Siria

Re: Siria

Messaggioda Berto » sab lug 07, 2018 11:26 pm

Siria, i ribelli si consegnano ai russi. Israele colpisce in Golan
Lorenzo Vita
Lug 7, 2018

http://www.occhidellaguerra.it/siria-ribelli-russia

Nel Sud della Siria sta avvenendo qualcosa di molto importante. Le truppe di Bashar Al Assad stanno ormai completando la conquista delle ultime sacche ribelli e si preparano all’assedio finale su Daraa. Ma nel frattempo, i ribelli si stanno accordando con i russi per consegnarsi prima che la battaglia finale abbia inizio.

I ribelli depongono le armi

Secondo le agenzie di stampa, i ribelli del Sud hanno deciso di deporre le armi. L’accordo è arrivato oggi ed è un accordo a due fra i ribelli e la Russia. Non vogliono consegnarsi direttamente all’esercito siriano, ma hanno accettato di farlo con i mediatori di Mosca.

Hussein Abu Shaimaa, uno dei portavoce dei ribelli, ha spiegato all’agenzia di stampa turca Anadolu cosa prevede l’accordo. Non c’è solo la consegna delle armi, ma anche un patto secondo cui sarà la polizia militare russa a controllare l’area al confine con la Giordania e non direttamente l’esercito di Damasco. Esercito che potrebbe anche decidere di ritirarsi da alcune località ritornate sotto il suo controllo dopo che i ribelli hanno promesso di interrompere i combattimenti.

Come riporta Reuters, le fonti ribelli hanno detto che l’accordo consentirebbe ai civili di tornare nei loro villaggi sotto la protezione delle forze di Mosca, e che i russi avrebbero anche garantito un patto tra governo e forze ribelli per una sorta di amnistia in cui i miliziani assicurano di accettare di vivere sotto il governo di Assad in cambio della salvezza ma anche della risoluzione del loro “status”, che per la giustizia siriana è naturalmente quello dei criminali.

L’esercito conquista Nassib, ma l’accordo è come con la Ghouta

Secondo alcune fonti, sarebbe stato avvistato un carro armato con la bandiera russa nei pressi del valico di frontiera di Nassib, sull’autostrada che collega la Giordania alla Siria. Quest’immagine, testimoniata da molte persone lì presenti, dimostrerebbe la presenza russa al confine siro-giordano come garanzia del cessate-il-fuoco e dell’assenza di ulteriore problemi fra esercito e ribelli.

L’esercito siriano avrebbe già preso il controllo delle strade. E di fatto, il confine con la Giordania sarebbe otra tornato ufficialmente sotto il controllo del governo.

La conferma dell’accordo raggiunto fra ribelli e Russia significherebbe la vittoria da parte dell’esercito siriano. Ma con un unico grande punto interrogativo. Secondo alcuni, coloro che non accetteranno la ripresa del potere da parte del governo di Damasco, potrebbero essere autorizzati a lasciare le città per trasferirsi nelle roccaforti jihadiste del nord-ovest della Siria. In pratica, gli esuli andrebbero a riempire la sacca di Idlib, dove da tempo infuria una sanguinosa battaglia fra forze terroriste e, allo stesso tempo, fra ribelli e aviazione russa. Insomma, il problema si sposta a nord, come avvenuto subito dopo la caduta della Ghouta orientale.

Assad punta Quneitra e Israele bombarda in Golan

Mentre nei dintorni di Daraa i russi si accordano con i ribelli, l’esercito di Assad può puntare sulle ultime roccaforti avversarie, in particolare Quneitra. Ma qui il problema è ancora più complesso: poco oltre la zona cuscinetto delle Alture del Golan, c’è Israele.

Secondo le ultime informazioni provenienti direttamente dalle Israel defense forces (Idf), le forze armate israeliane hanno colpito una postazione siriana. Ad annunciarlo sono state le stesse forze armate attraverso l’account Twitter dell’ufficio del portavoce: “Le Idf hanno colpito un avamposto militare siriano da cui era stato lanciato un proiettile e che è caduto nella zona cuscinetto, adiacente ad est della barriera di sicurezza. Il lancio è stato parte dei combattimenti interni in Siria”.

Israele teme che dietro l’offensiva dell’esercito siriano ci possa essere l’intenzione di entrare nel Golan, che lo Stato ebraico ha annesso da decenni. Per questo motivo, da giorni ha rafforzato la presenza militare nel nord del Paese ed è pronta a ogni evenienza. Difficile che dia inizio a un’incursione. Se i patti reggono, Israele vuole la certezza che non ci siano forze di Hezbollah e di milizie legate all’Iran nell’offensiva a Sud dell’esercito siriano.

Ma tutto dipenderà dal superamento della linea del Golan da parte delle forze di Damasco. Israele ha imposto una linea rossa insuperabile, che nessuno metta a repentaglio le linee tracciate dagli accordi del 1974. La guerra si deciderà in base ai movimenti delle forze siriane e russe verso Daraa e Quneitra e a come sarà la reazione israeliana.
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Re: Siria

Messaggioda Berto » sab dic 15, 2018 7:22 pm

Prima dell'invasione arabo-maomettana del VII secolo, la Siria era prevalentemente cristiana, oggi i cristiani sono solo il 10%.


I cristiani e la guerra in Siria
Andrea Muratore
Ago 8, 2018

http://www.occhidellaguerra.it/cristiani-siria

Eredi di culture antiche, depositarie di una storia millenaria, i cristiani in Siria si sono trovati nell’occhio del ciclone a seguito della destabilizzazione della regione mediorientale , l’insorgenza del conflitto civile nel Paese nel 2011 e l’ascesa dell’Isis.

Si stima che prima del conflitto i cristiani rappresentassero il 10% della popolazione siriana e che, dopo l’inizio della guerra,dai 300mila ai 900mila cristiani siano stati costretti a lasciare il Paese. La guerra ha assunto tratti settari salienti ma non completamente accentuati, dato che il governo di Damasco ha potuto contare sul saldo appoggio di buona parte della popolazione musulmana e della stragrande maggioranza dei cittadini di fede cristiana, che temevano il fanatismo delle bande dell’Isis e di gruppi simili come Al Nusra. Ora che le forze del legittimo governo di Damasco si avvicinano al successo finale, è importante rilevare l’importanza che la restaurazione delle prerogative della minoranza cristiana in Siria avrà per poter riportare il Paese alla normalità. E, per farlo, è necessario sottolineare l’importanza della Siria nella storia della cristianità.

La Siria è la culla del cristianesimo

In un certo senso, il cristianesimo è nato in Siria: proprio sulla via di Damasco avvenne la straordinaria “folgorazione” e conseguente conversione di Paolo, futuro apostolo missionario che portò verso Occidente, verso il cuore dell’Impero romano, le prime forme istituzionalizzate della fede in Cristo.

In Siria furono probabilmente scritti il Vangelo secondo Matteo e il Vangelo secondo Luca, la Didaché e il Vangelo di Tommaso, e sul suo suolo la lingua greca era in contatto con la lingua aramaica; molto poco noto è che ben sette Papi ebbero origini siriane, e l’ultimo di questi, Gregorio III (731-741) è stato l’ultimo pontefice nato fuori dall’Europa prima di Francesco.

Per i cristiani, parlare della Siria significa parlare delle proprie radici, delle proprie origini, dell’inizio di una lunga storia. La cristianità siriana, oggigiorno, si divide in un multiforme ed eterogeneo mosaico di riti tra cui spicca, per dimensione, la Chiesa greco-ortodossa di Antiochia, dal nome dell’antica città dove secondo gli Atti degli Apostoli i cristiani iniziarono a definirsi tali, ma anche importanti comunità come quella armena, siriaca e cattolica, a sua volta caratterizzati da comunità di rito assiro e caldeo.

I cristiani di Siria e la guerra civile

Per lungo tempo ai cristiani di Siria è stato permesso di vivere pacificamente nel contesto multiculturale del Paese, che il regime autoritario degli Assad ha sempre voluto plasmare su basi laiche. Nel 2007, mentre nell’Iraq devastato dalla guerra per i cristiani la deriva settaria assunta dal conflitto civile iniziava a causare forti problematiche Mar Gregorios Yohanna Ibrahim, metropolita siro-ortodosso di Aleppo, dichiarava alla rivista 30 Giorni che il regime degli Assad si era sempre dimostrato tollerante per le prerogative della cristianità siriana.

Lo scoppio del conflitto civile nel 2011 ha sconvolto i fragili equilibri in cui viveva la Siria baathista. Anche per i cristiani di Siria la situazione è cambiata drasticamente, complice l’ascesa di gruppi islamisti radicali a trazione salafita che hanno fatto dell’intolleranza religiosa il loro tratto distintivo e hanno portato intolleranza e divisione nelle aree via via occupate dalle milizie dell’Isis, di Al Nusra e di gruppi affini. Logico, in questo contesto, che i cristiani si schierassero compatti a fianco del legittimo governo siriano. Come noto, i problemi posti alla sopravvivenza dei cristiani in Siria dall’ascesa jihadista hanno interessato poco o nulla le cancellerie occidentali annebbiate dalla cieca opposizione al regime di Damasco.

Il cristiani di Siria sono garanti della diversità

In Siria, finalmente, ora si ricomincia a parlare, finalmente, di ricostruzione, di futuro: e in questo futuro si prende consapevolezza di come la cristianità regionale possa giocare un ruolo decisivo. Decisivo in quanto improntato a un sostegno alla laicità degli Stati mediorientali messa in discussione dalla guerra e dal ricollocamento delle popolazioni che rischia di dare origine a nuove linee di faglia etniche e confessionali; ma al tempo stesso decisivo perché, per lungo tempo, le Chiese hanno svolto un ruolo concreto di garanti della diversità culturale in regioni polarizzate tra sunniti e sciiti. Come ha scritto Fulvio Scaglione ne Il Patto con il Diavolo, “hanno imparato a convivere con una religione e una cultura che aspirano al monopolio, e hanno saputo sfruttare le sue non rare oasi di tolleranza e moderazione e sopravvivere alle sue pulsioni peggiori”.

Il futuro incerto.

Mario Zenzari, uomo “con la mimetica macchiata di porpora”, è l’unico nunzio cardinale al mondo, “un riconoscimento del Papa al popolo siriano”, come lui stesso ammette.

Dalle parole di Zenzari in un’intervista ad Avvenire traspare non solo una grande consapevolezza delle problematiche della Siria, martoriata da una guerra civile in cui “il presidente Assad ha le sue grandi responsabilità, come le hanno i tanti altri attori sulla scena militare siriana” ma che soprattutto è destinata ad affrontare il problema della ricostruzione morale del dopoguerra: “È il momento opportuno per non fare distinzioni tra cristiani e sunniti e alauiti. Ho udito un anziano islamico che, in coda per ricevere aiuti alla Caritas, diceva: ‘Allah è grande! Gli infedeli sono venuti ad aiutarci!‘. C’è bisogno di questa presenza cristiana che accoglie e unisce i cuori. Tra l’altro, quest’azione di misericordia sarà il lasciapassare per un futuro di pace in queste terre proprio per i cristiani”.

Cristiani che, giorno dopo giorno, danno una grande lezione a noi occidentali. Scaglione, nel suo saggio, si chiede: “Perché, dunque, non proviamo ad ascoltare con animo sgombro queste persone che, per dirla con una battuta, sono più mediorientali dei mediorientali, più arabi degli arabi, e, in aggiunta, praticano in un ambiente difficile, quando non ostile, gli stessi valori cristiani che noi occidentali che oggi noi pratichiamo meno ma su cui è stata comunque costruita la nostra civiltà?”. La risposta a questa domanda, di fatto, è ancora da scrivere.



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Nella intricata e torbida questione siriana, come orientarsi e con chi stare?
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Re: Siria

Messaggioda Berto » ven nov 12, 2021 1:21 pm

Israele continua la sua "guerra nella guerra" in Siria
Autore Lorenzo Vita
11 novembre 2021

https://it.insideover.com/guerra/israel ... siria.html


La “guerra nella guerra” – come chiamano il conflitto tra Iran e Israele che si combatte all’interno della guerra in Siria – non si ferma. Nella notte tra l’8 e il 9 novembre i media siriani, confermati anche da alcuni analisti israeliani, hanno parlato di un nuovo raid dell’aviazione della Stella di Davide. Secondo i media ufficiali di Damasco, la maggior parte dei missili sarebbe stata abbattuta. Qualche altro missile invece sembra sia caduto tra Homs e Tartus, causando il ferimento di due soldati siriani e “danni materiali”.

Israele, come accade praticamente sempre dall’inizio della guerra, non conferma né smentisce. Una tattica che contraddistingue le Israel Defense Forces da quando ha avviato le sue operazioni in Iraq e Siria e che serve soprattutto a due scopi: evitare di riconoscere responsabilità e allo stesso tempo incutere timore all’avversario. Nessuno sa quando e come colpirà l’aviazione di Israele, ma tutti si sentono potenziali obiettivi di questi raid che spaziano dalle aree meridionali della Siria fino ad addentrarsi ai limiti del territorio iracheno.


Il ruolo ambiguo della Russia

In queste ultime settimane, gli attacchi chirurgici e silenziosi da parte dei comandi israeliani stanno aumentando. Pochi giorni fa, a lanciare l’allarme era stato lo stesso ambasciatore russo a Damasco, Aleksandr Efimov, il quale, come riporta Nova, aveva già espresso le sue rimostranze in un’intervista all’agenzia di stampa russa Tass. Il delegato di Mosca ha fatto capire che questi raid, in particolare quelli compiuti nei pressi della capitale, mettono a rischio il traffico aereo civile e ha auspicato una normalizzazione della Siria anche per sostenere il governo nella sua attività di antiterrorismo. Parole che sottolineano l’interesse russo per il Paese, ma che non spiegano tutto. Perché le mosse del Cremlino, in questa fase, appaiono molto meno nette rispetto a qualche anno fa, quando la guerra imperversava e Mosca non aveva voglia di difendersi anche dai raid israeliani.

Come spiega Amos Harel per il quotidiano israeliano Haaretz, inizia a essere abbastanza chiaro agli occhi degli osservatori che la Russia non è più preoccupata dai bombardamenti dello Stato ebraico in Siria. Vladimir Putin ha incontrato il primo ministro Naftali Bennett a Sochi ed è molto probabile che i due leader abbiano discusso anche delle operazioni di Israele in Siria. Quello che importa ai comandi di Gerusalemme è colpire le forze iraniane in Siria interrompendo il flusso di armi e uomini che lega la cosiddetta Mezzaluna sciita, quel cordone strategico che va dall’Iran al Libano, sponda Hezbollah. Il Cremlino sembra abbia ricevuto garanzie da parte israeliana che i suoi uomini e le sue basi non saranno messe in pericolo. E adesso la diplomazia sotterranea israeliana ma anche araba punta soprattutto sul fatto che a Bashar al Assad convenga evitare un abbraccio troppo stretto da parte dell’Iran, spiegando che è solo quello – di fatto – il motivo di questi continui attacchi.

Gli Usa si rassegnano ad Assad

Per Israele l’arma dei raid è un modo anche per mettere sotto pressione Teheran dopo mesi in cui i negoziati sul programma nucleare iraniano assistono a pesanti rallentamenti. Gli Stati Uniti al momento non sembra particolarmente interessanti allo scenario siriano, ma il fatto che la base di Al Tanf sia stata oggetto di un attacco con droni e missili sembra avere riacceso i riflettori anche di Washington, preoccupata dalla eccessiva “normalizzazione” di Assad nel panorama internazionale. Il portavoce del dipartimento di Stato, Ned Price, ha condannato la visita del ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti a Damasco esprimendo “preoccupazione per le ricostruzioni circa questo incontro e il segnale che invia”. “Questa amministrazione non esprimerà alcun sostegno agli sforzi per normalizzare o riabilitare Bashar al Assad, che è un brutale dittatore”, ha detto Price. Ma il messaggio arrivato da Abu Dhabi a questo punto è chiarissimo: Assad, dopo che Mosca ha evitato la sua caduta, rimane il leader della Siria. E per quanto l’auspicio del cambio di regime sia sempre sul tavolo del dipartimento di Stato, è evidente che dopo dieci anni di sangue, il potere a Damasco sia ancora nelle mani del clan alauita. Pur con tutti gli sponsor internazionali e la lunga mano del Cremlino.

Israele in questo può essere fondamentale. Se le operazioni in territorio siriano iniziano a essere sempre meno pericolose per Mosca e se il piano è quello di aumentare gli strike contro gli iraniani per far sì che Teheran accetti un accordo sul nucleare (mettendo in sicurezza il confine con il Libano), la guerra in Siria cambierebbe ulteriormente. E la “guerra nella guerra” potrebbe scivolare dalle mani degli Stati Uniti per essere gestita soprattutto sul piano regionale.
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