Comun, Arengo, Concio, Mexoevo, Istitusion

Re: Comun, Arengo, Mexoevo, Istitusion

Messaggioda Berto » sab feb 14, 2015 9:56 pm

Comuon mexoeval

http://it.wikipedia.org/wiki/Comune_medievale

Il Comune è una forma di governo locale, che interessò in età medievale vaste aree dell'Europa occidentale.

Ebbe origine in Italia centro-settentrionale attorno al XIII secolo, sviluppandosi, poco dopo, anche in alcune regioni della Germania centro-meridionale e nelle Fiandre. Si diffuse successivamente (in particolare fra la seconda metà del XII e il XIV secolo), con forme e modalità diverse, anche in Francia, Inghilterra e nella penisola iberica.

In Italia, culla della civiltà comunale, il fenomeno andò esaurendosi fin dagli ultimi decenni del XIII secolo e la prima metà del secolo successivo, con la modificazione degli equilibri politici interni, con l'affermazione sociale di nuovi ceti e con la sperimentazione di nuove esperienze di governo (signoria cittadina).

In Italia, quanto meno dal punto di vista teorico, le città erano sottoposte all'autorità suprema dell'imperatore: questo è il punto di partenza per comprendere la dinamica storica che accompagnò lo sviluppo del Comune in Italia e le lotte che esso dovette sostenere per affermarsi.

...

Il governo del Comune era basato su un Consiglio generale cittadino che eleggeva dei magistrati, detti consoli, incaricati della reggenza. All'interno di questo organo collegiale le deliberazioni erano considerate valide in virtù di un corretto sviluppo della procedura, come la convocazione dell'assemblea in presenza di un numero minimo di cittadini appositamente nominati e la verbalizzazione delle decisioni.

Questi, in un primo momento, essendo privi di autorità, esercitavano il proprio ufficio in rappresentanza del vescovo: "Le città avevano continuato ad essere sedi di autorità ecclesiastiche e civili e, in qualche misura, centri politico-amministrativi e giudiziari. Ciò grazie in particolare all'autorità del vescovo e ai diritti di giurisdizione che aveva acquistato nei secoli X e XI sull'area urbana e suburbana. Intorno al vescovo, alla sua autorità, ai suoi organi di governo, nell'esercizio di quelle funzioni, si erano sviluppati inoltre ceti urbani diversi, definiti talora dalle fonti boni homines, che acquistarono influenza esercitando il governo insieme e per conto del vescovo".

Non siamo in grado di conoscere con esattezza né data, né luogo di nascita dei Comuni. Sappiamo, da alcuni documenti dell'XI secolo che i primi rappresentanti delle collettività furono chiamati Boni homines o Consoli. In principio i Comuni si ponevano come delle magistrature provvisorie nate per risolvere problemi di un dato momento, formate proprio da “uomini buoni” di cui tutti si fidavano. I consoli prestavano giuramento di fedeltà davanti alla cittadinanza elencando i propri obblighi che, insieme a consuetudini scritte e leggi approvate dal Comune, formarono le prime forme di Statuti cittadini. Durante il loro operato redigevano il “Breve”, una sorta di elenco-archivio in cui erano riportate tutte le opere pubbliche intraprese ma non terminate.

Tutti i cittadini che godevano di diritti urbani si riunivano nel “Parlamento”, che era l’organo fondamentale nella vita di un Comune. Per facilitarne la gestione, spesso quest'organo fu ridotto a una minoranza di individui, iniziando l’ascesa di quei gruppi che sarebbero divenuti dirigenti. Tutti i Comuni si assomigliarono per la presenza di una categoria di individui che godeva di maggiori diritti rispetto agli altri. Per poter partecipare al potere comune bisognava essere: maggiorenni, maschi, pagare una tassa di ammissione, possedere una casa. Ne erano invece esclusi le donne, i poveri, i servi, gli ebrei, i musulmani non convertiti e i meteci.

In Italia l’ascesa dei Comuni fu ostacolata dal centralismo normanno nell’Italia meridionale, mentre essi raggiunsero un eccezionale sviluppo a Nord, espandendosi dalle città alle campagne. Questa crescita fu incoraggiata soprattutto dalle nobiltà locali per la possibilità tangibile di sganciarsi dal potere e dal controllo imperiale. Nel corso del XII-XIII secolo tutti i comuni acquisirono un buon livello di controllo anche sulla campagna a loro circostante, attuando quel processo che è detto formazione del contado (comitatinanza) e che comprendeva il Districtus (campagne annesse) e il Comitatus (campagne che già in origine facevano capo al Comune).

Alla fase consolare seguì poi una fase detta podestarile: il podestà era funzionario di mestiere con compiti di amministrazione del territorio comunale. Essi erano veri e propri professionisti, con compiti ben definiti e stipendiati dal Comune, la cui preparazione veniva acquisita con lo studio del diritto nelle nascenti università. Furono soprattutto le grandi famiglie di nobili a studiare e a specializzarsi per divenire podestà in modo da acquisire maggiore potere nel quadro del territorio comunale.

Durante l'età comunale nacquero anche le corporazioni delle arti e mestieri, associazioni di mercanti e artigiani riuniti secondo il mestiere che praticavano.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Comun, Arengo, Mexoevo, Istitusion

Messaggioda Berto » mar lug 14, 2015 2:44 pm

???
Somiglianze inspiegabili, legano l’Austria, la Slovenia, il Triveneto, l’Istria
14 luglio 2015

https://venetostoria.wordpress.com/2015 ... to-listria

Me despiaxe ma no ghè łigo tra rengo o arengo ke lè na voxe de ara xermana co l'asenblea comunidara pristoriga ente l'ara veneta e coełe soto el tejo o n'altro arbaro de ara xlovena .
No lè atesta da gnaona parte ke l'asenblea dei veneteghi ła se ciamase rengo o arengo ke anvençe lè na voxe xermana:
Arengo - Arena 1 (rena, jara, giara, sabia) e Arena 2 (hara, arengo ?)
viewtopic.php?f=44&t=74
Tuta ła conta so ste "meteghe" adunanse o renghi fata da Rubini so Justisia Veneta, co łe so łiganse aostro-xloen-veneteghe-venesiane lè pura fantaxia . Xe vero ke ente łi ani comounałi łi omani ke raprexentava el comoun łi se catava anca soto n'arbaro e kel tejo cofà altri arbari łi jera arbari sagri, ma no ghè testemognanse kel tejo el fuse l'arbaro sagro de łe adunanse dei veneteghi, dei venetin e dei venesiani.

Comun, Arengo, Mexoevo, Istitusion
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Re: Comun, Arengo, Mexoevo, Istitusion

Messaggioda Berto » mer ago 05, 2015 8:25 am

???
Da Europa Veneta
http://venetostoria.com/2015/07/12/i-ti ... -ai-veneti

I TIGLI SACRI AI VENETI

A volte abbiamo pensato che i liberali, leggendo della vita politica che si svolgeva sotto il tiglio nel Medioevo nelle nostre zone, si siano fatti allora venire l’idea dell’ “albero della libertà”.

Europa Veneta In effetti, Jozko Savli, scrisse a questo riguardo nel libro, scritto nella sua lingua madre, “Slovenija, podoba evropskega naroda” (di cui Europa Veneta ha curato l’edizione in italiano dal titolo “Slovenia, immagine di una nazione europea”).
Nella sua biblioteca, T. Jefferson, l’estensore della Dichiarazione d’Indipendenza degli U.S.A (1776), teneva un esemplare del volume “Les Six Livres de la Republique”, scritto da Jean Bodin (Parigi 1576), che contiene la descrizione dell’insediamento dei Duchi di Carinzia – Forme d’investir le Duc
de Carinthie. Bodin comincia con le parole: “niente può essere paragonato a questo rito…”.

A volte abbiamo pensato che i liberali, leggendo della vita politica che si svolgeva sotto il tiglio nel Medioevo nelle nostre zone, si siano fatti allora venire l’idea dell’ “albero della libertà”.
Fatto si è che nel libro di Ferruccio Clavora “Od duoma…” a pag. 41 si precisa che durante la seconda dominazione francese (1806-1814) l’amministrazione voluta da Napoleone in Friuli fece piazza pulita delle tradizioni locali, come aveva già fatto in tutto il Veneto: “in particolare furono abolite tutte le particolarità locali e si impose un modello di vita sociale ed amministrativa molto centralizzato.
Furono abolite le vicinìe – sosednje, i tigli furono tagliati e le tavole di pietra distrutte. I simboli delle antiche Banche [in veneziano “banca” sta per “organo direttivo”], segni storici delle grandi capacità democratiche, di autogoverno e di solidarietà delle genti della Slavia Veneta venivano arbitrariamente cancellati con la forza della prepotenza”.

Si può dire che fosse l’anticipo di quello che capiterà con l’unitarismo italico.

La morale che dalla storia possiamo trarre è che in costanza di una Civiltà intrisa di fede Cattolica si siano sviluppati, specie durante il tanto vituperato Medioevo, le massime strutture democratiche in varie parti d’Europa, mentre con il dominio liberal-massonico instaurato dal Regno d’Italia napoleonico prima, e dal Regno d’Italia savoiardo poi, si sia passati ad una libertà solo nominale ed ideologica, che significava l’eliminazione della Tradizione Cattolica e delle identità locali che ad essa s’ispiravano. Al loro posto si instauravano oligarchie occulte, che da tale falsa libertà ideologica hanno tratto non piccola parte della loro forza.


Me despiaxe tanto ma no a ghe entra par gnente el catołiçexemo co ła democrasia comounal de orexene mexoeval e co łi arbari secołari o sagri endoe ke ła xente del comoun ła se radounava; el catołiçexemo no lè ła fonte de ła democrasia comounal, ansi ła so strutura ła jera arestogratega e castual e contro ła democrasia comounal e popolar; par ła jerarkia catołega i arbari sagri łi jera considerà resti pagani del demogno. Sto stemo contar bàłe.

Culto degli alberi sotto la croce
http://www.nemetonruis.com/alberi_cristianesimo.htm

Quando i cristiani iniziarono la loro opera di conversione delle popolazioni pagane, la prima cosa che fecero fu quella di vietare il culto che tali popolazioni riservavano agli alberi e conseguentemente, quello di distruggere le foreste sacre.
Le prove di tale furioso accanimento contro gli alberi si trovano nelle loro stesse agiografie; infatti possiamo portare come esempio gli anatemi dei concili provinciali, quello di Arles che nel 452 d.C. proibiva l'adorazione degli alberi, delle fonti e delle pietre; quelli di Tours e di Nantes, rispettivamente del 567 e 568 che si accanirono contro quelle persone che celebravano riti sacrileghi all'interno dei boschi e contro gli alberi consacrati al demonio.
L'accanimento contro gli alberi durò per gran parte del Medioevo, durante il quale i parroci rimproveravano ed in seguito mettevano a morte, le persone che portavano offerte agli alberi, che innalzavano altari sulle loro radici e che richiedevano la protezione per la propria famiglia e per i propri beni intonando a loro dei lamenti.
Il culto degli alberi durò fino al medioevo inoltrato nonostante la chiesa si diede un gran da fare già prima del 400, infatti il più noto persecutore dei boschi fu un tale San Martino il quale, come ci racconta Suplicio Severo; durante un suo viaggio passò nei pressi di Atun dove dopo aver abbattuto un bosco sacro si apprestava ad abbattere un grosso Pino nei pressi di un santuario. La storia ci narra che Martino incontrò la resistenza del sacerdote locale e della popolazione ancora pagana; i quali lo attaccarono dicendogli: " se hai un po' di fiducia nel Dio che dici di onorare, abbatteremo noi quest'albero che cadrà su di te, se il tuo signore è con te, come dici, sfuggirai".
Martino acconsentì e si fece legare nel punto previsto; poi quando l'albero stava per crollare si fece il segno della croce e l'albero lo sfiorò di un soffio senza toccarlo, il miracolo ovviamente convertì in massa i villici.
Dopo San Martino, l'opera distruttiva venne proseguita dal suo discepolo San Maurilio vescovo di Angers, il quale nel tentativo di evangelizzare il Comminges diede fuoco al bosco sacro che una volta distrutto fu consacrato a San Pietro.
Indicativa è anche la storia di San Germano vescovo di Auxerre (388÷348), il quale andò a Roma per studiare la retorica ed il diritto, conquistando una tale fama che l'imperatore Onorio lo nominò governatore di Borgogna, di cui Auxerre è la capitale.
Nel centro città si innalzava un enorme Pino, a cui Germano appendeva le teste degli animali uccisi durante la caccia.
Accadde che il vescovo Amatore, santo pure lui, gli rimproverò che tale usanza era idolatria e che era di cattivo esempio per i pagani nonché offensivo per i cristiani, intimandogli di abbattere l'albero; ma ottenne solo un diniego, così dovette provvedere lui stesso.
L'abbattimento dell'albero fece andare su tutte le furie Germano, che si dimenticò di essere cristiano e a capo del suo esercito si diresse contro il vescovo Amatore il quale fu costretto a rifugiarsi ad Autun.
Ovviamente, essendo un racconto cristiano, la storia finisce con Amatore che torna ad Auxerre e con l'inganno rinchiude Germano all'interno della chiesa, dove gli pratica la tonsura e gli promette che sarebbe diventato il suo successore, così come gli fu comunicato dallo spirito santo in persona, a tale annuncio Germano acconsentì e diventò santo.
Il culto degli alberi era talmente radicato da sopravvivere anche in grandi città nonostante secoli di guerra contro di esso da parte di santa romana chiesa, figuriamoci nelle zone rurali.
Tale guerra ovviamente non si limitava solo alla Gallia ma anche ai paesi di origine germanica, come dimostrato da San Bonifacio che nel convertire i germani abbatté la quercia Geismair, consacrata a Thor.
Anche Carlo Magno continuò questa infame opera, infatti nel 772, durante una missione punitiva contro gli Angari, distrusse il santuario pagano dove veniva venerato Irminsul, un gigantesco tronco d'albero che nelle credenze pagane aveva il compito di sostenere la volta celeste.
Nel 789 fu pubblicata un'altra condanna contro gli stolti che accendevano candele e praticavano superstizioni sotto alberi, pietre e sulle fonti.
Nonostante tutto il culto degli alberi si perpetuò per altri numerosi secoli, prova di questo è la storia del vescovo Anselmo che nel 1258 a Sventanistis ordinò l'abbattimento di un'enorme quercia sacra; ma la sua forza e resistenza era talmente alta che l'ascia rimbalzò sul tronco colpendo mortalmente il boscaiolo, a quel punto il vescovo in persona prese l'ascia, ma anche lui non riuscì a far nulla, così ordinò che l'albero fosse bruciato.
Notizie del genere si hanno anche un secolo dopo, dove, tra il 1351 e 1355 a Romuva, in Prussia, su richiesta del vescovo Giovanni I, il gran maestro dei cavalieri della croce fece segare una quercia sacra sotto la quale si radunava la popolazione per pregare.



Arengo/rengo e arena, concio, conçilio, concilio, thing, ekklesia, appella, alia, pil-
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Thing

https://it.wikipedia.org/wiki/Thing
Un thing o ting (antico norreno, antico inglese ed islandese: þing; altre lingue scandinave moderne: ting) era l'assemblea di governo delle società germaniche, costituita dalle persone libere della comunità e presieduta da alcuni lögsögumaður. Il termine viene ancora usato nei nomi ufficiali degli istituti politici e legislativi degli stati nord-europei.

??? protoxerman e proto-endouropeo???

Il termine antico norreno, antico frisone ed antico inglese þing, che significa "assemblea", ha un'origine identica all'odierno inglese thing, al tedesco Ding, all'olandese ding ed all'odierno scandinavo ting, che significano "oggetto". Tutti derivano dal proto-germanico *þengan che significa "momento scelto", ed alcuni suggeriscono un'origine dal proto-indoeuropeo *ten-, "stretch", nel senso di "periodo di tempo per un'assemblea". L'evoluzione del termine thing da "assemblea" ad "oggetto" è parallelizzata all'evoluzione del latino causa (nel senso di processo) nel moderno francese chose, nell'italiano e spagnolo cosa e nel portoghese coisa.

In inglese il termine viene citato a partire dal 685 o 686, con l'antico significato di "assemblea", in seguito si riferisce ad un'entità o materia (prima dell'899), e quindi come atto, azione o evento (a partire circa dal 1000). Il significato di possesso personale, comune nel plurale (forse influenzato dall'antico islandese things che significava "oggetti, articoli o valori"), appare la prima volta nel medio inglese attorno al 1300.


https://www.wikidata.org/wiki/Q387834#s ... -wikipedia

https://sv.wikipedia.org/wiki/Allting
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https://es.wikipedia.org/wiki/Gairethinx
https://it.wikipedia.org/wiki/Gairethinx
Nel diritto longobardo il gairethinx corrisponde alla consegna della legge al popolo da parte del re, legge preventivamente approvata dai soldati battendo le lance sugli scudi. Il termine indicava anche l'assemblea stessa del popolo in armi (il Concilum di cui parlano Tacito nell'opera De origine et situ Germanorum e Cesare nel De bello gallico) che, anche dopo l'insediamento in Italia del popolo longobardo, decideva l'elezione del re e deliberava sulle scelte politiche, diplomatiche, legislative e giudiziarie più importanti. Depositaria delle Cawarfidae, le norme tradizionali del popolo, non era tuttavia tanto un'arena pienamente democratica, assimilabile a un moderno parlamento, quanto il luogo nel quale i duchi, capi delle fare, facevano valere la propria prominenza.
Il Gairethinx (la parola contiene una radice germanica connessa, per esempio, al sostantivo inglese thing = cosa) ricorre nell'accezione della mancipatio romana, la consegna di qualcosa a qualcuno da una posizione superiore. Si tratta pertanto di una forma di concessione.

https://it.wikipedia.org/wiki/Cawarfidae
Le cawarfidae, termine latinizzato che deriva dall'antico germanico, erano le norme, tramandate oralmente, che regolamentava la vita giuridica dei longobardi. Per ovviare a differenti e ambigue interpretazioni di queste norme, nel 643 re Rotari decise di metterle per iscritto (coniugandole alla tradizione giuridica romana, codificata dall'imperatore Giustiniano) nell'omonimo editto che passò alla storia con il suo nome. Ma anche dopo la codificazione scritta di re Rotari, che accolse le cawarfidae in maniera disomogenea e occasionale, tali consuetudini non scritte rimasero in vita, e vennero utilizzate soprattutto per la risoluzione di controversie private, come testimoniano molti documenti dell'epoca.


Guarentigia, garanzia e garante

https://it.wikipedia.org/wiki/Guarentigie
http://www.treccani.it/vocabolario/guarentigia
guarentìgia (ant. guarantìgia o quarantìgia) s. f. [der. di guarentire] (pl. -gie o -ge). – Garanzia, sicurezza data o confermata con documento o pegno; in senso generico è ormai ant. o raro: dare, concedere, offrire, presentare le dovute g.; prestare una sicura, una solida g. (e così in senso fig.: oggetto che dà sufficienti g. di solidità). Più comune con riferimento a materia politica o giuridica: g. costituzionali, quelle poste dalla costituzione di uno stato a tutela della libertà del cittadino; g. della magistratura, quelle che si concretano nella inamovibilità dei giudici, posta a garanzia di un ordinato e indipendente esercizio delle funzioni giurisdizionali; g. processuali; provvedimenti disposti a g. dei diritti del cittadino; porsi sotto la g. dell’immunità parlamentare; e in usi fig., ormai rari: essere guarentigia di libertà, di democrazia, di progresso sociale. Come locuz. storica, legge delle guarentigie, legge emanata dal governo italiano (1871), ma non accettata dalla S. Sede, intesa ad assicurare al papa un insieme di condizioni che gli garantissero il libero esercizio del suo potere spirituale (per es., l’inviolabilità, l’immunità dei luoghi in cui risiedeva, e altri diritti).
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Re: Comun, Arengo, Mexoevo, Istitusion

Messaggioda Berto » mer ago 05, 2015 8:36 am

Viçinia, teràsani, comunałia, ...


https://it.wikipedia.org/wiki/Vicinia
Vicinia (pronunciato vicìnia o vicinìa) è un termine che era anticamente utilizzato per indicare un'assemblea di persone abitanti nello stesso luogo con interessi o beni comuni. Detta anche "Assemblea dei Vicini", fu un'istituzione socio-politico-amministrativa diffusa nella Lombardia orientale e Slavia Veneta, paragonabile con le Almenden (Patriziato) in Svizzera, le Università agricole in Emilia e Romagna, le Università agrarie in Lazio, le Regole del Cadore e dell'Ampezzano o la Magnifica Comunità di Fiemme, in Altopiano dei Sette Comuni e altre Regole in Trentino. In Slavia Veneta erano chiamate sosednja.

Il suo nome deriva da vicus-i ("villaggio" in latino), dal quale si analogizza l'assemblea dei villani, ovvero degli abitanti della villa. Queste assemblee prendevano anche nome di vicinanze, università agrarie, o terrazzani.

Il termine vicinia assume diversi significati a seconda del contesto: in ambiti urbani, come a Brescia o Bergamo, indicava una specie di comitato di quartiere. In ambiti rurali aveva un significato simile all'odierna amministrazione comunale.

Era consuetudine ritenere "vicini" gli abitanti originari di una località. Essi erano i discendenti di famiglie che abitavano ab immemore nella località. Agli originari si contrapponevano i forestieri.

Esempi di vicinie sono le Vicinie della Valcamonica e le Magnifiche Comunità.


Teràsani
https://it.wikipedia.org/wiki/Vicinie_della_Valcamonica
« Il governo de Comuni sta sempre in mano de gli Originarij, cioè antichi habitanti del corpo della Vicinia, né mai s'ammettono altre persone, benché di lunghissimo tempo habitanti, se prima non sono matricolate, e alla originalità ascritte; ma né meno una tal aggregatione si concede se non col mezzo di Scrittura d'oblatione di beni, ò denari, e con rigorosa, e ristretta ballotatione. »
(Gregorio Brunelli, «Curiosi trattenimenti contenenti ragguagli sacri e profani dei popoli camuni», 1698)
Le Vicinie della Valcamonica furono un'istituzione socio-politico-amministrativa medievale. I Vicini (Visì in dialetto camuno) sono conosciuti anche come Vicini et Consortes (vicini e consorziati) od Antichi Originari (Antichi Originarj), contrapposti ai Nuovi Originari. Il termine Terrazzani è riferito ancora ai vicini, soprattutto a partire dal XV secolo. Questa parola indicava coloro che avevano bonificato il terreno montuoso costruendo dei terrazzamenti.
...
Si suppone che le Vicinie si siano sviluppate dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, a partire dalla gestione dei compasqua, Bona comunalia o vicinalia, i campi e boschi comuni marginali all'abitato in uso a beneficio di tutti, sebbene nulla vieti di pensare ad istituzioni molto più antiche, forse anche preistoriche.
Con l'arrivo dei Longobardi in Valle Camonica viene assimilato dalle popolazioni locali l'uso della fara, un tipico insediamento di clan familiari germanici, che gestivano in comunità un particolare territorio assegnatogli.
La prima notizia della loro esistenza è segnalata nella contesa del monte Negrino tra gli abitanti di Borno e quelli della Val di Scalve il 12 novembre 1018: XXIV buoni homines de Burno (...) testimoni ed assistenti ai giudizi cittadini e rappresentanti gli abitanti (vicini et consortes) di Borno.
Facevano parte della vicinia i capifamiglia (capifuoco) delle famiglie originarie del paese con più di 25 anni. Tra gli abitanti Originari sorgevano due gruppi: i facientes focum, che non avevano nulla di proprio, e i facientes aestimum, con proprietà privata; entrambi avevano comunque potere deliberativo.
Ne erano esclusi i nobili, gli ecclesiastici, gli stranieri e perfino le famiglie "immigrate" dai paesi vicini. Soltanto nel 1764, con deliberazione del governo veneto il foresto sarà ammesso tra gli originari, se aveva almeno 50 anni di residenza in loco (poi ridotti a 20).
Le vicinie saranno abolite da Napoleone col decreto italico del 25 novembre 1806 e sostituite dalle amministrazioni comunali. I Bona comunalia vennero incamerati dai comuni. Una parte di questi beni, quelli relativi a legati testamentari per opere di carità o di utilità sociale (per esempio: distribuzione pubblica del sale, mantenimento di sacerdoti, mantenimento di maestri, ecc.) furono gestiti dagli enti comunali preposti: prima le congregazioni di carità, poi gli enti comunali di assistenza (ECA).


https://it.wikipedia.org/wiki/Communalia
Communalia è il termine, derivato dalle espressioni usate nei documenti medioevali, indicante i terreni sui quali ogni componente di una determinata collettività, secondo regole tramandate da secoli, aveva il diritto di esercitare un godimento, come quello del pascolo, della coltivazione o dell'uso civico di legnatico.

Nell'Italia meridionale il feudo è una istituzione relativamente tardiva, introdotta dai Normanni e dagli Svevi, che ebbero l'accortezza di non comprimere gli antichi diritti collettivi delle popolazioni originarie del luogo. Venne così a stabilirsi il principio: «ubi feuda, ibi demania».

In Italia settentrionale si sentiva, invece, il modello tedesco della proprietà collettiva della gens sui terreni con un istituto misto tra il demanio e la proprietà collettiva, ma disgiunta da vincoli feudali.

I non molti istituti che sono sopravvissuti di proprietà collettive che si denominano tuttora comunalia vedono la loro collocazione con una certa fatica nell'ambito del diritto moderno, tutto basato sulla proprietà. Una interessante sentenza della Corte Costituzionale ha negato l'incostituzionalità della norma che assoggettava ad imposta i communalia a differenza dei demani comunali, sottolineando, perciò la differenza tra i due istituti.
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Re: Comun, Arengo, Concio, Mexoevo, Istitusion

Messaggioda Berto » mer apr 27, 2016 8:53 pm

Università di Francoforte - Gerhard Dilcher

FORMAZIONE DELLO STATO E COMUNE CITTADINO NEL SACRO ROMANO IMPERO

http://www.dirittoestoria.it/3/Memorie/ ... tadino.htm

SOMMARIO: – I. Il comune come forma costituzionale. – II. Leghe tra città e Impero. – III. Conclusioni – comune cittadino e stato.

Sebbene in maniera diversa, gli storici e gli storici dei diritto hanno spesso accennato al fatto che la formazione dei comuni cittadini alla fine dell'alto Medioevo e la formazione dello stato nel corso dei tardo Medioevo e nell'età moderna hanno una notevole somiglianza fra loro. I pareri si discostano alquanto sul grado di somiglianza e perciò se ne tratta più per immagini e metafore che non in analisi scientifiche.
Lo storico del diritto Wilhelm Ebel parla della città medievale come di una «serra della moderna realtà statuale (Staatlichkeit)»[1] (1966) o di una «serra dei moderno stato amministrativo» (1971)[2].
Lo storico francese Fernand Braudel cita la fiaba della gara tra la lepre e la tartaruga: come la lepre, la città all'inizio è in vantaggio, in quanto più veloce, ma intorno al Cinquecento è lo stato territoriale ad arrivare, come la tartaruga, per primo alla meta[3].
Otto Gierke, l'importante storico dei diritto di indirizzo germanistico dell'Ottocento, afferma che tutte le caratteristiche della moderna concezione dello stato sono presenti nella città in quanto corporazione cittadina[4] - presenti, sia ben chiaro, a livello di concetti giuridici e non nella reale forma di sovranità.
D'altro canto, nei due paesi uniti dall'impero medievale, e cioè l'Italia e la Germania, la costituzione comunale non ha indicato il cammino verso lo stato moderno in modo lineare - mentre in Italia nasce un sistema di stati cittadini a guida monarchica che rivaleggiano fra di loro e che alla lunga soccombono rispetto alle grandi monarchie europee - per ultima Venezia -, in Germania un piccolo numero di città di medie dimensioni e un più grande numero di città di piccole dimensioni in quanto città "imperiali" libere mantengono la forma di governo repubblicana, tipica del comune. All'inizio dell'età moderna però, queste città tedesche devono cedere la forza di guida politica e di modernizzazione al sistema territoriale di un principe.
Noi ci occuperemo qui di seguito del perché la forma costituzionale sviluppata dai cittadini medievali, il comune cittadino, non abbia potuto mantenere la guida alla formazione di uno stato moderno, anch'esso fondato su una borghesia.

I. – Il comune come forma costituzionale

Tra il 1100 e il 1200 i cittadini, diciamo meglio gli abitanti delle città dell'Europa occidentale, si uniscono in una nuova forma costituzionale, il comune giurato. Questo movimento compare quasi contemporaneamente in tutte quelle regioni che sono state definite "urban belt”[5], cintura urbana: dalle coste dei Mar del Nord tra Senna e Reno alle antiche regioni dell'alto Reno e della Rezia, fino alla Borgogna, al Piemonte, alla Lombardia e alla Toscana. Gli abitanti influenti delle città, i milites e i mercanti, ma anche gli artigiani, si uniscono con giuramento in un'associazione che essi dapprincipio chiamano coniuratio, poi communio iurata, comune, e più tardi, con espressione tratta dal diritto romano, universitas[6]
Questo fenomeno compare nelle Fiandre, nella Francia orientale, in Borgogna e nell'Italia centro-settentrionale quasi contemporaneamente intorno al 1100; nelle antiche città romane lungo il Reno viene un po' frenato dal potere dei vescovi tedeschi divenuti principi dell'Impero. Invece nell'Italia centro-settentrionale il movimento comunale è così forte che i vescovi cedono al comune dei cittadini e ai consoli la sovranità sulla città concessa loro dall’imperatore; essi, nella divisione di spiritualia e temporalia, si ritirano nella posizione di pastori spirituali e di personaggi tra i più influenti della città.

Max Weber ha descritto questo fenomeno di formazione dei comune cittadino attribuendogli un significato storico universale[7]. Egli lo definisce come la nascita della città occidentale, che avviene secondo un costrutto idealtipico più nel comune medievale che non nella polis dell'antichità.
Weber considera decisiva la formazione dì un'associazione di tutti i cittadini in quanto individui, un'associazione che supera tutti i limiti imposti dal sangue, dalla parentela e dal rito. L'associazione dei cittadini, cioè il comune, possiede secondo Max Weber autocefalia e autonomia: quindi, autogoverno tramite i propri magistrati che non seguono le regole della signoria feudale, una propria giurisdizione e una propria legislazione statutaria per attuare le norme giuridiche per la vita della cittadinanza contro il mondo feudale. Unendosi in un'associazione i cittadini si appropriano della sovranità all'interno di questa associazione ed escludono in tal modo principalmente le forme di servitù feudale: il cittadino è libero, il diritto di cittadinanza non ammette nessuna sudditanza, nessuna limitazione alla libertà da parte di un signore feudale.
In Germania vale la frase: "l'aria della città rende liberi"[8]. I princìpi qui descritti hanno valore anche in Italia, soprattutto per le prime forme comunali. In Italia tuttavia vengono maggiormente coinvolti i nobili e di conseguenza i princìpi aristocratici, cosicché la costituzione comunale italiana nella sua struttura si avvicina maggiormente all'antica polis, diventa un'oligarchia, mentre a nord delle Alpi la città mantiene di più un carattere puramente borghese grazie alla separazione dalla sfera rurale (che ha carattere aristocratico- contadino).

Qui non sono importanti i particolari, bensì la tipologia: i comuni cittadini acquistano forti somiglianze strutturali con uno stato moderno grazie alla costituzione dei magistrati, cioè alle cariche non feudali per rappresentare la collettività, grazie allo sviluppo di una burocrazia, ivi compresa la giurisdizione, grazie alla legislazione e all'associazione dei cittadini quale elemento portante della collettività[9]. Per Max Weber era significativo soprattutto il fatto che, grazie alla burocrazia, alla legislazione statutaria e soprattutto al genere di economia legata al capitale e al mercato, venisse iniziato un processo di razionalizzazione che rinvia allo stato moderno e al capitalismo moderno[10]. La giurisprudenza – e qui va dato particolare rilievo a Bartolo[11] – collega il carattere dell'associazione ai concetti dei diritto romano e canonico, soprattutto all'universitas, e, con la dottrina della civitas sibi princeps, ad una concezione che si può appunto definire con le categorie weberiane di autocefalia e autonomia, o con Bodin di sovranità. Su questo punto la dottrina dei giuristi converge con la tradizione politica dell'aristotelismo. Il comune medievale viene così paragonato all'antica polis e misurato con essa, e viene classificato con le forme di governo dell'aristocrazia, della politeia o democrazia, mentre gli stati principeschi corrispondono alla monarchia. I comuni cittadini appaiono così nella terminologia latina come forme statali repubblicane, cioè non monarchiche. Poiché le repubbliche marinare italiane, soprattutto Venezia, sono indipendenti e poiché l'Impero praticamente non esercità più i propri diritti sulle città dell'italia centro-settentrionale, l'immagine della civitas sibi princeps è una realtà politica per le grandi città dell'italia centro-settentrionale. Questo vale quasi nella stessa misura per le città "imperiali" libere in Germania: a parte i diritti del re e dell'imperatore, pochi e limitati dai privilegi che diventano attuali solo nel caso di conflitti interni alla cittadinanza, le città libere si presentano come repubbliche che si autogovernano e formulano il loro diritto. In Germania la costituzione consiliare adottata intorno al 1200 sul modello italiano si conserva fino al secolo XIX, anche se l'elezione dei membri dei consiglio avviene sempre di più secondo princìpi oligarchici e non democratici, intendendo con il termine democratico un'elezione attraverso le corporazioni. Le città tedesche che hanno escluso l'aristocrazia feudale e conoscono solo un patriziato rispondono dunque in modo particolare all'immagine di una res publica che si autogoverna. Bisogna tuttavia ricordare che all'interno della città non sono validi né il principio dell'uguaglianza, né quello della totale partecipazione democratica: vi sono i gruppi politicamente privilegiati, vi sono i casati, e talvolta anche alcune corporazioni, considerati eleggibili nel consiglio, vi sono coloro che hanno i pieni diritti civici e vi sono i semplici abitanti della città. Anche questi ultimi, cioè gli abitanti senza il diritto di cittadinanza, godono però del diritto di protezione, di assistenza e di poter provvedere alla propria sussistenza, diritto concesso dalla città alla quale essi sono spesso legati tramite un giuramento che nei diritti e nei doveri è molto simile al giuramento dei cittadini[12].

II. – Leghe tra città e Impero

Come abbiamo già accennato, i comuni cittadini diffusi sia al Nord che al Sud non potevano allargare al paese nessun ordinamento politico secondo il principio repubblicano da essi sviluppato e diventare di conseguenza diretti precursori dello stato di diritto e costituzionale borghese del secolo XIX. Abbiamo già detto che in Italia avviene un capovolgimento in una forma di governo monarchica, un governo di cosiddetti tiranni, come venne accennato da Bartolo ed in seguito presentato da Machiavelli nel “Principe”. Attraverso la forma monarchica di stato, le città più forti dell'Italia centro-settentrionale acquisirono la forza per creare stati territoriali, che erano tuttavia in numero limitato e in forte concorrenza tra di loro. Mi sembra comunque molto utile osservare che all'interno degli stati cittadini italiani permangono forme originarie della costituzione sviluppata dal comune[13], come il concetto di cittadinanza, la legislazione statutaria, le cariche civiche, un consiglio comunale. In Germania invece le città mantengono invero una costituzione comunale, cioè repubblicana, ma non riescono a diventare un reale centro di potere politico; anche i territori civici in dotazione di alcune città come Berna, Ulma o Norimberga, hanno un'estensione relativamente limitata.

Non possiamo tuttavia accontentarci di questa osservazione. Dobbiamo invece prendere in considerazione un fenomeno che ha trasformato le città in un fattore politico ordinatore importante, le ha poste al livello di imperatore, re, principi e aristocrazia: le leghe tra città. Qui si associano spesso molteplici città, formulano le loro mete politiche e le raggiungono in parte in modo pacifico, in parte con la forza delle armi, diventando così importanti fattori della politica. L'apice di questo movimento si ha durante il periodo degli imperatori Svevi, con la prima e la seconda Lega lombarda nell'Italia centro-settentrionale[14] e con la Lega renana in Germania dopo la morte di Federico II. Per il nostro tema non possiamo dunque evitare di analizzare questo fenomeno e di domandarci come mai la potenza associata delle città non solo non si afferma, ma si esaurisce quasi da solo in Italia nel tardo Medioevo, in Germania al più tardi al principio dell'età moderna, dunque dopo il 1500.

Alla Lega lombarda è giustamente dedicata una relazione durante questo simposio. Ma io me ne devo occupare, anche se brevemente, perché essa rappresenta uno dei punti culminanti della mia tematica.

La prima Lega lombarda rappresenta l'origine e il modello di tutte le leghe fra città. Che cos’era successo? L'imperatore Federico Barbarossa, in quanto sovrano potente e carismatico, vuole riaffermare i diritti dell'Impero sull'Italia centro-settentrionale alla dieta di Roncaglia del 1158[15], Inoltre vuole ristabilire lo stato giuridico dei Salii del principio del secolo, cioè una sovranità sulla città concessa dall'impero, nella quale il comune dei cittadini e i magistrati eletti da loro non vengono presi in considerazione. Questa pretesa viene perfino convalidata dai giuristi, i quattuor doctores che provengono dalle città dell'Italia centro-settentrionale, in particolare da Bologna, essa viene raccolta in una legge sui diritti del re, le regalie, e congiunta alle prerogative dell'Impero romano- bizantino dell'epoca di Giustiniano, di stampo quasi assolutistico. I legati delle città danno la loro approvazione, perché non vogliono contestare l'appartenenza all'Impero e non vogliono porsi contro il diritto. Solo la realizzazione di questa pretesa giuridica apre loro gli occhi. Essi si richiamano successivamente alla consuetudine che nel frattempo è subentrata, la consuetudo che ha fondamento giuridico, alla prescrizione dei diritti imperiali in contrasto con questa e al loro diritto di resistenza alla repressione delle posizioni giuridiche conquistate dai comuni. Non ho bisogno di esporre qui le lotte esasperate, le faziosità anche tra le città lombarde, il crudele assedio e la distruzione di Milano, il capovolgimento della situazione con la battaglia di Legnano. Però devo accennare alla nuova situazione giuridica venutasi a creare con la pace di Costanza del 1183[16].

La pace di Costanza porta con sé ciò che si è già delineato nelle Fiandre e nella Francia orientale con il privilegio particolare dei conte di Fiandra e del re francese[17] e adesso viene consolidato tramite un contratto tra molteplici città e il più alto potere dell'Occidente, quello imperiale: il riconoscimento del comune come legittima associazione di cittadini, il loro autogoverno tramite magistrati eletti e l'ampia autonomia dei loro ordinamento giuridico. Tale riconoscimento viene inserito nella federazione dell'impero in un modo già precostituito con il sistema feudale: da un lato con l'affidamento ai magistrati, da parte dell'imperatore, dei diritto di banno; dall'altro con l'introduzione nel giuramento dei cittadini e degli abitanti di una dichiarazione di fedeltà all'imperatore e all'Impero. Ciò maschera solo faticosamente il carattere rivoluzionario di questo avvenimento fatto notare da Max Weber, e cioè che una grande associazione di uomini eserciti su se stessa la sovranità collettiva, uomini che, come registra scandalizzato lo zio di Federico Barbarossa, il vescovo Ottone di Frisinga, sono di condizione inferiore, inferioris conditionis, ed esercitano il disprezzato lavoro manuale, contemptibilium eciam mechanicarum artium opifices. Nel l'aristocraticissimo mondo del potere dell'alto Medioevo, per mezzo della formazione del comune e dell'unione di più comuni in una lega, il comune stesso era penetrato come un'associazione direttamente legata all'Impero e perciò in una posizione simile a quella dei principi[18]. Poiché la pace di Costanza non era solo un importante documento della costituzione del regno italico, ma era stata inserita dai giuristi nel testo dei libri feudorum e quindi dello ius commune, la si può definire come un documento costituzionale europeo, che conteneva il riconoscimento del comune cittadino come legittima forma costituzionale. Alla diffamazione da parte del clero della communio iurata quale coniuratio illegittima, veniva dunque tolto ogni fondamento. La Lega lombarda che aveva conseguito questo successo militare, politico e giuridico non era null'altro che il trasferimento del principio costituzionale del comune ad una associazione di più comuni: come il comune dei cittadini eleggeva i consoli, cosi i legati delle città eleggevano i rettori della Lega. Come il comune dei cittadini era unito attraverso il giuramento, così giuravano alleanza dapprima i consoli e poi le cittadinanze unite. Come la città aveva sviluppato una propria giurisdizione al posto dei missi vescovili e reali, così sorse una seppur blanda giurisdizione della Lega stessa. La Lega era dunque una forma giuridica come il comune, un'associazione fondata sul giuramento[19].

La Lega lombarda però fu forte solo in due periodi o situazioni: contro Federico Barbarossa e poi, dopo essersi ricostituita, contro Federico II, fino a quando cioè gli imperatori svevi minacciarono la libertà e la posizione giuridica delle singole città. Nel momento in cui venne meno la minaccia, venne a cadere anche la solidarietà delle città dell'Italia centro-settentrionale. Il cittadino rimase soprattutto cittadino della propria città, non di una lega, di una regione o addirittura di una nazione. L'identificazione dei cittadini, i loro interessi, si limitavano all'appartenenza alla città. Chi come Dante sentiva l'esigenza di una unità più ampia, doveva collegarla, in mancanza d'altro, all'Impero - un Impero che aveva il suo centro politico al di fuori dell'Italia ed inoltre si indeboliva sempre di più politicamente. L'organizzazione politica del paese tramite comuni equiparati nei diritti, legati l'uno all'altro, era destinata a non avere un futuro in Italia.

In Germania sembrò per un momento che le cose andassero diversamente. Nello stesso periodo in cui si formava la seconda Lega lombarda che, alleandosi con il papato, resisteva efficacemente all'imperatore Federico II, si facevano in Germania i primi tentativi di realizzare una lega tra città. Tuttavia in Germania i vescovi esercitavano ancora la sovranità sulla cittadinanza e questi vescovi non accettavano consoli liberamente eletti. Pertanto essi riuscirono ad ottenere dall'imperatore, con il famoso decreto di Ravenna dei 1232, la proibizione di coniurationes e colligationes, cioè di tutte le associazioni di cittadini e dei magistrati civici.[20] Il movimento comunale era però troppo avanzato perché alla lunga potesse essere represso. Dopo la morte di Federico II e il periodo di vacanza dell'autorità monarchica tedesca, le città dei territori che rappresentavano il nucleo dell'Impero, quelle lungo il Reno, si unirono in una Lega che diventava sempre più grande. Il loro scopo era quello di conservare, vacante imperio, pace e giustizia[21]. Si trattava dunque, come è stato formulato durante un recente convegno, non di una alleanza per opporre resistenza come la Lega lombarda, bensì di una alleanza per la difesa della costituzione del regno. Alle città interessava particolarmente la difesa delle vie commerciali che erano di importanza vitale, in particolare quelle lungo il Reno; la protezione contro l'abuso nei dazi, ma anche contro il blocco delle strade da parte dei nobili e contro le faide che stavano prendendo il sopravvento e che venivano utilizzate per ricattare mercanti e città[22]. Il movimento delle città era così potente, che vescovi, principi e piccola nobiltà si unirono alla Lega, per fronteggiare l' incombente anarchia. Un effetto collaterale di questa Lega per la difesa della pace, al posto dei re, era che la forma costituzionale comunale e i diritti così conquistati dalle città, ivi compreso quello di un consiglio liberamente eletto, non poteva più essere legittimamente messo in discussione, poiché sia i più alti principi dell'Impero che la piccola nobiltà si erano alleati alle città e avevano prestato il giuramento, riconoscendo così come legittima questa forma costituzionale, esattamente come era accaduto in precedenza in Italia con la pace di Costanza. Una conseguenza della motivazione di difesa della pace vacante imperío fu tuttavia che la Lega si sciolse nella discordia non appena fallì il tentativo di ripristinare un regno unitario con una doppia elezione nel 1257. Rodolfo d'Asburgo ed i successivi re tedeschi tentano poi di assumere nuovamente la difesa della pace promuovendo la pace territoriale. Cosa che tuttavia riesce solo in maniera incompleta durante il lungo periodo di indebolimento dell'autorità monarchica alla fine dei Medioevo, cioè tra i secoli XIV e XV. Principi e nobili giurano la pace territoriale solo per un tempo determinato, mantenendo le eccezioni per la faida cavalleresca. Così continua la situazione insostenibile che le vie commerciali delle città vengono bloccate e interrotte, i mercanti vengono derubati oppure devono pagare forti tasse per la scorta, non esiste nell'Impero il monopolio per l'uso legittimo della forza[23]. Qui contava il fatto che non esistevano territori comunali abbastanza grandi che confinassero l'uno con l'altro e che i principi non avevano ancora domato la piccola nobiltà facile alla faida. Il buon governo della città, così come rappresentato per l'Italia dagli affreschi di Lorenzetti nel Municipio di Siena, in Germania non era affatto in grado di garantire la pace, tramite la severa giustizia armata di spada, anche sul terrritorio oltre che nella città stessa.

Questo stato di cose comportò che in Germania le leghe tra città perdurassero o si rinnovassero per tutti i secoli XIV e XV. Una funzione di guida la svolgevano in questo le città "imperiali". Ma la differenza tra una città "imperiale" e una città forte, privilegiata, ma non direttamente dipendente dall'Impero era ancora così poco accentuata che anche altre città potevano unirsi a queste leghe. In Svevia, dunque nella Germania sud-occidentale ricca di città "imperiali" fino alla fine dell'Impero, abbiamo una lega tra città nel 1331, rinnovata nel 1349 da 25 città "imperiali", e una lega di 14 città nel 1376[24]. Gli scopi di queste leghe non erano solo l'imposizione della pace territoriale e la lotta contro la nobiltà cavalleresca, ma anche la conservazione della loro libertà politica e della loro influenza politica. Esse si opponevano alla formazione aggressiva di un territorio politico, cioè alla creazione di uno stato da parte dei duca di Württemberg-Svevia, e si opponevano al pignoramento di città imperiali, della loro posizione giuridica e dei loro privilegi, da parte dei re in favore di principi e nobiltà. Nel 1381 la Lega sveva si associò alla rinnovata Lega renana così che qui si delineò la possibilità di un ordinamento politico sulla base di un'associazione tra città. Ma dopo aver ottenuto nel 1377 una vittoria sul duca di Württemberg, le città subirono una pesante sconfitta nella cosiddetta guerra delle città del 1388. Se in seguito il potere delle città sveve fu spezzato, la causa era data anche dal fatto che le loro mete politiche erano piuttosto passive ovvero difensive. In questo senso esse ebbero perfino successo alla fine. Pace e sicurezza sulle strade vennero propugnate come programma da re e principi, e quasi tutte le città sveve poterono mantenere per sé fino alla fine dei vecchio Impero la loro posizione giuridica, la diretta dipendenza dall'Impero.

Qualcosa di simile lo possiamo verificare nella Lega tra le dieci città imperiali dell'Alsazia, città fondate per lo più dagli imperatori svevi[25]. Anche qui si tratta di conservare la pace territoriale e di mantenere lo status di città imperiali. Anche qui abbiamo, come nella Lega lombarda, ma anche in quella renana e in quella sveva, diete formali, cioè un'organizzazione ed un ordinamento giuridico della Lega stessa. Nel 1354 lo stesso imperatore Carlo IV difende la lega, ma poi la scioglie. Però le città la rinnovano e nel secolo XV ottengono l'assicurazione da parte dell’imperatore Sigismondo che esse non verranno mai vendute o date in pegno. Questa Lega rappresenta una specie di struttura dell'Impero alla frontiera occidentale fino all'epoca moderna e solo con la pace di Westfalia del 1648 viene sciolta dietro pressione della Francia. L'Impero, che non diverrà mai un vero stato, può esistere benissimo con leghe tra città come sotto-struttura. Dobbiamo quindi chiederci come mai dopo il 1500 la formazione di leghe si verifichi solo in via eccezionale.

Qui non tratteremo più le leghe simili, esistenti anche nei territori orientali dell'Impero, dove non ci sono città "imperiali" - cito (a titolo di esempio) le leghe in Brandeburgo e in Lusazia [26]. Esse confermano tuttavia che con il fenomeno delle leghe tra città ci troviamo di fronte a una struttura di base dell'Impero tedesco dei Medioevo, dopo che era stata riconosciuta la costituzione comunale al più tardi con la Lega renana del 1254. Resta ancora da ricordare la Hansa delle città dei Mar dei Nord e dei Mar Baltico. La Hansa però non era originariamente una lega tra città, ma piuttosto, in maniera simile alla gilda, una associazione di mercanti che si univano per viaggi commerciali più lunghi, soprattutto per viaggi per mare[27]. Già nel secolo XII abbiamo una Hansa dei mercanti tedeschi che vanno soprattutto da Colonia in Inghilterra, e abbiamo un'associazione di quei mercanti che vanno da Lubecca e altri posti dei Baltico sull'isola di Gotland e in Russia. Inizialmente c'erano dunque più Hanse nei commerci via Mar del Nord e via Baltico che concorrevano fra di loro. Solo verso il 1280 i diversi gruppi di mercanti si unirono in una Hansa generale. Questa comprendeva i mercanti sulle grandi distanze delle maggiori città portuali delle coste del Mar dei Nord e dei Mar Baltico e le più importanti città commerciali dell' entroterra. Essi trattavano con i re d'Inghilterra e di Danimarca, i conti di Fiandra ed altri principi sulle questioni riguardanti il commercio e sui relativi privilegi. Misure che prendevano i mercanti della Hansa contro quelle città o quei principi che non aderivano ai loro desideri erano il divieto di commerciare e il boicottaggio. A partire dal secolo XIV le Hanse concorsero con i merchant adventurers inglesi. Nell'ambito di questi confronti sull'ordinamento dei commercio marittimo, la Hansa si trasformò lentamente da associazione di mercanti in lega tra città. Ciò fu relativamente facile perché in queste città sul mare il consiglio comunale non era composto da un patriziato di stampo aristocratico, bensi dal ceto mercantile elevato, che dominava in tal modo sulla città. Pertanto a partire dalla metà dei secolo XIV nacquero le diete anseatiche quali organi deliberanti. Le diete, alle quali partecipavano le città o meglio i grandi mercanti, emanavano delibere formali (i concordati anseatici)[28] e applicavano l'esclusione o il boicottaggio come sanzioni. A partire dall'inizio del secolo XV si costituì un sistema giuridico-politico composto da circa 70 città anseatiche e da circa 100 città che intrattenevano rapporti di cooperazione con la Hansa. L' associazione si definiva “Deutsche Hanse", comprendeva però anche città scandinave come Stoccolma e città polacche come Cracovia. Suddivisioni regionali completavano il sistema.

La Hansa, in bilico tra un'associazione mercantile e una lega tra città, regola e controlla quindi il secondo spazio commerciale marittimo dei Medioevo europeo dopo il Mediterraneo, cioè il Mar dei Nord e il Mar Baltico, tra l'Inghilterra meridionale e le Fiandre a ovest e la Scandinavia, la Russia e i paesi baltici a nord, ed un bel pezzo delle vie commerciali della terraferma. La sua potenza commerciale fece sì che la Hansa costituisse un interlocutore più potente per principi e sovrani. Ma è anche già chiara la perdita di potere che sopravvenne allorché questi principi cominciarono ad annettere i territori sotto la loro egemonia, gettando così le basi di una propria politica commerciale. Con questa nuova costellazione in Inghilterra, nei Paesi Bassi, nei territori tedeschi, in Polonia e in Scandinavia comincia il lento tramonto della Hansa nei secoli XVI e XVII.

La Hansa mostra chiaramente come l' interesse comune ai mercanti di molte città di organizzare, privilegiare e proteggere il commercio marittimo possa fondare una lega che per parecchio tempo unisce molte città e che è nel suo campo più potente di re e principi. Ma l'unione poggia soltanto sull'interesse economico di questo omogeneo ceto mercantile, e non su una volontà politica egemonica. Nel momento in cui la sovranità politica, rafforzandosi nelle mani di re e principi, regna sui territori e sviluppa altre regole economiche, cioè il mercantilismo, la Hansa perde la sua forza come per magia, senza subire una sconfitta vera e propria[29].


III. – Conclusioni – comune cittadino e stato

Come abbiamo visto, il comune medievale presenta una forte somiglianza strutturale con lo stato moderno. Entrambi hanno come elemento sociale portante la borghesia. Essa non è invero identica nei due casi, ma è collegata dalla continuità storico-sociale: la borghesia liberale, nazionale dei secolo XIX proviene inizialmente dalla borghesia urbana, quasi per nulla dalla campagna[30]; ciò vale sia per l'Italia che per la Germania.

La borghesia delle città medievali impose in maniera rivoluzionaria la propria forma costituzionale, il comune, contro re e nobiltà e conquistò un forte potere associandosi nelle leghe. Perché dunque non improntò lo sviluppo costituzionale dell'età moderna, perché lo stato moderno venne piuttosto creato da principi?

Uno dei motivi principali di uno sviluppo storico naturalmente complesso, forse il motivo più importante, è stato individuato da Max Weber. Egli osservò che il cittadino medievale corrisponde al tipo dell'homo oeconomicus, per contro il cittadino dell'antica polìs a quello dell'homo politicus. I cittadini delle città greche fondano città-stato, che si diffondono con la colonizzazione. Roma fonda, sulla concezione dei diritto romano di cittadinanza, un impero formato da città (civitates). Qui appare la volontà della sua classe dirigente di dominare politicamente. - I cittadini medievali creano il comune come forma di sovranità politica verso l'interno. Verso l'esterno diventano forti associandosi in leghe tra città o in Hanse per difendere la loro libertà ed il commercio e la pace sulle strade, cioè la fonte della loro ricchezza. Essi non fanno politica per se stessa, la politica la lasciano agli imperatori, ai re, ai principi e alla nobiltà. Un cittadino di questa epoca che vuole agire politicamente, va al servizio di un principe. In Italia la situazione è più complicata in quanto la nobiltà vive per lo più in città; dalle rivalità tra nobili nascono forme monarchiche di governo che hanno tuttavia un fondamento civico. Max Weber rileva giustamente che la città rinascimentale italiana è molto vicina all'antica polis.

Abbiamo potuto accennare al fatto che i cittadini e le città, cioè i comuni dei Medioevo, hanno contribuito a determinare una fase importante della formazione dell'Europa moderna. Ma ad un presupposto importante della formazione dello stato moderno, cioè la sovranità su un territorio esteso, la vecchia borghesia europea non aveva accesso. Sono però da menzionare la repubblica dei Paesi Bassi e la Confederazione elvetica, dove le città in unione con altre forze politiche, come nobiltà e comuni delle valli, potevano formare una struttura prestatale repubblicana[31]. Ma generalmente la borghesia era interessata a difendere il suo modo di vivere e la sua economia e si identificava con la propria città e con la propria cittadinanza: il suo interesse primario non risiedeva nell'espansione della sovranità e nel dominio politico. I suoi maggiori successi politici la borghesia li raggiunse tramite associazioni che andavano oltre la singola città solo quando erano minacciati il suo modo di vivere e la libertà, la pace e il commercio. In questa sua limitatezza, la vecchia borghesia europea non mi sembra antipatica. Ma essa poté mettere in pericolo le pretese egemoniche dell'Europa della nobiltà feudale solo quando cercò la sua identità nell'ambito della nazione, cioè nel Settecento e nell'Ottocento.


[1] Der Bürgereid als Geltungsgrund und Gestaltungsprinzip des deutschen mittelattedichen Stadtrechts, Weimar 1958, l.

[2] Lübisches Recht l , Lübeck 1971, 382.

[3] F. Braudel, Modell ltalien 1450-1650, Stuttgart 1991, 37 sg.

[4] O. v. Gierke, Das deutsche Genossenschaftsrecht, 2o: Geschichte des deutschen Körperschaftsbegriffs, rist. 1954, cap. 4o: Die Stadtpersönlichkeit, in particolare par. 28, 705 sgg.: «erscheint die Stadt als die älteste wahrhaft staatliche Gemeinschaft in Deutschland».

[5] Representation, Resistance and Community, a cura di P. Blickle (European Science Foundation, the Origins of the Modern State in Europe, 13th-18th Centuries), Oxford 1997.

[6] P. Michaud-Quantin, Universitas. Expressions du mouvement communautaire dans le moyen- áge latin, Paris 1970.

[7] M. Weber, Wirtschaft und Gesellschaft (a cura di J. WinckeImann), Tübingen 1956, 923 sg.

[8] H. Planitz, Die deutsche Stadt im Mittelalter, Graz / Köln 1954 (ristampa Wiesbaden 1996), 254 sg. ed ulteriori rinvii.

[9] O. Brunner considera il comune cittadino come una forma peculiare all'interno dei feudalesimo. Cfr. O. Brunner, Stadt und Bürgertum in der europäischen Geschichte, in: id., Neue Wege der Verfassungs- und Sozialgeschichte, Göttingen 1968 (il saggio apparve per la prima volta nel 1953), 213-224 (222).

[10] Una sintesi della teoria weberiana è stata presentata recentemente da V. Heins in Max Weber zur Einführung, Hamburg, 2° ed. 1997.

[11] D. Quaglioni, Politica e diritto nel Trecento italiano. Il “De Tyranno” di Bartolo da Sassoferrato (1314-1347). Con l'edizione critica dei trattati “De Guelphis et Gebellinis”, “De regimine cívitatis”,e “De tyranno”, Firenze 1983.

[12] G. Dilcher, Zum Bürgerbegriff im späteren Míttelalter. Versuch einer Typologie am Beispiel von Frankfurt am Main, in: id., Bürgerrecht und Stadtverfassung im europäischen Mittelalter, Köln/Weimar Wien 1996 (il saggio apparve per la prima volta nel 1980), 115 sg.

[13] G. Dilcher, Die Entstehung der lombardischen Stadtkommune. Eine rechtshistorische Untersuchung, Aalen 1967; H. Keller, Einwohnergemeinde und Kommmune. Probleme der italienischen Stadtverfassung im 11. Jahrhundert, HZ 224 (1977), 561-579.

[14] H. Maurer (a cura di), Kommunale Bündnisse Oberitaliens und Oberdeutschlands im Vergleich (Vorträge und Forschungen vol. 33), Sigmaringen 1987.

[15] V. Colorni, Le tre leggi perdute di Roncaglia 1158 ritrovate in un manoscritto parigino, Varese 1966. A. Haverkamp (a cura di), Friedrich Barbarossa: Handlungsspielräume und Wirkungsweisen des staufischen Kaisers (Vorträge und Forschungen Bd. 40), Sigmaringen 1992; MGH Diplomata 10, 2 Friderici I. Diplomata No 238 e sgg.

[16] MGH Diplomata 10, 4 a cura di H. Appelt, Hannover 1975, Friderici I. Diplomata No 848; inoltre, La pace di Costanza (1183): Un difficile equilibro di poteri fra società italiana ed impero: (Milano-Piacenza 27-30 aprile 1983) Bologna 1984; Studi sulla pace di Costanza, Milano 1984; H. Maurer (a cura di), Kommunale Bündnisse Oberitaliens und Oberdeutschlands im Vergleich (Vorträge und Forschungen vol. 33), Sigmaringen 1987.

[17] K. Schulz, “Denn sie lieben die Freiheit so sehr ...” Kommunale Aufstände und Entstehung des europäischen Bürgertums im Hochmittelalter, 2a ed., Darmstadt 1995.

[18] G. Dilcher, Kommune und Bürgerschaft als politische Idee der mittelalterlichen Stadt, in: I. Fetscher / H. Münkler (a cura di), Pipers Handbuch der politischen Ideen 2 (Mittelalter), München / Zürich 1993, 311 sg.

[19] R. Bordone, I comuni italiani nella prima Lega Lombarda: confronto di modelli istituzionali in un' esperienza politico-diplomatica, 45 sg. e G. Dilcher, Reich, Kommunen, Bünde und die Wahrung von Recht und Frieden. Eine Zusammenfassung, 231 sg., in: H. Maurer (a cura di), Kommunale Bündnisse Oberitaliens und Oberdeutschlands im Vergleich (Vorträge und Forschungen Bd. 33), Sigmaringen 1987.

[20] MGH Constitutiones II, N° 156, 192-194.

[21] A. Buschmann, Der Rheinische Bund von 1254 - 1257. Landfriede, Städte, Fürsten und Reichsverfassung im 13. Jahrhundert, in: H. Maurer (a cura di), Kommunale Bündnisse Oberitaliens und Oberdeutschlands im Vergleich (Vorträge und Forschungen Bd. 33), Sigmaringen 1987, 167-212; J. Mötsch, Der Rheinische Städtebund 1254, 56 (catalogo della mostra di Worms 1986), Koblenz 1986.

[22] La sicurezza delle strade rappresentava nel sec. XIV un motivo importante per la creazione di leghe fra città. Cfr. G. Wittek, Handlungsebenen zwischenstädtischen Friedens im Sächsischen Drittel der Hanse von 1350 bis 1430, Hansische Geschichtsblätter 115(1997), 109-132.

[23] M. Rothmann, Der Täter als Opfer. Konrad von Weinsbergs Sinsheimer Überfall im Kontext der Territorial- und Reichsgeschichte, in: “Raubritter” oder “Rechtschaffene von Adel” ? Aspekte von Politik, Friede und Recht im späten Mittelalter, a cura di K. Andermann, Sigmaringen 1997, 31-63; U. Andermann, Ritterliche Gewalt und bürgerliche Selbstbehauptung. Untersuchungen zur Kriminalisierung und Bekämpfung des spätmittelalterlichen Raubrittertums am Beispiel norddeutscher Hansestädte (Rechtshistorische Reihe vol. 91), Frankfurt am Main / Bern / New York / Paris 1991.

[24] E. Bock, Der Schwäbische Bund und seine Verfassung, 1488 - 1534: Ein Beitrag zur Geschichte der Zeit der Reichsreform, Breslau 1927 (rist. Aalen 1986); J. Schildhauer, Der Schwäbische Städtebund - Ausdruck der Kraftentfaltung des deutschen Städtebürgertums in der zweiten Hälfte des 14. Jahrhunderts, in: Jahrbuch für Geschichte des Feudalismus 1 (1977), 187 sg.; K. Schnith, Reichsgewalt - Schwäbischer Bund - Augsburg. Zur politischen Konstellation im späten 14. Jahrhundert, in: Zeitschrift des Historischen Vereins für Schwaben und Neuburg 74 (1980), 104 sg.; P.-J. Schuler, Die Rolle der schwäbischen und elsässischen Städtebünde in den Auseinandersetzungen zwischen Ludwig dem Bayern und Karl IV., in: Kaiser Karl IV. 1316 - 1378, a cura di J. Patze, Neustadt/Aisch 1978, 659 sg.

[25] P.-J. Schuler, Die Rolle der schwäbischen und elsässischen Städtebünde in den Auseinandersetzungen zwischen Ludwig dem Bayern und Karl IV., in: Kaiser Karl IV. 1316 - 1378, a cura di J. Patze, Neustadt/Aisch 1978, 659 sg.; L. Sittier, La Décapole alsacienne des origines à la fin du moyen-áge, Strasbourg-Paris 1955.

[26] K. Czok, Städtebünde und Zunftkämpfe während des 14. und 15. Jahrhunderts mit besonderer Berücksichtigung der Verhältnisse in der Oberlausitz, (tesi di abilitazione inedita), s. l. 1957; K. Czok, Der Oberlausitzische Sechsstädtebund in vergleichender geschichtlicher Betrachtung, in: Oberlausitzer Forschungen, a cura di M. Reuther, Leipzig 1961, 108 sg.; W. Ehbrecht, Magdeburg im Sächsischen Städtebund. Zur Erforschung städtischer Politik in Teilräumen der Hanse, in: Festschrift für Berent Schwineköper, a cura di H. Maurer und H. Patze, Sigmaringen 1982, 391 sg.; Werner Mägdefrau, Der Thüringer Städtebund im Mittelalter, Weimar 1977; Matthias Puhle, Die Politik der Stadt Braunschweig innerhalb des Sächsischen Städtebundes und der Hanse im späten Mittelalter, Braunschweig 1985; Matthias Puhle, Der Sächsische Städtebund und die Hanse im ausgehenden Mittelalter, Hansische Geschichtsblätter 104 (1986), 21 sg.; Matthias Puhle, Hanse-Städte-Bünde. Die sächsischen Städte zwischen Elbe und Weser um 1500, Magdeburg 1996.

[27] Ph. Dollinger, Die Hanse,Stuttgart4 1989; Heinz Stoob, Die Hanse, Graz 1995.

[28] Die Recesse und andere Akten der Hansetage von 1256-1430, a cura della Historische Commission bei der Königl. Academie der Wissenschaften, Leipzig 1870 sg.

[29] R. A. Rotz, The Lubeck Uprising of 1408 and the Decline of the Hanseatic League, in: Proceedings of the American Philosophical Society, Vol. 121 No. 1 (1977), 1 - 45; Horst Wernicke, Die Städtehanse 1280 - 1418. Genesis - Strukturen - Funktionen, Weimar 1983, 180 sgg.

[30] R. Koch, Staat oder Gemeinde? Zu einem politischen Zielkonflikt in der bürgerlichen Bewegung des 19. Jhs., HZ 236(1983), 73-96.

[31] Representation, Resistance and Community, a cura di P. Blickle (European Science Foundation, the Origins of the Modern State in Europe, 13th-18th Centuries), Oxford 1997.
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Re: Comun, Arengo, Concio, Mexoevo, Istitusion

Messaggioda Berto » mar mag 10, 2016 6:03 am

Comoun, viçinia, regołe e statudi de Posoło de Viçensa ai ani del domegno venesian

http://www.zovencedo.com/web/colliberic ... eziano.pdf

Dagli atti dei notai che dal 1400 al 1800 hanno rogato a Pozzolo o nei paesi vicini, conservati nell’Archivio di Stato di Vicenza, e dal Libro degli instromenti dell’Archivio Parrocchiale, che raccoglie una cinquantina di atti che vanno dal 1592 al 1789, possiamo ricostruire alcuni aspetti della vita quotidiana del paese dal XV al XVIII secolo. Da questi documenti, relativi a statuti, compravendite, divisioni, permute, livelli, testamenti, stime di dote, procure, petizioni, possiamo scoprire quanto costava allora un campo, come veniva coltivato, quali erano le monete correnti, i pesi e le misure, i nomi delle famiglie, degli abitanti, delle contrà, dei boschi, delle fontane.
...
Gli atti dei notai di Pozzolo vengono di solito redatti nell’abitazione del notaio stesso, alla Costa (che è la contrà più importante de l paese, tanto che in alcuni verbali della
Vicinìa si parla di «capi di famiglia di questo loco e Costa» di Pozzolo), ma anche a casa dell’interessato, o vicino alla Chiesa di S.Lucia e in qualche caso persino «sopra le mure del cimiterio» o «dietro il campanile della chiesa parrocchiale». Fanno da testimoni gli amici, i vicini di casa e, in caso di necessità, anche i parenti o gli inservienti del notaio.
...

1. Gli Statuti comunali del 1545

Durante la repubblica veneta (1404-1797) la Serenissima esercitò il proprio dominio in modo diretto solo nei capoluoghi e nelle città di maggior rilievo attraverso i Rettori, cioè il Podestà (con prerogative civili e giudiziarie) e il Capitano (al quale competeva il comando delle milizie ma anche il controllo dell’intero Territorio o –diremmo oggi – Provincia), mentre rispettò l’autonomia locale delle comunità minori lasciando a tutte amplissima libertà di dotarsi di un proprio Statuto, di scegliere cioè come governarsi, di stabilire le regole della convivenza, purché queste naturalmente non andassero contro le leggi della Signoria di Venezia e fossero comunque garantite le quote di gravezze o imposte dirette.
L’organizzazione della vita civile nei Comuni rurali era regolata fin dal Medioevo da norme e da consuetudini tra mandate spesso in forma orale e abbastanza simili tra paese e paese.

...

Gli Statuti rurali mostrano un’organizzazione comunale più economica e sociale che politica, una associazione di uomini liberi (piccoli proprietari, coltivatori della terra e artigiani) diretta a proteggerli e ad affrancarli dalle servitù feudali; contenevano pertanto le regole entro cui i responsabili della villa, i governatori, e gli homines o capifamiglia potevano o dovevano agire.
Il decano, eletto dall’assemblea, era il rappresentante legale del Comune: «non aveva nessun potere di carattere politico, ma aveva nelle sue mani l’amministrazione in tutti i suoi aspetti».
Convocava la vicinia (o convicinia o visinanza) per mezzo di un banditore o di un comandador che a voce alta o col suono della campana o battendo delle tavolette o anche, nei piccoli comuni, passando di porta in porta, diffondeva l’annuncio. Il decano doveva inoltre far osservare gli Statuti e gli ordini della comunità, denunciare coloro che non volevano assolvere le collette e i tributi, passare periodicamente in rassegna i confini del Comune, ispezionare di persona le osterie, rimproverare coloro che disturbavano davanti alle porte della chiesa senza entrare, controllare uno per uno i camini delle case (moltissime erano paleate, cioè con il tetto di paglia, e quindi era alto il rischio d’incendio), far costruire un determinato tratto di strada, far eseguire gli ordini impartiti dalla Città in materia di imposte e di servizi a favore della stessa. Alla fine del mandato doveva render conto del proprio operato. Nell’espletamento del suo incarico era coadiuvato dai consiglieri, che con lui componevano in pratica la civica amministrazione, e da addetti a specifiche mansioni.
Gli estimatori avevano il compito di valutare i danni perpetrati alle proprietà pubbliche e private da persone e da animali, e in occasione di estimi e vendite dovevano stabilire il valore delle case, dei campi, degli animali, del vino, dell’olio e l’ammontare dei redditi in generale. I sindaci controllavano la gestione contabile del Comune, sindacavano cioè sulle spese effettuate; i saltari o guardie campestri sorvegliavano i campi, i prati, i boschi, i beni della comunità in genere, di giorno e di notte. Il taglio abusivo di un fascio d’erba, la sottrazione di legna, il danneggiamento di piante e siepi, il furto di messi o di frutta venivano puniti con pesanti multe. Dei danni provocati dagli animali dovevano rispondere i proprietari. Con le entrate provenienti dalle multe, dagli affitti, dai dazi e dalle imposte d’estimo il Comune provvedeva a corrispondere le indennità agli amministratori e gli stipendi ai funzionari.
Gli incarichi erano obbligatori: non era consentito agli eletti di rifiutare la carica, anzi ai renitenti erano minacciate pene e multe. E obbligatoria era anche la partecipazione alla vicinia.
Gli Statuti potevano essere periodicamente rivisti, integrati, modificati, a seconda delle nuove esigenze che si manifestavano nella comunità.
Il 24 agosto del 1545, un lunedì, gli homeni della villa di Villaga, Toara, Belvedere e Pozzolo, convocati in publica visinanza , approvano all’unanimità nove capituli o Statuti del Comune, che precisano le regole di comportamento su alcune materie, confermando tuttavia «ogni altro antiquissimo et usitato consueto nostro in altre materie et cause osservato» che non fosse in contrasto con i predetti capitoli.
Degan principale è Domenego Ronchin, sindici generali et conseglieri del prefato comun Domenego Lugan, Lorenzo Ferraro, Bartholamio dalle Oche, Zorzo di Polati, Lorenzo Bertuzzo e Zandonà di Rappi; sono presenti come testimoni messer Lodovigo Buso «cittadin de Vicenza» e Zambaptista Calderaio, pure di Vicenza.
Il Comune era formato dai quattro colonnelli di Toara, Belvedere, Pozzolo e Villaga, ognuno con una propria visinanza presieduta da un proprio degan, ma si riunivano insieme in un’unica assemblea sotto la presidenza del degan principale, quello di Villaga.
Viene prima spiegato il motivo che ha spinto la visinanza ad approvare nuovi Statuti. Spesse volte era capitato di convocare i capifamiglia del Comune, e specialmente quelli che avevano l’incarico di provvedere sia alle disposizioni della Signoria di Venezia e dei suoi Rettori, Vicari, Giudici, Deputati, Ufficiali ed altri suoi comessi o inviati, sia all’ordinaria amministrazione e alle quotidiane necessità del Comune, ed era successo che alcuni di questi si erano rifiutati di comparire, e per la loro assenza talvolta il Comune non aveva potuto provvedere ai bisogni della popolazione, anzi aveva subìto «gravissimi danni et spese».
Per rimediare a tali inconvenienti e a molti altri, e per migliorare i capitoli del passato, «per comun beneficio» ne vengono stabiliti di nuovi così che da ognuno per l’avvenire siano osservati «inviolabilmente, senza alcuna remissione alli contrafacenti». E i denari riscossi per le multe dovevano andare «in colte a universal beneficio de tutto il comun, sì di li contrafacienti come de cescheduno altro del ditto comun».
Ma quali erano queste nuove «regole» che si voleva dare la comunità?
Quando era necessario, come di consuetudine, convocare la visinanza perché giungeva un inviato della Serenissima o dei suoi Rettori e bisognava quindi ottemperare ai loro mandati, tutti i deputati homeni dovevano essere convocati indicando il giorno stabilito, se in mattinata o nel pomeriggio, a seconda dell’importanza dell’argomento da trattare: chi non si fosse presentato (a meno che non fosse ammalato o non si trovasse nel territorio comunale al momento della citazione) incorreva nella multa di dieci soldi di moneta vicentina; si riducevano a cinque se l’assenza era relativa alle altre visinanze, quelle che trattavano argomenti pertinenti la comunità, come metter colte o tasse, fare gli estimi, affittare i beni comunali, stabilire i piovegi (prestazioni lavorative a favore della comunità, che tutti erano chiamati a fornire in determinati periodi dell’anno, come fare manutenzione di strade, costruire ponti, riparare argini, scavare fossati).
E se il comandador del Comune quando passava per la convocazione di porta in porta non trovava per caso nessuno in casa (e capitava spesso, considerando che la popolazione era per la gran parte dedita all’agricoltura), sotto pena di dieci o cinque soldi doveva fare sull’uscio dell’abitazione una croce con la calce, col carbone o con qualsiasi altra cosa. Il capofamiglia vedendo il segno doveva considerarsi convocato, e non poteva per questo presentare una qualche scusa.
Il decano e gli stessi consiglieri erano tenuti più degli altri ad osservare e a far osservare gli ordini contenuti negli statuti: in caso di loro inosservanza avrebbero pagato il doppio della pena che aspettava a ciascun altro contrafaciente.
I fossati dovevano essere mantenuti puliti, scavati e non impediti da piante o sbarramenti;
quando venivano dati in appalto i lavori del Sirone (il corso d’acqua che scorre nel territorio di Villaga) il decano o un suo delegato doveva, prima di pagare gli operai, controllare se i lavori erano stati ben fatti, sotto pena di pagare lui stesso una multa di venti soldi, sempre «da esser spesi a beneficio comun». Se invece i lavori venivano eseguiti direttamente, ciascuno per la sua parte, il decano principale del colonnello di Villaga doveva ordinare ai suoi capi de desena (insieme di dieci capifamiglia) cosa dovevano fare, e far fare ad ognuno la sua porzione di Sirone, e poi ordinare agli altri decani di Toara, Belvedere e Pozzolo di fare e far fare la stessa cosa ai propri uomini entro tre giorni. Se il lavoro non veniva terminato entro tale termine, tutti coloro che non avevano fatto la propria parte incorrevano nella multa di dieci soldi ciascuno. Non si accettavano scuse, né per malattia, né per altre cause: chi non poteva, doveva trovarsi a proprie spese un sostituto che si accollasse la sua porzione di fiume, in modo che «il particular beneficio non deroge al generale, et chel comodo de uno non sia incomodo a molti». E se il decano principale non faceva rispettare quanto stabilito, avrebbe pagato del suo venti soldi, e così pure gli altri decani, i capi de desena e ciascun altro inobediente, se non avessero finito i lavori entro i tre giorni.
Tutte le decisioni della vicinia si dovevano prima «balotar a bussoli et balote», cioè mettere ai voti inserendo delle palline colorate in un’urna: un colore indicava i volenti
(i favorevoli), un altro i contro (i contrari). Se i favorevoli risultavano in maggioranza, la delibera veniva approvata. Non si dovevano naturalmente discutere né tantomeno votare le occurentie della illustrissima Signoria di Venezia, dei suoi Rettori, della magnifica città di Vicenza e dei Deputati, ma anzi «con ogni maggior prestezza nostra, si come semo obligati si deba immediate obedir».


Degan, Degani, Degano, Decano
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Re: Comun, Arengo, Concio, Mexoevo, Istitusion

Messaggioda Berto » mer mag 11, 2016 12:37 pm

Anca el Comoun de Viçensa, entel 1200, el gheva el Major Consejo de 400 menbri, 100 par ognon de łi 4 cantoni o coartieri de ła çità, dapò el gheva el consejo de Caifameja, coeło dei 40, coeło de ła Credensa (masimo 12 menbri) e coeło de łi Ansiani.

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Viçensa
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Re: Comun, Arengo, Concio, Mexoevo, Istitusion

Messaggioda Berto » gio mag 12, 2016 8:28 am

Pałàso e sała dei Çincoesento en Ouropa
viewtopic.php?f=147&t=1993

Major Consejo o Consejo dei Çincoesento de Verona

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https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Verona
...
Gli successe allora il fratello Alberto, con cui si ebbe l'effettivo passaggio da Comune a Signoria, che si ebbe grazie al grande favore che ottenne dal popolo: in soli 10 giorni gli vennero affidati ampi poteri. Alberto della Scala venne eletto podestà e fece redigere quello che venne poi chiamato Statuto Albertino, che rivedeva l'ordinamento della città: vi era un Consiglio Maggiore costituito da 500 cittadini scelti dal podestà ogni anno, mentre i capi delle arti formavano il Consiglio dei Gastaldoni dei Mestieri, e vi erano poi dei consigli di minore importanza, come quello degli Anziani e quello degli LXXX. Egli fu abile nel sottoscrivere la pace con Brescia, Mantova e Padova, città guelfe in contrasto con il ghibellismo scaligero. Fu tra l'altro proprio in questo periodo che il vescovo di Verona permise ai Cimbri di stanziarsi nei territori semideserti della Lessinia. All'inizio degli anni novanta vennero occupate Este, Parma e Reggio, mentre nel 1297 Vicenza, insanguinata dalle lotte civili, si diede spontaneamente a Verona. Al governo di Vicenza venne designato Cangrande. Le conquiste continuarono nel 1299 quando, con i figli Alboino e Cangrande, Alberto si impadronì anche di Feltre, Cividale e Belluno.

Vivaro, Viverone, Var, Varo, Varone, Vara, Varano, Varenna, Varta, Varaita, Vardar, Varexe, Varna, Varmo, Verna, Verona, ...
viewtopic.php?f=151&t=130
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Re: Comun, Arengo, Concio, Mexoevo, Istitusion

Messaggioda Berto » mer set 14, 2016 8:26 pm

È L’IDEA STESSA DELLO STATO CHE VA RIPENSATA
di ENZO TRENTIN


La realtà è che la storia dello stato moderno ha diffuso un’idea limitata e parziale delle innumerevoli possibilità di organizzazione della convivenza internazionale. Costituzionalisti, studiosi di diritto pubblico e giuristi internazionalisti però non se ne rendono conto, se non confusamente, a causa della concezione ossessiva della sovranità nella quale sono cresciuti.

C’è una teoria secondo la quale, un uomo politico o un patriota, non appena gli viene data una posizione suprema nello Stato, sempre che sia privo d’ambizione e non abbia brigato per ottenere questa carica, incomincia invariabilmente a mostrare i sintomi di ciò che il potere provoca in lui. Questo, si è potuto costatare chiaramente anche in tutti i personaggi della Rivoluzione francese ed è perciò che nei sistemi autenticamente federalisti la durata in carica dell’esecutivo è limitata, proprio perché sappiamo come il potere agisce sugli uomini.

Tra i primi sintomi della malattia del potere nei cosiddetti “rappresentanti” è la diffidenza nei confronti dei collaboratori, seguita da una grande suscettibilità su tutte le questioni, dalla incapacità di subire critiche, dalla convinzione di essere indispensabili e dalla ferma persuasione che non sia mai stato fatto nulla di buono prima che loro fossero arrivati al potere, (mentre scriviamo al lettore potrà venire in mente Matteo Renzi, ma probabilmente si tratta dell’ultimo d’una lunga lista) e che non si farebbe mai più nulla di buono se egli non restasse al potere. Pare che, quanto più l’uomo è capace e disinteressato, tanto più rapidamente la malattia lo colpisce. Pare che un disonesto può resistere molto di più, perché la disonestà lo rende cinico o, in un certo senso, umile, ed è questo che lo protegge.

L’Unione Europea sta per implodere: è certo come è certo che l’inverno segue all’autunno. Se vogliamo starne fuori, è adesso il momento di decidere di starne fuori. Adesso, prima che cominci la propaganda. È il momento di rendere impossibile a qualunque uomo, a qualunque centinaio di uomini, a qualunque migliaio di uomini, di portarci alla rovina nel giro di dieci giorni, costoro non dovranno combattere per il pane quotidiano; sono quasi sempre riusciti a vivere di rendite politiche. Se li lasciamo fare continueranno a danno dell’intera comunità.

Chiunque sarà alla testa della nazione avrà l’occasione di essere per breve tempo tra i più grandi uomini del mondo, invitato a meeting come il G20 et similia, ma la nazione, una volta passato l’entusiasmo, resterà a mani vuote. Per i prossimi anni ci servono uomini senza ambizioni, che odino la guerra e sappiano che anche dalle missioni di peacekeeping non ne viene mai niente di buono e, soprattutto, di uomini che abbiano dato prova delle cose in cui credono vivendo in conformità con esse. Tutti i candidati dovranno essere valutati sulla base di questi requisiti. È vero che i nomi che vengono alla mente sono pochi, ma queste persone esistono. Non abbiamo bisogno di leader che si mettano a capo di coalizioni, ma di leader che plasmino i consensi, che è cosa assai diversa.

Sosteneva Gianfranco Miglio che il federalismo come soluzione è la via d’uscita al declino irreversibile dello Stato nazionale. E che il vero modello politico di riferimento, il novum che gli sarebbe piaciuto vedere realizzato era quello “anseatico”, che ricalca quello delle libere città commerciali che l’Europa ha conosciuto prima che ovunque nel continente si imponesse la struttura statuale moderna, con i suoi eserciti e la sua burocrazia. Infatti, la più genuina tradizione federalista è stata quella dei secoli XII-XVII, delle città mercantili libere, sopraffatte dall’avvento violento dello stato moderno. In questa fase nelle città non c’erano persone di grande rilievo politico, né parlamenti, ma solo una gestione degli affari quotidiani negoziata continuamente, e un governo frammentato.

Il professor Miglio era affascinato dall’idea che il governo di una comunità politica sia affidato non a un pletorico Consiglio dei Ministri (come oggi accade nei regimi parlamentari), ma a un collegio ristretto formato dai vertici elettivi delle diverse unità politico-territoriali che compongono la Federazione. Cinque, sette persone, coadiuvate da un segretario (un po’ ciò che è in essere in Svizzera), capaci di attivare processi decisionali autentici, frutto non di estenuanti mediazioni tra ministri che rappresentano ognuno un partito o peggio una corrente, ma di accordi condotti alla luce del sole e in tempi brevi. Come si vede, l’istanza del superamento del sistema dei partiti politici era presente anche nello studioso lombardo.

Gianfranco Miglio apprezzava Johannes Althusius che nel 1603 pubblicò a Herborn un compendio di Politica ordinato secondo il metodo sistematico: sotto quel nome egli comprendeva la parte generale del diritto pubblico. Quest’opera è il più antico tentativo, dal punto di vista formale, di un’esposizione rigorosamente sistematica e completa della cosiddetta «politica». Ma è ancor più notevole per il suo contenuto. Con essa l’autore mostra di aderire senza riserve alle concezioni di quei pubblicisti – in gran parte coinvolti nelle guerre civili francesi degli ultimi decenni del XVI secolo – i quali dal principio della sovranità popolare avevano tratto la conseguenza rivoluzionaria di un diritto di resistenza attiva contro i signori fedifraghi, e perciò già dai contemporanei loro avversari erano stati denominati «monarcomachi». Ma ciò che fino allora era stato espresso a fini pratici attraverso scritti di partigiani e di esuli, egli lo parò di una veste dottrinale astratta e metodica. E meglio di qualsiasi suo predecessore egli fondò la sua teoria su basi ampie e coerenti, affermando per primo l’assoluta inalienabilità del diritto sovrano del popolo, e l’essenza del contratto sociale che ne è il fondamento, in formule che si ripresentano per la prima volta presso Jean-Jacques Rousseau con una rassomiglianza sorprendente.

Ma il vero punto di trasformazione sarà rappresentato dalla redazione e dalla successiva applicazione degli Statuti comunali (che non potranno essere omogenei). Perché tutto ciò che la società attuale contiene di ostacoli per il mantenimento sociale sarà da eliminarsi soltanto se, prima ancora dell’eliminazione, si sarà creato l’organismo, il sistema, l’ingranaggio da mettere al posto di quello di cui gli indipendentisti intendono disfarsi. E al fine di evitare contrasti crescenti con l’amministrazione centrale dello Stato, naturalmente ben intenzionata a difendere i propri poteri e i propri privilegi, altro non resta che la secessione.

Dopo gli Statuti (che, ripetiamo, non dovranno somigliarsi troppo l’uno con l’altro, ma dovranno invece rispecchiare le differenze tra territori ed evitare la trappola dell’omogeneità), il passo successivo, in una logica di reale autonomia politica e istituzionale, sarà rappresentata dalla possibilità di federarsi o confederarsi con altre Istituzioni secondo macro-aree omogenee dal punto di vista economico-territoriale. Un passaggio inevitabile, perché le attuali Regioni, artificiali e inventate a tavolino nell’Ottocento, non possono trasformare in senso federale il Paese. A quel punto, con la nascita delle “entità” organizzate in Cantoni, si saranno create le condizioni istituzionali per la realizzazione di una reale struttura federale, per la definizione di un assetto politico-costituzionale innovativo.

Con tali visioni si comprende come risulti incongruente la conquista delle Regioni (organismi dello Stato italiano) così come perorano alcuni sedicenti federalisti e pseudo indipendentisti. In specie quelli veneti. La teoria di Miglio vede tutte strutture “a basso tasso di politicità” che hanno prodotto livelli di civiltà e di crescita economica straordinari. È l’«altra metà del cielo» della storia europea, come egli la definisce, a tornare di attualità con le sue straordinarie ed esemplari strutture di marca althusiana, ricche e complesse, progenitrici del neofederalismo contemporaneo.

Con il neofederalismo Miglio rovescia l’approccio: il federalismo finora sperimentato deriva da un foedus che produce un pluribus unum, l’unità nella pluralità. Noi oggi dobbiamo, invece, cercare il foedus che consenta il passaggio dall’unità alla pluralità, ex uno plures. Il vero ordinamento federale per Miglio è contrassegnato da una pluralità di fonti di potere, almeno da due: quella delle entità federate e quella della federazione. Pluralità di sovranità finisce per significare “nessuna sovranità”. Infatti: “La radice del neofederalismo è l’affermazione di una pluralità di sovranità contro l’idea della sovranità assoluta [ed è] fondata sulla libera volontà di stare insieme. È un nuovo diritto pubblico, fondato sul contratto, sulla pluralità di tutti i rapporti, sull’eliminazione dell’eternità del patto [politico]”. Per essenza una struttura federale è una struttura “a pluralità di sovranità”, cioè non a piramide. Johannes Althusius aveva sviluppato l’idea contrattuale sostenendo un’immagine dell’aggregazione federale come formata “a scatole cinesi”, però tutte scomponibili in qualsiasi momento: “[…] erano tutti contratti di diritto privato e non patti politici.”

In questa visione ben più funzionale sarà la ricerca del consenso popolare e dell’appoggio internazionale. Ma questo è possibile ottenerlo mostrando a priori che tipo di ordinamento i “sovrani” vorranno darsi, e qui prendiamo a pretesto l’«indipendenza» comunale che è nata intorno all’anno 1.000 proprio nell’Italia settentrionale e centrale per espandersi poi a buona parte dell’Europa dei secoli successivi. Ed un modo (non l’unico ovviamente) potrebbe essere quello di partire dagli attuali Statuti comunali. In questo senso c’è già chi pensa, propone e agisce, e qui in allegato ne forniamo un esempio: VEDI QUI https://comitatopidemocrazia.wordpress. ... e-elezioni .
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Re: Comun, Arengo, Concio, Mexoevo, Istitusion

Messaggioda Berto » mar mag 09, 2017 9:57 pm

Impariamo il Federalismo dalla Germania. Altro che abbasso Merkel!
9 Mag 2017

http://www.lindipendenzanuova.com/impar ... sso-merkel

Già nello nome dello Stato Repubblica federale di Germania si manifesta la struttura federale dello Stato tedesco. La Repubblica federale di Germania è formata dai “Länder” federali che sono stati in parte rifondati e in parte creati dopo il 1945, ma sono nati tutti prima del “Bund”, la Federazione. Non sono semplici province, bensì Stati con propri poteri statali. Ogni Land ha una propria Costituzione che deve corrispondere ai principi dello Stato di diritto repubblicano, democratico e sociale in aderenza alla legge fondamentale. Per il resto i Länder sono liberi nella formulazione della loro Costituzione.

TRADIZIONI TEDESCHE
La struttura federativa è un’antica tradizione costituzionale tedesca in-terrotta solo dal regime hitleriano a partire dal 1933. Il Federalismo tedesco, pur avendo profonde radici storiche, è stato in passato considerato spesso espressione di spezzettamento della nazione se non addirittura sciagura nazionale (ahimè!). Oggi si costata che la struttura federale del Paese comporta grandi vantaggi, consentendo di rispettare o soddisfare ampiamente aspirazioni, usanze e peculiarità regionali.
In numerosi Stati la concentrazione delle funzioni amministrative, dell’attività economica e delle istituzioni culturali nella capitale o in pochi grandi centri si è rivelato uno svantaggio e fonte di difficoltà; per cui la richiesta di regionalizzazione, sempre più insistente, si è estesa su scala mondiale. Il tradizionale Federalismo tedesco ha contribuito a risparmiare alla Repubblica federale quelle difficoltà. Ma anche le tendenze centrifughe, spesso indicate come risvolto negativo del Federalismo, non si sono quasi manifestate nella Germania federale. La sua popolazione è più omogenea che non in molti altri Stati.

Le differenze etniche, una volta piuttosto marcate, sono state stemperate dai grandi spostamenti della popola-zione nel dopoguerra e dall’elevata mobilità imposta dalla moderna vita economica. Perché il Federalismo? Pertanto oggi, pur potendo sembrare un paradosso, nel caso della Germania federale il senso del Federalismo va visto in prevalenza sotto un aspetto generale dello Stato. La democrazia acquista maggiora concretezza quando il cittadino confrontato con esigenze e problemi che ovviamente può meglio seguire nel più ristretto ambito del suo “Land” (Stato confederato), può col suo voto, partecipare più consapevolmente al processo democratico.
La pubblica amministrazione, operando in un “Land” federale con maggiore aderenza alla realtà locale, riscuote presso il cittadino, che le è anche più vicino, maggiore fiducia che non le autorità insediate nella spesso lontana capitale federale. L’amministrazione del “Land”, potendosi giovare della conoscenza delle condizioni regionale, può contribuire alla cura e conservazione di valori culturali e costumi locali nelle loro molteplici forme. Nell’ambito della sua autonomia un “Land” potrebbe anche sperimentare nuove iniziati-ve in determinati settori, per esempio in quella dell’istruzione, fornendo modelli per adeguate riforme.
Si dà non di rado il caso che partiti politici, che a livello federale stanno all’opposizione, in alcuni “Länder” siano invece al governo. Così tutti i partiti hanno la possibilità di assumersi democraticamente responsabilità di governo e di dimostrare la loro capacità di governare.

Ma i “Länder” possono soprattutto costituire, specialmente con la loro partecipazione all’attività legislativa attraverso il Bundesrat (Consiglio federale), un utile elemento di equilibrio del potere. Infatti la Legge Fondamentale considera di tale importanza la struttura federale in “Bund” (Federazione) e “Länder” (Stati confederati), e il concorso di questi alla legislazione federale, che queste due norme sono state sottratte a qualsiasi modifica anche costituzionale.

LE COMPETENZE DEI“LÄNDER”
L’attività maggiore dei “Länder” si esplica nell’amministrazione. Se si eccettuano le poche autorità di vertice federale con base amministrativa propria (ad esempio, l’amministrazione delle dogane o delle forze armate), la fase esecutiva delle leggi federale è devoluta interamente alle autorità dei ”Länder”, rispettando in ciò la tradizione tedesca. I “Länder” attuano le leggi federali con ampia autonomia e senza specifiche diret-tive del Bund. Il Governo tedesco si limita a vigilare che l’esecuzione delle leggi federali avvenga in aderenza al diritto vigente. Solamente alcune funzioni amministrative espressamente indi-cate nella legge fondamentale vengono esercitate dai “Länder” su delega del “Bund”. In questi casi i “Länder” sono soggetti alle direttive del Governo federale non solo sotto il profilo del controllo giuridico degli atti amministrativi, ma anche sotto quello della loro discrezionalità.

Tra i settori alla facoltà legislativa dei “Länder” figurano il diritto comunale, alcuni aspetti di ecologia e la maggior parte dell’ordinamento di polizia. Ma è nel campo culturale che le leggi dei “Länder” hanno maggiore rilevanza. La scuola dell’obbligo, le scuole tecniche, i ginnasi, i licei e le scuole speciali (per gli handicappati) sono regolate da leggi regionali, ossia dei “Länder”, come lo è pure l’istruzione degli adulti.
Anche gli aspetti essenziali delle scuole professionali e del perfezionamento, nonché degli studi universitari, sono regolati da leggi dei “Länder”, con competenza parziale del legislatore federale.

AUTONOMIA AMMINISTRATIVA COMUNALE
L’autonomia amministrativa comunale come espressione della libertà dei cittadini ha in Germania un’antica e salda tradizione, che si può forse ricondurre ai privilegi delle città libere del medioevo, allorché il diritto civile comunale sciolse gli individui dalle catene della feudale servitù della gleba. Questa tradizione di libertà civica si manifesta nell’autonomia amministrativa delle città, dei comuni e delle province, libertà esplicitamente garantite dalla legge fondamentale e da tutte le Costituzioni dei “Länder”.
La legge fondamentale stabilisce due principi diversi: i “Länder” devono garantire ai Comuni la facoltà di gestire sotto propria responsabilità -nell’ambito della legge – tutte le questioni della comunità locale; tutte le città, i Comuni e le Province debbono essere organizzate democraticamente. Per motivi storici gli statuti comunali si differenziano fortemente da “Land” a “Land”, sebbene la prassi amministrativa comunale fosse ovunque largamente omogenea.

Fra questi rientrano specialmente i trasporti pubblici urbani e vicinali, la costruzione di strade locali, l’approvvigionamento idrico, elettrico, del gas, l’edilizia abitativa, la costruzione e manutenzione di scuole elementari, medie, ginnasi, teatri e musei, di ospedali e impianti sportivi e di piscine, l’istruzione degli adulti e la cultura dei giovani.

In questo “ambito opperativo proprio” le amministrazioni comunali sono soggette solo a un controllo di legalità. Lo Stato cioè, può solo vigilare sull’osservanza delle leggi; ogni comune opera secondo un proprio potere discrezionale. Molti dei compiti elencati superano talvolta le possibilità ecomiche ed organizzave dei comuni e piccoli centri; essi possono allora venire assolti dalla provincia (Landkkreis), l’ente territoriale superiore, anche essa organo dell’autonoma locale, il cui Consiglio (Kreistag) risulta dalle elezioni provinciali a suffragio diretto. In molti casi i Comuni e le Province operano anche da organi esecutivi di leggi regionali e federali. In questi casi le amministrazioni comunali sono soggette non solo ad un controllo di legalità, ma ricevono a volte al riguardo dalle autorità regionali precise e dettagliate direttive.

FINANZIAMENTO DELL’AUTONOMIA AMMINISTRATIVA
L’ autonomia e l’autogestione co-munale si atrofizzano se ai Co-muni mancano i fondi di cui hanno bisogno per l’espleta-mento dei loro compiti. Le più importanti fonti d’entrata dei Comuni sono le imposte. I Comuni hanno un diritto costituzionalmente garantito di riscuotere determinate imposte. Tra que-ste rientrano in prima luogo l’imposto sull’industria e i commerci e l’imposta immobiliare, come altre imposte minori tipo quelle sulle bevande: Inoltre i comuni ricevono dallo Stato e dai “Länder” fede-rali quote di altre entrate tributarie, ad esempio quelle sui salari e sui redditi. In cambio i comuni devono versare allo Sta-to e ai “Länder” federali una parte delle loro entrate dall’imposta sulle industrie e i commerci.

Si è d’accordo sul fatto che l’autogestione comunale va mantenuta e rafforzata. Essa fornisce al cittadino, in modo semplice, la possibilità di cooperazione e di controllo, ad esempio attraverso il colloquio con i consiglieri comunali, attraverso la presa in visione dei piani urbanistici o di bilanciodel proprio comune. In questo modo città e comuni sono in un certo senso le più piccole celle politiche dello Stato, il cui funzionamento autonomo e democratico è un premessa dell’esistenza della libertà e del diritto nello stato e nella società.

I PICCOLI PARTITI E LA CLAUSOLA DEL 5 PER CENTO
Un numero oscillante di piccoli partiti ha sempre cercato di entrare nel Parlamento federale e nei parlamenti regionali. Alle prime elezioni per il “Bundestag” (Dieta federale) nel 1949, questi piccoli partiti ottennero insieme il 27,9% dei voti; nel 1987, alle votazioni per l’11ª legislatura, hanno ottenuto insieme solo l’1,3%. Questo vistoso regresso è dovuto non per ultimo alla clausola di sbarramento del 5 %, contenuta nella legge elettorale federale ed in quelle di tutti i “Länder”. Essa stabilisce che possono inviare deputati in parlamento solo quei partiti che nel relativo territorio abbiano ottenuto almeno il 5% dei voti. La Corte Costituzionale federale ha espressamente dichiarato la conformità di questa clausola alla Legge Fondamentale. Solo poche volte partiti di estrema destra o di estrema sinistra sono riusciti superare questa clausola di sbarramento. Il Partito Comunista di Germania (Kpd) è stato rappresentato al “Bundestag” solo una volta: dal 1949 al 1953 con 15 deputati. Tra i partiti di estrema destra, solo il “Deutsche Reichspartei” ebbe dal 1949 al 1953 con cinque deputati una esigua rappresentanza al “Bundestag”. Dopo l’introduzione della clausola del 5% i partiti radicali di destra non sono mai più riusciti a superare questo ostacolo alle elezioni per il “Bundestag”.

Per la rappresentanza di minoranze etniche si rinuncia alla clausola del 5%. Per questo il “Südschleswigsche Wählerver-band”, che raccoglie la locale minoranza danese, è rappresentata al Parlamento re-gionale dello “Schleswig-Holstein”, seb-bene ottenga meno del 5% dei voti. Le elezioni comunali offrono talvolta un’immagine molto diversa dalle elezioni per il “Bundestag” e per i Parlamenti regionali. A livello comunale spessosvolgono un ruolo importante i cosiddetti “partiti municipali”, cioè raggrup-pamenti elettorali indipendenti al di fuori dei partiti affermati.

IL DIVIETO DI PARTITI
“I partiti che per le loro finalità o per il comportamento dei loro aderenti tentano di pregiudicare o abbattere l’ordinamento fondamentale democratico e liberale o di minacciare l’esistenza della Re-pubblica Federale di Germania” (art. 21 secondo comma della Legge Fondamentale) possono essere dichiarati incostituzionali dalla Corte Costituzionale federale e di conseguenza venire sciolti. In base a queste disposizioni fu vietato, già nel 1952, il “Sozialistische Reichspartei”, senza dub-bio il partito di destra più estremista del dopoguerra. Nel 1956 fu dichiarato incostituzionale anche il Partito Comunista di Germania (Kpd); ne ha raccolto l’eredità il Partito Comunista tedesco (Dkp), fondata nel 1968, senza tuttavia raggiungere la consistenza del precedente Kpd. Né il Governo federale né il “Bundestag” o il “Bun-desrat” (consiglio federale) hanno fatto uso della loro facoltà di chiedere alla Corte costituzionale federale il divieto del Dkp (nota personale: tanto in Germania i comunisti non costituiscono una minaccia).

IL SISTEMA ELETTORALE
Le elezioni per tutte le rappresen-tanze popolari sono per principio generali, dirette, libere uguali e segrete. È elettore ed è eleggibile ogni tedesco che abbia compiuto il 18° anno di età. Nella Repubblica Federale di Germania non esistono elezioni preliminari. I candidati per le elezioni vengono designati dagli iscritti ai partiti (e solo da questi). Il sistema elettorale per le elezioni al “Bundestag” è complesso, è un cosiddetto “sistema pro-porzionale-personale. 248 deputati, ossia la metà dei membri del “Bundestag”, vengono eletti in collegi elettorali secondo il sistema della maggioranza relativa. Gli altri 248 deputati vengono eletti attraverso le liste regionali dei partiti. Ma il conto di tutti i voti avviene in modo che il “Bundestag” risulta com-posto in misura quasi pro-porzionale alla distribuzio-ne dei voti (con la limitazione della clausola di sbarramento del 5 per cento illu-strata prima). Il partito che ha ottenuto nella circoscrizione elettorale più mandati di quanti gliene spetterebbero in base alla percentuale dei suoi voti nella lista regionale, può conservare questi cosiddetti “Überhangsmandate” (mandati in eccedenza). Il tal caso il “Bundestag” ha più di 496 membri con pieno diritto di voto.
(a cura di Veronika Holzner) da Il Federalismo, direttore responsabile Stefania Piazzo
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