El vecio Ejito dei Faraoni e ƚa s-ciavetù

El vecio Ejito dei Faraoni e ƚa s-ciavetù

Messaggioda Berto » lun nov 17, 2014 8:00 am

El vecio Ejito dei Faraoni e ƚa s-ciavetù
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Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: El vecio Ejito dei Faraoni e ƚa s-ciavetù

Messaggioda Berto » lun nov 23, 2015 9:42 pm

Il mito della schiavitù
http://www.sapere.it/sapere/approfondim ... avitu.html

Uno dei luoghi comuni più diffusi sull'antico Egitto riguarda l'uso degli schiavi.
In realtà, furono i racconti dei i viaggiatori greci a contribuire al diffondersi dell'idea che l’economia egizia si basasse sugli schiavi.

I viaggiatori greci scrissero che la costruzione delle piramidi sarebbe stata impensabile senza la massiccia partecipazione degli schiavi, e ciò contribuì a diffondere il mito della schiavitù come base dell'economia egizia.
Il concetto di "schiavo" non era però lo stesso per gli egizi e i Greci.
Durante l'Antico Regno (2686-2173 a.C.), era necessaria la partecipazione volontaria dell'intera popolazione per costruire canali d'irrigazione, grandi infrastrutture o opere militari. Gli unici completamente privi di libertà erano i prigionieri di guerra, generalmente Libici e Nubiani.
Il termine egizio per designarli significava "morto vivo" o "vivi per uccidere".
A essi venivano affidati i lavori domestici, anche se i più sfortunati finivano nelle miniere. Nel Primo Periodo Intermedio (2173-2040 a.C.) al mercato asiatico si compravano schiavi, i cui figli erano a loro volta schiavi.
Durante l'Antico Regno (2686-2173 a.C.), l'unica forma di "schiavitù" conosciuta, a parte i prigionieri di guerra, era la corvée o lavoro forzato nelle campagne. I ricchi pagavano per esentarsi da tale obbligo, mentre i più poveri dovevano piegarvisi e se tentavano la fuga, venivano puniti con la schiavitù a vita.
La situazione dei servi del faraone, era invece diversa, essendo in genere prigionieri di guerra o criminali comuni. A partire dal Medio Regno (2040-1786 a.C.), se qualcuno di loro tentava di fuggire veniva condannato a morte.
Malgrado tutto, gli schiavi venivano comunque trattati bene dai loro padroni, anche perché questi ultimi potevano essere denunciati se li maltrattavano o se abusavano di loro. Il termine "schiavo" si può adoperare a partire dalla fine del Medio Regno (2040-1786 a.C.) e per tutto il Nuovo Regno (1552-1069 a.C.).
Per lo più si trattava di stranieri che potevano ottenere la libertà se entravano a far parte dell'esercito.
Ci furono anche casi in cui furono gli Egizi stessi, a causa della estrema povertà, a vendersi, e casi in cui la schiavitù era la condanna comminata per un crimine. Gli schiavi potevano essere venduti o dati in prestito. Di norma, ricevevano un buon trattamento, possedevano proprietà, e potevano persino sposarsi con un membro della famiglia nella quale avevano prestato servizio.
Un esempio è contenuto nel Papiro dell'Adozione: "Comprammo la schiava Dienihatiri che mise al mondo tre figli, un maschio e due femmine. E io li ho adottati, nutriti ed educati, e fino al giorno di oggi essi non mi hanno mai arrecato danno; al contrario, mi hanno trattato bene, e io non ho altri figli né figlie che loro.(...) Ecco, io li ho liberati , e se ella mette al mondo un figlio o una figlia, essi saranno liberi".
La tratta degli schiavi si sviluppò nel Periodo Tolemaico.
Le persone impegnate in lavori domestici venivano chiamati nell'Antico Regno merkhet, ossia, "dipendenti". Essi non erano schiavi dal momento che, finito il tempo della corvée, tornavano alle loro abituali occupazioni. Con la fine dell'Antico Regno, fece la sua comparsa una forma di lavoro che può essere considerata come una forma di schiavitù. Lo sfaldamento dell'unità dello Stato faraonico e l'incontrollato potere raggiunto da alcuni alti funzionari, come i nomarchi, fece sì che alcuni di essi travalicassero i limiti delle loro funzioni e commettessero abusi. Uno dei soprusi più tipici consisteva nel prendere giovani fanciulle del popolo e nel farle lavorare, in alcuni casi, in condizione di schiavitù forzata. Queste ragazze venivano chiamate khem o khemet, termine impiegato normalmente, a partire dal Nuovo Regno, per designare appunto gli schiavi; esse venivano destinate alle faccende domestiche e alla cura delle mogli degli alti dignitari. Il termine usato per i servitori reali costretti alla schiavitù a vita, fu applicato anche ai cosiddetti ushabti.
Come i contadini durante la corvée, gli ushabti si occupavano dei lavori agricoli e di qualsiasi altro tipo di lavoro al posto del defunto. Per tale motivo, gli ushabti erano chiamati anche khem, esattamente come i servitori a forza esistenti durante l'Antico Regno.

Le piramidi e gli schiavi
Uno dei casi più citati per comprovare nell'antico Egitto l'uso degli schiavi, è quello della costruzione delle piramidi ad opera di un gran numero di Ebrei. Però la presenza degli Ebrei in Egitto, citata dalla Bibbia, è molto posteriore. Quei cosiddetti Ebrei, in realtà, non erano altro che parte del grande coacervo di popolazioni nomadi asiatiche vissute nel paese del Nilo.
Tra l'altro, le fonti documentali dell'Antico Regno non parlano dell'esistenza di schiavi per la costruzione di tali monumenti, bensì fanno riferimento alle corvée cui erano sottoposti i contadini quando il Nilo inondava le loro terre. La costruzione di opere pubbliche per il mantenimento dello Stato era un compito che spettava a tutti, anche se la classe agiata se ne liberava dietro lauto compenso.
Certo è che questa forma di lavoro forzato veniva visto dai popoli pastori come una forma di schiavitù.
Il concetto di schiavitù appare in Egitto a partire dal Nuovo Regno quando, per motivi politici, i faraoni conquistarono territori e portarono via una massa di prigionieri. Questi divennero a pieno titolo membri della società egizia, un po' per il loro numero considerevole e un po' per il loro contributo all'economia.
In quest'epoca, tutte le classi sociali potevano avere schiavi. I generali ricevevano schiavi come regali del faraone e come bottino di guerra, mentre gli operai li compravano per i lavori domestici.
Nella società egizia era caratteristico un tipo di schiavitù somigliante alla servitù romana. Le persone che, per motivi legati alla povertà o per debiti, non avevano sufficienti mezzi di sussistenza, potevano essere venduti come schiavi per un certo periodo di tempo. Solitamente, questi ricorrevano alla protezione di un tempio per lavorare e prestare lì i loro servizi. Il tempio era obbligato a mantenerli e a proteggerli in cambio del loro lavoro. Durante il Nuovo Regno, gli schiavi non erano solo maschi. Quando i faraoni compivano spedizioni e portavano via il bottino, esso includeva anche donne e bambini. Dal momento che i figli degli schiavi non erano liberi, alcuni di essi fungevano da "procacciatori" di mano d'opera a buon mercato.
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Re: El vecio Ejito dei Faraoni e ƚa s-ciavetù

Messaggioda Berto » lun nov 23, 2015 9:43 pm

La schiavitù nell'Antico Egitto

http://www.egittoantico.net/2015/01/la- ... gitto.html

La società egizia dell’antico Egitto non era fondata sulla schiavitù, al contrario di quanto si potrebbe pensare. Tuttavia è vero, però, che i prigionieri di guerra e gli egizi di più umili condizioni potevano essere obbligati a svolgere compiti di ogni sorta.
Il termine “schiavo” deriva dal latino slavus, che significa “slavo”: in origine, infatti, alludeva ai numerosi slavi ridotti in schiavitù dalle popolazioni germaniche nel corso dell’alto medioevo. Nell'eccezione moderna, invece, uno schiavo è un individuo che viene considerato come proprietà altrui, e che pertanto non gode dei più elementari diritti. Partire da questa definizione è importante, perché non sempre è facile circoscrivere la nozione di schiavitù quando si parla dell’antico Egitto. Nel paese dei faraoni, infatti, alcune persone sottomesse ai voleri di un padrone potevano ciononostante possedere dei beni propri o, a loro volta, avere dei servitori. D’altra parte, vi erano uomini “liberi” i cui diritti erano tuttavia limitati.
Liberi lavoratori
Una volta fatta questa premessa, è opportuno sfatare una sorta di mito tramandato per secoli fino ai nostri giorni: quello, cioè, secondo cui nell'antico Egitto faraonico pullulava di schiavi utilizzati soprattutto per costruire i suoi edifici monumentali. In realtà, almeno nel periodo in cui furono innalzate le grandi piramidi, cioè durante l’Antico Regno, non esistevano affatto la schiavitù. Le grandi opere architettoniche erano affidate a squadre scelte di architetti, astronomi e altri lavoratori altamente qualificati, i quali erano assistiti da operai e artigiani specializzati e consapevoli della sacralità insita nella loro attività. Ciò non toglie che in alcuni cantieri venissero utilizzati anche i prigionieri di guerra. Gli operai erano raggruppati in “sindacati” che osservavano regole ferree e che li proteggevano da eventuali abusi di potere. Un’incisione attribuita al faraone Micerino (IV dinastia) recita: “Sua Maestà vuole che nessun uomo sia costretto ai lavori forzati e che ognuno tragga soddisfazione del proprio lavoro”.
Prigionieri di guerra
Fu solo a partire dal Nuovo Regno, con le campagne militari condotte dai faraoni in Nubia e in Asia, che si verificò un aumento della manodopera di tipo servile. Schiavi stranieri provenienti dai paesi sconfitti venivano offerti come ricompensa ai soldati più valorosi, oppure donati ai templi o messi a servizio nelle dimore dei faraoni. A questi prigionieri di guerra si aggiungevano anche schiavi egizi. Questi potevano essere asserviti per periodi limitati, per esempio se dovevano ripagare un debito, o anche per tutta la vita, come accadeva ad alcune ragazze che vendevano se stesse per fuggire dalla povertà.
Donne in schiavitù
Molte delle donne fatte prigioniere dagli egizi prestavano servizio nei magazzini dei templi, ma la maggior parte di esse lavorava come serva nelle case. La testa di queste ragazze veniva rasata, e rimaneva solo un ciuffo a “coda di porcellino”. Le prigioniere di guerra più belle erano destinate agli harem e ai palazzi signorili, mentre le meno seducenti entrano spesso a far parte del personale dei templi, come cantanti o danzatrici. I bambini non venivano mai separati dalle madri. In generale, sembra che queste donne possedessero alcuni beni e godessero anche di una certa libertà, come si evince da un antico componimento: “Vedete, i servi ora possono parlare. Quando la padrona comanda, i domestici non sono sull'attenti. Vedete, colei che non possedeva nemmeno una scatola ora possiede un scrigno, e colei che poteva guardarsi solo nell'acqua ora possiede uno specchio”.
I “diritti degli schiavi”
Durante il Nuovo Regno, i compiti degli schiavi potevano essere i più diversi: occuparsi degli aspetti più duri del lavoro nei campi, svolgere mansioni non religiose nei templi, occuparsi di faccende domestiche o amministrative. A quanto sembra, però, il lavoro servile non costituiva un elemento fondamentale dell’economia del paese. A ogni modo, vi erano categorie di persone che erano proprietà di altri egizi, i quali potevano venderle, affittarle o lasciarle in eredità. Anche questi uomini, però, potevano avere dei diritti, sebbene limitati. Alcuni di loro possedevano case e servitori che venivano trasmessi di padre in figlio, erano sposati con donne libere e i loro figli non erano necessariamente degli schiavi. D’altra parte, se uno di essi fuggiva e veniva poi ritrovato, rischiava pene pesanti, che andavano dalle bastonate alla condanna a morte.
Un commercio ufficiale
Da un certo punto in poi, si sviluppò una sorta di commercio ufficiale degli schiavi, soprattutto a opera di mercanti siriani che offrivano manodopera servile reclutata a basso prezzo nel loro paese. Il valore di scambio di uno schiavo era di due deben d’argento per un uomo e quattro deben d’argento per una donna; l’acquisto era ufficializzato da un giuramento davanti a testimoni e registrato da un funzionario. Uno schiavo poteva anche essere venduto a giornata, a un prezzo piuttosto oneroso. Gli schiavi di origine straniera ricevevano dei nomi egizi. Tutti potevano affrancarsi rivolgendosi a un tribunale, e a volte potevano ottenere di cambiare padrone anche senza il consenso di quest’ultimo. Il modo più frequente per affrancarsi era comunque il matrimonio. Una testimonianza in questo senso è offerta da un testo conservato al Museo del Louvre di Parigi, secondo cui una donna libera di nome Takamenet sposò lo schiavo Amenyiu, che era un prigioniero di guerra di Thutmosi III e che finì con l’essere “adottato” dalla famiglia della ragazza.
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Re: El vecio Ejito dei Faraoni e ƚa s-ciavetù

Messaggioda Berto » lun nov 23, 2015 9:43 pm

I costruttori delle piramidi non erano schiavi
26 Gennaio 2010

http://www.focus.it/natura/i-costruttor ... no-schiavi

Contrariamente a quello che si è sempre pensato i costruttori delle piramidi non erano schiavi. Lo confermerebbero alcuni scavi recenti fatti nella piana egiziana di Giza. (Federico De Palo, 26 gennaio 2010)
I lavoratori che costruirono le piramidi non erano schiavi, contrariamente ad un'opinione largamente diffusa. L'ipotesi è stata avanzata da anni ma, a rafforzarla, arriva ora una nuova scoperta. L'annuncio è stato fatto questo gennaio dal ministro della cultura egiziano.
Faraoni e lavoratori. Nella piana egiziana di Giza gli scavi hanno infatti portato alla luce tombe appartenenti ai costruttori delle piramidi di Cheope e Chefren, erette ca. 4.500 anni fa. Le tombe scoperte risalgono alla IV dinastia di faraoni (2649-2513 a.C.). Zahi Hawaas, direttore dell'equipe di archeologi che ha condotto gli scavi, ha dichiarato che se i lavoratori «fossero stati schiavi, non avrebbero potuto costruire le loro tombe a fianco a quelle dei faraoni». Hawass ha anche aggiunto che ci sono prove che le grandi famiglie del Delta del Nilo e dell'Alto Egitto inviassero ogni giorno 21 vitelli e 23 montoni per nutrire i lavoratori, guadagnandosi così sgravi sulle tasse. Ciò, secondo Hawass, dimostrerebbe la partecipazione ad un vero e proprio progetto nazionale.
Leggende egizie. Le prime tombe di lavoratori furono scoperte nel 1990, mentre la paternità della leggenda sugli schiavi è dello storico greco Erodoto che però visse più di 2.000 anni dopo la costruzione delle piramidi. Erodoto stima anche il numero di questi supposti schiavi a 100.000 persone ma secondo gli storici contemporanei, i lavoratori impegnati nel progetto sarebbero stati 10.000.
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