1848 en Ouropa, ara tałega, ara veneta

Re: 1848 en Ouropa, ara tałega, ara veneta

Messaggioda Berto » sab ott 14, 2017 7:55 am

SCRITO NEL 1969 DA GIGIO ZANON

I parte

VENEZIA, L’ITALIA E L’EUROPA 1848-49

È certamente opportuno che, a poco tempo dalle numerose iniziative che si sono svolte per commemorare i trent’anni della Costituzione della Repubblica Italiana, si celebri ora il 130° anniversario della Rivoluzione veneziana del 1848-49. Certo, gli uomini del 1848 non si sarebbero riconosciuti necessariamente in tutti gli articoli della Costituzione italiana entrata in vigore cent’anni dopo; una parte di essi, in effetti, li avrebbe atterriti. L’articolo 4, per esempio, nel quale « La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto », avrebbe fatto arretrare con orrore Manin e i repubblicani veneziani suoi compagni di lotta per loro il diritto al lavoro era il « péricoloso » Sogan degli ateliers nationaux parigini, il principio che era a fondamento della politica sociale di Louis Blanc, la parola d’ordine che spingeva le classi lavoratrici parigine alla guerra sociale del giugno 1848. Altrettanto estraneo al loro pensiero era il diritto delle donne al voto. Nel 1848 le donne occupavano ancora nella società una posizione rigorosamente subordinata e nessuna voce si levò durante la rivoluzione a chiederne l’emancipazione, sociale o politica. Le somiglianze fra i repubblicani del 1848 e quelli del 1948 sono nondimeno assai più marcate e significative delle loro differenze. Tanto gli uni quanto gli altri credevano nella democrazia politica, anche se non economica, nella repubblica in luogo della mnarchia nelle liberta fondamentali di pensiero, d’ opinione e di riunione Su questi punti i princìpi politici che ispirarono la Rivoluzione veneziana del 1848 furono molto simili a quelli del moderno Stato italiano, e i capi di tale rivoluzione furono i precursori dei « padri fondatori » della Costituzione italiana.
Fra questi due momenti non c’è però affatto una connessione lineare. I repubblicani del 1848 trionfarono in due sole città, Venezia e Roma e anche in quei furono sconfitti in grandissima misura durante il Risorgimento, e quella sconfitta proiettò una lunga ombra scura sull’intera formazione della moderna nazione italiana. A un livello simbolico, non è un caso che un monumento a Mazzini sia stato eretto a Venezia solo dopo la seconda guerra mondiale. Perciò, nel tornare a raccontare, a un vasto pubblico, in occasione del 130° anniversario, la storia della rivoluzione, dobbiamo evitare gli eccessi elogiativi in cui cade tanto spesso la letteratura commemorativa. Il tributo più grande che possiamo pagare agli uomini del ‘48 consiste nel non limitarci a ricordare il loro eroismo ma nel tentare anche di spiegare il loro insuccesso. Comprendendo le ragioni dell’insuccesso, che si dimostrò poi storicamente tanto importante, possiamo infatti acquisire una comprensione più approfondita delle tormentate origini dello Stato italiano.
Fra il 1840 e il 1850, Venezia era una città di oltre 122.000 abitanti, al sesto posto Costantinopoli, Genova e Livorno. Nel 1814 era entrata a far parte dell’Impero austriaco e per molti anni languì, come un’acqua stagnante pittoresca, mentre il grosso del commercio dell’Adriatico passava al porto di Trieste, favorito dagli Austriaci. La città sembrava destinata a un declino irreversibile.

Nell’ottobre 1818, Shelley era convinto che Venezia fosse ormai condannata:
Sun-girt City, thou hast been
Ocean’s child, and then bis queen;
Now is come a darker day,
And thou soon musi’ be bis prey.
(O Città cinta dal sole, tu sei stata
D’Ocean la figlia e poi la sua regina;
Un’epoca più oscura oggi è arrivata,
E la tua fine incombe ormai vicina. )

Gradualmente, però, questa profonda depressione economica andò attenuandosi.

Nel 1830 gli austriaci concessero a Venezia la condizione di porto franco, grazie alla quale il suo commercio di transito acquistò un grande impulso e i suoi cittadini poterono importare beni di consumo o materie prime non gravati da dazi. Il cristallo di Murano, il principale prodotto di Venezia, cominciò a trovare sbocchi in tutt’Europa. Rialto, pur non essendo più uno dei grandi mercati del mondo, prosperava commerciando le materie prime del Veneto: cereali, pelli, legname, pesce secco e salato. Turisti ricchi provenienti da tutta Italia e da tutt’Europa cominciarono ad affollarsi a Venezia; nel 1843, un anno abbastanza normale, Venezia ospitò 112.644 visitatori. Le strette calli furono illuminate da luci a gas e la municipalità fece sforzi considerevoli per riparare i danni e contrastare il deperimento della città. Soprattutto, nel 1846 fu realizzato il grande ponte ferroviario che attraversa la laguna.
Sembrava che infine Venezia avrebbe superato la sua arretratezza e il suo isolamento e che sarebbe entrata a far parte delle città moderne d’Europa. La forza principale che dava impulso a questa rinascita della città non era la tradizionale e illuminante di Venezia, la nobiltà, ma piuttosto la borghesia agiata, che dava vita alla Camera di commercio di mercanti, banchieri e uomini d’affari come i membri della famiglia Papadopoli, Giuseppe Reali, i fratelli Pigazzi, Angelo e Valentino Cornelio, Jacopo Treves, erano estremamente ricchi. Essi non erano di per sé antiaustriaci. Reali, il vicepresidente della Camera di commercio, per esempio, prima della rivoluzione aveva chiesto di essere ammesso a far parte della nobiltà austriaca. Tutti, però, erano ansiosi di assistere a un rapido sviluppo materiale della loro città. Come Reali disse alla Camera di commercio nel 1847: « Il Commercio ha creato questa Città, e il Commercio deve ritornarla al suo antico splendore ».
Dopo il 1835 queste aspirazioni vennero a trovarsi sempre più in conflitto col governo austriaco della città. Gli austriaci avevano, è vero, concesso a Venezia la condizione di porto franco, ma la qualità della loro amministrazione declinò in misura notevole dopo la morte dell’imperatore Francesco I, sostituito dal ben intenzionato ma incapace Ferdinando. Ai due lati del nuovo imperatore, Metternich e Kolowrat iniziarono il loro lungo duello che sarebbe sfociato nella rivoluzione. Le decisioni venivano differite o non venivano mai prese, e la Camera di commercio di Venezia si sarebbe in seguito riferita al governo centrale di Vienna come al « sepolcro delle petizioni e delle rappresentanze ».
La politica economica austriaca, inoltre, attribuiva a Venezia e al Veneto una posizione molto subordinata di semplici fornitori di materie prime. Altre parti dell’Impero — la Boemia, la Moravia, la stessa Vienna — erano state scelte come centri manifatturieri. L’industria veneziana aveva perciò ben poche possibilità di prosperare, e la Camera di commercio fu umiliata dal persistente rifiuto degli austriaci di aprire a Venezia una succursale della Banca di Vienna. Se a quest’emarginazione si aggiungono una tassazione molto pesante (per sostenere le malferme finanze dell’Impero) e il protrarsi delle preferenze a vantaggio di Trieste la parvenue, non è difficile concludere che i « negozianti » veneziani si sentissero più ostacolati che aiutati dai loro padroni austriaci.

Questa situazione, com’è ovvio, non li trasformò automaticamente in rivoluzionari. Purtroppo per gli austriaci, però, la propaganda a favore di un’alternativa economica e politica al loro sistema divenne sempre più attraente e guadagnò sempre più terreno nell’Italia del tempo. Gli intellettuali italiani, e in particolare quelli milanesi (anch’essi soggetti al governo austriaco), cominciarono a scrivere sui vantaggi enormi che sarebbero risultati per ogni parte d’Italia dalla riduzione o dall’abbandono delle barriere doganali, dall’unificazione del sistema di pesi e misure, dalla creazione di un mercato nazionale e da un collegamento delle comunicazioni in tutta la penisola. Un tale programma era inaccettabile per gli austriaci, intenzionati a mantenere la Lombardia e il Veneto isolati dal resto d’Italia e a scoraggiare ogni segno di nazionalismo italiano. Al tempo stesso crebbe il sostegno a favore della creazione di una federazione di Stati italiani presieduta dal Papa.
Con la pubblicazione, nel 1843, del Primato civile e morale degli Italiani di Gioberti, il movimento cattolico liberale, con la sua chiara intonazione nazionalistica e politica, divenne sempre più popolare, soprattutto in Piemonte e negli Stati dell’Italia centrale.
I « negozianti » veneziani, uomini prudenti, non sposarono immediatamente la causa nazionale italiana, ma alcuni membri di un altro strato della borghesia veneziana, i ceti professionali, erano pronti ad andare un po’ oltre. Anche i professionisti — avvocati, medici, notai ecc. — avevano i loro motivi di lagnanza contro l’Austria. Il rigore della censura costituiva un freno per la loro attività intellettuale, la mancanza di istituti rappresentativi li privava di ogni possibilità di carriera La politica, e agli avvocati veniva negato dalla legge austriaca il diritto di rappresentare i loro clienti in tribunale. La politica austriaca riuscì solo a produrre un profondo senso di irritazione e di frustrazione negli ambienti colti veneziani.

Negli anni quaranta, Daniele Manin emerse come il membro più deciso di questo gruppo. La maggior parte della letteratura commemorativa ha presentato Manin con toni che ricordano la sua statua in Campo Manin: massiccio, autorevole, imponente. Vai forse la pena di ricordare che, prima della rivoluzione, non aveva avuto un particolare successo nella sua professione di avvocato, essendo afflitto da salute precaria e soggetto a crisi di malinconia e di mancanza di fiducia in se stesso. In una delle note su se stesso da lui lasciate scriveva: « Io amo il riposo: amo il 1 sonno e l’oziose piume: più della metà della mia vita ho passata nel poltrire a tepido I letto: così spero poter fare anche per tempo avvenire ». Spronato dall’ambizione e
dall’idealismo a superare questa naturale indolenza, Manin presentò in pubblico un’immagine del tutto opposta. Basso di statura, ma in possesso di una bella voce di oratore, la sua precisione mentale e la sua intensa energia in momenti di crisi furono le sue risorse più grandi.
Per la maggior parte del decennio che precedette la rivoluzione, i membri progressisti della Camera di commercio veneziana e gli avvocati radicali come Manin costituirono un gruppo isolato nella società veneziana.
Durante le infiammate discussioni per la costruzione della linea ferroviaria Milano-Venezia, ebbero un’occasione di incontrarsi con i loro colleghi a Milano e di ampliare i loro orizzonti. Rimanevano però una minoranza, priva di un programma comune o di alcun seguito di massa: Essi non rappresentavano certamente un « partito italiano » in nessun senso significativo. Nel 1846, però, due eventi — la crisi economica europea e l’elezione al soglio papale di Pio IX frantumarono con straordinaria rapidità la politica austriaca nell’Italia settentrionale.
In tutt’Europa i raccolti del 1845 e 1846, gravemente danneggiati dalla pioggia e dalla malattia, furono poco meno che disastrosi. Nel Veneto la situazione non era cattiva come in altre parti dell’Impero, fra cui la Boemia e la Slesia, ma era aggravata da esportazioni su vasta scala di granoturco, la dieta-base dei poveri. I prezzi salirono rapidamente. Nella primavera del 1847 i prezzi del granoturco erano più che raddoppiati rispetto a quelli del 1845. Da tutto il Veneto le autorità centrali avevano rapporti sulle sofferenze dei contadini e in alcune aree c’erano tumulti. Nelle campagne attorno a Treviso Giuseppe Olivi ricordava che « peregrinavano i miseri da villa in villa . . . Le spiche di frumento non ancora mature venivano avidamente divorate . . . Il mio buon padre aveva dispendiato lire sedicimila per sottrarre alla morte i nostri coloni ».

Nelle città la situazione era altrettanto critica. I cattivi raccolti avevano avuto come conseguenza la diminuzione della domanda interna di manufatti, in conseguenza del fatto che i poveri dovevano spendere quasi tutto il loro reddito nell’acquisto di generi di prima necessità. La crisi fu resa più acuta dalla generale depressione commerciale europea. Artigiani e industriali si trovarono nell’impossibilità di vendere i loro prodotti; ne seguirono inevitabilmente chiusure di fabbriche e laboratori artigianali, fallimenti e disoccupazione. Nel 1847 la Camera di commercio di Venezia deplorava amaramente le « condizioni in generale scabrosissime pel commercio di ogni piazza ».
La reazione austriaca alla crisi ebbe un’importanza determinante, in quanto offrì un’impressione di insensibilità e al tempo stesso di inefficienza. Il grave indebitamento in cui il governo di Vienna si trovava, lo rese riluttante a ridurre la tassazione a qualsiasi livello. Di fatto nel 1847 la tassa su arti e commercio, che fu estremamente onerosa per i ceti economicamente più attivi della città, portò nelle casse dell’Impero la stessa somma che nel 1845, e soltanto duemila formi in meno che nel 1846. Gli austriaci inoltre tardarono a proibire l’esportazione di granoturco, e ancora più esitanti furono nell’accettare di congelare il prezzo dei beni di
prima necessità e nell’introdurre un programma di opere pubbliche per attenuare la disoccupazione. La borghesia veneziana, che ancora pochissimo tempo prima aveva annunciato la rinascita della città, si sentì ora abbandonata dagli austriaci nel momento del bisogno. In generale l’ostilità di Venezia e del Veneto nei confronti del governo austriaco risale a questi primi mesi del 1847.

Sei mesi prima che la crisi raggiungesse il culmine nel Veneto, Pio IX fu eletto papa a Roma. Concedendo nei primi mesi del suo pontificato un certo numero di modeste riforme, Pio IX innescò, anche se non era questa la sua intenzione, una reazione a catena nel resto della penisola e dette un impulso decisivo alla causa nazionale. Per il movimento cattolico-liberale (i neoguelfi), le azioni di Pio IX furono letteralmente un dono del cielo. Pio IX apparve loro come il papa che sarebbe riuscito a unire attorno a sé il resto d’Italia. Il grido « Viva Pio Nono! » risuonò in tutte le principali città italiane e ad esso si aggiunse, con crescente frequenza, il grido di « Viva l’Italia! ». A Venezia e nel Veneto l’apparente liberalismo del Papato trovò un terreno fertile nel basso clero locale. I preti delle parrocchie erano risentiti per le eccessive ingerenze dello Stato nella vita interna della Chiesa, e quando gli eventi raggiunsero l’acme, nel marzo 1848, molti di loro abbracciarono la causa nazionale o almeno si rifiutarono di parlare contro di essa. Data la loro enorme influenza, sia come parroci sia come insegnanti, questa loro parziale defezione fu uno fra i colpi più gravi inflitti al controllo austriaco.

Dalla primavera del 1847 in avanti, il movimento nazionale raccolse lentamente forza a Venezia, prima fra la borghesia professionale e commerciale, e poi fra le classi popolari della città. Daniele Manin, per la sua schiettezza, chiarezza di pensiero e abilità organizzativa, ne divenne ben presto il capo riconosciuto.
L’agitazione rimase confinata in principio in campo economico, ma in autunno Manin prese lo spunto da Carlo Cattaneo, a Milano, e lanciò una « lotta legale » per ottenere i diritti politici a favore dei cittadini dell’Italia settentrionale soggetta al governo austriaco. In questa lotta si unì a lui la seconda figura, per importanza, della Rivoluzione veneziana, Nicolò Tommaseo. Tommaseo era uno fra i fautori più appassionati del cattolicesimo liberale ed era uno studioso di enorme erudizione ed energia. Prima del 1848 era stato costretto a trascorrere molti anni in esilio a Parigi; al suo ritorno si stabilì a Venezia, dove visse la vita di un asceta. Irritabile, arrogante e insofferente con coloro che erano meno capaci di lui, Tommaseo fu nondimeno un alleato di grandissima importanza per Manin. Alla fine di dicembre Tommaseo presentò all’Ateneo Veneto un brillante attacco alla censura, ricordando agli austriaci una promessa che avevano fatto nel 1815: quello di consentire a ogni cittadino di indicare al governo i suoi errori.
Manin fece seguire all’intervento di Tommaseo due petizioni, la seconda delle quali segnò l’apice della « lotta legale » a Venezia. In essa Manin chiedeva che il Regno lombardo-veneto fosse « veramente nazionale e indipendente »che le sue finanze quelle del resto delle’esercito e la marina fossero completamente italiani e restassero in Italia; che venisse concessa la libertà di parola, che gli ebrei venissero emancipati, che si procedesse a una riforma del diritto, e molte altre cose.

Tommaseo, a sua volta, redasse una petizione all’alto cero, che accuso di aver « reso a Cesare assai più di quel che è di Cesare. Il 18 gennaio 1848 stava apportando gli ultimi ritocchi a questa petizione, quando egli e Manin furono improvvisamente arrestati.
Nel resto d’Italia la situazione si era fatta sempre più tesa. Nell’autunno del 1847 le truppe austriache occuparono Ferrara, che faceva parte degli Stati pontifici, e alla fine dell’anno Vienna concluse un’alleanza difensiva e offensiva con i sovrani reazionari di Parma e di Modena. A Milano i nazionalisti dettero inizio a una campagna contro il fumo in segno di protesta contro il monopolio di Stato austriaco sul tabacco. Il «Times » commentò: « Un popolo che non è secondo a nessuno nel consumo di quest’erba sacrificò prontamente al patriottismo ciò che rifiutava alla
15 pulizia e al buon gusto ». Le truppe austriache risposero passeggiando boriosamente per le strade e fumando ostentamente. Il 3 gennaio 1848 la tensione sfociò in scontri: tre milanesi furono uccisi e più di sessanta feriti. In febbraio gli austriaci imposero al Lombardo-Veneto la legge marziale.
Il controllo militare austriaco sembrava nondimeno solidissimo. Gli austriaci avevano più di 13.000 uomini a Milano e altri 8.000 a Venezia. Gli italiani erano disarmati e Radetzky era ansioso di impartir loro una lezione. In gennaio disse alle sue truppe: « Sul vostro impavido valore s’infrangeranno le invidie del fanatismo e la smania insana d’innovazioni, come fragil schifo contro dura roccia ».

Egli aveva fatto i conti senza quell’ondata eccezionale di sollevazioni rivoluzionarie che si abbatte sulle capitali europee nei primi mesi dèl
tumulti provinciali dell’ Italia settentrionale in una rivoluzione nazionale.
Palermo dette il là in gennaio: Ferdinando fu costretto a concedere lo statuto del regtno delle Due Sicilie, e gli altri sovrani italiani si affrettarono a seguirne l’esempio. Questi sviluppi allarmarono gli austriaci, ma la loro importanza fu ben presto oscurata da un evento di gran lunga più significativo: lo scoppio della rivoluzione a Parigi nel febbraio. Luigi Filippo perse il trono, fu proclamata la Seconda Repubblica francese e il mondo dell’Europa sorta dalla Restaurazione fu frantumato una volta per tutte. Poi, meno di un mese dopo, scoppiarono disordini anche nella capitale dell’Impero. Il 13 marzo studenti, operai, artigiani e disoccupati di Vienna si accalcarono allo Hofburg, dove la guarnigione apri il fuoco contro i dimostranti disarmati. Quella sera, quando i saccheggi si diffusero nei sobborghi, la fazione contraria a Metternich trionfò a Corte e il giorno seguente l’artefice dell’Europa della Restaurazione annunciò le sue dimissioni. Due giorni dopo, di fronte alla crescente pressione, Ferdinando concesse un statuto a tutto l’Impero.
A Venezia la protesta era continuata a cresere nonostante l’arresto di Manin e Tommaseo (e anche a causa di esso), le classi lavoratrici veneziane corsero ad abbracciare la causa nazionalistica. I due dan popolari rivali,, iNicolotti e i Castellani, risolsero le loro divergenze e la polizia riferì che stavano fraternizzando come “italiani”.
Soltanto gli spiriti più audaci cominciarono a pensare a una rivoluzione, ma e notizie provenienti da Palermo e da Parigi sembravano rendere tutto possibile. Poi, il 17 marzo, arrivò da Trieste un piroscafo che portò notizie di sommosse nelle strade di Vienna e della caduta di Metternich. Una folla enorme si raccolse in Piazza San Marco per chiedere la liberazione di Manin e di Tommaseo. Il tentennante governatore della città, conte Palffy, prese la fatidica decisione di rilasciarli, e nell’atmosfera convulsa del liberazione non di Daniele bensì di Ludovico aiii che era stato l’ultimo Doge della Repubblica.
Gli eventi nella città erano all’apice. Mentre ancora era in carcere, Manin aveva deciso che, una volta tornato in libertà, avrebbe fatto tutto quanto era in suo potere per provocare una rivoluzione e proclamare una repubblica per Venezia e per il Veneto.
Egli sperava che la Repubblica Veneziana diventasse uno degli stati di un’ Italia federale e unita.
Quando confidò queste idée ai suoi amici più stretti, raccolse in risposta solo manifestazioni di scetticismo. Tommaseo gli disse che non era ancora il tempo per discorsi del genere. I ricchi mercanti della Camera di commercio non erano certamente rivoluzionari ed erano favorevoli a demandare i negoziati con gli austriaci alla congregazione municipale (che era composta in gran parte da nobili veneziani conservatori).
Il 17 e il 18 marzo, mentre Manin era a casa sua, in campo S.Paternian, scoppiaron scontri in Piazza San Marco. La mattina del 18, lavoratori del clan dei Nicolotti e studenti di Padova cominciarono a disselciare la piazza e scagliare le pietre sui soldati.
Gli austriaci risposero aprendo il fuoco sulla folla. Otto veneziani furono uccisi e nove gravemente feriti. Manin fece sapere che, a suo giudizio, l’unico modo di mantenere la pace in città era quella di consentire ai veneziani di formare una guardia civica che mantenesse separati dimostranti e soldati. Il governatore Palffy dette con riluttanza il consenso ad armare duecento guardie, ma a poche ore di distanza già 2.000 cittadini erano stati inquadrati in compagnie. Gli austriaci avevano perso la prima ripresa, consentendo la formazione di corpi armati di veneziani sui quali non avevano alcun controllo.
Verso la sera del 18 arrivò la notizia della concessione del nuovo statuto all’Impero. La notizia fu salutata con manifestazioni di giubilo e sembrava che, per gli austriaci, il peggio fosse ormai passato.
Manin continuava però a tramare la rivoluzione.
Stabilì contatti con elementi radicali della marina militare veneziana,e decise di tentare di impadronirsi dell’Arsenale, la chiave della città.
Ancora una volta i suoi amici si rifiutarono di sostenerlo considerando l’impresa una pura follia.
Come abbiamo già detto, in città erano presenti 8.000 soldati austriaci e i veneziani non avevano armi degne di nota.
La mattina del 22 Manin ricevette un aiuto prezioso, anche se non sollecitato, da parte degli arsenalotti. Essi erano stati costantemente sottoposti a un carico di lavoro eccessivo e pagati molto male dal capo ispettore dell’Arsenale, un certo colonnello Marinovich. Nelle prime ore del mattino del 22 essi si vendicarono dandogli la caccia e ferendolo a morte in una torre ne a parte orientale dell’ Arsenale. Manin, temendo che la situazione potesse sfuggirgli ad mano, si precipitò, accompagnato solo dal figlio sedicenne Giorgio e da alcune guardie civiche. Riuscì a entrare, ma gli austriaci fecero affluire rinforzi alla Porta dei Leoni. La guardia civica si oppose al loro ingresso e allora gli ufficiali austriaci ordinarono alle loro truppe di aprire il fuoco.
Questo fu probabilmente il momento cruciale della rivoluzione, poiché, se le truppe al servizio degli austriaci fossero rimaste fedeli all’imperatore, per i veneziani ci sarebbe stato ben poco da fare. Ma molte giubbe bianche erano contadini veneti ed erano state contagiate dagli entusiasmi nazionalistici di quelle giornate, dalla fraternizzazione con la guardia civica e dalla promessa che, se si fossero unite alla causa italiana, avrebbero potuto tornare ai loro paesi. Questi uomini si rifiutarono di aprire il fuoco e sopraffecero i loro ufficiali. Alla fine della giornata la maggior parte dei soldati italiani che facevano parte della guarnigione austriaca, circa 4.260 uomini in tutto, erano passati alla rivoluzione.
L’Arsenale era ora in mano ai veneziani e il popolo disponeva di armi. Dopo una breve pausa, Manin prese la testa di una folla enorme che percorse, senza incontrare resistenza, la Riva degli Schiavoni sino a Piazza San Marco. Quivi, in piedi su un tavolino di un caffè, Manin proclamò la Repibblica.
Una delegazione si era recata nel frattempo al palazzo del governatore per sollecitare Palffy a capitolare. Palffy era ancora in grado di rifiutarsi (metà della guarnigione gli era rimasta fedele), ma decise di non trasformare Venezia in un campo di battaglia. Alle sei del pomeriggio egli rassegnò i suoi poteri nelle mani della Munipalità.
Questa proclamò un governo provvisorio e dimostrò ogni intenzione di ignorare Manin e la repubblica da lui proclamata. Ma quella sera la protesta popolare era troppo vibrante e un gruppo di borghesi influenti, riuniti in gran fretta al caffè Florian, convinsero Avesani e i suoi amici della necessità di cedere il potere a Manin.

Il 23 in piazza San Marco fu proclamata formalmente la Repubblica e Manin ne dìvenne il primo presidente.
In generale la tattica e le azioni di Manin fra il 17 e il 22 marzo furono inappuntabili e possono essere considerate il risultato più importante conseguito nella sua vita. Egli aveva preso posizione contro la sua stessa classe e contro i suoi amici e aveva utilizzato con successo la combattività delle forze popolari a Venezia per assicurare all’insurrezione un esito democratico e repubblicano.
La Rivoluzione veneziana non era stata un evento isolato. Non soltanto erano insorte anche le città provinciali del Veneto (con l’eccezione notevole di Verona) ma anche Milano aveva espulso Radetzky dopo cinque giornate di continui combattimenti.
In tutt’Europa le giornate del marzo 1848 erano state contrassegnate da dimostrazioni, tumulti, insurrezioni: a Berlino, Vienna, Praga, Budapest. Sembrava che l’Impero austriaco fosse in agonia, colpito, come scrisse un volantino viennese, da « una inveterata gastroenterite, ovvero indigestione presa in Ungheria, nella Boemia, in Galizia, e particolarmente nel suo carissimo Lombardo-Veneto ».
Era sorta una nuova èra, la quale sembrava annunciare l’avvento della democrazia e il riconoscimento de11’ autonomie nazionali.
Perché « la primavera dei popoli » si trasformò tanto rapidamente nell’estate della controrivoluzione? Perché i repubblicani veneziani furono incapaci di consolidare la brillante vittoria del 22 marzo? Per dare una risposta a queste ‘domande, dobbiamo analizzare gli eventi del 1848 sui tre diversi piani dell’Europa, dell’Italia e di Venezia.

In Europa i due paesi che determinarono in grande misura la sorte della rivoluzione furono la Francia e l’Austria. In un primo tempo i repubblicani francesi, a giudicare dalle dichiarazioni idealistiche di Lamartine, sembravano intenzionati a trasportare la rivoluzione oltre i loro confini e a fare ancora una volta degli eserciti francesi la sferza dei monarchi europei. Manin, mentre ancora era in carcere, in febbraio, aveva trascritto entusiasticamente le prime dichiarazioni dei capi della nuova repubblica francese. Lamartine aveva chiesto che, nelle loro battaglie contro gli austriaci, gli italiani consentissero « ai loro amici francesi di dividerne il pericolo e di pagare all’Italia un debito di riconoscenza ».
Queste speranze nel ruolo internazionalistico della Francia si rivelarono ben presto infondate. Dapprima Lamartine, e in seguito Cavaignac e Bastide, si dimostrarono del tutto restii (a meno che non ci fosse dietro di loro una forte spinta) a incorrere nella stizza dei britannici e a rischiare una guerra europea marciando in aiuto dell’Italia, della Polonia o dell’Ungheria. È vero che nel movimento repubblicano francese, alla sinistra di Lamartine, c’era sì un’ala interventista, e che l’idea di un aiuto alla Polonia acquistò lentamente forza nei club parigini durante l’aprile e all’inizio del maggio 1848. Il 15 maggio, però, alcuni dei capi dei club commisero l’errore fondamentale di cercare di forzare la mano dell’assemblea nazionale, di sentimenti più moderati, per mezzo di una dimostrazione molto male organizzata. L’assemblea fu invasa dai dimostranti e per alcune ore fu costituito un nuovo governo. Nessuno aveva però un’idea chiara sul da farsi e la sera stessa i dimostranti erano già stati dispersi e i loro capi arrestati.
Un mese dopo, con le giornate di giugno a Parigi, fu inferto il colpo mortale alle idee di un aiuto internazionale francese. La rivoluzione parigina aveva assunto rapidamente il volto di una guerra di classe e in giugno i lavoratori della capitale, esasperati per la chiusura degli ateliers nationaux, insorsero contro il governo. Cavaignac soffocò l’insurrezione con estrema ferocia e da questo momento in avanti la questione dell’ordine sociale divenne prioritaria su ogni altra. Se questi eventi non segnarono, come vedremo, la fine della questione dell’aiuto francese, ogni possibilità di una cooperazione repubblicana internazionale nel primo e più favorevole periodo della rivoluzione europea era andata ormai irrimediabilmente perduta.
Quanto all’Austria, l’Impero non era così vicino a disintegrarsi come poteva sembrare. A Vienna non c’era stata una vera rivoluzione, e benché il 17 maggio Ferdinando avesse abbandonato la capitale, i ministri continuavano a controllare la situazione. Gli eserciti austriaci conservavano gran parte della loro efficienza. Radetzky, a Milano, aveva ricevuto un colpo molto duro, ma il fatto che Verona non avesse issato la bandiera dell’insurrezione gli aveva concesso il rifugio di cui aveva bisogno.

Dall’interno del Quadrilatero aveva la possibilità di attendere rinforzi e sognare la vendetta.
Similmente, Windischgrtz poté muovere con un forte esercito su Praga, dove schiacciò la rivoluzione ceca con relativa facilità. Gran parte dell’Impero restava fedele alla corona. Ciò valeva non solo per il Tirolo, la cui lealtà era assoluta, ma anche per i croati, sotto Jelaéié, e anche per molti di quegli studenti viennesi che avevano provocato la caduta di Metternich in marzo ma che non volevano vedere l’Impero smembrarsi in aprile. L’Ungheria di Kossuth, che potenzialmente era una minaccia non meno grande del Lombardo-Veneto, era in questo momento ancora riluttante a rompere completamente con Vienna. Ci fu così una tragica mancanza di connessione fra le rivoluzioni italiana e ungherese, poiché gli ungheresi rimasero passivi quando la lotta per l’indipendenza italiana era al suo culmine, e gli italiani avevano quasi perduto la loro lotta quando il temibile generale ungherese G5rgey cominciava a turbare i sonni degli austriaci.
Se passiamo dalle due aree europee che interessavano più da vicino Venezia a un esame della situazione italiana, vediamo immediatamente quanto grande sia stato il ruolo negativo svolto dai monarchi italiani nei mesi critici compresi fra il marzo e luglio 1848,
Ferciando II di Napoli fu costretto dapprima a permettere al suo esercito di partire verso nord per raggiunge i1 teatro di guerra in Lombardia, ma era chiaramente solo un tentativo di prender tempo prima passare alla controffensiva. Il 13 maggio il parlamento delle Due Sicilie, recentemente eletto, si riunì per la prima volta a Napoli.
Fra i deputati e il re scoppiò immediatamente un battibecco sugli esatti poteri del parlamento. Per la città corse voce che il re stesse progettando un colpo di Stato e nelle vie principali furono erette barricate. Gli insorti erano solo un migliaio ma fornirono a Ferdinando il pretesto di fare ciò che aveva atteso. Il 15 maggio (lo stesso giorno in cui a Parigi falliva la dimostrazione popolare a favore della Polonia), Ferdinando schiacciò con grande crudeltà l’insurrezione e divenne così il primo monarca in Europa a far invertire il flusso della rivoluzione. Immediatamente ordinò il ritorno delle sue truppe dal nord.. Solo il generale Pepe e alcune centinaia di soldati osarono disobbedire e si misero in marcia verso Venezia.
Anche Pio IX si ritirò molto presto dalla prima guerra d’indipendenza.
Profondamente preoccupato di poter distruggere l’unità del suo regno spirituale se avesse continuato a sostenere la causa italiana, il 29 aprile Pio IX tenne la sua famosa
allocuzione. In essa dichiarò che il Papato non poteva sostenere nessuna delle due parti in una guerra fra cristiani. Con un colpo solo privò gli italiani della loro guida spirituale e infranse le loro illusioni sulla possibilità di una guerra religiosa nazionale. Il fatto che egli non osasse richiamare il piccolo esercito pontificio, che avrebbe svolto una parte gloriosa, anche se inefficace, nella difesa del Veneto, fu solo un modesto compenso a tale delusione.

Più complesso è il caso del re di Savoia Carlo Alberto.
Egli fu l’unico monarca italiano a rischiare il suo trono in una guerra contro l’Austria e l’unico a impegnarvi a fondo il suo esercito. Egli e i suoi fautori avevano ragione quando, più tardi, si lagnavano che il Piemonte era stato abbandonato dagli altri Stati italiani e lasciato solo a fronteggiare la collera di Radetzky.
Carlo Alberto ebbe nondimeno grande responsabilità nell’insuccesso italiano.
Egli entrò in guerra con forte riluttanza, più per impedire la diffusione dei sentimenti repubblicani nell’Italia settentrionale che per ragioni di nazionalismo italiano.
Egli aveva tanto poco considerato una campagna contro l’Austria (contrariamente a quanto voleva far credere la tradizionale storiografia sul Risorgimento) che il suo alto comando non disponeva neppure di carte topografiche della Lombardia.
Una volta dichiarata la guerra, il suo esercito si mosse con lentezza esasperante, sprecando le opportunità che pure esistettero durante le settimane di importanza vitale in cui furono gli italiani ad avere l’iniziativa.
L’indecisione, il timore e l’impreparazione militare di Carlo Alberto e del suo stato maggiore generale ebbero la conseguenza di vanificare dapprima, alla fine di marzo, la possibilità di una vittoria schiacciante sulle forze esaurite di Radetzky e di rendere poi inevitabile una inconclusiva e logorante guerra di posizione sul Mincio per l’intero mese di aprile.
Di pari gravità (anche se non certo sorprendenti) furono l’atteggiamento e le intenzioni di Carlo Alberto nei confronti di quelle forze popolari e radicali del Lombardo Veneto che per prime avevano fatto a rivoluzione Il paradosso della prima guerra d’indipendenza, come ha sottolineato Piero Pieri, fu quello di « una guerra rivoluzionaria diretta da chi temeva rivoluzione e rivoluzionari ».
Anziché fare dell’esercito piemontese il fulcro delle forze volontarie e dell’intera nazione, Carlo Alberto e i suoi sostenitori insistettero sulla tesi che i volontari erano politicamente pericolosi e militarmente inutili.
Peggio ancora, le promesse del re piemontese di un aiuto puramente fraterno al Lombardo-Veneto mascheravano le tradizionali ambizioni espansionistiche di casa Savoia. Nei mesi di aprile maggio e giugno del 1848 i piemontesi si adoperarono senza sosta a creare una pressione politica per indurre il Lombardo-Veneto a entrare a far parte di un nuovo regno dell’Italia settentrionale sotto Carlo Alberto.
Le ambizioni dinastiche avevano soppiantato i repubblicani e i democratici italiani additarono sempre in Carlo Alberto il primo responsabile della rotta del 1848.
Manin, per esempio, scrisse verso la fine della sua vita: « Credevo e credo ancora che la propaganda a favore dell’annessione delle province lombardo-venete al Piemonte sia stata la causa principale del fallimento della guerra d’indipendenza ».
Ma in tale giudizio c’era anche un errore di valu tazione sulla parte avuta in tale insuccesso dai rivoluzionari stessi, i quali ne erano responsabili non meno di Carlo Alberto.
Sotto questo punto di vista, ciò che accadde a Milano durante le Cinque giornate ebbe un’importanza critica, in quanto la capitale lombarda era la città italiana più prospera ed economicamente più avanzata, e negli anni anteriori alla rivoluzione era stata il centro della propaganda nazionalistica. Durante la rivoluzione, la grande maggioranza della nobiltà liberale milanese, che era stata in passato la portavoce della causa italiana, si chiuse in casa rifiutandosi di unirsi agli insorti. Di conseguenza furono Carlo Cattaneo e i giovani radicali e democratici del consiglio di guerra a trovarsi sulle spalle la responsabilità di guidare la rivoluzione. Ma Cattaneo, nonostante le continue pressioni da parte del democratico Cernuschi e di
altri, si rifiutò, a differenza di Manin, di proclamare la repubblica e di assumere il potere. Cattaneo pensava di essere più un pubblicista e un accademico che non un politico, che i milanesi non potessero fare a meno della nobiltà liberale e che un’allenza fra i democratici e le classi inferiori non fosse un’alternativa vitale al governo monarchico. In tal modo egli stava sottraendosi alla logica dell’insurrezione, poiché proprio una tale alleanza era alla base del successo dei moti milanesi.
Così i democratici milanesi, durante le giornate di marzo, finirono col lasciarsi sfuggire di mano il potere politico. Il podestà albertista della città, Gabrio Casati, riprese lentamente animo, proclamò il suo proprio governo provvisorio ed emarginò gradualmente il Cattaneo e gli altri da ogni posizione di responsabilità. Cattaneo, più autocritico di Manin, capì in seguito dove aveva sbagliato. « Nella maggior parte delle rivoluzioni », scrisse, « la moltitudine non seconda l’audacia de’ capi; in questa fu il contrario: il popolo era una spada d’acciaio colla punta di legno ».
In assenza di un efficace sostegno da parte di Milano, a cui Venezia aveva sempre guardato per averne una guida, la proclamazione della repubblica a Venezia da parte di Manin finì col sembrare un atto di sfida isolato in un Italia prevalentemente monarchica.
Si dissolsero così tutte le speranze di sostituire il Regno del lombardo-veneto in una repubblica unita lombardo-veneta.

Ma anche in una tale situazione di isolamento, la nuova repubblica veneziana avrebbe potuto non soccombere tanto facilmente o alle pretese politiche dei piemontesi o alla riconquista militare da parte degli austriaci.
A lungo termine, data la situazione internazionale e italiana che abbiamo delineato sopra, la Repubblica di Venezia non avrebbe potuto senza dubbio sopravvivere da sola.
Ma se Manin fosse riuscito a sviluppare una strategia militare coerente per la difesa del Veneto, la sua repubblica avrebbe potuto non essere tanto effimera.
Non mancavano elementi propizi a un tentativo di creare un’efficace forza militare veneziana. All’epoca della rivoluzione, l’arsenale di Venezia conteneva circa 30.000 fucili oltre a un gran numero di cannoni. Una conseguenza della coscrizione austriaca era che, nel 1848, secondo le stime più prudenti, nel Veneto c’erano più di 60.000 uomini che avevano fatto otto anni di servizio militare nell’esercito austriaco. C’era scarsità di ufficiali, poiché moltissimi esponenti della borghesia avevano evitato, pagando, di compiere il servizio militare, ma gli uomini c’erano. Nei primi giorni della rivoluzione, l’entusiasmo popolare per la repubblica era alle stelle. La fede in una guerra santa contro gli austriaci era molto diffusa, e Manin aveva abolito la tassa personale e diminuito la tassa sul sale in uno sforzo di accattivarsi i contadini. La creazione di un esercito popolare era, come sempre, irta di difficoltà e avrebbe richiesto una vigorosa azione governativa, ma non era un compito così disperato come hanno tentato di dimostrare la maggior parte degli storici.
I repubblicani veneziani presero invece, per salvare il Veneto, le misure più fiacche e ricercarono la salvezza altrove, confidando negli eserciti dinastici piemontese e pontificio.
Qual è la ragione di questo stato di cose? Prescindendo dall’incompetenza dei consiglieri militari di Manin, ci sono ragioni più profonde per spiegare il grave insuccesso dei veneziani. Il loro repubblicanesimo era di natura fondamentalmente moderata, diversamente da quello dei giacobini francesi che più di cinquant’anni prima avevano organizzato con tanta efficacia un esercito popolare. I veneziani non concepivano nemmeno la possibilità di seguire il modello giacobino e di fare importanti concessioni sociali ai contadini per assicurarsene il sostegno. Molti fra i membri della Camera di commercio veneziana che ora fornivano un cospicuo aiuto finanziario alla repubblica erano facoltosi proprietari terrieri. Era quindi molto improbabile che dessero il loro appoggio a una strategia militare che poteva mettere in pericolo la stabilità sociale delle campagne. Un appello all’aiuto dei monarchici sembrava loro una risorsa molto meno rischiosa.
Inoltre i capi della Repubblica di Venezia facevano parte della borghesia urbana e ignoravano quasi completamente le condizioni vigenti nelle campagne.
Manin, per considerare l’esempio più ovvio, aveva lasciato Venezia solo per andare a studiare all’Università di Padova, e per fare i suoi primi anni di avvocato a Mestre. In tutta la sua copiosa corrispondenza di questo periodo non si trova alcun riferimento concreto ai problemi delle campagne. Come tanti altri fra i capi repubblicani del 1848, egli fu perciò incapace di concepire un’alleanza con i contadini (la grande maggioranza della popolazione) come intrinsecamente necessaria al sopravvivere della rivoluzione.
Quando a queste ragioni si aggiunge l’ignoranza quasi totale dei problemi militari da parte dei nuovi capi veneziani, è meno difficile capire perché essi si volgessero tanto presto all’aiuto dinastico come all’unica salvezza possibile. Ma per poter sopravvivere politicamente, la repubblica veneziana doveva dimostrare di essere in grado di difendersi dalla riconquista austriaca.
Una volta che fu chiaro che i ministri veneziani fidavano quasi esclusivamente sulla disponibilità di Carlo Alberto e dell’esercito pontificio a combattere per loro, i giorni della repubblica furono contati.
Dal marzo al luglio 1848 la Repubblica veneziana si smembrò rapidamente. Sul piano militare, il generale austriaco Nugent riorganizzò in gran fretta, a Trieste, le truppe che erano state espulse dal Veneto, con l’intenzione di marciare verso ovest per portare aiuto il più presto possibile a Radetzky. La sua missione aveva un’importanza vitale in quanto Radetzky, in assenza di rinforzi, non avrebbe potuto opporsi a Carlo Alberto e c’era la concreta possibilità che i politici di Vienna, sol lecitati da Palmerston, finissero col concludere una pace separata senza tener conto del parere contrario del feldmaresciallo austriaco.
Alla metà di aprile Nugent era già in marcia. Nel frattempo il governo veneziano non aveva fatto niente, ma più attivo era stato il comitato locale per la difesa del Friuli, che aveva cercato di raccogliere il maggior numero possibile di uomini a guardia del confine. Al suo appello risposero circa 6.000 contadini, una testimonianza eloquente delle possibilità esistenti in questo primo mese della rivoluzione. Molti membri del clero, come gli arcipreti di Motta e di Spilimbergo, guidarono le milizie dei loro paesi ai luoghi di raccolta. Non c’era però un piano difensivo generale, né fucili inviati da Venezia o truppe regolari da Torino. Alcune migliaia di contadini armati di forconi non erano sufficienti per fermare Nugent.
Il 19 aprile questi ne scompaginò i ranghi e tre giorni dopo aveva preso Udine.
Il comitato di difesa veneziano rispose a questo disastro appellandosi a Carlo Alberto per un aiuto immediato. Non fu compiuto alcun tentativo per imporre la coscrizione, per gettare le basi di un esercito veneziano, o anche per coordinare le molte migliaia di guardie civiche rurali, alcune delle quali avevano organizzato guardie mobili » pronte a lasciare i loro villaggi. Il comitato guardava invece ai 17.000 uomini dell’esercito pontificio, a cui Carlo Alberto aveva ordinato di entrare nel Veneto.
Purtroppo il comandante di tale esercito, il generale Giovanni Durando, commise il grave errore di dividere le sue forze, prendendo con sé tutte le truppe regolari nella sua marcia verso Belluno e lasciando Ferrari, con tutti i volontari, più a sud. Il 9 maggio Nugent mise nel sacco Durando, attaccando i volontari di Ferrari a Cornuda, ma riuscendo a dargli l’impressione che il grosso delle sue truppe fosse ancora attestato più a nord.
I volontari romani resistettero valorosamente per tutta la giornata, ma quando Durando, ingannato da Nugent, lasciò loro mancare i soccorsi, essi si ritirarono verso Treviso, convinti di essere stati traditi dal loro comandante in capo.
La battaglia di Cornuda fu decisiva per la campagna degli austriaci nel Veneto, poiché aveva aperto a Nugent la via per Verona. Il contributo di Venezia alla difesa del Veneto era stato minimo. Dopo Cornuda rimaneva solo la possibilità di difendere città singole.
Fra queste Vicenza fu senza dubbio quella che offrì resistenza più strenua, lottando contro gli austriaci in almeno tre distinte occasioni. La prima volta Manin e Tommaseo arrivarono in treno con un migliaio i uomini, e fu questa l’unica volta che il capo veneziano lasciò Venezia durante i diciotto mesi della rivoluzione. Nella seconda occasione i difensori della città riuscirono a respingere una forza austriaca di circa 18.000 uomini e 42 cannoni. Infine, il 10 giugno, lo stesso Radetzky, con 30.000 uomini e non meno di 124 cannoni, costrinse la città alla resa dopo un intera giornata di aspri combattimenti. Così, alla fine di giugno l’intero Veneto era stato riconquistato con l’eccezione delle due fortezze isolate di Palmanova e di Osoppo, e la Repubblica di Venezia era stata ridotta alle città di Venezia e di Chioggia e alla isole della laguna.
Alla fine di marzo, Manin accettò l’appello del governo provvisorio milanese per una tregua politica sino alla fine della guerra, sperando in tal modo di mantenere la concordia fra le forze italiane e di assicurare l’aiuto di Carlo Alberto per Venezia.

Nei fatti la politica adottata non assolse nessuna delle due funzioni.
Quando i rappresentanti veneziani raggiunsero il campo piemontese, alla metà di aprile non rimase loro alcun dubbio circa il vero significato dell’ offerta i Carlo Alberto dell’aiuto che « il fratello deve al fratello, l’amico all’amico ».
Cittadella scrisse a Venezia: « il Ministro della guerra [Franzini] ci ha esaltato i sentimenti generosi del Re e dei suoi figli, ma ci ha fatto intendere a chiare note che il Piemonte non può essere guidato da un puro spirito cavalleresco e che aspetta un compenso a tanti suoi sacrifici ».
Il « compenso » avrebbe dovuto consistere nell’annessione della Lombardia e di Venezia al Piemonte in un nuovo Regno dell’Alta Italia.
Per molte settimane Manin resistette a ogni pressione tendente a sacrificare in questo modo la repubblica. Egli nutriva una profonda diffidenza nei confronti di Carlo Alberto e temeva che i piemontesi potessero preparare una replica del trattato napoleonico di Campoformio, in virtù della quale Venezia potesse essere venduta all’Austria come prezzo per l’annessione della Lombardia da parte del Piemonte.
Venezia, secondo Manin, doveva restare in mani veneziane poiché, una volta che la città fosse passata ai piemontesi, questi avrebbero potuto disporre della sua sorte a loro piacimento.
Col passare delle settimane Manin venne però a trovarsi sempre più isolato in Italia e a Venezia. Il governo provvisorio lombardo, violando quella tregua politica che esso stesso aveva proclamato, decise il 12 maggio di tenere un plebiscito per decidere se entrare o no a far parte di un regno dell’alta Italia.

fine I parte
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Re: 1848 en Ouropa, ara tałega, ara veneta

Messaggioda Berto » sab ott 14, 2017 7:56 am

II parte

La consultazione dette un esito schiacciante a favore della fusione.
Allora le province venete decisero di seguire l’esempio della Lombardia. Le classi dominanti delle città provinciali avevano una diffidenza tradizionale nei confronti del dominio veneziano, una diffidenza che parve ancor più giustificata quando Manin concesse loro nel nuovo governo solo uno status consultivo. Esse furono anche molto allarmate dall’ondata di disordini sociali (tumulti di artigiani ecc.) che sconvolsero le loro città sulla scia della proclamazione della repubblica. Per colmare la misura, il governo veneziano non aveva fatto nulla per salvare le loro terre dalla riconquista austriaca. Carlo Alberto sembrava quindi una risorsa molto più sicura sotto quasi ogni punto di vista, e le popolazioni delle province seguirono debitamente l’esempio dei vicini lombardi. Il voto rimase però in gran parte un esercizio accademico perché il Veneto fu riconquistato prima che la fusione potesse diventare operativa.
Anche a Venezia Manin si trovò in minoranza. Con l’eccezione di Tommaseo, che fu sempre scettico sulle capacità militari di Carlo Alberto, i ministri veneziani si erano convinti, all’inizio di giugno, che solo il Piemonte avrebbe potuto salvare la città.
Manin fu costretto a piegarsi ai loro desideri e a convocare le elezioni per un’assemblea che avrebbe dovuto decidere la sorte di Venezia. La grande maggioranza della borghesia vedeva di buon occhio la fusione col Piemonte, ma le classi inferiori rimasero decisamente favorevoli alla repubblica.
Questa fedeltà non era dovuta solo al grande ascendente alla grande popolarità di Manin, ma anche a un certo numero di astute misure economiche prese dal governo repubblicano.
Piccoli oggetti impegnati al Monte di Pietà erano stati restituiti gratis ai loro proprietari, i salari erano stati aumentati, il posto di lavoro era stato garantito in aziende come la fabbrica di tabacco a Santa Croce e, fatto più importante fra tutti, i prezzi del pane erano bloccati.
Nei giorni che precedettero la prima riunione dell’assemblea divenne chiaro che, se i repubblicani avessero mantenuto la loro posizione, c’era un serio rischio che nella città scoppiasse la guerra civile. Manin si era però rassegnato infine alla fusione. I piemontesi avevano promesso l’invio immediato di 2.000 soldati regolari e un considerevole aiuto finanziario. Con gli austriaci sulle rive della laguna, queste erano condizioni che Manin pensava di non poter rifiutare. Il 4 luglio, in assemblea, Manin chiese ai repubblicani di sacrificare i loro princìpi nel nome dell’unità:
«All’inimico sulle nostre porte, che aspettasse la nostra discordia, diamo oggi una solenne smentita. Dimentichiamo oggi tutti i partiti; mostriamo che oggi dimentichiamo di essere o realisti o repubblicani, ma che oggi siamo tutti italiani ».
Con 127 voti a favore e 6 contrari, Venezia approvò la risoluzione di entrare a far parte del Regno dell’Alta Italia.
Col voto a favore della fusione si concluse il primo periodo della Rivoluzione veneziana, quello più ricco di speranze. Esso era stato caratterizzato da numerosi errori da parte dei repubblicani, errori che erano stati pagati tutti molto cari. Il secondo periodo, che va dall’agosto 1848 all’agosto 1849, vide_la prolungata ed eroica resistenza della città di Venezia, ma in un clima nazionale e internazionale che lasciava ben poche possibilità di successo finale.
Venezia era appena entrata nel Regno dell’Alta Italia quando l’esercito piemontese fu sconfitto.
La non facile combinazione in cui si trovava Carlo Alberto, di vittoria politica e stallo militare, non poteva prolungarsi per sempre e il 23 luglio scoppiò la tempesta.
Radetzky sfondò le linee piemontesi a Custoza e, nel corso della settimana seguente, inseguì vigorosamente i piemontesi per l’intera Lombardia.
Carlo Alberto cercò per breve tempo di difendere Milano, temendo che i milanesi, abbandonati a se stessi, proclamassero immediatamente la repubblica e chiamassero in loro aiuto i francesi. Poi cambiò idea e il 7 agosto si affrettò a fir l’armistizio di Salasco, con cui il Piemonte prometteva i abbandonare la Lombardia e il Veneto, Milano e Venezia, agli austriaci.
Era troppo tardi perché i milanesi potessero organizzare la resistenza, e un terzo degli abitanti scelsero di andare in esilio piuttosto che accogliere nuovamente Radetzky nella loro città.
La notizia dell’armistizio di Salasco arrivò a Venezia l’il agosto.
I commissari piemontesi erano giunti quattro giorni prima per prendere in mano le redini del governo, ma sotto tutti i punti di vista la solenne cerimonia della fusione assomigliò a una processione funebre.
Nella città la tensione era cresciuta oltre il livello dei mesi precedenti perché le classi popolari non volevano Carlo Alberto ed erano irritate per il fatto che i soldati piemontesi, anzichè essere inviati a presidiare i forti della_laguna, venivano comandati a mantenere l’ordine pubblico a Venezia.
La situazione non era certo facile per il governo dall’arrivo di varie migliaia di volontari da ogni parte d’Italia, la maggior parte dei quali avevano preso parte alla campagna nel Veneto.
Molti di loro erano reubblicani e democratici e ritenevano che il concetto mazziniano della « guerra i popolo », in aperto contrasto con la catastrofica guerra dinastica di Carlo Alberto, fosse l’unico modo per salvare l’Italia.
Il più capace di loro era senza dubbio il lombardo Giuseppe Sirtori
che durante gli ultimi mesi della rivoluzione divenne secondo in importanza a solo
Manin.
Nel 1848 Sirtori aveva trentacinque anni, era alto, barbuto, e aveva una voce profonda e forte. La sua impavidità assoluta sotto il fuoco gli era valsa la grande fama di cui godeva. Politicamente era, a quest’epoca, molto vicino a Mazzini e credeva nella creazione di una repubblica cristiana democratica in un’Italia unita.
La sera dell’11 agosto 1848 una folla enorme si raccolse in Piazza San Marco.
I commissari piemontesi Colli, Cibrario e l’ avvocato Castelli non avevano alcuna intenzione di cedere Venezia agli austriaci, ma erano decisi a non dimettersi prima dell’arrivo di un dispaccio ufficiale. Non ebbero però alcuna possibilità di temporegigiare poiché, al crescere dell’irritazione della folla, Sirtori, Mordini e altri presero d’assalto la scalinata dell’ex palazzo del governatore e irruppero nella sala in cui i commissari erano riuniti. La loro intenzione era quasi certamente quella di costituire un governo democratico che avrebbe dovuto lavorare in concerto col comitato nazionale d’insùrrezione di Mazzini a Lugano.
In quel momento arrivò però anche Daniele Manin.
Il tipo di repubblicanesimo di Sirtori era troppo radicale per lui, ed egli temeva che potesse portare la guerra civile a Venezia.
Nonostante gli insuccessi dei mesi precedenti, la popolarità e l’autorità di Manin in città rimanevano intatte. Dopo aver detto a Sirtori che intendeva prevenire l’anarchia, uscì sui balcone affacciato sulla Piazza e si rivolse alla folla: « Dopo domani si raccoglieranno i Deputati ed eleggeranno i nuovi rettori. Per queste quarantott’ore governo io ». A queste parole, l’intera piazza esplose in grida di entusiasmo e la folla si disperse rapidamente.
Due giorni dopo l’assemblea veneziana tornò a riunirsi e Manin accettò di dividere il potere coi colonnello G.B. Cavedaiis (per l’esercito) e con l’ammiraglio Leone Graziani (per la marina).
Con disappunto dei mazziniani, Manin si rifiutò di tornare a proclamare la repubblica, ma annunciò all’assemblea una decisione della massima importanza: che nella notte dell’il agosto, subito dopo avere assunto il potere, aveva inviato a Parigi Tommaseo per richiedere un intervento francese immediato allo scopo di salvare Venezia.
Tornava così a emergere in primo piano, sulla scena veneziana, la questione della cooperazione internazionale. Manin, come abbiamo visto, aveva sempre creduto nell’opportunita di chiedere aiuto ai francesi, ma ne era stato impedito dall’universale accettazione, in Italia, dal grido di battaaglia lanciato da Carlo Alberto: “l’Italia farà da sé”!
Dopo l’armistizio di Salasco venne a cadere ogni ragione in contrario. Se i francesi fossero venuti a Venezia, sarebbero stati accolti a braccia aperte.
Cavaignac e Bastide non avevano certamente alcuna intenzione di intraprendere una guerra. L’economia francese si trovava in uno stato terribile, un gran numero di truppe regolari erano vincolate a Parigi e a Lione, e Cavaignac temeva che una guerra esterna potesse riattivare quel processo rivoluzionario che egli si era sforzato con tanta determinazione di arrestare in giugno. Ma i capi francesi avevano promesso ripetutamente che se gli italiani avessero chiesto aiuto (cosa che non avevano mai fatto nei mesi anteriori) e se Radetzky avesse cominciato a vincere la guerra, i francesi non avrebbero esitato a intervenire. Nel luglio del 1848 nell’assemblea francese restava un forte gruppo di manovra filoitaliano, diretto dai repubblicani radicali di Ledru Rollin e confortato dall’appoggio del ministro della GuerraLamoricière. Come Cavaignac disse all’ambasciatore inglese Normanby il 1° agosto 1848: « Se, in conseguenza di un’oppressione attuale o imminente, venisse un appello popolare di aiuto da parte del popolo italiano. . ., nessun governo costituito qui potrebbe resistere a lungo alla richiesta di un intervento armato in Italia ».
Una tale richiesta arrivò in effetti lo stesso giorno. La portava il marchese milanese Anselmo Guerrieri Gonzaga, che invocò un aiuto armato immediato per prevenire la caduta della sua città. Per una settimana la Francia rimase sospesa sull’orlo della guerra. L’opinione pubblica internazionale espresse molte apprensioni sulle intenzioni francesi. Come « The Times » scrisse in un eloquente articolo di fondo del 4 agosto: « Da febbraio c’è nell’aria l’idea che la Francia sarà assorbita prima o poi nella cancrena italiana . . . Sessantamila galli dovrebbero purificare un suolo classico dall’invasione dei barbari. Il cavaliere errante dovrebbe liberare la pulzella e far ritorno in patria . . . [Ma] qui c’è la rivoluzione a ogni passo di tale esercito, dalla sua rivista d’apertura in Campo di Marte al Te Deum della vittoria nella cattedrale dei Dogi »
A questo punto l’intervento francese fu scongiurato solo da una combinazione della diplomazia piemontese e inglese. I piemontesi, timorosi per la sorte della dinastia Savoia se le truppe repubblicane francesi avessero occupato l’Italia settentrionale, sottolineando il fatto che che Milano si era data al Piemonte e che perciò l’appello di Guerrieri Gonzaga non aveva alcuna legittimità. I britannici si spinsero oltre, proponendo una mediazione diplomatica anglo-francese sulla questione italiana. Essi intendevano impedire a tutti i costi una guerra europea ed esercitare pressioni sull’Austria perché rinunciasse alla Lombardia.
La proposta britannica parve ai capi francesi un’alternativa decorosa a una guerra che non volevano e si affrettarono perciò ad accettarla.
La crisi non era però ancora passata. La mediazione anglo-francese avrebbe potuto funzionare solo se gli austriaci l’avessero accettata. Ma alla metà di agosto i ministri viennesi, rafforzati dalle vittorie di Radetzky e dal sostegno tedesco e russo, si sentivano abbastanza forti da resistere a ogni pressione tendente a portarli alla tavola della conferenza.
Ad accrescere l’imbarazzo della Francia, era nel frattempo arrivato a Parigi Tommaseo.
Ospitato nel ricco Hòtel Bristol, dove cercava di risparmiare mangiando a mezzogiorno solo pane e mele e nascondendo i torsoli perché non fossero visti dalla servitù, Tommaseo pubblicò immediatamente un appassionato Appel à la France.
È improbabile che Cavaignac o Bastide fossero molto commossi alla lettura dell’appello, ma la richiesta di aiuto da parte dei veneziani fornì nuovi elementi a favore del gruppo di pressione interventista a Parigi.
Prima di tutto Venezia, a differenza di Milano, non era stata riconquistata dagli austriaci ed indipendente dal Piemonte. La legittimità dei suoi inviati non avrebbe potuto perciò essere messa in dubbio, come era accaduto per Guerrieri Gonzaga.
In secondo luogo i repubblicani francesi non avrebbero favorito le ambizioni dinastiche di Carlo Alberto né la loro condotta sarebbe stata soggetta ad alcuna clausola posta da Torino.
Alla fine di agosto, i francesi decisero di preparare una spedizione militare a Venezia. A Marsiglia più di tremila uomini furono messi in preallarme e a Tolone le fregate della flotta del Mediterraneo imbarcarono provviste per tre mesi. Il 29 agosto Bastide scrisse a Beaumont a Londra: « Venezia dev’essere occupata senza indugio . . La repubblica si avvicina al momento decisivo, il momento in cui può trovarsi a dover fare appello alla forza delle sue idee ». E’ chiaro che il piano francese prevedeva fra l’altro la minaccia di occupare Venezia per intimorire gli austriaci e indurli ad accettare la mediazione. Sarebbe però sbagliato supporre che la minaccia di una spedizione fosse soltanto un bluff. La maggior parte degli osservatori contemporanei, compreso un uomo di Stato esperto come Palmerston, erano convinti che i francesi intendessero veramente fare quel che dicevano.
Il momento culminante si ebbe nel corso di una riunione segreta del consiglio dei ministri francese, tenutasi probabilmente il 3 o 4 settembre 1848. Bastide si pronunciò a favore dell’occupazione di Venezia, e come lui fece Lamoricière. Cavaignac espresse parere contrario, la questione fu messa ai voti e la tesi di Cavaignac si impose con la maggioranza di un solo voto. La sua opposizione era dovuta probabilmente al timore di alienarsi i britannici. Cavaignac non era Napoleone: egli non era disposto a correre il rischio di una Francia isolata in una guerra europea.
L’idea di una spedizione francese a Venezia, che avrebbe certamente trasformato la situazione veneziana e, forse, quella europea, fu in tal modo sconfitta col margine più ristretto. Gli austriaci avevano sempre guardato con apprensione ai preparativi francesi, tanto che all’inizio di settembre il ministro degli esteri austriaco,
Wessenberg, mutò improvvisamente atteggiamento e informò Parigi che accettava il principio della mediazione, anche se non le condizioni proposte (l’indipendenza della Lombardia ecc.). Questa mossa ebbe l’effetto di salvare almeno in parte la faccia alla Francia, ma non sortì alcun effetto positivo a favore di Venezia. I negoziati in vista di un congresso si trascinarono per mesi, finché l’intera idea di una mediazione fu del tutto abbandonata nel febbraio 1849.
Meno di due mesi dopo che i francesi avevano deciso di non salpare per Venezia, i generali ungheresi, timorosi di compiere un ultimo passo nell’illegalità, esitarono a varcare il confine austriaco per accorrere in aiuto alla nuova ondata rivoluzionaria che era salita a Vienna. La loro esitazione fece sfumare irrimediabilmente la possibilità di prendere fra due fuochi l’esercito di Windischgrtz. Queste due defezioni — dei francesi e degli ungheresi — provarono in modo conclusivo che la lotta contro la controrivoluzione sarebbe stata intrapresa solo su base nazionale o addirittura municipale.
Quando le nebbie dell’autunno avvolsero la laguna, e Manin continuò ad attendere una spedizione francese che non arrivava mai, l’isolamento, fisico e militare, di Venezia si intensificò sempre più. Non c’era però il pericolo di una capitolazione immediata. Il maresciallo Welden aveva nel Veneto 21.000 uomini, un terzo dei quali erano pero su l’elenco dei malati. Venezia disponeva inoltre di eccezionali difese naturali: la laguna, con le sue maree, i banchi di sabbia e il complicato sistema di canali rappresentava un rischio potenzialmente fatale per imbarcazioni nemiche che tentassero di raggiungere la città, come molti fra gli avversari di Venezia avevano scoperto in passato. La città era circondata inoltre da una buona rete di forti insulari, un’eredità dei periodi repubblicano e napoleonico. Pepe e Cavedalis inoltre, avevano finalmente realizzato ciò che non era riuscito a nessuno nel primo periodo della rivoluzione: avevano costituito, attingendo alle guardie civiche veneziane e ai volontari italiani, un esercito disciplinato di circa 19.000 uomini. Non altrettanto positiva era purtroppo la situazione della marina militare.
Sotto l’indolente Graziani ben poco era stato fatto per creare una flotta veneziana indipendente, o per restituire l’Arsenale alla sua gloria passata.
Manin dominò il nuovo triumvirato come aveva dominato in precedenza il consiglio dei ministri repubblicano. Nel corso dell’estate si era però spostato nettamente verso destra. Le giornate di giugno a Parigi gli erano parse una nuova forma di barbarie, qualcosa che avrebbe potuto accadere in qualsiasi importante città europea se i capi della rivoluzione non avessero posto l’ordine interno al primo posto nel loro elenco delle priorità Nel 1849 Cicogna commentava astutamente: « Manin . . . sebbene sappia di avere il sopravvento su’ ricchi, sui poveri, e su tutti in generale i Veneziani, non ostante teme del popoio stesso quando è attrupato ».
Questi atteggiamenti condussero Manin a una prudenza politica che è in marcato contrasto col comportamento da lui tenuto fra il 17 e il 22 marzo. Era risoluto a far sì che il nuovo governo veneziano fosse caratterizzato da una « politica d’aspettazione » e che fosse provvisorio in ogni senso.
In novembre, quando sentì dire che Garibaldi, che sarebbe stato un superbo comandante della flotta veneziana, voleva venire a Venezia, Manin scrisse a Tommaseo: « Garibaldi... non è atto alla difesa di questi forti …; anzi temiamo [che i suoi uomini] possano turbare la quiete interna la cui conservazione non è l’ultima delle nostre fatiche ».
I Mazziniani a Venezia continuarono a preoccupare Manin anche dopo l’ 11 agosto.
Essi avevano fondato il Circolo italiano, a cui nei mesi di agosto e di settembre cominciavano ad affluire in numero crescente volontari italiani. Da Lugano, Mazzini concepì l’idea di trasformare Venezia in un centro di azione radicale, stabilendovi un governo pan-italiano, e proclamando la repubblica per la Lombardia e per il Veneto. Egli inviò a Venezia Pietro Maestri per tentare di convincere Manin dell’opportunità di questa linea d’azione. Manin, come si può immaginare, non ne fu affatto entusiasta, ma il Circolo italiano adottò il programma di Mazzini e assunse un atteggiamento sempre più critico nei confronti della politica di Manin. L’evento decisivo ebbe luogo il 1° ottobre. Mordini, in discorso al Circolo italiano, accusò il governo di essere circondato da una « camera nera » e Dall’Ongaro pubblicò un articolo in cui ammoniva Manin che « Forse non è lontano il giorno che il Popolo imprudente, temerario, indisciplinato tenterà un altro colpo de’ suoi ». Manin rispose espellendo Mordini, Revere e Dall’Ongaro da Venezia, e proibendo a tutti i soldati di frequentare i circoli politici. Ci furono energiche proteste, ma Manin aveva il sostegno del generale Pepe e di altri comandanti dell’esercito.
I piani di Mazzmi per Venezia naufragarono così sullo scoglio dell’intransigenza di Manin, e Mazzini dovette appuntare le sue attenzioni altrove in Italia.
In generale, Manin continuò a sostenere gli ideali della libertà di riunione e di opinione, ma ogni volta che sentì in pericolo la sicurezza o l’ordine sociale della città non esitò ad agire in modo repressivo. Così si rifiutò di chiudere il giornale satirico « Sior Antonio Rioba » quando riversava disprezzo sul Patriarca, ma fece imprigionare Marc’Antonio Canini ed espulse da Venezia Padre Gavazzi dopo che i due avevano fondato un « Circolo del Popolo » fra i lavoratori di Cannaregio.
Manin vigilò molto attentamente anche sulle condizioni e sulle attività dei ceti lavoratori della città. Fu lui a insistere che la municipalità formulasse un programma idoneo di opere pubbliche per ridurre il numero crescente li disoccupati. Il prezzo del pane continuò a rimanere bloccato e solo nell’aprile del 1849 si consentì un modesto aumento di due centesimi per libbra. Ma al tempo stesso il comitato di pubblica vigilanza di Venezia ricevette l’ordine di arrestare i fomentatori di disordini e di prevenire ogni scompiglio sociale.
La preoccupazione di Manin di salvare l’ordine sociale derivava in parte dal bisogno di tranquillizzare i ricchi mercanti e uomini d’affari, che erano la principale fonte di finanziamento della rivoluzione.
Venezia aveva bisogno, per sopravvivere, di tre milioni di lire al mese e non poteva trovare tale somma se non emettendo grandi quantità di cartamoneta. La « moneta patriottica », come fu chiamata, era garantita da continui prestiti, forzosi o volontari, imposti alle famiglie più ricche della città. Ma neppure questa risorsa era sufficiente, e il governo doveva chiedere alla municipalità di concedere l’emissione di altra cartamoneta, che venne chiamata « moneta comunale ». Benché il valore di entrambi i tipi di moneta declinasse irrimediabilmente (gli altri governi italiani si rifiutarono di accettarla come valuta legale), la loro emissione può essere considerata un successo considerevole, senza il quale la città avrebbe dovuto capitolare per sole ragioni finanziarie.
Una riforma fondamentale rimase inalterata nel corso dell’intera rivoluzione: l’introduzione del suffragio universale maschile. Nel gennaio 1849 furono tenute nuove elezioni per l’assemblea veneziana. L’interesse per le elezioni fu più intenso che nel giugno dell’anno prima e più di 29.000 elettori si recarono alle urne, su un totale di 42.000 aventi diritto. Le nuove norme per l’assemblea erano estremamente democratiche: le elezioni dovevano tenersi ogni sei mesi (persino i cartisti, in Inghilterra, avevano chiesto solo parlamenti rinnovabili annualmente) e l’assemblea era divisa in tre sezioni, designate a sorte, le quali discutevano i problemi al loro interno prima di sottoporli alla discussione finale e al voto da parte dell’assemblea riunita. Nell’assemblea c’erano quattro comitati permanenti (esercito e marina, finanze e commercio, affari interni, questioni legali); nessuno poteva appartenere a più di due di questi comitati, i quali venivano rinnovati mediante elezioni ogni due mesi.
La nuova assemblea si riunì per la prima volta il 15 febbraio 1849. In marzo Giuseppe Sirtori, alla testa di un numero di deputati sorprendente, tentò di spingere il governo verso sinistra. Il suo intento non era quello di rovesciare Manin — cosa che sarebbe stata impossibile —, ma di costringerlo ad adottare una posizione più positiva nei confronti dei governi sempre più radicali della Toscana e di Roma (dove il 9 febbraio 1849 era stata proclamata la repubblica). Sirtori riuscì dapprima a far inserire dall’assemblea, come preambolo a ciascuna delle sue deliberazioni, il motto mazziniano « Dio e Popolo ». Poi, il 3 marzo, dopo che il triumvirato, ultimata la composizione dell’assemblea, ebbe annunciato le sue dimissioni, la sinistra propose immediatamente che esso venisse sostituito da una commissione di governo composta da nove membri.
Nei due giorni successivi si sparse per la città la voce che Sirtori stesse cercando di costringere Manin a lasciare il potere per poter cedere Venezia agli austriaci. Il 5 marzo 1849, mentre i deputati si stavano radunando a Palazzo Ducale, una folla enorme si raccolse nella Piazzetta San Marco e tentò di invadere l’assemblea. Essa fu fermata solo dall’intervento di Manin che, spada in pugno, disse che per interrompere i lavori dell’assemblea si sarebbe dovuto passare sul suo cadavere. I deputati respinsero allora, con 61 voti contro 48, la proposta della sinistra, e il triumvirato fu confermato in carica.
Sirtori commentò con un collega: “ Allora bisognerebbe dire che a Venezia c’è un uomo e non un popolo!”
Prima che a Venezia la lotta per il potere potesse riprendere, arrivò in città la notizia più drammatica: Carlo Alberto aveva dichiarato nuovamente guerra all’Austria.
Per due settimane Venezia fu presa dalla febbre della guerra: sui tavoli dei caffè della Piazza furono distese carte della Lombardia, e il generale Pepe partì per Chioggia per guidare una sortita contro gli austriaci nel Veneto meridionale. Prima di potersi spingere molto avanti, gli giunse però la notizia che il disperato azzardo di Carlo Alberto si era concluso in modo disastroso: i piemontesi erano stati sconfitti dalle superiori capacità di manovra di Radezky che li aveva schiacciati a Novara.
Nella riunione porte chiuse del 2 aprile 1849, l’assemblea Veneziana decise all’unanimità di continure la resistenza ad ogni costo.
A Manin furono concessi poteri illimitati, una enorme bandiera rossa fu issata sul pennone centrale di Piazza San Marco e la città si preparò a fronteggiare l’assalto finale dell’esercito austriaco, in grado ormai di concentrare qui tutte le sue forze.
Contro ogni previsione, Venezia continuò a resistere per i successivi cinque mesi, durante quella che G.M. Trevelyan ha definito « guerra senza tregua di mezza estate sopra la laguna scintillante ». Pur soffrendo per ogni sorta di privazioni e avversità — per fame, il bombardamento e il colera —, i veneziani non levarono mai la voce per chiedere la resa.
A quest’ epoca solo la Republica romana continuava a resistere, oltre a Venezia.
Mazzini desiderava consolidare i legami fra le due città assediate, ma Manin non voleva sentirne parlare. Egli considerava i repubblicani romani alla stregua di estre mist e temeva che qualsiasi forma di associazione con loro potesse impedire un in tervent diplomatico francese o inglese a favore di Venezia. Era però un atteggia ment assurdo, dal momento che, all’inizio del mese di maggio, tanto la Francia quanto l’Inghilterra avevano dichiarato esplicitamente che non avrebbero fatto nulla per Venezia e avevano consigliato entrambe a Manin di arrendersi immediata mente
La Repubblica romana cadde circa due mesi dopo, senza essere mai stata riconosciuta da Venezia.
Il 4 maggio l’ artiglieria austriaca aprì il fuoco su forte Marghera, situato in prossimità del punto in cui la ferrovia lasciava la terraferma per varcare sul ponte la laguna. primo giorno dell’attacco settemila pe di cannone furono sul forte.
Haynau e altri dignitari austriaci erano in osservazione su una torre nella vicina Mestre, ed erano convinti che gli italiani avrebbero capitolato la sera stessa.
Erano però in errore.
Sotto l’intrepido comando del giovane napoletano Girolamo Ulloa, coadiuvato da Sirtori e da Enrico Cosenz, Marghera fu difesa valorosamente per tre settimane, finché nel forte rimase solo qualche cannone in grado di far fuoco e finché un difensore su sei era stato ferito.
Dopo avere abbandonato Marghera, i veneziani distrussero cinque arcate del ponte ferroviario, in modo che non potesse essere usato dagli austriaci nel loro avvicinamento alla città. La batteria di cannoni « Sant’Antonio », installata all’estremità del tratto interrotto del ponte, fu poi difesa per tutta l’estate contro ogni tentativo austriaco di distruggerla.
Mentre la lotta continuava e il blocco degli austriaci alla città cominciava a farsi sentire pesantemente, la fiducia nei membri militari del triumvirato, Cavedalis e Graziani, diminuì considerevolmente. Gli ufficiali più giovani, che spesso erano repubblicani e provenivano da altre parti d’Italia, ritenevano che la difesa di Venezia potesse essere condotta in modo più efficace. Quest’opinione, portata in assemblea, ebbe come risultato l’unica vittoria dei mazziniani nell’intero periodo della rivoluzione.
Il 16 giugno fu creata una nuova commissione militare, dotata di pieni poteri. Essa era costituita da Ulloa, Sirtori e Baldisserotto (per la marina), con Pepe come presidente onorario.
La commissione agì con grande energia, reclutando nuovi soldati, riformando la guardia civica ed esautorando gli ufficiali che volevano rinunciare alla lotta considerandola già perduta.
Ma questo nuovo spirito di inflessibile resistenza, così in accordo col carattere di Sirtori, aveva permeato troppo tardi i gradi superiori delle forze armate veneziane per poter dare un altro corso alla rivoluzione.
Se fosse stato presente nella primavera del 1848, la storia della rivoluzione avrebbe potuto essere diversa.
Nell’estate del 1849 restava per Venezia una sola possibilità di salvezza: la vittoria degli ungheresi.
Kossuth e Georgey avevano messo assieme una forza militare imponente di 152.000 uomini con 450 cannoni.
Nonostante le molte disavventure dell’inverno 1848-49, l’esercito ungherese era sopravvissuto intatto e nel maggio e giugno 1849 aveva conseguito una serie di vittorie spettacolari, riconquistando Budapest e costringendo le truppe austriache guidate da Welden a tornare precipitosamente verso Vienna.
Il 20 maggio 1849 l’Ungheria e Venezia firmarono un trattato di alleanza. Gli ungheresi promisero un consistente aiuto finanziario e una spedizione attraverso i Balcani sino all’Adriatico. Ma tutto fu vano. Bratich, l’inviato di Kossuth a Venezia, non riuscì mai a tornare in Ungheria per informare Kossuth della stipulazione dell’alleanza; gli ungheresi non cominciarono mai la lunga marcia verso Trieste, ma furono invece sopraffatti dalle truppe russe e austriache. Erano state le potenze reazionarie a coalizzarsi, non i rivoluzionari.
Nell’estate del 1849 la situazione a Venezia si deteriorò rapidamente. Non fu più possibile mantenere bloccati i prezzi del pane, e quando le scorte di frumento cominciarono a toccare il fondo, le autorità disposero che alla farina di grano venisse mescolata in quantità crescenti farina di segale.
Ne risultò un tipo di pane estremamente sgradevole e Tommaseo, di ritorno da Parigi, chiese nell’assemblea che un medico ne controllasse la produzione, in modo da garantire che « il pane quotidiano non diventi una bomba quotidiana nello stomaco delle genti.
A11a fine quanto il salario settimanale di un operaio e il burro diventò inaccessibile anche ai ricchi. Alla metà di luglio il governo introdusse il razionamento del pane, in un tentativo di assicurare una certa equità nella distribuzione delle scarse risorse restanti.
Gli austriaci, frustrati dagli esigui progressi fatti segnare dalla loro offensiva, decisero di rischiare una pesante disapprovazione da parte dell’Europa e di bombardare Venezia fino a costringerla a cedere. Dando ai cannoni la massima elevazione riuscirono a colpire i quartieri occidentali della città e le palle di cannone più leggere caddero a poca distanza da Piazza San Marco. Il bombardamento ebbe inizio nella notte del 29-30 luglio e dapprima nel quartiere popolare di Cannaregio ci furono scene di panico.
Ma i veneziani si resero conto ben presto che le palle di cannone facevano relativamente poco danno perché, a differenza dei proiettili moderni, non esplodevano, ma la loro azione distruttiva consisteva nell’effetto combinato del peso e della velocità. I quartieri occidentali della città furono evacuati e fu accresciuto il numero dei pompieri, fra i quali lo stesso Manin.
Una minaccia molto più grave venne alla città dal diffondersi di un’epidemia di colera nelle ultime settimane dell’assedio. Il 23 agosto erano morte già 2.788 persone, più dell’1, 5 per cento della e possibilità di contagio erano molto accresciute alle condizioni di sovraffollamento dei quartieri orientali della città, dalla mancanza di cibi appropriati e dal gran caldo. Non erano state prese misure sufficienti per l’inumazione dei morti e alla metà di agosto a Castello i cadaveri venivano lasciati marcire all’aperto in Campo di San Pietro.
In queste condizioni, Venezia non poteva continuare a resistere. Il 18 agosto arrivò la notizia della definitiva sconfitta degli ungheresi. A Venezia le tensioni sociali erano andate inasprendosi costantemente e i poveri accusavano i ricchi di accumulare provviste. Nonostante tutto, però, i lavoratori non volevano sentir parlare di resa.
Quando il 3 agosto il patriarca e alcuni membri della nobiltà firmarono una petizione a favore della capitolazione, una grande folla saccheggiò il Palazzo
Querini Stampalia, dove aveva in quel momento sede il patriarca.
Anche Sirtori era favorevole a continuare la lotta sino alla fine, ma Manin si era ora convinto che la situazione era disperata e che si imponesse l’esigenza di salvare la città e i suoi abitanti dalla distruzione totale. In quella che sarebbe stata l’ultima assemblea della rivoluzione, Manin chiese i pieni poteri per la trattativa con gli austriaci. Sirtori si oppose, ma Manin ebbe la meglio, con 56 voti contro 37.
Alcuni veneziani speravano ancora che la marina riuscisse a rompere il blocco e a permettere l’arrivo in città di nuove provviste. La marina era rimasta però in uno stato di terribile inefficienza e dopo due uscite patetiche fece ritorno nel porto il 18 agosto.
Il giorno seguente Manin mandò perciò i suoi emissari al campo austriaco.
Furono ben presto concordate le condizioni di resa e gli austriaci furono nel complesso abbastanza clementi con i loro avversari.
Tutti gli ufficiali che erano sudditi dell’imperatore e che avevano combattuto contro di lui, tutti gli altri soldati italiani e quaranta cittadini veneziani che avevano avuto una parte di rilievo nella rivoluzione dovevano lasciare Venezia. Il 24 agosto 1849 il governo di Manin cessò di esistere e alcuni giorni dopo Manin e gli altri capi veneziani si imbarcarono sulla via dell’esilio.
Nella primavera del 1848 i repubblicani e i democratici italiani ebbero probabilmente la loro migliore possibilità di assicurarsi la direzione del Risorgimento italiano e di dargli un corso molto diverso da quello adottato in seguito da Cavour e Vittorio Emanuele II.
Le insurrezioni di Palermo, Milano e Venezia, fondate tutte sull’alleanza fra la borghesia radicale e i poveri urbani, sconvolsero l’equilibrio del potere e la stabilità politica dell’Italia in un modo che non aveva precedenti da quando Napoleone era marciato per la prima volta nella penisola.
Queste insurrezioni italiane traevano la loro forza da una situazione internazionale di estrema fluidità, e contribuirono a loro volta a rafforzarla. La guerra civile svizzera del 1847, la rivoluzione di febbraio a Parigi, le agitazioni cartiste in Gran Bretagna, la straordinaria ondata di rivoluzioni e dimostrazioni in una città dopo l’altra nel marzo 1848, tutto si combinò per produrre un quadro di un’Europa che aveva voltato le spalle al passato.
La trasformazione era però più superficiale di quanto non apparisse all’inizio e i rivoluzionari, come abbiamo visto, si dimostrarono incapaci di sfruttare al meglio le opportunità del momento.
Purtroppo tali opportunità non si sarebbe ripresentate.
L’Europa di Lamartine, di Kossuth e di Mazzini sarebbe stata rapidamente sostituita da quella di Napoleone III, di Bismarck e di Cavour.
In Italia non sarebbero certamente mancate nuove misure repressive da parte degli austriaci, cattivi raccolti o tentativi insurrezionali. Ma l’eccezionale alleanza di forze di classe che aveva avuto luogo all’inizio del 1848 non si sarebbe ripetuta.
I repubblicani italiani, confinati nel mondo crepuscolare di una politica vissuta dall’esilio, furono incapaci di mantenere alcuna sorta di unità, e uno a uno furono attratti irresistibilmente verso la rivitalizzata monarchia piemontese.
Manin non fece eccezione. Dal suo esilio a Parigi chiarì che avrebbe sacrificato il suo repubblicanesimo e che avrebbe sostenuto Vittorio Emanuele II, se il monarca piemontese avesse unificato l’Italia.
In una conversazione con Nassau senior, il 24 aprile 1857, alcuni mesi prima della sua morte, Manin si spinse addirittura a dire: « Accetterei per re Murat, il papa, Napoleone Bonaparte, il diavolo stesso, se potessi in tal modo scacciare dall’Italia gli stranieri e unire l’Italia sotto un solo scettro. Dateci l’unità e sapremo procurarci tutto il resto ».
Ma nel suo desiderio disperato di unità, Manin si ingannava pensando che per l’Italia sarebbe stato facile « procurarsi tutto il resto ».
Anche se ci limitiamo a considerare il campo della democrazia politica, un ideale che stava molto a cuore a Manin, sarebbero passati decenni prima che le esperienze democratiche maturate a Venezia e a Roma nel 1849 potessero ripetersi in Italia. In effetti, solo poco tempo prima della prima guerra mondiale tutti gli adulti veneziani di sesso maschile conseguirono quei diritti politici di cui i loro padri e i loro nonni avevano goduto nelle votazioni per eleggere le assemble di Manin. Ma anche allora il godimento di tali diritti sarebbe stato soffocato dopo soli pochi anni dall’avvento del fascismo, per essere ristabilito solo con la creazione della Repubblica ItalianaLe libertà politiche che erano parse quasi qualcosa di ovvio a Venezia nel 1849 sono state in effetti più l’eccezione che la regola durante gli ultimi 130 anni della storia d’Italia.
È un dato che fa pensare.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: 1848 en Ouropa, ara tałega, ara veneta

Messaggioda Berto » mar lug 03, 2018 7:18 am

Quel federalismo inseguito dal 1848...
Carlo Lottieri
(Questo articolo è stato pubblicato su “L’Ordine”, inserto culturale a cadenza settimanale de “La Provincia di Como”, in data 1 luglio 2018.)

http://www.swissinvenice.org/autodeterm ... o-dal-1848

Il Quarantotto è stato tante cose assieme. È in quell’anno di metà Ottocento, infatti, che Karl Marx e Friedrich Engels pubblicano il “Manifesto del partito comunista” e che a Parigi un’insurrezione popolare rovescia la monarchia orleanista e favorisce l’avvio dei primi esperimenti socialisti, destinati a rapido naufragio. È in quella medesima fase storica che da più parti per la prima volta ci si riferisce alla libertà in modo nuovo: l’accento sull’autonomia degli individui viene meno, mentre s’impongono concezioni variamente irredentiste e nazionaliste. La retorica politica muta in profondità, poiché il liberalismo orientato a proteggere i diritti dei singoli lascia il posto al mito dell’indipendenza nazionale e alla glorificazione delle collettività storiche.

Tra Milano e la Svizzera, però, nel 1848 si ebbe anche un “momento” federalista. In effetti, uno tra i maggiori attori delle Cinque Giornate di Milano, Carlo Cattaneo, auspicava un Risorgimento in grado di far nascere una federazione di realtà regionali affrancate da ogni dominio esterno, libere di darsi proprie regole e amministrarsi da sé. L’ostilità verso il Piemonte dei Savoia non traeva origine solo dai convincimenti repubblicani, ma anche dalla consapevolezza che un’unificazione di stampo francese, fortemente centralizzata, avrebbe mortificato ogni libertà e diversità.

Se il federalismo di Cattaneo resterà un progetto irrealizzato, in Svizzera la crisi del Sonderbund (un conflitto che nel 1847 aveva opposto i cantoni cattolici e conservatori a quelli protestanti e liberali) troverà una sua ricomposizione proprio con quella costituzione federale che le comunità elvetiche elaborarono in parte poggiando sulla loro storia, davvero peculiare, e in parte traendo ispirazione dalle istituzioni americane.

Non è un caso se il milanese Cattaneo, deluso dagli sviluppi politici nella penisola, passerà gli ultimi anni proprio in Canton Ticino: in quella Svizzera di lingua italiana e cultura lombarda nelle cui istituzioni democratiche, repubblicane e federali troverà l’incarnazione più compiuta di quello che avrebbe voluto realizzare anche nel suo Paese.

Come Mazzini prevalse su Cattaneo

Sebbene entrambi non abbiano potuto realizzare fino in fondo i loro progetti, Carlo Cattaneo e Giuseppe Mazzini sono stati due tra i principali protagonisti intellettuali dell’Italia risorgimentale. Benché accomunati dalla volontà di fare un’Italia repubblicana, essi avevano però visioni e prospettive per tanti versi opposte.

Dominato da una sorta di religione politica, Mazzini guardava all’unificazione come a un progetto ben più che istituzionale: ai suoi occhi, costruire la nazione era un’operazione spirituale che giustificava qualsiasi sacrificio. Costretto a vivere a Londra poiché esiliato, il rivoluzionario genovese organizzò molti tentativi insurrezionali: tutti destinati all’insuccesso. La lunga lista di rivolte mazziniane represse nel sangue comportò così il sacrificio di tanti giovani e questo attirò su di lui molte critiche. Quelle perdite, tuttavia, avevano per Mazzini un valore assai limitato dinanzi all’obiettivo ultimo: alla costruzione di un’Italia misticamente unita da una medesima legislazione, un unico esercito, una sola bandiera.

All’inizio degli anni Sessanta del diciannovesimo secolo, l’Italia realizzata da Cavour, Garibaldi e Vittorio Emanuele II sarà monarchica e sabauda. Apparentemente quella del repubblicano Mazzini resterà dunque una predicazione senza esito, ma le cose non stanno così. Tra molti garibaldini e anche tra vari giovani destinati – in seguito – a occupare posizioni di rilievo nell’Italia di secondo Ottocento, la predicazione del rivoluzionario genovese aveva esercitato un’influenza assai significativa. Sebbene sia nata in forma di regno e non come repubblica, nel 1861 l’Italia sorse a partire da tesi e visioni romantiche molto segnate dal mazzinianesimo e da esso dipendenti. Tantissimi protagonisti della storia che ha condotto all’unificazione, insomma, furono mazziniani e appoggiarono le iniziative di Casa Savoia soltanto per realismo.

Il vero sconfitto dei dibattiti del diciannovesimo secolo non sarà allora Mazzini, che non a caso entrerà a pieno diritto nel Pantheon della nuova Italia: come ancora attesta la toponomastica di tante città. Il vero sconfitto sarà l’illuminista Cattaneo, fautore di una concezione della politica assai più modesta e “laica”, mai propenso a mitizzare il potere e invece volto ad assicurare un ordine istituzionale in grado di garantire il massimo di libertà per tutti.

Se in Mazzini abbiamo un’esaltazione della comunità italiana che apre al nazionalismo (alla sacralizzazione della politica e della Nazione, all’affermazione di quel “senso dello Stato” che ancora oggi viene evocato di continuo), in Cattaneo prevale invece la consapevolezza che la libertà dei singoli deve essere il vero obiettivo di ogni ordine civile. L’uomo di Mazzini è una mera cellula dell’organismo nazionale, mentre l’individuo di Cattaneo ha un valore altissimo e autonomo: è persona, singolarità, soggettività.

Non a caso il federalismo cattaneano è liberale sul piano istituzionale e libero-scambista su quello economico. Egli non aveva in mente un’Europa di Stati nazionali e tanto meno un annullamento degli stessi in una comunità europea da costruire. Al contrario, riteneva che piccole realtà locali indipendenti fossero meglio in grado di garantire tutti i servizi di cui singoli e famiglie hanno bisogno, specie se questi minuscoli cantoni sanno apprendere l’arte del patto e dell’alleanza. In effetti, le comunità possono essere indipendenti e assicurare al meglio la libertà dei loro cittadini se imparano a “federarsi”.

Cattaneo apprezzava le istituzioni del mercato e del federalismo perché le une e le altre poggiano sul diritto e sulla libertà contrattuale. Ed egli guardava all’America come alla migliore realizzazione di un ordine capace di garantire il massimo dell’autonomia dei singoli grazie proprio ad accordi risultanti da preferenze e decisioni, sempre dipendenti dal consenso di quanti ne fanno parte.

Al riguardo è chiaro come il richiamo alla democrazia abbia – in Mazzini e in Cattaneo – significati molto diversi: perfino opposti. Nel genovese, il suffragio universale è la condizione necessaria al consolidamento della Nazione. Solo processi di partecipazione che coinvolgano l’intera popolazione possono rendere tutti consapevoli del loro essere parte di un’entità più alta e più nobile, che si cementa davvero solo nel fuoco delle mitraglie. E in questo senso, lo Stato democratico – un po’ come in Rousseau – non nasce a protezione dell’individuo, ma al fine di annullarlo nella comunità nazionale.

Cattaneo appartiene invece a una generazione (basti pensare, negli Stati Uniti, agli intellettuali dell’era jacksoniana) persuasa che l’estensione del suffragio avrebbe rafforzato la libertà di tutti, cancellando il potere di piccole aristocrazie abituate a gestire le istituzioni nel loro esclusivo interesse. La formula “un uomo, un voto” stava a indicare che ogni singolo va rispettato, ha diritti, merita di essere riconosciuto nella sua dignità. Se fino a quel momento lo Stato era stato soprattutto l’arbitrio di pochi a danno dei tanti, le democrazie erano pensate – certo in termini troppo ottimistici – come in grado di ampliare gli spazi di libertà.

L’Ottocento nazionale e socialista vedrà trionfare la visione mazziniana, ma oggi possiamo comprendere quanto sia ancora importante la lezione lasciataci da Cattaneo e da quanti con lui hanno provato a immaginare una società più liberale e federale di quella imposta dalla conquista regia del Nord e del Sud da parte dell’esercito piemontese.

Il compromesso della costituzione elvetica

Alcuni dei temi al cuore del conflitto politico e intellettuale che divise la società italiana a metà Ottocento si ritrovano in Svizzera, nonostante lì si debba fare i conti con tutta una serie di peculiarità. In particolare, dopo il Congresso di Vienna le comunità elvetiche avevano ricostruito il loro ordine pattizio, con un debolissimo potere centrale e, di conseguenza, esposto anche a forti pressioni da parte del vicino più potente: l’impero asburgico.

L’unità federale elvetica s’imporrà per varie ragioni. Da un lato, infatti, si riteneva importante superare le economie locali dando vita a un unico mercato interno, che eliminasse le barriere tra Vaud e Ginevra, tra Zurigo e Basilea. L’argomento in parte era fondato, anche se la storia ci insegna come la nascita di ogni Zollverein preluda alla costruzione di Stati nazionali che tendono a essere molto più protezionisti delle piccole realtà che si lasciano alle spalle.

In secondo luogo, gli orientamenti liberali e progressisti intendevano usare la forza coattiva di un nuovo potere centralizzato per difendere taluni diritti universali o, meglio, per imporre una loro lettura di tali diritti. I liberali-radicali si proponevano di operare una costante interferenza della facoltà di autogoverno dei cantoni considerati retrivi, specie in questioni come l’educazione o la relazione tra Chiesa e istituzioni civili. Dietro alle spinte culturali che portano alla costituzione federale c’è insomma una visione che vuole affrancare le aree più rurali e conservatrici, ma per fare questo punta su un potere di tipo nuovo. All’origine del mito interventista della costituzione c’è anche e soprattutto un duro conflitto – non dissimile a quello che si ebbe in altre aree d’Europa – tra massoni e gesuiti, tra positivisti e clericali, tra progressisti e conservatori, che almeno in parte si sovrappone a tensioni di antica data tra protestanti e cattolici.

In terzo luogo, e fu questo un tema di notevole importanza, grazie a un rafforzamento del potere comune si voleva ottenere una più ampia autonomia di fronte all’Impero asburgico. In particolare, Metternich aveva preteso l’espulsione dai cantoni svizzeri dei rifugiati italiani che erano stati coinvolti nei moti piemontesi del 1821 e aveva aspramente criticato la libertà di stampa vigente nei territori elvetici. La pressione fu tale che nel 1823 la Dieta adottò un Conclusum sulla stampa e sugli stranieri che impresse un orientamento liberticida ed ebbe il solo effetto di favorire il processo di “nazionalizzazione” degli intellettuali.

A molti risultò chiaro che senza una struttura unitaria la Svizzera sarebbe stata esposta a continue interferenze e intromissioni. La crisi del Sonderbund e la sconfitta dell’alleanza cattolico-conservatrice permetteranno ai radicali elvetici di definire i termini della loro vittoria grazie alla nuova Costituzione.

La carta fondamentale sarà in larga misura il frutto di scelte moderate: essa sarà quindi unitaria, ma anche elvetica. In altri termini, le varie realtà riusciranno a salvaguardare una parte significativa delle loro antiche libertà. L’enorme successo che, molto tempo dopo, il piccolo Paese alpino saprà conseguire sarà proprio il risultato di questa capacità di non sacrificare le logiche dell’autogoverno e della responsabilità sull’altare dell’unità.

I vincitori negheranno il diritto di secessione ai cantoni sconfitti e anche quando si tratterà di ratificare la costituzione, il voto non terrà in considerazione il fatto che in talune piccole comunità cattoliche ben il 90% dei voti sarà contrario, poiché si considereranno solo i risultati complessivi. E nonostante tutto ciò la Svizzera continuerà a preservare ampie autonomia cantonali e perfino comunali.

L’attualità del contratto politico e delle logiche associative

Molte delle idee del 1848, specie sulla sponda di Carlo Cattaneo e degli altri federalisti (perché certo erano avversi a ogni centralizzazione anche cattolici come Vincenzo Gioberti e Antonio Rosmini), preservano oggi tutta la loro attualità. E se allora a ispirare quei progetti era soprattutto la consapevolezza che non fosse possibile cancellare storie e culture con una semplice operazione d’ingegneria sociale, oggi quegli argomenti a favore del federalismo sono affiancati da molti altri.

È evidente, in effetti, che un’architettura istituzionale di tipo federale è ciò che più si coniuga con una società liberale. Sotto certi aspetti, il federalismo è il liberalismo “trascritto” a livello costituzionale, dal momento che se nel mercato prevalgono i liberi patti tra soggetti privati (che comprano, vendono, affittano ecc.), nelle federazioni si hanno accordi volontari tra comunità. Ogni realtà territoriale resta “padrona a casa sua” e muove dalla propria indipendenza per valutare se e quanto sia opportuno allearsi con altri.

Se quindi in Italia le cose fossero andate nel senso auspicato da Cattaneo, un secolo e mezzo fa avremmo costruito un’Italia basata sull’autogoverno: interconnessa, ma non unificata, probabilmente neutrale proprio perché federale (le realtà basate su accordi volontari tendono a restare al di fuori degli schieramenti internazionali, dato che lo schierarsi da una parte o dall’altra può comportare la fine dell’alleanza). A fine Ottocento le imprese del Nord non avrebbero potuto imporre politiche protezioniste (a danno dell’economia meridionale), mentre nel dopoguerra istituzioni come la Cassa del Mezzogiorno difficilmente avrebbero visto la luce. Un’Italia in stile elvetico con ogni probabilità non avrebbe nutrito sogni di colonie, sarebbe forse rimasta al di fuori dei conflitti mondiali, avrebbe evitato di nutrire paratissimi e assistenzialismi.

Nonostante ciò che si dice, va sempre ricordato che la storia si fa proprio con i “se”. Senza lo sforzo d’immaginare come sarebbero potute andare le cose se qualcosa fosse avvenuto diversamente, non si può capire la portata di questo o quel fatto. E ormai deve essere chiaro a tutti come il principale sbarramento sulla strada delle soluzioni più corrette e opportune per la penisola italiana, quelle derivanti da un assetto federale, è risultato dal convergere degli interessi di un ceto politico rapace (quello piemontese) e delle mitologie di un’epoca che marciava a grande velocità verso logiche nazionaliste.

Come è bene espresso nei testi del massimo interprete del neofederalismo contemporaneo, il comasco Gianfranco Miglio, cogliere l’attualità del ’48 federale significa però anche comprendere quanto oggi i tempi siano mutati e, di conseguenza, quanto debbano essere diverse le soluzioni da trovare. I federalisti italiani d’allora pensarono che si dovesse orientare il Risorgimento salvaguardando le libertà locali: e in questo senso poteva essere ripreso il motto americano “ex pluribus unum”. Come si fece in Svizzera quando si realizzò una moderata unità, che non cancellava cinque secoli e mezzo di patti tra libere comunità.

Nel quadro italiano attuale, invece, uno spirito autenticamente cattaneano deve saper sfidare i miti secolari delle sovranità indivisibili e della sacralità dei confini. In questo senso, è urgente capire che senza comunità libere non ci può alcuna federazione e che quindi il motto fa riformulato in tal modo: “ex uno plures”. Se a metà Ottocento vi furono visionari che, in ragione dei sentimenti patriottici e nazionalisti, ritennero necessario fondare l’Italia cancellando le diversità, ora si deve rovesciare quella logica: in nome di una restituzione di libertà e responsabilità alle diverse comunità territoriali che può soltanto favorire la rinascita civile di tutti.
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Re: 1848 en Ouropa, ara tałega, ara veneta

Messaggioda Berto » mar mag 21, 2019 12:15 pm

Nel 1848, quindi 16 anni prima del Plebiscito del 1866, accadde quanto segue:
Questo del Prebiscito Truffa è un dogma venetista che fa passare i veneti per dementi o vili a cui io non posso più ragionevolmente e sensatamente credere.

https://www.facebook.com/groups/2376236 ... 9488245128

Alberto Pento
Ai poveri storici venetisti-venezianisti che sostengono la falsità che il Plebiscito del 1866 fu una truffa (o più precisamente un'estorsione) e che l'hanno trasformato in uno dei dogmi del venetismo -venezianista ricordo:
che nel 1848 durante la ribellione contro l'Austria, Daniele Manin che sperava in una confederazione italiana, sventolava il Tricolore italiano con il Leone di San Marco incorporato;
ma questo è nulla al confronto di quanto accadde nelle province venete di Padova, di Rovigo, di Vicenza e di Treviso dove i veneti con diritto di voto e cittadini di questi comuni e province furono chiamati a votare assieme alla Lombardia per l'annessione al Regno d'Italia che si andava costruendo, e in massa votarono Sì
quindi nessuna meraviglia se 18 anni dopo nel 1866 i Veneti votarono in massa per l'annessione allo Stato Italiano.



Governo provvisorio centrale di Lombardia, 1848 aprile 8
Codex, Pavia (IT) - http://www.codexcoop.it

http://www.lombardiabeniculturali.it/is ... de/8000227

Questa, dichiarando la Lombardia – così come le province di Rovigo, Treviso, Vicenza e Padova – parte integrante dello Stato prevedeva inoltre che sarebbero rimaste in vigore le leggi e i regolamenti vigenti in Lombardia, la libertà di stampa, di associazione e la guardia nazionale; che il potere esecutivo sarebbe stato esercitato dal Re per mezzo di un ministero responsabile verso la nazione rappresentata dal Parlamento; che il governo del re non avrebbe potuto concludere trattati politici o di commercio senza essersi preventivamente concertato con una consulta straordinaria, trasformazione nominale del governo di Lombardia, e infine che si sarebbe promulgata una legge elettorale per la costituente e che questa sarebbe stata convocata entro un mese dall’accettazione della fusione. Il 28 giugno la Camera subalpina votò solo il primo articolo del progetto di legge e lo approvò con 127 voti favorevoli e 7 contrari.
Questo recitava: “L’immediata unione della Lombardia e delle province di Padova, Vicenza, Treviso e Rovigo, quale fu votata da quelle popolazioni, è accettata. La Lombardia e dette province formano con gli Stati Sardi e con gli altri già uniti un sol regno. Col mezzo del suffragio universale sarà convocata una comune Assemblea Costituente, la quale discuta e stabilisca le basi e la forma di una nuova Monarchia costituzionale colla Dinastia di Savoia, secondo l’ordine di successione stabilito dalla legge salica, in conformità dal voto emesso dai veneti e dal popolo lombardo sulla legge 12 maggio 1848 del governo provvisorio di Lombardia. La formula del voto sovra espresso contiene l’unico mandato della Costituente e determina i limiti del suo potere”.



I plebisciti e le elezioni
di Gian Luca Fruci - L'Unificazione (2011)
http://www.treccani.it/enciclopedia/i-p ... cazione%29
...
Fra 1860 e 1870 più di tre milioni di ex sudditi degli antichi Stati italiani si esprimono con meccanismi differenti, ma sempre caratterizzati dall’applicazione del suffragio universale (maschile), a favore prima dell’ingrandimento dello Stato costituzionale piemontese, poi della progressiva costruzione del Regno d’Italia sotto la dinastia dei Savoia. Decine di migliaia di essi, appartenenti ai Ducati di Modena e Reggio, di Parma e Piacenza e alle province di Padova, Vicenza, Treviso e Rovigo, hanno già votato, insieme ai lombardi, nella primavera del 1848 per la formazione (inattuata) del Regno dell’Alta Italia, mentre i cittadini delle «provincie parmensi» sono convocati separatamente anche nell’agosto 1859, prima del voto plebiscitario che coinvolge l’Emilia e le Romagne a metà marzo 1860.

Le consultazioni dell’aprile-maggio 1848 nei Ducati padani, in Lombardia e nelle province venete di terraferma, e quelle dell’agosto 1859 a Parma si svolgono tramite sottoscrizioni su pubblici registri, aperti per settimane nei municipi e nelle parrocchie, sul modello degli «appelli al popolo» sperimentati nella penisola in epoca rivoluzionaria e napoleonica (segnatamente nel febbraio 1799 per chiedere l’unione del Piemonte alla Repubblica francese; nell’estate del 1804 in occasione del voto che, anche nei dipartimenti italiani aggregati al territorio transalpino e nell’isola d’Elba, sanziona l’ereditarietà della corona imperiale ai discendenti maschi della famiglia Bonaparte; nel maggio-giugno 1805 per ratificare l’annessione della Repubblica ligure all’Impero francese e la trasformazione della Repubblica di Lucca in principato satellite (sotto l’egida di Felice Baciocchi e di sua moglie Elisa, sorella di Napoleone).
...


La rivoluzione a Venezia
DIARIO degli AVVENIMENTI MARZO 1848-AGOSTO 1849 l
Consiglio regionale del V
http://www.consiglioveneto.it/crvportal ... erweb2.pdf



Alberto Pento
Non si capisce proprio perché i veneti di allora avrebbero dovuto odiare e avversare lo stato italiano che prometteva loro molto e che ancora non avevano sperimentato e sopratutto che ancora non aveva fatto loro alcun male.
Fu solo dopo molto tempo, dopo l'annessione, dopo la miseria, l'emigrazione, dopo la prima guerra mondiale, ecc. ecc. che i veneti incominciarono a chiedersi se allora avessero fatto un affare a farsi annettere allo stato italiano;
ma nel 1866 non avevano alternative ed erano pieni di illusioni e di speranze.
È del tutto sbagliato attribuire ai veneti di allora la coscienza e l'esperienza dei veneti di oggi ed è ancora più sbagliato falsificare la storia stupidamente o scientemente per ingannare.
La menzogna stupida o ingannevole non crea buona coscienza, non convince e non aggrega.


Alberto Pento
Il Plebiscito del 1866 non è stato una truffa, questa è una balla di certo demenziale venetismo vittimista.

https://www.facebook.com/permalink.php? ... ment_reply


Mèlo Riva
Da Coe Ah, no?!? con i carabinieri che controllavano il voto dato con due schede diverse... che manco Hitler con l'Anschluss.
Basta pensare che i voti pel "no" in tutto il Veneto sono stati meno dei marinai veneti decorati solo due mesi prime con le onorificenze della marina austriaca; me l'immagino io il Vianello che con la medaglia d'oro conquistata al timone della Ferdinand Max appuntata al petto va a votare convinto per diventare italiano... ma per piacere...


Alberto Pento
I CC o i soldati vi sono anche oggi ai seggi.
I veneti se volevano il No e temevano di esporsi potevano stare a casa e boicottare il voto e nessuno avrebbe potuto far loro nulla oppure avrebbero potuto andare a votare e coraggiosamente votare No lo stesso sfidando orgogliosamente e dignitosamente lo stato italiano.
Se sono andati a votare e hanno votato Sì o sono stati dementi e vili o effettivamente e coscientemente volevano il Sì come credo proprio volessero e come si erano già espressi nel 1848 durante la rivolta repubblicana e antiaustriaca.
Questa è una balla che offende i veneti e che li fa passare per dementi o vili.
Io non credo più a queste balle irragionevoli di certo insulso venetismo intriso di vittimismo che deresponsabilizza i Veneti.

Nel 1848, quindi 16 anni prima del Plebiscito del 1866, accadde quanto segue:
https://www.facebook.com/groups/2376236 ... 9488245128


Mèlo Riva Da Coe
Ah, certo! potevano boicottare il voto, e come no! :D
Ti ricordo che stiamo parlando di anni in cui Alfonso La Marmora prendeva a cannonate i cittadini di Genova, Bava Beccaris quelli di Milano e i bersaglieri di Cialdini e del rinnegato Eleonoro Negri trucidavano uomini, stupravano donne e incendiavano case con dentro i bambini nel Meridione; e, a parte questo, che ne sappiamo di chi sia andato realmente a votare?
Perché mai poi il paragone con il Burgenland dovrebbe essere inappropriato? Se si avesse voluto una votazione imparziale, o che almeno potesse sembrare tale, bastava farla presiedere dai soldati francesi, erano già qui per il passaggio di consegne tra Austria e Italia, visto che gli austriaci con gli italiani non volevano averci nulla a che fare.
Oltracciò, questo è un manifesto per la convocazione al voto, puoi notare da solo lo stile perfettamente imparziale nella migliore tradizione della par condicio italiana.
Risultato: 647.246 favorevoli e 69 contrari (che, ripeto, nemmeno solo i marinai decorati dagli austriaci), una volta si diceva voto bulgaro, se la pantomima fosse non dico vera, ma almeno verosimile, dovremo ridenominarlo in voto veneto.
Comunque sia, tutti gli storici sono concordi nel ritenerlo un "plebiscito truffa", se tu ti senti in grado di smentirli, buon per te.


Alberto Pento
Mèlo Riva Da Coe, mi dispiace tanto ma il confronto con Genova non regge è fuori completamente perché Genova era un territorio libero e indipendente (la Repubblica Ligure https://it.wikipedia.org/wiki/Repubblica_Ligure ) che non aveva bisogno di passare sotto i Savoia per stare meglio, mentre il Veneto non era libero in quanto da 70 anni era dominio prima dei francesi e poi degli austriaci e quindi per i veneti il passaggio allo stato italiano era una speranza di stare meglio.
Il paragone con Milano e la repressione di Bava Beccaris è completamente sballato perché i moti repressi da Beccaris datano il 1898 e non c'entrano nulla con l'annessione allo Stato italiano di Milano e del resto delle città lombarde che già nel 1848 si espressero votando per l'annessione e mai vi fu rivolta contro l'annessione e lo Stato italiano di allora.
La questione del conquista/annessione del meridione è altro ancora anch'essa non paragonabile al caso Veneto, come non è paragonabile la conquista e l'annessione dello Stato della Chiesa e di Roma nel 1870 dove gli eserciti combatterono contro i sovrani storici e legittimi di quelle terre.
Nel Veneto gli italiani non combatterono contro i veneti ma contro i dominatori austriaci del Veneto dai quali i veneti volevano liberarsi come già avevano tentato di fare nel 1848 senza però riusirci.

Io come veneto indipendentista (non venezianista) non ho bisogno di inventarmi Plebisciti truffa o estorsivi (e miti venezianisti) per giustificare il mio diritto all'indipendenza che si basa sul fatto che nel complesso l'esperienza italiana dei veneti è stata tanto deludente e disastrosa e che si pensa che fuori dallo Stato italiano come Stato indipendente si possa stare meglio. Questa è una motivazione più che sufficente ma in una repubblica democratica deve trovare riscontro nella volontà della maggioranza più che assoluta dei veneti che finora è mancata quasi completamente.
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Re: 1848 en Ouropa, ara tałega, ara veneta

Messaggioda Berto » dom ago 25, 2019 8:59 am

Anche a Venezia nel 1848 votarono per l'adesione al Piemonte savoiardo.


CAPITOLO VENTIDUESIMO

http://www.storiologia.it/gariba/gar22.htm

Venezia sola si reggeva. Il più devoto difensore di Carlo Alberto non potrà mai discolparlo del freddo e deliberato abbandono di quella generosa parte d'Italia. Il 3 luglio per non separarsi dalle sue province e dalla Lombardia, Venezia aveva votata l'immediata fusione col Piemonte con i voti dell'Assemblea.
"Obbedendo alla suprema necessità che l'Italia intera sia liberata dallo straniero, ed all'intento principale di continuare la guerra dell' indipendenza con la maggiore efficacia possibile, come Veneziani, in nome e per l'interesse della Provincia di Venezia, e come Italiani, per l'interesse di tutta la nazione, votiamo l'immediata fusione della città e provincia di Venezia negli Stati Sardi con la Lombardia, e alle condizioni stesse della Lombardia, con la quale in ogni caso intendiamo di restare perfettamente incorporati, seguendone i destini politici, unitamente alle altre province Venete." Cosi deliberava il governo provvisorio di Venezia.

Tommaseo aveva parlato con fervore e dignità contro la fusione, dimostrandola ne utile, nè onorevole. Manin subì invece il fatto, ma eletto membro del nuovo ministero, rifiutò qualsiasi carica dicendo:
"Ho dichiarato di essere repubblicano; ho fatto un sacrificio; ma non ho rinnegato un principio. Io non potrei essere ministro di un re, se non per la opposizione. Ora abbiamo bisogno di combattere uniti il nemico comune. A guerra finita, quando si potrà ripigliare da fratelli la questione politica, ci rivedremo".

E l'annessione di Venezia fu accettata e stabilita dalla Camera a Torino con 135 voti contro 134. Questa - si deve notare - era una finzione, perché fu messa in esecuzione dieci giorni dopo che il re di proprio pugno aveva offerto di abbandonare tutta la Venezia all'Austria, accettando la linea dell'Adige per frontiera del nuovo regno.
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Re: 1848 en Ouropa, ara tałega, ara veneta

Messaggioda Berto » dom ago 25, 2019 8:59 am

Repubblica Veneta Serenissima, specificità e durata, realtà e mito; la mia Patria, no!
viewtopic.php?f=183&t=2879
https://www.facebook.com/groups/2376236 ... 8312942245
La mia Patria è il Veneto e non la Serenissima.


Verifica storica comune e pubblica della tesi sostenuta da taluni venetisti che il Plebiscito del 1866 per l'annessione delle terre venete allo Stato italiano fu una truffa.
Si prega di portare documenti e testimonianze certificate.
https://www.facebook.com/groups/2376236 ... 9314425478
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Re: 1848 en Ouropa, ara tałega, ara veneta

Messaggioda Berto » dom ago 25, 2019 7:54 pm

La forza del 1848 in Veneto
Daniele Mont D’Arpizio

https://ilbolive.unipd.it/it/forza-1848-veneto

170 anni fa l’anno delle rivoluzioni, il temibile 1848, iniziava a spiegare la sua potenza. E proprio in Veneto: a Padova l’8 febbraio con la sollevazione contro la guarnigione austriaca, il 23 marzo a Venezia con la proclamazione della Repubblica Veneta di Daniele Manin.

Eventi storici che soprattutto oggi vale la pena ripercorrere: per questo cade particolarmente utile la ripubblicazione di alcuni saggi di Angelo Ventura, riuniti da Donzelli nel volume Risorgimento veneziano. Daniele Manin e la rivoluzione del 1848 (2017). Un tema che per lo storico padovano, laureatosi nel 1954 discutendo con Roberto Cessi una tesi dedicata proprio al problema costituzionale veneziano nel 1848-49, fu un vero e proprio banco di prova e segnò l’inizio della carriera accademica.

Si tratta di studi che, pur a diversi decenni dalla prima pubblicazione, non solo restituiscono la freschezza e l’entusiasmo di un percorso scientifico e intellettuale ancora agli inizi, ma mantengono anche in molti passaggi il sapore dell’attualità. Già nel secondo dopoguerra infatti si andava affermando una rilettura del Risorgimento come processo incompleto e al tempo stesso irrispettoso delle autonomie locali, elitario e per molti aspetti fallimentare.

Tesi che oggi come allora appaiono messe in crisi da una puntuale ricostruzione dei fatti. A Padova come a Venezia infatti i moti del ’48 nascono dal basso e non da ristrette cerchie e consorterie, che anzi non di rado tentano di contrastarli in ragione del quieto vivere. Le rivoluzioni venete sono movimenti popolari e partecipati, a differenza di quanto accade a Roma, Milano e Napoli. Se a Padova a insorgere, accomunati dallo stesso afflato, sono gli studenti e la cittadinanza, a Venezia il ruolo di protagonisti spetta agli operai dell’Arsenale, che il 21 marzo si ammutinano e in due giorni spingono Daniele Manin, appena uscito dalle prigioni austriache, a proclamare la repubblica in piazza San Marco, contro una buona parte dell’aristocrazia e dell’alta borghesia rappresentate dagli organi della municipalità.

Inizia così l’avventura della rinata repubblica, popolare e democratica, che sarà spenta solo l’anno successivo dall’assedio austriaco. Una vicenda non priva di errori e di debolezze, come quelle derivanti dalla costante tensione interna tra repubblicani e conservatori, timorosi di perdere i propri privilegi, e tra Venezia e le province della terraferma, che presto abbandoneranno la città lagunare al suo destino. Mancheranno poi i mezzi e la strategia per un’efficace difesa militare (per guidare la quale si chiamerà il generale e patriota napoletano Guglielmo Pepe), mentre con gli insorti lombardi e con la monarchia sabauda i rapporti saranno sempre difficili e ambivalenti, contribuendo all’isolamento dell’esperienza veneziana.

Una vicenda in cui spicca in tutta la sua importanza la figura di Daniele Manin, a cui sono dedicati due saggi nella seconda parte del libro. Uomo di forte tempra morale di grande cultura – a 14 anni si iscrisse all’università di Padova e a 17 era già laureato in legge, avendo nel frattempo appreso anche il latino e il greco, l’ebraico, il francese, l’inglese e il tedesco – fu forse “Il più grande e il più nobile degli statisti italiani” portati alla ribalta dal ’48 (secondo la definizione dello storico britannico George Macaulay Trevelyan). Eppure ancora oggi il suo nome viene troppo di rado associato a quelli di Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi e Mazzini come padre della patria. Proprio per questo Ventura ne valorizza la figura, rispondendo soprattutto a chi vedeva in lui – e in generale negli avvenimenti veneziani – i caratteri del municipalismo e del provincialismo nostalgico.

Perché i moti di Padova e di Venezia, sottolinea più volte lo storico padovano, furono figli di un ideale e di una visione fermamente nazionali e italiane: di chi “per patria egli non intendeva Venezia, ma tutta quanta l’Italia”, come proprio di Manin scrisse la moglie Teresa. Sia gli studenti di Padova (tra cui c’erano anche molti bresciani, bergamaschi, dalmati…) che sfidavano i soldati imperial-regi con il tricolore e vestendo “all’italiana”, sia gli arsenalotti e il popolino veneziano non vagheggiavano insomma – secondo lo studioso – un ritorno ai tempi della Serenissima, ma erano semmai ispirati dal senso di una comune patria italiana, anche se tutta ancora da costruire.

In questi come in altri studi successivi Angelo Ventura, scomparso due anni fa, dimostra accanto al rigore dello studioso anche quella passione civile che diventerà proverbiale, e che – sottolinea Adriano Viarengo nell’introduzione – gli sarà anche rimproverata dai colleghi.
Critiche a cui lo storico padovano replicava citando Ferdinand Braudel, che ammetteva il suo incondizionato amore per la Francia, e chiedendo provocatoriamente quanti studiosi italiani fossero pronto a fare una dichiarazione del genere. “Il tono generale della cultura italiana, degli intellettuali e anche degli storici… – scriverà nel 1996, in un articolo intitolato La responsabilità dello storico – è incline a una visione ipercritica e negativa del passato e del presente, al gusto della critica radicale e della ‘smitizzazione’ piuttosto che al giudizio equilibrato”. Proprio perché comuni a tutti, i valori civili per Ventura non solo non erano un ostacolo, ma erano addirittura l’antidoto alla “molteplicità di culture e di identità politico-ideologiche” che laceravano la società e il mondo culturale italiani. Una lezione su cui, a 60 anni dalla prima pubblicazione di questi saggi, vale forse la pena continuare a riflettere.
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