Clima, politica energetica US e Greta con i suoi gretini

Re: Clima, politica energetica US e Greta con i suoi gretini

Messaggioda Berto » dom lug 04, 2021 8:42 am

Cina comunista: il più grande inquinatore climatico al mondo continua a inquinare
Judith Bergman
6 giugno 2021

https://it.gatestoneinstitute.org/17445 ... -climatico

La Cina comunista, nel 2020, ha costruito una nuova capacità di produzione di energia a carbone tre volte superiore a quella di tutti gli altri Paesi del mondo messi insieme, l'equivalente di più di quanto produce a settimana una grande centrale a carbone, secondo un rapporto di Global Energy Monitor. Nella foto: una centrale elettrica a carbone di proprietà statale a Huainan, nella provincia di Anhui, in Cina.

Nel 2020, la Cina comunista, ha costruito una nuova capacità di produzione di energia a carbone tre volte superiore a quella di tutti gli altri Paesi del mondo messi insieme, l'equivalente di più di quanto produce a settimana una grande centrale a carbone, secondo un rapporto pubblicato ad aprile da Global Energy Monitor.

Sempre nel 2020, le emissioni di CO2 della Cina sono aumentate dell'1,5 per cento mentre quelle della maggior parte degli altri Paesi sono diminuite. Sebbene, nel 2020, il mondo ha abbandonato il carbone nella produzione energetica, questo processo di dismissione dal carbone è stato eclissato dalle nuove centrali a carbone della Cina.

Anche prima che la Cina costruisse quei nuovi impianti, era già il più grande emettitore al mondo di anidride carbonica (CO2) da combustibili fossili. Nel 2019, la Cina era responsabile di quasi il 30 per cento delle emissioni di CO2, circa il doppio della quantità emessa dagli Stati Uniti, allora il secondo emettitore più grande. La Cina, il principale consumatore di carbone del pianeta ha già la maggiore concentrazione di centrali a carbone a livello globale. Nel 2020, ha prodotto 3,84 miliardi di tonnellate di carbone, la sua produzione più alta dal 2015. Inoltre, Pechino, nel 2020, ha importato 304 milioni di tonnellate di carbone, segnando un aumento di 4 milioni di tonnellate dal 2019.

Secondo l'International Energy Agency, "nel 2018, in Cina, il 79,7 per cento delle emissioni erano prodotte dalle centrali a carbone rispetto al 70,6 per cento delle emissioni prodotte in India, al 25,8 per cento negli Stati Uniti e al 27,9 per cento nell'Unione Europea" e "dal 2011, Pechino ha consumato più carbone rispetto al resto del mondo messo insieme".

Nonostante sia il principale inquinatore climatico al mondo, la Cina continua a lanciare segnali di virtù, pubblicizzando falsamente se stessa come la paladina dell'ambiente. "Dobbiamo proteggere la natura e preservare l'ambiente come proteggiamo i nostri occhi e sforzarci di promuovere una nuova relazione in cui l'uomo e la natura possano entrambi prosperare e vivere in armonia", ha affermato Xi Jinping al recente Vertice dei leader mondiali sul clima ospitato dal presidente americano Joe Biden.

In realtà, tuttavia, il Partito Comunista Cinese (PCC) ha fatto l'esatto opposto di preservare l'ambiente. In un articolo pubblicato dalla Yale School of Environment nel 2017, il professor William Laurance scrisse:

"Non ho mai visto una nazione avere un impatto così schiacciante sulla terra come la Cina adesso.

"In tutto il mondo, in quasi tutti i continenti, la Cina è coinvolta in una vorticosa varietà di progetti di estrazione di risorse, energetici, agricoli e infrastrutturali – strade, ferrovie, dighe idroelettriche, miniere – che stanno causando danni senza precedenti agli ecosistemi e alla biodiversità".

L'articolo citava un'analisi della Banca Mondiale di quasi 3.000 progetti, secondo la quale:

"Gli investitori e le società cinesi straniere spesso predominano nelle nazioni più povere con normative e controlli ambientali deboli, facendo sì che quelle nazioni diventino 'paradisi dell'inquinamento' per le imprese cinesi".

Inoltre, Laurance scrisse:

"La Cina è stata a lungo un buco nero per il commercio illegale di animali selvatici, il più grande consumatore globale di tutto, dai pangolini, alle parti di tigre, alle pinne di squalo e al corno di rinoceronte (...) La Cina è un forte consumatore di legname illegale, nonostante abbia tardivamente adottato misure per arrestare il flusso nei suoi mercati. In Africa occidentale, foreste di palissandro vengono illegalmente deforestate, quasi esclusivamente per alimentare la forte domanda in Cina. Gli impatti sono ancora più pesanti in tutta la regione Asia-Pacifico, dove le foreste dalla Siberia alle Isole Salomone vengono sfruttate eccessivamente per alimentare i mercati cinesi del legname".

Tuttavia, al vertice, Xi ha fatto sembrare che la Cina stesse aspettando che gli Stati Uniti rientrassero nell'Accordo di Parigi. "La Cina accoglie con favore il rientro degli Stati Uniti nel processo di governance climatica multilaterale", ha affermato Xi, aggiungendo:

"I Paesi sviluppati devono aumentare l'ambizione e l'azione per il clima (...) devono compiere sforzi concreti per aiutare i Paesi in via di sviluppo a rafforzare la capacità e la resilienza contro i cambiamenti climatici, sostenerli finanziariamente, tecnologicamente e rafforzandone le capacità (...) in modo da aiutare i Paesi in via di sviluppo ad accelerare la transizione verso un sistema economico di sviluppo verde e a basse emissioni di carbonio".

Il governo cinese, a quanto pare, cerca di evitare di assumersi le proprie responsabilità in materia di emissioni continuando a definirsi apertamente un'economia in via di sviluppo – "bisognosa di aiuto" – sebbene la Cina sia attualmente la seconda economia più grande del mondo dopo gli Stati Uniti.

Ogni Paese firmatario dell'Accordo di Parigi, ha presentato un obiettivo – un contributo determinato a livello nazionale (NDC) – per ridurre le emissioni di carbonio entro il 2030. La Cina, invece, ha avuto un permesso per aumentare le emissioni fino al 2030, quando dovrebbe raggiungere il picco. Ma questo picco sarebbe indice del fatto che il Paese sta "generando enormi quantità [di] CO2: da 12.900 a 14.700 milioni di tonnellate di anidride carbonica all'anno per i prossimi dieci anni, o fino al 15 per cento all'anno sopra i livelli del 2015".

Al vertice, Xi ha ribadito una precedente promessa di raggiungere la neutralità delle emissioni di carbonio prima del 2060 e di "limitare rigorosamente l'aumento del consumo di carbone durante il periodo del 14° piano quinquennale (2021-2025) e ridurlo gradualmente nel periodo del 15° piano quinquennale". In particolare, Xi non ha menzionato affatto la diminuzione del consumo di carbone nei prossimi cinque anni: ha semplicemente parlato di limitarne l'aumento.

Se la Cina fosse seriamente intenzionata a ridurre le emissioni, quell'intento sarebbe stato palese nel suo nuovo piano quinquennale per gli anni 2021-2025, diffuso a marzo. Ma questo piano è stato definito come contenente "poco più che vaghi impegni per contrastare le emissioni di anidride carbonica".

"Secondo il piano, le emissioni della Cina continueranno ad aumentare", ha affermato il dottor Zhang Shuwei, capo economista del Draworld Environment Research Center.

"Nel complesso, il piano non contiene dettagli sufficienti su come la Cina intende accelerare la decarbonizzazione dell'economia, né offre molte indicazioni strategiche su come raggiungere il picco di emissioni di carbonio prima del 2030 e raggiungere la neutralità del carbonio entro il 2060".

Al contrario, gli Stati Uniti, sotto l'ex presidente Barack Obama, si erano impegnati a ridurre entro il 2025 le emissioni di CO2 dal 26 per cento al 28 per cento rispetto ai livelli del 2005. Il presidente Biden, che in uno dei suoi primi ordini esecutivi firmati dopo essere entrato in carica a gennaio ha disposto il rientro degli Stati Uniti nell'Accordo di Parigi, ha promesso al recente vertice che gli Stati Uniti ridurrebbero le emissioni di anidride carbonica di almeno il 50 per cento entro il 2030.

Come ha scritto il Wall Street Journal in un editoriale di febbraio, iniziative come questa spiegano perché "Pechino ama Biden e Parigi". Consentono alla Cina, nelle parole dell'editoriale, di ottenere "una corsa gratuita al carbonio", ovvero una crescita economica senza restrizioni in un momento in cui la Cina sta cercando di diventare la potenza economica e tecnologica dominante del mondo.

È estremamente improbabile che la Cina mantenga i suoi impegni sul clima e ci sono abbastanza precedenti per dimostrare che non ci si può fidare degli impegni del PCC. Nel 1984, la Cina promise che l'autonomia di Hong Kong, inclusi i suoi diritti e le sue libertà, sarebbe rimasta invariata per 50 anni in base al principio "un Paese, due sistemi" dopo il ritorno nel 1997 alla sovranità cinese. A giugno 2020, tuttavia, quando la Cina ha introdotto la sua ferrea legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong, la Cina ha rinnegato la sua promessa e il PCC continua a schiacciare Hong Kong.

La Cina non ha nemmeno tenuto fede al suo impegno del 2015 di non militarizzare le isole artificiali che Pechino ha costruito nella catena delle Isole Spratly nel Mar Cinese Meridionale e non ha mai onorato almeno nove degli impegni presi quando è entrata a far parte dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, per citare solo alcuni casi.

L'elenco delle promesse infrante non include nemmeno le menzogne che la Cina ha detto al mondo sulla presunta non trasmissibilità del Coronavirus, che ha avuto origine a Wuhan e ha finora causato la morte di più di tre milioni di vite e devastato innumerevoli economie.

Secondo uno studio commissionato nel 2017 dall'American Council for Capital Formation con il sostegno dell'U.S. Chamber of Commerce Institute for 21st Century Energy, soddisfare gli impegni assunti da Obama nell'Accordo sul clima di Parigi sarebbe potuto "costare all'economia statunitense 3 miliardi di dollari e 6,5 milioni di posti di lavoro nel settore industriale entro il 2040". Il modello utilizzato nello studio includeva i "benefici calcolati dalla creazione e dalla gestione di progetti di energia rinnovabile. Tuttavia, nel modello, questi vantaggi economici erano controbilanciati da un aumento dei costi". Quanto costerà effettivamente l'adempimento degli impegni assunti da presidente Biden sul clima, per chi l'accordo avrà un beneficio effettivo e quale ulteriore vantaggio darà in realtà alla Cina?

In un momento in cui la Cina sta dicendo una cosa e ne sta facendo un'altra, e non soddisfa palesemente la sua parte di impegni mondiali per la riduzione delle emissioni di CO2 – come dovrebbe fare la seconda economia mondiale – aumentare gli impegni dell'America sul clima invia tutti segnali sbagliati. Ciò che la Cina e gli altri vedono è che indipendentemente da ciò che Pechino fa – anche se inganna il mondo e persegue il suo comportamento predatorio – gli Stati Uniti sono disposti a ridurre la propria competitività, lasciando alla Cina uno spesso tappeto rosso per diventare la superpotenza dominante del mondo, esattamente il ruolo a cui aspira.

Judith Bergman è avvocato, editorialista e analista politica. È Distinguished Senior Fellow presso il Gatestone Institute.
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Re: Clima, politica energetica US e Greta con i suoi gretini

Messaggioda Berto » dom lug 04, 2021 8:42 am

Ecco perché la rivoluzione di Greta Thunberg è pericolosa
Francesco Giubilei
1 Luglio 2021

https://www.ilgiornale.it/news/politica ... 1625161216

La giovane attivista svedese, dopo anni di posizioni apocalittiche e rivoluzionarie, compie una parziale retromarcia sostenendo la necessità di un messaggio di speranza sui temi ambientali.
Ecco perché la rivoluzione di Greta Thunberg è pericolosa

La centralità del tema ambientale nel dibattito politico e mediatico per i prossimi anni è fuori discussione, eppure ci sono due diversi approcci per affrontare la transizione ecologica: da un lato un approccio catastrofica e apocalittico animato da uno spirito rivoluzionario, dall’altro una visione pragmatica e realista che tiene in considerazione le esigenze socio-economiche. La prima modalità è quella portata avanti da Greta Thunberg, dai Fridays for Future, raggiungendo l’apice con i cosiddetti Extinction rebellion.

Questo movimento, meno diffuso in Italia rispetto ad altre nazioni, ha realizzato negli anni passati manifestazioni non autorizzate e radicali con veri e propri atti di disobbedienza civile. A Londra, nella primavera del 2019, i militanti hanno occupato interi quartieri della città e non sono mancati episodi di violenza nei confronti dei cittadini che hanno contestato le modalità della protesta. Il punto è la mentalità alla base di questi atti che affondano le proprie radici in una visione rivoluzionaria (nel senso giacobino del termine) della società.

D’altro canto, come non riscontrare nelle parole di Greta Thunberg "voglio che proviate il panico, che abbiate paura, la nostra casa è in fiamme" uno spirito rivoluzionario? Creare paura nelle persone utilizzando toni apocalittici è tipico di un certo ambientalismo, se si leggono articoli pubblicati nei decenni passati dai fautori di una visione radicale dell’ambientalismo, emergono date e scadenze che puntualmente sono disattese. Greta Thunberg non è da meno: "Abbiamo un anno per salvare il mondo". Dopo anni di messaggi apocalittici, anche la giovane attivista svedese sembra essersi accorta della necessità di cambiare linguaggio per rendere la battaglia ambientale più concreta e meno radicale. In una intervista a Luca Fraioli sulla Repubblica, Greta compie una parziale retromarcia rispetto al passato affermando: "All'inizio ho dovuto usare parole così forti per attirare l'attenzione delle persone, perché per decenni chi si batteva contro i cambiamenti climatici non era stato ascoltato. Quando mi auguravo che gli adulti piombassero nel panico, stavo usando una metafora, ma nel mio cuore c'è sempre stato spazio per la parola 'speranza’".

Portare avanti una visione di ambientalismo basata su istanze rivoluzionarie, non solo non tiene in considerazione le esigenze identitarie e socio-economiche ma al tempo stesso è pericolosa per la tenuta stessa della società. Posizioni radicali sui temi ambientali rischiano infatti di intaccare la tenuta del sistema economico con gravi conseguenze sia per le imprese e gli imprenditori sia per i lavoratori. Lo stesso dicasi per l’approccio dogmatico dell’ambientalismo di Greta Thunberg che vorrebbe sostituirsi alle religioni tradizionali e non può perciò essere messo in discussione intaccando secolari usanze e costumi che fanno parte della nostra identità e che si vorrebbero cancellare in nome di un presunto ambientalismo che ha più a che fare con ragioni politiche che ecologiche.


Il Politicamente corretto (PC): il peggiore crimine contro l'umanità
Il Politicamente Corretto è l'ideologia del male e dell'inversione assurda elevate a bene e assunte come diritto, è l'ideologia dell'odio e del caos.
La menzogna, l'inganno, l'illusione del Politicamente corretto e le sue violazioni dei diritti umani
viewtopic.php?f=196&t=2947
https://www.facebook.com/alberto.pento/ ... 6835049120

La violenza della menzogna del PC precede e anticipa la violenza fisica del suo totalitarismo sociale e politico istituzionale, poliziesco, giuridico e militare.
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Re: Clima, politica energetica US e Greta con i suoi gretini

Messaggioda Berto » mar lug 06, 2021 7:45 pm

La risposta al cambiamento climatico non è quella che pensate…
La risposta al cambiamento climatico sta nel cuore repubblicano d’America? Il Wyoming ha annunciato la costruzione del primo “mini reattore” Natrium.

6 luglio 2021

https://osservatorerepubblicano.com/202 ... e-pensate/

Spesso i media mainstream dipingono il Partito Repubblicano come “il partito delle lobby dei combustibili fossili e dei negazionisti del cambiamento climatico”. Nonostante questa narrazione, è indubbio che siano gli stati repubblicani a guidare attualmente la transizione energetica negli Stati Uniti, grazie ad una politica fiscale favorevole alle imprese e al massiccio uso dei cd. “Federal Tax Credits“.

Il Kansas, l’Iowa e il North Dakota figurano tra gli Stati con la più alta percentuale di consumi derivanti dalle energie rinnovabili e il Texas, risulta essere il principale produttore di energia eolica nel paese.

Leggi anche: “Come raggiungere la transizione energetica tramite il libero mercato: il caso del Texas”

Tuttavia, le energie rinnovabili da sole non bastano per arrivare ad una corretta transizione energetica che possa portare alla definitiva sostituzione dei combustibili fossili.

Contestata dagli ambientalisti più radicali e addirittura dichiarata “illegale” in Italia, l’energia nucleare rappresenta la principale risposta al cambiamento climatico. A dispetto della sua cattiva nomea, il nucleare risulta essere tra le fonti energetiche più sicure in assoluto, con 0,07 morti per TWh e 3 tonnellate di CO2 per GWh. Inoltre, il volume energetico prodotto da una centrale nucleare è incredibilmente alto, a fronte di una quantità di risorse impiegate relativamente ridotta.

Ad oggi, gli Stati Uniti risultano essere il principale produttore di energia nucleare al mondo, con ben 93 reattori nucleari attualmente in uso. Ciononostante, dopo un “età dell’oro” compresa tra gli anni Cinquanta e Settanta, a partire dal 1979 l’energia nucleare ha subito un forte declino negli USA. L’incidente di Three Miles Island favorì la propaganda degli attivisti anti nucleare, i quali condussero molte campagne che portarono alla chiusura di diversi impianti tra cui Rancho Seco in California. D’altro canto, l’abbassamento dei costi del gas naturale mandò sul lastrico molte centrali, non in grado di reggere alla concorrenza e i molti permessi di costruzione, e non furono portati a termine. Infine, l’Energy Policy Act del 2005, varato dal Presidente George W. Bush, si rivelò un colossale fallimento, a causa della sua scarsa focalizzazione sull’innovazione e al contemporaneo boom del fracking.

Dei 31 rettori nucleari commissionati, solo due sono attualmente in costruzione. Le unità Vogle 3 e 4, attualmente in costruzione, sono due nuove unità che completeranno un sito già esistente, cosi come l’unità aggiuntiva nel sito Watts Barr, inaugurata nel 2016.

L’Amministrazione Obama, non è riuscita a invertire la tendenza.

Tuttavia, è proprio in queste situazioni che il tessuto economico e sociale americano, votato alla libera iniziativa e all’innovazione, da il suo contributo.

Nel 2006, Bill Gates ha fondato la startup “Terra Power“, con l’obbiettivo di trovare soluzioni per rendere l’energia nucleare nuovamente competitiva e trovare un modo per integrarla con le energie rinnovabili. Terra Power ha quindi iniziato a sviluppare un nuovo tipo di reattore nucleare assieme alla sezione nucleare del colosso della General Electric, GE-Hitachi. La nuova creatura di Bill Gates ha iniziato a sviluppare una nuova tecnologia denominata “Reattore Natrium”. Si tratta di un TWR “Travelling Wave Reactor”, letteralmente reattore ad acqua itinerante, tecnologia che combina il reattore veloce refrigerato a sodio, ad un sistema di stoccaggio a sali fusi in grado di immagazzinare il calore. Le ridotte dimensioni dell’impianto e la possibilità di separare il reattore da tutte le componenti non nucleari, limita enormemente i costi di costruzione e manutenzione, riducendo inoltre la complessità progettuale e gestionale. Tuttavia, i pregi del reattore Natrium non finiscono qui.

Il reattore è in grado di utilizzare uranio impoverito, reimmettendo così nel circuito le scorie nucleari e salvaguardando l’ambiente. Inoltre, è dotato di un impianto di stoccaggio a sali fusi, che immagazzina il calore prodotto dal reattore: questo, infatti, permette la perfetta integrazione del reattore con le energie rinnovabili, data la possibilità di rilasciare il calore ed aumentare la potenza dell’impianto nei periodi nei quali le rinnovabili risultano meno performanti.

Nel 2015, dato il declino dell’energia nucleare negli Stati Uniti, Terra Power firmò un accordo con la China National Nuclear Corporation, che avrebbe dovuto portare alla realizzazione del primo Reattore Natrium in Cina.

L’ascesa di Donald Trump ha cambiato le carte in tavola. Fin dal primo momento, il nucleare è parso la chiave per raggiungere l’autosufficienza energetica, che era l’obbiettivo promesso in campagna elettorale dal presidente. Piuttosto che varare piani tanto ambiziosi quanto difficilmente realizzabili – come nel caso dell’Energy Policy Act di Bush del 2005 – l’Amministrazione Trump si è concentrata su programmi specifici volti, da un lato, a favorire l’innovazione e la realizzazione di c.d. “mini reattori nucleari“, come appunto il Natrium sviluppato da Terra Power, dall’altro ha posto una serie di limiti al trasferimento tecnologico, volta ad incoraggiare la costruzione di tali reattori sul suolo americano.

Nel 2018, il Congresso ha approvato il “NEICA Act“, introdotto dal Senatore Repubblicano dell’Idaho Mike Crapo. Questo provvedimento facilita la creazione di una partership pubblico-privata attraverso il “Programma GAIN” gestito dal Dipartimento dell’Energia.

Lo stesso anno viene approvato anche il “NEIMA Act“, introdotto dal Senatore Repubblicano del Wyoming John Barrasso. Tale legge, modernizza i provvedimenti normativi volti ad autorizzare la costruzione di reattori nucleari.

Nel gennaio 2019, l’Amministrazione Trump ha provveduto ad imporre dei limiti al trasferimento di tecnologie, spingendo Terra Power a porre fine al suo accordo con la Cina National Nuclear Corporation e a focalizzarsi sulla costruzione del reattore sul suolo americano. Nel 2020, il Congresso ha approvato lo stanziamento di 230 milioni per il “Programma ARDP“ (Advanced Reactor Demonstration Prorgam), supervisionato dal Dipartimento dell’Energia e volto a favorire la costruzione di almeno due reattori di nuova generazione. Lo stesso anno, Terra Power e X Energy sono state selezionate dall’ARDP e hanno ottenuto 80 milioni di stanziamento iniziale per la costruzione dei reattori, con il Dipartimento dell’Energia che si è impegnato a stanziare 3,2 miliardi in sette anni per la realizzazione dei progetti.

Il 3 giugno del 2021, il Governatore del Wyoming, Mark Gordon, ha annunciato che il primo reattore Natrium verrà costruito nel suo stato. Il sito che ospiterà il reattore verrà annunciato alla fine del 2021 e sarà un vecchio impianto per la produzione di carbone. Ma che cosa ha permesso ad uno stato noto per la locale industria del carbone di diventare la sede del primo reattore di nuova generazione?

Anzitutto, il “Cowboy State” guida la classifica dello State Business Tax Climate Index stilata dalla TaxFoundation. Inoltre, il Wyoming è il primo produttore di uranio negli Stati Uniti, sebbene tale industria si sia fortemente ridimensionata a causa del periodo di declino dell’energia nucleare nel paese. Hanno poi giocato un ruolo decisivo sia il forte impegno dei Repubblicani dello stato, soprattutto il Senatore John Barrasso, principale sponsor del “NEIMA Act“, sia la forte presenza in Wyoming della Rocky Mountain Power, azienda che sta lavorando in partnership con Terra Power nonché facente parte della Pacificorp, a sua volta controllata dalla Berkshire Hathaway Inc. capitanata da Warren Buffett, amico di Bill Gates e finanziatore della “Bill e Melinda Gates Foundation“.

La costruzione del reattore porterà centinaia di posti di lavoro in Wyoming e soprattutto permetterà la rinascita della locale industria di estrazione dell’uranio. Il Governatore Repubblicano Mark Gordon ha annunciato anche che l’utilizzo dei “mini reattori nucleari” costituisce la via più breve e più funzionale per una risposta seria alle sfide poste dal climate change e che sarà decisivo per permettere agli Stati Uniti di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050. Gordon si è però affrettato a dichiarare che questo non comporterà la distruzione della locale industria dei combustibili fossili, che continuerà ad operare fino all’esaurimento delle risorse, venendo via via sostituita dalle rinnovabili e dal nucleare, salvando così migliaia di posti di lavoro.

Ancora una volta, i Repubblicani dimostrano che la risposta al cambiamento climatico non è l’adozione di provvedimenti di legge “Job Killer” come l’assurdo Green New Deal, bensì la creazione di ambienti fiscali favorevoli, l’attuazione di politiche specifiche volte a favorire l’innovazione, nonché una graduale transizione che permetta di sostituire progressivamente le energie derivanti dai combustibili fossili con energie “carbon free“, salvando posti di lavoro e sfruttando in maniera sostenibile le risorse non rinnovabili sino al loro esaurimento.
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Re: Clima, politica energetica US e Greta con i suoi gretini

Messaggioda Berto » sab lug 10, 2021 6:59 pm

Il Green Deal «sta creando la morte nel sistema industriale»
L’allarme lanciato da Descalzi, ad di Eni: «La transizione è per ricchi, i prezzi stanno aumentando. La tecnologia non deve passare per l’ideologia»
L'ad di Eni, Claudio Descalzi
Leone Grotti
10 luglio 2021

https://www.tempi.it/green-deal-ue-desc ... a-allarme/

«La transizione energetica nel sistema industriale sta creando la morte». A usare queste parole durissime contro le politiche green dell’Unione Europea non è un osservatore qualunque, ma l’amministratore delegato di uno dei principali motori dell’economia italiana: Claudio Descalzi. La guida di Eni, parlando all’Istituo Affari Internazionali in occasione del suo 55esimo anniversario ha ribadito quello che in tanti dicono da tempo: se Bruxelles si ostinerà a portare avanti il suo Green Deal in modo radicale senza che le altre potenze facciano lo stesso, sarà una catastrofe economica per l’Europa e senza che l’ambiente ne benefici in alcun modo.


L’allarme della guida di Eni

L’ad di Eni, che pure punta alla neutralità carbonica nel 2050, come l’Ue, e che ha programmato investimenti da 5,7 miliardi sull’energia pulita da qui al 2024, ha dichiarato:

«La transizione è una storia per ricchi, perché sono i ricchi che emettono di più. L’Europa ha una Borsa per far pagare le emissioni, l’Ets. Eravamo a 20-25 euro per tonnellata, abbiamo toccato i 60 euro, arriveremo a 100 euro per tonnellata. Questo sta creando la morte nel sistema industriale, soprattutto per gli energivori».

Il Green Deal fa aumentare i prezzi

Il Green Deal prevede che l’Unione Europea azzeri le proprie emissioni nette entro il 2050 e le riduca del 55 per cento in nove anni entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990. Il meccanismo Ets, entrato in vigore nel 2005, è il principale sistema dell’Ue per ridurre le emissioni di carbonio e prevede che chi rilascia nell’atmosfera agenti inquinanti debba acquistare un permesso per farlo. Ogni quota comprata equivale a una tonnellata di Co2. L’idea dell’intero sistema, appena entrato nella Fase 4, è semplice: mantenere i prezzi dei “carbon credit” così alti da costringere le aziende a trovare soluzioni produttive più green per risparmiare.

L’aumento dei prezzi delle quote di cui parla Descalzi ha portato al recente spaventoso aumento delle bollette: +10% della luce e +15% del gas. E i prezzi non si fermeranno qui, perché l’Ue prevede di rilasciare sul mercato sempre meno quote, facendo di conseguenza alzare il costo delle emissioni. L’Autorità dell’energia ha lanciato l’allarme e il governo sta ragionando su come reagire.
Disastro economico e ambientale

Il problema di scaricare tutti i costi sulle aziende è che così si rischia di azzerare i benefici per l’ambiente. Spiega ancora Descalzi: «Una raffineria in Europa perde per definizione. Per Eni sarebbe meglio chiudere tutte le raffinerie per non pagare l’Ets e comprare i prodotti all’estero». Così si produrrebbero due conseguenze: ecatombe occupazionale in Europa e zero benefici per l’ambiente, visto che le emissioni non prodotte in Europa verrebbero immesse nell’atmosfera in Asia dove, oltretutto, le regole ambientali sono molto più morbide.

L’ambiente si conferma infatti un problema globale e non risolvibile da una singola potenza, come evidenziato in una approfondita analisi sul Green Deal pubblicata sull’ultimo numero di Tempi, che spiega e approfondisce le ragioni esposte da Descalzi. L’Ue inoltre è responsabile dell’8% dell’inquinamento mondiale a fronte del 15% degli Stati Uniti e del 30% della Cina.


«Serve tecnologia, non ideologia»

Prosegue l’ad di Eni:

«L’Europa sta dando l’esempio, l’Italia anche, ma se siamo gli unici serve a poco. Se l’Europa dovesse scomparire, il mondo perderebbe l’8% delle emissioni. Bisogna analizzare le cose in modo competente e non ideologico e le tecnologie non devono passare per l’ideologia».

L’avvertimento degli Stati Uniti

La prossima settimana la Commissione Europea presenterà un pacchetto di misure, per trasformare le promesse del Green Deal in realtà, che potrebbe cambiare per sempre l’industria europea e settori chiave come quello dell’automotive e del trasporto su gomma, aria e mare. Negli ultimi mesi, quasi tutti i gruppi industriali hanno scritto lettere allarmate all’Ue, cercando di far capire a Bruxelles che deve dimostrarsi ragionevole e non intransigente. In particolare, hanno gridato al possibile disastro i colossi del trasporto marittimo, le compagnie aeree, i produttori di automobili e anche gli Stati Uniti.

Il segretario di Stato americano, Antony Blinken, in visita in Italia ha fatto un discorso molto chiaro al premier Mario Draghi: se l’Europa punta tutto sulle energie rinnovabili e sulle batterie, e se tutti gli elementi indispensabili per sfruttare le prime e costruire le seconde sono in mano alla Cina, esiste un piano per non legarsi mani e piedi al regime comunista? Il nostro governo al momento non ha una risposta. La speranza è che almeno l’Unione Europea ce l’abbia.
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Re: Clima, politica energetica US e Greta con i suoi gretini

Messaggioda Berto » dom lug 18, 2021 9:20 pm

IL BELLO DEL GREEN E DEL RINNOVABILE.
OVVERO, LA MISERIA.

18 luglio 2021

https://www.newsweek.com/california-fac ... es-1602755

In California (che da sola è la sesta potenza economica mondiale) è stato chiesto ai proprietari di auto elettriche di non ricaricare le vetture in quanto la rete va in sovraccarico.
Per completezza di informazione, il California Department of Motor Vehicles ci dice che i veicoli elettrici sono l'1,2% (unovirgoladuepercento) dei 27,7 milioni di veicoli registrati in quello Stato.
È abbastanza facile immaginare che, quando detti veicoli saranno il quindici o il venti per cento del totale, si fermeranno ascensori, scale mobili o magari la produzione industriale verrà razionata.
Vi sono già decine di studi che dimostrano che la motorizzazione di massa elettrica è incompatibile con l'attuale capacità di produzione elettrica e con quella di trasporto delle reti, ma il mantra ha fermato il ragionamento.
Oltretutto questi idioti sono riusciti a portarsi dietro tutta l'Unione Europea che intende sbarazzarsi di un'eccellente tecnologia in cui è leader mondiale (ill motore a combustione interna a basse emissioni) per aderire alla follia elettrica.
Tanto domani sarà facile imporre per decreto alla gente di non spostarsi in nome dell'elevato concetto dell'ecologia.
E i miopi, applaudono.
Non hanno capito che si stanno giocando la loro stessa libertà.
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Re: Clima, politica energetica US e Greta con i suoi gretini

Messaggioda Berto » mar lug 20, 2021 6:43 am

Ecco il mostro "green" Ue del Commissario Stranamore: una minaccia mortale per famiglie e imprese
Atlantico Quotidiano
Musso
19 Lug 2021

https://www.atlanticoquotidiano.it/quot ... e-imprese/

Il 14 luglio 2021, la Commissione europea se ne è uscita con un pacchetto di proposte volte a “ridurre le emissioni nette di gas a effetto serra di almeno il 55 per cento entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990 … affinché l’Europa diventi il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050”. Variamente definita come Green Deal europeo ovvero Fit for 55, il pacchetto consiste in un groppo di proposte legislative e normative, giornalisticamente definito come il Mammut.

Alla grande industria pesante (imprese produttrici di energia elettrica e industrie ad alta intensità energetica) già oggi è imposto di acquistare speciali diritti (detti quote di emissione) per emettere CO2. Tale imposizione viene resa oggi assai più pesante e, al contempo, essa viene estesa ai distributori di combustibile per gli edifici: i quali, naturalmente, ne gireranno il costo su quelle imprese e quelle famiglie che ancora, d’inverno, ardiscono a riscaldare i propri uffici e le proprie case. E pure alle famiglie che ancora osano avere la cucina a gas.

Idem ai distributori di carburante per il trasporto stradale, con conseguente aumento del prezzo del pieno alla pompa. Ciò che vale per le famiglie, ma anche per camionisti, agricoltori e pescatori. Per questi ultimi, però, si aggiunge la revisione della direttiva sulla tassazione dell’energia, che intende procedere “eliminando le esenzioni obsolete e le aliquote ridotte, che attualmente incoraggiano l’uso di combustibili fossili”: in pratica, pagherebbero il diesel come lo pagano i privati, cioè oggi il doppio, ma domani anche il triplo, considerato l’effetto combinato dei due provvedimenti. Per soprannumero, gli agricoltori dovranno, entro il 2035, “raggiungere la neutralità climatica, comprese le emissioni agricole diverse dal CO2, come quelle derivanti dall’uso di fertilizzanti e dall’allevamento”. Con tanti saluti alla spesa a buon mercato: al pesce fresco ed alla bistecca, ad esempio, che diverranno un bene di lusso per raffinati residenti in ZTL … tutti elettori del Pd, naturalmente.

Vero è che “tutte le autovetture nuove immatricolate a partire dal 2035 saranno a zero emissioni”. Sicché, forse è un bene che le famiglie cessino di scaldare le proprie abitazioni d’inverno … così risparmieranno abbastanza per comprarsi un’auto elettrica, a rate.

Pure in settori nei quali è già presente, l’imposizione delle quote di emissione per emettere CO2 verrà reso più stringente: nel settore aereo, ad esempio. Insieme all’altra misura del pacchetto (ReFuelEU Aviation), che impone ai “fornitori di combustibili di aumentare la percentuale di carburanti sostenibili per l’aviazione nel carburante per gli aviogetti caricato a bordo negli aeroporti dell’Ue”, con tanti saluti ad uno degli ultimi miti europei: i voli low cost.

Altrove, la misura assume toni sfacciatamente protezionistici: l’estensione al trasporto marittimo, ad esempio, non può che servire da volano alla de-globalizzazione. Tanto più in quanto unita all’altra misura del pacchetto (FuelEU Maritime), che impone “un limite massimo al tenore di gas a effetto serra dell’energia utilizzata dalle navi che fanno scalo nei porti europei”. Sempre ammesso che le si possa imporre pure alle flotte mercantili battenti bandiera di Stati abbastanza fortunati da non appartenere alla Unione europea, ad esempio: se una nave giunge a Napoli appena rifornita di gasolio nella libera Tunisi, la Ue le impone di vuotare i serbatoi?!

Così pure i dazi verdi (CBAM – carbon border adjustment mechanism), imposti al fine di compensare le quote di emissione pagate dall’industria che produce nella Ue ma non da quella che produce fuori dalla Ue. Ancorché il sempre patetico Gentiloni si sgoli a sostenere di agire “nel pieno rispetto degli impegni assunti nell’ambito del WTO”, fuori dal mondo fatato di Bruxelles i suoi dazi verdi sono interpretati per quello che sono: dei dazi. E, come tali, chiameranno la reazione del resto del mondo, in forma di contro-dazi. In un divertentissimo sforzo di dirlo senza dirlo, The Economist fa mostra di non volerli considerare dazi, ma solo per affondarli con un diverso argomento, questo: “attuare la politica in modo equo significherebbe accertare quanto carbonio è stato emesso nella produzione di una data importazione e fino a che punto i governi stranieri avevano già tassato tali emissioni. Nel 2018, la Commissione europea ha affermato che sarebbe chiaramente ingestibile. Non è cambiato molto da allora”.

È questo un problema ben noto a chi abbia gli occhi per guardare, sul quale regolarmente si infrangono le proposte di tassazione verde. A cominciare dalla italianissima plastic tax: siccome essa tasserebbe la plastica vergine ma non quella riciclata, teoricamente l’importatore alla frontiera dovrebbe dichiarare di quanta plastica vergine è fatto un determinato imballo (quello di un computer, ad esempio), ma senza che il doganiere abbia modo di effettuare alcuna verifica, sicché è scontato che tutti gli imballi importati verrebbero dichiarati in plastica riciclata e, per conseguenza, la produzione di plastica per imballo in Italia cesserebbe del tutto. Così è fatto il mondo dei gretini.

Questa marea di nuove tasse, andrà a finire: in parte nelle casse dell’Unione, la quale ci pagherebbe una quota del mitico Recovery Fund (a sua volta al 37 per cento destinato “all’azione per il clima”); in parte agli Stati membri (in particolare le quote di emissione). Ma, questi ultimi dovranno poi spendere la totalità delle tasse così raccolte “per progetti connessi al clima e all’energia”. Ad esempio, dovranno “installare punti di ricarica e di rifornimento a intervalli regolari sulle principali autostrade: ogni 60 km per la ricarica elettrica e ogni 150 km per il rifornimento di idrogeno”; “sarà tenuto a ristrutturare il 3 per cento dei suoi edifici ogni anno”; dovrà “produrre il 40 per cento della nostra energia da fonti rinnovabili entro il 2030”; si vedrà assegnato “obiettivi rafforzati di riduzione delle emissioni per quanto riguarda gli edifici, il trasporto stradale e il trasporto marittimo interno, l’agricoltura, i rifiuti e le piccole industrie”; tutti insieme, dovranno “piantare tre miliardi di alberi in tutta Europa entro il 2030” e assorbire “carbonio dai pozzi naturali, per 310 milioni di tonnellate di emissioni di CO2 entro il 2030”.

Di particolare interesse, per l’Italia, la questione del patrimonio edilizio: la Commissione giudica “inefficiente dal punto di vista energetico” circa 3/4 del patrimonio edilizio dell’Unione. Laddove, per edificio efficiente da un punto di vista energetico, essa non può che intendere un edificio quanto di più lontano dalla tradizione edilizia latina (che è fatta di pietra) e vicina alla tradizione edilizia germanica (che è fatta di legno: come quelle migliaia di case in legno, anche a più piani, in questi giorni travolte dalle piene fra la Mosella ed il Reno). Immaginare come ciò sarà possibile in presenza delle nostre Soprintendenze, rende l’intera questione farsesca.

Senza dimenticare che la gran parte di tali spese, andrebbe nell’acquisto di materiale (batterie, impianti di ricarica, pannelli solari, …) di produzione non nazionale, ma estera: importati. In particolare dalla Cina e dalla Germania. Con conseguente sciupio del nostro avanzo commerciale: ingentissimo e che costituisce, oggi, la nostra vera forza.

Ciliegina sulla torta, “la direttiva sull’efficienza energetica fisserà, a livello di Ue, un obiettivo annuale vincolante più ambizioso di riduzione del consumo di energia”, intesa come consumo globale di energia, cioè pure l’energia elettrica. Casomai a qualcuno fosse venuto in mente che l’obiettivo dell’Unione sia l’elettrificazione: no, l’obiettivo dell’Unione è il ritorno all’età della pietra.

Fondamentalmente, il mostruoso pacchetto sarebbe stato scritto sotto dettatura tedesca: “la Germania ha avuto ciò che voleva” – scrive Politico. In uno sforzo che si dice elettorale: nel senso di sostegno alla campagna elettorale della CDU in vista delle elezioni nazionali tedesche di settembre, nelle quali l’avversario principale della CDU sono i Verdi.

Un altro indizio di germanicità del pacchetto è nell’enfasi, posta da Von der Leyen, nel dare per scontato che “l’economia basata sui combustibili fossili ha raggiunto i suoi limiti” (in ciò consiste la cosiddetta economia decarbonizzata). Ebbene, la Germania è, notoriamente, una potenza industriale priva di una propria grande industria petrolifera: Total è francese, Shell inglese, Eni italiana … ma una Eni tedesca non c’è. Dunque, per la Germania, cosa vi sarebbe di meglio che toglierla pure agli altri Paesi?

Di tale sospetto troviamo una sfolgorante conferma nelle parole di Jeffrey Sachs (quello che consigliava Eltsin) su La Repubblica: “l’epoca dei combustibili fossili è finita” … e qui fa il pappagallo della Von der Leyen; “bisogna smantellare la rete di potere e interessi sostenuta dall’industria dei combustibili fossili”; chi la difende è affetto da “corruzione, ignoranza e avidità”. Epperò la Ue “soffre meno della potenza dell’industria del fossile” … espressione che non può che riferirsi alla sola Germania.

Terzo indizio di germanicità troviamo nelle conclusioni logiche di Sachs: la Ue “potrebbe lavorare a un accordo con la Cina, visto che l’America si è incartata in una sorta di Guerra Fredda con Pechino, che distoglie attenzione ed energie dalla questione climatica”. Infatti, il maggiore produttore di CO2 al mondo è la Cina e di gran lunga. Sicché, ogniqualvolta Washington invita Berlino a riallinearsi contro Pechino, Berlino risponde che della Cina abbiamo bisogno “per affrontare la sfida del cambiamento climatico”. Che poi Berlino non abbia la benché minima intenzione di rompere con Pechino per motivi del tutto diversi, sarà certamente un caso.

La Commissione è la prima ad ammettere che il Mammut implica “trasformare radicalmente la nostra economia e la nostra società”. Anzi, se ne fa vanto. Timmermans, in particolare, vuole la “lotta contro la crisi climatica e la perdita di biodiversità” e, interrogato circa le conseguenze socio-economiche della propria follia, si dice “più preoccupato dalla crisi climatica, più preoccupato dall’ecocidio che ne può derivare”. In ogni caso: “We have no other option” … TINA, come un Mario Monti qualunque.

Grazie al cielo, il Commissario Stranamore si è trovato di fronte una mezza rivoluzione di palazzo. La Francia, in particolare, memore dei gilet gialli. Ma pure tutto l’est Europa e (pare, ma non è confermato) persino il governo italiano. Sicché, il meraviglioso piano verde rischia seriamente di trovarsi subito impantanato: “l’approvazione potrebbe richiedere anni”, fanno sapere diplomatici degli Stati membri.

Il che ci pare cosa buona e giusta. Perché non vogliamo tornare all’età della pietra e perché non vogliamo morire cinesi, anzitutto.

Ma pure per amore di buon senso: la rivoluzione normativa non può precedere una rivoluzione tecnologica, ma solo seguirla. Non si può vietare per legge l’uso delle candele, se ancora non è stata inventata la lampadina. Non si può vietare per legge l’uso delle carrozze a cavallo, se ancora non è stato inventato il motore a scoppio. Il che è, però e precisamente, ciò che pretenderebbe di fare l’Ue. Così il commissario per l’energia: “Dobbiamo trasformare l’evoluzione delle energie rinnovabili in una rivoluzione” … come se Volta lo avesse creato per decreto Napoleone, come se Edison lo avesse creato per legge il presidente Rutherford B. Hayes. La Ue vuole aiutare una rivoluzione tecnologica? Allora, investa prima decine di miliardi nella ricerca sull’idrogeno, ne attenda i risultati e solo dopo modifichi le normative. Nel frattempo evitando di dissanguare i propri sudditi con tasse nuove e tiranniche.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Clima, politica energetica US e Greta con i suoi gretini

Messaggioda Berto » mar lug 27, 2021 8:36 pm

Aci, Angelo Sticchi Damiani: "L'auto verde inquina come le altre, l'Europa ci uccide per nulla"
Pietro Senaldi
27 luglio 2021

https://www.liberoquotidiano.it/news/eu ... nulla.html

«In Italia il comparto auto, tra produzione, componentistica, riparazioni, vendita e tutto quello che gira intorno alle quattro ruote impiega un milione e seicento mila persone e rappresenta il 20% del prodotto interno lordo. Solo nella fase della costruzione delle vetture, tanto per fare un esempio, sono impegnate oltre cinquemila e cinquecento imprese e quasi e circa 274mila lavoratori. Costituiscono l'11% della manifattura italiana. Per seguire le direttive dell'Unione Europea in materia di ambiente rischiamo di azzerare tutto questo, ma è evidente che, se si ammazza il settore, si uccide il Paese. C'è qualcuno, a Bruxelles, spinto da motivi ideologici. Ha perduto lungimiranza e senso pratico.
Mi confortano le parole dei ministri Giorgetti e Cingolani, allo Sviluppo e alla Transizione Ecologica, i quali hanno avuto il coraggio di dire la verità: l'esagerata spinta ambientalista è un killer per l'economia e brucerà milioni di posti di lavoro, perché senza passaggi graduali e studiati ci sarà un bagno di sangue. Io lo dico da tre anni, non ascoltato, che essere realisti, che guardare ai numeri, non vuol dire essere un anti-ambientalista, un vecchio dinosauro che non vuole entrare nella modernità. Ora finalmente se ne è accorto anche qualcun altro».

Angelo Sticchi Damiani non ama far politica né si atteggia a guru del pensiero economico. «Le speculazioni non fanno per me», premette. «Non so se ci sono interessi economici miliardari che spingono a distruggere i pilastri dell'economia europea a vantaggio di altre, né tanto meno ho idea di chi ci sia dietro questi interessi. Io faccio un discorso pratico: la lotta all'inquinamento è un dovere di tutti, ma va programmata nel tempo. Ci sono modi efficaci per ridurre le emissioni inquinanti delle auto senza provocare calamità sociali». Il discorso del presidente dell'Aci è semplice: una vettura euro 6 di seconda generazione, soprattutto se alimentata con carburanti ecologici, inquina poco più di un'auto elettrica, costa meno, al momento resta più funzionale e garantisce posti di lavoro. La crociata contro i motori a scoppio non porta significativi benefici all'ambiente, in cambio devasta economicamente la società. Inoltre, inferisce un colpo mortale al made in Italy, che deve molto ai marchi Ferrari, Lamborghini, Maserati. «Ma lei immagina qualcuno che compra una Ferrari totalmente elettrica? Purtroppo ha ragione Giorgetti: la rivoluzione verde rischia di far chiudere la Rossa».

Davvero queste case non possono riconvertirsi?
«Molto difficile, con un motore elettrico la Ferrari perderebbe quasi tutto il suo fascino. Vale come per gli orologi: quelli al quarzo segnano la stessa ora di quelli... a movimento meccanico, ma chi ama gli orologi li sceglie perché sono eterni, sono dei gioielli, il loro meccanismo è un'opera d'arte, proprio come i motori di Maranello».

Presidente, fin qui l'analisi. Lei che cosa suggerisce?
«Per gestire la transizione ecologica senza fare danni non basta intendersi di ambiente, bisogna conoscere il mercato e le reali condizioni d'uso. Nel mese di dicembre l'auto elettrica ha toccato il 6% del venduto; nel 2030 sarà il 20%».

Con i progressivi divieti alla circolazione delle auto a benzina, le elettriche aumenteranno...
«Lei la fa facile. Le auto elettriche sono poche perché costano molto e non sono pratiche. Imporle, mettendo fuori mercato le altre, impedisce la mobilità alla maggioranza degli italiani, che non hanno i soldi per comprare un'auto verde. E poi c'è il problema delle centraline di ricarica sul territorio: sono poche e le batterie non garantiscono un'autonomia concreta superiore ai 200/300 chilometri, sempre che uno non accenda il satellitare o l'aria condizionata».

Non si possono utilizzare i soldi del Recovery Plan per rafforzare la rete di centraline elettriche?
«Ma sarà anche fatto, tuttavia è un'operazione lunga e costosa. Ci vorranno alcuni anni per disseminare il Paese di stazioni di ricarica. E poi non si creda che l'energia elettrica sia gratis, disponibile in misura illimitata, e non inquini. Se a Milano, o a Roma, circolassero solo vetture verdi, non ci sarebbe abbastanza energia elettrica per illuminare le città. Fare il pieno di elettricità a una media vettura equivale al consumo di una famiglia di 4 persone per 6 giorni, ossia circa 50 kWh».

Lei detesta l'auto elettrica?
«Per niente, la amo. Ne possiedo una, è scattante e silenziosa. Però so che oggi l'auto elettrica non è per tutti; è un lusso, sia in termini economici che di utilizzo. È funzionale per le tratte brevi. Quindi è ancora soprattutto una city car».

Adesso non mi dirà che le auto non elettriche non inquinano?
«Non glielo dico, però occorre distinguere. In Italia circolano 35 milioni di automobili. Oltre un terzo di esse è altamente inquinante, non vale nulla sul mercato e ha più di dodici anni. Sono veicoli euro zero (3,6 milioni), euro 1 (un milione), euro 2(3 milioni) ed euro 3(4,5 milioni). La gente se le tiene perché non può permettersi di sostituirle. Le euro 0 inquinano 28 volte più di un euro 5 o un euro 6 e sono estremamente pericolose, perché, siccome sono vecchie e obsolete, chi li guida ha otto volte le probabilità di farsi male in un incidente rispetto a chi ha un'automobile recente».

Propone degli incentivi alla rottamazione?
«Vanno bene per smaltire vetture pericolose e che vengono usate di rado, ma che comunque inquinano, anche solo restando ferme. Lo Stato dia duemila euro a chi le rottama, denaro in contante non bonus per prendere il tram, anche perché nell'ottantadue per cento dei Comuni italiani non c'è trasporto pubblico efficiente, così ammoderna il parco auto. E poi, soprattutto, smetta di rendere vantaggioso il fatto di tenersele».

Se la chiave non sono gli incentivi alla rottamazione, cosa può invece esserlo?
«Siccome è impensabile appiedare di colpo l'Italia e togliere a milioni di cittadini il diritto alla mobilità, come Aci abbiamo presentato una proposta che è ora allo studio in commissione parlamentare per favorire incentivi usato su usato. Se un terzo dei veicoli inquina 28 volte più degli altri, il punto è spostare chi guida vetture vecchie verso le nuove. Se convinco un proprietario di euro 0 o 1 a far rottamare il suo veicolo e prendersi un euro 5 senza fargli spendere troppi soldi, abbatto l'inquinamento, non uccido un settore e metto una persona in condizioni di guidare un'automobile più sicura. Certo, non puoi vendergli un'auto già condannata a morte da norme che la mettono fuori legge».

E come fa a convincerlo?
«Lo Stato deve sostenere l'acquisto con consistenti incentivi ed abbattendo almeno del 50% l'imposta provinciale di trascrizione».

Ma l'auto verde inquina comunque di meno...
«Per valutare il potenziale inquinante di un veicolo non bisogna limitarsi a calcolare le sue emissioni quando circola; va fatta una comparazione totale, dalla costruzione alla rottamazione. L'auto verde è più inquinante in fase di produzione e soprattutto di smaltimento, a causa delle batterie, le quali peraltro possono diventare mortali in caso di incidente. Se qualcuno ci mette le mani può restare fulminato per un cortocircuito. Seve molta accortezza».

Il vantaggio ambientale dell'auto elettrica è nella mancata combustione...
«Anche l'energia elettrica ha una produzione poco sostenibile, almeno fino a quando non riusciremo a ricavarla totalmente da fonti rinnovabili. La gente dimentica che oggi la otteniamo anche da carbone, gas e petrolio. E per produrre più energia elettrica, stressiamo le centrali. In sostanza questa rivoluzione verde delle quattro ruote per ora si traduce soprattutto in uno spostamento delle fonti di inquinamento».

Però quando viaggia l'auto elettrica inquina molto meno...
«Bisogna però vedere se l'obiettivo è realizzare lo slogan delle emissioni zero costi quel che costerebbe, anche al prezzo di distruggere l'economia occidentale, o se invece è ridurre l'inquinamento al massimo. In tal caso, lo sviluppo dei motori classici garantisce il raggiungimento dello scopo. In meno di dieci anni abbiamo fatto macchine tradizionali che hanno un impatto ambientale complessivo simile a quello delle auto elettriche. Se anziché 0, le emissioni sono 0,00..., è un risultato straordinario e si evita di fare danni incalcolabili. Però attenzione, sotto un certo aspetto la vettura verde è più inquinante anche quando viaggia».

In che circostanza?
«È più pesante, a causa delle batterie e quindi solleva più polveri sottili in particolare quando non piove da una decina di giorni».

Perché allora questa lotta al motore termico: questione di moda, o sindrome cinese?
«La risposta non mi compete. Posso solo affermare che quella che appare un'ossessione ambientalista - non l'attenzione all'ambiente, che condivido-, è un problema che riguarda tutta l'Europa e sono contento che l'Italia se ne sia accorta. Dovrebbe fare asse con Germania e Francia per ammorbidire certe leggi decisamente ideologiche. È inaccettabile essere in balia di integralisti che ti dicono dall'oggi al domani che una cosa non si fa più. L'ideologia è nemica del buonsenso, fa sempre e solo danni. Quando poi si sposa con la scarsa conoscenza, il disastro è totale».
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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