Il sud della penisola italica - i meridionali

Re: Il sud della penisola italica - i meridionali

Messaggioda Berto » dom nov 05, 2017 7:01 pm

Vittorio Feltri: cari siciliani andate a votare, tanto è inutile
Matteo Legnani
4-nov-2017

https://newsstand.google.com/articles/C ... qm4wm_mLAw

I siciliani votano per la loro regione incasinata come nessun' altra. Sono appassionati di politica perché non hanno alternative: sperano che i partiti risolvano i problemi da loro stessi creati. Si illudono. Da un secolo almeno confidano in una buona gestione dell' isola. Nulla da fare. Qualsiasi amministrazione, di destra o di sinistra, ha fallito. Gli enti pubblici locali sprecano, investono in cose inutili, i trasporti fanno orrore, non funzionano, le strade sono rimaste quelle del tempo in cui Berta filava, non esistono infrastrutture degne della modernità, l' economia langue, poi gli incendi, i forestali che costano e non agiscono, i bilanci delle istituzioni sono in eterno passivo.

Il voto serve soltanto a perpetuare una situazione ambientale scandalosa. Per quale motivo ci dovremmo eccitare per le elezioni di domenica? Non ci importa chi vincerà e chi perderà. Quale sia l' esito dello spoglio, non muterà alcunché né a Catania né a Palermo né altrove.

Crocetta non si è comportato peggio dei suoi predecessori e i suoi successori non faranno meglio di lui. Berlusconi non ha torto quando dice che la Sicilia è stata dominata da tutti, da cani e porci, e che le manca solo di finire sotto le grinfie dei grillini. Sarebbe un finale drammatico, visto il modo osceno in cui il Movimento 5 stelle ha guidato le città delle quali si è impossessato. Però il punto è un altro. La storia insegna che la Trinacria è irrecuperabile, chiunque la governi non è in grado di raddrizzarla.

Non so perché essa sia incapace di tenere il passo con altre zone italiane, ma è evidente che non riuscirà mai a recuperare e a mettersi al passo con la Lombardia, per citare una regione europea a ogni effetto. Pertanto sia che il torrone venga menato dal Cavaliere o da Grillo o da Renzi (improbabile) non verificheremo alcuna differenza.

L' isola seguiterà ad essere bella e maledetta, affascinante, misteriosa e soggetta alle soperchierie di vari potentati, non esclusi quelli mafiosi. La mafia è una sorta di cultura che poi è diventata mentalità, abitudine, costume. È un sistema sociale che, oltre ad aver preso piede, ha preso le teste. Sradicarlo è un' impresa titanica in quanto la piovra è efficiente, mentre lo Stato è affidato a gente sprovveduta, incapace di imporre la legalità. Non lo diciamo noi, lo confermano i fatti sotto gli occhi di chiunque ne abbia buono almeno uno.

Stando ai politici impegnati nella campagna elettorale, il voto siciliano è importante poiché sarebbe un anticipo di quanto tra alcuni mesi succederà sul piano nazionale: chi spopolerà nell' isola, spopolerà nella penisola. Non è vero. La Sicilia è un mondo a sé. Una realtà particolare che non rispecchia quella generale. La consultazione di domani non è una cartina di tornasole, bensì un fenomeno paesano e amen. Il centrodestra, costituito da Berlusconi, Salvini e Meloni, non ha minori opportunità di prevalere rispetto ai grillini e al centrosinistra (sinistrato), ma ciò non conta ai fini del rinnovo del Parlamento romano. Questa sarà un' altra partita.

Ultima considerazione. Se il buon Silvio punta sul ponte riguardante lo stretto di Messina per trionfare in Sicilia, vuol dire che ha poche o zero cartucce da sparare. Siamo alle solite boutade che non hanno mai dato frutti e scatenato soltanto grasse risate. Ma dove vai se il ponte non ce l' hai?


Corte dei Conti: "In Sicilia la politica più costosa d'Europa. Spreco di soldi pubblici"
di Giuseppe Pipitone | 28 febbraio 2015

https://www.ilfattoquotidiano.it/2015/0 ... ci/1463682

Più di tutte le altre Regioni d’Italia, più della Camera e del Senato, in certi casi ancora più caro rispetto agli altri paesi europei: è il costo della politica in Sicilia, finito al centro dell’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte dei Conti, al Palazzo Steri di Palermo. È un dettagliato j’accuse agli sperperi della politica isolana quello contenuto nella relazione annuale di Giuseppe Aloisio, procuratore facente funzioni della Corte dei Conti di Sicilia. Un elenco di sprechi che spesso diventano oggetto d’indagine da parte dei magistrati contabili.

A leggere la relazione, il 2014 è l’annus horribilis per la spesa pubblica siciliana: le condanne per danno erariale ammontano infatti a 39 milioni di euro, quasi il doppio rispetto all’anno precedente. E mentre le condanne raddoppiano, in crescita sono anche i nuovi casi d’indagine. Aloisio ha citato il caso “del presidente del consiglio e della quasi totalità dei consiglieri dell’ex Provincia regionale di Catania, ai quali è stato contestato il danno complessivo di circa 450mila euro per l’illegittima utilizzazione dei fondi assegnati per spese di missione e di funzionamento, ritenute non compatibili con le esigenze istituzionali dell’organo consiliare”.

La provincia etnea, all’epoca guidata da Giuseppe Castiglione, oggi sottosegretario, era finita al centro delle polemiche per i rimborsi a sei cifre chiesti e ottenuti dai suoi consiglieri: gagliardetti, t-shirt, bandierine, disegni in carta di papiro, tutti rigorosamente pagati con fondi pubblici. Ancora maggiore la cifra che secondo i magistrati contabili sarebbe stata ingiustamente spesa dai gruppi parlamentari all’Assemblea regionale siciliana tra il 2008 e il 2012. A giudizio sono finiti i sette capigruppo, ancora oggi indagati dalla procura di Palermo, per “l’illegittima utilizzazione dei fondi assegnati, non riconducibili agli scopi istituzionali del’Ars, con la contestazione di un danno erariale di un milione e 925 mila euro”.

Ma non è solo nei rimborsi e nei fondi parlamentari la chiave dello spreco: al centro della relazione dei magistrati contabili anche il caso dei gettoni di presenza. Aloisio ha citato il caso dei “consiglieri di un piccolo comune che hanno deciso di aumentare del 417 per cento il gettone di presenza: un danno di 650 mila euro circa”. Proprio in questi giorni è finita nella bufera la città di Agrigento, dove il consiglio comunale è riuscito a convocare 1.133 riunioni delle commissioni solo nel 2014: in pratica tre volte al giorno, tutti i giorni, incluso Natale e Ferragosto. Alla fine il costo per i bilanci comunali è stato di 285mila euro.

Ma non è solo la politica che spreca risorse pubbliche in Sicilia. “Tra i 39 milioni di euro di condanne per danno erariale troviamo un po’ di tutto: dai 5 milioni provocati dalla Formazione alla società che non ha riversato i biglietti per le aree archeologiche con un danno di 16 milioni” ha spiegato nella sua relazione Luciana Savagnone, presidente della sezione giurisdizionale della Corte dei conti. Il riferimento è per il caso Novamusa, la società che dal 2003 gestiva i principali siti archeologici siciliani, dal teatro antico di Taormina, fino alle aree archeologiche di Segesta e Selinunte: solo che il costo dei biglietti per visitare i siti veniva trattenuto interamente dalla società privata, senza versare nelle casse della Regione siciliana la percentuale (il 70 per cento) di sua competenza.

“Nel settore della formazione professionale – continua Savagnone – è stata evidenziata, quale grave anomalia del sistema, l’eccessiva spesa di soldi pubblici, non tanto e non solo per formare lavoratori, ma per sostenere finanziariamente gli enti”. Già ribattezzata come il “buco nero” dei milionari finanziamenti di Bruxelles, il settore della formazione professionale siciliana finisce adesso nella relazione dei magistrati contabili. “Sembrerebbe trattarsi – scrivono – di una spesa fine a se stessa che rischia di trasformare lo scopo del settore, originariamente unicamente formativo, in uno scopo parassistenziale. La maggior parte delle condanne in questione sono state emesse nei confronti di enti di formazione, ritenuti responsabili di danno erariale per aver sottratto o distratto finanziamenti dal fine per cui erano stati concessi o per la mancata restituzione all’amministrazione erogatrice delle somme non ammesse a discarico”.

Sono 109 gli atti di citazione notificati a 255 amministratori del settore, per un danno di 48 milioni di euro. Pesanti bacchettate arrivano anche al settore delle assunzioni nel settore pubblico. “C’è un ricorrente spreco di risorse pubbliche nelle procedure di assunzione di personale o di ingiustificato riconoscimento ai dipendenti di qualifiche o livelli superiori da parte delle società in house della Regione siciliana i quali, nonostante il divieto posto a contenimento e razionalizzazione della spesa pubblica, hanno continuato a disporre reclutamento di personale non giustificato e vietato” ha detto il procuratore Aloisio. Che poi ha definito “il fenomeno, oggettivamente allarmante per la finanza pubblica regionale”. Come dire che a sprecare denaro non sono soltanto i politici ma anche la classe dei burocratici regionali.


???
In Sicilia la politica più costosa d’Europa? Il solito attacco per denigrare l’Autonomia – La Voce di New York
di Laura Bercioux

http://www.lavocedinewyork.com/zibaldon ... lautonomia

Quis custodiet custodes? Non abbiamo ancora letto la relazione della Corte dei Conti. Ma abbiamo la sensazione che ci sia stata una forzatura per fare dire ai giudici della magistratura contabile cose che non hanno mai detto. Basti pensare ai costi degli europarlamentari...

Quando è guerra è guerra. Lo Stato italiano non si accontenta di usare la Sicilia come un bancomat, di umiliarne diritti e prerogative, di linciare quotidianamente tutto il suo Popolo e le sue Istituzioni, come se la nostra Terra fosse una sorta di paese di Bengodi e di privilegi (tanto, avendo l’informazione schierata a senso unico, si può dire qualunque cosa). No, non basta, si deve portare a casa il risultato finale, lo scalpo dei Siciliani.

Sbaglia chi pensa che siccome lo Statuto non sia mai stato attuato se non come corda per impiccare gli stessi siciliani, questo non rappresenti ancora oggi un pericolo potenziale per la dominazione italiana della Sicilia. Sbaglia perché invece il pericolo è stato avvistato e i bombardamenti (mediatici e non solo) proseguono senza sosta ogni giorno. A noi il compito di parare i colpi. Il che è facilissimo: basta svelare, almeno ai Siciliani, quello che sta succedendo alle nostre spalle e sulla nostra pelle.

Due fatti, apparentemente non connessi.

Primo fatto: il Procuratore generale della Corte dei Conti “siciliana” dice che i costi della politica in Sicilia sono molto elevati, addirittura i più alti d’Europa (?!). (Nota metodologica: mi fido di quello che leggo sui giornali, perché non ho ascoltato “de visu” la relazione e questa non è ancora disponibile sul sito dell’ecc.ma Corte). Ora, un conto è dire che i costi della politica in Sicilia sono davvero molto alti, e che, a leggi vigenti, se ne fa un cattivo uso, perché purtroppo questo è vero, o quanto meno assai verosimile. Un altro è avventurarsi in queste azzardate comparazioni senza base logica o numerica. Sapete, io sono uomo di numeri, e stento a credere che la Procura abbia fatto un completo studio comparativo tra i costi della politica regionale siciliana e quelli di tutte le altre Regioni e lo Stato. Per non parlare dei costi dell’Unione europea! Si parla tanto della retribuzione dei parlamentari nazionali del nostro Paese. Ma qualcuno immagina quanto si porta a casa ogni mese un eurodeputato? Tutti sono a conoscenza che, mettendoci dentro il costo dei collaboratori, un eurodeputato costa alla collettività una cifra di gran lunga superiore a quella di un parlamentare italiano? Detto così – ripeto, mi fido dei giornalisti – mi pare una grande “boutade”! Buona per fare un “pezzo”, per alimentare una campagna-linciaggio, ma assolutamente priva di riscontri numerici. Suvvia! Ma avete idee di quanto costino, sia in valore assoluto, sia pro capite rispetto a tutti i cittadini italiani, gli organi centrali dello Stato? E volete farci credere che tra la Lombardia e la Sicilia ci siano davvero quelle grandi differenze? Dopo tutto quello che si sente sugli scandali della politica italiana, da Bolzano ad Agrigento? No! Ecc.mo Procuratore, non mi convince un’affermazione così perentoria e affrettata, sempre che Ella l’abbia mai pronunciata. I numeri che consociamo tutti non consentono di suffragarla. Sarebbe interessante sapere a quali numeri faccia riferimento. Ma il punto – come sempre – non è questo. Il punto vero della questione è un altro. Qual è il compito della Corte dei Conti o, quanto meno, il compito principale? Dare giudizi sulla difesa degli interessi erariali nell’attuazione della legge o dare giudizi sulla validità della Costituzione in quanto tale?

Peraltro le affermazioni della Corte sono subito rimbalzate e amplificate da un giornale all’altro con un significato che è ben diverso da quello originale e già mirante allo scopo, tutto “politico”, del Governo Renzi, che più volte abbiamo denunciato: chiudere i conti con lo Statuto siciliano, e – perché no – con la Sicilia stessa. È gente autoritaria e spicciativa quella: la democrazia e le autonomie le vivono come inutili e intollerabili impacci. Ma quali regole? Le regole le facciamo noi! E così lasciamo stare i giornali “privati”, che a un certo punto sono pagati dai loro padroni per dire questo, ma il servizio pubblico di RAI 3 addirittura dice che questi costi derivano da un “uso distorto dello Statuto” (?). Affermazione lasciata quasi cadere là, senza accorgersi della viltà e dell’eversività di una caduta così semplice. Per condire questa affermazione, non si sa mai, segue un’intervista ad un campione degli interessi italiani in Sicilia da (almeno) tre generazioni: l’ineffabile senatore Enrico La Loggia, che ci spiega quanto siamo “sporchi, brutti e cattivi” noi siciliani che invece dovremmo essere d’esempio per tutti (ma perché solo noi? boh!). Altre campane? Nessuna, naturalmente. Questa è l’informazione “democratica” “ggente”!

Insomma, si usa il servizio pubblico italiano per una campagna mediatica contro una Regione italiana. Roba da stracciare il passaporto o la carta d’identità di un Paese che ci odia. Avete letto qualche commento on line sui principali giornali italiani? Fatelo, è istruttivo sapere quel che pensano di noi i “fratelli d’Italia”: la cosa più gentile e simpatica che ho letto e che vorrebbero pregare gli USA di riprendere in considerazione l’idea dell’incorporazione dell’Isola fra i suoi Stati. Perché non posso credere che il Procuratore abbia fatto un’affermazione così grave. Sarebbe ancora più scandaloso! Ve lo immaginate un Procuratore romano della Corte dei Conti che si lancia contro i costi della Costituzione del 1947, invocandone un “efficientamento” e una “semplificazione” di questa democrazia troppo costosa? Sarebbe conflitto tra poteri. La Corte costituzionale per prima ne chiederebbe le dimissioni. Chi ce lo immischia il PM a giudicare la Costituzione? Questa è stata la volontà dell’Italia, del suo Popolo, dei suoi legittimi rappresentanti. Se non gli piace cambi nazione… Suo compito, di custode, è quello di controllare che questa democrazia affronti i propri costi senza distoglierli dalle finalità istituzionali. Punto e basta. Arrestiamo gli spreconi e i corrotti, ma le istituzioni sono dei Cittadini, non dei Politici. O nell’Europa dei “mercati” queste regole elementari non valgono più?

Non posso credere che lo abbia detto, e infatti non lo credo, avendolo sentito solo nel servizio pubblico renziano, nemmeno sul “Giornale” o sul “Fatto quotidiano” (che quando parlano di Sicilia sembrano testate di un regime a partito unico, divisi su tutto, ma uniti sullo spolpare la Sicilia). E quindi? Chiediamo la testa del capo redattore di Rai Sicilia?

Io da cittadino ho il diritto di sapere come stanno le cose! C’è stato davvero un “uso distorto” dello Statuto? E di chi? Contro chi? Chi è stato defraudato? Lo Stato italiano? Ma per piacere! Defraudati siamo noi, allo 0,1 % dalla corruzione dei politici siciliani, e al 99,9 % dai furti dello Stato italiano. Perché non diciamo questo? Perché non diciamo che, se anche tutti, ma proprio tutti, i politici e i funzionari siciliani fossero un immane casta corrotta e irredimibile, questa deruberebbe risorse alla Sicilia stessa e non mai al Continente, che non mette un centesimo nella nostra spesa pubblica, da sempre.

Poi, nel merito, non credo che la somma di 40 milioni di corruzione sia vera. Essa sarà certamente maggiore, conoscendo la qualità morale che esprimono i partiti “ITALIANI” in Sicilia, con la loro inqualificabile classe politica, priva di ricambio, da sempre. Se fosse vero, significherebbe che la corruzione in Sicilia incide per lo 0,1 per mille (!) del Pil, mentre – non dimentichiamolo mai – l’Italia preleva ogni anno ILLEGITTIMAMENTE, cioè ruba, il 12,5 % del nostro Pil gettandoci nella prostrazione più assoluta.

C’è qualcosa che non va, Ecc.ma Corte, nello Statuto, è vero. Ma sapete cos’è? Quello di avere previsto per la magistratura, anche contabile, un decentramento soltanto gerarchico e non autarchico. Voi siete sempre, purtroppo, anche se dovete onori e stipendi allo Statuto, magistrati dello Stato, al quale avete giurato fedeltà. I furti dello Stato sono al di là dei vostri compiti e del vostro orizzonte. Se lo Stato distoglie risorse illegittimamente a una Regione, per voi non c’è danno erariale, e avete ragione. Lo Stato non è danneggiato da questi furti, ma la Sicilia sì. E così inseguite le pagliuzze e vi sfuggono le travi… Ah, se avessimo la Nostra Corte dei Conti, come quel “Tribunale del Real Patrimonio”, o “Magna Curia dei Maestri Razionali”, ai quali toccava persino il compito di dare “esecutoria” ai decreti del re lontano, solo se questi non configgevano con le Costituzioni e Capitoli del Regno. Ma allora eravamo uno Stato, seppure solo semi-indipendente. Oggi, siamo una “Regione”, rectius “Colonia”, della Repubblica italiana e ci tocca questo.

Secondo fatto, apparentemente non legato al primo: la “Faraona”, dove una corte di cortigiani in cerca d’autore si è affollata bavosamente alla tavola del nuovo potente. Scorrendo i volti c’è qualche conoscenza. Mi è sembrato – ma sarà un inganno della memoria – di scorgere qualche volto di antico berlusconiano o cuffariano, passato per la corte di Raffaele Lombardo. Sempre le stesse persone, sempre lo stesso stile, da barone che va di corsa a giurare fedeltà a un re lontano, nelle mani del viceré vicino, pensando di poter affliggere come sempre i propri vassalli con una benedizione che suggella l’alleanza tra parassiti lontani e vicini. Salvo solo, per inciso, il buon Zamparini, che infatti non è siciliano, e che secondo me era lì solo perché non ha capito niente. Sugli altri, tra i quali molte persone privatamente per bene e qualche mio esimio collega, stendiamo solo un velo pietoso.

Però, in mezzo a questo rito senza storia, che si ripete stancamente da 600 anni circa, un messaggio politico forte c’è stato. Faraone, sotto il volto compiaciuto del Commissario Delrio, ha pubblicamente attaccato lo Statuto, cioè, tradotto in politichese, ha fatto pubblicamente “giuramento di fedeltà” agli interessi esterni alla Sicilia. Come dire. “Non state a sentire il resto del discorso. Io sono qui per garantire gli interessi della dominazione italiana sulla Sicilia e, se resta qualche briciola da questo sacco, per spartirla a famigli, ascari e ruffiani”. Che migliaia di lavoratori privati del loro stipendio per queste politiche affamatorie fossero appena fuori dalla cittadella dal potere a protestare è un dettaglio. La nostra vita intera è un dettaglio da affidare a poche righe dei giornalisti compiacenti. Questa è la nuova, vecchissima Sicilia che ci attende.

Mettiamo insieme, come sempre, i pezzi. L’attacco allo Statuto aumenta di intensità ogni giorno, fino al fallimento della Sicilia, già programmato per il prossimo 30 aprile (mi pare di averne già parlato) quando si inizierà il processo “formale” della sua revoca. Strano tanto accanimento per un pezzo di carta che è lettera morta. Ma che ci sarà scritto di tanto minaccioso in esso?

Hanno un Tallone d’Achille però: devono convincere la maggior parte dei Siciliani che la colpa di tutti i loro mali è nello Statuto. Se non ci riescono e perdono le elezioni regionali che si terranno dopo il fallimento della Regione, allora saranno stati sconfitti e a quel punto dovranno darci tutto ciò che ci spetta, ma proprio tutto. Ancora non ci sono riusciti. Vediamo di non farli riuscire e di organizzarci in modo da riprenderci la Regione, anzi la Sicilia, e mandare a casa una classe dirigente di manager del sottosviluppo, professionisti dell’antimafia, incompetenti burocrati e grigi collaborazionisti. Ma mandarli a casa per davvero! Sapremo farlo?


Coi soldi sprecati dalla Sicilia si potrebbe fare un Ponte sullo Stretto ogni cinque anni
di Francesco Cancellato
La vera grande opera per la Sicilia? Via lo Statuto Speciale che ha prodotto solo sprechi e clientele. Se i costi del pubblico fossero in linea con le regioni più virtuose, ci sarebbero 2 miliardi all'anno in più da spendere. Il Ponte ne costa 8,5. Fate due conti
3 Ottobre Ott 2016

http://www.linkiesta.it/it/article/2016 ... tret/31955

L’ultima scoperta è che sui 15 mila addetti della Regione Sicilia 6 mila non possono essere trasferiti: 3mila di loro - uno su cinque! - perché sono dirigenti sindacali. Tremila, perché usufruiscono dei 3 giorni di permesso al mese (e dell’intrasferibilità) previste della “legge 104” per disabilità propria o di un familiare.

Se vi sembra abbastanza per scandalizzarvi, tirate un bel respiro e aggrappatevi alla poltrona. La Sicilia, in fatto di spesa pubblica e sprechi, è qualcosa da Guinness dei Primati. La spesa per il personale pubblico è pari a 2 miliardi di euro, laddove il totale nazionale è pari a 6. Avete capito bene: un terzo della spesa nazionale per il personale finisce sull'Isola.

Andiamo avanti: la Sicilia è l’unica regione in cui i comuni spendono più del 40% di spesa corrente per il personale. Nel resto dell’Italia la media è attorno al 20%. Ancora: la sola assemblea regionale siciliana costa circa 165 milioni di euro, laddove in Lombardia ne costa 68, in Piemonte 66, in Campania 62. Costo, questo, che oltre allo straboccante peso dei dipendenti è anche figlio di una classe politica che recentemente la Corte dei Conti ha definito come “la più costosa d'Europa”. Una classe politica che si fa rimborsare, pro capite, circa 28 caffè al giorno, per 365 giorni l’anno, festivi compresi. Che nel 2014 ha subito condanne per danno erariale pari a 39 milioni di euro (record!). E che in piena buriana da patto di stabilità si ritrova sindaci di piccoli comuni che alzano il gettore di presenza per i consiglieri comunali del 417%.

Dimenticavamo: il bilancio 2015 della Regione Sicilia è in disavanzo di 6,19 miliardi e un accordo Stato-Sicilia ha concesso all’Isola che la compartecipazione agli introiti Irpef passi dai 500 milioni del 2016 a 1,7 miliardi nel 2018. In cambio, la Regione dovrà tagliare il 3% di spesa corrente, a partire dal 2017.

La spesa per il personale pubblico siciliano è pari a 2 miliardi di euro, su un totale nazionale che è pari a 6. La Sicilia è l’unica regione in cui i comuni spendono più del 40% di spesa corrente per il personale. Nel resto dell’Italia la media è attorno al 20%. Ancora: la sola assemblea regionale siciliana costa circa 165 milioni di euro, laddove in Lombardia ne costa 68, in Piemonte 66, in Campania 62

Non sappiamo se ce la faranno. Quel che bisognerebbe mandare a memoria, piuttosto, è che quando si parla di sprechi, di spese inutili e di costi fuori controllo a proposito della Sicilia forse parlare del Ponte sullo Stretto è quantomeno fuori luogo. Un’opera cara, certo. Una cattedrale nel deserto il cui unico indotto che produrrebbe è costruirla, probabilmente. Un’opera, tuttavia, che costerebbe 8,5 miliardi di euro, più o meno cinque anni di stipendi pubblici siciliani. O, se preferite, un anno e mezzo di perdite della Regione. E che i 600 milioni di euro che si calcolano come già spesi per i lavori preliminari dal 1870 a oggi, sono più o meno pari a quel che l’Assemblea Regionale Siciliana ha speso in più di quella lombarda negli ultimi sei anni.

Tutto questo per dire una cosa: che la più grande opera pubblica che si può fare in Sicilia è abolire quell’autonomia che in settant’anni ha prodotto solo sprechi, clientele e assistenzialismo, facendo precipitare l’isola in una situazione di sottosviluppo strutturale che poco ha da spartire con le sue enormi potenzialità. E che molto ha contribuito al consolidamento del potere mafioso.

Al di là del Ponte e dell’alta velocità ferroviaria tra Napoli e Palermo, che permetterebbero di raggiungere il capoluogo siciliano da Roma in sei ore, contro le 11 attuali, si potrebbero fare un sacco di cose, in Sicilia. Filippo Romeo, il Direttore del Programma “Infrastrutture e Sviluppo Territoriale” dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie, ne ha tracciato un bel quadro su Formiche, giusto ieri. Parla, Romeo, di “un hub aeroportuale, ovvero un raccordo degli aeroporti attuali, migliorati e potenziati, al centro della Sicilia per intercettare le rotte che arrivano dall’Asia e dalle Americhe per poi distribuire il traffico all’interno del Mediterraneo, verso l’Europa e verso l’Africa”. E ancora, del collegamento dei porti con le linee di alta velocità e capacità, ancora tutta da costruire. Su cui si innesta, ovviamente, anche il Ponte.

“Un tale sistema di infrastrutture logistiche integrate - conclude Romeo - consentirebbe di intercettare tutti i traffici che passano per Suez e garantirebbe alle merci ed al prodotto industriale italiano di andare sui mercati internazionali con un 25% di costo in meno”. Fosse anche la metà, sarebbe abbastanza. Investimenti costosi, certo. Ma sappiamo dov’è la spesa pubblica improduttiva e dove tagliarla, perlomeno in Sicilia. E se non facciamo niente - come Italia, non solo come Sicilia - siamo semplicemente complici del suo sottosviluppo. E del nostro declino.



Corte dei Conti: ex Province in rosso con i dipendenti più costosi d'Italia
I magistrati contabili in audizione alla Commissione Ars: "La Regione è in ritardo, problemi per ricollocare il personale nei Comuni"
14 aprile 2016

http://palermo.repubblica.it/politica/2 ... -137652562

È la radiografia di un'agonia che si trascina da mesi, fra i ritardi della legge di riforma e i bilanci sempre più magri a causa della riduzione dei trasferimenti da Stato e Regione, quella tracciata dalle sezioni riunite della Corte dei Conti in audizione alla Commissione Affari Istituzionali per relazionare sulla salute finanziaria delle ex Province, ora Liberi Consorzi e Città Metropolitane. I magistrati contabili mettono in luce i punti critici che iniziano dall'enorme ritardo nell'attuazione della riforma e nella conseguente assegnazione di deleghe e relative risorse.

Lo Stato ha tagliato in quattro anni il 96 per cento di risorse, la Regione oltre a tagliare, ritarda nell'erogazione dei fondi. In più le ex Province dovranno contribuire alla finanza statale per oltre 115 milioni di euro. E nel frattempo le ormai ex Province non sono riuscite ad incrementare le entrate "proprie", quelle da tributi o altre operazioni come la riscossione di affitti. Anzi la "dipendenza" dai trasferimenti regionali è aumentata, con punte di circa il 40 per cento delle entrate per Siracusa e Enna. A fronte di ciò le ex Province spendono tutto, anche i soldi guadagnati da operazioni "straordinarie e non strutturali", in pratica non ripetibili nei successivi bilanci, solo per le spese correnti. Gli investimenti si sono ridotti al lumicino, non oltre il sei per cento del bilancio. Secondo ecenti calcoli dell'assessore regionale all'Economia, Alessandro Baccei, una voragine di 180 milipni di euro mentre la Regione ne taglia 150 di trasferimenti. E fra le spese correnti il peso più consistente riguarda il personale.

E' il punto maggiormente dolente non solo perchè la riduzione del personale, scrive la Corte, "è legata a cause volontarie - vale a dire pensionamenti - a causa del mancato avvio in Sicilia del processo di razionalizzazione delle unità di personale tra i vari livelli di governo". Attualmente i dipendenti delle nove ex Province sono 5710 contro i 6.103 del 2012. Calati del 35 per cento i dirigenti, di appena il 6,4 i dipendenti e dell'85,2 i tempi determinati e secondo la Corte altri pensionamenti potranno tagliare da qui al 2018 un altro 29 per cento di personale. E rimangono anche 559 precari. Malgrado questa (modesta) riduzione il personale delle ex Province costa a ogni cittadino siciliano 35,34 euro mentre nel resto d'Italia questa cifra si ferma a 22,9 euro "testimoniando - scrivono i magistrati - l'anomalia dei volumi di spesa sostenuti dagli enti siciliani rispetto al restante territorio nazionale".

Allarme anche sul fronte del ricollocamento di quella parte di personale che con la riforma sarà in esubero. Con l'incentivo approvato in finanziaria destinato ai Comuni che stabilizzano i precari "si introduce - scrive la Corte - un significativo e peculiare elemento di novità nelle priorità assunzionali dei comuni, certamente non privo di conseguenze nell’ipotesi – ampiamente realizzatasi in ambito nazionale – di ricollocazione del personale in esubero”. In pratica nei municipi non ci sarà più neanche un posto per i dipendenti provinciali
in esubero. Ultimi due pesanti appunti riguardano la Regione e la capacità delle ex Province di adottare meccanismi di spending review. La mancata attuazione della riforma per i giudici sta finendo di distruggere la salute finanziaria degli enti che, dal canto loro, non sono riusciti a tagliare neanche un euro dalle intoccabili spese correnti. Mentre i servizi, dalle strade, alle scuole all'assistenza ai disabili sono sempre più un ricordo.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Il sud della penisola italica - i meridionali

Messaggioda Berto » mer nov 08, 2017 8:54 pm

Tangenti ai giudici per aggiustare le sentenze: 13 professionisti arrestati a Foggia e Bari
Eleonora Francklin
2017/11

https://bari.ilquotidianoitaliano.com/c ... 78697.html

Arrestati questa mattina 13 tra imprenditori, commercialisti, avvocati e contribuenti per corruzione in atti giudiziari, falso e truffa. Grazie all’indagine portate avanti dalla Procura della Repubblica di Foggia, dai militari della Polizia Tributaria di Bari e la Guardia di Finanza, si è potuto accertare che alcuni segretari di sezione delle Commissioni Tributarie Provinciale di Foggia e Regionale hanno costituito per lungo tempo il punto di riferimento dei difensori di alcuni contribuenti del territorio dauno.

Per evitare che i loro clienti pagassero allo Stato le imposte dovute, preferivano versare somme di denaro o altre utilità ai funzionari amministrativi delle commissioni e ad alcuni giudici, in cambio di decisioni favorevoli nei contenziosi tributari. Determinava per i contribuenti un vantaggio patrimoniale e per i difensori prestigio e guadagni nell’ambiente tributario.

Il sistema fraudolento è stato caratterizzato da una pluralità di condotte illecite: alcuni funzionari amministrativi in cambio di denaro o altre utilità pilotavano le cause sui giudici compiacenti o svogliati, alcuni giudici emettevano decisioni favorevoli al contribuente in cambio di somme di denaro, altri, pur in mancanza di utilità personale, frodavano l’amministrazione tributaria delegando completamente, di fatto, la giurisdizione a funzionari che deliberavano secondo il proprio tornaconto personale (tangenti o altri vantaggi), limitandosi alla sola firma della sentenza con introito delle indennità previste per l’attività decisoria.

In cambio della promessa e della commissione di tali illecite condotte venivano versate da parte dei difensori commercialisti o di intermediari ai pubblici ufficiali corrotti utilità varie o somme di denaro ammontanti, queste ultime, a circa 500-1000 euro per sentenza. È emerso in un caso come un noto commercialista foggiano avesse uno dei funzionari tributari direttamente a libro paga, in quanto mensilmente gli corrispondeva la somma di 400,00 euro. L’ importo complessivo delle somme accertate come prezzo dei reati corruttivi è pari a circa 60.000,00 euro.

Il lavoro svolto dagli inquirenti è stato caratterizzato da complesse attività di intercettazione telefonica, ambientale, audio-video, interrogatori, assunzioni di informazioni, nonché perquisizioni e sequestri di documenti e computer. Sono circa 70 i militari della Guardia di Finanza che stanno operando per l’esecuzione delle ordinanze nelle città di Foggia, Cerignola, Vieste, Ischitella e Bari.
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Re: Il sud della penisola italica - i meridionali

Messaggioda Berto » ven gen 05, 2018 6:48 pm

Un emigrato siciliano in Germania torna a casa in Sicilia e trova questo
https://www.facebook.com/LambrenedettoX ... 0972010299
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Re: Il sud della penisola italica - i meridionali

Messaggioda Berto » lun gen 15, 2018 7:51 pm

Cassa del Mezzogiorno - (un fallimento, uno spreco di risorse, un crimine)

https://it.wikipedia.org/wiki/Cassa_del_Mezzogiorno
La Cassa per il Mezzogiorno, Cassa per opere straordinarie di pubblico interesse nell'Italia Meridionale[1], (abbreviata Casmez) era un ente pubblico italiano creato dal Governo De Gasperi VI, per finanziare iniziative industriali tese allo sviluppo economico del meridione d'Italia, allo scopo di colmare il divario con l'Italia settentrionale.

...
Dall'inizio dell'operatività, nel 1951, sino al 1992 (ultimi dati conosciuti) e sotto il nome sia di Cassa per il Mezzogiorno che AgenSud, ha elargito alle regioni meridionali un totale di 279 763 miliardi di lire, pari a circa 140 miliardi di euro. La spesa media annuale è stata di 3,2 miliardi di euro.[la spesa è attualizzata? Se si, come?]


Risultati

Il risultato della Cassa non fu affatto discutibile per quanto riguarda l'utilizzo dei capitali pubblici, considerando l'arretratezza del Sud del paese nel 1950 rispetto al resto del paese in termini di risorse infrastrutturali e reddito pro capite.

I risultati furono: 16 000 chilometri di collegamenti stradali, 23 000 chilometri di acquedotti, 40 000 chilometri di reti elettriche, 1600 scuole, 160 ospedali.[senza fonte]

Successivamente la politicizzazione degli apparati comportò un degrado e una bassa qualità della spesa[senza fonte], compresi fenomeni diffusi di illegalità (finanziamenti a imprenditori tramite appalti, allo scopo di sviluppare imprese nel meridione, rivelatesi poi imprese "fantasma")[senza fonte]. Perciò spesso giganteschi appalti ed altre iniziative statali finivano per creare enormi infrastrutture che non avrebbero trovato un'applicazione pratica perché estranee alle realtà economiche del Sud, o perché rimaste incompiute, che vennero definite con l'espressione cattedrali nel deserto.

Né mancò, nel blocco socialista-comunista, la critica. Intorno al 1950 lo scontro tra governo ed opposizione era particolarmente aspro. A detta delle sinistre, più che perseguire risultati, la Cassa per il Mezzogiorno sarebbe stata una maniera per favorire politiche clientelari della Democrazia Cristiana.

Nonostante quasi 50 anni di finanziamenti a fondo perduto e investimenti significativi, oggi il divario di ricchezza permane in termini di PIL pro capite e in termini di produttività.
Il reddito pro capite è mediamente il doppio al Nord rispetto al Sud, e i tassi di disoccupazione così come il lavoro nero sono pari al doppio al Sud rispetto al Nord.

Il fallimento parziale delle politiche assistenzialistiche tramite finanziamenti a pioggia non ha giovato al Mezzogiorno, né ha giovato l'abolizione improvvisa della Cassa per il Mezzogiorno, con l'avvento della nuova politica degli incentivi in chiave europea con il varo della legge 19 dicembre 1992, n. 488.
La nuova legge infatti ha iniziato a funzionare solo nel 1996 determinando una situazione di generale crisi nel Sud che ha coinvolto imprese, enti locali e banche.

Le nuove frontiere per lo sviluppo del Mezzogiorno, che sono oggetto anche della programmazione comunitaria 2007-2013, sono la qualità del capitale umano e il rafforzamento del capitale sociale.



http://www.treccani.it/enciclopedia/cas ... ezzogiorno



Ecco la verità sui 400 miliardi già investiti sul Sud disastrato
Gian Maria De Francesco - Mar, 04/08/2015

http://www.ilgiornale.it/news/politica/ ... 58092.html

Adesso arrivano gli americani. Il ministro dello Sviluppo, Federica Guidi, ha annunciato a Repubblica la necessità di «un piano da 70-80 miliardi di euro, una sorta di “Piano Marshall” che partirà proprio dalle infrastrutture» per creare posti di lavoro e rilanciare il Meridione, diventato da un giorno all'altro il centro di gravità per il premier Matteo Renzi, intristitosi dopo la pubblicazione del rapporto Svimez.

È una cifra ingente che altre aree del Paese possono solo sognare. Ma la domanda da porsi, in primo luogo, è un'altra. Ce n'è veramente bisogno? Ovviamente, il primo impulso è quello di rispondere affermativamente considerato che il Sud rappresenta solo il 34% della spesa per investimenti del nostro Paese a fronte di un obiettivo comunitario fissato al 45 per cento. Negli ultimi 40 anni gli investimenti in opere pubbliche sono dimezzati. E al Sud valgono poco più di un quinto rispetto agli anni settanta. Ce lo dice lo Svimez che però non ci ha ricordato un'altra evenienza. Dal 1951 al 2013 le Regioni meridionali hanno ricevuto circa 430 miliardi di interventi straordinari destinati a finanziare la spesa in conto capitale, cioè gli investimenti, le infrastrutture. In particolare, 390 miliardi sono relativi al periodo 1951-2009, mentre negli altri 4 anni i fondi europei e il cofinanziamento dello Stato dovrebbero aver raggiunto almeno i 45 miliardi di impegni totali.

Ora bisognerebbe chiedersi chi sia il responsabile di questo fallimento. Ha fallito la Cassa per il Mezzogiorno con i suoi interventi mirati ma inutili (le famose cattedrali nel deserto come l'Italsider di Taranto e di Bagnoli, l'Alfasud di Pomigliano, il petrolchimico di Gela e la Fiat di Termini Imerese). Ha fallito la legge 488 del 1992 che, dopo la chiusura della Cassa, ha garantito i microfinanziamenti a pioggia per qualsiasi iniziativa imprenditoriale. Hanno fallito i fondi europei che le Regioni spesso non sono state in grado di spendere o hanno impiegato per iniziative di dubbia efficacia come i famigerati corsi di formazione.

Insomma, se un flusso costante di una decina di miliardi di euro all'anno destinati agli investimenti, ha prodotto il 20,5% di disoccupazione totale e il 56% di disoccupazione giovanile, qualche dubbio sull'efficacia di un nuovo piano da 70-80 miliardi è legittimo, al di là degli effetti negativi della riprogrammazione dei Fondi Fas, decisa nel 2008.

Anche perché c'è un altro lato della medaglia. Il residuo fiscale del Sud è negativo per 30 miliardi circa, cioè riceve dai contribuenti del resto d'Italia più di quanto riesca a finanziarsi. Dei 100 miliardi che devolve il Nord, 70 miliardi se li pappa lo Stato centrale, ma sono sempre un contributo notevole. Il problema, forse, è la spesa corrente improduttiva. Se si guardano i dati dei Comuni si nota che Palermo (714 euro per cittadino), Bari, Catania e Messina sono le città che ricevono maggiori contributi pubblici (da Stato, Regioni, ecc.) pro capite. Sono 33 anni che i forestali della Regione Calabria ottengono che i loro stipendi siano pagati per oltre 100 milioni dalla legge di bilancio nazionale. Fanno oltre 3,5 miliardi di euro. Il Mezzogiorno resta il «malato d'Europa» come diceva dieci anni fa Nicola Rossi. Cresce meno di Romania e Bulgaria, persino della Grecia nonostante tutto il fiume di denaro che ha ricevuto. Per altro, il piano preannunciato dal ministro Guidi va in direzione opposta a quelle che erano le convinzioni del professor Roberto Perotti, oggi consulente di Renzi, un tempo favorevole alla rinuncia ai fondi europei (che vanno cofinanziati dallo Stato) in favore di una riduzione generalizzata delle tasse. Ma, si sa, i tempi cambiano.
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Re: Il sud della penisola italica - i meridionali

Messaggioda Berto » lun gen 15, 2018 8:14 pm

Terremoti - Dal Belice ad Amatrice sprechi e corruzione restano i protagonisti del post-sisma
Piero Melati
2018/01/15

http://espresso.repubblica.it/attualita ... a-1.317033

Si chiama Valle del Belìce, con l’accento sulla i. Dalla notte del terremoto del 1968, per un refuso, diventò per tutti gli italiani Valle del Bélice, con l’accento sulla e. Questa terra martoriata perdette anche il suo nome, sotto le macerie del più doloroso dei primati: fu il teatro del primo grande sisma del dopoguerra. Oggi, a mezzo secolo di distanza, e almeno sette maxi-catastrofi naturali dopo, la Valle del Belìce sa di contare un altro record: ha tenuto a battesimo il sistema nazionale di corruzione basato sull’emergenza, quello del “terremoto infinito”.

La terra trema. Tutto comincia da lì. Quando nel 1948 Luchino Visconti traspose al cinema “I Malavoglia” di Giovanni Verga, gli italiani applaudirono un capolavoro del neorealismo. Ma quando, all’indomani della notte tra il 14 e il 15 gennaio del ’68, immagini tanto simili a quel film irruppero in tutte le case, grazie alla tv in bianco e nero, fu uno choc collettivo. La Sicilia di Verga, trasformata in immagini da Visconti, e ora documentata nei telegiornali da Sergio Zavoli, non era dunque solo fiction. Una scossa di magnitudo 6,4 aveva mostrato la carne e il sangue di Gibellina, Salaparuta, Montevago, Poggioreale, Santa Ninfa, Santa Margherita Belìce, mietendo circa 400 vittime in tre province (Trapani, Agrigento, Palermo), distruggendo sei paesi, con oltre mille feriti e tra 70 e 90 mila sfollati.

Uno degli inviati del quotidiano palermitano L’Ora, Bruno Carbone, partito a bordo di una jeep, riuscì in quelle ore a raggiungere Montevago, un centro di tremila abitanti raso al suolo. Venne circondato da una muraglia di profughi che invocava cibo e coperte. «I bambini muoiono per strada», gli urlavano. Più tardi, tra le macerie della scuola, il cronista trovò i disegni e i temi dei ragazzi, che nel corso di una lezione avevano descritto il proprio paese. Il servizio che ne trasse (“Com’era bella Montevago nella fantasia dei suoi scolari”) fece il giro del mondo. Ora la tragedia aveva un volto e un nome, quello dei figli di Montevago, il paese che non c’è più.

«Un clima da anno Mille», lo definì Leonardo Sciascia. Lo scrittore scrisse a caldo: «Dodici ore dopo la sciagura, a Santa Margherita Belìce, non era arrivata né una tenda, né una pagnotta, né una coperta... per quelli lì, a Santa Margherita, a Montevago, a Gibellina, a Salemi; quelli che vivono nelle case di gesso e ci muoiono; quelli cui restano soltanto gli occhi per piangere la diaspora dei figli, pulviscolo umano disperso nel vento dell’emigrazione; quelli che ancora faticano con l’aratro a chiodo e con muli; quelli che non hanno né scuole, né ospedali, né ospizi, né strade... la Sicilia è stanca, muore ogni giorno, anche senza l’aiuto delle calamità naturali».

Una profezia, una delle tante, dello scrittore inascoltato. Infatti, placatasi la terra, non fu più la natura ostile ad affilare la falce, ma la mano dell’uomo. «La burocrazia uccide più del terremoto», dovette dire un altro scrittore, Danilo Dolci. Erano appena sorte le prime baraccopoli. Nel 1973, a sette anni dalle scosse, le baracche ospitavano 48 mila persone. Tre anni dopo ne imprigionavano ancora 47 mila. Le ultime baracche sono state smontate solo nel 2006. Nel ’95 è stato calcolato che in 27 anni erano stati spesi almeno sei miliardi di euro. L’ultimo intervento per il Belìce era nella legge finanziaria del 2013. Nacque così l’affare del terremoto, che ci avrebbe accompagnato fino ad oggi. Con costi non soltanto economici. Nel 1970 un pugno di intellettuali (Sciascia, Guttuso, Zavattini, Caruso, Treccani, Cagli, Zavoli, Levi, Damiani, Corrao) insieme ai sindaci della Valle firmarono un appello che descrisse la situazione: «Ad altro non si pensò che alla costruzione delle baracche. Gli effetti non sono dissimili da una vera e propria soluzione finale. Annientamento psicologico, morale e fisico che i lager nazisti più direttamente e sbrigativamente esplicavano».

Dovranno passare altri dodici anni, e altri tremila morti e 80 mila sfollati, perché un presidente della Repubblica, Sandro Pertini, visitando i luoghi di un’altra catastrofe, quella dell’Irpinia, con i sepolti vivi ancora sotto le pietre, si ricordasse della sua precedente visita in Sicilia e di quel parroco di Santa Ninfa che gli aveva chiesto: «Perché viviamo ancora nelle baracche e non ci sono state mai date le case promesse?». Pertini nell’occasione tuonò: «Mi chiedo: dove è andato a finire quel denaro? Chi è che ha speculato su questa disgrazia del Belìce? E se vi è qualcuno che ha speculato, io chiedo: costui è in carcere, come dovrebbe essere? Perché l’infamia maggiore è speculare sulle disgrazie altrui».

Le crude cifre ci dicono che, nel XX secolo in Italia, le vittime di terremoto sono state centomila. La mappa dei grandi sismi più recenti conta 31 morti in Tuscania (Lazio) nel ’71, mille in Friuli nel ’76, quasi tremila in Irpinia nell’80, sette in Molise nell’84, sedici a Santa Lucia (Sicilia) nel ’90, undici in Umbria e Marche nel ’97, trenta in Puglia e Molise nel 2002, 309 a L’Aquila nel 2009, 27 in Emilia nel 2012, 299 nel 2016 ad Accumuli e Amatrice. Eppure la situazione è persino peggiorata, da quel primo assalto alla diligenza nel Belìce e dopo il grido di Pertini, se è vero che in due distinte occasioni (sisma aquilano del 2009 e di Amatrice nel 2016) due imprenditori impegnati nei lavori di ricostruzione, intercettati nel corso delle loro conversazioni, hanno addirittura esultato per le catastrofi, euforici grazie alle prospettive che gli si erano aperte.

Anche qui, bastino le cifre, quella della Commissione ambiente del Senato: quattromila i morti, nei sette grandi sismi italiani seguiti al Belìce. Ben 121,6 miliardi di euro la spesa autorizzata (stima parziale, che non calcola gli imponenti costi indiretti).

Sarà anche vero, come disse Pertini in Irpinia, che non c’è infamia peggiore di speculare sulle altrui disgrazie. Ma è altrettanto vero che se le “disgrazie altrui” nessuno le conosce, sarà difficile fermare i demoni che se ne vogliono nutrire. Anni dopo il terremoto del Belìce, Leonardo Sciascia accettò di scrivere la prefazione al “Quaderno di Montevago” che raccoglieva i lavori degli alunni ritrovati sotto le macerie della scuola.

E annotava: «Nessuno fuori dalla Sicilia sapeva dell’esistenza di un paese chiamato Montevago, al confine tra la provincia di Agrigento e quella di Trapani. Paradossalmente il paese cominciò ad esistere nel momento in cui, sotto la zampata di una belva immane, finiva di esistere». Ma questo non vale forse per quasi tutti i luoghi italiani colpiti dalla “zampata di una belva immane” negli ultimi decenni? E non vale ancor di più per il disinteresse che ne segue dopo, immancabilmente, quando le popolazioni ferite si trovano sottoposte a incredibili vessazioni?

Per la verità, c’è stata di recente una variante tecnologica dell’infamia, rispetto a mezzo secolo fa. La scrittrice Loredana Lipperini, alla vigilia dello scorso Natale, ha diffuso sui social una notizia di agenzia che denunciava la nascita di una rete di account fake legati alle iniziative post-terremoto nel rietino. Questa rete aveva lo scopo di twittare a migliaia di persone (grazie a un programma automatico) la gioia dei cittadini per l’avvenuta consegna di una casa. Consegna, inutile dire, mai avvenuta e solo virtuale. Misterioso l’account di partenza. Il sospetto è che sia legato a qualche ditta impegnata nella ricostruzione. La circostanza fa riflettere. Dopo il 1968 lo sdegno per le baraccopoli siciliane provocò (almeno) una mobilitazione nazionale. Paolo Mieli scrisse allora che nel sisma siciliano era affondata la vecchia Italia con i suoi difetti. Se invece oggi, dopo un sisma, si riuscisse persino a truccare la realtà del dopo, grazie a un bombardamento di fake news, chi se ne avvantaggerebbe?

Una volta alla Camera il ministro dell’Interno Virginio Rognoni, nel riferire sull’ennesima interpellanza a proposito del Belìce, disse: «Nelle zone colpite dal sistema». Si interruppe e immediatamente si corresse: «Volevo dire dal sisma». Leonardo Sciascia commentò: «Andava meglio, in ordine alla verità, il lapsus. Ne uccide più il sistema che il sisma. Ma quale sistema? Credo lo si possa definire con brevità e precisione: il sistema della corruzione».
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Re: Il sud della penisola italica - i meridionali

Messaggioda Berto » mer feb 07, 2018 9:57 pm

Sentenze aggiustate per 400 milioni: 15 arresti, anche giudice - Sicilia
2018/02/06

http://www.ansa.it/sicilia/notizie/2018 ... 17bba.html

Una operazione congiunta tra la Procura di Roma e Messina ha portato la Guarda di Finanza ad effettuare 15 arresti per due associazioni a delinquere dedite alla frode fiscale, reati contro la pubblica amministrazione e corruzione in atti giudiziari. Tra i fermati anche Giancarlo Longo, ex pm della Procura di Siracusa, l'avvocato Piero Amara e gli imprenditore Fabrizio Centofanti e Enzo Bigotti, quest'ultimo già coinvolto nel caso Consip.

Sono tre le sentenze "aggiustate" contestate dai pm della Procura di Roma all'ex presidente di sezione del Consiglio di Stato, Riccardo Virgilio. Quest'ultimo (oggi in pensione) avrebbe 'pilotato' tre sentenze che hanno inciso favorevolmente per clienti degli avvocati Pietro Amara e Giuseppe Calafiore (indagati in concorso con il magistrato).

Il nucleo di polizia tributaria della Gdf di Milano sta effettuando perquisizioni a carico di Massimo Mantovani, ex responsabile dell'ufficio legale di Eni ed attuale dirigente della società, indagato per associazione per delinquere finalizzata ad una serie di reati. Stando all'inchiesta del pm Laura Pedio, sarebbe l'organizzatore di presunte manovre di depistaggio per condizionare le inchieste milanesi Eni-Nigeria ed Eni-Algeria. Il filone d'indagine si intreccia con l'inchiesta delle Procure di Roma e Messima.

In una nota congiunta le due Procure scrivono che le "indagini hanno preso le mosse da distinti input investigativi convergendo sull'operatività dei due sodalizi criminali, consentendo la ricostruzione di ipotesi di bancarotta fraudolenta da parte di soggetti non riconducibili alla struttura delle organizzazioni". In particolare il gip di Roma ha emesso misure cautelari personali oltre che per Amara, Centofanti e Bigotti anche per Luciano Caruso. Alcuni nomi, in particolare quello di Amara e Centofanti, compaiono anche nell'ordinanza emessa dal gip di Messina che ha disposto il carcere per Longo chiedendo l'applicazione di misure cautelari anche per Alessandro Ferraro, Giuseppe Guastella, Davide Venezia, Mauro Verace, Salvatore Maria Pace, Gianluca De Micheli, Vincenzo Naso, Francesco Perricone e Sebastiano Miano.

I metodi "disinvolti" usati dall'ex pm di Siracusa sono ben esemplificati in uno dei capi di imputazione contestati: quello che riguarda il cosiddetto caso Eni. Longo, su input di Amara, legale esterno dell'Eni, avrebbe messo su un'indagine, priva di qualunque fondamento, su un presunto e rivelatosi falso piano di destabilizzazione della società del cane a sei zampe e del suo ad Claudio Descalzi. In realtà, per gli inquirenti che hanno arrestato anche Amara e Calafiore, lo scopo sarebbe stato intralciare l'inchiesta milanese sulle presunte tangenti nigeriane in cui Descalzi era coinvolto.

Gip, 'giudice svendeva sua funzione' - L'ex pm di Siracusa Giancarlo Longo, arrestato oggi dalla Finanza, è accusato di associazione a delinquere, corruzione e falso. Il magistrato da qualche mese ha chiesto il trasferimento al tribunale di Napoli. "In qualità di pubblico ufficiale svendeva la propria funzione", si legge nella misura cautelare emessa a suo carico.

Il 'metodo Longo' - I magistrati di Roma e Messina che hanno chiesto e ottenuto l'arresto di 15 persone, tra cui l'ex pm di Siracusa Giancarlo Longo, gli avvocati siracusani Piero Amara e Giuseppe Calafiore e il legale romano Fabrizio Centofanti, hanno scoperto una vera e propria associazione a delinquere in cui il magistrato aveva un ruolo rilevante. Per anni avrebbe messo a disposizione la sua funzione giudiziale, in cambio di soldi, per aiutare i clienti dei due avvocati siracusani. I magistrati che ne hanno chiesto l'arresto parlano di "mercificazione della funzione giudiziaria". E aggiungono: "Longo usava le prerogative a lui attribuite dall'ordinamento per curare interessi particolaristici e personali di terzi soggetti dietro remunerazione. Tali condotte vengono riscontrate a partire dal 2013 e perdurano sino ai primi mesi del 2017". I metodi usati da Longo erano tre: creazione di fascicoli "specchio", che il magistrato "si auto-assegnava - spiegano i pm che hanno condotto l'inchiesta - al solo scopo di monitorare ulteriori fascicoli di indagine assegnati ad altri colleghi (e di potenziale interesse per alcuni clienti rilevanti degli avvocati Calafiore e Amara), legittimando così la richiesta di copia di atti altrui, o di riunione di procedimenti; fascicoli "minaccia", in cui "finivano per essere iscritti - con chiara finalità concussiva - soggetti 'ostili' agli interessi di alcuni clienti di Calafiore e fascicoli "sponda", che venivano tenuti in vita "al solo scopo di creare una mera legittimazione formale al conferimento di incarichi consulenziali (spesso, radicalmente inconducenti rispetto a quello che dovrebbe essere l'oggetto dell'indagine), il cui reale scopo era servire gli interessi dei clienti di Calafiore a Amara".

Pm arrestato trovò microspie in ufficio - Giancarlo Longo, ex pm di Siracusa arrestato oggi, tra l'altro per associazione a a delinquere e corruzione, aveva il sospetto che stessero indagando su di lui. Per questo commissionò a un privato che lavorava con la Procura di effettuare una bonifica all'interno del suo ufficio per verificare l'eventuale presenza di microspie. Con il tecnico si giustificò dicendo che ad indurlo in allarme era stata la "visita" dei finanzieri inviati dalla Procura di Messina che, in effetti, stavano indagando sul collega. La bonifica non diede frutti, ma Longo, qualche giorno dopo, trovò le "cimici" da solo. Una telecamera piazzata nella stanza lo immortala mentre sale sulla scrivania per perlustrare l'ufficio. Per accertare chi gli avesse dato la 'dritta', gli inquirenti decisero di sequestrargli il cellulare e andarono in Procura, ma l'ex pm non c'era. Ad avvertirlo fu un collega, anche lui già indagato e condannato per vicende analoghe, Maurizio Musco. A quel punto, Longo si precipitò in ufficio e dichiarò: "Non ho al seguito il cellulare contraddistinto in quanto, lo stesso, si è rotto. Preciso, altresì, che tale apparato telefonico si trova presso la mia abitazione di Mascalucia". Ma chiaramente a casa dell'ex pm del telefonino non c'era traccia. Longo l'aveva fatto sparire.

Longo, inoltre, era stato sanzionato nei mesi scorsi dal Csm a seguito di un procedimento disciplinare e poi trasferito il 26 luglio da Siracusa, dove era pm, al tribunale civile di Napoli come giudice. Il trasferimento in prevenzione è avvenuto su sua domanda.
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Re: Il sud della penisola italica - i meridionali

Messaggioda Berto » ven feb 09, 2018 11:48 am

I figli dei POLITICI ereditano pure il vitalizio.DA 42 ANNI MANTENIAMO UNA MENTECATTA GRAZIE AD UNA FOLLE LEGGE IN VIGORE IN SICILIA
di informazionelibera
8 febbraio 2018

http://www.informazionelibera.agency/20 ... in-sicilia

Ars, lo scandalo dei vitalizi infiniti: da 40 anni il contributo agli eredi
Sono 117 gli assegni di reversibilità che pesano per sei milioni all’anno sulle casse dell’Assemblea siciliana
Natale Cacciola nacque in provincia di Messina prima ancora del terremoto. Si candidò per il partito monarchico alle elezioni regionali del 1947. E, in virtù dei soli tre anni trascorsi a Sala d’Ercole nella prima legislatura, c’è ancora un erede che – da 40 anni – percepisce dall’Ars un vitalizio: è la figlia Anna Maria, cui vanno puntualmente oltre duemila euro al mese. Anche il marsalese Ignazio Adamo fu uno dei pionieri dell’Assemblea: eletto per il Blocco del popolo, fu deputato sino al 1955. Quando lasciò Palazzo dei Normanni aveva già 58 anni, quando morì (nel 1973) gli anni erano settantasei. Da allora, ovvero da 42 anni, l’amministrazione versa un contributo alla famiglia: oggi 3.900 euro al mese vanno alla moglie Irene Marino, stessa cifra per la figlia Anna Rosa.

La storia passa il testimone alla cronaca, nell’Ars dei privilegi, nell’amministrazione dei vitalizi infiniti: sono 117 gli assegni di reversibilità versati a congiunti di parlamentari scomparsi che già godevano di una “pensione”. Per le sole reversibilità l’Assemblea spende mezzo milione di euro al mese, sei milioni l’anno. Sia chiaro: sono soldi che, in base al regolamento del parlamento regionale, spettano di diritto agli eredi dell’onorevole caro estinto. E, in qualche caso, forniscono un insufficiente ristoro a chi ha dovuto patire tragedie che hanno segnato la memoria collettiva, come nel caso del vitalizio per la signora Irma Chiazzese, moglie di Piersanti Mattarella.*

Ma queste uscite, in un’Ars che insegue la spending review, non mancano di sollevare una questione di opportunità. Sia perché derivano da un sempre più labile allineamento al Senato, sia per la natura stessa del vitalizio, non assimilabile a una pensione del pubblico impiego che deriva da contributi trentennali. Riassumiamo le regole: il vitalizio spetta agli ex deputati che hanno fatto almeno una legislatura. Lo percepisce anche chi è stato deputato per appena sei mesi, attraverso il meccanismo del riscatto, se eletto prima del 2000. Alla morte dell’onorevole, il contributo passa al coniuge superstite e, in alternativa, al figlio inabile al lavoro o alla figlia nubile e “in stato di bisogno”.
Queste norme finiscono per premiare, tutt’oggi, parenti di deputati che, anche per pochi anni, si sono affacciati a Sala d’Ercole nell’immediato Dopoguerra. Determinando contributi alla stessa famiglia che, tramandati dal deputato alla vedova e poi ai figli, si perpetuano per decenni.

Qualche altro esempio: Giuseppa Antoci, sorella del deputato ragusano Carmelo Antoci che rimase all’Ars sino al ’55, riceve un vitalizio dal ’78. Un beneficio che dal 1980 viene percepito pure dalla moglie e dai figli dell’onorevole dc Luigi Carollo, in carica sino al 1959. Da 37 anni Irene Recupero, moglie del comunista Pietro Di Cara (all’Ars dal ’47 al ’55), percepisce un vitalizio da 3.900 euro mensili. Circa 2.400 euro mensili vanno invece ad altri beneficiari. Un bonifico con questa somma lo riceve dal 1983 Giovanna Aloisio, consorte del missino Orazio Santagata, che militò in parlamento dal ’51 al ’55. Olga Leto, invece, è la vedova di Giovanni Cinà, democristiano che frequentò l’Ars per quattro anni, fino al 1959: da 25 anni la signora prende la “pensione” di reversibilità. Gioia Eschi è la moglie del defunto deputato socialista Calogero Russo, all’Ars per una legislatura fra il ’51 e il ’55: il vitalizio le tocca da 22 anni.

Il vitalizio da 5.900 euro (lordi) al mese spetta pure a Sergio Alessi, figlio del primo presiedente della Regione morto nel 2008. Nel decreto che concede il vitalizio si precisa che ha più di 60 anni, senza reddito e viveva a carico del padre. Un altro congiunto di un presidente della Regione, la signora Maddalena Nicolosi (vedova di Rino Nicolosi), dal ’98 percepisce un contributo da 2.400 euro mensili.

FONTE:

http://palermo.repubblica.it/cronaca/20 ... -107139840
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Re: Il sud della penisola italica - i meridionali

Messaggioda Berto » mar feb 20, 2018 5:13 pm

Dati alla mano, l'11 gennaio del 1831 Ferdinando II di Borbone rende noto al Popolo del Regno delle Due Sicilie il nefando stato in cui versano le casse del regno. Il Sovrano rende noto nel Real Decreto che il debito pubblico ammonta all'incirca a 4 milioni e mezzo di ducati. Egli informa il Popolo che una reietta amministrazione delle pubbliche finanze ha determinato questo gravissimo ammanco. Spese di corte insane e censurabili, affidamento della macchina amministrativa e burocratica a persone che definire equivoche è eufemistico e,per finire, matrimoni filiali talmente dispendiosi da risultare perfino stupidi. Questa diabolica spesa, aggiunta a nessun controllo da parte di preposti, determina la grandissima parte del debito.
Il Borbone, a margine del Decreto, promette di provvedere al più presto alla riduzione e poi all'estinzione dell'ammanco.
Non lancia accuse, il già maturo Ferdinando II, ma il riferimento al lassismo del padre è più che chiaro...
Bisogna punire chi ha sbagliato e chi ha prestato il fianco.


Premessa. Un Re Assoluto non ha alcun bisogno di comunicare al Popolo alcunché.
Ma,come abbiamo letto, Ferdinando II lo ha fatto, comunicando direttamente al Popolo la reale e frustrante condizione economica del Regno. Segno di debolezza? Assolutamente no!
Da questo momento, il rapporto fra Ferdinando II di Borbone e i suoi amatissimi sudditi sarà un rapporto assolutamente privilegiato: delle mosse del Re saprà prima il Popolo e poi i suoi ministri. Il Re emanerà i suoi Reali Decreti che bypasseranno i tortuosi gangli della burocrazia.
Ora, i provvedimenti tesi alla riduzione e alla risoluzione del debito pubblico :
Il primo a cadere fu l'inetto ministro delle finanze Caropreso, totalmente prono nell'accettare le fin troppo "allegre" decisioni del re; egli lascia e in sua vece viene nominato un ottimo giurista, Giovanni D'Andrea.
Il D'Andrea e Ludovico Bianchini costituiranno il duo che assisterà Ferdinando II nel riassestare l'economia del Regno fondato nel 1734 dal bisnonno Don Carlos. La parola d'ordine che Ferdinando II impartisce al duo succitato è quella di non far assolutamente patire il Popolo di colpe non sue; sono stati i più ricchi e,addirittura, la stessa Corte ad aver scialacquato : loro devono pagare!
Sono,pertanto, abolite tutte le rendite private istituite dal padre Francesco e dimezzate quelle del nonno Ferdinando I. Vengono ridotte le spese della Corte per ben 370.000 ducati annui ; un colpo mortificante, per tutta la vasta famiglia regnante.
I ministeri vengono messi a stecchetto e gli stipendi di tutti,ministri in primis, vengono fortemente ridimensionati.
L'impopolarissimo dazio sulla macinatura del grano viene fortemente ridotto (il Popolo non deve soffrire per colpe che non ha).
Le ormai inutili e desuete riserve di caccia, tanto care a re di bei tempi andati, sono aperte e destinate a imprese agricole che riescano a portare moneta sonante.
Tutti gli animali esotici raccolti negli anni dai vari sovrani vengono venduti; si ricaveranno bei soldoni.
Il Re,fin dai primordi del suo regno,ha girato in lungo e in largo le Due Sicilie, giungendo a conoscerne le varie realtà; per i sudditi particolarmente bisognosi istituisce la Regia Commissione di Carità, avente il compito di aiutare le famiglie indigenti con donativi concessi dallo Stato.
Ferdinando II ha appena iniziato un lavoro delicato e difficile; i frutti non tarderanno a giungere : in quattro anni le difficoltà economiche saranno un ricordo lontano...


Ferdinando II di Borbone, il re dei record che sbagliò lasciando l’Italia ai Savoia
Francesco Pipitone

http://www.vesuviolive.it/cultura-napol ... -ai-savoia

Ferdinando II di Borbone, nato a Palermo il 12 gennaio 1810 e morto a Caserta il 22 maggio 1859, diventò re delle Due Sicilie nel novembre del 1830, a soli 20 anni, al termine del brevissimo regno di suo padre, Francesco I. Soprannominato “re bomba”, questo nomignolo è erroneamente ricondotto al bombardamento di Messina del 1848, poiché le fonti più certe e recentemente portate alla luce lo fanno risalire a una battaglia avvenuta a Palermo mesi prima, dove non vi fu un bilancio grave di vittime. Il suo regno lo si potrebbe dividere in due grandi fasi: una prima caratterizzata da riforme e lungimiranza, l’altro da isolamento internazionale per non aver saputo ben reagire alle istanze liberali e ai sabotaggi internazionali, fattore che ha poi condotto alla caduta delle Due Sicilie.

Il giovane Ferdinando si dimostrò all’inizio un re energico e intraprendente, secondo molti il più dinamico dopo re Carlo, suo bisnonno e primo re della dinastia Borbone nel futuro Regno delle Due Sicilie. I primi dieci anni di governo furono splendenti, tali sono stati riconosciuti sia dai suoi contemporanei che dagli storici moderni: la nazione che ereditò era uscita da poco dai tumulti napoleonici che scossero tutta l’Europa e risentiva ancora del precario equilibrio conferito dal Congresso di Vienna, ma egli prese in mano la situazione e attuò una serie di riforme che attestarono le Due Sicilie tra il novero delle grandi nazioni europee.

Il deficit dello stato, al momento della sua presa di potere, era di ducati 4 milioni, 345mila e 251 con un vuoto erariale di poco più di 1 milione e 128mila ducati. Per rimettere in sesto la situazione disastrosa delle finanze statali il re, l’8 novembre 1830, enunciò il proprio programma. Cominciò da sé stesso e dalla propria corte, riducendo la propria lista civile di 370mila ducati annui (decreto 9 novembre 1830), dimezzando lo stipendio dei ministri (decreto 4 febbraio 1831), ridusse le spese per la guerra e per la marina, ridusse le spese per tutti gli altri dipartimenti governativi. In tal modo risparmiò più di un milione e 241mila ducati, colmando dunque il vuoto erariale con pochi accorgimenti che colpivano direttamente i costi della politica.

Altri provvedimenti riguardavano la bonifica dell’amministrazione giudiziaria, cacciò i cortigiani e i poliziotti corrotti che si erano arricchiti alle spalle dello Stato, emanò un’ampia amnistia per gli esuli e i detenuti politici, mise nelle posizioni chiave dell’esercito i migliori uomini scegliendoli anche tra coloro che erano stati fedeli a Murat.

Rivoluzionaria fu la misura, con decreto del 29 settembre 1838, con cui ripartiva tra i cittadini più indigenti le terre appartenenti al demanio e che, tuttavia, erano sfruttate con prepotenza dai locali “galantuomini”, rifacendosi dunque agli ideali democratici dell’antica Roma. Bonificando e incanalando il lago di Fucino, vicino L’Aquila, restituì terre coltivabili ai contadini e altrettanto fece nel Tavoliere delle Puglie. Secondo alcune fonti il volume del commercio crebbe di 50 volte in 30 anni. Aderì alla lega contro la tratta degli schiavi.

Per meglio conoscere le esigenze dei suoi sudditi moltiplicò le udienze e viaggiò parecchio nelle proprie province, ispezionando di persona gli ospedali e i lazzaretti durante l’epidemia di colera del 1836. Diede impulso allo sviluppo industriale, tant’è vero che quasi ogni nuova invenzione trovava attuazione, in Italia, per prima a Napoli e poi nel resto del Paese. Tra i record troviamo la prima linea ferroviaria, il ponte sul Garigliano, l’illuminazione a gas nella città di Napoli, la fabbrica di Pietrarsa “perché del braccio straniero a fabbricare le macchine mosse dal vapore, il Regno delle Due Sicilie più non abbisognasse”, il primo centro vulcanologico del mondo e altri (Tutti i primati del Regno delle Due Sicilie).

Una siffatta politica infiammò gli animi di chi voleva unire tutto lo stivale, chiedendo proprio a Ferdinando II di capeggiare le lotte per scacciare gli austriaci dal Nord Italia e procedere, man mano, a unificare l’Italia. D’altro canto, la stessa Austria e specialmente l’Inghilterra e la Francia non vedevano di buon occhio la figura di Ferdinando, il quale rischiava di compromettere l’egemonia anglo-francese nell’assetto politico europeo. Sul letto di morte confessò di aver rinunciato alla corona d’Italia per non ledere il diritto degli altri regnanti italiani, specialmente quello del Papa, in ossequio perciò al profondo senso religioso col quale era stato educato. Nel 1833 aveva tuttavia proposto a Carlo Alberto di Savoia, al Granduca di Toscana Leopoldo II e al Papa Gregorio XVI di realizzare un’unione tra gli stati italiani, senza ricevere risposta.

Il passo falso, come ammettono gli storici e recentemente anche Paolo Mieli sulle colonne del Corriere della Sera, fu quello di inimicarsi Londra, che temeva, all’approssimarsi dell’apertura del canale di Suez, che ci potesse essere anche un’altra grande potenza nel Mediterraneo. È storia nota, infatti, che lo sbarco dei Mille a Marsala nel 1860 fosse protetto proprio dalle navi inglesi, così come inglesi furono i tanti episodi che destabilizzarono il regno di Ferdinando del quale, nonostante tutto, riuscì a tenere le redini: appena morì cominciarono le operazioni di invasione piemontesi, concordate con Francia e Inghilterra.

Nel 1838 si segnala un fatto di estrema importanza, ossia la firma di un’intesa con la società Taix-Aycard di Marsiglia per l’estrazione dello zolfo in Sicilia, essenziale per produrre la polvere da sparo, su cui vi era un sostanziale monopolio britannico. Le proteste di Lord Palmerston, primo ministro inglese, furono violente fino a causare le dimissioni del ministro degli esteri napoletano, ordinando alle navi britanniche di compiere manovre preparatorie alla guerra del Golfo di Napoli. Ferdinando II, molto geloso dell’indipendenza delle Due Sicilie, sarebbe stato pronto alla guerra se non fosse stato per Vienna e Parigi: il re francese Luigi Filippo revocò il privilegio alla Taix-Aycard, rendendo di fatto nulla il contratto tra questa e il regno borbonico. Man mano Ferdinando si isolò politicamente dagli altri stati, ebbe un’involuzione anche il grande impulso riformatore che lo aveva caratterizzato nei primi anni di governo.

Riconducibile a Lord Palmerston fu l’ondata di scandalo, attraverso tutta l’Europa, che colpì Ferdinando II tra il 1850 e il 1851, quando delle lettere di Lord Gladstone, in visita a Napoli, inviate a Lord Aberdeen, dipinsero la società borbonica come “la negazione di Dio eretta a sistema di governo” a causa della violazione sistematica di tutte le leggi umane e divine. Tutta l’Europa allora cominciò a odiare Ferdinando II, finché Gladstone ammise di aver scritto quelle lettere senza aver mai visitato il regno, ma avendole compilate in pratica su dettato degli uomini cui fu affidato da Lord Palmerston. L’onesto Lord Aberdeen, in Parlamento, fu protagonista di una furiosa orazione di condanna nei confronti di quelle calunnie. Intanto però il guaio era stato fatto, poiché Ferdinando restò circondato da un alone di sospetto. Sempre dai lavori del Parlamento inglese, dopo 1861, emergono le condanne all’appoggio britannico circa la conquista piemontese del Regno delle Due Sicilie, giudicata una lesione del diritto internazionale e cagionatrice di crimini più orrendi e più gravi di quelli erano stati attribuiti a Ferdinando II.

Completamente inadeguata, da parte di Ferdinando II, fu la gestione dei moti del 1848 e in particolar modo la questione siciliana. Quell’anno, passato alla storia come Primavera dei Popoli, infiammò le Due Sicilie, la Francia e l’Austria, avendo ripercussioni, negli anni successivi, anche in Russia e Ungheria, oltre che nel processo di unificazione di Germania e Italia. Estranea ai tumulti la solita Inghilterra che, al contrario, gettava legna sul fuoco perché così poteva tutelare e accrescere la propria egemonia. Dopo i 1850 furono frequentissimi gli “incidenti diplomatici” causati ad arte dal governo di sua maestà britannica.

Pur tenendo unito il Regno delle Due Sicilie, riconquistando nel 1849 la Sicilia che si era resa indipendente, Ferdinando II non seppe sfruttare quella situazione per rendersi più “simpatico” agli occhi dei sudditi suoi e degli altri staterelli della penisola, isolandosi e chiudendosi a ogni rapporto di politica estera, mostrando la mancanza totale di interesse nei confronti di ciò che avveniva al di fuori dei confini napoletani e siciliani. Nonostante la concessione della Costituzione i più rivoluzionari si mostravano sempre scontenti ed esigevano sempre di più; la Sicilia, che aveva chiesto l’autonomia, arrivò a chiedere l’indipendenza. Ferdinando II commise l’errore di non capire che dietro vi erano i disegni di altre potenze, risolvendo ogni cosa con l’assolutismo e sospendendo la Costituzione. Fece il gioco dei britannici. Vittorio Emanuele II, al contrario, ne uscì molto meglio anche grazie alle macchinazioni del subdolo conte di Cavour, il quale capì che sfruttando la situazione geopolitica poteva risolvere i guai economici sia personali e della sua banca, sia del regno sabaudo; il bilancio in attivo e le riserve delle Regno delle Due Sicilie erano ideali per dare ossigeno alle disastrate casse di Torino, che aveva debiti con inglesi e francesi. Il debito pubblico sabaudo di allora è riconosciuto, oggi, come una delle principali cause della debolezza economica e politica dell’Italia di oggi.

Il resto è storia nota: l’8 dicembre 1856, durante la visita al Campo di Marte dopo la cerimonia dell’Immacolata, Agesilao Milano trapassò il re con la lama della propria baionetta. Milano fu condannato a morte per attentato alla vita del sovrano, Ferdinando si salvò ma la ferita, mal curata, continuò a cagionargli problemi di salute fino a condurlo alla morte. Agli inizi del 1859 Ferdinando non ascoltò i medici e si mise in viaggio per accogliere il 3 febbraio Maria Sofia di Baviera, sorella della famosa principessa Sissi, novella sposa del primogenito ed erede al trono Francesco, tuttavia durante il viaggio le condizioni di salute peggiorarono. Era un’infezione purulenta a minacciare di morte il sovrano, rendendo necessaria l’operazione chirurgica: a tale prospettiva la regina e la corte inorridirono, poiché era inconveniente operare un re.

Quando l’infezione si diffuse in tutto il corpo venne eseguito l’intervento, però era troppo tardi. Nel frattempo la nave che stava conducendo in Argentina alcuni esuli politici venne dirottata in Irlanda, così che quelli potessero tornare in Italia, mentre ad aprile l’Austria invase il Piemonte: era ciò che voleva Cavour per far intervenire i Francesi. Sul letto di morte Ferdinando II ordinò che le Due Sicilie restassero neutrali, insistendo fino alla fine nell’isolamento. Prima di morire, il 22 maggio 1859, confessò di aver rifiutato la corona d’Italia per non vivere con il rimorso di aver fatto un torto agli altri sovrani italiani.

“Non fu Unità! Fu occupazione piemontese, e se l’avesse fatta il Regno di Napoli, che era molto più ricco e potente, sarebbe andata diversamente. La mentalità savoiarda non era italiana. Cavour parlava francese. E gli italiani quel nuovo Stato l’hanno detestato”: questa è l’opinione di Eugenio Scalfari, fondatore del quotidiano La Repubblica. In realtà non sapremo mai come sarebbe stata l’Italia se Ferdinando II fosse stato più spregiudicato, tuttavia, guardando alla sua ferma volontà di affermare l’indipendenza del suo regno dalle ingerenze esterne, si può tranquillamente dire che l’Italia non sarebbe nata per essere uno stato vassallo delle altre potenze, quale è tragicamente ai giorni nostri.

Fonti:
– Antonio Ghirelli, Storia di Napoli;
– Paolo Mencacci, Storia della Rivoluzione Italiana;
– Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli
– Alphonse Balleydier, La vérité sur les affaires de Naples, réfutation des lettres de m. Gladstone
– Eugenio Di Rienzo, Il Regno delle Due Sicilie e le Potenze europee






Borboni verso l'irreparabile - Il Sole 24 ORE
2013-08-04

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/ ... d=Abse69JI

Negli ultimi cinquant'anni numerosi studiosi hanno ricostruito, da diverse angolature, le complesse vicende che hanno portato alla fine della monarchia borbonica nel Mezzogiorno, approfondendo l'analisi sia di determinati aspetti del suo sistema politico-istituzionale che del suo assetto economico e sociale. Sono così emerse le stridenti anomalie rispetto ai processi di evoluzione politica in corso in Europa e le debolezze di ordine strutturale che, avendo man mano incrinato le credenziali e le fondamenta del Regno delle Due Sicilie, hanno poi concorso al suo repentino dissolvimento nell'impatto con la spedizione garibaldina dei Mille, ancorché appoggiata sotto traccia (ma non senza forti apprensioni per i suoi risvolti democratici-mazziniani) dal governo sabaudo.
Eppure, nella ricorrenza del 150º anniversario dell'Unità d'Italia, sono rispuntate certe tesi di matrice neo-borbonica e hanno riscosso nel contempo larga udienza in vari mass media alcune sortite pubblicistiche strumentali, accomunate sostanzialmente dall'intento di addebitare il crollo del Regno del Sud sia a un disegno egemonico di colonizzazione del Mezzogiorno concepito scientemente da Cavour sia a un ben architettato complotto internazionale ordito da Francia e Inghilterra (pur concorrenti fra loro per le rispettive logiche diplomatiche e d'interesse) al fine di impadronirsi delle risorse più appetibili della Sicilia e del Napoletano. D'altra parte, questo genere di asserzioni mistificanti, il cui obiettivo autoconsolatorio è di addossare i malanni del Meridione alla «conquista piemontese», hanno fatto il paio con quelle alimentate nello stesso periodo dai paladini del movimento leghista, secondo cui il Nord avrebbe subito assai più danni che vantaggi in seguito all'annessione del Mezzogiorno. Di qui la tendenza a contrapporre polemicamente alla «questione meridionale» una «questione settentrionale».
Risulta perciò essenziale, per evitare che il discorso pubblico sia viziato dal sopravvento di preconcetti e stereotipi di un revisionismo altrettanto rozzo che di facile maneggio, quanto utile per l'acquisizione d'ulteriori elementi di conoscenza e di giudizio, che la parola rimanga agli storici. E in proposito è uscito adesso un saggio, quello di Renata De Lorenzo, che va segnalato in quanto offre, sulla base di una vasta documentazione, una valutazione realistica delle cause che determinarono il progressivo deperimento del Regno delle Due Sicilie e finirono così per segnarne l'estinzione.
Non è, beninteso, che nella dinastia borbonica albergassero fin dall'inizio dei germi tali da condannarla fatalmente al decesso: benché la sua restaurazione nel 1815 fosse stata macchiata da altre brutali repressioni (dopo le stragi perpetrate nel 1799 per mano delle bande sanfediste).
Il fatto è che nei decenni successivi s'andarono moltiplicando i bacilli di un morbo endemico consistente nella perpetuazione di un regime dispotico che, frammisto a un autoritarismo paternalista con l'avvento al trono nel 1830 di Ferdinando II, non giunse in un frangente politico cruciale, tra il 1848 e il 1849, ad assumere e a sancire poi un'esplicita connotazione e legittimità di carattere costituzionale. Di qui, dopo il ritorno in auge del vecchio regime codino e poliziesco, la persecuzione degli esponenti liberali e il forzato esilio di alcuni insigni intellettuali.
D'altra parte, c'era voluto negli anni Venti l'intervento da Vienna di Metternich per indurre i Borboni a varare alcune riforme amministrative. E vani furono dopo di allora i tentativi di alcuni ministri per convincere i sovrani a mitigare, nell'interesse della Corona, un indirizzo assolutistico: così da non seguitare ad alimentare il tradizionale antagonismo della Sicilia con Napoli (tant'è che si susseguirono nell'isola diversi moti con accenti chiaramente separatisti) e da evitare il ricorso al pugno di ferro anche nel caso di sommosse e agitazioni popolari dovute alle grame condizioni di vita della gente quando non alle conseguenze disastrose di alcune calamità naturali.
Per di più la marcata e persistente affiliazione della monarchia borbonica all'Austria, la capofila della Santa Alleanza, e alla Russia e alla Prussia, le altre due potenze ultrareazionarie, aveva finito per inimicarle la Francia e l'Inghilterra e renderla comunque invisa alla loro opinione pubblica. Essa si trovò poi totalmente spiazzata quando Cavour, grazie alla partecipazione del Piemonte alla guerra di Crimea, ottenne al congresso di Parigi del 1856 l'apertura di un'apposita riunione per denunciare, insieme all'invadente presenza austriaca nella Penisola, la politica oppressiva di Ferdinando II.
In sostanza, da quanto risulta anche dal profilo d'insieme tracciato dall'Autrice di quest'ultima ricerca, non si può certo dire che il regno dei Borboni fosse davvero «felice e prospero» come hanno conclamato alcuni suoi fervidi nostalgici, balzati recentemente alla ribalta delle cronache. Tanto più se si considera lo stato di permanente arretratezza economica che affliggeva, salvo il circondario di Napoli e qualche altra zona, gran parte del Mezzogiorno continentale e insulare nonché il diffuso clima di malessere sociale della sua popolazione, sfociato talora in rivolte locali o nel brigantaggio.
Di fatto, un regime già strutturalmente vulnerabile, privo di una robusta e qualificata classe dirigente, e screditato sul piano internazionale, venne poi affossato definitivamente nel 1860 anche dall'inettitudine o dal passaggio all'altro campo dei suoi generali, dall'abbandono nell'emergenza dei suoi tradizionali alleati, e dalla conversione antiborbonica della camorra all'avvicinarsi di Garibaldi alla capitale partenopea. Dal canto suo, il depresso e bigotto Francesco II, succeduto al padre nel maggio 1859, dopo essersi illuso di poter scongiurare il peggio arroccandosi su un inerte quanto ambiguo conservatorismo, finì per lasciare alla giovane consorte, la bella e volitiva Maria Sofia di Baviera, la guida dell'estremo tentativo di resistenza, per l'onore delle armi, di quanto era rimasto in piedi dell'esercito borbonico asserragliato nella fortezza di Gaeta.



-L'ENORME DEBITO PUBBLICO DEL REGNO DELLE DUE SICILIE E LA CONVENZIONE CON I ROTHSCHILD-
Grazie ad Erica Del Giusto.

https://www.facebook.com/72179608793827 ... 4371332107

Come molti di voi sapranno, negli ultimi anni si è fatto un gran parlare negli ambienti neo-borbonici della solidità (se non addirittura della ricchezza) delle finanze del Regno delle Due Sicilie, le cui ingenti risorse, dopo l'unificazione, avrebbero permesso, secondo alcuni, ai primi governi italiani di ripianare i bilanci disastrati del Regno di Sardegna e avrebbero consentito all'Italia di avere un solido avvio finanziario. Ora, è arcinoto che non vi fu, dopo l'unificazione, nessun "solido avvio finanziario" dell'Italia, le cui finanze, anzi, dettero da penare ai governanti della destra storica.
A tal proposito, l'insigne storico Valerio Castronovo scrisse: "All'indomani del 1861, il nuovo Stato unitario dovette infatti affrontare una situazione d'assoluta emergenza, determinata innanzitutto dall'assunzione dei debiti degli Stati preunitari e dalle spese militari sostenute dal Regno di Sardegna per le guerre d'indipendenza. Inoltre, dopo d'allora, vennero ad aggravare il debito pubblico e il disavanzo finanziario tanto i provvedimenti per l'unificazione amministrativa e quelli per la realizzazione delle prime infrastrutture che gli oneri straordinari delle operazioni militari, susseguitesi per vari anni, al fine di reprimere il brigantaggio nel Meridione, fomentato dai tentativi di rivalsa dei Borboni e dall'avversione del clero nei confronti del nuovo regime liberale." ( V. Castronovo, "Storia economica d'Italia", p. 26).
Dunque, non solo le finanze borboniche non contribuirono in nessun modo a rinsanguare quelle, prima, del Regno di Sardegna e, poi, del Regno d'Italia, ma furono una delle cause del difficilissimo avvio finanziario del nuovo Stato unitario. A questo proposito, un quadro chiaro e sintetico della situazione finanziaria del Regno delle Due Sicilie alla vigilia dell'unificazione ce lo ha lasciato uno dei più grandi storici del Risorgimento, Alfonso Scirocco (per la cronaca, era una napoletano verace, nonché un profondissimo conoscitore dei documenti relativi al Regno delle Due Sicilie conservati nell'Archivio di Stato di Napoli).
Egli, sulle finanze del Regno borbonico, scrisse: "Com'è noto, il governo borbonico, mantenutosi sempre fedele al criterio di limitare la spesa pubblica per contenere il peso fiscale, non riuscì ad impedire l'accumularsi di un annuo disavanzo che dal 1848 al 1859 raggiunse un totale di 31.610.460,64 ducati, a cui si fece fronte con l'alienazione di rendita pubblica. Il disavanzo si aggravò tra la fine del 1859 ed i primi mesi del 1860 a causa delle vicende italiane, che costrinsero la monarchia borbonica a pesanti spese militari. Anche in questa occasione si ricorse alla creazione di rendita pubblica e per favorirne la vendita senza provocare ribassi il governo concluse una convenzione con la casa Rothschild, per mezzo delle quale alienò una partita di rendita di ducati 200.000 nell'ottobre del 1859 ed una seconda partita di ducati 100.000 nel maggio del 1860. Dopo lo sbarco vittorioso di Garibaldi in Sicilia le condizioni del Tesoro napoletano peggiorarono rapidamente, perché vennero a mancare i contributi pagati dalla Tesoreria Generale di Sicilia, ed il delinearsi di una crisi economica sconsigliò il ricorso al comodo espediente dell'emissione di buoni presso il Banco delle Due Sicilie. Già il 5 giugno il disavanzo per il 1860, previsto originariamente in ducati 5.500.000, saliva a ducati 9.170.000 nelle previsioni del ministro delle Finanze, che perciò proponeva la creazione di ducati 400.000 di rendita da utilizzare per gli immediati bisogni del tesoro" (A. Scirocco, "Governo e paese nel Mezzogiorno nella crisi dell'unificazione", pp. 57-58). Ora, se teniamo presente che, mediante il decreto dittatoriale del 24 settembre 1860, il governo di transizione di Napoli ragguagliò il ducato a lire 4,25, si potrà facilmente calcolare a quanto ammontasse l'enorme debito pubblico del Regno delle Due Sicilie prima e durante le fasi convulse dell'unificazione. Inoltre, Scirocco menziona l'accordo che i Borbone siglarono con la Casa Rothschild nel 1859, allo scopo di mantenere i titoli del debito pubblico del Regno delle Due Sicilie appetibili sul mercato; in altri termini, i titoli, mediante l'azione interessata dei Rotchschild, furono venduti a condizioni fuori dal mercato ordinario, con un interesse molto più basso di quanto la disastrata condizione finanziaria del Regno avrebbe consentito (la Convenzione con la Casa Rothschild fu stipulata il 17 ottobre del 1859; i documenti ad essa relativi si trovano nell'Archivio di Stato di Napoli, nella categoria riguardante i documenti del Ministero delle Finanze, fascio 14.345). Pertanto, a mio parere, la Convenzione con Rotschild smentisce le conclusioni dello studio della Stéphie Collet, la quale, analizzando di recente l'unificazione dei debiti pubblici degli stati preunitari italiani, aveva sostenuto che il basso tasso d'interesse dei titoli di stato del Regno delle Due Sicilie rispetto al Regno di Sardegna dipendeva dallo stato florido della finanza pubblica del primo rispetto al secondo. Cara professoressa Collet, non si rammarichi troppo: da storica della finanza lei ha commesso il tipico errore degli statistici, e, cioè, quello di guardare i numeri senza domandarsi come essi fossero stati storicamente determinati.


Tu che “ma il Sud prima era più ricco del Nord”, ci hai abbuffato la uallera!
Nesis Bi
2015/12/18

http://www.soldatoinnamorato.it/2015/12 ... la-uallera

Premetto che sono napoletana, scugnizza per scelta; nata e cresciuta in uno dei quartieri più disgraziati, popolari e popolati della città. Amo, adoro, vivo per le mie radici. Partenope è la mia ragione di vita e sono orgogliosamente fiera di lavorare per la città, da microscopico ingranaggio di quella favolosa macchina del turismo che finalmente sta iniziando a faticare bene.
Ma io una cosa la devo dire, nun cià facc’ chiù. E’ vero che qui siamo tutti liberi di esprimere le nostre idee ma mo stamm esagerann un po’ troppo. Con la malsana abitudine di condividere sui social idee altrui, non ci azzardiamo manco se ci pagassero ad informarci in maniera indipendente. Oramai l’informazione della massa è fatta da titoli di articoli più o meno accreditati senza andare a cercare di capire se quanto scritto sia attendibile al 100%. Non ci poniamo il dubbio se possa esistere o meno una verità nel mezzo.
Detto ciò, lasciatemi sfogare un po’!
Tu che continui a condividere quei link e video sui primati del Sud nel periodo borbonico, tu che ad ogni cuollo di cazzo te ne esci con frasi del tipo “noi al Sud avevamo le industrie” o “noi al Sud avevamo ricchezza” e ancora “noi siamo stati sfruttati” o “noi siamo stati derubati”, ci hai abbuffato la uallera!
Noi meridionali, noi napoletani, noi popolo stevm ‘nguaiati!!!
Si, avevamo il bidet, ma si sciacquavano gli attributi solo i reali e i nobili tra un intrallazzo e l’altro. Noi eravamo sporchi. Noi avevamo peste e colera.
Noi abitavamo nei fondaci! Che non sono villette monofamiliari frontemare con discesa privata abbasc’ a marechiaro, no! I fondaci non erano manco case. Erano dei magazzini, costruiti per essere appunto tali, dei depositi di conventi e palazzi aristocratici, fatti di cellette senza né finestre né aperture per areazione che noi, senza manco gli occhi per piangere, siamo stati costretti ad occupare ed abitarci per secoli. Per la città se ne contavano parecchi ed in ognuno ci vivevano centinaia di famiglie, accatastate l’una sull’altra, dove non esistevano né cessi né fogne. Si pisciava in pubblico, nel cortile dove i nostri figli giocavano e pariavano, mentre altri escrementi cadevano giù, per finire sempre in mezzo a ‘sto cortile, da buchi ricavati nelle cucine. La sera si dormiva a turni per difendere la famiglia dagli attacchi delle zoccole. E ogni giorno si scoprivano malattie nuove. Si è dovuto aspettare una delle più grandi e devastanti esplosione di colera del 1884, che ha registrato circa 7mila morti solo a Napoli (praticamente quasi il 50% dei morti registrati in tutta Italia), per decidere la distruzione di ‘sti fondaci.
Noi siamo un popolo di illegali e abusuvi, anche quando ci danno le possibilità di operare in regola. No, nuje simm megl’! Nuje ce ne futtimm de regole! Ci costruiscono un quartiere dove poter conciare tranquillamente e onestamente le nostri pelli e a nuje nun ce ne fott! Continuiamo a conciare pelli, a lavorare saponi, a preparare pitture e coloranti nelle nostre case, sversando ogni tipo di materiale di scarto, rifiuti e sostante nei pozzi sotto casa, per strada. Tant’ nisciun ver’! Mica quelli sono i pozzi dove raccogliamo l’acqua che beviamo e con la quale ci laviamo?! Noi non siamo parte di quella nobiltà che può permettersi pozzi e cisterne private, noi usiamo quelle centenarie caverne scavate nel tufo per conservare la nostra amata acqua.
E poi noi siamo un popolo di ignoranti e analfabeti, dove ideali come libertà ed uguaglianza, vista l’arretratezza sociale in cui vivevamo, non hanno attecchito. Perchè noi quei giornaletti scritti da quattro disgraziati intellettuali che si so fatti uccidere per questi ideali non li abbiamo capiti, perchè noi non sappiamo leggere.
Io mo non è che voglio dare ragione agli “altri”, ma continuare a dare continue colpe ai nordisti, continuare a fare le vittime innocenti, convinti che se stamm accussì rovinati non è per demerito nostro ma per sfruttamento altrui è oggi, nel 2015, da emeriti coglioni.
Pecchè siamo sempre noi che la inguaiamo sta città. Siamo noi che non la rispettiamo e non rispettiamo soprattutto il suo glorioso passato. Nun ce sapimm tenè niente! Ancora oggi ittamm e bust’ da mmunnezz fuori la chiesa do Priatorio, fotografata da migliaia di turisti. Un centro storico unico al mondo, il più grande centro storico patrimonio dell’UNESCO e nuje che facimm?? ‘O trattamm ‘na chiavica!
E basta a dare colpa alla politica, all’amministrazione. Noi siamo corrotti nell’anima, da sempre! Perchè ci fa comodo avere lo zio ca fatic’ ‘o comune e ce fa e certificat senza pagare, o nu frat poliziotto che ci toglie la multa presa in divieto di sosta. Una conoscenza esce sempre per apparare. Siamo fatti così, nun ce sta nient ‘a fa.
Facimmc “storicamente” n’esame di coscienza e luamm man’ qualche volta. Che tanto tanto furbi e scaltri non lo siamo mai stati.
Si stamm accussi inguaiati forse un po’ di colpe le abbiamo anche noi!

Questo “siamo” “simm”, è sicuramente una barbara generalizzazione perché di civiltà, ingegno e passione Napoli ne è piena. Ma è barbaro pure ritenere che uno sia meglio di un altro solo per il fatto di essere nato a Napoli. Non basta nascerlo, bisogna onorarlo ogni giorno.

Magari scrivendo qualche stronzata autocelebrativa in meno, non guasterebbe.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Il sud della penisola italica - i meridionali

Messaggioda Berto » ven mar 09, 2018 9:57 am

Il Cnr di Montelibretti ha un record: i parenti assunti
Nella struttura più grande del Consiglio nazionale delle ricerche, alle porte di Roma, una lunghissima lista di familiari sotto contratto. Ci sono famiglie con sei membri all'interno. "Un lavoratore su tre è entrato così". Il responsabile dell'Area: "Niente di strano, i concorsi non prevedono barriere per chi porta lo stesso cognome"
di CORRADO ZUNINO
21 febbraio 2018

http://www.repubblica.it/scuola/2018/02 ... -189391037

MONTELIBRETTI (Roma) - Rita Mannocchi è collaboratrice amministrativa del Cnr di Montelibretti, la prima e più estesa area di ricerca del prestigioso Consiglio nazionale. Settecento dipendenti, teoricamente di primo livello, 15 istituti in una struttura di 37mila metri quadrati. Un gioiello della ricerca pubblica italiana. Rita Mannocchi, dipendente a tempo indeterminato dell'Istituto per lo studio dei materiali nanostrutturati, è sorella di Antonio che, geometra, al Cnr di Montelibretti a lungo è stato un collaboratore tecnico: ha gestito i sistemi infrastrutturali e dell'edilizia nello stesso istituto. Da due mesi è andato in pensione, ma è ancora operativo: nell'Area di ricerca Rm1 ti lasciano mettere a posto le carte prima di congedarti. Antonio ha una figlia, Sara, che oggi è segretaria particolare del direttore dell'Isgi, gli studi giuridici del Cnr centrale. Rita, Rita Mannocchi, ha pure un marito. È Mauro Lora e lui ha lavorato fino a due stagioni fa proprio all'istituto multidisciplinare dei materiali "nano". Mauro Lora (e la moglie Rita) hanno un figlio, Andrea: è stato assunto a Montelibretti come collaboratore del servizio reti, poi si è licenziato e nel settembre 2016 è andato all'estero. Silvia Lora invece, sorella di Andrea, è collaboratrice tecnica. Racconta sui social che vive a New York, ma l'altro giorno ha risposto dalla sua scrivania nell'ufficio generale di piazzale Aldo Moro, a Roma: "Mi perdoni, non posso parlarle delle mie parentele". Poi ha riso. Sono sei i Mannocchi-Lora passati al Cnr di Montelibretti, si sono tirati dentro uno dopo l'altro. Tre sono ancora qui. Si usa così al chilometro 29,3 della Salaria.

L'AUTISTA PROMOSSO ALLE RETI INFORMATICHE
Il gioiello alle porte di Roma è stato divorato dal familismo - una forma acuta di familismo, in questo caso - e oggi qui regnano le casate. In particolare negli uffici tecnici, spesso affidati a personale non qualificato. La questione incide direttamente sulla qualità della ricerca, in declino. Sono quattro gli Agostini accasati a Montelibretti Park. Tutti tecnici e amministrativi. Chi lavora ancora all'Istituto dei materiali nano, chi (e sono due) all'Istituto del Mediterraneo antico. Tre sono fratelli. Giovanni, il capo tribù, nasce come autista e dopo un incidente lo hanno promosso allo sviluppo delle reti informatiche nell'Istituto di Cristallografia. Nell'84 e poi nel '91 sono entrati i suoi due consanguinei: Enrico e Marialuisa. Enrico, oggi operatore di settimo livello, nel tempo ha trasformato il locale tecnico dell'istituto scientifico in un'area di smercio ortofrutticolo. A inizio giugno è uso portare in Cnr le ciliegie dell'azienda di famiglia, a fine ottobre l'olio (su prenotazione). Primizie della Sabina. Nei giorni della raccolta si prende le ferie. Nel 2012 nel Consiglio nazionale della ricerca sulla Salaria - struttura chiamata a confrontarsi su un piano scientifico con i Max Planck Institutes tedeschi e il Cnrs francese - è entrata la seconda generazione degli Agostini. Con Francesca, che ha appena usufruito di uno scorrimento di graduatoria mirato: è entrata a tempo indeterminato. In queste ultime stagioni, i nipoti della stirpe hanno iniziato a frequentare l'area come stagisti.

Lo chiamano "accollo". Si inizia con un contratto a tempo contingentato pagato con fondi esterni all'Ente e, quando il finanziamento finisce, il rapporto viene trasferito sui fondi centralizzati del Cnr rendendo il contrattista un inamovibile precario di Serie A: non appena avrà raggiunto i requisiti temporali, un concorso, spesso con procedura riservata, lo renderà di fatto e di diritto un lavoratore per sempre.

UN SISTEMA NATO NEGLI ANNI SETTANTA
La famiglia Berti annovera tre assunti, con i due pargoli introdotti a corte da papà Antonio: il primo nel 2010 e il secondo lo scorso febbraio. Antonio è il responsabile Uil di questa area di ricerca e sbatte il telefono alla domanda sui famigli: "Questi discorsi non mi interessano". È forte anche la Cisl, nel passato chiedeva un tesseramento obbligatorio ai neoassunti. Molti sono, infatti, figli dell'inventore del "sistema Montelibretti", il dirigente sindacale Paolo Fiordiponti. Altro evo politico e sindacale: l'inizio dei Settanta quando la struttura fu fondata. Sesto Viticoli, ex direttore del Dipartimento di progettazione molecolare, influente dirigente iscritto alla Cisl, ha lasciato in eredità al Cnr di Roma il figlio Andrea e pure la nuora. Per dire.

Gli Angelini sono tre. Il padre è Giancarlo, intelligente direttore dell'Istituto delle metodologie chimiche (Imc), ora in pensione. Ha la figlia Barbara alla valorizzazione della ricerca, in sede, e il figlio Andrea, un archeologo, nella provincia Far West. Poi gli Incletoli: tre. Papà Angelo è l'attuale segretario Cisl dell'area di Montelibretti. Sono arrivati, quindi, il fratello e, irrinunciabile, la figlia. Tre i Rosati: il padre e due figli, di cui uno "in coda" per un contratto e l'altro spostato a Roma. Accade spesso: si assume in periferia e poi si trasloca il privilegiato nella più comoda e prestigiosa sede centrale. Tre i Gallo-Maiuri-Pizzichemi (stessa famiglia) e il terzo, Piersaverio, è entrato perché sapeva lo spagnolo, competenza non proprio centrale in una funzione tecnica. Sono state diverse le contestazioni per concorsi ritagliati su figure specifiche, praticamente uniche. I parenti più raffinati, abbiamo visto, si sono sistemati in tre con tre cognomi diversi: il capofila, e questo è un altro caso, il cognato, il genero. Nessuno si è accorto di niente.

Tre i Palozzo-Davanzo: fratello, sorella e moglie del fratello. Tre i Lilla compreso il capofamiglia Gaetano, oggi pensionato: tutti sono o sono stati a Metodologie chimiche, vicini vicini. Tutti con la stessa qualifica: collaboratore tecnico. Tre i Paciucci sulla scia di papà Rinaldo, direttore di Fisica sanitaria ora in pensione. Renzo Simonetti, responsabile dell'intera Area di ricerca, una vita nella Cisl, ha assunto il brillante figlio Marco facendogli saltare la fila formata da lavoratori precari. Ora il padre dice: "Anche Marco è stato un precario e poi ha vinto un concorso. È entrato all'Istituto di Cristallografia come tecnico, alla progettazione. Tutti questi familiari a Montelibretti? Non ci trovo niente di strano. I concorsi sono allestiti dalla struttura centrale e non prevedono barriere per chi porta lo stesso cognome, le procedure sono state corrette. Andate a vedere negli altri enti, nelle altre istituzioni pubbliche".

Qui, Area Roma1, almeno due assunti imparentati sono la regola. Si registrano con i De Mico, padre e figlia alla stessa scrivania dei Beni culturali, i Quinto, i D'Eredità, i Lancia, i De Simone. Il posto di lavoro si tramanda. O diventa calamita per nuovi posti da assegnare a consanguinei. I beneficiari sono quasi sempre residenti, domiciliati o frequentanti i vicini paesi di Palombara e Montopoli. Un gruppo di esclusi e sottomansionati ha calcolato che un lavoratore su tre, al Cnr de' noantri, è parente di un interno.

RICERCATORI ALLONTANATI, AMMINISTRATIVI DENTRO
Per far entrare frotte di tecnici e amministrativi di famiglia, dai laboratori hanno mandato via ricercatori storici: contratto a tempo esaurito, non si rinnova. Alla caccia del posto liberato, psicologi sono diventati tecnici informatici, medici sono stati assunti nell'area ingegneristica, laureati in Legge hanno iniziato a frequentare i laboratori di Cristallografia, laureati in Teologia sono stati affidati all'amministrazione. E chi è stato licenziato per aver vinto un concorso con titoli falsi, dopo undici giorni è stato riassunto con qualifica e stipendio irrobustiti.

Dallo scorso marzo il presidente dell'Area di ricerca 1 è Michele
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Muccini che, tra l'altro, dirige il congestionato istituto dei materiali nanostrutturati. Contattato, dice: "So che sono circolate informazioni sul reclutamento di famiglia, ma io non ho ricevuto esposti. L'anticorruzione e il direttore generale faranno le loro valutazioni".




"Un cricca dietro gli appalti per il Cnr"Napoli, otto in manette per corruzione
laura anello
2012/02/20

http://www.lastampa.it/2012/02/20/itali ... agina.html

La nomina a provveditore alle Opere pubbliche in cambio di notizie segrete su una gara d’appalto. Proprio mentre è altissima l’attenzione sulla corruzione e sui danni economici che provoca al Paese, i carabinieri del Noe svelano l’accordo tra dirigenti pubblici, imprenditori e colletti bianchi per pilotare un appalto milionario: quello per la realizzazione della sede del Cnr nel quartiere di Fuorigrotta; erano già in atto, invece, le manovre per accaparrarsi un altro appalto eccellente, quello per il restauro dell’ex carcere di San Francesco, già sede della Pretura, che ospiterà le commissioni tributarie.

Otto le persone arrestate oggi, tra cui Angelo Palazzo, capo ufficio tecnico del Provveditorato per la provincia di Napoli. Era lui, secondo gli inquirenti, che aspirava a ricoprire la carica di provveditore estromettendo quello in carica, Giovanni Guglielmi; per realizzare la sua ambizione, Palazzo fornì al costruttore Carlo Coppola, tramite il mediatore Carlo Romano, notizie riservate sulle offerte presentate da altre imprese. Vincenzo D’Agostino, direttore tecnico del Provveditorato, ritoccò allora la proposta di ribasso presentata da Coppola, portandola dal 33 al 46 per cento per renderla più vantaggiosa. A causa di imprecisioni nelle informazioni fornite da Palazzo, tuttavia, Coppola non si aggiudicò la gara, regolarmente espletata da un’altra impresa.

A nominare Palazzo nuovo provveditore alle Opere pubbliche dovevano essere, nelle speranze degli indagati, i vertici del ministero delle Infrastrutture. Pasquale Pedana, costruttore e consigliere dell’Unione nazionale sindacati autonomi (Unsiau), con velleità di creare un movimento politico al Sud, aveva ottenuto ampie assicurazioni da Giuseppe Cantoni, segretario nazionale del sindacato ed esponente della Lega Nord, che è indagato per corruzione. «Cantoni - scrive nell’ordinanza il gip Egle Pilla - ha avanzato ai vertici della Lega, suo partito di riferimento, la candidatura di Angelo Palazzo a nuovo provveditore interregionale alle Opere pubbliche per la sede di Napoli e, pur non potendo assicurare la nomina di Palazzo con assoluta certezza, fornisce ampie rassicurazioni in merito a Pasquale Pedana. Anche Cantoni sembra trarre un vantaggio da tale nomina, convenendo proprio con Pasquale Pedana sulla convenienza di avere un proprio uomo di riferimento in quell’incarico strategico».

Dalle intercettazioni telefoniche emergono i progetti del gruppo: una volta ottenuta la promozione di Palazzo a provveditore, Pasquale Pedana e Carlo Romano avrebbero «risolto tutti i problemi per le generazioni future». In ballo «ci sono circa 280 miliardi» e bisogna «mettere gli uomini giusti al posto giusto». Ma parlare al telefono con Palazzo è rischioso e allora Vincenzo D’Agostino, fino a poche settimane fa assessore all’Ambiente di Sant’Antimo (Na) per il centro destra, così istruisce Romano, esortandolo a chiamare «studenti» le ditte che concorrono all’appalto del Cnr: «Devi dire: Angelo, tu mi hai dato cinque nomi di studenti che erano bravi, quindi agli esami saranno ammessi solo quei cinque. Gli altri non sono bravi, non vengono ammessi. Hai capito come gli devi dire per fargli capire?». Detto fatto: pochi minuti dopo, Carlo Romano chiama Angelo Palazzo e gli chiede: «A parte quei tre, gli studenti che presero a Diritto penale 30 quanti ne erano?». In questo modo, chiarisce il gip, Romano ottiene conferma che le ditte con punteggio pari a 30 punti sono due, ed è perciò che l’operazione è stata chiamata «30 e lode».




Peculato e concussione, arrestato funzionario Cnr Napoli
27 marzo 2017

http://www.napolitoday.it/cronaca/arres ... apoli.html

I militari del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Napoli hanno dato esecuzione, questa mattina, ad un ordine di fermo emesso dalla Sezione reati contro la Pubblica Amministrazione della Procura di Napoli, nei confronti di un funzionario del Consiglio Nazionale delle Ricerche, gravemente indiziato per i delitti di peculato e concussione commessi dal 2011 al 2015.

Dall'inchiesta, coordinata dal Procuratore aggiunto Alfonso D'Avino, è emerso che il funzionario, ex segretario amministrativo dell’Istituto Ambiente Marino Costiero del Consiglio Nazionale delle Ricerche, si sarebbe appropriato di oltre 1 milione di euro di pertinenza del Cnr.

Le indagini sono state avviate a seguito di verifiche interne dell'istituto, culminate in una denuncia presentate dal direttore generale del Cnr alla Procura partenopea.

Nel corso delle indagini sono state effettuate anche perquisizioni in casa del funzionario, che hanno consentito il rinvenimento di parte del materiale oggetto di appropriazione.



I fondi del Cnr in mano alla Mafia
27 marzo 2017

http://notizie.tiscali.it/cronaca/artic ... alla-mafia

I fondi elargiti dal Cnr, finiti nelle mani del capomafia Matteo Messina Denaro, e gli accordi presi sotto banco dai cuochi stellati con critici gastronomici e case fornitrici dei prodotti, saranno le inchieste destinate a tenere gli spettatori incollati alla tv nel corso della prima puntata della nuova stagione di Report, su Rai3. Per quanto riguarda il primo fatto, viene anticipato dalla trasmissione, condotta non più da Milena Gabanelli ma Sigfrido Ranucci, ci saranno testimoni esclusivi. "Ho visto Matteo Messina Denaro - dice un dipendente del Consiglio Nazionale delle Ricerche - davanti la sede del Cnr di Capo Granitola”. Stando al testimone un filo nero collega le attività del Cnr, che vanta budget per miliardi di euro, 7 dipartimenti e ben 8000 dipendenti, ai fiancheggiatori di Messina Denaro.

Così la mafia ottiene i soldi destinati ad altri progetti

L’Istituto, soggetto proprio di recente ad una indagine interna volta a scoprire l’effettiva utilizzazione dei finanziamenti ricevuti, avrebbe sostenuto delle “spese pazze”. Il denaro destinato alla ricerca, in diversi casi, sarebbe stato utilizzato per comperare giochi gonfiabili per bambini, vini, ortaggi, pregiati tappetti persiani e persino smartphone spariti nel nulla. Ma tra le tante spese poco chiare quella più inquietante parrebbe quella destinata al finanziamento all’Istituto per l’ambiente marino costiero, dietro il quale, svela il giornalista ci sono personaggi riconducibili al super latitante Messina Denaro.

Miliardi di euro sottratti alla ricerca

Per dirottare quei fondi dai conti del Cnr, fondi che ammonterebbero a oltre un miliardo e duecento milioni di euro, sarebbero stati presentati falsi progetti e contratti sui quali sono state apposte firme altrettanto fasulle. Come riporta il Corriere.it si è riusciti a venire a capo della vicenda soltanto dopo le rivelazioni di Laura Giuliano, nipote di Boris Giuliano, il capo della squadra mobile di Palermo ucciso nel 1979 dalla mafia. Per due anni, dal 2014 al 2016 ha diretto l’istituto e in quel periodo ha raccolto materiale a sufficienza per far scoppiare il caso.

Un'altra inchiesta coinvolge gli chef stellati italiani

L’altra inchiesta cardine della puntata si intitola invece “Sotto le stelle” e tenta di svelare il funzionamento del mondo della ristorazione. Chef stellati che, denuncia Report, sono spesso sponsorizzati da fornitori e critici delle più prestigiose guide. Per dirne una, i 334 ristoranti stellati Michelin in Italia fatturano complessivamente 260 milioni. Ma nelle loro cucine ci sono spesso stagisti delle scuole alberghiere invogliati a lavorare gratis nella speranza di una futura assunzione.
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Re: Il sud della penisola italica - i meridionali

Messaggioda Berto » ven mar 09, 2018 10:02 am

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