La storia contà da Enso Trentin

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Messaggioda Berto » mar apr 08, 2014 7:11 pm

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Re: La storia contà da Trentin

Messaggioda Berto » mar apr 08, 2014 7:23 pm

Anche Enzo Trentin che per taluni aspetti considero una buona testa pensante e uno dei migliri intelettuali veneti ha le sue debolezze e i suoi limiti ideologici e mitologici, è anche lui vittima della mitomania venezianista e arriva a fare affermazioni non veritiere per esaltare Venezia e il suo mito adotatto dai venetisti venezianisti;
eccone un esempio:


... L’aspirazione all’indipendenza di certuni per le terre venete non è solo dovuta all’inadeguatezza della situazione italiana, quanto alla sempre sottaciuta efficienza di un territorio che si è amministrato – per circa 1.100 anni – per mezzo di un proto-federalismo, e di una proto-democrazia anche quando ha governato un’oligarchia. Insomma da quanto già detto, non ci si dovrebbe sorprendere considerato che è una tendenza mondiale. Si aggiunga che molti veneti hanno l’impressione che il processo dell’unificazione europea sia un prodotto delle forze inarrestabili del mercato, in altre parole delle «macchinazioni di alcune élites che si sottraggono al controllo democratico.» ...






Il Veneto ha problemi seri. Servono persone serie
gennaio 2020

https://www.vicenzareport.it/2020/01/il ... aFWnMlecjM

Vicenza – Iniziamo con il consiglio di un legale che chiede l’anonimato: «Se hai la legge, martella con la legge. Se hai i fatti, martella con i fatti. Se non hai né legge né fatti, martella il tavolo.» In questo articolo, dunque, continueremo a martellare con i fatti. La linfa del metodo democratico dovrebbe essere démos, «popolo» e krátos, «potere», che etimologicamente significa “governo del popolo”, ovvero un sistema di governo in cui la sovranità è esercitata direttamente dal popolo, generalmente identificato come l’insieme dei cittadini che ricorrono in generale a strumenti di consultazione popolare: elezioni, votazioni su deliberazioni, referendum, recall, sorteggio etc..

Ne consegue che la democrazia rappresentativa è un ossimoro. Tant’è che il cosiddetto divieto del mandato imperativo (sancito dall’art. 67 della nostra Costituzione italiana: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.) consente la formazione di governi totalmente slegati dall’esito elettorale. Dunque, in un’ottica di coerenza e di doverosa critica, occorre tornare a porsi determinati quesiti, leciti e legittimi.

Non sorprende, di conseguenza, che esistano forze politiche che perseguano l’indipendenza al fine di realizzare un miglior ordinamento politico-istituzionale. Tant’è che ce ne sono po’ dappertutto: dalla Scozia alla Catalogna, dai Paesi Baschi alla Bretagna, dalla Cornovaglia alla California, dal Galles al sud Tirolo, dalle Fiandre al Kurdistan, dalla Nuova Caledonia a Bougainville, solo per citarne alcune, e trascurando gli indipendentisti della penisola italica. Chi desidera approfondire veda qui uno dei tanti siti dedicati all’argomento.

L’aspirazione all’indipendenza di certuni per le terre venete non è solo dovuta all’inadeguatezza della situazione italiana, quanto alla sempre sottaciuta efficienza di un territorio che si è amministrato – per circa 1.100 anni – per mezzo di un proto-federalismo, e di una proto-democrazia anche quando ha governato un’oligarchia. Insomma da quanto già detto, non ci si dovrebbe sorprendere considerato che è una tendenza mondiale. Si aggiunga che molti veneti hanno l’impressione che il processo dell’unificazione europea sia un prodotto delle forze inarrestabili del mercato, in altre parole delle «macchinazioni di alcune élites che si sottraggono al controllo democratico.»

In effetti non si può negare che gli obiettivi e i metodi dell’unificazione europea non hanno molto a che fare con la democrazia. Impedire le guerre in Europa, promuovere universalmente il libero scambio, avere voce nel concerto delle grandi nazioni, saranno tutti obiettivi lodevoli, ma nel perseguirli non c’è democrazia. Una struttura decisionale in cui una Commissione nominata ha il monopolio delle proposte e un Consiglio di ministri nazionali (spesso rappresentati da ambasciatori e altri funzionari) prende le decisioni, è assai lontana da quei principi democratici che i membri della stessa comunità predicano agli altri, tra cui i candidati all’ammissione. È difficile respingere l’amara battuta: se la stessa Unione Europea chiedesse di entrare a far parte dell’Unione Europea, dovrebbe venir respinta per la sua insufficienza democratica.

Ma intanto esiste qualcosa di simile a un Parlamento europeo. Esso iniziò la sua vita come una «Assemblea» formata da deputati dei parlamenti nazionali che si riunivano di tanto in tanto, e che non aveva più influenza, poniamo, dell’assemblea parlamentare della NATO. Nel frattempo è nato nell’Unione Europea un Parlamento a tempo pieno con deputati eletti direttamente, che godono di un certo diritto di partecipare alle decisioni nella maggior parte dei settori della legislazione europea. Ma questo è tutto. Il Parlamento non può decidere della sua sede e nemmeno delle imposte e quindi del proprio bilancio, e quanto alla Commissione (che per il resto non è un governo), esso può al massimo scioglierla en bloc, dopo di che i governi hanno il diritto di nominarla di nuovo.

Il Parlamento Europeo non merita questo nome. Le sue funzioni sono straordinariamente limitate e mutuate dai governi nazionali. E qui il governo italiano conta poco o niente: vedasi la vicenda del MES. Ma soprattutto, è difficile non dubitare della sua legittimazione democratica. Non è un caso che almeno 50 deputati non si facciano mai vedere in Parlamento, molti altri solo di rado, e neppure è un caso che in molti Stati membri le elezioni europee vedano meno del 50% di votanti, in diversi altri solo il 25%. Manca fino ad oggi un popolo in senso proprio, senza il quale la democrazia perde il suo fondamento.

Le istituzioni democratiche senza il demos non meritano questo nome, e l’Europa «non ha un popolo europeo, una lingua europea, un’opinione pubblica europea, nessun criterio per le competenze statali ritenuto vincolante da tutti». Lo sostiene Larry Siedentop (Dernocracy in Europe, London 2000 (trad. it. La democrazia in Europa, Torino 2001). E dato che non pochi ritengono che tutto ciò, pur essendo «non ancora» realizzato, forse domani lo sarà, ad esempio sulla base delle proposte dell’Assemblea «costituente» europea, aggiungiamo quest’altra osservazione di Siedentop: «Paradossalmente l’Europa, nonostante la nuova retorica dell’europeismo, non è mai stata così profondamente divisa in culture nazionali»

A conferma di questo punto appare interessante rilevare il pensiero del Veneto Serenissimo Governo. Un organismo politico – l’unico con qualche sommesso riconoscimento internazionale – creato da coloro che sono passati alla storia come i “serenissimi”. Costoro, per mezzo dell’«occupazione» del campanile di San Marco a Venezia l’8/9 maggio 1997, fecero emergere il sentimento indipendentista che moltissimi veneti coltivavano in pectore. A impressionare e generare grande sdegno fu lo sfregio fatto alla bandiera della Repubblica Marciana ad opera di un carabiniere del GIS.

Qui le dichiarazioni del Vicepresidente Valerio Serraglia: «È chiaro a tutti che l’Europa di Bruxelles è in una crisi difficilmente risolvibile; ormai tutti i popoli dell’Europa si sono risvegliati o stanno risvegliandosi; riprendendo nelle loro mani i propri destini. A fronte di queste incontestabili realtà i poteri della UE reagiscono in maniera multiforme: repressione, economia, ricatti e corruzione. Quello che ci interessa esaminare in questo contesto è l’arma più pericolosa e subdola: l’utilizzo dei presunti indipendentisti, che in realtà sono dei moderni Quisling. Ne citiamo tre, in quanto rappresentano plasticamente il campo, con varianti specifiche in ogni paese: la scozzese Nicola Sturgeon, il catalano Carles Puigdemont, e l’italiano Matteo Salvini.

Non c’è nessun dubbio che la scozzese N. Sturgeon, e il suo predecessore Alex Salmond siano stati, e sono tuttora a servizio della UE, e lo hanno dimostrato durante il referendum per l’indipendenza (2014), dove A. Salmond ha ripetutamente affermato che la Scozia sarebbe comunque rimasta nella UE, e adesso N. Sturgeon chiede un referendum, non per dare il libero arbitrio al popolo, ma per entrare nella UE. È chiaro che questi due zerbini hanno usato i sentimenti patriottici del popolo scozzese per altri fini, che nulla hanno a che vedere con l’indipendenza della Scozia. La dimostrazione è che i poteri forti del continente e i loro megafoni sono tutti a fianco di N. Sturgeon, e del suo partito, lo Scottish National Party e delle loro richieste di secedere dalla Gran Bretagna.

Per quanto riguarda la Catalogna hanno avuto un percorso per certi aspetti simile, lo zerbino catalano C. Puigdemont e il suo Partito Democratico Europeo Catalano (solo ad esaminarne il nome si può comprenderne la linea politica), questo Quisling ha indicato una linea politica organizzativa che ha portato alla sconfitta, con conseguenze gravi: repressione, carcere, morti e feriti… mentre “l’eroe” si rifugiava dai suoi amici di Bruxelles. Il terzo Quisling risponde al nome di Matteo Salvini, il quale partendo dalla volontà di autodeterminazione dei popoli del Nord, e in particolare del popolo veneto, ha trasmigrato nel potere romano, tradendo tutte le aspirazioni delle nostre genti; in particolare della conclamata volontà dei Veneti (dimostrata con la vittoria del SÌ al referendum del 2017).» Si aggiunga che la democrazia dovrebbe portare il benessere; ma dal momento che evidentemente non lo porta, si può anche votare per i vecchi partiti e per altre forze di dubbia provenienza, piuttosto che i sedicenti autonomisti sulla via dell’indipendenza che si presenteranno alle elezioni regionali venete della primavera 2020.

Infatti la differenza che passa tra questi sedicenti indipendentisti e chi le cose le fa per davvero, risiede nel voler essere rappresentante consapevole di uno Stato che, piaccia o non piaccia, ha una carente democrazia. E ancora chi, trovatosi nella posizione di esercitare il potere professionalmente, non sembra capace di distinguere tra responsabilità e vaghi interessi, e mentre genericamente predica la prima, porta avanti agende politiche fumose. Chi lo fa senza mai assumersi nel concreto l’onere di nulla è evidente nel comportamento di quei rappresentanti che sono ricorsi alla giustificazione del mancato vincolo del proprio mandato per esimersi dal rispetto di impegni liberamente sottoscritti. Uno dei principali promotori del Partito dei Veneti, giusto per non indurre a equivoci.

Si aggiunga che tra questi aspiranti a governare (la Regione oggi, e auspicabilmente l’indipendenza domani) non c’è nessun stratega politico che ha preparato una ”lista delle cose da fare” per dare credibilità all’indipendentismo veneto. Non è nota la posizione ufficiale di questo neonato partito in merito all’UE. Non è stata annunciata alcuna radicale revisione dell’apparato burocratico statale in sostituzione di quello italiano: elefantiaco, inefficiente e sprecone. Né si sa se sarà enormemente più competente per garantire il popolo, ossia per liberare la volontà popolare. Tanto meno si è a conoscenza – sempre per esemplificare – di annunci di un considerevole aumento (oggi è di 9,6 miliardi di euro) affinché il servizio sanitario disponga dei finanziamenti necessari per continuare a essere il “miglior servizio sanitario al mondo”. Un primato che anche gli inglesi rivendicano. Cose che, assieme a molte altre, dovrebbero essere le priorità chiave del governo popolare che potrebbe sorgere dall’indipendenza.

Un partito che si dichiara indipendentista dovrebbe dimostrare la capacità di ristrutturare la politica (così come la conosciamo) semplicemente fissando i termini del dibattito pubblico (magari su una sola questione) costringendo i partiti tradizionali a impegnarsi. Sono priorità che la gente chiede. Ma questi aspiranti Consiglieri regionali non hanno una chiara visione di ciò avviene nel mondo. Tutti concentrati nella costante e compulsiva ricerca del consenso elettorale s’impegnano ad assicurare questo e quello, e puntualmente non mantengono quanto promesso. Tanto sono pronti a rivendicare il mancato vincolo di mandato (vedasi Antonio Guadagnini). Né la democrazia sopporta la mala gestio, l’«acquisto» del consenso attraverso clientes di varia natura, e ancora la “concertazione” con quei soggetti politici che sono avversi all’indipendenza del Veneto, inclini al malcostume, al rilassamento, e all’incoerenza.

Se guardiamo altrove, è difficile dirlo con assoluta precisione, ma possiamo notare che tutti i cittadini del Regno Unito sapevano esattamente che votare Boris Johnson significava uscire da questa UE capitanata da Bruxelles con o senza negoziato, perché è questo che Johnson mettendoci la faccia da cinque mesi andava dicendo a tutti, e i manifesti elettorali dove il suo volto è apparso col simbolo del partito conservatore o la frase “Get Brexit done” sono stati inequivocabili.

Un omaggio particolare deve essere attribuito a Nigel Farage, eroe democratico. Non ha partecipato alle ultime votazioni, nonostante avesse da poco piazzato, nelle europee, il Brexit Party di sua invenzione come più grosso partito britannico nell’europarlamento, annunciando prima la desistenza sua e del suo partito perché Boris Johnson potesse avere la maggioranza di governo abbastanza grande da “fare il Brexit”. E cosa che alla politica italiana è quasi sconosciuta: senza aver mai avuto un briciolo di potere. Con la sua sola oratoria come arma ha costretto i due partiti principali e storici a rimodellare le loro politiche su immigrazione ed euroscetticismo, a schierarsi “pro” o “contro”. Senza di lui non ci sarebbe stato il referendum del 2016 dove la volontà popolare ha detto Brexit.

Boris Johnson, la cui proposta di uscita negoziata in ultima analisi non era molto dissimile da quella di Theresa May, e Nigel Farage, che apparentemente, non ha negoziato la sua desistenza, e non ha chiesto “qualcosa per sé”, risultano quasi incredibili dato il livello del personale politico italiano esistente. Rispetto a certi personaggi di casa nostra questi figli d’Albione sono dei giganti, e spiace dirlo: se per vedere qualcuno che incarna in modo chiaro la volontà popolare serve rifarsi ai conservatori inglesi, allora il livello di inconsistenza di certo indipendentismo veneto si commenta da sé.



Caro Trentin
non è affatto vero quello che scrivi:
1) il ducato delle lagune (poi veneziano) era solo una parte delle terre venete (che in maggioranza non sono lagunari e veneziane ma lacustrtri, fluviali, montane e campagnole) e sono costituite dalle città di Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Belluno e Rovigo che a parte Rovigo sono tutte di almeno mille anni più vecchie di Rivoalto/Venezia ; tutte terre che per 900 anni hanno avuto storie, ducati e repubbliche/città stato e comuni di versi da quello lagunare e veneziano;
2) la storia del ducato lagunare poi veneziano e di Venezia non corrisponde completamente alla storia del Veneto e dei veneti, ma vi coincide (per parziale condivisione) solo per circa 400 anni e non per 1100 anni;
3) l'efficenza veneziana (amministrativa, politica, militare, ecc.) vi è stata in parte, ma non sempre (vedasi a Vicenza il caso di Andrea Boldù) e comunque è mancata del tutto alla fine della Serenissima ed è stata la causa della sua fine (la mancata estensione della sovranità politico democratica a tutti i veneti);
4) Venezia ha dominato le terre venete per 4 secoli e non per 11 secoli e la Serenissima non è stata affatto uno stato improntato a un proto federalismo e a una proto democrazia.



Il ducato della Venezia Marittima, Rivoalto-Venezia, l'impero della Serenissima e Bisanzio
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... =49&t=2803

El stado veneto a domegnansa venesiana
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 184&t=1416

El Parlamento Arestogratego Venesian
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 138&t=1405


El Parlamento Arestogratego Venesian nol jera el Parlamento se tuti i Veneti endoe tuti i veneti łi jera raprexentà.

El Parlamento Arestogratego Venesian el jera el Senado Venesian o Senado Venedo de ła çità de Venesia o çità domenante del Stado Veneto de Mar e de Tera.

Immagine
https://www.filarveneto.eu/wp-content/u ... esiana.jpg



La Repiovega Veneta a domegnansa o segnoria venesiana no ła jera na federasion, on vero stado federal.

Immagine
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Re: La storia contà da Enso Trentin

Messaggioda Berto » mer apr 09, 2014 3:51 pm

???

Veneto indipendente, una proposta per la rivoluzione del lavoro

http://www.lindipendenza.com/veneto-ind ... del-lavoro

di ENZO TRENTIN

Noi Veneti Marciani, lungo il corso dei 1100 anni di governi sapientemente retti da tre capisaldi quali Saggezza, Giustizia e Carità, siamo sempre stati precursori e innovatori, anche nel mondo del Lavoro. Infatti, possiamo certamente affermare di essere stati i primi al mondo nel lontano 1396 a promulgare una Legge della “Quarantia” (organo legislativo della Repubblica) per la tutela del lavoro minorile, anticipando di ben quattrocento anni le prime Leggi europee (inglesi) sull’argomento.

È leggendo i principi tramandati dalla nostra Storia e Civiltà, che vorremmo proporre nel presente, un’idea rivoluzionaria nel mondo del Lavoro del III Millennio, una radicale riforma potenzialmente in grado di eliminare per sempre, i secolari contrasti tra Datori di lavoro e Lavoratori subordinati e conseguentemente tra le rispettive associazioni sindacali di categoria.

Inizia così l’ennesimo lavoro di proposta a cura di singoli e gruppi che hanno accettato o voluto mantenere l’anonimato, al fine di concentrare l’attenzione e le critiche sul lavoro, anziché sulle persone che l’hanno prodotto.

È interessante notare che a fianco di quanto prospettato nel brief qui allegato, esiste tutto un lavoro da fare riguardo i vari sindacati dei lavoratori, siano essi dipendenti che professionali. Spesso i sindacati ed i partiti (soprattutto quelli socialisti, ma in Italia anche cristiani) si sono trovati in posizioni molto vicine o coincidenti. Questo ha portato a confondere i reciproci ruoli. Si hanno così due teorie:

una che prevede la separazione tra sindacato e partito. Il primo si occupa degli interessi economici immediati dei lavoratori, l’altro degli interessi politici e della trasformazione della società a favore dei lavoratori.
un’altra, di stampo leninista, che vede il sindacato come cinghia di trasmissione tra il partito e le masse operaie. Non sono però strumenti subordinati agli interessi di partito, il sindacato ha una funzione politica nello spingere i lavoratori all’impegno con e per il partito finché questo tutela i loro interessi. Allo stesso tempo il sindacato è lo strumento per eccellenza che i lavoratori hanno a disposizione per far pressione sul partito affinché questo non si allontani dalla politica che essi, con la loro partecipazione, esprimono. Nell’ottica leninista, dunque, il partito e il sindacato devono avere funzioni differenti ma unità d’intenti.
L’esperienza fatta nel secondo dopo guerra c’induce ad allontanarci da queste visioni. A livello internazionale, la formazione della Confederazione Internazionale dei Sindacati Liberi (CISL) nel 1949, intorno allo stesso periodo come l’istituzione delle Nazioni Unite e del sistema di Bretton Woods, è una chiara indicazione di riconoscimento del movimento operaio della necessità di consolidare a fronte della globalizzazione del sistema multilaterale. Questo centro internazionale sindacale continua a svolgere un ruolo importante nel plasmare le forze della globalizzazione. Se è vero che il termine ‘globalizzazione’ è stato utilizzato costantemente dal 1980, sarebbe sbagliato considerare il fenomeno come si presentava all’inizio. Piuttosto, i sindacati devono vedere la globalizzazione come un altro stadio di sviluppo economico. Si pongono nuove sfide. I sindacati hanno bisogno di analizzare questa tendenza più recente e preparare le risposte.

L’identità del sindacato può essere rilevata in vario modo. Il modo più diretto è quello derivato dalla scelta del modello organizzativo, ma non perché esso risponda a un criterio più elementare: al contrario, nell’esperienza del sindacato, il modo di organizzarsi appare determinato da una serie complessa di fattori che si basano su scelte ideologiche, di dottrina, di struttura economica e giuridica. In esso, in altre parole, si riflette la realtà vivente del sindacato.

La scelta di questo punto di vista fornisce un’ampia gamma di alternative: il sindacato di mestiere; il sindacato industriale; il sindacato professionale o, secondo una terminologia più rispondente, occupational; il sindacato generale; il sindacato aziendale. Si tratta di termini a volte ripresi dall’inglese e non sempre riconducibili con esattezza all’uso italiano. Il sindacalismo ad ogni buon conto dovrebbe riprendere alcune caratteristiche delle Trade Union originali, laddove erano queste ultime ad elargire un sussidio a coloro, che iscritti, esercitavano il diritto di sciopero.

ALLEGATO

Rivoluzione Marciana del Lavoro

http://www.lindipendenza.com/wp-content ... Lavoro.pdf
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Re: La storia contà da Enso Trentin

Messaggioda Berto » mer apr 09, 2014 4:06 pm

1) Mi so veneto vixentin e par esar veneto no go cogno de esar marcian,
2) la Repiovega Veneta ła xe termenà par colpa dei veneti marciani, o veneti venesiani o arestograsia veneto-venesiana,
3) la Repiovega Veneta no ła xe durà 1100 ani ma suxo 650 e ła jera na repiovega arestogratega: el Dogato + ła Repiovega lè durà 1100 ani; el Veneto de tera el ga fato parte de ła Repiovega Veneta a dominansa venesiana par 400 ani,
4) el Veneto no lè fato lomè da Venesia ma da tute łe tere e łe çità venete,
5) le fraje o gilde/xilde no łè xe na envension dei venesiani łe xe nate ente łi ani comounałi, łe ghevimo anca naltri a Viçensa entel 1200,
6) xe asè probabiłe e da verefegar ke łej a tuteła del laoro minoriłe łe fuse difuxe ente tuta ła tera veneta e en area ouropea e ke no łe sipia na envension dei venesiani ... ?

Ghe mensiono a sti storeghi ke łi exalta Venesia come se en Veneto no existese altro, ke no łi ga da far come li tałiani ke exalta Roma e mortefega tuti staltri o come ke fa i padani ke łi exalta ła padanetà ma łi mortefega coel ke no xe padan come i veneti.


Fraje vixentine
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... ZfcnM/edit

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https://www.filarveneto.eu/wp-content/u ... 1/kw14.jpg

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https://www.filarveneto.eu/wp-content/u ... 11/162.jpg



No, mi so' veneto vixentin, no' son venesian e gnanca marçesco
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 167&t=1786

Io sono veneto vicentino e non sono veneziano e nemmeno marciano, oltretutto da cristiano sono divenuto aidolo e amo gli ebrei (però non faccio come i demenziali cristiani che ne adorano uno e odiano tutti gli altri). Come veneto la mia patria veneta caso mai è il Veneto e non Venezia, la sua Repubblica arsitocratica veneziana, i suoi domini di terra e di mare o il suo impero che non esistono più da 222anni.
La terra storica dei veneti è il Veneto e non la X Regio o la provincia romana Venetia et Histria o l'Impero veneziano che questi sì non esistono più come tali. Ciò di che di veneto esiste come portato storico è il Veneto e null'altro.
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 167&t=1786


La veneticità o venetidudine non è monopolio dei venetisti/venezianisti indipendentisti
https://www.facebook.com/groups/2376236 ... 6250904785

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https://www.filarveneto.eu/wp-content/u ... %C3%A0.jpg

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https://www.filarveneto.eu/wp-content/u ... veneto.jpg


Sti kì łi xe i patrisi venesiani, l'ołegarkia arestogratega venesiana e no łi xe i me avi, i nostri pari, ma na megnoła parte de tuti łi avi de łe xenti venete. Li me avi e i nostri pari łi xe coełi de tute łe xenti venete e no lomè sta megnoransa venesiana rogante e co poca creansa par el popoło veneto ke ła ga mandà a remengo ła Repiovega Veneta.
E ła pì parte dei veneti come ke no ła xe fioła dei romani no ła xe gnanca fioła dei venesiani.
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Re: La storia contà da Enso Trentin

Messaggioda Berto » dom gen 12, 2020 10:49 am

Comun, Arengo, Mexoevo, Istitusion

http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... =136&t=273

AUTOGOVERNO E MODERNITA’ DELLA CIVILTA’ COMUNALE

http://www.lindipendenza.com/autogovern ... 9-comunale

di ENZO TRENTIN
L’istituzione comunale sorge in Italia nell’XI secolo, laddove gruppi di cittadini o di abitanti del contado si danno degli ordinamenti giuridico-politici autonomi, sottratti al controllo della feudalità laica e/o ecclesiastica.
...

Istitusion Venete - Storia
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... 1jV2s/edit
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Re: La storia contà da Enso Trentin

Messaggioda Berto » dom gen 12, 2020 10:50 am

La Rua a Viçensa:
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... QyWFU/edit

http://it.wikipedia.org/wiki/Rua_(macchina)

Storia di una festa popolare

In cinquecento anni di vita, la fiabesca torre lignea vicentina ha seguito - e vissuto direttamente sulla propria immagine - l'intero procedere delle vicende storiche, politiche e di costume della città.
http://www.vicenzanews.it/a_160_IT_1452_1.html

In cinquecento anni di vita, la fiabesca torre lignea vicentina ha seguito - e vissuto direttamente sulla propria immagine - l'intero procedere delle vicende storiche, politiche e di costume della città.
Nata come emblema d'un Collegio professionale e per una processione religiosa, passò col volgere di pochi decenni ad assumere il valore di simbolo popolare per l'intera comunità berica. Una questione, in altri termini, di campanile... mobile, trasportato lungo un percorso divenuto quasi subito canonico: da Piazza dei Signori per Muschieria, il Vescovado e la Porta Castello, poi seguendo il Corso fino alla svolta di Santa Barbara, col ritorno finale a fianco della Basilica.
Parte della più colorita tradizione locale, specie ottocentesca, voleva che l'origine della Rua risalisse al ricordo d'una battaglia vinta dai Vicentini sui Padovani nel '200. In particolare, alla conquista d'una ruota del Carroccio avversario.

Vero invece è che la Rua nacque presso i ‘Nodari’ quando questi decisero, nel 1441, di creare qualcosa di ben più imponente del cero che seguiva, assieme all'insegna della categoria (ed a quelle degli ordini, delle fraglie, arti e corporazioni cittadine) la processione del Corpus Domini, solennizzata dal Comune sin dal 1389.

Ma perché, poi, al centro del simulacro doveva stare una ruota?

Occorre ricordare che i ‘Nodari’ si dividevano in Modulanti e Vacanti: i primi, trecento in tutto e ripartiti in cinque sezioni, si succedevano a turno negli incarichi. Era stato tale periodico “giro” a richiamare il movimento della ruota, ed a far nascere il relativo stemma professionale. Concretizzatosi appunto, nella struttura del nuovo “tabernacolo”, in una sorta di piccola giostra girevole nel senso verticale, dotata di scanni su cui far salire alcuni bambini.

http://www.comune.vicenza.it/vicenza/at ... /larua.php
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