Iraq, goere e cristiani

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Messaggioda Berto » gio ago 07, 2014 7:45 pm

Iraq, goere e cristiani
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Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Iraq, goere e cristiani

Messaggioda Berto » dom apr 10, 2016 9:25 pm

Mai dimenticare che la guerra iniziata dall'America, nel 2003, contro l'Irak di Saddam rientrava nella strategia adottata contro il terrorismo mondiale islamista, dopo lo sterminio dell'11 settembre alle Torri Gemelle nel 2001.
Questa è la premessa e il quadro di partenza.
Il terrorismo islamico esisteva già da decenni: quello palestinese, quello libico, quello di al-Qāʿida, ... sempre motivato da razzismo e antagonismo religioso e culturale.
Gli sviluppi di questa iniziativa bellica e gli eventuali errori da parte americana non cambiano minimamente le motivazioni di partenza e la preesistenza del terrorismo islamico nonché le responsabilità dei vari attori autoctoni dell'area.
Non vanno dimenticate nemmeno le precedenti guerre Iraq Iran e Iraq Kuwait o Guerra del Golfo.


L’errore americano del 1979 e la destrutturazione del Medio Oriente
Dino Messina
di DANIELA COLI
21/10/2015

http://lanostrastoria.corriere.it/2015/ ... io-oriente



L’esercito siriano che combatte, appoggiato da russi e iraniani, per la riconquista di Aleppo e Damasco contro i “ribelli moderati”, forniti di missili dagli americani, è l’ultima immagine del “grande gioco” iniziato nel 2001 in Afghanistan. La guerra afghana e quella in Iraq, più la disastrosa politica delle arab spring di Obama, hanno provocato la destabilizzazione dell’Asia centrale e la balcanizzazione del Medio Oriente, e prodotto un’ondata di profughi in Europa maggiore di quella della seconda guerra mondiale. Un disastro completo per Niall Ferguson, che non è né antiamericano, né filoislamico. Michel Leeden, invece, su “Asia Times” inveisce contro il nuovo “Asse del Male” russo-siriano e si augura addirittura che gli islamisti sconfiggano i russi come i mujaheddin in Afghanistan, senza preoccuparsi degli effetti sull’Europa della massa di profughi di questo infinito conflitto.
Quanto sta accadendo in quest’ottobre 2015 iniziò nel giugno 1979. Zbigniew Brzezinski il 15 gennaio 1989 in un’intervista al “Nouvel Observateur” raccontò che la Cia decise di armare i mujaheddin sei mesi prima dell’intervento russo in Afghanistan: come consigliere di Carter, appoggiò l’operazione e Carter l’autorizzò. L’obiettivo era spingere i russi a intervenire in Afghanistan per dare un Vietnam alla Russia. I russi caddero nella trappola, invasero l’Afghanistan e si sa come andò a finire. L’intervista del “Nouvel Observateur” è importante, perché alla domanda se non sentisse rimorso e non temesse una minaccia islamica globale, Brzezinski rispose di essere soddisfatto, perché l’obiettivo era il crollo dell’impero russo-sovietico ed era stato centrato. Quanto alla minaccia globale dell’Islam, lo stratega polacco negò l’esistenza di un Islam globale, tantomeno minaccioso. Esistevano stati mussulmani, profondamente diversi e divisi, come gli stati cristiani europei: l’Arabia saudita fondamentalista non aveva niente in comune col Marocco moderato, il Pakistan militarista, L’Egitto filoccidentale e l’Asia centrale era secolarizzata. Non scandalizza che gli americani armassero i mujaheddin per dare un Vietnam ai russi, perché questa tattica è frequente nella storia, né sconvolge che Blush jr e Blair mentissero per legittimare la guerra. Nella storia accade continuamente e se oggi i media britannici pubblicano le prove delle bugie di Blair è perché intendono distanziarsi da un alleato a cui non perdonano la sconfitta britannica in Iraq, “our Vietnam”, come dice Philip Hammond. Nel disastro creato da Stati Uniti e Nato, il problema non è la morale ( nessun europeo intelligente ha mai creduto morali le guerre) ma la deficienza intellettiva americana. Nell’intervista al “Nouvel Observateur”, Brzezinski rimosse completamente la rivoluzione iraniana del 1979, da cui i nordamericani erano stati umiliati, ma la rivoluzione di Khomeini a Foucault sembrò epocale, con effetti simili a quella degli anabattisti di Münster e dei presbiteriani di Cromwell, un nuovo inizio per il mondo arabo. Nel 1978 Edward Said, con “Orientalism” dimostrò come gli stereotipi degli orientalisti britannici e americani non cogliessero affatto la realtà del mondo mussulmano. Gli scacchi subiti da US e Nato in Asia centrale e in Medio Oriente dimostrano una ignoranza spaventosa del mondo arabo. “Ma gli inglesi conoscono ancora gli arabi?” era la domanda più frequente a Londra nel 2002, e indicava preoccupazione, non disfattismo, perché i britannici sono nazionalisti. E’ però vero, come osservava Brzezinski nel 1998, che la maggiore preoccupazione US non era l’Islam, e non lo fu neppure dopo il 9/11.
La guerra di Bush jr e Blair contro l’Afghanistan e l’Iraq è la riedizione del “grande gioco”, il conflitto ottocentesco dell’impero britannico contro l’impero russo per il controllo dell’Asia centrale e del Medio Oriente. Come sottolinea Giovanni Sartori ne La corsa verso il nulla, la storiografia in voga tende a presentare la Russia di Nicola II economicamente sottosviluppata, ma la Russia di Nicola II nel 1914 era la quarta potenza industriale del mondo, con tanto di grande industria, con una tecnologia militare avanzata e, alleata con la Persia, minacciava l’India, il tesoro dell’impero britannico. Per questo, gli inglesi pensarono di creare uno stato cuscinetto, l’Afghanistan, tra Russia e India, da qui le due guerre in Afghanistan. Così la guerra di Crimea del 1853-56 fu voluta dalla Gran Bretagna per impedire l’espansione russa nel Mediterraneo e anche la guerra russo-giapponese del 1904-1905 fu appoggiata dall’impero britannico per impedire l’accesso russo al Pacifico. Quindi la Russia di Nicola II faceva paura e per questo si scatenarono contro di essa: come se non bastasse, dopo la sconfitta col Giappone, nel 1905 arrivò la rivoluzione.
In definitiva, gli Stati Uniti nel 2001 avevano gli stessi obiettivi del Regno Unito nell’800 e si capisce come Blair si gettasse a capofitto nella guerra. La Russia era ormai inoffensiva e sembrò un’impresa facile. Derrida, ebreo algerino e gay, non certo filoislamico, disse che anche dopo il 9/11, il nemico principale degli Stati Uniti rimaneva la Russia. Il 9/11 per il filosofo decostruzionista era stato un doppio suicidio: dei terroristi, ma anche di un sistema privo di senso della realtà, incapace di prevedere un attacco sul proprio territorio. Nel 2006 Derrida scrisse che Bush jr e la Nato non capivano niente di quanto sta accadendo. Come Chomsky considerava propaganda la teoria degli “stati canaglia”: era convinto che l’Islam non sia secolarizzabile come l’Europa, né democratizzabile, e che la democrazia abbia tendenze suicide.
Il 9/11, l’attacco di un piccolo gruppo di terroristi islamici, un attacco senz’altro micidiale e allarmante, prevedibile in uno Stato di grande immigrazione, diventò l’attacco all’Occidente, l’Islam una minaccia globale e la guerra all’Afghanistan per trovare bin Laden diventò la guerra dell’Occidente contro l’Islam. L’Iraq di Saddam Hussein, tutt’altro che islamista, sfinito dalle sanzioni, fu attaccato con tale violenza che, come riportò il “Times” in vari reportage, gli stessi oppositori di Hussein, professionisti borghesi, videro in al Qaeda l’unica via d’uscita. Per i generali britannici, la guerra in Iraq fu persa il giorno delle elezioni: la minoranza sunnita capì che non sarebbe mai stata capace di vincere la maggioranza scita, ebbe timore del genocidio e vide nella guerra civile l’unica soluzione. Gli americani ebbero poi la geniale idea di armare tutti e di scappare dall’Iraq. Quando i sunniti aprono le porte della città a Isis dobbiamo tenere conto dell’ottusità di costringere civiltà diverse da quella nordamericana ad adottare il sistema politico degli Stati Uniti.
Sono dell’opinione di Patrick Cockburn, Robert Fisk e Alberto Negri, ottimi conoscitori dal Medio Oriente, che le guerre di Bush jr e le “arab spring” di Obama abbiano prodotto il grande caos attuale. Ed è una minaccia per l’Europa, che non è difesa come gli Stati Uniti da due oceani, ma ha una frontiera vastissima nel Mediterraneo, che arriva a bagnare terre che vanno dai Balcani all’Asia minore, dalla penisola Iberica all’Africa del Nord e a collegare, attraverso il canale di Suez, terre dell’Oceano Indiano. Niall Ferguson, certamente non antiamericano, né filoislamista, sottolinea sempre più spesso che per Bismarck la politica estera di uno Stato dipende dalla sua posizione geografica. L’Europa come Ue non ha la stessa posizione geografica degli US e fare la stessa politica estera degli Stati Uniti, seguirli in tutte le avventure, la espone a pericoli gravissimi. Chiunque abbia visitato la Spagna e sia stato all’Alhambra, alla moschea di Cordova o a Toledo, vede le tracce dell’occupazione mussulmana in Spagna, che è piena di opere geniali lasciate dagli arabi. Come noi europei vediamo nel bellissimo anfiteatro romano di Palmira un simbolo della potenza e della civiltà “occidentale” in Medio Oriente, gli arabi vedono nell’Alhambra un simbolo della potenza e della civiltà islamica in Europa. Noi continuiamo a considerare gli arabi dei fanatici religiosi che, dopo un po’ di bombe americane, ritorneranno alla ragione e si integreranno facilmente nella nostra illuminata civiltà europea. Non ci viene mai il dubbio sul fatto che i mussulmani ci disprezzano profondamente e vedono un’Europa debole, demilitarizzata, in crisi economica e demografica. Più della religione, conta la volontà di potenza. Nei video postati dopo l’attentato a “Charlie Hebdo”, Amedy Coulibaly, cittadino francese originario dal Mali, con tuta mimetica e mitra, corpo atletico e muscoloso, dice pressappoco: “Noi siamo giovani, abbiamo tanti giovani, nelle palestre francesi ci sono tanti giovani come me. Noi possiamo attaccarvi”. Certo, Coulibaly inneggia anche ad Allah, ma non è un fanatico religioso, è un giovane con una straordinaria volontà di potenza, capace di uccidere a sangue freddo e che non ha paura della morte. I nostri conquistadores erano probabilmente simili a Coulibaly: crudeli e pronti a morire, con una grande volontà di potenza. Anche loro dicevano di agire in nome di Dio, e furono accolti con benevolenza dagli aztechi. Quale avventura può essere più stimolante per un giovane dotato di volontà di potenza di conquistare e sottomettere un nuovo mondo? La nostra ottusità, debolezza, rassegnazione, è non renderci conto che i mussulmani non sono diversi dai conquistadores europei. Il lamento sulla fine dell’uomo “occidentale” sarebbe più serio se fosse il lamento sulla fine dell’uomo europeo. Non avendo una politica estera autonoma dagli Stati Uniti, né una difesa, l’Europa come Ue e come Stati Ue, è in una posizione di estrema debolezza. Non ci rendiamo conto della minaccia dei giovani conquistadores arrivati in Europa, cittadini europei spesso, e non siamo neppure in grado di pensare che costituiscano una minaccia, perché ci spaventa. L’Europa, poi, ha contribuito a creare questa minaccia, cullandosi nei vecchi sogni del passato, senza avere però più le unghie di una volta. L’Italia con quattro bombardieri pensa di avere ancora un ruolo in Libia, quando l’Egitto, che ha un esercito forte, ha interessi e ambizioni in Cirenaica. La Libia, come l’abbiamo conosciuta, non esisterà più. Noi ci illudiamo di risuscitare il passato facendo cantare l’inno alle scolaresche e tirando fuori la vecchia retorica risorgimentale e non ci rendiamo conto di essere patetici. Il Regno Unito non ha la potenza economica dell’Arabia saudita. Certo, è il maggiore rifornitore di armi dell’Arabia saudita, il maggiore alleato dell’Arabia saudita, ma cosa sarebbe la Gran Bretagna senza il denaro dei sauditi? Dopo piazza Tahrir, dopo avere capito che gli americani volevano la vittoria dei Fratelli Mussulmani, la fondamentalista Arabia saudita ha riempito le casse del generale Al Sisi per fare il golpe, accettato senza proteste dagli Stati Uniti. Certo, gli Stati arabi sono rivali, ma non vogliono essere fatti fuori da quattro ragazzotti della Cia stile “Homeland”. Hanno capito che l’obiettivo di Obama e di Bernard Henri Levy era instaurare democrazie islamiche perché se gli arabi prendevano gusto alla democrazia, a combattersi tra di loro, non avrebbero più combattuto gli stranieri. Quando i sauditi hanno capito di potersi trovare di fronte a una rivoluzione orchestrata dalla Cia, non hanno esitato ad appoggiare Al Sisi. Noi italiani confidiamo sull’Iran, ma l’Iran potrebbe farsi un boccone dell’Italia quando vuole, è una potenza militare regionale. La povera grande Germania è costretta ad andare in Turchia a chiedere a Erdogan di moderare l’invio di profughi e a promettere chissà quali vantaggi economici. La Francia fa sfoggio di grandeur, ma basta un attentato a metterla in ginocchio. Dalla fine della prima guerra mondiale, l’Europa occidentale non ha più grandi potenze militari, né economiche ed è subalterna agli Stati Uniti. Dal punto di vista economico, basta pensare quanto l’economia europea dipenda da quella cinese: i britannici stanno festeggiando l’arrivo del presidente cinese Xi Jinping, perché si aspettano investimenti cinesi in Gran Bretagna. Per ogni nazione europea, investimenti cinesi significano lavoro e benessere. Se l’economia cinese decresce, l’Europa va in crisi perché la Cina non potrà importare merci europee. Il volano dell’economia occidentale è la Cina, e se la Cina entra in crisi, avremo disoccupazione e disperazione. Questo è il capitalismo globale creato dagli Stati Uniti: l’Empire. Non dipendiamo solo dalla Cina, ma anche dagli Stati arabi, come Arabia saudita, Iran, Emirati del Golfo, etc. In questa situazione di globalismo finanziario ed economico, la guerra diventa ancora più pericolosa, perché La Cina ha fatto grandi investimenti in Africa, Medio Oriente e Sud America. Anche la potenza economica cinese è un risultato della guerra tra Stati Uniti e Russia: la diplomazia del ping-pong di Kissinger, dopo il Vietnam, prevedeva la nascita del Drago cinese? Come dice Niall Ferguson, gli americani si sono illusi di essere in grado di produrre sempre nuove scoperte tipo Apple e di dare ai cinesi sempre nuovi Apple da assemblare. Gli Stati Uniti prevedevano il ritorno della Russia? In questo momento, la Cina ha più interessi comuni con i russi ( si pensi al veto sino-russo sulla no fly zone in Siria nel 2013) che con gli US, con cui è in antagonismo per la presenza in Africa e Medio Oriente.
Da una parte molti europei si augurano che Putin riesca a fermare la guerra in Siria e in Iraq, a vincere Isis, a stabilizzare il Medio Oriente, dall’altra è anche chiaro che una vittoria della Russia ( e della Cina) in Medio Oriente e una sconfitta US-Nato in Asia centrale ( magari una fuga da Kabul come da Saigon) avrà effetti rilevanti sugli Stati dell’Unione europea. L’Europa dovrebbe scegliere, ma non è in grado, si comporta come con l’Ucraina: invece di prendere in mano la situazione con ucraini e russi a Bruxelles, manda Kerry, il segretario di Stato US, in Ucraina come in Russia da Putin e mostra al mondo tutta la sua inconsistenza. L’Europa dovrebbe battersi dovunque e comunque con gli americani, suggerisce il fantasioso Giuliano Ferrara, senza rendersi conto che l’Europa è demilitarizzata, gli europei non sono disposti ad alcuna rinuncia per difendersi. La guerra, poi, si fa anche oggi con uomini a terra, i bombardamenti non bastano ed è difficile immaginare giovani italiani che si arruolano per combattere. L’Italia con i suoi quattro bombardieri non può certo fare la politica di Israele, che ha anche soldati capaci di uccidere e morire. Senza contare che l’Italia, come gli Stati Ue dipendono economicamente dagli Stati arabi, dalla Russia, dalla Cina. Gli Stati Ue, come Israele ( nonostante sia una potenza nucleare), dipendono, poi, in definitiva per la sicurezza dagli Stati Uniti e, senza gli US, sarebbero estremamente vulnerabili. Purtroppo, gli Stati Uniti, in politica estera e in strategia militare, sono un disastro, come dice Niall Ferguson, che non è certo antiamericano. Per gli Stati Uniti, però, qualsiasi sconfitta, anche molto grave, è sopportabile, perché sono difesi da due oceani e, male che vada, ritornano isolazionisti. Non è invece così per noi europei, in crisi da ogni punto di vista e incapaci di prendere posizione. Il timore di una possibile sconfitta Us-Nato s’intuisce nell’attuale Europa dall’atteggiamento nei confronti di “migranti” e “profughi”. Mentre la Gran Bretagna, che ha ancora qualche carta da giocare, medita Brexit e si blinda contro la nuova ondata di profughi, noi promettiamo moschee, cittadinanza, e ogni ben d’Iddio a chiunque arrivi. Forse l’unica chance è sperare nella nascita di partiti mussulmani nell’Europa centromeridionale: nell’immaginaria Francia islamica di Houllebecq, Parigi governata dalla mezza luna non è poi così male. Houllebecq fa capire che per certi aspetti la vita è più serena e ordinata. Poi, se gli Stati Uniti hanno un presidente kenyota perché la Francia non potrebbe avere un presidente algerino e la Germania un presidente turco? E’ evidente che l’Europa islamica non sarà l’attuale, molte cose cambieranno: il nostro stile di vita, la nostra cultura, perfino la nostra concezione della bellezza. Sarà la fine di un ciclo storico secolare, ma le civiltà inevitabilmente si esauriscono, decadono, si suicidano, e ineluttabilmente ne nascono altre. In fondo, François, il protagonista di “Soumission”, nella Francia governata dalla mezza luna, sente di non aver niente da rimpiangere.
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Re: Iraq, goere e cristiani

Messaggioda Berto » dom apr 10, 2016 9:25 pm

GLI ERRORI E LE BUGIE SULLA GUERRA IN IRAQ


http://ricerca.repubblica.it/repubblica ... raq28.html


CHE sorpresa! A quanto sembra, avere il fratello di un presidente fallimentare che prova a sua volta la scalata alla Casa Bianca qualche risvolto positivo ce l'ha. Grazie a Jeb Bush, finalmente ha preso corpo quel dibattito franco e aperto sull'invasione dell'Iraq che un decennio fa non c'è stato. Ma molte persone influenti (non solo Bush), quel dibattito preferirebbero che non ci fosse. C'è la sensazione palpabile che l'élite politica e mediatica abbia voglia di tirare una riga sull'argomento. La loro versione suona più o meno così: adesso lo sappiamo che invadere l'Iraq è stato un terribile errore, ed è tempo che tutti lo riconoscano. Però ora andiamo avanti. Eh no, proprio per niente: perché è falso e tutti quelli che hanno preso parte al dibattito sulla guerra sanno che è falso. La guerra in Iraq non è stato un errore innocente, un'avventura intrapresa sulla base di informazioni di intelligence che si sono rivelate sbagliate. L'America ha invaso l'Iraq perché l'amministrazione Bush voleva una guerra. Le giustificazioni ufficiali per l'invasione non erano altro che pretesti, e pretesti contraffatti per giunta. In un certo senso, ci hanno condotti in guerra con l'inganno.

Il dolo fraudolento dei sostenitori della guerra era evidente anche all'epoca: le giustificazioni che cambiavano sempre per uno scopo sempre uguale lo dimostravano. E arrivati a questo punto abbiamo prove in abbondanza a conferma di ciò che dicevano gli oppositori della guerra. Ora sappiamo, per esempio, che proprio l'11 settembre, prima che la polvere si fosse posata (e lo dico letteralmente), Donald Rumsfeld, il segretario alla Difesa, stava già pianificando la guerra contro un regime che non aveva nulla a che fare con l'attacco terroristico. Insomma, questa era una guerra che la Casa Bianca voleva, e i presunti errori, come dice Jeb, che «sono stati commessi» da un soggetto innominato derivano da questo desiderio di fondo. I servizi segreti sono giunti alla conclusione sbagliata che l'Iraq avesse armi chimiche? Perché erano sottoposti a forti pressioni. Le valutazioni hanno sottostimato difficoltà e costi dell'occupazione? Perché il partito della guerra non voleva sentire dubbi.

Perché volevano una guerra? A questo è più difficile rispondere. Alcuni guerrafondai erano convinti che il potere degli Stati Uniti nel mondo ne sarebbe uscito rafforzato. Altri vedevano l'Iraq come un progetto pilota, la preparazione per una serie di cambi di regime. Ed è difficile non avere il sospetto che abbia pesato la volontà di usare il trionfo militare per rafforzare il brand repubblicano in patria. A prescindere dai motivi esatti, il risultato è stato un capitolo oscuro della storia dell'America. Lo ripeto: ci hanno condotti in guerra con l'inganno. Si può capire perché tanti personaggi della politica e dei media preferiscano non parlarne. Alcuni forse si sono fatti abbindolare, hanno abboccato alle bugie. Altri, sospetto più numerosi, sono stati complici: avevano capito che la giustificazione ufficiale per la guerra era un pretesto, ma avevano le loro ragioni per volere una guerra o hanno accondisceso per paura. Perché c'era un clima di paura nel 2002-2003: criticare il crescente entusiasmo per la guerra significava correre il rischio di dire addio alla propria carriera. Oltre alle motivazioni personali, i mezzi di informazione si trovano in imbarazzo di fronte all'insincerità dei politici. I giornalisti sono sempre riluttanti a mettere i politici di fronte alle loro bugie. Più è grossa la bugia, più è evidente che stanno mettendo in atto una truffa, più i giornalisti esitano a dirlo. Ed è difficile immaginare una cosa più grossa che condurre l'America in guerra con l'inganno.

Ma la verità è importante, e non solo perché chi si rifiuta di imparare le lezioni della storia è condannato a ripeterla. La campagna di menzogne che ci ha portati in Iraq è ancora sufficientemente recente da consentire di chiamare i singoli responsabili a renderne conto. Lasciamo perdere gli inciampi verbali di Jeb Bush: pensiamo invece al suo team di politica estera, guidato da persone che hanno contribuito direttamente a costruire una giustificazione falsa per la guerra. E allora sull'Iraq diciamo le cose come stanno. Sì, dal punto di vista dell'interesse della nazione, l'invasione è stato un errore. Ma (chiedendo scusa a Talleyrand) è stato peggio che un errore, è stato un crimine.
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Re: Iraq, goere e cristiani

Messaggioda Berto » dom apr 10, 2016 9:28 pm

Iraq 2003: il grande errore americano
di Nicola Lofoco (sito)
venerdì 6 marzo 2015

http://www.agoravox.it/Iraq-2003-il-grande-errore.html

Sono giorni di guerra. Giorni in cui questa parola sta tornando prepotentemente alla ribalta dopo che dalla fine della guerra fredda tutto si aspettavano la "fine della storia", come se il mondo andasse verso un periodo storico kantiano di “ pace perpetua”. In realtà siamo andati verso la creazione di un mondo sempre più complesso, diviso, dove le diseguaglianze si sono accentuate in maniera drammatica. Un mondo dove non vi è nessuna reale ridistribuzione della ricchezza e dove le guerre continuano non solo a proliferare ma anche a mietere vittime innocenti.

Tutto quello che accade oggi in Iraq e Siria, ormai in preda alle violenze ed alle follie dello Stato Islamico, ne è la conferma totale. A questo punto è necessario dare una risposta ad un punto interrogativo messo nero su bianco da tutte le vittime innocenti che ci sono state in quelle due nazioni: chi potrà intervenire e fermare queste sciagurate mattanze? Dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica, avvenuto esattamente ventiquattro anni fa, ci siamo tutti abituati, quasi assopiti, sul fatto che gli Stati Uniti sarebbero rimasti per sempre il grande gendarme mondiale.

Lo stato più ricco e militarmente più avanzato del pianeta, che in quel momento stava imponendo il suo modello sociale a tutto il mondo, non poteva essere altro che l’unico ad assolvere questo gravoso compito. Ma il fallimento americano non solo nella salvaguardia del pianeta ma anche negli equilibri economici e sociali è sotto gli occhi di tutti. Stiamo vivendo un momento particolarmente tragico: guerre che continuano perennemente a cui gli Stati Uniti non sembrano poter fornire una soluzione. In realtà, se avessimo voluto applicare sempre il diritto internazionale, ogni decisone sarebbe dovuta essere presa nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Nel 2003, però, tutto questo non è stato fatto, perché gli americani hanno deciso di attaccare l’Iraq senza il consenso delle Nazioni Unite. Una decisione gravissima, che ha contribuito ad alimentare polemiche contro gli americani che si giustificavano in maniera spocchiosa parlando di “guerra preventiva" e “lotta al terrorismo”. Ma di terrorismo ancora oggi in tutto il mondo ne abbiamo ancora tanto, forse troppo. Il paese a stelle e strisce, quello sempre visto come il paradiso, dove la fortuna ed il denaro ti accecano mentre cammini per le strade delle sue grandi città, ha fallito clamorosamente in tutto.

Non dimentichiamo che le fortune del fondametalismo islamico in tutto il medio oriente sono inizate con quella sciagurata guerra, sbagliata in tutto e per tutto, quando si è deciso di attaccare Baghdad e la sua terra. Una guerra che ha provocato un enorme dissesto geopolitico in tutta la regione mediorientale. L'Occidente deve perciò ora svegliarsi ed è ora che pensi bene a quali sono le conseguenze delle scelte di politiche internazionali che si fanno. E' l'ora di pensare a nuovi equilibri geopolitici e di assumersi le proprie responsabilità senza più contare sull'unilateralità degli Stati Uniti. Le decisoni sono ora difficili e spesso possono essere catastrofiche. Rimediare a devastanti errori può essere spesso impossibile e il tutto può segnare inevitabilmente in peggio il futuro dei nostri figli.
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Re: Iraq, goere e cristiani

Messaggioda Berto » dom apr 10, 2016 9:28 pm

Il più grande errore nella storia dell'America | Giornalettismo
16/12/2011

http://www.giornalettismo.com/archives/ ... ellamerica


Con il ritiro delle unità di combattimento dall’Iraq si chiude il primo capitolo della guerra a Saddam. Con un giudizio netto

Con il ritiro delle unità da combattimento americane dall’Iraq si chiude il primo capitolo dell’occupazione irachena da parte degli Stati Uniti e il bilancio non è lusinghiero. Opinione comune è che la guerra in Iraq sia stata un disastro, se non il più grande disastro militare nella storia degli Stati Uniti.

UN BUCO ENORME - Agli Stati Uniti restano un buco enorme nel bilancio (la tecno-guerra irachena è costata più di quella del Vietnam), un impegno militare appena minore nell’area, una cittadella fortificata nel cuore di Baghdad e un archivio di menzogne come raramente se n’erano viste, anche facendo la tara della propaganda scontata che accompagna ogni guerra. Bugie presto rimosse, Fair Media Watch, un osservatorio statunitense sui media, ha notato che in questi giorni ABC, NBC e CBS non hanno mai nominato la questione delle “armi di distruzione di massa”, casus belli ufficiale poi rivelatosi inesistente come le famose armi. Solo CNN le ha ricordate e non è che con la stampa sia andata meglio, se persino il Washington Post è riuscito a ricordarla solo in una nota. All’epoca dell’invasione uno studio di Carl Conetta catalogò 137 menzogne platealmente false diffuse dall’amministrazione e dalle agenzie americane prima dell’invasione. Bugie che spaziavano dal possesso da parte del dittatore di armi terrificanti (pronte a colpire gli Stati Uniti) fino all’accusa di accumulare i cadaveri degli iracheni morti di morte naturale per mesi, in modo da esibirli come vittime di eventuali attacchi americani.

DANNI E VITTIME – Identico trattamento riceve la rappresentazione dei danni e delle vittime provocate dall’invasione, con i grandi media che falsificano platealmente i dati al ribasso. Agli americani si racconta che gli Stati Uniti hanno invaso il paese per cacciare un feroce dittatore, ma anche per cacciare al Qaeda, dimenticando di dire che già dagli anni ’90, dopo la Guerra del Golfo successiva all’invasione irachena del Kuwait, , l’Iraq era un paese a sovranità limitata, sotto embargo, con un esercito che era l’ombra di quello di un tempo, privo di aviazione e mezzi corazzati, inceneriti dagli americani nel deserto insieme all’esercito iracheno del tempo. Tanto che poteva vendere il suo petrolio solo attraverso un programma dell’ONU di scambio con generi alimentari, del quale beneficiò una vasta schiera di politici corrotti in Occidente. Inutile dire poi che di al Qaeda in Iraq non c’era traccia, Saddam i qaedisti li impiccava senza tanti complimenti. Dopo l’invasione americana invece il paese divenne palestra d’ardimento per i giovani estremisti del Golfo, che dai deserti sauditi andavano in Iraq a sparare agli americani e agli sciiti, alcuni di questi veri e proprio “guerrieri del weekend”,un fenomeno che non è sfuggito agli osservatori più attenti, anche perché piuttosto massiccio.

LA GESTIONE DELL’INVASIONE – L’invasione peraltro fu gestita al peggio, i centomila effettivi impiegati bastavano ad avere facilmente ragione della esistenza baathista, ma si rivelarono presto del tutto insufficienti a controllare il paese, i suoi confini e le tensioni che presto emersero. Nonostante l’impiego di un numero di contractors almeno equivalente (tra questi solo una minoranza di unità combattenti) il numero rimase abbondantemente al di sotto del minimo considerato necessario dagli esperti, ai quali la storia ha dato ragione. A complicare le cose ci fu poi la decisione di disintegrare lo stato iracheno, allontanando fin da subito i baahtisti dalle cariche pubbliche, una decisione sciagurata che privò l’Iraq delle istituzioni, a cominciare dall’esercito e dalla polizia, spingendo il paese verso il caos.

IL PROCONSOLE – Il governo fu affidato al giovane proconsole Bremer, gli americani sbarcarono con pallet di dollari in contanti, presto spariti in una contabilità opaca, e per un po’ gli iracheni stettero a guardare che succedeva. I portatori di democrazia però della democrazia hanno un’idea tutta loro, così Bremer cominciò a chiudere i giornali sgraditi e alle proteste di piazza rispose con la violenza, in particolare nelle zone sunnite, sospettate di essere al contempo la culla dell’elite laica che ha oppresso da sempre gli sciiti iracheni e culla del qaedismo. Uno dei momenti più rilevanti delle prime fasi dell’occupazione fu l’uccisione del rappresentante ONU De Mello, a seguito della quale l’ONU si ritirò dal paese. Il ruolo dell’ONU nella vicenda è triste. Incapace di frenare Bush, pronta a concedere agli americani una patente di legalità a cose fatte, illegalmente, poi veloce a ritirarsiin ritirata dal paese al primo attentato per mano ignota.

IL GOVERNO - L’Iraq rimase così esclusivamente nelle mani degli americani, legittimati dalla presenza dei molti paesi che riuscirono ad arruolare tra i “volenterosi” facendo pressioni più o meno robuste. Così francesi e tedeschi rifiutarono, si astennero i turchi e i giapponesi aderirono con poco entusiasmo, ritagliandosi una missione su misura in una provincia tranquilla. Dove distribuirono un sacco di soldi e costruirono nel nulla un’avveniristica base fortificata a grande distanza da qualsiasi centro abitato, nella quale hanno tenuto per tutto il tempo i loro effettivi. Si trattava per lo più di far presenza, ma qualcuno spinse per apparire, come nel caso della nostra povera italietta, che pagherà un pesante tributo di sangue per la vanagloria di Berlusconi e gli interessi dell’ENI. Il passaggio a un “governo iracheno” non andò tanto meglio, da Allawi che sparava personalmente alla testa dei ribelli per motivare le truppe a Chalabi che arraffava tutto l’arraffabile, il governo del paese rimase a lungo nelle mani americane, mentre la violenza aumentava in progressione geometrica.

LA RIVOLTA DI FALLUJA - Lo scontento si materializzò in maniera eclatante a Falluja, quando gli abitanti del luogo uccisero e appesero ad un ponte quattro mercenari della famigerata Blacwater. Ne seguì una rappresaglia terribile contro la città, che alla fine rimarrà distrutta dall’uso di un potenziale bellico mostruoso e persino da armi proibite come le bombe al fosforo bianco. Ancora oggi tra i resti dei proiettili all’uranio impoverito e il resto, a Falluja nascono molti più bambini deformi e gli abitanti muoiono di malattie mai vista prima in gran numero e Falluja è ricordata nel mondo come una città martire.

L’ONDATA DI TERRORE – Poi seguì un’ondata di terrore che colpì tutta la classe dirigente irachena. Chiunque avesse studiato o esercitasse una professione diventò bersaglio di misteriosi agguati, una mattanza che alimentò ancora di più i flusso dei profughi in fuga, che alla fine saranno quattro milioni, due all’interno del paese e due nei paesi mediorientali, quasi tutti in Siria. Che li accolse nonostante fossero molti di più di quelli che quest’anno si sono presentati a Lampedusa in fuga da Libia e Tunisia scatenando l’isteria nel nostro paese. Non aiutò lo scandalo di Abu Ghraib, si sapeva delle detenzioni arbitrarie e delle torture, ma le foto scattate dai disgraziati addetti americani al carcere divennero l’icona del fallimento di un’operazione che da allora perse qualsiasi legittimità morale e sche i è trascinata inutilmente fino ad oggi, così come ancora si trascina la questione di Guantanamo.

LA FINE DELLE DECAPITAZIONI – Lo scoppio del caso coincise anche con la fine del fenomeno delle decapitazioni filmate da parte di misteriose formazioni islamiche. Utili solo a convincere le opinioni pubbliche occidentali, la pratica fu abbandonata bruscamente e i decapitati in tutta arancione svanirono dall’orizzonte dei media per lasciare il posto ai loro colleghi arancioni di Guantanamo. Il nuovo modello di guerra Occidentale si è rivelato praticabile, ma inefficace alla prova di un’invasione su larga scala. Ha fallito in Afghanistan e anche in Iraq, fondamentalmente per l’incapacità di gestire l’occupazione proteggendo al tempo stesso gli interessi occidentali con l’esercizio del potere assoluto sugli occupati, ai quali si promette invece democrazia.

I NUOVI MODELLI – Ed è per questo che si guarda oltre e si sperimentano nuovi modelli di guerra, come nel caso delle guerre dei droni introdotte in Somalia, Yemen e Pakistan, questa volta non ufficialmente, senza autorizzazione dell’ONU, a volte su richiesta dei governi locali, a volte no, ma senza mai dichiarare guerra. Un modello che rispetta ancora di più il primo comandamento della guerra moderna “niente morti dei nostri”, perché le perdite tra “i nostri” minano i morale in patria e rompono l’illusione di una guerra televisiva che si svolge lontano e nella quale muoiono solo i cattivi. Per questo a lungo fu anche proibito di fotografare le bare dei caduti, per questo si fa grande ricorso ai mercenari e per questo ora si privilegiano i droni, che non hanno parenti a casa e non possono essere uccisi, imprigionati o torturati seminando l’angoscia e il dubbio sul fronte interno.

UN AFFARE – La guerra in Iraq è stata un affare per molti americani vicini all’amministrazione, gli altri hanno pagato il salatissimo conto e oggi rimane loro solo la sensazione di essere stati ingannati e che siano stati commessi errori e crimini epocali, che è meglio per gli Stati Uniti se resteranno impuniti. Ma il conto più grosso lo hanno pagato ovviamente gli iracheni, che per ora si ritrovano con un paese distrutto, la capitale divisa da un labirinto di muri di cemento e dominata da una mega-fortezza americana nel suo centro.

LE VITTIME – Un bilancio certo delle vittime irachene ovviamente non esiste, gli americani e le autorità irachene a lungo non hanno tenuto statistiche ufficiali, ma la cifra degli uccisi in atti di guerra o di terrorismo eccede sicuramente il numero di centomila, con un numero di feriti più o meno gravi tra le quattro e le cinque volte tanto. Poi c’è un inquietante studio, che confrontando i saldi tra nati e morti prima e dopo l’invasione, aveva stimato che a cinque anni dall’invasione l’Iraq avesse già perso quasi un milione di abitanti a causa della guerra e del drastico peggioramento delle condizioni generali di vita.

IL DISCORSO PIU’ FALSO - Il primo maggio del 2003 George W. Bush pronunciò il discorso più falso della sua carriera, la sceneggiata nella quale dal ponte di una portaerei dichiarò che l’Iraq era una “missione compiuta”. Più di otto anni dopo la missione termina le sue operazioni di combattimento sul suolo iracheno, ma non terminano del tutto l’occupazione e l’ingerenza, la missione in realtà continua, come in Afghanistan e altrove, la tragica War on Terror sarà ancora lunga.
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Re: Iraq, goere e cristiani

Messaggioda Berto » dom apr 10, 2016 9:29 pm

Iraq, Tony Blair: “Chiedo scusa per la guerra, ha favorito la nascita dell’Isis”
L'ex premier britannico, in un'intervista alla Cnn americana, ha ammesso la correlazione tra l'intervento del 2003 voluto dagli Usa e l'ascesa dello Stato Islamico. La leader scozzese Nicola Sturgeon lo accusa di preparare il terreno in vista del rapporto della commissione d'inchiesta sul conflitto
di F. Q. | 25 ottobre 2015

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/10 ... is/2159878

Delle scuse, ma anche no. Un’ammissione di responsabilità, ma non del tutto. L’ex premier britannico laburista Tony Blair, in un’intervista rilasciata alla Cnn americana, ha detto che vi sono “elementi di verità” nel dire che l’ascesa dell’Isis è stata anche una conseguenza della guerra scatenata in Iraq nel 2003 dagli Usa di George W. Bush con il sostegno chiave della Gran Bretagna. Ha chiesto scusa, riferendosi alle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, per aver diffuso informazioni d’intelligence “sbagliate”. Il mea culpa di Blair non è però totale, e, secondo la leader scozzese Nicola Sturgeon, neppure casuale.

E’ vero che Blair ha ammesso l’esistenza di una correlazione tra l’invasione del territorio iracheno e il successivo avvento del cosiddetto Stato Islamico del califfo al-Baghdadi, aggiungendo le scuse “per alcuni errori di pianificazione oltre che per i nostri errori di valutazione su cosa sarebbe successo una volta rimosso il regime”, ma anche aggiunto che “è difficile chiedere scusa” per aver eliminato Saddam Hussein. Blair ha ammesso delle corresponsabilità, dei danni collaterali, puntualizzando che comunque non si può sapere quale impatto sull’Iraq avrebbe avuto “la Primavera Araba cominciata nel 2011″ se la guerra del 2003 non ci fosse stata, e aggiungendo che “l’Isis di fatto abbia acquistato importanza da una base più siriana che irachena”.

I giri di parole di Blair hanno alimentato le interpretazioni della stampa e i commenti: il Mail parla di “scuse sbalorditive“, la Bbc sottolinea invece “l’enfatica difesa” della guerra irachena. La leader dello Scottish National Party Nicola Sturgeon ha definito l’intervista “un’operazione d’immagine” mentre uno dei portavoce dell’ex premier ha detto che il laburista ha “sempre chiesto scusa per l’intelligence sbagliata e per gli errori di pianificazione”. La Sturgeon su Twitter ha anche accusato Blair di “tempismo“, ovvero di voler preparare il terreno per le critiche attese quando il rapporto sul conflitto in Iraq, stilato dalla commissione d’inchiesta di sir John Chilcot, sarà pubblicato: “L’operazione di accreditamento di Blair inizia ma il paese è ancora in attesa della verità“.
di F. Q. | 25 ottobre 2015
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Re: Iraq, goere e cristiani

Messaggioda Berto » dom apr 10, 2016 9:29 pm

https://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_al_terrorismo
L'espressione guerra al terrorismo identifica una campagna militare a livello internazionale, volta a combattere e sconfiggere le organizzazioni terroristiche internazionali (specialmente quelle dedite al terrorismo islamico) condotta dagli Stati Uniti d'America e il Regno Unito, con l'appoggio delle nazioni aderenti al Patto Atlantico e di altri paesi del mondo, anche se in origine, la campagna era focalizzata sull'eliminazione di al-Qāʿida e simili organizzazioni militanti.
Venne usata per la prima volta dal presidente degli USA George W. Bush e da alti ufficiali statunitensi per identificare una lotta globale di natura militare, politica, legale ed ideologica - dopo gli attentati dell'11 settembre - nei confronti di organizzazioni classificate come terroriste e regimi accusati di mantenere un collegamento con esse o di supportarle o percepiti come una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti e dei loro alleati, in particolare con riferimento al contrasto dei militanti islamici di al-Qāʿida.


I costi umani dell’11 settembre e delle guerre in Afghanistan e Iraq
settembre 8, 2011 Rodolfo Casadei

http://www.tempi.it/i-costi-umani-dell1 ... tan-e-iraq


Difficile stimare quante persone abbiano perso la vita a causa degli attentati dell’11 settembre. Secondo la Brown University di Providence nel Rhode Island, alle 2.996 vittime di morte violenta dell’11 settembre, bisogna aggiungere altre 257 mila persone che hanno perso la vita nelle guerre di Afghanistan e Iraq

Agli attentati dell’11 settembre 2001 è attribuita la morte violenta di 2.996 persone, inclusi i 19 attentatori. Molte di più sono le vittime degli interventi militari a guida americana che possono essere considerati una reazione conseguente agli attacchi, cioè quelli in Afghanistan e in Iraq tuttora in corso, e quelle degli attentati terroristici di marca jihadista che dopo di allora si sono moltiplicati in tutto il mondo. «Se infatti fra il 1993 e il 10 settembre del 2001, gli attentati con quindici o più vittime compiuti in qualsiasi parte del mondo avevano prodotto un totale di 2.540 persone uccise, dall’11 settembre 2011 fino al 2009, l’effetto emulazione della violenza e le stragi pianificate nei cinque continenti da jihadisti e qaedisti hanno fatto quasi decuplicare il numero delle vittime, portandolo a 23.211 persone», scrivono Stefano D’Ambruoso e Vincenzo R. Spagnolo nel libro Un istante prima – Com’è cambiato il terrorismo fondamentalista in Europa dieci anni dopo l’11 settembre.Il racconto di un magistrato in prima linea, citando le stime della Intelligence Culture and Strategic Analysis Foundation.

A essersi esercitata nella difficile opera di calcolo delle perdite umane nelle guerre seguite agli attentati dell’11 settembre è stata la Brown University di Providence nel Rhode Island col suo “Costs of War Project” condotto dall’Eisenhower Research Project, un collettivo di antropologi, economisti, giuristi, scienziati politici della suddetta università. Il progetto risente di una certa retorica liberal, sovrastima lievemente le perdite di civili rispetto ad altri studi, include le vittime del conflitto interno pakistano attribuendolo alle sequele dell’11 settembre e curiosamente sottostima le perdite degli insorti in Iraq e in Afghanistan. Alla fine valuta le vittime in una cifra oscillante tra le 225 mila e le 257 mila. Fra esse la componente più grossa è quella rappresentata dai civili iracheni, che conterebbero fino ad oggi 125 mila morti (l’Iraq Index della Brookings Institution, aggiornato mensilmente dal novembre 2003, li stima in 115 mila).

I soldati americani caduti negli ultimi dieci anni sui campi di battaglia di Iraq, Afghanistan e Pakistan sono più del doppio delle vittime degli attentati dell’11 settembre: 6.051 contro i quasi 3 mila di New York e Washington e dei quattro aerei dirottati. Ad essi vanno aggiunti i contractors, guardie del corpo e addetti della security privati americani e di altre nazionalità, che hanno perduto 2.300 elementi. Si tenga presente che nel corso della guerra del Vietnam gli Stati Uniti persero 58 mila uomini, 40 mila dei quali volontari e 18 mila coscritti.

Gli alleati degli Usa nei due conflitti di Afghanistan e Iraq avrebbero perso 1.192 militari (i caduti delle forze armate italiane sono stati 33 in Iraq e 41 in Afghanistan). Ad essi vanno aggiunti oltre 22 mila elementi delle forze di sicurezza irachene, afghane e pakistane. Decisamente deficitari i calcoli del “Costs of War Project” della Brown University per quanto riguarda il costo umano patito dai nemici degli Stati Uniti: si parla di 10 mila soldati dell’esercito iracheno periti nel conflitto del 2003 e di 10 mila insorti talebani in Afghanistan, mentre nessuna cifra è calcolata in riferimento agli insorti iracheni. Questi ultimi avrebbero perso più di 26 mila uomini dal 2003 ad oggi secondo altre fonti (Iraq Index), mentre le perdite dei talebani nel solo Afghanistan oscillerebbero fra 25.800 e 30.000, senza contare i loro caduti dell’ottobre-novembre 2001.

Ai decessi vanno evidentemente aggiunti altri costi umani, come quelli patiti dai feriti o dai civili che sono stati costretti a fuggire dalle loro case a causa della guerra e degli attentati terroristici. I soli militari americani evacuati dalle aree di conflitto a causa di serie ferite sono stati finora 90 mila, e 500 mila sono quelli che attualmente ricevono un’indennità per ferite subìte durante il servizio. I profughi iracheni, afghani e pakistani sommati ammontano oggi a 7,8 milioni di persone, una cifra pari alla popolazione della Svizzera. Quando si passa ad Al Qaeda, il concetto di “costo umano” cambia di significato: i terroristi mettono in conto la perdita della propria vita, trasformata in vera e propria arma non convenzionale come nel caso dei 19 attentatori suicidi dell’11 settembre. Stante anche il carattere asimmetrico del conflitto fra uno Stato e un’entità terroristica, la valutazione delle conseguenze del post-11 settembre sull’organizzazione è necessariamente più politica.

I dieci anni successivi agli attentati in terra americana hanno visto un’espansione di Al Qaeda attraverso alleanze e operazioni di “franchising” con gruppi terroristici affini in altri continenti, ma anche una progressiva disintegrazione del suo nocciolo afghano-pakistano, simboleggiata dall’eliminazione fisica di Osama Bin Laden il 2 maggio scorso e dalla cattura o uccisione di molti responsabili di primo livello negli ultimi due-tre anni. Sul piano operativo questo ha significato che l’organizzazione ha continuato a colpire nel mondo con sanguinosi attentati dimostrativi, opera di gruppi affiliati (Bali, Madrid, Casablanca, Londra, Mumbay, ecc.), ma non ha potuto replicare nulla di paragonabile agli attacchi dell’11 settembre in terra americana, nonostante risulti che fino all’ultimo Osama Bin Laden si sia dedicato a progetti di questo genere. A determinare tale situazione è stato soprattutto la strategia di guerra scelta dall’amministrazione Obama che ha voluto incrementare esponenzialmente gli attacchi con droni nel cosiddetto scacchiere Af-Pak: in poco più di un anno fra il 2009 e il 2010 sono stati uccisi con attacchi condotti da droni 600 terroristi talebani e di Al Qaeda, contro i 230 eliminati nello stesso modo fra il 2004 e il 2008. Attualmente a controllare o rendere insicure le maggiori porzioni di territorio nel mondo sono organizzazioni affiliate ad Al Qaeda ma autonome: Al Qaeda nel Maghreb islamico (successore del Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento), gli shabab della Somalia e Al Qaeda nella penisola arabica, concentrata nello Yemen.
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Re: Iraq, goere e cristiani

Messaggioda Berto » dom apr 10, 2016 9:29 pm

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Re: Iraq, goere e cristiani

Messaggioda Berto » dom apr 10, 2016 9:29 pm

Cristiani in fuga dall'Iraq, nel mirino di Isis
I miliziani jihadisti sfondano nelle città del nord bruciando croci e chiese. Migliaia in fuga verso il Kurdistan.
Papa Francesco: "Dramma umanitario"

posting.php?mode=post&f=144

http://news.panorama.it/oltrefrontiera/ ... -fuga-isis

Decine di migliaia di cristiani stanno fuggendo dal nord dell’Iraq. Poche ore fa le milizie jihadiste di ISIS, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, hanno assunto il controllo di Qaraqosh, dove risiede la più grande comunità cristiana dell’Iraq, e delle città di Tal Kayf, Bartella e Karamlesh, piegando la resistenza delle forze armate curde. Qaraqosh, situata 30 chilometri a sud est da Mosul, è stata abbandonata da circa 50.000 cristiani.
“Questa e altre città a maggioranza cristiana si sono praticamente svuotate – ha affermato Joseph Thomas, l’arcivescovo caldeo di Kirkuk e Sulaimaniya -. È una catastrofe, una situazione tragica. Chiediamo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di intervenire immediatamente”. Il patriarca caldeo Louis Sako ha parlato invece di almeno 100.000 cristiani costretti ad abbandonare le proprie abitazioni e di almeno 1.500 manoscritti sacri dati alle fiamme.
Con questa nuova offensiva ISIS conquista un’altra vasta area del nord dell’Iraq, mettendo ulteriormente pressione sulla regione autonoma del Kurdistan, a cui nei giorni scorsi sono state sottratte le città strategiche di Zumar, Sinjar e Kask, oltre a diversi pozzi petroliferi e a una raffineria.
Da ieri gli scontri tra i miliziani jihadisti e i peshmerga si sono concentrati nella città di Makhmur. Se riuscirà ad avere la meglio anche su questo fronte, ISIS potrà pericolosamente avvicinarsi ad Erbil, capitale del Kurdistan. Una prospettiva che minerebbe gli equilibri dell’intera regione, allarmando direttamente anche la Turchia e l’Iran.
Da Baghdad il governo centrale osserva impotente l’avanzata dei miliziani jihadisti. Poche ore fa la capitale è stata colpita da un nuovo attentato. Un’autobomba è esplosa nei mercati di un quartiere a maggioranza sciita, uccidendo 59 persone e ferendone altre 125 feriti. Il primo ministro sciita Nuri Al Maliki, ancora temporaneamente alla guida del Paese in attesa che il nuovo esecutivo sciolga le riserve sulla nomina del suo successore, ha ordinato l’invio dei caccia dell’aeronautica per sostenere le forze armate curde. I primi raid aerei avrebbero portato all’uccisione di almeno 60 miliziani jihadisti nell’area di Mosul, anche se questa offensiva almeno per ora non sembra aver scalfito le capacità offensive dei gruppi armati guidati dal Califfo Abu Bakr al Baghdadi.
Intanto nella sua avanzata ISIS continua a spazzare vie le minoranze etniche e religiose che per anni hanno convissuto pacificamente nel nord del Paese. Nel mirino sono finiti la comunità sciita degli Shabak e i turkmeni della provincia di Ninive, i curdi, gli yazidi di Sinjar e oggi, ancora una volta, i cristiani.
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