Utopie demenziali e criminali - falsi salvatori del mondo

Utopie demenziali e criminali - falsi salvatori del mondo

Messaggioda Berto » ven dic 08, 2017 7:48 am

???

La lista Grasso, una grande occasione perduta
04/12/2017

http://www.huffingtonpost.it/tomaso-mon ... a_23295977


È successo qualcosa, a Sinistra. Finalmente.

La nascita di "Liberi e uguali" è un sasso nello stagno. E davvero si deve guardare con enorme rispetto alla soddisfazione delle migliaia di compagne e compagni che hanno partecipato all'assemblea di Roma.

E c'è un "però". Non è possibile non chiedersi se i milioni che a quel processo non hanno partecipato ­– i cittadini di sinistra – saranno altrettanto soddisfatti di questa nascita. Al punto di votare in massa per la nuova lista.

Bisogna farlo con delicatezza, per quanto possibile. Perché in un momento così terribile nessuno ha il diritto di uccidere un entusiasmo, per quanto piccolo o magari mal fondato. E perché, è vero: non abbiamo più voglia di prendere atto di fallimenti e insuccessi. "Non facciamo troppo i difficili", pensano in molti: "prendiamo quel che si può, e tiriamo avanti". E poi, nell'Italia di Salvini, Berlusconi, Renzi, quale persona di buon senso e con un cuore normalmente a sinistra potrebbe dare la croce addosso a Civati, Fratoianni, Speranza, o all'ottimo Piero Grasso?

E però. E però non si può tacere. Perché se vogliamo che questa Italia non sia più appunto quella di Salvini, Berlusconi, Renzi, non possiamo continuare a fare quello che si è fatto ieri a Roma: continuare a perdere ogni occasione di svolta.

Perché il succo della vicenda è che tre partiti (due piccoli, uno minuscolo) hanno fatto una lista comune. Hanno costruito un'assemblea dividendosi le quote di delegati. Che sono tutti loro iscritti tranne un piccolissimo numero (meno del 3%, cioè circa 40 sui 1500, cui però si aggiungono altri "interni" al sistema, e cioè quasi 200 membri "di diritto": parlamentari, assessori, sindaci...). Niente di male: ma questa è la cucitura del vecchio, non c'è niente di nuovo. È un progetto fatto per chi è "dentro" la politica, non è un progetto capace di parlare a chi è fuori. Ed è perfino umiliante che quella "società civile" alla quale non si è voluta cedere sovranità attraverso una partecipazione vera e senza piloti occulti, sia poi stata chiamata a fare da "centrotavola" attraverso dei "testimonial". Come alla Leopolda, nella peggiore tradizione del marketing politico.

L'aspetto ironico è che poi questi delegati non hanno fatto che "acclamare" un capo deciso altrove: senza nemmeno votarlo. Il Fatto quotidiano l'ha definita una cerimonia: ecco, non era un'assemblea, era una bella cerimonia. E allora perché, ci si chiederà, blindare con tanta ferocia le quote dell'assemblea? Ma perché sarà poi questa stessa assemblea a dover ratificare le decisioni delle tre segreterie sulle candidature e i loro criteri, e cioè sull'unica cosa che venga ritenuta importante.

Ma torniamo alla cerimonia. Nessuna persona di buon senso ce la può avere con Pietro Grasso: anzi, sarà un piacere avere una voce come la sua nella canea dei leaders politici italiani. Ma è fin troppo scoperto il gioco che ha portato Grasso all'incoronazione di ieri: il gioco di un calcolo mediatico (non fatto da lui, sia chiaro: ma su di lui). Un calcolo fatto sui sondaggi. Una scelta di palazzo: ombelicale, priva di fantasia. Senza un grammo della forza che hanno, per esempio, le storie di Pablo Iglesias, Jeremy Corbyn, Alexis Tsipras, Bernie Sanders. E il dettaglio per cui sul simbolo dovrebbe essere scritto "Liberi e uguali per Grasso" suona come una drammatica smentita del nucleo più carico di futuro della Sinistra che ancora non c'è: tutto quello che sta cambiando in meglio il Pianeta è fondato sul "Noi", non sull' "Io", sulla comunità e non sul capo. Per questo, la fotografia dei quattro piccoli capi insieme al grande capo – tutti maschi – della "nuova sinistra" rischia di essere il rovesciamento simbolico di tutto quello che potranno dire.

Il vicedirettore dell'Huffington Post, Alessandro De Angelis, ha detto ieri, a mezzorainpiù, che "ci voleva più cuore", più coraggio, più radicalismo, più voglia di cambiare: perché così si sta costruendo solo un piccolo "Pd dal volto umano" che non recupererà né i voti degli astenuti, né quelli dei 5 stelle. Lo penso anche io.

E lo penso anche perché ieri il capo è stato acclamato senza un progetto. Senza un programma. Senza aver prima esplicitato quale visione del paese abbia questa nuova forza elettorale. E senza aver chiarito quale rapporto c'è – se c'è – tra quella visione e la scelta del leader.

C'è, è vero, un manifesto di cinque cartelle: che conosco bene perché ho contribuito a scriverlo anche io. Ma proprio per questo so che è solo una sommaria dichiarazione di direzione. E soprattutto so quanta fatica si è dovuta fare per arrivarci. E so che se ieri un vero programma non è stato presentato è perché su molti nodi cruciali non c'è accordo, tra i contraenti.

Un aneddoto, che serve a spiegare cosa intendo. Nella prima versione di un lungo testo che Guglielmo Epifani (incaricato da Mdp della trattativa per quel manifesto) ci propose, si leggeva questa imbarazzante frase:

Vanno eliminate le forme contrattuali più precarie, e i contratti a termine privi di casuale, il lavoro precario deve essere più costoso per l'impresa rispetto a quello stabile, e vanno introdotti elementi di costo aggiuntivi per le imprese che non rinnovino o stabilizzino. i contratti a termine.

Quello stesso giorno, per puro caso, Papa Francesco aveva detto:

Anche il lavoro precario è una ferita aperta per molti lavoratori (...). Precarietà totale: questo è immorale! Questo uccide! Uccide la dignità, uccide la salute, uccide la famiglia, uccide la società. Lavoro in nero e lavoro precario uccidono.

E niente: è tutto qua. La distanza abissale tra il linguaggio del Papa e quello dell'ex segretario della Cgil è la distanza che una nuova Sinistra avrebbe dovuto esser capace di coprire. Non ci riuscimmo allora: chiudemmo su quelle poche pagine, rimandando al dopo un lavoro serio sul programma. Che però avrebbe dovuto esser fatto prima della presentazione della lista: perché altrimenti, di cosa esattamente parliamo? Per non fare che un esempio: cosa pensano Liberi e Uguali della riforma Fornero?

Se non è ancora possibile, a cerimonia conclusa, rispondere a questa e a moltissime analoghe domande è perché Mdp non ha ancora fatto i conti con la storia del centrosinistra. Se tutto si risolve nell'antirenzismo, se a essere profondamente rimessi in discussione sono solo gli ultimi tre anni, e non gli ultimi venticinque, nulla di nuovo potrà nascere. Il problema della presenza dei vari D'Alema e Bersani è tutta qua: nulla di personale, ovviamente. Ma se la loro presenza lì dentro impedisce di dire la verità su quello che proprio loro hanno fatto, se non si ha il coraggio di sconfessare una storia, allora il nuovo non può nascere. Durante una delle nostre discussioni, Epifani, con il suo garbo, mi disse: "Ma allora tu vuoi dire che nulla di quello che abbiamo fatto quando eravamo al governo andava bene?". Sì, vorrei dire proprio questo. La pagina del centrosinistra alla Tony Blair è una pagina da cui liberarsi. Senza se e senza ma.

E il fatto che il programma non sia ancora uscito, significa che questa liberazione non c'è ancora stata. Se, nelle prossime settimane, Mdp si mangerà Sinistra Italiana sui contenuti, come già se l'è mangiata nei rapporti di forza dell'assemblea, allora il disastro sarà completo.

È questa la principale ragione per cui chi si è riconosciuto nel progetto del Brancaccio ieri non era a Roma: perché quel progetto invocava una radicale discontinuità con i governi del centrosinistra (che hanno sfigurato l'Italia non meno di quelli del centrodestra), una totale democraticità del percorso, una alleanza tra cittadini e partiti, un e un nuovo linguaggio radicale capace di riportare al voto gli astenuti e di contendere i voti non tanto al Pd, quanto ai 5 Stelle.

Nulla di tutto questo c'è, nella "nuova proposta" di Liberi e Uguali.

Certo, molti di noi la voteranno comunque: per mancanza di meglio. Ma è davvero impossibile non dire che questo è l'estremo tentativo di rattoppare il vecchio, non è l'inizio di qualcosa di nuovo.

Per il nuovo bisognerà lavorare ancora molto, duramente e per altre strade. Lo faremo: non c'è altra scelta.



Gino Quarelo
Questi sono internazicomunisti, parassiti statalisti, molto peggio dei fascisti e dei nazisti hitleriani, alleati dei nazisti maomettani. Orrore puro.

Gigi Brioschi
proprio un magistrato parla di liberi e UGUALI? Mente sapendo di mentire o finge di non sapere?

Franco Matteo Mascolo
Per cortesia, Quarelo, un po' di autocontrollo circa gli sfoghi con esagerazioni acrobatiche polemiche, sono sempre antifascisti... o no?

Franco Matteo Mascolo
a Gigi: il mio distinto prof di filosofia al liceo "Jacopo Sannazaro" di Napoli (1959-62) Vincenzo Romano (il suo nome sia sempre ricordato in bene ) ci insegnava a distinguere in ogni elemento o figura socio- culturale sia i pregi che i limiti; si prega di ri-leggere l'articolo interamente, e notare la critica di Montanari alla probabile utilizzazione di Grasso "ad usum Delphyni"...

Gino Quarelo
Come può un comunista che di per sé è totalitario e dittatoriale più dei nazisti essere antifascista nel senso di antidittatura?

Franco Matteo
Mascolo lei si sbaglia di grosso perchè confonde il profondo desiderio spirituale di giustizia sociale tipica della origine della filosofia comunista, finita male col "socialismo reale" (Marx non a caso si definiva "fortunatamente non sono marxista!"), con lo schifoso putrido razzismo bestiale e antisemita, che evidentemente lei sponsorizza in mala fede o senza rendersene ben conto, lei confonde i ladri con le guardie, e li mette spudoratamente sullo stesso piano di "dittatura violenta"... Lei è da manicomio!

Franco Matteo Mascolo
Aggiungo che condivido il pensiero di Beltrand Russell quando, in Storia della filosofia occidentale, sostiene che l'esigenza di Marx di difendere le classi lavoratrici dagli abusi dei proprietari sia figlia laicizzata del suo esser pronipote di rabbini ebrei e di antichi profeti ebrei difensori dei poveri, sfruttati. Studi, signor Quarelo, e quereli di meno l'esigenza profetica laica di Marx, anche se andata a male con Lenin e Stalin, ma non con le Luxemburg e tanti altri marxisti democratici!

Gino Quarelo
Mascolo, mi dica dove mai nel mondo il comunismo-socialismo politico abbia realizzato la sua utopia, il suo paradiso terrestre e dove mai non abbia portato ingiustizia, sofferenza e morte. Il desiderio di giustizia sociale più che spirituale è umano. In nessun luogo della terra l'utopia-ideologia comunista ha prodotto/portato benessere e ha potuto essere applicata senza dittatura politica. Forse Mascolo è lei antisemita/antisraeliano e da manicomio ?
Mi dica come mai in Italia paese-stato in cui sono stati e sono fortissimi i comunisti e i socialisti è la realtà occidentale meno democratica, con il debito pubblico più alto e con la maggiore ingiustizia sociale, con la più elevata corruzione e irresponsabilità amministrativa e politica, il maggior parassitismo economico, la realtà dove le paghe di chi lavora sono le più basse mentre quelle di chi non lavora o fa finta di lavorare sono le più alte, dove esistono due diritti del lavoro: uno per i dipendenti statali o pubblici e uno per i non statali e del privato, il paese-stato dove sono violati sistematicamente i diritti umani dei cittadini e dei nativi da parte dei politici, dei legislatori, dei burocrati e di coloro che amministrano la giustizia?
Un paese pieno di comunisti e di cattolici, di mafiosi, di camorristi, di ladri, di farabutti, di bugiardi, di ipocriti presenti ovunque.
Chissà perché poi i comunisti-socialisti italiani ed europei sono tutti antisionisti, antisraeliani e filopalestinesi?
Le ricordo inoltre che sono proprio le dittature, tra cui quelle comuniste a imprigionare nelle galere, nei lagher, nei gulag e nei manicomi le persone che esprimono le loro idee non conformi e il loro pensiero critico.



Franco Matteo Mascolo
Io oppongo alle sue frenesie pazzoidi da incolto l'opera e il pensiero di don Milani Ebreo, e la sua scuola, e l'assenza in lei di dottrine politiche salvatrici dell'umanità,- in quanto in strutturale contrapposizione al capitalismo reificante e strumentalizzante le classi lavoratrici emarginate,- si sa bene quanto il comunismo marxleninista sia stato affossato e sbeffeggiato da don Milani, che opponeva lo spirito di giustizia biblica sociale ai messianismi politici laici comunisti ma ne rispettava al contempo l'esigenza spirituale popolare di giustizia, gravemente tradita dal socialismo reale statale comunista. Lei non ha niente da proporre e contrapporre per la salvezza politica del globo anche se i poveri a miliardi restano oppressi; lei annaspa nel vuoto dei valori, risponda con sincera chiarezza se ha fegato! La sua difesa dello Stato d'Israele mi appare come soltanto un suo "éscamotage" strumentale per mascherare la sua incapacità di elaborare e sognare nuovi socialismi dal volto più umano, come appunto nella prospettiva politica in don Milani e nella sua scuola, il cui lavoro non è stato inventariato completamente dalla chiesa sempre conservatrice. Lei è un molto probabile neofascista travestito da sincero democratico e da sincero filosemita, da come si esprime.

Franco Matteo Mascolo
Lei scherza o vuole prendere per il sedere i gonzi, quando dice:"mai in Italia paese-stato in cui sono stati e SONO (sic!) fortissimi i comunisti e i socialisti...". Ma dove sono in Italia i comunisti e i socialisti? lei vaneggia e vede socialisti e comunisti dappertutto, mentre in realtà sono morti e seppelliti da un pezzo, ma lei evidentemente non se ne è accorto, perchè ha nuclei psicotici e complessi di persecuzione nel suo sistema psicomentale come berluisconi che li vedeva dappettutto... :-(...

Franco Matteo Mascolo
Si, io sono per il comunismo, ma non marxista, ma di formazione ebraico-biblica, che era presente "in nuce" nei kibbutzim israeliani, laici e/o religiosi, dei primi decenni dello Stato Ebraico...E che son presenti negli Atti degli Apostoli, quando si parlava della vita delle prime comunità al tempo degli Apostoli, quando tutto era economicamente in comunione fraterna libera e solidale e senza "diktat" dalla dirigenza petrina, e dove l'unico diktat era quello della sincerità e della coscienza (vedi duro episodio della conclusione delle menzogne di Anania e Saffira, episodio esemplare indiziale e significativo negli stessi Atti)...

Franco Matteo Mascolo
Lo stesso Lenin in Stato e Rivoluzione riportava come esemplare questo comunismo libero e fraterno dei beni, presente negli Atti degli Apostoli, salvo che poi non ne seppe estrarre lo spirito per mancanza di cultura biblica profonda, anche se nei suoi scritti accenna alla formazione educativa ebraica come tendenzialmente rivoluzionaria...


Gino Quarelo
Il solco di questa discussione è tracciato e predeterminato dall'incipit dato dall'articolo su questo nuovo partito politico: "liberi e uguali";
in cui il termine comunismo si riferisce all'ideologia politica comunista e socialista (statalista, totalitaria dittatoriale coercitiva, violenta e assassina, parassitaria, disumana, immorale e contro natura),
e non al possibile comunismo/comunitarista naturale dei clan umani del paleolitico, dell'ipotesi protostorica statale di Ur, delle comunità degli ebrei esseni, dei gruppi volontari dei primi discepoli cristiani e poi di quello monacale o conventuale in epoca medievale e moderna e dell'esperienza dei kibbuz israeliani.


Questo breve testo, non mio, esprime abbastanza bene il mio pensiero, con qualche distinguo.

L’utopia comunista e le ragioni del suo crollo
Tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 del XX secolo, i regimi comunisti crollano uno dopo l’altro in quasi tutti i Paesi del mondo. Ma che cosa propugnava la dottrina comunista? E perché era destinata a cadere?
di Simone Valtorta
(luglio 2006)

http://www.storico.org/dopoguerra_torme ... nista.html

La decadenza dell’Unione Sovietica è direttamente correlata alla corsa agli armamenti che, dagli anni Settanta del XX secolo, oppone il mondo comunista del Patto di Varsavia alla Nato: il punto più critico nelle relazioni tra le due super-Potenze, sovietica e americana, si tocca nel 1985 – quando lo scoppio della Terza Guerra Mondiale sembra più che un’ipotesi –, poi l’esausta economia russa, troppo arretrata, collassa: nel giro di pochi mesi, tra il 1989 e il 1990, la Russia deve ritirare le sue truppe da quasi tutti i Paesi dell’Est Europeo; poi, l’immenso Impero che sembrava destinato a governare imperituro metà del pianeta crolla, sgretolandosi pezzo dopo pezzo, mentre sulle sue ceneri sorgono altre nazioni. Con il regno sovietico, decade anche la dottrina politica che, fin dalla Rivoluzione d’Ottobre del 1917, era stata eletta a suo fondamento: il comunismo, che all’inizio del III millennio sopravvive solamente in pochi Stati, tra cui la Cina e Cuba.

Quando si parla di comunismo, è vitale distinguere i fondamenti della dottrina dal modo col quale è stata in realtà applicata; è infatti indubbio che i regimi comunisti succedutisi nel corso del XX secolo in vari Paesi hanno provocato la più grave forma di schiavitù che la storia ricordi: burocratizzazione della vita e soppressione di ogni libertà individuale, persino di quella di pensiero, sono stati il loro risultato più eclatante. A farne le spese sono stati soprattutto contadini ed operai, ovvero le classi sociali più povere e deboli che avrebbero dovuto essere le prime a godere dei benefici del «paradiso» comunista (lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori è nato in Occidente, in area «capitalista»). La cancellazione della classe borghese, in Russia, ha prodotto un baratro spaventoso tra una ristretta cerchia di ricchi e un oceano sterminato di poverissimi, con un vertiginoso aumento della criminalità – tanto che, nelle grandi città, chiunque ne abbia la possibilità si circonda di guardie del corpo.

La dottrina comunista, ridotta all’osso, è di una semplicità persino disarmante: tutti gli uomini sono fondamentalmente uguali ed hanno bisogni comuni (una casa, un lavoro...); lo Stato deve provvedere a che siano soddisfatti questi bisogni primari, dopo i quali gli uomini non avranno desiderio d’altro – se nessuno possiede più degli altri, non vi saranno aspirazioni ad avere di più, né invidie né gelosie. Tutto in comune e il necessario per chiunque: da questo si può comprendere come il comunismo sia stato ben accolto, almeno inizialmente – prima che se ne producessero le ben note aberrazioni politiche –, dalle classi sociali più misere e dagli idealisti. Ad osteggiarlo, invece, fu sempre la Chiesa Cattolica, preoccupata dall’ateismo e dai conati rivoluzionari che quest’ideologia propugnava (Marx sosteneva che «la religione è l’oppio dei popoli», ma non fece altro che sostituire il culto a Dio col culto al Partito, vera e propria «divinità laica»).

Pur purgata dai suoi eccessi, la dottrina comunista è sbagliata non perché sia moralmente ingiusta, ma perché inapplicabile alla stirpe umana: chiunque abbia un minimo di nozioni di psicologia sa che gli uomini bramano avere sempre più di quello che hanno; è questo il motore del progresso. Inoltre, è errato pensare che debba essere lo Stato a dirigere la vita e le azioni dei cittadini, soffocando le loro aspirazioni, i loro desideri e le loro naturali inclinazioni in nome di un ipotetico «bene comune» a tutto scapito del «bene individuale». I propugnatori del comunismo, quando sono mossi da buone intenzioni e non da sete di potere o clientelismo politico, mostrano di ignorare completamente la psiche umana.

Si potrebbe obiettare che, nel mondo, vi sono gruppi di persone che decidono realmente di vivere mettendo in comune tutti i loro averi e, non di rado, conducendo uno stile di vita austero: basti pensare a molte comunità monastiche o conventuali. Ma bisogna precisare che si tratta di comunità di poche decine di individui di idee convergenti (se non altro sul piano religioso), e il cui ingresso è frutto di una libera scelta, e non imposto dall’alto.

Un esempio di comunismo «etico e giusto» è quello messo in atto in Israele subito dopo il Secondo Conflitto Mondiale: la popolazione venne invitata a riunirsi nei kibbutz, villaggi dove i beni erano messi in comune e dove nessuno possedeva più degli altri. Oggi solo il 2% degli Israeliani è rimasto a vivere lì, tutti gli altri si sono trasferiti altrove scegliendo di lavorare, abitare e possedere secondo i loro reali bisogni personali, anche se questo ha inevitabilmente portato a disuguaglianze economiche e sociali più o meno marcate.
Ma, almeno, l’uomo ha riacquistato la sua dignità, senza divenire un mero numero, un ingranaggio della macchina ideologica comunista che, nella sua ansia di creare l’uomo ideale, ha sempre finito col distruggere l’uomo reale!
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Messaggioda Berto » dom gen 07, 2018 12:01 pm

A colpi di martello: la sinistra, Israele, Obama. Parla David Horowitz
Niram Ferretti
16 marzo 2016

http://www.linformale.eu/a-colpi-di-mar ... d-horowitz

David Horowitz non le manda a dire. Dalla sua bocca non sentirete mai uscire qualcosa di moderato perché sa che la tomba della verità in questa nostra epoca è la Newspeak del politicamente corretto. Horowitz è il testimone di un itinerario politico intenso e radicale da quando giovane intellettuale marxista a Londra negli anni Sessanta collaborava con Bertrand Russell e diventava amico di Isaac Deutscher, biografo di Trotzky e vate del New Left inglese, a quando nella California psichedelica e anarcoide del 68 approdava alle Black Panthers per poi abbandonarle quando la sua visione cambio profondamente. “Così come Stalin usò l’idealismo e la fedeltà della generazione dei miei genitori per commettere i suoi crimini negli anni Trenta, le Black Panthers hanno usato l’idealismo della mia generazione negli anni Sessanta”, avrebbe detto in seguito.

Oggi David Horowitz è il presidente del think tank conservatore che porta il suo nome, il David Horowitz Freedom Center e l’editore della vera macchina da guerra contro quella che lui considera la sottomissione americana all’ideologia progressive, che è Frontpage Magazine.

Autore di decine di libri di cui una buona parte intesi a mettere in luce gli ingranaggi e le mistificazioni liberal (e della sinistra tout court), rappresenta una delle voci più scomode e abrasive del panorama americano.

Vorrei cominciare con una domanda sul Freedom Centre di cui lei è presidente. Quali sono gli obiettivi del centro?
Il centro è stato creato per difendere le società libere che si trovano sotto attacco da parte di forze totalitarie interne ed esterne. Questa prima missione conduce a una seconda: svegliare i conservatori e altri patrioti i quali non capiscono che la sinistra “progressista” “sociale democratica” è una forza totalitaria, o una favoritrice del totalitarismo, e dunque una formazione in guerra contro le democrazie che si basano sul libero mercato.

Come George Orwell e Arthur Koestler anche lei viene dalla sinistra ed è diventato uno dei suoi più convinti oppositori. Se dovesse identificare le più persistenti e fallaci idee della mentalità progressista, quali sarebbero?
Praticamente tutte le idee della sinistra sono false perché sono basate sulla premessa che se alla sinistra verrà concesso il potere necessario potrà creare un paradiso mitico chiamato alternativamente “comunismo” o “socialismo” o “giustizia sociale”. Sono la seduzione e l’impossibilità dei loro sogni utopici ciò che rende i suoi seguaci così pericolosi e disponibili ad allearsi con i nemici della democrazia, anche i barbari islamici.

Per anni lei ha denunciato il modo in cui molti campus e università americane sono diventati luoghi di indottrinamento liberal se non palesemente neo-marxista e anti-occidentalista. Cosa ha determinato si questa situazione?
La cecità dei conservatori nei confronti della minaccia. Il termine “liberal” attribuito alla sinistra, che è bigotta e intollerante, è un termine ingannevole. “Neo-marxista” è troppo moderato. Nemmeno Marx aveva chiesto l’espulsione dei conservatori e dei dissenzienti dalle facoltà universitarie e dalle liste di conferenze.

Oggi l’antisionismo è espressione di una mentalità che va a braccetto con l’antiamericanismo. Per chi la pensa così l’Occidente è visto come la fonte di tutti i problemi. È come se ci trovassimo ancora nel periodo della Guerra Fredda e l’Unione Sovietica non fosse mai caduta. È d’accordo?
L’antisionismo è un sinonimo di odio per gli ebrei. Non c’è nessun’altra etnia o religione al mondo che potrebbe essere il bersaglio di un simile odio come lo è lo stato ebraico e nessun altro antagonismo – se non quello contro gli Stati Uniti – che possa forgiare una alleanza tra la sinistra progressista e i nazisti dell’Islam, i quali, diversamente da Hitler che celava i suoi piani per la Soluzione Finale, gridano dai tetti che il loro obbiettivo è quello di portare a compimento il lavoro cominciato da lui.

Come spiega che personaggi come Noam Chomsky e Norman Finkelstein, entrambi ebrei, siano arrivati al punto di tessere le lodi di un gruppo terrorista come Hezbollah il quale interpreta l’Islam in modo radicale ed è apertamente antisemita?
Chomsky e Finkelstein sono ebrei deliranti la cui religione è la fantasia utopica della sinistra. Questo fa sì che le loro priorità siano l’antiamericanismo e la distruzione di Israele che li porta ad allearsi con odiatori medioevali degli ebrei il cui obiettivo è un genocidio non solo degli ebrei ma dei cristiani, degli Indù e di tutti i non-musulmani.

Non è un segreto per nessuno che tra il Presidente Obama e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ci sia un profondo contrasto relativamente a cosa sia meglio per Israele e per il Medioriente. Molti pensano che il Presidente Obama sia stato il presidente americano meno amichevole nei confronti di Israele. Cosa ne pensa?
Obama ha dato il suo appoggio ai Fratelli Musulmani, che sono la fonte del nazismo e del terrore islamico e l’origine della campagna genocidiaria palestinese che ha come scopo quello di gettare in mare tutti gli ebrei. Malgrado i conservatori siano tuttora intimiditi dal dire la verità su Obama perché è nero, Obama è un traditore americano che ha consegnato armi nucleari e missili balistici agli iraniani i quali proclamano apertamente il loro obiettivo, “Morte agli Stati Uniti” e “Morte a Israele”.

Nel suo discorso al Cairo del 2008, il presidente Obama ha definito l’Islam una “religione di pace”, una definizione usata prima di lui dal presidente Bush Jr. Questa Amministrazione ha costantemente rifiutato di connettere il jihadismo alle sue origini musulmane, coraniche. Quanto è importante che questo stato di cose cambi?
È cruciale per vincere la guerra globale che gli islamisti ci hanno dichiarato. Il profeta Maometto ha incitato allo sterminio degli ebrei e a una guerra contro gli infedeli, cristiani, indù, atei, e chiunque non si sottometta alla fede islamica. L’Islam è l’unica religione che si è diffusa attraverso la spada dietro specifico ordine del suo profeta.

Matthias Kuntzel uno dei maggiori esperti europei del legame tra islamismo e jihadismo, in una recente intervista rilasciatoci, ci ha detto che l’accordo nucleare iraniano è stato come avere promesso a un piromane, per dieci anni di contenimento, un magazzino pieno di taniche di benzina. E’ d’accordo?
Sì ma le sue parole sono troppo moderate. Obama ha dato le armi nucleari agli Hitler del Medioriente e dunque ha segnato la condanna a morte di Israele. Se Israele sarà in grado di difendersi cancellando il regime iraniano è da vedere. Ma lo spargimento di sangue che Obama ha autorizzato sarà orribile.

Come ultima domanda le vorrei chiedere di Donald Trump. Molti in Europa lo vedono come un segno di involuzione terzomondista e inadatto a diventare presidente. Qual è la sua opinione?
Mi ricordo quando Kennedy venne assassinato e Lyndon Johnson divenne presidente. Mi trovavo in Inghilterra all’epoca. Gli europei la pensavano allo stesso modo di Johnson. Gli europei hanno la tendenza a guardare dall’alto in basso gli americani perché li abbiamo salvati in due guerre mondiali. Abbiamo dovuto farlo perché molto tempo fa hanno rinunciato alla volontà di difendere le magnifiche culture che i loro antenati hanno creato. I salvatori vengono crocifissi, questa è una morale del cristianesimo che è ricordata raramente.
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Messaggioda Berto » ven gen 26, 2018 10:19 pm

Da un post di E.B.
La storiella non è recente ma vale sempre la pena ricordarla. E cito:

https://www.facebook.com/bruno.caudana/ ... 6970451372

"Un professore di economia di una scuola americana aveva proclamato che nessuno degli studenti del suo corso era mai stato bocciato ma si è recentemente ritrovato a far bocciare un'intera classe.

Tutta la classe aveva insistito nel dire che il socialismo funziona e che, di conseguenza, nessuno sarebbe stato né povero né ricco. Un mezzo egualitario eccezionale. Allora il prof annunciò: "OK, faremo allora un piccolo esperimento di classe: prenderò la media di tutti i vostri voti. Avrete tutti lo stesso voto, nessuno sarà bocciato né prenderà una A" (il corrispondente di "ottimo" nel sistema di valutazione anglosassone). Così sostituendo i dollari con dei voti avremo un risultato più concreto e comprensibile per tutti.

Dopo il primo esame fu fatta la media dei voti e tutti ottennero una B. Quelli che avevano studiato molto erano delusi, quelli che avevano studiato poco contenti. Nel secondo esame quelli che avevano studiato poco studiarono meno e quelli che avevano studiato tanto decisero di seguire la strada del popolo libero studiando poco. La media del secondo esame fu una D. Al terzo esame la media fu F.

Nel corso dei successivi esami i voti non migliorarono mai, gli additamenti cominciarono, i giudizi dominarono le conversazioni e tutti la vissero male. Nessuno volle studiare a beneficio degli altri. Con grande sorpresa di tutti l'intera classe fu bocciata.

E' allora che il professore affermò che il socialismo era in fin dei conti per fallire poiché quando la ricompensa è grande, l'impegno nel riuscire è altrettanto grande. Ma quando lo stato elimina ogni possibilità di ricompensa, nessuno offrirà impegno né vorrà riportare successo. Non potrebbe essere più semplice.

Le 5 frasi seguenti sono forse le migliori conclusioni che si possono trarre da questa esperienza:

1. Non potete ordinare ai poveri di ottenere il successo ordinando ai ricchi di non averne più.

2. Quando una persona riceve senza dover lavorare, un'altra persona deve lavorare senza riceverne la ricompensa.

3. Lo stato non può dare qualcosa a qualcuno senza averlo tolto precedentemente a qualcun altro.

4. Non potete moltiplicare la ricchezza dividendola!

5. Quando la metà del popolo percepisce l'idea che non hanno bisogno di lavorare perché l'altra parte si occuperà di loro e quando l'altra metà capisce che non vale la pena lavorare poiché qualcun altro beneficerà di ciò che meritano per i loro sforzi, quello è l'inizio della fine per tutta una nazione." (cit.)
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Messaggioda Berto » ven feb 16, 2018 8:51 am

Comunisti, internazicomunisti e dintorni
viewtopic.php?f=176&t=1711


Sixara ha scritto:El fasìxmo no l è mai mòrto e l comunixmo no l è mai nato, in Italia.


Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... 68x467.jpg


Foibe - par colpa dei nasionałeixmi edeołojeghi
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Marcello Veneziani, tutte le ragioni per cui iscriversi all'anagrafe anti-comunista
15 Febbraio 2018

http://www.liberoquotidiano.it/news/per ... erire.html

Comunisti massacrati in rima, un'opera di Marcello Veneziani su Il Tempo in calce all'anagrafe anti-comunista pubblicata dallo stesso quotidiano. "Italiani, aderite compatti all'anagrafe nazionale anticomunista - esordisce Veneziani -. Diventate cittadini onorari di Fiume e di Porzus, dell'Istria e della Dalmazia, del Triangolo rosso dell'Emilia e di mille altri luoghi in cui il comunismo ha lasciato vittime". E ancora: "Diventate cittadini onorari dei tanti luoghi in cui le Brigate rosse e le altre formazioni terroristiche hanno ucciso borghesi e proletari, ragazzi e militanti di destra, magistrati e politici, giornalisti, professori e casalinghe nel nome del comunismo".

Dunque prosegue: "Perché invece un'anagrafe nazionale anticomunista? Perché il comunismo è il regime totalitario che ha mietuto più vittime di tutti i tempi, in più paesi e in tempi diversi, e con due particolarità efferate: ha ucciso di più in tempo di pace che in tempo di guerra e ha fatto strage soprattutto di connazionali. E ancora. Perché è il regime totalitario che ha retto sul terrore poliziesco e sulla cancellazione di ogni realtà al di fuori del comunismo: nessuno spazio per la religione, per il capitale, per la proprietà privata, per le tradizioni nazionali che restavano in piedi perfino sotto il nazismo".

Dunque, Veneziani elenca una lunga serie di altre valide ragioni per iscriversi a tale anagrafe, tra le quali questa, ovvero la possibilità di celebrare "lo scampato pericolo: quest'anno è il settantesimo anniversario del '48, l'anno in cui l'Italia evita di diventare una Repubblica Comunista Sovietica con la vittoria del Fronte popolare degli staliniani di casa nostra. Fatelo da patrioti e da europei, da cattolici e da ebrei, da borghesi e da contadini, da missini e da democristiani, da liebrali e da socialdemocratici, da monarchici e perfino da anarchici".
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Messaggioda Berto » mer feb 21, 2018 11:38 pm

"Bergoglio sui migranti sbaglia. L'Europa ha bisogno d'altro"
Giuseppe Aloisi - Mar, 20/02/2018

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/ ... 96537.html

L'intellettuale Laurent Dandrieu ha criticato Bergoglio per l'approccio dottrinale al tema dell'immigrazione.

L'occasione per esporre un'analisi su quella che alcuni hanno definito la "teologia immigrazionista" del papa argentino è stata un convegno organizzato a Roma lo scorso 2 febbraio, in una sala del Senato di Piazza Capranica. Promotore dell'evento il quotidiano liberale ‘L’Opinione.

Secondo quanto riportato su Rossoporpora, l'incontro ha registrato la partecipazione di esponenti culturali e politici portatori di visioni differenti sul tema dibattuto: oltre a Dandrieu, infatti, sono intervenuti l'arcivescovo Silvano Maria Tomasi, il senatore Maurizio Gasparri, il demografo Gian Carlo Blangiardo, l'esponente del Partito Democratico Luciano Nobili, il presidente della stampa estera in Italia Philipp Willan e, appunto, il direttore de 'L'Opinione, Arturo Diaconale. E sempre il sito diretto dal vaticanista Giusepppe Rusconi ha pubblicato buona parte del virgolettato del pensatore d'oltralpe.

"Mi esprimo da fedele cattolico. Se sono spinto a criticare assai duramente le posizioni della Chiesa sull’immigrazione, non lo faccio con cuore allegro né per infierire, ma per aiutarla a uscire da ciò che io considero una situazione terribile", ha premesso l'autore di "Eglise et immigration: le grand malaise. Le pape et le suicide de la civilisation européenne (Plon, 2017)", un pamphlet sulla scomparsa della civilità occidentale, che sta continuando a suscitare molto clamore in Francia.
"A intervalli regolari - ha detto Laurent Dandrieu - i discorsi del Papa richiamano la virtù della prudenza nell’accogliere, riconoscono il diritto degli Stati di limitare l’immigrazione nella prospettiva del bene comune di cui sono responsabili", ma la frequenza di queste affermazioni è minimale "rispetto al torrente di dichiarazioni in favore della logica dell’accoglienza", ha sottolineato il pensatore francese. Il "diritto a non emigrare", teorizzato e promosso da Joseph Ratzinger, cioè la tendenza a preferire che i popoli conservino un diritto a rimanere nella propria terra d'appartenenza, sarebbe stato in qualche modo rimosso dal magistero di Papa Francesco.

Gli europei, invece, sarebbero angosciati per i rischi derivanti da un'immigrazione sostanzialmente incontrollata. E si aspetterebbero dalla Chiesa un atteggiamento materno invece di essere accusati di "non fare abbastanza per l’accoglienza dello straniero". "Le loro inquietudini - ha detto Dandrieu riferendosi sempre ai cittadini europei - sono assimilate a reazioni razziste". L'ansia per la scomparsa della civiltà del vecchio continente, insomma, verrebbe scambiata per suprematismo etnico. La Chiesa, poi, commetterebbe due grossi sbagli: guardare all'immigrazione solo attraverso il punto di vista del migrante e non mettere in conto "le differenze culturali o religiose concrete, come se ciò non incidesse sulla capacità delle società di accoglienza di integrarli". Il buonismo teorizzato da Bergoglio, quindi, finirebbe per non tenere presente le sofferenze inflitte alle popolazioni d'Europa.

Critiche da Dandrieu, poi, sono arrivare rispetto all'assolutizzazione del diritto a migrare: "Tale visione di una immigrazione di massa che contribuisce all’unità della famiglia umana spinge ad adottare una visione messianica delle migrazioni, che diventano una manifestazione dello spirito di Dio", ha evidenziato l'intellettuale francese. E ancora:"La posizione della Chiesa sull’immigrazione è in amplissima misura una posizione ideologica e politica, in cui la questione del bene concreto delle persone diventa secondaria in rapporto a questa visione messianica dell’immigrazione". La Chiesa, dunque, sarebbe finita nel vortice dell'ideologia immigrazionista, ma avrebbe bisogno di tutt'altra base culturale.

Un altro discorso cattolico - ha chiosato lo scrittore d'oltralpe - è necessario per la sopravvivenza del cattolicesimo europeo: "Ne va dell’avvenire dell’Europa, ma anche dell’avvenire della Chiesa, poiché essa – mostrandosi compiacente verso l’invasione di migranti – allarga sempre il fossato che la separa dalle popolazioni europee". "Così facendo - ha evidenziato l'intellettuale - si preclude essa stessa le vie della nuova evangelizzazione". La rievangelizzazione del nostro continente, in definitiva, non può passare per il sacrificio forzato di un'accoglienza pretesa a tutti i costi.


Accoglienza o ospitalità imposta o forzata è un crimine contro l'umanità
viewtopic.php?f=196&t=2420

La demenza irresponsabile di Bergoglio, dei suoi vescovi e dei falsi buoni che fanno del male e che non rispettano i nostri diritti umani, questi idolatri presuntuosi che si credono salvatori dell'umanità e del mondo a nostre spese.
viewtopic.php?f=132&t=2591
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Messaggioda Berto » dom mar 18, 2018 9:49 pm

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Messaggioda Berto » dom mar 18, 2018 9:49 pm

Darwinismo sociale, eugenetica e antisemitismo in Germania tra '800 e '900
Roberto Riviello
il 18 marzo 2018

http://www.linformale.eu/darwinismo-soc ... -800-e-900

Prima di esaminare la diffusione delle teorie che, verso la fine del XIX secolo in Germania, richiamandosi alle scoperte di Darwin, vennero estese dalla biologia alle scienze umane e fornirono il sostegno pseudo-scientifico ad una vera e propria ideologia razzista, occorre precisare che il concetto di “darwinismo sociale” – come spiega Antonello La Vergata – è molto ampio e soprattutto che è comunemente ( ed erroneamente) associato agli esiti che sono l’ oggetto del presente articolo. In verità, scrive lo studioso: “Le idee di Darwin ( o a lui attribuite) furono invocate a sostegno delle idee politiche più disparate. Vi fu un darwinismo sociale liberista, uno solidarista, uno statalista conservatore, uno nazionalista, uno militarista, uno pacifista, uno socialista, uno anarchico…”. È chiaro, dunque, che è sbagliato ridurre il darwinismo sociale in quanto tale all’ antisemitismo che nella Germania nazista ebbe poi le terribili conseguenze della “pulizia etnica” e della “soluzione finale”; ma è altrettanto vero che alcuni concetti di origine biologica come la lotta per l’ esistenza e la selezione naturale, applicati nel campo dell’ antropologia e della medicina, in un contesto storico ben definito, si tradussero in una distorta visione della società basata sul predominio della “razza pura”.

Senza voler quindi attribuire a Darwin o agli autentici darwinisti sociali come Spencer alcuna responsabilità (per quanto puramente teorica) di un tale travisamento, precisiamo che qui ci occuperemo soltanto di quello che lo stesso La Vergata definisce “darwinismo alla tedesca”, quando spiega che fu per primo un generale di cavalleria in pensione, Friedrich von Bernardhi , con la pubblicazione nel 1912 del libro La Germania e la prossima guerra, a indicare nel darwinismo la giustificazione scientifica del suo militarismo nazionalista. Va anche detto, a onor del vero, che non furono soltanto gli scienziati sociali tedeschi a travisare le idee di Darwin ed utilizzarle per sostenere la superiorità della razza germanica: com’ è noto, i più “autorevoli” teorici razzisti, che fecero scuola in Germania, erano il francese conte Arthur de Gobineau ( autore di Essai sur l’ inégalité des races humaines) e l’ inglese Houston Chamberlain, che all’ inzio della Prima guerra mondiale diventò, molto probabilmente, consigliere del Kaiser. Persino il concetto di “spazio vitale” (Lebensraum), che fu uno dei capisaldi del nazismo, era stato precedentemente elaborato dal geografo tedesco Friedrich Ratzel e dall’ inglese Halfred Jhon Mackinder.

Fatta questa dovuta premessa, andiamo a prendere in esame la Germania degli ultimi anni del XIX secolo, quando in essa si diffusero il neoromanticismo, la riscoperta delle antiche tradizioni popolari e il culto della razza ariana, che andarono poi ad incontrare l’ antropologia di ispirazione darwiniana.

Come spiega George L. Mosse, per “neoromanticismo” si intende la rinascita del romanticismo tedesco che era stato sin dai suoi inzi caratterizzato da una forte componente irrazionalistica, mistica e panteistica; e che trovò nell’ editore Eugen Diederichs uno dei suoi principali divulgatori. A caratterizzare questa seconda fase del romanticismo germanico, è la presenza del positivismo come filosofia dominante in un contesto storico incentrato su un forte sviluppo industriale, portatore di valori tipicamente materialistici. A questo tipo di società, Diederichs contrapponeva un idealismo fondato sui valori tradizionali del popolo germanico, il Volk, che erano il suolo, la patria e la razza (anche se quest’ ultima era intesa da lui soprattutto in senso culturale). Grazie alla pubblicazione della rivista Die Tat, a partire dal 1912, egli ebbe una sempre crescente influenza su ampi settori del Movimento giovanile, come quello del Sera Circle, i cui membri si riunivano annualmente a Jena per celebrare il solstizio d’ estate con uno spirito apertamente pagano.

Altro personaggio significativo di questo periodo, è Alfred Schuler, che viveva a Monaco nel quartiere degli artisti, dove si era costituita una comunità intellettuale legata dall’ ideologia nazionalista, con una forte inclinazione verso il misticismo e l’ occultismo. Sostanzialmente contrari all’ individualismo, i suoi membri (tra cui il noto poeta Stefan George) esaltavano i valori comuni di carattere razziale, identificandoli nel sangue del Volk tedesco. Il riferimento alla purezza del sangue derivava, nella loro visione, dagli antichi culti druidici. Schuler teneva conferenze in cui condannava le manifestazioni della società moderna, come il grande sviluppo dei centri urbani e la conseguente diffusione del materialismo; a quest’ ultimo, egli sosteneva, era ncessario contrapporre l’ antica tradizione germanica che gli iniziati, cioè i membri del Volk, dovevano ristabilire mediante una battaglia di carattere spirituale.

Nel 1923 fu poi fondato Die Sonne, un periodico che diffondeva le idee nazional-patriottiche ispirate a una concezione propriamente germanica: tra i suoi collaboratori vi erano il nazionalsocialista Darré, il teorico razzista Gunther, il romanziere nazionalista Kapherr. Grande influenza sui giovani ebbe anche il pittore e illustratore Karl Hoppner, più conosciuto con lo peseudonimo di Fidus, che combianava l’ idelogia nazionalista con la teosofia e l’ occultismo. Uno dei suoi quadri più famosi, Vagabondi nel sole ( in cui si vede un giovane inondato di luce, su una rupe, che pare stia per spiccare il volo ), diventò l’ immagine-simbolo dell’ intero Movimento giovanile tedesco.

È dunque in questo revival di idee romantiche, diffuse dai teorici del Volk, che si vanno ad innestare le due scienze che, secondo Mosse, serviranno “ad attuare in misura ben più ampia l’ oggettivazione dell’ ideologia nazional-patriottica: antropologia e filologia”. Da una parte gli antropologi neoromantici, a partire da Franz Joseph Gall, iniziarono a stabilire relazioni tra caratteristiche fisiche esteriori e qualità morali, attraverso il metodo delle misure craniche; dall’ altra, i filologi indicarono la comune origine del popolo tedesco e di quello inglese, e uno di essi, Max Muller, ipotizzò la provenienza dall’ India dei loro antenati ariani ( fu così che molti scrittori iniziarono a fantasticare su di un mondo mitico situato in Oriente, le cui tracce in seguito saranno ricercarte dagli archeologi nazisti inviati da Himmler in Nepal).

In questo stesso periodo, come abbiamo già precisato, fu pubblicato il primo testo in cui il concetto di purezza razziale veniva apertamente teorizzato, Essai sur l’ inégalité des races (1853) del diplomatico francese Gobineau, che indicava nella democrazia liberale il sistema politico colpevole di aver prodotto la commistione razziale. Le idee di Gobineau furono, però, diffuse in Germania soltanto alla fine del secolo, quando Ludwig Schemann fondò una società con questo preciso intento. La loro diffusione trovò l’ appoggio degli autorevoli membri del circolo wagneriano, tra i quali Cosima Wagner, vedova del compositore, e soprattutto di numerosi insegnanti che a loro volta si fecero promotori di idee razziste nelle scuole tedesce.

Ma è solo con la penetrazione negli ambienti scientifici del darwinismo sociale “alla tedesca”, che la teoria della razza pura trova, per così dire, la sua elaborazione più completa, al punto da divenire l’ ideologia dominante nella Germania imperialista del Kaiser Guglielmo II.

Uno dei primi a introdurre il darwinismo sociale in Germania e a trapiantarlo nel terreno del neoromanticismo nazional-patriottico e antisemita fu Houston Stewart Chamberlain (nella foto), figlio di un ammiraglio inglese, che trascorse molti anni in Europa e poi, per dimostrare il suo autentico sentimento filogermanico, chiese la cittadinanza tedesca. Su di lui Mosse scrive che, a differenza del francese Gobineau, “ si dedicò all’ analisi della civiltà intesa come un tutto non perché preoccupato del suo declino ma, al contrario, perchè aspirava a un futuro razziale migliore e più degno”.

Inizialmente studioso di fitopatologia, Chamberlain si applicò poi a sviluppare le sue dottrine razziali; conobbe e sposò la figlia di Richard Wagner, ed entrò a far parte del circolo wagneriano di Bayreuth che era uno dei principali centri di diffusione dell’ ideologia antisemita ( non a caso la nuora di Wagner, Winnifred, dopo la salita al potere di Hitler nel 1933, fece del festival operistico di Bayreuth una grande manifestazione nazionalsocialista). Si comprende bene la tragica importanza che la figura di Houston Chamberlain assunse in Germania tra le due guerre, ricordando che Hitler in persona gli fece visita nel 1927, quando era vecchio e morente, riconoscendogli così il ruolo di ispiratore e profeta del nazismo.

Fu grazie a Chamberlain che la (pseudo)scienza fornì la giustificazione delle teorie mistiche sulla purezza razziale: le misure craniche e quindi la morfologia del cervello influenzavano direttamente i caratteri psicologici e morali degli individui; non solo, ma esprimevano anche i criteri estetici. L’ ariano rispondeva sia moralmente che fisicamente al modello di perfezione germanica; mentre l’ ebreo rappresentava esattamente l’ opposto. La storia stessa era concepita da Chamberlain come uno scontro senza fine tra due razze che, mantenutesi entrambe pure mentre tutte le altre si erano contaminate, incarnavano i principi di bene (la razza germanica) e di male ( gli ebrei). Il suo testo principale, I fondamenti del XIX secolo (1899), è una sintesi di neoromanticismo e teorie razziali, in cui già si prefigura, come necessaria conseguenza della lotta tra bene e male, la necessità dell’ igiene razziale: un concetto che veniva ripreso dal darwinismo sociale, secondo la cui teoria la natura seleziona i più adatti alla sopravvivenza proprio attraverso la lotta per l’ esistenza.

Si era così stabilito un diretto legame tra purezza razziale ed eugenetica; e il fatto che proprio nella Germania fin de siècle esso trovò ampio consenso, è dimostrato dal concorso letterario che il grande industriale dell’ acciaio Alfred Krupp sponsorizzò nel 1900, avente come tema: Che cosa possiamo ricavare dai principi del darwinismo, per applicarlo agli sviluppi politici interni e alle leggi dello Stato? Krupp, che da giovane era stato un appassionato di botanica, era un sostenitore della riforma sociale che prevedeva assistenza medica e controlli igienico-sanitari per la crescente popolazione urbana di fine Ottocento. Per lui la scienza era un motore di sviluppo dell’ intera società, e quindi finanziava spedizioni marine e zoologiche.

Il concorso fu presentato alla fine del 1899 e vi parteciparono sessanta autori, che provenivano anche dalla Russia e dagli Stati Uniti. Ai candidati era richiesto di sviluppare il tema dell’ ereditarietà, anche in relazione all’ ambito della società, facendo particolare attenzione alla differenza delle predisposizioni naturali tra gli individui. Il primo premio venne assegnato al medico tedesco Schallmayer, il quale sosteneva l’ importanza dello studio della biologia per delinerare la riforma sociale e la necessità di misure igienico-sanitarie al fine di prevenire la riproduzione dei non adatti alla sopravvivenza; secondo lui, lo Stato doveva diventare “socialgeneutico” e adottare politiche mirate alla prevenzione della diffusione dell’ alcolismo etc.

Un altro medico che suscitò l’ attenzione della giuria, fu Ludwig Woltmann il quale, pur non avendo ricevuto il primo premio, ebbe nel corso degli anni seguenti una vasta influenza. Passato dal marxismo al darwinismo, Woltmann trasformò la dialettica della lotta di classe nell’ idea del conflitto tra le razze. La società capitalistica portava alla negazione della purezza razziale; per questo, bisognava stabilire nuovi metodi di selezione che servissero a creare una elite in grado di guidare la società. A tal fine, era l’ origine germanica e non l’ abilità economica a fare la differenza. Inoltre, egli dichiarò che la pigmentazione della pelle umana era di fondamentale importanza, in quanto esisteva un legame diretto tra la chiarezza della pelle e l’intelligenza.

Chiarezza della pelle e colore biondo dei capelli erano un evidente richiamo al mito solare, presente nei culti pagani della tradizione germanica; e così, ancora una volta, antropologia e misticismo neoromantico venivano tragicamente associati.

In questo contesto storico e politico, si sviluppò un movimento utopistico che intendeva contrastare gli sviluppi della società industriale, proponendo la creazione di comunità in campagna fondate sull’ ideologia del Volk. Un personaggio di spicco del movimento fu Willibald Hentschel, che aveva fatto studi di chimica, biologia ed agricoltura. Egli immaginò nel suo libro Varuna la nascita di una comunità di nome Mittgart (ricordando il mitico luogo d’ orgine degli ariani) in cui vivesse isolata un’ aristocrazia razziale tipicamente germanica. Qui si sarebbero allevati (anche grazie all’ istituzione della poligamia) “i prototipi ariani più adatti, capaci di garantire la sopravvivenza della razza “(Mosse). Anche se Mittgart non venne mai realizzata, essa divenne un modello di ispirazione per organizzazioni di estrema destra come la Artmanenbewegung, tra i cui capi vi era Heinrich Himmler, futuro comandante delle SS.

Alfred Ploetz fu uno scienziato che ai primi del ‘900 considerava la biologia un mezzo di rigenerazione sociale ed elaborò una sua particolare teoria combinando il razzismo con le moderne scoperte in campo igienico-sanitario. Allo scopo di controbilanciare la mancanza di selezione naturale nella società moderna, le misure di igiene sociale dovevano sostituire il naturale processo evolutivo. Anche Ploetz immaginò una colonia basata sul controllo della riproduzione ai fini della purezza razziale, nella quale si fondessero i principi del darwinismo con quelli del socialismo.

Un altro scienziato, che ebbe notevole influenza nella diffusione del darwinismo “alla tedesca”, fu Ernest Haeckel, per il quale l’ embriologia era lo strumento per la comprensione dell’ evoluzione: ogni individuo è una sintesi della storia della sua specie, fino alla prima cellula di vita apparsa sulla terra. Per lui la biologia cellulare diventò la base di un sistema etico e di organizzazione sociale, e la storia stessa era concepita come il risultato dell’ evoluzione biologica dell’ uomo.

Haeckel considerava il Reich tedesco “altamente evoluto”, perché i suoi principi sociali (senso del dovere e subordinazione dell’ egoismo all’ interesse generale) rispecchiavano l’ evoluzione degli organi. Gli organi formati da tessuti, infatti, potevano essere equiparati alle istituzioni sociali e statali. In questo senso scienza e concezione politica erano convergenti, e la riforma guglielmina dello Stato ne era l’ esempio migliore. Il darwinismo era visto come un modello teorico che si adattava perfettamente alla Germania di Bismark, perché il nuovo Stato prussiano si era sviluppato proprio grazie alla selezione e all’ integrità razziale. Haeckel considerava Bismarck un “novello Lutero” e salutò l’ unificazione del Reich tedesco con grande entusiasmo.

Con lo scoppio della Prima guerra mondiale l’ eugenetica fece un balzo in avanti, e da teoria appartenente a circoli intellettuali ristretti diventò ideologia pianificatrice dello Stato sociale. La guerra fu allora concepita come un’ occasione per risanare la Nazione tedesca; e la vita militare venne propagandata come più salutare della vita in città, perché i soldati al fronte erano a contatto con la natura e, grazie alle continue esercitazioni, in perfetta forma fisica.

Fu poi con l’ avvento del nazismo, che la corrente eugenetista trovò la “perfetta” corrispondenza in un sistema politico e sociale. A partire dal 1933 il compito di stabilire le leggi più adatte alla realizzazione concreta della dottrina dell’ ereditarietà, spettò al Ministro degli interni del Terzo Reich W. Frick che, come riporta lo storico tedesco E. Nolte, nella prima seduta del “Consiglio degli esperti per la politica demografica e razziale”, dichiarò: “ Noi dobbiamo avere di nuovo il coraggio di organizzare il corpo del nostro popolo secondo il suo valore eredditario”.

Analizzare il contenuto del Mein Kampf di Hitler e verificare se le sue teorie, direttamente o indirettamente, si ricolleghino in qualche modo al darwinismo, non è lo scopo del presente articolo. Ciò nonostante, non si possono ignorare passaggi come il seguente: “ La battaglia per il pane quotidiano seleziona i deboli, i malati, gli imbecilli, mentre la lotta dei maschi per conquistare la femmina garantisce solo ai più sani il diritto o la possibilità di procreare”. Giustamente A. La Vergata così commenta: “ Hitler ha forse in mente l’ evoluzione biologica? Il testo è troppo vago, e comunque Darwin non è mai menzionato. Fatto sta che Hitler pensa solo alla lotta fra le razze”; e più oltre: “A Hitler sta a cuore solo affermare un parallelo fra specie biologiche e razze. Se è darwinismo, il suo è puramente superficiale”.

Qui non si vuole riaprire il dibattito su un possibile collegamento tra Darwin e Hitler; ma è molto probabile che negli anni in cui il giovane Hitler, a Vienna, fino allo scoppio della Prima guerra mondiale, si dedicò allo studio da autodidatta, abbia conosciuto le teorie eugenetiste e socialdarwiniste che in quegli anni circolavano, come abbiamo già detto, in molte riviste, libri e pubblicazioni. Ed è ragionevole dunque suppore che Hitler, come molti tedeschi del suo tempo, sia stato influenzato, per esempio, dalle idee di Haeckel e dalla sua distorta interpetretazione del darwinismo.

La biografia di un noto personaggio, Konrad Lorenz, spiega bene il rapporto viziato che si venne a creare nella Germania nazista tra biologia e politica. Egli prese la tessera del partito nazista nel 1938 (anno dell’ annessione dell’ Austria) quando, tra i suoi interessi scientifici, oltre a quelli più tradizionali dell’ ereditarietà, vi era quello dell’ ecologia in relazione al Lebensraum (la conquista dello spazio vitale ad Est). Ma Lorenz non fu certo l’ unico scienziato sostenitore dell’ eugenetica a salutare con entusiasmo l’ avvento di Hitler, soprattutto perché nel 1935, insieme alle tristemente noti “Leggi di Norimberga” che colpivano gli ebrei tedeschi, vennero varati decreti per la sterilizzazione coatta, divieto di matrimoni per certe categorie di malati ereditari, progetti per l’ eliminazione della cosiddetta “vita senza valore”. Com’ è noto, Himmler, organizzò degli appositi uffici per la salute pubblica e la selezione razziale all’ interno delle SS.

Uno dei più stretti collaboratori di Himmler, Walter Darrè, fu nominato Ministro dell’ agricoltura proprio in funzione del programma che voleva rielaborare la cultura tradizionale germanica del Volk in termini scientifici moderni, cioè mediante le nuove tecniche dell’ agricoltura e la biologia ereditaria di Mendel. Fu proprio Darrè, che aveva studiato agraria e pubblicato una serie di articoli sull’ ibridazione animale, a concepire una teoria razziale basata sugli incroci di cittadini di pura razza ariana; e suggerì che lo Stato organizzasse un programma specifico per la riproduzione umana. Himmler e Darré operavano in perfetta sintonia, tanto che Himmler, già nel 1931, gli aveva affidata la direzione di un ufficio razziale delle SS.

Non c’ è dubbio, dunque, che nel contesto politico del Terzo Reich, i sostenitori del darwinismo sociale, discepoli di Haeckel e Ploetz, interagissero e trovassero piena affinità intellettuale con i nazionalsocialisti antisemiti, producendo così un nefasto intreccio ideologico e pseudo-scientifico che caratterizzò tutti gli anni della dittatura di Hitler. In quegli anni, Alfred Ploetz ebbe numerosi premi e riconoscimenti e nel 1936 fu addirittura candidato al premio Nobel; quando morì, nel 1940, il suo funerale fu celebrato alla presenza degli ufficiali delle SS che lo consideravano il fondatore dell’ igiene razziale.

Non è possibile concludere, senza ricordare il nome che certamente più di tutti evoca l’ orrore e i crimini compiuti in nome della concezione eugenetista della scienza: Josef Mengele, soprannominato nel lager di Auschwitz “Angelo della Morte” (Todesengel). Laureato in antropologia a Monaco e in medicina a Francoforte, si dedicò allo studio dei caratteri ereditari dei gemelli, provocandone in modo calcolato quanto crudele la morte per effettuare valutazioni simultanee. Gli “esperimenti” del dottor Mengele rappresentano la forma più estrema e degenerata di quel filone culturale che, come abbiamo cercato di illustrare, si diffuse in Germania a cavallo tra Ottocento e Novecento, nel quale ideologia volkish e antisemitismo incontrarono un’ interpretazione distorta del darwinismo sociale. Fu questo filone, che in Germania ha dunque una storia antica, ad ispirare i fondatori del nazismo, da Hitler a Himmler, nonché medici e scienziati, alcuni dei quali furono responsabili di veri e propri crimini contro l’ umanità.

Bibliografia essenziale:
GALLI G., Hitler e il nazismo magico, Rizzoli, Milano 2016
LA VERGATA A., Guerra e darwinismo sociale, Rubettino Editore, Soveria Mannelli 2005
MOSSE G.L., Le origini culturali del Terzo Reich, il Saggiatore, Milano 2015
NOLTE E., Controversie, Tea, Milano 2002
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Re: Utopie demenziali e criminali - falsi salvatori del mond

Messaggioda Berto » mar mag 22, 2018 6:11 am

???

DA MARX A MARCUSE AL POLITICAMENTE CORRETTO: LA VIA VERSO IL COLLASSO
GERARDO COCO

https://www.miglioverde.eu/da-marx-a-ma ... l-collasso

La fortuna e la longevità di Marx sta, crediamo, nel fatto di aver compenetrato storia (lotta di classe), sociologia (modi di produzione condizionanti la vita), ed economia (plusvalore) al punto di averne fatto una cosa sola in modo che tutti i concetti e le proposizioni importanti della sua dottrina si potessero interpretare da questi tre punti di vista presi insieme. Poco importa se, analizzati separatamente, sono insostenibili senza speranza, l’importante è aver accreditato il tutto con una base morale: la redistribuzione della ricchezza e la giustizia sociale.

Una dottrina che interpretava la storia dal punto di vista delle vittime non poteva che essere accolta come una religione ma il suo piano di salvazione che prometteva, il paradiso nell’al di qua, doveva risolversi in catastrofi storiche come leninismo, stalinismo, castrismo, maoismo et similia, incluso il radicalismo islamico dove però è il clero religioso a guidare il governo a confiscare i beni dei ricchi e nazionalizzare le risorse, sempre per… creare giustizia sociale, la parola d’ordine delle le dittature e dei governi interventisti.

Ma facciamo un passo indietro. Siccome la rivoluzione comunista del 1917 non riuscì a innescare l’internazionalismo proletario come previsto, i teorici marxisti, lungi dal dichiarare fallimento, sottoposero la dottrina a revisione posizionandola dal punto di vista della cultura piuttosto che da quello dell’economia: per diffondere il marxismo bisognava innanzi tutto distruggere la cultura occidentale e la religione cristiana. Fra gli autori più significativi di questa operazione culturale bisogna ricordare quelli della cosiddetta Scuola di Francoforte (Adorno, Horkheimer), l’italiano Antonio Gramsci (1891 –1937) e l’ungherese György Lukács (1885 –1971).
I teorici della scuola di Francoforte resisi conto che il condizionamento psicologico offriva uno strumento più potente della filosofia, cercarono di fondere la lotta di classe con la psicoanalisi. Sia Marx che Freud avevano sostenuto che l’uomo è determinato da forze nascoste rappresentate, per il primo, dalle forze produttive, per il secondo, dall’inconscio. Poiché entrambe danno un’immagine illusoria e contraffatta della realtà, la coscienza dell’uomo è “falsa coscienza”che per Marx genera alienazione, per Freud, nevrosi. Ora come il capitalismo opprimeva la classe operaia, la cultura occidentale reprimeva psicologicamente la borghesia. “Liberare” tutti da queste oppressioni è stato uno dei principali obiettivi del marxismo tradotto in termini “culturali”.
Gramsci, avendo anche lui capito che la rivoluzione non sarebbe mai partita dal proletariato elaborò la strategia della “lunga marcia attraverso le istituzioni” con l’obiettivo di sovvertire dall’interno la cultura e la morale individualistica giudaico-cristiana responsabile di reprimere il desiderio di rivolta delle classi oppresse. Gramsci contribuì non poco a dare il potere agli intellettuali marxisti permettendo loro di prendere il controllo delle università, dei media, del sistema legale, della scuola.
Georg Lukacs, ex-vice commissario per la cultura del regime bolscevico in Ungheria, affrontò il problema chiedendosi: “chi ci salverà dalla civiltà occidentale?” e la sua risposta fu: il “terrorismo culturale” (la politica di sopprimere i valori socialmente riconosciuti, ripresa ai nostri tempi dall’Isis) che doveva iniziare introducendo nelle scuole l’istruzione sessuale come primo passo per distruggere la morale tradizionale e il credo cristiano.

L’ultimo, influente “guru” del revisionismo marxista fu Herbert Marcuse (1898–1979) sociologo di Harward e legato alla Scuola di Francoforte. Secondo questo socialista-freudiano padre della controcultura e della contestazione che scrisse libri di grande successo (L’uomo a una dimensione, Eros e Civiltà), oggi terribilmente datati, la storia non è determinata, come afferma il marxismo classico, da chi possiede i mezzi di produzione ma da gruppi, definiti come uomini, donne, razze, religioni, ecc. con il potere e il dominio su altri gruppi. Alcuni di questi, in particolare i maschi bianchi, erano etichettati come “oppressori”, mentre altri gruppi venivano definiti “vittime” automaticamente buone, indipendentemente dal comportamento e responsabilità individuale. Quindi, alla domanda chi doveva fare la rivoluzione? Marcuse rispose: gruppi di studenti, uomini di colore, donne femministe e omosessuali e così via. Marcuse e i predecessori avevano covato il “politicamente corretto”.
Nei primi anni ’60 la protesta contro la guerra del Vietnam e contro la segregazione razziale diede a Marcuse l’opportunità storica di iniettare la sua dottrina nella generazione dei baby boomers (i nati tra il 1945 al 1964) per liberarli dai meccanismi della repressione sociale sopratutto con un arsenale di slogan tra cui i più famosifurono: “L’immaginazione al potere”, e “Fate l’amore non la guerra”.
Tali furono le premesse del Sessantotto, il movimento di protesta globale di cui, insieme al bicentenario di Marx, ricorre il 50esimo e che diventò un’escalation mondiale di conflitti sociali e ribellioni popolari contro le elite militari e politiche. Il movimento si esaurì pochi anni dopo quando scoppiò la prima grande crisi energetica e il marxismo ortodosso, sulla via del tramonto definitivo, diventava un’ ideologia terzomondista. In occidente, invece, stava maturando la nuova variante ideologica.

All’inizio pareva un’innocua ipocrisia verbale tesa a dare, a tutti i costi, sul piano formale, dignità alle diversità sociali ed etniche esistenti ma si trattava di una vera e propria ideologia totalitaria. Si trattava del “politicamente corretto” (PC). Perché è marxismo? Innanzi tutto “corretto” nel vocabolario marxista-leninista indica la linea ideologica “giusta” e questa linea nel PC è l’imposizione di una visione di una “società senza classi”, una società non solo di pari opportunità, ma egualitaria. Insomma secondo il PC devono sparire tutte le differenze e a tal fine, cerca di modificare tutte le regole, formali e informali, che guidano i rapporti tra persone e istituzioni. Il PC definisce tutte le minoranze come vittime virtuose: musulmani, donne femministe, omosessuali, mentre i cristiani di varie etnie come malvagi. Come il marxismo è espropriazione attraverso tasse sempre crescenti per risarcire e mantenere le “vittime”. Il PC vuole cambiare il comportamento, il pensiero e sopratutto le parole che usiamo affinché si possa cambiare la realtà. Infatti mentre per il marxismo classico, l’analisi è economica per il nuovo marxismo l’analisi è linguistica cioè“decostruzione”. La decostruzione “dimostra” che qualsiasi “testo”, passato o presente, illustra l’oppressione di gruppi: musulmani, donne, omosessuali, ecc.
Il politicamente corretto è la sopraffazione della parola sulla realtà e pertanto serve a sopprimere immediatamente, punti di vista diversi. Nulla poteva servire meglio ai nuovi marxisti odierni, politici e intellettuali, per imporre la propria visione della società e, ai governi, per imporre un modo di pensare unico e far sentire i dissidenti dei reprobi. Chiunque si allontana dai dettami di questa ideologia cessa di essere membro dell’establishment.
I commentatori per i quali ogni crisi economica, seguendo Marx, è crisi del capitalismo, si sbagliano di grosso. Perché l’economia non è affatto dominata dal capitalismo industriale, il regime di cui il filosofo prevedeva la fine, ma è dominata dal capitalismo politico-finanziario-assistenzialistico che origina dal nuovo marxismo. Quello classico è morto da un pezzo e il politicamente corretto ha riempito i suoi panni. Il medium è cambiato, ma il messaggio è lo stesso: una società di egualitarismo radicale imposto dal potere dello stato. È questo il sistema che sta per collassare.



PIETRO AGRIESTI
Per un po’ l’anima del movimento studentesco, almeno in America, fu contesa fra Marcuse e Paul Goodman, quest’ultimo, finito nel dimenticatoio, era molto diverso da Marcuse. Pur non essendo un anarco-capitalista, era un anarchico individualista, che vedeva l’anarchia come proseguimento naturale del liberalismo, favorevole al decentramento, si rifaceva volentieri al pensiero federalista dei padri americani e fu oggetto di apprezzamenti anche da Rothbard.. e criticava aspramente Marcuse. Pur mantenendo un sostanziale scetticismo sul libero mercato rappresenta un momento di avvicinamento e quasi comprensione fra anarchismo tradizionale e anarco-capitalismo. Si trova oggi nel catalogo della Eleuthera, casa editrice anarchica di sinistra, ma in quel catalogo si distingue insieme a pochi altri, per degli aspetti interessanti anche per chi ha in mente un altro tipo di anarchia..

LEONARDO
grazie per l’ottimo appunto

GUGLIELMO
Su Trame d’oro c’è un’ottima sintesi del libro di Paul Goodman “Individuo e comunità” scritta da Pietro Agriesti:
http://tramedoro.eu/?p=4833
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Messaggioda Berto » sab mag 26, 2018 9:16 pm

Richard Pipes e Bernard Lewis: il vero volto dei nemici dell’Occidente, Urss e Islam radicale, attraverso i loro occhi
Stefano Magni
26 Mag 2018

http://www.atlanticoquotidiano.it/quoti ... cale-occhi

Per una brutta ironia della sorte, sono morti nella stessa scorsa settimana, due fra i migliori storici contemporanei di fama mondiale: Richard Pipes e Bernard Lewis. Entrambi in tardissima età, il primo a 94 anni, il secondo aveva appena passato il traguardo dei 101, hanno contribuito fino all’ultimo giorno ad arricchire la nostra conoscenza sui due fenomeni politici e religiosi più importanti del nostro tempo. Richard Pipes ha svelato il volto del comunismo, attraverso lo studio di documenti originali, libero da ogni incrostazione ideologica. Bernard Lewis ha invece introdotto un pubblico internazionale allo studio della storia ultra-millenaria dell’Islam e delle sue numerose evoluzioni e frammentazioni. Parrebbero due campi di studi completamente differenti e non paragonabili. Eppure, sia Pipes che Lewis hanno molto in comune.

In primo luogo si tratta di due storici importanti per la politica conservatrice anglo-sassone.
Richard Pipes venne cooptato nel Pfiab (President’s Intelligence Advisory Board), organismo di analisi di dati di intelligence formato da studiosi non inquadrati nei servizi segreti, dunque civili a tutti gli effetti e liberi dagli schemi tipici della burocrazia di Washington. Questo gruppo di consiglieri esterni era voluto dall’amministrazione Ford, a metà degli anni ’70, dopo che, nel precedente decennio di guerra del Vietnam, la Cia aveva costantemente sotto-stimato la minaccia dell’Unione Sovietica. Pipes, attraverso la sua lunga esperienza di studi sulla Russia e sulla rivoluzione, ribaltò la prospettiva classica: l’Urss non “reagisce” ad attacchi e provocazioni esterne, ma “agisce” per diffondere il comunismo nel mondo. Il regime sovietico, secondo Pipes, non era classificabile neppure come un regime “russo”, né la sua azione poteva essere letta come la continuazione della classica politica imperiale zarista sotto altre bandiere. La classe dirigente sovietica, infatti, era internazionalista. Il suo scopo era quello di esportare la rivoluzione comunista nel mondo. E il modo migliore per affrontare una potenza rivoluzionaria non è tanto (e non è solo) il contenimento militare, ma la guerra ideologica. Ad una rivoluzione si doveva rispondere con una contro-rivoluzione. Fu essenzialmente questa la strategia poi adottata da Ronald Reagan, dal 1981, che cooptò Pipes nel nuovo Consiglio per la sicurezza nazionale.

Anche Bernard Lewis “nasce” nell’intelligence militare britannica, nel corso della Seconda Guerra Mondiale ed esordisce come analista del Ministero degli Esteri. La sua nemesi principale, Edward Said, che non era neppure uno storico, lo sfidava sostenendo che Lewis avesse pur sempre una visione colonialista del mondo, che il suo “orientalismo” (inteso come studio della civiltà orientale) fosse solo strumentale agli interessi dell’imperialismo. Eppure Lewis non ha fatto altro che scrostare la storia dell’Islam dalle categorie ideologiche tipiche europee di destra e sinistra. Non è caduto nella trappola di chi vede ogni fenomeno mediorientale come una reazione al colonialismo occidentale e alla politica di Israele, ma si è concentrato sulle dinamiche interne al vasto mondo musulmano e alla sua storia più che millenaria. Dal 1979 (anno della rivoluzione in Iran) ha visto nel “risveglio dell’Islam” un movimento politico e rivoluzionario nato da una reazione alla decadenza dell’Islam. La stessa crisi che nel corso del Novecento aveva indotto i leader musulmani ad abbracciare la “modernizzazione”, importando idee europee quali il nazionalismo e il socialismo, dalla fine degli anni ’70 provocò una reazione di ritorno alla purezza dell’Islam, alla sua antica legge coranica, alla sua espansione imperiale attraverso la spada.

Dall’appiattimento, fallito, sulla modernità, insomma, il mondo islamico stava passando alla reazione contro la modernità. Ed è lo stesso fenomeno che, quindici anni dopo la rivoluzione iraniana, anche nel mondo sunnita ha dato origine a un movimento terrorista e rivoluzionario quale è Al Qaeda. Lo stesso che motiva i Fratelli Musulmani e tutte le loro numerose ramificazioni in Asia, Africa, Europa e America. Lo stesso che ha causato l’impazzimento del radicalismo islamico nell’Isis in Iraq e in Siria. L’amministrazione Bush, subito dopo lo shock dell’11 settembre ha iniziato a studiare i libri di Lewis e ad ascoltare i suoi pareri, se non altro per cercare di capire le cause dell’odio islamico per l’Occidente.

Pipes e Lewis ci hanno insegnato soprattutto questo: capire i nemici dell’Occidente guardando attraverso i loro occhi, parlando la loro lingua, leggendo i loro testi. Lungi dall’essere sciovinisti, ci hanno insegnato l’umiltà: non dobbiamo vedere tutto quel che accade nel mondo come una reazione alle nostre politiche occidentali, ma come un prodotto interno alle dinamiche di altre ideologie e civiltà. La seconda grande lezione è: sii libero di giudicare. Perché, una volta che si è capito cosa sia il comunismo o il risveglio islamico, una volta analizzati i fatti, si può passare al giudizio di valore. Sia Pipes che Lewis giudicavano i fatti. Un regime che mette in piedi un arcipelago di gulag ed esporta la sua ideologia col terrore, è oggettivamente criminale. Un risveglio islamico che vuole esportare la sua legge medievale col terrore, è oggettivamente pericoloso. Pericoloso per tutti, non solo per chi subisce l’aggressione. La loro è una lezione inaccettabile per i relativisti, secondo cui tutti i fatti sono filtrati attraverso i punti di vista di chi li osserva e, soprattutto, tutti i valori sono soggettivi, dunque il giudizio è impossibile.



Gino Quarelo
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Messaggioda Berto » gio lug 05, 2018 12:54 am

Dementi

Vegani difendono i macellai musulmani
luglio 4, 2018

https://www.tempi.it/vegani-difendono-i ... z1PYrh9ijI

Dopo che in Svizzera, insieme a macellerie tradizionali e McDonald’s, sono stati colpiti da attivisti anche due rivenditori di kebab, gli antispecisti insorgono: «Loro non bisogna prenderli di mira»

«Siamo vegani, mica islamofobi». È con questa incredibile motivazione che due sigle vegane hanno preso le distanze dai responsabili di attacchi in Svizzera contro 11 tra macellerie, fast food e pelliccerie a Ginevra e Nyon, a partire da aprile, perché durante le operazioni sono stati colpiti anche due rivenditori di kebab.

IL MEA CULPA. Gli attivisti antispecisti hanno infranto vetrine e ricoperto di scritte ingiuriose i muri dei negozi. Tra gli obiettivi colpiti, anche tre McDonald’s e appunto due rivenditori di kebab. Intervistati dal giornale svizzero Tribune de Genève, la militante Virginia Markus, il presidente dell’associazione “Per l’uguaglianza animale”, Pia Shazar, e la delegata svizzera dell’associazione “268 Liberazione animale”, Elisa Keller, hanno dichiarato: «Dobbiamo evitare la xenofobia».

«NON SIAMO ISLAMOFOBI». Ma come? I vegani dovrebbero scagliarsi a maggior ragione contro le macellerie islamiche che, per seguire il rituale halal di macellazione, dissanguano l’animale con un taglio netto che recide giugulare, carotidi, esofago e trachea senza stordire prima la bestia e provocando così ulteriori sofferenze inutili. «A ragione del contesto di islamofobia inaccettabile nel quale viviamo», spiega Shazar, «colpire una popolazione già stigmatizzata non sarebbe davvero giusto. Inoltre, criticare l’uccisione rituale degli animali rischierebbe di essere collegato a ragioni xenofobe. E noi vogliamo evitarlo».

La stessa delicatezza e comprensione non deve invece essere usata per tutti gli altri, come i casi recenti in Italia, Inghilterra e Francia dimostrano. Quindi, ricapitolando: gli animali hanno lo stesso valore degli uomini, anzi sono più importanti perché è lecito danneggiare la reputazione e le imprese delle famiglie che fanno soffrire gli animali, senza considerare quanto le azioni violente facciano soffrire i suddetti essere umani. A volte però gli uomini valgono più degli animali, ma solamente se professano la religione giusta che, nella fattispecie, è l’islam. Non importa che il rituale islamico faccia soffrire gli animali di più rispetto alla macellazione comune, l’importante è non far soffrire i musulmani protestando contro il modo in cui trattano gli animali. Se sei cristiano, invece, meriti il castigo.

ATTENTATO DI TRÈBES. Seguendo il ragionamento, si può capire quanto la vegana francese condannata a sette mesi di prigione per “apologia di terrorismo”, sia l’attivista perfetta. La donna ha scritto dopo l’uccisione di un macellaio durante l’attentato jihadista di Trèbes: «Siete scioccati che un assassino venga ucciso dai terroristi? Io no, ho zero compassione per lui, c’è ancora una giustizia». Tutto fila: è giusto uccidere l’essere umano (cristiano) perché ha fatto soffrire un animale – e l’animale vale più dell’essere umano – e non bisogna stigmatizzare l’attentatore perché è musulmano. Sono vegani, mica xenofobi.
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