El mito resorxemental e łe so falbarie tałego romane

Re: El mito resorxemental e łe so falbarie tałego romane

Messaggioda Berto » mer ott 25, 2017 6:02 am

Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: El mito resorxemental e łe so falbarie tałego romane

Messaggioda Berto » mar dic 19, 2017 10:35 pm

RISORGIMENTO: LE RADICI DELLA VERGOGNA
15 marzo 2016
Elena Bianchini Braglia

https://iltalebano.com/2016/03/15/risor ... a-vergogna

Il Risorgimento: uno stupro. Un atto violento, arbitrario, malcondotto, che ha generato i mostri che oggi attanagliano il nostro paese. Un atto vergognoso che ha generato vergogna.
Il grido di dolore di un’Italia fatta nascere con la forza. Di un’Italia costruita sull’oblio delle identità e delle tradizioni, contro la sua natura e la sua volontà. Il grido di dolore di una grande nazione “idea universale capace di riunire il mondo”, che si è fatta piccolo stato. Il grido di dolore di un’Italia che vuole risorgere.

L’Italia è una nazione?
O è vera la celebre espressione irrisoria del Metternich che la riduceva piuttosto a mera “espressione geografica”?

Il senso del nostro paese è indubbiamente cambiato dopo che, poco più di 150 anni fa, lo si è voluto ad ogni costo far diventare uno stato unitario. È cambiato, ma non come forse ci si aspettava. L’espressione del Metternich a ben guardare è più adatta all’Italia di oggi che non a quella di ieri.

L’Italia dei piccoli stati e delle sue molte capitali primeggiava per cultura, arte, mecenatismo. Era formata da tanti centri vitali, indipendenti, custodi di tradizioni antiche e diversissime tra loro. E poteva essere definita una nazione, quantomeno in virtù di una dimensione culturale e religiosa che le veniva universalmente riconosciuta.

Gli italiani non hanno mai avvertito un orgoglio nazionale inteso in senso politico. Velleità espansionistiche, brama di potere non erano aspirazioni diffuse, perché «l’unica cosa che li interessava era quello che avrebbe potuto dar loro un certo valore agli occhi degli altri, quello che avrebbe conferito loro un significato universale» spiegava il filosofo Vladimir Solovev nella sua opera La giustificazione del bene. E Dostoevskij, riconoscendo all’Italia un ruolo di grande nazione culturale, denunciava come, dopo l’opera unificatrice di Cavour, un «piccolo regno di second’ordine» avesse preso il posto di una grande «idea universale capace di riunire il mondo».

L’Italia unita in effetti ha perso tutto il suo prestigio, senza che peraltro si sia creata una comune identità. L’unificazione politica ha poi generato una serie di divisioni e fratture prima sconosciute. Si è contrapposto il nord al sud, e così si è aperta la mai risolta questione meridionale; con l’attacco alla Chiesa si è diviso il popolo italiano, fino ad allora ancora fortemente e unitamente cattolico; e infine si è perso il rispetto per la cosa pubblica e l’aspirazione a una sua gestione etica. Durante gli anni della forzata unificazione, truffe, corruzioni, inganni, ruberie, estorsioni, delitti parvero anticipare il peggio della futura politica italiana, distaccando per sempre il popolo da un retto sentire della cosa pubblica, da un comune senso di appartenenza, dalla fiducia nello Stato e nelle Istituzioni.

Parlare di Risorgimento non significa dunque parlare semplicemente di un capitolo di storia. Il Risorgimento è attualità, perché le conseguenze di quegli avvenimenti, di quell’unità malcondotta e imposta, le viviamo ancora oggi, sono evidenti nella situazione politica e sociale del paese, pongono tuttora interrogativi e problemi identitari.

Per questo è necessaria una sorta di Psicanalisi dell’Italia, una riflessione attenta sugli eventi del passato, “dell’infanzia” del nuovo stato. Una riflessione che permetta di far emergere i traumi nascosti, dimenticati o fatti dimenticare, le violenze attuate e subite, lo “stupro” che ha portato alla nascita di una creatura malriuscita, per metabolizzarli e superarli, riconducendo la nazione a quella che è la sua naturale vocazione, ovvero alla pluralità e all’autogoverno delle sue tante identità.

Quello che fu detto Risorgimento in realtà non fu che l’espansione territoriale e militare di uno degli stati che componevano la penisola a danno degli altri, ottenuta tra l’altro con l’intromissione determinante di potenze straniere, che poi hanno presentato (e presentano tutt’ora) il conto.

Denis Mack Smith nella sua Storia d’Italia dal 1861 al 1958, definisce il Risorgimento italiano «un succedersi di guerre civili». Il processo di espansione del Regno sabaudo fu una guerra di conquista ratificata da inganni e truffe come quella dei plebisciti, mascherata da una veste filantropica che finì col denigrare secoli di storia italica, e accompagnata da una massiccia propaganda anticattolica che nel cattolicissimo popolo italiano non poté che provocare grave disagio. Il popolo assisteva, indifferente o contrario, agli eventi. Fu poi necessario un lungo lavoro culturale per tentare di «fare gli italiani» dopo avere fatto l’Italia con le armi. E così si è cominciato a infangare tutto il passato preunitario, iniziando dalla grande bugia del “grido di dolore”, per arrivare a una vera sistematica propaganda calunniosa degli antichi Stati, dei Sovrani e dell’Austria. «Bisogna perlomeno ottenere il risultato che l’Austria sia detestata da tutti. Un giorno o l’altro questo odio universale porterà i suoi frutti», scriveva Cavour in una lettera a D’Azeglio.

In realtà i popoli italici prima dell’unità non gridavano per il dolore, né gemevano sotto tirannidi. Gli stati preunitari erano relativamente prosperi, le loro monete circolavano ovunque, i dialetti erano le lingue commerciali del Mediterraneo, le antiche capitali erano fucine d’arte, musica e letteratura. Fu invece dopo l’unificazione che l’Italia conobbe il deficit economico, l’impennata delle imposte, l’emigrazione. Nel 1866 il ministro delle Finanze Antonio Scialoja fu costretto a proclamare il corso forzoso della moneta italiana, cioè la sua indegnità a essere convertita in oro. La qualità della vita del popolo negli anni successivi all’unità crollò miseramente, e la gente si ribellò: la vera partecipazione popolare, sotto forma di manifestazioni, proteste e insurrezioni, si ebbe dopo, come opposizione all’invasore.

I Savoia non hanno fatto l’Italia: hanno cancellato quello che di buono c’era, hanno soffocato le mille peculiarità, le autonomie, le ricchezze della penisola. In senso culturale sacrificando tradizioni, usi e costumi, omologando tutto in un mediocre livellamento verso il basso; in senso materiale imponendo la loro legislazione, le loro tasse, i loro debiti: cosa che ha provocato miseria, malcontento, brigantaggio, emigrazione…

La vergogna di essere italiani nasce con lo Stato Italia, dal modo in cui è stato creato, dai falsi eroi che ci sono stati imposti come modelli. L’unità forzata è stata condotta da uomini – poi celebrati come grandi eroi e padri della patria – che per raggiungere lo scopo non hanno esitato a lordare le loro biografie d’ogni sorta di malaffare.

Filippo Curletti, agente segreto di Cavour, già nel 1861, prevedeva questi esiti: «Io non avevo scorto da nessuna parte quell’entusiasmo per l’unità italiana che, imbevuto dalle illusioni piemontesi io mi era atteso di vedere manifestarsi ovunque. Dappertutto il Piemonte era guardato come uno straniero e come un conquistatore», ammetteva, per poi riflettere amareggiato che «l’unità di una nazione non si crea. Bisogna aspettare che nasca alla sua ora. Allora solamente sarà forte e durevole».

Evidentemente non era la sua ora. Molto è andato perso. Poco di buono è stato guadagnato. Non sono stati raggiunti nemmeno quegli obiettivi minimi che erano stati sbandierati come irrinunciabili. L’Indipendenza, ad esempio, è stata ottenuta solo nelle parole roboanti e nei proclami retorici della cricca risorgimentalista; in realtà si è demonizzato uno “straniero” per poi accoglierne servilmente altri, più arroganti e invadenti. E la libertà è solo una finzione, perché, come scrisse Alianello, «la libertà che s’impone con le baionette non è più dessa».

Le bugie e le false promesse hanno lasciato un vuoto. Vuoto che ha fatto appunto dell’Italia più che una nazione, una mera espressione geografica.




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Re: El mito resorxemental e łe so falbarie tałego romane

Messaggioda Berto » mar dic 19, 2017 10:36 pm

Quando nacque e dove e con chi l'idea risorgimentale?

https://it.wikipedia.org/wiki/Risorgimento
Il termine, che designa anche il movimento culturale, politico e sociale che promosse l'unificazione, richiama gli ideali romantici, nazionalisti e patriottici di una rinascita italiana attraverso il raggiungimento di un'identità politica unitaria che, pur affondando le sue radici antiche nel periodo romano, «aveva subìto un brusco arresto [con la perdita] della sua unità politica nel 476 d.C. in seguito al crollo dell'Impero Romano d'Occidente»

Sebbene non vi sia consenso unanime tra gli storici, la maggior parte di essi tende a stabilire l'inizio del Risorgimento, come movimento, subito dopo la fine del dominio Napoleonico e il Congresso di Vienna nel 1815, ...

La definizione dei limiti cronologici del Risorgimento risente evidentemente dell'interpretazione storiografica riguardo a tale periodo e perciò non esiste accordo unanime fra gli storici sulla sua determinazione temporale, formale ed ideale.

Esiste inoltre un collegamento tra un "Risorgimento letterario" e uno politico: fin dalla fine del XVIII secolo si scrisse di Risorgimento italiano in senso esclusivamente culturale.

La prima estensione dell'ideale letterario a fatto politico e sociale della rinascita dell'Italia si ebbe con Vittorio Alfieri (1749-1803), non a caso definito da Walter Maturi il «primo intellettuale uomo libero del Risorgimento», vero e proprio storico dell'età risorgimentale, che diede inizio a quel filone letterario e politico risorgimentale che si sviluppò nei primi decenni del XIX secolo.

Come fenomeno politico, il Risorgimento viene compreso da taluni storici fra il proclama di Rimini (1815) e la breccia di Porta Pia da parte dell'esercito italiano (20 settembre 1870), da altri, fra i primi moti costituzionali del 1820-1821 e la proclamazione del Regno d'Italia (1861) o il termine della terza guerra d'indipendenza (1866).

Altri ancora, in senso lato, vedono la sua nascita fra l'età riformista della seconda metà del XVIII secolo e l'età napoleonica (1796-1815), a partire dalla prima campagna d'Italia.

La sua conclusione, parimenti, viene talvolta estesa, come detto, fino al riscatto delle terre irredente dell'Italia nord-orientale (Trentino e Venezia Giulia) a seguito della prima guerra mondiale. Infine, le forze politiche che diedero vita alla Costituzione della Repubblica Italiana ed una parte della storiografia hanno individuato nella Resistenza all'occupazione nazi-fascista, tra il 1943 ed il 1945, un "secondo" Risorgimento.



Il conte Vittorio Amedeo Alfieri (Asti, 16 gennaio 1749 – Firenze, 8 ottobre 1803) è stato un drammaturgo, poeta, scrittore e attore teatrale italiano.
https://it.wikipedia.org/wiki/Vittorio_Alfieri

Influenza politica del pensiero alfieriano

I primi patrioti del Risorgimento italiano, sia liberali, sia moderati (monarchici che si rifacevano al suo atteggiamento controrivoluzionario) sia di altre fedi politiche, da Santorre di Santarosa a Cesare Balbo, si riconobbero nei suoi ideali e la casa natale di Asti fu meta di moltissimi uomini che combatterono per l'unità d'Italia. In particolare Santorre scrisse che:
(FR)

« Alfieri allumera dans votre coeur les héroiques vertus et elevera votre pensée; ses expression rudes, mais plein de force et d'energie sont toutes marquées au coin du génie de Melpomene »
(IT)

« Alfieri illumina nel vostro cuore le virtù eroiche ed eleva il vostro pensiero; le sue parole dure, ma piene di forza e di energia sono tutte recanti il timbro del genio di Melpomene »
("Delle speranze degli italiani" Milano, 1920)
Vittorio Alfieri, ritratto di William Girometti (1985)

Luigi Provana del Sabbione, storico e senatore del Regno di Sardegna, dichiarò che anche lui come molti patrioti aveva baciato la tomba di Vittorio Alfieri in Santa Croce ed aveva fissato gli occhi sulla finestra del poeta che si affacciava sull'Arno. Fu visto anche come una sorta di figura decadentista del "dandy" ante litteram, come un personaggio di artista aristocratico e libero. Anche dopo il Risorgimento l'ammirazione di molti intellettuali verso la personalità dell'astigiano continuò: il pensiero politico di Alfieri, quale emerge dalle tragedie e dai trattati, fu visto di volta in volta come un precursore dell'idea anarchica, dell'individualismo, del nazionalismo fascista, del pensiero libertario, di forme di liberalismo.

Nel primo novecento ispirò alcune opere e, in parte, il pensiero del giornalista liberale e antifascista Piero Gobetti, anche lui piemontese, come nell'articolo Elogio della ghigliottina, in cui Gobetti si rifà ad alcune idee espresse nel trattato alfieriano Della tirannide: se tirannide deve essere (il bersaglio di Gobetti è il fascismo), è meglio, paradossalmente, che non sia affatto una dittatura morbida, ma che sia oppressiva, in modo che il popolo capisca cos'è davvero un regime e si ribelli apertamente ad esso. Gobetti descrive il pensiero politico di Alfieri come «liberalismo immanentistico».

Nell'epoca contemporanea, le tragedie alfieriane non vengono sovente rappresentate, al di fuori della città di Asti, a causa della difficile fruizione di esse per un pubblico poco preparato in materia (la più rappresentata è comunque il Saul, ritenuta la migliore), mentre è tuttora molto citato e preso come esempio, anche per la realtà moderna, il trattato Della tirannide, specialmente la definizione data dal drammaturgo piemontese di questo tipo di governo. Si è registrato inoltre, in rassegne dedicate al teatro settecentesco, un recente interesse per le commedie, sdegnate dalla critica alla loro comparsa; in particolare, Il divorzio è stato rappresentato spesso accanto alle grandi opere del periodo, come le tragedie di Voltaire, le commedie di Diderot e quelle di Goldoni.
PAOLO MIELI
19 ottobre 2010
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Re: El mito resorxemental e łe so falbarie tałego romane

Messaggioda Berto » mar dic 19, 2017 10:36 pm

I Napoleone

Repubblica Cisalpina
https://it.wikipedia.org/wiki/Repubblica_Cisalpina
La Repubblica Cisalpina fu uno Stato dell'Italia settentrionale, che si estese principalmente nelle odierne regioni Lombardia ed Emilia-Romagna e, marginalmente, in Veneto e in Toscana. Fu costituita il 29 giugno 1797.
La cosiddetta "repubblica sorella" (così infatti erano chiamate quelle che presero a modello le istituzioni della Francia rivoluzionaria) mutò dapprima il proprio nome in Repubblica Italiana (1802-1805) e quindi Regno d'Italia (1805-1814).


Il Regno d'Italia napoleonico
https://it.wikipedia.org/wiki/Regno_d%2 ... (1805-1814)
Il Regno d'Italia napoleonico fu uno Stato posto sotto il controllo delle forze armate francesi. L'entità politica fu fondata da Napoleone Bonaparte nel 1805, allorquando il generale francese si fece incoronare sovrano della previgente Repubblica Italiana. Il Regno, che comprendeva l'Italia centro orientale e buona parte del settentrione e aveva capitale Milano, non sopravvisse alla caduta del suo monarca, e si disciolse nel 1814. Il Regno napoleonico d'Italia o Regno Italico è considerato dalla storica anglo-italiana Jessie White l'embrione dello Stato unitario italiano costituitosi poi nel 1861.



L'imperatore che avviò l'unità d'Italia
Napoleone III, il «doppio nipote» di Bonaparte.
Senza di lui l'avventura unitaria non sarebbe iniziata.
PAOLO MIELI
19 ottobre 2010

http://www.corriere.it/unita-italia-150 ... aabc.shtml

V ictor Hugo lo detestava al punto da definirlo «Napoleone il piccolo». E buona parte della storiografia democratica nella seconda metà dell'Ottocento nonché nella prima del Novecento non ne aveva gran stima. Ma in tempi recenti storici italiani di diversa provenienza politico culturale, da Luciano Canfora a Franco Cardini, hanno mostrato grande interesse per la figura di Napoleone III. Cardini ha anche scritto su di lui un bel libro per la Sellerio (nella collana diretta da Sergio Valzania che riprende i testi di una seguitissima trasmissione radiofonica), Napoleone III, dedicandolo a Eugenio Di Rienzo «studioso autentico di Luigi Napoleone, con la doverosa riconoscenza di un onesto dilettante». Perché questo omaggio dai toni insoliti (quantomeno nel mondo degli storici)? Per il fatto che quando è uscito il libro di Cardini stava per essere pubblicato (e adesso lo è, per i tipi della Salerno editrice, nella collana «profili» fondata da Luigi Firpo e diretta da Giuseppe Galasso) un poderoso, accurato volume di Di Rienzo - anche qui il titolo è Napoleone III - che può essere considerato il primo esauriente studio italiano sulla figura di quel «doppio nipote», protagonista del Secondo Impero francese. «Doppio nipote» dal momento che Napoleone Bonaparte gli era ad un tempo zio - in quanto fratello di suo padre, Luigi, re d'Olanda - e nonno adottivo come marito di Giuseppina de Beauharnais, madre di sua madre, Ortensia.


RIVALUTAZIONE - Un qualche apprezzamento da parte degli storici italiani nei suoi confronti non è una novità. Cinquant'anni fa, Luigi Salvatorelli in Leggenda e realtà di Napoleone (Einaudi) si spinse addirittura a valutare Napoleone III più positivamente del suo zio e nonno acquisito. «Mentre il primo regime imperiale (quello di Napoleone Bonaparte, ndr) era andato verso un assolutismo personalistico sempre più completo - scriveva Salvatorelli -, il Secondo Impero seguì un'evoluzione contraria, fino a trasformarsi nell'Impero liberale, cioè in una monarchia costituzionale vera e propria, salvo la persistente ambiguità che l'imperatore era responsabile davanti al popolo francese, a cui poteva sempre fare appello».
Ma torniamo alla formazione di Napoleone III. Luigi, suo padre, aveva sposato malvolentieri Ortensia su pressione del fratello. Fratello, il Bonaparte, che Luigi sospettava fosse anche il vero genitore del primo figlio nato dalla sua unione con Ortensia nel 1802, lo stesso anno delle nozze (il piccolo fu battezzato con il nome di Napoleone Carlo e sarebbe morto per una febbre difterica nel 1807). La coppia ebbe poi, nel 1804, un secondo figlio, Napoleone Luigi (morirà di scarlattina nel 1831) e infine, nel 1808, il protagonista del libro di Di Rienzo, che sarà battezzato con il nome Luigi Carlo Napoleone, ma verrà sempre chiamato Luigi Napoleone. Il titolo di Napoleone II sarebbe spettato all'autentico figlio del Bonaparte, nato nel 1811 dal matrimonio tra questi (che nel frattempo aveva divorziato da Giuseppina) e Maria Luisa d'Austria; figlio che aveva preso il nome di Francesco Carlo in omaggio al nonno per parte di madre, Francesco I d'Asburgo imperatore d'Austria, e a Carlo Magno. Ma anche Francesco Carlo (Napoleone II), che dopo la caduta di Napoleone aveva vissuto a Vienna ed era stato nominato duca di Reichstadt, morì prematuramente, a ventun'anni, nel 1832.


L'EREDE - Da quel momento, primi anni Trenta, Luigi Napoleone si considerò e fu considerato l'erede della dinastia napoleonica. Ruolo che interpretò vestendo fin da giovane i panni del rivoluzionario: nel 1831 con il movimento insurrezionale che si era sviluppato tra l'Emilia, le Romagne, le Marche e l'Umbria; poi con il tentativo di provocare una rivolta in alcune piazzeforti dell'est della Francia; quindi con la ricerca di una sollevazione della Polonia; e ancora nel 1836 con il putsch (fallito) di Strasburgo. Infine, nel 1840, dopo lunghe peregrinazioni, con lo sbarco a Boulogne per innescare una rivoluzione (ennesimo fallimento). Quell'insuccesso fu considerato un po' da tutti come la prova che Luigi Napoleone era uno sprovveduto. Anche suo padre inviò al tribunale una lettera, pubblica, in cui auspicava che il figlio fosse trattato con clemenza in quanto era un povero ragazzo raggirato da cattivi consiglieri.
Il «Times», a proposito di quel ragazzo, scrisse che se almeno fosse stato ucciso, sarebbe stata «la fine più appropriata di un imbecille mistificatore». Allo sbarco a Boulogne era seguito un processo in cui il procuratore generale Emile Franck-Carré aveva definito il futuro Napoleone III «un puerile avventuriero, un giovanotto conosciuto solo per le sue sconsiderate imprese, un dittatore improvvisato, che venne a prendere terra a Boulogne, in mezzo ai suoi servitori travestiti da soldati e aveva osato impugnare la spada di Austerlitz (quella di Napoleone Bonaparte, ndr) che si era rivelata davvero troppo pesante per le sue deboli mani». Luigi Napoleone fu condannato; tra il 1840 e il 1846 subì una detenzione (dorata) nella prigione di Ham, che lui stesso definì la «mia università» dal momento che poté tenere una vivace corrispondenza con personalità del suo tempo, studiare, scrivere articoli e opere invero non disprezzabili.


DISASTROSO GOLPISTA - «Se come golpista si era rivelato un disastro - ha scritto Cardini -, come commentatore politico e osservatore della vita civile sapeva essere informato, aggiornato, acuto».
Nel '46 evase, si stabilì a Londra per poi rientrare a Parigi dopo la rivoluzione del 1848. E qui si vide (e lui stesso poté constatare) quanto fosse ancora forte e persistente il mito di Napoleone. A dicembre di quell'anno il nostro fu eletto presidente della Repubblica; nel 1851 assunse poteri dittatoriali, nel 1852 fu proclamato imperatore. E qui viene la parte più avvincente del libro di Di Rienzo, quella dedicata al ruolo che Napoleone III ebbe nel processo che portò alla formazione dello Stato italiano. Ruolo ben noto che inizia con la partecipazione del Regno di Sardegna alla guerra di Crimea con la conseguente facoltà di sedere tra i vincitori della coalizione antirussa al congresso di Parigi del febbraio-marzo 1856, prosegue con i colloqui di Plombières tra l'imperatore e Cavour (1858), sfocia nella guerra franco-piemontese contro l'Austria (1859), ma si infrange contro il trattato di Villafranca, in virtù del quale la Francia, incassate Nizza e la Savoia, interrompeva il conflitto dopo che era stata «liberata» solo la Lombardia e non anche il Veneto come dagli accordi di Plombières. Fu un duro colpo. Al punto che i patrioti dell'epoca paragonarono il trattato di Villafranca al «tradimento» di Campoformio con il quale nel 1797 Napoleone Bonaparte aveva interrotto la sua campagna in Italia tenendo Milano ma lasciando, anche quella volta, Venezia all'Austria. E tutti quelli che avevano a cuore la causa dell'Italia unita (almeno quella settentrionale) reagirono con identica indignazione.


VILLAFRANCA - Ma, come già osservò Rosario Romeo nel terzo volume di Cavour e il suo tempo (Laterza), «se Villafranca non realizzava tutto il programma di Plombières, essa segnava per l'Austria la più grave disfatta che avesse mai subito sulla questione italiana: così grave da mutare interamente i termini del problema quali erano stati dal 1815 in poi». E se Cavour in quei giorni di luglio non riuscì a rendersene conto, «ciò si dovette», sempre secondo Romeo, «in parte a un dato esistenziale proprio della condizione umana, e in parte alla sua fragilità temperamentale, che nei momenti di maggiore tensione gli faceva perdere il controllo dei dati oggettivi della situazione e il dominio di se stesso: senza tuttavia privarlo nella più parte dei casi della istintiva capacità di prendere le decisioni politicamente più opportune». Come furono proprio le dimissioni.
Tra Vittorio Emanuele e Cavour si era creato in quei giorni un clima di crescente, reciproca insofferenza. Il conte era persuaso della necessità di sottrarre al re ogni influenza sull'andamento delle operazioni militari. Dopo la battaglia di Solferino disse esplicitamente a La Marmora che bisognava esautorare del tutto il sovrano. Ma, come ha ben ricostruito Adriano Viarengo nel suo recente Cavour (Salerno editrice), forte era anche la determinazione del re sabaudo - in ciò aizzato da Urbano Rattazzi - a liberarsi una volta per tutte del suo ingombrante primo ministro che «si era anche sforzato di mettere in cattiva luce presso l'imperatore francese».

L'IRA DI CAVOUR - Ecco come Costantino Nigra, braccio destro del primo ministro del Piemonte nonché suo ambasciatore a Parigi, ricorda il momento in cui, al cospetto di Vittorio Emanuele, fece conoscere a Cavour il preliminare dell'accordo di Villafranca. «Cavour lo lesse, però man mano che andava innanzi nella lettura gli si accendeva il volto e cresceva l'orgasmo. Quando poi giunse a quel punto dove è detto che tutti i sovrani d'Italia avrebbero formato una Lega presieduta dal Papa, allora non si contenne più e proruppe altamente dicendo al re di sperar bene che non avrebbe apposto la sua firma a quel trattato ignominioso. E qui dette sfogo lungamente all'animo esacerbato bollando con parole roventi la condotta dell'imperatore: pregò il re che non se ne rendesse solidale perché era un tradimento verso le popolazioni che, insorgendo, avevano avuto fiducia in lui». Il colloquio fu a tal punto aspro che il re accolse le sue dimissioni con sollievo e poco tempo dopo, parlando di Cavour con il colonnello inglese George Cadogan, disse: «Il suo tempo è finito».
Non era vero: di lì a breve Cavour sarebbe tornato alla guida del governo, postazione dalla quale nel biennio '60/61 avrebbe sorvegliato il travaglio che avrebbe portato alla nascita dello Stato italiano. Ma neanche Cavour immaginava che nel volger di pochi mesi sarebbe tornato sul ponte di comando. Ne è prova il fatto che proprio nei giorni di Villafranca passò da stati di esaltazione allo sprofondo della depressione. Disse a Lajos Kossuth: «Mi farò cospiratore! Mi farò rivoluzionario! Ma questo trattato non si applicherà mai... Mai! Mai!». Scrisse a Bianca Ronzani: «Mi ritrovo sul lago, sfinito e sfiduciato. Non più sorretto dalla speranza di riuscire ad impresa più gloriosa e più nobile di quante siensi tentate mai. Non più eccitato dalla lotta e dalla necessità di vincere: sento un tale spossamento che mi rende avvertito essere pur troppo per me cominciata la vecchiaia; vecchiaia prematura, cagionata da dolori morali d'impareggiabile amarezza». Cavour in quel momento aveva solo 49 anni e comunque il processo di formazione dell'Italia unita aveva preso l'avvio.

I MERITI DELL'UNIFICAZIONE - Ma - riconosciuto a Cavour quel che è di Cavour - l'uomo che rese possibile l'unificazione italiana fu in tutto e per tutto Napoleone III. E questo libro di Di Rienzo ha il grande pregio di restituire a Napoleone III i meriti che non possono essergli disconosciuti. Innanzitutto in virtù dei problemi che - per consentirci di «fare l'Italia» - l'imperatore dei francesi dovette affrontare nel suo Paese. Al largo entusiasmo popolare per la guerra d'Italia manifestatosi tra i quadri del bonapartismo di sinistra, negli ambienti operai, nei circoli repubblicani e addirittura in quelli dell'opposizione emigrata, si contrapponeva «una reazione eguale e contraria in altri e più estesi settori della società». Quali? Le masse rurali dei dipartimenti di confine esposte al pericolo di una reazione della Prussia, i vertici militari, la grande banca rappresentata dal barone Rothschild, buona parte delle Camere di Commercio, la totalità dell'opinione pubblica cattolica (quel conflitto segnò una grave incrinatura dell'alleanza tra Pio IX e il regime bonapartista), i seguaci della dinastia orleanista e alcuni importanti membri del governo tra i quali il ministro degli Esteri Walewski.
La guerra contro l'Austria iniziò il 3 maggio del '59, il 4 giugno fu la vittoria di Magenta, il 24 giugno fu quella risolutiva di Solferino e poco dopo Villafranca. Qui furono i seguaci di Mazzini ad accusare di tradimento l'imperatore dei francesi. Francesco Crispi, futuro presidente del Consiglio, confessò in quell'occasione di detestare «Napoleone cagion di tanti mali al nostro paese e vero ostacolo da superare per la completa conquista dell'unità nazionale». E nella sinistra italiana da allora in poi si produsse una crescente ostilità nei confronti della Francia (la «gallofobia democratica») che sarebbe andata crescendo nei decenni successivi. E pensare che in quei giorni, dopo Solferino, il principe Richard di Metternich inviava dal quartier generale di Verona al ministro degli Esteri austriaco una lettera nella quale si sosteneva che «nulla era più possibile fare in Italia» e che «soltanto un miracolo ci può ancora aiutare, ma contro il nemico tanto più potente, inebriato dalla sua vittoria, che riceve ogni giorno nuovi rinforzi, che ci sta accerchiando e che ci schiaccerà» era difficile sperare anche nel soccorso divino.

LA MINACCIA PRUSSIANA - In effetti è lo stesso Di Rienzo a riconoscere che dopo le sconfitte austriache «la continuazione della campagna in Italia offriva ottime possibilità di riuscita nonostante la scarsa prova dell'alleato piemontese». Ma questo è un punto da non sottovalutare: il Paese di Napoleone III era rimasto assai turbato dall'imprevista entità dello spargimento di sangue francese e dall'apporto assai modesto dei militari di Cavour. Secondo elemento importante fu l'uscita della Prussia dalla neutralità. Tutto accadde dopo la vittoria di Magenta, quando «a Berlino iniziò a prevalere il partito della guerra», in considerazione del fatto che, con l'avvicinarsi dei franco-sardi alla linea del Mincio, non era più procrastinabile un atteggiamento di maggior decisione: l'11 giugno venne dunque decisa dalla Prussia la mobilitazione di sei corpi d'armata, mobilitazione che comportava il richiamo della riserva orientale per la formazione di un contingente da collocare sul Reno in posizione ostile verso i confini francesi. A questo punto Walewski (siamo tra il 20 e il 23 giugno) chiese all'imperatore l'immediato concentramento di una grossa formazione francese sul Reno avvertendolo che, se avesse insistito con la guerra in Italia, il congiungimento tra austriaci e prussiani sarebbe stato inevitabile. E per la Francia sarebbero stati dolori.
Racconterà Napoleone III otto anni dopo, nel 1867, che la Francia non era riuscita a schierare in Italia più di 150 mila uomini e che, scrisse, «se la Provvidenza non mi fosse venuta in aiuto, donandomi il frutto della vittoria, io non avrei potuto disporre di una seconda linea a difesa dei nostri confini». Spiega Di Rienzo che la Francia del Secondo Impero scontava un notevole decremento demografico, la politica economica tendeva a immobilizzare la maggior parte delle risorse per la realizzazione di grandi opere di carattere civile; e a peggiorare il quadro va tenuta in conto la difficoltà «di catturare il consenso del ceto finanziario, agrario, manifatturiero, sempre restio a un incremento delle spese militari per paura di un innalzamento dei carichi fiscali; la volontà dell'imperatore di assicurarsi il favore delle masse contadine, tendenzialmente ostili a un aumento dei gravami della leva. Il che aveva prodotto un grave depotenziamento della sua macchina bellica, in particolare per quello che riguardava il numero di uomini da schierare sul campo nonché la mancata modernizzazione degli armamenti, del sistema dei trasporti e della logistica. Così che aveva ragione Walewski nel sostenere che, in caso di conflitto con le forze di tutto il mondo germanico, la Francia sarebbe stata di sicuro soccombente».

LA SCONFITTA DELL'EUROPA DEI TRATTATI - Villafranca fu dunque molto diversa da Campoformio. Perché a quel punto, come già scrisse Romeo, era accaduta la cosa fondamentale: «Per la prima volta dopo il 1815 l'Europa dei trattati era stata sconfitta dall'Europa delle nazionalità». E, per quel che riguarda Giuseppe Mazzini, il quale sosteneva che lo stesso risultato (magari di più ampie proporzioni) potesse essere raggiunto nel 1859 con un'insurrezione popolare, si trattava di illusioni. Quanto poi al fatto che Vittorio Emanuele II potesse in quei frangenti decidere di continuare la guerra da solo - ha scritto giustamente Domenico Fisichella nel recente Il miracolo del Risorgimento. La formazione dell'Italia unita (Carocci) - sarebbe stata una «follia». Il libro di Di Rienzo dimostra in maniera definitiva come, senza lo sforzo militare francese, l'avventura che portò all'unità d'Italia non avrebbe potuto neanche cominciare. E come la figura dell'erede del Bonaparte meriti la massima considerazione dal momento che, per correre quell'avventura, l'imperatore dei francesi prese su di sé rischi che nessun capo di una nazione nell'Ottocento si sarebbe mai addossato. Tanto meno per favorire l'indipendenza di un altro Stato.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: El mito resorxemental e łe so falbarie tałego romane

Messaggioda Berto » mar dic 19, 2017 10:37 pm

???

GERMANIZZAZIONE FORZATA E PULIZIA ETNICA NEL TRENTINO (1866-1918)

https://www.facebook.com/NuovoRisorgime ... 9167205111

Gli abitanti del Trentino durante il Risorgimento furono per lo più favorevoli all’Italia e contrari all’Austria. Tale era l’opinione degli stessi militari e funzionari austriaci, a cominciare dal Radetzky. [Alan Sked, Radetkzy e le armate imperiali. L’impero d’Austria e l’esercito asburgico nella rivoluzione del 1848, Bologna 1983] In anni più tardi, Markus von Spiegelfeld, Luogotenente del Tirolo dal 1906 (quindi governatore anche del Trentino), aveva inviato nel 1912 un memorandum all’erede al trono Francesco Ferdinando d’Asburgo dichiarando che la popolazione del Trentino era interamente d’idee e sentimenti italiani: “Nazionale, anzi marcatamente nazionale, è tutta la popolazione laggiù”. [P. Pombeni, "Il primo De Gasperi. La formazione di un leader politico", il Mulino, Bologna 2007, pp. 183 sgg.]

Questa consapevolezza dell’ostilità delle popolazioni trentine nei confronti dell’occupazione austriaca fece sì che anche il Trentino-Alto Adige divenisse sin dal 1848 teatro di violenze ed eccidi da parte delle soldatesche asburgiche e dei nazionalisti italofobi ivi presenti.

Ad esempio in una casa isolata a pochi passi da Vilpian (paese vicino a Bolzano), viveva una famiglia di coloni italiani, che il proprietario del podere avea chiamati dal Trentino per introdurre in quella località la coltura del gelso. Il 17 giugno del 1848, mentre la famiglia composta da otto persone stava pacificamente cenando nella propria casa dopo aver lavorato durante la giornata. Essi furono all’improvviso assaliti da una folla d’esaltati, costituita da Schützen (milizie territoriali tirolesi) e da contadini germanici, armati di fucili, forconi e mannaie. Tranne uno, tutti i componenti della famiglia di Trentini, assaliti al grido di “Morte ai traditori italiani”, furono massacrati, alcuni a colpi di baionetta e mannaia. L’unico superstite fu arrestato per sospetto di tradimento e, dopo lunga detenzione, rilasciato perché riconosciuto completamente innocente. I colpevoli del massacro, compiuto unicamente per odio verso gli italiani, furono lasciati indisturbati ed impuniti dalla magistratura e dalla polizia imperiali.

In occasione della guerra del 1866 molte centinaia di Trentini furono incarcerati e deportati in fortezza sino a Comons, in Ungheria, soltanto perché sospettati d’idee irredentiste. La misura era un’anticipazione di ciò che poi avvenne durante la Grande Guerra, quando 100.000 Trentini o più furono spediti in campi di concentramento.

Quando non si sfogava in massacri ed assassini, l’operato delle autorità asburgiche era comunque vessatorio e provocatorio verso gli abitanti italiani. Ad esempio, a Levico un maggiore austriaco fece condannare ad un lungo periodo di carcere un giovane, colpevole di non essersi tolto il cappello quando aveva casualmente incrociato per strada l’ufficiale asburgico. In un’altra circostanza, un altro ufficiale dell’esercito imperiale ordinò di distruggere un mazzo di margherite, appena acquistato, unicamente perché il nome della regina d’Italia dell’epoca era appunto Margherita.
Gli abitanti di Trento videro la propria città fatta oggetto di scempio da un regime d’occupazione militare che durò in pratica dal 1860 al 1867: moltissime abitazioni private furono sequestrate ed assegnate a militari; altre ebbero murate porte e finestre, o vennero abbattute. Dulcis in fundo, le spese per l’occupazione furono addebitate alla cittadinanza, cosicché le spese di vitto, alloggio, della guarnigione ecc., oltre i danni enormi inferti all’edilizia, caddero interamente sulla città di Trento.

La situazione degli italiani del Trentino peggiorò ancora a partire dal 1866, ossia dalla famigerata decisione dell’imperatore Francesco Giuseppe, verbalizzata dal consiglio dei ministri imperiale del 12 novembre 1866, di “germanizzare e slavizzare” il Trentino, la Venezia Giulia e la Dalmazia. [«Sua Maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno».

La versione originale in lingua tedesca è la seguente: «Se. Majestät sprach den bestimmten Befehl aus, dass auf die entschiedenste Art dem Einflüsse des in einigen Kronländern noch vorhandenen italienischen Elementen entgegentreten durch geeinignete Besetzung der Stellen von politischen, Gerichtsbeamten, Lehrern sowie durch den Einfluss der Presse in Südtirol, Dalmatien und dem Küstenlande auf die Germanisierung oder Slawisierung der betreffenden Landesteile je nach Umständen mit aller Energie und ohne alle Rücksicht hingearbeitet werde. Se. Majestät legt es allen Zentralstellen als strenge Plifcht auf, in diesem Sinne planmäßig vorzugehen.». Die Protokolle des Österreichischen Ministerrates 1848/1867. V Abteilung: Die Ministerien Rainer und Mensdorff. VI Abteilung: Das Ministerium Belcredi, a cura di STEFAN MALFÈR, Wien, Österreichischer Bundesverlag für Unterricht, Wissenschaft und Kunst 1971; la citazione compare alla Sezione VI, vol. 2, seduta del 12 novembre 1866, p. 297]

Già nel 1866 il luogotenente del Tirolo, il principe Lobkovitz, ed il consigliere aulico a Trento, il conte Hohenwart, avevano dato l’avvio ad un programma scolastico in lingua tedesca per la zona del Trentino ed al contempo alla germanizzazione della zona mistilingue posta a nord di Salorno. A dimostrazione della continuità di questa politica, nel gennaio del 1886 l’allora luogotenente del Tirolo, Widmann, scrivendo al primo ministro Taaffe sosteneva che la germanizzazione rientrava fra gli interessi generali dello stato imperiale e difendeva i tentativi di germanizzare le scuole nel Trentino.

In tutto il periodo 1866-1918 un’università in lingua italiana nell’impero austroungarico non esistette mai e neppure anche solo una facoltà. Vi furono, in tutto e per tutti, alcuni corsi, per alcuni anni, all’università di Innsbruck, che eccezionalmente e per speciale concessione erano in italiano. Si trattava d’alcuni corsi della facoltà di diritto, d’alcuni corsi della facoltà di medicina e d’un solo corso di lingua e letteratura italiana. Anche per diritto e medicina comunque questi corsi paralleli in lingua italiana non erano sufficienti ad assicurare un ciclo completo di studi. La concessione di questi corsi, paralleli e non sostitutivi a quelli in lingua tedesca (gli italiani potevano seguire alcuni corsi nella loro lingua, se lo volevano, ma gli studenti austriaci avevano comunque quelli in tedesco) era stata permessa per l’esigenza d’avere funzionari e medici che potessero interagire senza difficoltà con amministrati e pazienti di lingua italiana: si trattava quindi d’una speciale autorizzazione accordata fondamentalmente per ragioni di funzionalità. Tutti gli altri corsi, d’ogni facoltà, erano in tedesco, in una università tedesca e con facoltà tedesche.

La richiesta d’una università in lingua italiana od almeno d’una facoltà fu ripetutamente avanzata dal 1866 dagli italiani, ma sempre rifiutata. Agirono in senso contrario sia i nazionalisti austriaci e slavi, sia altissimi politici e militari, come il Luogotenente di Trieste Kellersperg, un altro Statthalter del Litorale come Goëss, il Luogotenente del Tirolo Schwarteznau, l’arciduca Eugenio, comandante del corpo d’armata tirolese … Costoro, tutti, temevano che una università o facoltà in lingua italiana rafforzasse l’identità etnica degli italiani, quindi l’irredentismo. Degne di menzione sono le argomentazioni del Goëss contro l’università italiana a Trieste: essa non andava concessa, perché avrebbe rafforzato l’irredentismo degli italiani a discapito dei gruppi etnici lealisti degli austriaci e degli slavi; avrebbe messo in crisi il sistema di scuole elementari e medie in lingua tedesca, che servivano anche da strumento di penetrazione della cultura germanica fra gli italiani; questo altissimo funzionario ricordava anche che Trieste andava considerata come la porta del germanesimo in direzione dell’Adriatico.

I famosi “fatti di Innsbruck” divennero emblematici della pressione esercitata contro il gruppo etnico italiano dall’impero e dai nazionalisti germanici servendosi in questo anche del sistema scolastico ed universitario.
Come si è detto più approfonditamente sopra, sin dal 1848 gli Italiani di Trieste sollecitavano l’apertura di una università italiana nella grande città costiera, per dimensioni la terza dell’impero, dopo Vienna e Praga, ma tale richiesta fu sempre respinta. Dopo il 1866 gli Italiani, oltre alla pulizia etnica orchestrata da Francesco Giuseppe, dovettero anche affrontare l’impossibilità di recarsi a studiare presso le università italiane, in primis quella di Padova, che aveva rappresentato sin dal secolo XV il luogo di formazione di tutta la classe dirigente del Trentino, della Venezia Giulia e della Dalmazia. Pertanto la domanda al governo centrale di poter aprire un’università italiana a Trieste si fece pressante. Infine, nel 1904, dopo un’attesa di 56 anni, Vienna concesse la fondazione non di una università, ma soltanto di una facoltà di giurisprudenza in lingua italiana, e non a Trieste, bensì nella lontana e germanica Innsbruck. Già questa scelta palesava la volontà austriaca d’impedire il più possibile la formazione e conservazione della cultura italiana nei propri territori.
Comunque, il 3 novembre del 1904 diverse centinaia di studenti italiani, molti dei quali provenienti sin dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia, si trovavano ad Innsbruck per assistere all’apertura dell’anno universitario di tale facoltà di giurisprudenza. Tuttavia, al loro arrivo nella città austriaca, i nazionalisti e pangermanisti locali diedero aperta prova della loro ostilità verso la fondazione di tale facoltà. La polizia di Innsbruck, su pressioni delle autorità politiche locali, entrò nell’aula, in cui il professor Angelo de Gubernatis stava tenendo il discorso inaugurale, ordinando d’interrompere la cerimonia.

Gli studenti italiani si limitarono allora ad offrire un banchetto in onore del prof. de Gubernatis, per giunta con previo accordo delle autorità. Ciò bastò tuttavia a suscitare la reazione violentissima degli abitanti di Innsbruck, i quali compirono una specie di insurrezione. Gli Italiani presenti in città furono scacciati ed i loro beni saccheggiati, mentre gli studenti furono circondati all’interno della sede università e stretti d’assedio con armi da fuoco. Intervenne infine l’esercito, il quale però arrestò tutti gli studenti italiani (fra cui Cesare Battisti ed Alcide De Gasperi), malgrado questi non avessero compiuto alcun reato e si fosse limitati a difendersi dall'aggressione violentissima dei cittadini di Innsbruck, che non patirono invece arresti.
In seguito a tale pogrom anti-italiano fu poi ordinata la chiusura della facoltà di giurisprudenza.

[ANGELO ARA, La questione dell’Università italiana in Austria, in «Rassegna storica del Risorgimento» LX, 1973; G. DEUTHMANN, Per la storia di alcune scuole in Dalmazia, Zara 1920; VIRGINIO GAYDA, L'Italia d'oltre confine. Le provincie italiane d'Austria, Torino 1914; ATTILIO TAMARO, Le condizioni degli italiani soggetti all'Austria nella Venezia Giulia e nella Dalmazia, Roma 1915; ERNESTO SESTAN, Venezia Giulia. Lineamenti di una storia etnica e culturale, Udine 1997; A. M. VINCI, Storia dell’Università di Trieste. Mito, progetti, realtà, Trieste 1997; la stessa tesi di dottorato di Michael Völkl citata da felicitamodna82 dedica ampio spazio all’attività politica che De Gasperi svolse in opposizione e contrasto ai tentativi di germanizzare il Trentino, ripetutamente ed apertamente denunciati da questo politico. Un intero capitolo, il quarto, è dedicato al contrasto con il nazionalismo germanico:Die negative Erfahrungsebene: Der deutsche Nationalismus, in MICHAEL VÖLKL, Das Deutschenbild Alcide De Gasperis (1881-1954). Ein Beitrag zur Geschichte der italienischen Deutschenwahrnehmung, Monaco 2004, pp. 105 sgg.; DAVIDE ZAFFI, Associazionismo nazionale in Cisleithania. Il Deutscher Schulverein (1880), in Studi trentini di scienze storiche, 67, (1988), pp. 273-323.]
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Re: El mito resorxemental e łe so falbarie tałego romane

Messaggioda Berto » mar dic 19, 2017 10:38 pm

???

LA LUNGA DURATA DEL CONCETTO DI STATO NAZIONALE ITALIANO
DALL’ANTICHITA’ AL RISORGIMENTO

https://www.facebook.com/NuovoRisorgime ... 00170101:0

La festa del 17 marzo commemora la data in cui fu proclamato il regno d’Italia nel 1861 sotto Vittorio Emanuele II. Si sente talora affermare che questo sarebbe l’inizio dell’Italia stessa, poiché secondo alcuni tale nazione non sarebbe esistita affatto in precedenza, o quantomeno non sarebbe esistito uno stato italiano. Simili visioni, care in particolar modo ai secessionisti o comunque a coloro che contestano lo stato nazionale predicandone la dissoluzione e la scomparsa, non hanno in realtà fondamento storico alcuno.
È appena il caso di precisare che nazione e stato non sono sinonimi e che la patria o gruppo etnico continua ad esistere qualunque sia la forma politica in cui si trova. L’Italia ha un’esistenza più che due volte millenaria che si esprime sul piano della lingua, dell’onomastica, della toponomastica, della letteratura, dell’architettura, dell’urbanistica, della musica, delle strutture giuridiche, della coscienza collettiva ecc. Essa non nasce quindi nel 1861, essendo pienamente esistente quantomeno dal I secolo avanti Cristo.

Non è neppure vero che l’Italia non fosse mai stata unita prima del Risorgimento. Il 17 marzo del 1861 è il momento in cui il regno d’Italia viene ad essere ufficialmente e giuridicamente ri-costituito, non costituito, poiché esso era già esistito in precedenza e per lunghi secoli. Prima ancora del medievale regno d’Italia questa regione e la sua nazione italiana erano state ambedue unificate da Roma antica per un periodo plurisecolare.

L’Italia viene ad essere unificata sul piano giuridico già sotto l’imperatore romano Ottaviano Augusto, il quale così facendo non fa altro che riconoscere l’ormai raggiunta unità culturale ed etnica nella penisola. Questa unificazione legislativa ed amministrativa permane per tutti i secoli seguenti, anche dopo il 476 che alcuni pongono come fine dell’impero romano d’Occidente.
La famosissima deposizione di Romolo Augustolo non equivaleva per nulla, né formalmente, né nelle intenzioni d’Odoacre, alla fine dell’impero, bensì alla sua ricostituzione. Essa coincideva comunque con la costituzione di un “regnum Italiae”, il cui sovrano era Odoacre, corrispondente all’antico ager Romanus, ossia alla prefettura d’Italia ovvero alla diocesi italiana.

Il regnum Italiae continua ad esistere anche sotto i Goti. Il sovrano goto è assieme rex Gothorum (intendendo ciò alla maniera del diritto germanico, che non era territoriale) e rex Italiae (intendendo ciò secondo il diritto romano), ossia sovrano del popolo dei Goti ed assieme sovrano dell’Italia.
Questa distinzione ricompare anche sotto i Longobardi. Questi appartenevano alla famiglia detta dei Germani orientali ed erano, fra tutte le popolazioni germaniche, le meno assimilate alla civiltà romana al momento della loro invasione (oltre che le meno germaniche di tutte le popolazioni germaniche, poiché largamente imbevute di cultura turco-mongola e di sciamanesimo).

L’irruzione dei Longobardi in Italia segnò una vera frattura nella storia della penisola, sia perché pose termine sino al XIX secolo alla sua unità politica (mantenutasi ininterrotta dal II secolo a.C.), sia perché sconvolse le strutture politiche, economiche, sociali, culturali ancora conservatesi profondamente tardo antiche. I Longobardi però erano numericamente assai pochi e con una cultura di molto inferiore a quella degli autoctoni, cosicché nel giro di poche generazioni andarono incontro ad un rapido processo di latinizzazione ed assieme di cattolicizzazione (praticamente sinonimi nell’Italia dell’epoca). I loro primi sovrani si definivano rex Langobardorum (intendendo ciò alla maniera germanica), ma si noti che i romanici in territorio longobardo, purché di condizione libera, s’amministravano secondo il diritto romano. Ben presto però, sopraggiunta una prima romanizzazione, Agilulfo (che non era nemmeno di stirpe longobarda, essendo un turingio: longobarda era sua moglie Teodolinda, che però si era convertita al cattolicesimo…) si proclamò “gratia Dei rex totius Italiae”. Era il 604 d.C., quindi erano passati meno di quarant’anni dall’invasione in Italia (avvenuta nel 568). La proclamazione avvenne introducendo anche pratiche di corte ispirate a quelle in uso nell’impero romano d’Oriente e su sollecitazione di consiglieri latini. Agilulfo rimaneva rex Langobardorum (alla maniera germanica), ma si proclamava anche rex Italiae (questa volta secondo il diritto romano). L’Italia infatti era sempre rimasta nel sistema giuridico romano regione a sé stante, distinta dalle altre dell’impero, sin dai tempi d’Augusto. Sebbene avesse perduto ogni privilegio nel corso del III secolo d.C., pure era sempre rimasta amministrativamente e giuridicamente separate dalle altre “prefetture” (Galliae, Hispaniae, Grecia ecc.). Proclamandosi rex Italiae, Agilulfo si rifaceva a questa tradizione storica e giuridica.
I longobardi, ormai pressoché completamente italianizzatisi e romanizzatisi, si proposero anzi quale obiettivo fondamentale della propria azione politica la riunificazione dell’Italia, ossia del regnum Italiae: il monarca “longobardo” ad un certo punto prese a definirsi “rex totius Italiae”, re di tutta l’Italia. Tre sovrani, Liutprando, Astolfo e Desiderio, tentarono questa impresa, fallendo soltanto per la capacità del vescovo di Roma di servirsi della propria autorità spirituale e religiosa per scagliargli contro invasioni straniere, ossia i Franchi.
Il concetto e l’istituto di regno d’Italia si ripresenta anche sotto il dominio franco. Carlo Magno, conquistata Pavia, si proclama Gratia Dei rex Francorum et Langobardorum, ma è anche rex Italiae (781). Proprio con Carlo Magno si ha un passo giuridico fondamentale nella storia di questo “regno”, poiché il sovrano dei Franchi e dei Longobardi facendosi proclamare imperatore (romano), rivendica per sé il titolo di sovrano universale (non re di un dato popolo: la distinzione è basilare). Egli fa ciò anche perché rex Italiae, in quanto il sovrano dell’Italia, patria di Roma e culla dell’antico impero, ha diritto al titolo imperiale.
Il regnum Italiae conserva i suoi istituti politici, amministrativi e giuridici, anche sotto la dominazione carolingia, ma finisce coinvolto come tutti gli altri organismi politici dell’Occidente medievale nella crisi del IX secolo, con una progressiva frammentazione e disarticolazione delle sue strutture a beneficio di poteri locali.
È nell’Alto Medioevo che si ha comunque un importante tentativo politico di riunificare l’Italia, ad opera di Arduino d’Ivrea, che si proclamò rex Italiae nell’anno 1000, fu incoronato a Pavia nel 1002 e continuò con alterne vicende a perseguire il suo progetto sino al 1014, fallendo soltanto per l’opposizione della Chiesa, che si alleò con principi germanici.
Il titolo di rex Italiae ed il correlato regnum Italiae continuarono però ad esistere anche nei secoli successivi. L’impero romano per gli uomini del Medioevo, non era scomparso, ma continuava ad esistere, soltanto in forma mutata. Semplificando al massimo grado per ragioni di sintesi, l’imperium era ritenuto essere stato ordinato da Dio stesso per l’umanità intera ed avrebbe continuato ad esistere sino alla fine dei tempi. L’imperatore quindi non era sovrano soltanto d’alcuni territori, ma di tutta la terra. Di fatto però, era evidente che l’autorità dell’imperatore era riconosciuta solo in alcune regioni e, si badi bene, non perché imperatore, ma in quanto principe, duca ecc. di determinati territori. Il titolo imperiale però era collegato, sempre e necessariamente, a quello di rex Italiae, poiché l’Italia era il centro dell’impero con Roma. Non è un caso che un altro tentativo di ripristinare l’unità politica della nazione italiana avvenne con Federico II di Svevia, che a detta di Ernst Kantorowicz, suo massimo biografo, pensava a sé stesso come “romano” e che fu sia fra i patrocinatori della riscoperta dell’antico, sia fra i promotori dell’italiano letterario. Questo sovrano progettava l’“unio regni et imperi”, ossia l’unione del regnum Italiae in senso stretto, che le vicissitudini storiche avevano portato a comprendere soltanto la maggior parte dell’Italia centro-settentrionale, ed il più giovane regnum Siciliae, sorto solo nel secolo XI.

Seppure solo sul piano simbolico e formale, il regnum Italiae conservò la sua esistenza anche nell’evo moderno, tanto che la famosa Corona Ferrea venne usata dal VI secolo sino al XIX per l'incoronazione dei re d'Italia.
Tre punti debbono essere evidenziati: 1) il regnum Italiae od italicum si è costituito prendendo a base e modello l’anteriore ripartizione politica e giuridica romana; 2) esso è durato, fra alterne vicende, praticamente dalla caduta di Roma sino agli albori del Risorgimento; 3) anche se per lunghi secoli non ha avuto alcun connotato sostanziale sul piano amministrativo, pure ha sempre espresso con chiarezza l’idea dei contemporanei dell’esistenza dell’Italia, a cui corrispondeva il “regno”.
Bisogna ancora aggiungere che dopo Federico II di Svevia si ebbero almeno altri tre tentativi di ricostituire l’unità politica d’Italia, con Cola di Rienzo, Ladislao di Napoli e la repubblica di Venezia, i quali tutti si posero questo obiettivo.

In conclusione, è facile dimostrare che l’Italia è stata unificata anche sul piano giuridico e politico dal I secolo avanti Cristo sino al 568 dopo Cristo, a prescindere naturalmente dall’unità etnica e culturale che non mai venuta meno in più di 2000 anni. Inoltre anche nel periodo compreso fra il 568 ed il 1861 la consapevolezza d’una medesima appartenenza nazionale e l’idea di un organismo politico che riunificasse l’Italia intera non vennero mai meno. Vi furono infatti diversi tentativi in tale direzione: Liutprando, Astolfo, Desiderio, Arduino d’Ivrea, Federico II di Svevia, Cola di Rienzo, Ladislao di Napoli, la repubblica di Venezia furono tra coloro che cercarono di ricreare uno stato nazionale italiano.
Né il concetto di patria italiana, né quello di stato nazionale sono quindi creazioni storicamente recenti, come talora si sente dire. Non solo la nazione italiana esiste da 2000 anni e più, ma la concezione di uno stato italiano unitario è altrettanto antica ed ha continuato ad esistere come aspirazione ideale anche nell’intermezzo fra l’unificazione di Roma antica e quella del Risorgimento.



La pretesa ereditaria dei contemporanei Italioti sull’Impero Romano e la loro stravagante credenza nell’esistenza di una “razza italica”, dopo secoli di invasioni della penisola con mescolanza di etnie provenienti da mezzo mondo (dai Vandali agli Unni, dai Normanni ai Longobardi, dagli Spagnoli ai Francesi e agli Arabi ecc. ecc.) sono altrettanto risibili di eventuali analoghe pretese ereditarie delle attuali popolazioni dell’ Egitto e dell’Iraq riguardo i regni millenari dei Faraoni e degli Assiro-Babilonesi.
La stessa Grecia a partire dal 600 dc ha subito un’ invasione di popolazioni slave tale da stravolgerne completamente per sempre la composizione etnica eliminando quasi totalmente le popolazioni greche antiche.
Ma questi pretendono di essere presi sul serio quando si dichiarano discendenti degli Antichi Romani…

https://www.facebook.com/Trento.Tirolo/ ... gE&fref=nf
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Re: El mito resorxemental e łe so falbarie tałego romane

Messaggioda Berto » mar dic 19, 2017 10:38 pm

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Re: El mito resorxemental e łe so falbarie tałego romane

Messaggioda Berto » mar dic 19, 2017 10:41 pm

LO SVILUPPO ECONOMICO E SOCIALE DEL MEZZOGIORNO RESO POSSIBILE DAL REGNO D’ITALIA

https://www.facebook.com/Pagina.Patriot ... 3944613143

Il cuore della favola narrativa del sedicente revisionismo del Risorgimento è l’idea che il Mezzogiorno sarebbe andato incontro ad una decadenza dopo il 1861 ed in conseguenza dell’Unità. Ebbene, questa affermazione è certamente sbagliata.
Essa consiste in una grossolana ripresa di ipotesi che furono formulate dal meridionalismo classico (da non confondersi con i neoborbonici, per carità!), quindi dal Fortunato, dal Nitti, da Salvemini, in parte (in maniera più dilettantesca ed ideologica) anche da Gramsci.
Questa corrente interpretativa riconosceva che il divario fra nord e sud preesisteva all'Unità, ma sosteneva che esso si sia accentuato dopo di essa, o per le politiche governative sbagliate (quelle della Sinistra storica però, costituita in prevalenza da meridionali), o per la legge del "dualismo economico", ovvero che le aree già più sviluppate sono riuscite ad attrarre in misura maggiore capitali, personale ecc. dal resto d'Italia.

Questa ipotesi è ritenuta però da decenni anacronistica e superata, essendo già stata confutata da Corrado Gini (il massimo statistico italiano, le cui analisi nell’ambito della ripartizione delle risorse da parte dello stato italiano nel primo cinquantennio rimangono a tutt’oggi incontestate) e da Rosario Romeo (il maggior storico del Risorgimento, che ha stroncato l’ipotesi marxista sulla genesi del divario nord-sud). Dopo il Romeo questa interpretazione difatti è stata praticamente abbandonata.
Sono però moltissimi gli studiosi che hanno contribuito a confutare la vecchia ipotesi dello svantaggio apportato al Mezzogiorno dall’unificazione. Giusto per dare alcune indicazioni bibliografiche: CAFAGNA L., «La questione delle origini del dualismo economico italiano», in CAFAGNA L., Dualismo e sviluppo nella storia d’Italia, Venezia, Marsilio, 1989, pp.187-220.; ECKAUS R.S., «Il divario Nord-Sud nei primi decenni dell’Unità», in CARACCIOLO A. (a cura di), La formazione dell’Italia industriale, Bari, Laterza, 1969, pp. 223-243. ECKAUS R.S.,, «L’esistenza di differenze economiche tra Nord e Sud d’Italia al tempo della Unificazione», Moneta e Credito, 51, 1960, pp. 347-372. ESPOSTO A.G., «Italian Industrialization and the Gerschenkronian “Great Spurt”: a Regional Analysis», Journal of Economic History, n. 52, 1992, pp. 553-562. ESPOSTO A.G., «Estimating Regional Per Capita Income: Italy, 1861-1914», Journal of European Economic History, XXVI, 1997, pp. 585-604. ECKAUS R.S. (1960; 1969), ESPOSTO A.G. (1992; 1997). In questa direzione si muoveva anche l’importante articolo di CAFAGNA L. (1989).
Quanto propalano i sedicenti revisionisti sulla storia economica italiana è una ripresa pretestuosa (perché strumentale alla polemica anti-nazionale) e grossolana (perché appiattisce e semplifica le tesi del vecchio meridionalismo) di ipotesi ormai da tempo confutate e respinte.

Anzi, lungi dall’essere stato sfruttato, è certo che il Mezzogiorno abbia ricevuto dallo stato nazionale con investimenti e trasferimenti molto più di quanto abbia dato con il prelievo fiscale, senza possibile dubbio. Esistono al riguardo le analisi di due sociologi ed economisti del calibro di Luciano Gallino e Luca Ricolfi, ma si tratta di un fatto noto e provato.
Già i calcoli del grande Corrado Gini, studioso di fama mondiale e maggiore statistico italiano di sempre. dimostravano dati alla mano che il “capitale” totale corrisposto dal Mezzogiorno allo stato nazionale italiano era minore di quello ricevuto, cosicché con l’Unità il sud aveva fatto affare e non una perdita dal punto di vista già solo economico. Persino il Nitti, in replica al quale Gini aveva scritto, non osò negare la veridicità dei suoi calcoli, che rimangono incontestati a distanza di un secolo.

È anche falso sostenere che dopo l’Unità l’economia meridionale abbia conosciuto un declino: la verità è esattamente opposta. Si può citare in proposito il testo di Fenoaltea e Ciccarelli sull’industrializzazione postunitaria (precisamente “La produzione industriale delle regioni d’Italia: 1861-1913. Una ricostruzione quantitativa”), è uno dei numerosi studi accademici sull’argomento.
Esso prova che non si ha un declino economico del Meridione, ma un minore sviluppo del Settentrione. Ambedue le aree conoscono anzi una crescita galoppante. L’Italia passa da un valore aggiunto industriale annuo del valore di 1.705 milioni di lire nel 1871 ad una di 4897 nel 1911. In quarant’anni, il PIL industriale risulta triplicato! Inoltre, nessuna regione conosce un declino della produzione industriale, ma tutte crescono, però con ritmi molto diversi da caso a caso e che vedono nel complesso un accentuarsi del divario fra nord e sud. Ad esempio, la Campania passa da un valore aggiunto industriale di 170 milioni annui del 1871 a 408 nel 1911: nel frattempo, però, la Lombardia passa da 285 a 1078.
Non si è avuto quindi nel periodo 1861-1913 un declino economico del Meridione, ma al contrario una crescita assai rapida, soltanto meno veloce di quella del Settentrione.
La posizione di Fenoaltea e Ciccarelli non è isolata. Il professor Giuseppe Parlato, docente di Storia contemporanea e presidente della fondazione Spirito, respinge in toto l’ipotesi secondo cui il Meridione sarebbe stato danneggiato, affermando: «Il regno d'Italia fece moltissimo in pochi anni per il Sud. Senza quella modernizzazione oggi sarebbe al livello dell'Africa». Il professor Parlato evidenzia che la politica dei Borboni aveva impedito sia la costruzione di infrastrutture, che erano quasi inesistenti al sud (ferrovie, strade, porti, ecc.), sia la formazione di un “capitale umano” a cominciare dall’istruzione. Questo avvenne grazie alle politiche del nuovo stato italiano, che sin da subito s’impegnò attivamente in entrambi i settori.

Inoltre, è fuor di dubbio che le condizioni di vita in Italia meridionale siano migliorate dopo l’Unità ed in conseguenza di essa. Un esempio di questo è il cosiddetto l’indice di sviluppo umano (Hdi, Human Development Index) e l’indice fisico di qualità della vita (Pqli, Physical Quality of Life Index). Si parla talora in proposito di BSC (Benessere Sociale Netto). Il calcolo di tali indici avviene servendosi sia di criteri economici anche differenti dal PIL puro e semplice (quale la distribuzione del reddito) oltre a diversi di tipo sociale.
Le differenze regionali dal 1871 al 2001 per quanto concerne l ’HDI od indicatore sociale sono stati analizzati da Emanuele Felice nel suo articolo “I divari regionali in Italia sulla base degli indicatori sociali (1871-2001)”, comparso sulla "Rivista di politica economica", Roma, 2007, fasc. IV
La sintesi offerta è la seguente: “Questo saggio presenta e discute alcuni dei principali indicatori sociali per le regioni italiane, per anni benchmark dal 1871 al 2001: l’aspettativa di vita, l’istruzione, l’indice di sviluppo umano e, limitatamente al periodo dall’Unità al fascismo, le misure antropometriche. Dal quadro d’insieme emerge un percorso di convergenza del Sud Italia che, avviatosi con decisione già alla fine dell’Ottocento, si sarebbe arrestato sostanzialmente solo nelle ultime decadi del Novecento. Pur senza mostrare particolare dinamismo, le regioni più arretrate avrebbero beneficiato di una situazione di avanzamento generale sul piano nazionale ed internazionale, per quel che riguarda l’innalzamento dei livelli di istruzione, la riduzione della mortalità e i miglioramenti nell’alimentazione.” (Felice, cit., p. 1)
Il prof. Felice considera dati antropometrici (valutabili con obiettività e derivanti dalle condizioni medie di vita, come la statura), di durata di vita media, d’istruzione. Egli riscontra nel suo saggio, sin dal 1871, un netto divario fra nord e sud, a favore del primo. Ad esempio, nel 1871 il tasso d’istruzione del nord Italia si pone verso quello del sud Italia in un rapporto di 13 a 5, la speranza di vita di 11 a 8 ecc. (cfr. Felice, cit., p. 41). Tuttavia, tale divario, sin dalla fine del secolo XIX, tende a ridursi drasticamente e sempre più, con un processo che sostanzialmente si arresta nelle ultime decadi.
Scrive il Felice:
“Dal quadro d’insieme che forniscono questi parametri — altezze, speranza di vita, istruzione e indice di sviluppo umano —emerge un percorso di convergenza del Sud Italia verso il Centro-Nord di durata quasi secolare: avviatosi con decisione nelle ultime decadi dell’Ottocento, esso prosegue per buona parte del secolo successivo, nonostante l’arretramento subito con la seconda guerra mondiale, per arrestarsi solamente negli anni ottanta e novanta.”
Felice spiega questo miglioramento degli indicatori sociali del Meridione in termini di pura dipendenza da fattori endogeni, ovvero al miglioramento della condizione degli indicatori sociali nazionali ed internazionali: “La categoria interpretativa della “modernizzazione passiva” proposta da Luciano Cafagna appare la più consona per dare conto degli avanzamenti del Mezzogiorno nel campo sociale, forse più di quanto essa non lo sia relativamente al reddito. Il Sud, come già detto, si sarebbe semplicemente avvantaggiato dei miglioramenti del quadro generale, nazionale ed anche internazionale (per quel che riguarda, ad esempio, l’estensione dell’istruzione obbligatoria e di base, oppure la diffusione delle pratiche e delle infrastrutture igieniche e sanitarie); ne avrebbe beneficiato “passivamente”, ovvero senza particolare reattività da parte di autonomi soggetti locali, ed anzi con una certa lentezza, dovuta a condizioni endogene di ordine istituzionale e culturale.”
Si deve quindi concludere, sulla base di questo studio scientifico, che dopo l’Unità ed in conseguenza delle politiche dello Stato italiano le condizioni di vita degli abitanti dell’Italia meridionale migliorarono fortemente sotto tre aspetti importanti:
-l’istruzione
-l’alimentazione ed il vitto (valutabile dai rilievi antropometrici)
-la salute e la durata di vita media

I benefici tratti dal Mezzogiorno dalla formazione del Regno d’Italia furono però moltissimi, politici, economico e sociali. Basti accennare alla sostituzione di un regime assolutista con uno stato di diritto, all’introduzione della libertà di pensiero, parola, opinione, stampa, associazione, alla distruzione della piaga cancrenosa del brigantaggio che corrodeva da secoli e secoli intere regioni.
Testimonianza imponente della consapevolezza collettiva della positività dell’Unità per il Meridione fu il referendum monarchia/repubblica, che vide la netta vittoria della monarchia dei Savoia in tutte le regioni a sud di Roma.


Franco Matteo Mascolo a Guido Longi:
La tesi è stimolante e interessante, ma va analizzata molto più ampiamente, senza dimenticare di esaminare anche le modalità negative dell'unità nazionale, imposta con l'esercito al sud Italia e dove il brigantaggio fu anche e spesso la ribellione armata della popolazione ad una unità nazionale che non era avvenuta gradualmente come avvenne in altre regioni, ma che fu imposta dall'incursione armata del mini-esercito garibaldino, ad una popolazione nella quale soltanto i ceti intellettuali borghesi progressisti ed aperti culturalmente avevano sponsorizzato con convinzione una politica unitaria nazionale. Questo trauma militare e istituzionale e la violenza talvolta feroce dell'esercito sostanzialmente ancora piemontese (vedi la distruzione di Gaeta e di zone limitrofe bruciate, depredate, violentate con terrorismo brutale) e soprattutto la spoliazione efferata dei beni bancari del regno borbonico fu oggettivamente una vera e propria rapina terroristica e banditesca (lo stesso Garibaldi in Parlamento ammise che erano accadute durante la conquista cose indicibili "da cloaca"); le violenze operate contro il regno napoletano e siciliano non furono originate da un progetto di politica seria e corretta e pacifico-diplomatica di ricerca di una concreta unità nazionale, ma fu un violento traumatico accaparramento dei Savoia per ampliare il potere del vecchio regno di Sardegna, con la complicità del poco realistico e sognatore Garibaldi buono a fare la guerriglia ma non a mettersi nei panni delle plebi meridionali tradite dopo false promesse (cfr. l'atrocità dell'eccidio di Bronte); ; questa ferita grave al corpo di un corretto processo di unità nazionale democraticamente inteso non deve essere rimossa per ammantare di concrete statistiche di progresso effettivo generale nazionale il meridione d'Italia, ma bisogna andare più a fondo per riuscire a capire e interpretare più oggettivamente la tesi proposta La ferita rimase aperta,il dislivello non fu colmato con una vera politica di integrazione economica e culturale, anche se vi furono tentativi dignitosi in questo senso; la povertà del sud Italia generò e significò l'emigrazione all'estero di ingenti gruppi meridionali (come anche dal Veneto e regioni confinanti), indizio di una politica nazionale che non seppe tappare le falle di una società strutturata con differenze di classe ancora fortissime. E' una tesi che va quindi esaminata con ampiezza (senza liquidare tranquillamente un Gramsci) e non solo con rigore statistico, che pure avendo il suo valore, non deve essere utilizzato e assolutizzato per confermare una tesi. E' mancata e manca a mio parere una politica nazionale, economica, politica, culturale, che abbia saputo e sappia valorizzare le possibilità di crescita economica e civile del sud Italia, oltre che dell'insieme delle regioni italiane. Un esempio indiziale del grado di arretratezza culturale strutturale nostrana è dato dalla storia di don Milani, ebreo cattolico fiorentino pionieristico profondo e geniale, sbattuto in montagna, negli anni '50, , in una specie di penitenziario ecclesiastico (il villaggio di sant'Andrea di Barbiana, sopra Vicchio, nel Mugello) , gesto della dirigenza ecclesiastica toscana attuato per levarsi di torno un sacerdote serio, scomodo e attivo, dalla critica tagliente e ortodossa, un uomo che soltanto ora, a distanza di 50 anni dalla sua morte, riceve il riconoscimento morale e contenutistico da parte delle dirigenze ecclesiastiche; la religione è l'ossatura spirituale di un popolo. E don Milani era dalla parte dei meridionali, perchè era sempre dalla parte dei più deboli. Un ragazzo di origine pugliese, Michele Gesualdi, allora sedicenne (andai a Barbiana nel '65). braccio destro di don Lorenzo, riuscì a diventare, lottando da sindacalista serio e attivo, presidente della provincia di Firenze, grazie al processo di istruzione e formazione della scuola di Barbiana, autrice della celebre lettera a una professoressa, opera collettiva a più mani, sotto il coordinamento del Priore, ammalato seriamente. Don Milani rilegge il marxismo da un punto di vista religioso biblico, e conduce la lotta di classe a suo modo, facendo concorrenza ai comunisti, e votando socialista lui e i suoi amici e collaboratori, contro le insufficienze del metodo e della filosofia marxista, fredda e spesso disumana. Cosa c'entra don Milani circa la tesi sponsorizzata da Guido Longi? che la realtà non è fatta soltanto di statistiche e di politiche economiche ma anche di orientamento spirituale convinto che cioè trasforma la realtà sociale, nel caso di don Milani l'orientamento ebraico-messianico che egli decise di vivere all'interno della struttura ecclesiastica popolare cattolica, dopo che la sua famiglia, di origine ebraico-laica, alla fine degli anni '30 dovette allinearsi con la religione maggioritaria, ad evitare le persecuzioni antisemite tipiche dell'Italia fascistizzata di quegli anni.Ma la persecuzione colpì nella Chiesa lo stesso don Milani, da parte dei gruppi reazionari ecclesiastici che mal sopportavano il prete che si dichiarava anche rabbino... ...., . .,



https://www.facebook.com/francomatteo.m ... ment_reply

Franco Matteo Mascolo
Federalismo viene dal latino foedus-patto.Il patto è possibile tra eguali. Lei invece parla dello Stato italiano come mostro e orrore.Che evidentemente per lei deve essere separato dalla sua terra veneta, Terra veneta (Lombardo Veneto al tempo del dominio austriaco) che però diventò indipendente rispetto all'impero degli Absburgo d'Austria perchè vi fu un potente movimento di unità nazionale. Che per lei si è del tutto corrotto e diventato macchina mostruosa. Su cui posso in parte concordare, ma per ragioni diverse forse dalle sue.Se ben intuisco lei vorrebbe che le regioni italiane, magari assemblate in macroregioni, diventassero tutte mini.nazioni, tutte possibili future Catalogne, per poi alla fine di un processo distruttivo e ricompositivo, cfosse stabilito un ampio patto federale, come all'incirca (ma ogni stato federale ha la sua storia) nei principali stati federali del mondo. Ma se lei come Veneto fuoriuscisse dall'attuale unitarietà aggregazione nazionale, lei autorizzerebbe uno scomposto disordinato movimento centrifugo poli-separatista disgregatore (tante Catalogne!) , dove non vi sarebbe nemmeno la speranza di una possibile futura ricostituzione di una federazione di regioni-nazioni. La disgregazione separatistica multiplurale distruggerebbe quello che di positivo (non enorme, ma comunque presente e limitato) è stato realizzato finora, con l'aggregazione nazionale (mal fatta, e col terrorismo antimeridionale per "impore" un'unità non concordata!) per un ritorno allo spezzettamento italiano del 1800 (Il ministro austriaco Metternich:"L'Italia? e' una semplice espressione geografica!"). Il suo desiderio di unione interna veneta andrebbe a mare con tutti i panni, in un caos senza nome, di cui approfitterebbero i neofascismi per imporsi come ancora di salvezza rispetto allo sfascio generale. E la disgregazione e una nuova violentissima aggregazione autoritaria riporterebbe l'Italia sotto una nuova forma di dittatura di tipo fascistoide. Quindi rifletta! .

Alberto Pento
Mi permetta di rilevarle quanto segue:
le radici etimologiche del termine federalismo (giuramento, lealtà, fiducia, fede, ...) vanno ben oltre le voci latine e si perdono nella preistoria delle lingue: greco πείθω, gotico 'bindan' (unire), lituano 'bendras' (compagna), accadico 'pâdu' sost. 'pīdu' incrociatosi con 'pitûm' aggettivo di 'pitûm, patû', ebraico 'pātā' ('to open' ...) ; dai dizionari etimologici del latino e del greco antico di Giovanni Semerano;
la terra veneta e il Lombardo Veneto non divennero indipendenti dall'impero aburgico ma passarono solo di dominio da quello austriaco-asburgico a quello francese-napoleonico e poi italo-savoiardo;
quello che lei chiama "potente movimento di unità nazionale" fu soltanto "l'illusione risorgimentale" una costruzione ideologica del tutto falsa fondata sul mito romano idealizzato, sull'antigermanesimo e sull'ignoranza storica; che ha fatto più danni che bene;
il movimento risorgimentale non si corruppe ma era già corrotto nelle sue radici ideologico-ideali, la bontà di una pianta e delle sue radici si vede dai suoi frutti;
numerosi sono gli esempi storici di stati unitari che si sono ben frazionati: intanto tutti gli imperi del passato, la URSS, la Iugoslavia, la Cecoslovacchia, ... tutti quelli che sono stati costruiti con la violenza, l'inganno e l'illusione;
mi dispiace ma c'è poco di positivo nello stato italiano e per me e per molti altri veneti la sola speranza di vita e di una vita migliore è via dallo stato italiano,via da Roma-Milano-Torino-Napoli e Palermo; il mio ideale è la Svizzera: un Veneto come la Svizzera in una Europa dei popoli e delle comunità come la Svizzera;
il federalismo si fonda sull'individuo e sulle sue aggregazioni naturali: coppia, famiglia, comune, "provincia", cantone, ... ; parte dal "basso" e non dall'"alto", parte dalla realtà imperfetta e migliorabile e non da una irrealtà ideale o illusione da realizzare, parte dall'uomo e dall'umanità e non da un idolo;
dal male non nasce il bene che si ha solo eliminando il male.


Franco Matteo Mascolo
Gli Ebrei non hanno diritto ad un loro stato come tutti gli altri popoli perchè sono soltanto una religione e una cultura di pochi milioni di persone al mondo, e non un popolo vero e proprio (ecco la tesi filosofico-politico-sociologica della stragrande maggioranza degli Arabi dell'Islam). Abrahamo, Mosè, Gesù? tutti staffette profetiche per preparare l'avvento del nostro caro super-profetai Mohammed... - ecco il furto del sostituzionismo islamico, appreso dal sostituzionismo cristiano del 7° secolo e portato avanti a tutt'oggi... L'asino si ritiene divenuto sapiente e scalcia contro i Maestri israeliti che a parole dice di onorare.. ma che .in realtà subconsciamente teme,odia e disprezza...(almeno a osservare il comportamento e la dottrina dei suoi seguaci coranici)

Alberto Pento
E perché i veneti no?
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: El mito resorxemental e łe so falbarie tałego romane

Messaggioda Berto » mar dic 19, 2017 10:41 pm

L'unità nazionale? Un pregiudizio che soffoca le libertà
MARCELLO RICCI

http://www.lindipendenzanuova.com/lunit ... le-liberta

La lingua (italiana) non è motivo di unità, gli austriaci parlano tedesco, gli scozzesi inglese anche Cechi e Slovacchi usano la stessa lingua ….ma restano indipendenti; c’ è anche l’euro in comune, è un poco per vincolare un legame inesistente. Si ritiene che senza la Padania, l’Italia sarà territorialmente più piccola, ma più omogenea e rappresentativa per identità e forma mentis. L’unità nazionale è un pregiudizio?

Le basi non veritiere del pregiudizio
Il preconcetto è un giudizio che non deriva da un esperienza diretta ma solo a detta di altri. Il pregiudizio è un giudizio anticipato basato su supposizioni o su informazioni sbagliate o solo parzialmente vere.
E’ questo il significato dei due termini e il motivo per cui se ne parla non è quello di uno studio della semantica lessicale, ma dell’uso ricorrente che molto spesso condiziona il ragionamento, senza la valutazione del fatto di cui si discute.
Frequentemente la sequenza logica e aberrante dei pregiudizi diventa manicheismo.
Recentemente, solo per entrare nel concreto, citando l’articolo del codice penale che punisce l’apologia di reato si è levata voce, contro tale articolo, solo perché introdotto in epoca fascista.
L’esaltazione di reati particolarmente gravi è o no reato? Questo è il nocciolo della questione e non chi l’ha introdotta. Ragionando in questo modo si dovrebbero cancellare le cose positive fate da regimi dittatoriali , come la restituita dignità ai servi della gleba in Russia perché ottenuta dalla rivoluzione bolscevica e in Italia le bonifiche, la previdenza sociale e tante altre robe socialmente valide fatte dal fascismo.
Le riforme valide introdotte non cancellano di certo vergogne, colpe gravi come le leggi razziali, ma nemmeno queste autorizzano a negare le riforme buone.
Purtroppo i pregiudizi causano dei ragionamenti che da logici diventano viscerali. Questo vale per tutto, chi è contro Putin o contro Obama o contro la Merkel finisce per considerare negativa ogni loro proposta o almeno ignorarla.
Purtroppo questo modo di pensare è diffuso nel mondo, produce incomprensioni e guerre e non sempre in “buona fede”, spesso strumentalmente usate.
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Re: El mito resorxemental e łe so falbarie tałego romane

Messaggioda Berto » mar dic 19, 2017 10:42 pm

???

Una nobildonna rivoluzionaria
Cristina Trivulzio di Belgioioso è stata una stella del nostro Risorgimento, una patriota, una liberale, combattente, una scrittrice e donna di una bellezza struggente.


https://www.facebook.com/realdiamondinv ... 5546155107

La storia non ama le donne. Abbiamo avuto donne che nel loro tempo hanno lasciato il segno per capacità, intelletto e un fiume d’idee innovative... ma dopo la loro scomparsa sono entrate nell'oblio, nella dimenticanza e spesso quando si va a rivisitare la loro vita occorre togliere una coltre di polvere; ma loro ci sono sempre e, quando ci s’immerge nella loro storia, sono lì ad attenderci, pronte a riceverci con eleganza, senza timore, senza rancori, mettendo in mostra le loro grandi capacità ed il loro charme femminile.

Cristina Trivulzio di Belgioioso è stata una stella del nostro Risorgimento, una patriota, una liberale, combattente, una scrittrice e donna di una bellezza struggente.
La storia l'ha dimenticata ma lei è sempre stata oltre la storia. Pensate che quando nacque, il 28 giugno 1808, le vennero attribuiti 12 nomi: “Maria, Cristina, Beatrice, Teresa, Barbara, Leopolda, Clotilde, Melchiora, Camilla, Giulia, Margherita, Laura... Trivulzio”.
Non male vero? Il suo cognome è forte di almeno 1000 anni di storia, con generali, podestà e personaggi illustri di ogni genere.
Figlia di Gerolamo Trivulzio e Vittoria Gherardini, la nostra Cristina rimane senza padre molto presto. La madre si risposerà con Alessandro Visconti D'Aragona e lei avrà quattro nuovi fratelli, a cui sarà legata tutta la vita.
Cristina racconta di se stessa: “Ero una bambina melanconica, seria, introversa, talmente timida che mi accadeva spesso di scoppiare in singhiozzi nel salotto di mia madre perché credevo di accorgermi che mi stessero guardando o che volessero farmi parlare”.
Come tutte le giovani nobildonne, Cristina non ha studiato in una scuola pubblica ma ha avuto la sua istruzione a casa, tra i suoi insegnanti troviamo Ernesta Bisi, una maestra di disegno che fu determinante per la sua formazione. La Bisi introdusse la sua allieva non solo nel disegno, ma anche nel canto ed in ogni forma d'arte ma non solo, attraverso le sue amiche, introdusse la giovane principessa nel mondo della politica e della “cospirazione”. Malgrado la differenza di età, le due donne saranno legate da una grande amicizia che durerà tutta la vita. Cristina imparò l'importanza dell'amicizia femminile, quella di cuore, in cui ogni confidenza anche la più intima viene condivisa.
Cristina cresce ed inizia frequentazioni di giovani ragazzi non molto amati dall'autorità austriaca per le loro idee alquanto sovversive. Quando Cristina raggiunge i 16 anni è quasi pronta per il matrimonio, che la madre vorrebbe con un cugino, rispettando la tradizione di ogni famiglia nobile di non mescolare eccessivamente il sangue dinastico.
Purtroppo questo cugino è molto noioso, mentre Cristina è inquieta, ha coscienza della sua anima brillante, del suo essere affascinante e le piace vivere in modo attivo, la sua femminilità è ben visibile ma lei vuole occuparsi di cose che sono riservate solo ai maschi.
Cristina attirava i maschi. I canoni di bellezza dell'ottocento erano concentrati sulla “morbidezza”, donne dalle forme floride, bocca piccola e leziosa, braccia ben tornite, collo e spalle con linee delicate, colorito roseo. Cristina era lontanissima dall'immaginario classico maschile, era più alta della media, magra, con un lungo collo e mani dalle dita lunghe e sottilissime, da pianista.
Labbra minuscole e fossette che si aprivano quando sorrideva, rendendo il sorriso qualcosa di irresistibile e poi gli occhi, grandi, tondi nerissimi, segnati con forza dalle sopracciglia.
Occhi profondi che entravano dentro e conquistavano chiunque.
Colore della pelle bianchissimo, capelli castani spessi lunghi, Cristina sicuramente attraeva per la sua diversità e per la sua bellezza inquietante.

Cristina voleva vivere e un cugino noioso non era ciò che si aspettava dalla vita.
Poi arrivò lui, bello, dallo sguardo magnetico, Emiliano Barbiano di Belgioioso, uomo noto per le sue abitudini libertine, scapolo d'oro e star della lirica alla Scala di Milano, amico di Rossini. Si conoscono ad una festa mondana e si attraggono immediatamente. Emiliano è colpito dalla bellezza diversa di Cristina e dalla sua cultura. Cristina era stata educata come un uomo ed era preparatissima sulle letture illuministe, fatto che accese la fantasia di Emiliano che ardeva di passione rivoluzionaria. Si sposarono contro il parere di tutti gli amici e parenti di Cristina, ma lei in quel momento era guidata solo dalla passione.
Il 24 settembre 1824, nella chiesa di S. Fedele a Milano fu celebrato il matrimonio, alla presenza di tutta la grande borghesia milanese. Cristina era una delle più ricche nobildonne d'Italia e portò una dote milionaria, 400.000 lire austriache, pari a 4 milioni di euro odierni.
Seguono tre anni di passione amorosa e politica e, mentre lei migliora le sue conoscenze politiche, il marito continua nel libertinaggio assoluto, gira per le strade di Milano di giorno e di notte, all'interno di una carrozza-letto con interni in pelle nera, regalo di lord Byron, spende moltissimo denaro della moglie e in cambio la infetta con la sifilide che spiegherà molti dei dolori cronici di cui la principessa soffrì.
Probabilmente lei amava veramente suo marito e non lo colpevolizzò mai. Si limitò a lasciarlo senza divorziare e gli rimase amica per il resto della sua vita, continuando a pagare i suoi debiti. Aveva 20 anni quando lasciò il marito e s’iscrisse alla Giovine Italia di Mazzini.
Iniziò così la sua avventura politica che durerà un trentennio e a cui si dedicherà con tutta la sua determinazione e convinzione ossessiva, arrivando ad essere definita “un vero tormento” dallo stesso Mazzini.


Ma andiamo per ordine.

Dopo la separazione Cristina ha desiderio di viaggiare ed ha necessità del passaporto e dovrebbe passare dall'autorità austriaca, ma lei, consapevole del proprio rango, se ne guarda bene, ignora il capo della polizia e si rivolge alle sue conoscenze.
Gli austriaci avevano un occhio di riguardo verso l'alta borghesia milanese, anche se esprimeva idee rivoluzionarie, ma il capo della polizia, un italiano trentino che si sentiva austriaco, apprezzato dallo stesso Metternich per la sua devozione all'impero ed il suo essere scrupoloso, zelante e severo, non sopportava l'idea che una donna si prendesse gioco di lui e della sua posizione. Si chiamava Carlo Giusto Torresani e fece di tutto per creare problemi a Cristina.
Nel frattempo lei era partita per Genova, poi Roma, Napoli, Firenze e infine Ginevra. In queste città frequentava personaggi sospetti ed era sotto il controllo delle spie austriache di Torresani.
L'adesione di Cristina al partito repubblicano svizzero e l'abbandono del tetto coniugale furono i motivi che Torresani utilizzò per imporre alla principessa il rientro in Italia.
Temendo l'arresto, Cristina decise di fuggire in Francia e come reazione Torresani le fece confiscare tutti i beni. Così una principessa amante dei balli, della bellezza, della passione e della cultura si ritrova in povertà assoluta.
Il soggiorno a Parigi durerà dal 1833 al 1840 e sarà come un romanzo.
Inizia in piena miseria in un mezzanino di periferia in rue Vignon, e si guadagna da vivere dipingendo ventagli e confezionando pizzi, ma la sua bellezza e simpatia conquistano uomini che avranno un futuro importante in Francia, come il liberale Adolphe Thiers, futuro presidente della repubblica francese, fa innamorare lo storico Augustin Thierry con cui avrà una profonda intesa ed amicizia; il suo fascino inquietante conquisterà il marchese La Fayette, stratega dell'ascesa di Luigi Filippo al trono.
La dura condizione economica aveva modificato il carattere di Cristina: era diventata più dura, determinata, impenetrabile in un corpo sempre più magro, tanto da assomigliare ad un fantasma, con un pallore spettrale. E lei sfrutta il suo “pallore”, porta turbanti, acconciature dallo stile orientale, abiti scollatissimi e vaporosi, con drappeggi e colori bizzarri.

Ma torniamo a La Fayette, il settantenne generale dichiarò: “Non rimpiango di essermi abbandonato con tutto l'ardore di un giovanotto e la tenacia del vegliardo a questo affetto appassionato”.
Nel frattempo, grazie all'intervento della madre e del patrigno, Cristina riesce a tornare in possesso di una parte consistente del suo patrimonio e quindi torna totalmente nel suo rango.
La troviamo in rue d'Anjou, una traversa del Foubourg St. Honoré, dove riceve nel suo salotto personaggi come Balzac, Listz, Heine, Bellini, ciascuno a modo suo s'innamora di Cristina.
Tutti vengono respinti con garbo ed eleganza. Cristina è più attratta da intellettuali e politici austeri che dominano la scena di Parigi. Tra questi troviamo Francois Mignet, un bellissimo giovane, grande oratore ed insigne storico. Era stato uno degli artefici della rivoluzione orleanista, ma non amava stare sotto i riflettori della popolarità e si accontentò di un posto come direttore degli Archivi degli Affari esteri; era un uomo schivo, riservato e timido in modo particolare verso le donne. Era questo che lo rendeva attraente agli occhi di Cristina.
Iniziò una relazione molto riservata tra i due e dopo una gravidanza clandestina il 23 dicembre 1838 nascerà una bambina che prese il nome di Maria.
Maria non sarà mai riconosciuta dal presunto vero padre Mignet, e in futuro per motivazioni dinastiche, la piccola Maria sarà riconosciuta da Emilio di Belgioioso che proprio in quel periodo era ospite di Cristina a Parigi.
In realtà la mondanità di Cristina nascondeva la sua missione, ovvero sostenere i moti rivoluzionari italiani, aiutare finanziariamente gli esuli, fondare giornali politici (è stata la prima donna italiana direttore di giornale), difendere le opere degli intellettuali italiani, traducendo lei stessa le opere di Vico e facendosi mecenate di Giacomo Leopardi.

Poi disse basta.
Rientra in Lombardia nel 1840 e va a Locate, nel feudo di famiglia. Si toglie gli abiti di lusso e mette in pratica le idee riformatrici del socialismo francese.
Fa costruire un asilo, scuole elementari e superiori, abitazioni dignitose per i contadini, promuove corsi d'igiene per le donne, garantisce l'assistenza sanitaria gratuita.
Attività sociale che scandalizzò Alessandro Manzoni. Lo scrittore impedì a Cristina di dare un saluto alla madre morente di lui, amica di vecchia data di Cristina. Manzoni, da cattolico integralista aveva disapprovato la vita parigina della principessa e da buon borghese era lontanissimo dalle realizzazioni sociali di Cristina. Lui disse “Ma se ora i figli dei contadini vanno a scuola, chi coltiverà i nostri campi? Tutta colpa delle manie di quella signora...”.
Lei rispose: “Io rispetto il modo di vedere dei Manzoni, ma in questo caso sono fiera del mio”, poi scriverà “questo è il mio luogo non Parigi”.
E nel suo luogo Cristina s'innamora nuovamente. L'uomo è Gaetano Stelzi, suo segretario, giovane, bello e con una cultura fine. Purtroppo tisico.
Ma adesso entriamo nel mito. Il vento impetuoso del 48' la porta via da Locate, nella bassa Lombardia, e la troviamo a Roma, Firenze, Napoli. Usa il suo denaro per diffondere idee, fonda la rivista “Ausonio” sul modello della celebre “Revue des Deusx Mondes”, incontra Cavour, Tommaseo, Montanelli.
Si trova a Roma quando scoppiano le 5 giornate, il 18 marzo 1848. Cristina organizza un gruppo di 200 volontari e s'imbarca per Genova da dove poi arriverà a Milano.
Quando la “Divisione Belgioioso” giunse a Milano ormai gli austriaci si erano ritirati e il 23 marzo i piemontesi varcheranno il Ticino dando vita alla 1° Guerra d'Indipendenza.
Milano esulta e finalmente il Regno Lombardo-Veneto è vicino ad entrare a far parte del regno di Sardegna e Piemonte. I mesi che seguirono sino all'estate vedono un’impresa militare piemontese decisamente malcondotta, con piccole vittorie e grandi sconfitte.
L'azione di Cristina è tutta politica e editoriale in appoggio alla Casa Savoia e nel contempo deve superare il dolore per la morte del giovane Gaetano Stelzi, che verrà sepolto a Locate nello stesso cimitero dove riposerà anche la salma di Cristina. Per aiutare la causa monarchica dei Savoia fonda il giornale “Il Crociato” e vari opuscoli di propaganda.

Ad agosto del 1848 Carlo Alberto decide di ritirarsi deludendo i milanesi e dimostrando la debolezza di Casa Savoia. Anche Cristina s'infuria per quello che lei considera un “tradimento” e si avvicina di nuovo ai repubblicani. La ritroviamo a Roma, sulle barricate assieme ai patrioti della Repubblica Romana, stavolta sotto il fuoco dell'esercito francese accorso in difesa del Papa.
Di giorno combatte sulle barricate, passa le notti negli ospedali, inventa le “infermiere” che prima non esistevano: si tratta di donne volontarie, della borghesia, dell'aristocrazia liberale, del popolo ed anche di qualche prostituta, dedite ad aiutare, assistere e confortare i feriti, tutte unite dallo stesso ideale di Cristina.
Fatto che fece scandalizzare i benpensanti incluso il Papa.
Anche la repubblica romana rimase schiacciata e fu sconfitta. Dopo essersi battuta per mettere in salvo feriti e pagare per la liberazione dei prigionieri, Cristina è costretta. Delusa da Carlo Alberto e dai francesi, decide di andare ad oriente assieme alla figlia Maria ormai di dieci anni.
Sarà a Malta, Atene, Costantinopoli e Gerusalemme.
In Cappadocia fonda una colonia agricola in cui porterà avanti l'esperimento sociale di Locate.
Nel frattempo in Italia, piemontesi ed austriaci diffamano la sua figura.
Cristina tornerà in Lombardia nel 1857, avrà contatti con Cavour che stava preparando una nuova guerra all'Austria, scrisse in francese una Storia della Casa Savoia per rendere simpatica la dinastia sabauda ai francesi. Gli anni passavano e finalmente venne anche il giorno in cui vide realizzarsi il sogno di una vita: la vittoria sugli austriaci con l'acclamazione di Vittorio Emanuele II alla Scala di Milano.
Fondò un nuovo giornale “L'Italie” a Milano il 2 ottobre 1860: giornale destinato a pubblicizzare in Europa la politica italiana.
Gli ultimi anni della sua vita sono dedicati alla figlia ed alla nipote.
Scrisse ancora un saggio dal titolo “Della presente condizione delle donne e del loro avvenire”, nel saggio, Cristina esprimeva il desiderio che le donne del futuro volgessero uno sguardo indietro per comprendere i dolori e le umiliazioni delle donne che le avevano precedute e che avevano combattuto per un ideale a cui avevano sacrificato la propria vita.
Cristina fu dimenticata per anni. La politica non è solo azione, ma soprattutto passione, amore e poesia. Solo una donna può capirlo.

Vogliamo ricordarla nel suo salotto parigino:
“Una voce maschile incanta i suoi ospiti sotto l'impeto di note melanconiche. È mezzanotte, sulla soglia del salotto appare lei, Cristina di Belgioioso, porta uno scollatissimo abito nero, le mani affusolate, una delle quali posate sul petto, nel gesto di frenare il desiderio carnale, il suo pallore sepolcrale, i suoi grandi occhi neri splendenti, la sua persona alta e magra reclama attenzione. Tutti si voltano verso di lei, ma lei rimane ferma ed immobile sulla soglia. Un ospite le va incontro ma lei con un gesto imperioso fa segno di non interrompere il canto, la melodia.
Lei rimane immobile, esile, impalpabile, con la sua bellezza inquietante ed immortale”.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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