Pensa prima alla tua gente che agli africani e all'Africa

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Messaggioda Berto » mer ago 14, 2019 8:37 pm

"La povertà in Africa è una scelta". Le parole coraggiose del vescovo di Kumasi
Anna Bono
13-08-2019

http://www.lanuovabq.it/it/la-poverta-i ... A.facebook

“La povertà in Africa è una scelta. È dimostrato. I problemi dell’Africa sono il risultato di scelte sbagliate”. Così si è espresso Monsignor Gilbert Justice Yaw Anokye, arcivescovo di Kumasi, Ghana, e Presidente di Caritas Africa. Fra i fattori che elenca: guerre, estremismo religioso, instabilità politica, corruzione, tirannie, incuria. "Abbiamo dormito per troppo tempo, dobbiamo svegliarci subito". Il contrario di quel che dicono Fao e Christian Aid. Che danno la colpa principale ai cambiamenti climatici.

“La povertà in Africa è una scelta.
È dimostrato. I problemi dell’Africa sono il risultato di scelte sbagliate”. Così si è espresso Monsignor Gilbert Justice Yaw Anokye, arcivescovo di Kumasi, Ghana, e Presidente di Caritas Africa, intervistato il 9 agosto mentre si trovava in Kenya per visitare la sede regionale di Caritas Africa. “Questo – ha proseguito – succede quando si scelgono dei cattivi leader. Abbiamo votato dei leader corrotti seguendo criteri tribali, per paura o per convenienza. Dall’indipendenza abbiamo scelto dei leader che non hanno aiutato l’Africa a crescere. Ci sono stati dei buoni leader, ma che sono stati deposti con colpi di stato sostenuti per interesse da persone o da paesi. Perciò i problemi dell’Africa sono causati da pessime leadership”.

A riprova che uscire dalla povertà è questione di scelte, Sua Eccellenza ha citato il caso di paesi come la Malesia e Singapore che ci sono riusciti grazie al fatto di aver scelto dei buoni leader: “anche l’Africa può farcela. Abbiamo dormito per troppo tempo, dobbiamo svegliarci, subito. E ci riusciremo se faremo in modo di scegliere dei buoni leader che si impegnino nella democratizzazione dei nostri paesi, leader con politiche buone non per le loro tasche e per le loro pance, per quelle delle loro famiglie o dei loro gruppi etnici. Quell’epoca si deve chiudere e non deve più ritornare”.

Nel corso dell’intervista monsignor Anokye ha elencato i principali fattori critici del continente africano di cui l’uomo è responsabile: guerre civili, come in Sudan del Sud, estremismo religioso, come in Somalia e in Nigeria, instabilità politica, come in Burkina Faso. Ha accennato anche ai danni all’ambiente causati dall’uomo: “tagliamo gli alberi senza ripiantarli – ha detto – scaviamo per estrarre oro, diamanti e rame senza richiudere le cave, coltiviamo senza prenderci cura del suolo … Tutti questi sono danni causati dall'uomo e devono essere evitati”.

Sono parole coraggiose quelle di monsignor Anokye. Benché viva in un paese relativamente sicuro come il Ghana, migliore di altri per democrazia, stabilità e buona politica, potrebbero costargli care perché ai leader africani non piace sentirsi accusare. Fanno sparire o chiudono in carcere gli oppositori che li sfidano, minacciano i direttori dei mass media e se non basta ne chiudono i giornali e le reti televisive. Se è la comunità internazionale a criticarli reagiscono con protervia. Quando la Corte penale internazionale ha deciso di indagare sulle violazioni dei diritti umani commesse dal suo governo, il presidente del Burundi, Pierre Nkurunziza, prima ha negato l’ingresso alla commissione inquirente e poi, nel 2017, ha revocato l’adesione del suo paese alla Corte. Era il 27 ottobre. Il presidente ha dichiarato il giorno successivo festa nazionale per permettere alla popolazione di celebrare la “storica giornata”.

Proprio il Burundi di Nkurunziza è uno degli stati che meglio dimostrano quanto monsignor Anokye abbia ragione. Il “Rapporto mondiale 2019 sulle crisi alimentari” della Fao colloca il piccolo stato africano tra i paesi del mondo più colpiti da insicurezza alimentare. Un altro rapporto, “Lotta alla fame: indice del clima & della vulnerabilità alimentare” pubblicato all’inizio di agosto da Christian Aid, la nota organizzazione no profit britannica impegnata nella lotta contro la povertà, pone il Burundi al primo posto nell’elenco dei paesi in cui si soffre maggiormente la fame.

Anche la Fao e Christian Aid, come monsignor Anokye, affermano che povertà e fame sono una scelta, che i problemi dell’Africa e quindi anche del Burundi sono il risultato di scelte umane sbagliate. Solo che per Fao e Christian Aid l’insicurezza alimentare del Burundi e degli altri paesi che ne soffrono è dovuta agli effetti già percepibili del cambiamento climatico di origine antropica.

Non considerano che, a causa del succedersi di governi irresponsabili, avidi e incapaci, a quasi 50 anni dall’indipendenza oltre il 90% degli abitanti del Burundi sono agricoltori gran parte dei quali tentano, come hanno fatto i loro predecessori per secoli, di sopravvivere coltivando piccoli appezzamenti e allevando bestiame con le tecniche, i modi e i rapporti di produzione delle economie di sussistenza più elementari: con attrezzi rudimentali, senza controllo delle acque, senza fertilizzanti e diserbanti, secondo una divisione del lavoro che fa gravare la maggior parte delle mansioni su donne e bambini.

Ne deriva che la produttività del lavoro è molto bassa, i risultati incerti e irregolari, la carestia un evento sempre incombente. Ma non è questo il problema, secondo Fao e Christian Aid. La causa dell’insicurezza alimentare non è neanche il tribalismo che in questo paese, come nel vicino Rwanda, oppone Hutu e Tutsi, due etnie che tra il 1993 e il 2006 hanno combattuto una guerra devastante con un bilancio di 300.000 morti quasi tutti civili, e che continuano a nutrire sentimenti ostili con la minaccia costante che di nuovo degenerino in conflitto cruento.

Per Fao e Christian Aid povertà e fame non derivano nemmeno dalla corruzione e dal malgoverno sfrenati, ostentati, rivendicati come il diritto del più forte; né dal fatto che il Burundi dal 2005 è governato da un presidente folle, Pierre Nkurunziza, un Hutu, che si considera unto da Dio; un leader che, violando la costituzione, nel 2015 si è candidato per un terzo mandato, che alle proteste della popolazione ha risposto reprimendo il dissenso con ferocia – torture, esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate… – armando i giovani Hutu e assicurandosi la vittoria elettorale con brogli e intimidazioni: al costo di migliaia di civili morti e centinaia di migliaia di profughi.

Tutt’al più, secondo Fao e Christian Aid, questi sono fattori aggravanti. È il global warming provocato da uomini che vivono in paesi lontani la causa dell’insicurezza alimentare in Burundi.
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Messaggioda Berto » sab ago 17, 2019 9:11 pm

Spineto in rivolta: “Don Luca cacciato per le sue posizioni su porti e migranti”

2019/07/11

https://www.lastampa.it/torino/2019/07/ ... oQXuYpi7UM


Cinque anni nella comunità di un piccolo borgo non si cancellano facilmente. E se hai lavorato bene, come spesso capita, unendo le anime e prendendoti cura di loro, può succedere che l'intero paese faccia di tutto per non farti andare via. Spineto, tra le tante frazioni di Castellamonte, è quella più grande: una farmacia, un bar tabacchi, una parrocchia. Oggi è una frazione in subbuglio: le voci del trasferimento di don Luca Pastore si sono rincorse per settimane, fino alla conferma, l'altra mattina, per mezzo del bollettino della diocesi di Ivrea. Apriti cielo.

Frazione con il parroco

In questi cinque anni don Luca ha saputo conquistare la comunità. Con semplicità e ascolto, a suon di iniziative, proposte, eventi.

E sui social, dove è stato fondato il gruppo «Lasciate don Luca a Spineto», 470 persone (più di metà frazione) hanno già testimoniato a favore del parroco. Senza se e senza ma. «Così si svuoterà la chiesa - dice Daniela Franda Pol - don Luca avrà fatto i suoi errori ma è una persona umana, chi non li fa?».

Oppure: «Don Luca è il più bell'esempio di che cosa vuol dire clero secolare, cioè stare in mezzo alla gente, interpretandone disagi, sofferenze, bisogni», conferma Alessandra Boetto. E se anche don Luca non ha mai risolto alcun delitto, c'è già chi lo definisce «il nostro don Matteo».

Ma allora perché trasferirlo altrove?

Polemica sui migranti

«Come parroci, forse è bene entrare nelle dinamiche di chi non ha voce, di chi ha bisogno, delle famiglie che non riescono ad arrivare a fine mese. Non possiamo buttare nel cestino la nostra storia e le nostre tradizioni. La carità vera si fa in casa, guardando alle nostre famiglie e ai nostri giovani». Don Luca Pastore disse questo, un anno e mezzo fa, nel corso di un convegno pubblico a Castellamonte organizzato dalla Lega.

Il riferimento sui migranti sembrava indirizzato all'arciprete della città della ceramica, don Angelo Bianchi, responsabile dell’accoglienza per la diocesi di Ivrea. Don Angelo che, oltretutto, è stato scelto dal vescovo, monsignor Edoardo Cerrato, per prendere il posto di don Luca. Allora la curia prese le distanze dalle parole del giovane sacerdote.

E a Spineto sono pronti a giurare che la rimozione di don Luca sia figlia di quello scontro. «Perchè qualcuno vuole portare altri profughi in frazione - scrive Massimiliano Bernardi - in tal caso sarà ribellione totale».

Pronti a manifestare

Il trasferimento del parroco è previsto il primo settembre. I cittadini stanno organizzando anche una manifestazione per tentare di far cambiare idea al vescovo.

Don Luca dice a chi gli sta vicino di essere «sorpreso di quanto gli vogliano bene a Spineto». Ma, si sa, «gli ordini si rispettano». Continuerà ad occuparsi delle parrocchie della Valle Soana senza rimpianti, insomma. A meno che il vescovo (che sui social è stato anche oggetto di pesanti insulti) non decida diversamente. «Negli ultimi giorni ho ricevuto diverse sollecitazioni - ammette il sindaco di Castellamonte, Pasquale Mazza - tutte a favore di don Luca. Chiaramente non sono questioni che competono all'amministrazione comunale e non entro nel merito delle motivazioni di questo avvicendamento.

Però è vero, la frazione vorrebbe fare di tutto per trattenere il proprio parroco, visto l'ottimo lavoro svolto».

Dibattito politico

Dalla diocesi di Ivrea, per ora, nessun commento ufficiale. Ma il caso è ormai diventato politico. «Scelta incomprensibile - dice il Senatore della Lega, Cesare Pianasso - mi auguro che il provvedimento venga al più presto revocato». Per Pianasso la decisione della curia eporediese è «un’ulteriore testimonianza di come alla Chiesa odierna non piaccia chi pensa prima ai propri parrocchiani».

Il riferimento, è chiaro, va proprio a quanto don Luca disse sulla gestione dei migranti: «Ebbe il coraggio non comune di esporsi pubblicamente, contestando la politica dei porti aperti e dell’immigrazione incontrollata. E’ chiaro che le sue parole hanno dato fastidio. Così, però, si punisce la comunità che lo ama».



Don Donato, è polemica: “Aiutiamo chi ha bisogno, non i migranti”
Alberto Pastori
2019/08/17

https://www.notizie.it/cronaca/2019/08/ ... lA0lMlfT0Y


Don Donato Piacentini ha recitato un'omelia dai toni fortemente politici: molte le polemiche suscitate dalle sue parole.

Sta generando molte polemiche, soprattutto sui social, l’omelia recitata da Don Donato Piacentini, parroco di Sora, paese in provincia di Frosinone, durante i festeggiamenti di San Rocco. Stando a quanto riportato dal sito open.online, Don Donato avrebbe effettuato una vera e propria omelia anti-immigrazione, connatata da forti toni politici.

La vicenda è accaduta ieri, venerdì 16 Agosto 2019. Il prete, mentre celebrava la funzione nella piazza del paese, ha sottolineato come sia importante aiutare il “prossimo tuo”, dal lui inteso come “chi vive strettamente a fianco di qualcuno”. Sono moltissime le persone, secondo Don Donato, che vivono in difficoltà e abbandonate a se stesso. Hai partecipanti alla messa ha chiesto: “Dove sono gli uomini che se ne fanno carico?”.

Don Donato, parroco di Sora

Il parroco era ben consapevole che le sue parole avrebbero scatenato reazioni contrastanti ma ha voluto continuare. Secondo lui, le persone bisognose “non sono sulle navi che si vanno a soccorrere.

Non sono le persone che hanno telefonini oppure catenine catene al collo e dice di venire dalle persecuzioni. Quale persecuzioni?”.

Don Donato invita tutti a dare un’occhiata attorno a sè: “guardiamo la nostra città, guardiamo la nostra patria, guardiamo le persone che ci sono accanto che hanno bisogno“. Ha poi concluso, rimarcando il fatto che molte persone vicine a noi si trovano in grossa difficoltà: “Quante ne conosco io. Sono tante, tantissime. Sono una marea le persone che si vergognano del loro stato di vita perché non si può vivere in un certo modo con queste disuguaglianze”.
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Messaggioda Berto » sab lug 10, 2021 6:39 am

Il dl Sicurezza nel mirino dei medici: "Viola la costituzione"
Mauro Indelicato - Lun, 16/12/2019

http://www.ilgiornale.it/news/politica/ ... mQDvBkeJaQ

Il presidente dell'ordine dei medici e dei chirurghi ha scritto a Giuseppe Conte ed a Luciana Lamorgese: "Modificare il decreto sicurezza, viola principi costituzionali"

Il decreto Sicurezza sempre più nel mirino. Dopo la richiesta di discontinuità presentata soprattutto dall’ala più a sinistra del Pd in sede di formazione del Conte II e dopo, più di recente, gli annunci di Orfini e di LeU sugli emendamenti da presentare per smontare “pezzo dopo pezzo” la norma, adesso si aggiungono le rimostranze dell’ordine dei medici e dei chirurghi.

In particolare, nelle scorse ore il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli, ha chiesto ufficialmente al governo di modificare il decreto sicurezza.

La norma, come si ricorderà, è entrata in vigore nello scorso mese di agosto ed ha rappresentato uno degli ultimi atti del governo gialloverde. Il decreto è stato promosso soprattutto dall’allora ministro degli interni, ossia l’attuale segretario della Lega Matteo Salvini.

Con il decreto in questione, sono stati affrontati diversi temi riguardanti in primis l’immigrazione ed il contrasto all’ingresso illegale delle persone nel nostro territorio. Per chi ha appoggiato quella norma, votata anche dal Movimento Cinque Stelle, il decreto sicurezza è servito a far diminuire gli sbarchi e ad affrontare il tema della sicurezza nelle città. Per i detrattori invece, la norma avrebbe crismi di incostituzionalità e presenterebbe inoltre criteri discriminativi.

Ad agganciarsi al coro di quest’ultima categoria, come detto, è la Fnomceo. Così come riportato dall’Agi, il presidente Filippo Anelli ha inviato una lettera indirizzata non solo al capo dell’esecutivo, ossia al presidente del consiglio Giuseppe Conte, ma anche al ministro dell’interno Luciana Lamorgese ed al ministro della salute Roberto Speranza.

“Occorre modificare il Decreto sicurezza – si legge nel testo della missiva – garantendo in ogni caso le prestazioni sanitarie a soggetti vulnerabili e persone bisognose di protezione e mantenendo, come sancito dalla Corte Costituzionale (sentenza n. 252 del 2001), la sussistenza di un nucleo irriducibile del diritto alla salute protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana”.

I contenuti della lettera, è stato specificato, sono stati condivisi da tutto il comitato centrale dell’ordine: “La FNOMCeO ritiene – scrive tra le altre cose Anelli – che ogni legge che limita, direttamente o indirettamente, il diritto e l'accesso alla salute nella sua globalità sia un grave atto contro quanto previsto dalla nostra Costituzione, oltre a essere contraria al raggiungimento degli obiettivi stabiliti dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite, sottoscritta dall'Italia nel settembre 2015”.

Secondo l’ordine dunque, il decreto sicurezza presenterebbe crismi di incostituzionalità, in quanto alcune sue parti rischierebbero di ledere il diritto alla salute ad una determinata fetta di potenziali utenti.

Come detto, le richieste di modifica al decreto sicurezza avanzate dai medici, non sono certo le uniche. Sotto il profilo politico, in molti dalla maggioranza giallorossa premono per una definitiva messa in soffitta della norma.

Tuttavia, all’interno della coalizione di governo buona parte del Movimento Cinque Stelle, a partire dal ministro Luigi Di Maio, non vorrebbe toccare o modificare radicalmente il testo del decreto. E dunque, nei prossimi mesi, anche le norme volute da Salvini potrebbero diventare terreno di scontro.
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Messaggioda Berto » sab lug 10, 2021 6:41 am

Le squadre di specialisti per smascherare i finti migranti minori
Marianna Di Piazza - Ven, 20/12/2019

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/ ... z2uFHrV_bU

Il governatore del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, annuncia la stretta sui falsi minori. In arrivo equipe di esperti per stabilire l'età dei richiedenti asilo

Squadre di specialisti per valutare l'età dei migranti richiedenti asilo non accompagnati da adulti. In questo modo il Friuli Venezia Giulia vuole combattere le truffe dei cosiddetti Msna (minori stranieri con accompagnati).

"La Regione metterà in campo squadre di specialisti che, su esplicita richiesta da parte della Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni, stabiliranno con esattezza l'età dei migranti non accompagnati da adulti, sprovvisti di documenti, che si sono dichiarati minorenni", hanno annunciato il governatore del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, e il suo vice Riccardo Riccardi.

IlGiornale.it aveva documentato la truffa dei migranti minori proprio nella Regione che confina con la Slovenia (guarda il reportage). Erano stati alcuni richiedenti asilo a spiegare che tra loro, in strutture che costano dai 70 ai 100 euro al giorno per migrante, si nascondono finti 17enni: "Alcuni di loro non hanno i capelli", "C'è chi ha almeno 35 anni", ci avevano raccontato. "Ci sono casi eclatanti - aveva spiegato Antonio Calligaris, consigliere regionale Lega in Fvg -. Pakistani e Afghani si dichiarano minorenni ma, molto spesso, sono dei palesi 40enni". Ma, avevamo scoperto, dei 498 Msna registrati nel terzo trimestre del 2018 in Friuli Venezia Giulia, il 93,8% ha tra i 16 e i 17 anni.

Le verifiche sull'eta dei migranti sono sempre state problematiche: nella maggior parte dei casi lo Stato si accontenta di quanto dichiarato dagli stranieri che arrivano in Italia e solo poche volte sono svolti controlli più approfonditi. Anche gli accertamenti socio-sanitari non restituiscono dati perfetti e così i casi vengono chiusi. E grazie a questo sistema pieno di pecche, i migranti si dichiarano minorenni e finiscono in strutture di accoglienza con tutti i benefit. A spesa dei contibuenti, ovvio. Ora però la Regione si è stancata e ha deciso di mettere altre forze in campo per smascherare i truffatori.

Così è nata l'idea dei "team multidisciplinari, uno per ognuno dei quattro territori di riferimento delle Prefetture. Saranno composti da professionisti del servizio sanitario regionale: un assistente sociale, un pediatra con competenze auxologiche, un neuropsichiatra infantile o uno psicologo dell'età evolutiva, un mediatore culturale e un case manager", ha dichiarato Fedriga. Le squadre di specialisti "procederanno con un approccio multidisciplinare alle valutazioni socio-sanitarie": colloqui, visite auxologiche, consulenze e indagini anche radiologiche. Insomma, una moltitudine di test per valutare al meglio l'età. Naturalmente rimarrà sempre un margine di errore, che sarà indicato sulla relazione multidisciplinare da inviare all'autorità giudiziaria, ma i controlli si faranno più serrati.

"Con questa sperimentazione - hanno evidenziato governatore e vice -, la Regione vuole aiutare le Prefetture ad avere un quadro dettagliato delle persone che entrano e chiedono asilo nel nostro territorio". Non si tratta solo di sicurezza. Tutto ciò ha anche un'importante ricaduta economica. Per i minorenni infatti sono previste tutele (e quindi spese) maggiori rispetto agli adulti. Le strutture costano il doppio per chi è sotto alla soglia della maggiore età e il tutto va ad appesantire "i bilanci dei Comuni ospitanti". Si tira quindi un freno all'inserimento "sregolato" nelle strutture di accoglienza di tutti quelli che si presentano in Italia. "Non è tollerabile - hanno tuonato - che alcuni si approfittino della situazione e godano di trattamenti che non spettano loro". La truffa dei finiti giovani ha le ore contate.
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Messaggioda Berto » sab lug 10, 2021 6:41 am

Il comune di Lodi ha discriminato le famiglie straniere
30 dicembre 2020

https://www.ilpost.it/2020/12/30/sentenza-mensa-lodi/

La Corte d’appello di Milano ha respinto il ricorso presentato dal comune di Lodi contro un’ordinanza del tribunale di Milano: l’ordinanza definiva discriminatorio il regolamento che impediva l’accesso dei bambini stranieri ad alcuni servizi comunali, come la mensa scolastica e lo scuolabus. La discriminazione è stata confermata anche dalla stessa Corte d’appello. La sentenza ha chiuso una vicenda giudiziaria che durava da tre anni.

Nell’estate del 2017 la sindaca Sara Casanova, eletta con la Lega, firmò una delibera che modificava le regole per beneficiare di tariffe agevolate per la mensa scolastica e lo scuolabus. Come in quasi tutti i comuni italiani, fino a quel momento le agevolazioni erano garantite sulla base dell’ISEE, cioè l’indicatore che tiene conto del reddito familiare e della proprietà di beni mobili e immobili, e quindi stabilisce la ricchezza di una famiglia.

La delibera prevedeva che i genitori nati fuori dall’Unione Europea dovessero presentare documentazione che attestava la loro nullatenenza nel paese di origine. Si tratta di documenti molto difficili da ottenere, e spesso è necessario tornare nel paese d’origine per trovarli. Su 132 domande presentate, il comune di Lodi ne accettò solo tre. Senza le agevolazioni, le famiglie vennero inserite nella fascia economica più alta e furono costrette a pagare 5 euro per ogni pasto e 210 euro a trimestre per lo scuolabus: cifre che costrinsero molti a rinunciare a questi servizi.

Nel 2018 l’ASGI, associazione degli studi giuridici sull’Immigrazione, e il NAGA, associazione volontaria di assistenza sociosanitaria e per i diritti di cittadini stranieri, rom e sinti, presentò un ricorso contro il regolamento del comune di Lodi. Il 13 dicembre 2018, un’ordinanza del tribunale di Milano stabilì che il regolamento era discriminatorio e chiese il ripristino dei precedenti criteri di accesso alle agevolazioni per le mense e il trasporto scolastico.

Questa è la parte più importante dell’ordinanza del 2018

Conseguentemente costituisce discriminazione la condotta di una amministrazione locale che, modificando il proprio regolamento, pretenda che i cittadini non-UE debbano produrre, per accedere a dette prestazioni, la certificazione asseverata rilasciata dalla competente autorità dello Stato estero, resa ai sensi dell’art. 3 DPR 445/2000, che attesti l’assenza di redditi e proprietà nello stato estero di provenienza. Il Comune deve pertanto essere condannato a modificare il predetto Regolamento in modo da consentire ai cittadini non UE di presentare la domanda di accesso a prestazioni sociali agevolate mediante la presentazione dell’ISEE alle stesse condizioni previste per i cittadini italiani e UE.

Il 21 dicembre 2018 il consiglio comunale di Lodi votò la modifica del regolamento, come deciso dall’ordinanza del tribunale di Milano, ma durante la seduta la giunta annunciò il ricorso in appello per ristabilire i criteri di accesso più restrittivi.

Il presidio delle famiglie nel 2018 (Piero Cruciatti / LaPresse)

La sentenza del ricorso in appello è arrivata ieri, martedì 29 dicembre: la Corte ha confermato l’ordinanza del tribunale e ha condannato il comune di Lodi a pagare 7.500 euro per le spese processuali affrontate dalle due associazioni che avevano presentato il primo ricorso.

Nella sentenza si legge

La differenziazione introdotta dal regolamento del Comune di Lodi introdotto con DGC 28/2017 in punto di documentazione su redditi/beni posseduti (o non posseduti ) all’estero costituisce una discriminazione diretta nei confronti dei cittadini di Stati extra UE per ragioni di nazionalità perché di fatto, attraverso i gravosi oneri documentali aggiuntivi richiesti, rende loro difficoltoso concorrere all’accesso alle prestazioni sociali agevolate, così precludendo ai predetti il pieno sviluppo della loro persona e l’integrazione nella comunità di accoglienza; ne consegue il respingimento dell’appello presentato dallo stesso Comune.

La Corte d’appello, quindi, ha confermato che l’ISEE è lo strumento generale di accesso ai servizi sociali e che i cittadini stranieri non possono rispondere a richieste di documenti che rendono impossibile l’accesso a questi servizi.

«Italiani e stranieri devono essere trattati in maniera uguale», ha spiegato l’ASGI dopo la sentenza della Corte d’appello. «Uguali nel dovere di fornire alla pubblica amministrazione tutte le notizie richieste sui loro redditi e patrimoni; uguali nella soggezione a verifiche, ma uguali prima di tutto nel diritto di accedere alle prestazioni sociali senza essere vittime di pretese irragionevoli e, soprattutto, contrarie alla legge dello Stato».

Il coordinamento di «Uguali Doveri», nato per opporsi al regolamento discriminatorio del comune di Lodi e che riunisce molte associazioni della provincia, ha espresso soddisfazione dopo la sentenza d’appello. «Ci auguriamo che il comune di Lodi accetti la sentenza e metta la parola fine a questa triste vicenda, che è giusto si chiuda con una vittoria della solidarietà e del diritto».
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Messaggioda Berto » sab lug 10, 2021 6:42 am

Case popolari, “Ferrara discrimina gli stranieri”: il tribunale accoglie i ricorsi di due donne
7 luglio 2021

https://www.lastampa.it/cronaca/2021/07 ... 1.40472343

Il regolamento sull'assegnazione degli alloggi popolari adottato dal Comune di Ferrara a marzo 2020 è «discriminatorio» e dovrà essere modificato nelle parti che riguardano il criterio della residenzialità storica e la certificazione di impossidenza da parte degli stranieri. Lo ha stabilito il tribunale civile ferrarese, accogliendo i ricorsi di Asgi (Associazione studi giuridici sull'immigrazione) e di due donne straniere, come riporta la stampa locale, finite al 342/o e 680/o posto nella graduatoria che aveva visto le prime 157 posizioni occupate da italiani.

«Prendiamo atto della sentenza, ma andiamo avanti e resisteremo in giudizio fino all'ultimo grado. Grazie al nostro regolamento e al parametro della residenzialità storica abbiamo già assegnato quasi 80 appartamenti a famiglie ferraresi bisognose e non abbiamo intenzione di fermarci». Così il sindaco di Ferrara, Alan Fabbri, commenta l'ordinanza del tribunale civile che ha bocciato come «discriminatorio» il regolamento sull'assegnazione degli alloggi popolari.

Per Fabbri «si tratta di ristabilire un principio di equità sociale tra italiani e stranieri che prima mancava a Ferrara, come ancora manca in tante altre città. Non c'è nessuna discriminazione, anzi a parità di diritti, con il nostro regolamento ad essere valorizzata è la presenza sul territorio dei residenti storici e degli stranieri per bene, che si sono integrati in città». Sulle assegnazioni, poi «nessun passo indietro - specifica il sindaco - Abbiamo dato risposte a famiglie che avevano bisogno e ne siamo fieri. I numeri parlano chiaro. In base alla 32esima graduatoria, formata con il parametro della residenzialità, abbiamo già assegnato 82 appartamenti dei quali 79 a famiglie italiane in stato di necessità. Di queste 36 sono formate da persone anziane con reddito minimo, 25 famiglie hanno all'interno disabili e 24 sono nuclei composti da un genitore separato o divorziato con figli minori».


Il Tribunale: "Case popolari, Ferrara discrimina gli stranieri"
7 luglio 2021

https://bologna.repubblica.it/cronaca/2 ... 309330830/

FERRARA - Il regolamento sull'assegnazione degli alloggi popolari adottato dal Comune di Ferrara (guidato dal sindaco leghista Alan Fabbri, un fedelissimo di Matteo Salvini) a marzo 2020 è "discriminatorio" e dovrà essere modificato nelle parti che riguardano il criterio della residenzialità storica e la certificazione di impossidenza da parte degli stranieri. Lo ha stabilito il tribunale civile ferrarese, accogliendo i ricorsi di Asgi (Associazione studi giuridici sull'immigrazione) e di due donne straniere, come riporta la stampa locale, finite al 342/o e 680/o posto nella graduatoria che aveva visto le prime 157 posizioni occupate da italiani.

"Prendiamo atto della sentenza, ma andiamo avanti e resisteremo in giudizio fino all'ultimo grado", commenta il sindaco Fabbri. "Grazie al nostro regolamento e al parametro della residenzialità storica abbiamo già assegnato quasi 80 appartamenti a famiglie ferraresi bisognose e non abbiamo intenzione di fermarci". Per Fabbri "si tratta di ristabilire un principio di equità sociale tra italiani e stranieri che prima mancava a Ferrara, come ancora manca in tante altre città. Non c'è nessuna discriminazione, anzi a parità di diritti, con il nostro regolamento ad essere valorizzata è la presenza sul territorio dei residenti storici e degli stranieri per bene, che si sono integrati in città".

Sulle assegnazioni, poi "nessun passo indietro - specifica il sindaco - Abbiamo dato risposte a famiglie che avevano bisogno e ne siamo fieri. I numeri parlano chiaro. In base alla 32esima graduatoria, formata con il parametro della residenzialità, abbiamo già assegnato 82 appartamenti dei quali 79 a famiglie italiane in stato di necessità. Di queste 36 sono formate da persone anziane con reddito minimo, 25 famiglie hanno all'interno disabili e 24 sono nuclei composti da un genitore separato o divorziato con figli minori.


MEROLA STAI SERENO, A FERRARA CI PENSANO I FERRARESI
Alan Fabbri Sindaco di Ferrara
9 luglio 2021

https://www.facebook.com/groups/islamno ... 5149207702

Oltre agli attacchi politici ormai scontati, intendo quelli dei sindacati e dell’immancabile vescovo Perego, ex-direttore della Fondazione Migrantes, questa volta si fa strada, a sorpresa, un nuovo nome: il sindaco PD di Bologna Virginio Merola, che poco fa ha condannato la scelta ferrarese di assegnare una casa popolare alle famiglie residenti da più tempo, sia italiane che straniere, a discapito di chi è arrivato solo qualche giorno fa, come nel caso delle ricorrenti.
Merola sostiene che aiutare chi risiede da più tempo “alimenti rancore e risentimento”.
Io sostengo l’esatto contrario: è proprio la discriminazione verso italiani e ferraresi che ha sempre generato rabbia.
Se ai bolognesi sta bene che vengano penalizzate le famiglie che hanno sempre contribuito ai servizi della propria città, e che da un momento all’altro si sono trovate in difficoltà, anche a me sta bene. Nulla da dire.
Abbiamo sicuramente visioni molto diverse ma le rispetto.
A sua differenza non è infatti mia abitudine, e neanche stile, attaccare sindaci e comunità locali, che democraticamente hanno fatto una scelta.
Merola però deve sapere che grazie a questo nuovo regolamento abbiamo già assegnato 82 appartamenti dei quali 79 a famiglie italiane in stato di necessità. Di queste 36 sono formate da persone anziane con reddito minimo, 25 famiglie hanno all’interno disabili e 24 sono nuclei composti da un genitore separato o divorziato con figli minori.
Si tratta evidentemente di cittadini che hanno diritto alla casa popolare e che senza il criterio di residenzialità non avrebbero avuto accesso.
Voglio che sappia, inoltre, che Ferrara non è più disposta ad accettare i 'diktat' che, fino a qualche anno fa, provenivano dal Partito Democratico regionale, che ha sempre fatto scelte disastrose per questa città, soprattutto in ambito di accoglienza.
Anche in condizioni di scarsa trasparenza verso i cittadini.
E infatti il risultato elettorale del 2019 parla chiaro.
Informo il sindaco della città di Bologna che i ferraresi sono in grado di scegliere autonomamente cosa vogliono per la propria città, senza alcuna ingerenza esterna, né sua, nè di ambasciatori di Paesi stranieri, né di chiunque altro.
Io al suo posto penserei ai tanti problemi presenti nella sua città, come ad esempio quelli relativi alla sicurezza, che non mi pare siano pochi visti i tanti messaggi che quotidianamente ricevo privatamente e pubblicamente da cittadini bolognesi.
Non sarà certamente lei a dirmi cosa devo fare dopo 20 anni di esperienza amministrativa e nemmeno posso consentirle di offendere i ferraresi con la solita litania sulla discriminazione e il razzismo.
La nostra è equità sociale e buonsenso perché il principio della residenzialità storica, attivata anche a livello regionale, grazie al nostro lavoro, è un principio universale e che non tocca la provenienza.
Può star certo che io, senza alcuna paura, e con grande coerenza, continuerò a portare avanti fino all’ultimo grado le istanze della stragrande maggioranza dei cittadini ferraresi.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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