:01 21.10.

https://it.sputniknews.com/politica/201 ... i-militari

L’ex vice-premier della Libia, Al-Taieb as-Safi, ha dichiarato all’agenzia Sputnik, che l’assassinio di Muhammar Gheddafi durante la “rivoluzione libica” era da tempo atteso tra l’establishment occidentale a causa della sua tenace politica contro l’occidente, ma positiva per la propria nazione.

La politica del "colonnello" si opponeva alla presenza di basi militari straniere sul territorio libico e africano, soprattutto di stati occidentali.

"Il primo atto di Muhammar Gheddafi dopo la rivoluzione del 1969, fu l'inizio di una politica contro la presenza militare straniera in Libia e in Africa, che facevano pressione sulla politica e l'economia libica. Ecco perché lo hanno ucciso!" ha dichiarato Al-Taieb as-Safi.

Secondo lui l'ex leader libico difendeva non solo gli interessi del governo libico ma anche quelli della regione araba e africana.

"La sua morte è stata simile ad una vendetta e non ad un omicidio per la difesa degli interessi di qualcuno. È evidente come la Libia, rispetto alle nazioni appartenenti alla regione araba, fosse in maniera visibile più indipendente dalle potenze straniere nelle sue decisioni grazie alla politica di Gheddafi", ha detto as-Safi.

Esplosione in Libia

© REUTERS / Goran Tomasevic

In particolare, ha aggiunto as-Safi, da una decina di anni Gheddafi aveva avviato una politica di consolidamento e rafforzamento dell'Africa verso una maggiore indipendenza, il che si contrapponeva ai piani dell'occidente e minacciava l'egemonia mondiale degli Stati Uniti. Al momento dell'uccisione di Gheddafi, la Libia era l'unico paese in Africa che prendeva decisioni autonome per i propri interessi nazionali, e questo non era accettabile per le potenze occidentali. Adesso la Libia dipende da altre nazioni in tutti i campi: politicamente, economicamente, militarmente e persino socialmente.


Gheddafi fu ucciso perché voleva sostituire il franco Cfa?

https://pagellapolitica.it/blog/show/22 ... franco-cfa

Negli ultimi giorni, Giorgia Meloni ha più volte criticato la Francia per le sue politiche economiche in Africa, accusandola di controllare la sovranità monetaria di 14 Paesi attraverso una “moneta coloniale”, il franco Cfa.

(Leggi anche: Dieci domande e risposte per capire il franco Cfa)

Il 24 gennaio, la leader di Fratelli d’Italia ha pubblicato sui social un video in cui spiega che, nel 2011, la Francia bombardò la Libia proprio perché Gheddafi – l’allora presidente libico – voleva liberare i Paesi africani da questa valuta. Secondo Meloni, questa sarebbe «la prova che non c'è niente di filantropico nel mantenimento del franco Cfa e che la Francia è di fatto corresponsabile dell’immigrazione incontrollata che negli ultimi anni ha colpito l’Europa».

Un’accusa simile è arrivata il 25 gennaio anche da Alessandro Di Battista. Su Facebook, l’ex deputato del M5s ha infatti scritto che «Gheddafi stava pensando di proporre a diversi Paesi africani l’utilizzo di una nuova moneta agganciata al dinar libico, [...] portando avanti un progetto che avrebbe messo in pericolo il Franco delle Colonie».

Ma è vera questa storia – o «storiaccia», come la chiama Di Battista? Abbiamo verificato.

Di che cosa stiamo parlando?

Nel suo video – ma anche in alcune interviste tv, come quella all’Aria che tira su La7 del 22 gennaio – Meloni racconta che cosa sarebbe successo davvero nel 2011. E come prova mostra una email, «resa nota dal Dipartimento di Stato nel 2015», che fu mandata a Hillary Clinton quando era segretaria di Stato degli Stati Uniti.

Secondo la leader di Fratelli d’Italia, «un funzionario americano» avrebbe scritto a Clinton che «i francesi avevano scoperto che Gheddafi aveva un piano per sostituire la moneta coloniale francese con una moneta africana basata su quella libica». Per questo motivo – scrive il «funzionario» – questa sarebbe la ragione dietro al bombardamento della Libia da parte della Francia nel 2011 e dell’«omicidio del colonnello Gheddafi» (ucciso dai ribelli il 20 ottobre 2011).

Nel finale del video, la stessa Meloni sembra mostrare qualche dubbio su questa versione dei fatti, dicendo: «Perché se quello che c’è scritto fosse anche lontanamente vero, significherebbe che la Francia non è esattamente un filantropo che stampa queste monete ma ha un interesse nel difendere questa moneta».

In realtà, la versione riportata dalla leader di Fratelli d’Italia, oltre a contenere diverse inesattezze, non poggia su basi solide. Vediamo perché.

La storia delle email di Hillary Clinton

Hillary Clinton è stata segretaria di Stato degli Stati Uniti dal 2009 al 2013.

Durante questi quattro anni, la candidata democratica alle scorse elezioni presidenziali statunitensi non usò mai l’indirizzo email governativo, ma un account di posta elettronica privato. Nel 2015, il Dipartimento di Stato scoprì questa “anomalia” e chiese a Clinton di consegnare gli oltre 30 mila messaggi ricevuti o mandati dall’account privato (altri 30 mila circa erano stati invece già cancellati).

A seguito di una richiesta avanzata sulla base del Foia (Freedom of information act) statunitense da parte di attivisti e giornalisti, un tribunale stabilì che queste email dovessero essere rese pubbliche. Ed è proprio tra questi messaggi che c’è quello citato da Meloni.

Una email del 2 aprile 2011 aveva infatti come oggetto “France’s client & Q’s gold. Sid” ed era stata inviata da un certo Sidney Blumenthal. Come si legge nel testo, il mittente spiegava che «fonti vicine ai consiglieri di Salt al-Islam Qaddafi [secondogenito di Gheddafi, ndr] avevano dichiarato in via strettamente confidenziale che [...] il governo di Gheddafi possedeva 143 tonnellate d’oro, e altrettante di argento». Queste riserve – dice l’email – «sarebbero state accumulate prima della ribellione, per creare una valuta pan-africana legata al dinaro libico», un piano ideato per «fornire ai Paesi africani francofoni un’alternativa al franco Cfa».

Secondo il mittente del messaggio, «fonti informate affermano che questo oro abbia un valore di oltre 7 miliardi di dollari [...]. L’intelligence francese avrebbe scoperto il tutto e il presidente francese Sarkozy avrebbe deciso di attaccare la Libia», sia per proteggere gli interessi francesi sul petrolio sia per aumentare la propria influenza in Nord Africa.

Ma chi è la fonte?

Il mittente di questo messaggio è Sidney Blumenthal, che aveva mandato in quel periodo anche altre 24 email sulla Libia alla Clinton. Blumenthal ha 70 anni ed è stato un assistente dell’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton. Il suo esatto rapporto professionale con Hillary è stato definito ambiguo e poco chiaro da diversi quotidiani statunitensi, come il New York Times e il Washington Post.

Di certo, all’epoca Blumenthal non era un funzionario americano, come lo definisce invece Meloni. Era un amico e alleato della Clinton, alla quale periodicamente inviava alcune osservazioni, materiali o commenti sulla situazione libica. Il problema è che Blumenthal, pur essendo considerato un esperto di politica estera, non lo era nello specifico delle questioni libiche.

Come sostiene un articolo di Politico del 2015, Blumenthal veniva pagato 10 mila dollari al mese dalla Clinton Foundation per le sue informazioni dal Nord Africa, che spesso però erano state definite dalla stessa Clinton «poco credibili».

A luglio 2015, Blumenthal dichiarò che la sua fonte era «un ufficiale di alto livello della Cia», che secondo i media americani sarebbe stato Tyler Drumheller, ritiratosi dai servizi segreti nel 2005 dopo molti anni di servizio e passato alla consulenza privata. Qui i rapporti si complicano, perché sia Drumheller che Blumenthal sembravano avere interessi economici nell’instabile situazione libica (Drumheller è morto nel 2015).

Come racconta un articolo di Vice News, entrambi lavoravano come consulenti per una compagnia libica che cercava di trarre profitto dal caos libico, con contratti militari e per l’assistenza medica che sarebbero dovuti essere finanziati anche dal Dipartimento di Stato Usa. Sebbene Blumenthal abbia sempre negato ogni conflitto di interessi con i suoi “consigli” alla segretaria di Stato Clinton, restano forti dubbi sull’affidabilità delle informazioni in suo possesso.

Ad oggi, gli unici siti che già nel 2015 avevano dato risalto alla notizia erano stati quelli vicini alla destra statunitense e quelli legati ad ambienti cospirazionisti.

Gheddafi aveva davvero così tanto oro?

Un fondo di verità sembra comunque esserci, in questa storia: ma non tanto per quanto riguarda le ragioni che convinsero la Francia a entrare in guerra.

È vero che, nel corso dei suoi decenni al potere, Gheddafi avesse manifestato il suo sogno di creare «gli Stati Uniti d’Africa», trovando però l’opposizione di diversi Paesi africani. Il collegamento con il franco Cfa e la sua sostituzione con una moneta legata al dinaro libico sono però presenti solo nell’email di Blumenthal e non in dichiarazioni ufficiali.

È vero anche che la Libia di Gheddafi avesse ingenti quantità d'oro. Come spiega un articolo del Financial Times del 22 marzo 2011, le riserve auree della Banca centrale libica ammontavano a circa 144 tonnellate d’oro, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale. Un valore totale di circa 6,5 miliardi di dollari, che sarebbero serviti a Gheddafi per finanziare la guerra civile e proteggersi.

Un rapporto del 2017 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha inoltre scritto che l’ex presidente libico era riuscito a spostare in Paesi come il Kenya e il Sud Africa oltre 8 miliardi di dollari, in diamanti e lingotti d’oro – in parte riconsegnati a conflitto finito.

Come si era sviluppato il conflitto in Libia?

Abbiamo quindi visto come questa storia abbia la sua origine in una fonte poco credibile e poco autorevole, ma Meloni la usa comunque a sostegno della sua tesi: l’intervento in Libia è la causa principale dell’immigrazione, e la responsabile è la Francia.

In realtà, lasciando da parte il discorso sulle migrazioni e la questione del franco Cfa, è vero che la Francia è stata una delle protagoniste principali del conflitto del 2011, con l’obiettivo di ampliare la sua sfera d’influenza in Libia.

Il 19 marzo 2011, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite approvò con 10 voti favorevoli (e 5 contrari) la risoluzione 1973, che per proteggere i civili, tra le altre cose, chiedeva un immediato “cessate il fuoco” e l’istituzione di una zona d'interdizione al volo (no-fly zone) sulla Libia. Lo stesso giorno, iniziarono i bombardamenti contro Gheddafi di Francia, Regno Unito e Stati Uniti, dando il via a un conflitto che sarebbe finito a ottobre dello stesso anno ma che ancora oggi mostra le sue conseguenze nella seconda guerra civile in atto nel Paese.

Come hanno riportato diversi analisti negli anni, la Francia aveva all’epoca (e ha tutt’oggi) forti interessi economici e geopolitici in quell’area, soprattutto per quanto riguarda i giacimenti di petrolio e le sue aziende del settore, come la Total.

Come votò Meloni sull'intervento militare

Ma nel 2011 – anno dell'inizio del conflitto – Meloni faceva parte del governo Berlusconi, dove ricopriva la carica di ministra della Gioventù. Come si era schierata all’epoca sulla guerra in Libia?

Il 23 marzo 2011 – cinque giorni dopo la risoluzione Onu – alla Camera dei deputati si votarono tre risoluzioni sulla partecipazione dell’Italia alla guerra in Libia.

La prima risoluzione (6/00071) – presentata da Fabrizio Cicchitto del Popolo della Libertà (Pdl) – chiedeva alla Camera di sostenere quanto previsto dalla decisione dell’Onu. Con 300 favorevoli e 293 contrari, la risoluzione fu approvata, con il voto favorevole anche della deputata Giorgia Meloni. L’unico voto contrario (“ribelle”) nel Pdl fu quello di Alessandra Mussolini.

Stesso discorso vale per la seconda risoluzione (6/00072) – presentata da Francesco Delrio del Partito Democratico, all’epoca all’opposizione – che riguardava la concessione della basi aeree italiane per l’intervento in Libia. Anche in questo caso, Meloni votò a favore.

Alla terza e ultima risoluzione (6/00073) invece – che fu respinta con 301 voti contrari – l’attuale leader di Fratelli d’Italia si oppose. Il testo, presentato dal Partito Democratico, riguardava la questione dei flussi migratori. Tra le altre cose, chiedeva infatti di «mettere in atto tutte le misure necessarie al fine di fornire assistenza a tutti coloro che fuggono via mare verso l'Italia coordinando coi partner europei eventuali distribuzioni straordinarie anche in altri Stati membri dell'Unione europea in deroga alla Convenzione di Dublino del 1990». Un tema ancora oggi attuale.

Conclusione

Secondo Giorgia Meloni (e anche alcuni esponenti del M5s, come Alessandro Di Battista), la Francia è intervenuta militarmente in Libia nel 2011 perché il presidente libico Gheddafi voleva liberare i Paesi africani dal franco Cfa.

Questa tesi, però, poggia su fonti poco affidabili. L’unico elemento a suo sostegno è una email mandata da un consulente di Hillary Clinton, senza esperienza diplomatica in Libia e con potenziali conflitti di interessi, che citava fonti anonime all’interno delle autorità libiche.

Inoltre, oggi Meloni accusa la Francia di essere la responsabile principale dell’immigrazione dall’Africa verso l’Europa, ma nel 2011 – quando era deputata – aveva lei stessa votato a favore del supporto italiano alla guerra in Libia.
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Re: Libia e l'IS, il colonialismo, Gheddafi e i clandestini

Messaggioda Berto » ven apr 05, 2019 8:52 am

Ma la Francia sfrutta colonialmente l'Africa? No!
Da qualche tempo circola sul web la diceria che la Francia sfrutta le sue ex colonie attraverso un nuovo colonialismo finanziario, economico e politico.
Questa diceria ha fatto presa nelle teste vuote dei complottisti ed è montata negli ambienti grillini dove i complottisti sono la maggioranza e in quelli della destra nazionalista italiana dove non mancano; con qualche ripresa anche nell'area leghista e venetista.
https://www.facebook.com/alberto.pento/ ... 4085574741


All'Africa e agli africani non dobbiamo nulla, ma proprio nulla, niente di niente, tanto meno agli asiatici e ai nazisti maomettani d'Asia e d'Africa. Ci dispiace per i cristiani ma non possiamo accogliere tutti perché non vi è spazio, non vi sono risorse e non c'è lavoro, in Italia vi sono già milioni di poveri, di disoccupati e di giovani costretti a migrare; e un debito pubblico tra i più alti del mondo occidentale che soffoca lo sviluppo e alimenta i parassiti e la corruzione. Gli africani si arrangino e restino in Africa a risolvere i loro problemi.
viewtopic.php?f=194&t=2494


Colonizzazione e decolonizzazione dell'Africa
viewtopic.php?f=194&t=1822


Africa razzista, il continente nero è tra i più razzisti della terra
viewtopic.php?f=196&t=2750
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Re: Libia e l'IS, il colonialismo, Gheddafi e i clandestini

Messaggioda Berto » ven apr 05, 2019 8:52 am

Le cosidette Primavere Arabe e i Frarelli Mussulmani

Il terrorismo e la miopia dell'Occidente (Italia compresa!). Difesa Online intervista Souad Sbai
(di Maria Grazia Labellarte)
4 aprile 2019

http://www.difesaonline.it/mondo-milita ... zVvJoFVPiA

“L’Occidente e l’intera comunità internazionale dovrebbero prendere esempio dal mondo arabo moderato, che si riconosce nel Quartetto contro il terrorismo composto da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto. Questi paesi stanno compiendo enormi sforzi congiunti nel tentativo di spezzare la 'linea rossa del jihad'. In particolare, hanno messo fuori legge i Fratelli Musulmani in quanto organizzazione terroristica, mentre attraverso un blocco aereo, terrestre e marittimo stanno limitando le capacità di Doha di mettere in atto politiche di destabilizzazione a livello regionale.” Nasce così l’analisi di Souad Sbai, un’ analisi seria, indipendente e fonte di preparazione, nasce da un “di dentro” frutto di anni di lavoro e di impegno verso quel “mondo rifiutato dalla stragrande maggioranza della comunità araba” in cui non ci si riconosce.

Negli anni ‘70 e primi anni ‘80 anche il nostro paese ha vissuto le stragi, frutto di un “terrorismo nostrano” ma un “Not in my Name” fu la risposta della stragrande maggioranza di noi Italiani, diventati, in seguito, un esempio internazionale della migliore lotta al terrorismo.

Souad Sbai, ex parlamentare, scrittrice, giornalista, e promotrice del Centro Alti Studi Averroè per la diffusione delle culture del Mediterraneo, ci offre nuovi spunti interessanti per questa lotta internazionale e lo fa attraverso il suo libro “I Fratelli musulmani e la conquista d’occidente. Da Instanbul a Doha, la linea rossa del Jihad” edito da Curcio Editore.

Siamo nel 1928 al-Ḥasan al-Bannāʾ (foto) a Isma’iliyya, in Egitto, fonda una delle più importanti organizzazioni islamiste internazionali i Fratelli Musulmani, fulcro del messaggio socio-politico: un progetto di islamizzazione delle nuove generazioni, dal Marocco all’Occidente...

Ma chi sono i “Fratelli Musulmani”?

La Fratellanza è la principale organizzazione transnazionale islamista, nella quale affondano le proprie radici ideologiche Al Qaeda, ISIS e l’intera galassia dell’estremismo e del terrorismo contemporaneo di matrice jihadista. Sin dalle origini il suo principale campo d’azione è stato il Medio Oriente, ma oggi la sua vasta rete avvolge sempre più strettamente anche l’Occidente. Seguendo i dettami di Al Banna e, successivamente, di Sayyid Qutb, anch’egli egiziano, i Fratelli Musulmani hanno messo in atto una paziente e lunga opera di penetrazione nel tessuto religioso, sociale, culturale, politico ed economico dei paesi del mondo arabo.

Maghreb, Mashrek, Golfo: i Fratelli Musulmani hanno acquisito gradualmente in tutta la regione una forza tale da riuscire a sostenere la loro aspirazione di prendere il potere. L’occasione tanto attesa è arrivata con quella che è erroneamente passata alla storia come Primavera Araba.

E allora le chiedo... perché "erroneamente"? Quelle della Primavera Araba non sono state delle vere rivoluzioni democratiche?

L’esito delle rivolte scoppiate in Medio Oriente e Nord Africa tra il 2010 e il 2011 ha smentito completamente la narrativa che vedeva lo sbocciare di una primavera nel fermento che stava attraversando il mondo arabo in quel periodo. Sono stati infatti i Fratelli Musulmani a guidare quei tumulti, con l’obiettivo di rovesciare i regimi preesistenti e stabilire dittature fondamentaliste. L’illusione della primavera si è pertanto ben presto rivelata un inverno islamista, il risultato di un piano disegnato appositamente per portare la Fratellanza al potere in Egitto, Tunisia, Libia, Siria, innescando un effetto domino che avrebbe dovuto travolgere tutta la regione, come piattaforma per un’espansione a livello globale e verso l’Occidente in particolare.

I Fratelli Musulmani non hanno certamente agito in solitudine. L’alleanza islamista con il Qatar degli emiri Al Thani e la Turchia di Erdogan ha fornito alla Fratellanza il supporto finanziario, politico e mediatico - basti pensare al ruolo di Al Jazeera - indispensabile ad assumere la guida delle rivolte e a far credere che fossero democratiche, soprattutto agli osservatori occidentali.

Attenta a questo “nuovo spunto” vorrei un approfondimento: A cosa si riferisce quando nel suo libro parla di “linea rossa del jihad da Doha a Istanbul”?

Mi riferisco esattamente alla linea che unisce Qatar, Turchia e Fratelli Musulmani nell’alleanza islamista che ha già seminato morte e distruzione sotto le mentite spoglie della Primavera Araba, e che costituisce oggi la più grande minaccia alla pace e alla sicurezza della comunità internazionale. Il loro piano è fallito, ma le ambizioni e gli obiettivi restano immutati e continuano a essere perseguiti, tanto in Medio Oriente quanto in Occidente. Perché l’alleanza islamista non intende sottomettere solo il mondo arabo.

Il punto di partenza del suo libro infatti è il ritrovamento di un documento contenente le linee guida per la conquista dell’Occidente da parte dei Fratelli Musulmani...

È il cosiddetto “Progetto”, rinvenuto a breve distanza dagli attacchi terroristici dell’11 settembre durante una perquisizione nella dimora svizzera di un banchiere egiziano, Yusuf Nada, considerato un esponente di spicco dei Fratelli Musulmani in Europa e sotto inchiesta con l’accusa di essere tra i finanziatori di Al Qaeda. Il documento risale al 1982, ma dopo la sua scoperta non è mai stato reso pubblico. A illustrarne i contenuti è stato nel 2005 il giornalista franco-svizzero Sylvain Besson in un libro-inchiesta. Ebbene, tali contenuti sono ancor più inquietanti perché corrispondono a quel che sta accadendo oggi in Europa, Italia compresa, senza che i Fratelli Musulmani incontrino ostacolo alcuno. In nome di un malinteso multiculturalismo, l’Europa si rifiuta infatti di riconoscere la vera natura dei Fratelli Musulmani e continua a considerarli “moderati”, consentendo alle organizzazioni e alle figure che fanno capo alla Fratellanza di fare proselitismo e accrescere la propria influenza all’interno delle comunità islamiche, grazie al supporto finanziario del Qatar.

A questo punto sorge spontanea la domanda : "qual è la situazione in Italia?"

In Italia sono migliaia le moschee (legali ma soprattutto illegali), gli pseudo-centri culturali e di preghiera, i luoghi di aggregazione sociale permeati da imam e militanti affiliati ai Fratelli Musulmani, che - con soldi provenienti dal Qatar - svolgono attività d’indottrinamento e reclutamento dei giovani appartenenti alla seconda generazione, indotti ad abbracciare posizioni radicali e fortemente identitarie, contrarie all’integrazione.

La costruzione di nuove moschee per mostrare apertura nei confronti dei fedeli di religione islamica, ma senza regole appropriate che ne garantiscano l’assoluta impermeabilità alla penetrazione dei Fratelli Musulmani e del Qatar, sono un regalo al proselitismo islamista della Fratellanza, che ha come sbocco ideologico e operativo il reclutamento nell’ISIS o Al Qaeda. Con articoli, interviste, pubblicazioni, e attraverso le conferenze e le attività di formazione del Centro Studi “Averroè”, ho divulgato per anni l’allarme Fratelli Musulmani in Italia e il nuovo libro risponde all’esigenza di tenere alta l’attenzione sul pericolo rappresentato dalla “linea rossa del jihad” anche in Occidente.

A proposito di Occidente, quali misure di contrasto dovrebbe allora prendere nei confronti dei Fratelli Musulmani e dell’alleanza islamista con Qatar e Turchia?

L’Occidente e l’intera comunità internazionale dovrebbero prendere esempio dal mondo arabo moderato, che si riconosce nel Quartetto contro il terrorismo composto da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto. Questi paesi stanno compiendo enormi sforzi congiunti nel tentativo di spezzare la “linea rossa del jihad”. In particolare, hanno messo fuori legge i Fratelli Musulmani in quanto organizzazione terroristica, mentre attraverso un blocco aereo, terrestre e marittimo stanno limitando le capacità di Doha di mettere in atto politiche di destabilizzazione a livello regionale.

Il Quartetto ha poi raggiunto l’obiettivo d’isolare il Qatar in importanti consessi diplomatici, come la Lega Araba e il Consiglio di Cooperazione del Golfo, e continua ad opporsi alle ingerenze in Medio Oriente e Nord Africa della Turchia e dell’Iran khomeinista, membro aggiunto dell’alleanza islamista poiché rappresenta la versione sciita dei Fratelli Musulmani.

L’Egitto, da par suo, prosegue nella lotta interna al proselitismo della Fratellanza, con strette misure di controllo sui sermoni nelle moschee e sul discorso religioso nel suo complesso. L’Occidente, tuttavia, resta sordo ai richiami del Quartetto e preferisce cedere alle lusinghe economiche del Qatar e alle minacce di Erdogan, lasciando che l’agenda islamista avanzi al proprio interno.

In questo scenario, il libro vuole essere non solo un atto di accusa, ma uno strumento per risvegliare la coscienza degli italiani e di tutti gli europei, affinché si oppongano al giogo dell’estremismo, acquisendo piena consapevolezza della vera natura, delle ambizioni e degli obiettivi dei Fratelli Musulmani e degli Stati canaglia che li sponsorizzano.
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Re: Libia e l'IS, il colonialismo, Gheddafi e i clandestini

Messaggioda Berto » ven apr 05, 2019 8:58 am

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Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Libia e l'IS, il colonialismo, Gheddafi e i clandestini

Messaggioda Berto » ven apr 05, 2019 8:59 am

Libia: 'Haftar ordina attacco a Tripoli'
5 aprile 2019

http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/m ... LirrhCxnIg

A dieci giorni esatti dalla Conferenza nazionale voluta dall'Onu per risolvere la crisi libica, il generale Khalifa Haftar spariglia le carte e lancia un'operazione per la conquista di Tripoli proprio nel giorno in cui vi era in visita, per la prima volta da due anni, il segretario generale dell'Onu Antonio Guterres. La presa di Tripoli, dove è insediato il premier Fayez al-Sarraj, è un obiettivo quasi impossibile dato che le milizie dell'ovest hanno subito serrato le fila e a difesa della capitale s'è schierata la potentissima Misurata. E anche se per ora si tratta solo di scaramucce, la preoccupazione è dichiaratamente forte e la conferenza nazionale in programma a Ghadames dal 14 al 16 aprile è a rischio.

Dopo aver conquistato il sud del Paese tra febbraio e marzo, Haftar ha dunque lanciato quella che ha pomposamente chiamato 'l'Operazione per la liberazione di Tripoli' dopo che le sue truppe sono entrate senza combattere a Garian, un centro situato a 80 km in linea d'aria dal centro di Tripoli. In un audio-messaggio, Haftar si è rivolto a quel mix di miliziani e truppe regolari che formano l'Esercito nazionale libico (Lna) di cui è comandante generale: "Eccoci, Tripoli. Eccoci, Tripoli", ha detto evocando una formula islamica legata al pellegrinaggio alla Mecca. "Eroi, l'ora è suonata, è venuto il momento" del "nostro appuntamento con la conquista. Oggi facciamo tremare la terra sotto i piedi degli ingiusti", ha aggiunto il generale cirenaico, esortando le bellicose milizie dell'ovest ad arrendersi alla sua "marcia vittoriosa": sarà "salvo" solo "colui che depone le armi" e "che sventola bandiera bianca".

Molti analisti ritengono che Haftar (che aveva annunciato un velleitario attacco a Tripoli già nel 2015) non abbia la forza per espugnare la capitale libica come invece ha fatto casa per casa con Bengasi e Derna. Una valutazione rafforzata dal fatto che Misurata ha annunciato una sorta di arrocco, spostando milizie verso la capitale messa in "stato d'emergenza massima" con allerta anche per l'Aviazione. La mossa odierna sarebbe dunque solo un modo per presentarsi in posizione di forza alla conferenza di Ghadames.

Il segretario generale dell'Onu, Guterres, ha invocato "calma e moderazione" perché, "in questa circostanze", la conferenza nazionale che dovrebbe partorire una data per le elezioni "é impossibile". Ma in serata è stata segnalata una ripresa degli scontri che mercoledì avevano causato la morte di almeno un uomo dell'Lna nei pressi di Alasaba. Preoccupazione e allarme si sono diffusi anche a Roma.

Il premier Giuseppe Conte è tornato ad invocare "un percorso politico sotto la guida delle Nazioni Unite" perché "le opzioni militari, tanto più se unilaterali, non offrono alcuna garanzia di realizzare soluzioni responsabili e durature". Il titolare della Farnesina Enzo Moavero, da Washington dove si trova per il vertice Nato, ha fatto sapere di essere in contatto con l'ambasciata a Tripoli e di seguire gli sviluppi con attenzione. Mentre Matteo Salvini ha posto la questione alla riunione dei ministri dell'Interno del G7 a Parigi e ha sentito telefonicamente il vicepremier libico Maitig. Per un'altra più o meno casuale coincidenza, proprio poco prima che iniziassero gli scontri il presidente americano Donald Trump ha annunciato la nomina di Richard B. Norland come ambasciatore straordinario e plenipotenziario in Libia.


Libia fuori controllo, Haftar: “Conquistiamo Tripoli”. al-Sarraj annuncia raid aerei
francesco semprini
2019/04/04

https://www.lastampa.it/2019/04/04/este ... 6CMUtgu_Ss

La Libia di nuovo ostaggio della guerra. Nel giorno in cui il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, mette piede a Tripoli per la sua prima storica visita nel Paese, Khalifa Haftar dichiara guerra alla capitale. Così il presidente Fayez al Sarraj è costretto a dichiarare l’emergenza nazionale e mettere in allerta i caccia pronti al decollo, mentre le unità anti-terrorismo di Misurata si preparano a stroncare l’avanzata delle unità dell’Esercito nazionale libico comandato dal generale. «Eccoci, Tripoli. Eccoci, Tripoli. Eroi, l’ora é suonata, é venuto il momento» del «nostro appuntamento con la conquista», tuona l’uomo forte della Cirenaica in un messaggio in cui annuncia l’avvio dell’«Operazione per la liberazione di Tripoli». Nell’audio, postato sulla pagina Facebook dell’Ufficio stampa del Comando generale delle Forze armate libiche, il generale dice anche: «Colui che depone le armi é salvo. Colui che resta a casa é sicuro. Colui che sventola bandiera bianca é in sicurezza».

Haftar è ritratto in divisa mentre fa il saluto militare, una posa iconica con la quale vuole sottolineare il carattere autorevole e risolutivo del suo ordine di conquista. «Oggi facciamo tremare la terra sotto i piedi degli ingiusti», ha detto fra l’altro Haftar esortando i propri uomini a «entrare in pace per chi ha voluto la pace». Invita le forze così le milizie di Tripoli ad allearsi con lui e garantisce la sicurezza dei cittadini stranieri. «La sicurezza dei cittadini, i loro beni, i nostri ospiti stranieri di diverse nazionalità, i servizi e le installazioni della capitale sono sotto la vostra responsabilità», dice il generale nel messaggio ai suoi «eroi». L’appello di Haftar alle forze di difesa della capitale cade nel vuoto: il capo delle milizie di Tripoli rieplica in un messaggio alla tv libica che le sue forze sono «pronte» a «respingere qualsiasi attacco« del generale.

Sarraj dichiara lo stato di emergenza mentre le unità antiterrorismo di Misurata sono pronte a presidiare le vie di accesso alla capitale e a intervenire in caso di necessità. La vicenda ha messo in allarme titta la comunità internazionale: Guterres, ha esortato le fazioni libiche ad evitare una escalation per consentire lo svolgimento della conferenza nazionale prevista fra dieci giorni a Ghadames. «Non ci può essere una conferenza nazionale in queste circostanze», ha detto il segretario generale nella punto stampa che era stato programmato proprio da Tripoli nel corso del suo viaggio nel Paese maghrebino. Viaggio che avrebbe dovuto proprio rilanciare gli sforzi del suo inviato, Ghassan Salame, a sostegno dellla «roadmap» per la stabilizzazione della Libia il cui passaggio chiave sarebbe stata la conferenza nazionale prevista a Ghadames dal 14 al 16 aprile.

Il testo integrale del messaggio del generale Haftar
«Chi ha abbandonato le armi è salvo, chi rimane nella sua casa è al sicuro, chi alza bandiera bianca è sicuro, la sicurezza dei cittadini e le loro donne e i loro beni, la sicurezza dei nostri ospiti stranieri a prescindere della loro cittadinanza, le strutture della nostra capitale e le sue infrastrutture sono tutte affidate a voi, conservate ciò che è stato affidato a voi . Temete Allah e ricordate il versetto del Corano». Il riferimento è al versetto che ricorda che Allah non ama gli aggressori.
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Re: Libia e l'IS, il colonialismo, Gheddafi e i clandestini

Messaggioda Berto » ven apr 05, 2019 8:59 am

L'invasione dei clandestini dalla Libia

La legge o convenzione internazionale del soccorso in mare
viewtopic.php?f=194&t=2665
https://www.facebook.com/alberto.pento/ ... 1291917795
Non soccorrere in mare e non accogliere chi ti può fare del male, chi abusa della legge del mare per invaderti clandestinamente, per depredarti, per ridurti in schiavitù e per ucciderti, lascialo al mare.



Li scafisti libici sono tutti islamici
https://www.facebook.com/groups/altridi ... 7866334558
Chissà perché una "grande religione" come quella islamica ha tra i suoi fedeli un mucchio di scafisti, trafficanti di uomini e assassini?



L'invasione clandestina è un crimine contro l'umanità, la nostra umanità!
Migrare e invadere la casa e il paese altrui non è un diritto ma un crimine, ed è un dovere impedirlo
viewtopic.php?f=205&t=2813
https://www.facebook.com/permalink.php? ... 7003387674



Migranti, la Marina libica avverte le Ong: "Non entrate più nelle nostre acque"
Sergio Rame - Mer, 03/04/2019

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/mig ... qkkglf8swk

Libici sul piede di guerra dopo il dirottamento del mercantile: "I Paesi chiudano i confini ai migranti irregolari e contribuiscano ad accelerare i rimpatri"

"Non entrate nelle acque territoriali della Libia e non intervenite vicino alle coste libiche".

L'avvertimento è stato lanciato dalla Marina e dalla Guardia Costiera libiche ed è diretto a tutte le ong che operano illegalmente nel Mar Mediterraneo facendo da scafisti a tutti gli immigrati clandestini che si imbarcano per raggiungere le coste del Vecchio Continente.

Ieri sera, secondo quanto riportato dal portale di notizie Libya Observer, la Marina libica ha diffuso un comunicato rivolto alle organizzazioni non governative dopo il recente dirottamento della nave cisterna El Hiblu1, appartenente ad una compagnia turca, ma battente bandiera di Palau. Arrivati a sei miglia dalle banchine di Tripoli, dove il mercantile avrebbe dovuto sbarcare un centinaio di migranti raccolti da un'imbarcazione in difficoltà, alcuni clandestini hanno preso possesso dell'imbarcazione e l'hanno dirottata verso Malta. La navigazione non è andata avanti per molto e la Marina libica ha bloccato e arrestato i pirati. Ora Tripoli è corsa ai ripari affinché non si ripetano episodi del genere.

Nel comunicato diffuso ieri sera i libici criticano "il silenzio della comunità internazionale e dell'Unione Europea sulla cattiva condotta di alcuni migranti" che potrebbe portare "in futuro gruppi armati a fingersi migranti e poi fare lo stesso atto di pirateria una volta soccorsi". Il tutto a ridosso "della stagione delle migrazioni illegali verso l'Europa". Le ong, si legge sul Libya Observer, "non dovrebbero intervenire in mare per indurre i migranti, in coordinamento con i trafficanti di esseri umani", a fare i viaggi della speranza. A Tripoli c'è, infatti, "grande preoccupazione" per "i ripetuti comportamenti criminali di migranti irregolari contro gli equipaggi delle navi di soccorso che dimostrano come il sistema search and rescue sia collassato nel Mediterraneo fornendo alle navi civili il pretesto per rifiutarsi di riportare i migranti in Libia". Da qui le richieste della Marina e dalla Guardia Costiera libiche all'Onu e all'Unione europea di "fare pressing sui Paesi confinanti con la Libia affinché chiudano i confini ai migranti irregolari e contribuiscano ad accelerare i rimpatri".
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