Colonizzazione e decolonizzazione

Re: Colonizzazzione e decolonizzazione

Messaggioda Berto » dom mar 18, 2018 12:43 am

La decolonizzazione italiana - La geopolitica del Corno d’Africa e della Libia
N. 87 - Marzo 2015 (CXVIII)

di Alessandro Di Meo

http://www.instoria.it/home/decolonizza ... aliana.htm

La fine del colonialismo italiano avvenne con modalità differenti rispetto ai processi che portarono all’indipendenza delle colonie gestite dalle altre potenze europee; l’Italia, infatti, non affrontò una vera e propria “decolonizzazione”, ma perse tutte le sue dipendenze coloniali in seguito alla sconfitta subita nella Seconda Guerra Mondiale.

Nel 1940, quando il regime fascista decise l’entrata in guerra del paese, l’Impero coloniale italiano comprendeva la Libia, l’Africa Orientale Italiana (Eritrea, Etiopia e Somalia italiana), più il Dodecaneso greco e la Concessione di Tientsin, l’unica dipendenza coloniale italiana in Asia.

Nel 1941 l’Africa Orientale Italiana fu occupata dagli Inglesi che ne assunsero l’amministrazione diretta; l’Etiopia, liberata, fu restituita all’imperatore Hailé Selassié I.

La Libia, teatro degli scontri più duri tra l’armata italo – tedesca e le forze inglesi di stanza in Egitto, fu occupata nel gennaio del 1943 in seguito ad una controffensiva britannica; nel settembre dello stesso anno, infine, i Giapponesi occuparono la concessione di Tientsin.

Alla fine del conflitto, i governi in carica cercarono di riottenere le ex colonie, non per motivi di prestigio diplomatico, ma per il timore che la loro perdita avrebbe potuto provocare tensioni interne paragonabili a quelle attraversate dall’Italia nel 1919; la diplomazia italiana strinse a tal fine rapporti con Londra e con Washington, ma le trattative non ebbero esito, anche perché le colonie si trovavano in aree strategiche – Mediterraneo, Mar Rosso, Oceano Indiano – ormai di fondamentale importanza nel nuovo scenario geopolitico che si stava delineando, dominato dalla contrapposizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

Le incertezze della diplomazia italiana, che non mantenne una condotta costante e modificò continuamente le proprie richieste, causarono il fallimento delle trattative; inizialmente venne infatti avanzata la richiesta della restituzione delle colonie, ma di fronte alle opposizioni anglo – statunitensi la diplomazia italiana si limitò a richiedere solo alcuni territori, una proposta che ovviamente contrariò le popolazioni locali. Alla fine, il governo italiano decise di sostenere l’indipendenza totale delle sue ex colonie, ma aveva ormai perso sia la fiducia delle potenze vincitrici della guerra, sia il sostegno dei movimenti indipendentisti, che nel caso delle colonie italiane furono comunque molto scarsi. In realtà, l’Italia cercò di riottenere le sue amministrazioni in un periodo segnato dalla diffusione delle ideologie indipendentiste nelle colonie inglesi e francesi; nel 1947 l’India ottenne l’indipendenza dal Regno Unito.

La questione delle colonie italiane fu inizialmente discussa nella Conferenza di Londra, tenutasi nelle capitale inglese nell’autunno del 1945, senza però ottenere risultati concreti; accantonata anche alla successiva Conferenza delle Quattro Potenze del 1946, fu definitivamente risolta con la rinuncia dell’Italia al mantenimento delle ex colonie con il Trattato di Pace del 1947, ma la loro sorte rimase oggetto di dibattiti politici e diplomatici per altri due anni.

Nelle trattative che portarono al Trattato, il destino delle colonie fu inizialmente discussa nella riunione ministeriale del 2 agosto 1945, indetta da De Gasperi, cui parteciparono, tra gli altri, Giovanni Visconti Venosta (allora sottosegretario agli Esteri) che propose l’amministrazione fiduciaria delle colonie, e il diplomatico Enrico Cerulli, che invece si oppose alla cessione dei territori d’oltremare.

La decisione sulla sorte delle colonie italiane rimase sospesa; l’unico articolo del Trattato che se ne occupava (art. 23) stabiliva infatti la rinuncia italiana “A ogni diritto e titolo sui possedimenti territoriali italiani in Africa e cioè la Libia, l’Eritrea e la Somalia italiana”, ma decretava allo stesso tempo che la loro sorte sarebbe stata decisa da una Commissione composta dai rappresentanti delle quattro potenze vincitrici. Sulla base di questa dichiarazione, il Governo italiano tentò di ottenere almeno il mandato fiduciario sulle sue ex colonie, fino alla loro indipendenza; fu istituita una Commissione Internazionale con il compito di esaminare la situazione politica, economica e sociale delle colonie italiane, stabilendone infine la sorte.

La Commissione lavorò nel primo semestre del 1948 e propose l’indipendenza delle colonie italiane, ma la decisione finale fu demandata all’Assemblea delle Nazioni Unite a causa dell’opposizione del governo italiano e del disaccordo tra i rappresentanti delle Quattro Potenze. In vista della discussione finale, i ministri degli Esteri italiano Carlo Sforza e inglese Ernest Bevin elaborarono un progetto, denominato “Compromesso Bevin – Sforza”, sulla sorte delle ex colonie italiane, da sottoporre all’Assemblea delle Nazioni Unite; il compromesso prevedeva la divisione della Libia nelle sue tre provincie originarie, che sarebbero state affidate in amministrazione fiduciaria al Regno Unito (Cirenaica), alla Francia (Fezzan) e all’Italia (Tripolitania), mentre per l’Eritrea si profilava la federazione con l’Etiopia.

La Somalia era invece al centro delle attenzioni inglesi, perché la Gran Bretagna progettava la formazione di uno stato, definito “Grande Somalia”, comprendente la Somalia italiana, il Somaliland britannico, Gibuti, la parte settentrionale del Kenya e la regione etiope dell’Ogaden, la cui popolazione era in maggioranza somala.

Il Compromesso Bevin – Sforza fu respinto per un solo voto e l’Assemblea delle Nazioni Unite, dopo aver riesaminato la situazione delle ex colonie italiane, approvò la risoluzione 289 del 21 novembre 1949, con cui fu decisa l’indipendenza della Libia a partire dal 1951 e la federazione dell’Eritrea all’Etiopia; la Somalia fu affidata in amministrazione fiduciaria decennale all’Italia nel 1950, fissando al 1960 la data per l’indipendenza della ex colonia.

La Libia dichiarò la sua indipendenza il 24 dicembre 1951, quando Idris al Senussi, capo dei Musulmani Senussi, venne proclamato re dello Stato Federale Libico; nel 1963 venne modificata la Costituzione e il governo federale fu abolito, sostituito con dieci nuovi governatorati retti da un amministratore di nomina regia.

La scoperta di ricchi giacimenti di petrolio nel deserto libico, avvenuta nel 1963, modificò completamente l’economia del paese e fu tra le cause che provocarono la caduta della monarchia senussita; l’economia libica era infatti gestita prevalentemente dagli occidentali, soprattutto italiani (nel settore agricolo e imprenditoriale), mentre lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio era affidato a compagnie inglesi e statunitensi. Nel 1953, inoltre, il governo libico concesse alcune basi militari al Regno Unito e agli Stati Uniti, in cambio di aiuti economici e alimentari; il diffuso malcontento per la gestione straniera dell’economia libica, unito ad un crescente nazionalismo, portò ad un colpo di stato militare che rovesciò la monarchia senussita e proclamò la Repubblica di Libia (1969).

Il regime di Muammar Gheddafi avviò subito una politica fortemente nazionalista, che culminò con l’espulsione degli italiani residenti in Libia, la richiesta del ritiro delle forze militari straniere stanziate nel paese e la nazionalizzazione delle imprese gestite dagli stranieri, compresi i giacimenti petroliferi; l’amministrazione del paese, l’educazione e la cultura nazionali furono sottoposte ad un processo di forte arabizzazione, fino all’introduzione della legge coranica nel 1977.

Negli anni Settanta il regime libico inasprì i suoi caratteri nazionalistici, intervenendo nelle crisi interne degli stati confinanti – in particolare con il Ciad per il possesso della Striscia di Azou – e avvicinandosi alla Siria; nel 1979 sostenne apertamente la rivoluzione islamica in Iran.

Dopo la rottura con i paesi occidentali, negli anni Ottanta, la Libia avviò un difficile processo di reinserimento nella diplomazia internazionale a partire dalla seconda metà degli anni Novanta; nei confronti dell’Italia, il regime di Gheddafi richiese continuamente un risarcimento economico per i danni derivanti al paese dalla colonizzazione italiana e per i crimini di guerra durante la repressione delle rivolte in Cirenaica.

Il trattato di Bengasi, chiuso nel 2008, prevedeva un risarcimento di cinque miliardi di dollari per la Libia e la costruzione di infrastrutture nel territorio libico a carico dell’Italia; due anni dopo, la rivolta legata alle Primavere Arabe e la guerra civile che ne è seguita hanno portato alla caduta del regime di Gheddafi e alla rottura dell’unità nazionale libica, che rendono la Libia attuale un paese diviso tra molte fazioni tribali, cui si sono aggiunte le milizie islamiche che hanno assunto il controllo di alcune grandi città come Derna e Bengasi.

L’Italia assunse l’amministrazione fiduciaria sulla Somalia nell’aprile 1950; l’istituto della tutela fiduciaria (trusteeship system) fu impiegato dall’Onu al fine di promuovere il rafforzamento di forme di autogoverno interne alle ex colonie, affidando al contempo tale responsabilità alle Potenze coloniali; l’amministrazione fiduciaria derivò dal “sistema dei mandati” utilizzato dalla Società delle Nazioni al termine della Prima Guerra Mondiale.

A differenza delle altre potenze, l’Italia non aveva mantenuto nelle sue colonie una rete di alleanze con le fazioni locali, indispensabile per avviare relazioni diplomatiche stabili, non mancarono neppure incidenti con le popolazioni del luogo; nel 1948 scoppiarono alcuni tumulti a Mogadiscio, le cui cause sono tuttora oscure.

L’amministrazione fiduciaria della Somalia fu gestita dai governi centristi, coadiuvati da un organo consultivo, detto Unacs (United Nations Advisory Council of Somalia), che comprendeva rappresentanti provenienti dall’Egitto, dalle Filippine e dalla Colombia; in vista dell’ottenimento dell’indipendenza, l’Italia formò i dirigenti locali e nel 1956 fu eletto il primo Parlamento somalo, cui seguì l’attribuzione al governo della Somalia della difesa nazionale e la gestione della politica estera del paese, nel 1959.

I successi che conseguì l’amministrazione italiana furono soprattutto nel campo dell’istruzione e dell’assistenza sanitaria, mentre lo sviluppo economico della Somalia rimase limitato a causa della povertà del territorio, privo di risorse naturali, cui si aggiunsero la mancanza di infrastrutture – molte erano state asportate dagli inglesi durante l’occupazione militare – e il fallimento dei tentativi di rendere sedentaria una popolazione prevalentemente dedita al nomadismo. Queste peculiarità della struttura sociale somala non permisero né uno sviluppo democratico né una vera unità nazionale della Somalia.

Le prime elezioni libere della Somalia furono vinte dalla Lega dei Giovani Somali, che durante l’amministrazione fiduciaria avevano progressivamente abbandonato le posizioni antiitaliane, ma sostennero sempre con convinzione la necessità di un’unione dei popoli somali; il nazionalismo della Lega portò, nel corso degli anni Sessanta, a numerosi scontri con tutti gli stati confinanti della Somalia.

Nel 1960 la Somalia italiana e il Somaliland britannico raggiunsero entrambi l’indipendenza e si unirono nella Repubblica di Somalia; seguì un decennio di apparente stabilità, segnato però da tensioni con i paesi confinanti e da una crescente instabilità interna. L’Afis, tuttavia, non era riuscita a risolvere il grave problema delle frontiere tra Somalia ed Etiopia, demandandolo all’Onu; il governo italiano non voleva infatti una rottura diplomatica né con Mogadiscio né con Addis Abeba, ma l’assenza di un arbitrato internazionale e l’ambigua condotta italiana provocarono, di fatto, una situazione di stallo, ancora oggi irrisolta.

Nel 1964 scoppiò una prima guerra tra Etiopia e Somalia, preceduta da alcuni incidenti di confine; la Somalia richiese all’Italia assistenza militare, ma il governo italiano lasciò cadere la trattativa e Mogadiscio ricevette il sostegno dell’Unione Sovietica, che fornì l’esercito somalo di armi e uomini. Una seconda guerra scoppiò nel 1966, acuita dal nazionalismo somalo che portò il paese a scontrarsi anche con il Kenya e a rivendicare Gibuti dalla Francia; due anni più tardi i conflitti vennero composti, ma la situazione interna della Somalia era ormai caotica.

Nel 1969, con un colpo di stato militare, prese il potere Siad Barre; il regime nazionalizzò le banche e le imprese straniere operanti in Somalia, introdusse una linea economica improntata al socialismo e avviò un progressivo avvicinamento all’Unione Sovietica, inasprendo al tempo stesso l’ideologia nazionalista somala che provocò tensioni con i paesi confinanti con la Somalia.

Nel 1977 i contrasti con l’Etiopia per il possesso della regione dell’Ogaden culminarono in un conflitto aperto tra i due paesi; inizialmente Mogadiscio si limitò a sostenere la guerriglia somala nell’Ogaden.

La caduta della monarchia etiopica, l’instaurazione del regime di Menghistu – che ottenne il sostegno dell’Unione Sovietica – l’esplosione simultanea di insurrezioni indipendentiste in Etiopia e le caute aperture dell’amministrazione statunitense spinsero Barre ad intervenire direttamente nella guerra; tuttavia, mentre gli Stati Uniti e i paesi europei decisero di non intervenire nel conflitto e isolarono la Somalia, l’Urss sostenne massicciamente l’esercito etiope, che riuscì a restaurare il suo controllo sull’Ogaden.

La Somalia, sconfitta e isolata diplomaticamente, tentò allora un più deciso riavvicinamento con i paesi dell’Occidente, mantenendo però un’economica di tipo socialista; Siad Barre riuscì a conservare il potere, alternando periodi di dure repressioni a momenti di cauta apertura politica.

Negli anni della Guerra Fredda, la contrapposizione tra il blocco sovietico e lo schieramento occidentale in Africa fu particolarmente intensa nelle regioni meridionali del continente e nel Corno d’Africa, dove le ex colonie italiane, una volta conseguita l’indipendenza, si scontrarono tra loro in numerosi conflitti.

Nel 1960 il governo etiope privò l’Eritrea di ogni autonomia e la ridusse a provincia; ne scaturì una guerriglia che negli anni successivi si strutturò in movimento armato, con l’obbiettivo di conseguire l’indipendenza. La politica del negus, tesa da un lato a favorire la modernizzazione industriale del paese e la crescita economica, ma ferma nel mantenere la monarchia assoluta e la politica centralizzatrice dell’Etiopia, non suscitarono grandi consensi né tra la popolazione né all’interno dell’aristocrazia etiope e nel 1962 vi fu un primo tentativo di golpe da parte di alcuni ufficiali, ma la fedeltà dell’esercito verso la monarchia ne causò il fallimento.

Gli italiani residenti in Etiopia assunsero in quegli anni incarichi di rilievo nell’economia etiope, ma l’ambigua condotta dei governi centristi verso il paese africano non consentì all’Italia di ottenere commesse nella ricostruzione degli anni Cinquanta; nel 1951 vennero stabiliti i primi rapporti diplomatici cordiali tra Roma e Addis Abeba, ma la decisione di non restituire alcuni monumenti etiopi trafugati dal fascismo, come la Stele di Axum, e la ferma volontà di non versare il risarcimento economico spinse il governo etiope a ricercare la collaborazione economica di altri paesi europei, degli Stati Uniti e della Yugoslavia.

Nel luglio 1970 il Ministro degli Esteri italiano, Aldo Moro, visitò Addis Abeba e incontrò l’imperatore Hailè Selassiè; in quell’occasione avvenne la definitiva riconciliazione tra i due paesi, suggellata nell’autunno dello stesso anno con la visita del negus in Italia e la chiusura di alcuni importanti accordi economici. La situazione interna dell’Etiopia, tuttavia, si deteriorò rapidamente, destabilizzando la monarchia e provocando golpe sempre più numerosi; la situazione precipitò in seguito alla carestia del 1973, una delle più gravi attraversate dall’Etiopia.

L’anno successivo venne rovesciata la monarchia, sostituita da un governo militare (Derg) guidato dal colonnello Hailé Menghistu, che introdusse un’economia socialista e nazionalizzò i terreni agricoli; in politica estera, il regime di Menghistu abbandonò la politica filostatunitense del negus e l’Etiopia si avvicinò all’Unione Sovietica. La Somalia, fino ad allora la principale alleata dell’Urss nel Corno d’Africa, si schierò con gli Stati Uniti; la politica nazionalista perseguita da Syad Barre portò nel 1977 ad una guerra contro l’Etiopia per il possesso della regione dell’Ogaden, popolata prevalentemente da somali. L’appoggio dell’Unione Sovietica risultò determinante per la vittoria etiope nel conflitto, ma il regime di Menghistu non riuscì a sedare la rivolta eritrea; quando scoppiò la seconda guerra somalo – etiope (1982), i guerriglieri eritrei sostennero attivamente il regime di Mogadiscio.

Negli anni immediatamente successivi al colpo di stato in Etiopia si verificò una profonda destabilizzazione del paese, che parve sul punto di disintegrarsi; in Eritrea la lotta per l’indipendenza riprese con maggior vigore e divampò in tutte le principali città del paese, Asmara e Massaua.

La comunità italiana, ridotta a qualche migliaio di unità, abbandonò il paese e rimpatriò in Italia; in Etiopia, invece, i rientri furono inizialmente più contenuti e limitati ai ceti sociali medi. Negli anni Ottanta, nonostante l’adesione dell’Etiopia al blocco sovietico, l’Italia continuò a mantenere rapporti diplomatici cordiali con Addis Abeba e a firmare numerosi accordi economici con la giunta militare etiope.

Alla fine degli anni Ottanta l’Etiopia fu attraversata da nuove carestie, che provocarono la diffusione di movimenti indipendentisti nel Tigré e nella regione Oromo; il disimpegno sovietico dal Corno d’Africa indebolì ulteriormente il regime di Menghistu, che cadde nel 1991 in seguito ad una controffensiva militare eritrea. Lo stesso anno venne rovesciato anche Syad Barre; la guerra civile che ne scaturì provocò la secessione del Somaliland (mai riconosciuto a livello internazionale) e la disintegrazione della Somalia.

Nel 1993, con un referendum, l’Eritrea proclamò la propria indipendenza e avviò relazioni diplomatiche stabili con l’Etiopia, con cui formò un’unione monetaria e a cui garantì l’accesso ai suoi porti; l’anno successivo fu promulgata una nuova Costituzione in Etiopia, che diventò una repubblica democratica su base etnica.

La distensione con l’Eritrea si interruppe nel 1998, quando Asmara uscì dall’unione monetaria e il governo di Addis Abeba smise di utilizzare i porti eritrei; la tensione, aumentata a causa di dispute territoriali, provocò una guerra tra i due paesi nel 1998, conclusasi due anni più tardi con gli Accordi di Algeri che però non riuscirono a definire con chiarezza i confini tra i due stati. La politica di Asmara negli anni Novanta fu improntata ad un forte nazionalismo, che culminò con i contenziosi aperti sia con l’Etiopia, sia con lo Yemen; le isole Hanish, nel Mar Rosso, furono attribuite da un arbitrato Onu allo Yemen nel 1995.

L’Etiopia, nuovamente alleata degli Stati Uniti – da cui importa soprattutto generi alimentari e armi – è diventata negli ultimi anni una potenza militare regionale nel Corno d’Africa, un ruolo emerso soprattutto con l’intervento in Somalia nel 2006, quando l’esercito etiope riuscì a sconfiggere le Corti Islamiche e permise al Governo Transitorio Somalo di rientrare in possesso di Mogadiscio. Le relazioni con l’Eritrea restano invece molto tese, soprattutto per i rapporti stretti da Asmara con i movimenti separatisti che combattono contro l’esercito etiope in Ogaden, Afar e Oromo; l’Eritrea ha inoltre stretto rapporti con alcuni movimenti indipendentisti somali schierati contro l’Etiopia, cui offre sostegno logistico e finanziario.

Un altro motivo di tensione tra i due paesi è rappresentato dalla mancanza di un accesso al mare per l’Etiopia, sia nei porti del Mar Rosso (appartenenti all’Eritrea) sia nell’Oceano Indiano; i porti della Somalia sono infatti controllati dai movimenti separatisti somali legati ad Asmara.

L’assenza di un accesso al mare diminuisce notevolmente le opportunità di crescita economica dell’Etiopia, perché ne limita fortemente le esportazioni; nel 2012 è scoppiato un nuovo conflitto con l’Eritrea, che è stata isolata diplomaticamente dagli altri stati africani a causa del sostegno offerto ai separatisti somali. In Italia le notizie sul secondo conflitto etiope – eritreo sono state scarsamente seguite dall’opinione pubblica, soprattutto per la scelta dei mezzi d’informazione di concentrare l’attenzione sui conflitti geograficamente più vicini all’Italia, prevalentemente le guerre civili in Siria e in Libia.

In Somalia, dopo la guerra civile che ha devastato il paese negli anni Novanta e l’instabilità provocata dal successivo conflitto contro le Corti Islamiche, sembra avviato un processo di pacificazione; nell’agosto del 2012 l’Assemblea Nazionale Costituente ha istituito la Repubblica Federale Somala, che oggi controlla gran parte del territorio della Somalia, avviando al contempo relazioni diplomatiche con il Somaliland, che però rivendica l’indipendenza.

Il presidente della Somalia, Hassan Sheick Mohamud, nel corso di una sua visita di Stato in Italia nel settembre 2013, ha chiesto al governo italiano di sostenere la ricostruzione politica ed economica del paese africano; al momento l’Italia ha offerto la sua cooperazione nel settore della Difesa, sostenendo la formazione delle forze armate somale.

Il governo di Mogadiscio ha sostanzialmente chiesto all’Italia di contribuire alla ricostruzione della Somalia seguendo modalità simili a quelle tenute durante l’Amministrazione fiduciaria.



Riparazione del colonialismo
Italia - Libia

http://www.colonialismreparation.org/it ... libia.html

Il 30 agosto 2008, dopo decenni di trattative, il Primo ministro italiano, Silvio Berlusconi, incontra il Leader della Rivoluzione libica, Muammar Gheddafi, a Bengasi dove firmano il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista. L'Italia si impegna così a pagare nei prossimi venti anni cinque miliardi di dollari di risarcimenti alla Libia per il passato coloniale. Nella stessa occasione l'Italia restituisce alla Libia la statua della Venere di Cirene.

Il 6 febbraio 2009 il Parlamento italiano promulga la legge 7/2009 che ratifica e dà esecuzione al Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione.

Il 1 marzo 2009 il Congresso generale del popolo libico ratifica a sua volta il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione.

Il 2 marzo 2009 con lo scambio delle ratifiche tra Berlusconi e Gheddafi a Sirte il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione entra ufficialmente in vigore.

Il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione prevede all'articolo 8 che "[...] l'Italia, sulla base delle proposte avanzate dalla Grande Giamahiria e delle successive discussioni intervenute, si impegna a reperire i fondi finanziari necessari per la realizzazione di progetti infrastrutturali di base che vengono concordati tra i due Paesi nei limiti della somma di 5 miliardi di dollari americani, per un importo annuale di 250 milioni di dollari americani per 20 anni [...]" in modo da, come previsto nel Preambolo, "[...] chiudere definitivamente il doloroso "capitolo del passato", per il quale l'Italia ha già espresso, nel Comunicato Congiunto del 1998, il proprio rammarico per le sofferenze arrecate al popolo libico a seguito della colonizzazione italiana, con la soluzione di tutti i contenziosi bilaterali [...]".

Mentre sul piano del risarcimento del passato coloniale il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione è considerato come un esempio, forti, motivate e corrette sono state le critiche riguardo alla cooperazione dei due paesi nel contrasto all'immigrazione irregolare tra cui quelle dell'ASGI, degli autori del film "Come un uomo sulla terra", della Sezione italiana di Amnesty International, dei missionari comboniani, di Fortress Europe.

Il 10 giugno 2009 il Leader della Rivoluzione libica, Muammar Gheddafi, effettua la sua prima visita ufficiale in Italia incontrando il Presidente delle Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, dichiarando, secondo il quotidiano la Repubblica del 10 giugno 2009, che [...] "L'Italia di oggi non è più quella di ieri" [...] "con estremo coraggio" ha ammesso le sue colpe, ha accettato di dare un "segnale di condanna del suo passato" di fronte alle richieste libiche di scuse e di indennizzi. [...] Ha ribadito che non c'è un "controvalore" per quello che "l'Italia coloniale ha commesso contro il popolo libico", ma "si è voltata la pagina del passato" e - ha affermato - sono le vostre "scuse" che "mi hanno permesso di poter venire oggi qui". [...]

Il 26 febbraio 2011 il Ministro della difesa italiano Ignazio La Russa dichiara che "[...] di fatto il trattato Italia-Libia non c'è già più, è inoperante, è sospeso. Per esempio gli uomini della Guardia di Finanza, che erano sulle motovedette per fare da controllo a quello che facevano i libici, sono nella nostra ambasciata [...]".

Il 26 agosto 2011 il Ministro degli affari esteri italiano Franco Frattini dichiara che "L'Italia ha un ruolo che conserverà in Libia. Quando le condizioni lo consentiranno, il trattato di amicizia riprenderà vigore: le nuove autorità libiche hanno già chiaramente detto di volerlo onorare, di volerlo applicare, e così sarà". A giudizio di Frattini, sarà applicato "per le collaborazioni di tipo economico e per la collaborazione politica che si è stabilita, essendo l'Italia il secondo Paese europeo a riconoscere il Consiglio nazionale transitorio di Bengasi, che oggi è riconosciuto da decine di paesi in tutto il mondo"

Questa apparente sospensione del trattato coincide con le fasi salienti della guerra civile libica (il 26 febbraio 2011 viene approvata la risoluzione 1970 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che autorizza le prime misure internazionali nei confronti della Libia, mentre il 26 agosto 2011 Tripoli è ormai caduta in mano alle forze del CNT) e chiarisce una volta di più i reali interessi del Governo italiano.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Colonizzazione e decolonizzazione

Messaggioda Berto » dom mar 18, 2018 6:54 am

Libia 1970: quando gli italiani fuggirono da Gheddafi.
http://www.rainews.it/dl/rainews/media/ ... 22109.html

Le foto dell'epoca 16 febbraio 2015 L’esodo di massa degli italiani di Libia inizia subito dopo il 1 settembre 1969, giorno in cui il giovane Gheddafi conquista il potere con un colpo di Stato. Nei quattro mesi successivi partono almeno 800 italiani: alcuni senza nemmeno un visto, organizzando piani anche rischiosi per approdare il Sicilia. Il decreto ufficiale di espulsione arriva nell’estate del 1970: dei 44 mila italiani residenti nel 1948 ne restano meno di metà. Sbarcano a Napoli, vengono smistati nei campi profughi in Campania, Puglia e Lombardia. La Libia confisca 40 mila ettari di terra, 1700 case, 500 attività commerciali: in totale 200 miliardi di lire del 1970. La chiesa diventa moschea, i monumenti polvere. Il cimitero viene profanano e Roma rimpatria anche 20 mila salme di soldati. Quello di ieri è il terzo esodo degli italiani. Prima degli anni 70 c’erano state le espulsioni del 1951, dopo l’indipendenza della ex colonia italiana. - See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/media/ ... a-Gheddafi


Da colonizzatori a profughi. La storia degli italiani in Libia
Sabrina Bergamini 28 aprile 2016
Da Reset-Dialogues on Civilizations

http://www.reset.it/libri/storia-degli- ... i-in-libia

Il Mediterraneo come mare di traversate di gente e genti che finiscono per pagare colpe non loro. Non è solo storia recente. Oggi ci sono i barconi che partono dalla Libia e spesso affondano, lasciando in mare i corpi di vittime destinate a rimanere quasi tutte anonime. Negli anni passati questo stesso mare ha visto la traversata – certo non così drammatica, perché gestita attraverso le navi del Ministero della Marina Mercantile – di tutti gli italiani costretti a tornare in Italia dalla Libia perché espulsi dal regime del colonnello Gheddafi. Esperienze neanche lontanamente paragonabili fra loro, ma che hanno forse in comune un dato di fondo: hanno per protagonisti persone sacrificate a qualche ragion di Stato che le considera in secondo piano rispetto alle esigenze della politica, dell’economia o degli affari. Chi ricorda più, oggi, la storia degli italiani in Libia? Storia non tanto lontana nel tempo quanto piuttosto distante dalla coscienza italica, storia (e storie: di singole persone) che rimanda all’emigrazione italiana e al colonialismo, entrambi fenomeni disconosciuti, specialmente se si guarda a quel processo di decolonizzazione che di fatto in Italia è mancato.

Ad accendere i riflettori sulla vicenda degli italiani in Libia è Luigi Scoppola Iacopini nel libro I “dimenticati”. Da colonizzatori a profughi, gli italiani in Libia 1943-1974 (Editoriale Umbra, I quaderni del Museo dell’emigrazione) che ricostruisce l’esperienza dei connazionali italiani a partire dalla fine del regime coloniale, attraverso l’amministrazione britannica e la monarchia e poi durante il regime di Gheddafi, che emana i decreti di confisca dei beni e l’espulsione dal paese degli italiani di “vecchio insediamento”. Questi sono costretti a rientrare in patria ma qui non trovano certo comprensione né adeguati riconoscimenti economici o morali. Perché di fatto i rapporti economico-finanziari fra i due paesi erano già consolidati, tanto che gli stessi documenti analizzati dall’autore finiscono per mostrare come «la comunità italiana fosse alla fine avvertita come un intralcio, un anacronistico legame che rischiava di compromettere le buone relazioni con la Libia che passavano anche attraverso i giganteschi fatturati dell’industria pubblica e privata».

La storia della comunità italiana in Libia, spiega l’autore del libro, è ancora sfocata e questo di fatto non sorprende «data la scarsa conoscenza e la conseguente debole consapevolezza che gli italiani hanno in genere mostrato nei confronti del proprio passato coloniale ivi incluse le sue pagine più oscure». L’oblio è motivato anche da un interesse al silenzio nei confronti del passato fascista e coloniale scomodo per i troppi che con esso si erano compromessi. Senza contare che «al nostro Paese e all’opinione pubblica venne a mancare quel tormentato processo di decolonizzazione che in periodi diversi investì le altre potenze coloniali».

Per gli italiani in Libia la situazione cambia progressivamente durante gli anni, con un peggioramento della situazione dal conflitto arabo-israeliano del 1967 e poi col netto cambiamento fatto dal regime di Gheddafi, che decide i decreti di confisca e l’espulsione della comunità (ma le grandi aziende italiane presenti in Libia non vengono intaccate dalle misure restrittive). E allora quegli italiani sono costretti al rimpatrio in Italia assistito dalle navi della Marina Mercantile: le cronache della partenza sono dolorose e umilianti e i problemi continuano nell’impatto, niente affatto agevole, con l’Italia, dove chi non ha una rete di amici e parenti viene mandato nei campi profughi, e dove inizia con grande difficoltà l’iter burocratico per avere indennizzi che rimarranno scarsi e inadeguati. «Senza tanti giri di parole, i rimpatriati tornavano da sconfitti», racconta Luigi Scoppola Iacopini analizzando singole testimonianze, cronache e documenti della diplomazia. Scrive l’autore: «La sensazione provata sulla propria pelle da molti rimpatriati era, al di là del trattamento da parte della ristretta cerchia di amici e parenti, quella di un’accoglienza all’insegna dell’indifferenza generalizzata che spesso tracimava in un atteggiamento di malcelato fastidio. Col loro personale bagaglio di dolore, frustrazione e rancore essi rappresentavano un qualcosa di ingombrante; risultavano sconfitti due volte, da Gheddafi nel presente e dalla storia nel passato in quanto con una voluta forzatura erano visti come l’ultimo cascame dell’epoca coloniale».

La comunità italiana di vecchio insediamento diventa insomma il «capro espiatorio ideale» per il regime di Gheddafi e per le sue parole d’ordine, a fronte del fatto che nel tempo le relazioni economiche fra Italia e Libia si intensificano e che arrivano i “nuovi italiani” delle ditte specializzate. E la linea politica dell’Italia? Attenta di fatto agli interessi geopolitici in ballo, al rispetto di una politica estera filoaraba e alla rilevanza dei rapporti economici ed energetici con la Libia, tanto che, spiega Iacopini, «per brutale e cinico che possa sembrare, sui piatti della bilancia c’erano da un lato le vite, il lavoro e le proprietà di circa ventimila connazionali, dall’altro la cosiddetta ragion di Stato sensibile al voluminoso giro d’affari in costante crescita e di grande rilievo nei settori del commercio e dell’industria meccanica e automobilistica, nonché alla basilare risorsa del petrolio libico già all’epoca capace di soddisfare una notevole percentuale dell’approvvigionamento nazionale».

Ricordare questa storia, proprio quando la Libia è implosa, ha senso per almeno due motivi: l’emigrazione e il colonialismo italiano sono un passato con cui l’Italia fatica a fare i conti, nella tentazione continua di cancellare tutto e dimenticare le proprie origini e le proprie responsabilità storiche; la Storia vista dalle storie delle singole persone rivela spesso quanto le decisioni politiche vengano prese seguendo quei “grandi interessi” strategici, geopolitici ed economici che finiscono per schiacciare le vite dei singoli. È accaduto nel passato e accade tuttora. Non per questo, però, tutto diventa giustificabile.



Italiani in Libia, quando gli italiani pensarono alla resistenza armata
andrea carugati
2013/10/21

http://www.lastampa.it/2013/10/21/itali ... agina.html

Quando Gheddafi cacciò gli italiani, nell’estate del 1970, ci fu chi non voleva abbassare la testa. Ci fu chi immaginò una resistenza armata, alla maniera dei coloni francesi in Algeria. Per fortuna non andò così. Ed è arrivato il momento di raccontare tutta la verità.

È tempo di rivelazioni, infatti, attorno alla Cacciata degli italiani dalla Libia. Dagli archivi della presidenza del Consiglio sono usciti documenti illuminanti sui tentativi di trovare un mediatore in Nasser e poi sulle preoccupazioni dell’allora ministro degli Esteri, Aldo Moro. Moro temette fortemente che la situazione precipitasse in violenze. Non aveva torto. Ai primi di novembre, arriva un libro a firma della giornalista e scrittrice Liliana Madeo (“I racconti del professore”, Iacobelli editore) che raccoglie le testimonianze del professore Antonino Di Vita, straordinario archeologo che ha formato generazioni di studiosi, protagonista di scavi ad Atene e in Libia. Le sue due seconde patrie. Il professor Di Vita è scomparso due anni fa e tra qualche giorno, il 22 ottobre, l’Accademia dei Lincei dedica una giornata di studi alla sua opera. Di Vita ha però voluto affidare a Liliana Madeo i ricordi di una vita eccezionale. E sono tante le rivelazioni, ad esempio sulle tentazioni di prendere le armi.

“Subito dopo la rivoluzione – scrive Liliana Madeo, riportando la voce dell’illustre archeologo – il Comitato rivoluzionario avrebbe voluto essere riconosciuto in primis dall’Italia, con cui nel bene o nel male i rapporti erano stati sempre stretti. L’Italia invece esitò e non fu il primo Paese a riconoscere il movimento capitanato da Gheddafi: fu il terzo o il quarto, se non ricordo male, dopo Inghilterra, Francia e Stati Uniti…. Le gaffes, i ritardi, gli errori compiuti dalle autorità italiane si susseguirono”.

Forse, dunque, con Gheddafi le cose sarebbero potute andare diversamente. Ma mancò chi potesse cogliere l’attimo. “ Nell’agosto 1970 Gheddafi pronuncia un discorso a Misurata nel quale dice che, dopo aver sistemato americani e inglesi, cacciati rispettivamente dalla base aerea di Tripoli e da Tobruk, era arrivata l’ora di sistemare la partita anche con gli italiani. Ma chi c’era della nostra rappresentanza diplomatica in grado di cogliere appieno il significato di questo discorso? Paradisi, il Consigliere d’Ambasciata che parlava arabo, uno studioso della cultura berbera che si stava peraltro trasferendo in Algeria, era morto. Come addetto per la parte araba era subentrato un italiano, che credo fosse nato in Tunisia e che purtroppo pochi mesi dopo il suo arrivo in Libia era annegato nelle acque di Tripoli. L’unico conoscitore dell’arabo era un impiegato armeno ottantenne. Lui trascrisse il discorso di Gheddafi a Misurata. E inviò la trascrizione a chi di dovere. Ma l’avvertimento evidentemente non fu compreso né dalle nostre autorità in loco né a Roma”.

Di Vita quell’estate era a Roma. Fu informato dai suoi amici archeologi libici di precipitarsi a Tripoli per “contrattare” personalmente il futuro delle nostre missioni scientifiche. “Mi sistemai a Sabratha – racconta - ma ogni sera andavo a Tripoli… Non tutti gli Italiani erano però disposti ad accettare il diktat di Gheddafi. Un nutrito gruppo si riuniva la sera presso lo studio di un fotografo di Sciara Haiti (Corso Haiti, ndr). Si trattava di giovani e meno giovani che, sull’esempio dell’Algeria, volevano resistere con le armi all’iniqua cacciata. Io partecipai a una di queste serate venendo di nascosto da Sabratha. Ascoltai con grande attenzione i discorsi che infiammavano l’aria. Ne fui impressionato. Non riuscii a tacere. Mi presentai. Feci presente che, se i Francesi non erano riusciti a restare in Algeria, tanto meno avrebbero potuto farlo gli Italiani, pochi e non organizzati in gruppi armati. Di rimando ribattevano: Ma noi siamo nati qui. Il nostro Paese è la Libia. Siamo vissuti, abbiamo lavorato per tutti i nostri anni in questo Paese. Molti dei nostri amici più cari sono libici. Perché andare in un’Italia che non conosciamo affatto? Per fortuna l’idea di una resistenza armata non prese corpo e fu messa da parte”.

La comunità italiana a quel punto si trasformò in un formicaio impazzito. Si fondevano oggetti d’argento nella casa per farne corpetti per le ragazze, in modo da portare via almeno l’argenteria. Si buttavano borse con denaro al di là del muro di cinta della nostra ambasciata sperando che qualcuno potesse fargli riavere un giorno in Italia quei sudati risparmi. “È stata una tragedia epocale. Che vissi in prima persona, contento da un lato di aver salvato le missioni ma profondamente addolorato nel vedere gente, amici che tanto avevano dato per lo sviluppo in ogni campo della Libia perdere tutto”.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Colonizzazione e decolonizzazione

Messaggioda Berto » dom mar 18, 2018 6:56 am

All'Africa e agli africani non dobbiamo nulla, ma proprio nulla, niente di niente, tanto meno agli asiatici e ai nazisti maomettani d'Asia e d'Africa. Ci dispiace per i cristiani ma non possiamo accogliere tutti perché non vi è spazio, non vi sono risorse e non c'è lavoro, in Italia vi sono già milioni di poveri, di disoccupati e di giovani costretti a migrare; e un debito pubblico tra i più alti del mondo occidentale che soffoca lo sviluppo e alimenta i parassiti e la corruzione. Gli africani si arrangino e restino in Africa a risolvere i loro problemi.
viewtopic.php?f=194&t=2494


Pensa prima alla tua gente e al tuo paese che ne hanno bisogno, invece che agli africani e all'Africa
viewtopic.php?f=205&t=2681


Gli europei o i bianchi europei che nei secoli passati hanno colonizzato l'Asia e l'Africa o che le hanno invase con il loro imperialismo politico militare sono stati quasi tutti cacciati, espropriati e sterminati; il Sudafrica è uno degli ultimi esempi, nonostante i bianchi europei colonizzatori del Sudafrica abbiano rinunciato al loro dominio politico consentendo ai neri africani di partecipare e concorrere alla sovranità politica nella gestione del paese e dello stato gli africani del Sudafrica come in quasi tutti gli altri paesi del continente nero maltrattano i bianchi e molti di loro hanno ritenuto e ritengono che i bianchi debbano essere espropriati, cacciati o sterminati.
Per il principio di reciprocità gli africani non possono che aspettarsi lo stesso trattamento e nessunissimo riguardo.
L'imperialismo coloniale così terminato non può quindi essere assunto come scusa, giustificazione e pretesto per l'invasione degli africani in Europa.
I bianchi europei, i cristiani europei, gli stati europei odierni non hanno più alcuna responsabilità e non vi è ragione che debbano sentirsi in colpa verso l'Africa e gli africani; non ne hanno per l'instabilità e i regimi politici indigeni disumani dell'Africa, per le carestie e le epidemie che falciano le sue popolazioni, per i problemi causati dalla sovrapopolazione in molti paesi del continente.
Nemmeno le multinazionali europee del petrolio, minerarie, del legno e agricole sono responsabili dei regimi politici autoritari, dei conflitti etnici, delle crisi sociali, delle carestie, delle problematiche derivanti dalla sovrapopolazione, del sottosviluppo economico endemico e di tutti i mali che affliggono l'Africa. Possono avere qualche responsabilità indiretta locale tipo l'inquinamento o la disoccupazione allo stesso modo che ce l'hanno ovunque nel mondo e nella stessa Europa, tutte questioni che vanno risolte localmente in Africa nei paesi africani, con i loro stati e con le loro popolazioni.
Le problematiche africane dovute alle carestie naturali, ai regimi politici, al tribalismo, ai conflitti etnici e religiosi, alla sovrapopolazione, alle difficoltà e alle crisi economiche non sono responsabilità e non riguardano direttamente l'Europa e pertanto il peso non va scaricato assolutamente sugli europei.
La solidarietà umana dell'Europa e dei suoi paesi, caso mai può esserci solo se volontaria e se non crea problemi ai cittadini europei.
Quindi anche la migrazione socio-economica e l'asilo politico e umanitario vanno trattati alla luce di queste ed altre considerazioni tra cui la sicurezza socio politica, la compatibilità culturale e religiosa, le possibilità economiche e finanziarie.
Non ha alcun senso universale deprivare il propri cittadini, i propri famigliari, la propria gente per aiutare altri che magari sono solo profittatori, parassiti e criminali travestiti da bisognosi.
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Re: Colonizzazione e decolonizzazione

Messaggioda Berto » dom mar 18, 2018 6:57 am

Il colonialismo non è responsabile dell'arretratezza del Terzo Mondo né del terrorismo islamico

https://www.magdicristianoallam.it/blog ... conda.html

Quando si considera la ricaduta del colonialismo sul Terzo Mondo, bisognerebbe misurare il tributo imposto dalla colonizzazione occidentale contro i benefici di carattere scientifico, tecnologico, giuridico, demografico, etc. tratti da popoli meno civilizzati nell'interazione con popoli più avanzati, proprio come quando si valuta l'impatto complessivo dell'espansione dell'Impero romano, che, di solito, una volta presi in debita considerazione pro e contro, viene giudicato positivamente (???).

Tra tutti i possibili vantaggi, vale la pena di menzionarne uno di carattere esistenziale, intuibile gettando una rapida occhiata alla cartina geografica del continente africano e alla distribuzione delle aree di diffusione dell'islam e del cristianesimo, rispettivamente nella metà settentrionale e meridionale. Si può ragionevolmente argomentare che la colonizzazione europea potrebbe avere avuto il merito di salvare l'Africa dall'islamizzazione completa.

A questo proposito, non bisogna infatti dimenticare quando si valuta l'esempio più clamoroso di sfruttamento occidentale del Terzo Mondo, ovvero la tratta degli schiavi africani, il ruolo ben più drammatico giocato dagli arabi. Costoro, non soltanto rappresentarono i diretti responsabili della cattura degli schiavi destinati al mercato occidentale, razziando i villaggi dell'Africa Sub-sahariana, e causando la morte di almeno 120 milioni di persone secondo le stime, ma furono essi stessi schiavisti ben peggiori degli occidentali. Inoltre, a differenza dei Paesi occidentali, che nel caso specifico degli Usa combatterono una guerra civile anche per l'abolizione della schiavitù, gli arabi hanno continuato e continuano a praticarla fino ai nostri giorni. Se non fosse esistito alcun limite all'espansione ulteriore dell'islam verso Sud, è facile estrapolare cosa sarebbe potuto accadere agli animisti che oggi professano la religione cristiana e per alcuni rappresentano il futuro della cristianità mondiale. Costoro, non potendo godere dei relativi vantaggi della dhimmitudine concessi ai cristiani ed ebrei, avrebbero subito il medesimo destino riservato ai correligionari più settentrionali, sarebbero stati cioè, con ogni probabilità, massacrati o ridotti in schiavitù.
Quasi nessuno però oggi in Occidente, neppure i discendenti afro-americani dei popoli ridotti in schiavitù e torturati dagli arabi, riconosce ai colonizzatori europei questo merito. Ancora più sorprendente è l'assoluta assenza del benché minimo rancore o critica nei confronti del mondo islamico per aver massacrato, sfruttato e schiavizzato le popolazioni del Terzo Mondo. Paradossalmente, un illustre campione della comunità afro-americana quale il presidente Obama non perde occasione per criticare l'Occidente per il passato coloniale ed elogiare invece l'islam per il presunto contributo alla pace, ai progressi dell'umanità e persino all'edificazione dell'America. È difficile comprendere le ragioni del tributo del presidente all'islam se si escludono l'ignoranza, il totale distacco dalla realtà promosso dall'adesione all'ideologia di sinistra o magari l'effetto psicotropo di qualche droga. L'alternativa più razionale è che il rappresentante del popolo americano alluda alla "pace eterna" dei milioni di vittime dell'islam, ai progressi in campo militare stimolati dalle sue continue aggressioni, e infine al ruolo degli arabi nella tratta degli schiavi che avrebbero presumibilmente contributo a rendere grande l'America con la raccolta del cotone nelle piantagioni del Sud...

Per quanto concerne invece la povertà e l'arretratezza dei paesi islamici, esse sono per lo più il frutto di errori interni alla storia della "civiltà" islamica, più specificatamente una serie di decisioni, tre delle quali di importanza critica, prese nel passato dai governanti e dai leader religiosi del mondo islamico, che hanno impedito alla civiltà islamica non solo di mantenere la superiorità di cui godeva nel Medioevo, ma anche di tenere il passo con i rapidi progressi dell'Europa Cristiana.

Quando in Europa fu inventata la stampa nel XV secolo, e la notizia giunse alle orecchie del Sultano Beyazid II in Istanbul, costui avrebbe voluto promuoverne la diffusione anche nell'Impero Ottomano, ma gli ulema si opposero in nome dell'islam, una religione meno flessibile ed adattabile rispetto alle esigenze della modernità di quella cristiana.

Gli ulema decretarono che utilizzare la stampa per riprodurre la parola di Allah conservata nel Corano avrebbe costituito un sacrilegio. L'uso della stampa fu proibito ai musulmani per quasi quattro secoli, fino al 1729, ma concesso agli ebrei e ai cristiani dell'Impero, segnando così per sempre le sorti del mondo islamico. In breve, grazie a questa singola invenzione, la conoscenza si diffuse con rapidità inaudita nell'Europa Cristiana, accelerando il progresso scientifico e tecnologico che permise all'Occidente di riguadagnare terreno, superare e distanziare il mondo islamico.

La dhimmitudine, ovvero l'usanza radicata nella tradizione islamica di trattare i sudditi di religione non-islamica come cittadini di serie B, o come schiavi, che da un punto di vista economico e strategico non costituiva un problema all'inizio delle conquiste arabe all'interno della Penisola Arabica, con il crescere dell'estensione dei territori e delle popolazioni di infedeli controllate, si rivelò controproducente. In caso di guerra, a settori crescenti della popolazione non era concesso di combattere per l'Impero, mentre costoro potevano invece costituire una quinta colonna. Non solo, ma, come accadde per lo più nell'Impero Ottomano, i dhimmi erano spesso relegati a ruoli nell'ambito economico, quali il sistema bancario, del commercio e dei trasporti marittimi che in Occidente guidarono i progressi dal mondo medioevale a quello moderno.

Un'altra ferita auto-inflitta fu l'usanza detta Timar, un sistema feudale adottato dall'Impero Ottomano proprio quando l'Occidente si stava affrancando dai vincoli del feudalesimo, che aggiunse un freno ulteriore allo sviluppo economico.

Il colonialismo occidentale non è pertanto responsabile del sottosviluppo del Terzo Mondo, né del terrorismo islamico, semmai ha determinato, sebbene spesso involontariamente, un netto miglioramento delle condizioni di vita delle aree naturalmente indigenti e arretrate del pianeta. La Jihad non è una reazione del Terzo Mondo all'imperialismo e al passato coloniale, bensì un'aggressione motivata e alimentata dall'ideologia pseudo-religiosa imperialista, razzista, sciovinista e violenta espressa e custodita nel Corano. Sarebbe dunque ora che l'Occidente si affrancasse dal perfezionismo esasperato che lo spinge ad auto-flagellarsi e tormentarsi coi sensi di colpa nei confronti del Terzo Mondo, e recuperasse invece il meritato orgoglio per la propria identità classico-giudaico-cristiana e il rispetto di sé stesso.

La ritrovata autostima consentirà all'Occidente di guadagnarsi, anche con le armi se assolutamente necessario, il rispetto dei nemici islamici. Questo rispetto potrà forse creare i presupposti per l'apertura di spiragli di vero dialogo con l'islam, invece di esplicite dichiarazioni di dhimmitudine nei negoziati anche interreligiosi, che rischiano di generare maggiore aggressività e violenza verso i cristiani in Medio Oriente e in Africa al venir meno della protezione garantita dai regimi dittatoriali filo-occidentali in via di dissoluzione.
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Re: Colonizzazione e decolonizzazione

Messaggioda Berto » dom mar 18, 2018 6:58 am

Il fardello e le colpe dell'uomo bianco
Vittorio Guillot, 16 febbraio 2015

http://www.algheroeco.com/il-fardello-e ... omo-bianco

Dopo aver sentito i sanguinari proclami dell’Isis penso che sia concreta la minaccia di una invasione dell’Europa da parte degli islamici. Del resto Boumedienne, presidente dell’Algeria, circa 50 anni fa, disse che gli arabi ed i musulmani, essendo poligami e molto più prolifici degli europei, avrebbero invaso l’Europa con l’immigrazione più o meno pacifica.

D’altra parte la pressione arabo-musulmana verso l’Europa è stata costante fin dall’alto Medioevo e fu fermata solo nel cuore della Francia, a Poitiers, nell’ 8° secolo mentre i turchi nel 17° secolo, furono sconfitti addirittura a Vienna. Ricordo che anche la Sicilia e, per un breve periodo, parte della Sardegna, furono invase dagli arabi e che solo nel 1830 l’occupazione colonialista dell’Algeria da parte della Francia pose fine alle incursioni dei pirati barbareschi lungo tutte le coste del Mediterraneo.

Comunque non esito ad affermare che anche i ‘bianchi’, nei luoghi che conquistarono, compirono molti genocidi degni del peggiore nazismo e terribili crimini contro l’umanità simili a quelli comunisti. Il generale USA Sherman, per esempio, diceva che ‘l’indiano buono è l’indiano morto’. I suoi connazionali lo presero in parola, deportarono i nativi americani, li rinchiusero in lager chiamati riserve, li sterminarono e gli portano via le terre. Lo stesso fecero gli inglesi con gli aborigeni australiani, che utilizzarono persino per sperimentare gli effetti di certi proiettili sui corpi umani. Gli stessi inglesi , con la guerra dell’oppio, imposero alla Cina la liberalizzazione dell’uso di quella droga che rincoglioniva grandi parti della popolazione. Gli spagnoli, dal canto loro, sterminarono gli incas, i maya e gli atzechi etc.

Tutte le potenze marinare europea, poi, praticarono lo schiavismo in danno dei negri con una tale ‘non chalance’ che persino il paladino dell’illuminismo, dei diritti dell’uomo e della tolleranza, Voltaire, fu azionista di una compagnia di negrieri, Mi ricorda certi compagni comunisti, stracarichi di soldi, che vestono maglioni di cachemire, esibiscono orologi Rolex o possiedono mega yachts.

Malgrado le responsabilità dei bianchi, il solo fatto di essere ‘bianco’ non mi fa, però, soffrire di alcun complesso di colpa. Ciò mi capita forse perché, come italiano, appartengo ad un popolo meno responsabile di altri per quelle stragi? Qualcosa di odioso, comunque, lo abbiamo commesso anche noi con le rappresaglie indiscriminate compiute in Libia contro i ribelli ed i Abissinia, dove furono uccisi migliaia di innocenti in seguito all’attentato al gen. Graziani e centinaia di preti copti furono sbrigativamente fatti fuori a Debra Libanos .Èanche vero che in Africa lasciammo case, strade, porti, scuole , ospedali, ferrovie , alberghi e cinematografi e terreni irrigui e bonificati. Posso assicurare che in Eritrea, a Massaua, i vecchi ricordano con piacere la colonizzazione italiana mentre detestano il periodo in cui furono governati dagli inglesi e,ancor peggio, dagli abissini. Sono queste le ragioni per cui non mi sento oppresso da sensi di colpa? Forse si.

Sopratutto, però, ciò mi capita capita perché tutto ciò che i popoli del terzo mondo hanno di moderno e di avanzato scientificamente e tecnologicamente gli è arrivato dai bianchi. In Australia ed in America, dove pure si era sviluppata una civiltà notevolissima, non conoscevano neppure la ruota. Non dimentichiamo neanche che neppure quei popoli, già da prima dell’arrivo dei bianchi, non erano costituiti da tenere mammole. Infatti si sterminavano e mangiavano reciprocamente, facevano sacrifici umani con migliaia di prigionieri a cui, spesso, strappavano il cuore quando erano ancora vivi. Praticavano anche la schiavitù. Addirittura i maggiori collaboratori dei negrieri bianchi furono le tribù africane avversarie ed i predoni arabi. La schiavitù, anzi, ad un certo punto della storia, fu abolita proprio dai bianchi e sopravvisse nei territori che non erano caduti sotto la loro influenza (es.Arabia ed Etiopia).i Gli stessi arabi , i mongoli ed i turchi nelle loro guerre di conquista sterminavano i popoli che gli si paravano davanti e distruggevano tutto ciò che c’era da distruggere. È falso attribuire i saccheggi ed i genocidi solo ai crociati.

Oggi la miseria del terzo mondo è dovuta ad una molteplicità di fattori. Indubbiamente c’è una grossa responsabilità dello sfruttamento del capitalismo mutinazionale . Ci sono, però, responsabilità non certo minori dei tiranni e delle corrotte classi dirigenti indigene . Ci furono anche responsabilità dell’imperialismo sovietico, che appoggiò dittatori feroci come Gheddafi, Idi Amin Dada, i tiranni di Sudan ed Abissinia ed altri . Oggi anche la Cina appoggia i dittatori che le fanno comodo. Ci sono pure grandi responsabilità delle masse popolari stessi popoli che si abbandonano a conflitti etnici e religiosi accompagnati da stragi spaventose.Ricordo quelle del Ruanda e quelle , recenti, della Nigeria. Concludo che, a mio, avviso, le colpe dei mali del mondo non ricadono solo sui bianchi ma sono equamente ripartite tra tutti i popoli del pianeta. Perciò rifiuto il manicheismo dei terzomondisti di casa nostra e, in quanto bianco, non mi sento peggiore né dei negri né dei gialli né dei grigi né dei rossi di pelle . Piuttosto mi sento uguale a loro.
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Re: Colonizzazione e decolonizzazione

Messaggioda Berto » dom mar 18, 2018 7:06 am

Liberiamo l'Europa dai sensi di colpa, dai miti e dai pregiudizi
viewtopic.php?f=92&t=2669



È sempre colpa dell’uomo bianco?
Il dolorismo è la nuova religione di un occidente (e una chiesa) vittima del senso di colpa. E anche i laici balbettano omelie ecclesiali, felici di sottomettersi ai barbari
di Pascal Bruckner | 07 Agosto 2016

http://www.ilfoglio.it/chiesa/2016/08/0 ... e_c391.htm

L’odio di sé avanza in tutto l’occidente sotto attacco. Ripubblichiamo alcuni stralci del libro dell’intellettuale francese Pascal Bruckner “Il singhiozzo dell’uomo bianco”, pubblicato nel 1984 (Guanda). Istruzioni per l’uso contro le nuove prosternazioni.

A priori pesa su tutto l’occidente una presunzione di delitto. Noi europei siamo stati allevati nell’odio di noi stessi, nella certezza che vi fosse, in seno al nostro mondo, un male congenito che reclamava vendetta senza speranza di remissione. Questo male può riassumersi in due parole, il colonialismo e l’imperialismo, e in poche cifre: le decine di milioni di indiani eliminati dai conquistadores, i duecento milioni di africani deportati o scomparsi nel traffico degli schiavi, infine i milioni di asiatici, di arabi, di africani uccisi durante le guerre coloniali e poi nelle guerre di liberazione. Schiacciati sotto il peso di questi ricordi infamanti, siamo stati indotti a considerare la nostra civiltà come la peggiore, mentre i nostri padri si sono creduti i migliori. Nascere dopo la Seconda guerra mondiale, significava acquisire la certezza di appartenere alla feccia dell’umanità, a un ambiente esecrabile che, da secoli, in nome di una pretesa avventura spirituale, opprime la quasi totalità del globo. Un continente che non finiva mai di parlare dell’uomo mentre lo massacrava in tutti gli angoli del pianeta, un continente basato sul saccheggio e sulla negazione della vita, meritava soltanto d’essere a sua volta calpestato. Il mondo intero accusa l’occidente, e molti occidentali partecipano a questa campagna: la nostra responsabilità viene affermata con indignazione, con disprezzo. Nessun discorso sul Terzo mondo può concludersi o cominciare senza che riecheggi questo leitmotiv: l’uomo bianco è malvagio.

Che cosa ci rimane, a noi figli e nipoti dei barbari che hanno depredato terra e mare? Fare sempre e dappertutto il nostro atto di contrizione. “Ciascuno di noi è colpevole davanti a tutti, per tutto e dappertutto, e io più degli altri” (Dostoevskij), tale è la nostra più intima convinzione. Il sangue versato ricade su di noi e nulla, ci sembra, può riscattare l’infamia commessa, nessun compenso ristabilire l’equilibrio rotto dall’offesa coloniale. Tutti i nostri titoli di gloria, secoli di sforzi, di calcoli, di perfezionamenti, di imprese, di eroismo, che avevano fatto regnare una certa forma di saggezza umana, sono stati spazzati via, ridotti a zero: sapere che questa fioritura artistica o tecnica era legata a una egual dose d’ignominia, ci ha scoraggiati dall’accettarla o dal riprenderla. Così la svalutazione del messaggio europeo è diventata un codice comune a tutta l’intellighenzia di sinistra dopo la guerra, proprio come l’odio del borghese è stato in Europa, dopo il 1917, un autentico passaporto intellettuale, quando nessun articolo poteva giustificarsi senza un’invocazione rituale al proletariato messianico e un ostentato disgusto per i possidenti. L’indipendenza delle antiche colonie ci lascia tuttavia una possibilità di riscatto: impegnarci a fianco dei popoli in lotta, aiutare sempre e dappertutto il sud a distruggere il vitello d’oro occidentale.

Così la nascita del Terzo mondo come forza politica ha generato una nuova categoria: il militantismo espiatorio. In che modo l’odio di sé sia divenuto il dogma centrale della nostra cultura, è un enigma di cui la storia d’Europa è feconda. E’ strano infatti che nel secolo dell’ateismo militante, pensatori agnostici che hanno aguzzato il loro ingegno nella lotta contro le chiese e le loro dottrine ci abbiano riconciliati d’altra parte con la nozione che è alla base stessa del cristianesimo: il peccato originale. Mentre nei costumi e nel pensiero si verificava un formidabile rivolgimento dei valori – il rifiuto delle immagini di autorità, lo smantellamento degli idoli e dei tabù – , la morte di Dio e del Padre si univa – Sartre ne è l’esempio magistrale – a un rafforzamento della cattiva coscienza, come se una società che aveva eliminato perfino l’idea del peccato preparasse la via regia al senso di una colpevolezza generale. Il quale costituisce il prezzo da pagare per appartenere all’Europa vittoriosa, che per un momento ha trionfato sul resto del mondo. Perché la politica moderna ha cessato senza dubbio d’ispirarsi al cristianesimo, ma le sue passioni sono quelle del cristianesimo. Viviamo in un universo politico impregnato di religiosità, ebbro di martirologia, affascinato dalla sofferenza, e i discorsi più laici sono, quasi sempre, soltanto la ripresa o il balbettamento in tono minore delle omelie ecclesiali. Che una tale brama di “dolorismo”, che un tal gusto per la figura dell’oppresso in genere possano coesistere con un anticlericalismo ancora virulento non è, quindi, che un paradosso secondario

Il terzomondismo accredita una visione manichea, la quale vorrebbe che il peccato degli uni testimoniasse indefinitamente a favore della grazia e della virtù degli altri. La povertà spirituale di certi movimenti di liberazione, gli slogan più sommari dei loro capi sono quindi gonfiati a dismisura come altrettante parole del Vangelo, mentre il rigore intellettuale, la logica, l’educazione, monopolio dei paesi ricchi, sono respinti come diabolici stratagemmi dell’imperialismo. Le più insignificanti insurrezioni, le più trascurabili rivolte contadine, hanno diritto a una risonanza enorme, sproporzionata in rapporto alla loro importanza reale; si santifica l’ignoranza, il settarismo dei capibanda tropicali, si glorifica la marcia degli splendidi asiatici chiamati a distruggere la civiltà europea, insomma le più grandi follie sono portate alle stelle da alcuni spiriti eletti, ben felici di sottomettersi a un’autorità primitiva, di prosternarsi “davanti allo splendore d’una sana barbarie. Secondo questo principio, tutto ciò che innalza, loda, celebra l’occidente è sospettato delle peggiori infamie; in compenso, la modestia, l’umiltà, il gusto dell’autodistruzione, ciò che può spingere gli europei a eclissarsi, a rientrare nei ranghi, è onorato, salutato come altamente progressista. La regola aurea di questo masochismo è semplice: ciò che viene da noi è cattivo, ciò che viene da altri è perfetto. Insomma, si concede sistematicamente un premio di eccellenza agli ex colonizzati. Ama i tuoi nemici: mai la nostra epoca miscredente, negli anni Settanta, ha seguito così fedelmente la parola del Cristo.

La religione della simpatia compassionevole che dimostriamo a gara verso tutto ciò che vive, soffre e sente, dal contadino del Sahel al cucciolo di foca, passando per il prigioniero di Amnesty International e gli animali da pelliccia, scuoiati per scaldare le spalle delle nostre elegantone. L’esaltazione degli istinti di benevolenza, “oralità istintiva che non ha cervello ma sembra esser composta solo da un cuore e da mani soccorrevoli” (Nietzsche), queste lodi cantate giorno e notte dai media, dalla stampa, dagli uomini politici, dalle personalità letterarie o artistiche, affondano direttamente le loro radici nel cristianesimo più imbastardito. Questa religione per afflitti dice che bisogna patire la vita come una malattia. Finché ci saranno uomini che rantolano, bambini che soffrono la fame, finché le prigioni saranno piene, nessuno avrà il diritto di essere felice. Si tratta di un imperativo categorico che c’impone il dovere di amare l’uomo impersonale, e, di preferenza, l’uomo lontano. Proprio come Gesù diceva che i poveri sono i nostri maestri, i terzomondisti fanno della miseria dei paesi meridionali una virtù da prendere a modello. Si amano i tropici per le loro pecche e le loro lacune, la carestia e il male sono al tempo stesso sottilmente combattuti e valorizzati; è un’ambiguità temibile da cui la chiesa cattolica non è mai uscita, ma che contamina allo stesso modo tutte le organizzazioni assistenziali nel Terzo mondo.

Come non sentirsi giudicati sul metro di un martirologio sublime, non sentirsi ignobili e nocivi di fronte a questo grande tribunale della tragedia, che celebra i suoi fasti nell’angusto perimetro dell’apparecchio televisivo o della colonna di giornale? Un Golgotha di sofferenze ci contempla, noi siamo i complici diretti di un sistema economico che saccheggia le risorse dei più sprovveduti. Davanti a questi crimini, ogni spettatore deve dirsi: “Goebbels, sono io!”. Per convincere i cuori reticenti, i media non indietreggeranno davanti a nulla: all’enormità dell’accusa – siete peggio dei nazisti! – si aggiunge l’enormità di quanto viene mostrato. Nessun pudore trattiene la cinepresa; l’orrore non tollera censura, ogni immagine deve avere la sconvenienza di un limite varcato nell’angoscia. Si fa appello all’inaudito, al mai visto, e anzi ve ne fanno vedere anche un po’ di più. Carestie, inondazioni, terremoti vengono riprodotti all’istante per le cineprese: catastrofi fissate su Polaroid. Una catena ininterrotta di immagini va da quelli che mettono in scena la morte degli altri al pubblico del mondo intero, e questa catena dà a tutti il diritto di vedere tutto. Ma favorendo una soltanto delle nostre pulsioni: il voyeurismo. E poiché ci si immagina che, per scuotere gli animi, occorre uno spettacolo sempre più crudo, si aprono all’avidità dello sguardo territori in cui nessuno era penetrato, si punta l’obiettivo su mutilazioni, torture, malattie ancora inedite sullo schermo. La semplice vista di bambini dal ventre gonfio non vi basta? Vi mostreranno questi stessi bambini ridotti a scheletri. Ancora nessuna reazione? Eccoli ridotti a un mucchietto d’ossa e di pelle. Ecco sangue, ferite, ulcere purulente, croste di pus, viscere traboccanti, organi strappati…

Solo la dismisura è in grado di commuovere il pubblico e di interessarlo a questi problemi. E se l’apatia persiste, vuol dire che, così si crede, le immagini non sono abbastanza spettacolari: quindi non vi saranno limiti all’asta degli orrori. Così si produce l’inevitabile perversione dello sguardo: prendiamo gusto al gioco, ne vogliamo sempre di più, la nostra soglia di tolleranza non cessa di aumentare; non chiediamo più di essere commossi, ma sorpresi: ogni volta ci occorre qualcosa di più piccante nell’abiezione. Il valore d’urto di un’informazione è indipendente dalla verità dei suoi termini. L’improbabile, l’enorme saranno considerati sempre meglio del verosimile. Conta solo l’impatto e non l’influenza. Non ci preoccupiamo più di sapere se quelle foto riguardano esseri reali, le vogliamo soltanto più speziate. E vinca la peggiore.

Nella storia biblica della cacciata dal paradiso terrestre, c’erano quattro personaggi: l’uomo tentato, la femmina tentatrice, l’animale tentatore e la cosa tentante. Più due mediazioni: dal serpente alla donna, poi dalla donna ambasciatrice del peccato all’uomo. Storia semplice, rispetto ai molteplici travestimenti che l’occidente utilizza per circuire e sedurre il casto Terzo mondo: il male europeo è multiforme, di volta in volta pornografia, rock, gadget, jeans, droghe, bevande gassate, tecnologia, turismo, denaro: Satana è legione, ha cento maschere, cento travestimenti per sedurre l’oasi primaverile. Da qui la sfumatura d’indefinibile rimpianto con cui accogliamo la normalissima maturazione delle nazioni che entrano nel ciclo delle prove d’iniziazione alla vita politica; da qui anche la nostra collera contro il sacrilego corruttore, il mondo industrializzato, che affretta l’evoluzione smaliziando prematuramente l’umanità innocente.

Così, per spiegare i disastri, la repressione, la corruzione, il nepotismo, la stagnazione che imperversano nell’emisfero sud, si ricorre a questo concetto magico fra tutti: il neo colonialismo. Poiché l’Europa ha lasciato i suoi possedimenti solo per installarvisi meglio, tocca a lei assumersi gli errori e gli sbagli che vi si commettono. Mirabile cortocircuito: di nuovo, il presente non è che un duplicato del passato, e l’antica invettiva può avere libero corso: nelle prigioni iraniane, siriane, algerine si pratica la tortura? E perché i loro agenti “sono gli allievi dei nostri poliziotti” (Claude Bourdet). Lo sciismo s’irrigidisce in un fondamentalismo oscurantista? E’ perché “le ‘soluzioni’ dell’occidente hanno fatto fallimento” e condannano certi paesi all’integralismo (Roger Garaudy). La miseria avanza a grandi passi: naturalmente, a causa delle multinazionali e del loro svergognato saccheggio. Sempre per spiegare l’analfabetismo, le epidemie, le guerre, la decadenza del tenore di vita, il dispotismo dei nuovi padri del popolo, si invocano i colonialisti francesi, gli imperialisti americani, i dominatori inglesi, gli affaristi olandesi, tedeschi o svizzeri, perché in tutto il globo ci sono soltanto due tipi di paesi: i “paesi malati” e i “paesi ingannati” (Roger Garaudy). Insomma, invece di tener conto dei fatti, di cercare le cause determinanti, si prediligono le cause remote che esonerano da ogni responsabilità gli stati tropicali: istigatore universale, il neocolonialismo diventa così il mezzo per accantonare in perpetuo i veri problemi.

Laggiù, in Francia, nello stesso momento in cui innaffiavate le piante o sorseggiavate un caffè, la televisione vi mostrava bambini dilaniati dalle mine, oppositori politici torturati, profughi ammassati sulle giunche che affondavano con tutti i loro beni, vittime di una tempesta o dei pirati che li colavano a picco dopo averli taglieggiati. Potevate credere che fosse una finzione, e bastava premere un bottone per far cessare quelle scene d’incubo. Ma qui, la miseria impregna i muri, l’aria che si respira, l’orizzonte che si abbraccia, forma la sostanza stessa della città. Gli alberghi più lussuosi, le ville meglio custodite sono cittadelle dotate di un privilegio transitorio, circondate dalla sporcizia e dall’infelicità. E, ogni momento, vi aspettate di vedere la porta della vostra camera aprirsi per lasciar passare una teoria di sciancati, di straccioni famelici, di donne miserabili, pronti a occupare lo spazio che la vostra prosperità vi attribuisce indebitamente.
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Re: Colonizzazione e decolonizzazione

Messaggioda Berto » dom mar 18, 2018 9:31 am

All'area arabo islamica del nazismo maomettano d'Africa e d'Asia, noi europei, occidentali e cristiani non dobbiamo nulla, anzi
viewtopic.php?f=188&t=2674


I maomettani o mussulmani o islamici non sono vittime dei cristiani, degli ebrei e del mondo occidentale, sono sempre stati carnefici, da Maometto in poi per 1400 anni sino ai nostri giorni dove tutti possiamo sperimentare di persona la loro natura violenta e criminale e la disumanità della loro ideologia, prassi e culto politico religioso.
Maometto è stato il primo criminale islamico, persecutore e sterminatore di tutte le comunità umane e di ogni uomo diversamente religioso, pensante e politicamente indipendente.
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Re: Colonizzazione e decolonizzazione

Messaggioda Berto » dom mar 18, 2018 11:53 am

Ecco alcuni esempi demenziali della demonizzazione dell'occidente, dell'Europa e dei bianchi per paralizzarli e costringerli a subire l'invasione e ad accogliere chichessia dall'Asia e dall'Africa

Il rimorso dell’occidente - Il Foglio
di Mattia Ferraresi
2015/07/20

https://www.ilfoglio.it/gli-inserti-del ... ente-85880

I migranti li abbiamo caricati noi sui barconi. Metaforicamente, ma nemmeno poi troppo. Il terrorismo islamico è colpa nostra, sia che propendiamo per lo schema interpretativo coloniale, sia che preferiamo quello dell’élite finanziaria senza volto che affama i popoli e scatena rivolte.
Sempre di una nostra creatura si tratta. Le diseguaglianze economiche sono colpa nostra, e così il collasso finanziario, la stagnazione, la povertà africana, la crisi della classe media, la perdita dei valori, l’attaccamento fanatico ai valori.

L’anarchia della Libia è colpa del nostro intervento militare, ma anche il regime di Gheddafi era il prodotto di nostri errori. L’Iran vuole dotarsi di armi nucleari – un accordo non basta certo a piegare la volontà suprema della Guida Suprema – non perché è guidato da teocrati apocalittici e antisemiti, ma per la politica estera americana, che ha alternativamente sostenuto e oppresso il fiero popolo persiano nel corso dei decenni. Vogliamo parlare di Saddam Hussein e dello Stato islamico? Di Bin Laden addestrato dalla Cia? Dell’11 settembre organizzato da Bush? Per sporgersi sull’oceano nero delle teorie del complotto servono buone dosi di dramamina o un’infinita nostalgia degli anni Zero, ma la premessa che dà sostanza psicologica al complotto è sempre più interessante del complotto stesso. E dietro a ogni tesi sull’inside job, così come ai sit-in contro il Bilderberg e la Trilateral, dietro a ogni protesta contro la Monsanto si staglia l’onnipresente sagoma del senso di colpa. Senza i segni di una colpa pregressa, una macchia che affligge, complottare contro se stessi è molto più difficile. Pure il destino mesto della Grecia è colpa nostra, e per nostra s’intende dell’Europa, ovvero della Germania, che di sensi di colpa ne sa qualcosa ma in questo caso – eccezione – gira alla larga dalla liturgia dell’autoaccusa riproponendo un’aria a sfondo luterano come un disco rotto: il debito, la Schuld, la colpa, è tutta di voi greci pigri e inefficienti. Siete voi che dovete pagare, espiare. La primavera araba è stata scatenata dalla politica monetaria della Federal Reserve, e poi l’occidente ha mollato le piazze al loro tirannico destino, così che già ribolle un nuovo pentolone ricolmo di senso di colpa. Dannati noi che abbiamo perso l’occasione di soccorrere i popoli che noi stessi abbiamo oppresso. Qualcuno, sfidando il consenso liberale sulle relazioni internazionali e abbracciando la scuola realista, dice che perfino l’aggressività di Vladimir Putin, che invade e annette territori a piacere e fa spallucce quando la comunità internazionale gliene chiede timidamente conto, è in realtà un altro pezzo della colpa occidentale. Chi, se non l’occidente imperialista, dopo il collasso dell’Unione sovietica si è spinto sempre più a est con la Coca-Cola in una mano e un modulo di adesione alla Nato nell’altra? Chi ha creduto di poter tramutare con l’imposizione delle mani l’Europa orientale in una dependance atlantica? Il prezzo di questo gaio espansionismo è che la Russia si è sentita minacciata, ed eccoci qui ora a dire quanto è autoritario e ottocentesco questo leader. In realtà lui è il difensore e noi gli aggressori.

Esiste in occidente un noto senso di colpa radicato nel passato coloniale, rilanciato poi con l’Olocausto e pure con la dominazione globale del Secondo dopoguerra. È quel complesso che ha trasformato il fardello dell’uomo bianco nel suo singhiozzo, per dirla con l’intellettuale francese Pascal Bruckner, che nel 1984 ha scritto la prima di una serie di riflessioni sul senso di colpa dell’occidente. In America il complesso originato dal colonialismo è stato sostituito dalla “white guilt” per la tragica epopea della schiavitù e della segregazione, storia mai del tutto sepolta e incredibilmente attuale nelle cronache, da Ferguson a Baltimore fino a New York e in decine di altre città. Probabilmente la reazione pubblica e politica alla strage di Charleston in cui un ragazzo bianco ha ucciso nove afroamericani in una chiesa locale è il caso più esplicito in questo senso. Non soltanto l’America ha reagito con orrore di fronte alla feccia da supremazia bianca di cui la mente dei Dylann Roof era imbevuta, ma ha sentito l’esigenza di un rito di espiazione collettivo di uno dei simboli che il ragazzo farneticante teneva fra le mani in alcune fotografie: la bandiera confederata (che poi è in realtà la bandiera dell’esercito della Virginia, ma comunque esprime l’orgoglio del sud schiavista). Non c’è stato il tempo né lo spazio per dibattere, fare distinzioni, per avventurarsi nella separazione fra il simbolo culturale, quello che gli scanzonati fratelli Duke della serie “Hazzard” avevano fatto aerografare sul tettuccio del Generale Lee, e il marchio infame della schiavitù; non si è nemmeno provato a formulare un argomento di questo genere: forse la colpa è più del pazzo omicida che della bandiera che tiene in mano, variazione sul tema “people kill people” caro ai difensori del Secondo emendamento. Anche loro, anzi specialmente loro, erano fra i più zelanti avvocati della rimozione del simbolo della colpa, come se anche loro stessi avessero avuto un ruolo nella creazione del mostro razzista che ha sparso morte a Charleston. Una specie di mandante morale collettivo. Può darsi anche che la distinzione non abbia cittadinanza nella regno delle cose reali e chi la propone sia in realtà un razzista che fa dei sofismi capziosi, come l’intera famiglia Duke del succitato telefilm di culto, ma il senso di colpa latente ha tagliato la questione prima del nodo, e la bandiera è stata rimossa fisicamente dagli spazi pubblici e dagli store, specchio della rimozione psicologica dalla coscienza che va costantemente candeggiata, ché lo sporco ritorna sempre su. Dopo la strage è stato un pullulare di statistiche che ricordano come la prima causa di morti per mano di terroristi in America – e in tutto l’occidente – sia la supremazia bianca, altro che il Califfato. La bandiera della Rhodesia invece non è stata ripudiata, nonostante comparisse anche lei nelle fotografie incriminate dello stragista, ma quel vessillo evoca le colpe della madrepatria britannica, toccherà ad altri contrirsi ed espiare.

L’idea della società americana fondata sulla colpa è antica, e la formulazione più affermata si trova nel “Crisantemo e la spada” di Ruth Benedict, dove però l’antropologa proponeva l’occidente come un consesso di sfumature, non un monolite della colpa. La società britannica era basata sulla vergogna, così come quella di alcuni paesi cristianizzati ma eredi di civiltà precristiane molto radicate, ad esempio il Messico; gli Stati Uniti puritani erano invece l’archetipo della cultura della colpa, con la tipica tendenza a internalizzare la colpa finché una punizione o il perdono non ristabilisce l’ordine morale violato. Nell’idea di Benedict la colpa è un fiume carsico, scorre nei sotterranei dell’inconscio per poi affiorare quando alcune circostanze specifiche scatenano le forze della colpa in superficie. E’ così che il rituale della messa al bando della bandiera confederata, con processo politico per direttissima e severa cerimonia militare, assume un valore catartico.

Sembra però che la frammentazione del mondo, l’incapacità di risolvere o spiegare gli scenari secondo formule sintetiche, abbia lasciato enormi spazi di manovra al senso di colpa occidentale per espandersi, aggrappandosi a qualunque cosa. Con il tipico discettare tranchant, Bruckner nel suo “La tirannia della penitenza” suggerisce addirittura che il senso di colpa è la caratteristica fondamentale della sensibilità occidentale, il suo tratto antroplogico-morale dominante: “Niente è più occidentale dell’odio per l’occidente”. E ancora: “L’occidente è come un carceriere che ti mette in prigione e poi ti passa fra le sbarre la chiave per evadere”. Quando un qualunque regime autoritario bolla l’imperialismo americano ed europeo come il massimo dell’ipocrisia perché combatte a parole l’oppressione dei popoli mentre la alimenta nei fatti, tocca un fascio nervoso estremamente sensibile della coscienza occidentale. Le scuole di pensiero si spaccano a proposito dell’origine di questo ricatto assurto a dimensione dell’essere: è alternativamente colpa (appunto) del cattolicesimo nella sua versione agostiniana, del moralismo protestante, oppure della modernità secolarizzata che si credeva onnipotente e si è scoperta violenta e non particolarmente illuminata. Anche gli eventi che portano il segno di responsabilità extraoccidentali precise sono comunque psicologicamente ricondotti a qualche malefatta pregressa. Un generico e vago senso che il terrorismo islamico nasca dalle angherie subite dai popoli colonizzati resiste, anche per i terroristi che vengono da paesi mai occupati, anche per i popoli mai stritolati dal calcagno dell’uomo bianco. In questi casi si sfoggia l’argomento della dominazione indiretta: non c’erano le truppe in abiti coloniali a dettare legge, ma c’era una sfera d’influenza, un giogo diffuso fatto di condizionamenti, controllo dei processi economici, dei commerci, un soggiogamento materiale messo in atto con tecniche occulte e tenuto insieme con filamenti invisibili. A ben vedere, il movimento no global non combatteva che questa maligna capacità di controllo occidentalista estesa al globo intero, tramite i grandi poteri finanziari e le multinazionali affiliate. Non è un caso che quella stagione antisistema fosse strettamente imparentata con l’ideologia ambientalista, fondata sulla madre di tutte le colpe, la progressiva distruzione del pianeta. Che si collochi il pianeta nell’orizzonte della creazione intelligente o della meravigliosa casualità, l’uomo può egualmente autoaccusarsi di contribuire costantemente alla distruzione del bene più prezioso. L’ambientalismo rigoroso e ateo, non francescano né benedettino né giovanpaolino, arriva fino a concludere che l’uomo non è che un ignobile parassita. Il maschio occidentale, che si crede l’uomo per eccellenza, è per definizione più parassita e malvagio del coltivatore di caffè alle pendici delle Ande che vende la merce ai mercatini equosolidali, ma nella sublimazione verde del senso di colpa il vero e unico imputato è il genere umano. Generalizzare di più non si può.

Ci sono frotte di scienziati, climatologi, antropologi, biologi e tuttologi che prefigurano l’apocalisse per mano d’uomo. È uno schema antropologico che rovescia la figura del buon selvaggio, opponendo quella del cattivo civilizzato, ma ci si muove pur sempre nel perimetro dell’antropocentrismo: buon amministratore del creato o malvagio distruttore, la figura umana è comunque titanicamente al centro della scena cosmica, si tratta solo di stabilire se il canovaccio che interpreta è una commedia o una tragedia. Anche il senso di colpa come lente attraverso cui leggere qualunque fenomeno sociale, politico, ambientale può essere collocato nell’alveo di una modernità in cui l’uomo è l’alfa e l’omega. Così l’imputato è allo stesso tempo pubblico ministero e giudice, e a guardar bene la sentenza di colpevolezza è già stata scritta prima di andare a processo. Il filosofo australiano Thom Van Dooren nel suo recente libro “Flight Ways, Life and Loss at the Edge of Extinction” sostiene che il genere umano sta lavorando attivamente alla sua stessa estinzione, e questo avviene perché “anziché pensare a noi stessi come a degli animali, abbiamo una lunga tradizione che ci porta a considerarci gli unici esseri dotati di anima immortale o come delle creature a sé, per la nostra razionalità, per la nostra abilità nel manipolare e dominare il mondo”. La terra ha conosciuto cataclismi ed estinzioni di massa, ma i dinosauri non si sono autodistrutti emettendo anidride carbonica, mentre l’estinzione umana che Van Dooren prefigura in modo apodittico “è un’estinzione antropogenica, di origine umana. La causa principale sono gli uomini”. Biologi, geologi e scienziati di ogni risma si affannano da decenni per definire e perimetrare l’antropocene, l’epoca della vita della terra la cui caratteristica prevalente è l’influenza umana. Qualche mese fa un team di ricercatori chiamato Anthropocene Working Group ha proposto il 16 luglio 1945 come data di inizio dell’antropocene: è il giorno in cui l’uomo ha testato per la prima volta una bomba nucleare, e la scelta suggerisce piuttosto chiaramente il legame fra antropocentrismo moderno e senso di colpa occidentale. È con un’esibizione della sua tremenda capacità distruttiva che inizia l’era della malvagia dominazione dell’uomo sul pianeta. Un articolo apparso su Nature propone invece contorni più vaghi, sostenendo che l’inizio dell’antropocene potrebbe esser collocato nel 1610 così come nel 1964, comunque all’interno dei confini di una modernità che ha messo l’uomo su un piedistallo. Il crollo delle fantasie positiviste di dominazione illuminata di ciò che esiste non ha buttato giù l’uomo dal piedistallo, semplicemente lo ha sostituito con un piedistallo di un metallo molto meno pregiato. Il podio del vincitore s’è trasformato nello sgabello che viene tolto sotto i piedi dell’impiccato. Da quel disperato punto di osservazione l’uomo, in particolare l’uomo occidentale, guarda il mondo in tutte le sue sfaccettature, dal riscaldamento globale allo Stato islamico, e pensa una sola cosa: me lo merito.



Papa Bergoglio contro le ingiustizie: «Le ricchezze mondiali in mano solo a un gruppetto di persone»
Martedì 21 Febbraio 2017
di Franca Giansoldati

http://www.ilmessaggero.it/primopiano/v ... 73109.html

Per certi versi sembra un manifesto venato di socialismo, per certi altri un appello terzomondista. Papa Bergoglio al VI forum internazionale sulle migrazioni e la pace torna a puntare il dito contro le grandi multinazionali che sfruttano il Sud del mondo e contro la finanza internazionale che determina enormi speculazioni, con il risultato che le ricchezze si concentrano sempre in poche mani. "Non può un gruppetto di individui controllare le risorse di mezzo mondo. Non possono persone e popoli interi aver diritto a raccogliere solo le briciole”. Questo divario è alla base di tanti squilibri. “Manca la giustizia redistributiva”.

Papa Francesco spiega ai suoi ospiti ricevuti in Vaticano ciò che in passato ha ampiamente esposto nelle sue encicliche. “Anzitutto il dovere di giustizia. Non sono più sostenibili le inaccettabili disuguaglianze economiche, che impediscono di mettere in pratica il principio della destinazione universale dei beni della terra”. Denuncia poi il divario tra chi ha troppo e chi non ha nulla. Una forbice che tende ad allargarsi sempre di più. “Nessuno può sentirsi tranquillo e dispensato dagli imperativi morali che derivano dalla corresponsabilità nella gestione del pianeta, una corresponsabilità più volte ribadita dalla comunità politica internazionale, come pure dal Magistero". Il sistema economico e sociale nel suo complesso andrebbe corretto, “un dovere di civiltà”, dice.
Non si tratta solo di cancellare forme di colonialismo, o di egemonia, ma di portare avanti “una riparazione. A tutto ciò bisogna riparare”.

Francesco insiste sul fatto che “siamo tutti chiamati a intraprendere processi di condivisione rispettosa, responsabile e ispirata ai dettami della giustizia distributiva". Naturalmente nel corso dell’incontro ha affrontato il fenomeno migratorio, un tema sul quale il Papa richiama tutti gli Stati “al dovere di civiltà”. Difende la scelta politica dei corridoi umanitari “accessibili e sicuri”, le politiche legate all’integrazione degli stranieri, evitando “le pericolose ghettizzazioni”. Il rispetto dei migranti, però, inizia dalla comunità di origine. E insiste: "Ogni migrante ha diritto a emigrare, ma anche il diritto a non dovere emigrare, a non essere costretto dalla fame e dalla miseria a un avvenire altrove". Infine non manca di denunciare la deriva populista. "Di fronte a questa indole del rifiuto, radicata in ultima analisi nell’egoismo e amplificata da demagogie populistiche, urge un cambio di atteggiamento, per superare l’indifferenza e anteporre ai timori un generoso atteggiamento di accoglienza verso coloro che bussano alle nostre porte".
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Re: Colonizzazione e decolonizzazione

Messaggioda Berto » dom mar 18, 2018 11:53 am

Il terzomondismo cattocomunista antieuropeo
Questi aiutanti e sostenitori dell'Africa vorrebbero veder morire gli europei e l'Europa: secondo loro noi dovremmo importare dall'Africa senza esportare



EPA: benedizione o condanna? I nuovi accordi economici tra Africa ed Europa
http://africaeuropa.it/2014/10/30/epa-b ... -ed-europa

Possono tre semplici lettere cambiare il volto delle relazioni tra Africa ed Europa?

La risposta è sì, se le lettere in questione – e, p, a – unite vanno a forma l’acronimo inglese EPA, che sta ad indicare i nuovi Accordi di partenariato economico siglati – al novembre 2014 – dall’Unione europea con tre differenti gruppi di Stati africani: il cosiddetto West Africa group (comprendente i 15 Paesi della Comunità economica dell’Africa occidentale più la Mauritania), il SADC-EPA group (formato da Botswana, Lesotho, Mozambico, Namibia, Sudafrica e Swaziland) e l’East African Community (Kenya, Tanzania, Uganda, Burundi e Ruanda).

Accordi che – a conclusione del lungo processo di ratifica da parte dei singoli parlamenti nazionali – andranno a ridisegnare le relazioni economiche e commerciali tra i due continenti con effetti ad oggi ancora difficili da immaginare.

Nella sostanza gli stati africani, per vedere garantito ai propri prodotti l’accesso al mercato europeo senza dazi (come avveniva fino al 1° ottobre 2014), hanno dovuto sottoscrivere una serie di nuovi accordi (gli EPAs appunto) in cui si impegnano a liberalizzare i propri mercati facilitando l’accesso ai prodotti provenienti dall’Europa attraverso la progressiva abolizione dei dazi in entrata.

Agli Stati africani sarà però consentito di mantenere alcune tasse a protezione di prodotti o settori considerati strategici.

Per rendere l’idea di quale sarà la portata dei nuovi accordi basti pensare che gli scambi commerciali tra Unione europea e Africa occidentale – nel 2013 – erano parti a 68 miliardi di euro (FONTE UE)

Nonostante le rassicurazioni dei negoziatori europei – il commissario europeo al commercio (uscente) De Gucht, ha parlato di un processo con mutui benefici e motore di un’occasione di sviluppo per l’Africa – non mancano le preoccupazioni per le possibili ricadute sulle già fragili economie africane.

We can create local wealth and jobs and Governments should support family farming more effectively, say West African farmers

La rete delle organizzazioni contadine e degli allevatori dell’Africa occidentale – riunite nel network ROPPA – ha più volte messo in guardia di fronte alle possibili ripercussioni dell’apertura dei mercati africani ai prodotti agricoli europei.

Il rischio – da loro paventato – è quello di vedere i mercati africani invasi di prodotti europei a basso costo, affossando così un settore che rappresenta la principale fonte di sostentamento per i 300 milioni di abitanti della regione.

Prezzi che – sottolineano i vertici del ROPPA – sono viziati dai sussidi che l’Ue continua a pagare ai propri agricoltori: aiuti che si tramuterebbero in forme di dumping commerciale e concorrenza sleale nei confronti dei produttori africani.

Come sottolineato dall’inchiesta “The Dark Side of the italian Tomato” che denuncia come l’esportazione di pomodoro concentrato – prodotto in Italia e coperto da sussidi – abbia negli ultimi anni invaso il mercato ghanese provocando la crisi del mercato locale e costringendo migliaia di agricoltori ad emigrare (alcuni di questi verso la stessa Italia).

Sulla questione dei sussidi bisogna però ricordare come la Commissione europea si sia impegnata – nell’ambito degli stessi Epa – a provvedere alla loro progressiva cancellazione. Resta da capire in che tempi e con quali modalità.

Vi è poi il tema delicato dei mancati introiti per le casse dei governi africani derivanti dalle tasse imposte sui prodotti di importazione. Risorse che, per molti Paesi, rappresentavano un capitolo importante dei budget nazionali.

Il dibattito è aperto e noi di africaeuropa ci sentiamo in dovere di provare ad affrontare un tema tanto complesso quando importante per il futuro di milioni di africani. Un tema che è stato snobbato e dimenticato dalla maggior parte dei media italiani, nonostante la recente scadenza del 1 ottobre 2014.

Per questo abbiamo deciso di dedicare agli EPAs una serie di post (ad iniziare dalla MINIGUIDA qui sotto) che andranno ad approfondire i vari aspetti – non solo economici, ma anche politici – dei nuovi accordi.

Questo perché crediamo che la conoscenza e l’informazione siano alla base di ogni possibile cambiamento.

Un ringraziamento speciale va all’ ECPDM (European Centre for Development Policy Management) per la mole di materiali e approfondimenti sull’argomento che mette a disposizione – gratuitamente – attraverso il proprio sito internet.




Fermiamo gli "Epa"
http://www.nigrizia.it/notizia/fermiamo-gli-epa

Difendiamo il futuro dei popoli africani dagli accordi economici che l'Europa vuole imporre. Appello rivolto alle associazioni, alle reti sociali, agli istituti missionari e a tutte le donne e gli uomini di buona volontà. Firma anche tu.

L’Unione Europea, anche a motivo della crisi economica, persegue una politica sempre più aggressiva per forzare i paesi ACP (Africa, Caraibi, Pacifico) a firmare gli EPA (Economic Partnership Agreements - Accordi di partenariato economico). Una trattativa questa durata quasi dieci anni; la Ue esige che entro il 1° ottobre 2014 gli accordi siano siglati (questo è il primo passo che precede la vera e propria firma che può avvenire anche a diversi mesi di distanza dopo la soluzione di tutti gli aspetti legali).

Le relazioni commerciali tra la Ue e i paesi ACP sono state regolate dalla Convenzione di Lomé (1975-2000) e poi di Cotonou (2000-2020) con la clausola che i prodotti ACP - prevalentemente materie prime - potessero essere esportati nei mercati europei senza essere tassati. Questo però non valeva per i prodotti europei esportati nei paesi ACP, che dovevano invece sottostare a un regime fiscale di tipo protezionistico. ???

Ora, la Ue chiede ai paesi ACP di eliminare le barriere protezionistiche in nome del libero scambio perché così richiede il WTO (l’Organizzazione Mondiale del Commercio) che persegue la politica di totale liberalizzazione del mercato. Con gli EPA, infatti, le nazioni africane saranno costrette a togliere sia i dazi che le tariffe oltre ad aprire i loro mercati alla concorrenza. La conseguenza sarà drammatica per i paesi ACP: l’agricoltura europea (sorretta da 50 miliardi di euro all’anno) potrà svendere i propri prodotti sui mercati dei paesi impoveriti. I contadini africani, infatti, (l’Africa è un continente al 70% agricolo) non potranno competere con i prezzi degli agricoltori europei che potranno svendere i loro prodotti sussidiati. E l’Africa sarà ancora più strangolata e affamata in un momento in cui l’Africa pagherà pesantemente i cambiamenti climatici.

La Ue vuole concludere in fretta questo negoziato vista l’importanza strategica dell’accordo soprattutto per il rincaro delle materie prime che fanno molta gola alle potenze emergenti (i BRICS ), in particolare Cina, India e Brasile già così presenti in Africa.

Per di più gli EPA aprirebbero nuovi mercati per i prodotti europei, ma anche nuovi spazi per investimenti e servizi.

Il tentativo dell’Unione Europea di siglare gli EPA con i 6 organismi regionali coinvolti - Comunità dei Caraibi (Cariforum), Africa Centrale (CEMAC), Comunità dell’Africa Orientale (EAC) e Corno d’Africa, Africa Occidentale (ECOWAS), Comunità di sviluppo dell’Africa Australe (SADC) e infine i paesi del Pacifico – sta conoscendo significativi ostacoli. Al momento, la Ue ha firmato un accordo definitivo solo con i quindici stati dei Caraibi. Le altre aree si sono rifiutate di firmare in blocco e la Ue ha perseguito la politica di firmare EPA provvisori con i singoli paesi: 21 hanno finora siglato gli accordi anche se pochi hanno firmato, dando un chiaro segnale della inaccettabilità degli accordi e della fallibilità diplomatica dell’Ue su questo fronte, e che sin dalla Conferenza di Lisbona (2007) si doveva presagire. In questo clima il Coordinamento per i Negoziati EPA, promosso dall’Unione Africana (UA), ha invitato tutti a non firmare per ora gli accordi EPA, ma di aspettare dopo il vertice Africa-Ue che si terrà il prossimo aprile.

Noi, donne e uomini impegnati nella lotta per il rispetto dei diritti umani, missionari e laici, riteniamo che gli EPA siano profondamente ingiusti per queste ragioni:

-in un’Africa già così debilitata, questi accordi costituirebbero un colpo mortale per l’agricoltura africana, in particolare per l’industria della trasformazione e della lavorazione dei prodotti agricoli, che può e deve arrivare a sfamare la propria gente;

-l’eliminazione dei dazi doganali nei paesi ACP, che costituiscono una bella fetta del bilancio statale, metterebbero in crisi gli stati ACP;

-gli accordi fatti dalla Ue con i singoli stati d’Africa hanno la conseguenza di spaccare le unità economiche regionali essenziali per una seria crescita dell’Africa;

-non è vero che sia il WTO a esigere gli EPA, che sono invece frutto delle spinte neoliberiste di Bruxelles;

-la Ue deve rendersi conto che l’Africa sta guardando ai BRICS , in particolare a Cina, Brasile e India come partner più allettanti che l’Europa.

Noi guardiamo anche con grande preoccupazione ai negoziati di libero scambio(DCTFA) con tre importanti paesi del Nordafrica: Egitto, Tunisia e Marocco, ai quali bisogna aggiungere la Giordania. La Ue vorrebbe negoziare la liberalizzazione dei settori agricoli, manifatturieri, ittici nonché l’apertura dei mercati pubblici alle compagnie europee. A nostro parere questo costituirebbe una minaccia diretta alle aspirazioni sociali e democratiche promosse dalle ‘primavere arabe’. Questi accordi rinchiuderebbero le economie di questi paesi in un modello di crescita rivolta all’esportazione e aprirebbero i mercati di quei paesi alle multinazionali europee.

L’Europa non può permettersi un negoziato del genere dopo il fallimento del Processo di Barcellona, firmato il 28 novembre 1995, con 15 paesi del Mediterraneo che voleva instaurare un’area di libero scambio nel Mare nostrum.

Siamo alla vigilia delle elezioni europee. Noi chiediamo che questi negoziati sia con i paesi ACP sia con i paesi del Mediterraneo diventino soggetto di dibattito pubblico. Non è concepibile che una potenza economica come la Ue non abbia una seria politica estera verso i paesi più impoveriti, verso soprattutto il continente a noi più vicino:l’Africa.

Ci appelliamo a tutti quei gruppi, associazioni, reti, istituti missionari che hanno già lavorato sugli EPA a riprendere a martellare i nostri deputati a Bruxelles.

Non possiamo non ascoltare l’immenso grido dei poveri. È in ballo la vita di milioni di persone, ma anche il futuro della Ue.


Alberto Pento
Le primavere arabe (che poi arabe non sono) hanno dimostrato che non erano affatto primavere ma tristi inverni, egemonizzate dal nazismo islamico dei Fratelli Mussulmani con tutto quello che ne è conseguito in orrende guerre civili, guerre all'occidente e al cristianesimo, sterminio dei cristiani e degli ebrei nei paesi a prevalenza islamica, terrorismo ovunque nel Mondo.


Fratellanza mussulmana
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Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Colonizzazione e decolonizzazione

Messaggioda Berto » dom mar 18, 2018 9:00 pm

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Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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