Alpini e tricolor - n'oror

Re: Alpini e tricolor - n'oror

Messaggioda Berto » sab mag 13, 2017 12:27 pm

Alpini e tricolor - n'oror
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Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Alpini e tricolor - n'oror

Messaggioda Berto » sab mag 13, 2017 12:37 pm

Miłisie popołari de vołontari e miłisie de soldai merçenari
viewtopic.php?f=183&t=1724


???


GLI ALPINI, EREDI DELLE CERNIDE DI MONTAGNA DELLA SERENISSIMA
giovedì 11 maggio 2017
di Dino Raro
Cenni storici sulle truppe alpine
adunata Treviso 2017

https://dalvenetoalmondoblog.blogspot.i ... ref=fb&m=1


Regio Decreto n°1056 del 15 ottobre 1872 questa è la data di istituzione del corpo degli Alpini.

Il concetto di difesa del territorio del regno d'Italia, dopo l'annessione della Venethia nel 1866, partiva dal presupposto che le Alpi non erano terreno ideale per operazioni di guerra pertanto si doveva attendere il nemico in pianura e affrontarlo in massa in battaglie campali.

È stato il generale Agostino Ricci che per primo pensò di approntare delle truppe, destinando inizialmente reparti di bersaglieri, da addestrare in montagna. I compiti erano più che altro di intercettazione e rallentamento del nemico lungo le vallate per permettere l'organizzazione della difesa in pianura. Senza addentrarmi oltre nello studio e nelle tesi di quel tempo voglio solo ricordare che negli anni successivi la difesa dei confini, ad iniziare proprio delle montagne più scoscese, divenne l'obiettivo principale ed inderogabile.

Diversi responsabili di strategie militari del tempo, come il generale Ricci, il capitano Peruchetti e altri militari e politici, convennero che il reclutamento nelle zone di residenza fosse un pregio per svariati motivi: immediata disponibilità in zona dei reparti, vicinanza delle truppe alle famiglie, conoscenza dei luoghi, senso di solidarietà, fratellanza, abnegazione , resistenza fisica e caparbietà delle genti di montagna e non ultimo rispetto e amore per la natura. Tutte motivazioni più che valide nel caso quei soldati avessero dovuto effettivamente difendere i propri cari e i propri beni da un qualsivoglia nemico.

Resta il fatto che, anche allora, coscientemente o incoscientemente, tali valutazioni riportarono al ricordo delle antiche Cernidi dell'Altopiano dei Sette Comuni o quelle Cadorine, per citare degli esempi. Si conoscevano l’organizzazione ed i compiti dei “Landesschützen” tirolesi, truppe scelte preposte alla difesa dei confini montani del Tirolo, si ricordavano le imprese dei „Volontari Cadorini” di P.F. Calvi del 1848 a difesa della loro terra e della la Serenissima Repubblica di S.Marco di Daniele Manin, contro gli austriaci.
Il Corpo degli Alpini fu creato a difesa del territorio dalle stesse genti che vi abitavano.

Nati per difendersi da ipotetici attacchi sui ghiacciai e sulle vette delle Alpi, gli Alpini ebbero il “battesimo del fuoco” in terra straniera sulle roventi terre africane, nelle campagne di Eritrea del 1887 e del 1896. Il 1 marzo 1896 il Primo Battaglione Alpini d'Africa di 1046 unità lasciò sul campo 954 corpi, 92 i sopravvissuti...
1911 gli alpini parteciparono alla guerra Italo–Turca 1915-1918 88 battaglioni e 66 gruppi di artiglieria da montagna per un totale di 240.000 alpini mobilitati.
ufficiali, sottufficiali e alpini morti 24.876, feriti 76.670, dispersi 18.305.
1936 vengono inviati in Etiopia contro le truppe di Hailé Selassié
1940 Alpi Occidentali
1940 al 1942 Grecia
1941 al 1943 in Jugoslavia
1942 al 1943 Russia

nati per difendere i confini sono stati mandati a portare guerra in terre lontane...


1961 dal giugno di quest'anno gli alpini furono impiegati massicciamente, assieme ad altre forze di polizia per reprimere in Alto Adige gli „atti di terrorismo” diretti contro la Repubblica Italiana (alpini contro fratelli alpini).
Innumerevoli, inoltre, le campagne e missioni all'estero di truppe alpine che per motivi di spazio e tempo non riporto, ma rimando per un resoconto esaustivo al sito http://www.truppealpine.eu/storia/dislocazioni.asp

Mi preme sottolineare in questa breve e contraddittoria storia degli alpini:

che la prima decorazione non venne conferita per una battaglia, ma per un atto di solidarietà umana nei confronti della popolazione civile: il Battaglione Alpini Val Stura, la notte del 19 agosto 1883 accorse e spense un furioso incendio sviluppatosi nell'abitato di Bersezio CN.

Ed è doveroso ricordare il primo intervento degli Alpini da parte della 14 Compagnia Alpina di Pieve di Cadore., nel luglio del 1873 a favore della popolazione dell'Alpago colpita da un grave terremoto.

Che strana la Storia!
Persone formate per la guerra che iniziano „la loro storia” distinguendosi con atti di solidarietà umana.
Ricordo solo alcuni degli interventi di solidarietà, aiuto ed assistenza degli Alpini sul nostro territorio:

1905 terremoto in Calabria
1908 terremoto di Messina
1923 Gleno crollo della diga
1963 Vajont
1966 alluvione Polesine e nord Italia
1976 terremoto del Friuli l'ANA riceve la medaglia d'oro al merito civile
1980 terremoto dell'Irpinia
1985 la frana di Stava
1987 l'alluvione della Valtellina
1994 alluvione del Piemonte
1997 terremoto Umbria e Marche
2000 alluvione in Piemonte e Valle d'Aosta
… terremoto in Molise....

Momenti tragici dove gli Alpini hanno „tirato fuori” il meglio di sè stessi al servizio degli altri.
Attualmente gli alpini in forza al Comando Truppe Alpine ammontano a circa 9.500 uomini di cui 526 sono donne assegnate adeguatamente in tutti i reparti.
Con l' esercito interamente professionale e volontario, gli alpini, corrono il rischio di perdere la loro caratteristica principale – ossia “l’alpinità” – che nasceva dalla coscrizione obbligatoria su base regionale e dal retroterra alpinistico maturato nelle consuetudini quotidiane dei singoli componenti.

L'abolizione del criterio di reclutamento regionale che invece fu alla base della costituzione delle Truppe Alpine.
Attualmente i giovani volontari, arruolati nelle truppe alpine, sono in prevalenza provenienti dalle regioni del centro-sud e, anche se stanno facendo il loro dovere con molta serietà, impegno e coraggio, si teme che in futuro non sarà più possibile avere reparti con un alto contenuto spirituale, coscientemente motivati e ricchi di quella antica cultura montanara che ha concorso a dare l’impronta all’uomo “alpino”.

La prima Adunata nazionale degli Alpini ebbe luogo il giorno
6 settembre 1920 sul Monte Ortigara per ricordare e onorare il sacrificio di migliaia di alpini morti su quelle montagne.
Chiedo agli amici Alpini : 97 anni dopo, l'adunata di Treviso 2017 è ancora nello stesso spirito di quella del 1920?
Che significato date a questo tricolore, così ostentatamente imposto da apparire una strumentalizzazione a fini politici?
Credo che un pensiero approfondito, che vada oltre la superficialità, sia doveroso per tutti, nel sano principio della dialettica

per riflettere...

per capire...

per guardarsi negli occhi.

La storia ci ricorda che il sentimento alpino porta alla solidarietà ed alla fratellanza, quello che gli alpini respirano ed esportano...

Guerra, distruzione, morte, sofferenze quale sete di potere, conquista, sopraffazione, non sono sentimento alpino.

Dal 1866 alla fine del secolo il tricolore ha provocato l'emigrazione di 1.300.000 veneti, un terzo della popolazione. Ciò ha causato impoverimento e pellagra che prima dell'unità d'Italia non esistevano.

Il „tricolore” ha tradito l'alleato, l'Austria, con la quale aveva un patto di non aggressione fino al giorno prima della dichiarazione di guerra, quindi l'Italia non ha „difeso i confini” bensì ha aggredito l'alleato.
La guerra che „si è combattuta” su queste terre è servita a uccidere intere generazioni, ha mandato a morire soldati poco più che ragazzini. Ricordate la classe '99?
Tutto ciò doveva servire a tagliare la memoria storica di ciò che era rimasto della tradizione e della cultura del popolo veneto dopo l' emigrazione.

Ma, al tricolore, non è bastato. Dopo „l'unificazione” fatta col sangue non era ancora sazio, doveva mettere gli italiani, gli uni contro gli altri, per averne il controllo. E ci è riuscito con la seconda guerra mondiale.

Ora quel tricolore ci sta rubando la ricchezza che solo noi veneti abbiamo saputo creare. Fa morire le nostre aziende, le nostre banche, ci ruba i nostri risparmi, vuole rubarci le nostre case, ci vuole togliere il lavoro e con esso la dignità. Ci ruba i nostri sogni e ruba il futuro ai nostri figli.

Gli Alpini sono morti per „questa bandiera”?

Onore ai morti, ma noi siamo ancora qui e siamo vivi! Ed abbiamo un'altra bandiera!

Dino Raro


http://www.truppealpine.eu/storia/storia.asp
http://www.truppealpine.it/Storia%20degli%20alpini.htm
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Re: Alpini e tricolor - n'oror

Messaggioda Berto » sab mag 13, 2017 12:38 pm

Sembra che ce l'abbia con gli alpini ma non è così, ce l'ho con l'alpinaggine.

https://www.facebook.com/zioAlbert58

Ce l'ho con quella fedeltà cieca e sorda che li fa stare a servizio di un padrone ladro e baro celebrandone i simboli .
E poi non basta la fedeltà.
In nome della solidarietà e dei valori gli alpini sopperiscono alle mancanze dello stato, dove non arriva lo stato, arrivano loro.
Ma le mancanze dello stato non sono dovute alla sfortuna dei "poveri amministratori", sono dovute alla loro RAPACITÀ INSAZIABILE DA PARASSITI.
C'è l'ho con l'alpinaggine perché è il terreno fertile su cui lo statalismo pianta le sue stramaledette radici e succhia SUCCHIA E RISUCCHIA!



Alpini sardi con la bandiera dei sardi.
Alpini giuliani con la loro bandiera.
Alpini siciliani con la bandiera siciliana.
Alpini veneti col tricolore perché la loro bandiera è diventata un simbolo politico e la manifestazione è apolitica.
E QUESTO È QUANTO DI SPECIALE LA LEGA HA FATTO PER I VENETI.
E i Veneti ringraziano e la votano compatti.
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Re: Alpini e tricolor - n'oror

Messaggioda Berto » sab mag 13, 2017 12:47 pm

Xaia a Trevixo sensa fàsa tricolor e co la bandera de la Rexon del Veneto
https://www.facebook.com/zaiaufficiale/ ... 7104426874
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Re: Alpini e tricolor - n'oror

Messaggioda Berto » sab mag 13, 2017 6:51 pm

Il mito degli Alpini e il loro passato
Cultura del territorio - Landeskultur
domenica 08 luglio 2012, Elena

http://www.welschtirol.eu/il-mito-degli ... ro-passato

Gli alpini sono stati fondati nel 1872 come truppe di montagna per la difesa dei confini alpini dell’Italia. La creazione di queste truppe alpine era già espressione del nazionalismo italiano, nato nel XIX secolo, che poneva un’attenzione sempre maggiore sul presunto confine naturale del paese lungo l’arco alpino. Già nel 1888 gli alpini, nati per difendere il confine alpino, furono invece inviati in Africa per conquistare delle colonie per l’Italia. Alla guerra contro la Turchia 1911/12, iniziata dall’Italia per annettersi le province turche della Tripolitania e della Cirenaica (Libia) nonché del Dodecaneso, parteciparono dieci battaglioni di Alpini. Reparti di Alpini erano anche coinvolti nella dura repressione del movimento per la liberazione della Libia, durata fino al 1933. La popolazione libica fu decimata nei campi di concentramento, con marce di morte nel deserto e con le armi chimiche usate anche contro i civili. Questa guerra crudele viene ricordata dal monumento all’Alpino di Merano e, al cimitero di Bressanone, dalla scritta sotto il busto del brissinese Heinrich Sader, morto in circostanze misteriose in Libia. „Caduto in terra d’Africa per la più grande Italia“, cioè per le mire espansionistiche italiane, recita questa scritta. Secondo la propaganda, ripetuta ancora oggi, l’Italia avrebbe portato cultura e civiltà, in realtà ha portato solo morte e distruzione. „I veri barbari siamo noi“, scrisse a suo tempo il giornale socialista „Avanti“.

Nella guerra d’aggressione contro l’Austria a partire dal 1915 gli Alpini sostennero gran parte dei combattimenti soprattutto sul fronte col nostro Tirolo. Dopo la guerra la propaganda fascista creò il mito dell’Alpino come soldato montanaro che avrebbe conquistato per l’Italia quella parte delle Alpi che sarebbe stata destinata all’Italia dalla natura o addirittura da Dio. Fino ad oggi quasi tutti i media italiani si attengono strettamente alla retorica fascista secondo la quale l’Alpino sarebbe un montanaro semplice, tenace, buono, coraggioso e patriottico. In questo spirito nazionalistico fu fondata nel 1919 l’Associazione Nazionale Alpini (ANA), associazione subito allineata al regime fascista dal quale non si è mai distanziata in modo inequivocabile.

Un ruolo molto importante gli Alpini hanno svolto nella guerra d’annientamento contro l’impero etiopico (1935-1936). Proprio per questa guerra fu costituita il 31 dicembre del 1935 la divisione alpina „Pusteria“, che infanga ancora oggi il buon nome della valle. In questa guerra l’Italia fece uso delle armi chimiche in quantità mai viste anche contro i civili. Le truppe italiane non fecero quasi mai prigionieri. Anche gli Alpini parteciparono alle uccisioni di massa della nobiltà etiope e dei religiosi cristiani. Soltanto nella città sacra di Debre Libanos furono uccisi circa 2000 tra preti e monaci. La Divisione Pusteria partecipò alle battaglie cruente di Tigrai, Amba Aradan, Amba Alagi e Tembien ed ai massacri di Mai Ceu e al lago Ashangi. I massacri continuarono anche dopo la fine ufficiale della guerra. Nell’aprile del 1937 la Divisione Pusteria ritornò in Italia e sfilò per le vie di Roma. Nel 1938 Mussolini ordinò di persona la costruzione di un monumento a Brunico per glorificare le „gesta eroiche“ della Divisione Pusteria. Davanti a questo monumento degli orrori gli Alpini depongono ancora oggi delle corone.

La Divisione Pusteria intervenne anche quando l’Italia il 10 giugno del 1940 dichiarò guerra alla Francia. Successivamente partecipò all’aggressione contro la Grecia, aggiungendosi alla „Julia“ presente in questa campagna sin dall’inizio. L’occupazione italiana della Grecia costò la vita a circa 100.000 Greci. La Divisione Pusteria fu trasferita nell’estate del 1941 in Montenegro ed in Croazia per la lotta contro i partigiani. Il comportamento degli Alpini in questi paesei balcanici non era meno crudele che in Etiopia. Interi paesi furono bruciati, persone sospette torturate ed uccise.

Un capitolo a parte merita la partecipazione degli Alpini alla guerra contro l’Unione Sovietica. L’Italia dichiarò la guerra all’Unione Sovietica il 23 giugno del 1941, un giorno dopo che la Germania nazista aveva attaccato questo paese. Mussolini inviò tre divisioni di fanteria, il cosiddetto Corpo di spedizione italiana in Russia (CSIR) al fronte orientale. Nel 1942 il numero delle divisioni aumentò a dieci, che formarono la nuova VIII Armata oppure „Armata italiana in Russia (ARMIR). Di queste dieci divisioni tre erano divisioni alpine, e cioè Cuneense, Julia e Tridentina. I comportamenti dei soldati italiani nei confronti della popolazione dei territori occupati non si differenziarono da quelli dei soldati nazisti. Secondo le direttive degli alti comandi ogni resistenza attiva o passiva della popolazione civile era da reprimere con metodi durissimi. Le cosiddette spie erano da giustiziare sul posto. Il generale Gabriele Nasci, comandante del corpo alpino, aveva dato l’ordine di rispondere con „rappresaglie di severità esemplare“ ad ogni atto ostile. Le truppe dovevano prendere ostaggi ed ucciderli nel caso fosse necessario. Diversi documenti provano come questo sia veramente successo. I commissari politici delle forze armate sovietiche, i „ribelli“ e gli „elementi indesiderati“ come ebrei e nomadi venivano consegnati il più presto possibile ai tedeschi, conoscendo ed approvando quello che era loro destinato. Ampiamente documentata è la completa distruzione dei paesi di Snamenka e di Gorjanowski nell’ Ucraina nonché l’uccisione di tutta la popolazione di questi paesi da parte delle truppe italiane. L’Unione Sovietica ha condannato per crimini di guerra diversi ufficiali italiani, caduti in prigionia, ed ha chiesto l’estradizione di diversi altri criminali di guerra all’Italia, estradizione negata dall’Italia. Perfino comandi militari tedeschi criticavano a volte il comportamento troppo crudele degli italiani, mentre il comandante dell’ARMIR, generale Giovanni Messe, scrisse subito dopo la guerra che il corpo di spedizione italiano si sarebbe distinto da tutti gli altri eserciti „per la sua cultura superiore, il suo senso di giustizia e la sua comprensione umana“. Nelle lettere dei soldati italiani, raccolte nel centro di censura a Mantova, si legge invece di soprusi e di uccisioni di civili. Dopo la guerra è uscita in Italia una ricca letteratura giustificativa che ha creato il nuovo mito dell’Alpino come vittima e non come colpevole in questa campagna di Russia. In realtà gli alpini erano vittime di un governo irresponsabile. Dei 57.000 Alpini che parteciparono all’aggressione contro l’Unione Sovietica, soltanto 11.000 ritornarono. Erano però non solo vittime, ma anche colpevoli . Il loro sacrificio è stato strumentalizzato dal fascismo, e questo viene fatto ancora oggi, per giustificare comportamenti non giustificabili e creare nuovi miti.

Uno di questi nuovi miti è quello di Nikolajewka. Secondo questa leggenda la Divisione Tridentina avrebbe sfondato il 26 gennaio 1943, dopo aspri ed eroici combattimenti, l’accerchiamento sovietico, aprendo la strada verso ovest a tanti soldati sia italiani che tedeschi. In realtà l’accerchiamento è stato rotto dal 24° corpo corrazzato tedesco. Più di questo falso storico-militare preoccupa però il fatto che gli alpini ricordano ancora oggi una presunta vittoria in una guerra criminale, identificandosi in questo modo ancora oggi con questa guerra.

Dopo la guerra il governo Degasperi, dopo l’amnistia decretata dal ministro alla giustizia Togliatti, ha fatto di tutto per impedire procedimenti contro militari italiani per crimini commessi in Libia, Etiopia, nei paesi balcanici o nella Unione Sovietica. Si cercava di creare l’impressione che le forze armate italiane, pur essendo stata l’Italia alleata della Germania nazista, si sarebbero sempre comportate in modo impeccabile. Nella logica della guerra fredda Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti, per tenere l’Italia nel blocco occidentale, non avevano alcun interesse di perseguire crimini di guerra italiani commessi nei paesi comunisti. Questo perdono generale per i crimini del regime fascista è stato fondamentale per la memoria collettiva europea.

Dopo la guerra gli Alpini hanno sempre dato grande importanza alla continuità della loro tradizione e non hanno mai preso le distanze dal loro passato. La deposizione di fiori e corone ai monumenti di Merano e Brunico dimostra che gli Alpini non si vergognano per niente dei crimini commessi in Libia ed in Etiopia.

In Sudtirolo gli Alpini si comportarono sempre da forze occupatrici. A Bressanone riuscirono nel 1958 a far sospendere il sindaco Valerius Dejaco per sei mesi, perché si era rifiutato di partecipare il 4 novembre alla festa degli Alpini per la „vittoria“ contro la popolazione che il sindaco stesso rappresentava. Oggi tutto questo non si vuole ricordare. Si cerca invece di costruire nuove leggende come quella che il greto del Talvera a Bolzano sarebbe stato sistemato dagli Alpini, leggenda sfatata ampiamente dall’ex-direttore dei bacini montani.
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Re: Alpini e tricolor - n'oror

Messaggioda Berto » sab mag 13, 2017 6:52 pm

???

CONTRO L’ONDATA TRICOLORE ALPINA, VIVA CHI HA ISSATO I GONFALONI
di FABIO PADOVAN

https://www.miglioverde.eu/contro-londa ... -gonfaloni

Assistiamo in questi giorni, in provincia di Treviso, ad un asfissiante tripudio di tricolori. In questa incredibile ubriacatura tricolorata spiccano solitari i Gonfaloni di San Marco. Ci restituiscono un po’ di speranza e ci rincuorano. Grazie quindi agli ardimentosi patrioti nostrani.
Visto l’oceanico, e quasi sacro, spiegamento di bandiere tricolori, veicolate dagli alpini, ci aspettiamo nelle prossime settimane un bell’aumento di tasse e imposte. Sì, gli Alpini hanno fatto il bene e continuano a fare del bene. Perché allora non sotto la nostra bandiera?, visto che il tricolore ha fatto trucidare alpini a milioni. Cosa direbbero i poveri ragazzi martiri, smembrati e devastati nelle trincee di una guerra subita e MAI, MAI voluta, fatti a pezzi dalle cannonate, dalle mitragliate e dalle carabine traditrici degli stessi italiani?
Cosa volete che pensino i satrapi, che da Roma, da oltre 100 anni, considerano le nostre province abitate da polentoni, buoni solo a lavorare e ad essere spremuti, e che, una volta spennati, ancora gioiscono issando l’emblema del tricolore, cioè del potere italiano al suo massimo livello? E dopo decenni di mungitura, abbandono, trascuratezza, dolorosa emigrazione, le popolazioni venete gioiscono issando l’emblema del Governo Centralista, felici e contente. Beh, laggiù pensano di continuare a spremere, tanto quei “mus de veneti” sono pienamente soddisfatti. Noi Trevisani stiamo dimostrando entusiasmo per il tricolore, il suo debito stellare, la sua inefficienza nel difenderci, curarci, perfino nutrirci.
Una patria matrigna, quella italiana, che permette che Igor ed altri 10.000 come lui tolgano le vite di onesti padri e lavoratori, terrorizzino i pacifici e la facciano SEMPRE franca, sia prima, che eventualmente dopo, con qualche infame indulto. Uno stato che condanna i giusti che si difendono nella PROPRIA casa, e assolve, anzi premia e foraggia, i violenti e gli assassini, con i soldi delle tasse strappati a quegli stessi cittadini che mette al bando o in galera perché hanno difeso la propria famiglia. Uno stato che toglie le libertà individuali, conquistate in decenni di civili lotte, e che perseguita chi dimostra di non condividere il Pensiero Unico Luminoso di chi comanda. Uno stato che distrugge la voglia di lavorare di chi tira la carretta, anche di chi rischia in proprio, ogni santo giorno, senza chiedere sussidi.
Ma i vessilli di San Marco issati lassù da mani generose ci ricordano che queste sono terre di San Marco. Sono una ribelle risposta alla omogeneizzazione voluta dai media, che condizianono le menti e che sono posseduti dalle rapaci mani di chi governa i destini nel mondo.
Lassù, quel vessillo garrisce invece libero, solitario ma indomito, contro lo sfascio dei valori della nostra cultura, contro la forzatura Gender, contro il nichilismo italiano. Entro quei colori dorati e rossi restano ferreamente saldi i valori delle Venezie, in quel vessillo le genti venete sentono ancora pulsare il Sacro Cuore di Gesù. Gesù messo in croce (ripetutamente) dagli uomini. Avvertono la plurisecolare storia del Patriarcato Veneziano.
Il Leone alato diffonde serenità e sicurezza; un’ancora cui aggrapparsi, per non perdersi nelle rovine della violenza globale di una Finanza crudele.
Ancora mille grazie fratelli patrioti. Noi esistiamo e resistiamo.
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Re: Alpini e tricolor - n'oror

Messaggioda Berto » dom mag 14, 2017 7:14 am

Il fanatismo demenziale, acritico, idolatra, statalista e fascista degli alpini


Gentilini e alpini
https://www.facebook.com/radiovenetouno ... 7319935520
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Re: Alpini e tricolor - n'oror

Messaggioda Berto » gio mag 18, 2017 2:43 pm

Gli alpini in Etiopia

https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglio ... rk_Amba%22
Il Battaglione alpini "Uork Amba" fu un reparto del Regio Esercito, l'unico di alpini presente in Africa Orientale Italiana durante la seconda guerra mondiale.

La 5ª Divisione alpina "Pusteria" venne costituita il 31 dicembre 1935 in previsione della Guerra d'Etiopia, con in organico due reggimenti alpini, uno di artiglieria e due battaglioni complementi strutturati su tre compagnie. Quando la divisione venne impiegata nella seconda battaglia del Tembien, il VII Battaglione complementi del tenente colonnello Ferdinando Casa si distinse particolarmente, il 27 febbraio 1936, nella conquista del massiccio dell'Uork Amba ("Montagna d'oro"), tanto il 15 marzo 1936 il nuovo comandante, maggiore Tommaso Risi, lo intitolò ufficialmente Battaglione alpini "Uork Amba". Dopo la fine delle ostilità, mentre la divisione veniva in impegnata in operazioni di polizia coloniale, a Feltre il 22 ottobre 1936 veniva costituito un altro VII Battaglione complementi al comando del maggiore Romano Biasutti che, sbarcato il 15 gennaio 1937 a Massaua, giunse ad Addis Abeba il 21 gennaio successivo. Qui assorbì inquadrò gli alpini del "Uork Amba" che volontariamente avevano optato per prolungare la ferma, assumendo esso stesso la denominazione di Battaglione alpini "Uork Amba".

Con il rimpatrio della "Pusteria", il battaglione rimase l'unica unità alpina in Africa Orientale. Il reparto aveva in organico 27 ufficiali, 79 sottufficiali, 1 031 alpini su tre compagnie. Come reparto non indivisionato, da maggio a settembre venne impiegato indipendentemente in operazioni di ricognizione e scorta e nella realizzazione di infrastrutture difensive sul Monte Entoto e sul Monte Amara, che sarebbero servite come base per le operazioni sul Nilo Azzurro. Nell'estate del 1938 il battaglione rientrò ad Addis Abeba e da ottobre fino al 1939 venne impegnato in scontri con le bande sciftà.



Sterminate quei monaci. Firmato: il viceré Graziani
domenico agasso jr.

http://www.lastampa.it/2016/05/18/vatic ... agina.html

È stata la più grande strage di religiosi cristiani mai avvenuta in Africa. Più grande ancora di quella compiuta in questo stesso luogo dagli Ottomani nel luglio del 1531. È costata la vita a circa duemila persone, la metà delle quali erano preti, monaci e diaconi, e a compierla non sono state milizie islamiste ma i soldati al comando del viceré italiano d’Etiopia Rodolfo Graziani. Quella avvenuta nel maggio 1937 nel monastero etiope di Debre Libanos è una voragine nella nostra memoria e una ferita ancora aperta nei rapporti tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa d’Etiopia.

A sollevare il velo di silenzio che ancora avvolge quei fatti è un docufilm di oltre un’ora che sarà trasmesso da Tv2000 sabato 21 maggio alle ore 21 e replicato domenica alle 18,30. Antonello Carvigiani, giornalista e autore del reportage, ha riportato alla luce documenti e testimonianze inedite scovando anche l’ultimo testimone ancora vivente. E grazie al contributo del più importante studioso della strage, lo storico inglese Ian Campbell che sta per pubblicare un libro sulla vicenda, ricostruisce nel dettaglio l’accaduto.

Il monastero di Debre Libanos, fondato nel XIII secolo dal santo Teclè Haimanòt, si trova nella regione degli Amara, a Nord-Ovest di Addis Abeba, ed è situato tra una rocca e una gola create dall’affluente del fiume Abbay. È ancora oggi il polmone spirituale del cristianesimo ortodosso etiope.

«Tutti sistemati»

L’antefatto della strage si verifica il 19 febbraio 1937, quando Rodolfo Graziani subisce un attentato durante una cerimonia pubblica nella capitale etiope. Alcuni esponenti del movimento dei patrioti ribelli, mescolati tra la gente, lanciano degli ordigni: muoiono sette persone e il viceré italiano rimane gravemente ferito. Sulla base delle prime informazioni che parlavano di un coinvolgimento dei monaci, senza prove e senza attendere l’esito delle indagini ufficiali, Graziani dà l’ordine al generale Pietro Maletti di massacrare tutto il clero di Debre Libanos.

Il documentario di Tv2000 ricorda che le truppe italiane circondano l’area il 18 maggio, lasciando transitare i fedeli diretti al monastero per la festa di san Michele che si sarebbe celebrata nei giorni successivi, ma impedendo allo stesso tempo di uscire a quanti volevano farlo. I pellegrini rimangono dunque intrappolati, vittime della stessa sorte che toccherà ai monaci. Poi viene sferrato l’attacco.

Secondo le ultime ricerche storiche, il numero dei morti sarebbe compreso tra 1.800 e 2.200: Ian Campbell ritiene che duemila sia la cifra che più si avvicina alla realtà, nonostante il rapporto ufficiale stilato dal viceré per Mussolini si limiti a citare 449 morti. «I numeri delle vittime riferiti da Graziani furono molto bassi - spiega Campbell -, sappiamo che il numero dei membri del clero, inclusi i monaci, non era inferiore al migliaio». In un telegramma del generale Maletti, spedito il giorno successivo alla strage, si legge: «Confermo che tutti indistintamente i personaggi segnalati sono stati definitivamente sistemati».

L’ultimo testimone

L’autore del docufilm ha potuto incontrare e intervistare l’ultimo testimone della strage, l’ultranovantenne Ato Zewede Geberu, all’epoca bambino. «Nel giorno della festa di san Michele non sono andato a Debre Libanos. Moltissimi fedeli dei villaggi qui intorno sono andati al monastero. Ma la mia famiglia quella volta decise di non andare. Una decisione che ci ha salvato la vita. Non ho visto il massacro. Ma l’ho sentito. Ho sentito i colpi della mitragliatrice. Abbiamo avuto paura, siamo rimasti nascosti nel nostro villaggio. Due-tre giorni dopo sono andato a vedere. C’erano ancora i cadaveri, centinaia di morti, forse 600, 700… E gli animali cominciavano a mangiarli. C’erano soldati italiani che si aggiravano ancora da quelle parti».

L’eccidio avviene in un luogo isolato. Lontano da testimoni. Molti corpi sono lanciati in una gola profonda circa 500 metri. La memoria della strage doveva essere dolorosa anche per chi l’aveva commessa eseguendo gli ordini ricevuti. Racconta il monaco Abba Hbte Gyorgis: «Alcuni anziani mi hanno raccontato che i militari italiani usavano ombrelli bianchi per proteggersi dal sole. Dopo la strage, alcuni soldati hanno portato al monastero il loro ombrello bianco per chiedere scusa. In segno di riconciliazione. Nel museo del monastero sono conservati tre di questi ombrelli».

Il docufilm di Tv2000, che si avvale della regia e della fotografia di Andrea Tramontano, si conclude con l’intervista ad abuna Matthias I, Patriarca della Chiesa ortodossa di Etiopia: «Non si è trattato di una cosa buona. Abbiamo perso tantissime persone, inclusi i monaci, il vescovo Abuna Petros. Adesso quasi tutto giustamente è stato dimenticato e perdonato. Posso dire che è bene così. Cosa si può fare adesso?». Forse è meglio ricordare.

Questo articolo è stato pubblicato nell’edizione odierna del quotidiano La Stampa



Etiopia 1937: il massacro dimenticato
di MICHELE STRAZZA

La furibonda rappresaglia attuata dalle truppe italiane dopo l'attentato al Vicerè Rodolfo Graziani costò la vita a migliaia di persone, passate per le armi su ordine diretto di Mussolini. Nei successivi cinque mesi la repressione toccò indistintamente semplici indigeni ed esponenti del clero copto, in un bagno di sangue che assunse la ferocia del pogrom.

http://win.storiain.net/arret/num146/artic5.asp

Tra i tanti massacri perpetrati dagli Italiani in Etiopia durante il fascismo, di particolare efferatezza sono quelli eseguiti nel 1937 dopo il fallito attentato al Vicerè Rodolfo Graziani ad Addis Abeba.
Il 19 febbraio, in occasione della nascita di Vittorio Emanuele, primogenito di Umberto II di Savoia, il Vicerè dà ordine di preparare una cerimonia pubblica nel giorno della festa della Purificazione della Vergine secondo il calendario copto.
Graziani, volendo imitare un'usanza etiope, decide di distribuire a ciascuno dei poveri di Addis Abeba due talleri d'argento, uno in più rispetto a quanto ha sempre distribuito Hailè Selassiè. Insieme agli invitati una folla di derelitti confluisce, così, nel cortile del palazzo imperiale ("ghebbì"). Improvvisamente due intellettuali eritrei (Abraham Debotch e Mogus Asghedom) lanciano contro il palco 7 o 8 bombe a mano uccidendo quattro italiani, tre indigeni e ferendo una cinquantina di presenti, tra cui lo stesso Graziani, colpito da 350 schegge.
Dopo i primi momenti di panico e indecisione vengono chiuse le uscite del vasto cortile per evitare la fuga degli attentatori. Subito si scatena il fuoco di fucileria dei militari italiani e degli ascari libici sulla folla che cerca di fuggire. Si spara per tre ore. Molte persone vengono uccise anche a colpi di scudiscio nei saloni del palazzo.

Fuori partono fulminee le rappresaglie, che proseguiranno per parecchi giorni.

Anche le chiese non vengono risparmiate. Così racconta quei momenti il giornalista Ciro Poggiali, ferito leggermente ad una gamba: «Tutti i civili che si trovano ad Addis Abeba, in mancanza di una organizzazione militare o poliziesca, hanno assunto il compito della vendetta condotta fulmineamente coi sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada. Vengon fatti arresti in massa; mandrie di negri sono spinti a tremendi colpi di curbascio come un gregge. In breve le strade intorno al tucul sono seminate di morti. Vedo un autista che dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta.

Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara ed innocente. (...) 20 febbraio 1937, sabato. (...) Sono stato a visitare l'interno della chiesa di San Giorgio, devastata dal fuoco appiccato fuori tempo con fusti di benzina, per ordine e alla presenza del federale Cortese. (...) Alla sera cerco invano di ottenere dal colonnello Mazzi di telegrafare al giornale. Gli ordini di Roma sono tassativi: in Italia si deve ignorare. (...) Il colonnello Mazzi mi smentisce che nel santuario di San Giorgio siano state trovate mitragliatrici; è segno che l'incendio non era giustificato.
Per tutta la notte, con un accanimento anche più feroce che nella notte precedente, si continua l'opera di distruzione dei tucul. Spettacoli da tragedia delle immense fiammate notturne. La popolazione indigena è tutta sulla strada. Impressionante indifferenza dei capannelli di donne e di bambini intorno alla masserizie fumanti. Non un grido, non una lacrima, non una recriminazione. Gli uomini si tengono nascosti, perché rischiano di essere finiti a randellate dalle orde punitive. Episodi orripilanti di violenze inutili. Mi narrano che un suddito americano, per avere soccorso un ferito abissino, è stato bastonato dalle squadre dei randellatori».

Così descrive il massacro il prof. Harold J. Marcus: «Poco dopo l'incidente, il comando italiano ordinò la chiusura di tutti i negozi, ai cittadini di tornare a casa e sospese le comunicazioni postali e telegrafiche. In un'ora, la capitale fu isolata dal mondo e le strade erano vuote. Nel pomeriggio il partito fascista di Addis Abeba votò un pogrom contro la popolazione cittadina. Il massacro iniziò quella notte e continuò il giorno dopo. Gli etiopi furono uccisi indiscriminatamente, bruciati vivi nelle capanne o abbattuti dai fucili mentre cercavano di uscire. Gli autisti italiani rincorrevano le persone per investirle col camion o le legarono coi piedi al rimorchio trascinandole a morte. Donne vennero frustate e uomini evirati e bambini schiacciati sotto i piedi; gole vennero tagliate, alcuni vennero squartati e lasciati morire o appesi o bastonati a morte».

Il fallito attentato diventa, dunque, l'occasione per quello che Mussolini definisce, in un telegramma a Graziani del 20 febbraio, «inizio di quel radicale repulisti assolutamente (...) necessario nello Scioà». E il giorno dopo, sempre il Duce, telegrafa: «Nessuno dei fermi già effettuati e di quelli che si faranno deve essere rilasciato senza mio ordine. Tutti i civili e religiosi comunque sospetti devono essere passati per le armi e senza indugi».
Le violenze, come già detto, continuano per molti giorni, andando ben al di là dei tre giorni successivi nei quali si scatena la rappresaglia immediata. Circa 700 indigeni, rifugiatisi nell'ambasciata inglese, vengono fucilati appena usciti da questa.

Non si conosce il numero esatto delle vittime nei primi giorni successivi all'attentato. Fonti etiopi parlano di 30.000 vittime, fra 3.000 e 6.000 secondo la stampa straniera del tempo.
Gli attentatori, intanto, nonostante la taglia di 10.000 talleri messa sulle loro teste non si trovano. Su ordine di Graziani alla fine di febbraio vengono fucilate decine di notabili e ufficiali etiopi. Tutti muoiono con grande dignità e maledendo l'Italia.

Tra marzo e novembre ben 400 abissini, tra cui importanti personaggi pubblici, vengono imprigionati e deportati in Italia con cinque piroscafi. Intere famiglie con donne e bambini sono confinate nel campo di concentramento di Danane, sulla costa somala, dopo aver sostenuto un lungo viaggio di 15 giorni con morti per stenti e malattie (vaiolo e dissenteria).

Il primo convoglio per Danane parte da Addis Abeba il 22 marzo, arrivando a destinazione solo il 7 aprile. Comprende 545 uomini, 273 donne e 155 bambini, ma moltissimi muoiono sulle strade battute continuamente dalla pioggia. Seguiranno altri cinque convogli per un totale, secondo fonti italiane, di 1.800 unità. Per gli etiopi tale cifra va moltiplicata per quattro. Secondo la testimonianza di Micael Tesemma (riportata da Angelo Del Boca), il quale trascorre nel campo tre anni e mezzo, su 6.500 internati ben 3.175 perdono la vita per scarsa alimentazione, acqua inquinata e malattie. Lo stesso direttore sanitario del campo - riferisce il testimone - avrebbe accelerato la fine di alcuni internati con iniezioni di arsenico e stricnina.

Il 28 febbraio Graziani arriva addirittura a proporre di «radere al suolo» la parte vecchia della città di Addis Abeba «e accampare tutta la popolazione in un campo di concentramento» ma Mussolini si oppone per paura di più decisive reazioni internazionali, pur confermando l'ordine di passare per le armi tutti i sospetti, ordine poi esteso a tutti i governatori dell'Impero.

Le esecuzioni proseguono anche a marzo e Graziani ordina anche la fucilazione di tutti i cantastorie, gli indovini e gli stregoni di Addis Abeba e dintorni, in quanto responsabili di annunciare nei vari mercati la fine prossima del dominio italiano. L'iniziativa è approvata da Mussolini.
Dalle carte di Graziani risulta una costante corrispondenza con Lessona nonché l'elenco dettagliato delle fucilazioni eseguite ad Addis Abeba e nella regione circostante dal 27 marzo al 25 luglio 1937 per un totale di 1.877 esecuzioni. Il 7 aprile il Vicerè telegrafa al generale Maletti che il territorio deve «essere assolutamente domato e messo a ferro e fuoco», precisando: «Più Vostra Signoria distruggerà nello Scioà e più acquisterà benemerenze».

Da una statistica dell'attività dell'Arma dei carabinieri, firmata dal colonnello Hazon e datata 2 giugno, si ricava che i soli carabinieri hanno passato per le armi 2.509 indigeni.
Sempre Ciro Poggiali racconta l'episodio di un capitano italiano che, dopo aver fatto razzia di bestiame a danno di una famiglia indigena, di fronte alle proteste del capofamiglia «uccide tutta la famiglia compresi i bambini». E ancora, sui metodi dei carabinieri: «Sul piazzale del tribunale assisto al trasporto, dopo la condanna per furto, di un giovinetto moribondo per denutrizione. Un altro non si regge in piedi per le botte. I carabinieri che hanno in custodia i prevenuti da presentare alla così detta giustizia, hanno importato dall'Italia, moltiplicandoli per mille, i sistemi polizieschi più nefandi».
Anche ai reparti militari che operano sul territorio etiope viene dato ordine di passare per le armi gli Amhara trovati, quali presunti responsabili dell'attentato. Così il capitano degli alpini Sartori è incaricato di eliminare 200 Amhara catturati nei dintorni di Soddu. L'ufficiale li ammassa in una grande fossa scoperta tra i dirupi e ordina ai suoi ascari di sparare. Il ricordo della carneficina turberà il resto della vita del capitano che morirà smemorato, qualche anno dopo, in una prigione del Kenya.
Da maggio in poi avviene la distruzione della chiesa copta sulla base anche di un rapporto dell'avvocato militare Oliveri. La tesi è quella di un complotto cui non è estraneo l'aiuto degli inglesi e della comunità ecclesiale copta. Il battaglione eritreo, composto in gran parte da copti, viene sostituito con uno somalo mussulmano, più adatto alla repressione dei cristiani.
Le truppe (un battaglione di ascari mussulmani e la banda galla "Mohamed Sultan"), dunque, comandate dal generale Pietro Maletti, partono per la cieca rappresaglia. Lungo i 150 km che da Addis Abeba portano alla città-convento di Debrà Libanòs vengono incendiati 115.422 tucul, tre chiese e un convento, mentre ben 2.523 sono i "ribelli" giustiziati.

Dopo la distruzione del convento di Gulteniè Ghedem Micael, il 13 maggio, e la fucilazione dei monaci, il 18 maggio Debrà Libanòs viene accerchiata per punire i religiosi accusati di aver dato rifugio ai due attentatori di Graziani. Il 19 arriva un telegramma di Graziani che conferma la complicità dei monaci nell'attentato e ordina di passare «per le armi tutti i monaci indistintamente, compreso il vicepriore». Il 20 mattina tutti i religiosi catturati vengono caricati sui camion. All'una le esecuzioni sono terminate per riprendere poi, il 26 maggio, quando 129 giovani diaconi, risparmiati sei giorni prima, vengono anch'essi trucidati.
Fino al 27 maggio vengono passati per le armi 449 tra monaci e diaconi. Secondo ricerche portate avanti da studiosi dell'Università di Nairobi e di Addis Abeba e comunicate ad Angelo Del Boca il numero delle vittime del massacro si aggirerebbe, invece, addirittura tra 1.423 e 2.033 uomini.
Le vittime, trasportate sul luogo dell'eccidio da una quarantina di camion, vengono incappucciate e fatte accucciare sul bordo di un crepaccio, uno a fianco all'altro. Le mitragliatrici sparano in continuazione per cinque ore. Interrotte solo per buttare i cadaveri nel crepaccio.
Coperto dall'approvazione di Mussolini, Graziani rivendicò «la completa responsabilità» di quella che definì con orgoglio la «tremenda lezione data al clero intero dell'Etiopia», soddisfatto di «aver avuto la forza d'animo di applicare un provvedimento che fece tremare le viscere di tutto il clero, dall'abuna all'ultimo prete o monaco, che da quel momento capirono la necessità di desistere dal loro atteggiamento di ostilità a nostro riguardo, se non volevano essere radicalmente distrutti».
Nel dopoguerra, nonostante le richieste etiopiche, nessun italiano venne mai punito per questi e per altri massacri, favorendo la rimozione dalla memoria collettiva dei crimini compiuti dagli italiani durante le guerre fasciste.


BIBLIOGRAFIA

La repressione fascista in Etiopia: la ricostruzione del massacro di Debrà Libanòs, di Ian L. Campbell e Gabre-Tsadik Degife - "Studi Piacentini", n. 21/1997.
La guerra di Abissinia 1935-1941, di Angelo Del Boca - Feltrinelli, Roma 1965.
Gli italiani in Africa Orientale. La caduta dell'Impero, di Angelo Del Boca - Oscar Storia Mondadori, Milano 2009.
Lo sfascio dell'Impero. Gli italiani in Etiopia (1936-1941), di Matteo Dominioni - Editori Laterza, Bari-Roma 2008.
History of Ethiopia, di J. Harold Marcus - University of California Press, Berkeley 1994.
L'attentato a Graziani, di Beppe Pegolotti - "Storia Illustrata", n. 163, giugno 1971.
Sotto le ceneri dell'impero, di Ugo Pini - Mursia, Milano 1967.
Diario AOI. 15 giugno1936-4 ottobre 1937, di Ciro Poggiali - Longanesi, Milano 1971.
L'attentato a Graziani e la repressione italiana in Etiopia nel 1936-37, di Giorgio Rochat - "Italia contemporanea", n. 118 (1975).
Le guerre italiane 1935-1943. Dall'impero d'Etiopia alla disfatta, di Giorgio Rochat - Giulio Einaudi Editore, Torino 2008.
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Re: Alpini e tricolor - n'oror

Messaggioda Berto » ven mag 04, 2018 7:17 pm

A Trento l'adunata degli alpini 2018: «Per i caduti della Grande Guerra»
Sabato 17 Settembre 2016

https://www.ilgazzettino.it/nordest/tre ... 70971.html


TRENTO - Si terrà a Trento l'adunata nazionale degli Alpini 2018. Lo ha deciso oggi il Consiglio nazionale dell'Ana fissando la data della manifestazione per il 12 e 13 maggio. Lo ha reso noto la stessa sezione di Trento dell'Associazione sottolineando che la decisione è stata presa a Gemona (Udine) per acclamazione, presente il presidente nazionale Sebastiano Favero.

L'intento è di «dedicare idealmente l'adunata 2018 - afferma l'Ana di Trento nel documento di candidatura - alla memoria di tutti i Caduti nel primo conflitto mondiale, che in queste terre di confine trovarono la morte ma anche la dimora per l'ultimo riposo. La stretta collaborazione con la Croce Nera d'Austria darà certamente all'evento quel portato sovranazionale che certamente merita».

«Il protocollo - spiega Paolo Frizzi, vicepresidente Ana di Trento, che ha presentato la candidatura - non prevede una dedica, anche se c'è un tema, ma noi l'abbiamo chiesta, per mostrare che non ci dimentichiamo delle nostre radici. In Trentino ci sono quasi cento tra cimiteri e templi ossari con le salme da ogni Paese europeo e non solo. Sappiamo che ci saranno polemiche sterili, ma non cederemo a queste». «Con il 2018 - si legge nel documento - si compirà il ciclo commemorativo per il centenario della Grande Guerra. Sarà il momento per ricordare la fine del sanguinoso conflitto e, nel contempo, la conclusione di quel processo unitario nel quale Trento e Trieste assursero a simbolo indiscusso di sacrificio per l'unificazione del Paese. Non vi è città, paese o borgo d'Italia che, a partire dal 1918, non abbia dedicato nella propria toponomastica almeno un viale, una piazza od un vicolo alle città irredente Trento e Trieste, od ai suoi Martiri Battisti, Filzi e Chiesa».

«Sarà l'occasione per ricordare - concludono gli alpini del Trentino - anche le migliaia di trentini che combatterono da italiani con la divisa sbagliata. È questa un'eredità che il Trentino non può e non deve dimenticare, poiché le radici non vanno mai dimenticate. Ma il Trentino è terra che idealmente appartiene più d'ogni altro lembo d'Italia all'Europa dei popoli: qui riposano migliaia e migliaia di combattenti italiani, tedeschi, austriaci, ungheresi, russi, cechi, polacchi, francesi, turchi e di tante altre nazionalità e religioni diverse, uniti dalla morte nei sacrari fatti dall'uomo o scolpiti nel tempo dalla natura».



Vota Franz Josef
22 settembre 2016 ·

E' evidente, lampante, di loro non ci si può fidare. Loro sostengono sia una manifestazione di pace, che dovrebbe essere condivisa.

Ma come ci possono chiedere una cosa del genere, quando chiaramente sostengono: "Sarà l'occasione per ricordare - concludono gli alpini del Trentino - anche le migliaia di trentini che combatterono da italiani con la divisa sbagliata. "
"divisa SBAGLIATA"...capite l'ironia? nonostante tutto, continuano e perseverano.

Come si può propugnare l'Europa dei popoli, quando si sostiene l'idea: "una nazione, una lingua"? Sono falsi fino al midollo.

Come si può da un lato, sostenere che in Tirolo ci debba essere una memoria condivisa, che "le radici non vanno mai dimenticate" e poi la riga sotto sostenere l'oblio dei nostri cari, a favore dei loro martiri?
Non potranno mai vergognarsi abbastanza (se mai lo faranno) del loro turpiloquio.
Un altro mattone nel loro muro di fandonie è stato aggiunto.
Un'altra ferita nel nostro cuore sanguinante.
Ma noi ricordiamo.






Trento, rivolta contro gli Alpini. “L’adunata offende i tirolesi”
edoardo izzo
2018/05/04

http://www.lastampa.it/2018/05/04/itali ... agina.html

Prima dell’Adunata degli Alpini la sfilata per il dolore dei Tirolesi. L’appuntamento è per sabato cinque maggio a Rovereto, provincia di Trento. Sei giorni dopo, l’undici maggio, a entrare nel vivo a ventitré chilometri di distanza, con l’accensione della «fiaccola della pace», è la 91° adunata degli Alpini. Ospitata proprio dal capoluogo trentino. Due date ravvicinate che rivelano come da queste parti, ancora oggi, non tutti vedano di buon occhio una città colma di tricolori e soprattutto siano concordi con la data scelta per celebrare il raduno alpino: i cento anni della Grande guerra. Una ricorrenza che coincide con l’entrata del Trentino nel Regno d’Italia.

Una «sofferenza», come recita il volantino che promuove l’appuntamento, che ha spinto i Tirolesi a scendere in piazza in corteo assieme alla «corona della sofferenza» (un’opera d’arte di quattro metri di diametro, con le spine in alluminio) per ricordare le tribolazioni causate dalla Prima guerra mondiale. «Per rappresentare il dolore del nostro popolo - si legge - delle nostre donne, del nostro territorio, dell’essere dimenticati e dello strappo subito dal nostro amato Tirolo di quanti si rifiutarono di combattere». L’associazione aveva chiesto di manifestare a Trento ma l’organizzazione dell’adunata, già in fase avanzata (con le tribune e il palco già installati), ha imposto di scegliere un’altra location. I due eventi oltre ad essere distanti nel tempo si terranno anche in due luoghi diversi. L’associazione «noi Tirolesi» mette le mani avanti e nel volantino specifica che è vietata la partecipazione in tracht (il costume tipico) proprio per evitare strumentalizzazioni.

Insomma, c’è tutta la buona volontà per tenere a bada vecchi dissapori che tuttavia non smettono di covare più o meno sottotraccia. Se rimangono senza autori o rivendicazioni le sparizioni di alcune bandiere tricolori e di alcuni striscioni di benvenuto agli Alpini, altrettanto non si può dire per le parole al vetriolo che rimbalzano in rete da più di un anno, proprio contro l’appuntamento che chiama a raccolta le penne nere da ogni latitudine.

«Il nostro dolore è forte - spiega Paolo Primon, artigiano, appassionato di storia e comandante della Schützenkompanie Trient Major Giuseppe de Betta - siamo tirolesi e abbiamo subito una guerra che il popolo non voleva. Quella guerra per i nazionalisti non è ancora finita. Devono continuare con qualsiasi mezzo a far sentire ed imporre le loro manie di conquista. Tra un po’ ci troviamo la bandiera italiana anche nei krapfen. La sparizione delle bandiere è forse una tattica per farsi pubblicità, in politica lo fanno da sempre».

Loro, del resto, avevano chiesto di rimandare l’incontro alpino così da evitare la coincidenza con il passaggio del Tirolo al Regno d’Italia: «Gli Alpini mi hanno chiesto un segno di pace - ha raccontato Primon in un video cliccatissimo in rete - ma scegliere questa data è stato come mettere il dito nella piaga. Stranamente di fianco alle bandiere tricolori non si sono neppure preoccupati di mettere quella della provincia di Trento». Così i vessilli del Tirolo si è messo a distribuirli lui e ne ha già consegnati centinaia. La sfida con i tricolori è comunque impari. Gli Alpini ne hanno distribuiti già mille ed ora saranno disponibili anche nelle Comunità di valle.




Alberto Pento
Meno male che i tirolesi si svegliano; anch'io come veneto mi sento offeso dagli alpini. Quando penso a tutto il male che ha fatto lo stato italiano, il nazionalismo italiano e l'artefatta ideologia risorgimentale a noi veneti, non posso assolutamente vedere di buon occhio gli alpini tricoloruti/tricoloriti.
Provo soltanto ribrezzo.




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