L'Egito De Erodoto

L'Egito De Erodoto

Messaggioda Berto » ven mar 20, 2015 6:08 am

L'Egito De Erodoto - Libera facoltà di scienze antiche
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Presentiamo qui, tratti dai lunghi scritti dell'antico storico Erodoto, solo i frammenti che riguardano l'antico Egitto, secondo l'esperienza diretta che lui stesso ne fece in quell'epoca tarda e secondo quanto emerse dai suoi colloqui coi sacerdoti ed altri indigeni riguardo a tradizioni ed usanze di tempi anche molto più antichi. Sono informazioni "di prima mano" che raramente i lettori conoscono e che ci interessano, al di là della presenza di alcune semplici curiosità, perché vengono raccontate sempre secondo la mentalità antica che noi studiamo, e permettono quindi, ad un'analisi attenta, di scoprire risvolti importanti ed ancora non compresi o non accettati di quella magnifica civiltà.

Attualmente fra tutti i popoli del mondo sono gli Egiziani a faticare meno per trarre frutto dal suolo: non devono sudare a scavare solchi con l'aratro né a zappare né a compiere alcuno di quei lavori faticosi che gli altri uomini dedicano alla coltivazione. Dopo che il fiume spontaneamente tracima, irriga i campi e poi si ritira, spargono le semenze ciascuno nel proprio terreno e vi spingono sopra i maiali, che fanno penetrare i semi nella terra; poi aspettano l'epoca della mietitura, battono il grano ancora servendosi dei maiali e in tal modo il raccolto è bell'e fatto.

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Sostennero tra l'altro che il primo uomo a regnare sull'Egitto fu Menes ; a quell'epoca l'intero Egitto, tranne il territorio di Tebe, era una palude, dalla quale non emergeva alcuna delle terre ora esistenti a nord del lago Meride; il lago dista dal mare sette giorni di navigazione contro corrente.

E mi pare che queste informazioni sul paese siano esatte. Infatti qualunque persona dotata di intelligenza, senza avere saputo mai nulla dell'Egitto, comprende con tutta evidenza, solo a vederlo, che il territorio egiziano a cui arrivano le navi greche è per gli Egiziani una terra acquisita, un dono del fiume; e lo stesso vale per le regioni situate a sud del lago Meride, fino a tre giorni di navigazione, anche se i sacerdoti, su di esse, non mi dicevano ancora niente del genere.
La natura del territorio egiziano è tale che, gettando lo scandaglio quando la nave è ancora a un giorno di distanza da terra, si tira già su del fango; e lì l'acqua è profonda undici orgie; e ciò dimostra che fin là si trova terreno alluvionale.

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Io ho visto che l'Egitto si inoltra nel mare più delle terre circostanti, che sulle montagne si trovano conchiglie e che a tratti il sale affiora fino al punto di corrodere le piramidi, che le uniche montagne che hanno sabbia si trovano a sud di Menfi; e inoltre che il suolo dell'Egitto non somiglia né a quello dell'Arabia, con cui confina, né a quello della Libia e neppure a quello della Siria (la zona costiera dell'Arabia è abitata da Siri): ma è terra nera e friabile, perché composta di fango e detriti che il fiume ha trasportato dall'Etiopia. Noi sappiamo che il suolo della Libia è più rossastro e sabbioso, mentre in Arabia e in Siria è più argilloso e ricco di pietrisco.

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Così si pronunciò l'oracolo.
Una volta gli abitanti delle città di Marea e di Api, ai confini fra l'Egitto e la Libia, ritenendo di non essere egiziani bensì libici, irritati dai rituali del culto (desideravano sottrarsi alla proibizione delle carni di mucca), mandarono una delegazione presso il santuario di Ammone, per protestare che essi non avevano nulla in comune con gli Egiziani: abitavano fuori del Delta, e non concordavano in niente con loro; reclamavano dunque il diritto di gustare qualsiasi vivanda. Ma il dio non glielo permise dichiarando che l'Egitto comprende tutti i territori irrigati dal Nilo con le sue piene, e che quanti abitano a nord di Elefantina e bevono l'acqua di questo fiume sono Egiziani.

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Gli Egiziani oltre a vivere in un clima diverso dal nostro e ad avere un fiume di natura differente da tutti gli altri fiumi, possiedono anche usanze e leggi quasi sempre opposte a quelle degli altri popoli: presso di loro sono le donne a frequentare i mercati e a praticare la compravendita, mentre gli uomini restano a casa a lavorare al telaio; e se in tutto il resto del mondo per tessere si spinge la trama verso l'alto, gli Egiziani la spingono verso il basso.
Gli uomini portano i pesi sulla testa, le donne li reggono sulle spalle.
Le donne orinano stando in piedi, gli uomini accovacciati; inoltre fanno i loro bisogni dentro casa e consumano i pasti per la strada, sostenendo che alle necessità sconvenienti bisogna provvedere in luoghi appartati, a quelle che non lo sono, invece, davanti a tutti.
Nessuna donna svolge funzioni sacerdotali né per divinità maschili né per divinità femminili: per gli uni e per le altre il compito spetta agli uomini (queste usanze furono viste da Erodoto in alcune zone ed in epoca tarda, mentre in altre zone ed in epoche precedenti le cose potevano essere diverse).
I figli maschi non hanno alcun obbligo di mantenere i genitori se non lo desiderano, ma per le figlie l'obbligo è ineludibile anche se non vogliono.

Negli altri paesi i sacerdoti degli dei portano i capelli lunghi, invece in Egitto se li radono.
E se presso gli altri popoli, in caso di lutto, i più colpiti, di regola, si radono il capo, gli Egiziani, quando qualcuno muore, si lasciano crescere i capelli e la barba che prima si radevano.
Gli altri uomini vivono ben separati dagli animali, in Egitto si abita insieme con loro.
Gli altri si nutrono di grano e orzo, in Egitto chi si nutre di questi prodotti si attira il massimo biasimo: essi si preparano cibi a base di «olira», che alcuni chiamano «zeia». Impastano la farina con i piedi mentre lavorano il fango con le mani [e ammucchiano il letame].
Gli Egiziani si fanno circoncidere, mentre le altre genti, a eccezione di quanti hanno appreso da loro tale pratica, lasciano i propri genitali come sono. Ogni uomo possiede due vestiti; le donne ne possiedono uno solo.
Gli altri legano gli anelli delle vele e le sartie all'esterno, gli Egiziani all'interno.
I Greci scrivono e fanno di conto coi sassolini da sinistra a destra, gli Egiziani da destra a sinistra, e ciò facendo sostengono di procedere nel verso giusto, mentre i Greci scriverebbero a rovescio. Possiedono due sistemi di scrittura che chiamano «sacra» e «popolare».
Sono straordinariamente devoti, più di tutti gli uomini e si attengono alle seguenti prescrizioni: bevono in tazze di bronzo, che sfregano ben bene ogni giorno, tutti, senza eccezioni; indossano vesti di lino sempre lavate di fresco, e nel lavarle mettono molta cura.
E si circoncidono per ragioni igieniche, anteponendo l'igiene al decoro personale.
Ogni due giorni i sacerdoti si radono tutto il corpo per non avere addosso pidocchi o sudiciume di qualunque genere mentre servono gli dei: i sacerdoti portano solo vesti di lino e calzano solo sandali di papiro: non possono portare indumenti o calzari di materiale diverso. Si lavano con acqua fredda due volte al giorno e due volte ogni notte e si attengono a vari altri cerimoniali: ne hanno moltissimi. Ma la loro condizione comporta anche notevoli privilegi; per esempio non consumano e non spendono il loro patrimonio privato: gli vengono cotti pani sacri e quotidianamente ricevono ciascuno una grande quantità di carni bovine e di oca; e gli si offre anche vino d'uva; dei pesci però non possono cibarsi.
Gli Egiziani non seminano assolutamente fave nel loro paese, e quelle che crescono spontaneamente non le mangiano né crude né cotte: i sacerdoti non ne tollerano neppure la vista considerandole un legume impuro.

Non c'è un solo sacerdote per ciascuna divinità, ma molti e uno di loro funge da sommo sacerdote; e quando ne muore uno gli succede il figlio.
Considerano sacri ad Epafo i buoi e perciò li selezionano con cura: se vedono in un bue anche un solo pelo nero lo ritengono impuro. Uno dei sacerdoti è preposto a compiere questa ispezione: esamina l'animale facendolo stare in piedi e steso sul dorso e gli osserva anche la lingua accertandone la purezza sulla base di certi indizi prestabiliti di cui parlerò in un'altra occasione; esamina anche i peli della coda per vedere se sono cresciuti normalmente. Se il bue risulta completamente privo di impurità, il sacerdote lo contrassegna legandogli un foglio di papiro intorno alle corna; sul papiro applica creta da sigilli; vi appone il marchio e l'animale viene portato via. Per chiunque sacrifichi un bue privo di marchio è prevista la morte come punizione. Questo per quanto riguarda la cernita del bestiame; il sacrificio poi si svolge così: conducono la bestia marchiata presso l'altare designato per il rito e accendono il fuoco; versano quindi libagioni di vino sulla vittima e la sgozzano sull'altare invocando il dio, e dopo averla sgozzata le tagliano la testa. Il corpo lo scuoiano, la testa invece, dopo averle scagliato contro numerose maledizioni, la portano via: dove c'è un mercato e tra la popolazione si trovino commercianti greci, allora la portano al mercato e la vendono, dove non ci sono Greci la gettano nel fiume.
Nel maledire le teste di bue pregano che, se una sciagura sta per sopravvenire sui sacrificanti o sull'Egitto intero, si scarichi invece su quella testa. Quanto alle teste degli animali sacrificati e alla libagione di vino tutti gli Egiziani osservano lo stesso rituale, identico, per tutti i sacrifici; proprio in conseguenza di tale usanza, nessun Egiziano si ciberebbe mai della testa di alcun animale.
Invece l'estrazione delle viscere della vittima e il modo di bruciarle differiscono a seconda dei sacrifici.

E ora vengo a parlare della dea che essi considerano più importante, in onore della quale celebrano la festa più importante. Dopo aver scuoiato il bue, pronunciano le preghiere rituali e lo sventrano togliendo tutti gli intestini ma lasciando nella carcassa, i visceri e il grasso; tagliano poi le zampe, la punta dei lombi, le spalle e il collo. Quindi riempiono ciò che resta del bue con pani di farina pura, miele, uva secca, fichi, incenso, mirra e altre sostanze aromatiche, e così riempito lo bruciano in sacrificio versandovi sopra olio in abbondanza. Prima del sacrificio osservano il digiuno; e mentre le vittime bruciano tutti si battono il petto; quando hanno smesso di battersi il petto, si preparano un banchetto con le parti rimaste della vittima.
Tutti gli Egiziani sacrificano i buoi maschi e i vitelli che risultano puri, ma non possono toccare le mucche in quanto sacre a Iside. E infatti la statua di Iside rappresenta una donna con corna bovine, proprio come i Greci raffigurano Io; assolutamente non c'è animale domestico venerato dagli Egiziani più delle femmine dei bovini. Per questo motivo mai nessun Egiziano, uomo o donna, accetterebbe di baciare un Greco sulla bocca, né mai userebbe il coltello, lo spiedo o la pentola di un Greco, e neppure assaggerebbe la carne di un bue puro tagliato con un coltello greco.
Quando un bovino muore, gli danno sepoltura nel modo seguente: le mucche le gettano nel fiume, i buoi li seppelliscono ciascuno nel proprio sobborgo, lasciando spuntare dal suolo, a mo' di indicazione, un corno della bestia o anche entrambi. Si attende che l'animale si sia decomposto e al momento stabilito in ogni città arriva una barca dall'isola chiamata Prosopitide. L'isola si trova nel Delta: nel suo perimetro, di nove scheni, si trovano varie altre città, ma quella da cui vengono le imbarcazioni a caricare le ossa dei buoi si chiama Atarbechi; qui ha sede un tempio sacro ad Afrodite. Da Atarbechi partono in molti verso differenti città: dissotterrano le ossa, le portano via e le seppelliscono in un unico luogo. E così seppelliscono anche gli altri animali che muoiono; anche per essi vige l'identica legge: non li possono uccidere.
Quanti hanno eretto un tempio a Zeus Tebano (Amon), o sono del distretto di Tebe, sacrificano capre evitando di toccare le pecore. In effetti gli Egiziani non venerano tutti ugualmente gli stessi dei, tranne Iside e Osiride, che dicono corrispondere a Dioniso: queste due divinità le venerano proprio tutti quanti.
Quanti hanno un santuario di Mendes o fanno parte del distretto Mendesio si astengono dal sacrificare caprini e uccidono solo ovini.
I Tebani e chi ha appreso da loro ad astenersi dalle pecore dicono che tale regola venne imposta loro per la seguente ragione. Eracle, raccontano, fu preso da un gran desiderio di vedere Zeus (Amon), ma Zeus non voleva essere visto da lui; poiché Eracle insisteva, Zeus dovette ricorrere ad un artificio: scuoiò un montone e gli tagliò la testa; poi si mostrò a Eracle tenendo la testa del montone davanti alla propria e indossandone la pelle. Ecco perché gli Egiziani rappresentano Zeus nelle statue con la testa di montone; e come gli Egiziani fanno gli Ammoni, che sono coloni egiziani ed etiopici e la cui lingua è una via di mezzo tra l'egiziano e l'etiope.

A mio parere gli Ammoni derivarono dal dio egizio anche il loro nome, dato che gli Egiziani chiamano Zeus col nome di Ammone. Dunque per questo motivo i Tebani non sacrificano i montoni, anzi li ritengono animali sacri. Però c'è un giorno, nell'anno, durante la festa di Zeus, in cui uccidono un montone, lo scuoiano e con la sua pelle rivestono nella stessa maniera la statua di Zeus (Ammone); accanto ad essa trasportano una statua di Eracle; dopodiché tutti gli addetti al tempio si battono il petto in segno di lutto per il montone e lo seppelliscono in una fossa consacrata.

A proposito di Eracle ho sentito raccontare che è una delle loro dodici divinità. Dell'altro Eracle, quello conosciuto dai Greci, in nessuna parte dell'Egitto ho potuto avere notizie. Che non siano stati gli Egiziani a prendere il nome di Eracle dai Greci, ma piuttosto i Greci dagli Egiziani, e precisamente quei Greci che chiamarono Eracle il figlio di Anfitrione, molti indizi me lo provano e il seguente in particolare: Anfitrione e Alcmena, i genitori dell'Eracle greco, avevano antenati originari dell'Egitto. Del resto gli Egiziani dichiarano di non conoscere i nomi né di Poseidone né dei Dioscuri, e non li annoverano fra le restanti divinità. Ora, se gli Egiziani avessero adottato dai Greci un personaggio divino, si sarebbero ricordati di questi appena nominati in misura non minore, ma maggiore, se è vero che anche allora erano dediti alla navigazione ed esistevano dei marinai Greci; così almeno mi aspetterei, e questo il mio ragionamento richiede. Insomma non Eracle bensì queste altre figure divine gli Egiziani avrebbero dovuto derivare dai Greci.
L'Eracle egiziano è certamente un dio antico; come essi stessi raccontano, fra il regno di Amasi e l'epoca in cui gli originari otto dei diventarono dodici (Eracle secondo loro era uno di questi dodici) son passati 17.000 anni.

Io poi, volendo conoscere le cose con chiarezza da chi era in grado di dirmele, mi recai per mare fino a Tiro, in Fenicia; avevo saputo che là si trovava un tempio sacro a Eracle, e lo vidi, riccamente adorno di molti e vari doni votivi; e fra l'altro c'erano due colonnine, una d'oro puro, l'altra di smeraldo che nella notte riluceva grandemente. Conversando con i sacerdoti del dio domandai da quanto tempo fosse stato costruito il tempio, e così constatai che neanche nel caso loro c'era concordanza con i Greci: mi risposero infatti che il tempio risaliva all'epoca della fondazione di Tiro, e che Tiro era abitata da 2300 anni. A Tiro vidi anche un altro tempio di Eracle, detto di Eracle Tasio, perciò visitai anche Taso e vi trovai un santuario di Eracle edificato dai Fenici che, andando per mare alla ricerca di Europa, fondarono Taso; e tutto ciò era accaduto almeno cinque generazioni prima che in Grecia nascesse l'Eracle figlio di Anfitrione. Le indagini dimostrano dunque, con evidenza, che Eracle è un dio molto antico. Per conto mio l'atteggiamento più corretto lo mostrano quei Greci che hanno edificato santuari dedicati a due Eracle, a uno sotto l'appellativo di Olimpio offrendo sacrifici come a un dio immortale, all'altro rendendo onori come a un eroe.
Sono molte e varie le cose che i Greci raccontano con assoluta superficialità, fra le quali una sciocca storia riguardante un viaggio di Eracle in Egitto; qui gli Egiziani dopo avergli legato intorno alla testa le sacre bende lo avrebbero condotto in processione per immolarlo a Zeus; lui per un po' sarebbe rimasto tranquillo, ma poi, quando cominciarono presso l'altare i riti per il suo olocausto, fece ricorso alla forza e uccise tutti gli Egiziani. A me pare che i Greci narrando questa favoletta dimostrino di ignorare assolutamente l'indole e le usanze egiziane. Infatti, gente per cui costituisce empietà persino immolare animali, tranne ovini, buoi, vitelli, purché siano puri, e oche,... come potrebbe, gente così, compiere sacrifici umani? E come avrebbe potuto Eracle, da solo, e per di più da semplice mortale, a sentir loro, uccidere decine di migliaia di Egiziani? A noi che abbiamo speso così tante parole su tali argomenti gli dei e gli eroi concedano il loro favore.

Ma ecco perché i Mendesi, Egiziani da noi già nominati, non sacrificano né i maschi né le femmine delle capre: essi annoverano Pan fra le otto divinità, e dicono che queste otto divinità esistevano prima dei dodici dei, e gli artisti nelle loro pitture e nelle loro sculture rappresentano Pan come fanno i Greci, con volto di capra e zampe di capro; non perché lo credano fatto così, anzi lo ritengono simile agli altri dei, ma per una ragione che ora non mi piace riferire. I Mendesi venerano tutti i caprini, gli esemplari femmina e ancora di più i maschi, i cui guardiani ricevono onori maggiori; tra gli animali ce n'è uno particolarmente venerato alla cui morte nel nomo di Mendes si proclama un lutto generale. Tra l'altro, "capro" e "Pan", in egiziano si dicono «mendes». E ai miei tempi in questo distretto avvenne un fatto straordinario: pubblicamente una donna si accoppiava con un capro, alla luce del sole, dico, davanti a tutti.

Gli Egiziani considerano il maiale un animale immondo; già uno, se fa tanto di sfiorare un maiale passandogli accanto, va subito a immergersi nel fiume, così com'è, con tutti i vestiti indosso; i guardiani di maiali, poi, anche se egiziani di nascita, sono gli unici a non poter entrare in alcun santuario egiziano; e nessuno desidera concedere per sposa sua figlia a uno di loro, o prendere in moglie la figlia di un porcaro, tanto che i porcari finiscono per celebrare matrimoni solo all'interno del gruppo.
Gli Egiziani non ritengono lecito offrire suini a dei che non siano Selene (quindi siamo in "campo" lunare, non solare, la corrispondente egizia della fanciulla greca che solo più tardi fu identificata con Artemide-Ecate) e Dioniso (Osiride-Iside); a tali divinità sacrificano maiali, nello stesso periodo, nello stesso plenilunio, e ne mangiano le carni. Sul motivo per cui nelle altre feste si astengono con orrore dai maiali, e in questa invece ne sacrificano, gli Egiziani narrano una leggenda: io la conosco ma non mi sembra molto decorosa da riferire.
L'offerta del maiale alla dea Selene avviene nel modo seguente: una volta ucciso l'animale, si prendono insieme la punta della coda, la milza e l'omento, li si ricopre per bene col grasso ventrale della vittima e li si brucia; delle altre carni ci si ciba nel giorno di plenilunio, lo stesso in cui il rito ha luogo: in giorni diversi non le si assaggerebbe nemmeno. I poveri, non avendo altre risorse, impastano focacce in forma di maiale, le fanno cuocere e poi le «sacrificano».
Invece in onore di Dioniso, la vigilia della festa, ciascuno sgozza un porcellino davanti alla propria porta e lo consegna allo stesso porcaro che glielo aveva venduto, affinché se lo porti via. Per il resto, a parte l'assenza di cori, la festa dedicata dagli Egiziani a Dioniso è pressoché identica a quella dei Greci. Al posto dei falli hanno inventato statuette mosse da fili, alte circa un cubito che le donne portano in giro per i villaggi; ogni marionetta è fornita di un pene oscillante, lungo quasi quanto il resto del corpo. In testa alla processione va un suonatore di flauto, le donne lo seguono inneggiando a Dioniso.
Una leggenda sacra spiega per quale ragione il fallo è così sproporzionato e perché nelle statuette è l'unica parte dotata di movimento.

A me pare che già Melampo figlio di Amitaone non ignorasse questo rito sacrificale, anzi ne avesse esperienza diretta. Effettivamente fu Melampo a introdurre fra i Greci la divinità di Dioniso, i sacrifici relativi, e la processione dei falli; o meglio, egli non rivelò tutto in una volta tale culto: i sapienti venuti dopo di lui ampliarono le sue rivelazioni. Fu però Melampo a introdurre la processione del fallo in onore di Dioniso, ed è dopo averlo appreso da lui che i Greci fanno quello che fanno. Io dico insomma che Melampo, certamente persona di grande sapienza, si procurò capacità divinatorie e introdusse in Grecia parecchi culti conosciuti in Egitto, tra cui in particolare quello di Dioniso, operando in essi poche modifiche.
Non posso ammettere che il rito egiziano coincida fortuitamente con quello greco: in questo caso il rito greco sarebbe conforme ai costumi greci e non di recente introduzione; né posso ammettere che gli Egiziani abbiano derivato dai Greci questa o altre usanze. A me pare altamente probabile che Melampo abbia appreso il culto di Dioniso da Cadmo di Tiro e dai suoi compagni, giunti dalla Fenicia nel paese oggi chiamato Beozia.

Dall'Egitto vennero in Grecia quasi tutte le divinità. Di una loro origine barbara io sono convinto perché così risulta dalle mie ricerche; e penso a una provenienza soprattutto egiziana. Infatti, ad eccezione di Poseidone e dei Dioscuri, come ho già avuto modo di dire, nonché di Era, di Estia, di Temi, delle Cariti e delle Nereidi, le altre divinità sono tutte presenti da sempre in quel paese, fra gli Egiziani: riporto quanto essi stessi dichiarano. Quanto alle divinità che sostengono di non conoscere io credo che tutte siano espressione dei Pelasgi, tranne Poseidone.
Conobbero questo dio dai Libici; infatti nessun popolo conosce Poseidone fin dalle origini tranne i Libici, che da sempre lo onorano. Quanto al culto degli Eroi, esso è del tutto estraneo alle consuetudini egiziane.
Tutto questo dunque i Greci accolsero dagli Egiziani, e altro ancora che dirò più avanti; ma l'uso di fabbricare le statue di Ermes con il pene ritto non deriva dagli Egiziani bensì dai Pelasgi: i primi ad adottarlo fra i Greci furono gli Ateniesi, e da essi lo impararono gli altri. Infatti, quando ormai gli Ateniesi si erano del tutto ellenizzati, nel loro paese vennero ad abitare dei Pelasgi: questa è la ragione per cui costoro cominciarono ad essere considerati Greci. Chi è iniziato ai misteri dei Cabiri, misteri che i Samotraci celebrano dopo averli acquisiti dai Pelasgi, sa ciò che dico. In effetti i Pelasgi venuti a coabitare con gli Ateniesi si stanziarono poi in Samotracia e da loro i Samotraci appresero tali misteri. Insomma gli Ateniesi furono i primi Greci a raffigurare nelle statue Ermes con il membro ritto perché lo avevano imparato dai Pelasgi. In proposito i Pelasgi composero un sacro racconto divulgato durante i misteri di Samotracia.

Un tempo i Pelasgi, come io stesso so, avendolo udito a Dodona, compivano tutti i sacrifici e invocavano gli dei senza usare un nome personale o un appellativo: ancora non conoscevano nulla del genere. Li chiamarono «dei» in quanto avevano stabilito l'ordine dell'universo e quindi regolavano la ripartizione di ogni cosa. Molto tempo dopo appresero i nomi di tutti gli altri dei, originari dell'Egitto, tranne quelli di Dioniso che appresero molto più tardi; dopo un certo tempo interrogarono l'oracolo di Dodona a proposito di tali nomi; l'oracolo di Dodona è considerato il più antico della Grecia intera e a quell'epoca era anche l'unico. Dunque i Pelasgi chiesero a Dodona se dovevano accogliere le divinità provenienti da genti barbare e l'oracolo rispose di accoglierle. Da allora nei loro sacrifici adoperarono gli appellativi divini. Tale uso passò più tardi dai Pelasgi ai Greci.
Da chi sia nato ciascuno degli dei, oppure se siano sempre esistiti tutti e quale aspetto avessero, non era noto fino a poco tempo fa.
o credo che Omero ed Esiodo siano più vecchi di me di 400 anni e non oltre: e furono proprio questi poeti a fissare per i Greci la teogonia, ad assegnare i nomi agli dei, a distribuire prerogative e attività, a dare chiare indicazioni sul loro aspetto; i poeti che hanno fama di essere vissuti prima di loro io li credo invece posteriori. Di quanto qui sopra esposto, le prime informazioni provengono dalle sacerdotesse di Dodona, ciò che si riferisce a Omero e a Esiodo è opinione mia.
A proposito dei due oracoli, quello greco di Dodona e quello libico di Zeus Ammone, gli Egiziani narrano una storia. I sacerdoti di Zeus Tebano mi raccontarono di due donne, due sacerdotesse, rapite da Tebe ad opera di Fenici: una di loro, come avevano appreso più tardi, era stata venduta in Libia, l'altra in Grecia; a queste donne risalirebbe la fondazione degli oracoli esistenti fra i suddetti popoli. Io domandai ai sacerdoti da dove attingessero notizie così precise sugli avvenimenti ed essi mi risposero che avevano cercato a lungo quelle donne senza riuscire a trovarle; solo più tardi, aggiunsero, avevano ottenuto su di loro le informazioni a me riferite.
Questo è quanto seppi dai sacerdoti di Tebe.
La versione delle indovine di Dodona è differente: secondo loro due colombe nere volarono via da Tebe d'Egitto e giunsero l'una in Libia, l'altra a Dodona. Quest'ultima, appollaiata su di una quercia, con voce umana avrebbe proclamato che si doveva fondare in quel luogo un oracolo di Zeus; la gente di Dodona, ritenendo di origine divina un simile annuncio, si comportò di conseguenza. La colomba direttasi in Libia, narrano, avrebbe ordinato ai Libici di fondare l'oracolo di Ammone, che è anch'esso di Zeus. Questo mi raccontarono le sacerdotesse di Dodona, che si chiamavano Promenia, la più anziana, Timarete, la seconda, e Nicandre, la più giovane; e con la loro versione concordano anche gli altri abitanti di Dodona addetti al santuario.
La mia opinione al riguardo è la seguente: se veramente i Fenici rapirono le sacerdotesse e le vendettero, l'una in Libia e la seconda in Grecia, io credo che quest'ultima fu venduta nel paese dei Tesproti, nell'attuale Grecia, che allora si chiamava Pelasgia; lì visse come schiava, poi, sotto una quercia cresciuta spontaneamente, fondò un santuario di Zeus; era logico che lei, già sacerdotessa di Zeus a Tebe, volesse perpetuarne il ricordo anche là dov'era giunta. Più avanti, quando imparò la lingua greca, diede inizio alle attività dell'oracolo. Fu lei a raccontare di una sua sorella venduta in Libia dagli stessi Fenici che avevano venduto lei.
A mio avviso i Dodonesi hanno chiamato colombe le due donne perché erano barbare e perciò a loro sembravano emettere suoni simili al canto degli uccelli, e aggiungono che la colomba prese a parlare con favella umana col passare del tempo, cioè quando la donna cominciò a esprimersi in maniera comprensibile: finché si serviva di un idioma barbaro sembrava a tutti che emettesse una specie di verso da uccello; come avrebbe potuto una colomba parlare con voce umana?
Descrivendo poi la colomba come nera di colore, indicano che la donna proveniva dall'Egitto. Guarda caso l'arte mantica praticata a Tebe d'Egitto e quella praticata a Dodona sono assai simili fra loro. E anche la divinazione mediante l'esame delle vittime sacrificate proviene dall'Egitto.

Gli Egiziani sono stati i primi al mondo a istituire feste collettive, processioni e cortei religiosi; i Greci hanno imparato da loro e ne abbiamo una prova: le solennità egiziane risultano celebrate da molto tempo, quelle greche hanno avuto inizio di recente.
Gli Egiziani non celebrano le feste collettive una sola volta all'anno, ma in continuazione: la principale, seguita con maggiore partecipazione, è dedicata ad Artemide (Diana), nella città di Bubasti; la seconda ha luogo a Busiride ed è dedicata a Iside; in questa città, situata in Egitto nel bel mezzo del Delta, si trova un grandissimo santuario di Iside, la dea che in greco si chiama Demetra. La terza festa è per Atena, nella città di Sais, la quarta a Eliopoli, per il dio Elio, la quinta a Buto in onore di Leto; la sesta è dedicata ad Ares e ha luogo nella città di Papremi.
Ecco che cosa fanno quando si recano a Bubasti: viaggiano sul fiume, uomini e donne insieme, una gran folla di entrambi i sessi sopra ogni imbarcazione; alcune donne hanno dei crotali e li fanno risuonare, alcuni uomini suonano il flauto per tutto il tragitto; gli altri, uomini e donne, cantano e battono le mani; quando giungono all'altezza di un'altra città, accostano a riva e si comportano così: alcune continuano a fare ciò che ho detto, altre a gran voce dileggiano le donne del posto, altre danzano, altre ancora si alzano in piedi e si tirano su la veste. Così in ogni città che incontrino lungo il fiume. Una volta arrivati a Bubasti, celebrano la festa offrendo imponenti sacrifici; in questa ricorrenza si consuma più vino d'uva che in tutto il resto dell'anno. Vi accorrono, a quanto sostengono i locali, fino a settecentomila persone fra uomini e donne, senza contare i bambini. Così a Bubasti; a Busiride quando celebrano la festa di Iside tutto si svolge come ho già ricordato prima. Dopo il sacrificio uomini e donne si battono tutti il petto, e sono svariate decine di migliaia di persone: ma dire in onore di chi si battono il petto sarebbe empio da parte mia. Tutti i Cari che vivono in Egitto si spingono molto più in là: con dei coltelli si infliggono ferite sulla fronte, e da questo si capisce che non sono Egiziani, ma stranieri.
A Sais, quando si riuniscono per i riti sacrificali, una determinata notte ciascuno accende molte lampade intorno alla propria casa, all'aperto; le lampade sono delle ciotoline piene di sale e di olio, sulla cui superficie galleggia il lucignolo e brucia per tutta la notte; sicché la festa è detta «dei lumi accesi». Gli Egiziani che non si recano a questo raduno festivo aspettano la notte del sacrificio e accendono a loro volta, tutti, le lucerne; e in tal modo non solo a Sais si accendono lucerne, ma nell'intero Egitto. Si tramanda un racconto sacro che spiega per quale motivo la notte in questione ha ricevuto luce e venerazione.
Quelli che si recano a Eliopoli e a Buto compiono soltanto dei sacrifici. Invece a Papremi hanno luogo sacrifici e riti sacri come altrove: al tramonto del sole mentre pochi sacerdoti si occupano della statua del dio, i più, invece, attendono in piedi all'ingresso del tempio armati di mazze di legno; altri uomini, oltre un migliaio di persone che compiono un voto, se ne stanno tutti insieme in un gruppo a parte, anch'essi armati di mazze. La statua del dio, contenuta dentro una specie di piccolo tabernacolo di legno ornato d'oro, è stata frattanto trasportata, la vigilia della festa, in una diversa dimora sacra. I pochi sacerdoti rimasti accanto ad essa tirano un carretto a quattro ruote, che porta il tabernacolo con dentro la statua stessa, ma i sacerdoti in piedi vicino all'ingresso non la lasciano entrare: allora il gruppo delle persone impegnate a soddisfare il voto prende le difese del dio randellando i sacerdoti; questi a loro volta reagiscono. Insomma si scatena una violenta rissa a colpi di bastone: si fracassano la testa e secondo me molti ci lasciano la pelle in seguito alle ferite riportate; gli Egiziani comunque escludono categoricamente che sia mai morto qualcuno. Gli abitanti di Papremi dicono di aver introdotto tale festa per il seguente motivo. Abitava un tempo nel santuario la madre di Ares; Ares che era stato allevato altrove, divenuto adulto, venne a Papremi per riunirsi a lei; ma i servitori della madre non lo avevano mai visto prima di allora, perciò non gli consentirono l'ingresso e lo mandarono via; Ares raccolse uomini da un'altra città e usando le cattive maniere nei confronti dei servitori poté entrare da sua madre. Da tale episodio, dicono, avrebbe tratto origine l'usanza della bastonatura durante la festa in onore di Ares.
Gli Egiziani sono stati anche i primi ad osservare religiosamente il divieto di accoppiarsi con le donne all'interno dei santuari e di entrarvi dopo un accoppiamento senza essersi lavati. Quasi ovunque nel mondo, tranne in Egitto e in Grecia, uomini e donne hanno rapporti sessuali dentro aree sacre, o vi entrano, dopo, senza essersi lavati, ritenendo che gli uomini sono come le altre bestie.
Infatti si vedono tutti gli animali e varie specie di uccelli accoppiarsi all'interno dei templi o dei sacri recinti; se ciò non fosse gradito agli dei, dicono, gli animali non lo farebbero. Con questa giustificazione tengono un comportamento che a me non piace affatto. Invece gli Egiziani hanno uno straordinario rispetto per le norme religiose in generale e per queste in particolare. Pur confinando con la Libia, l'Egitto non è molto popolato da animali, ma quelli che vi sono, sono considerati sacri, senza eccezione, sia quelli domestici come i selvatici. Se spiegassi perché sono considerati sacri verrei a parlare di questioni divine, sulle quali io evito il più possibile di intrattenermi. Se talora ho sfiorato simili argomenti, l'ho fatto perché costretto dalla necessità.

Esiste una legge sugli animali: essa prescrive che alcuni Egiziani, uomini o donne, vengano incaricati di provvedere al nutrimento di ciascuna specie; e tale onore si trasmette dal genitore al figlio. Gli abitanti delle città, ciascuno per conto suo, quando fanno voti al dio protettore di un dato animale, compiono questi riti: radono il capo dei propri figli, per intero, per metà o per un terzo, e poi sui due piatti della bilancia pongono i capelli e una quantità di argento: l'argento che bilancia il peso dei capelli lo danno alla guardiana degli animali; in cambio di tale somma ella sminuzza del pesce e lo dà in pasto alle bestie. Ecco dunque, come è prescritto che vengano nutrite. Nel caso in cui qualcuno uccida uno di questi animali, se lo fa volontariamente, la pena prevista è la morte, se involontariamente, paga la pena stabilita dai sacerdoti. Nel caso si uccida un ibis o uno sparviero, volontariamente o involontariamente, la pena di morte è inevitabile. Le bestie che vivono con l'uomo sono già molte, ma sarebbero ancora di più se ai gatti non accadesse una cosa strana: le femmine dopo aver partorito non vanno più con i maschi; questi provano ad accoppiarsi con esse, ma senza riuscirci. Ricorrono allora a una astuzia: rapiscono e sottraggono alle femmine i piccoli e li uccidono, dopo, però, non li divorano. Le gatte, private dei figli, ne desiderano altri e così ritornano ad accoppiarsi con i maschi: è un animale che ama molto la sua prole. Se scoppia un incendio i gatti assumono un comportamento prodigioso: gli Egiziani formano un cordone per tenere lontani i gatti, trascurando persino di spegnere le fiamme, ma i gatti sgusciando fra gli uomini o saltando sopra di loro si lanciano nel fuoco e quando questo avviene gli Egiziani provano una grande afflizione. Nelle case in cui un gatto muore di morte naturale tutti gli abitanti della casa si radono solo le sopracciglia; dove muore un cane si radono tutto il corpo e la testa.

I gatti morti vengono trasportati in ricoveri sacri, dove vengono imbalsamati e seppelliti, nella città di Bubasti. I cani invece li seppelliscono ciascuno nella propria città, in sacri loculi, e come i cani seppelliscono anche le manguste. I topiragno e gli sparvieri li portano a Buto, gli ibis a Ermopoli. Gli orsi, che sono rari, e i lupi, che non sono molto più grossi delle volpi, li seppelliscono nello stesso punto in cui li trovano morti.
Ecco le caratteristiche del coccodrillo: nei quattro mesi più freddi non mangia nulla; ha quattro zampe e vive tanto nell'acqua come sulla terra ferma, dove depone e fa schiudere le uova; trascorre la maggior parte del giorno all'asciutto, ma l'intera notte nel fiume perché l'acqua è più calda dell'aria e della rugiada. Fra tutti gli animali conosciuti è quello che dalle dimensioni più piccole raggiunge le più grandi: infatti depone uova non molto più grosse di quelle di un'oca e il piccolo appena nato è grande in proporzione; poi crescendo raggiunge i 17 cubiti e anche di più. Possiede occhi di maiale, denti e zanne smisurate in ragione del corpo; è l'unico degli animali a non possedere lingua. Non muove la mascella inferiore, ma, anche in questo unico fra gli animali, accosta la mascella superiore all'inferiore. Ha unghie robuste e sul dorso una pelle scagliosa indistruttibile; nell'acqua è cieco ma all'aria aperta possiede una vista acutissima. Poiché trascorre in acqua parte del suo tempo, ne esce con la bocca coperta di sanguisughe; e mentre tutti gli altri uccelli o fiere lo fuggono, il trochilo invece è con lui in ottimi rapporti perché gli rende un prezioso servizio: infatti quando il coccodrillo è uscito dall'acqua sulla riva e spalanca le fauci (cosa che fa abitualmente e per lo più in direzione dello zefiro), il trochilo gli penetra in bocca e ingoia le sanguisughe: il coccodrillo gode del sollievo procuratogli dal trochilo e non gli fa alcun male. I coccodrilli sono sacri per alcuni Egiziani e per altri no; anzi li trattano con grande ostilità. Quanti abitano intorno alla città di Tebe e al lago di Meride li ritengono assolutamente sacri: in entrambe queste regioni provvedono al mantenimento di un coccodrillo scelto fra tutti, ammaestrato e addomesticato: gli ornano le orecchie con ciondoli di smalto e d'oro, e con anelli le zampe anteriori, lo nutrono con cibi scelti e vittime di sacrifici, trattandolo insomma nel modo migliore finché è in vita. Quando muore lo imbalsamano e lo seppelliscono in loculi sacri. Al contrario coloro che abitano nei pressi di Elefantina arrivano a cibarsi dei coccodrilli, così poco li considerano sacri. Il loro vero nome non è "coccodrilli", bensì "champsai"; furono gli Ioni a chiamarli coccodrilli quando li videro simili per aspetto ai coccodrilli che nel loro paese si trovano sui muri di pietra. La cattura del coccodrillo avviene secondo molte e varie tecniche; io descriverò quella che mi sembra più meritevole di esposizione. Il cacciatore sistema su di un uncino una spalla di maiale e la lancia in mezzo al fiume; quindi, stando sulla riva, percuote un porcellino vivo: il coccodrillo sente le grida del maialino e avanza in direzione della voce, si imbatte nell'esca e la divora: a quel punto lo trascinano a riva; quando è sulla terra per prima cosa il cacciatore gli copre gli occhi con del fango: se fa così, dopo riesce facilmente ad averne ragione, se non fa così deve faticare parecchio.

Gli ippopotami sono sacri nel nomo di Papremi ma non per gli altri Egiziani. Le caratteristiche esteriori dell'ippopotamo sono: quattro zampe, zoccolo fesso come quello dei buoi, muso rincagnato, criniera da cavallo, fauci con zanne in bella evidenza, coda e voce simili a un cavallo; è grosso quanto il più grosso dei buoi. La sua pelle è talmente spessa che quando è secca se ne possono fare aste per dardi. Nel fiume ci sono anche lontre che gli Egiziani considerano sacre.
Tra i pesci ritengono sacri il cosiddetto "lepidoto" e l'anguilla; li dicono sacri al Nilo, come pure, fra gli uccelli, le "chenalopeci". E c'è anche un altro uccello sacro, chiamato fenice; per altro io non ne ho mai visti se non in dipinti; pare infatti che compaia in poche circostanze, ogni 500 anni a sentire gli abitanti di Eliopoli. E dicono che apparirebbe solo quando gli muore il padre; se le raffigurazioni sono fedeli per dimensioni e per forma è come segue: le penne delle ali sono in parte dorate e in parte rosse; per sagoma e dimensioni somiglia molto a un'aquila. Gli attribuiscono, ma a me non pare troppo credibile, un'impresa straordinaria: volerebbe dall'Arabia fino al tempio del dio Elio trasportando il padre avvolto nella mirra per seppellirlo nel santuario; lo trasporta così: prima con la mirra fabbrica un uovo grande quanto è in grado di sollevare; dopo alcuni voli di prova lo svuota e vi introduce il padre; poi spalma altra mirra sul buco usato per svuotare l'uovo e per farvi entrare il padre; l'uovo con dentro il padre pesa quanto pesava prima; a questo punto lo trasporta in Egitto al tempio del dio Elio. Questo farebbe la fenice, a quanto riferiscono.

Nella zona di Tebe sono sacri dei serpenti del tutto innocui per l'uomo e di dimensioni assai ridotte che portano due corni sulla sommità della testa; quando muoiono li seppelliscono nel tempio di Zeus (Amon): dicono infatti che sono sacri al dio.

C'è una località in Arabia, pressappoco di fronte alla città di Buto, dove mi sono recato per ottenere informazioni a proposito dei serpenti alati. Quando vi giunsi, vidi resti e scheletri di rettili in quantità indescrivibili: interi cumuli di spine dorsali, un gran numero di cumuli grandi, piccoli e di medie dimensioni. La località dove le ossa giacciono ammucchiate si presenta così: un passaggio fra anguste montagne verso un'ampia pianura, la quale è collegata alla piana d'Egitto. Si racconta che all'inizio della primavera i serpenti alati volano dall'Arabia in direzione dell'Egitto, ma che gli ibis li affrontano all'ingresso di questa regione e impediscono loro di entrare, anzi ne fanno strage. A ciò gli Arabi fanno risalire il grande onore tributato agli ibis dagli Egiziani; e gli Egiziani stessi sono d'accordo nello spiegare così il rispetto che portano agli ibis.

L'ibis, di aspetto, è un uccello del tutto nero con zampe simili alle zampe di una gru e becco assai ricurvo; la taglia è quella di una gallinella. Così si presentano gli ibis neri, quelli che combattono contro i serpenti alati; ma le specie di ibis sono due, e quella che gli uomini si trovano tra i piedi è così: ha nudi la testa e il collo, tutte bianche le piume tranne che sul capo, sulla gola e sulla punta delle ali e della coda, dove sono al contrario perfettamente nere; per zampe e sagoma è simile all'altra specie.

L'aspetto dei serpenti è simile a quello delle idre; hanno ali senza penne, molto simili alle ali del pipistrello. E quanto ho detto basti sul conto degli animali sacri.

****************

Gli Egiziani residenti nella parte seminata dell'Egitto sono i più dotti fra tutti coloro con cui io abbia mai avuto a che fare, perché coltivano memoria dell'umanità intera.

Essi hanno il seguente sistema di vita: si purgano per tre giorni consecutivi al mese cercando la salute con emetici e clismi intestinali, convinti che dai cibi di cui si nutrono derivino agli uomini tutte le malattie. In effetti gli Egiziani sono la popolazione più sana al mondo dopo i Libici, e ciò a mio parere a causa delle stagioni , cioè per l'assenza di mutamenti di stagione; le malattie degli uomini hanno origine per lo più nei cambiamenti, e in particolare nei cambi di stagione.
Si cibano di pane preparato con farina di olira, che chiamano "killestis"; bevono vino d'orzo perché nel loro paese non hanno viti; mangiano pesci crudi e seccati al sole o conservati sotto sale. Fra gli uccelli mangiano quaglie, anatre e uccellini, crudi e sotto sale; tutti gli altri uccelli e pesci che possiedono, tranne quelli considerati sacri, li mangiano arrosto o lessi. Alle riunioni dei benestanti, appena si è finito di mangiare, un uomo porta in giro una scultura di legno raffigurante un cadavere nella sua bara, imitato alla perfezione nell'intaglio e nei colori, e lungo in tutto uno o due cubiti, e mostrandolo a ciascuno dei convitati dice: «Guardalo e bevi e divertiti: quando sarai morto anche tu sarai così». Questo fanno quando sono riuniti per bere. Conservano le loro usanze nazionali e non ne acquisiscono di nuove. Tra le varie notevoli tradizioni si segnala l'esistenza di un unico canto, il canto di Lino, lo stesso presente in Fenicia, a Cipro e altrove: il nome è diverso presso ciascuna popolazione, ma si è d'accordo nel ritenerlo lo stesso cantato dai Greci sotto il nome di Lino, cosicché tra tante altre cose d'Egitto che mi incuriosivano c'era anche l'origine di questo canto. L'impressione è che l'abbiano sempre cantato; in egiziano Lino si chiama Manero. Alcuni Egiziani mi hanno raccontato che Manero fu l'unico figlio del primo re dell'Egitto; alla sua morte prematura gli Egiziani cantarono in suo onore questi lamenti funebri, che furono il loro primo e unico tipo di canto.
http://www.treccani.it/enciclopedia/lin ... antesca%29
http://www.treccani.it/enciclopedia/lin ... ce3506d72e
http://www.treccani.it/enciclopedia/epi ... taliana%29

Un'altra usanza gli Egiziani hanno in comune con i Greci, o meglio con gli Spartani: quando dei giovani incontrano per strada persone più anziane cedono il passo, si scostano e al loro arrivo si alzano se erano seduti. Assolutamente diversa dall'uso greco è l'abitudine di inchinarsi abbassando la mano fino al ginocchio, per strada, invece di scambiarsi semplicemente un saluto. Vestono tuniche di lino chiamate "calasiri", ornate di frange intorno alle gambe; sulle tuniche indossano mantelli di lana bianca, ma non possono portarli dentro un tempio e usarli nel corredo funebre: non è infatti permesso. In questo vanno d'accordo con i precetti denominati Orfici e Bacchici, che sono in realtà egiziani, e Pitagorici: chi è iniziato a tali misteri commette empietà se si fa seppellire con vesti di lana. In proposito esiste un racconto sacro.

Agli Egiziani risalgono le seguenti altre scoperte: a quale dio appartengono ciascun mese e ciascun giorno, e, sulla base del giorno di nascita, quali eventi gli capiteranno, come terminerà la vita e quale personalità avrà (astrologia); di tali scoperte si valsero quanti fra i Greci si dedicarono alla poesia. Da soli hanno individuato effetti miracolosi più di tutti gli altri uomini messi assieme; perché dopo il verificarsi di un prodigio osservano con attenzione l'avvenimento che ne consegue e lo registrano, sicché, quando poi qualcosa di simile accade ancora, ritengono che si ripeterà lo stesso avvenimento.L'arte della divinazione in Egitto è così fatta: non viene attribuita a nessun uomo, ma spetta ad alcune divinità. E infatti in Egitto esistono oracoli di Eracle, di Apollo, di Atena, di Artemide, di Ares e di Zeus, nonché di Latona, nella città di Buto, l'oracolo che fra tutti gode della maggiore considerazione. Le tecniche di predizione non sono ovunque le stesse, ma differiscono fra loro.

L'arte medica in Egitto è così suddivisa: ogni medico cura solo un certo gruppo di malattie; e ci sono medici dappertutto; alcuni curano gli occhi, altri la testa, altri i denti, altri le affezioni del ventre, altri ancora le malattie oscure.

Ed ecco come si svolgono lamentazioni funebri e funerali: quando in una casa viene a mancare un uomo di una certa importanza, tutte le donne della casa si impiastricciano di fango la testa o anche il volto; poi, lasciando il morto nella casa, girano succinte e a seno scoperto per la città battendosi il petto e con loro tutte le donne del parentado. Anche gli uomini si battono il petto succinti, ma separatamente. Fatto ciò, portano il cadavere all'imbalsamazione. In Egitto esistono persone depositarie di tale tecnica funeraria che svolgono questa mansione. Costoro, quando ricevono un cadavere, mostrano a quelli che l'hanno portato un campionario di salme di legno, rese somiglianti con la pittura; e li informano che la più accurata imbalsamazione è quella di colui il cui nome non mi è lecito riferire in una simile circostanza, poi mostrano la seconda che è inferiore e meno costosa e infine la terza che è la meno cara; e parlando chiedono ai clienti con quale tipo desiderino che il loro morto sia trattato. I clienti si mettono d'accordo sul prezzo e se ne vanno, ed essi, senza muoversi dai loro laboratori, imbalsamano, nel modo più accurato, come segue: per prima cosa con ferri uncinati, attraverso le narici, estraggono il cervello; in parte usano questi ferri, ma si aiutano anche con acidi. Poi con un'affilata pietra etiopica aprono il cadavere all'altezza dell'addome e ne asportano tutto l'intestino; quindi lo puliscono, lo cospargono di vino di palma e poi ancora lo purificano con varie sostanze aromatiche in polvere. Infine riempiono il ventre con mirra pura in polvere, con cassia e con tutti gli altri aromi, a eccezione dell'incenso, e lo ricuciono. Terminata questa operazione, disseccano il cadavere tenendolo a bagno nel natron per settanta giorni; tenervelo per un tempo maggiore è assolutamente sconsigliato.Trascorsi i settanta giorni, risciacquano il cadavere e lo avvolgono interamente con bende tagliate da una tela di bisso e spalmate di gomma (in genere gli Egiziani usano tale gomma al posto della colla). A questo punto, i parenti se lo riprendono e fanno costruire una bara di legno a figura umana e dopo averla fatta vi rinchiudono il morto; così com'è poi, chiuso in questa bara, lo ripongono in una camera sepolcrale, sistemandolo in piedi contro la parete.Questo è il sistema più costoso per imbalsamare i cadaveri; preparano invece come segue chi desidera il metodo medio per evitare una spesa elevata: preparano clisteri di olio di cedro con cui riempiono il ventre del morto senza operare tagli e senza asportare l'intestino; li introducono per via rettale e impediscono poi la fuoriuscita dei liquidi; quindi disseccano il cadavere per i giorni stabiliti e allo scadere fanno uscire dal ventre il cedro che vi avevano immesso. Questo ha una tale efficacia che porta via con sé l'intestino e le viscere ormai dissolte; a loro volta, le carni vengono consumate dal natron, sicché del cadavere non restano che la pelle e le ossa. Fatto ciò riconsegnano il cadavere così com'è, senza prendersene ulteriore cura. Il terzo sistema di imbalsamazione è quello che prepara le persone più povere. Purificano gli intestini con l'erba sirmea, fanno disseccare il cadavere per i settanta giorni e lo consegnano da portar via.Le mogli dei personaggi più illustri non vengono mandate all'imbalsamazione immediatamente dopo la morte, e così pure le donne di particolare bellezza o di una certa condizione: si lasciano passare due o tre giorni e poi sono consegnate agli imbalsamatori. Si agisce così per impedire che gli imbalsamatori abbiano rapporti fisici con queste donne; pare infatti che una volta uno di loro sia stato sorpreso mentre si univa carnalmente con il cadavere di una donna morta da poco; lo denunciò un collega di lavoro.

Se un Egiziano, o anche uno straniero, viene ghermito dai coccodrilli o dalla corrente stessa del fiume, ed il suo cadavere ricompare, gli abitanti della città dove esso approda devono assolutamente provvedere a imbalsamarlo e a dargli sepoltura nel modo più onorevole possibile, in loculi sacri. Nessuno può toccare questa salma, né parente, né amico, né altro: soltanto i sacerdoti del dio Nilo possono dargli sepoltura con le loro mani, perché è considerato qualcosa di più che un semplice cadavere.

Gli Egiziani rifuggono dall'adottare usi greci, o meglio, per dirla intera, costumi di qualunque altro popolo
. Questa in Egitto è la norma generale, ma nel territorio di Tebe vicino a Neapoli, in una grande città chiamata Chemmi sorge un tempio di forma quadrangolare e circondato da palmizi dedicato a Perseo, figlio di Danae: il santuario ha propilei costruiti con pietre di grandi dimensioni; oltre i propilei si trovano due statue in pietra, assai alte. All'interno di questa area sacra sorge il tempio vero e proprio, che a sua volta contiene una statua di Perseo. Gli abitanti di Chemmi sostengono che Perseo appare spesso nel loro paese e spesso all'interno del tempio; che vi si trova un sandalo calzato da lui, lungo due cubiti, e che, quando Perseo si mostra, tutto l'Egitto gode di prosperità. Questo è quanto dicono di Perseo; ed ecco quanto fanno in suo onore, alla maniera dei Greci: indicono giochi ginnici completi di tutte le specialità, stabilendo, come premi, capi di bestiame, mantelli e pelli.
Quando io chiesi perché mai Perseo si mostrasse abitualmente solo a loro e per quale motivo avessero istituito gare ginniche a differenza di tutti gli altri Egiziani, mi risposero che Perseo era originario della loro città perché Danao e Linceo erano di Chemmi e poi si recarono in Grecia per mare; da essi poi, per varie generazioni, si giunse a Perseo. Quando Perseo arrivò in Egitto, per la stessa ragione indicata anche dai Greci, cioè per portare dalla Libia la testa della Gorgone, si sarebbe fermato presso di loro e vi avrebbe riconosciuto tutti i propri parenti; quando giunse in Egitto già gli era nota la città di Chemmi, almeno di nome, avendone sentito parlare dalla madre: allora celebrarono per lui i giochi ginnici, obbedendo a un suo ordine.
Tutte queste usanze appartengono alle popolazioni egiziane al di sopra delle paludi; invece quanti abitano nella regione delle paludi hanno gli stessi costumi degli altri Egiziani; fra l'altro ciascuno di loro può sposare una sola donna, come in Grecia. E per procurarsi da vivere a buon mercato hanno studiato varie soluzioni.
http://it.wikipedia.org/wiki/Perseo_%28mitologia%29

Quando il fiume è in piena e la pianura assume l'aspetto del mare aperto, nell'acqua spuntano numerosi fiori di un giglio che gli Egiziani chiamano loto; essi li raccolgono e li fanno seccare al sole, quindi ne estraggono la parte centrale, simile a quella del papavero, la tritano e ne fanno pani cotti sul fuoco. Anche la radice del loto è commestibile, è un bulbo sferico delle dimensioni di una mela e di sapore dolciastro. Vi sono anche altri gigli, simili a rose, che spuntano pure nel fiume e il cui frutto si sviluppa su un altro gambo, separato dal principale ma spuntato dalla medesima radice; a vederlo è molto simile a un nido di vespe; nel frutto si trovano moltissimi semi commestibili, grandi come noccioli di oliva, che si mangiano freschi o secchi.

Quando estraggono dalle paludi il papiro, che cresce in un anno, tagliano e mettono da parte per altri usi la sua parte superiore; mentre di quella inferiore, per circa un cubito di lunghezza, si cibano e fanno commercio.
Chi desidera fare il migliore uso del papiro lo abbrustolisce entro un forno rovente e se lo mangia così.
http://it.wikipedia.org/wiki/Papiro

Alcuni di loro si nutrono esclusivamente di pesce: lo catturano, lo sventrano, lo fanno seccare al sole e poi lo consumano così com'è, secco. [...omissis... lungo discorso sui pesci...] Quando il Nilo è all'inizio della piena, le concavità del terreno e le depressioni lungo il fiume sono le prime a cominciare a colmarsi dell'acqua che vi filtra dal fiume: non appena colme, subito si riempiono dappertutto di pesciolini. Io credo di indovinare da dove è probabile che essi vengano: ogni anno, quando il fiume si ritira, anche i pesci se ne vanno con le ultime acque, ma lasciano le loro uova nella fanghiglia; l'anno dopo, quando l'acqua ritorna, ecco che subito da quelle uova nascono i pesci. E sui pesci basti così.
Gli Egiziani residenti nelle zone paludose usano un olio ricavato dal frutto del ricino; lo chiamano "kiki" e lo preparano come segue: lungo le rive dei canali e dei laghi seminano questi ricini, che in Grecia crescono spontanei allo stato selvatico; in Egitto vengono seminati e producono molti frutti maleodoranti: una volta raccolti, c'è chi li batte e li spreme con il torchio, c'è invece chi li fa abbrustolire e bollire e poi ne raccoglie il succo derivato; è un olio grasso e adatto alle lampade non meno di quello di oliva, ma emana un odore assai sgradevole.

Contro le zanzare, che sono numerosissime, hanno studiato vari rimedi. Quanti abitano al di là delle paludi trovano sollievo grazie a delle torri, su cui salgono per andare a dormire: le zanzare a causa del vento non sono in grado di volare oltre una certa altezza. Invece quanti vivono proprio nelle zone paludose al posto delle torri hanno studiato un altro sistema; ognuno di loro possiede una rete, che di giorno serve per la pesca e di notte invece si usa così: l'appendono tutta intorno al letto in cui si va a riposare e poi vi si infilano sotto per dormire; le zanzare, che riescono a punzecchiarti anche se dormi avvolto in un mantello o in un lenzuolo, attraverso questa reticella non ci provano neppure.

Le loro navi mercantili sono costruite con legno di acacia; questo albero somiglia moltissimo al loto di Cirene, eccetto per la gomma che ne sgocciola. Dall'acacia ricavano tavole di due cubiti che uniscono come fossero mattoni costruendo la barca come segue: fissano le assi di due cubiti intorno a fitte e lunghe caviglie; fabbricato così lo scafo vi sistemano sopra i banchi. Queste imbarcazioni non hanno costole e le giunture vengono calafatate con papiro; il timone è uno solo e attraversa la carena; hanno l'albero in legno di acacia e vele di papiro. Tali battelli non sono in grado di risalire il fiume a meno che non soffi un forte vento, perciò vengono trascinati da riva; invece quando seguono la corrente procedono così: sono muniti di un graticcio, formato da rami di tamerici intrecciati con fuscelli di canne, e di una pietra forata pesante circa due talenti: si cala il graticcio, assicurato con una fune davanti all'imbarcazione perché la trascini, e la pietra, a poppa, legata ad un'altra fune. Il graticcio, spinto dalla forza della corrente avanza velocemente e tira la "baris" (tale è il nome di queste imbarcazioni); di dietro, la pietra, trascinata a una certa profondità, mantiene rettilinea la navigazione. Quando il Nilo inonda il paese, dalle acque emergono soltanto le città, molto simili alle isole nel Mare Egeo. Solo le città emergono, tutto il resto del territorio egiziano si trasforma in una distesa d'acqua. Allora non si naviga più lungo i rami del fiume, bensì attraverso la pianura; per andare da Naucrati a Menfi si passa accanto alle piramidi, mentre la rotta abituale tocca il vertice del Delta e la città di Cercasoro; navigando attraverso la pianura verso Naucrati, a partire dal mare all'altezza di Canobo, si passa accanto alla città di Antilla e a quella cosiddetta di Arcandro. Delle due, Antilla, un centro notevole, è stata scelta per la fornitura dei calzari alla moglie dei re che si succedono al trono; ciò accade da quando l'Egitto è sottomesso ai Persiani. L'altra città a mio parere prende il nome dal genero di Danao, Arcandro, figlio di Ftio e nipote di Acheo: si chiama appunto Arcandropoli; forse si tratta di un altro Arcandro, ma il nome in ogni caso non è di origine egiziana.

http://www.treccani.it/vocabolario/barca1
Tutto ciò che ho riferito finora è il risultato della mia visione diretta delle cose, o di una mia indagine o una mia opinione; d'ora in avanti verrò a riferire racconti di Egiziani così come li ho uditi, al più aggiungerò qualche particolare ricavato dalla mia osservazione dei fatti. continua...
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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