Xughi jender, na skifoxa viołasion dei diriti omani

Re: Xughi jender (giochi gender)

Messaggioda Berto » mar giu 13, 2017 7:58 pm

Silvana de Mari

https://www.facebook.com/silvana.demari ... 9175105228

Come diceva la buonanima di Churchill se nessuno ti odia non ti sei mai battuto per nessuna causa.

Quindi ho dato per scontato che sarei stata attaccata nel momento in cui ho tirato fuori le mie terrificanti e trasgressive idee: gli uomini sono diversi dalle donne, le donne sono diverse dagli uomini, sono stati creati diversi perché si uniscano, e le foglie d’estate sono verdi.

Quelli che mi infastidisce è l’accusa di perdita di coerenza rispetto ai miei libri, un’accusa che mi arriva anche quando parlo della religione di pace (La religione del tizio che a Orlando ha sterminato 49 persone, ma la religione non c’entra, c’entra l’omofobia. Anche i Testimoni di Geova sono assolutamente perplessi sull’omosessualità, ma nessuno di loro ha sparato a 49 persone). In quale punto dei miei libri è scritto che è bene tollerare la crudeltà degli orchi perché è la loro civiltà? In quale punto dei miei libri non è espresso con chiarezza che l’unione tra un uomo e una donna è il legame più alto e magnifico?

Torniamo a uomini, donne e foglie verdi in estate.
Ricordo a un aneddoto per spiegare un punto fondamentale.
La terribile morte di diciannove ragazze e ragazzine cristiane bruciate vive da uomini che volevano punirle di essersi ribellate allo stupro e che non saranno puniti perché erano nel loro diritto avvenuta in Irak pochi giorni dopo la caduta di Mosul nelle mani del califfato, , ci riporta all’eterna, inoppugnabile eppure negata realtà che in nessuna civiltà come in quella occidentale, cioè in quella ebraico cristiana, le donne abbiano rispetto e diritti.
Non sono civiltà perfette, ma le altre sono peggio.
La civiltà indiana ha interi templi che campano sulle prestazioni delle prostitute sacre, consegnate al tempio tra i sette e gli otto anni. La pedofilia è ammessa. Mancano in India circa 20 milioni di bambine, sterminate con aborti selettivi e infanticidi.

Quando l’India fu conquistata dall’Impero britannico era ancora in uso la discutibile abitudine di bruciare vive le vedove sulla pira funebre del marito. Terminò perché l’impero britannico la vietò.

Da qualche parte nel Pakistan, all’epoca faceva parte dell’India, contravvenendo alle disposizioni una vedova stava per essere bruciata. Alla cerimonia si presentò lord William Bentinck, il generale britannico con annessi dragoni.
«La nostra civiltà ci ordina di bruciare le vedove, lei non ha diritto di giudicarla», dissero gli indiani.
«Io non esprimo giudizi », li rasserenò il generale. «Semplicemente appartengo a una civiltà che mi ordina di sparare su chi sta bruciando vivo una donna, i fucili ce lo ho io ».
Quel luogo fu evitato e la bizzarra abitudine di bruciare vive le vedove fu abbandonata.

Il movimento di emancipazione femminile, Oriana Fallaci, Hirsi Alì, Suad Sbai, sta dalla parte del generale. In movimento di liberazione femminile invece senza se e senza ma lo avrebbe condannato come colonialista, oppressione dei popoli.
Il femminismo ha avuto due parti, il movimento di emancipazione femminile e il movimento di liberazione. Spesso confusi l’uno con l’altro questi due movimenti sono assolutamente antitetici.
Il movimento di emancipazione femminile era un onesto movimento che voleva diritti civili, pari opportunità, il diritto legale a gestire la propria sessualità. Chiunque stia richiedendo il diritto di voto e la parità di diritti lavorativi è per definizione dalla parte della ragione e sta attuando, che ne sia cosciente o no, il messaggio cristiano: dopo Cristo non ci saranno più ( differenze di dignità tra) ricco e povero, cittadino e straniero, uomo e donna come dice San Paolo.

Il movimento di liberazione è stato un movimento basato sull’odio, sull’odio isterico per i maschi, per la vita, per la maternità, la civiltà ebraico cristiana, il mondo occidentale e soprattutto per sé stesse. Con un’analogia che equipara l’Occidente al maschio prevaricatore e tutto quello che non è occidente alla femmina sfruttata, il movimento di liberazione ha festeggiato i più atroci e misogini dittatori. Le sue appartenenti hanno portato i loro deretano inguainati in mutanda di cotone rigidamente senza pizzetto a scodinzolare davanti a Khomeini, in quanto leader che si opponeva alla fallocrazia borghese occidentale. Chiunque sia andato in piazza a bruciare il reggiseno era una persona con una gravissima dismorfofobia e alterazione dell’io corporeo, quasi sempre anche con disturbi alimentari, individui che, cito testualmente, hanno ritrovato il senso del loro esistere dialogando con la loro vagina. Dopo mezzo secolo di dialogo siamo arrivati all’utero in affitto.

L’odio assoluto per il movimento di liberazione femminile è per le donne. È ginecofobia. La continua profanazione della maternità è ossessivamente presente nei media, nella cinematografia, nei romanzi.
Gli alberi si giudicano dei frutti. Dopo cinquant’anni di libertà sessuale e liberazione femminile e i risultati sono che ci stiamo estinguendo. Il sistema patriarcale basato sulla divisione di ruoli maschile femminile, sulla monogamia, sulla indissolubilità del matrimonio, era un sistema antropologicamente vincente. Ha permesso di mantenere la natalità talmente alta che siamo riusciti a sopravvivere a una serie di catastrofi quali la peste del 1300, la perdita di popolazione costiera dovuta alla tratta degli schiavi delle navi saracene, carestie, guerre, che adesso ci annienterebbero. Ha permesso uno sviluppo culturale incredibile. Ora abbiamo una natalità di 1,3 per madre il che vuol dire che ci stiamo estinguendo.
La nostra crisi demografica è fondamentale per la libanizzazione dell’Europa.
Con il termine libanizzazione s’intende una immigrazione islamica sempre più massiccia sino a che la popolazione infiltrata diviene maggioranza, come è successo in Libano.
Ci sono anche altri effetti della distruzione sistematica della famiglia: la solitudine, la tristezza, la terrificante fatica dell’essere genitore monoparentali.
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Re: Xughi jender (giochi gender)

Messaggioda Berto » lun lug 03, 2017 10:05 am

Maschietto o femminuccia? In Canada un neonato è solo "U"
Rilasciato a un bimbo canadese un libretto sanitario in cui il genere viene indicato con la "U" di "unknow" ("sconosciuto"). La madre del piccolo: "Da grande deciderà cosa vuole essere"
Giovanni Neve - Dom, 02/07/2017

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/mas ... 15537.html

"Sex: U". Con la "U" di "unknow" (cioè "sconosciuto"), che sostituisce i classici "M" o "F" sul libretto sanitario di Searyl Doty.

A rilasciare il documento ufficiale è stato il Canada che ha accolto così la richiesta di Kori Doty, genitore transessuale (che ha però mantenuto l'utero) del piccolo Searyl Doty. "Mio figlio deciderà da solo, in futuro, il proprio sesso. Non lo stabilirò io", ha detto, "Spetta a Searyl decidere come identificarsi, non ho intenzione di precludere la scelta sulla base di un controllo dei genitali.

Secondo Global News, il bimbo era stato fatto nascere nel novembre 2016 a casa di un amico del genitore e non in ospedale per evitare che venisse assegnato il sesso automaticamente. Poi - dopo una lunga battaglia - aveva ottenuto la registrazione della nascita, pur non ottenendo il certificato (dove è obbligatorio indicare il sesso del neonato). Ora invece il ministero della Salute ha emesso un libretto sanitario in cui il sesso è - appunto - indicato con la "U", riconoscendo così le richieste del genitore.
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Re: Xughi jender (giochi gender)

Messaggioda Berto » mer lug 12, 2017 7:39 pm

La vita complicata dei figli di coppie gay
di Stefano Parenti
12-07-2017

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-la- ... U.facebook


“La funzione di padre e di madre è essenziale e costitutiva del percorso di crescita”. È questa la frase “incriminata”, che ha sollevato un polverone attorno allo psicoanalista Giancarlo Ricci, attualmente in attesa di essere giudicato da una commissione deontologica presso l’ordine degli psicologi della Lombardia. In quanto amico e collega non posso che offrirgli tutto il mio sostegno. Indossando gli occhiali dello studioso e del professionista mi chiedo: cosa può dire la psicologia a riguardo dell’affermazione di Ricci? In altre parole, la scienza psicologica – che sappiamo essere molto meno “pura” di tante altre scienze “dure” come la fisica e la biologia – corrobora o confuta l’affermazione sotto accusa?

Da diverso tempo mi interesso di figli senza papà, ovvero di quei bambini e ragazzi che si trovano a crescere in un nucleo familiare composto dalla sola madre, dalla madre e da un nuovo compagno, oppure dalla madre ed un padre che però è assente, fisicamente e/o psicologicamente. Le ricerche che si sono occupate dei “fatherless”, come ho potuto documentare in un libretto dall’omonimo titolo (Fatherless – L’assenza del padre nella società contemporanea, ed. D’Ettoris, Crotone 2015), hanno tutte rilevato dei punteggi svantaggiati per i “senza papà” rispetto ai figli che crescono con una diade genitoriale intatta e partecipe. Sia che vengano indagate le componenti cognitive, che il rendimento scolastico, che gli aspetti relazionali, ma anche l’autostima e più in generale la salute mentale, i fatherless presentano un rischio ben superiore di sviluppare delle difficoltà. Anche molti capiscuola della psicoterapia concordano su questo punto. Sigmund Freud, ad esempio, scrisse: “Non saprei indicare un bisogno infantile di intensità pari al bisogno che i bambini hanno di essere protetti dal padre”. Questo per quanto riguarda la paternità.

La gran parte degli studi di psicologia infantile, però, si focalizzano sulla funzione materna. Una delle più importanti cornici concettuali, la celebre “teoria dell’attaccamento”, sostiene che un certo tipo di madre, ad esempio una mamma concentrata esclusivamente su se stessa (come le madri adolescenti o le madri depresse) oppure emotivamente ambigua nei confronti del figlio, generi una tipologia di legame di attaccamento del bambino a sé che viene definito “insicuro”. Il bambino con un attaccamento insicuro ha maggiore ansia, più facilità a sviluppare una scarsa autostima in adolescenza e, in prospettiva, un rischio più elevato di dare avvio ad una psicopatologia in età adulta. Il che ci dice che se una mamma è assente il figlio ne risente. Vi è poi un altro stile di attaccamento, che viene chiamato disorganizzato, che tende a svilupparsi in presenza di lutti, di violenze, di incapacità a gestire eventi significativi, tra cui la perdita di una figura di attaccamento.

Questi dati ci forniscono una misura dell’essenzialità della funzione materna e paterna e del loro essere costitutivi nel percorso di crescita dei figli. Ad essi sembrano opporsi le ricerche sull’omogenitorialità, ovvero sulle “coppie” di persone dello stesso sesso che convivono e che adottano un figlio. Quando scrissi Fatherless decisi di non occuparmi di esse poiché gli studi che avevo preso in esame erano viziati da gravi errori metodologici, su cui incombeva l’ombra del fanatismo ideologico, come ha poi confermato Roberto Marchesini (cfr. Genitori omosessuali: e i figli?, Studi Cattolici).

Tuttavia un approfondimento specifico andava svolto, perché negli ultimi tempi le ricerche sull’omogenitorialità sono diventate il portabandiera di concezioni politiche ed ideologiche. A coprire la lacuna ci ha pensato Elena Canzi, psicologa e collaboratrice del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica di Milano, la quale ha dato alle stampe un volumetto dal titolo: Omogenitorialità, filiazione e dintorni – Un’analisi critica delle ricerche (Vita e Pensiero, Milano 2017). Sono molto grato alla dottoressa Canzi per aver scritto un testo importante e per averlo fatto nel modo migliore possibile, ovvero attenendosi strettamente alla ricerca scientifica. Nel suo libro non c’è divulgazione, non ci sono argomentazioni filosofiche, teologiche o semplicemente contestuali, ma semplicemente una fredda e lucida analisi della letteratura. Forse è proprio questo atteggiamento, serio e rigoroso, che è mancato al dibattito scientifico, come è emerso dalla vicenda legata al Giornale Italiano di Psicologia, il cui numero dedicato all’omogenitorialità ha sollevato non poche polemiche.

Il testo della dottoressa Canzi si divide in tre sezioni. Nella prima leggiamo una corposa presentazione scritta da Eugenia Scabini e Vittorio Cigoli, ovvero da due nomi che nel mondo della psicologia non hanno bisogno di presentazioni. La professoressa Scabini è stata per quasi un ventennio preside della facoltà di psicologia presso l’Università Cattolica di Milano, ma soprattutto è stata ancor più lungamente direttrice del Centro Studi e Ricerche sulla Famiglia. Vittorio Cigoli, oltre ad essere uno dei più importanti clinici nell’ambito del famigliare nonché docente universitario, ha diretto l’Alta Scuola Agostino Gemelli sempre dell’Università Cattolica.

Insieme i due “professoroni” non solo hanno portato avanti le ricerche sul famigliare, sia in ambito sperimentale che clinico, ma hanno elaborato un modello teorico dei legami famigliari ed un paradigma in grado di interfacciarsi con gli ambiti della prevenzione e dell’intervento. Basta dire che la loro definizione di “familiare”, frutto di studi antropologici, sociologici e psicologici, risuona oggi in molteplici testi specialistici, italiani e stranieri. Essa dice che: “La famiglia è un’organizzazione che tiene e lega insieme le differenze fondamentali dell’umano: la differenza di stirpe, la differenza di generazione e la differenza sessuale”. È già sufficiente quest’ultimo passaggio per intuire che laddove non vi sia differenza sessuale, difficilmente vi sarà “il famigliare”.

Nella Presentazione del libro, Scabini e Cigoli sono abbastanza espliciti: parlano di “problemi metodologici” riferendosi alle ricerche (p. VII); portano lo sguardo sui “problemi che la situazione di omogenitorialità strutturalmente porta con sé (uno solo è padre o madre e l’altro è il cosiddetto ‘genitore sociale’) con gli inevitabili squilibri che tale doppia presenza dello stesso genitore, unitamente alla ‘diseguaglianza procreativa’, comporta” (p. VIII); e sentenziano che “dal corpus delle ricerche presentate risulta di tutta evidenza la forzatura della tesi della ‘non differenza’” tra bambini di coppie omosessuali ed eterosessuali (p. IX). Essi denunciano un uso politico della ricerca empirica, la quale “va riconosciuta ed apprezzata per quel che essa è in grado di offrire e non caricata di compiti ad essa estranei come quello di giustificare una nuova concezione antropologica della filiazione” (p. XVI).

L’analisi delle ricerche svolta da Elena Canzi si sviluppa su tre capitoli e si apre con gli studi sulle coppie omosessuali con figli. Il primo nodo che l’autrice affronta riguarda le preferenze ovvero i rapporti preferenziali tra il genitore di nascita e il figlio, “e di conseguenza conflitti, competizione, gelosia, nonché fantasie specifiche tra il genitore di nascita e il cosiddetto ‘genitore sociale’, ossia il partner/coniuge del genitore di nascita che non ha legami genetici con il figlio” (p. 5). Lo “sbilanciamento relazionale verso la madre di nascita” che i figli attestano rispetto alla “madre sociale” è stato riscontrato sia nelle forme linguistiche utilizzate dai bambini di “madri lesbiche in coppia”, che “dicono di essere in difficoltà per l’assenza di un linguaggio adeguato a descrivere la loro situazione”, sia da alcune toccanti interviste strutturate, come quella di una giovane che chiama la madre di nascita “momma best” (p. 6).

Altri temi importanti sono quelli del denaro, secondo cui “i figli nati tramite donazione di seme dicono di sentirsi disturbati dal ruolo ricoperto dal denaro nel proprio concepimento” (p. 8), e del rapporto con le famiglie di origine e la rete amicale: “l’unico elemento di criticità che la letteratura sul tema ha evidenziato”. Benché l’apporto della ricerca, qui come in tutto il campo dell’omogenitorialità, sia parziale ed ancora insufficiente, “dai pochi dati a disposizione sembrerebbe che le coppie omosessuali con figli siano meno supportate dalle famiglie di origine e più esposte all’isolamento e al misconoscimento da parte dei parenti” (p. 10).

Col secondo capitolo il testo raggiunge il cuore della vicenda, descrivendo le ricerche sui figli delle coppie omosessuali. “Nella stragrande maggioranza dei casi i campioni utilizzati non sono rappresentativi della popolazione” (p. 13). Molti studi utilizzano, infatti, dei questionari self-report per la raccolta dei dati, ovvero delle domande sullo stato dei figli compilati dalla coppia genitoriale omosessuale. È facile intuire i rischi a cui tali strumenti si espongono: “Nel caso dei genitori omosessuali, specie quelli che pianificano il figlio, è lecito supporre che, avendo essi investito moltissimo in questa causa e avendo una notevole pressione a dimostrare la propria adeguatezza, tenderanno a mostrare ed enfatizzare prevalentemente gli aspetti positivi della loro esperienza familiare” (p. 14). “Tutto questo ci deve rendere cauti nella generalizzabilità dei risultati” (p. 13). Vediamone alcuni.

Per quanto riguarda il comportamento di genere, “i figli di genitori omosessuali nel loro percorso di costruzione dell’identità sessuale e di genere possono trovarsi in difficoltà, poiché, se eterosessuali si trovano a dover gestire una situazione in contrasto con il modello genitoriale, se omosessuali ne deludono le aspettative. D’altra parte, anche nei confronti dell’ambiente sociale, sentono di dover esibire standard comportamentali d’eccellenza per confermare la ‘normalità’ della loro famiglia e ciò tende a provocare in loro un senso d’inadeguatezza” (p. 17). Circa l’orientamento sessuale, l’autrice riassume così le ricerche: “Nonostante la disparità dei dati di ricerca esposti e la difficoltà a commentarsi, vista la eterogeneità dei campioni coinvolti, sembra comunque di poter rintracciare un trend comune, ossia una maggior probabilità di atteggiamenti e comportamenti omosessuali (già vissuta, o anche solamente immaginata) nei figli cresciuti da genitori omosessuali” (p. 19).

Un altro aspetto significativo è il benessere psicologico, che spesso ricorre nel can can mediatico sull’omogenitorialità. A riguardo la Canzi commenta: “Innanzitutto si evidenzia un quadro certamente complesso e non univoco per cui diventa davvero difficile sostenere che non esista alcuna differenza tra i figli di genitori omosessuali e i figli di genitori eterosessuali”. Ed aggiunge: “è altresì vero che, ad oggi, le ricerche non sono in grado di dare riposte chiare e definitive sullo stato di salute complessivo di questi ragazzi” (p. 27).

Altri dati interessanti sono quelli che riguardano il rapporto dei figli con i genitori: “Particolarmente problematico sembra essere il caso dei figli maschi di donne lesbiche che paiono in difficoltà a dare valore al proprio genere probabilmente in relazione al fatto che le loro madri vivono la contraddizione di rifiuto del maschio (in quanto lesbiche appartenenti alla comunità lesbica) e di doversene prendere cura (in quanto madri di figli maschi)” (p. 35). Le cose non vanno meglio quando vengono indagati i rapporti con i coetanei: “in sintesi possiamo dire che la situazione di disagio di questi ragazzi è di tutta evidenza nei confronti dei pari, soprattutto durante l’adolescenza. […] I dati che la ricerca mette a disposizione […] mostrano che, anche all’interno di contesti in cui da diversi anni sono state introdotte legislazioni favorevoli all’unione omosessuale, i figli di genitori omosessuali devono comunque affrontare problemi specifici e il disagio che vivono è più complesso, profondo, doloroso e attraversato da sentimenti di colpa e di vergogna” (p. 34).

Il terzo capitolo si focalizza sull’adozione ed in particolare sui criteri di valutazione dell’idoneità delle coppie aspiranti. “Gli operatori sociali, infatti, sono chiamati a tutelare l’interesse del minore adottabile e a valutare le competenze genitoriali delle coppie, la loro capacità, seppur prospettica (ed è questo a rendere il compito assai difficile), di rispondere alle esigenze di minori che hanno spesso subìto separazioni traumatiche e/o vissuto contesti di crescita non adeguati” (p. 45).

Le coppie di persone con tendenze omosessuali presentano delle differenze significative nell’ambito dell’esclusività sessuale: “non tutte le coppie dello stesso sesso sono monogame – riporta Canzi, citando la ricercatrice Abbie Goldberg -. Infatti, i dati a nostra disposizione affermano che l’esclusività sessuale non è la norma, specialmente tra le coppie di uomini gay, dove le percentuali di relazioni multiple si attestano attorno al 50-60%” (p. 45). Numeri davvero importanti. Anche la stabilità della coppia omosessuale è differente da quella eterosessuale: “Alcuni studi hanno documentato che i tassi di dissoluzione delle relazioni di coppie omosessuali con figli sono maggiori rispetto a quelle eterosessuali coniugate con figli” (p. 46).

Un altro elemento molto delicato da affrontare nel percorso di valutazione di idoneità è la salute mentale e fisica, che “sappiamo influire in modo rilevante sul benessere dei figli” (p. 46). “Alcune ricerche hanno messo in luce che nella popolazione omosessuale rispetto alla popolazione generale vi sono maggiori incidenze di alcune patologie psicologiche, come disturbi dell’umore e d’ansia, nonché la presenza di pensieri e/o atti suicidari […] e di comportamenti a rischio come consumo di alcool e di fumo” (p 46). Un ulteriore aspetto è la carenza di supporto sociale da parte delle famiglie di origine: i genitori adottivi omosessuali “riportano di ricevere meno sostegno da parte della famiglia di origine” (p. 46). In conclusione: “L’adozione da parte di coppie omosessuali si configura quindi come un quadro molto complesso, in cui bambini e ragazzi si trovano a fronteggiare diverse situazioni di rischio e sono impegnati in compiti di sviluppo ‘aggiuntivi’ rispetto sia ai coetanei non adottati, sia ai coetanei adottati da coppie eterosessuali”.

L’ultima parte del volume riporta delle preziose schedature delle principali ricerche analizzate. Il lettore può così verificare di persona le argomentazioni dell’autrice. Nel complesso il testo sembra suggerire che crescere con due mamme e due papà non sia proprio la stessa cosa dell’avere una famiglia tradizionale. Al di là di ciò che dice la stampa mainstream. Forse non si è ancora dimostrato che “la funzione di padre e di madre è essenziale e costitutiva del percorso di crescita”, come ha sostenuto Giancarlo Ricci. Da due premesse negative non si giunge ad alcuna conclusione affermativa, recita la quinta regola del sillogismo ripresa anche dalla dottoressa Canzi nel testo. Capire che Mario non è un pesce, non vuol dire dimostrare che sia un uomo. Però, è pur vero che si tratta già di un passo importante.
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Re: Xughi jender (giochi gender)

Messaggioda Berto » ven lug 14, 2017 9:19 pm

???

Transgender, perché la nostra società li santifica
Diego Fusaro

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/02 ... ca/3393324

Ha fatto discutere l’uscita certo poco felice di Beppe Grillo sui transgender. Uscita poco felice per sensibilità e stile, certo. Ma ancor più infelice e banale l’accusa, prevedibile, di omofobia che gli è subito piovuta addosso a reti unificate dai sacerdoti del politicamente corretto e dai censori di tutte le discriminazioni presunte o reali che non siano quelle legate al classismo capitalistico. Poniamo una domanda seria e centrale per inquadrare il problema. Perché l’ordine del discorso mediatico, televisivo, accademico e giornalistico ha scelto da tempo di santificare la figura del transgender? Risponderei così.

Proprio come, sul côté economico, il liberismo aspira ad abbattere il limite politico statale, così, sul versante sessuale, mira a dissolvere il concetto stesso di limite naturale, dissolvendo l’idea di una natura non risolta integralmente nella società e nella storia. Il mito neoliberistico del transnazionale si ridispone, nell’ambito della sessualità, nell’elogio mediatico permanente della figura del transgender, ossia di colui che ha varcato ogni confine, ogni limite e ogni frontiera naturale, ogni residuo della tradizione storica.

Come il transnazionalismo liberista mira al mercato globale deregolamentato e libero da ogni sovranità nazionale democratica, così il transgenderismo eretto a modello mediatico si fonda sulla deregulation sessuale, sull’abbattimento di ogni limite e di ogni sovranità legati all’ambito della natura e della biologia. Nel quadro del fiorire delle nuove categorie promosse dai gender studies, ove il transgender si pone come variante sessuale del migrante e il queer del precario, la vetusta eterosessualità viene rubricata a categoria tra le tante, nella completa rimozione tanto della sua rilevanza nell’orizzonte dell’eticità borghese e proletaria, quanto della sua centralità ontologica per la riproduzione della razza umana: l’eterosessuale è ridefinito come cisgender. La “cisessualità” – spiega la neolingua dei gender studies – corrisponde alla classe di identità di genere in cui si dà una concordanza tra l’identità di genere del singolo individuo e il comportamento o ruolo considerato appropriato per il proprio sesso. Secondo la più diretta offensiva rivolta contro l’eticità familiare borghese e proletaria, i gender studies collocano l’eterosessualità su un piano di indistinzione, nel trionfo della separazione tra sessualità e vita etica familiare.

Quello animante l’ideologia gender come teoria sessuale corrispondente alla precarizzazione delle identità coincide, dunque, con il sogno di De Sade, espresso nelle pagine della Nouvelle Justine (1797): “L’impossibilité d’outrager la nature est, selon moi, le plus grand supplice de l’homme”. In tale sogno si riflette il nichilismo della forma merce, con la sua segreta teleologia della violazione di tutto ciò che può essere violato e dell’oltrepassamento di ogni misura.

Il corollario che ne discende, e che struttura la visione del mondo propria dell’ideologia genderista, è quello per cui, anche sul versante sessuale, tutto è illimitatamente possibile e, dunque, illimitatamente consumabile. Sta qui il segreto della dinamica di androgenizzazione della società a capitalismo flessibile: l’individuo unisex tende a una androginia completa, in quanto non deve essere né uomo, né donna, per poter essere contemporaneamente entrambe. Deve, cioè, trascendere ogni limite e poter essere tutto senza inibizioni naturali o morali, biologiche o culturali.
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Re: Xughi jender (giochi gender)

Messaggioda Berto » ven lug 21, 2017 8:06 pm

MA QUALE TRANSGENDER !!! MA QUALE UOMO CHE PARTORISCE !!!
SMONTIAMO QUESTA PROPAGANDA E TRUFFA CULTURALE- CLICCA!
I bambini nascono tutti dalle DONNE. DONNE OK? D-O-N-N-E !

https://www.facebook.com/Giuseppe.Povia ... 7769694670
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Re: Xughi jender (giochi gender)

Messaggioda Berto » gio lug 27, 2017 9:11 am

Trump: «No ai trans nell’esercito Usa». Obama sconfessato
di Redazione
26 luglio 2017

http://www.secoloditalia.it/2017/07/493 ... M.facebook

Dal Nord America all’Europa fino all’Australia, è allarme fertilità per l’uomo occidentale. Secondo un team di scienziati gli spermatozoi sono in costante crollo: la loro concentrazione nel liquido seminale sarebbe diminuita di oltre il 50%,dimezzata in meno di 40 anni. Sulla carta, arriva a ipotizzare uno degli autori del lavoro pubblicato su Human Reproduction Update, si potrebbe addirittura parlare di rischio estinzione se il trend si mantenesse quello osservato passando in rassegna 7.500 studi e conducendo una metanalisi su 185 lavori.

Il periodo coperto va dal 1973 al 2011 e l’esito della ricerca mostra nel dettaglio che il declino nella concentrazione di spermatozoi è del 52,4%, mentre il conteggio spermatico totale registra un calo del 59,3%, fra coorti di uomini del Nord America, dell’Europa, dell’Australia e della Nuova Zelanda (non selezionati in base alla fertilità). Nessuna diminuzione significativa è stata invece osservata in Sud America, Asia e Africa, dove sono stati condotti molti meno.

Lo studio indica anche che il tasso di declino degli spermatozoi tra gli occidentali non rallenta: è risultato significativamente forte anche quando l’analisi è stata limitata agli studi con raccolta di campioni tra il 1996 e il 2011. «Data l’importanza dei conteggi spermatici per la fertilità maschile e la salute, questo studio suona una sveglia a ricercatori e autorità sanitarie di tutto il mondo affinché indaghino sulle cause della forte contrazione continua» del numero di spermatozoi, «con obiettivo la prevenzione», sottolinea Hagai Levine, della Hebrew University-Hadassah Braun School of Public Health and Community Medicine (Gerusalemme), che ha condotto la ricerca con Shanna H. Swan della Icahn School of Medicine at Mount Sinai (New York), e un team internazionale di ricercatori da Brasile, Danimarca, Israele, Spagna e Stati Uniti.

È l’esperto che alla Bbc online parla di «genere umano che potrebbe estinguersi se il trend continua». I risultati del lavoro, osservano gli esperti, hanno importanti implicazioni per la salute pubblica: mostrano innanzitutto che la percentuale di uomini con conta spermatica al di sotto della soglia che indica l’infertilità sta aumentando, e si legano anche a quanto emerso da recenti studi secondo cui un numero ridotto di spermatozoi è correlato a una maggiore morbilità e mortalità. Tradotto: ci sarebbero gravi rischi sia per la fertilità maschile che per la salute.
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Re: Xughi jender (giochi gender)

Messaggioda Berto » mar ago 08, 2017 6:33 am

“L’omosessualità non è normale. Tollerarla è il declino dell’Occidente”.
Parole di una straordinaria e coraggiosa pensatrice lesbica atea.
Gianpaolo Rossi
30 gennaio 2017

https://www.osservatoriogender.it/lomos ... ea-lesbica

Camille Paglia è una delle più originali pensatrici del nostro tempo. Americana di origini italiane, rappresenta una delle intelligenze più libere, contraddittorie e dissacranti della cultura contemporanea.


FEMMINISTA

È femminista ma disprezza il femminismo contemporaneo che definisce “malato, indiscriminato e nevrotico” e lo rincorre con spietata ironia: “lasciare il sesso alle femministe è come andare in vacanza lasciando il tuo cane ad un impagliatore”.

Ammira le donne emancipate degli anni ’20 e ’30 del ‘900 “perché non attaccavano gli uomini, non li insultavano, non li ritenevano la fonte di tutti i loro problemi, mentre al giorno d’oggi le femministe incolpano gli uomini di tutto”.


DI SINISTRA

Camille Paglia è di sinistra ma riconosce che “i Democratici che pretendono di parlare ai poveri e ai diseredati, sono sempre più il partito di un’élite fatta d’intellettuali e accademici”.
Lei, icona di una cultura radical-chic che affonda nel ’68, spiega l’inutilità degli intellettuali che “con tutte le loro fantasie di sinistra, hanno poca conoscenza diretta della vita americana”.


ATEA

Camille Paglia è atea ma guai a chi le tocca il ruolo storico della religione e sopratutto del cristianesimo: “ho un rispetto enorme per la religione, che considero una fonte di valore psicologico, etico e culturale infinitamente più ricca dello sciocco e mortifero post-strutturalismo, che è diventato una religione secolarizzata”.


LESBICA

Camille Paglia è lesbica ed in molte interviste ricorda la sua attitudine giovanile transessuale, eppure ammette che “i codici morali sono la civiltà. Senza di essi saremmo sopraffatti dalla caotica barbarie del sesso, dalla tirannia della natura”.

Detesta la stupidità delle mobilitazioni gay e l’intolleranza degli omosessuali e quando le si domanda:

“Perché in questi anni non c’è stato nessun leader gay lontanamente vicino alla statura di Martin Luther King?”

Lei risponde:

“Perché l’attivismo nero si è ispirato alla profonde tradizioni spirituali della chiesa a cui la retorica politica gay è stata ostile in maniera infantile. Stridulo, egoista e dottrinario, l’attivismo gay è completamente privo di prospettiva filosofica”.

Lei, che rivendica di essere stata la prima studentessa lesbica a fare outing all’università di Yale, riconosce che “l’omosessualità non è normale; al contrario si tratta di una sfida alla norma”.
E sulle nuove frontiere della procreazione assistita, si dice “preoccupata dalla mescolanza perniciosa tra attivismo gay e scienza che produce più propaganda che verità”.

Riconosce che la sua omosessualità e le sue tendenze transgender sono una “forma di disfunzione di genere” perché in natura “ci sono solo due sessi determinati biologicamente”; e i casi di effettiva androginia sono rarissimi, “il resto è frutto di propaganda”.

Verso quei genitori che, grazie a medici compiacenti, cambiano il sesso dei figli a fronte di comportamenti apparentemente transessuali, Camille Paglia non ammette giustificazioni: “È una forma di abuso di minori”.

Sia chiaro: per Camille Paglia, in ballo non c’è il diritto di ogni uomo o donna adulti di vivere la propria sessualità con libertà e amore; né il dovere di uno Stato di riconoscere fondamentali diritti di ogni individuo a raggiungere la propria realizzazione di sé, anche in campo affettivo o sessuale; in ballo c’è il patto mefistofelico che l’Occidente sta facendo con la Tecnica per disarticolare l’ordine naturale: “La natura esiste, piaccia o no; e nella natura, la procreazione è una sola, regola implacabile”.


TRANSGENDER E DECLINO DELL’OCCIDENTE

Qualche mese fa, davanti alle telecamere di Roda Viva, il famoso format televisivo brasiliano di Tv Cultura, è stata ancora più chiara: “l’aumento dell’omosessualità e del transessualismo sono un segnale del declino di una civiltà”.

Non c’è alcun giudizio morale in questa affermazione (e come potrebbe esserci?) ma un’analisi storica sull’Occidente che interpreta i segni del tempo; “a differenza delle persone che lodano il liberalismo umanitario che permette e incoraggia tutte queste possibilità transgender, io sono preoccupata di come la cultura occidentale viene definita nel mondo, perché questo fenomeno in realtà incoraggia gli irrazionali e, direi, psicotici oppositori dell’Occidente come i jihadisti dell’Isis”.

“Nulla definisce meglio la decadenza dell’Occidente che la nostra tolleranza dell’omosessualità aperta e del transessualismo”.
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Re: Xughi jender (giochi gender)

Messaggioda Berto » sab set 09, 2017 8:22 pm

Inghilterra, il gender vieta le gonne a scuola: "Vestiti tutti uguali"
Ivan Francese - Ven, 08/09/

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/ing ... 39391.html

Una scuola media del Sussex ha messo al bando le gonne dalle divise scolastiche in omaggio all'ideologia gender: "È per gli studenti sessualmente confusi"

Niente gonna, siamo inglesi. E quindi - in ossequio al politically correct imperante ormai ovunque - rigorosamente gender neutral.
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Appena pochi giorni dopo la notizia della scelta del grande magazzino londinese John Lewis di abolire la distinzione fra abiti per bimbi maschi e bimbe femmine, l'ideologia che vuole promuovere l'identità sessuale "liquida" mette a segno un altro punto.

L'ultima, incredibile, novità arriva dalla Priory School di Lewes, nel Sussex. Dove la direzione della scuola ha deciso - senza consultare preventivamente i genitori - di imporre a tutti gli studenti, maschi e femmine, un abbigliamento unisex. Mettendo al bando le gonne, componente tradizionale e irrinunciabile della divisa scolastica.

I 1100 studenti fra gli 11 e i 16 anni potranno conservare le vecchie uniformi ma per le nuove matricole non ci sarà scelta: la scuola ha deciso di "venire incontro al crescente numero di allievi che hanno un'identità sessuale confusa". In Inghilterra sono già molte le scuole che consentono agli studenti anche minorenni di vestirsi con capi d'abbigliamento del sesso opposto ma questo rappresenta il primo caso in cui la direzione di una scuola abbia deciso di imporre un abbigliamento gender neutral per tutti, a prescindere dalle inclinazioni dei singoli.

Comprensibilmente, le reazioni di moltissimi commentatori e della vasta maggioranza delle famiglie sono di sbigottimento e confusione. In tantissimi, anche fra i personaggi famosi della politica e dello spettacolo, hanno deciso di protestare. Ma fra tutte le testimonianze vale forse la pena di citare quella di una ragazzina che alla Priory school studia, riportata anche dal Corriere della Sera. "Le femmine hanno corpi diversi dai maschi e dovremmo avere il diritto di indossare una gonna. Le ragazze devono avere una scelta."
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Re: Xughi jender, na skifoxa viołasion dei diriti omani

Messaggioda Berto » dom set 24, 2017 1:20 pm

Gender, lezione choc alle elementari: "Matrimonio gay tra due bimbi"
Giuseppe De Lorenzo - Ven, 26/05/

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/ ... 02479.html

Riceviamo e pubblichiamo:
"Noi sottoscritte Sig.re Valeria Pritoni e Silvia Bertozzi, insegnanti nella scuola elementare di Poggetto (frazione di San Pietro in Casale, BO), intendiamo smentire ogni circostanza di fatto riferita nell'articolo apparso sull'edizione online di questo quotidiano, secondo il quale nel nostro Istituto sarebbe stato celebrato "un vero e proprio matrimonio omosessuale, benedetto dalle maestre (...) nel corso del quale due maschietti, di fronte ad un immaginario altare" avrebbero "pronunciato il fatidico sì" e si sarebbero scambiati "un bacetto".

Questo episodio è totalmente inventato e si pone al di fuori di ogni possibile attività e/o progetto didattico al quale ci atteniamo nel solco dei programmi e delle direttive ministeriali e di Istituto. Pur non essendo espressamente indicati i nostri nominativi, altri elementi descrittivi contenuti nell'articolo hanno portato i genitori, colleghi e dirigenti scolastici ad attribuire a noi i fatti ivi riportati, costringendoci pertanto ad intervenire nel nostro interesse ma anche in quello degli altri docenti potenzialmente attaccati in quanto operanti nel medesimo Istituto. Riteniamo infatti doveroso richiedere ed ottenere questa precisazione per tutelare sia la nostra immagine e la nostra reputazione professionale che quella dell'Istituto nel quale orgogliosamente svolgiamo il nostro ruolo di educatrici e formatrici delle nuove generazioni. Crediamo che sia fondamentale evitare la diffusione di simili notizie inventate anche al fine di preservare la tranquillità della nostra piccola comunità e la crescita dei bambini e delle bambine".

Riceviamo dal dirigente scolastico Elena Accorsi e pubblichiamo:
"In riferimento all’articolo pubblicato in data 26/05/2017 sulla testata web "Il Giornale.it", dal titolo: “Gender, lezione choc alle elementari: "Matrimonio gay tra due bimbi"", dopo aver acquisito agli atti le dichiarazioni delle docenti della classe terza della scuola primaria “Rodari” di Poggetto, come Dirigente Scolastico e Rappresentante Legale dell’Istituto Comprensivo di San Pietro in Casale chiedo esplicita smentita, poiché le insegnanti affermano che i fatti riportati nell’articolo non si sono verificati".

Due maschietti di fronte ad un immaginario altare, il fatidico sì e poi (forse) pure il bacetto gay. A Poggetto, piccola frazione in provincia di Bologna, scoppia la polemica dopo la denuncia di alcune mamme, i cui figli hanno raccontato a casa di lezioni a dir poco particolari che le maestre avrebbero imposto alle loro classi.

Sono almeno tre i bimbi che hanno trovato il coraggio di raccontare quanto sarebbe successo mercoledì scorso in una terza elementare dell'Istituto Comprensivo di San Pietro in Casale: un vero e proprio matrimonio omosessuale, benedetto dalle maestre. "Abbiamo verificato e le versioni sulla simulazione dell'unione gay combaciano", racconta Sara, nome di fantasia di una esponente (che vuole rimanere anonima) del gruppo #insiemepossiamo, nato per combattere la diffusione delle teorie gender nelle scuole locali.

Se tre indizi fanno una prova, le testimonianze degli scolaretti dovrebbero bastare per montare un caso. Potrebbe trattarsi di una bugia inventata dal comitato, direte. Difficile, visto che oggi è arrivata la conferma via Facebook di una mamma non iscritta al movimento. "Il gender a scuola di mia figlia ha già prodotto i suoi primi effetti - scrive Silvia Claudia Rossi - In classe spesso giocano a fare i matrimoni fra loro. Ieri ho saputo che finalmente hanno celebrato il primo matrimonio gay fra due maschietti! Con relativo bacio degli sposini".

Non è facile la vita in Emilia Romagna per chi vorrebbe avere "pieni diritti" nella scelta educativa dei bambini. "Quest'anno - racconta l'esponente di #insiemepossiamo - abbiamo già dovuto lottare contro lo spettacolo teatrale Fa'afafine, che racconta la storia di un ragazzo né maschio né femmina, e contro un festival della letteratura dove regalavano libri sull'identità sessuale". Si tratta di un "assedio ideologico", dicono. E in effetti la battaglia è serrata. "Siamo bombardati. In paese ci sono alcune maestre che spingono per realizzare attività scolastiche di quel tipo".

In difesa dei genitori anti-gender si è schierato "senza se e senza ma" il consigliere regionale di Forza Italia, Galeazzo Bignami: "I bimbi che simulano matrimoni omosessuali a scuola - dice - sono l'effetto dello schifo che portano i sinistrati nelle scuole". Il forzista vuole mettere in guardia da iniziative che "distruggono la Famiglia". "Sono dei vigliacchi che, grazie a pseudo-insegnanti ideologicamente complici e frustrati nel loro fallimento mentale, usano come cavie i bambini, più che mai indifesi in queste situazioni. L'unico antidoto è l'intelligenza del buon senso. Qualcuno nelle sedi opportune deve rispondere di questo scempio".

Chissà quanti bambini al mondo hanno simulato matrimoni sognanti con i propri amici o amichette. E anche Poggetto non è da meno. Mai, però, era successo che si facessero convolare a nozze due maschi. E di certo non sotto eventuali "pressioni" delle docenti. "I nostri piccoli non possono essere forzati a fare queste cose - conclude Sara - Questa è una vera e propria violenza".
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Re: Xughi jender, na skifoxa viołasion dei diriti omani

Messaggioda Berto » dom set 24, 2017 5:14 pm

???

Ci mancava solo il bus anti gender: ecco l'ultima follia firmata Family day
di Simone Alliva
2017/09/22

http://espresso.repubblica.it/attualita ... y-1.310616

“I bambini sono maschi, le bambine sono femmine”. È questa la frase che leggeremo da domani sulla fiancata di un grosso autobus arancione – chiamato il Bus della Libertà – che attraverserà le principali città italiane per una settimana. “La natura non si sceglie” e “#StopGender nelle scuole”. Una campagna ideata da “CitizenGO” e “Generazione Famiglia”. Tra gli organizzatori anche Massimo Gandolfini, Portavoce del Family Day, noto per essere un sostenitore delle teorie riparative.

Riemerge così in Italia, come un fiume carsico, l'allarme per “L’ideologia del gender”. Per le associazioni cattoliche estremiste questa è una vera emergenza educativa che nasconde dietro al mito della lotta alla discriminazione: “L’equiparazione di ogni forma di unione e di famiglia e la normalizzazione di quasi ogni comportamento sessuale”.

Di un altro parere è invece Chiara Lalli, bioeticista e giornalista autrice del libero “Tutti pazzi per il gender – Orgoglio e pregiudizio di genere (Fandango 2016). Raggiunta da L’Espresso Lalli afferma: “Esistono gli studi di genere. Ma non l’ideologia gender, questa è una caricatura dei primi che dice ‘se sei femmina ti piace il rosa, se sei donna sei destinata a diventare moglie’. Sono scemenze. Non è una legge di natura ma il risultato di un retaggio culturale. Il gender rientra in un universo meno rigido dove ognuno ha possibilità di declinare la propria personalità. Il livello di natura biologico è complesso. È scientificamente provato che non esiste un mondo binario in natura, figuriamoci a livello giuridico, morale. Il mondo è pieno di colori. Ci sono studi e ricerche che dimostrano come la natura biologica sia stata piegata e incanalata per scopi secondari, con concetti privi di fondamenti scientifici. Le semplificazioni ci servono come strumento puramente descrittivo ma illudersi che siano così netti è davvero ridicolo”

Il bus del gender partirà sabato 23 settembre e proseguirà fino sabato 30, da Roma arriverà a Firenze il giorno successivo, il 25 sarà a Milano, il 26 a Brescia, il 27 a Bologna, il 28 a Bari, il 29 a Napoli e infine il 30 il ritorno a Roma, dove è prevista una manifestazione. Proprio Bologna rischia di diventare una polveriera. Terreno di scontro tra le associazioni anti-gender e pro-life che sostengono l’inizitiva e i movimenti contro le discriminazioni di genere. Una data quella del 28 settembre che coincide con la manifestazione della rete “Non una di meno”, in occasione della “Giornata di azione internazionale per l’aborto sicuro”.

L’idea del “Bus della libertà”, già ribattezzato dalla comunità LGBT come: “Il bus della vergogna”, non è nuova. In Spagna l’associazione ultra cattolica Hazte oir (fatti sentire) ha cercato di portare sulle strade il messaggio anti-gender, con scarso successo. Nel terra di Zapatero la scritta era decisamente più esplicita: “I bambini hanno il pene. Le bambine la vagina. Non ti far ingannare. Se nasci uomo sei un uomo, se nasci donna lo continuerai a essere”. Il comune di Madrid, guidato da una giunta di Podemos, ha proibito la circolazione del bus definendolo: “Un insulto ai minori transessuali”. Lo stop è arrivato anche dalla presidente della Regione Cristina Cifuentes (ala laica del Partito Popolare) che si è rivolta ai giudici.

E in Italia? Per adesso la rivolta nascente è solo della comunità LGBT. Rete Lenford sottolinea come: “Questo messaggio distorce il concetto di violenza di genere ed è, a tutti gli effetti, omotransfobico, poiché discrimina e stigmatizza le persone che non si conformano al binarismo di genere eteronormativo”. Proprio per questo ha inviato alla Sindaca di Roma, Virginia Raggi, una lunga lettera per chiederle di vigilare sulla legittimità di tutte le autorizzazioni necessarie allo svolgimento delle attività al fine di assicurarsi che non violino una serie di normative comunali e nazionali a tutela della dignità delle persone. Ma non solo: “Alla Sindaca Raggi abbiamo ricordato innanzitutto le disposizioni dello Statuto di Roma Capitale che sanciscono il divieto di qualsiasi forma di discriminazione. Auspichiamo che l’adesione del Comune di Roma alla Rete RE.A.DY. (Rete Nazionale delle Pubbliche Amministrazioni Anti Discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere) non sia un’adesione solo formale”.

Il segretario di Arcigay Nazionale Gabriele Piazzoni a L’Espresso afferma: “Il movimento no gender è una delle strumentalizzazioni più odiose, che lavora sulla mistificazione e sulla paura. Nonostante il loro impatto nelle piazze sia sempre stato molto deludente (ricordiamo i comizi deserti di Adinolfi e l'estinzione delle Sentinelle), la loro propaganda indebolisce le istituzioni formative, la scuola innanzitutto, del tutto impreparate a combattere una battaglia sul piano della politica. E in effetti non sono gli educatori e le educatrici, chiamati già nel quotidiano a svolgere il più delicato dei mestieri, a dover contrastare questi attacchi. Serve una mobilitazione diffusa, che rimetta in circolo innanzitutto una cultura delle differenze, che è il primo antidoto alle loro bugie. E serve che la politica svolga il suo ruolo e tuteli la scuola, cioè studenti, insegnanti e famiglie, da questo attacco senza precedenti. Ricordo che Arcigay ha lanciato una campagna di controinformazione attraverso il sito # maqualegender.it , al quale è legata una raccolta fondi per sostenere le cause legali contro i movimenti no gender".



Bologna, bus arancione anti-gender contestato da associazioni lgbt: "Via i preti dalle nostre mutande"
di Valerio Lo Muzio | 27 settembre 2017

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/09 ... de/3881830

Il “Bus della libertà”, in tour in 15 città italiane per fare campagna “no gender nelle scuole”, ha fatto tappa a Bologna scortato da agenti di polizia in assetto antisommossa. Ad attendere i manifestanti “difensori della famiglia tradizionale” in piazza VIII agosto, a due passi dalla stazione, c’era un gruppo di contestatori formato da esponenti di sindacati, associazioni e collettivi Lgbt. I due fronti sono stati tenuti lontani da un cordone di agenti di polizia e lo scontro è stato solo sui cori. “Su temi molto delicati come la sessualità e l’affettività, quando si tratta di bambini nel pieno della loro fase evolutiva, nessuno può permettersi di entrare a gamba tesa senza il consenso della famiglia” ha spiegato Filippo Savarese, direttore della campagna “CitizenGo”. Dall’altra parte Valentina Millozzi, insegnante e sindacalista: “Esiste un’educazione al rispetto delle differenze e un’educazione contro l’omofobia, se questo è ‘gender’ siamo orgogliosi di insegnarlo”
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