Liberi Comuni d’Italia, ecco lo Statuto del nuovo partito

Liberi Comuni d’Italia, ecco lo Statuto del nuovo partito

Messaggioda Berto » gio mar 20, 2014 8:05 am

Liberi Comuni d’Italia, ecco lo Statuto del nuovo partito

http://www.lindipendenza.com/liberi-com ... vo-partito

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di RIVO CORTONESI

Le linee operative del nuovo partito dei LIBERI COMUNI d’Italia, la cui Assemblea Costituente si terrà a Siena il 4 maggio 2014, sono stati presentati qualche giorno fa in esclusiva sulle pagine di questo giornale. Dello Statuto era stata anticipata qualche linea guida. Oggi, alleghiamo qui di seguito la prima bozza dello Statuto ufficiale del nuovo partito, che non prevede la nomina di un segretario, ma l’estrazione a sorte di un certo numero di iscritti e la loro partecipazione a turno alla gestione amministrativa del partito.

Il partito dei LIBERI COMUNI non prenderà alcuna posizione sui singoli problemi attualmente oggetto dello scontro tra le forze politiche italiane. Il suo unico scopo rimane il superamento dell’attuale assetto istituzionale e finanziario secondo le linee operative descritte in questo articolo e su questa chiara proposta chiederà il consenso dei cittadini italiani alle prossime elezioni politiche.

LO STATUTO
Finalità – Durata – Manifesto – Sigla – Logo – Indirizzo web – Sede

Art.1- Il partito dei LIBERI COMUNI D’ITALIA è un’associazione politica avente come unico scopo la riforma della Costituzione italiana in senso libertario

Art.2- La sua attività cesserà al raggiungimento di questo obbiettivo

Art.3- Il «Manifesto dei LIBERI COMUNI D’ITALIA», allegato a questo Statuto, ne è parte integrante. (MANIFESTO_LIBERI_COMUNI)
Art.4- La sigla abbreviata dei LIBERI COMUNI D’ITALIA è «LICODI»

Art.5- Il Logo del partito è quello rappresentato in testa al presente Statuto
Art.6- L’indirizzo web del sito del partito è www.libericomuni.org

Art.7- La sede ufficiale è designata dall’Assemblea generale del partito.

Aderenti

Art.8- Possono aderire tutti coloro che ne condividono la finalità (Art.1)

Art.9- Si aderisce gratuitamente accettando espressamente o tacitamente questo Statuto

Art.10- L’iscrizione al partito può avvenire attraverso il gruppo dei LIBERI COMUNI D’ITALIA su Facebook https://www.facebook.com/groups/libericomuni/ o il sito web del partito www.libericomuni.org

Art.11- La segretezza dell’iscrizione al partito non è garantita

Art.12- Ogni iscritto si impegna a non proporre pubblicamente a nome del partito alcuna proposta di soluzione dei problemi dei cittadini da attuare nell’ambito delle attuali istituzioni costituzionali italiane, non essendo questa la finalità del partito espressa dall’Art.1 del presente Statuto

Art.13- Ogni iscritto si adopera per sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi contenuti nel Manifesto dei LIBERI COMUNI D’ITALIA

Organizzazione

Art.14- Il partito non ha un segretario, né organi direttivi.

Art.15- Un comitato di iscritti eletti a sorte, con funzioni amministrative, si occupa a turno:
- della legge elettorale in tutti i suoi aspetti legali e procedurali
- della nuova Costituzione libertaria
- dei rapporti con i mass media
- dello stato dell’attività del partito
- della trasmissione di un rapporto sui suddetti punti al comitato successivo

Art.16- Il rapporto del comitato uscente viene pubblicato sul sito internet e sul gruppo Facebook del partito in modo che tutti gli iscritti possano avanzare i loro suggerimenti e le loro proposte operative

Art.17- Ove si debba procedere ad una votazione online sul sito del partito ogni iscritto ha diritto ad un voto e la proposta accolta è quella votata dal 50% degli aventi diritto al voto + 1.

Art.18- Non sono ammesse votazioni su oggetti che possano violare in tutto o in parte la proprietà privata dei cittadini

Art.19- Il comitato rimane in carica un mese.

Art.20- I membri del comitato sono eletti a sorte tra gli iscritti che si dichiarano disponibili ad assumerne i compiti

Art.21- Il numero di membri del comitato è di nove membri

Art.22- Il comitato prende il nome di «Governo dei nove», in memoria dell’omonimo governo dell’antica Repubblica di Siena

Art.23- Ogni membro del comitato può interloquire con i mass media liberamente, presentandosi come membro del «Governo dei nove», con la sola limitazione prevista dall’Art.12

Art.24- L’accettazione dell’incarico come membro del «Governo dei nove» viene svolta a titolo gratuito, con la sola eccezione di costi vivi documentati inerenti alla mansione svolta

Finanziamento

Art.25- Il finanziamento del partito avviene attraverso donazioni volontarie

Art.26- Il conto bancario è il seguente:

- Nome conto (da trascrivere integralmente):
Partito dei liberisti ticinesi
Liberi comuni d’Italia riparati in Svizzera

- Numero del conto: 65-224819-0

- IBAN: CH72 0900 0000 6522 4819 0

- BIC di Postfinance: POFICHBEXXX
(da utilizzare per le donazioni swift dall’estero, Italia compresa)

ed è gestito dal partito fratello dei Liberisti ticinesi per conto del «Governo dei nove»

Art.27- Un estratto conto mensile viene fornito al «Governo dei nove» in carica. Ogni operazione su questo conto è autorizzata all’unanimità dal «Governo dei nove»

DUE NOTIZIE AGGIUNTIVE:

1) E’ stato acquistato il dominio per i LIBERI COMUNI www.libericomuni.org; il sito sarà operativo tra qualche giorno

2) la bozza di statuto potrà essere discussa sul gruppo dei liberi comuni su Facebook https://www.facebook.com/groups/libericomuni/ e sul sito del partito www.libericomuni.org
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Re: Liberi Comuni d’Italia, ecco lo Statuto del nuovo partit

Messaggioda Berto » mar apr 01, 2014 7:40 am

Liberi Comuni, la nuova Costituzione è un cantiere aperto

http://www.lindipendenza.com/liberi-com ... ere-aperto

Mi sembra doveroso fermarmi a riflettere un attimo sullo stato dei lavori intorno al progetto della nuova Costituzione dei LIBERI COMUNI, che è parte integrante del modo in cui ci presenteremo alle prossime elezioni politiche italiane, e di farlo pubblicamente. Se fossi di sesso femminile il miglior paragone sarebbe quello con Penelope. Infatti, come la moglie di Ulisse tesseva la tela di giorno per disfarla di notte, anch’io mi trovo a fare la stessa cosa, per quanto temporalmente invertita: disfo di giorno quello che, in tema di nuova Costituzione, scrivo di notte.

Con parecchia presunzione potrei anche paragonarmi a quegli artisti, che alla fine di un lungo e travagliato lavoro per portare a compimento la loro opera, cominciano a girarle intorno avvertendo sempre più forti i sintomi della loro insoddisfazione. Sicché ad un certo punto decidono di porre fine alla loro macerazione distruggendola. Di questo massacro interiore sono complici gli amici, che in modo superiore a quanto io sospettassi, hanno reagito alla mia richiesta di fornirmi le loro impressioni sulla bozze, via via aggiornate, della nuova Costituzione (l’ultima release è quella datata 22 marzo 2014).

Tante e tali sono state le osservazioni, gli emendamenti, le domande, le richieste di integrazioni che alla fine questa nuova Costituzione mi è esplosa tra le mani. Tutti i contributi erano pertinenti, come sintetizzarli, come ordinarli, dove metterli? Dove fermarmi all’enunciazione di un principio e dove scendere fino o quasi ai dettagli di un provvedimento? E con quali norme affrontare la fase transitoria di passaggio tra l’attuale ordinamento costituzionale e quello nuovo? Per non parlare di tutte le questioni aperte: debito pubblico, titoli di Stato, ecc.

Alla fine questo cantiere aperto mi è sembrato superiore alle mie forze. Ma, come spesso capita, a volte le imprese impossibili dipendono da un errore di approccio alla loro realizzazione e dalla metabolizzazione di condizioni al contorno sbagliate. Vediamo prima queste ultime.

Ho capito che, nella formulazione della nuova Costituzione, stava avendo su di me una forte influenza quello che, da un po’ di tempo, sta accadendo qui in Svizzera: il vizietto di rinforzare l’attuazione di una norma scrivendola nella Costituzione. Anche l’approccio al cantiere era sbagliato: davo troppa importanza agli arredi e ai rivestimenti senza aver riflettuto abbastanza sui blocchi portanti in cui avrebbe dovuto articolarsi l’edificio. Mi era già accaduto, sette anni fa, quando decisi di staccare dal chiodo la bici che vi avevo appeso molti anni prima. Alla prima salita, presa come veniva, dissi tra me: “Non ce la farò mai più, non riuscirò neppure a rialzarmi più sui pedali, è passato troppo tempo …”.

Eppure, per quanto l’età non fosse più quella giovanile, non era la mancanza di forze che mi impediva di fare la salita, ma la mancanza di testa, di approccio ragionato a come affrontare quella sfida, ormai per me inusuale. A poco a poco ho ripreso confidenza con il mezzo meccanico, sono tornato a capirlo e lui a capire me. In questa riacquista simbiosi perfetta tra ciò che potevo dare e ciò che lui, cioè meglio, lei, la bici, poteva darmi, ho ripreso a rifare salite che pensavo, qualche tempo prima, impossibili. Ho sentito che difronte a questo cantiere aperto, mi stavo comportando allo stesso modo di quel giorno di sette anni fa davanti alla prima salita affrontata maldestramente. Ma, a differenza di quanto accaduto con la bici, in questo caso mi stavo rassegnando all’incapacità di non saper relazionarmi con il problema.

Poi è accaduto un evento fortunato, quelli che ogni tanto, anche se raramente, capitano nella vita delle persone e le aiutano ad uscire dal tunnel dove si erano infilate. Qualcosa di simile, con le giuste proporzioni, deve essere accaduto anche a San Paolo, folgorato sulla via di Damasco. Un amico, diversamente dagli altri che hanno collaborato, direi con grande acutezza, sui contenuti della nuova Costituzione, si è preso la briga di entrare nel merito della «struttura» della Costituzione, cioè di quello che si stava rivelando il mio problema più grande, illuminandomi.

Mi ha scritto, tra l’altro:

- Lascia fuori i Princìpi dalla Costituzione, sono di un livello gerarchico superiore, meritano una lista a parte;

- Scrivi la Costituzione includendo in essa solo le norme istituzionali, cioè quelle che definiscono le istituzioni dei Comuni, ne identificano le funzioni e ne separano i poteri;

- Fai in modo che le nuove norme istituzionali separino il potere di chi decide i provvedimenti da chi dovrà custodire e difendere i Princìpi, in modo che vi sia una sola istituzione che si occupi dei Princìpi e tante istituzioni che si occupino dei provvedimenti quanti sono i Comuni, le quali potranno approvare provvedimenti e regole particolari diversi, ma nessuno in contraddizione con i Princìpi;

-Scrivi, se lo ritieni necessario, un Programma che includa (imponendoli a tutti i Comuni) i punti inclusi nella Costituzione che mi hai inviato. Dai a questo programma un livello gerarchico inferiore a quello della Costituzione. Questo programma, naturalmente, non deve includere nessuna norma istituzionale (tutte le norme istituzionali stanno infatti nella Costituzione) e nessun Principio (tutti i Princìpi stanno infatti nella lista dei Princìpi).

Ecco, adesso ho la chiave per capire come allocare l’enorme contributo di quanti, tra i miei amici, mi aiutano in questa opera titanica, che non sarà né facile né breve, ma sicuramente pronta per quando andremo a parlarne nei santuari mediatici fino ad ora, ma non per sempre, inaccessibili ai libertari. La salita è lì, davanti a noi, è dura, ma adesso sappiamo come affrontarla. Non è poco. Tutti coloro che la stanno percorrendo con me avranno la giusta menzione nella presentazione della nuova Costituzione, se non mancherà il loro consenso.

Vogliamo mettere insieme una lista di Princìpi, una Costituzione e un Programma di attuazione quali non si sono mai visti prima. Non siamo modesti, ma siamo prodighi. Chi, per altre via sta inseguendo lo stesso obiettivo, quello della difesa della proprietà privata, e quindi della libertà, potrà attingerne a piene mani. È tutto gratis!
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Re: Liberi Comuni d’Italia, ecco lo Statuto del nuovo partit

Messaggioda Berto » ven apr 18, 2014 12:08 pm

Liberi Comuni, ecco lo Statuto del partito che vuole abolire lo Stato

http://www.lindipendenza.com/liberi-com ... e-lo-stato

di MARIETTO CERNEAZ

Si avvicina a grandi passi la Convention di Siena, che si terrà il 4 maggio prossimo. E’ il partito dei “Liberi Comuni”, un progetto alternativo, coerentemente liberale. Come sostiene Rivo Cortonesi, promotore di questa iniziativa, “si tratta, per essere chiari fino in fondo, di una multi-micro secessione dallo Stato unitario così come lo conosciamo”. Alla fine di questo processo, da perseguire in modo non violento con le regole dell’attuale democrazia, gli unici compiti dello Stato, cioè della Forza comune, che risponderà all’Assemblea dei Liberi Comuni secondo quanto indicato nella nuova Costituzione, saranno quelli:

- Di garantire la protezione dai nemici esterni (Forze armate);

- Di garantire la protezione dai delinquenti comuni (Forze di polizia);

- Di garantire la certezza del diritto (Magistratura).

Per il loro espletamento è prevista un’unica, piccola tassa, eguale per tutti i cittadini. Tutti gli altri compiti saranno demandati alla società civile, che li espleterà nei modi e nelle forme che vorrà liberamente darsi alla sola condizione di non ricorrere, in nessun caso, alla coercizione fiscale, che sarà solennemente bandita da tutti i territori dei LIBERI COMUNI (pagina Facebook: https://www.facebook.com/groups/libericomuni/sito web: http://www.libericomuni.org) quale reato contro la proprietà privata e quindi contro la libertà.

Sono molte le adesioni confermate per il 4 maggio, ma altre si stanno aggiungendo, al fine di organizzare sul territorio questo processo. I gruppi di lavoro, intanto, hanno definitivamente approvato lo Statuto del partito, che sarà portato in discussione, ed approvazione, all’assemblea. Uno statuto snello, certamente innovativo, ricco di spunti interessanti, decisamente diverso da quello del solito circo partitocratico.

Per chi lo volesse leggere lo riportiamo integralmente: Statuto_dei_Liberi_Comuni


STATUTO - revisione del 16 aprile 2014

Art.1- Il partito dei LIBERI COMUNI D’ITALIA è un’associazione politica avente come unico scopo la sostituzione della Costituzione italiana con il Codice dei LIBERI COMUNI D’ITALIA , nuovo ordinamento civico di ispirazione libertaria Art.2- La sua attività cesserà al raggiungimento di questo obiettivo Art.3- Il «Manifesto dei LIBERI COMUNI D’ITALIA», il «Codice dei LIBERI COMUNI D’ITALIA» e il «Regolamento finanziario del partito» sono parte integrante di questo Statuto Art.4- La sigla abbreviata dei LIBERI COMUNI D’ITALIA è «LCI» Art.5- Il Logo del partito è quello rappresentato in testa al presente Statuto Art.6- L’indirizzo web del sito del partito è http://www.libericomuni.org Art.7- La sede ufficiale è designata dall’Assemblea Costituente del partito Aderenti Art.8- Possono aderire tutti coloro che ne condividono la finalità (Art.1) Art.9- Si aderisce gratuitamente accettando espressamente o tacitamente questo Statuto Art.10- L’iscrizione al partito può avvenire inviando una richiesta di adesione alla sede ufficiale del partito o, via mail, attraverso ’indirizzo di posta elettronica libericomuni@alterivista.org Art.11- La segretezza dell’iscrizione al partito non è garantita Art.12- Ogni iscritto si impegna a non avanzare pubblicamente a nome del partito alcuna proposta di soluzione dei problemi dei cittadini da attuare nell’ambito delle attuali istituzioni costituzionali italiane, non essendo questa la finalità del partito espressa dall’Art.1 del presente Statuto Art.13- Ogni iscritto si adopera per sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi contenuti nel «Manifesto dei LIBERI COMUNI D’ITALIA» e nel «Codice dei LIBERI COMUNI D’ITALIA» Organizzazione Art.14- Il partito non ha un segretario, né organi direttivi. L’Assemblea degli iscritti è l’organo sovrano del partito. Art.15- Un comitato di iscritti, composto di nove membri, rimane in carica per tre mesi occupandosi in particolare: - della legge elettorale in tutti i suoi aspetti legali e procedurali - del Codice dei LIBERI COMUNI d’ITALIA - dei rapporti con i mass media - dello stato dell’attività del partito secondo gli indirizzi deliberati dall’Assemblea degli iscritti - della trasmissione di un rapporto sui suddetti punti al comitato successivo Art.16- I membri del comitato sono eletti a sorte, in occasione dell’Assemblea degli iscritti, tra gli iscritti presenti, che si dichiarano disponibili ad assumerne i compiti; ogni inizio anno sono fissate le date e i luoghi dove si terranno le quattro Assemblee degli iscritti al partito, una ogni tre mesi. Art.17- Il rapporto del comitato uscente viene pubblicato sul sito internet del partito in modo che tutti gli iscritti possano avanzare i loro suggerimenti e le loro proposte operative Art.18- Il comitato prende il nome di «Governo dei nove», in memoria dell’omonimo governo dell’antica Repubblica di Siena Art.19- Ogni membro del comitato può interloquire con i mass media liberamente, presentandosi come membro del «Governo dei nove», con la sola limitazione prevista dall’Art.12 Art. 20- L’accettazione dell’incarico come membro del «Governo dei nove» viene svolta a titolo gratuito, con la sola eccezione di costi vivi documentati inerenti alla mansione svolta Art. 21- Ove si debba procedere ad una votazione in sede di Assemblea degli iscritti la proposta accolta è quella votata dal 50% degli iscritti presenti + 1. Art. 22- Non sono ammesse votazioni su oggetti che possano violare in tutto o in parte la proprietà privata dei cittadini Risorse finanziarie Art.23- Il partito non ha un conto corrente centralizzato proprio, né un cassiere delegato alla sua amministrazione. Art.24- Il finanziamento delle attività del partito avviene esclusivamente attraverso donazioni volontarie in uno dei conti correnti intestati a «LIBERI COMUNI D’ITALIA Comune di (nome del Comune)», che uno o più iscritti al partito possono aprire, sotto la propria responsabilità, nel proprio Comune di residenza, inclusi i Comuni esteri Art.25- I responsabili della raccolta fondi e della gestione del conto hanno diritto ad una provvigione secondo quanto stabilito dal verbale dell’Assemblea Costituente del partito, quale compenso per la loro attività. Il resto rimane a disposizione del «Governo dei nove» per il rimborso delle spese vive sostenute dai suoi membri nello svolgimento del loro incarico e per il finanziamento delle attività del partito deliberate dall’Assemblea degli iscritti Art.26- Il «Regolamento finanziario del partito» disciplina l’apertura e l’uso dei conti correnti Comunali intestati al partito Allegati: «Manifesto dei LIBERI COMUNI D’ITALIA» «Codice dei LIBERI COMUNI D’ITALIA» «Regolamento finanziario del partito»

Basta tricolori, par caretà de Dio, basta:

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Re: Liberi Comuni d’Italia, ecco lo Statuto del nuovo partit

Messaggioda Berto » mar mag 06, 2014 7:14 am

La sovranità della Legge, contro gli abusi delle loro leggi

http://www.lindipendenza.com/la-sovrani ... loro-leggi


di GIOVANNI BIRINDELLI*

La decadenza si manifesta in modo estremamente reale, concreto, tangibile: un imprenditore che si toglie la vita, un’impresa che chiude, una persona che perde il lavoro, una famiglia che non ce la fa ad arrivare a fine mese, un campo di ulivi che viene abbandonato a se stesso. È allora istintivo e perfino rassicurante cercare di contrastare la decadenza in modo altrettanto reale, concreto, “fattivo” e, contemporaneamente, evitare e perfino ridicolizzare le chiacchiere filosofiche. Tuttavia, anche se la decadenza a cui stiamo assistendo si manifesta in modo molto reale e concreto, la sua causa ultima è puramente filosofica: essa consiste nell’idea astratta di legge che è stata imposta, nel caso italiano, dalla costituzione.

Le vessazioni fiscali dello stato e delle sue agenzie sono possibili perché c’è una “legge” che le consente, ma cosa ha reso possibile quella “legge”? Una pressione fiscale folle, una violazione della privacy che farebbe impallidire di vergogna il Grande Fratello di Orwell, la RAI, il corso forzoso, la stampa di moneta fiat da parte delle banche centrali, la riserva frazionaria delle banche, il divieto dell’uso del contante, il finanziamento dei partiti, quello dei giornali, quello del teatro, del cinema, la scuola pubblica, la burocrazia, l’editto comunale che impedisce a un’enoteca di Roma di versare il vino ai suoi clienti in bicchieri di vetro e infinite altre forme di interventismo dello stato nell’economia e nelle nostre vite sono possibili perché ci sono “leggi” che le consentono: ma cosa consente quelle “leggi”?

Perfino i pochissimi economisti degni di questo nome che coerentemente e lucidamente vedono nell’interventismo politico, economico e in particolare monetario, la causa diretta della decadenza, quasi mai si chiedono cosa ha reso possibile questo interventismo e la sua continua crescita.

Li ha resi possibili un’idea filosofica di legge: il positivismo giuridico (la “legge” positiva o fiat). Questa idea di “legge” sta alla base della repubblica italiana così come stava alla base del regime fascista. In base a questa idea, la “legge” è un provvedimento particolare burocraticamente corretto deciso da un’autorità legalmente costituita. Che questa autorità sia un dittatore o una maggioranza rappresentativa è del tutto irrilevante ai fini dell’idea filosofica di legge.

Il problema della “legge” fiat è che essa rende il potere politico (chiunque sia a detenerlo) illimitato o, il che è lo stesso, limitato in modo arbitrario (per esempio dalla volontà di una maggioranza qualificata). E un potere politico illimitato tende necessariamente a espandersi, e con esso l’interventismo dello stato. Non ha quindi alcun senso logico, né alcuna possibilità di successo, cercare di arginare l’interventismo dello stato e la sua continua crescita, e quindi la decadenza, all’interno dell’idea filosofica di “legge” che li produce necessariamente, per esempio riducendo le tasse oppure cercando di allargare le maglie della burocrazia. Coloro che dichiarano di voler difendere il libero mercato e rilanciare la crescita all’interno dell’idea filosofica di legge che li distrugge, fanno un danno alla libertà e alla crescita ancora maggiore di coloro che li aggrediscono direttamente.

Ciò che è sorprendente non è che il debito pubblico continui ad aumentare nonostante una pressione e un’oppressione fiscali sempre crescenti, nonostante tassi d’interesse straordinariamente e artificialmente bassi e nonostante una sempre maggiore inflazione (con conseguente perdita del potere d’acquisto della moneta, il che, oltre a impoverire la gran parte delle persone, trasferisce risorse dai creditori ai debitori, e quindi al debitore più grande di tutti: lo stato). Ciò che è sorprendente è che molte persone si sorprendano di questo fenomeno. Ciò avviene perché esse non ne hanno capito la causa ultima: l’idea astratta di “legge” che rende possibile, e quindi nel lungo periodo necessariamente sempre crescente, l’interventismo dello stato.

Per contrastare efficacemente l’interventismo e la sua continua espansione, e quindi per tornare alla crescita sostenibile, alla prosperità, alla civiltà e alla libertà, occorre non “fare” ma disfare; occorre mettere lo stato nelle condizioni non di “fare” meglio, ma di non poter fare. In altre parole, occorre capire che lo stato è il male, non la cura, e quindi occorre chiuderlo in gabbia: limitare in modo non arbitrario il suo potere. E per fare questo è necessario invertire l’idea filosofica di legge. Cioè passare dalla “legge” intesa come strumento di potere politico arbitrario (la “legge” fiat) alla Legge intesa come limite non arbitrario al potere politico. Questa è la Legge intesa come principio o, più semplicemente, la Legge (qui mi riferirò a essa usando semplicemente il termine Legge in quanto questo era il suo significato originario).

La Legge è una regola generale e negativa di comportamento individuale che deve valere necessariamente per tutti allo stesso modo. Essa è negativa nel senso che stabilisce cosa una persona non deve fare, non cosa essa deve fare. In questo senso, la sovranità della Legge (che è una cosa opposta alla sovranità del parlamento) coincide con la libertà, la quale non è altro che quella condizione dell’uomo in cui la coercizione di alcuni su altri è limitata alla difesa della Legge.

La “legge” fiat la fa, cioè la decide, l’autorità (p. es. il parlamento italiano sovrano, oppure Hiltler), ma chi fa la Legge? Nessuno. E voglio dire nessuno. In quanto principio, infatti, la Legge, esattamente come la lingua, è il risultato di un processo spontaneo di selezione culturale di usi e convenzioni di successo; quindi essa non è arbitraria, così come non sono arbitrarie le regole di una lingua. Mentre in uno stato totalitario il compito del legislatore è fare la “legge” fiat, in una società libera il compito del legislatore è scoprire, custodire e difendere la Legge, la quale esiste indipendentemente da lui e dalla sua volontà e non può essere fatta più di quanto possa essere fatta una lingua.

Mentre in uno stato totalitario e quindi collettivista come quello italiano attuale chi lo controlla ha il potere di stabilire cosa è il “bene” e, attraverso la “legge” fiat, quello di obbligare tutti a concorrere in qualche modo alla sua realizzazione, in una società libera l’unico compito dello stato (ammesso che ci sia) è quello di difendere regole generali e negative di comportamento individuale valide per tutti allo stesso modo (la Legge). Purché si muova all’interno di queste regole non arbitrarie, in una società libera ciascuno è libero di perseguire ciò che soggettivamente ritiene essere il “bene”, senza essere sottoposto a nessuna interferenza da parte della “collettività”, a nessun “bene comune” o “interesse generale” o “del paese”.

La sovranità della Legge, cioè la società libera, non è necessariamente una in cui non ci sono provvedimenti particolari (i quali devono per forza essere fatti o decisi: pensiamo al finanziamento di un tribunale), ma una in cui questi sono limitati alla difesa della Leggee dalla Legge. In una società libera, il potere di decidere questi provvedimenti particolari (il potere politico) è separato da e sottoposto a quello legislativo (il potere di scoprire, custodire e difendere la Legge). Nelle attuali “democrazie” totalitarie, invece, questi due poteri sono confusi l’uno con l’altro e sommati l’uno all’altro. Nelle parole di Hayek, «Quello che è successo con l’apparente vittoria dell’ideale democratico è stato che il potere di scoprire le leggi e il potere approvare provvedimenti particolari sono stati messi nelle mani delle stesse assemblee. L’effetto di questo è stato necessariamente che la maggioranza parlamentare di governo è diventata libera di darsi qualsiasi legge l’aiutasse meglio a raggiungere i particolari scopi del momento. Ma necessariamente ciò ha significato la fine del principio del governo sotto la legge. [...] mettere entrambi i poteri nelle mani della stessa assemblea (o delle stesse assemblee) ha significato di fatto il ritorno al governo illimitato».

Ora, scoprire, custodire, difendere e formulare la Legge non è sempre facile. Dove la legge è la “legge” fiat l’unica capacità che è richiesta per essere legislatori è quella di saper premere un pulsante. Tuttavia, dove la legge è la Legge, il compito del legislatore è estremamente difficile. A volte, p. es. quando ci sono principi in competizione fra loro (princìpi, non interessi), può essere perfino impossibile. Quando la legge è la Legge, e non il suo inverso, il lavoro del legislatore richiede capacità e preparazione straordinarie: molto superiori a quelle che chi vi parla, per esempio, potrebbe mai sognare di avere. Questo lavoro, tuttavia, è aiutato dal fatto che, al contrario della “legge” fiat, la Legge deve essere necessariamente uguale per tutti, non nel senso che la cosiddetta “uguaglianza davanti alla legge” ha nell’articolo 3 della costituzione italiana, ma nel senso che è sempre illegittimo il ricorso alla disuguaglianza legale (che consiste nel trattare allo stesso modo persone che appartengono a determinate categorie ma in modo diverso persone che appartengono a categorie diverse, come avviene ad esempio nel caso delle “leggi” razziali o della progressività fiscale): se una regola vieta un’azione in alcuni casi particolari ma non in altri, allora c’è un problema. Per esempio, se una regola vieta la contraffazione in alcuni casi ma la permette in altri, allora c’è qualcosa che non quadra. Dove la legge è la Legge, o la contraffazione è legittima in generale oppure quella regola che la permette in casi particolari è illegittima (e non è difficile capire quale delle due sia la risposta). Viceversa, dove la legge è la “legge” fiat non c’è bisogno di coerenza: la domanda «in base a quale principio?» non è contemplata. L’uguaglianza davanti alla legge diventa disuguaglianza legale. La difficoltà di scoprire la Legge e di difenderla coerentemente è semplicemente rimossa attraverso la rimozione della Legge. Dove vige il positivismo giuridico, una regola può tranquillamente vietare un’azione in alcuni casi particolari e non in altri, senza che questo sia un problema: quello che conta non è la coerenza ma la volontà arbitraria di chi controlla lo stato.

L’esempio tipico, fra gli infiniti che potrebbero essere fatti, è quello della stampa di moneta a corso forzoso: l’euro per esempio, oppure, ancora peggio, la lira. Infatti, su un piano di principio, non c’è differenza alcuna fra l’azione di un gioielliere che sostituisce delle perle di una collana con perle finte, diminuendone così il valore, e quella di una banca centrale che, stampando denaro a corso forzoso, diminuisce il valore dei 50 euro che ho in tasca e che lo stato mi obbliga a usare per fare la spesa. In entrambi i casi si tratta di contraffazione. Tutti danno per scontato che la contraffazione sia illegittima. Tuttavia solo pochissimi notano o si scandalizzano del fatto che la banca centrale commetta legalmente il crimine della contraffazione. Solo pochissimi sono consapevoli o si scandalizzano del fatto che, attraverso la stampa di moneta, le persone vengono tassate ulteriormente e in modo tale che chi le tassa non debba sostenere il costo politico di questa tassazione. Solo pochissimi sono consapevoli o si scandalizzano del fatto che la cosiddetta “crisi” che vediamo, che è solo un preludio di quella che sta per venire, sia il risultato della stampa di moneta a corso forzoso da parte delle banche centrali e, più in generale, delle distorsioni della struttura produttiva indotte dalla manipolazione monetaria e del credito e dall’interventismo. Solo pochissimi sono consapevoli del fatto che è il privilegio della stampa di denaro a corso forzoso e cioè della contraffazione del denaro, che ha reso possibili le guerre, a partire da quelle mondiali (il gold standard in Europa è stato abbandonato nel 1914 per finanziare una guerra che, altrimenti, avrebbe richiesto un’imposizione fiscale esplicita di dimensioni tali che all’epoca nessuno l’avrebbe accettata e gli stati avrebbero dovuto rinunciare alla guerra).

Perché? Perché molti condannano la contraffazione quando è commessa da un gioielliere e non la notano nemmeno, né tantomeno si scandalizzano, quando è commessa dalle banche centrali e cioè dallo stato, anche se in questo secondo caso i danni prodotti sono infinitamente superiori e a tutti gli effetti catastrofici?

Uno sarebbe tentato di rispondere che ciò avviene perché le persone non conoscono la scienza economica, cioè la Scuola Austriaca di economia: Hayek sosteneva che i socialisti non sarebbero socialisti se conoscessero la scienza economica, Ford sosteneva che se le persone sapessero come funziona il sistema monetario e bancario scoppierebbe immediatamente la rivoluzione. Per quanto ciò sia vero in molti casi, non è questa la ragione: la scienza economica è una disciplina complessa e sarebbe folle aspettarsi che tutti abbiano il tempo e l’inclinazione per studiarla (anche se sarebbe lecito aspettarsi che almeno i professori di economia la studiassero, cosa che non avviene praticamente mai): tra l’altro se tutti la studiassero ci sarebbe la diffusione della scienza economica ma non ci sarebbe un’economia. La ragione per cui molti condannano la contraffazione quando è commessa dal gioielliere ma non quando è commessa, con un danno infinitamente maggiore, dalla banca centrale e quindi dallo stato, è che essi non sanno cos’è la Legge. Al contrario dell’economia, la Legge, il principio, non ha bisogno di essere studiata, ma solo di essere sentita dentro di sé, che la si rispetti o meno. La Legge intesa come principio incorpora già in sé la scienza economica, cioè i comportamenti che sono economicamente sostenibili.

Noi non sappiamo cosa è la Legge perché siamo stati indottrinati a non sentirla dentro di noi, fin dai primi anni di scuola (pubblica o comunque sottoposta a programmi pubblici). Siamo stati indottrinati a guardare la legalità di un provvedimento (cioè il fatto che questo rispetti o meno la “legge” fiat, cioè la decisione arbitraria dell’autorità) e a non guardare alla sua legittimità. In altre parole, siamo stati indottrinati a non chiederci: «in base a quale principio?». I nemici peggiori della libertà sono paradossalmente, e spesso inconsapevolmente, le persone perbene che, credendo di difendere la Legge, difendono i comandi arbitrari dell’autorità che questa ha chiamato “leggi” perché essi avessero la stessa autorevolezza della Legge ma che sono espressione di quel potere politico illimitato che la Legge è cresciuta proprio per arginare. Cambiando il significato di una parola, lo stato totalitario si è appropriato dell’essere perbene delle persone e lo usa contro di esse in funzione di fini arbitrari stabiliti da chi lo controlla. Semplicemente, le ha ingannate. Quando un numero sufficiente di persone si farà la domanda «in base a quale principio?», la libertà, la prosperità, la sua crescita sostenibile e la sua diffusione saranno già tornate, e per restare. Non c’è bisogno di sapere perché la stampa di moneta e, in modo diverso, ogni altra forma d’interventismo, produce miseria, soprattutto per coloro che sono finanziariamente più deboli, e decivilizzazione: per evitare queste ultime, basta scordarsi di quello che si è imparato fin dai primi anni di scuola, guardare dentro di sé, sentire cosa è la Legge (capendo l’opposizione fra essa e la “legge” fiat) e pretendere, soprattutto da parte dello stato, comportamenti che siano coerenti con essa.

Oggi, nell’arena politica italiana, la Legge, e quindi la libertà, non è difesa da nessuno: non esiste un solo partito politico che non si sia schierato contro la Legge e contro la libertà, cioè in difesa della costituzione e del suo collettivismo. I risultati si vedono. Dopo “Forza Evasori” di Leonardo Facco, a cui lo stato, in modo non so se legale (né mi importa) ma sicuramente illegittimo, vietò la competizione elettorale, Liberi Comuni d’Italia è la prima organizzazione politica che ha il coraggio di affrontare a viso aperto, sola contro tutti, la radice del problema: l’idea filosofica di legge e tutto ciò che ne consegue. Liberi Comuni affronta la radice del problema in modo istituzionalmente coerente, cioè proponendo una separazione del potere politico da quello legislativo, la sottomissione del primo al secondo e, nel rispetto del fondamentale principio di autodeterminazione (lo stesso principio che rende illegittimo a chiunque decidere come qualcun altro deve spendere il proprio denaro, per esempio), una struttura istituzionale decentrata. A partire da oggi, se a Liberi Comuni d’Italia lo stato non impedirà di competere, chi cerca la coerenza nell’idea di libertà ha l’opportunità di agire politicamente in sua difesa.

Come ho già accennato a Rivo Cortonesi, che mi ha fatto l’onore di chiedermi una consulenza, al di là di valutazioni di tipo strategico, il Codice dei Liberi Comuni richiede ulteriore lavoro per superare alcune contraddizioni. Tuttavia l’impianto di base c’è ed è solido e, soprattutto, c’è una totale apertura a un miglioramento continuo. Il Codice dei Liberi Comuni sta alla costituzione italiana come il sistema eliocentrico sta a quello geocentrico: nel Codice dei Liberi Comuni, infatti, non è la “legge” a orbitare attorno all’autorità ma, viceversa, è l’autorità a orbitare attorno alla Legge. Cioè, non è la “legge” a derivare dall’autorità ma, al contrario, è l’autorità a derivare dalla Legge, «non -come dice di nuovo Hayek- nel senso che l’autorità viene costituita in base alla legge ma nel senso che l’autorità richiede obbedienza perché (e fino a quando) difende una legge che si presume esistere indipendentemente da essa».

Non si tratta di una rivoluzione politica: come abbiamo visto col passaggio dal fascismo all’Italia repubblicana, le rivoluzioni politiche, quando mantengono inalterata l’idea filosofica di legge, sono solo operazioni di facciata che consentono il cambiamento di tirannia ma non la sua eliminazione. Si tratta (ed è un passo preliminare e necessario a quello di una rivoluzione politica pacifica verso la libertà) di una rivoluzione di pensiero, cioè di una rivoluzione di sistema di riferimento, esattamente come nel caso della Rivoluzione Copernicana. E come dice Arthur Koestler, «le rivoluzioni di pensiero che danno forma all’essenza di un’epoca storica non sono diffuse mediante libri di testo – esse si diffondono come epidemie, mediante contaminazione da parte di agenti invisibili e innocenti portatori-sani, attraverso le più diverse forme di contatto, o semplicemente respirando la stessa aria». Queste parole furono scritte quando non c’era Internet.

Se si guarda al successo che, soprattutto fra le nuove generazioni, il pensiero libertario sta avendo negli Stati Uniti, grazie alla tenacia di intellettuali del calibro di Ron Paul, di Lew Rockwell e del giudice Andrew Napolitano (solo per citarne alcuni), al coraggio di eroi come Edward Snowden e Chelsea Manning, e anche grazie Bitcoin e ad altre monete digitali basate su un sistema di certificazione decentrata della proprietà, si capisce che, almeno al di là dell’Atlantico, questo contagio della libertà è già in fase avanzata. Io non so se noi saremo in grado di assistervi ma sono convinto che la libertà vincerà anche in questa penisola, o almeno in alcune sue parti, non nel senso che un giorno esisterà la società perfettamente libera, ma nel senso che un giorno sarà invertita la direzione di marcia e questa sarà, invece che verso la schiavitù, verso la libertà e quindi verso la sovranità della Legge intesa come principio. Un giorno inizieremo a imparare l’arte della libertà invece che a disimpararla, e quello sarà il giorno in cui torneremo a crescere, in modo vigoroso e sostenibile.

Tuttavia, anche se non ci fosse nessuna speranza che la direzione di marcia possa essere invertita (e non credo che sia così), questo non vorrebbe dire che battersi per la libertà sia tempo perso. Stare coerentemente dalla parte della libertà fa bene all’anima: consente quella stima si sé, quel guardarsi allo specchio con occhi limpidi, quell’integrità del proprio onore, che rimangono sempre intatti in mezzo a ogni difficoltà della vita e che sono fonte, se non di gioia, di serenità e di equilibrio.

*Discorso tenuto alla Assemblea di “Liberi Comuni d’Italia” il 4 maggio scorso a Siena
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Re: Liberi Comuni d’Italia, ecco lo Statuto del nuovo partit

Messaggioda Berto » mer mag 28, 2014 8:03 am

La libertà, la legge e la democrazia

http://www.lindipendenza.com/la-liberta ... democrazia

di RIVO CORTONESI*

È successo a Siena, il 4 maggio 2014. Un nuovo partito, i Liberi Comuni d’Italia, è andato ad arricchire la nutrita costellazione di partitoni e partitini che affollano l’offerta politica italiana. Fin qui nulla di nuovo sotto il sole, si sarebbe indotti a pensare. Ma non è così. A Siena è successo molto di più e di diverso: si sono gettate la basi perché siano i legislatori a ruotare intorno alla Legge (quella con L maiuscola intendo) e non le leggi (che, così accadendo, non possono che essere scritte con la lettera minuscola) a ruotare intorno ai legislatori.

Nonostante la tecnica abbia progredito in modo esponenziale in questi ultimi 500 anni, dal punto di vista della messa a fuoco del concetto di Legge viviamo ancora in una specie di sistema tolemaico, con al centro la cosiddetta democrazia, diretta o indiretta che sia, poco importa. Tutte le leggi orbitano intorno alle decisioni dei parlamenti o dei pronunciamenti popolari da cui scaturiscono. Il nuovo partito, molto scandalosamente, ha lanciato nello stagno, calmo, dell’opinione pubblica corrente, un sasso pesantissimo: la democrazia, diretta o indiretta, così come la conosciamo, deve essere tolta dal centro dell’universo e sostituita con la Legge, attorno alla quale è lei a dover rigorosamente orbitare, esattamente come fa la nostra Terra con il Sole. Anche per il nostro «modo dello stare insieme» si tratta dunque di passare da un sistema tolemaico ad uno, per così dire, eliocentrico, dove al centro c’è la Legge. Ma, ci si potrebbe chiedere a questo punto, chi fa la Legge e cos’è mai questa Legge? Nessuno fa la Legge perché essa esiste di per sé: sono un insieme di princìpi generali che emergono spontaneamente dalla società, così come accade per una lingua. Si può discutere se essi siano di tipo «giusnaturale» (propri della natura umana) o riconoscere ad essi un carattere evolutivo. In ogni caso essi devono essere «scoperti», «elencati» e poi «rispettati».

La Libertà (quella scritta, come la Legge, con la lettera maiuscola) è meglio tutelata se i Princìpi vengono enunciati attraverso ciò che «non si deve fare», per poter vivere armoniosamente insieme, piuttosto che attraverso ciò che «si può fare». Anche le tavole del Vecchio Testamento, la Legge per gli ebrei e per i Cristiani, sono strutturate secondo il negazionismo piuttosto che secondo il positivismo giuridico: non uccidere, non rubare, non desiderare cosa alcuna del tuo prossimo. Ne consegue una definizione inusuale della Libertà, fondata su di un’altra negazione: «La Libertà è quella condizione dell’uomo in cui la coercizione di qualcuno da parte di qualcun altro non deve andare oltre la difesa dei Princìpi». Come ha scritto Friedrich von Hayek, esponente della scuola austriaca di economia:
«La differenza fra la Libertà e le libertà è quella che c’è fra una condizione in cui tutto è permesso tranne ciò che è esplicitamente proibito da regole generali e una in cui tutto è proibito tranne ciò che è specificamente permesso».
Può sembrare un esercizio filosofico, ma non è così: le conseguenze di inquadrare il nostro modo dello stare insieme non nel rispetto assoluto di pochi, ma importanti princìpi, che ci dicono cosa non si deve assolutamente fare, ma in una miriade di leggi deliberate a maggioranza, istituzionale o popolare che sia, spesso in contrasto evidente con i princìpi attorno ai quali esse dovrebbero invece ruotare, possono essere devastanti.

Un esempio tra tutti. Chi può non riconoscersi nel principio «Non è legittimo prestare o vendere, in tutto o in parte, un bene affidato in custodia senza il consenso esplicito del proprietario del bene»? Eppure la crisi del sistema finanziario e bancario internazionale (con le sue pesanti ricadute sull’economia reale) è riconducibile al calpestamento sistematico di questo princìpio. Il codice dei Liberi Comuni d’Italia, alla base della proposta politica del nuovo partito e scaricabile integralmente dal sito www.libericomuni. org, è il primo tentativo, in assoluto, di coniugare correttamente la Libertà individuale, limitata dal rispetto di pochi Princìpi, con le istituzioni di una società civile.
I Liberisti Ticinesi lo stanno rielaborando per adattarlo alla realtà svizzera con il nome di Codex Helveticus. C
on questa proposta politica e coerentemente con un percorso iniziato nel 2007 essi si presenteranno alle elezioni federali del 2015.

*Segretario dei Liberisti Ticinesi – TRATTO DA CORRIERE DEL TICINO
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