El mito resorxemental e łe so falbarie tałego romane

Re: El mito resorxemental e łe so falbarie tałego romane

Messaggioda Berto » mar mar 21, 2017 11:24 am

El caxo de Foscoło
https://it.wikipedia.org/wiki/Ugo_Foscolo
Ugo Foscolo, nato Niccolò Foscolo (Zante, 6 febbraio 1778 – Londra, 10 settembre 1827)
Foscolo nacque sull'isola greca di Zante (nota anche come Zacinto, cui dedicherà uno dei suoi più celebri sonetti), possesso plurisecolare della Repubblica di Venezia, il 6 febbraio del 1778, figlio di Andrea Foscolo (Corfù, 1754 - Spalato, 13 ottobre 1788), medico di vascello di origini veneziane, e della greca Diamantina Spathis (o Spathys; settembre 1747 - 28 aprile 1817), che si erano sposati a Zante il 5 maggio 1777 secondo il rito cattolico. Primogenito di quattro fratelli, lo seguivano la sorella Rubina (dal nome della nonna materna) (21 dicembre 1779 - 1867), e i due fratelli morti suicidi Gian Dionisio (detto Giovanni Dionigi o Giovanni; Zante, 27 febbraio 1781 - Venezia, 8 dicembre 1801) e Costantino Angelo (detto Giulio; Spalato, 7 dicembre 1787 - Ungheria 1838).

Il soggiorno a Padova e l'esilio sui colli Euganei (1796-1797)
Melchiorre Cesarotti

Intanto, il giovane poeta mostrava segni di insofferenza verso la società veneziana e i suoi salotti, votati all'esteriorità e alle convenzioni, e lontani quindi dal suo spirito libero. Decise pertanto di effettuare un soggiorno a Padova, stimolato dai fermenti culturali della città come dal desiderio di conoscere Cesarotti e i suoi seguaci. Nel luglio del 1796 giunse quindi a Padova, dove incontrò il traduttore dell'Ossian.[36]

Durante l'anno Foscolo scrisse alcuni articoli sul Mercurio d'Italia che destarono i sospetti del governo veneto; ai primi di settembre partì per un soggiorno sui colli Euganei. La tradizione critica ha pensato che tale spostamento fosse dovuto a una persecuzione politica nei suoi confronti[37], o ancora ad una necessità di riprendersi dopo una delusione amorosa[38]; tuttavia, sappiamo anche che in quei giorni Padova era funestata da un'epidemia di vaiolo, e le truppe militari francesi cominciavano inoltre a entrare in città. In mancanza di documenti storici e epistolari che dimostrino con certezza perché il Foscolo scegliesse il trasferimento in campagna, sono due elementi da tenere ugualmente in considerazione.[39]
I rapporti con il mondo rivoluzionario veneziano (1797)

Dopo il successo del Tieste, Foscolo fece con ogni probabilità un secondo soggiorno a Padova in marzo; frequentò verosimilmente le lezioni di Cesarotti all'università ma il rapporto con il padre spirituale andò progressivamente raffreddandosi, tanto che con il mese di marzo cessano i contatti epistolari tra i due, e l'uno si astiene addirittura dal nominare l'altro nelle proprie lettere per un periodo di quasi sei anni.[40] Tra le altre cose, Foscolo aderiva con fervore crescente agli entusiasmi repubblicani, mentre Cesarotti assisteva con disillusione agli sconvolgimenti politici; sappiamo che in aprile viveva di fatto confinato in campagna.[41]

In seguito Foscolo fu prima a Venezia e poi a Bologna, dove prestò brevemente servizio come volontario tra i Cacciatori a cavallo della Repubblica Cispadana. Chiese quasi subito con successo di esserne dispensato a causa della salute precaria e di una ferita.[42] Durante il breve periodo felsineo diede alle stampe l'ode A Bonaparte liberatore, molte copie della quale furono inviate dalla Giunta di Difesa bolognese alla Municipalità di Reggio Emilia, città cui il Foscolo aveva dedicato la poesia, in quanto era stata la prima a innalzare il tricolore.[43]

Foscolo tornò in laguna quando seppe che il 12 maggio a Venezia l'oligarchia dogale aveva ceduto alle pretese napoleoniche di costituire un « Provvisorio Rappresentativo Governo ».[44] Fu una lettera del patriota Almorò Fedrigo a informarlo; Foscolo la fece pubblicare il 16 maggio sul Monitore bolognese e nei medesimi giorni lasciò la città felsinea.[45]

Il 16 maggio stesso offriva con una lettera alla Municipalità di Reggio Emilia l'ode A Bonaparte liberatore dicendo di correre verso Venezia « a spargere le prime lagrime libere ». Annunciava inoltre di voler portare a compimento una « tragedia repubblicana », il Timocrate, e « una cantica lirica intitolata la Libertà italica », di cui l'ode « non era che un prodromo ».[46] In realtà né della tragedia né della Libertà italica è rimasta traccia; il Timocrate viene ancora nominato un'unica volta il 14 agosto 1798 quando Foscolo, rivolgendosi alla Società del Teatro patriottico di Milano, sostiene di lavorarci da mesi e promette, dopo averlo finito, di « assoggettarlo » alla Commissione della Società.[47] Appena ritornato in laguna, il 23 maggio ricevette da Bologna la nomina a tenente onorario aggregato alla Legione Cispadana.[48]

Tra il maggio e la fine dell'estate compose l'ode Ai novelli repubblicani, ricca di fervore libertario, dedicata al fratello « Gioan-Dionigi », che apparve prima in un opuscolo in cui, oltre alla poesia, figuravano « la dedica al fratello Gioan-Dionigi », « la lettera di Bruto a Cicerone tolta da Plutarco » e « i chiarimenti » di alcune strofe e, subito dopo, sull'Anno poetico del 1797, dove seguiva il sonetto A Venezia, scritto probabilmente nel 1796 e, a differenza dell'ode, prima della caduta della Serenissima.[49]

https://it.wikipedia.org/wiki/Ultime_le ... copo_Ortis
Il romanzo si ispira alla doppia delusione avuta da Foscolo nell'amore per Isabella Roncioni che gli fu impossibile sposare e per la patria, ceduta da Napoleone all'Austria in seguito al Trattato di Campoformio. Il romanzo ha, quindi, chiari riferimenti autobiografici. Nella forma e nei contenuti è molto simile a I dolori del giovane Werther di Goethe (anche se a tratti richiama la Nuova Eloisa di Jean-Jacques Rousseau); per questo motivo alcuni critici hanno addirittura definito il romanzo una brutta imitazione del Werther. Tuttavia, la presenza del tema politico, assai evidente nell'Ortis e appena accennato nel Werther segna una differenza rilevante tra i due libri. Inoltre si avvertono la presenza dell'ispirazione eroica di Vittorio Alfieri e l'impegno civile e politico del poeta in quegli anni.




El caxo de Ipołito Nievo

Venesia e ła rivołusion fransoxa - Ippolito Nievo
viewtopic.php?f=148&t=1847
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Re: El mito resorxemental e łe so falbarie tałego romane

Messaggioda Berto » mar apr 25, 2017 8:25 am

Il caso di Gioberti


Le falsità e/o gli abbagli di Vincenzo Gioberti


Con la pubblicazione, nel 1843, del Primato civile e morale degli Italiani di Gioberti, il movimento cattolico liberale, con la sua chiara intonazione nazionalistica e politica, divenne sempre più popolare, soprattutto in Piemonte e negli Stati dell’Italia centrale.

Questo primato era associato nella sua mente alla supremazia papale, anche se inteso in un modo più letterario che politico.

http://www.150anni.it/webi/_file/docume ... imato1.pdf

Vincenzo Gioberti
https://it.wikipedia.org/wiki/Vincenzo_Gioberti
Vincenzo Gioberti (Torino, 5 aprile 1801 – Parigi, 26 ottobre 1852) è stato un presbitero, patriota e filosofo italiano e il primo Presidente della Camera dei deputati del Regno di Sardegna, esponente di primo piano del Risorgimento italiano.
...
Gioberti è, da un certo punto di vista, un platonico. Identifica la religione con la civiltà e nel suo trattato Del primato morale e civile degli Italiani giunge alla conclusione che la chiesa è l'asse su cui il benessere della vita umana si fonda. In questo afferma che l'idea della supremazia dell'Italia, apportata dalla restaurazione del papato come dominio morale, è fondata sulla religione e sull'opinione pubblica; tale opera sarà la base teorica del neoguelfismo. Nelle sue ultime opere, Rinnovamento e Protologia si dice che abbia spostato il suo campo sull'influenza degli eventi.

Ecco invece i veri primati, come sono emersi nella storia: I primati dello stato italiano e dell'Italia in Europa e nel mondo
viewtopic.php?f=22&t=2587

A ciò si aggiunga la corruzione della chiesa cattolico romana, la pedofilia dei preti, l'idolatria propria della religione cattolica con il suo culto delle immagini, del Papa romano, dei santi, dei miracoli, dei feticci.

Chiesa, la denuncia di Papa Francesco: "In Vaticano c'è corruzione. Nella barca di Pietro alcuni marinai remano contro"
9 febbraio 2017

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/02 ... ro/3378544

Corruzione. Scandali finanziari. Marinai che nella barca di Pietro remano “in senso contrario“. Pedofilia. In un lungo colloquio con Civiltà Cattolica di cui il Corriere della Sera riporta ampi brani, Papa Francesco affronta alcune delle problematiche più scomode tra quelle che affliggono il Vaticano.

“C’è corruzione in Vaticano. Ma io sono in pace“, ha detto il pontefice argentino al periodico dei gesuiti giunto al numero 4.000, sottolineando in questo modo la propria distanza da coloro che di questa corruzione si nutrono e ricordando anche che nelle Congregazioni Generali prima del Conclave che lo ha eletto “si parlava dei problemi del Vaticano, si parlava di riforme. Tutti le volevano”. Per restare sereno, tuttavia, scherza Francesco, “non prendo pastiglie tranquillanti. Gli italiani danno un bel consiglio: per vivere in pace ci vuole un sano menefreghismo“.

Ancora una volta “castigat sorridendo mores“, si potrebbe dire del Papa argentino parafrasando l’adagio latino: con levità il pontefice accende un faro su ciò che nella sua Chiesa lo preoccupa di più. Interpellato su cosa possono fare i religiosi per rinnovare le strutture e la mentalità della Chiesa, Francesco risponde: “Nelle strutture della Chiesa entra il clima mondano e principesco, e i religiosi possono contribuire a distruggere questo clima nefasto. E non c’è bisogno di diventare cardinali per credersi prìncipi! Basta essere clericali. Questo è quanto di peggio ci sia nell’organizzazione della Chiesa. I religiosi possono contribuire con la testimonianza di una fratellanza più umile”. Una fratellanza che ha il suono di un auspicio: “I religiosi possono dare la testimonianza di un iceberg capovolto, dove la punta, cioè il vertice, il capo, è capovolta, sta in basso”. Un vertice che spesso fa parlare di sé più per la sua ricchezza materiale che per le proprie virtù spirituali: “Il Signore vuole tanto che i religiosi siano poveri – affonda Francesco – quando non lo sono, il Signore manda un economo che porta l’Istituto in fallimento!”.

Torna a parlare di temi complessi, Francesco. Temi scomodi che nell’udienza alla comunità della rivista dei Gesuiti affronta con una metafora: la “barca di Pietro“, “a volte nella storia, oggi come ieri, può essere sballottata dalle onde e non c’è da meravigliarsi di questo. Ma anche gli stessi marinai chiamati a remare possono remare in senso contrario. È sempre accaduto”.

Nell’intervista a Civiltà Cattolica Francesco affronta anche il tema degli abusi sessuali sui minori compiuti all’interno della Chiesa: “Parliamoci chiaro: questa è una malattia. Se non siamo convinti che questa è una malattia, non si potrà risolvere bene il problema. Quindi, attenzione a ricevere in formazione candidati alla vita religiosa senza accertarsi bene della loro adeguata maturità affettiva. Per esempio: mai ricevere nella vita religiosa o in una diocesi candidati che sono stati respinti da un altro seminario o istituto senza chiedere informazioni molto chiare e dettagliate sulle motivazioni dell’allontanamento”.


http://www.linkiesta.it/it/article/2017 ... denu/33215

http://www.sanfrancescopatronoditalia.i ... eLyxzBx2jI

https://it.wikipedia.org/wiki/Critiche_ ... _cattolica


https://it.wikipedia.org/wiki/Pedofilia ... lla_storia

https://it.wikipedia.org/wiki/Casi_di_p ... _cattolica


Idolatria e spiritualità naturale e universale
viewtopic.php?f=24&t=2036

Teista, Ateo, Idolo, Idołatra, Aidoło
viewtopic.php?f=24&t=2036

Spiritualità e religiosità non sono la stessa cosa
viewtopic.php?f=24&t=2454

L'assurda, irragionevole e idolatra eresia cristiana
viewtopic.php?f=199&t=2589

I santi cristiani, gli angeli e gli spiriti protettori
viewtopic.php?f=199&t=2628

I santi cristiani, gli angeli sono la versione cristiana degli spiriti protettori precedenti o pagani o magici.
Sono analogie e varianti religiose della religiosità universale nella sua continuità dalla preistoria alla storia.
I santi cristiani e gli angeli non sono migliori degli spiriti protettori di altre religioni o degli intermediari della preistoria magica.


Feticcio
viewtopic.php?f=24&t=1513

Miracoli veri e falsi
viewtopic.php?f=24&t=1687

D-o non fa miracoli; i miracoli sono assurdità magiche
viewtopic.php?f=201&t=2491

False credenze, gli abusivi e li usurpatori di Dio
viewtopic.php?f=24&t=1780


Il personaggio e le sue idee rientano in tutto e per tutto nel complesso, articolato e variegato filone risorgimentale con le sue artefazioni, illusioni mitiche, cattive interpretazioni e forzature storiche, incoerenze e contraddizioni:

Il mito risorgimentale e le sue falsità italico-romane
viewtopic.php?f=139&t=2481


La bontà di un'analisi e di una interpretazione storica e di un mito si valuta e misura dai risultati che il loro uso e applicazione come modello ideale producono nel tempo.
Sul Risorgimento italiano si potrebbe dire che il valore delle sue premesse quali la bontà dell'analisi e dell'interpretazione storica e dei suoi miti, si valuta e misura dai risultati che il loro uso e applicazione come modello ideale hanno prodotto ieri e producono oggi. Mi pare che lo stato italiano sia tra i peggiori dell'occidente e che sia quello che ha i primati negativi in assoluto.
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Re: El mito resorxemental e łe so falbarie tałego romane

Messaggioda Berto » mar apr 25, 2017 8:26 am

.
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Re: El mito resorxemental e łe so falbarie tałego romane

Messaggioda Berto » mar apr 25, 2017 10:41 am

???

GERMANIZZAZIONE FORZATA E PULIZIA ETNICA NEL TRENTINO (1866-1918)

https://www.facebook.com/NuovoRisorgime ... 9167205111

Gli abitanti del Trentino durante il Risorgimento furono per lo più favorevoli all’Italia e contrari all’Austria. Tale era l’opinione degli stessi militari e funzionari austriaci, a cominciare dal Radetzky. [Alan Sked, Radetkzy e le armate imperiali. L’impero d’Austria e l’esercito asburgico nella rivoluzione del 1848, Bologna 1983] In anni più tardi, Markus von Spiegelfeld, Luogotenente del Tirolo dal 1906 (quindi governatore anche del Trentino), aveva inviato nel 1912 un memorandum all’erede al trono Francesco Ferdinando d’Asburgo dichiarando che la popolazione del Trentino era interamente d’idee e sentimenti italiani: “Nazionale, anzi marcatamente nazionale, è tutta la popolazione laggiù”. [P. Pombeni, "Il primo De Gasperi. La formazione di un leader politico", il Mulino, Bologna 2007, pp. 183 sgg.]

Questa consapevolezza dell’ostilità delle popolazioni trentine nei confronti dell’occupazione austriaca fece sì che anche il Trentino-Alto Adige divenisse sin dal 1848 teatro di violenze ed eccidi da parte delle soldatesche asburgiche e dei nazionalisti italofobi ivi presenti.

Ad esempio in una casa isolata a pochi passi da Vilpian (paese vicino a Bolzano), viveva una famiglia di coloni italiani, che il proprietario del podere avea chiamati dal Trentino per introdurre in quella località la coltura del gelso. Il 17 giugno del 1848, mentre la famiglia composta da otto persone stava pacificamente cenando nella propria casa dopo aver lavorato durante la giornata. Essi furono all’improvviso assaliti da una folla d’esaltati, costituita da Schützen (milizie territoriali tirolesi) e da contadini germanici, armati di fucili, forconi e mannaie. Tranne uno, tutti i componenti della famiglia di Trentini, assaliti al grido di “Morte ai traditori italiani”, furono massacrati, alcuni a colpi di baionetta e mannaia. L’unico superstite fu arrestato per sospetto di tradimento e, dopo lunga detenzione, rilasciato perché riconosciuto completamente innocente. I colpevoli del massacro, compiuto unicamente per odio verso gli italiani, furono lasciati indisturbati ed impuniti dalla magistratura e dalla polizia imperiali.

In occasione della guerra del 1866 molte centinaia di Trentini furono incarcerati e deportati in fortezza sino a Comons, in Ungheria, soltanto perché sospettati d’idee irredentiste. La misura era un’anticipazione di ciò che poi avvenne durante la Grande Guerra, quando 100.000 Trentini o più furono spediti in campi di concentramento.

Quando non si sfogava in massacri ed assassini, l’operato delle autorità asburgiche era comunque vessatorio e provocatorio verso gli abitanti italiani. Ad esempio, a Levico un maggiore austriaco fece condannare ad un lungo periodo di carcere un giovane, colpevole di non essersi tolto il cappello quando aveva casualmente incrociato per strada l’ufficiale asburgico. In un’altra circostanza, un altro ufficiale dell’esercito imperiale ordinò di distruggere un mazzo di margherite, appena acquistato, unicamente perché il nome della regina d’Italia dell’epoca era appunto Margherita.
Gli abitanti di Trento videro la propria città fatta oggetto di scempio da un regime d’occupazione militare che durò in pratica dal 1860 al 1867: moltissime abitazioni private furono sequestrate ed assegnate a militari; altre ebbero murate porte e finestre, o vennero abbattute. Dulcis in fundo, le spese per l’occupazione furono addebitate alla cittadinanza, cosicché le spese di vitto, alloggio, della guarnigione ecc., oltre i danni enormi inferti all’edilizia, caddero interamente sulla città di Trento.

La situazione degli italiani del Trentino peggiorò ancora a partire dal 1866, ossia dalla famigerata decisione dell’imperatore Francesco Giuseppe, verbalizzata dal consiglio dei ministri imperiale del 12 novembre 1866, di “germanizzare e slavizzare” il Trentino, la Venezia Giulia e la Dalmazia. [«Sua Maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno».

La versione originale in lingua tedesca è la seguente: «Se. Majestät sprach den bestimmten Befehl aus, dass auf die entschiedenste Art dem Einflüsse des in einigen Kronländern noch vorhandenen italienischen Elementen entgegentreten durch geeinignete Besetzung der Stellen von politischen, Gerichtsbeamten, Lehrern sowie durch den Einfluss der Presse in Südtirol, Dalmatien und dem Küstenlande auf die Germanisierung oder Slawisierung der betreffenden Landesteile je nach Umständen mit aller Energie und ohne alle Rücksicht hingearbeitet werde. Se. Majestät legt es allen Zentralstellen als strenge Plifcht auf, in diesem Sinne planmäßig vorzugehen.». Die Protokolle des Österreichischen Ministerrates 1848/1867. V Abteilung: Die Ministerien Rainer und Mensdorff. VI Abteilung: Das Ministerium Belcredi, a cura di STEFAN MALFÈR, Wien, Österreichischer Bundesverlag für Unterricht, Wissenschaft und Kunst 1971; la citazione compare alla Sezione VI, vol. 2, seduta del 12 novembre 1866, p. 297]

Già nel 1866 il luogotenente del Tirolo, il principe Lobkovitz, ed il consigliere aulico a Trento, il conte Hohenwart, avevano dato l’avvio ad un programma scolastico in lingua tedesca per la zona del Trentino ed al contempo alla germanizzazione della zona mistilingue posta a nord di Salorno. A dimostrazione della continuità di questa politica, nel gennaio del 1886 l’allora luogotenente del Tirolo, Widmann, scrivendo al primo ministro Taaffe sosteneva che la germanizzazione rientrava fra gli interessi generali dello stato imperiale e difendeva i tentativi di germanizzare le scuole nel Trentino.

In tutto il periodo 1866-1918 un’università in lingua italiana nell’impero austroungarico non esistette mai e neppure anche solo una facoltà. Vi furono, in tutto e per tutti, alcuni corsi, per alcuni anni, all’università di Innsbruck, che eccezionalmente e per speciale concessione erano in italiano. Si trattava d’alcuni corsi della facoltà di diritto, d’alcuni corsi della facoltà di medicina e d’un solo corso di lingua e letteratura italiana. Anche per diritto e medicina comunque questi corsi paralleli in lingua italiana non erano sufficienti ad assicurare un ciclo completo di studi. La concessione di questi corsi, paralleli e non sostitutivi a quelli in lingua tedesca (gli italiani potevano seguire alcuni corsi nella loro lingua, se lo volevano, ma gli studenti austriaci avevano comunque quelli in tedesco) era stata permessa per l’esigenza d’avere funzionari e medici che potessero interagire senza difficoltà con amministrati e pazienti di lingua italiana: si trattava quindi d’una speciale autorizzazione accordata fondamentalmente per ragioni di funzionalità. Tutti gli altri corsi, d’ogni facoltà, erano in tedesco, in una università tedesca e con facoltà tedesche.

La richiesta d’una università in lingua italiana od almeno d’una facoltà fu ripetutamente avanzata dal 1866 dagli italiani, ma sempre rifiutata. Agirono in senso contrario sia i nazionalisti austriaci e slavi, sia altissimi politici e militari, come il Luogotenente di Trieste Kellersperg, un altro Statthalter del Litorale come Goëss, il Luogotenente del Tirolo Schwarteznau, l’arciduca Eugenio, comandante del corpo d’armata tirolese … Costoro, tutti, temevano che una università o facoltà in lingua italiana rafforzasse l’identità etnica degli italiani, quindi l’irredentismo. Degne di menzione sono le argomentazioni del Goëss contro l’università italiana a Trieste: essa non andava concessa, perché avrebbe rafforzato l’irredentismo degli italiani a discapito dei gruppi etnici lealisti degli austriaci e degli slavi; avrebbe messo in crisi il sistema di scuole elementari e medie in lingua tedesca, che servivano anche da strumento di penetrazione della cultura germanica fra gli italiani; questo altissimo funzionario ricordava anche che Trieste andava considerata come la porta del germanesimo in direzione dell’Adriatico.

I famosi “fatti di Innsbruck” divennero emblematici della pressione esercitata contro il gruppo etnico italiano dall’impero e dai nazionalisti germanici servendosi in questo anche del sistema scolastico ed universitario.
Come si è detto più approfonditamente sopra, sin dal 1848 gli Italiani di Trieste sollecitavano l’apertura di una università italiana nella grande città costiera, per dimensioni la terza dell’impero, dopo Vienna e Praga, ma tale richiesta fu sempre respinta. Dopo il 1866 gli Italiani, oltre alla pulizia etnica orchestrata da Francesco Giuseppe, dovettero anche affrontare l’impossibilità di recarsi a studiare presso le università italiane, in primis quella di Padova, che aveva rappresentato sin dal secolo XV il luogo di formazione di tutta la classe dirigente del Trentino, della Venezia Giulia e della Dalmazia. Pertanto la domanda al governo centrale di poter aprire un’università italiana a Trieste si fece pressante. Infine, nel 1904, dopo un’attesa di 56 anni, Vienna concesse la fondazione non di una università, ma soltanto di una facoltà di giurisprudenza in lingua italiana, e non a Trieste, bensì nella lontana e germanica Innsbruck. Già questa scelta palesava la volontà austriaca d’impedire il più possibile la formazione e conservazione della cultura italiana nei propri territori.
Comunque, il 3 novembre del 1904 diverse centinaia di studenti italiani, molti dei quali provenienti sin dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia, si trovavano ad Innsbruck per assistere all’apertura dell’anno universitario di tale facoltà di giurisprudenza. Tuttavia, al loro arrivo nella città austriaca, i nazionalisti e pangermanisti locali diedero aperta prova della loro ostilità verso la fondazione di tale facoltà. La polizia di Innsbruck, su pressioni delle autorità politiche locali, entrò nell’aula, in cui il professor Angelo de Gubernatis stava tenendo il discorso inaugurale, ordinando d’interrompere la cerimonia.

Gli studenti italiani si limitarono allora ad offrire un banchetto in onore del prof. de Gubernatis, per giunta con previo accordo delle autorità. Ciò bastò tuttavia a suscitare la reazione violentissima degli abitanti di Innsbruck, i quali compirono una specie di insurrezione. Gli Italiani presenti in città furono scacciati ed i loro beni saccheggiati, mentre gli studenti furono circondati all’interno della sede università e stretti d’assedio con armi da fuoco. Intervenne infine l’esercito, il quale però arrestò tutti gli studenti italiani (fra cui Cesare Battisti ed Alcide De Gasperi), malgrado questi non avessero compiuto alcun reato e si fosse limitati a difendersi dall'aggressione violentissima dei cittadini di Innsbruck, che non patirono invece arresti.
In seguito a tale pogrom anti-italiano fu poi ordinata la chiusura della facoltà di giurisprudenza.

[ANGELO ARA, La questione dell’Università italiana in Austria, in «Rassegna storica del Risorgimento» LX, 1973; G. DEUTHMANN, Per la storia di alcune scuole in Dalmazia, Zara 1920; VIRGINIO GAYDA, L'Italia d'oltre confine. Le provincie italiane d'Austria, Torino 1914; ATTILIO TAMARO, Le condizioni degli italiani soggetti all'Austria nella Venezia Giulia e nella Dalmazia, Roma 1915; ERNESTO SESTAN, Venezia Giulia. Lineamenti di una storia etnica e culturale, Udine 1997; A. M. VINCI, Storia dell’Università di Trieste. Mito, progetti, realtà, Trieste 1997; la stessa tesi di dottorato di Michael Völkl citata da felicitamodna82 dedica ampio spazio all’attività politica che De Gasperi svolse in opposizione e contrasto ai tentativi di germanizzare il Trentino, ripetutamente ed apertamente denunciati da questo politico. Un intero capitolo, il quarto, è dedicato al contrasto con il nazionalismo germanico:Die negative Erfahrungsebene: Der deutsche Nationalismus, in MICHAEL VÖLKL, Das Deutschenbild Alcide De Gasperis (1881-1954). Ein Beitrag zur Geschichte der italienischen Deutschenwahrnehmung, Monaco 2004, pp. 105 sgg.; DAVIDE ZAFFI, Associazionismo nazionale in Cisleithania. Il Deutscher Schulverein (1880), in Studi trentini di scienze storiche, 67, (1988), pp. 273-323.]
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Re: El mito resorxemental e łe so falbarie tałego romane

Messaggioda Berto » dom mag 07, 2017 1:33 pm

Sionismo e Risorgimento Italiano, due fenomeni non assimilabili e non equiparabili
viewtopic.php?f=197&t=2530
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Re: El mito resorxemental e łe so falbarie tałego romane

Messaggioda Berto » dom mag 07, 2017 1:34 pm

Fusaro, il povero filosofo nazi-fascio-comunista italiano

DIEGO FUSARO: Senza limitazioni politiche, il capitale si prende la vita intera [La7, 14.4.2017]
https://www.facebook.com/pezzela.giusep ... 7107266961

Questa del filmato è l'essenza aculturale e acivile del povero Fusaro:
siamo il paese (l'italia) che non ha niente da imparare dagli altri popoli europei in tema di cultura di socialità e di politica, anzi abbiamo da insegnare, siamo il paese con il sistema sanitario migliore, con il sistema scolastico migliore (liceo classico di G.Gentile il fulcro della civiltà italiana del 900).
Ha raccontato e descritto un'Italia che non è mai esistita e che nella realtà è proprio il contrario:
cultura (?), socialità (?), politica (?), sistema sanitario (media nord-sud) e sistema scolastico (media nord-sud) (?) Che fanfarone parolaio.



Alberto Pento
Mi dispiace per il povero Fusaro dal bell'eloquio, ma il liceo classico è una delle cause e dei cardini pantanosi dell'arretratezza, del parassitismo, della corruzione e della castualità ademocratica italiana.


I primati dello stato italiano e dell'Italia in Europa e nel mondo
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Re: El mito resorxemental e łe so falbarie tałego romane

Messaggioda Berto » dom mag 07, 2017 1:36 pm

Ndar par Veneto
https://www.facebook.com/groups/987007684655154

INO NASIONALE VENETO - Inno Nazionale Veneto
https://youtu.be/YxfxuDiGgyo

Filippo Zamparo

"Vivaldi stesso si definì più volte italiano e si associò all'Italia; nella dedica al conte Venceslao Morzin del 'Il cimento dell'armonia e dell'inventione' si definisce 'Maestro di Musica in Italia', mentre la dedica dell'opera L'Adelaide al podestà Antonio Grimani riporta infatti:
«Era parimente convenevole, che ad un Veneto Patricio fosse questo Dramma dedicato, imperciocché non potendo la Storia, ond'è ricavata l'Azione, che sommamente dispiacere ad un buon'Italiano, che non sia, come tanti sono oggidì, di sua Nazione inimico, facendogli sovvenire, come discacciati gli ultimi Italiani Ré, ricadde la misera Italia, per non più liberarsene, sotto giogo straniero, a tale deplorabilissima sciagura solo dà qualche compenso l'inclita Veneta Republica, in cui dal suo nascimento fino a' nostri giorni l'Italiana libertà si conserva, e voglia Iddio sino al finire de' secoli conservarla ...»"


Chi erano per Vivaldi questi re stranieri e cosa era per Vivaldi l'Italia se non una tradizione storica con un suo insieme di miti di potere a cominciare da quello romano a cui si erano aggiunti quelli di origine medioevale germanici e veneziani inseriti in uno spazio geografico esprimibile con il nome Italia? Lo stesso concetto di Metternich: Italia espressione geografica.

El mito resorxemental e łe so falbarie tałego romane
Il mito risorgimentale e le sue falsità italico-romane
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Adelaide nome germanico è una donna europea di origine germanica che fu moglie di Lotario re d'Italia, anche lui di origine germanica avvelenato da Berengario che era germano anche lui, nella lotta per il potere.

https://it.wikipedia.org/wiki/Adelaide_(nome)
L'onomastico si può festeggiare il 16 dicembre, in ricordo di sant'Adelaide, regina d'Italia come moglie di Lotario II, poi imperatrice come moglie di Ottone I di Sassonia e infine reggente del Sacro Romano Impero.

https://it.wikipedia.org/wiki/Adelaide_ ... _(Generali)
https://it.wikipedia.org/wiki/Adelaide_ ... a_(Rossini)
https://it.wikipedia.org/wiki/Lotario_II_d%27Italia
https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Torri
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Re: El mito resorxemental e łe so falbarie tałego romane

Messaggioda Berto » dom mag 07, 2017 1:37 pm

???

LA LUNGA DURATA DEL CONCETTO DI STATO NAZIONALE ITALIANO DALL’ANTICHITA’ AL RISORGIMENTO

https://www.facebook.com/NuovoRisorgime ... 00170101:0

La festa del 17 marzo commemora la data in cui fu proclamato il regno d’Italia nel 1861 sotto Vittorio Emanuele II. Si sente talora affermare che questo sarebbe l’inizio dell’Italia stessa, poiché secondo alcuni tale nazione non sarebbe esistita affatto in precedenza, o quantomeno non sarebbe esistito uno stato italiano. Simili visioni, care in particolar modo ai secessionisti o comunque a coloro che contestano lo stato nazionale predicandone la dissoluzione e la scomparsa, non hanno in realtà fondamento storico alcuno.
È appena il caso di precisare che nazione e stato non sono sinonimi e che la patria o gruppo etnico continua ad esistere qualunque sia la forma politica in cui si trova. L’Italia ha un’esistenza più che due volte millenaria che si esprime sul piano della lingua, dell’onomastica, della toponomastica, della letteratura, dell’architettura, dell’urbanistica, della musica, delle strutture giuridiche, della coscienza collettiva ecc. Essa non nasce quindi nel 1861, essendo pienamente esistente quantomeno dal I secolo avanti Cristo.

Non è neppure vero che l’Italia non fosse mai stata unita prima del Risorgimento. Il 17 marzo del 1861 è il momento in cui il regno d’Italia viene ad essere ufficialmente e giuridicamente ri-costituito, non costituito, poiché esso era già esistito in precedenza e per lunghi secoli. Prima ancora del medievale regno d’Italia questa regione e la sua nazione italiana erano state ambedue unificate da Roma antica per un periodo plurisecolare.

L’Italia viene ad essere unificata sul piano giuridico già sotto l’imperatore romano Ottaviano Augusto, il quale così facendo non fa altro che riconoscere l’ormai raggiunta unità culturale ed etnica nella penisola. Questa unificazione legislativa ed amministrativa permane per tutti i secoli seguenti, anche dopo il 476 che alcuni pongono come fine dell’impero romano d’Occidente.
La famosissima deposizione di Romolo Augustolo non equivaleva per nulla, né formalmente, né nelle intenzioni d’Odoacre, alla fine dell’impero, bensì alla sua ricostituzione. Essa coincideva comunque con la costituzione di un “regnum Italiae”, il cui sovrano era Odoacre, corrispondente all’antico ager Romanus, ossia alla prefettura d’Italia ovvero alla diocesi italiana.

Il regnum Italiae continua ad esistere anche sotto i Goti. Il sovrano goto è assieme rex Gothorum (intendendo ciò alla maniera del diritto germanico, che non era territoriale) e rex Italiae (intendendo ciò secondo il diritto romano), ossia sovrano del popolo dei Goti ed assieme sovrano dell’Italia.
Questa distinzione ricompare anche sotto i Longobardi. Questi appartenevano alla famiglia detta dei Germani orientali ed erano, fra tutte le popolazioni germaniche, le meno assimilate alla civiltà romana al momento della loro invasione (oltre che le meno germaniche di tutte le popolazioni germaniche, poiché largamente imbevute di cultura turco-mongola e di sciamanesimo).

L’irruzione dei Longobardi in Italia segnò una vera frattura nella storia della penisola, sia perché pose termine sino al XIX secolo alla sua unità politica (mantenutasi ininterrotta dal II secolo a.C.), sia perché sconvolse le strutture politiche, economiche, sociali, culturali ancora conservatesi profondamente tardo antiche. I Longobardi però erano numericamente assai pochi e con una cultura di molto inferiore a quella degli autoctoni, cosicché nel giro di poche generazioni andarono incontro ad un rapido processo di latinizzazione ed assieme di cattolicizzazione (praticamente sinonimi nell’Italia dell’epoca). I loro primi sovrani si definivano rex Langobardorum (intendendo ciò alla maniera germanica), ma si noti che i romanici in territorio longobardo, purché di condizione libera, s’amministravano secondo il diritto romano. Ben presto però, sopraggiunta una prima romanizzazione, Agilulfo (che non era nemmeno di stirpe longobarda, essendo un turingio: longobarda era sua moglie Teodolinda, che però si era convertita al cattolicesimo…) si proclamò “gratia Dei rex totius Italiae”. Era il 604 d.C., quindi erano passati meno di quarant’anni dall’invasione in Italia (avvenuta nel 568). La proclamazione avvenne introducendo anche pratiche di corte ispirate a quelle in uso nell’impero romano d’Oriente e su sollecitazione di consiglieri latini. Agilulfo rimaneva rex Langobardorum (alla maniera germanica), ma si proclamava anche rex Italiae (questa volta secondo il diritto romano). L’Italia infatti era sempre rimasta nel sistema giuridico romano regione a sé stante, distinta dalle altre dell’impero, sin dai tempi d’Augusto. Sebbene avesse perduto ogni privilegio nel corso del III secolo d.C., pure era sempre rimasta amministrativamente e giuridicamente separate dalle altre “prefetture” (Galliae, Hispaniae, Grecia ecc.). Proclamandosi rex Italiae, Agilulfo si rifaceva a questa tradizione storica e giuridica.
I longobardi, ormai pressoché completamente italianizzatisi e romanizzatisi, si proposero anzi quale obiettivo fondamentale della propria azione politica la riunificazione dell’Italia, ossia del regnum Italiae: il monarca “longobardo” ad un certo punto prese a definirsi “rex totius Italiae”, re di tutta l’Italia. Tre sovrani, Liutprando, Astolfo e Desiderio, tentarono questa impresa, fallendo soltanto per la capacità del vescovo di Roma di servirsi della propria autorità spirituale e religiosa per scagliargli contro invasioni straniere, ossia i Franchi.
Il concetto e l’istituto di regno d’Italia si ripresenta anche sotto il dominio franco. Carlo Magno, conquistata Pavia, si proclama Gratia Dei rex Francorum et Langobardorum, ma è anche rex Italiae (781). Proprio con Carlo Magno si ha un passo giuridico fondamentale nella storia di questo “regno”, poiché il sovrano dei Franchi e dei Longobardi facendosi proclamare imperatore (romano), rivendica per sé il titolo di sovrano universale (non re di un dato popolo: la distinzione è basilare). Egli fa ciò anche perché rex Italiae, in quanto il sovrano dell’Italia, patria di Roma e culla dell’antico impero, ha diritto al titolo imperiale.
Il regnum Italiae conserva i suoi istituti politici, amministrativi e giuridici, anche sotto la dominazione carolingia, ma finisce coinvolto come tutti gli altri organismi politici dell’Occidente medievale nella crisi del IX secolo, con una progressiva frammentazione e disarticolazione delle sue strutture a beneficio di poteri locali.
È nell’Alto Medioevo che si ha comunque un importante tentativo politico di riunificare l’Italia, ad opera di Arduino d’Ivrea, che si proclamò rex Italiae nell’anno 1000, fu incoronato a Pavia nel 1002 e continuò con alterne vicende a perseguire il suo progetto sino al 1014, fallendo soltanto per l’opposizione della Chiesa, che si alleò con principi germanici.
Il titolo di rex Italiae ed il correlato regnum Italiae continuarono però ad esistere anche nei secoli successivi. L’impero romano per gli uomini del Medioevo, non era scomparso, ma continuava ad esistere, soltanto in forma mutata. Semplificando al massimo grado per ragioni di sintesi, l’imperium era ritenuto essere stato ordinato da Dio stesso per l’umanità intera ed avrebbe continuato ad esistere sino alla fine dei tempi. L’imperatore quindi non era sovrano soltanto d’alcuni territori, ma di tutta la terra. Di fatto però, era evidente che l’autorità dell’imperatore era riconosciuta solo in alcune regioni e, si badi bene, non perché imperatore, ma in quanto principe, duca ecc. di determinati territori. Il titolo imperiale però era collegato, sempre e necessariamente, a quello di rex Italiae, poiché l’Italia era il centro dell’impero con Roma. Non è un caso che un altro tentativo di ripristinare l’unità politica della nazione italiana avvenne con Federico II di Svevia, che a detta di Ernst Kantorowicz, suo massimo biografo, pensava a sé stesso come “romano” e che fu sia fra i patrocinatori della riscoperta dell’antico, sia fra i promotori dell’italiano letterario. Questo sovrano progettava l’“unio regni et imperi”, ossia l’unione del regnum Italiae in senso stretto, che le vicissitudini storiche avevano portato a comprendere soltanto la maggior parte dell’Italia centro-settentrionale, ed il più giovane regnum Siciliae, sorto solo nel secolo XI.

Seppure solo sul piano simbolico e formale, il regnum Italiae conservò la sua esistenza anche nell’evo moderno, tanto che la famosa Corona Ferrea venne usata dal VI secolo sino al XIX per l'incoronazione dei re d'Italia.
Tre punti debbono essere evidenziati: 1) il regnum Italiae od italicum si è costituito prendendo a base e modello l’anteriore ripartizione politica e giuridica romana; 2) esso è durato, fra alterne vicende, praticamente dalla caduta di Roma sino agli albori del Risorgimento; 3) anche se per lunghi secoli non ha avuto alcun connotato sostanziale sul piano amministrativo, pure ha sempre espresso con chiarezza l’idea dei contemporanei dell’esistenza dell’Italia, a cui corrispondeva il “regno”.
Bisogna ancora aggiungere che dopo Federico II di Svevia si ebbero almeno altri tre tentativi di ricostituire l’unità politica d’Italia, con Cola di Rienzo, Ladislao di Napoli e la repubblica di Venezia, i quali tutti si posero questo obiettivo.

In conclusione, è facile dimostrare che l’Italia è stata unificata anche sul piano giuridico e politico dal I secolo avanti Cristo sino al 568 dopo Cristo, a prescindere naturalmente dall’unità etnica e culturale che non mai venuta meno in più di 2000 anni. Inoltre anche nel periodo compreso fra il 568 ed il 1861 la consapevolezza d’una medesima appartenenza nazionale e l’idea di un organismo politico che riunificasse l’Italia intera non vennero mai meno. Vi furono infatti diversi tentativi in tale direzione: Liutprando, Astolfo, Desiderio, Arduino d’Ivrea, Federico II di Svevia, Cola di Rienzo, Ladislao di Napoli, la repubblica di Venezia furono tra coloro che cercarono di ricreare uno stato nazionale italiano.
Né il concetto di patria italiana, né quello di stato nazionale sono quindi creazioni storicamente recenti, come talora si sente dire. Non solo la nazione italiana esiste da 2000 anni e più, ma la concezione di uno stato italiano unitario è altrettanto antica ed ha continuato ad esistere come aspirazione ideale anche nell’intermezzo fra l’unificazione di Roma antica e quella del Risorgimento.



La pretesa ereditaria dei contemporanei Italioti sull’Impero Romano e la loro stravagante credenza nell’esistenza di una “razza italica”, dopo secoli di invasioni della penisola con mescolanza di etnie provenienti da mezzo mondo (dai Vandali agli Unni, dai Normanni ai Longobardi, dagli Spagnoli ai Francesi e agli Arabi ecc. ecc.) sono altrettanto risibili di eventuali analoghe pretese ereditarie delle attuali popolazioni dell’ Egitto e dell’Iraq riguardo i regni millenari dei Faraoni e degli Assiro-Babilonesi.
La stessa Grecia a partire dal 600 dc ha subito un’ invasione di popolazioni slave tale da stravolgerne completamente per sempre la composizione etnica eliminando quasi totalmente le popolazioni greche antiche.
Ma questi pretendono di essere presi sul serio quando si dichiarano discendenti degli Antichi Romani…

https://www.facebook.com/Trento.Tirolo/ ... gE&fref=nf
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Re: El mito resorxemental e łe so falbarie tałego romane

Messaggioda Berto » dom lug 23, 2017 10:39 am

Questa è l'Italia ed il suo stato dopo i mitizzati e cantati " Risorgimento (con i suoi falsi miti unitario romano e rinascimentale), Resistenza e Repubblica con la sua Costuzione"

I primati dello stato italiano e dell'Italia in Europa e nel mondo
viewtopic.php?f=22&t=2587
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Re: El mito resorxemental e łe so falbarie tałego romane

Messaggioda Berto » lun ott 09, 2017 10:29 pm

Referendum, nascono i Comitati tricolori per il "Si" nel segno del patriota Daniele Manin
Redazione 09 ottobre 2017

http://www.padovaoggi.it/politica/refer ... adova.html

Sono stati presentati lunedì mattina a Padova i Comitati Tricolori per il "Si" al Referendum per l'Autonomia che si terrà il 22 ottobre prossimo. L'iniziativa è stata promossa dall'Associazione Culturale Destra Veneta. Sono intervenuti la Presidente Regionale dei Comitati: l'avvocato Sabrina Fortin, il presidente provinciale per Padova Rodolfo Balena, Raffaele Zanon e Marina Buffoni per FDI-AN,Gianluca Mettidoro per Terra Nostra, Gabriele Zanon e Carlo Capuzzo per Destra Veneta e le imprenditrici Annalisa Maregotto e Tiziana Fichera.


IL TRICOLORE DI DANIELE MANIN.

Gabriele Zanon, presidente di Destra Veneta, ha presentato il Comitato evidenziando la scelta del tricolore di Daniele Manin, veneziano e patriota italiano che nel 1848 con la Repubblica di Venezia scrisse una pagina storica del risorgimento italiano. Cogliamo l’occasione per evidenziare i numerosi e rilevanti episodi che testimoniano il patriottismo italiano dei Veneti del periodo risorgimentale, dai moti di Padova del 1848 alla Repubblica di San Marco di Manin e Tommaseo, che scelse come proprio vessillo il Tricolore nel quale era inserito il leone alato e non sembra assolutamente velleitario affermare che è ormai maggioritaria nella società veneta la consapevolezza di essere il frutto di una componente culturale di carattere locale, che seppur forte, è inserita in un’identità nazionale italiana della quale la storia veneta fa parte a pieno titolo.


REGIONALISMO DIFFERENZIATO.

L’avvocato Sabrina Fortin, presidente regionale, ha sottolineato come i Comiitati tricolori siano attivi in tutte le province del Veneto e intendano differenziarsi dalle posizioni secessioniste sottolineando che il referendum prossimo venturo non rientra nella pur nobile tradizione della cosiddetta autodeterminazione dei popoli, e non rappresenta né l’anticamera di un processo che porterà alla fantomatica “indipendensa” né all’inizio di una improbabile disgregazione dell’Unità Nazionale. La distanza tra le consultazioni in Lombardia e Veneto e quella che si è svolta domenica in Catalogna è anche nella sostanza: i quesiti “italiani” non chiedono l’indipendenza delle due regioni, ma un regionalismo differenziato che non mette in dubbio l’unità nazionale.


PRINCIPIO DELLA RESPONSABILITÀ.

Rodolfo Balena, presidente provinciale, ha evidenziato che i Comitati sono per un modello che tenda verso il principio della responsabilità, valore cardine dell’etica di Destra, volto a valorizzare le qualità delle classi dirigenti locali e del quale anche le regioni meridionali potrebbero beneficiare, se è vero che la condizione di svantaggio rispetto alle regioni del nord non rappresenta una condanna irreversibile, ma, come dimostrano gli ultimi 50 anni di storia del Veneto, un dato assolutamente migliorabile, lasciandosi alle spalle un passato di assistenzialismo che evidentemente, nonostante la grande profusione di risorse, non ha prodotto i risultati auspicati, e dove le condizioni di una regione come la Sicilia dimostrano che una forma di eccessiva autonomia, unita all’insipienza di chi finora ha governato, non porta benefici.


CONSULTAZIONE DIVERSA.

Marina Buffoni, già assessore di FDI-AN, ha sostenuto che l’appuntamento in Lombardia e Veneto non è paragonabile al caso catalano. In primo luogo perché si tratta di due referendum consultivi sul cosiddetto “regionalismo differenziato”. Una consultazione diversa rispetto all’esperienza di Barcellona e dintorni anche perché la posizione tra i soggetti in causa non è maturata in un clima di scontro tra le istituzioni, come invece è avvenuto in Catalogna, ma hanno ottenuto il via libera del Governo e, soprattutto, quello della Corte costituzionale.Fratelli d’Italia - Alleanza Nazionale del Veneto sostiene convintamente il referendum che chiede maggiori forme di autonomia per la nostra Regione in quanto non ritiene che ci possa essere alcuna incompatibilità tra l’autonomia del Veneto e la salvaguardia del valore indiscutibile dell’unità nazionale.


AUTONOMIA: RICHIESTA LEGITTIMA.

Annalisa Maregotto come impenditrice ha sostenuto che in questa chiave va interpretata la richiesta di maggiore autonomia da parte del Veneto, pienamente legittimata dalla particolarità della posizione geografica, stretta tra due regioni a statuto speciale, del proprio assetto industriale e dal proprio sistema economico, caratterizzato dalla grande dinamicità dei distretti produttivi diffusi e diversificati nel territorio, una “biodiversità industriale” che richiede una burocrazia decentrata, agile e reattiva, che sappia rispondere alle necessità delle imprese e che incoraggi pratiche innovative al passo con i tempi.



Anesion del Veneto a la Tałia - el plebesito trufa o farsa?
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