Sipion Mafei e ła fine de ła Repiovega Venesiana

Sipion Mafei e ła fine de ła Repiovega Venesiana

Messaggioda Berto » mar apr 26, 2016 2:27 pm

Sipion Mafei (Scipione Maffei) e ła fine de ła Repiovega Venesiana
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Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Sipion Mafei e ła fine de ła Repiovega Venesiana

Messaggioda Berto » mar apr 26, 2016 2:28 pm

Scipione Maffei e el so projeto de Reforma de la Repiovega Veneta

(Projeto ke no lè mai stà descuso en Major Consejo e tegnesto senpre sconto)


Alla conclusione del viaggio europeo, scrisse, nel 1737, il Consiglio politico, rivolto al governo veneziano, in cui denunciò la debolezza veneziana nei confronti degli stati europei. Nel Consiglio politico, Maffei metteva in discussione tutto il delicato e complesso sistema di equilibri del governo di Venezia (fondato sul dominio di un ristretto numero di famiglie patrizie veneziane e sull'esclusione di uomini dalla Terraferma), svelandone la decadenza e proponendo una soluzione ardita. Avvertiva la crisi anche fisiologica della classe dirigente veneziana, ed offriva una prima critica a quella che sarebbe stata la soluzione poi scelta dal Senato, cioè la cooptazione di un certo numero di famiglie patrizie della Terraferma nei ruoli della città. Questa soluzione rimandava semplicemente il problema. Venezia aveva in realtà creato un sistema opposto a quello dell'antica Repubblica romana, grande esempio seguito da Maffei, estraniando da sé e dalle responsabilità la maggior parte dei suoi sudditi.

La fragilità di Venezia, la sua impossibilità di fare una politica estera convincente, la sua chiusura in una neutralità che nascondeva l'impotenza, erano il frutto di questo sistema, che aveva escluso i patriziati delle città della Terraferma. Mancava l'amor di patria, unica possibilità per resistere alle crescenti pressioni degli stati europei. La soluzione di Maffei era dunque il coinvolgimento di tutti i cittadini, con un trasferimento del potere dal popolo al Senato e il coinvolgimento delle popolazioni conquistate, “sul modello di Roma Repubblicana” (Mi diria cofà coelo xvisaro!).

A fianco al modello romano Maffei poneva esempi come il modello inglese e olandese, un sistema non assoluto, in cui le rappresentanze conservavano alcuni poteri fondamentali.



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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... iovega.png

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Re: Sipion Mafei e ła fine de ła Repiovega Venesiana

Messaggioda Berto » mar apr 26, 2016 2:29 pm

Scipione Maffei (Verona, 1º giugno 1675 – Verona, 11 febbraio 1755) è stato uno storico, drammaturgo ed erudito veneto veronese (italiano ed europeo).

http://it.wikipedia.org/wiki/Scipione_Maffei

Scipione Francesco Maffei nasce il 1º giugno 1675 a Verona, figlio del marchese Giovanni Francesco Maffei e di Silvia Pellegrini.

Formatosi presso i collegi gesuiti di Parma e di Roma, abbracciò da giovane la carriera delle armi, divenendo ufficiale nell'esercito bavarese. Tornato in Italia dopo la battaglia di Donauwörth (1705), cui partecipò, iniziò a scrivere, pubblicando trattati su vari argomenti e rilanciando il teatro italiano della prima metà del Settecento. Contribuì alla riforma dell'Università di Torino per conto del re Vittorio Amedeo II e il suo ideale fondato sul cattolicesimo illuminato, fu per tutto il Settecento un punto di riferimento per intellettuali italiani e governanti riformatori.

Al marchese Scipione Maffei si deve l'istituzione del Museo Lapidario di Verona, avvenuta nel 1714 (alcune fonti danno date diverse), che risulta essere il primo del genere in Europa. Il Museo, oggi intitolato a suo nome, venne da lui stesso riorganizzato tra il 1744 e il 1749.

Dal punto di vista scientifico si deve al Marchese Scipione Maffei il merito di aver compreso per primo che i fulmini che il nostro occhio può osservare si formano dal basso e poi ascendono verso le nubi, l'opposto di quanto asserito dal pensiero comune della sua epoca. Il suo ruolo di promotore delle scienze è inoltre testimoniato dalla Lettera di un matematico italiano indirizzatagli da Gaetano Marzagaglia.


http://www.treccani.it/enciclopedia/sci ... grafico%29
...
Fra 1728 e 1732 il M. lavorò alla sua opera più famosa, la Verona illustrata, che riprendeva e intrecciava i fili di molte ricerche storiche e antiquarie avviate nei decenni precedenti.

Pubblicata nel 1732 in quattro tomi, con una dedica "all'inclita Repubblica Veneta unica discendenza della romana", l'opera era essenzialmente volta a dimostrare la piena autonomia di Verona fin dall'età romana. Le motivazioni addotte dal M. sono in parte false, ma dettero l'occasione per ripercorrere le vicende storiche della sua città dalle origini all'età moderna, dedicando ampie schede a siti e monumenti di età romana e a manufatti e palazzi di età medievale e moderna. Con un'ottima conoscenza delle fonti, nel primo libro ricostruì i principali aspetti dell'amministrazione delle province, dall'età medio-repubblicana a quella tardo-antica, paragonando la volontaria dedizione dei Veneti antichi a Roma con la pacifica dedizione quattrocentesca di Verona e delle altre città venete a Venezia, giudicandole tappe importanti di un comune processo di incivilimento, ma ribadendo anche l'antichità delle autonome istituzioni di governo delle città suddite. In particolare, assimilando i Reti agli Etruschi e i Veneti agli Euganei, il M. sostenne l'origine etrusca delle città venete, attribuendo loro origini altrettanto libere e spesso più antiche della Dominante, che aveva però sempre conservato la propria libertà. Più della rivendicazione dell'antica libertà dei Veneti, però, fu interessato allo studio e alla valorizzazione dell'impronta lasciata da Roma nella "Venetia". Il secondo e il terzo libro ripercorrono la storia intellettuale di Verona e la sua condizione presente. Pur animato da spirito "di patria", il M. critica la propria città per molti aspetti, come la decadenza della nobiltà e lo scarso spirito d'iniziativa degli abitanti. Egli considerò Verona come esempio della situazione italiana del tempo, cui contrappose la laboriosità e il diverso stile delle aristocrazie straniere, in particolare di quella inglese. Il quarto libro, infine, riproduce il precedente trattato Degli anfiteatri, centrato sulla storia e descrizione dell'Arena di Verona confrontata con i principali anfiteatri romani esistenti.
...
Alla fine del 1736 - accompagnato dal Séguier - fu di nuovo a Verona. Nelle prime settimane dopo il rimpatrio redasse il Suggerimento per la perpetua preservazione della Repubblica di Venezia attraverso il presente stato d'Italia e dell'Europa, oggi noto come Consiglio politico finora inedito presentato al governo veneto nell'anno 1736: il più importante testo politico del M., inizialmente sottoposto a una ristretta cerchia di patrizi veneziani suoi protettori, elaborato fra la fine del 1736 e le prime settimane del 1737, ma edito solo nel 1797 a Venezia.

Vi riprese molte tematiche già affrontate nel Governo de' Romani e nella Verona illustrata: in particolare il giudizio critico sulla costituzione veneziana, da sottoporre a revisione per consentire una maggior rappresentatività delle aristocrazie delle città suddite. Il Suggerimento era infatti destinato ai patrizi della Dominante, i quali dovevano "prevedere piccole correzioni come l'aggiunta, ad esempio, di non più di venti nobili della Terraferma nel Maggior Consiglio, rappresentanti non tanto della nobiltà della propria casata bensì delle città di origine, depositarie esse di uno statuto di nobiltà" (Pii, 1998, pp. 94 s.). Anche sulla scorta delle recenti esperienze europee il M. si fece portavoce di un repubblicanesimo aristocratico fondato più sui principî che sui concreti meccanismi costituzionali. La "cosa pubblica" si identificava per lui con gli interessi dei cittadini, che dovevano essere convinti di agire "non più per interesse altrui, ma per proprio ancora, e per un corpo" di cui ciascuno di loro era membro. Muovendo dal principio "dell'interessare tutti al governo", il M. costruiva un'immagine idealizzata del mondo romano, non lontana da quella del primo Montesquieu, con immediate ricadute politiche nell'ambito della Repubblica veneta. Non a caso il modello costituzionale inglese era implicitamente proposto come il più vicino agli antichi ideali della Roma repubblicana.
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Re: Sipion Mafei e ła fine de ła Repiovega Venesiana

Messaggioda Berto » mar apr 26, 2016 2:30 pm

El consejo połedego a ła Repiovega Veneta - Il consiglio politico alla repubblica veneta


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Re: Sipion Mafei e ła fine de ła Repiovega Venesiana

Messaggioda Berto » mar apr 26, 2016 2:30 pm

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Re: Sipion Mafei e ła fine de ła Repiovega Venesiana

Messaggioda Berto » mar apr 26, 2016 2:35 pm

La storia de l termene de ƚa Repiovega Veneta de Cristoforo Tentori
viewtopic.php?f=148&t=1298


Cristoforo Tentori, Raccolta Cronologico Ragionata
di Documenti Inediti che Formano la Storia Diplomatica
della Rivoluzione e Caduta della Repubblica di Venezia, 1799, XXXVIII


http://www.veneziadoc.net/Storia-di-Ven ... ori-36.php

http://www.veneziadoc.net/Storia-di-Ven ... ri-idx.php
http://www.veneziadoc.net/Storia-di-Ven ... nata_I.pdf
http://www.veneziadoc.net/Storia-di-Ven ... ata_II.pdf
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Re: Sipion Mafei e ła fine de ła Repiovega Venesiana

Messaggioda Berto » mar apr 26, 2016 4:09 pm

Ƚe colpe, ƚe responsabeƚetà e ‘l tradimento dei venesiani
viewtopic.php?f=167&t=1277



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L'ultima fase della serenissima - La politica: LA FINE DELLA REPUBBLICA ARISTOCRATICA

http://www.treccani.it/enciclopedia/l-u ... Venezia%29

I parte

La fine della Repubblica aristocratica

1. "Una Repubblica che già conoscono essere sull'orlo della caduta".

Lineamenti della crisi strutturale dello Stato veneto

Nel tardo autunno del 1781, al termine del suo mandato di capitanio e vice-podestà di Padova, il patrizio veneziano Giacomo Nani avrebbe dovuto presentare al senato, come ogni altro rettore uscente, una relazione scritta sul suo incarico di governo.
Nani raccolse diligentemente un piccolo dossier di documenti, che gli sarebbero potuti servire per tracciare un bilancio del suo operato. Tuttavia ciò che gli uscì dalla penna non fu una delle tante scritture stereotipate, che i segretari del senato si affrettavano a seppellire negli archivi, ma un suggestivo trattato sulla politica veneziana e sui compiti e i poteri di un rettore di una provincia suddita, i Principi d'una amministrazione ordinata e tranquilla. Nani si guardò bene dal divulgare questa sua opera, ancorché in notevole misura riflettesse e per un certo verso giustificasse lo stagnante conformismo che dominava la vita della Serenissima: ciò che l'indusse a far sparire cautelativamente i Principi in un cassetto furono una diagnosi quanto mai spregiudicata e una prognosi radicalmente pessimista circa i mali che affliggevano la Repubblica marciana.

Nani era infatti convinto che alla costituzione veneziana fossero "già stati corrosi tutti li fondamenti" e che la Repubblica vivesse quindi le sue ultime ore, fosse "già sull'orlo della caduta": "non manca che l'urto di una qualche interna o esterna combinazione, che faccia crollar quella fabbrica". "I buoni cittadini", tra i quali il patrizio collocava, come è ovvio, anche se stesso, sapevano bene che non era possibile invertire la rotta, che stava portando - volendo riprendere una metafora impiegata all'indomani del collasso della Serenissima - "la nave desolata ed involta d'algosa materia" ad infrangersi contro gli scogli. "Non credono che alcuna eloquenza e autorità possa prolungar i suoi giorni. Conoscono essere li mali della vecchiezza incurabili".

Stando così le cose, qualsiasi riforma appariva inutile, se non dannosa. Venezia doveva invece puntare ad un'amministrazione ordinata e tranquilla, che le avrebbe consentito, tra l'altro, di mascherare la sua impotenza nei riguardi della Terraferma. L'ordine e la tranquillità non erano, in questo caso, soltanto gli indispensabili ingredienti della ricetta politica cara ai conservatori d'ogni tempo e latitudine, ma anche e soprattutto lo strumento che doveva evitare che la Repubblica colasse a picco nel peggiore dei modi, tra "straggi e convulsioni". In poche parole, tutto ciò che i "buoni cittadini" si auguravano era una fine dello Stato marciano per eutanasia (1).

Senza dubbio non era questa la prima profezia colorata di nero pronunciata a carico della Repubblica di Venezia da un membro della sua classe dirigente. Più di cinquant'anni prima l'autorevole savio del consiglio e pubblico storiografo Piero Garzoni aveva stilato uno sconsolato "pronostico alla durabilità della Repubblica": questa gli appariva, a causa della "corruttela de' tempi", talmente "indebolita de' Stati, d'uomini e di consiglio" e la sua "estimazione" politica così vacillante che non gli rimaneva altro che riporre ogni speranza di salvezza in "Dio Signore". Soltanto l'Altissimo poteva concedere a Venezia di "reggere e continuare libera sin al fine del Mondo".

Pochi anni più tardi questa visione apocalittica sarebbe stata riproposta in chiave laica da altri nobili veneziani: chi ne avrebbe registrato in un suo diario le amare riflessioni sarebbe stato il fratello maggiore di Giacomo Nani, Bernardo.
"La Repubblica Veneta è vecchia", era una delle denunce registrate dal giovane patrizio, "durò assai; ora le cause della decadenza delli Imperi e d'altre Repubbliche sono in essa. Lusso, costumi corotti, e licenziosi". In sintesi, "lo stato della Repubblica è infelice: tutto da disgrazie, senz'amici, senza soldi, senza riputazione, senza amore per il pubblico" (2).

Che queste non fossero opinioni condivise unicamente dalla sempiterna corporazione dei laudatores temporis acti, una categoria tanto più incline a criticare il presente nella misura in cui mitizzava il passato, lo attesta un'ipotesi ventilata nel 1739 da due membri del nucleo dirigente marciano: essendo convinti che "il successivo deperimento della Repubblica" fosse inevitabile, avevano suggerito che "preventivamente a un tal cattivo momento" Venezia chiedesse di entrare a far parte del "Corpo Germanico affine di essere caratterizzata quale un altro Elettore", trovasse un rifugio, in altre parole, all'"ombra dell'impero asburgico" (3).

Nei decenni seguenti questi giudizi erano stati confermati in maniera più o meno drastica dalle bocche o dalle penne dei patrizi veneziani più lungimiranti e impegnati, tra i quali gli stessi dogi Marco Foscarini ("questo secolo dovrà essere terribile a' nostri figli e nepoti") e Paolo Renier ("vivemo a sorte, per accidente", aveva dichiarato davanti al maggior consiglio nel corso della Correzione del 1780) (4).

Perfino Giorgio Baffo, un poeta di solito interessato a tutt'altre faccende, aveva spezzato una lancia, nei primi anni 1760, contro la decadenza della Repubblica: "le gran teste mancando se ne va, / e no resta de qua se no i cogioni". "No se pensa che all'ozio, al lusso, al ziogo, / e i libri, che se studia sulla sera, / xe 'l mazzo delle carte, o quel del cogo. / Debotto non ghè più zente da guera, / e, se ghe n'è, questi no ha visto el fogo; / come puorla durar in sta maniera?" (5).

È vero che le profezie di queste Cassandre erano rimaste lettera morta talvolta addirittura per più di settant'anni, una constatazione che tra l'altro potrebbe indurre a non attribuire un rilievo particolare alle stesse previsioni avanzate da Giacomo Nani nel 1781.
Ma è anche vero che, se il "cattivo momento" era stato procrastinato di decennio in decennio, se l'"orlo della caduta" si era rivelato assai meno sottile di quanto fosse stato predetto, non per questo le denunce della crisi della Serenissima devono essere considerate affatto gratuite. Come avrebbe spiegato Denis Diderot in una pagina della fortunatissima Histoire philosophique et politique des établissements et du commerce des Européens dans les deux Indes di Guillaume-Thomas Raynal, l'Europa ospitava "quelques Républiques sans éclat et sans vigueur" (e tra queste repubbliche sembra difficile evitare di includere la Serenissima) che, se da un lato apparivano vittime predestinate delle "vastes Monarchies", "qui tôt ou tard les engloutiront", dall'altro potevano continuare a rimanere paradossalmente a galla grazie a "leur faiblesse même" (6).

Naturalmente la "faiblesse" costituiva una garanzia nella misura in cui era tutelata dalla balance of powers internazionale, dall'equilibrio tra le "vastes Monarchies". Lo stesso Giacomo Nani aveva scritto nel 1763 in coda ad un suo diario di viaggio che "arbitre dell'Italia sono le due nazioni oltramontane", l'Impero e la Francia: "la loro gelosia e il credito del Papa tenne in libertà l'Italia". Era naturale attendersi che, "scemando questo di credito ed entrando altre ragioni in quelle, nasceranno conseguenze diverse" (7). In effetti, quando aveva riconosciuto che l'Italia - e Venezia in particolare - usufruiva di una libertà condizionata dalla reciproca neutralizzazione delle "nazioni oltramontane", Nani aveva trascurato la circostanza che il recente rovesciamento delle alleanze aveva già fatto entrare "altre ragioni" nelle strategie di Parigi e di Vienna, che la tradizionale "gelosia" aveva ceduto il posto ad un'intesa tra i Borbone e gli Asburgo cementata, di lì a poco, anche da scambi matrimoniali.

Va peraltro osservato che questa nuova fase delle relazioni tra gli Asburgo e i Borbone così come la crescente pressione della Russia sul Mediterraneo orientale, se nei primi anni 1780 avevano indotto San Pietroburgo e, soprattutto, Vienna a coltivare un progetto di spartizione dei Domini veneziani, di fatto avevano finito per lasciare com'era l'assetto italiano consacrato dalla pace di Aquisgrana. Ma, se l'"esterna combinazione, che faccia crollar quella fabbrica", doveva presentarsi soltanto dopo che l'antico regime era stato spazzato via in Francia e nei paesi nell'orbita della Grande Nation, non per questo si deve abbracciare la tesi di Francesco Gritti che la fine della Repubblica aristocratica "forse non poteva svolgersi che alla sola condizione del sovvertimento di Europa" (8), attribuire, cioè, la responsabilità della caduta al devastante impatto della rivoluzione francese e del suo braccio armato in Italia, Bonaparte. Dopo tutto non va dimenticato che a Leoben fu un'intesa franco-imperiale basata, a ben vedere, sulla tradizionale Realpolitik e comunque assai lontana dai principi proclamati dalla rivoluzione che decretò la scomparsa della Serenissima.

Nel sommario dei primi capitoli de La fin de la République de Venise. Aspects et reflets littéraires lo storico della letteratura Guy Dumas ha riassunto in maniera esemplare, un terzo di secolo fa, le tesi di coloro che, a partire da Gritti e dagli altri protagonisti e spettatori delle vicende traumatiche del 1797, avevano in ogni caso individuato nel futuro Napoleone il villain della pièce della caduta della Repubblica veneta, gli avevano assegnato la parte del malvagio affossatore della Serenissima. "Sa disparition a, en réalité, des causes essentiellement extérieures: la France et l'Autriche s'étant mises d'accord pour la dépecer, plus rien ne pouvait la sauver. Doit-on faire grief son gouvernement de l'amour de la paix manifesté par lui au cours du XVIIIe siècle? [...] L'ambition de Bonaparte, cause primordiale de la perte de Venise [...]. Pour conclure avec l'Autriche le marché qu'il médite, il présente la Sérénissime comme un Etat dégénéré et le Directoire finit par se ranger à son avis. C'est là l'origine des jugements péjoratifs portés sur Venise par tant d'historiens".

Dopo aver ῾provato' la duplice colpa di Bonaparte - non solo aveva deciso l'esecuzione della Repubblica aristocratica, ma aveva anche fabbricato e imposto la leggenda nera, che l'avrebbe perseguitata post mortem -, Dumas ha potuto dipingere la Serenissima con i colori più rosei ed idilliaci: "réelle vitalité", "patriotisme de l'ensemble de la population", "la noblesse: preuves de son attachement au régime", "les patriciens continuent à assurer consciencieusement les devoirs qui leur incombent", "le peuple: joie de vivre, satisfaction et sécurité générale", "l'amour de la patrie et du régime était commun à toutes les classes de la société" (9).

In effetti la tesi della "réelle vitalité" politica generosamente attribuita da Dumas alla Repubblica fa a pugni, oltre che con i giudizi dei patrizi citati in precedenza, anche con quanto scriveva - e non era il solo a tracciare un quadro così negativo - il residente napoletano a Venezia nel gennaio del 1784: "questa Repubblica ritrovasi nella totale sua decadenza sì per la corruzione e divisione che regna tra i suoi individui, come per la mancanza di denaro nel pubblico erario, per lo stato della sua truppa, che non ascende a più di 10 mila uomini [...] e finalmente per lo deterioramento del suo commercio, così che qualunque potenza volesse un poco mostrarle i denti, Ella è nella dura necessità di compiacerla intieramente" (10). È evidente che la rivoluzione francese si limitò a mettere a nudo, oltre alla crisi strutturale della Repubblica, la precarietà della sua collocazione internazionale, un pavido isolamento che in un quadro europeo sempre meno capace di opporsi con successo all'imperialismo delle grandi potenze non appariva più un salvacondotto, ma al contrario un decisivo elemento di debolezza.

Nonostante che nel luglio del 1788 l'ambasciatore veneziano a Parigi Antonio 1° Capello facesse presente che, "ora che la nostra Repubblica non ha niente a sperare dalla passata rivalità tra la casa d'Austria e la Francia; ora che questa corte segue gl'impulsi di quella per i motivi già noti, e che lacerata da debiti, e da intestine discordie abbandona, o perde i suoi più antichi alleati; ora che tutti i sovrani d'Europa cercano di fortificarsi con amicizie [...]; ora che la Repubblica può essere disturbata nel suo sistema di neutralità da chi forse vorrebbe imbarazzarla, ed associarla a' suoi pericoli", era il caso di "riflettere seriamente alla propria situazione" e chiedersi se convenisse "alla nostra sicurezza starsene isolati da tutti gli altri" (11), i savi del consiglio avrebbero preferito allora e negli anni seguenti rimanere fedeli alla massima di Andrea Tron, che prescriveva alla Repubblica di "nascondersi come i fanciulli che hanno vergogna di comparire fra gli uomini e raccomandarsi alla provvidenza" (12), e ad ogni buon conto avrebbero occultato al senato l'invito di Capello a ridiscutere le linee di fondo della politica estera della Serenissima.

Quanto invece all'"interna [...] combinazione", che avrebbe potuto causare la caduta di "quella fabbrica", essa doveva riflettere e discendere, stando ai Principi, dalla recente metamorfosi ideologica del patriziato. Nani riteneva che i tradizionali valori marciani fossero stati debellati da uno spirito di "despotismo", che aveva trasformato le istituzioni repubblicane in un mero simulacro: ad un tempo la Serenissima aveva smarrito la propria identità e la propria forza. Il verdetto stilato da Nani a carico della Repubblica aristocratica, se da un lato lo induceva ad auspicare una fine dello Stato marciano non molto diversa da quella che sarebbe stata decisa dalla storia (che lo si qualificasse con disprezzo, come avrebbe fatto il pubblicista conservatore Jacques Mallet du Pan, quale "un esempio inaudito per anco ne' fasti della pusillanimità", oppure lo si esaltasse, nella scia di Gritti, quale un magnanimo sacrificio della sovranità dettato da "principi di moderazione", una virtù tipicamente repubblicana, rimane sempre il fatto che il regime aristocratico si sarebbe "disciolto da se stesso", che si sarebbe dato una morte, tutto sommato, dolce, in quanto preceduta e seguita da alcune "straggi e convulsioni" di ridotta magnitudine e che in ogni caso avrebbero affatto risparmiato il patriziato) (13), dall'altro segnalava che la "fabbrica" era minata da profonde crepe interne, non ultima delle quali la persuasione, che paradossalmente aveva fatto breccia proprio nelle file dei "buoni cittadini" più lucidi, dell'ineluttabilità del crollo.

"La caduta della repubblica veneta sarà tanto memoranda nella storia, quanto memoranda si è la sua origine", avrebbe dichiarato Francesco Donà, l'ultimo storiografo pubblico della Serenissima e uno dei protagonisti della drammatica sequenza finale, nell'introduzione ad un Esatto diario di quanto è successo dalli 2 sino a 17 maggio 1797 nella caduta della Veneta Aristocratica Repubblica frutto, in realtà, della fusione delle effemeridi redatte da lui stesso e dal lontano parente Piero Donà. Anche se Francesco Donà "non pretende[va] di farla da storico" e si riprometteva soltanto di offrire una fonte attendibile a quei "dotti, che a somiglianza de' Ferguson e de' Mably ci daranno un'esatta storia di tale avvenimento politico", in effetti da un lato si rifugiava nella filosofica constatazione che "è già destino delle umane cose, specialmente dei governi, che dopo qualche giro, pieni di scorno vadano a precipitarsi nell'occaso" e dall'altro sentenziava che la storia della caduta della Repubblica marciana "si riduce[va] a molto poco; colmo di debolezza in chi presiedeva alle cose pubbliche; colmo di perfidia in una nazione", ovviamente la Francia della rivoluzione (14).

Benché la formula riduttiva utilizzata da Donà per spiegare o, meglio, per esorcizzare la "memoranda" caduta sia ben lontana dall'essere soddisfacente, mi sembra comunque utile contrapporre, quanto meno dal punto di vista metodologico, i due piani di riferimento individuati dallo storiografo, vale a dire distinguere l'"avvenimento", "la storia", la trama delle azioni e reazioni che sfociarono nella crisi finale, dal processo strutturale dominato dal ῾destino'. È tuttavia evidente che nel caso di Venezia ci si deve riferire non tanto ad un destino tuttofare, ad un generico ῾padrone' delle "umane cose" e, in particolare, della sorte degli Stati quanto ad un destino dai poteri, per così dire, più locali e contingenti, a quello, cioè, che impresse il suo marchio sull'Italia continentale nei convulsi decenni tra la rivoluzione e la restaurazione.

Come è stato osservato fin dalla metà del secolo scorso dagli storici veneziani Girolamo Dandolo e Samuele Romanin (15), il rullo compressore rivoluzionario-napoleonico doveva travolgere, prima o dopo, in tutta la Penisola le formazioni politiche d'antico regime, fossero nemiche dichiarate della Francia, alleate più o meno convinte oppure seguissero gli stretti sentieri della neutralità. Ma va anche ricordato che tutte le repubbliche nobiliari italiane furono definitivamente sepolte nel 1814-1815 dal congresso di Vienna, il quale si guardò bene dal restaurare l'antico regime dei patriziati. Quando, all'indomani della conclusione del congresso, Stendhal cercherà di cancellare in una Vita di Napoleone una delle macchie più vistose che deturpavano la fama del suo eroe, "la distruzione di Venezia", potrà ritenersi autorizzato proprio dalle decisioni prese sulle rive del Danubio a contrapporre il governo marciano, "un'aristocrazia dal piede di argilla", agli "altri governi d'Europa", "aristocrazie su basi di ferro" che avevano saputo superare indenni le devastanti stagioni della rivoluzione e dell'impero (16).

Sotto questo profilo la ῾definitiva' eclissi della Serenissima da un lato andrebbe posticipata di quasi un ventennio e dall'altro dovrebbe essere considerata l'esito di una singolare struggle for life tra le aristocrazie decisa dalla restaurazione a favore delle nobiltà delle grandi monarchie (le "aristocrazie su basi di ferro" evocate dal milanese d'adozione) e a spese dei patriziati delle arcaiche città-stato. La prospettiva indicata da Stendhal consentirebbe anche di evitare i trabocchetti della Schuldfrage veneziana, di una ricerca del colpevole più che della colpa rimasta troppo a lungo prigioniera dell'alternativa tra le due chiavi interpretative della "distruzione" e dello "scioglimento", tra una caduta frutto di un'irresistibile e violenta pressione dall'esterno (la tesi di Dumas), che poteva per di più fare assegnamento, in seno al regime lagunare, su una quinta colonna di giacobini e di massoni e approfittare dell'inettitudine e della viltà di parecchi membri del governo (questa la versione veneziana del complotto alla Barruel accreditata dagli scritti del patriziato conservatore diffusi all'indomani del crollo della Repubblica aristocratica e da essi trasmessa a buona parte della storiografia dell'Ottocento e del primo Novecento) (17) e una fine per implosione, per cedimento strutturale del regime aristocratico sotto il peso dei suoi vizi e, in particolare, delle sue scelte nefaste in ambito religioso (un'interpretazione moralistico-clericale, che godette di una certa fortuna nel primo Ottocento soprattutto grazie all'austriacante Fabio Mutinelli) (18).

Appare più produttivo riconoscere piuttosto la fragilità intrinseca di una forma politica, la città-stato dei patrizi, irrimediabilmente destinata ad essere schiacciata, nei tempestosi anni tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, tra il martello democratico e l'incudine delle monarchie assolute. Senza dubbio il governo veneziano si distinse per l'incapacità di adottare una linea politica che gli consentisse di opporre un'apprezzabile resistenza alle manovre che puntavano alla dissoluzione o, nell'ipotesi migliore, ad un drastico ridimensionamento della Repubblica. Ma perché continuò ad opporre una pavida neutralità e un inossidabile immobilismo costituzionale ad un contesto che lo minacciava sempre più dappresso? Va da sé che, a monte della "debolezza", si collocavano non soltanto le responsabilità e gli errori tattici dei vertici del governo marciano, ma anche e soprattutto, come aveva sottolineato Nani, delle cause strutturali. Agli inizi del Settecento un ministro di Luigi XIV aveva spiegato ad un ambasciatore della Serenissima che "la condizione dei gentiluomini veneziani, che si credono liberi, era simile a quella libertà che godono li cavalli di bronzo sovraposti alla porta della chiesa di S. Marco, i quali, quantunque non legati o ritenuti, pure non sapevano o potevano muoversi" (19).

Nella trama dei lacci invisibili, che non soltanto negli ultimi mesi della Repubblica aristocratica dovevano impedire ai "gentiluomini veneziani" di "muoversi" in una direzione o nell'altra con la necessaria determinazione e, in ogni caso, quanto meno di opporre un'apprezzabile resistenza "all'impero delle circostanze" (20), figuravano alcuni nodi, che nel loro intreccio contribuivano a paralizzarne le volontà e, ancora prima, a distorcerne la visione. Il traballante tavolo della politica veneziana, una volta venuta meno la rete di protezione assicurata dalla balance of powers internazionale, doveva necessariamente crollare a causa di alcune opposizioni irrisolte e di uno scarto sempre più evidente tra la retorica ufficiale e una realtà effettuale di segno diverso.

Venezia voleva essere ed era, per un certo verso, ad un tempo una città-stato, cui facevano capo i due Domini di terra e ῾da mar', e uno stato ῾regionale', che privilegiava il rapporto tra la Dominante e la Terraferma e che conseguentemente confinava la Dalmazia e il Levante in una posizione semicoloniale. Da un paio di secoli le fortune materiali del patriziato abbiente riposavano soprattutto sulle campagne della Terraferma (21), ma il mare continuava ad attirare dei grandi investimenti ideali (nonché materiali, come avevano sottolineato le dispendiose campagne di Angelo Emo contro Tunisi), anche perché rimaneva lo schermo su cui si poteva proiettare il glorioso passato della Repubblica e sembrava garantire a tutto il corpo aristocratico un orizzonte comune.

Quest'ultimo era tanto più necessario in quanto all'interno del patriziato la contrapposizione tra i ricchi e i poveri (due classi certamente frutto della semplificazione di un contesto sociale a più strati, ma che appaiono in ogni caso significative ai fini di una ricostruzione della caduta della Repubblica) non rispecchiava soltanto, come è scontato, una disuguaglianza economica, ma, come ha recentemente dimostrato Volker Hunecke in un importante volume dedicato a Il patriziato veneziano alla fine della Repubblica 1646-1797.

Demografia, famiglia, ménage (22), era a sua volta matrice di altre disuguaglianze. Il divario tra le due componenti concerneva in effetti, oltre la proprietà, anche il potere politico, i livelli e gli stili di vita, il prestigio sociale, le strutture familiari, le pratiche matrimoniali, l'educazione dei figli e il rapporto con la casa e con lo Stato.

La polarizzazione era talmente marcata che non sembra eccessivo fare riferimento a due corpi aristocratici veneziani retti da sistemi ideologici che, se presupponevano - va da sé - uno zoccolo comune di storia e di tradizioni, di usi e costumi, di miti e di riti, erano per altri aspetti radicalmente distanti l'uno dall'altro. Mentre gli strati medi e superiori del patriziato da una parte concepivano il servizio dello Stato come una sorta di potlatch, che li costringeva a sacrificare sull'altare dei pubblici interessi il privato - dai beni alla famiglia e, fino a poche generazioni prima, alla stessa vita - e dall'altra ubbidivano di regola al cosiddetto "spirito di famiglia", una ῾ragione di casa' che prescriveva la conservazione ad ogni costo dell'unità familiare in modo da evitare una frantumazione del patrimonio, che ne avrebbe abbassato il livello di vita e soprattutto compromesso il rango politico e sociale, la ῾plebe' patrizia si aspettava invece dallo Stato che la impiegasse in reggimenti o in altri incarichi ῾di guadagno' o che le destinasse delle ῾provvidenze' per consentirle di tirare avanti alla meno peggio e, priva o quasi com'era di beni al sole e di regola anche di un'abitazione stabile, viveva alla giornata senza preoccuparsi dei destini di aggregati familiari di per se stessi assai instabili.

Alla vigilia della caduta della Repubblica i ῾poveri', l'῾altro' corpo aristocratico, occupavano più della metà, se non i due terzi delle panche del maggior consiglio. Anche se il rapporto di forze registrato in ambito demografico non si era affatto tradotto sul piano politico-istituzionale, non per questo la massa grigia dei patrizi più o meno miserabili poteva essere ignorata dal regime. Il consolidamento dello stato sociale aristocratico a beneficio dei ῾poveri' e il rispetto, da parte di questi ultimi, degli equilibri politici e costituzionali tradizionali apparivano alla maggioranza dei nobili veneziani strettamente connessi e correlati. L'immobilismo in politica internazionale era in larga misura il riflesso di un immobilismo imposto dalla situazione interna e che aveva favorito anche una burocratizzazione dello Stato-corpo aristocratico. La Venezia dei patrizi aveva smarrito da un paio di secoli la sua ragion d'essere mercantile senza peraltro riuscire a rimpiazzarla - se non in seno ad alcune delle grandi case del patriziato - con una compiuta ideologia proprietaria.

In ogni caso adoperando, oltre alla carota, anche il bastone, la frazione più ricca del patriziato non solo aveva conservato nelle sue mani il timone del regime, ma aveva addirittura consolidato le proprie posizioni in seno alla consulta dei savi, la versione veneziana del consiglio dei ministri, a spese del patriziato ῾mezzano', mentre la parte conservatrice di quest'ultimo aveva conquistato il pieno controllo del consiglio dei dieci e dell'inquisitorato di Stato. Nel 1780 questo assetto politico era stato definitivamente ibernato dalla sconfitta, che l'ala radicale del patriziato povero - ma anche, indirettamente, il ῾partito' delle riforme guidato da Andrea Tron - aveva subito da parte di un blocco conservatore sostenuto dai filoclericali e più che mai deciso a rimanere fedele alle "buone leggi" ereditate dai "maggiori".

Di qui l'avvento di un clima ottusamente conformista, che avrebbe indotto Gritti, uno dei pochi patrizi di orientamento illuminista, a definire la Repubblica un'"aristolidocrazia" (23). Di qui, ancora, un grottesco rilancio della mitologia tradizionale della Serenissima, ad un tempo sintomo della crisi della "fabbrica" statale e indice di una diffusa cecità nei confronti delle crepe denunciate da Nani e da molti altri osservatori. Quando era già in corso da tre anni la rivoluzione in Francia, un patrizio non avrebbe esitato a scrivere che "i principi, le direzioni e le politiche sapienti leggi" di Venezia, l'"affetto ingenuo dei sudditi verso il pubblico nome e la ben rassodata riputazione" internazionale dello Stato marciano congiuravano nell'"assicurar[ne] sempre più la durata" (24).

La soddisfatta evocazione dell'"affetto ingenuo dei sudditi verso il pubblico nome" mascherava una realtà per nulla univoca. Senza dubbio Venezia poteva fare assegnamento sui propri strumenti usuali di dominio, su una strategia ῾repubblicana' che faceva leva sul paternalismo, su un fisco relativamente mite e su un'amministrazione capace di districarsi con una certa abilità nella selva dei particolarismi e dei privilegi ereditati dal passato e che tendeva spesso ad accontentarsi - come aveva del resto suggerito Nani nei Principi d'una amministrazione ordinata e tranquilla - del mero rispetto delle forme. Ma "la dolce influenza del Veneto governo" (25), se poteva essere un talismano efficace in tempi di quiete, non garantiva granché di fronte al "generale sovvertimento di Europa".

Come riconosceva un giovane patrizio veneziano in una dissertazione accademica, che aveva finto che fosse uscita dalla penna dei riformatori dello Studio di Padova, a ben vedere Venezia governava le province della Terraferma, sia pure utilizzando il guanto di velluto ῾repubblicano', come se fossero "poco meno che tante provincie suddite in uno Stato monarchico", vale a dire secondo un modulo ῾dispotico' - quello stesso che si era affermato, non soltanto a detta di Nani, in seno al governo e al patriziato della Dominante - che concedeva un'autonomia assai ridotta alle periferie e che in ogni caso non faceva leva sullo "spirito" - veneto o ῾nazionale' che fosse - vale a dire su legami politici sottesi da un'ideologia comune, ma riconosceva i suoi puntelli esclusivamente nelle "leggi" e nell'"interesse" (26), in un potere normativo e in comuni obbiettivi economici che i sudditi non erano in grado di contribuire a definire.

Il ventre molle del sistema di potere veneziano era la nobiltà della Terraferma, la quale, come avrebbe denunciato a posteriori l'ex patrizio Alessandro Balbi, "proscritta dai nazionali comizi, confinata a delle urbane mansioni, subalterna alle presidenze patrizie, dal di cui confronto sempre più campeggiava la sua degradazione, senza speranza di occupar una carica se non comprandola, costretta a mendicar presso una corte straniera la opportunità di far brillare dei talenti militari o civili, oppressa da gravezze scritte e non scritte, divorata dal desiderio di migliorare la sua sorte, calpestata da un ministero ignorante, da una ingorda finanza e sempre da un nuovo tirannetto, languiva nell'obbrobrio e nel disprezzo" (27).
Una subalternità e una marginalità politiche che erano per di più aggravate in molte province dal manifesto predominio economico del patriziato veneziano, che non solo possedeva la maggior parte delle campagne, soprattutto quelle più fertili, della pianura padana, ma era anche proprietario, a Padova e in altri centri minori, di molti stabili urbani.
Non era difficile prevedere che, nel caso in cui "la dolce influenza del Veneto governo" fosse stata neutralizzata dagli sviluppi della guerra, le tentazioni municipalistiche dei patriziati della Terraferma sarebbero ritornate alla ribalta.


Tra i fattori della "durata" della Repubblica elencati dai patrizi conservatori non figurava - e non era una dimenticanza casuale - una forza armata in grado di difendere lo Stato e di imporre la volontà della Dominante alle periferie recalcitranti. La questione militare o, meglio, quella della mancanza di un valido esercito (alquanto diversa la situazione sul mare, come aveva dimostrato, nonostante tutto, la guerra contro Tunisi) era da un paio di secoli il più evidente "tallone d'Achille" della Repubblica. L'esercito veneziano si limitava ad essere la sommatoria delle guarnigioni, che presidiavano distrattamente le fortezze dello Stato.
La guerra di successione spagnola aveva dimostrato che non era di per se stesso in grado, ancorché accresciuto dalle cernide e da reggimenti levati per l'occasione, di evitare l'occupazione della Terraferma da parte degli eserciti delle grandi potenze europee (anche allora si era trattato di Francia e Impero): soltanto dopo cinque anni di guerra Venezia era riuscita a mettere in campagna un corpo di truppe con il compito di controllare dappresso quelle dei belligeranti.

Le riforme del secondo Settecento, prima fra tutte l'istituzione del Collegio militare di Verona, avevano senza dubbio favorito una relativa modernizzazione dell'esercito veneziano e una notevole qualificazione professionale di una parte ristretta dei quadri, come avrebbe testimoniato, tra l'altro, il rilevante contributo dato dagli ex militari veneti all'esercito cisalpino-italico (due ministri della guerra, sette generali, otto colonnelli, ecc.) (28), ma non lo avevano trasformato in un affidabile esercito ῾nazionale', anche perché i patrizi veneziani avevano continuato a rimanere esclusi dal corpo ufficiali e la maggioranza dei nobili della Terraferma con vocazione militare aveva preferito cercare un più gratificante impiego all'estero. Non stupisce quindi che fin dagli anni 1760 il futuro tenente generale (il grado più elevato nella gerarchia militare veneziana dopo quello, affidato sempre a stranieri, di comandante in capo) Alvise Frachia Magnanini predicesse: "tempo verrà, e non è molto lontano, che nell'abbandono delle fortezze e nello squallore dell'armata li generali della Repubblica in luogo di chiudere le porte e presentare un aspetto imponente ad esempio de' maggiori, non avran che far di meglio che di ricevere civilmente quel belligerante che per ragioni di guerra vorrà rendersene il primo padrone" (29).
...


capitolo iii

La fine della Repubblica aristocratica

1. "Una Repubblica che già conoscono essere sull'orlo della caduta".

Lineamenti della crisi strutturale dello Stato veneto

GIACOMO NANI - Nel tardo autunno del 1781, al termine del suo mandato di capitanio e vice-podestà di Padova, il patrizio veneziano Giacomo Nani avrebbe dovuto presentare al senato, come ogni altro rettore uscente, una relazione scritta sul suo incarico di governo. Nani raccolse diligentemente un piccolo dossier di documenti, che gli sarebbero potuti servire per tracciare un bilancio del suo operato. Tuttavia ciò che gli uscì dalla penna non fu una delle tante scritture stereotipate, che i segretari del senato si affrettavano a seppellire negli archivi, ma un suggestivo trattato sulla politica veneziana e sui compiti e i poteri di un rettore di una provincia suddita, i Principi d'una amministrazione ordinata e tranquilla. Nani si guardò bene dal divulgare questa sua opera, ancorché in notevole misura riflettesse e per un certo verso giustificasse lo stagnante conformismo che dominava la vita della Serenissima: ciò che l'indusse a far sparire cautelativamente i Principi in un cassetto furono una diagnosi quanto mai spregiudicata e una prognosi radicalmente pessimista circa i mali che affliggevano la Repubblica marciana.

Nani era infatti convinto che alla costituzione veneziana fossero "già stati corrosi tutti li fondamenti" e che la Repubblica vivesse quindi le sue ultime ore, fosse "già sull'orlo della caduta": "non manca che l'urto di una qualche interna o esterna combinazione, che faccia crollar quella fabbrica". "I buoni cittadini", tra i quali il patrizio collocava, come è ovvio, anche se stesso, sapevano bene che non era possibile invertire la rotta, che stava portando - volendo riprendere una metafora impiegata all'indomani del collasso della Serenissima - "la nave desolata ed involta d'algosa materia" ad infrangersi contro gli scogli. "Non credono che alcuna eloquenza e autorità possa prolungar i suoi giorni. Conoscono essere li mali della vecchiezza incurabili".

Stando così le cose, qualsiasi riforma appariva inutile, se non dannosa. Venezia doveva invece puntare ad un'amministrazione ordinata e tranquilla, che le avrebbe consentito, tra l'altro, di mascherare la sua impotenza nei riguardi della Terraferma. L'ordine e la tranquillità non erano, in questo caso, soltanto gli indispensabili ingredienti della ricetta politica cara ai conservatori d'ogni tempo e latitudine, ma anche e soprattutto lo strumento che doveva evitare che la Repubblica colasse a picco nel peggiore dei modi, tra "straggi e convulsioni". In poche parole, tutto ciò che i "buoni cittadini" si auguravano era una fine dello Stato marciano per eutanasia (1).

PIERO GARZONI - Senza dubbio non era questa la prima profezia colorata di nero pronunciata a carico della Repubblica di Venezia da un membro della sua classe dirigente. Più di cinquant'anni prima l'autorevole savio del consiglio e pubblico storiografo Piero Garzoni aveva stilato uno sconsolato "pronostico alla durabilità della Repubblica": questa gli appariva, a causa della "corruttela de' tempi", talmente "indebolita de' Stati, d'uomini e di consiglio" e la sua "estimazione" politica così vacillante che non gli rimaneva altro che riporre ogni speranza di salvezza in "Dio Signore". Soltanto l'Altissimo poteva concedere a Venezia di "reggere e continuare libera sin al fine del Mondo".

BERNARDO NANI - Pochi anni più tardi questa visione apocalittica sarebbe stata riproposta in chiave laica da altri nobili veneziani: chi ne avrebbe registrato in un suo diario le amare riflessioni sarebbe stato il fratello maggiore di Giacomo Nani, Bernardo. "La Repubblica Veneta è vecchia", era una delle denunce registrate dal giovane patrizio, "durò assai; ora le cause della decadenza delli Imperi e d'altre Repubbliche sono in essa. Lusso, costumi corotti, e licenziosi". In sintesi, "lo stato della Repubblica è infelice: tutto da disgrazie, senz'amici, senza soldi, senza riputazione, senza amore per il pubblico" (2).

Che queste non fossero opinioni condivise unicamente dalla sempiterna corporazione dei laudatores temporis acti, una categoria tanto più incline a criticare il presente nella misura in cui mitizzava il passato, lo attesta un'ipotesi ventilata nel 1739 da due membri del nucleo dirigente marciano: essendo convinti che "il successivo deperimento della Repubblica" fosse inevitabile, avevano suggerito che "preventivamente a un tal cattivo momento" Venezia chiedesse di entrare a far parte del "Corpo Germanico affine di essere caratterizzata quale un altro Elettore", trovasse un rifugio, in altre parole, all'"ombra dell'impero asburgico" (3).

MARCO FOSCARINI - Nei decenni seguenti questi giudizi erano stati confermati in maniera più o meno drastica dalle bocche o dalle penne dei patrizi veneziani più lungimiranti e impegnati, tra i quali gli stessi dogi Marco Foscarini ("questo secolo dovrà essere terribile a' nostri figli e nepoti") e PAOLO RENIER ("vivemo a sorte, per accidente", aveva dichiarato davanti al maggior consiglio nel corso della Correzione del 1780) (4). Perfino GIORGIO BAFFO, un poeta di solito interessato a tutt'altre faccende, aveva spezzato una lancia, nei primi anni 1760, contro la decadenza della Repubblica: "le gran teste mancando se ne va, / e no resta de qua se no i cogioni". "No se pensa che all'ozio, al lusso, al ziogo, / e i libri, che se studia sulla sera, / xe 'l mazzo delle carte, o quel del cogo. / Debotto non ghè più zente da guera, / e, se ghe n'è, questi no ha visto el fogo; / come puorla durar in sta maniera?" (5).

È vero che le profezie di queste Cassandre erano rimaste lettera morta talvolta addirittura per più di settant'anni, una constatazione che tra l'altro potrebbe indurre a non attribuire un rilievo particolare alle stesse previsioni avanzate da Giacomo Nani nel 1781. Ma è anche vero che, se il "cattivo momento" era stato procrastinato di decennio in decennio, se l'"orlo della caduta" si era rivelato assai meno sottile di quanto fosse stato predetto, non per questo le denunce della crisi della Serenissima devono essere considerate affatto gratuite. Come avrebbe spiegato Denis Diderot in una pagina della fortunatissima Histoire philosophique et politique des établissements et du commerce des Européens dans les deux Indes di Guillaume-Thomas Raynal, l'Europa ospitava "quelques Républiques sans éclat et sans vigueur" (e tra queste repubbliche sembra difficile evitare di includere la Serenissima) che, se da un lato apparivano vittime predestinate delle "vastes Monarchies", "qui tôt ou tard les engloutiront", dall'altro potevano continuare a rimanere paradossalmente a galla grazie a "leur faiblesse même" (6).

Naturalmente la "faiblesse" costituiva una garanzia nella misura in cui era tutelata dalla balance of powers internazionale, dall'equilibrio tra le "vastes Monarchies". Lo stesso Giacomo Nani aveva scritto nel 1763 in coda ad un suo diario di viaggio che "arbitre dell'Italia sono le due nazioni oltramontane", l'Impero e la Francia: "la loro gelosia e il credito del Papa tenne in libertà l'Italia". Era naturale attendersi che, "scemando questo di credito ed entrando altre ragioni in quelle, nasceranno conseguenze diverse" (7). In effetti, quando aveva riconosciuto che l'Italia - e Venezia in particolare - usufruiva di una libertà condizionata dalla reciproca neutralizzazione delle "nazioni oltramontane", Nani aveva trascurato la circostanza che il recente rovesciamento delle alleanze aveva già fatto entrare "altre ragioni" nelle strategie di Parigi e di Vienna, che la tradizionale "gelosia" aveva ceduto il posto ad un'intesa tra i Borbone e gli Asburgo cementata, di lì a poco, anche da scambi matrimoniali.

Va peraltro osservato che questa nuova fase delle relazioni tra gli Asburgo e i Borbone così come la crescente pressione della Russia sul Mediterraneo orientale, se nei primi anni 1780 avevano indotto San Pietroburgo e, soprattutto, Vienna a coltivare un progetto di spartizione dei Domini veneziani, di fatto avevano finito per lasciare com'era l'assetto italiano consacrato dalla pace di Aquisgrana. Ma, se l'"esterna combinazione, che faccia crollar quella fabbrica", doveva presentarsi soltanto dopo che l'antico regime era stato spazzato via in Francia e nei paesi nell'orbita della Grande Nation, non per questo si deve abbracciare la tesi di Francesco Gritti che la fine della Repubblica aristocratica "forse non poteva svolgersi che alla sola condizione del sovvertimento di Europa" (8), attribuire, cioè, la responsabilità della caduta al devastante impatto della rivoluzione francese e del suo braccio armato in Italia, Bonaparte. Dopo tutto non va dimenticato che a Leoben fu un'intesa franco-imperiale basata, a ben vedere, sulla tradizionale Realpolitik e comunque assai lontana dai principi proclamati dalla rivoluzione che decretò la scomparsa della Serenissima.

Nel sommario dei primi capitoli de La fin de la République de Venise. Aspects et reflets littéraires lo storico della letteratura Guy Dumas ha riassunto in maniera esemplare, un terzo di secolo fa, le tesi di coloro che, a partire da Gritti e dagli altri protagonisti e spettatori delle vicende traumatiche del 1797, avevano in ogni caso individuato nel futuro Napoleone il villain della pièce della caduta della Repubblica veneta, gli avevano assegnato la parte del malvagio affossatore della Serenissima. "Sa disparition a, en réalité, des causes essentiellement extérieures: la France et l'Autriche s'étant mises d'accord pour la dépecer, plus rien ne pouvait la sauver. Doit-on faire grief son gouvernement de l'amour de la paix manifesté par lui au cours du XVIIIe siècle? [...] L'ambition de Bonaparte, cause primordiale de la perte de Venise [...]. Pour conclure avec l'Autriche le marché qu'il médite, il présente la Sérénissime comme un Etat dégénéré et le Directoire finit par se ranger à son avis. C'est là l'origine des jugements péjoratifs portés sur Venise par tant d'historiens".

Dopo aver ῾provato' la duplice colpa di Bonaparte - non solo aveva deciso l'esecuzione della Repubblica aristocratica, ma aveva anche fabbricato e imposto la leggenda nera, che l'avrebbe perseguitata post mortem -, Dumas ha potuto dipingere la Serenissima con i colori più rosei ed idilliaci: "réelle vitalité", "patriotisme de l'ensemble de la population", "la noblesse: preuves de son attachement au régime", "les patriciens continuent à assurer consciencieusement les devoirs qui leur incombent", "le peuple: joie de vivre, satisfaction et sécurité générale", "l'amour de la patrie et du régime était commun à toutes les classes de la société" (9).

In effetti la tesi della "réelle vitalité" politica generosamente attribuita da Dumas alla Repubblica fa a pugni, oltre che con i giudizi dei patrizi citati in precedenza, anche con quanto scriveva - e non era il solo a tracciare un quadro così negativo - il residente napoletano a Venezia nel gennaio del 1784: "questa Repubblica ritrovasi nella totale sua decadenza sì per la corruzione e divisione che regna tra i suoi individui, come per la mancanza di denaro nel pubblico erario, per lo stato della sua truppa, che non ascende a più di 10 mila uomini [...] e finalmente per lo deterioramento del suo commercio, così che qualunque potenza volesse un poco mostrarle i denti, Ella è nella dura necessità di compiacerla intieramente" (10). È evidente che la rivoluzione francese si limitò a mettere a nudo, oltre alla crisi strutturale della Repubblica, la precarietà della sua collocazione internazionale, un pavido isolamento che in un quadro europeo sempre meno capace di opporsi con successo all'imperialismo delle grandi potenze non appariva più un salvacondotto, ma al contrario un decisivo elemento di debolezza.

Nonostante che nel luglio del 1788 l'ambasciatore veneziano a Parigi Antonio 1° Capello facesse presente che, "ora che la nostra Repubblica non ha niente a sperare dalla passata rivalità tra la casa d'Austria e la Francia; ora che questa corte segue gl'impulsi di quella per i motivi già noti, e che lacerata da debiti, e da intestine discordie abbandona, o perde i suoi più antichi alleati; ora che tutti i sovrani d'Europa cercano di fortificarsi con amicizie [...]; ora che la Repubblica può essere disturbata nel suo sistema di neutralità da chi forse vorrebbe imbarazzarla, ed associarla a' suoi pericoli", era il caso di "riflettere seriamente alla propria situazione" e chiedersi se convenisse "alla nostra sicurezza starsene isolati da tutti gli altri" (11), i savi del consiglio avrebbero preferito allora e negli anni seguenti rimanere fedeli alla massima di Andrea Tron, che prescriveva alla Repubblica di "nascondersi come i fanciulli che hanno vergogna di comparire fra gli uomini e raccomandarsi alla provvidenza" (12), e ad ogni buon conto avrebbero occultato al senato l'invito di Capello a ridiscutere le linee di fondo della politica estera della Serenissima.

Quanto invece all'"interna [...] combinazione", che avrebbe potuto causare la caduta di "quella fabbrica", essa doveva riflettere e discendere, stando ai Principi, dalla recente metamorfosi ideologica del patriziato. Nani riteneva che i tradizionali valori marciani fossero stati debellati da uno spirito di "despotismo", che aveva trasformato le istituzioni repubblicane in un mero simulacro: ad un tempo la Serenissima aveva smarrito la propria identità e la propria forza. Il verdetto stilato da Nani a carico della Repubblica aristocratica, se da un lato lo induceva ad auspicare una fine dello Stato marciano non molto diversa da quella che sarebbe stata decisa dalla storia (che lo si qualificasse con disprezzo, come avrebbe fatto il pubblicista conservatore Jacques Mallet du Pan, quale "un esempio inaudito per anco ne' fasti della pusillanimità", oppure lo si esaltasse, nella scia di Gritti, quale un magnanimo sacrificio della sovranità dettato da "principi di moderazione", una virtù tipicamente repubblicana, rimane sempre il fatto che il regime aristocratico si sarebbe "disciolto da se stesso", che si sarebbe dato una morte, tutto sommato, dolce, in quanto preceduta e seguita da alcune "straggi e convulsioni" di ridotta magnitudine e che in ogni caso avrebbero affatto risparmiato il patriziato) (13), dall'altro segnalava che la "fabbrica" era minata da profonde crepe interne, non ultima delle quali la persuasione, che paradossalmente aveva fatto breccia proprio nelle file dei "buoni cittadini" più lucidi, dell'ineluttabilità del crollo.

FRANCESCO DONA' - "La caduta della repubblica veneta sarà tanto memoranda nella storia, quanto memoranda si è la sua origine", avrebbe dichiarato Francesco Donà, l'ultimo storiografo pubblico della Serenissima e uno dei protagonisti della drammatica sequenza finale, nell'introduzione ad un Esatto diario di quanto è successo dalli 2 sino a 17 maggio 1797 nella caduta della Veneta Aristocratica Repubblica frutto, in realtà, della fusione delle effemeridi redatte da lui stesso e dal lontano parente Piero Donà. Anche se Francesco Donà "non pretende[va] di farla da storico" e si riprometteva soltanto di offrire una fonte attendibile a quei "dotti, che a somiglianza de' Ferguson e de' Mably ci daranno un'esatta storia di tale avvenimento politico", in effetti da un lato si rifugiava nella filosofica constatazione che "è già destino delle umane cose, specialmente dei governi, che dopo qualche giro, pieni di scorno vadano a precipitarsi nell'occaso" e dall'altro sentenziava che la storia della caduta della Repubblica marciana "si riduce[va] a molto poco; colmo di debolezza in chi presiedeva alle cose pubbliche; colmo di perfidia in una nazione", ovviamente la Francia della rivoluzione (14).

Benché la formula riduttiva utilizzata da Donà per spiegare o, meglio, per esorcizzare la "memoranda" caduta sia ben lontana dall'essere soddisfacente, mi sembra comunque utile contrapporre, quanto meno dal punto di vista metodologico, i due piani di riferimento individuati dallo storiografo, vale a dire distinguere l'"avvenimento", "la storia", la trama delle azioni e reazioni che sfociarono nella crisi finale, dal processo strutturale dominato dal ῾destino'. È tuttavia evidente che nel caso di Venezia ci si deve riferire non tanto ad un destino tuttofare, ad un generico ῾padrone' delle "umane cose" e, in particolare, della sorte degli Stati quanto ad un destino dai poteri, per così dire, più locali e contingenti, a quello, cioè, che impresse il suo marchio sull'Italia continentale nei convulsi decenni tra la rivoluzione e la restaurazione.

Come è stato osservato fin dalla metà del secolo scorso dagli storici veneziani Girolamo Dandolo e Samuele Romanin (15), il rullo compressore rivoluzionario-napoleonico doveva travolgere, prima o dopo, in tutta la Penisola le formazioni politiche d'antico regime, fossero nemiche dichiarate della Francia, alleate più o meno convinte oppure seguissero gli stretti sentieri della neutralità. Ma va anche ricordato che tutte le repubbliche nobiliari italiane furono definitivamente sepolte nel 1814-1815 dal congresso di Vienna, il quale si guardò bene dal restaurare l'antico regime dei patriziati. Quando, all'indomani della conclusione del congresso, Stendhal cercherà di cancellare in una Vita di Napoleone una delle macchie più vistose che deturpavano la fama del suo eroe, "la distruzione di Venezia", potrà ritenersi autorizzato proprio dalle decisioni prese sulle rive del Danubio a contrapporre il governo marciano, "un'aristocrazia dal piede di argilla", agli "altri governi d'Europa", "aristocrazie su basi di ferro" che avevano saputo superare indenni le devastanti stagioni della rivoluzione e dell'impero (16).

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Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Sipion Mafei e ła fine de ła Repiovega Venesiana

Messaggioda Berto » mar apr 26, 2016 4:10 pm

I veneti venesianisti ke łi nega e falba ła storia veneta
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El Parlamento Arestogratego Venesian (e nò de tuti i veneti)
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La Repiovega Veneta a domegno venesian no ła jera federal, no ła gheva gnente de federal
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Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Sipion Mafei e ła fine de ła Repiovega Venesiana

Messaggioda Berto » mar apr 26, 2016 4:22 pm

Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Sipion Mafei e ła fine de ła Repiovega Venesiana

Messaggioda Berto » mer apr 27, 2016 7:48 pm

El 12 del majo de l'ano 1797, el Major Consejo, fato dai patrisi venesiani, de ła Repiovega Arestogratega Veneta, andoe ca no ghe jera gnaona raprexentansa de i veneti de tera e dei domegni de mar, el ga decretà ła fine de ła Repiovega Arestogratega Veneta.
Fina a l'oltemo, i veneti de tera, no łi ga mai podesto, ente 4 secołi de suditansa dei venesiani, exerçetar gnaona soranetà ente łe istitusion de ła Repiovega Veneta.
No me se vegna a contar ke ła Repiovega Veneta a segnoria venesiana ła jera federal.
Tuti coełi ke łi conta ste bàłe łi xe gran buxiari e co i buxiari non se pol fondar gnaona Nova Repiovega Veneta veramente federal.
Co coełi ke łi se sente casta rogànte e sprésante e ke łi conta bàłe non se pol costruir gnente de bon.



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