Colonizzazione e decolonizzazione

Re: Colonizzazione e decolonizzazione

Messaggioda Berto » lun mar 19, 2018 4:59 pm

Bianchi sempre più discriminati in Sudafrica. L’Australia pensa a un visto speciale
Anna Pedri
Sidney, 16 mar 2018

https://www.ilprimatonazionale.it/ester ... iale-81361

In Sudafrica il fenomeno del razzismo verso i bianchi è una piaga reale. Se ne parla poco, soprattutto in Italia, ma i contadini bianchi sono al centro di vere e proprie persecuzioni da parte dei neri. Tanto che l’Australia sta pensando di mettere a punto per loro un vero e proprio programma umanitario, fatto di visti speciali concessi in tempi rapidi per gli agricoltori bianchi vittime di violenza.

La misura che Sidney sta mettendo a punto è una tipologia di visto simile a quello che l’Australia ha concesso a 12.000 rifugiati dalla Siria e dall’Iraq tra il 2015 e il 2017 in risposta alla crisi in Medio Oriente per la lotta contro lo Stato islamico. Perché in Sudafrica gli agricoltori bianchi vengono uccisi al ritmo di più di uno alla settimana in media. Solo lo scorso anno sono stati settanta gli agricoltori bianchi ammazzati in 345 assalti alle fattorie. Tutto ciò nel silenzio generale, tranne quando a essere colpiti sono contadini bianchi non sudafricani, come è accaduto a una coppia di inglesi. In quel caso i media ne hanno dato conto.

Al centro delle preoccupazioni australiane c’è la politica del l nuovo presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, che sta portando avanti cambiamenti legali per consentire l‘esproprio dei terreni agricoli dei bianchi senza compenso per la ridistribuzione ai neri sudafricani. Questo perché secondo Ramaphosa nonostante le misure adottate dalla fine dell’apartheid e l’avvento della democrazia nel 1994, in Sudafrica la minoranza bianca, che rappresenta l’8% della popolazione totale, possiede il 72% dei terreni; i meticci e gli indiani il 15%, e la maggioranza nera, solo il 4% delle terre coltivabili. Sono però i bianchi a reggere le fila dell’economia sudafricana.

La questione degli espropri delle terre dei bianchi, così come è stata prevista del governo sudafricano, rappresenta una vera e propria forma di razzismo, e lo riconosce anche la stessa Fondazione Mandela, che ha chiesto ai tribunali di vietare le “esibizioni pubbliche” della bandiera sudafricana dell’era dell’apartheid.
La fondazione sostiene che l’esibizione della bandiera è “un incitamento all’odio e alla discriminazione”. Esattamente quello che i neri stanno facendo nei confronti dei bianchi.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Colonizzazione e decolonizzazione

Messaggioda Berto » mar apr 10, 2018 8:21 am

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Re: Colonizzazione e decolonizzazione

Messaggioda Berto » mar apr 10, 2018 8:21 am

La questione del famoso debito del terzomondo



Debito del terzomondo
https://it.wikipedia.org/wiki/Debito_del_terzo_mondo

Dall'indipendenza dei paesi del terzo mondo la questione del sempre maggiore debito estero (il debito contratto da un paese verso creditori privati, governi ed enti pubblici di un altro o altri paesi) verso i paesi del cosiddetto nord del mondo è venuta alla ribalta ed è da molti ritenuta una delle maggiori cause della povertà e del sottosviluppo in questi paesi.

Cancellazione del debito
https://it.wikipedia.org/wiki/Cancellazione_del_debito
La cancellazione del debito si riferisce alla proposta di annullare il debito che i paesi in via di sviluppo hanno nei confronti dei paesi industrializzati. La proposta fu oggetto di una vasta campagna negli anni novanta, condotta da una grande coalizione di organizzazioni non governative, e il cui scopo fu quello di ottenere l'abolizione del debito per l'anno del Grande Giubileo, il 2000. In occasione del Giubileo, tra l'altro, anche Papa Giovanni Paolo II si espresse pubblicamente in favore della cancellazione del debito con la lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente.

In seguito alla campagna, la cancellazione del debito venne infatti presa in considerazione da molti governi del mondo occidentale e divenne un obiettivo esplicito di organizzazioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Soprattutto, fu varata l'iniziativa nota come HIPC (Heavily Indebted Poor Countries), il cui scopo è garantire l'annullamento sistematico del debito per le nazioni più povere, cercando al contempo di garantire che vengano prese azioni allo scopo di ridurre la povertà di tali paesi. Qualcuno vede in tale misura una sorta di giustizia economica e sociale per motivi storici legati allo sfruttamento coloniale da parte dei paesi occidentali nei secoli passati.

Argomenti a sfavore
Gli oppositori della cancellazione del debito sostengono che essa corrisponde a un assegno in bianco consegnato a governi spesso corrotti, che spesso non usano questi fondi esclusivamente per combattere le povertà (per esempio, in Uganda dopo la cancellazione del debito le spese militari sono aumentate del 24%). Inoltre, la cancellazione del debito viene giudicata ingiusta nei confronti di quei paesi che hanno fatto sacrifici anche grandissimi per non indebitarsi, e costituisce un precedente che potrebbe spingere i paesi del Terzo Mondo a indebitarsi in modo incosciente sperando in una futura cancellazione. In questo senso, chi si oppone alla cancellazione del debito preferirebbe vedere le stesse somme utilizzate per piani di aiuto specifici.




Il debito dei paesi del Terzo Mondo

https://codolini.wordpress.com/geografi ... erzo-mondo

L’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC), che detiene circa il 75% delle riserve mondiali, ha facoltà di negoziare con le compagnie petrolifere produzione, concessione e quindi il prezzo del greggio (calcolato su un barile, circa 159 litri, corrispondenti a 42 galloni dei vecchi barili di legno utilizzati 150 anni fa per la vendita di whisky in Pennsylvania).

Verso la metà degli anni ’70, i paesi membri dell’OPEC approfittarono della guerra dello Yom Kippur per aumentare il prezzo del petrolio, col preteso di punire i paesi occidentali per il sostegno che offrivano a Israele. Le entrate si quadruplicarono, generando un improvviso afflusso di capitali nelle casse delle banche occidentali, in particolare svizzere e statunitensi. Per investire questi capitali garantendo agli sceicchi il pagamento degli interessi, le banche offrirono ai paesi del Terzo generalmente poveri, prestiti per risollevarsi e potenziare la loro economia,con interessi inferiori al 5%. Questo progetto poté essere avviato grazie alla complicità dei governi dei paesi interessati che vennero corrotti, e portarono ali’ approvazione di piani che appunto prevedevano l’indebitamento. Purtroppo questi prestiti vennero utilizzati per progetti spesso inutili o dannosi, appaltati a grandi imprese occidentali, oppure per l’acquisto di armi, oppure ancora versati direttamente su conti personali segreti di importanti uomini politici. ll meccanismo dell’indebitamento è stato una manovra creata dalle banche per poter reperire i capitali necessari al pagamento degli interessi agli sceicchi arricchitisi grazie alla crisi petrolifera del ’70.

Ad esempio nel Congo**, ex Zaire, i soldi presi a prestito dal presidente, ora defunto, sono stati occultati e, scandalosamente, nemmeno quelli versati su conti noti vengono sequestrati per pagare il debito, ma si continua a pretendere che lo faccia la popolazione, privata di tutti i servizi per poter restituire queste somme.

Zaire - Localizzazione

In seguito a successive crisi, avvenute negli anni in cui Ronald Reagan e Margharet Tatcher erano al governo, gli interessi salirono vertiginosamente fino ad arrivare, in tre anni, a superare in molti casi il 25%.

G. Susan , nel suo libro ” Il debito del 3° Mondo”, afferma che una causa importante dell’aumento del debito fu l’investimento dei soldi imprestati in progetti avventati e mal concepiti che spesso comportavano eccessivi costi di impianto e massicce dosi di corruzione, finendo per arricchire gli appaltatori (praticamente tutti) occidentali.

Un esempio fra molti fu l’edificazione di una centrale nucleare nella provincia filippina di Baatan. In questo caso il governo filippino non si affidò alla ditta che presentava il preventivo più basso (la Generai Electric), ” facendo vincere” invece l’appalto alla ditta Westinghouse. Per la costruzione deil’ impianto vennero richiesti circa 2 miliardi di $ che la banca consegnò alla Westinghouse anziché ai governo filippino, ad eccezione di 80 milioni $ che furono versati sul conto svizzero dell’ allora dittatore Marcos come premio per aver scelto la Westinghouse. Ma c’è qualcosa di assurdo in questa storia: LA CENTRALE È STATA COSTRUITA SU UN VULCANO SPENTO E NON È MAI ENTRATA IN FUNZIONE; nonostante ciò i filippini continuano a pagare 500000 $ al giorno per interessi.

(Isola maggiore Luzon – Capitale Manila)

Bataan – Localizzazione

Oltre ai governanti (in maggior parte dittatori), anche imprenditori e grandi commercianti hanno usato il denaro preso in prestito dalle banche per fini privati; ovvero per aprire conti bancari esteri in valuta straniera, perché molto più forte rispetto alla propria valuta interna. Questo fenomeno prende il nome di fuga dei capitali all’estero. Essendo un fenomeno illegale, la maggior parte di questi traffici è avvenuta nel passato, e soprattutto nei paesi dell’America Meridionale.

Un’altra forma di sfruttamento improduttivo dei soldi imprestati dalle banche ai paesi sottosviluppati è stato quello dell’acquisto di armi; i dati di questo sfruttamento ci vengono dall’istituto Tedesco di Ricerche per la pace che stima che circa il 20% del denaro dei debiti è stato impiegato per il commercio di armi. Gli acquirenti sono stati e probabilmente sono ancora, i dittatori dei paesi indebitati che hanno comprato le armi non solo per far guerra ai propri vicini, o per alimentare guerre civili, ma anche per eseguire operazioni di “pulizia” all’interno del proprio paese.

Come se non bastasse, lo stesso Susan prima ci avverte che, mentre gli abitanti dei paesi del sud del mondo pagano i debiti con la morte, essi si stanno ritorcendo contro di noi con un vero e proprio effetto a “boomerang” . Secondo lo studioso il debito avrebbe già causato:

1) danni ambientali planetari dovuti ai fatto che i paesi indebitati, per ottenere, più risorse permettono la distruzione delle loro foreste, l’uso massiccio di fertilizzanti chimici avvelenando la terra per farle produrre maggiori quantità di risorse, ma non solo, anche fiumi e mari;

2) invasione dei nostri paesi da ogni tipo di droga, come cocaina, oppio e marijuana, perché i paesi del sud del mondo, intrappolati dalla morsa del debito, autorizzano la coltivazione di droghe e la loro conseguente esportazione, che avviene con la commercializzazione nei nostri paesi;

3) aumento della disoccupazione in quanto un sud costretto a risparmiare fa meno ordinazioni al nord con la conseguente perdita di posti di lavoro;

4) crescita dell’immigrazione;

5) attentato alla pace planetaria: il debito provoca disagio e rivolte in tutto il Sud, che prima o poi finiranno per coinvolgere anche il Nord. Saddam Hussein invase il Kuwait proprio perché non riceveva l’aiuto sperato per i debiti contratti per fare la guerra all’Iran; la stessa vicenda delle Torri Gemelle ha suscitato scarsa comprensione presso le popolazioni indebitate, che purtroppo possono cedere alla tentazione di schierarsi dalla parte di avventurieri come Osama Bin Laden che dicono di difendere i loro interessi e la loro cultura. (talebani, Boko Haran, Is…)

Le origini del debito (NO)

¨ Nel 1979, alla seconda crisi e ai nuovo rialzo dei prezzi, USA e GB risposero con politiche monetariste. L’inflazione venne combattuta contenendo l’offerta di moneta e facendo impennare i tassi di interesse. I paesi debitori si trovarono da un anno all’altro a passare da tassi di interesse annuali medi del 5% a tassi che raggiungevano il 30%.

¨ Gli USA avevano come obiettivo l’apprezzamento del dollaro. Fra il 1979 e il 1980 la valuta americana raddoppiò il suo valore rispetto a sterlina e marco, lo quadruplicò rispetto alla lira (da circa 600 a 2200) e lo moltiplicò numerose volte rispetto alle valute dei PVS. L’impatto sui paesi debitori fu durissimo: i debiti, in valuta locale, erano divenuti enormi.

¨ Nell’agosto 1982 il Messico dichiara la propria insolvenza, seguito a ruota dagli altri paesi debitori: scoppia la crisi del debito internazionale.

Le altre cause

¨ I modelli di sviluppo sbagliati, che scimmiottavano quelli del Nord, senza una realistica analisi dei bisogni e delle capacità dei paesi del Sud.

¨ La corruzione presente fra le classi dirigenti dei paesi in via di sviluppo

I “venditori” di denaro, che non tennero mai conto delle reali capacità di restituzione dei debitori al momento della sottoscrizione dei prestiti.
L’utilizzo per finanziamento ai consumo e in spese militari anziché per investimenti delle somme ricevute.

¨ La fuga dei capitali verso il Nord operata da chi poteva disporre dei capitali presi a prestito, occultandoli e facendoli poi pagare dalla popolazione.

Mentre si discuteva su questi piani di rientro, il Fondo Monetario e la Banca Mondiale hanno di fatto assolto la funzione di “giudice” della credibilità dei governi debitori ed hanno condizionato rinegoziazioni del debito e nuovi finanziamenti all’avvio di programmi di aggiustamento strutturale, che prevedono in sintesi:

1) completa liberalizzazione dei prezzi (nessuna tutela per i prodotti locali); 2) completa liberalizzazione dei salari (con conseguente riduzione); 3) uscita dello Stato dall’economia (privatizzazioni, come quella dell’acqua che era stata proposta qualche anno fa in Italia, bloccata con un referendum popolare nel 2011); 4) riduzione della spesa pubblica (si veda il caso della Grecia e della Troika)

5) eliminazione dei dazi e liberalizzazione dei commercio con l’estero; con conseguente crisi di molti prodotti locali.

Per quanto oggi la sensibilità di queste istituzioni stia lentamente mutando, coniando concetti come ‘debito sostenibile’, il risultato è stato quasi sempre il grave impoverimento della popolazione, che ha aumentato anziché diminuito i problemi di sottoalimentazione e di malattia.

Viene indicato dunque, anche se in modo ancora molto generico, come obiettivo prioritario di ogni collaborazione internazionale la riduzione della povertà.

Perché è necessaria la cancellazione del debito

il debito estero è già stato ripagato ampiamente dai paesi poveri che vedono le loro materie prime pagate a prezzi molto bassi;
molti paesi non potranno saldarlo e mantenerlo significherebbe condannarli eternamente alla miseria
tutto ciò implica anche la rovina dell’ ambiente: troppo sfruttamento territoriale (disboscamento),

Il debito porta conseguenze pesanti anche per i paesi ricchi:

a) droga: un ettaro coltivato di coca, in Perù, frutta ogni anno circa £. 7.000.000, mentre uno di caffè rende solo £. 180.000, se si produce molta droga ne arriva molta nei nostri paesi;

b) immigrazione: la povertà è una potente molla per i flussi migratori;

d) perdita di posti di lavoro: le multinazionali licenziano nei posti di origine per trasferire il lavoro dove costa meno.



Zaire
(Italia circa 60 milioni di ab. // 301:000 kmq. circa

Massima estensione
2.345.410 km2 nel 1997

Popolazione
46.498.539 milioni nel 1996

Zaire o Repubblica dello Zaire è stato il nome dell’attuale Repubblica Democratica del Congo, denominazione istituita per volere del dittatore Mobutu Sese Seko e durata dal 27 ottobre 1971al 17 maggio 1997.
Cleptocrazia

Formalmente, il nuovo stato di Mobutu era una repubblica; tuttavia vi era un unico partito politico, senza alcuna opposizione. Lo Zaire viene spesso indicato come esempio paradigmatico di cleptocrazia. (= governo dei ladri).

L’economia del paese era in ginocchio, e tra il 1970 e il 1989 lo Zaire ricevette numerosi aiuti internazionali (1 miliardo e 100 milioni di dollari dagli Stati Uniti, 7 miliardi dall’Europa, 35 milioni dall’OPEC, 263 milioni dai paesi del blocco comunista. Nonostante questi aiuti e gli immensi giacimenti di materie prime, le condizioni della popolazione restarono critiche, con un tasso di inflazione prossimo al 500% e un livello di disoccupazione intorno al 45%. Nel frattempo Mobutu accumulava un patrimonio personale stimato tra i 5 e i 9 miliardi di dollari (secondo The Economist), ostentando questa ricchezza sulla scena internazionale (acquistando tra l’altro yacht, auto di lusso e ville in Svizzera, Belgio, Francia e Italia). Nel1986, la situazione di crisi economica dello Zaire divenne insostenibile, al punto che neppure le violente forme di repressione messe in atto dalle autorità riuscirono a contenere il dilagare delle espressioni di malcontento popolare.

Le rivolte degli anni ’90

Nel 1991, gli stessi militari iniziarono a protestare per i ritardi nel pagamento dei loro salari. La protesta sfociò ben presto in una rivolta. Mentre Mobutu si rifugiava sullo yacht presidenziale ancorato al largo della capitale, la rivolta fu sedata in un bagno di sangue. dai pretoriani del presidente, che misero Kinshasa a ferro e fuoco. Nell’ottobre del 1996, Kabila tornò alla guida dei tutsi del Kivu Sud in lotta contro gli hutu, dando inizio alla prima guerra del Congo, con l’appoggio dei governi del Burundi, dell’Uganda e del Ruanda. Kabila iniziò una ribellione su larga scala contro il governo di Mobutu.
La caduta Il 17 maggio 1997 Kabila si nominò capo di stato, creando un governo di salvezza pubblica e rinominando il paese Repubblica Democratica del Congo. Il 20 maggio 1997 Kabila entrò a Kinshasa. Le sue truppe regolarono a colpi di machete i conti con esponenti e funzionari del regime di Mobutu[1] che nel frattempo aveva già lasciato il paese.

Economia

La principale attività economica del paese era lo sfruttamento degli enormi giacimenti di materie prime: cobalto, diamanti, uranio, manganese, zinco e altre. Nelle regioni dello Shaba (ex Katanga) e del Kasai, in particolare, ci sono giacimenti di smeraldi, oro, argento, malachite, stagno, cadmio, tungsteno, radio e germanio.





La storia del debito estero dei Paesi in via di sviluppo
13 settembre 2013
Claudio Rossi
http://www.mondoallarovescia.com/la-sto ... i-sviluppo

Il problema del debito estero dei Paesi in via di sviluppo nasce durante gli anni ’70 in corrispondenza del primo Shock petrolifero. Le materie prime non petrolifere raddoppiarono il loro prezzo fra il 71 e il 73 e i derivati del petrolio lo quadruplicarono. La brusca impennata dei prezzi del petrolio, a fronte di una domanda sostanzialmente rigida, determinò inflazione per i paesi consumatori e portò nelle casse dei paesi produttori un’ingente quantità di valuta, largamente superiore al fabbisogno finanziario nazionale. Finanziati i progetti d’investimento interni, questi paesi offrirono i cosiddetti “petrodollari” sul mercato internazionale. La grande massa finanziaria così disponibile fece scendere i tassi d’interesse e venne raccolta dalle banche commerciali internazionali che la offrirono soprattutto ai paesi del sud del mondo. Tassi così bassi rendevano infatti particolarmente vantaggioso il finanziamento di programmi d’investimento industriale. I PVS non produttori di petrolio erano il mercato più bisognoso di un miglioramento del patrimonio tecnologico e divennero così un naturale obiettivo di collocazione dell’offerta finanziaria.L’indebitamento per i PVS appariva vantaggioso per diverse ragioni:
-bassi tassi d’interesse;
-diminuzione dei prezzi relativi ai beni capitali al Nord che rendeva più accessibile il costo degli investimenti;
-i prezzi delle materie prime erano alti. Siccome le materie prime rappresentavano la componente principale, a volte l’unica, delle esportazioni dei PVS, si supponeva che ciò avrebbe consentito facilmente la creazione di risorse per la restituzione dei debiti contratti.

Si mise in moto un intenso movimento finanziario in cui per la prima volta entravano con un ruolo di primo piano le grandi banche commerciali internazionali. Negli ani ’70 infatti il finanziamento allo sviluppo nel Terzo Mondo acquista una fisionomia nuova rispetto al passato. Nei decenni precedenti le forme tradizionali di finanziamento erano state quelle dei prestiti obbligazionari che i governi dei paesi debitori emettevano sulle piazze finanziarie europee e, in particolare, dopo il 1945, quelle degli investimenti esteri diretti e dei crediti di aiuto da parte dei governi e degli organismi internazionali. In questa fase invece assumono peso prevalente i finanziamenti privati rispetto a quelli pubblici e, fra questi, quelli operati dalle banche commerciali. Alla fine degli anni ’70 si composero tre fattori che si dimostrarono devastanti per la situazione finanziaria dei paesi che si erano indebitati negli anni precedenti. Nel 1979 si verifica il secondo shock petrolifero: i prezzi del greggio aumentarono di oltre venti volte rispetto al valore originario del 1973 e i PVS non produttori subirono, come tutti i paesi consumatori, un brusco e straordinario rialzo nell’ammontare delle importazioni. In secondo luogo, a fronte di questo aumento, i prezzi delle materie prime rimasero in un primo momento costanti, ma la recessione che colpiva i paesi industrializzati portò a ridurre la domanda e di conseguenza i prezzi. Poiché i PVS debitori erano esportatori soprattutto di materie prime, ciò si tradusse in un severo peggioramento delle ragioni di scambio, di conseguenza, in un deterioramento del saldo corrente della bilancia dei pagamenti. Il terzo fattore fu lo svilupparsi delle politiche di ispirazione monetarista degli Stati Uniti e della gran Bretagna, che all’insegna di politiche monetarie restrittive fecero impennare i tassi d’interesse. Non è difficile immaginare il risultato di questi 3 fenomeni per i PVS. L’aumento dei tassi d’interesse fece esplodere il costo del servizio del debito. L’aumentato onere dell’approvvigionamento energetico rese elevatissimo il costo delle importazioni e il fabbisogno finanziario. Il peggioramento delle ragioni di scambio rese le esportazioni del tutto insufficienti a pagare sia le importazioni sia il servizio al debito. E’ stato calcolato che nel periodo 1973/1982 il debito dei PVS non produttori di petrolio è aumentato di circa 500 miliardi di dollari, la metà dei quali dovuti unicamente all’aumento del prezzo del petrolio. Un fattore importante da non dimenticare è il violento apprezzamento del dollaro. Obiettivo delle politiche americane, dal 1979 in poi, fu la rivalutazione del dollaro. Gli alti tassi d’interesse interni ottennero efficacemente il risultato determinando un fenomeno del tutto particolare nella storia dell’economia: l’apprezzamento di una valuta rispetto a tutte le altre anche quelle forti. Rispetto alla lira italiana il dollaro quadruplica il suo valore, passando da circa 600 lire alle 2.200 per un dollaro nel 1982. Il confronto con le altre monete del nord è appena meno violento, con il raddoppio del corso rispetto al marco tedesco e al franco svizzero. Questa impennata, che i paesi del Terzo mondo, subirono in modo molto più pesante, ebbe due conseguenze sui paesi debitori e sulle loro già malconce ragioni di scambio. L’impatto di questa dinamica sul peso del debito estero fu terribile. I contratti erano siglati in dollari e in brevissimo tempo i debitori si trovarono a dover restituire ammontari costanti se misurati in dollari, ma moltiplicati numerose volte se misurati in valuta locale. Se un paese esposto per un miliardo di dollari al momento della stipula dell’accordo aveva debiti , ad esempio, per 100 miliardi di moneta locale, con la svalutazione rispetto al dollaro si trovò nello spazio di un paio d’anni ad essere esposto per lo stesso ammontare di dollari, per 500 o per 1000 miliardi di valuta locale. Nessuno poteva resistere ad un impatto di questo tipo, e l’inevitabile cedimento dei debitori li portò ad accettare, alle condizioni dei creditori, riscadenziamenti in cui il capitale non veniva comunque mai cancellato né ridotto, dando origine così ad un vero e proprio giogo, che nel lungo periodo ha comportato una sistematica ed enorme uscita di risorse che ha impedito lo sviluppo. Molti, non soltanto tra i rappresentanti dei PVS, sostengono che il debito è già stato pagato. Se utilizziamo un paniere di monete che sterilizzi l’apprezzamento del dollaro, per ricalcolare tutte le somme pagate e ricevute con un’unità di misura diversa dal dollaro emerge che in molti casi il debito è già stato pagato ed in alcuni casi più volte. Alla fine degli anni ’70 abbiamo dunque una situazione per i debitori insostenibile. Occorreva qualcosa di nuovo, qualcosa che consentisse ai debitori di onorare i debiti contratti e ai creditori di essere pagati, qualcosa che consentisse ai debitori vero sviluppo. Occorreva un approccio nuovo che cambiasse il quadro generale.
Le banche commerciali invece risposero con nuovi prestiti. Nel biennio 1980/81 prestarono ai maggiori debitori un ammontare netto uguale a quello erogato nell’intero periodo 1973/79. La crisi arrivò inevitabile. Nell’estate del 1982, dopo vari tentennamenti, il Messico dichiara l’impossibilità di pagare il servizio del debito. A ruota altri governi dell’America latina si dichiarano insolventi e scoppia la crisi del debito internazionale. Se le banche commerciali avessero portato a perdita i crediti inesigibili, avrebbero creato una crisi senza precedenti nel mercato finanziario dei paesi del Nord, soprattutto per la mancanza di fiducia che avrebbero determinato, più che per l’ammontare delle cifre di esposizione. Si determinò così un’attenzione politica alla crisi del 1982 che non si era verificata in occasione delle crisi precedenti. I governi del Nord sollecitarono le istituzioni finanziarie internazionali, Banca Mondiale e FMI ad intervenire per dare indicazioni super partes a debitori e creditori. Vennero così definiti accordi di riscadenzamento del debito, nei quali erano compresi nuovi tempi di restituzione, nuovi prestiti per superare la fase di crisi e provvedimenti di politica economica di ispirazione liberista che il governo debitore si impegnava a mettere in atto. Nascevano i piani di aggiustamento strutturale.
Con l’aggiustamento strutturale la comunità finanziaria internazionale, per bocca del FMI e della BM, imponeva ai paesi debitori riforme economiche che i governi erano di fatto obbligati ad avviare per poter accedere a nuovi finanziamenti e agli accordi di riscadenziamento. Tali riforme consistevano, in sintesi, nella liberalizzazione completa del mercato interno eliminando tutte le forme di protezione, nella liberalizzazione del tasso di cambio e nella riduzione ai minimi termini della spesa pubblica, per definizione improduttiva. FMI e BM partivano dalla convinzione che ci si trovasse nel pieno di una crisi di liquidità e non di insolvenza. Sarebbe bastato superare il momento difficile e poi, aumentare le esportazioni, i paesi debitori avrebbero avuto a disposizione le riprese necessarie per onorare il servizio al debito. Negli anni ’80 due cause hanno avuto un peso assai rilevante nell’acuirsi della crisi: l’impennata dei dollari nel mercato dei cambi (descritta prima) e la grave recessione dei paesi industrializzati. Quest’ultima fu dovuta alla spinte inflattive determinate dagli aumenti sconsiderati del prezzo del petrolio.
Il forte aumento dei tassi d’interesse cambiò le abitudini di molte imprese, che iniziarono a investire finanziariamente parte del loro patrimonio, per gli elevati redditi che il mercato finanziario garantiva. Si è verificato un travaso di risorse dall’apparato produttivo ai mercati finanziari determinando la cosiddetta finanziarizzazione dell’economia. Di fatto così, dal 1982 i prestiti ai paesi debitori si contraggono bruscamente e inizia una fase lunghissima nella quale i flussi netti tra Nord e Sud vedono un trasferimento massiccio di risorse finanziarie dai paesi debitori ai creditori. Tra il 1982 ed il 1990 i PVS hanno ricevuto 927 miliardi di dollari, tra crediti all’esportazione, finanziamenti ufficiali allo sviluppo e flussi privati. Nello stesso periodo i PVS hanno pagato ai paesi creditori 1.345 miliardi di dollari solo per il servizio del debito. La differenza ammonta a 418 miliardi miliardi erogati dai debitori ai creditori. Nonostante questo il debito dei PVS nel 1990 risulta aumentato del 61% rispetto all’ammontare del debito nel 1982. La situazione vede oggi una esposizione dei PVS di oltre 2.000 miliardi di dollari, che comporta un servizio del debito onorato per 270 miliardi di lire circa. Sono dati che nascondono situazioni insostenibili in cui il debito sottrae risorse alla stessa sopravvivenza di parte della popolazione.

La spirale del debito ovvero i meccanismi di causa/effetto

Fra queste un ruolo di rilievo ebbe la spinta all’industrializzazione. Purtroppo di fronte all’esigenza di modernizzazione dell’economia si misero in atto veri modelli di malsviluppo. In molti casi venne dimenticato l’obiettivo di autonomia alimentare, generando gravissime difficoltà per le popolazioni più povere. Sono purtroppo numerosi gli esempi di progetti faraonici che hanno comportato ingenti spese per i governi, senza offrire in cambio beneficio. Molti di questi impianti sono stati pagati dai governi dei PVS, che si sono indebitati per acquisirli, a prezzi più alti di quelli correnti al Nord. Non sono mancati i casi di corruzione, con tangenti pagate dai funzionari delle grandi imprese commerciali del Nord per convincere i funzionari pubblici dei PVS ad acquisire gli impianti di loro produzione. Purtroppo spesso si è avuta la cessione di macchine obsolete ai paesi poveri, ricavando prezzi iniqui in rapporto alla redditività del bene venduto e, soprattutto, la promozione di programmi che non tenevano sempre conto delle reali esigenze del paese. La tesi è che macchine con produttività inferiore a quelle che contemporaneamente i paesi industrializzati installavano presso le loro imprese abbiano condannato pregiudizialmente i PVS a perdere nella competizione internazionale. Questa tesi è naturalmente fondata, ma va ricordato che l’idea d’installare macchine superate disponibili a basso prezzo nasceva allo scopo di avviare produzioni su scala regionale, che cioè non intendevano competere sul mercati internazionale.

Fu quando i paesi debitori vennero spinti a competere con la loro produzione industriale sul mercato internazionale che si raggiunse in qualche caso la soglia del raggiro. La comunità del Nord ha spesso spinto in modo esigente i paesi debitori a trasformare la loro economia affinchè fosse trainata dalle esportazioni. Da una parte si concordavano finanziamenti solo a patto che si mutasse in questo senso l’apparato produttivo del paese e dall’altra si offrivano i beni capitali per farlo. Ma in diversi casi solo una manodopera sottopagata poteva compensare un fattore produttivo capitale con produttività minore rispetto a quella dei competitori del Nord. Alla contrazione in valore delle esportazioni agricole dei paesi forzati a modificare le loro colture, rinunciando all’autonomia alimentare, per produrre beni esportabili, qui basti sottolineare che l’onere sul debito dei paesi del sud è aumentato anche a causa della spinta a realizzare investimenti industriali che non si sono rivelati produttivi, rinunciando ad attività di orizzonte più circoscritto che garantivano però la soddisfazione di bisogni primari. In diversi casi i beni sono stati utilizzati per finanziare l’importazione di beni di consumo di lusso per le classi più agiate della popolazione, sottraendo risorse agli investimenti. Un altro fattore che ha pesato sulla formazione del debito è quello della cosiddetta fuga di capitali. E’ stato calcolato che tra il 1980 ed il 1981 in Messico più del 40% dei prestiti ricevuti sono “volati” all’estero. In Argentina la percentuale fu dell’84% e in Venezuela raggiunse addirittura il 167%. In alcuni casi questo fenomeno è dovuto alla contemporaneità di politiche fiscali mirate male e di politiche monetarie di lotta all’inflazione e difesa del tasso di cambio. In altri casi ben altre sono le ragioni. La fuga di capitali che Marcos ha operato dalle Filippine, per citare uno dei casi più noti e scandalosi, ha fondamenti molto diversi. Altrettanto dicasi per l’abellimento che Mobutu con le sue ville ha portato alla riviera della Costa Azzurra. La corruzione delle classi dirigenti di alcuni PVS ha fatto sì che parte dei finanziamenti ottenuti con prestiti internazionali venissero letteralmente rubati e riportati all’estero in investimenti finanziari “sicuri”. Questo fenomeno è stato a volte incoraggiato dalle stesse banche commerciali occidentali che con una mano proponevano il prestito e con l’altra suggerivano la ricollocazione. Le banche più aggressive come la Citybank, hanno probabilmente raccolto dai paesi poveri una somma pressochè equivalente a quella che hanno loro prestato. La loro vera funzione è stata quella di prendere i capitali, rubati dalle classi dirigenti del Terzo mondo ai rispettivi governi, e di riprestarglieli, guadagnandoci ogni volta una bella differenza. Tra le responsabilità del Nord non va dimenticato l’incoraggiamento a svalutazioni competitive per aumentare le esportazioni, che ovviamente incoraggiavano anche gli esportatori di capitali a guardarsi bene da farli rientrare in patria.
La spesa militare è sempre improduttiva. Spesso è promossa dai governi per sentirsi più sicuri, soprattutto nei confronti del proprio popolo, che, sfruttato e affamato, tende a diventare “riottoso”. Una ricerca dell’istituto SIPRI di Stoccolma ha calcolato che il 20% del debito dei PVS non produttori di petrolio è direttamente attribuibile alla spesa per armamenti.

Debito e ambiente

Negli anni 70 e 80 vennero finanziati nei paesi sottosviluppati colossali progetti dannosi per l’ambiente: come megadighe, centrali nucleari, vastissimi impianti agricoli e industriali, fonderie alimentate col carbone proveniente dalle foreste. Ciò comportò un pesantissimo indebitamento dei PVS. Ma quando i debiti arrivarono alla scadenza, ai danni ambientali si sommarono quelli economici derivanti dalle condizioni capestro che erano state accettate al momento della stipula dei contratti di credito. Messi alle strette dai creditori, i paesi sottosviluppati non possono che dare fondo alle loro risorse naturali affrettandosi nel tentativo di trasformarle rapidamente in valuta pregiata da destinare al pagamento dei creditori.

Il mercato secondario dei prestiti

Preoccupate del crescente rischio d’insolvenza dei loro debiti, le banche dopo aver tratto tutto il profitto possibile dai prestiti concessi decidono che è giunta l’ora di tutelarsi. Una trovata ingegnosa fu quella di trattare i prestiti come se si trattasse di una merce qualsiasi da vendere sul mercato dell’usato. Il “Debt for Equity Swap” (Debito contro quote di capitale) permetteva alle banche di liberarsi del problema di recupero crediti, rivendendoli con uno sconto che variava dal 50 all’85% a seconda delle condizioni economiche del paese debitore. E così la banca si libera di una parte dei suoi crediti in sofferenza (dopo che le avevano fruttato molte volte il loro valore tra restituzioni ed interessi); e un’impresa straniera acquisisce a prezzi scontatissimi quote di aziende pubbliche d’importanza strategica.
Mentre parte degli investimenti realizzati dal paese debitore per fornire servizi essenziali alla popolazione passa nelle mani di un’azienda straniera.
Il paese indebitato deve accettare questa ingerenza per poter ridurre anche di poco la pressione delle banche private creditrici.

(Es. 1) il valore nominale del debito che la banca vende è 1 miliardo di dollari; 2) Questo stesso debito la banca lo vende a 300 milioni di dollari. 3) L’impresa, nuova titolare del debito, acquisisce quote d’imprese pubbliche del paese (telefono, acqua, ecc.) per l’equivalente di 1 miliardo di dollari. E così la multinazionale o il detentore di cospicui fondi depositati all’estero (spesso illegalmente) si ritrovano proprietari di strutture produttive del valore di 1 miliardo di dollari in moneta locale a fronte di un investimento di soli 300 milioni di dollari: guadagno della sola operazione finanziaria: 700 milioni di dollari).

Secondo la Banca Mondiale nell’aprile del 1999 il debito del Terzo Mondo ammontava a 2450 miliardi di dollari USA. Il debito è dovuto a tre categorie di creditori:
le istituzioni multilaterali (in particolare FMI, BM);
il settore privato (banche, fondi d’investimento);
gli stati.

Debito multilaterale. FMI e BM per statuto non rinunciano mai a riscuotere un debito, al massimo arrivano a creare un fondo fiduciario alimentato dai paesi membri, da cui attingono in condizioni eccezionali per rimborsarsi.
Se si considera che FMI e BM detengono una percentuale compresa tra il 30 ed il 75% del debito totale dei paesi dell’Africa subsahariana e, al tempo stesso, si propongono come punto di riferimento per l’aiuto pubblico allo sviluppo e la lotta alla povertà, una domanda sorge spontanea: perché BM e FMI non hanno regole che permettono l’annullamento dei debiti divenuti insostenibili? Non sarebbe forse utile che rivedessero i propri statuti, che risalgono ancora al 1944?

Per il debito privato. In nessun caso è stato proposto l’annullamento del debito nei confronti di istituzioni finanziarie private. Pur considerando che il 50% del debito di America Latina e Sud est asiatico è dovuto a privati.
Il debito bilaterale (tra stato ricco e stato povero). Per trattare questo debito il paese povero si deve presentare singolarmente davanti all’insieme dei maggiori paesi creditori, come dire un Davide davanti ad una squadra di Golia. Solo questo tipo di debito è stato oggetto di iniziative di riduzione.

L’iniziativa HIPC (Highly Indebted Poor Countries). E’ un’iniziativa ideata nel 1996 da FMI e BM con l’obiettivo di riduzione del debito di tali paesi fino ad un livello sostenibile. Ma cosa significa “debito sostenibile”? Purtroppo nei fatti rimane un concetto assai vago ed arbitrario come ha ammesso lo stesso FMI. L’iniziativa è stata orientata, in realtà, al fine di permettere ai paesi più poveri di continuare a pagare i loro debiti. Essa quindi protegge più l’interesse dei creditori ad essere rimborsati che la necessità di alleviamento dei debitori. L’iniziativa HIPC ha inoltre un raggio d’azione molto limitato: considera solo i 41 paesi classificati come poveri ed altamente indebitati, ma non riguarda paesi come Brasile, India, Messico, Indonesia dove vive la grande maggioranza dei poveri del pianeta. La riduzione del debito viene concessa solo dopo sei anni di applicazione rigorosa dei piani di aggiustamento strutturale. E abbiamo già visto gli effetti disastrosi di questa “terapia” economica. Le condizione imposte per la riduzione sono così dure che dal 1986 i PAS sono stati interrotti più di 50 volte in ben 28 delle 36 nazioni interessate. Ogni ritardo o interruzione nell’attuazione dei programmi si traduce in un ritardo a tempo indefinito nella riduzione del debito. Ad oggi sono 7 i paesi che si sono qualificati per la riduzione dei quali solo 3: Uganda, Bolivia e Guyana, hanno iniziato a ricevere parte dei benefici. E’ inquietante che un paese HIPC beneficiario della riduzione del debito come l’Uganda, abbia aumentato immediatamente la sua spesa militare senza che nessuno trovasse nulla da ridire.

Il G7 di Colonia
Nel giugno del 99, in occasione della riunione dei primi ministri dei paesi più industrializzati, numerose associazioni hanno presentato una petizione di 17 milioni di firme per l’annullamento del debito del Terzo mondo. Non potendo ignorare la pressione della società civile, i rappresentanti delle potenze industriali hanno annunciato una manovra da 70 miliardi che dovrebbe annullare il 90% dei debiti dei paesi poveri. Ma le cose stanno davvero così? Vediamo l’esempio dell’Italia. L’Italia ha un credito totale con i paesi poveri, paesi in via di sviluppo e paesi dell’est, di 78.000 miliardi di lire. A dicembre l’Italia promette uno sconto di 3.000 miliardi. In effetti di questi 3000 miliardi circa 2.400 sono crediti inesigibili, cioè già riconosciuti come irrecuperabili. Cancellare questi 2.400 miliardi non ci costerà nulla perché sono già perduti. Quindi è una mossa di propaganda piuttosto squallida, perché si realizza sulla vita e sulle sofferenze di persone che invece sono vere.
In realtà i 70 miliardi di dollari di cancellazione da parte dei G7 rappresentano solo il 3% del debito dei paesi del Terzo Mondo e solo il 35% dei paesi HIPC (che nel 1998 ammontava a 205,7 miliardi di dollari) a cui è rivolta l’iniziativa. Secondo stime autorevoli la reale riduzione del debito sarà di soli 25 miliardi di dollari. In più non è stato modificato il meccanismo in base al quale la riduzione del debito arriverà solo dopo l’applicazione dei PAS. Questo farà sì che alcuni paesi come Nigeria, Angola, Sudan, Sierra Leone, Repubblica democratica del Congo, non accederanno alla riduzione. In sostanza l’iniziativa non costerà niente ai paesi ricchi che rinunceranno a debiti che in realtà i poveri non avrebbero mai potuto pagare. Questa iniziativa non impedirà che i paesi poveri continuino a pagare per il debito più di quanto non investano in sanità ed istruzione.

Il debito: un sistema di usura internazionale
Nel 1998 i PVS hanno pagato 13 dollari per ogni dollaro ricevuto, mentre ne pagavano 9 per dollaro nel 1996. I prestiti ai PVS sono calati dai 35 miliardi di dollari del 1991 a 23 miliardi di dollari nel 1998. Nonostante abbiano ricevuto meno di quanto abbiano pagato, il debito dei PVS è cresciuto, arrivando a 2.500 milardi di dollari nel 1998.

Il debito uccide. Su un miliardo di persone che vivono nei paesi più poveri altamente indebitati pesa un debito di 354 miliardi di dollari. Ogni bambino deve già 347 dollari in debito estero.
Per i paesi dell’Africa a Sud del Sahara, il valore complessivo dell’indebitamento è pari al 108% del prodotto interno lordo(la richezza del paese). Per 7 paesi supera il 200% (dati UNICEF). L’UNDP nel 1997 dichiarava che 21 milioni di vite potrebbero essere salvate se la spesa per debito fosse impiegata per sanità ed educazione.

Quanto costa cancellare il debito
Il valore di mercato dei debiti dei 41 paesi più poveri e indebitati non supera i 24 miliardi di dollari rispetto ai 200 di valore nominale. Se invece si considerano i 52 paesi per i quali Jubilee 2000 chiede la cancellazione, il valore nominale è di 354 miliardi ma quello di mercato è di soli 109 miliardi e il costo reale della cancellazione per i contribuenti dei paesi più ricchi non supera i 71 miliardi di dollari. Se questa spesa fosse distribuita su 20 anni, il costo per ogni abitante dei paesi industrializzati sarebbe di 4 dollari all’anno, solo 20 lire al giorno per un cittadino italiano. Il debito dei venti paesi più poveri del mondo potrebbe essere cancellato con un costo pari a quello di un solo bombardiere invisibile Stealth.

Un’opinione autorevole sul persistere del debito
Secondo Susan George, tra i primi ad occuparsi di questa problematica, si tratta di una guerra, non in senso metaforico ma in termini letterali. A sostegno della sua tesi cita Machiavelli che dice: “Gli Stati possono essere tenuti dai conquistatori in tre modi: il primo è distruggerli, il secondo è tenerli personalmente in soggezione, il terzo è lasciarli continuare a vivere con le proprie leggi assoggettandoli ad un regolare tributo e instaurando un governo minoritario che assicurerà i buoni rapporti col conquistatore”. Secondo la George è stata scelta questa terza via. Che sia una guerra trova conferma nella definizione che di quest’ultima dà Karl von Clausewitz: “La guerra è un atto di violenza il cui scopo è di costringere l’avversario a fare la nostra volontà”. Col debito si possono praticamente raggiungere tutti gli obiettivi della guerra classica, salvo l’occupazione dei territori, che oggi interessa poco. Nel Nord, da una parte noi otteniamo le materie prime a prezzi bassissimi, i più bassi che ci siano stati dal 1930, dall’altra rileviamo anche a bassissimo prezzo da questi paesi delle imprese con il meccanismo del “debito contro capitale”. Quel che è peggio è che questa guerra si consuma nel più grande silenzio. E’ un vantaggio enorme per quelli che fanno la guerra, perchè se avete sugli schermi la visione, per esempio, del massacro dei curdi, la coscienza universale si scuote e l’opinione pubblica obbliga i governi a fare qualcosa.
Nel caso del debito, questo non si vede, sembra essere un problema di finanze, da esperti, da pagina economica del giornale. Tuttavia, ci sono sommosse in 24 paesi tra quelli indebitati, perchè la gente non ne può più. Quando il prezzo continua a salire per il pane, per il riso, per l’olio, la gente va per le strade e l’esercito spara e colpisce. Ma nel Nord non vediamo ogni sera quelle immagini ossessive e quindi non abbiamo una chiara coscienza della situazione, della sofferenza. Ci sono certamente vittime in queste situazioni, ma sono vittime del loro esercito, del loro governo. Noi non abbiamo mandato truppe, non ci sentiamo responsabili. Ma questa guerra viene condotta pure nel nord, contro di noi, anche se non è facile distinguerla chiaramente come nel Sud.
Ad esempio la perdita d’impiego e di mercato nell’ambito dei prodotti da esportazione, dovuta al fatto che un paese obbligato a porre tutti i suoi guadagni a servizio del debito bancario, non ha più niente per importare prodotti dal Nord. Si tratta di cifre da 500.000 a 750.000 dollari per l’Europa e di oltre 1 milione per gli USA. A conferma di ciò e della necessità di recuperare fette di mercato perduto c’è stata una recente risoluzione delle nazioni Unite che ha abbuonato parte del debito a 10 tra i paesi più colpiti
La guerra del debito è anche una guerra contro l’ambiente. Quando un paese è sottoposto ad una politica del “tutto esportazione”, bisogna vendere le risorse naturali, comprese le foreste tropicali. I suoli vengono forzati a colture commerciabili e si esauriscono le risorse perchè pensare all’avvenire è un lusso. L’ambiente si distrugge a velocità incredibile. Ogni secondo vengono distrutti tremila metri quadrati di foreste tropicali. Questa distruzione contribuisce anche all’effetto serra, al riscaldamento globale del clima, perchè le foreste tagliate emettono anche grandi quantità di gas carbonico. La proliferazione della droga è ancora un’altra conseguenza del debito. In Perù, in Bolivia, in Colombia è di fatto la sola economia che funziona correttamente. Come diceva il presidente del Perù Alan Garcia “la droga è la sola multinazionale dell’America latina”. C’è ancora il problema dell’immigrazione: quando la gente non può vivere decentemente nel suo Paese, è evidente che va a fare qualsiasi cosa in un altro posto dove intravede possibilità di guadagnare da vivere. Infine c’è il numero dei conflitti nel terzo mondo, già elevato e che va crescendo.

*Michela Di Gennaro Socia e Consigliere AIFO e Responsabile del Servizio Comunicazione e Relazioni esterne




Cosa è successo quando i paesi ricchi hanno cancellato il debito dell’Africa
(10/07/2015)
di Donata Columbro

http://www.vita.it/it/article/2015/07/1 ... lla/135873

Succedeva tra la fine degli anni 90 e il 2005 - data del Live8 -, quando i paesi industrializzati decisero che per aiutare le economie dei paesi in via di sviluppo a sollevarsi, azzerare il debito estero era il primo, necessario, passo da fare. Con il sostegno dei movimenti sociali e dalla società civile, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno avviato l’Iniziativa per la cancellazione del debito dei Paesi più poveri e indebitati (“Heavily Indebted Poor Countries”, HIPC), adottata dai paesi G7 nel 1996 al vertice di Lione, poi “rafforzata” dal G7/G8 nel 1999. A quel tempo il debito dei paesi più poveri superava le esportazioni del 200-250 per cento ed era oltre il 280 per cento delle spese pubbliche.

Dal 2000 al 2006 sono stati cancellati 100 miliardi di debiti e nei 26 paesi africani che hanno beneficiato della HIpc e della Mdri (Multilateral Debt Relief Initiative), nuova iniziativa adottata dal G8 nel vertice di Gleneagles nel giugno 2005, il debito pubblico sul pil è sceso dal 104 per cento al 27 per cento, per poi risalire al 34 per cento nel 2011, mantenendosi comunque a livelli minori di molti paesi della zona euro. Dei trentasei paesi arrivati al “decision point”, ovvero alla fase finale della cancellazione, così è cambiata la situazione dal punto di vista del debito/pil:

Durante la crisi sono i paesi europei, ma anche gli Stati Uniti, a veder aumentato il loro debito, nel tentativo di abbassare la spesa pubblica e al tempo stesso spingere la crescita economica, una situazione sperimentata anche negli anni novanta dai paesi africani. Secondo un rapporto di McKinsey l’incidenza del debito sul pil mondiale è passata dal 270% al 286% tra il 2007 e il 2014. Nel grafico la situazione del pil in diversi paesi del mondo tra il 2006 e il 2014.

I paesi africani come Senegal e Uganda partono da bassi debiti grazie alla cancellazione e alle misure intraprese per evitare ulteriori indebitamenti, anche se, avverte uno studio del 2010, un basso debito pubblico porta di solito a far aumentare il debito domestico con emissione di obbligazioni sul mercato interno.

La cancellazione di tutti i debiti dei paesi poveri nel 2000 è stata l’obiettivo di una coalizione internazionale britannica denominata Jubilée 2000.

Oggi a chiedere un nuovo approccio al debito greco sono economisti come Joseph Stiglitz, Paul Krugman (due premi Nobel) e l’economista francese Thomas Piketty, secondo cui il voto negativo del popolo greco al referendum può “contribuire a far ripartire non soltanto il proprio paese ma tutto lo sviluppo europeo”.

E l’Africa può imparare dalla crisi greca ed europea? Grieve Chelwa, ricercatore in economia all’università di Cape Town, intervistato dal blog Africa is a country, ricorda che “l’economia greca si è contratta del 25 per cento da quando la Troika ha cominciato a intervenire nel 2010” e la stessa “pillola dell’austerità” è stata somministrata per lungo tempo in molte parti dell’Africa a partire dagli anni 70 e fino agli anni 90. “Solo il cielo sa l’entità dei rottami che ci sono rimasti”, aggiunge Chelwa.

E c’è chi, come il professore liberiano Robtel Neajai Pailey, vede nel premier greco Alexis Tspras un nuovo Thomas Sankara: “Bisogna agitare i popoli contro i poteri. Lo schiavo merita le proprie catene se non prende la decisione di lottare per liberarsi. Dove il fossato che divide il popolo dal governo è intollerabile, là il popolo deve lottare per colmare il passato e diventare padrone del proprio destino”. Sembra piazza Syntagma ad Atene, qualche giorno fa, invece è Ouagadougou, Burkina Faso, 1987.
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Re: Colonizzazione e decolonizzazione

Messaggioda Berto » mar apr 10, 2018 8:22 am

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Re: Colonizzazione e decolonizzazione

Messaggioda Berto » mar apr 10, 2018 8:23 am

Fingono di elogiare la ‘nuova’ Africa per sparare sul ‘vecchio’ Occidente
Anna Bono
09/04/2018

http://www.pepeonline.it/fingono-di-elo ... -occidente

Il nuovo patto CFTA che vuole fare dell’Africa una grande area di libero scambio diventa un’occasione per propagandare le solite bugie contro l’Occidente dei “muri” e dell’”oppressione al Sud del mondo”. Dimenticando che i muri veri – quelli che impediscono una vera crescita del continente nero – sono quei problemi antichi che esistevano prima della colonizzazione…

Il 21 marzo a Kigali, capitale del Rwanda, il 10° vertice straordinario dell’Unione Africana si è concluso con la decisione di dar vita a un’Area di libero scambio continentale, CFTA l’acronimo inglese.

Come sempre quando si tratta di eventi africani, la notizia è stata data con enfasi ed è stata accolta con incondizionato entusiasmo: “un sogno che diventa realtà”, “una nuova alba”, “una pietra miliare”, “una giornata storica”…

Qualche mass media italiano – tra i pochi che ne hanno parlato diffusamente – non si è perso l’occasione per evidenziare come la parte del mondo “dipendente dal Nord e meno sviluppata” stia dando una grande lezione al Nord: mentre l’amministrazione Trump “minaccia dazi e muri”, l’Africa “prova ad alzare la testa”, “mentre l’America si chiude, il resto del mondo, quello più povero, continua ad andare verso un’altra direzione” esordisce un articolo di “Il Sole 24 ore” intitolato “Nasce una grande area di libero scambio. La rivincita dell’Africa parte dal commercio”.

Di quale rivincita si tratti l’articolo poi non lo dice. E in effetti non può, visto che parlare di rivincita è fuori luogo, inspiegabile. Che l’Africa “provi ad alzare la testa” è una osservazione ancora più bizzarra. Evoca l’esistenza di qualche forma di costrizione di cui finalmente l’Africa intenderebbe liberarsi. Invece i governi africani hanno imposto di loro iniziativa i dazi d’importazione astronomici in vigore sulle merci fabbricate all’estero: una scelta mai abbastanza criticata per quel che è, vale a dire una irresponsabile, rovinosa politica economica che, con il pretesto di proteggere l’industria locale, serve a far entrare milioni di dollari nelle casse statali, da cui gli africani al potere sono molto abili a “prelevarli”.

Ma, siccome non c’è limite alla falsificazione dei fatti e della storia quando si tratta di mettere l’Occidente in pessima luce – e descrivere per contro gli Africani come vittime innocenti che, se libere, avrebbero disposto di sé ben diversamente – ecco che la colpa dei dazi è dell’Europa, che ha colonizzato l’Africa e l’ha divisa in stati. Il presidente del Niger, Mahamadou Issoufou, ha commentato con queste parole la firma dell’accordo: “Un continente che è stato diviso 134 anni fa dalla Conferenza di Berlino ha deciso di integrarsi e di unirsi. Ci sono 84mila km di frontiere, 84mila km di ostacoli che fanno sì che gli scambi intra-africani rappresentino oggi appena il 17% del totale. È un’occasione enorme per l’Africa”.

Per chi non lo ricordasse, la Conferenza di Berlino si svolse nel 1884. Al summit, considerato l’inizio della corsa alla spartizione dell’Africa, i paesi europei in realtà discussero e decisero la creazione in Africa di due vastissime aree di libero commercio e concordarono anche la libera navigazione su tutti i 4.180 chilometri del fiume Niger. Furono in effetti tracciati dei nuovi confini a delimitare i territori coloniali. Quasi tutti gli africanisti e praticamente tutti gli africani sostengono che sono quei confini la causa dei pochi scambi commerciali tra un paese e l’altro e delle guerre tribali che a partire dagli anni 60 del XX secolo, con le indipendenze, hanno dilaniato il continente.

Nessuno sembra ricordare che prima dell’era coloniale, e in parte anche dopo, per ogni africano il territorio sicuro, in cui circolare liberamente, era quello controllato dal proprio lignaggio e, nei periodi di pace tra i lignaggi, quello tribale. Per commerciare si viaggiava con grave rischio, in convoglio, armati, cercando di stringere patti di volta in volta con i lignaggi e le tribù di cui si attraversavano i territori.

Il presidente della Commissione dell’UA, Moussa Faki Mahamat, ha definito l’accordo “una sfida gloriosa che richiede coraggio, il coraggio di credere, il coraggio di osare, il coraggio di inseguire la meta!”. Il presidente del Rwanda, Paul Kagame, ha detto che “la pietra miliare raggiunta è la prova di che cosa si può fare quando gli stati africani lavorano insieme”. Sul sito web del CFTA si descrive “l’eccitazione provata nel vedere tutti i paesi dell’UA uniti dalla volontà di favorire il commercio intra-africano”.

Ma la realtà è diversa. Gli stati africani sono 55 e solo 44 hanno firmato l’accordo, 43 hanno firmato la “Dichiarazione di Kigali”, un documento politico a sostegno del CFTA, e 27 il Protocollo della libera circolazione delle persone. Gli 11 stati che non hanno firmato l’accordo sono: Benin, Botswana, Burundi, Eritrea, Guinea Bissau, Lesotho, Namibia, Nigeria, Sierra Leone, Sudafrica e Zambia. Valgono il 37% del Pil continentale. Nigeria e Sudafrica sono le due più forti economie africane. La Nigeria, con circa 180 milioni di abitanti, è il paese più popolato. Inoltre i termini dell’accordo, che potrà entrare in vigore dopo la ratificazione di almeno 22 paesi previa la approvazione dei rispettivi parlamenti, sono tutt’altro che definiti. Nella bozza dell’accordo i paesi si impegnano a rimuovere il 90% delle tariffe doganali, mentre per il 10% di “articoli sensibili” la decisione è rimandata. Però i paesi non hanno ancora neanche deciso quali sono i prodotti da escludere e, siccome il commercio africano è concentrato su pochi prodotti, i paesi potrebbero tentare di escludere quelli più importanti. Insomma, la strada è incerta e forse tutta in salita. Soprattutto, nei decenni trascorsi, tante altre “nuove albe” e “pietre miliari” non hanno portato a nulla, se non a sprecare centinaia di milioni di dollari.

I leader africani sembrano credere che redigere un programma e dargli un nome basti a raggiungere l’obiettivo. Come ben sanno, in effetti è sufficiente a ottenere congratulazioni, rinnovata fiducia e, quel che più conta, finanziamenti da parte della cooperazione internazionale.
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Re: Colonizzazione e decolonizzazione

Messaggioda Berto » mar apr 10, 2018 8:27 am

Africa razzista, il continente nero è tra i più razzisti della terra
viewtopic.php?f=196&t=2750

Razzismo africano:
interetnico e tribale, dei neri contro i bianchi, dei maomettani contro i cristiani, gli ebrei e gli animisti


Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... lema-2.jpg


Crimini dei nazisti maomettani marocchini in Europa
viewtopic.php?f=188&t=2753
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Re: Colonizzazione e decolonizzazione

Messaggioda Berto » mer mag 09, 2018 4:23 am

L'Africa che non vi raccontano: economie in crescita, ma corruzione e tribalismo frenano lo sviluppo
Anna Bono
8 Mag 2018

http://www.atlanticoquotidiano.it/quoti ... o-sviluppo

L’Africa continua a essere descritta come un continente devastato da guerre, carestie, epidemie, popolato da gente disperatamente povera, sfruttata da potenze straniere e multinazionali. È vero, ma solo in parte. A impoverire gli africani sono corruzione e tribalismo, che si alimentano a vicenda producendo un immenso, catastrofico spreco di risorse finanziarie e umane, e tuttavia l’economia continentale cresce costantemente da un quarto di secolo almeno. Il Pil continentale fino al 2015 ha registrato un incremento medio annuo del 4,4 per cento. Nel 2016 e nel 2017 si è registrata una flessione soprattutto nell’Africa sub-sahariana che ha risentito più del Nord Africa del rallentamento dell’economia della Cina, importante partner del continente, e del crollo del prezzo di molte materie prime, soprattutto il petrolio, sui mercati mondiali. Tuttavia il Pil è cresciuto del 1,3 per cento nel 2016 e del 2,4 per cento nel 2017. Per il 2018 si prevede un incremento del 3,2 per cento e per il 2019 del 3,5 per cento, grazie alla stabilizzazione dei prezzi delle materie prime e a un aumento graduale della domanda interna determinato a sua volta dalla riduzione dell’inflazione e da politiche monetarie favorevoli.

Molto si deve alle tre maggiori economie del continente – Sudafrica, Nigeria e Angola – ma sono 27, metà del totale, i paesi con una crescita del Pil superiore alla media sub-sahariana. Le previsioni restano negative per due paesi in forte recessione: il Sudan del Sud, che nel 2016 deteneva il primato della peggiore performance economica del mondo con un tasso del Pil negativo del 13,8 per cento, “sceso” a -6,3 per cento nel 2017, e la Guinea Equatoriale (-9,7 per cento nel 2016, -7,4 per cento nel 2017). Inoltre ci sarà crescita, ma relativamente debole in alcuni stati membri della Comunità economica e monetaria centrafricana: Gabon, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad e Repubblica del Congo, danneggiati dal ribasso del prezzo del petrolio e da un crescente debito pubblico. Invece si prevede che i paesi dell’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale – Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo –manterranno un elevato tasso di crescita, anche se la Costa d’Avorio risentirà dei bassi prezzi del cacao sui mercati mondiali. Tra i paesi della Comunità dell’Africa orientale, infine, l’economia in più rapido sviluppo resterà l’Etiopia, il Kenya si prevede in recupero, mentre la crescita più modesta si avrà in Tanzania.

L’aumento del Pil indica una economia in crescita. Ma in Africa, dove è così consistente, questa si deve in gran parte allo sfruttamento e alla vendita delle straordinarie risorse naturali del continente, esportate grezze, raramente lavorate. La Nigeria, ad esempio, esporta petrolio, non benzina. Le poche raffinerie del paese sono da anni mal funzionanti, per incuria. I nigeriani consumano carburante acquistato all’estero. In tutto il continente i proventi ricavati dalla vendita di petrolio, diamanti, rame, fosfati, cacao, arachidi, te, caffè… sono investiti poco, male, non abbastanza in infrastrutture, servizi, incentivi allo sviluppo di settori economici moderni, industrie dell’indotto, diversificazione delle attività produttive. Una parte di quei proventi non finisce neanche nelle casse statali. Diventa patrimonio personale di uomini politici, funzionari, alte cariche militari. Nel 2014, ultimo anno per cui esistono dati, l’Ente petrolifero nazionale della Nigeria ha guadagnato 77 miliardi di dollari, 16 dei quali non sono mai stati depositati nelle casse dello stato. Anche una parte dei finanziamenti della cooperazione internazionale destinati allo sviluppo e ad aiuti umanitari vanno persi. Dal 2004 la Somalia ha ricevuto dalla comunità internazionale miliardi di euro destinati alla sicurezza e allo sviluppo. Nel 2012 il Gruppo di monitoraggio sulla Somalia dell’Onu ha denunciato che ogni 10 dollari consegnati al governo sette non arrivano mai alla Banca centrale, fatto peraltro già rilevato dalla Banca Mondiale secondo cui tra il 2010 e il 2011 si erano perse le tracce del 68 per cento degli aiuti internazionali al paese.

La crescita economica non si traduce quanto potrebbe, e dovrebbe, in sviluppo. Tribalismo, corruzione, persistenza di istituzioni funzionali alle tradizionali economie arcaiche di sussistenza e di rapina lo rallentano. Così gran parte delle rimesse degli africani emigrati, che nel 2017 hanno raggiunto i 34 miliardi di dollari, vengono usate non per realizzare investimenti produttivi, ma per integrare il reddito dei famigliari rimasti a casa, spese in consumi. Si usano per vivere meglio, acquistare beni di prima necessità e di status. Con il denaro dei parenti emigrati si acquistano abiti, scarpe, attrezzi, biciclette, motorini, televisori, elettrodomestici (senza che questo avvantaggi significativamente l’economia nazionale perché si tratta di beni per lo più fabbricati all’estero); si celebrano matrimoni, funerali e altre cerimonie con più larghezza di mezzi; consentono di pagare un prezzo della sposa più ricco, di ricompensare più lautamente chi esegue le mutilazioni genitali femminili delle figlie, di invitare e ospitare parenti e amici, ostentando abbondanza; servono a pagare cure mediche, rette scolastiche, “chai” e “kitu kidogo” più sostanziosi (“un te”, “una cosina”, così si chiamano in lingua swahili le mance e le tangenti senza le quali non si ottieneniente) in paesi in cui la corruzione è un “cancro endemico” o, come dicono in Nigeria, “uno stile di vita”. Al meglio, grazie alle rimesse, il capofamiglia rimasto a casa smette di lavorare, le donne faticano un po’ meno a mantenere la famiglia.

Tuttavia lo sviluppo di un ceto medio produttivo sta modificando i rapporti sociali ed economici in molti paesi africani creando aspettative e istanze di modernizzazione, trasparenza, assunzione di responsabilità.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Colonizzazione e decolonizzazione

Messaggioda Berto » gio giu 14, 2018 10:19 am

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Re: Colonizzazione e decolonizzazione

Messaggioda Berto » gio giu 14, 2018 10:22 am

Demenze sulla Francia

Avercela con la Francia per quello che ha detto Macron e per come il suo governo si comporta a nostro danno sulla questione dei clandestini e dei soccorsi in mare,
non giustifica far passare argomentazioni demenziali contro la Francia che riproducono quelle contro l'Europa, l'America e Israele accusati di colonialismo, imperialismo e altre nefandezze per lo più imprecise e in molti casi false, specialmente quelle contro Israele e gli ebrei che difendono il loro paese dall'aggressione dei nazi maomettani palestinesi, siriani, iraniani, ... .

È vero che vi è stato colonialismo e imperialismo dei paesi europei in Africa e nel mondo ma questo è finito da tempo.
Si ricordi che nella storia vi sono stati gli imperialismi anche degli africani a cominciare da quello Egizio; degli amerindi Incas, Atzechi, Maia; degli asiatici come i Sumeri, gli Accadi, gli Assiro babilonesi, i Mongoli e i Tibetani; quello russo-comunista-sovietico, quello cinese antico e odierno, li antichi imperi del macedone Alessandro e quello romano e i molti imperialismi coloniali nazi maomettani a cominciare da quello arabo di Maometto.

Utilizzare le colpe, i peccati, i delitti e le responsabilità del passato a danno di altri per giustificare, sminuire quelle di altri a nostro danno, per demonizzarci e impedirci di difenderci è demenziale e criminale.
Non sempre i figli sono responsabili dei padri e nemmeno i popoli sono sempre tutti e interamente responsabili delle azioni di una parte di loro.



??? La bufala dei 500 miliardi di dollari annui, estorti dalla Francia ai paesi africani, quando il PIL totale di questi 14 paesi africani è di 166 miliardi di dollari circa all'anno.

... È un sistema malvagio denunciato dall’Unione Europea ma la Francia non è pronta a spostarsi da quel sistema coloniale che muove 500 miliardi di dollari dall’Africa al suo ministero del tesoro ogni anno. ...

Verifica PIL (fonte wikipedia):

Benin, 7 565 milioni di $
Burkina Faso, 11 036 milioni di $
Guinea-Bissau, 823 milioni di $
Costa d’Avorio, 24 706 milioni di $
Mali, 10 319 milioni di $
Niger, 6 575 milioni di $
Senegal, 14 082 milioni di $
Togo, 3 818 milioni di $
Camerun, 25 348 milioni di $
Repubblica Centrafricana, 2 172 milioni di $
Ciad, 12 900 milioni di $
Congo-Brazzaville, 13 692 milioni di $
Guinea Equatoriale, 17 694 milioni di $
Gabon, 18 397 milioni di $

Totale PIL 166 miliardi




La fine dell'impero francese

https://it.wikipedia.org/wiki/Impero_coloniale_francese

L'Impero coloniale francese iniziò la sua caduta già durante la seconda guerra mondiale, quando le varie porzioni dell'impero furono occupate dalle potenze straniere (Giappone in Indocina, Gran Bretagna in Siria, Libano, e Madagascar, gli USA e la Gran Bretagna in Marocco e Algeria, e l'Italia e la Germania in Tunisia). Comunque il controllo venne gradualmente ristabilito da Charles de Gaulle. L'Unione francese, inclusa nella costituzione del 1946, sostituì il vecchio impero coloniale.

La Francia si dovette comunque subito confrontare con i movimenti anticolonialisti sorti nel dopoguerra. Paul Ramadier (SFIO) represse la rivolta del Madagascar tra il 1947 e il 1948. In Asia, Ho Chi Minh dichiarò l'indipendenza del Vietnam. Nel 1946 iniziò la prima guerra di Indocina che tenne impegnata la Francia fino alla sconfitta subita dai Viet Minh nel 1954. Anche in Camerun ci fu un'insurrezione nel 1955, capeggiata da Ruben Um Nyobé, ma venne repressa nel sangue. Nel maggio 1945 anche in Algeria scoppiarono dei moti, repressi con il massacro di Sétif e Guelma.

Subito dopo la sconfitta in Vietnam, la Francia si trovò invischiata in un'altra guerra di decolonizzazione in Algeria, la più antica e maggior colonia del secondo impero. I movimenti di Ferhat Abbas e Messali Hadj avevano marcato il periodo tra le due guerre mondiali, ma entrambi i movimenti si radicalizzarono dopo la seconda. Nel 1945, il massacro di Sétif fu pianificato dall'esercito francese. La guerra d'Algeria iniziò nel 1954. L'Algeria fu particolarmente problematica per i francesi, dato l'elevato numero di coloni europei, (o pieds-noirs) che si insediarono durante i 125 anni di dominio francese. L'ascesa al potere di Charles de Gaulle nel 1958, nel mezzo della crisi, alla fine portò l'indipendenza per l'Algeria con gli Accordi di Évian del 1962.

L'Unione francese venne rimpiazzata con la nuova costituzione del 1958 dalla Comunità francese. Solo la Guinea rifiutò con referendum di far parte della nuova organizzazione coloniale. Comunque la comunità francese si dissolse poco dopo; a tutte le colonie fu garantita l'indipendenza nel 1960, dopo referendum locali. L'indipendenza di Vanuatu nel 1980 sancisce formalmente la fine dell'Impero, ma alcune colonie preferirono restare a far parte della Francia, con lo status di dipartimenti d'oltremare. I critici del neocolonialismo sostengono che la Françafrique ha rimpiazzato il controllo diretto. Essi dimostrano che mentre de Gaulle garantiva l'indipendenza da una parte, creava nuovi legami grazie all'aiuto di Jacques Foccart, il suo consigliere per gli affari africani. Foccart sostenne in particolare la secessione del Biafra (o guerra civile nigeriana) verso la fine degli anni sessanta.

Unione francese
https://it.wikipedia.org/wiki/Unione_francese
Stabilita dalla costituzione francese del 27 ottobre 1946 (quarta repubblica), essa durò fino al 1958, quando venne rimpiazzata dalla Comunità francese dalla quinta Repubblica francese di Charles de Gaulle.

L'unione francese era modellata sul Commonwealth Britannico, ed includeva la Francia, dipartimenti e territori d'oltremare, protettorati e territori e stati associati.

Comunità francese
https://it.wikipedia.org/wiki/Comunit%C3%A0_francese
La Comunità francese (francese: Communauté française) fu un'entità politica che rimpiazzò nel 1958 l'Unione francese, nella quale si era trasformato l'impero coloniale francese a seguito della seconda guerra mondiale. Essa venne inclusa nella costituzione francese del 1958. Territori membri, formalmente colonie francesi, ottennero una sostanziale autonomia, della quale la Francia controllava "solo" la moneta, la difesa, gli affari esteri e la strategia di sicurezza.
Quando la Comunità venne istituita, il leader francese Charles de Gaulle specificò che tutte le nazioni che ne facevano parte avrebbero potuto scegliere l'indipendenza. Eccetto la Guinea, che deliberò con un referendum nel 1958 di non aderire, tutti i territori francesi in Africa scelsero di aderire. Tutti ottennero l'indipendenza nel 1960.
Ufficialmente la Comunità francese durò fino al 1995.
In realtà quasi tutti i paesi ottennero l'indipendenza nel 1960, e già nel 1961, si constatò che le disposizioni costituzionali relative alla Comunità erano sostanzialmente decadute; comunque fu con una modifica costituzionale del 1995 che le disposizioni relative furono ufficialmente abrogate.
Dopo il 1960, l'Algeria francese (1962), le Comore (1975), Gibuti (1977) e le Nuove Ebridi (1980) hanno ottenuto l'indipendenza.


Il caso del Senegal
https://it.wikipedia.org/wiki/Senegal
La Repubblica del Senegal si rese indipendente dalla Francia nel 1960, dapprima in unione con il Mali, successivamente come Stato indipendente.
Dal punto di vista economico, il Senegal appare come una delle nazioni africane meno fragili, con un discreto livello di sviluppo del settore industriale (industria manifatturiera ed estrattiva) e dei servizi (nel Senegal hanno sede numerose istituzioni finanziarie africane). L'agricoltura, che occupa la maggior parte della popolazione attiva, è abbastanza diversificata ed efficiente anche se si osserva ancora un'eccessiva dipendenza dalla coltura dell'arachide, retaggio del passato coloniale.
Dal punto di vista dell'ordinamento dello Stato, il Senegal è una repubblica semi-presidenziale; il capo dello Stato è Macky Sall, eletto nel 2012.
Tasso di fecondità 4,7 nel 2011



Il caso della Guinea
https://it.wikipedia.org/wiki/Guinea
Indipendenza
Periodo Touré (1958-1984)

Primo Capo di Stato fu Ahmed Sékou Touré, leader del Partito Democratico della Guinea, che alle elezioni territoriali del 1957 aveva ottenuto 56 seggi su 60. Orientato su politiche socialiste, il paese riuscì comunque a ricevere un notevole flusso di capitale dai paesi capitalisti. Sotto Touré la Guinea sviluppò un regime autocratico[7] e un sistema politico chiuso e monopartitico, con un forte controllo dei media[8] e sordo a questioni come diritti umani e libertà d'espressione: entrambi questi aspetti vennero ripetutamente e abitualmente calpestate.
Ahmed Sékou Touré.

L'economia fu condotta verso un controllo statale pressoché completo, attuato con nazionalizzazioni di massa. L'opposizione politica ricevette una durissima repressione: gli oppositori politici furono internati nel campo di concentramento di Camp Boiro. Le riforme economiche di quegli anni non portarono a progressi economici particolari. Touré, sostenuto per il suo nazionalismo etnico, si scontrò per la sua politica repressiva con la sua stessa etnia, i Malinké. Ossessionato da possibili complotti alle sue spalle, Touré fece imprigionare gli oppositori presunti o effettivi in veri e propri gulag. Questa situazione portò molti cittadini ad emigrare verso i paesi vicini.
Tasso di fecondità 5,2 nel 2011



Colonialismo francese odierno ???

Giulio Vonella
11 giugno 2018

https://www.facebook.com/ferdinando.spi ... ment_reply

Sono 14 i paesi africani costretti dalla Francia,
attraverso un patto coloniale a depositare l’85% delle loro riserve di valute estere nella Banca centrale francese controllata dal ministero delle finanze di Parigi.

Il Togo e altri 13 paesi africani dovranno pagare un debito coloniale alla Francia.
I leader africani che rifiutano vengono uccisi o restano vittime di colpi di stato.

La Francia detiene le riserve nazionali di quattordici paesi africani dal 1961: Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e Gabon

Coloro che obbediscono sono sostenuti
e ricompensati dalla Francia con stili di vita faraonici mentre le loro popolazioni vivono in estrema povertà e disperazione.

È un sistema malvagio denunciato dall’Unione Europea ma la Francia non è pronta a spostarsi da quel sistema coloniale che muove 500 miliardi di dollari dall’Africa al suo ministero del tesoro ogni anno.

Nel marzo 2008 Jacques Chirac affermava:
“Senza l’Africa, la Francia scivolerebbe a livello di una potenza del terzo mondo”

Il predecessore di Chirac, François Mitterand, nel 1957 profetizzava che:
“Senza l’Africa, la Francia non avrà storia nel 21mo secolo”

???
Avevano perfettamente ragione - a scapito dell'Africa e dei suoi abitanti...
http://www.globalist.it/guerra-e-verita ... 10740.html

14 paesi africani costretti a pagare tassa coloniale francese
08.febbraio.2014

http://www.africanews.it/14-paesi-afric ... e-francese

Sapevate che molti paesi africani continuano a pagare una tassa coloniale alla Francia dalla loro indipendenza fino ad oggi?

Quando Sékou Touré della Guinea decise nel 1958 di uscire dall’impero coloniale francese, e optò per l’indipendenza del paese, l’elite coloniale francese a Parigi andò su tutte le furie e, con uno storico gesto, l’amministrazione francese della Guinea distrusse qualsiasi cosa che nel paese rappresentasse quelli che definivano i vantaggi della colonizzazione francese.

Tremila francesi lasciarono il paese, prendendo tutte le proprietà e distruggendo qualsiasi cosa che non si muovesse: scuole, ambulatori, immobili dell’amministrazione pubblica furono distrutti; macchine, libri, strumenti degli istituti di ricerca, trattori furono sabotati; i cavalli e le mucche nelle fattorie furono uccisi, e le derrate alimentari nei magazzini furono bruciate o avvelenate.

L’obiettivo di questo gesto indegno era quello di mandare un messaggio chiaro a tutte le altre colonie che il costo di rigettare la Francia sarebbe stato molto alto.

Lentamente la paura serpeggiò tra le elite africane e nessuno dopo gli eventi della Guinea trovò mai il coraggio di seguire l’esempio di Sékou Touré, il cui slogan fu “Preferiamo la libertà in povertà all’opulenza nella schiavitù.”
Sylvanus Olympio, il primo presidente della Repubblica del Togo, un piccolo paese in Africa occidentale, trovò una soluzione a metà strada con i francesi. Non voleva che il suo paese continuasse ad essere un dominio francese, perciò rifiutò di siglare il patto di continuazione della colonizzazione proposto da De Gaule, tuttavia si accordò per pagare un debito annuale alla Francia per i cosiddetti benefici ottenuti dal Togo grazie alla colonizzazione francese. Era l’unica condizione affinché i francesi non distruggessero prima di lasciare. Tuttavia, l’ammontare chiesto dalla Francia era talmente elevato che il rimborso del cosiddetto “debito coloniale” si aggirava al 40% del debito del paese nel 1963. La situazione finanziaria del neo indipendente Togo era veramente instabile, così per risolvere la situazione, Olympio decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA (il franco delle colonie africane francesi), e coniò la moneta del suo paese. Il 13 gennaio 1963, tre giorni dopo aver iniziato a stampare la moneta del suo paese, uno squadrone di soldati analfabeti appoggiati dalla Francia uccise il primo presidente eletto della neo indipendente Africa. Olympio fu ucciso da un ex sergente della Legione Straniera di nome Etienne Gnassingbe che si suppone ricevette un compenso di $612 dalla locale ambasciata francese per il lavoro di assassino. Il sogno di Olympio era quello di costruire un paese indipendente e autosufficiente. Tuttavia ai francesi non piaceva l’idea. Il 30 giugno 1962, Modiba Keita , il primo presidente della Repubblica del Mali, decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA imposta a 12 neo indipendenti paesi africani. Per il presidente maliano, che era più incline ad un’economia socialista, era chiaro che il patto di continuazione della colonizzazione con la Francia era una trappola, un fardello per lo sviluppo del paese. Il 19 novembre 1968, proprio come Olympio, Keita fu vittima di un colpo di stato guidato da un altro ex soldato della Legione Straniera francese, il luogotenente Moussa Traoré. Infatti durante quel turbolento periodo in cui gli africani lottavano per liberarsi dalla colonizzazione europea, la Francia usò ripetutamente molti ex legionari stranieri per guidare colpi di stato contro i presidente eletti:

– Il 1 gennaio 1966, Jean-Bédel Bokassa, un ex soldato francese della legione straniera, guidò un colpo di stato contro David Dacko, il primo presidente della Repubblica Centrafricana.
– Il 3 gennaio 1966, Maurice Yaméogo, il primo presidente della Repubblica dell’Alto Volta, oggi Burkina Faso, fu vittima di un colpo di stato condotto da Aboubacar Sangoulé Lamizana, un ex legionario francese che combatté con i francesi in Indonesia e Algeria contro le indipendenze di quei paesi.
– il 26 ottobre 1972, Mathieu Kérékou che era una guardia del corpo del presidente Hubert Maga, il primo presidente della Repubblica del Benin, guidò un colpo di stato contro il presidente, dopo aver frequentato le scuole militari francesi dal 1968 al 1970.

Negli ultimi 50 anni un totale di 67 colpi di stato si sono susseguiti in 26 paesi africani, 16 di quest’ultimi sono ex colonie francesi, il che significa che il 61% dei colpi di stato si sono verificati nell’Africa francofona.

Numero dei Colpi di stato in Africa per paese
Ex colonie francesi
Altri paesi africani
Paese
Numero di colpi di stato
Paese Numero di colpi di stato
Togo 1 Egitto 1
Tunisia 1 Libia 1
Costa d’Avorio 1 Guinea Equatoriale 1
Madagascar 1 Guinea Bissau 2
Rwanda 1 Liberia 2
Algeria 2 Nigeria 3
Congo – RDC 2 Etiopia 3
Mali 2 Uganda 4
Guinea Conakry 2 Sudan 5
SUB-TOTALE 1 13
Congo 3
Ciad 3
Burundi 4
Repubblica centrafricana 4
Niger 4
Mauritania 4
Burkina Faso 5
Comores 5
SUB-TOTAL 2 32
TOTAL (1 + 2) 45 TOTALE 22

Come dimostrano questi numeri, la Francia è abbastanza disperata ma attiva nel tenere sotto controllo le sue colonie, a qualsiasi prezzo, a qualsiasi condizione.

Nel marzo del 2008, l’ex presidente francese Jacques Chirac disse:

“Senza l’Africa, la Francia scivolerebbe a livello di una potenza del terzo mondo”

Il predecessore di Chirac, François Mitterand già nel 1957 profetizzava che:

“Senza l’Africa, la Francia non avrà storia nel 21mo secolo”

Proprio in questo momento mentre scrivo quest’articolo, 14 paesi africani sono costretti dalla Francia, attraverso un patto coloniale, a depositare l’85% delle loro riserve di valute estere nella Banca centrale francese controllata dal ministero delle finanze di Parigi. Finora, 2014, il Togo e altri 13 paesi africani dovranno pagare un debito coloniale alla Francia. I leader africani che rifiutano vengono uccisi o restano vittime di colpi di stato. Coloro che obbediscono sono sostenuti e ricompensati dalla Francia con stili di vita faraonici mentre le loro popolazioni vivono in estrema povertà e disperazione.

???
E’ un sistema malvagio denunciato dall’Unione Europea, ma la Francia non è pronta a spostarsi da quel sistema coloniale che muove 500 miliardi di dollari dall’Africa al suo ministero del tesoro ogni anno.

Spesso accusiamo i leader africani di corruzione e di servire gli interessi delle nazioni occidentali, ma c’è una chiara spiegazione per questo comportamento. Si comportano così perché hanno paura di essere uccisi o di restare vittime di un colpo di stato. Vogliono una nazione potente che li difenda in caso di aggressione o di tumulti. Ma, contrariamente alla protezione di una nazione amica, la protezione dell’occidente spesso viene offerta in cambio della rinuncia, da parte di quei leader, di servire il loro stesso popolo e i suoi interessi.

I leader africani lavorerebbero nell’interesse dei loro popoli se non fossero continuamente inseguiti e provocati dai paesi colonialisti.

Nel 1958, spaventato dalle conseguenze di scegliere l’indipendenza dalla Francia, Leopold Sédar Senghor dichiarò: “La scelta del popolo senegalese è l’indipendenza; vogliono che ciò accada in amicizia con la Francia, non in disaccordo.”

Da quel momento in poi la Francia accettò soltanto un’ “indipendenza sulla carta” per le sue colonie, siglando “Accordi di Cooperazione”, specificando la natura delle loro relazioni con la Francia, in particolare i legami con la moneta coloniale francese (il Franco), il sistema educativo francese, le preferenze militari e commerciali.

Qui sotto ci sono le 11 principali componenti del patto di continuazione della colonizzazione dagli anni 50:


#1. Debito coloniale a vantaggio della colonizzazione francese

I neo “indipendenti” paesi dovrebbero pagare per l’infrastruttura costruita dalla Francia nel paese durante la colonizzazione.

Devo ancora trovare tutti i dati specifici circa le somme, la valutazione dei benefici della colonizzazione e i termini di pagamento imposti ai paesi africani, ma ci stiamo lavorando (aiutaci con più info).
#2. Confisca automatica delle riserve nazionali

I paesi africani devono depositare le loro riserve monetarie nazionali nella Banca centrale francese.

La Francia detiene le riserve nazionali di quattordici paesi africani dal 1961: Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e Gabon.

“La politica monetaria che governa un gruppo di paesi così diversi non è complicato perché, di fatto, è decisa dal ministero del Tesoro francese senza rendere conto a nessuna autorità fiscale di qualsiasi paese che sia della CEDEAO [la comunità degli stati dell’Africa occidentale] o del CEMAC [Comunità degli stati dell’Africa centrale]. In base alle clausole dell’accordo che ha fondato queste banche e il CFA, la Banca Centrale di ogni paese africano è obbligata a detenere almeno il 65% delle proprie riserve valutarie estere in un “operations account” registrato presso il ministero del Tesoro francese, più un altro 20% per coprire le passività finanziarie.

Le banche centrali del CFA impongono anche un tappo sul credito esteso ad ogni paese membro equivalente al 20% delle entrate pubbliche dell’anno precedente. Anche se la BEAC e la BCEAO hanno un fido bancario col Tesoro francese, i prelievi da quel fido sono soggetti al consenso dello stesso ministero del Tesoro. L’ultima parola spetta al Tesoro francese che ha investito le riserve estere degli stati africani alla borsa di Parigi a proprio nome.

In breve, più dell’ 80% delle riserve valutarie straniere di questi paesi africani sono depositate in “operations accounts” controllati dal Tesoro francese. Le due banche CFA sono africane di nome, ma non hanno una politica monetaria propria. Gli stessi paesi non sanno, né viene detto loro, quanto del bacino delle riserve valutarie estere detenute presso il ministero del Tesoro a Parigi appartiene a loro come gruppo o individualmente.

Gli introiti degli investimenti di questi fondi presso il Tesoro francese dovrebbero essere aggiunti al conteggio ma non c’è nessuna notizia che venga fornita al riguardo né alle banche né ai paesi circa i dettagli di questi scambi. Al ristretto gruppo di alti ufficiali del ministero del Tesoro francese che conoscono le cifre detenute negli “operations accounts”, sanno dove vengono investiti questi fondi e se esiste un profitto a partire da quegli investimenti, viene impedito di parlare per comunicare queste informazioni alle banche CFA o alle banche centrali degli stati africani.” Scrive Dr. Gary K. Busch

Si stima che la Francia detenga all’incirca 500 miliardi di monete provenienti dagli stati africani, e farebbe qualsiasi cosa per combattere chiunque voglia fare luce su questo lato oscuro del vecchio impero.

Gli stati africani non hanno accesso a quel denaro.

La Francia permette loro di accedere soltanto al 15% di quel denaro all’anno. Se avessero bisogno di più, dovrebbero chiedere in prestito una cifra extra dal loro stesso 65% da Tesoro francese a tariffe commerciali.

Per rendere le cose ancora peggiori, la Francia impone un cappio sull’ammontare di denaro che i paesi possono chiedere in prestito da quella riserva. Il cappio è fissato al 20% delle entrate pubbliche dell’anno precedente. Se i paesi volessero prestare più del 20% dei loro stessi soldi, la Francia ha diritto di veto.

L’ex presidente francese Jacques Chirac ha detto recentemente qualcosa circa i soldi delle nazioni africane detenuti nelle banche francesi. Questo qui sotto è un video in cui parla dello schema di sfruttamento francese. Parla in francese, ma questo è un piccolo sunto: “Dobbiamo essere onesti e riconoscere che una gran parte dei soldi nelle nostre banche provengono dallo sfruttamento del continente africano.”

#3. Diritto di primo rifiuto su qualsiasi materia prima o risorsa naturale scoperta nel paese

La Francia ha il primo diritto di comprare qualsiasi risorsa naturale trovate nella terra delle sue ex colonie. Solo dopo un “Non sono interessata” della Francia, i paesi africani hanno il permesso di cercare altri partners.
#4. Priorità agli interessi francesi e alle società negli appalti pubblici

Nei contratti governativi, le società francesi devono essere prese in considerazione per prime e solo dopo questi paesi possono guardare altrove. Non importa se i paesi africani possono ottenere un miglior servizio ad un prezzo migliore altrove.

Di conseguenza, in molte delle ex colonie francesi, tutti i maggiori asset economici dei paesi sono nelle mani degli espatriati francesi. In Costa d’Avorio, per esempio, le società francesi possiedono e controllano le più importanti utilities – acqua, elettricità, telefoni, trasporti, porti e le più importanti banche. Lo stesso nel commercio, nelle costruzioni e in agricoltura.

Infine, come ho scritto in un precedente articolo, Africans now Live On A Continent Owned by Europeans! [Gli africani ora vivono in un continente di proprietà degli europei !]
#5. Diritto esclusivo a fornire equipaggiamento militare e formazione ai quadri militari del paese

Attraverso un sofisticato schema di borse di studio e “Accordi di Difesa” allegati al Patto Coloniale, gli africani devono inviare i loro quadri militari per la formazione in Francia o in strutture gestite dai francesi.

La situazione nel continente adesso è che la Francia ha formato centinaia, anche migliaia di traditori e li foraggia. Restano dormienti quando non c’è bisogno di loro, e vengono riattivati quando è necessario un colpo di stato o per qualsiasi altro scopo!
#6. Diritto della Francia di inviare le proprie truppe e intervenire militarmente nel paese per difendere i propri interessi

In base a qualcosa chiamato “Accordi di Difesa” allegati al Patto Coloniale, la Francia ha il diritto di intervenire militarmente negli stati africani e anche di stazionare truppe permanentemente nelle basi e nei presidi militari in quei paesi, gestiti interamente dai francesi.

Basi militari francesi in Africa

basi-militari-francesi-in-africa

Quando il presidente Laurent Gbagbo della Costa d’Avorio cercò di porre fine allo sfruttamento francese del paese, la Francia ha organizzato un colpo di stato. Durante il lungo processo per estromettere Gbagbo, i carri armati francesi, gli elicotteri d’attacco e le forze speciali intervennero direttamente nel conflitto sparando sui civili e uccidendone molti.

Per aggiungere gli insulti alle ingiurie, la Francia stima che la business community francese abbia perso diversi milioni di dollari quando, nella fretta di abbandonare Abidjan nel 2006, l’esercito francese massacrò 65 civili disarmati, ferendone altri 1200.

Dopo il successo della Francia con il colpo di stato, e il trasferimento di poteri ad Alassane Outtara, la Francia ha chiesto al governo Ouattara di pagare un compenso alla business community francese per le perdite durante la guerra civile.

Il governo Ouattara, infatti, pagò il doppio delle perdite dichiarate mentre scappavano.
#7. Obbligo di dichiarare il francese lingua ufficiale del paese e lingua del sistema educativo

Oui, Monsieur. Vous devez parlez français, la langue de Molière! [Sì, signore. Dovete parlare francese, la lingua di Molière!]

Un’organizzazione per la diffusione della lingua e della cultura francese chiamata “Francophonie” è stata creata con diverse organizzazioni satellite e affiliati supervisionati dal Ministero degli esteri francese.

Come dimostrato in quest’articolo, se il francese è l’unica lingua che parli, hai accesso al solo 4% dell’umanità, del sapere e delle idee. Molto limitante.
#8. Obbligo di usare la moneta coloniale francese FCFA

Questa è la vera mucca d’oro della Francia, tuttavia è un sistema talmente malefico che finanche l’Unione Europea lo ha denunciato. La Francia però non è pronta a lasciar perdere il sistema coloniale che inietta all’incirca 500 miliardi di dollari africani nelle sue casse.

Durante l’introduzione dell’Euro in Europa, altri paesi europei scoprirono il sistema di sfruttamento francese. Molti, soprattutto i paesi nordici, furono disgustati e suggerirono che la Francia abbandoni quel sistema. Senza successo.
#9. Obbligo di inviare in Francia il budget annuale e il report sulle riserve

Senza report, niente soldi.

In ogni caso il ministero della Banche centrali delle ex colonie, e il ministero dell’incontro biennale dei ministri delle finanze delle ex colonie è controllato dalla Banca Centrale francese/Ministero del Tesoro.
#10. Rinuncia a siglare alleanze militari con qualsiasi paese se non autorizzati dalla Francia

I paesi africani in genere sono quelli che hanno il minor numero di alleanze militari regionali. La maggior parte dei paesi ha solo alleanze militari con gli ex colonizzatori! (divertente, ma si può fare di meglio!).

Nel caso delle ex colonie francesi, la Francia proibisce loro di cercare altre alleanze militari eccetto quelle che vengono offerte loro.
#11. Obbligo di allearsi con la Francia in caso di guerre o crisi globali

Più di un milione di soldati africani hanno combattuto per sconfiggere il nazismo e il fascismo durante la seconda guerra mondiale.

Il loro contributo è spesso ignorato o minimizzato, ma se si pensa che alla Germania furono sufficienti solo 6 settimane per sconfiggere la Francia nel 1940, quest’ultima sa che gli africani potrebbero essere utili per combattere per la “Grandeur de la France” in futuro.

C’è qualcosa di psicopatico nel rapporto che la Francia ha con l’Africa.

Primo, la Francia è molto dedita al saccheggio e allo sfruttamento dell’Africa sin dai tempi della schiavitù. Poi c’è questa mancanza di creatività e di immaginazione dell’elite francese a pensare oltre i confini del passato e della tradizione.

Infine, la Francia ha 2 istituzioni che sono completamente congelate nel passato, abitate da “haut fonctionnaires” paranoici e psicopatici che diffondono la paura dell’apocalisse se la Francia cambiasse, e il cui riferimento ideologico deriva dal romanticismo del 19° secolo: sono il Ministero delle Finanze e del Budget della Francia e il Ministero degli Affari esteri della Francia.

Queste 2 istituzioni non solo sono una minaccia per l’Africa ma anche per gli stessi francesi.

Tocca a noi africani liberarci, senza chiedere permesso, perché ancora non riesco a capire, per esempio, come possano 450 soldati francesi in Costa d’Avorio controllare una popolazione di 20 milioni di persone!?

La prima reazione della gente subito dopo aver saputo della tassa coloniale francese consiste in una domanda: “Fino a quando?”

Per paragone storico, la Francia ha costretto Haiti a pagare l’equivalente odierno di $21 miliardi dal 1804 al 1947 (quasi un secolo e mezzo) per le perdite subite dai commercianti di schiavi francesi dall’abolizione della schiavitù e la liberazione degli schiavi haitiani.

I paesi africani stanno pagando la tassa coloniale solo negli ultimi 50 anni, perciò penso che manchi un secolo di pagamenti!

di Mawuna Remarque KOUTONIN

Fonte: siliconafrica.com
https://www.facebook.com/SiliconAfrica/






https://nicolettaforcheri.wordpress.com ... -in-africa



Arrêtons de culpabiliser l'Europe, l'Union africaine doit prendre ses responsabilités !
Nadine Morano

https://www.facebook.com/Nadine.Morano/ ... 8813440793

Du Parlement européen de Strasbourg où nous sommes réunis en session plénière, je veux saluer la décision des autorités italiennes de ne pas laisser l’ #Aquarius et les 630 migrants à son bord accoster sur leurs côtes.

En agissant ainsi, le gouvernement italien provoque une prise de conscience salutaire en Europe : la vague migratoire de masse que nous subissons depuis des années doit maintenant s’arrêter ! Nous devons enfin protéger sérieusement nos frontières extérieures et faire respecter la volonté de nos peuples qui sont en droit de ne pas accepter une immigration imposée.

L’Europe ne peut pas continuer à tenter de lutter contre une immigration illégale qu’elle provoque elle-même par ses discours de fausse générosité et par sa politique migratoire irresponsable des quotas de migrants à laquelle je suis fermement opposée.

Je n’accepte pas les discours de culpabilisation de l’Europe. Je rappelle qu’elle verse chaque année à l’Afrique 17 milliards d’euros d’aide publique au développement dont plus de 4 milliards de la France.

Pourquoi alors culpabiliser l’Europe sans jamais rappeler à leurs responsabilités les pays d’origine des migrants, en particulier ceux de l’Union africaine, qui ont le devoir d’assurer un avenir digne à leurs populations et en particulier à leur jeunesse ?

J’appelle à ce que l’aide au développement que nous versons soit désormais conditionnée au degré de coopération des pays d’origine dans le domaine de la politique migratoire, à leur lutte contre les passeurs, à la constitution d’état-civil fiable, à la réadmission de leurs ressortissants qui n'ont pas le droit au séjour en Europe.

Enfin, avec plus de 15 000 morts en méditerranée depuis 2014, j’appelle les ONG à la responsabilité, afin que cesse ce cercle vicieux d’incitation à l’immigration irrégulière qui ne profite qu’aux passeurs et aux trafiquants.


Smettiamola di colpevolizzare l'Europa, l'Unione Africana deve assumersi le proprie responsabilità!

Dal Parlamento europeo di Strasburgo, dove siamo riuniti in sessione plenaria, voglio salutare la decisione delle autorità italiane di non lasciare che l'#Aquarius e i 630 migranti a bordo attraccare sulle loro coste.

Agendo così, il governo italiano provoca una presa di coscienza salutare in Europa: L' ondata migratoria di massa che subiamo da anni deve ora fermarsi! Dobbiamo finalmente proteggere seriamente le nostre frontiere esterne e far rispettare la volontà dei nostri popoli che hanno il diritto di non accettare un'immigrazione imposta.

L' Europa non può continuare a cercare di lottare contro un'immigrazione illegale che essa stessa provoca con i suoi discorsi di falsa generosità e con la sua politica migratoria irresponsabile delle quote di migranti alla quale sono fermamente contraria.

Non accetto i discorsi di colpa dell'Europa. Ricordo che ogni anno versa all'Africa 17 miliardi di euro di aiuti pubblici allo sviluppo di cui oltre 4 miliardi della Francia.

Perché allora colpevolizzare l'Europa senza mai ricordare alle loro responsabilità i paesi di origine dei migranti, in particolare quelli dell'unione africana, che hanno il dovere di assicurare un futuro degno alle loro popolazioni e in particolare alla loro gioventù?

Chiedo che gli aiuti allo sviluppo che versiamo siano ora condizionati al grado di cooperazione dei paesi d'origine nel settore della politica migratoria, alla loro lotta contro i trafficanti, alla Costituzione di stato civile affidabile, alla riammissione. Dei loro cittadini che non hanno diritto al soggiorno in Europa.

Infine, con oltre 15 000 morti nel mediterraneo dal 2014, invito le ong alla responsabilità, affinché cessi questo circolo vizioso di incitamento all'immigrazione irregolare che giova solo ai trafficanti e ai trafficanti.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Colonizzazione e decolonizzazione

Messaggioda Berto » mer lug 11, 2018 12:21 pm

Le valute Africane
Gino Topini
02 March 2017

Le monete usate in Africa, dal Dirham del Marocco fino al Rand del Sud Africa, il dinaro dell'Algeria e quello della Tunisia.

https://www.forextradingitalia.it/valute-africa

L'Africa, uno dei continenti più grandi al mondo, è anche uno dei più poveri in assoluto, spesso considerato un mercato di frontiera. Ad oggi, nel mondo delle valute forex, sono davvero poche le monete che contano e quelle su cui conviene in qualche modo investire anche se c'è da dire che nessuna delle valute del "continente nero" rientra tra le major. Andiamo dunque a vedere le principali valute dell'Africa.


Rand del Sud Africa

Si tratta senza dubbio della più importante valuta africana, moneta ufficiale del paese sud africano sin dal 1961, anno della sua indipendenza. Il nome, "rand", viene da Witwatersrand (in Afrikaans significa "spartiacque d'acqua bianca"), un sistema di colline dove, nel corso dell'Ottocento, è nata la corsa all'oro africana.

Oggi le cinque banconote rappresentano ognuna un animale indigeno:

10 rand: rinoceronte
20 rand: elefante
50 rand: leone
100 rand: bufalo
200 rand: leopardo.


Inoltre, dal 2012, le nuove banconote portano questi cinque animali sul retro, mentre sul fronte c'è la rappresentazione di Nelson Mandela.

Le banconote, stampate dalla South African Reserve Bank, sono realizzate nelle undici lingue ufficiali parlate in questa Repubblica.

Oltre che in Sud Africa, oggi il Rand viene usato comunemente anche in Lesotho, Namibia e Swaziland.

Il Rand è anche una delle monete da investimento.


Dinaro Algerino

Moneta ufficiale dell'Algeria dal 1964, in sostituzione del franco algerino. Come in tutti i paesi dell'Africa, l'emissione delle monete metalliche è alquanto rara a causa dell'elevato costo di produzione se paragonato alle banconote e per questo motivo si preferisce sempre incentivare l'uso e la stampa di carta moneta.

Non è un caso che le monete dell'Algeria che ancora oggi sono in circolazione siano quelle stampate anche 40 anni fa, come la moneta da 50 centesimi che celebrava il 30º anniversario del primo scontro franco-algerino (emessa tra gli anni settanta e ottanta), quella che festeggia il 1400º anno dell'ascensione di Maometto (coniata nel 1980) e quella che celebra il 25º anniversario della costituzione (coniata nel 1988).

La particolarità di queste banconote è che il fronte è scritto in arabo, il retro in francese.


Moneta del Marocco: Dirham Marocchino

Il Dirham è la moneta usata nel Marocco, uno degli stati più famosi e più ricchi del continente africano. Emessa dalla banca centrale del Marocco, ovvero la Bank Al-Maghrib, è la moneta che viene usata in tutta la regione del Sahara Occidentale.

Introdotto per la prima volte nel 1882, venne reintrodotto di nuovo anni più tardi, nel 1960, in sostituzione del franco. In realtà, fino al 1974 le due valute convissero e vennero entrambe usate.

La stabilità della valuta è dovuta al fatto che dal 1999 essa è stata agganciata all'euro (tasso di cambio euro - dirham Marocco).

E' vietato per legge esportare Dirham del Marocco.



Moneta Tunisia: Dinaro tunisino

Il Dinaro è la moneta usata in Tunisia, introdotto per la prima volta nel 1060 in sostituzione del franco. Inizialmente si sarebbe dovuto fissare un tasso di cambio iniziale di 1000 franchi per 1 dinaro), poi la moneta venne convertita con il dollaro statunitense ad un valore di 0,42 dinaro per un dollaro, cambio che venne mantenuto fino al 1964, quando invece la moneta della Tunisia svalutò fino a scendere a 0,525 dinaro per 1 dollaro.

Importare ed esportare dinari è considerato reato in Tunisia e anche per questo i prezzi dei duty free in aeroporto sono espressi anche in euro, dollari e sterline inglesi. Inoltre, è possibile cambiare fino a 6.000 dinari, in valuta straniera, prima di lasciare il paese.
Altre valute dell'Africa

Ecco di seguito l'elenco di tutte le valute usate in Africa, oltre le 4 viste in precedenza:

Ariary del Madagascar
Birr dell'Etiopia
Cedi del Ghana
Dalasi del Gambia
Dinaro Libico
Dinaro Sudanese
Dobra di Sao Tome e Principe
Dollaro Liberia
Dollaro Namibia
Dollaro Zimbabwe
Ekwele della Guinea Equatoriale
Escudo Capo Verde
Franco Burundi
Franco CFA (una valuta garantita dal Tesoro della Francia, viene usata in diversi paesi dell'Africa Centrale)
Franco Congolese
Franco Gibuti
Franco Guineano
Franco Isole Comore
Franco Malgascio
Franco Mali
Franco Ruanda
Kwacha Malawi
Kwacha Zambia
Leone della Sierra Leone
Lilangeni dello Swaziland
Lira Egiziana
Loti del Lesotho
Metical del Mozambico
Naira della Nigeria
Nakfa dell'Eritrea
Nuovo Cedi Ghana
Nuovo Dollaro Zimbabwe
Nuovo Metical Mozambico
Nuovo Zaire
Ouguiya della Mauritania
Peso Guinea Bissau
Pula del Botswana
Readjustado Kwanza
Rupia Mauritius
Rupia Seychelles
Scellino Keniota
Scellino Somalo
Scellino Tanzania
Scellino Ugandese
Sterlina S.Elena
Sterlina Sud Sudan
Sterlina Sudanese




Una moneta nociva per gli Stati africani

Nicoletta Forcheri
7 Agosto 2016

https://nicolettaforcheri.wordpress.com ... i-africani


Settant’anni dopo la creazione, il franco CFA è ancora vigente nelle colonie africane della Francia. La moneta è molto criticata da alcuni economisti africani ma i dirigenti degli Stati interessati non contestano questo sistema anacronistico, chiave di volta della Franciafrica, perché ne approfittano o perché temono Parigi.

È una questione che dura da molti decenni ma ignorata se non occultata: la Francia è l’unico paese al mondo che gestisce ancora la moneta delle sue ex colonie oltre mezzo secolo dopo la loro indipendenza. Il franco CFA, FCFA, utilizzato da 14 paesi africani e le Comore, rimane infatti sotto la tutela del ministero francese delle Finanze. In Africa sempre più voci si ergono per protestare contro questo dispositivo, visto come un sistema per perpetuare la dominazione francese ma anche per suonare l’allarme: molti economisti ritengono che il FCFA ostacola i paesi che lo utilizzano.

Creato ufficialmente il 26 dicembre 1945, dopo sei anni che era stata istituita dalla Francia la “zona franco” imponendo una legislazione dei tassi di cambio comune in seno al suo impero coloniale, all’inizio della Seconda guerra mondiale, il cui scopo era di « tutelarsi dagli squilibri strutturali dell’economia di guerra» e continuare ad alimentarsi in materie prime a basso costo presso le sue colonie. CFA significava « colonie francesi d’Africa » poi, dal 1958 « comunità francese d’Africa ». Quando la Francia ha accordato l’indipendenza alle sua colonie africane, all’inizio degli anni ’60, ha imposto la riconduzione del sistema della zona franco. Il CFA è diventato quindi il franco della « comunità finanziaria africana » in Africa occidentale, e il franco della “cooperazione finanziaria in Africa centrale” per l’Africa centrale.

La zona franco annovera due sottogruppi in Africa: l’Unine economica e monetaria dell’Africa occidentale (UEMOA) composta da otto paesi (Benin, Burkina, Cote d’Ivoire, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo) e la Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale (CEMAC) che riunisce sei Stati (Camerun, Centrafrica, Congo, Gabon, Guinea Equatoriale, Chad). Ognuno con la sua banca centrale: la Banca centrale degli Stati d’Africa occidentale (BCEAO) a Dakar, e la Banca degli Stati d’Africa centrale (BEAC) a Yaundé. Banconote e monetine della CEMAC non sono utilizzabili in seno dell’UEMOA e viceversa.

La zona franco poggia su quattro principi :

1- Il Tesoro francese garantisce la convertibilità illimitata del CFA in euro (prima il franco francese) ;

2 – La parità del CFA con l’euro è fissa ;

3 – Per garantire la parità, le riserve di cambio dei paesi della zona franco sono centralizzate nelle loro banche centrali che devono depositarne la metà su un conto corrente detto “conto d’operazioni”, presso la Banca di Francia e gestito dal Tesoro francese ;

4 – I trasferimenti di capitali tra la zona franco e la Francia sono liberi

Per la Francia e per esteso l’Europa dal passaggio all’euro, queste regole sono interessanti dal punto di vista economico. Grazie alla parità, l’Esagono può continuare ad acquisire materie prime africane (cacao, caffé, banane, legna, oro, petrolio, uranio…) senza sborsare le valute e le sue imprese possono investire nella zona franco senza rischi di deprezzamento monetario. Queste, grazie alla libera circolazione dei capitali, rimpatriano i profitti in Europa senza ostacoli. Le multinazionali come Bolloré, Bouygues, Orange o Total ne approfittano particolarmente: “Il sistema permette di garantire i profitti dei colossi europei che non pagano niente per questa garanzia: sono i cittadini africani che attraverso le riserve di cambio collocate al Tesoro francese, pagano la stabilità del tasso di cambio” osserva Bruno Tinel, maestro di conferenze a Parigi1.

Queste riserve depositate sui “conti di operazioni” riferiscono dei soldi alla Francia. Certamente la BEAC e la BCAO guadagnano da queste attività ma i rendimenti sono deboli poiché questi sono allineati sulla politica molto accomodante della BCE: sono “remunerati al tasso di prestito marginale della Banca centrale europea (BCE) (1,5% dall’11 luglio 2012) per la quota obbligatoria dei depositi, e al tasso minimo delle transazioni principali di rifinanziamento della BCE (0.75% dall’11 luglio) per le attività depositate al di là della quota obbligatoria», secondo il sito della Direzione generale del Tesoro francese. Nel frattempo niente impedisce al Tesoro di collocare le attività africane a tassi più interessanti, quando le circostanze monetarie lo consentono, e di ricuperare la differenza.

Nel 1996, il presidente del Gabon, Omar Bongo, ha spiegato: “Quando chiedete a un francese nella strada, vi dirà: “Si spendono molti soldi per l’Africa”. Ma non sa quello che la Francia raccoglie in cambio, come controparte. Un esempio: siamo nella zona franco. I conti di operazione sono gestiti dalla Banca di Francia, a Parigi. Chi usufruisce degli interessi di quei conti? La Francia”.

Una cosa è certa: le riserve africane consentono alla Francia di pagare una piccola porzione del suo debito pubblico:
0.5% secondo i calcoli di B Bruno Tinel.
Nel 2014 le riserve collocate sui conti di operazioni erano di 6950 miliardi di FCA ossia 10.6 miliardi di euro.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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