Serbia e Kosovo come la Russia e l'Ucraina? No!

Serbia e Kosovo come la Russia e l'Ucraina? No!

Messaggioda Berto » dom ago 07, 2022 5:56 pm

Serbia e Kosovo come la Russia e l'Ucraina? No!
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No, si tratta di due casi assai diversi:
l'Ucraina ha una sua storia e una sua identità autoctona indipendente dalla Russia, l'Ucraina è cosa diversa dalla Russia, sono due nazioni differenti anche se hanno vari elementi comuni e condividono la religione e la cultura cristiane e ortodossa.
Il Kosovo in origine era terra serba e cristiana, non albanese-kosovara e musulmana e in Kosovo vi è conflitto religioso ed etnico a danno dei cristiani e dei serbi divenuti minoranza a causa della conquista imperiale ottomana nazi maomettana.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Serbia e Kosovo come la Russia e l'Ucraina? No!

Messaggioda Berto » dom ago 07, 2022 6:12 pm

Indice:


1)
Serbia e Kosovo come la Russia e l'Ucraina? No!
No, si tratta di due casi assai diversi:

2)
Conflitto etnico religioso tra serbi cristiano ortodossi e albanesi kosovari mussulmani o nazimaomettani

3)
Storia dell'area e il secolare conflitto nei Balcani con l'imperialismo nazimaomettano ottomano.
Confronto con la Spagna che si è liberata del nazismo maomettano, come pure la Sicilia e Malta,

4)
L'Europa innanzitutto deve difendere gli europei e la civiltà europea, i cristiani e chi non costituisce un pericolo e ha rispetto per gli altri
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Re: Serbia e Kosovo come la Russia e l'Ucrina? No!

Messaggioda Berto » dom ago 07, 2022 6:12 pm

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Re: Serbia e Kosovo come la Russia e l'Ucraina? No!

Messaggioda Berto » dom ago 07, 2022 6:31 pm

1)Serbia e Kosovo come la Russia e l'Ucraina? No!
No, si tratta di due casi assai diversi:
l'Ucraina ha una sua storia e una sua identità autoctona indipendente dalla Russia, l'Ucraina è cosa diversa dalla Russia, sono due nazioni differenti anche se hanno vari elementi comuni e condividono la religione e la cultura cristiane e ortodossa.
Il Kosovo in origine era terra serba e cristiana, non albanese-kosovara e musulmana e in Kosovo vi è conflitto religioso ed etnico a danno dei cristiani e dei serbi divenuti minoranza a causa della conquista imperiale ottomana nazi maomettana.
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Re: Serbia e Kosovo come la Russia e l'Ucraina? No!

Messaggioda Berto » dom ago 07, 2022 6:31 pm

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Re: Serbia e Kosovo come la Russia e l'Ucraina? No!

Messaggioda Berto » dom ago 07, 2022 6:32 pm

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Re: Serbia e Kosovo come la Russia e l'Ucraina? No!

Messaggioda Berto » dom ago 07, 2022 6:32 pm

2)
Conflitto etnico religioso tra serbi cristiano ortodossi e albanesi kosovari mussulmani o nazimaomettani



Sirene e spari, tensione tra Serbia e Kosovo. L'uscita di Dukanovic: «La Serbia sarà costretta ad iniziare la denazificazione dei Balcani»
31 luglio 2022

https://www.open.online/2022/07/31/tens ... ia-kosovo/

Aumenta la tensione tra Serbia e Kosovo, alimentata da notizie definite “fake news” da ambo le parti. Nella giornata del 31 luglio, i media di entrambi i Paesi hanno confermato il suono delle sirene nel capoluogo del distretto di Kosovska Mitrovica, accompagnate dal suono delle campane per circa mezz’ora delle chiese serbo ortodosse nella regione settentrionale del Kosovo. Sui social circolano diversi video che testimoniano entrambi gli episodi e secondo alcune testimonianze ci sarebbero stati degli scontri a fuoco. Le forze armate internazionali dell’operazione Kfor stanno monitorando la situazione. Kfor, che può contare su 3.500 militari, è presente in Kosovo dal 1999. La sua presenza è garantita da una risoluzione adottata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu con la fine della guerra. Il generale ungherese Ferenc Kajari, comandante della Kfor, ha spiegato in un comunicato di essere pronto a intervenire nel caso in cui «la stabilità venga messa in pericolo».

La situazione sarebbe precipitata a seguito della decisione del governo kosovaro di non riconoscere più i documenti serbi, in particolare le targhe dei veicoli costringendoli quindi alla reimmatricolazione. Come segno di protesta, alcuni manifestanti serbi hanno bloccato con dei mezzi pesanti le strade in direzione delle località di frontiera Jarinja e Brnjak. Secondo il vice comandante Besim Hoti, la loro reazione sarebbe stata scatenata da false notizie. La decisione sulle targhe ora però sarebbe in dubbio. Nella serata del 31 luglio l’agenzia stampa russa Tass ha riferito che il governo del Kosovo avrebbe intenzione di rinviare di un mese il divieto dell’uso di documenti serbi nelle regioni del Nord.

I mezzi dei Carabinieri italiani (fonte).
Il presunto dispiegamento di forze al confine

Secondo le prime voci, circolate in particolare sui social e media, la Serbia avrebbe inviato l’esercito al confine con il Kosovo. Il Ministero della Difesa della Serbia nega che il proprio esercito abbia oltrepassato i confini, rendendolo noto in un comunicato pubblicato sul proprio sito. L’istituzione serba accusa quella di Pristina di diffondere intenzionalmente fake news attraverso account falsi sui social network e siti web, sostenendo che ci sia una sorta di conflitto in corso.

Secondo quanto riportato in serata dall’account Facebook ufficiale della polizia kosovara, sarebbero stati uditi degli spari in alcune località. Gli stessi agenti sarebbero stati coinvolti negli scontri, senza riscontrare feriti. Affermano, inoltre, che i manifestanti avrebbero danneggiato i veicoli di alcuni cittadini albanesi.

L’intervento del Presidente serbo

Durante un recente discorso pubblico, come riportato dal media serbo Danas, il Presidente Aleksandar Vučić accusa il Kosovo di attuare delle imposizioni nei confronti dei residenti serbi del distretto settentrionale senza averne diritto. Il leader di Belgrado ha poi chiesto agli albanesi «di rinsavire» e ai serbi di «non cascarci» [alle provocazioni, ndr] e di non compiere alcun atto che porti al conflitto. Aleksandar Vučić va oltre: «Questa è la mia richiesta, ma lasciatemi dire che non ci sarà alcuna resa. La Serbia vincerà se oseranno perseguitare, maltrattare o uccidere i servi. Se gli albanesi non vogliono la pace, la Serbia vincerà!». Parole, quelle del Presidente serbo, che hanno dato il via al timore di una situazione simile a quella che portò la Russia a giustificare l’invasione dell’Ucraina in sostegno delle autoproclamate repubbliche del Donbass.

Il timore di un “nuovo Donbass”

Ad alimentare ancora di più i timori di uno scontro armato in stile russo è stato il politico serbo e membro dell’assemblea nazionale Vladimir Dukanovic attraverso un tweet del 31 luglio mattina: «La Serbia sarà costretta ad iniziare la denazificazione dei Balcani». In un intervento successivo, Dukanovic pubblica una preghiera: «Signore, aiuta la nostra gente in Kosovo e Metohija. Le informazioni che arrivano sono terribili». Nel 2014, Dukanovic prese parte in una missione non autorizzata in Ucraina come osservatore internazionale per le elezioni delle autoproclamate Repubbliche di Donetsk e Lugansk. Un caso che costò al politico serbo il divieto di entrare in Ucraina.

La reazione russa

«Chiediamo a Pristina, agli Stati Uniti e all’Unione europea di sostenerla per fermare le provocazioni e osservare i diritti dei serbi in Kosovo» ha dichiarato Maria Zakharova. Secondo la portavoce del Ministero degli Esteri russo la decisione di imporre delle «regole discriminatorie» come quelle sui documenti e le targhe dei veicoli è «un altro passo volto a cacciare la popolazione serba dal Kosovo». «I leader kosovari sanno che i serbi non rimarranno indifferenti in caso di un attacco diretto alla loro libertà», afferma ancora Zakharova sostenendo che il Kosovo sta «deliberatamente cercando di aggravare la situazione per innescare un’azione di forza».

L’intervento del Presidente kosovaro

Il Presidente del Kosovo, Albin Kurti, ha accusato la Serbia di fomentare gli scontri. Lo ha fatto attraverso un video pubblicato sulla sua pagina Facebook, nel quale spiega che le aggressioni registrate durante il corso della giornata sarebbero state pianificate e incoraggiate dal Presidente serbo Aleksandar Vučić. Secondo quanto dichiarato da Kurti, le forze di sicurezza kosovare starebbero indagando su quanto sta avvenendo nel Nord del Paese e saranno pronte ad «agire in difesa della sovranità e integrità territoriale». Conclude il leader kosovaro: «Le prossime ore, giorni e settimane potranno essere impegnativi e problematici».

La situazione in Kosovo

Il Kosovo ha dichiarato la propria indipendenza dalla Serbia nel 2008, riconosciuta da diversi Paesi tra i quali l’Italia ma non da Belgrado. Nel 2022, Pristina aveva annunciato la domanda per entrare nel Consiglio d’Europa, un’azione criticata dal Presidente serbo Aleksandar Vučić.





Europa attenta o finirai come il Kosovo"
Attacchi alle chiese (rapporto Ocse), demografia rovesciata, fondi islamici stranieri...Intervista-podcast ad Alexandre Del Valle: "30 anni fa in una conferenza dissi che correvamo lo stesso rischio"
https://meotti.substack.com/p/europa-at ... il#details

Le chiese in tutto il Kosovo settentrionale domenica scorsa hanno suonato senza sosta le campane. Lo stesso accadde prima degli “eventi del 1999”. Il casus belli stavolta è la decisione del Kosovo di non riconoscere la validità di targhe e documenti in cirillico ed emessi in Serbia. Si intensificano gli attacchi contro le chiese dell’ex provincia iugoslava (è riconosciuta da gran parte degli stati membri dell'Unione Europea e dagli Stati Uniti, mentre Russia, Spagna, Grecia, Romania, Slovacchia e Cipro, tra gli altri, hanno rifiutato di riconoscere il Kosovo). Un rapporto preparato dall'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) rivela l’entità di una persecuzione dei cristiani. 247 attacchi sono stati commessi in Kosovo tra gennaio 2014 e dicembre 2020.

Il monastero di Visoki Decani nel Kosovo meridionale è stato incluso nell’elenco dei sette siti del patrimonio culturale più a rischio in Europa nel 2021. Il nuovo elenco è stato presentato da Maria Gabriel, Commissario europeo per la cultura. Visoki Decani non è solo l’unica chiesa inserita nell’elenco, è anche l'unico monumento in Europa sotto la protezione militare della missione KFOR a guida NATO e a comando italiano. Perché ancora oggi un monastero dovrebbe essere tutelato? In tutto il Kosovo, i luoghi di culto cristiani sono stati livellati a centinaia con ruspe ed esplosivi dopo la guerra del 1999 e le violenze del 2004. Il numero dei siti cristiani distrutti è di 140. Come il monastero del XV secolo della Santissima Trinità a Musutiste, iniziato nel 1465. Come il monastero dell'Arcangelo a Vitina, costruito nel XIV secolo, e bruciato. Come la chiesa di San Nicola a Prekoruplje, rasa al suolo e le sue icone perdute, compresa quella dell'apostolo Tommaso. “E’ impensabile per noi vivere senza protezione internazionale, perché non vi è alcuna garanzia che uno scoppio di violenza come quello del marzo 2004, quando 35 chiese o cimiteri ortodossi furono distrutti in due giorni, non si ripeta più” ha detto a Le Figaro l’abate Janjic. “All'epoca la situazione sembrava tranquilla e la città di Prizren era un modello di tranquillità e un simbolo di società multietnica: in quarantotto ore tutti i serbi della città furono espulsi, la residenza vescovile e le chiese bruciate”.

In occasione di una recente visita al cimitero serbo-ortodosso di Priština, Saša Mitrović, il sacerdote locale, ha potuto vedere scene inquietanti. La cappella del cimitero è stata trasformata in un bagno pubblico. Ovunque l’Islam diventa dominante, il Cristianesimo scompare: per restare agli ultimi anni, la Cipro occupata dai Turchi (500 chiese distrutte), il Nagorno Karabakh armeno conquistato dall’Azerbaijan e la metà della popolazione cristiana fuggita dal Sinai settentrionale…

La storia per i cristiani è tornata indietro nel tempo nel Kosovo.

La grande storica Bat Ye’Or nel suo libro Il declino della cristianità sotto l’islam riporta una straordinaria lettera del console John Elijah Blunt a sir Henry Bulwer da Pristina, 14 luglio 1860:

“Per molto tempo la provincia di Skopje stata in balia del brigantaggio: questa piaga, alimentata da un’indomabile popolazione di montanari, eminentemente bellicosi e mercenari, è più sviluppata nelle pianure. Ma si può dire che la sua diffusione sia stata piuttosto arrestata che incoraggiata: infatti le chiese e i monasteri cristiani, le città e i loro abitanti non vengono più depredati, massacrati e bruciati dalle orde degli albanesi come accadeva abitualmente fino a dieci anni fa. Nel complesso, il sottoscritto può affermare, senza tema di smentita, che la provincia di Skopje attraversa una felice fase di transizione dal male al bene, probabilmente lenta nella sua attuazione, ma, proprio per questo, non meno sicura nei suoi effetti”.

Un militare italiano di stanza in Kosovo con il Kfor mi racconta: “Questa è la quarta volta che vengo qua nell'arco di venti anni e il cambiamento si nota. Al di là del fatto che il Kosovo ha la più alta percentuale di foreign fighters di ritorno sulla popolazione residente, ma un paese a praticamente zero Pil che vive di rimesse dalla ‘diaspora’ (usando proprio questo termine) e di finanziamenti internazionali a fondo perduto, con forti infiltrazioni islamiche e malavitose. Assodato che la maggioranza sono musulmani, esistono piccole zone, enclavi, a maggioranza serba e quindi ortodossi e pochi villaggi con croati cattolici. Nei primi tempi i serbi dovevano essere scortati in continuazione altrimenti il linciaggio era dietro l'angolo. Ora sembra più tranquillo. Però sono comparsi vestiti maschili fino alle caviglie e barbe tinte di rossiccio che non lasciano presagire niente di buono. Anche qua le ong a base islamica hanno elargito a piene mani per ‘educare’ e ‘ricostruire’ le moschee (che in precedenza non esistevano). Il pericolo è per i giovani: contrariamente a quelli della mia età che mi sembrano piuttosto indifferenti alle prescrizioni del Corano, specie le più limitanti, i giovani pare abbiano colto il lato bellicoso e intransigente”.

Per capire come la creazione dello stato kosovaro sia stata una tragedia per i cristiani basti ricordare le parole del celebre sceicco saudita Mohammed Ben Abd El-Rahman Al-Arifi, imam della moschea King Fahd: “Controlleremo la terra del Vaticano; controlleremo Roma e introdurremo l'Islam. Quindi i cristiani, che hanno scolpito croci sui torsi dei musulmani in Kosovo, in Bosnia e in vari luoghi del mondo, dovranno pagarci la jiziya (tassa pagata dai cristiani non musulmani e dagli ebrei sotto la Sharia) per umiliazione o si convertiranno all'Islam…”. Cinquecento anni di occupazione hanno portato a conversioni di massa all'Islam. Ora l’Arabia Saudita, spiega Alexandre Del Valle, ha deciso di fare del Kosovo, troppo secolarizzato da decenni di comunismo e dal sufismo Bektâchî, il cuore del suo programma di islamizzazione dell’Europa. Assieme alla Turchia di Erdogan.

Del Valle, uno dei massimi esperti in Francia di Islam, autore assieme all’ex presidente della Sorbona Jacques Soppelsa del libro La globalizzazione pericolosa (i libri di Del Valle sono stati pubblicati in Italia da Guerini Associati e Lindau), è a colloquio con la newsletter.

Cosa rappresenta il Kosovo per l’Europa?

Rappresenta nel Medioevo una grande battaglia all’epoca degli albanesi veri di allora, cristiani, e alleati dei serbi. Fu il luogo di una grande lotta contro i Turchi e con la sconfitta dei cristiani il Kosovo fu la porta dell’imperialismo turco islamico nei Balcani in cinque secoli. Fu un colonialismo ottomano. Purtroppo, l’Unione Europea e l’Occidente invece di bloccare l’irridentismo ottomano negli anni Novanta la guerra contro Milosevic fu un pretesto perché la Nato agisse quasi come un esercito islamico al servizio degli interessi islamici per distruggere la sovranità della Yugoslavia a discapito dei cristiani che dopo la guerra in Kosovo vivono come dhimmi. Vivono nel pericolo come prima della liberazione dei Turchi. Un ritorno indietro gravissimo e dimostra la teoria di Bat Ye’Or di un Occidente che agisce come alleato dell’islamismo e dell’espansionismo turco a discapito degli interessi veri europei e cristiani di civiltà.

Il Kosovo era al 90 per cento cristiana e oggi al 10…

Da questa guerra che fu falsamente presentata come una della libertà europea contro il male fu una guerra a favore dell’imperialismo islamico che grazie allo smantellamento della Yugoslavia fece un grande ritorno nei Balcani. Il problema è che i cristiani si sono ritrovati nella precarietà e invece di aiutarli, di essere pragmatici, di accettare una unione territoriale fra la parte serba cristiana del Kosovo e la Serbia, così come abbiamo accettato di ricomporre le frontiere. Questo favorisce anche un revanscismo serbo e russo. Quello che fa l’Occidente abbandonando i cristiani del Kosovo e rifiutando una riformulazione delle frontiere più logica fra zone serbe e albanese, dando al Kosovo regioni serbe musulmane, è aiutare il nazionalismo. C’è una guerra fredda o calda con la Russia, che ne approfitterà per riattivare le divisioni. La politica Nato e UE gioca con il fuoco.

Eric Zemmour ha scritto che “il Kosovo è il futuro della Seine-Saint-Denis”. Solo una iperbole?

Non è un giudizio politico. In una conferenza 25 anni fa in Serbia parlai della ‘sindrome del Kosovo che gira attorno all’Europa’. Sapevamo perfettamente che quello che succedeva nel Kosovo sarebbe successo nelle capitali dell’Europa occidentale. C’è una sostituzione di etnia e identità dovuta a un movimento di popolazione incontrollato. Da 150 anni in Kosovo c’è stato un movimento di popolazione albanese-islamica, cambiando il tessuto etnico e religioso del sud della Serbia, della Grecia, del Montenegro e della Macedonia. Questa evoluzione demografica ha avuto delle conseguenze sul separatismo. Come quando gli europei arrivarono nelle Americhe con una sostituzione etnica, fu una catastrofe per i popoli autoctoni. La storia ci mostra sempre che quando una popolazione giovane e demograficamente attiva e meno demograficamente attiva e combattente ci sarà uno scontro e un cambio di civiltà. Gli autoctoni provano sempre a reagire. E questo provoca uno scontro di civiltà. Nel mio ultimo libro cito Gaston Bouthoul, il grande creatore della polemologia, universitario, e parlava di ‘esplosione demografica’. Diceva che questi movimenti diventano una forza esplosiva. E come studioso delle guerre diceva che questo movimento che fa parte delle grandi cause dei conflitti. Il futuro dell’Europa sarà uno scontro di civiltà. Finirà male.

Militari Onu a guardia del famoso monastero Decani in Kosovo

Il magazine francese La Nef racconta “il calvario dimenticato dei cristiani del Kosovo”. Dal 1999, 250.000 serbi hanno dovuto lasciare il Kosovo. I cristiani del Kosovo, in gran parte serbi ortodossi, rappresentano meno del 7 per cento della popolazione del Kosovo stimata in 1,8 milioni. Una vertiginosa inversione demografica avvenuta nel secolo scorso da quando i cristiani erano una volta la maggioranza. Storicamente, il Kosovo è la culla della nazione serba e della sua fede. È qui che si trovano i suoi monasteri più antichi ed è ancora qui che abbiamo la più alta densità di edifici religiosi cristiani in Europa. Gli attacchi del 17 e 18 marzo 2004 rappresentano il culmine di questa violenza ancora in atto. In quei due giorni, 19 cristiani vennero uccisi, 5.000 case cristiane sfollate e 34 chiese distrutte, sotto gli occhi attoniti delle forze internazionali presenti dal 1999. 120.000 cristiani hanno scelto di rimanere in Kosovo nonostante l'ingiustizia loro inflitta, quella di essere diventati stranieri nella propria terra. Parcheggiati nelle enclave circondate dal filo spinato, questi cristiani vivono nell'angoscia, traumatizzati dagli attacchi subiti dal dopoguerra. Una situazione confermata dall'archimandrita Sava Janjic, abate del monastero di Visoki Decani: “Il Kosovo è l'unico territorio in Europa dove santuari cristiani, monaci e pellegrini sono ancora minacciati”.

Non esattamente… Numerose chiese di Saint-Denis a Parigi sono state profanate, racconta Le Figaro. “Questo tipo di atto significa che vogliono sopprimere i cristiani, come i cristiani d'Oriente nei paesi musulmani, è spaventoso”, dice un settantenne. A Perpignan, dove "le aggressioni, il traffico di droga, il comunitarismo musulmano, le tensioni razziali e la violenza tribale" costringono i non musulmani a trasferirsi altrove, due giorni fa è stata profanata una chiesa. Nelle stesse ore, in Germania, le chiese venivano vandalizzate in Renania, in Turingia, a Berlino…Come il Kosovo, c’era un tempo in cui metà della popolazione della Seine-Saint-Denis era bretone. Oggi i bretoni rappresentano solo l'11 per cento della popolazione di Saint-Denis e “sono in via di estinzione”, me tre come racconta Le Point “a Seine-Saint-Denis, i figli di immigrati di origine non europea rappresentano il 54 per cento dei giovani fra 0-18 anni”. Lo stesso vale per le chiese. Come ha rivelato il filosofo Alain Finkielkraut, “oggi ci sono 145 moschee a Seine-Saint-Denis per 117 chiese…”.

Non un solo serbo vive oggi a Gnjilane, in Kosovo, dove erano ancora 8.000 nel 1999, e a Pristina, capitale del Kosovo, ce ne sono appena quaranta, contro i 40.000 del 1999. Cosa succederà a quei cristiani quando i soldati italiani se ne saranno andati? Chi proteggerà chiese come quella di Gracanica, capolavoro del XIII secolo citata anche dal grande storico Runciman? "O la distruzione o la trasformazione in musei", specifica padre Sava Janjic, vicepriore del monastero di Decani.

Il Kosovo non è all'altro capo della terra, ma nel cuore dell’Europa e nel buco nero dei media. È un luogo nevralgico dove si decide un pezzo del nostro futuro. Non l’ultimo capitolo di un “secolo breve” che ci siamo lasciati alle spalle, ma il primo di un “nuovo millennio”. Una gran brutta storia da cui non si esce e che, temo, anche grandi pezzi dell’Europa occidentale dovranno attraversare.
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Re: Serbia e Kosovo come la Russia e l'Ucraina? No!

Messaggioda Berto » dom ago 07, 2022 6:33 pm

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Re: Serbia e Kosovo come la Russia e l'Ucraina? No!

Messaggioda Berto » dom ago 07, 2022 6:33 pm

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