Trump Donald

Re: Trump Donald

Messaggioda Berto » ven feb 01, 2019 5:08 am

Altro che isolazionista, Trump vuole gestire il primato americano nel mondo
scrive il New York Times (29/1/2019)

http://www.controversoquotidiano.it/201 ... 20qh54oqkY

“Donald Trump ha due anni di presidenza, non ha una strategia legislativa chiara, nessun programma politico, eppure, allo stesso tempo, in mezzo a tutto il caos interno e alla negligenza, questa amministrazione continua ad agire in politica estera come se stesse perseguendo una seria strategia, una sufficientemente coerente e plausibile e lungimirante e che i futuri presidenti potrebbero ragionevolmente imitare” scrive Ross Douthat.
“Questa dottrina Trump, in pratica, non è l’isolazionismo che a volte aveva promesso nel percorso elettorale; è una dottrina di districamento, ridimensionamento e riallineamento, in cui gli Stati Uniti cercano di abbandonare le sue speranze più idealistiche e gli impegni militari irrealistici, restringendo la lista di potenziali nemici e consolidando l’influenza.
L’obiettivo generale non è quello di cedere il primato degli Stati Uniti o di abbandonare le alleanze americane, come spesso gli oppositori di Trump accusano; piuttosto, è mantenere il primato americano su un piano più gestibile, concentrando al contempo più energia e sforzi per contenere il potere e l’influenza della Cina”. Douthat invita a considerare due recenti decisioni. “La prima è la decisione della Casa Bianca di sostenere il leader dell’opposizione in Venezuela e costruire una coalizione per minare il governo dittatoriale di Maduro.
Il secondo è lo sforzo in corso per negoziare un accordo con i talebani che metterebbe fine all’impegno militare dell’America in Afghanistan.
La dottrina di Trump mira a una visione più limitata e sostenibile degli impegni americani. Insieme al jihadismo, cerca di affrontare e contenere due principali nemici di stato, la Cina e l’Iran, e assume una linea dura verso i loro potenziali alleati e clienti nelle Americhe.
Ma non ha ambizioni di nation building nel mondo islamico, nessun sogno di spingere la Nato nel Caucaso, e in Asia orientale sta cercando di convincere il regime di Kim in una sorta di bizzarra amicizia”.
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Re: Trump Donald

Messaggioda Berto » ven feb 01, 2019 5:09 am

italia fatta a maglie - il ritrattone agrodolce della ''stampa'' sulla giornalista
Maria Corbi per “la Stampa”

http://www.dagospia.com/rubrica-2/media ... rc5RK4YNDc


Italia fatta a «Maglie» dopo il Tg. Maria Giovanna, la profetessa della vittoria di Trump, suggeritrice ascoltatissima del vicepremier Matteo Salvini, dirà la sua cinque giorni a settimana dagli schermi Rai. Perché a volte ritornano e dalla porta principale. Le dimissioni firmate dalla Maglie nel 1994 all' azienda dopo la storiaccia delle note spese quando era corrispondente per il Tg2 negli Stati Uniti sono solo un ricordo. D' altronde il giudice archiviò per mancanza di prove. E quei 150 milioni spesi in un anno e mezzo negli Usa rimasero oggetto di un' audit interna sotto la voce «spese pazze».

«Solo una campagna mediatica contro di me», dice oggi la giornalista che con fatica ubbidisce al diktat del silenzio dei vertici aziendali, che non vogliono altre polemiche sulla vicenda della striscia post telegiornale che partirà dopo Sanremo. Non tanto per i malumori esterni a viale Mazzini quanto per quelli interni, dei Cinque stelle che faticano a digerire questa decisione visto che la Maglie è pretesa dalla Lega. E sembra che il vicepremier Matteo Salvini non tocchi pedina in Rai senza prima consultarla.

E non è certo il primo politico a subire il fascino di questa giornalista che ha nel Dna il germe del politicamente scorretto. Walter Veltroni la volle all' Unità, Bettino Craxi la portò in Rai, Silvio Berlusconi le offrì spazio al Giornale. Insomma una carriera con inversione di marcia decisa da sinistra a destra. Senza fare prigionieri. Da comunista a sovranista, il passo è stato lungo ma deciso e ricorda un altro maratoneta dell' arco costituzionale, anche lui investito dalle polemiche per aver occupato il posto «ecumenico» che fu di Enzo Biagi, dopo il Tg, ossia Giuliano Ferrara.

Molte le assonanze tra i due, a iniziare dall' irresistibile tentazione a dire e fare il contrario di quello che si aspettano le élite progressiste che li hanno in diversi modi «creati». Ma alla nuova signora dell' informazione Rai non parlate di destra e sinistra. «Categorie superate - dice - Oggi la divisione è fra sistema e antisistema». A srotolare la guida rossa in Rai per il suo ritorno è stata Teresa De Santis, la direttrice della prima rete.

D' altronde sarebbe stata proprio la Maglie a raccomandarla a Salvini per la poltronissima di viale Mazzini, mai occupata prima da una donna. Così con l' arrivo della temutissima Maglie si inaugura una nuova stagione all' insegna della collaborazione, o meglio della cooptazione al femminile, seguendo le logiche maschili. Non più Eva contro Eva, è il tempo delle Zarine che si alleano. Ma non date a Maria Giovanna della femminista.

O comunque non incasellatela in un movimento. Del Me Too ha detto quello che pensa in uno dei suoi interventi sul sito di gossip politico-mondano-finanziario Dagospia: «Affonda le sue radici nella peggior pratica del politically correct». Insofferente anche alla parola femminicidio («una gigantesca sciocchezza. È solo un' etichetta»).

A stregare Salvini sulla via della Maglie sarebbe stata la campagna elettorale americana, che la giornalista ha seguito per Dagospia. L' unica ad aver previsto da subito (e tifato) la vittoria di Donald Trump. Passione che condivide con il direttore del Tg2 Gennaro Sangiuliano, il primo ad avere avuto l' idea di chiamare la Maglie come opinionista dopo il Tg. Ma Ubi Maior (Tg1) minor cessat (Tg2) e così ecco la Maglie in arrivo sulla rete ammiraglia.

«Cosa fa credere che io non realizzerò un prodotto obiettivo?», si chiede lei. Ma chi la conosce sa che «diplomazia» e «equidistanza» non sono le sue doti. Come non lo sono state del suo modello di giornalismo, Oriana Fallaci, di cui porta avanti molte battaglie, o crociate, a iniziare da quella contro il pericolo islamico. Su Twitter avverte: «Blocco antiamericani, antisraeliani, europeisti con l' urgenza antisovranista, calunniatori...». Archiviato il buonismo ecco a voi il «cattivismo». Subito dopo il Tg.
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Re: Trump Donald

Messaggioda Berto » ven feb 01, 2019 7:48 pm

L'intervista di Trump al New York Times
venerdì 1 febbraio 2019

Ha ribadito che vuole costruire il muro al confine col Messico indipendentemente dalle trattative coi Democratici, e ha parlato bene di Kamala Harris

https://www.ilpost.it/2019/02/01/trump- ... york-times

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha parlato con i giornalisti del New York Times in un’intervista alla Casa Bianca, sostenendo di voler costruire il muro al confine con il Messico nonostante la sconfitta politica subita durante lo “shutdown” delle scorse settimane, negando di essere coinvolto nelle inchieste sulla Russia e smentendo le voci secondo le quali starebbe pensando di non ricandidarsi alle elezioni presidenziali del 2020.

Parlando del rifiuto dei Democratici di autorizzare fondi per 5,7 miliardi di dollari per costruire il muro al confine col Messico, Trump ha definito le trattative con loro «una perdita di tempo» e ha fatto capire di voler agire autonomamente quando saranno ufficialmente terminate, tra due settimane. Una settimana fa, Trump aveva firmato una legge per riaprire le attività del governo, dopo che erano rimaste in parte chiuse per 35 giorni, periodo in cui migliaia di dipendenti pubblici non avevano ricevuto lo stipendio. La legge vale però soltanto per altre due settimane, dopo le quali lo “shutdown” riprenderà se Repubblicani e Democratici (che controllano la Camera) non avranno raggiunto un accordo. Trump ha detto che la speaker della Camera Nancy Pelosi, Democratica, ha fatto «molto male» al paese, e che lui ha già preparato tutto per dichiarare uno stato di emergenza per finanziare autonomamente il muro.

Trump ha poi detto che i suoi avvocati sono stati rassicurati dal vice procuratore generale Rod Rosenstein, che supervisiona l’inchiesta sulla Russia dopo la delega ricevuta a suo tempo dall’ex procuratore generale Jeff Sessions, sul fatto che non sia «un bersaglio» o «un obiettivo» dell’inchiesta. Trump ha detto invece di non sapere nulla sull’altra grande indagine in corso, quella che riguarda il suo ex avvocato Michael Cohen. L’inchiesta riguarda i contatti tra il comitato elettorale di Trump e alcuni funzionari russi riguardo alla costruzione di un grattacielo a Mosca: Trump ha sminuito l’importanza del progetto, smentendo le parole del suo attuale avvocato Rudy Giuliani sul fatto che i contatti fossero proseguiti fino alle elezioni del 2016. Trump ha detto che invece aveva avuto l’ultima conversazione al riguardo nell’estate del 2016, e ha negato che i tweet molto animati che ha rivolto a Cohen – che sta collaborando con la giustizia – possano rappresentare un tentativo di interferire con un testimone.

L’incontro con Trump è stato organizzato dopo che il presidente aveva proposto una cena off the record – le cui conversazioni, cioè, sarebbero state riservate – all’editore del New York Times A. G. Sulzberger, che ha rifiutato proponendo un’intervista on the record – cioè i cui contenuti sarebbero stati pubblicati – con i suoi giornalisti. Proprio con Sulzberger Trump ha avuto un lungo scambio riguardo alla sua ostilità verso i media, che arrivò a definire “nemici del popolo”.

Sulzberger gli ha chiesto se si rende conto della pericolosità sociale di alcune sue affermazioni: il suo uso continuo dell’espressione “fake news” per descrivere le notizie negative sul suo conto, ha detto Sulzberger, è diventato talmente diffuso che viene usato da leader internazionali per reprimere la libertà di informazione. Trump ha detto che questo non gli piace, ma ha detto che la stampa non lo tratta correttamente. Ha aggiunto che pensa di essere un difensore della libertà di stampa, perché non gli importa se una notizia negativa sul suo conto è vera: «Ho avuto delle storie brutte su di me, molto brutte, ma quando le ritenevo vere non mi sono mai lamentato. Ma quando le storie brutte sono false, allora pensi che è ingiusto». Trump ha detto a Sulzberger che il New York Times, secondo lui, lo tratta molto male: «Vengo da Jamaica, il quartiere del Queens, e sono diventato presidente degli Stati Uniti. Direi che ho diritto a una bella storia – solo una – da parte del mio giornale».

Riguardo alle elezioni presidenziali del 2020, Trump ha detto di amare il suo lavoro e ha lasciato intendere che si ricandiderà, nonostante qualcuno avesse ipotizzato il contrario, e nonostante a detta di Trump fare il presidente gli abbia fatto perdere molti soldi. Riguardo ai suoi possibili avversari democratici, Trump ha indicato la candidata Kamala Harris – che ha pronunciato erroneamente Kameela – come quella che secondo lui è partita meglio e ha suscitato più entusiasmo.

Trump ha poi negato di aver mai parlato di WikiLeaks con Roger Stone, il suo ex importante consigliere arrestato la scorsa settimana con l’accusa di aver fatto da tramite tra il comitato elettorale di Trump, gli hacker russi e Wikileaks. Trump ha poi rivendicato la decisione di ritirare le truppe americane dalla Siria, che aveva sorpreso osservatori e alleati internazionali, e le cui modalità non sono ancora chiare per via di diversi annunci contraddittori.

Ha poi difeso il suo approccio aggressivo nei confronti della crisi in Venezuela, dove sta sostenendo attivamente il presidente dell’Assemblea Nazionale Juan Guaidó per rovesciare il governo di Nicolás Maduro. «In Venezuela stanno succedendo delle cose terribili», ha detto Trump, che ha invece sostenuto che in Arabia Saudita le cose stanno «migliorando molto». Trump era stato criticato per come aveva difeso l’alleanza con l’Arabia Saudita, un paese che viola sistematicamente i diritti umani e che lo scorso autunno uccise un giornalista residente negli Stati Uniti nel proprio consolato a Istanbul. Trump ha definito l’omicidio di Jamal Khashoggi «un crimine terribile».
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Re: Trump Donald

Messaggioda Berto » ven feb 08, 2019 9:14 pm

"Siamo nati liberi e resteremo liberi stasera rinnoveremo la nostra determinazione che l'America non sarà mai un paese socialista".
Amo il Presidente Donald Trump!!!
https://www.facebook.com/WhiteHouse/vid ... 2748495953
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Re: Trump Donald

Messaggioda Berto » mar feb 19, 2019 8:35 pm

Sanders insulta Trump: "Bugiardo, sessista, omofobo, razzista"
Renato Zuccheri - Mar, 19/02/2019

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/san ... 47979.html

Il senatore del Vermont, annunciando la sua candidatura per la corsa alle presidenziali Usa, ha attaccato duramente il presidente

Negli Stati Uniti è iniziata la campagna elettorale per il 2020 e il senatore del Vermont Bernie Sanders, nell'annunciare la sua candidatura, ha attaccato duramente il presidente Donald Trump.

L'attacco è stato feroce e particolarmente violento. Nel video, il senatore si è scagliato contro The Donald usando tutto il solito ventaglio di insulti ed etichette affibbiate al presidente degli Stati Uniti. Sanders ha detto: "Viviamo in un momento cruciale e pericoloso della storia americana. Corriamo contro un presidente che è un bugiardo patologico, un ciarlatano, un razzista, un sessista, un omofobo, uno xenofobo, uno che guadagna punti politici facili provando a prendersela con le minoranze, spesso con i migranti senza documenti".

Le solite accuse contro il presidente repubblicano, cui però ha già risposto l'elettorato prima facendo arrivare Trump alla Casa Bianca e poi nelle elezioni di medio termine. Quel tipo di etichette, al popolo americano, iniziano a non interessare più. E Sanders, che si candida come una "novità", non sembra troppo diverso da tutti gli altri candidati della sinistra dem.
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Re: Trump Donald

Messaggioda Berto » ven feb 22, 2019 9:32 am

Trump vieta il rientro di una sposa dell’Isis negli Usa
Sara Giuliani - Gio, 21/02/2019

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/tru ... 49513.html

Il presidente Trump ha vietato ad una sposa dell’Isis di rientrare negli Stati Uniti

Il presidente americano Donald Trump ha espressamente vietato il rientro negli Stati Uniti di Hoda Muthana, 24enne musulmana che quattro anni fa aveva abbandonato gli Usa per viaggiare verso la Siria ed unirsi all’Isis.

A mettere in chiaro la questione ci pensa anche il Segretario di Stato Mike Pompeo che, in un post su Twitter, ha dichiarato: “Hoda Muthana non puó rientrare negli Stati Uniti”.

Ad aprire la polemica contro il governo americano ci pensano i genitore e l’avvocato della giovane sposa dell’Isis che – contrariamente a quanto sostenuto da Pompeo – ritengono inammissibile il divieto del governo Usa in quanto la ragazza sarebbe in possesso della cittadinanza americana. La 24enne pare sia tuttora in contatto con i genitori, ai quali avrebbe detto che sarebbe diretta in Turchia per un evento universitario.

“Hoda Muthana ha un regolare passaporto americano ed é a tutti gli effetti una cittadina degli Stati Uniti”, ha dichiarato Hassan Shibly, avvocato della sposa dell’Isis. “É nata ad Hackensack, New Jersey, nel 1994. Suo padre era un diplomatico”, ha aggiunto il difensore. Per l’avvocato di Hoda Muthana, l’amministrazione Trump continuerebbe a sbagliare nel “privare della cittadinanza coloro che violano la legge”. E continua: “non é questo ció di cui l’America é fatta”.

Dall’altra parte Pompeo smentisce e prende per infondate le dichiarazioni del difensore della sposa dell’Isis: “Muthana non aveva nessuna base legale in America, nessun passaporto, nessun diritto di possederne uno né tantomeno qualsiasi permesso per viaggiare negli Stati Uniti”. Il Segretario di Stato americano chiarisce ogni dubbio: “Hoda Muthana non é una cittadina americana e non sará ammessa negli Stati Uniti”.

Un caso simile si é verificato di recente in Uk dove una giovane musulmana, nata e cresciuta in Gran Bretagna, aveva abbandonato il Paese per unirsi alle forze dell’Isis nel 2015. La Gran Bretagna ha revocato la cittadinanza della giovane sposa dell’Isis, che adesso dichiara di voler tornare in Uk.


Alberto Pento
Revocare la cittadinanza a chi è divenuto cittadino americano per naturalizzazione e concessione, se ha dimostrato di non meritarla è un dovere dell'autorita pubblica (politica e amministrativa) a tutela dei cittadini e dei valori umani e civili.
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Re: Trump Donald

Messaggioda Berto » ven mar 01, 2019 10:48 pm

Donald torna nella bufera Usa. Ma i Dem rinviano l'offensiva
Gaia Cesare - Ven, 01/03/2019

http://www.ilgiornale.it/news/politica/ ... 54326.html

Il presidente a Washington dopo le accuse di Cohen e l'ombra Russiagate. Gli analisti: così si salda la sua base

Il flop del summit con Kim Jong-un. E ora pure gli strascichi di quella che è già stata definita «la testimonianza più scottante contro un presidente in carica dai tempi del Watergate».

Donald Trump torna a casa con un successo in meno (niente firma sulla dichiarazione congiunta per la denuclearizzazione della Corea del Nord che pensava di avere in tasca) e una grana in più, la testimonianza del suo ex avvocato Michael Cohen, che mercoledì lo ha definito un «razzista e truffatore» in diretta tv, durante l'udienza pubblica alla Camera che ieri è proseguita a porte chiuse davanti alle commissioni intelligence dei due rami del Congresso.

«La prima udienza non ufficiale del processo di impeachment», l'ha chiamata il commentatore della Nbc Chuck Todd. E in effetti il giorno dopo l'attacco-valanga sul presidente (secondo Cohen sapeva delle e-mail hackerate ai democratici, pagava assegni per comprare il silenzio della pornostar Stormy Daniels e di altre donne, mentiva sulle trattative per la costruzione di una Trump Tower a Mosca), ora tutti si fanno la stessa domanda: è arrivata l'ora per i democratici di avviare il procedimento di impeachmnent? Il j'accuse di Cohen può segnare l'inizio della fine politica di Trump? La base democratica e qualche megadonatore liberal vorrebbero di sì, ma fra l'establishment democratico la parola d'ordine è «cautela». «Non è interessante che nessuno dalla nostra parte abbia pronunciato la parola impeachment? si chiede il deputato dem Elijah Cummings, presidente della Commissione di Vigilanza. «Proprio nessuno», sottolinea. E in effetti anche Nancy Pelosi, la Speaker finita ormai diverse volte ai ferri corti con il presidente negli ultimi mesi, prima nega di aver visto l'audizione di Cohen, poi aggiunge: «Mi preoccupo molto di più delle cattive politiche di Trump che della sua pessima personalità». Un modo per derubricare la testimonianza di Cohen al livello di sfogo personale sui punti deboli del presidente invece che elevarla a preludio di una possibile messa in stato d'accusa. «Non siamo ancora a questo punto», ammette anche Jamie Raskin, uno dei repubblicani che ha tartassato Cohen durante l'audizione, convinto che ci saranno ancora molte udienze e che «ci sono intere categorie di crimini che non sono state nemmeno menzionate» ma potrebbero portare agli affari all'estero del presidente. Il capogruppo democratico alla Camera Stent Hoyer è chiaro: «Dobbiamo aspettare il resoconto del procuratore Mueller e vedere cosa dice». Un lavoro che potrebbe arrivare in qualsiasi momento e l'unico veramente significativo per arrivare al nodo della questione: «Il cuore dell'indagine è se Trump o i suoi stretti collaboratori durante la campagna presidenziale hanno lavorato con spie russe per svendere la nostra democrazia», spiega il dem Hakeem Jeffries.

Ma a offrire, come sempre, l'interpretazione più centrata e smaliziata sul caso Cohen è l'ex consigliere di Obama, David Axelrod, uno degli analisti più lucidi della politica made in Us, che non a caso definisce la testimonianza di Cohen più una «catarsi personale, il prodotto della sua frustrazione» che un atto «in grado di incidere sulle dinamiche politiche del Paese». «Le sue dichiarazioni sarebbero state più dannose se fossero state meno personali». Mentre Trump accusa l'ex avvocato «di aver mentito al 95%, tranne quando ha detto di non avere prove della collusione tra me e la Russia», Axelrod è convinto che siano stati i repubblicani a segnare un punto dalla loro: «Sono riusciti a presentare la vicenda come un esercizio politico, cosa che spinge gli elettori a polarizzarsi e a correre ognuno verso il proprio angolo, rosso o blu. E Trump siede lì, strapopolare con la base».
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Re: Trump Donald

Messaggioda Berto » ven mar 22, 2019 9:25 pm

Il pericolo per la libertà? Viene dalle università occidentali
Marco Gervasoni
23 Nov 2018

http://www.atlanticoquotidiano.it/quoti ... ccidentali

C’è un luogo in cui la libertà di parola e di pensiero è più minacciata: l’Università. Non stiamo parlando della Turchia, dell’Iran o della Cina. Erdogan, gli ayatollah e i dirigenti del Pc (che starebbe per Partito comunista) non fanno che applicare i vecchi canoni: nelle università non si può criticare il potere politico e quello religioso, e non lo possono fare fuori dalle sue mura neanche docenti e studenti, altrimenti si viene espulsi dall’ateneo e poi si finisce in galera. No, la minaccia alla libertà di cui vogliamo parlare è annidata nelle università del mondo occidentale, laddove essa è, storicamente, cresciuta. Stiamo parlando delle università americane e inglesi, le terre del free speech. Ma vogliamo anche denunciare l’esondazione di tale liquame sul continente e anche da noi, in Italia.

Non vale soffermarsi su singoli e tantissimi casi in cui, in atenei prestigiosi d’oltre oceano e d’oltre manica sono stati intimiditi, minacciati, coartati, quei docenti che osavano criticare il potere, a cui sono stati impediti convegni, e chiuse iniziative, riviste, blog, corsi: fino a chiedere il loro licenziamento, che in alcuni casi è stato ottenuto. Di queste tristi vicende la stampa italica, sempre pronta a trovare la pagliuzza nella trave del nemico e invece assai conciliante con l’amico, tace: ecco perché solo Giulio Meotti su Il Foglio, Francesco Borgonovo su La Verità, e Martino Loiacono su Atlantico, ci informano regolarmente su questa nuova caccia alle streghe. E’ davvero sconcio e intollerabile che Trump e May reprimano la libertà degli atenei! Alt, Wait. La caccia alle streghe di cui stiamo parlando non la promuovono i governi. Semmai, a esser vittima dei nuovi Inquisitori (senza offesa per quelli storici, che erano fior di figure) sono oggi proprio i docenti e gli studenti che simpatizzano per il governo, nel caso americano per Trump. La realtà rovesciata: una volta venivi perseguitato se eri contro il potere politico, oggi se lo difendi.

Il presidente americano incarna il governo federale e anche il potere politico, certo. Ma c’è un altro potere, assai più influente e pericoloso perché pervasivo e non sottomesso a nessuna volontà democratica: il potere dei mandarini della cultura, che hanno occupato in maniera militare negli ultimi decenni i media, i giornali e le università. Gli eredi del commissario politico di staliniana e maoista memoria (molti dei quali maoisti in gioventù) non credono più nel comunismo come i loro padri ma nel progressismo liberal globalista: una fede secolarizzata, una religione politica che non ammette eresia e deviazione dalla linea. Si definiscono liberal o liberali ma la matrice dei loro ragionamenti e delle loro azioni renderebbe orgogliosi Stalin e Mao. I novelli mandarini liberal sono totalitari, ma liberali. Che il totalitarismo non fosse finito nell’Europa occidentale nel 1945 e in quella orientale nel 1989 e che tale modus ragionandi potesse convivere con una forma degenerata di liberalismo, l’hanno spiegato figure diverse come Hannah Arendt, Claude Lefort e soprattuto Augusto Del Noce. Ma ai loro tempi il totalitarismo liberale era solo in nuce e gli studenti e i professori che minacciavano chi non la pensava come loro si rifacevano ad altre tradizioni: Lenin, Stalin, Mao.

La storia è un insieme di processi ciclici, in cui dobbiamo sempre riconoscere gli elementi nuovi presenti in ogni ciclo. E se le contestazioni di fantomatiche organizzazioni studentesche, le complicità dei professori, la vigliaccheria o la malafede dei direttori e dei rettori si erano già viste negli Usa e in Europa occidentale negli anni sessanta e settanta, sbaglierebbe chi volesse interpretare la nuova caccia alle streghe come un semplice coda del passato. Oggi i novelli Inquisitori sono mossi dal culto della identità etnica e di genere, dalla religione politica multiculturalista e dal feticismo dei diritti, che impongono il rifiuto della storia, la battaglia contro la cultura occidentale, giudaico-cristiana, e la sua parificazione a quella dei popoli “sfruttati dall’imperialismo” (quindi Dante o Shakespeare valgono come oscuri poeti africani). E naturalmente la battaglia contro il fascismo, dove fascista è naturalmente chiunque non condivida i precetti della religione politica multiculturalista.

Chi aveva capito dove si stesse andando fu il saggista, e studioso universitario di letteratura, Alain Bloom già nel 1987, con il formidabile “The closing of the American Mind”. Per anni abbiamo creduto (o ci siamo illusi) che la dittatura dell political correctness fosse un caso americano, e pure limitato. Invece non è così. Oggi le facoltà umanistiche di buona parte degli atenei Usa sono dominate da questa dittatura, a cui partecipano, volonterosi o meno, convinti o meno, come carnefici i docenti (se fino a vent’anni fa un professore su tre si definiva conservatore, oggi siamo a uno su dieci). I campus son diventati scuole non di pensiero, ma di dittatura sul pensiero.

Il morbo si è esteso da anni nel Regno Unito, anche per ragioni economiche: molte cattedre sono finanziate da Paesi delle monarchie del Golfo, che però chiedono che l’Islam sia rispettato. Il che vuol dire concretamente, censurare Shakespeare e impedire che qualcuno possa scrivere (persino in una sede scientifica) che il colonialismo britannico in fondo qualche merito positivo l’ha avuto. Ma il controllo occhiuto dei vari Miniluv che devono fare rispettare i principi dell’IngSoc fissati da The Party (nelle università rettori e direttori di dipartimento) si estende anche al di fuori delle mura degli atenei: e invade la vita del docente, controllato in quello che scrive su giornali, social, e persino cosa riporta in conservazioni private! In diversi casi docenti di atenei americani e inglesi sono stati ripresi dai loro cosiddetti “superiori” (che poi non lo sono affatto) perché in una cena privata avevano criticato, chessò, il differenzialismo femministico o peggio avevano confessato di avere votato per Trump. Grazie alla delazione di qualche collega presente a tavola, che ha poi denunciato il misfatto alla organizzazione studentesca, fattasi quindi sentire presso le sfere che contano. “Le vite degli altri”, ma non siamo nella Ddr. Siamo a Princeton, a Oxford, a Parigi, e domani pure a Roma o a Bologna.

Naturalmente, come il Partito di “1984”, anche il nuovo regime del potere totalitario liberale ha fissato delle regole. Sono i codici etici. Norme generiche, regole di condotta a cui il docente dovrebbe attenersi, sempre e comunque, in aula e in biblioteca, nei rapporti con gli studenti ma anche con i suoi vicini di casa, e magari pure all’interno della propria coscienza. Sì, perché ci vogliono convincere che il docente, come un sacerdote, rappresenterebbe l’ateneo e la sua “onorabilità” ovunque, magari anche quando egli si reca alla toilette di casa propria. Cosa dicono queste norme, che un po’ in effetti ricordano lo Stato etico? Che il docente non deve manifestare razzismo, sessimo, pregiudizi alcuni, e deve dimostrare fedeltà alla democrazia. Il problema però è: chi decide se quanto detto o scritto sia razzismo? Quanto alla fedeltà alla democrazia, vogliamo distruggere più di duemila anni di pensiero politico di critica della democrazia? Di Platone non si deve parlare o lo si deve descrivere come il nemico della società aperta, secondo la caricatura che ne diede Popper? Risposta alle tre domande: a decidere cosa sia razzismo e sessismo sono i mandarini, mentre alle altre due domande il responso è un semplice: sì!

Quanto alla norma, essa è generica perché c’è sempre qualcuno che vuole applicare la massima giolittiana: le regole si applicano ai nemici, si interpretano per gli amici. E infatti spesso esse vengono utilizzate per liberarsi di colleghi sgraditi per ragioni di cabale e di piccolo potere accademico. Ma è questione secondaria. La maggior parte dei nuovi Inquisitori del politicamente corretto crede davvero in ciò che fa. Il loro afflato è genuino; pensano seriamente di stare portando la Luce e il Bene sulla Terra, questi novelli gnostici. Proprio come erano in buona fede Stalin, Mao, Pol Pot.

L’epidemia si sta espandendo. In Francia i casi sono già all’ordine del giorno. E in Italia? Anche qui si moltiplicano i segnali preoccupanti. In alcuni atenei si comincia a contestare i docenti perché non sottomessi al culto dei diritti, del gender, della “diversità”, temi su cui si cominciano a organizzare corsi. Così come alcuni Paesi del Medio Oriente prendono anche da noi a finanziare cattedre, che ovviamente non esaltano il lgbitismo, anzi. Ma promuovono un altro tipo di intolleranza, non molto diversa da quella degli adepti della correttezza politica. In questa fase, fautori del multiculturalismo e sostenitori della sharia e della sunna (che in arabo significa appunto codice di comportamento, come i codici etici degli atenei) vanno tatticamente a braccetto. Poi, quando grazie all’appoggio dei primi, i secondi avranno vinto, essi cominceranno a tagliare la lingua ai mandarini del multiculturalismo – in alcuni atenei britannici sta già accadendo.

La minaccia all’Occidente alberga anche e forse soprattutto nelle università occidentali. Chiunque vi si trovi, docente e studente, dovrebbe capire che la libertà di parola e di pensiero è il primo dei nostri valori. E che essa è minacciata dai nuovi mandarini del Big Brother. Quindi non dobbiamo concedere loro nulla, in nome di una malintesa volontà di dialogo o di quieto vivere, e dobbiamo combatterli anche se sono solo all’inizio. Perché una volta che la Bestia sarà cresciuta, tenderà a divorarci anche qui, come sta facendo in America e in Inghilterra.




La più importante e più straordinaria misura firmata da Trump: niente più fondi federali alle università dove non è garantita la libertà di espressione.
La libertà di pensiero e di espressione delle proprie idee è un valore assoluto.



Trump signs executive order to promote free speech on college campuses
https://www.foxnews.com/politics/trump- ... WBqif-fpHQ


Trump signs executive order to promote free speech on college campuses
Adam Shaw

President Trump on Thursday signed an executive order to promote free speech on college campuses by threatening colleges with the loss of federal research funding if they do not protect those rights.

"We’re here to take historic action to defend American students and American values," Trump said, surrounded by conservative student activists at the signing ceremony. "They’ve been under siege."

"Under the guise of speech codes, safe spaces and trigger warnings, these universities have tried to restrict free thought, impose total conformity and shut down the voices of great young Americans like those here today," he said.

FLASHBACK: CONSERVATIVE ACTIVIST ATTACKED ON UC-BERKELEY CAMPUS DURING RECRUITMENT DRIVE

A senior administration official said the order directs 12 grant-making agencies to use their authority in coordination with the White House Office of Management and Budget (OMB) to ensure institutions that receive federal research or education grants promote free speech and free inquiry. White House officials have said it will apply to more than $35 billion in grants.

Public universities seeking funding would have to certify they comply with the First Amendment, which already applies to them. Private universities, which have more flexibility in limiting speech, would need to commit to their own institutional rules.

"Even as universities have received billions and billions of dollars from taxpayers, many have become increasingly hostile to free speech and the First Amendment," Trump said.

TRUMP, ON CPAC STAGE WITH BERKELEY ASSAULT VICTIM, PROMISES EXECUTIVE ORDER ON CAMPUS FREE SPEECH

Trump had announced that such an order was forthcoming at the Conservative Political Action Conference last month, where he said the directive would require colleges and universities to support free speech in exchange for federal research dollars.

He brought on stage Hayden Williams, a conservative activist who was attacked while working a recruitment table on campus at the University of California-Berkeley. The video quickly went viral, with conservatives citing it as further evidence of the stifling and sometimes-violent atmosphere that conservatives face on campus.

OPINION: TRUMP ORDER PROTECTING CAMPUS FREE SPEECH IS RIGHT RESPONSE TO BERKELEY ASSAULT

“He took a punch for all of us,” Trump said of Williams. “And we could never allow that to happen. And here is, in closing with Hayden, here’s the good news. He’s going to be a wealthy young man.”

“If they want our dollars, and we give it to them by the billions, they’ve got to allow people like Hayden and many other great young people and old people to speak,” Trump said. “Free speech. If they don’t, it will be costly. That will be signed soon.”

Talk show host Dennis Prager, who appears in an upcoming documentary called "No Safe Spaces," said Thursday: "It's tragic that in the one country that was founded on liberty--the country that enshrined freedom of speech in its foundational document--this executive order has become necessary. But, thanks to the left, it has. If President Trump can put a stop to the intolerance of non-leftist viewpoints on college campuses and help steer the country in the right direction, there just might be hope."

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Conservative commentators such as Ann Coulter and Ben Shapiro have faced hostile atmospheres when trying to speak at universities -- particularly Berkeley, where Coulter was forced to pull out of speaking and Shapiro faced protests that required police in full riot gear and intense security measures.

White House officials declined to provide specific examples about how universities could lose funding and said implementation details will be finalized in coming months.

Fox News’ Kellianne Jones, Robert Gearty and The Associated Press contributed to this report.




L'ordine esecutivo dei segni di trionfo per promuovere la libertà di parola nei campus universitari
Adam Shaw

Il presidente Trump giovedì ha firmato un ordine esecutivo per promuovere la libertà di parola nei campus universitari minacciando le università con la perdita dei finanziamenti federali per la ricerca se non proteggono quei diritti.

"Siamo qui per intraprendere un'azione storica per difendere gli studenti americani e i valori americani", ha detto Trump, circondato da studenti attivisti conservatori alla cerimonia della firma. "Sono stati sotto assedio".

"Con il pretesto di codici di parola, spazi sicuri e allarmi, queste università hanno cercato di limitare la libertà di pensiero, imporre la totale conformità e chiudere le voci di grandi giovani americani come quelli di oggi", ha detto.

FLASHBACK: UN ATTIVISTA CONSERVATORE HA ATTACCATO IL CAMPUS DI UC-BERKELEY DURANTE LA CAMPAGNA DI RECLUTAMENTO".

Un alto funzionario dell'amministrazione ha detto che l'ordine dirige 12 agenzie che fanno le sovvenzioni per usare la loro autorità in coordinamento con l'Ufficio di gestione e bilancio della Casa Bianca (OMB) per garantire che le istituzioni che ricevono sovvenzioni federali per la ricerca o l'istruzione promuovano la libertà di parola e la libera inchiesta. I funzionari della Casa Bianca hanno detto che si applicherà a più di 35 miliardi di dollari in sovvenzioni.

Le università pubbliche in cerca di finanziamenti dovrebbero certificare che sono conformi al Primo Emendamento, che si applica già a loro. Le università private, che hanno una maggiore flessibilità nel limitare la parola, dovrebbero impegnarsi a rispettare le proprie regole istituzionali.

"Anche se le università hanno ricevuto miliardi e miliardi di dollari dai contribuenti, molte sono diventate sempre più ostili alla libertà di parola e al primo emendamento", ha detto Trump.

TROMBA, SULLA FASE CPAC CON VITTIMA D'ASSALTO BERKELEY, PROMETTE ORDINE ESECUTIVO SUL CAMPUS LIBERTÀ DI PAROLA.

Trump aveva annunciato che tale ordine era imminente alla Conferenza di azione politica conservatrice del mese scorso, dove ha detto che la direttiva avrebbe richiesto a college e università di sostenere la libertà di parola in cambio dei dollari federali per la ricerca.

Ha portato sul palco Hayden Williams, un attivista conservatore che è stato attaccato mentre lavorava a un tavolo di reclutamento nel campus della University of California-Berkeley. Il video è diventato rapidamente virale, con i conservatori che lo citano come ulteriore prova dell'atmosfera soffocante e talvolta violenta che i conservatori affrontano nel campus.

OPINIONE: L'ORDINE VINCENTE CHE PROTEGGE LA LIBERTÀ DI PAROLA DEL CAMPUS È LA GIUSTA RISPOSTA ALL'ASSALTO DI BERKELEY.

"Ha preso un pugno per tutti noi", disse Trump di Williams. E non potevamo permettere che ciò accadesse". Ed ecco, in chiusura con Hayden, ecco la buona notizia. Sarà un giovane ricco".

"Se vogliono i nostri dollari, e noi glieli diamo per miliardi, devono permettere a persone come Hayden e a molti altri grandi giovani e anziani di parlare", ha detto Trump. Libertà di parola". Se non lo fanno, sarà costoso. Questo sarà firmato presto".

Il conduttore di Talk show Dennis Prager, che appare in un prossimo documentario intitolato "No Safe Spaces", ha detto giovedì: "È tragico che nell'unico paese fondato sulla libertà - il paese che ha sancito la libertà di parola nel suo documento di base - questo ordine esecutivo è diventato necessario. Ma, grazie alla sinistra, lo ha fatto. Se il presidente Trump può porre fine all'intolleranza dei punti di vista non di sinistra nei campus universitari e aiutare a guidare il Paese nella giusta direzione, potrebbe esserci una speranza".

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I commentatori conservatori come Ann Coulter e Ben Shapiro hanno affrontato atmosfere ostili quando hanno cercato di parlare nelle università - in particolare a Berkeley, dove Coulter è stato costretto a ritirarsi dal parlare e Shapiro ha affrontato proteste che hanno richiesto la polizia in piena attrezzatura antisommossa e intense misure di sicurezza.

I funzionari della Casa Bianca hanno rifiutato di fornire esempi specifici su come le università potrebbero perdere i finanziamenti e hanno detto che i dettagli di implementazione saranno finalizzati nei prossimi mesi.

Fox News' Kellianne Jones, Robert Gearty e The Associated Press hanno contribuito a questo rapporto.



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Re: Trump Donald

Messaggioda Berto » lun mar 25, 2019 2:48 am

Russiagate, Trump esulta e rilancia: "Un colpo illegale fallito" - Nord America
Agenzia ANSA
2019/03/24

http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/n ... bf822.html

Il procuratore speciale per il Russiagate, Robert Mueller, non ha rinvenuto nessuna collusione fra la campagna di Donald Trump e la Russia. Lo riportano i media americani.

"Il procuratore speciale non ha rinvenuto che la campagna di Trump, o qualcuno associato con questa, abbia cospirato o si sia coordinato con il governo russo nei suoi sforzi, nonostante le varie offerte giunte da individui affiliati con la Russia per assistere la campagna di Trump", si legge nella lettera invitata dal ministro della Giustizia, William Barr.

Il procuratore speciale per il Russiagate, Robert Mueller, non esonera Trump dall'ostruzione alla giustizia. "Anche se il rapporto non conclude che il presidente abbia commesso un reato, allo stesso tempo non lo esonera", si legge nella lettera del ministro di Giustizia William Barr.

Dal rapporto di Robert Mueller emerge la "totale e completa assoluzione" di Donald Trump. Lo afferma la portavoce della Casa Bianca, Sarah Huckabee Sanders.

''Nessuna collusione, nessuna ostruzione, completa e totale ASSOLUZIONE''. Lo twitta Donald Trump.

"Nessuna collusione, nessuna ostruzione. È stata una totale assoluzione. È una vergogna che il paese e che un presidente debbano passare attraverso una cosa simile" aggiunge Trump.

L'indagine del procuratore speciale Robert Mueller è stata un "colpo illegale che è fallito" continua il presidente americano.


COLPEVOLE/I NONOSTANTE TUTTO
Niram Ferretti
25 marzo 2019

https://www.facebook.com/permalink.php? ... 4575318063

La mongolfiera della fuffa contro Donald Trump si è sgonfiata come era prevedibile. Nessuna prova di cospirazione tra Putin e Trump per fare vincere quest'ultimo. Due anni di investigazioni e la montagna ha partorito il proverbiale topolino.

Però non ci stanno gli avversari che già pregustavano lo scalpo biondo ossigenato del presidente come in Israele la sinistra vorrebbe quello con riporto di Netanyahu. Ed è una coincidenza singolare che proprio mentre Netanyahu è in visita a Washington arrivi il riassunto fatto dal Procuratore Generale, Barr, inviato prontamente ai vertici del partito repubblicano e democratico e ai comitati giudiziari del Senato, dal quale si desume che non esiste prova di alcuna collusione.

Ma per i nemici la prova ci deve essere, Barr deve pubblicare tutto il rapporto, bisogna frugare tra le righe, trovare la macchia indelebile che inchiodi Trump. Non può essere innocente. Perchè questa è il postulato della sinistra, sempre e ovunque. Per loro l'avversario che si trova al centro di una inchiesta, sia esso Netanyahu o Trump, è colpevole fino a prova contraria, e quando la prova contraria arriva, è comunque colpevole lo stesso, perchè qualcosa viene nascosto.

Il New York Times, in un articolo con la bava alla bocca, sbraita che non c'è alcuna assoluzione, che il rapporto deve essere pubblicato tutto.

Cappi. Cappi. Cappi, o ghigliottine, come quella di cartone portata in piazza l'anno scorso a Tel Aviv in una manifestazione anti-Netanyahu.

Trump aspetterà il 2020 nell'attesa di essere rieletto, per il momento non ha rivali. Netanyahu deve attendere solo il 9 aprile per essere riconfermato o meno primo ministro di Iseaele.

Nel frattempo la canea continua.
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Re: Trump Donald

Messaggioda Berto » mar mar 26, 2019 6:00 am

No collusion e, dunque, no obstruction. Ora far luce sul vero scandalo: il sospetto Watergate di Obama
Federico Punzi
25 Mar 2019

http://www.atlanticoquotidiano.it/quoti ... iunwb_6qec

Non c’è stata collusione tra la Campagna Trump e la Russia e, dunque, nemmeno ostruzione alla giustizia da parte del presidente. Queste le conclusioni del cosiddetto Russiagate, l’indagine guidata dal procuratore speciale Robert Mueller. Riguardo la collusione, “l’indagine non ha dimostrato che membri della Campagna Trump abbiano cospirato o si siano coordinati con il governo russo nelle sue attività di inteferenza nelle elezioni”, ha concluso Mueller. Riguardo l’ipotesi di ostruzione alla giustizia, non è arrivato a una conclusione, né in un senso né nell’altro, il rapporto “non conclude che il presidente abbia commesso un reato ma allo stesso tempo non lo esonera”.

Nel suo rapporto Mueller si è limitato a descrivere le azioni del presidente che prefigurano una condotta potenzialmente ostruzionistica e a portare argomenti a sostegno di entrambe le tesi, lasciando al Dipartimento di Giustizia determinare se il presidente abbia o meno commesso un reato. L’Attorney General William Barr e il suo vice Rod Rosenstein hanno concluso che non ci sono prove di ostruzione alla giustizia. E questo perché, secondo i principi guida del Dipartimento nei procedimenti penali, per sostenere e ottenere una condanna per ostruzione l’accusa deve dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che ci sia un crimine che giustifichi la volontà di ostacolare in modo illecito la giustizia. Insomma, senza un crimine da coprire non può esserci ostruzione. La decisione del Dipartimento di giustizia invece non si è fondata sulla tesi autorevolmente sostenuta dal celebre avvocato liberal Alan Dershowitz (ma non l’unico), secondo cui un presidente non può essere accusato di ostruzione alla giustizia per il mero esercizio dei suoi poteri e delle sue prerogative costituzionali, a prescindere delle sue motivazioni, da ritenere insindacabili. E il riferimento è al licenziamento dell’ex direttore dell’FBI Comey e al potere di grazia. Può essere chiamato a rispondere politicamente, dal Congresso, dell’abuso di tali poteri, ma non penalmente da un procuratore mosso dal sospetto che il presidente abbia agito per fini inappropriati.

Chiariamo anche che nel rapporto Mueller possono esserci, anzi certamente ci sono elementi a sostegno dell’ipotesi della collusione, che saranno usati nelle prossime settimane per rilanciare la narrazione del Russiagate, ma i fatti parlano chiaramente: Mueller ha chiuso la sua indagine senza procedere a ulteriori incriminazioni e senza raccomandare di incriminare il presidente Trump. Non ci sono i presupposti per incriminarlo né per “collusione”, né per ostruzione alla giustizia o falsa testimonianza. E le accuse mosse contro i membri della Campagna Trump non riguardano cospirazione e spionaggio, ma false testimonianze, frodi e reati finanziari che nulla hanno a che fare con Trump e la Russia. Anzi, la ricostruzione dei fatti, dei loro contatti, dell’attività di ricerca di informazioni per la campagna, dimostra l’assenza di un rapporto tra la Campagna Trump e gli apparati del Cremlino volto a influenzare il voto. Possibile, se fosse esistito, che tutti i personaggi coinvolti si siano mossi in modo da apparire ignari della sua esistenza?

Il lavoro di un procuratore, almeno nei sistemi civili, non è provare l’innocenza oltre ogni ragionevole dubbio, ma la colpevolezza. E la decisione di non procedere oltre per mancanza di prove sufficienti a sostenere una qualsiasi accusa equivale a un proscioglimento. Gli elementi raccolti però, come abbiamo già sottolineato in passato, potrebbero in teoria essere ritenuti sufficienti dal Congresso per avviare una procedura di impeachment del presidente, dal momento che la sua valutazione delle condotte presidenziali è in ultima analisi politica. Il Congresso non ha bisogno di un reato per mettere in stato d’accusa un presidente. Dubitiamo però che i Democratici, che controllano la Camera, intendano procedere su questa strada: “Non ne vale la pena”, aveva detto già due settimane fa la speaker Nancy Pelosi: “Non sono a favore della messa in stato d’accusa. L’impeachment è così divisivo per il Paese che, a meno che non ci sia qualcosa di così stringente e soverchiante e bipartisan, non penso che dovremmo percorrere questa strada”.

Ad uscire con le ossa rotte dal Russiagate sono innanzitutto i media liberal e i copia-incollatori italiani. Ricordate quanti titoli “il cerchio si stringe intorno a Trump” e le numerose varianti che suggerivano una smoking-gun all’orizzonte? La loro credibilità ne esce letteralmente stracciata, a brandelli. Cosa ci dobbiamo aspettare di leggere e sentire ora? Ci saranno gli inconsolabili, quelli che proseguiranno con la narrazione del Russiagate – e il rapporto Mueller non mancherà di fornire materiale (narrativa, più che giornalismo) – e poi ci saranno gli sbianchettatori, quelli che cadranno dalle nuvole e si prodigheranno in un grande sforzo per negare/cancellare di aver mai spacciato certezze. Ma l’ossessione e la vera e propria isteria dei media mainstream per il Russiagate, tranne rarissime eccezioni, è un fatto, provato sulla propria pelle dai pochissimi che in questi due anni hanno osato contraddire il teorema o anche solo dubitare della collusione Trump-Russia, e che si sono visti trattare con scherno, quando non zittiti ed emarginati. “No Trump-Russia Conspiracy”, titola oggi persino il New York Times, mentre per Repubblica si tratta di un “verdetto ambiguo” e stamattina online si faceva persino fatica a trovare la notizia… Di sicuro non è ambiguo il verdetto su Repubblica e gli altri nostri giornaloni.

Non solo un proscioglimento per Trump e una disfatta per i media mainstream, è un bruciante atto di accusa all’FBI e al Dipartimento di giustizia di Obama, come ha scritto Kimberly Strassel del Wall Street Journal, una delle poche a smarcarsi dal coro. Se apri un’inchiesta su una campagna presidenziale, con un’accusa così grave di “intelligenza col nemico”, e strumenti così pesanti e invasivi come le intercettazioni, dovresti preoccuparti di avere qualcosa di più che fondato in mano. E se dal rapporto Mueller, dopo due anni di indagine, emerge che non ci sono elementi sufficienti a incriminare nessuno per la cosiddetta “collusione”, difficilmente potevano esserci già nell’estate del 2016, quando l’FBI aprì e mantenne aperta un’indagine di controintelligence – che non prevede le garanzie di un’inchiesta penale. I Democratici, e non solo, chiedono giustamente la pubblicazione del rapporto in nome della trasparenza, o per continuare a fare lo spin dello spin, ad alimentare la narrativa della collusione. Ma l’indagine Mueller è solo metà della storia. Il pubblico ha diritto a una piena declassificazione, a una totale divulgazione degli elementi di prova su cui, mesi prima del voto del 2016, l’amministrazione Obama ha deciso di fatto di monitorare la campagna presidenziale del partito di opposizione. Fuori tutto, non solo il rapporto Mueller: dalle richieste di mandati FISA ai rapporti sull’apertura e la continuazione dell’indagine; dalle audizioni segrete dei testimoni agli elementi che hanno portato alla nomina di un procuratore speciale pur senza una definita ipotesi di reato e senza indicare il presidente tra i sospettati.

Occorre far luce sulle origini del Russiagate. Per quanto ne sappiamo ad oggi, l’FBI ha aperto l’indagine di controintelligence sulla Campagna Trump e richiesto mandati di sorveglianza FISA nell’estate del 2016 sulla base della conversazione di un consigliere di terzo piano della campagna, George Papadopoulos, e del dossier Steele – un dossier fasullo, commissionato e pagato dalla Campagna Clinton e confezionato da fonti russe (collusione che non ha suscitato molto interesse). Dipartimento di Giustizia e FBI sapevano che mentre ne venivano in possesso il dossier veniva girato ai media? Ed è vero che si sono dimenticati, guarda caso, di dire alla Corte FISA chiamata ad autorizzare la sorveglianza che 1) il dossier proveniva da fonti partisan ed estere e 2) che le informazioni in esso contenute non erano state verificate?

L’FBI è stata tratta in inganno (e da chi?) per destabilizzare la politica americana? O peggio, usata dall’amministrazione Obama per avvantaggiare Hillary Clinton e, perse le elezioni, creare i presupposti e fornire il materiale per una campagna di delegittimazione del presidente eletto? Quella “polizza assicurativa” di cui parlavano nei loro messaggi i due agenti dell’FBI anti-Trump, Peter Strzok e Lisa Page – il primo al centro dell’indagine sulle interferenze russe e sulla Campagna Trump, poi rimosso dal team Mueller. Sarebbe un caso persino più grave del Watergate nixoniano.

Fatto sta che proprio mentre decollava il dibattito sulle fake news diffuse tramite i social network da estremisti e troll russi, la più grande bufala della nostra epoca veniva alimentata con i potentissimi mezzi dei media più “autorevoli” del pianeta sulla base dei leaks provenienti da una delle più potenti agenzie di law enforcement e controspionaggio che sia mai stata a disposizione di un potere politico. È possibile che a rispondere a queste domande sia presto chiamato un nuovo procuratore speciale.
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