Democrazia etnica, apartheid e dhimmitudine

Democrazia etnica, apartheid e dhimmitudine

Messaggioda Berto » mer mar 29, 2017 9:17 am

Democrazia etnica, apartheid e dhimmitudine
viewtopic.php?f=141&t=2558


La democrazia non è questione di numeri ma di valori, dove non comanda la volontà del numero maggiore ma il rispetto dei diritti umani universali.

Consentire al nazismo maomettano dell'Umma islamica o mussulmana di diventare maggioranza democratica comporta la morte della Democrazia e la violazione dei Diritti Umani Universali, la persecuzione delle minoranze in ogni paese del mondo e nel caso degli ebrei di Israele la fine della loro libertà e l'inizio dei una nuova Shoha.



Questa è la consegna di Maometto a tutti i suoi seguaci mussulmani:

" ... nel marzo 632 Maometto affermò, nel suo discorso d’addio:
“Mi è stato ordinato di combattere tutti gli uomini fino a quando non diranno che non c’è altro Dio fuori di Allah”.

Ogni buon maomettano o mussulmano o islamico deve stare alla consegna di Maometto come ordinato da Allah, chi non lo facesse non sarebbe un vero mussulmano. Quindi a tutti i non mussulmani della terra, tra cui gli ebrei di Israele, non resta che la legittima difesa dall'aggressione islamica.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Democrazia etnica, apartheid e dhimmitudine

Messaggioda Berto » mer mar 29, 2017 9:20 am

Democrazia etnica
https://it.wikipedia.org/wiki/Democrazia_etnica

La democrazia etnica è una forma di governo democratica in cui un gruppo etnico-religioso e il suo punto di vista predomina nettamente anche se sono garantiti i diritti civili e politici a tutti. In questa forma di governo sia gli appartenenti al gruppo etnico predominante, sia le minoranze sono in grado di partecipare al processo politico di formulazione delle decisioni e in questo si differenzia dalla etnocrazia, nella quale il diritto di voto può essere limitato ad un gruppo etnico solo (Herrenvolk).

Il termine "democrazia etnica" fu introdotto dal sociologo Sammy Smooha dell'Università di Haifa in un libro pubblicato nel 1989.

Smooha definisce 8 passaggi fondamentali nella formazione di una democrazia etnica[3]:

Il nazionalismo etnico identifica i principi dello stato con i valori propri del gruppo etnico predominante (non necessariamente per numero di persone);
Lo stato identifica l'adesione al gruppo etnico con la cittadinanza;
Lo stato diventa controllato da quel gruppo etnico;
Lo stato è una delle forze principali che mobilita il gruppo etnico;
Individui non concordi con il gruppo etnico predominante non sono in grado di ottenere dritti civili o politici completi o risulta molto difficultoso.
Lo stato permette ai gruppi etnici minoritari di formare organizzazioni parlamentari ed extraparlamentari e, benché minoritarie diventano organizzazioni molto attive, complice la differenza di diritti fra i gruppi etnici;
Lo stato percepisce questi gruppi come minacce.
Lo stato impone forme di controllo su questi gruppi.

Smooha definisce anche 10 condizioni che possono portare allo stabilirsi di una democrazia etnica[3]:

Il gruppo etnico predominante costituisce un solida maggioranza numerica.
Il gruppo etnico predominante è l'etnia numericamente più grande, anche se non è maggioritaria.
Il gruppo etnico predominante è fortemente legato alla democrazia (es. è il gruppo che l'ha instaurata).
Il gruppo etnico predominante è un gruppo indigeno.
Le minoranze etniche sono alloctone.
I gruppi etnici minoritari sono frammentati in molti gruppi.
Il gruppo etnico predominante ha subito un fenomeno di Diaspora.
Le terre d'origine dei gruppi etnici sono coinvolte.
C'è un interesse internazionale sulla vicenda.
C'è stata una transizione da un regime non democratico.


Israele
Sammy Smooha ritiene che Israele possa essere considerato come l'archetipo della democrazia etnica.

Lettonia ed Estonia
Gli studiosi si dividono sulla classificazione della Lettonia e dell'Estonia, spaziando dalla liberaldemocrazia alla democrazia etnica all'etnocrazia. Priit Järve, Senior Analyst allo European Centre for Minority Issues, ha applicato il modello di Smooha sull'Estonia e sostiene che essa sia a metà strada fra una democrazia etnica e un sistema di controllo di polizia.

Slovacchia
« La costruzione dello stato e della identità nazionale in slovacchia sono progettato per instaurare l'etnia slovacca come l'unica nazione [sul territorio] e per prevenire ogni segno di altro nazionalismo. Questo obiettivo è chiarito nel preambolo della costituzione slovacca che comincia con le seguenti parole: "Noi, la nazione slovacca, conoscendo l'eredità politica e culturale dei nostri predecessori, l'esperienza acquisita attraverso secoli di lotta per la nostra esistenza nazionale e statale..." »
(Smooha , S. The model of ethnic democracy, European Centre for Minority Issues, ECMI Working Paper # 13, 2001, pp 64-70.)

???
Democrazie islamiche
Alcune democrazie islamiche riconoscendo l'Islam come unica religione di Stato, sono democrazie etniche identificando l'appartenenza allo stato con i valori dell'etnia predominante.
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Re: Democrazia etnica, apartheid e dhimmitudine

Messaggioda Berto » mer mar 29, 2017 9:21 am

Nazismo maomettano = Islam = dhimmitudine = apartheid = razzismo = sterminio
viewtopic.php?f=188&t=2526


Dhimmitudine
https://it.wikipedia.org/wiki/Dhimmitudine

Dhimmitudine è un neologismo derivante dall'arabo dhimmi, usato per definire la discriminazione verso i non islamici da parte dei musulmani. Dhimmi (dialettalmente suona come zimmi; in in arabo: ذمي‎, traducibile come "protetto") è lo status giuridico riconosciuto ai non-musulmani che vivono in un sistema politico governato dal diritto musulmano.
La parola dhimmi è un aggettivo ma di norma è usato come un sostantivo in Occidente. Deriva dal sostantivo dhimma, che significa "patto di affidabilità" e denota la relazione giuridica tra non-musulmani e Stato islamico. "Dhimmitudine" aggiunge il suffisso "-tudine" all'aggettivo dhimmi, creando un nuovo sostantivo con un significato diverso da dhimma. A seconda degli autori, il termine assume significati diversi ma tra loro correlati: può avere una valenza esclusivamente storica o contemporanea o comprendere le due; può riferirsi all'intero sistema del dhimma o alle sole persone.

Dhimmi
https://it.wikipedia.org/wiki/Dhimmi
Un dhimmi (in arabo: ذمي‎, collettivo: أهل الذمة, ahl al-dhimma, "Gente della dhimma", Lingua turca zimmi) era un suddito non-musulmano di uno Stato governato dalla shari'a, la legge islamica.
Con Dhimma si intende un "patto di protezione" contratto tra non musulmani e un'autorità di governo musulmana. Lo status di dhimmi era in origine riferito solo all'Ahl al-Kitab ("Gente del Libro"), cioè ebrei e cristiani, ma in seguito anche zoroastriani, mandei e infine agli indù, ai sikh e ai buddhisti.
I dhimmi godevano di maggiori diritti rispetto ad altri soggetti non-musulmani, ma di minori diritti legali e sociali dei musulmani. Lo status di dhimmi venne applicato a milioni di persone vissute tra l'Oceano Atlantico e l'India dal VII secolo all'epoca moderna. Nel tempo, molti si convertirono all'Islam. Molte conversioni furono volontarie e motivate da diverse ragioni, ma le conversioni forzate giocarono un ruolo crescente soprattutto dal XII secolo sotto gli Almohadi nel Maghreb e in al-Andalus, in Persia e in Egitto, dove il Cristianesimo copto era ancora la religione numericamente dominante.

Apartheid
https://it.wikipedia.org/wiki/Apartheid
L'apartheid (in afrikaans pronunciato: [ɐˈpartɦɛit], in italiano: /apar'taid/ o /apar'tɛid/, letteralmente "separazione", "partizione") era la politica di segregazione razziale istituita nel secondo dopoguerra dal governo di etnia bianca del Sudafrica, e rimasta in vigore fino al 1994.
Fu applicato dal governo sudafricano anche alla Namibia, fino al 1990 amministrata dal Sudafrica. L'apartheid fu dichiarato crimine internazionale da una convenzione delle Nazioni Unite, votata dall'assemblea generale nel 1973 ed entrata in vigore nel 1976 (International Convention on the Suppression and Punishment of the Crime of Apartheid), e quindi successivamente inserito nella lista dei crimini contro l'umanità. Per estensione, il termine è oggi utilizzato per rimarcare qualunque forma di segregazione civile e politica a danno di minoranze, ad opera del governo di uno stato sovrano, sulla base di pregiudizi etnici e sociali.


Il patto di ʿOmar, stipulato nel 637, è un trattato di sottomissione ispirato, sembra, dal secondo califfo ʿOmar ibn al-Khaṭṭāb (634-644) oppure, meno probabilmente, dal califfo omayyade ʿOmar II (682-720), che l'avrebbe fatto redigere nel 717 per regolare i rapporti sociali ed economici con la "Gente del Libro" (segnatamente, cristiani ed ebrei), abitante nelle terre conquistate dai musulmani.

https://it.wikipedia.org/wiki/Patto_di_Omar

La Carta di Umar - Il regolamento imposto ai non musulmani nella Spagna medievale sotto il dominio islamico
18 ottobre 2014
http://islamicamentando.altervista.org/carta-umar


Umma
viewtopic.php?f=188&t=2529

"Umma" per i mussulmani equivale a "chiesa" per i cristiani = comunità dei credenti, dei fedeli.

Umma
https://it.wikipedia.org/wiki/Umma
Umma (in arabo: أمّة‎ [umma], "comunità", "nazione", "etnia") è un termine arabo - derivante dalla radice <'-m-m> da cui origina anche il vocabolo أمّ [umm], "madre" - che ha acquistato con l'Islam il significato precipuo di "Comunità di fedeli", nel senso di "comunità di musulmani", senza alcun significato etnico-linguistico-culturale.

Chiesa
https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_(comunit%C3%A0)
La Chiesa è la comunità dei fedeli che professano la fede in Gesù Cristo. Talvolta il termine viene usato al plurale, per indicare diverse comunità di fede che appartengono ad un alveo comune: così, ad esempio, per "chiese cristiane" ci si riferisce (tipicamente in ambito ecumenico) alle diverse forme istituzionali di cristianesimo.
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Re: Democrazia etnica, apartheid e dhimmitudine

Messaggioda Berto » mer mar 29, 2017 9:21 am

Israele non può permettere che gli islamici crescano di mnumero e nei diritti di cittadinanza a danno degli ebrei.
La democrazia è dei cittadini ebrei, gli altri godono di tutti i diritti anche amministrativi, fuorché di quelli politici.
Se li ebrei concedessero gli stessi loro diritti politici di cittadinanza ai palestinesi mussulmani che ci sono in Israele e questi poi aprissero le porte ai palestinesi fuori di Israele, nel giro di una settimana Israele sarebbe invasa da arabo palestinesi mussulmani e lo Stato ebraico di Israele cesserebbe di esistere e gli ebrei tornerebbero dhimmi a casa loro e a rischio di una nuova Shoha.



???

Israele può rimanere uno stato ebraico?
Pubblicato: 31/10/2016

http://www.huffingtonpost.it/roberto-de ... _ref=italy

Israele riceve in queste ore la visita del nostro presidente della repubblica Sergio Mattarella. In quello che tutti abbiamo imparato a conoscere - e quasi tutti gli ebrei del mondo ad amare - come lo Stato ebraico, Mattarella trova un Paese nel quale sembra sempre più solida l'egemonia politica della destra e del suo leader Netanyahu, capo del governo ininterrottamente dal 2009, e sempre più lontana la prospettiva della pace con i palestinesi.

"Stato ebraico", appunto. Ma qual è il senso attuale e l'orizzonte futuro di questo concetto? Pochi giorni fa Sergio Della Pergola, ebreo triestino naturalizzato israeliano che insegna all'Università di Gerusalemme ed è considerato uno dei più autorevoli studiosi di demografia dell'ebraismo, ha pubblicato sul giornale "Maariv-Sof-Hashavua" un articolo intitolato "Con la demografia non si scherza" in cui dà una sua risposta dal punto di vista stretto della "scienza della popolazione" (l'intervento tradotto in italiano si può leggere su "Moked", il portale dell'ebraismo italiano).

Come scrive Della Pergola, la popolazione di Israele è oggi di 8 milioni e 585 mila persone, di cui il 74,8% ebrei e il 20,8% arabi; il dato comprende anche i 220 mila ebrei e i 320 mila arabi residenti a Gerusalemme est e i 400 mila coloni israeliani che vivono nei territori occupati. Il rapporto di forze tra ebrei israeliani tende ad un sia pure lento incremento della percentuale di arabi: perché il tasso di fecondità delle donne ebree è un po' più basso di quello delle donne arabe e perché gli arabi, sebbene abbiano tuttora una speranza di vita inferiore agli ebrei, però hanno un'età media più bassa e dunque muoiono di meno. Questa tendenza si può riassumere in un dato simbolico: nell'ultimo anno il nome più frequente dato ai bambini nati in Israele è Mohammed.

Quanto ai territori occupati della Cisgiordania e di Gaza, qui - secondo i dati forniti da Della Pergola - vivono stabilmente 4 milioni e 199 persone. Se a questi due numeri più grandi - cittadini israeliani e cittadini arabi residenti nei territori occupati - si aggiungono i lavoratori stranieri e i profughi, si sfiorano i 13 milioni di persone: bene, di questi solo il 49,1% sono ebrei.

I dati, eloquenti e incontrovertibili, proposti da Della Pergola, danno forma a un paradosso. Se domani si avverasse il "sogno" degli ultra-nazionalisti israeliani che vorrebbero l'annessione a Israele dei territori occupati, l'idea stessa di "Stato ebraico" perderebbe molto del suo senso, o per lo meno chi la sostiene si troverebbe a un bivio: o accettare che questo "grande Israele" per rimanere uno Stato democratico non sia più "Stato ebraico", oppure pretendere che resti "Stato ebraico" ma ammettendo che cessi di essere democratico, e che si tramuti in una replica del Sudafrica dell'apartheid che era al tempo stesso uno Stato "bianco" e un Paese abitato da una maggioranza di neri.

Del resto, un problema analogo seppure meno vistoso riguarda anche il "piccolo Israele", quello compreso dentro i confini di prima del 1967: dove gli arabi costituiscono un robusta minoranza e dove, per più di un aspetto, sono cittadini "di serie B", senza una vera parità di diritti con i cittadini ebrei israeliani. Giustamente Israele rivendica di essere l'unica democrazia del Medio Oriente, ma questa sua natura trova un'oggettiva e ingombrante limitazione proprio in quella declinazione "nazionalista" del concetto di Stato ebraico cara alla destra di Natanyahu. Israele può e anzi deve rivendicare le proprie radici ebraiche, come l'Europa non può né deve smettere di sentirsi l'erede della tradizione giudaico-cristiana: ma se vuole rimanere democratico, dovrà ridefinirsi anche come "patria" di tutti coloro - ebrei, arabi, né ebrei né arabi - che nascono o diventano cittadini israeliani.

Sempre di più nel futuro, Stato "ebraico" e Stato "democratico" saranno per Israele termini difficili da far convivere. La pace con i palestinesi, la fine dell'occupazione della Cisgiordania e la nascita di uno Stato palestinese libero e sovrano - vie rese impervie sia dalla miopia dell'attuale leadership israeliana sia dalla cronica inaffidabilità delle classi dirigenti palestinesi -, gli darebbero qualche decennio in più per costruire questa convivenza. Convivenza non tra popoli ma tra concetti, forse ancora più ardua da realizzare.


Alberto Pento
Israele deve restare uno stato ebraico per il suo bene e per il bene dell'umanità. Ma perché costui non mette in risalto cos'è l'Islam politico e la necessità di Israele di difendersi dalla mostruosità islamica?



Palestina: le ragioni di Israele
viewtopic.php?f=197&t=2271


“Non intendo annettere due milioni di palestinesi ”
La posizione di Netanyahu
17 febbraio 2017

http://www.italiaisraeletoday.it/non-in ... -posizione

“L’ho detto in precedenza e lo ripeto di nuovo qui: non intendo annettere 2,5 milioni di palestinesi in Israele. Non voglio che siano nostri cittadini”.

Lo ha affermato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu parlando ai giornalisti israeliani e stranieri poco dopo l’incontro alla Casa Bianca con il presidente Usa Donald Trump. Ribadendo le dichiarazioni fatte nella conferenza stampa congiunta con Trump, Netanyahu ha detto che le sue posizioni circa uno stato palestinese non sono cambiate dal suo discorso del 2009 all’Università Bar-Ilan in cui accettava in linea di principio la creazione di uno stato palestinese che fosse smilitarizzato e riconoscesse Israele come stato nazionale del popolo ebraico.


Nella storia dove è arrivato l'Islam è poi sempre avvenuta la guerra civile e religiosa e lo sterminio di tutti i diversamente religiosi e pensanti
viewtopic.php?f=188&t=1895
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Re: Democrazia etnica, apartheid e dhimmitudine

Messaggioda Berto » mer mar 29, 2017 9:23 am

Israele una buona democrazia e una grande civiltà:
viewtopic.php?f=197&t=2157

Lo Stato d’Israele è l’espressione democratica dell’autodeterminazione del popolo ebraico
Fronteggiando vivaci contestazioni, Netanyahu ha difeso in parlamento il disegno di legge su "Israele, stato ebraico"
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu mercoledì alla Knesset
(Da: Times of Israel, 26.11.14)

http://www.israele.net/lo-stato-disrael ... lo-ebraico

Con un discorso più volte interrotto da vivaci contestazioni, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha difeso mercoledì alla Knesset il controverso disegno di legge su Israele come stato nazione del popolo ebraico, accusando i suoi avversari di volere uno stato d’Israele bi-nazionale (senza più nulla di ebraico e sionista) accanto a uno stato palestinese ripulito da ogni presenza ebraica.

Netanyahu ha detto che il disegno di legge è necessario per correggere uno squilibrio storico che ha visto i diritti civili acquisire supremazia sui diritti del popolo ebraico ad avere il proprio stato nazionale.

“Il disegno di legge che sottoporrò alla Knesset – ha detto – si fonda sul fatto che lo stato di Israele è uno stato ebraico e democratico. Questi principi sono intrecciati fra loro e l’uno non sostituisce l’altro. Israele garantisce uguali diritti a tutti i suoi cittadini, senza discriminazioni di religione, sesso o etnia”.
Il disegno di legge dovrebbe andare al voto della Knesset in prima lettura mercoledì prossimo e la sua sorte potrebbe influenzare il futuro della coalizione di governo dal momento che i ministri Yair Lapid (Yesh Atid) e Tzipi Livni (Hatnua) si sono schierati in vario grado contro di esso.

“Israele – ha detto Netanyahu – è lo stato nazionale del popolo ebraico e soltanto del popolo ebraico, pur nel rispetto di tutti i diritti per le minoranze non ebraiche”.

Delineando i principi generali del suo progetto di legge sullo “stato ebraico”, il primo ministro ha riecheggiato le parole della Dichiarazione d’Indipendenza d’Israele e delle sue Leggi Fondamentali: “La Terra d’Israele è la patria storica del popolo ebraico – ha ricordato – ed è il luogo dove esso ha stabilito lo stato di Israele. Lo stato d’Israele è la patria nazionale del popolo ebraico e in esso il popolo ebraico esercita il proprio diritto all’autodeterminazione. Il diritto di esercitare l’autodeterminazione dentro lo stato di Israele spetta al popolo ebraico. Lo stato d’Israele è uno stato democratico e garantisce i diritti a tutti i cittadini secondo la legge”.

Netanyahu ha ribadito d’essere determinato a portare avanti la proposta di legge per garantire la presenza e l’autodeterminazione del popolo ebraico in Terra di Israele. Quindi, rivolgendosi direttamente ai parlamentari dell’opposizione che lo contestavano rumorosamente, ha detto: “Spiegatemi cosa non condividete di questi principi. Vorrei capire”.

Netanyahu ha poi puntato il dito contro coloro, “dentro e fuori il paese, governi e organismi non governativi, che mirano a sabotare i diritti del popolo ebraico nello stato d’Israele, e che rifiutano di riconoscere il diritto del popolo ebraico ad un proprio stato. A tutto questo dobbiamo fare fronte”.

“Capisco bene come mai Hamas non vuole accettare Israele come stato nazionale del popolo ebraico – ha aggiunto – ma non capisco perché non lo vogliano anche alcuni dei miei migliori amici nella Knesset”.
Netanyahu ha anche criticato quegli oppositori che di tutta l’attività del governo vedono soltanto, ha detto, il rifiuto di ritirarsi unilateralmente dalla Cisgiordania: “Non importano le riforme economiche, i progetti di infrastrutture in Galilea e nel Negev, lo sviluppo del sistema difensivo Cupola di ferro, la ferma posizione contro il nucleare iraniano, i successi nella lotta contro il terrorismo: se non sgomberi gli insediamenti in Cisgiordania non hai fatto niente”.
Gli oppositori, ha detto Netanyahu, vorrebbero un irresponsabile ritiro territoriale nell’illusione di placare i palestinesi. “Ma sarebbe un salto nel buio, in fondo al quale ciò che aspetta Israele non è un atterraggio morbido, ma ISIS e Hamas”.
Netanyahu ha concluso ribadendo che il testo che sottoporrà alla Knesset metterà sullo stesso piano il carattere ebraico e il carattere democratico di Israele.


Messo fuori legge, in Israele, il Ramo Nord del Movimento Islamico
Netanyahu: “E' un gruppo separatista e razzista che mira a sostituire Israele con un califfato”
Bandiera di Hamas sul Monte del Tempio, a Gerusalemme
(Da: Jerusalem Post. 17.11.15)
http://www.israele.net/messo-fuori-legg ... o-islamico



Netanyahu avverte arabo israeliani: «Non potete godere di diritti ed essere palestinesi»
Attentato a Tel Aviv. Il premier ha rivolto il suo ammonimento davanti al luogo dell'attacco di venerdì in cui sono rimaste uccise due persone. Nessuna traccia dello sparatore, Nashat Milhem, ricercato da ingenti forze di polizia. Ieri è stato arrestato il fratello. A Hebron migliaia ai funerali di 14 palestinesi uccisi nei mesi scorsi
Michele Giorgio GERUSALEMME
2.1.2016
http://ilmanifesto.info/netanyahu-avver ... alestinesi
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Re: Democrazia etnica, apartheid e dhimmitudine

Messaggioda Berto » mer mar 29, 2017 9:23 am

Gli antisemiti e gli antisraeliani

Definiamo lo Stato d'Israele
Tratto dal libro: «Storia ebraica e giudaismo: il peso di tre millenni» di Israel Shahak*

http://www.disinformazione.it/definizioneisraele.htm

Prefazione di Gore Vidal
Alla fine degli Anni Cinquanta, quel grande pettegolo e storico dilettante che era John F. Kennedy mi disse che nel 1948 Harry Truman, proprio quando si presentò candidato alle elezioni presidenziali, era stato praticamente abbandonato da tutti.. Fu allora che un sionista americano andò a trovarlo sul treno elettorale e gli consegnò una valigetta con due milioni di dollari in contanti. Ecco perché gli Stati Uniti riconobbero immediatamente lo Stato d’Israele. (…)
Purtroppo, quell’affrettato riconoscimento dello Stato d’Israele ha prodotto quarantacinque anni di confusione e di massacri oltre alla distruzione di quello che i compagni di strada sionisti credevano sarebbe diventato uno stato pluralistico, patria dei musulmani, dei cristiani e degli ebrei nati in Palestina e degli immigrati europei e americani, compreso chi era convinto che il grande agente immobiliare celeste avesse dato loro, per l’eternità, il possesso delle terre della Giudea e della Samaria.(…)

Capitolo I
Se non si mette in discussione il prevalente atteggiamento ebraico nei confronti dei non ebrei, non è dato capire neppure il concetto stesso di «stato israeliano» (Jewish State), come Israele preferisce definirsi. La generalizzata mistificazione che, senza considerare il regime apartheid dei territori occupati, definisce Israele come una vera democrazia, nasce dal rifiuto di vedere cosa significa per i non ebrei lo «stato israeliano». Sono convinto che Israele in quanto Jewish State è un pericolo non solo per se stesso e per i suoi abitanti, ma per tutti gli ebrei e per gli altri popoli e stati del Medio Oriente e anche altrove. Sono altresì convinto che altri stati o entità politiche del Medio Oriente che si proclamano «arabi» o «musulmani», definizioni analoghe a quella di «stato israeliano», rappresentano anch'essi un pericolo. Comunque mentre di quest'ultimo pericolo tutti ne parlano, quello implicito nel carattere ebraico dello Stato d'Israele è sempre taciuto e ignorato. Fin dalla sua fondazione, il concetto che il nuovo Stato d'Israele era uno «stato israeliano» fu ribadito da tutta la classe politica e inculcato nella popolazione con ogni mezzo.

Nel 1985, quando una piccola minoranza di ebrei cittadini d'Israele contestò questo concetto, il Knesset, approvò a stragrande maggioranza una legge costituzionale che annulla tutte le altre leggi che non possono esser revocate se non con procedura eccezionale. Si stabilì che i partiti che si oppongono al principio dello «stato israeliano», o propongono di modificarlo per via democratica, non possono presentare candidati da eleggere al Parlamento, il Knesset. Personalmente, io mi sono sempre opposto a questo principio costituzionale e quindi, in uno stato di cui sono cittadino, non posso appartenere a un partito di cui condivido il programma a cui è vietato eleggere i suoi, rappresentanti al Knesset.

Basterebbe questo esempio per dimostrare che Israele non è una democrazia, visto che si fonda sull'ideologia israeliana ad esclusione non solo di tutti i non ebrei ma anche di noi ebrei, cittadini d'Israele, che non siamo disposti a condividerlo.
Comunque il pericolo rappresentato da questa ideologia dominante non si limita agli affari interni, ma permea di sé tutta la politica estera d'Israele. E tale pericolo sarà sempre maggiore via via che il carattere israelitico d'Israele si accentuerà sempre più e crescerà il suo potere, particolarmente quello nucleare. Un'altra ragione per preoccuparsi è l'aumentata influenza d'Israele sulla classe politica degli Stati Uniti e per questi motivi oggi non è solo importante ma, addirittura politicamente vitale, documentare gli sviluppi del giudaismo e specialmente il modo di trattare i non ebrei da parte d'Israele.
Consideriamo la definizione ufficiale del termine «israeliano», che chiarisce la differenza di fondo tra Israele come «stato israeliano» e la maggioranza degli altri stati. Dunque, secondo la definizione ufficiale, Israele «appartiene» solo a quelle persone che le autorità israeliane definiscono appunto «israeliane», indipendentemente da dove vivono. Al contrario, Israele non «appartiene» giuridicamente ai suoi cittadini non ebrei, la cui condizione è ufficialmente considerata inferiore.

In realtà, questo vuol dire che se i membri di una tribù peruviana si convertono al giudaismo e così sono definiti e considerati, come ebrei hanno immediatamente diritto alla cittadinanza israeliana e a sistemarsi in circa il 70% delle terre occupate del West Bank, e nel 92% dell'area vera e propria d'Israele, destinate all'uso dei cittadini ebrei. A tut­ti i non ebrei, e quindi non soltanto ai palestinesi, è proibito usufruire di queste terre, e il divieto riguarda persino i cit­tadini arabi d'Israele che hanno combattuto nell'esercito israeliano e raggiunto anche gradi assai elevati.
Alcuni anni fa, scoppiò il caso dei peruviani convertiti al giudaismo. Ad essi furono assegnate terre nel West Bank vi­cino a Nablus, zona da cui sono esclusi i non ebrei. Tutti i go­verni d'Israele sono stati e sono pronti ad affrontare qualsiasi rischio politico, tra cui la guerra, perché gli insediamenti del West Bank restino sotto la giurisdizione «israeliana» come è affermato continuamente nei media, che sanno perfettamen­te di diffondere una menzogna, decisiva a coprire l'ambiguità discriminatoria dei termini «ebreo» e «israeliano».

Sono sicuro che gli ebrei americani o britannici accuse­rebbero subito di antisemitismo i governi degli Stati Uniti, o dell'Inghilterra, se questi decidessero di definirsi «stati cristiani», cioè stati che «appartengono» solo a cittadini de­finiti ufficialmente «cristiani». Conseguenza di una simile dottrina sarebbe che, solo se si convertissero al cristianesi­mo, gli ebrei diventerebbero cittadini a pieno diritto e, non dimentichiamolo mai, proprio gli ebrei, forti dell'esperien­za di tutta la loro storia, sanno quanto grandi fossero i be­nefici per chi si convertiva al cristianesimo.

In passato, quando gli stati cristiani, e islamici, discrimi­navano quelle persone, compresi gli ebrei, che non seguivano la religione dello stato, bastava convertirsi per essere accettati come tutti gli altri. La discriminazione che lo Stato d'Israele sanziona nei confronti di tutti i non ebrei cessa nel momento in cui quelle persone si convertono al giudaismo, e sono riconosciute come tali. Ciò vuol dire che lo stesso genere di esclusivismo che gli ebrei della diaspora denunciano come antisemitismo è fatto proprio dalla maggioranza di tutti gli ebrei, come principio ebraico. Chi, tra di noi, si oppone sia all'antisemitismo che allo sciovinismo ebraico è accusato di essere affetto dall'odio di sé, concetto che ritengo assolutamente privo di senso.§
Nel contesto della politica israeliana il significato del termine «ebraico» (Jewish) e dei suoi derivati ha la stessa importanza del termine «islamico» così com'è ufficialmente usato in Iran o anche del termine «comunista» com'era stato ufficializzato nell'URSS. Comunque, il significato di Jewish non è chiaro né nella lingua ebraica né nella traduzione in altre lingue, per cui il termine ha dovuto esser definito ufficialmente.

Secondo la legge dello Stato d'Israele è da considerarsi «ebreo» chi ha avuto una madre, una nonna, una bisnonna e una trisavola ebrea, di religione ebraica, oppure perché si è convertito al giudaismo da un'altra religione, secondo i criteri riconosciuti e accettati come legittimi dalle autorità d'Israele. Chi si sia convertito dal giudaismo a un'altra religione non è più considerato «ebreo». La prima di queste tre condizioni non è altro che la definizione talmudica di «chi è ebreo», fondamento di tutta la tradizione ortodossa ebraica. Anche il Talmud e la legge rabbinica post-talmudica riconoscono la conversione di un non ebreo al giudaismo, come pure l'acquisto di uno schiavo non ebreo da parte di un ebreo cui segue una forma diversa di conversione, come un modo per diventare ebreo, purché la conversione sia avallata da rabbini autorevoli e autorizzati e si svolga secondo modalità per essi accettabili. Per quanto riguarda le donne, una di queste «modalità accettabile» è il rito del «bagno di purificazione», durante il quale tre rabbini ispezionano accuratamente la donna nuda.

La cosa è ben nota ai lettori delle pubblicazioni in lingua ebraica ma i media in inglese non ne parlano, anche se sicuramente susciterebbe un certo interesse. Mi auguro che questo mio libro, le cui fonti sono tutte in lingua ebraica, possa essere utile a correggere il divario tra l'informazione che viene data in lingua ebraica e quella che è tradotta in inglese e destinata all'esterno d'Israele.
Ufficialmente, lo Stato d'Israele ha una legislazione discriminatoria nei confronti dei non ebrei, che favorisce esclusivamente gli ebrei in molti aspetti della vita come, tra i più importanti, il diritto di residenza, il diritto al lavoro e il diritto all'eguaglianza di fronte alla legge.

Per quanto riguarda la discriminazione del diritto di residenza, si fonda sul fatto che, in Israele, il 92% della terra è proprietà dello Stato ed è amministrato dalla Israel Land Authority secondo i criteri del Jewish National Fund (JNF), affiliato all'Organizzazione Sionista Mondiale (World Zionist Organization). Sono regole fondamentali del JNF la proibizione a chi non è «ebreo» di stabilire la propria residenza, di esercitare attività commerciali, di rivendicare il proprio diritto al lavoro e questo soltanto perché non è ebreo. Al contrario, agli ebrei non è in nessun caso proibito stabilire la propria residenza o aprire attività commerciali in qualsiasi località d'Israele. Se discriminazioni simili fossero imposte in altri stati agli ebrei, si parlerebbe subito, e a ragione, di antisemitismo e ci sarebbero massicce proteste.
Quando invece quelle discriminazioni sono normalmente applicate come logica conseguenza della cosiddetta «ideologia ebraica», sono volutamente ignorate o, le rare volte che se ne parla, giustificate. Secondo le regole del JNF, ai non ebrei si proibisce ufficialmente di lavorare le terre amministrate dalla Israel Land Authority. E' vero che queste regole non sono sempre applicate né globalmente imposte, però esistono e vengono tirate fuori tutte le volte che servono. Di tanto in tanto Israele ne impone l'applicazione, come quando, per esempio, il Ministero dell'Agricoltura si scaglia contro la pestilenza di permettere che negli orti che appartengono a ebrei sulla National Land, la terra dello Stato d'Israele, la raccolta sia affidata a coltivatori arabi, anche se questi sono cittadini d'Israele. E severamente proibito agli ebrei insediati sulla National Land subaffittare anche una parte delle loro terre agli arabi, persino per tempi brevissimi e chi lo fa incorre in pesantissime multe.
Al contrario, non c'è nessuna proibizione se si tratta di non ebrei che affittano le loro terre ad altri ebrei. Nel mio caso, per esempio, io che sono ebreo ho il diritto di affittare un orto per il tempo della raccolta ad un altro ebreo, ma a un non ebreo, sia esso cittadino d'Israele o residente non naturalizzato, non è consentito.
Israele è uno stato fondato sull'apartheid. Questo è il principio primo di tutto il suo sistema legale, oltre che la dimensione evidente e verificabile ad ogni livello sociale, residenziale, del viver quotidiano. Tuttavia, la maggior parte delle leggi approvate dal Knesset, il parlamento israeliano, non sembrano discriminatorie, almeno nella forma. Se si analizzano con un po' di attenzione, si vede subito che, alla base dì tutte c'è la discriminazione tra «ebrei» e «non ebrei».

La Legge dell'Ingresso del 1952 aveva apparentemente la funzione di regolare l'accesso al paese ma, senza specificare tra «ebrei» e «non ebrei», recitava che «chi non è in possesso di un visto o di un certificato d'immigrazione sarà immediatamente deportato e non potrà più chiedere il rilascio dei visto». La definizione di chi ha le qualifiche per ottenere il visto d'immigrazione si trova nella parallela Legge del Ritorno: solo «gli ebrei».
Infatti, la clausola della deportazione degli «stranieri» è applicabile solo ai «non ebrei». Il Ministero dell'Interno non ha l'autorità d'impedire a un ebreo, anche se ha precedenti penali e può costituire un pericolo per la società, di esercitare il suo diritto a stabilirsi in Israele. Solo un cittadino straniero non ebreo ha bisogno del permesso, ma agli ebrei che giungono da altre nazioni vengono subito concessi tutti i diritti e i privilegi previsti per i cittadini d'Israele: il «certificato d'immigrazione» conferisce automaticamente la cittadinanza, il diritto di votare e di essere eletti anche se non conoscono una sola parola di ebraico. Il «certificato d'immigrazione» dà diritto immediato alla «cittadinanza» in virtù del ritorno nella «terra madre d'Israele» e a molti benefici finanziari che variano a seconda della nazione da cui provengono gli «ebrei». Per esempio, quelli che provengono dall'ex URSS ricevono subito una «gratifica complessiva» di $ 20.000 per famiglia.
Agli stranieri, cioè ai «non ebrei», può essere revocata la residenza anche se hanno vissuto in Israele anni ed anni, mentre nessuno può espellere gli indesiderabili se ebrei, com'è stato in moltissimi casi di trafficanti e comuni malfattori che sono persino riusciti a farsi eleggere nel Knesset. E ciò grazie alle leggi sulla cittadinanza del 1952 che, senza mai menzionare «ebrei» e «non ebrei», sono il fondamento primo dell'apartheid, insieme alle leggi sull'istruzione pubblica, alle norme della Israel Land Authority, che garantiscono la segregazione delle terre e le leggi matrimoniali religiose che sono mantenute separate dal codice matrimoniale civile.
I «non ebrei» debbono risiedere molti anni in Israele prima di ottenere la cittadinanza, possono essere espulsi dall'oggi al domani e debbono ufficialmente rinunciare alla loro cittadinanza originaria. Per esempio, i cosiddetti «diritti dei residenti che rientrano in patria» (doganali, sussidi per le abitazioni e l'istruzione) valgono solo per gli «ebrei», gli yored. La discriminazione più plateale è quella che appare nei documenti d'identità che tutti sono tenuti a portare con sé e ad esibire in qualsiasi momento. Sotto la dicitura «nazionalità» figurano le seguenti categorie: «ebreo», «arabo», «druso», «circasso», «samarita», «caraita» o «straniero». Dal documento d'identità i funzionari dello stato sanno subito a quale categoria appartiene la persona. Malgrado innumerevoli pressioni, il Ministero dell'Interno si è sempre rifiutato di accettare la dicitura «nazionalità israeliana». A quelli che l'hanno richiesta, viene risposto su carta intestata «Stato d'Israele» che «si è deciso di non riconoscere una nazionalità israeliana», mentre si ricorda che si ha il diritto a lasciare in bianco la voce «nazionalità», previa richiesta al ministero di competenza. Nella lettera non si specifica chi ha preso tale decisione né quando.
La legge sulla coscrizione militare del 1986 non sembra discriminatoria perché usa l'espressione «giovani di leva arruolati» come termine universale e riferibile a tutti i cittadini d'Israele. In realtà contiene un semplice marchingegno che ne fa una delle leggi più discriminatorie, un vero e proprio pilastro dell'apartheid: è la figura dell'enumerator, autorizzato a chiamare i giovani ad iscriversi nelle liste di leva, a convocarli al distretto con uno specifico richiamo alle armi. Nella legge si fa uso del termine «autorizzato», il che implicitamente lascia all'enumerator la facoltà di chiamare, o di non chiamare alle armi, i giovani in età di leva. Quelli che non ricevono la chiamata sono automaticamente esentati dal servizio militare. E’ semplicissimo: quelli che dai documenti d’identità risultano appartenenti al «settore arabo» non vengono chiamati.



Israele, lo Stato nazione del popolo ebraico e l’odio di sé
[Carta di Laura Canali]
4/12/2014

Il disegno di legge voluto da Netanyahu antepone la religione alla democrazia ed è per questo criticatissimo. Se si accusa il governo israeliano si è anti-ebraici?
La scelta di Netanyahu: elezioni sull’idea stessa di Israele
di Anna Maria Cossiga

http://www.limesonline.com/israele-lo-s ... i-se/67526


Il disegno di legge fondamentale dal titolo “Israele, Stato nazionale del popolo ebraico”, approvato dal Consiglio dei ministri israeliano il 23 novembre scorso con 14 voti a favore e 7 contrari, ha suscitato critiche in tutto il mondo.

Le accuse principali riguardano la preferenza accordata al carattere ebraico rispetto al carattere democratico dello Stato e il rischio di considerare i non ebrei all’interno di Israele (in particolar modo gli arabi) come cittadini di seconda categoria, con diritti individuali ma non collettivi di fronte alla legge.

Le critiche allo Stato d’Israele e alle sue politiche non sono certo nuove, né il premier Benjamin Netanyahu (che ha scatenato una crisi di governo in seguito alla quale ci saranno elezioni anticipate il 17 marzo 2015) gode esattamente di buona pubblicità all’estero. In un recente articolo del quotidiano israeliano Yedioth Ahronot, il giornalista Eytan Gilboa si lamenta della mancanza di obiettività da parte della stampa mondiale nel riportare le notizie su Israele. “Ormai da molto tempo – scrive – i media occidentali riportano notizie sbagliate, usano due pesi e due misure, esagerano, fanno un uso non equilibrato delle fonti, si servono di associazioni senza senso, di analogie ridicole, di interviste tendenziose e operano significative omissioni. Tali difetti – continua Gilboa – hanno origine da un senso di solidarietà con gli ‘oppressi’, dall’adozione della narrativa che fa dei palestinesi delle vittime, dalle diffuse voci critiche e conflittuali all’interno di Israele e dall’antisemitismo”.

Certo, non si può negare che alcuni paesi, e probabilmente i loro media, non siano esattamente sostenitori dello Stato ebraico; né si può mettere da parte l’antisemitismo che serpeggia ovunque con preoccupante frequenza. Tuttavia, sempre più spesso le critiche alle politiche del governo Netanyahu, e in particolare al suddetto disegno di legge, non vengono più soltanto dai detrattori di Israele.

Il Dipartimento di Stato Usa “si aspetta che Israele si attenga ai suoi principi democratici”. Abraham Foxman, Direttore della Lega Anti Diffamazione e da sempre ultra-sostenitore dello Stato ebraico e del suo governo, afferma che “il dibattito sul disegno di legge mina la stessa natura ebraica dell’identità nazionale dello Stato e che i tentativi di codificare ulteriormente tale concetto in una legge fondamentale derivano da una buona intenzione, ma sono superflui”. Anche le principali associazioni degli ebrei americani sono preoccupate.

All’interno di Israele si alzano le voci critiche degli stessi politici. I ministri Yair Lapid (Yesh ATid) e Tzipi Livni (Hatuah) hanno votato contro il disegno di legge e hanno avuto con il primo ministro uno scambio di opinioni esplosivo che ha portato al loro licenziamento e alla crisi di governo. Il presidente Reuven Rivlin, il suo predecessore Shimon Peres e il procuratore generale Yehuda Weinstein ritengono la legge pericolosa sia nella forma “dura” approvata dal Consiglio dei ministri sia in quella “edulcorata” che dovrebbe essere presentata alla Knesset la prossima settimana.

Dalla stampa israeliana giungono i giudizi più feroci. Il quotidiano Haaretz titola uno dei suoi articoli “Far entrare l’apartheid dalla porta di servizio”. Mentre in Sudafrica, sostiene l’autore Na’aman Hirschfeld, l’apartheid era l’ideologia ufficiale dello Stato, in Israele esso viene applicato in una forma che ne maschera la natura, tramite la legge marziale nei Territori occupati e il controllo militare dei palestinesi, la separazione fisica tra israeliani e palestinesi, la confisca di territorio e la costruzione degli insediamenti. Questo tipo di apartheid ha una caratteristica particolare: anziché essere l’ideologia fondativa dello Stato, è un apparato che gli sembra estraneo, un sistema di oppressione e di segregazione de facto di cui si tace completamente, sia nella retorica ufficiale, sia nella maggior parte dei media israeliani.

Si tratta piuttosto di un sistema che si manifesta nella prassi. Questo permette ai cittadini e a i politici di negarne l’esistenza, persino a se stessi. Oltre a questo, “la base democratica e secolare dello Stato è sotto attacco con il disegno di legge fondamentale che vuole fare dello Stato di Israele lo Stato nazionale del popolo ebraico e del popolo ebraico soltanto […]. È la fine del sionismo e il suo risultato finale è uno Stato ebraico che incarna la logica dell’antisemitismo”.

Un altro commentatore israeliano, Daniel Blatman, fa notare che nel XX secolo sono stati numerosi gli Stati che hanno approvato leggi sulla nazionalità. La presenza di minoranze sul proprio territorio faceva temere ai governanti che le loro aspirazioni all’eguaglianza fossero una minaccia. Le leggi emanate hanno portato alle persecuzioni e alla discriminazione codificata contro quelle minoranze. “Gli ebrei furono le prime vittime di quei regimi”. Nell’articolo, si ricordano le leggi polacche e romene degli anni Trenta e persino le leggi di Norimberga. “Ai promotori della legge appartenenti alle frange più estreme, tra cui i seguaci del defunto rabbino Meir David Kahane e i membri del movimento Lehava, non basta affermare il carattere ebraico di Israele e stabilire che solo gli ebrei hanno il diritto di avere uno stato nazionale: il loro modello sono le leggi di Norimberga.

Il sito di Lehava dichiara: “I matrimoni misti sono proibiti dalla legge di Dio, che vieta di mescolare il seme del Dio vivente con altre nazioni”. A questo proposito si sostiene che non si tratta di razzismo, ma che lo scopo è semplicemente quello di proteggere la nazione ebraica”. Anche i giuristi nazisti sostenevano che le leggi contro i matrimoni misti non erano razziste, ma che servivano – al contrario – per facilitare e regolare le relazioni ebrei e tedeschi nel lungo periodo.

In un editoriale, Gideon Levy sostiene che le politiche proposte da Naftali Bennett, ministro dell’Economia e degli Affari Religiosi e leader di Habayt Hayeudi (La Casa degli Ebrei), porterebbero a una soluzione molto semplice: uno Stato dell’apartheid. Lo stesso Bennett ha affermato che finalmente, grazie a questa legge, “Israele verrà considerato lo Stato-nazione del popolo ebraico e non soltanto quello della dignità umana e della libertà”.

Sostenere che Israele pratica l’apartheid o che le sue politiche verso gli arabi sono razziste può comportare essere accusati di antiebraismo. Dunque anche gli israeliani e gli ebrei che criticano le iniziative del governo Netanyahu sono antiebraici?

Il cosiddetto “odio di sé” che nutrirebbero alcuni ebrei è un antico dramma. Il primo e più tristemente famoso di tali ebrei è Otto Weiniger, giovane filosofo austriaco che nel 1903 pubblica Sesso e carattere. Nell’opera, “quasi una summa della misoginia e dell’antisemitismo viennese”, l’autore paragona gli ebrei alle donne, ritenute inferiori rispetto agli uomini tanto da fargli affermare che “la donna più elevata è infinitamente al di sotto dell’uomo più infimo”. È a questo spaventoso sentimento che dobbiamo attribuire i giudizi spietati di tanti commentatori israeliani?

Il grande filosofo e pensatore ebreo Martin Buber, sionista convinto ma sostenitore dell’intesa fra ebrei e arabi, scriveva nel 1925, alla vigilia del XIV congresso sionista: “Vi è un popolo senza terra, ma non vi è nessuna terra senza popolo. […] Questa terra può prosperare solo se c’è un rapporto di reciproca fiducia fra i due popoli. E questo vi può essere soltanto se quelli che arrivano, cioè in questo caso noi, vengono con leale e onesta volontà di convivere con l’altro popolo, sulla base del rispetto reciproco e l’attenzione per i diritti umani e nazionali di tutti”. Nel 1932 in Se non ora, quando? affermava invece: “Nella realtà della storia […] non si pone uno scopo giusto e poi si sceglie la strada che porta a quel fine comune come la offre la convenienza del momento. Una strada falsa […] porta a un fine falso […]. L’insegnamento di Isaia ci dovrebbe guidare nella nostra azione: ‘Sion sarà redenta per mezzo della giustizia’ (Isaia 1,27)”.

Buber era contrario alla superiorità della Realpolitik sull’etica, contrario a quanto affermato da Max Weber nel discorso in Politica come professione e cioè che “dal punto di vista sociologico, coloro che sono responsabili per il bene pubblico spesso sono costretti a utilizzare mezzi moralmente assai discutibili per promuovere ciò che è conveniente per il bene pubblico”.

Nonostante la sua grandezza, le posizioni di Buber si sono dimostrante perdenti all’interno del sionismo e la Realpolitik sembra aver vinto su tutti i fronti. Dobbiamo dedurre che anche Buber fosse un ebreo antiebraico? O trarre la conclusione, insieme a lui, che Israele ha raggiunto il proprio scopo attraverso la via sbagliata? Insomma, per quale strada si incammina lo Stato ebraico? Dove arriverà?

Chi avanza accuse di antiebraismo verso quanti criticano le politiche del governo israeliano, che siano ebrei o non ebrei, dovrebbe tenere a mente che essere “amici di Israele” non significa dargli sempre ragione, approvando qualunque cosa faccia.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Democrazia etnica, apartheid e dhimmitudine

Messaggioda Berto » mer mar 29, 2017 9:24 am

La democrazia di Israele che i “pacifinti” non vogliono vedere
04/03/2013
Luisa Morgantini
http://www.romaebraica.it/la-democrazia ... ono-vedere


Cari Amici, è proprio vero che Israele è uno Stato di apartheid, nel quale gli ebrei si comportano con i palestinesi che facevano i nazisti con loro durante la Shoah. Non è questo l’osceno paragone che impazza su internet ? Ne volete una prova ?
Leggete il comunicato che segue, redatto dalla Signora Luisa Morgantini, che ha trascorso gli anni in cui è stata parlamentare europea (persino vice-presidente) a lavorare esclusivamente contro Israele (e continua a farlo ora che è in dorata pensione).
A sentire lei, chi non conosce la realtà di quanto avviene in Medio Oriente, pensando al paragone con i nazisti, si immagina una distesa di campi di sterminio, mentre nel programma ci sono visite e incontri ovunque, anche in Israele, libera lei e suoi dottrinandi di vedere tutto quello che vuole, persino il permesso di entrare nel Paese per poi raccontare menzogne come sua abitudine. Troveranno una Israele, dove la parola rispetto è di casa, non vedranno nessuna scritta “Arbeit Macht Frei”, ma solo un paese democratico che è costretto da sempre a difendersi da chi vuole distruggerlo. Avrei persino la curiosità di partecipare, per ascoltare in che modo sarà capace di ribaltare la verità, professione nella quale eccelle.

Convincere gli allocchi che il nero è bianco e che il bianco è nero, è sempre stata la specialità di chi vuole ingannare il prossimo, una attività che ha trovato sempre terreno fertile. Morgantini entra liberamente in Israele, va dove vuole, incontra chi vuole, vedrà anche i parlamentari arabi alla Knesset, ma che paese è mai Israele !
Una domanda che non si porrà mai, l’odio che diffonde potrebbe essere a rischio.


Angelo Pezzana

“È dal 1988 che l’Associazione per la Pace organizza viaggi di conoscenza e solidarietà in Palestina e Israele, un “andare e tornare” per ­­contribuire a tenere aperta la strada per la libertà e l’indipendenza del popolo palestinese, per una pacifica coesistenza tra i due popoli.
Anche questa volta il viaggio vuole dare voce all’altro volto della regione, alla forza e l’instancabilità di uomini e donne palestinesi, israeliani e internazionali, che resistono quotidianamente all’occupazione, rispondendo alla forza militare con la nonviolenza e battendosi per la fine dell’occupazione ed una pace equa e giusta.
Durante il nostro soggiorno, viaggeremo attraverso i Territori Palestinesi Occupati e Israele, per villaggi, città, campi profughi. Nazareth, Jaffa, Tel Aviv, Haifa, Ramallah, Hebron, Jenin, ­Betlemme, Nablus, Gerico e la Valle del Giordano, i villaggi di Bili’in, Nabi Saleh, At Tuwani, Gerusalemme: luoghi pieni di fascino e storia, ma anche pervasi dal dolore e dall’ingiustizia della illegalità dell’occupazione militare israeliana.
Incontreremo i comitati popolari, le famiglie dei prigionieri, parlamentari, rappresentati politici, associazioni per la difesa dei diritti umani, donne dei centri antiviolenza e tanti e tanti altri. Al ritorno racconteremo ciò di cui saremo stati testimoni ed agiremo per riaffermare il diritto dei palestinesi e di tutte e tutti alla libertà, alla dignità e all’autodeterminazione”.



Alberto Pento
Certo agli islamici di Israele sono giustamente negati i presunti "diritti politici" che metterebbero a repentaglio la vita degli ebrei, i loro Diritti Umani Universali e lo stato di Israele che è la casa degli ebrei; presunti diritti politici come quelli di trasformare la democrazia israeliana in una teocrazia islamica e di poter applicare la Sharia, la legge politico-religioso-giuridica islamica, negando perciò la democrazia e perseguitando tutti i diversamente religiosi e pensanti.
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Re: Democrazia etnica, apartheid e dhimmitudine

Messaggioda Berto » mer mar 29, 2017 9:28 am

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Re: Democrazia etnica, apartheid e dhimmitudine

Messaggioda Berto » mer mar 29, 2017 9:28 am

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Re: Democrazia etnica, apartheid e dhimmitudine

Messaggioda Berto » mer mar 29, 2017 9:30 am

Canan, Pałestina, Judea, Ixrael
viewtopic.php?f=197&t=2075

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... ennate.jpg

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... jardin.jpg



Israele una buona democrazia e una grande civiltà
viewtopic.php?f=197&t=2157

Israele un paradiso di libertà anche per arabi, musulmani, cristiani e gay
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Palestina: le ragioni di Israele
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Nazismo maomettano = Islam = dhimmitudine = apartheid = razzismo = sterminio
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Religione e religiosità come ossessione, come grave malattia, grave disturbo della mente e dell'anima o psico-emotivo
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La Sharia non è la legge di D-o ma soltanto quella dell'idolo Allah
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