Ła barbarie tałiana de ła prima goera mondial

Re: Ła barbarie tałiana de ła prima goera mondial

Messaggioda Berto » ven giu 27, 2014 8:54 am

Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Tu sei maledetta! Convegno 20-21 setenbre

Messaggioda Sixara » mer lug 16, 2014 9:04 am

Maledeta la guèra granda co tute le so conseguense

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a Venèsia, Sala de San Leonardo, Canpo de San Leonardo, Canarejo 1584 el Centro studi libertari/Archivio G.Pinelli di Milano asieme co l Ateneo degli Imperfetti de Marghera i
" promuove questo convegno di studi con l'intento di evidenziare, nel clima enfatico delle celebrazioni ufficiali tutte quelle micro storie di resistenza, disobbedienza, diserzione, rivolta ( renitenza, insubordinazione, ammutinamento,indisciplina, autolesionismo, malattia mentale...) che non hanno trovato e tuttora non trovano spazio nella storiografia e nelle manifestazioni agiografiche che già si stanno consumando in tutta Europa e soprattutto in Italia."

Cuà tute le informasion :
http://centrostudilibertari.it/convegno-di-studi-tu-sei-maledetta-venezia-20-21-settembre-2014

La mostra fotografica la ga da èsare interesante. Lè intitolà Guerra alla guerra 1914 1918 : scene di orrore quotidiano e la fa vedare foto de on jovane anarkico tedesco, Ernst Friedrich ke, tel '24 " decise di svelare al mondo il vero volto della guerra pubblicando una raccolta di fotografie terrificanti e commoventi che raccontavano che cosa era veramente successo durante il conflitto mondiale (...) Le mutilazioni fisiche e psicologiche, la distruzione della natura e del territorio, le sofferenze dei combattenti e di coloro che erano rimasti nelle città e nei paesi, il dolore per i morti e quello dei sopravvissuti ...".

Al convegno Ilaria La Fata la parla de malatia mentale te la guèra-granda, de i cusì-diti sémi-de-guèra i soldà ke dopo on periodo pì o manco longo al fronte i dava segno de alienazione mentale e par sto motivo i vegnea mési n manicomio, da indoe i vegnea riformà o anca, sa ghe pareva lori, acuxà de simulazione e spedìi driti al fronte, danòvo.
" I paradigmi psichiatrici prevalenti fra i medici del tempo consideravano unicamente la predisposizione biologica alla malattia mentale, escludendo che eventi bellici potessero produrre autonomamente effetti patologici (...) A prevalere fu, per la psichiatria militare, il tentativo di mettere a punto tecniche di individuazione dei 'simulatori', soldati la cui unica patologia riconosciuta era, a loro avviso, la totale assenza di amor di patria. L'insieme dei militari bollato come 'simulatori' tuttavia, offre la possibilità di analizzare comportamenti e reazioni assai variegati che, con livelli di sofferenza e consapevolezza assai diversi, rimandano tutti però, al grande tema della fuga dalla guerra e della disobbedienza all'ordine di uccidere o farsi uccidere."

Anca cuà http://digilander.libero.it/fiammecremisi/approfondimenti/trincee.htm
se parla de malatia mentale co on rimando a la texi de laurea de Ilaria La Fata “Scemi di guerra”.
Comportamenti sociali e nevrosi psichiche
tra i soldati della Grande guerra.
Il caso di Parma : http://dspace-unipr.cineca.it/bitstream/1889/1846/6/tesi%20la%20fata.pdf


i partiva cusì

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podopo i tornava ndrio

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(se i tornava ndrio) :

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on baxo da Aldo... indove te sìto perso Aldo?

El film de Enrico Verra :
http://www.fctp.it/movie_item.php?id=544



i ghe faxea la guèra a i piòci

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pòri òmeni

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pòre àneme

Bixogna farghe la guèra a la guèra : Krieg dem Kriege
http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=2114&lang=it

El Muxeo fondà da Ernst Friedrich
http://www.anti-kriegs-museum.de/
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Re: El monumento al dixertore: la storia de Silvio Ortis

Messaggioda Sixara » mer ott 08, 2014 8:07 am

Alpini friulani fucilati come disertori
Ma in realtà quei ragazzi erano eroi


Lassù a Cercivento, in Carnia, neanche 700 anime, sta un cippo che della Grande Guerra dice la verità. Ed è forse per questo che lassù non si fanno vedere le alte autorità della Repubblica. Perché lassù a Cercivento, dietro il piccolo cimitero, sta l’unico monumento al mondo che onora un disertore.
http://www.gazzettino.it/mobile/articolo.php?id=937601&sezione=NORDEST

Un alpino scomodo
Scrivere oggi di una fucilazione eseguita all’alba del I° Luglio del 1916 potrebbe sembrare anacronistico e forse un’inutile perdita di tempo. Ciò sarebbe vero se noi ci reputassimo degli storici o degli studiosi della prima guerra mondiale e prima di affrontare l’argomento ci dovessimo affidare a pagine e pagine di prefazione.
Ma noi non siamo storici, soltanto testimoni di una storia per certi versi "antica" (avendola appresa dai nostri nonni e bisnonni) e per certi versi "nuova" (avendone focalizzato meglio alcuni importanti dettagli solo recentissimamente): “La storia dell’Alpino Silvio Ortis giustiziato assieme ad altri tre compagni di sventura con l’infamante accusa di diserzione”.

http://www.cjargne.it/alpinortis.htm
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Re: Ła barbarie tałiana de ła prima goera mondial

Messaggioda Berto » mer ott 08, 2014 8:45 pm

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Re: Ła barbarie tałiana de ła prima goera mondial

Messaggioda Berto » mar nov 04, 2014 11:33 pm

Olmi: «La grande guerra fu un tradimento. Dobbiamo chiedere scusa»

Il regista presenta, dall’ospedale dove è ricoverato, il suo «Torneranno i prati» sul conflitto 1915-18 - di Stefania Ulivi

http://cinema-tv.corriere.it/cinema/14_ ... accf.shtml


«Buongiorno, come vedete non è una messa in scena». Con grande dispiacere Ermanno Olmi non ha potuto essere presente alla prima romana per la stampa del suo Torneranno i prati, ambientato sul fronte nord-est in una notte della prima guerra mondiale, poco prima di Caporetto. Il regista, 83 anni, è ricoverato da un paio di giorni al San Raffaele di Milano per accertamenti per una sospetta broncopolmonite. Interviene perciò con un videomessaggio per spiegare la genesi e il significato di un film a cui è legatissimo. Lo ha dedicato al padre, che come tanti si ritrovò poco più che ragazzo, a 19 anni, sul Carso.

Misura le parole ma il significato è chiarissimo.
«Noi abbiamo compiuto un grande tradimento nei confronti di quei giovani e dei civili, delle milioni di persone che sono morte.
Non abbiamo spiegato perché sono morti. Noi li abbiamo traditi. Ora celebriamo il centenario con fanfare e discorsi, ma se prima non sciogliamo il nodo di vigliaccheria e ipocrisia resteremo in quella fascia neutrale che è già tradimento».
Cita Alberto Camus. «Se vuoi che un pensiero cambi il mondo, prima devi cambiare te stesso».

Fu l’ideale patriottico, dice Olmi, a portare lì quei giovani ??? buxier
»L’idea di patria si è dissolta nel corso della storia ??? buxier.
Loro ci avevano creduto ??? buxier e molto tragicamente hanno costatato che era una bugia, una grande truffa.
Scoprirono che i nemici non erano quelli della trincea di fronte, ma quelli che ti hanno mandato in trincea a colpire altri uguali a te».

Trincea

Ci ha messo dentro i racconti spesso conditi di lacrime che gli faceva il padre quando era bambino. Più che la guerra, il dolore della guerra. Quegli istanti terribili in trincea in attesa della morte. In trincea vediamo i protagonisti - il maggiore Claudio Santamaria, il capitano Francesco Formichetti, il tenentino Alessandro Sperduti e tutti quelli della truppa. «Siamo diventati una truppa anche noi», raccontano gli attori che hanno girato in condizioni proibitive, con oltre quattro metri di neve , con la lancetta del termometro spesso sotto lo zero. «Lavorare con lui per me è come lavorare con il Dalai Lama e sono serio» si infervora Santamaria. «Ricordo il nostro primo dialogo durante le riprese. Lui nel girare ci ha chiesto di esprimere il dolore degli esseri umani di cui vestivamo i panni, sottolineando che il suo non era un film sulla guerra ma un film sui sentimenti degli uomini coinvolti. E le sue indicazioni sono state fondamentali per esprimere quello che lui ci chiedeva». In quanto alla guerra aggiunge: «Basta studiare le cronache di quel tempo per capire come è stato macellato il seme di più di una generazione. Soldati mandati al macello spesso senza neanche una logica. Tutto questo viene ignorato o quasi. Ermanno vuole mostrarci proprio questo ed aprire la riflessione».

Cento paesi
Il 4 novembre, anniversario dell’Armistizio, Torneranno i prati (prodotto da Cinemaundici, Ipotesi cinema e Raicinema, in uscita il 6 novembre) sarà visto in proiezioni evento in quasi cento paesi di tutto il mondo, nelle ambasciate o istituiti di cultura. E Olmi a malincuore deve rinunciare anche a presenziare alla proiezione con le più alte cariche istituzionali alla quale è annunciata la presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
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Re: Ła barbarie tałiana de ła prima goera mondial

Messaggioda Berto » sab dic 27, 2014 12:40 pm

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Re: Ła barbarie tałiana de ła prima goera mondial

Messaggioda Berto » ven mag 22, 2015 1:01 pm

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Re: Ła barbarie tałiana de ła prima goera mondial

Messaggioda Berto » dom mag 24, 2015 8:02 pm

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... logo-l.gif


24 Maggio 1915 – 2015 : LUTTO, non Festa

Lettera Aperta da Veneto Łión a tutti i Sindaci della “Regione del Veneto”
http://vivereveneto.com/2015/05/24/24-m ... -non-festa


Caro Sindaco,

questo anno di grazia 2015, che ci riporta, per i 100 anni trascorsi, agli orrori ed ai lutti della Prima Guerra Mondiale, dovremmo tutti raccoglierci in meditazione e, per chi ha la fortuna di credere, in preghiera.

Molti milioni di uomini sono morti in quella che Papa Benedetto XV ha riconosciuto e denunciato essere l’inutile strage. Pregare per la nostra anima, per alleviare l’eterno soffrire di quei giovani che con vesti diverse sono atrocemente morti chiedendo aiuto allo stesso Dio. Riflettere per capire, per conoscere e maturare una seria cultura di pace e di rispetto, di lealtà e di verità.

Ritornare con la mente al 1915 ed alle terrificanti conseguenze della dichiarazione di guerra lanciata dal Regno d’Italia contro l’Impero Austro-Ungarico è doveroso, e va fatto con quella compostezza che ci pervade quando andiamo a trovare i nostri cari in cimitero.

Tutti i popoli del mondo hanno elaborato delle simbologie per manifestare e quindi esternare, condizioni interiori, sia individuali che collettive, ritenute meritevoli di rispetto, il lutto fra tutte. La bandiera a mezz’asta, i balconi socchiusi, il nastro nero al braccio sono segni di sofferenza che sicuramente ben si addicono a commemorare degnamente quei giovani infelici privati della vita a seguito di quella sciagurata “dichiarazione di guerra” di 100 anni fa, e per ricordare altrettanto degnamente i lutti e le immense sofferenze patite dalle popolazioni.

Poco conta se qualcuno ritiene che l’inizio di una guerra sia positivo per i lauti guadagni goduti da alcuni. UNA GUERRA NON E’ MAI UNA BUONA COSA! Una guerra è immorale per definizione, in se stessa. Non si celebra l’inizio di una guerra. Non si festeggia l’inizio di una guerra di aggressione. Si può celebrare la vittoria di una guerra perché è l’inizio di una pace, ma mai l’inizio di una guerra.

Lo Stato Italiano nel 2015 ha dato ordine agli Enti territoriali, – e quindi anche ai Comuni veneti – ed a quant’altri sotto diretto gerarchico controllo di esporre il tricolore il 24 maggio 2015, giorno di entrata in guerra. L’esposizione della bandiera dello Stato Italiano, ritta sul pennone, rientra fra i segni esteriori attraverso i quali lo Stato Italiano vuole manifestare ed attestare gioia ed orgoglio per un determinato fatto del quale il giorno dell’ostentazione vi è ricorrenza. Tale disposizione dell’attuale Governo dello Stato Italiano ci lascia sbigottiti ed offesi, quasi increduli. La schizofrenia ridanciana dello Stato Italiano con l’ottimismo ad oltranza e l’incosciente nazionalismo da “curva sud” insulta la storia, insulta i lutti ed il dolore ed insulta i ricordi ed insulta ed indigna noi Veneti assieme a tutti i popoli che finalmente affratellati formano l’Europa.

Come può vivere un Austriaco, uno Slovacco, un Ceko, un Bavarese, uno Sloveno, un Tirolese, un Veneto, un Polacco, un Friulano, un Siciliano, un Toscano, un Bosniaco, un Sardo, un Ligure, un Galiziano, un Croato, un Ungherese il “festeggiamento” dell’inizio di una guerra fratricida dichiarata a tradimento? Quei popoli che spesso erano già allora fratelli, e che sono stati per scelta non loro nemici in trincea, ora sono fratelli, e vogliono costruire la pace. Il fallimentare Stato Italiano, invece, vuole rinverdire lo spirito della retorica di quella guerra nel puerile progetto di creare e consolidare un triste nazionalismo che non appartiene, e mai è appartenuto, ai popoli della Penisola.

In altri tempi, o forse con altri soggetti, tanto scellerata disposizione del Governo dello Stato Italiano avrebbe generato serie conseguenze internazionali. Se ciò non accadrà sarà solo a ragione del fatto che le Cancellerie degli Stati offesi dall’agire del Governo Italiano avranno la maturità di capire che tali manifestazioni di irresponsabile infantilismo sono una malattia cronica dello Stato Italiano.

Il Popolo Veneto ha una lunghissima tradizione di pace e convivenza con gli altri popoli d’Europa e della Penisola, il Popolo Veneto NON PUO’ FESTEGGIARE L’INIZIO DELLA GUERRA DI AGGRESSIONE che tanto lo ha dissanguato e devastato.

Invitiamo tutti i Sindaci e gli Amministratori locali del Veneto a non esporre il tricolore il giorno 24 maggio 2015 o, quantomeno, qualora loro temessero ritorsioni da parte dello Stato Italiano, ad esporre la bandiera veneta, il gonfalone veneto, listata a lutto.

Invitiamo gli uomini e le donne Veneti ad esporre il gonfalone veneto, la bandiera veneta, listata a lutto, ed a vestire il segno del lutto a memoria dei nostri morti e di tutti quelli che dal 1915 al 1918 hanno lasciato la vita in una guerra che si poteva tranquillamente evitare, che si doveva evitare. Valga questo anche come atto di solidarietà e di scuse formali da parte del Popolo Veneto nei confronti di tutti i popoli d’Europa coinvolti nell’inutile massacro della guerra ed offesi dall’insipiente agire del Governo dello Stato Italiano.

Veneto Łión – 22 Maggio 2015

Si fa presente che gli autori ed i referenti di questa Lettera Aperta firmata da Veneto Łión sono Andrea Arman, Patrizio Miatello, Franco Rocchetta.

Si comunica inoltre che prima ancora della diffusione di questo testo, già molti Sindaci, rappresentanti di coalizioni politiche tra loro anche assai diverse, da Isola Rizza a Quarto d’Altino, venuti a conoscenza dell’essere questa Lettera Aperta in cantiere hanno aderito all’invito da essa veicolato condividendone i valori e le finalità.



A cento anni dall'inutile strage !
https://www.facebook.com/cecconce?fref=nf
Un pensiero va ai nostri poveri parenti morti, per le becere mire espansionistiche dei monarchi savoiardi e di qualche massone che inneggiava all'interventismo.

La foto ritrae il cappellano MIlitare Ortner che da l'estrema unzione ad un "nemico" italiano. L'inutile assalto degli italiani del Col Basson dove morirono in un solo giorno 500 uomini del 115° reg Treviso.
Dal diario del cappellano, durante l'assalto del 115 Treviso°, mandati diritti in bocca al nemico.
I soldati austriaci mietevano vittime con le loro schwarzlose, non ne potevano più e si alzarono per dire basta all'inutile massacro del nemico che stavano perpetuando, urlavano: Bravi soldati italiani, basta ! non si può uccidere così!
Lo stesso Cappellano ci racconta che cercava di allontanarli agitando un bastone.



Quel 24 maggio in cui facemmo la guerra raccontando la favola dei bravi italiani
http://www.glistatigenerali.com/storia- ... a-mondiale

23 maggio 2015

Radioso neanche tanto, quel maggio del 1915: le truppe italiane che varcano i confini con la monarchia austro-ungarica si aspettano di essere accolte dalla popolazione festante. Invece non accade, ed è subito delusione. Quasi immediatamente i servizi d’informazione del Regio esercito si danno da fare per individuare gli «austriacanti» (termine che al tempo veniva usato con aperto disprezzo) da internare lontano dai luoghi d’origine. Capitolo tristissimo, questo, che ha il suo contraltare nei presunti irredentisti internati dall’Austria. Ma accadono anche fatti ben più gravi: fucilazioni sommarie, per esempio, e addirittura un massacro, a Villesse, in provincia di Gorizia. Va subito detto che le violenze ai danni dei civili sono episodiche e saltuarie, non certo sistematiche, com’era accaduto un paio d’anni prima in Libia. Va aggiunto che il riconoscimento del massacro di Villesse viene da fonte al di sopra di ogni sospetto: la Corte dei Conti italiana. Il supremo tribunale contabile nel 1930 sancisce l’insussistenza della accuse a carico dei morti e concede le pensioni alle vedove, queste ultime tutelate da un legale, Rodolfo Caprara, che era stato federale fascista di Gorizia. L’annotazione che viene spontaneo fare è che anche quando i treni arrivavano in orario la giustizia procedeva assai lenta, visto che il suggello del tribunale giunge a quindici anni di distanza dagli avvenimenti.

Quando l’Italia entra in guerra, il 24 maggio 1915, gli austriaci si ritirano su linee più facili da difendere, in sostanza sulle alture, sgomberando le posizioni in pianura che vengono subito occupate dagli italiani. Nei primissimi giorni di guerra il Regio esercito entra a Cervignano, in Friuli, arrivando ai primi rilievi che circondano Gorizia (il monte Calvario, Podgora in sloveno, diventerà tristemente noto), a Cortina d’Ampezzo, a Riva del Garda e Ala, nel Trentino. Gli ufficiali italiani che entrano in territorio nemico si dividono grosso modo in due categorie, gli entusiasti e i sospettosi. I primi, imbevuti di propaganda irredentista, si aspettano di essere accolti con lanci di fiori e ragazze che sventolano fazzoletti entusiaste perché viene finalmente messa fine al secolare giogo asburgico. Quando si rendono conto che nulla di tutto ciò accade, la delusione è cocente. Valga per tutti il caso del generale Antonio Cantore che, occupata Ala, fa internare tutti i componenti della banda cittadina perché non avevano accolto le truppe italiane suonando i loro strumenti. Anzi – sorpresa somma – i nemici vengono presi a fucilate (l’episodio è narrato dallo storico alense Massimiliano Baroni).

I sospettosi invece sono quelli convinti che il territorio occupato sia infestato da tiratori scelti, appostati ovunque e in attesa di sparare sui soldati italiani. La storia dei franchi tiratori era nata nel 1914 in Belgio, dove i tedeschi si erano fatti prendere da una vera e propria paranoia collettiva. Gli ufficiali del Regio esercito pensano che il presunto scenario possa replicarsi in Friuli e in Trentino, tanto che la parola italiana utilizzata per designare i tiratori scelti, ovvero «cecchino», viene coniata proprio sul soprannome con cui gli italiani indicavano l’imperatore d’Austria, ovvero Cecco Beppe. Particolarmente sospettoso è il maggiore Domenico Citarella, al comando del 3° battaglione del 13° fanteria (Brigata Pinerolo) che occupa Villesse il 27 maggio. La cittadina friulana era stata raggiunta già il 25 maggio da una pattuglia di cavalleria che viene accolta da sindaco e segretario comunale stappando una bottiglia di spumante. Tutto tranquillo, e i cavalieri passano oltre. I problemi, davvero seri, sarebbero arrivati un paio di giorni dopo.

Citarella, decritto come un cinquantenne meridionale piuttosto tarchiato, è reduce della guerra di Libia, nonché sicuro che tra nordafricani e friulani le differenze non siano troppe, e che in ogni caso sia meglio non fidarsi. Pure lui viene accolto a casa del segretario comunale, lo lascia però di stucco dicendogli che lo riterrà personalmente responsabile di quanto potrebbe accadere ai suoi soldati. Accanto a Villesse scorre un torrente, il Torre: l’altra sponda è in mano austriaca, ogni tanto qualche pattuglia si spinge al di qua, ogni tanto qualche soldato esplode colpi di fucile. Niente di strano, si direbbe, visto che si è in guerra. Citarella, però, si autoconvince che a sparare siano gli abitanti di Villesse e non le pattuglie di soldati austriaci. Convizione rafforzata dal fatto che gli uomini abili sono – ma guarda un po’ – assenti dal paese in quanto arruolati nell’imperiale e regio esercito (con ogni probabilità mandati a morire in Galizia).

Citarella impone il coprifuoco, ordina che tutte le case rimangano con porte e finestre aperte in modo che i soldati possano sempre rendersi conto di quanto accade all’interno, e ordina pure che nessuno si allontani dal paese. Il 29 maggio accade un fatto per lui inaudito: il torrente Torre si gonfia in una piena. Il maggiore è certo che a provocarla siano stati gli austriaci, aprendo presunte dighe a monte. Naturalmente non è così, ma l’ufficiale teme che si tratti del preludio di un attacco a sopresa. Fa allestire cinque barricate nelle vie del paese utilizzando fascine di legno e mobilio prelevato dalle case, raduna in piazza tutti gli abitanti, qualche fonte sostiene che fossero 149. Divide i civili in cinque gruppi e le mette dietro alle barricate, sorvegliati alle spalle dai soldati italiani con le baionette inastate; una sorta di scudi umani volti a far desistere l’eventuale attacco austriaco. Di notte scoppia un violento temporale e verso mezzanotte si odono i colpi di un’intensa sparatoria. Può essere che qualche austriaco abbia aperto il fuoco e gli italiani abbiano pensato di trovarsi sotto attacco, può essere che il rumore dei tuoni sia stato scambiato per le detonazioni di armi; resta comunque il fatto che tutti i bossoli recuperati sul terreno sono italiani, nella fattispecie fabbricati a Bologna.

Rimangono uccisi cinque civili e un soldato italiano, con ogni probabilità vittima di fuoco amico. E allora ricordiamoli questi poveracci morti innocenti: Giulio Portelli (50 anni), Danilo Montanar (60), Giuseppe Capello (63), Antonio Marega (49); i quattro muoiono subito, mentre la quinta vittima, Francesco Zampar (60), spira il giorno dopo a causa di una ferita alla gola. Si registrano anche alcuni feriti gravi, mentre non si conosce il nome del soldato italiano.

Giulio Portelli è il segretario comunale e contro di lui il maggiore Citarella aveva sviluppato un’autentica ossessione, ritenendolo un austriacante (mentre in realtà pare fosse iscritto al partito liberalnazionale, quindi irredentista). Il giorno dopo, il 30, ne fa fucilare anche il figlio, Severino, accusandolo di spionaggio. Il ragazzo, esentato dalla leva perché applicato nel municipio della vicina Sagrado, aveva in tasca tremila corone austriache e alcuni appunti. Tanto basta per farlo mettere al muro. Un’inchiesta degli anni Venti (quindi italiana) appura che la somma era il ricavato della vendita di due manzi avvenuta pochi giorni prima dell’arrivo delle truppe italiane – la quasi totalità dei paesani ne era al corrente – e l’annotazione, pure questa precedente l’arrivo degli italiani, riguardava il prelevamento della farina del comune di Sagrado per l’approvvigionamento del reparto bosniaco schierato in zona.

A far desistere Citarella è il comandante di un reparto di bersaglieri. Passato casualmente per Villesse, fa ritornare alle proprie case gli abitanti che il maggiore aveva fatto radunare nella golena del Torre perché i suoi uomini li sorvegliassero. Successivamente Citarella sarà trasferito. Lo ritroviamo nel 1917 sul Piave, con il grado di colonnello e decorato con medaglia di bronzo al valor militare. Questo è il più grave, ma non l’unico, episodio di violenza da parte delle truppe italiane nel Friuli occupato. Nella vicina Lucinico, paese alle porte di Gorizia, il 3 giugno vengono fucilate senza processo tre persone, Giovanni Vidoz (52 anni), Michele Bressan (73), Francesco Bressan (non se ne conosce l’età). Erano stati accusati di aver sparato sugli italiani, mentre in realtà il fuoco proveniva dagli austriaci appostati sul Calvario.

Il giorno successivo, il 4 giugno, si registra un altro episodio molto grave, non più in Friuli, ma sul Monte Nero, o Krn, dove gli italiani erano stati bloccati dalle difese austriache. John Schindler nel suo “Isonzo” (pubblicato in italiano dalla Leg) scrive che alcune unità italiane sfogano la loro frustrazione sui civili sloveni. I soldati del IV corpo distruggono sei paesi nei pressi del Monte Nero, asserendo che i civili avevano aperto il fuoco contro le unità italiane. Un incidente simile coinvolge il 42° reggimento in fase di avanzata, con l’accusa ai civili sloveni di aver ucciso i feriti italiani. I carabinieri per rappresaglia prelevano 61 uomini dei villaggi, li allineano e fanno fuoco; quelli che sopravvivono, assieme a donne e bambini, vengono radunati e mandati nei campi di internamento italiani.

Certo, poca, pochissima, cosa di fronte alle centinaia di migliaia di morti che sarebbero costate le dodici battaglie dell’Isonzo (la dodicesima noi italiani la conosciamo come Caporetto, oggi Kobarid, in Slovenia). Ma si tratta di episodi significativi di un clima che non era per nulla entusiastico e idillico come la propaganda nazionalista avrebbe con successo tramandato.



SOLDÂT EUGENIO SANDRIGO, DI AQUILEIA, COGO DAL ESERCIT AUSTRIAC, PRIN FURLAN MUART SUL FRONT AUSTRO-TALIAN.

http://www.lavosdalfriul.eu/?q=article% ... o-sandrigo

No je vere che il prin muart fo, daspò da jentrade in vuere taliane, l'alpin udinês Riccardo Giusto (colpît sul Kolòvrat aes 4 di matine dal 24.05.2015)...onôr al pùar alpin Giusto, ma un altri furlan "cun la monture di un altri colôr" (cit.) MURÌ PLUI O MANCUL UN'ORE PRIN...
La prime canonade dal esercit talian rivà dal distrutôr (=cacciatorpediniere) Zeffiro pôc dopo des 3:00 vie pe gnot dal 24 di Mai 1915 (secont cualchidun altri aes oris 23:15 dal 23, prin da declarazion di vuere): jentrât tal canâl Porto Buso, secolâr cunfin maritim da l'Austrie, la nâf di vuere sbarà prin une silurade che fasè crofe (=cilecca) e po dopo une schirie di 169 canonadis cuintri da la caserme di cunfin austriache.
Ta caserme austriache stavin in dut 82 personis (71 fra soldâts e marinârs e 11 finanziots) erin furlans, slovens, triestins e todescs: 4 muririn subit sot dal fûc nemì (fra chescj ancje Eugenio Sandrigo, che ere al cogo da caserme), 7 innearin po che un schif (=scialuppa) si ribaltà ta aghe, 6 (scuasit ducj furlans) rivarin a scjampâ traviarsant a pît la lagune rivant daspò 11 oris di cjamìn (!) ducj impantânts a Gravo, 17 erin dislogâts di vuardie ta svariâts ponts da lagune e si meterin ducj in salf, i restants 48 invezit (cul comandant Magher) forin fats presonîrs dai talians.
Cheste une part da la letare dal cjapitani Stieger, diret superior dal tenent Magher, inviade al comant da 5. Armade austrongjarese, po clamade 'Isonzo-Armee':
«Duin, 6.6.1915.
Si riferìs che ai 24 di Mai 1915, il repart di difese costiere di Portobuso, che d'in chê volte ere ai miei ordins, viodût c'o comandavi il repart di difese costiere di Gravo, aes 3 a.m. fo tacât di doi distrutôrs talians, che lu colpirin tirant granadi e shrapnells e lo distruzerin scuasit dal dut.
Daûr des declarazions dai pôcs soldâts riparâts a Jamian, che si à proviodût a interogâ cun la massime curie, i events si sono davuelts in cheste maniere: la sentinele dae finanze Amandus Humar, viers lis 3 a.m., viodè une colone di fum fasi dongje besvelte da la fôs dal Tiliment e lu riferì al comandant, il siôr tenent dae riserve Yohn Mareth che, adun al comandant da la guardie di finance Giovanni Gaspari osservà col binocul lis nâfs che si svicinavin e po dè l'ordin di la sû sui schifs. Intant, i doi distrutôrs erin rivâts sot tîr e vierzerin il fûc. Une imbarcazion a benzine, cun 20 oms, fo centrade in plen, un schif si capotà e dai 10 oms sù si salvarin dome 3.
Il tenent Mareth fo viodût par l'ultime volte daprûf dal mûr di cente da l'isule, intant che incitave i soldâts a montâ sù su lis barcjis. (...)»
Chest l'elenc dai oms che mancjavin ae clamade:
MUARTS: sotenent contabil Kaucic Franz; zugsfhürer Wimberger Andreas; fants Bohine Alois, Sandrigo Eugenio.
DISPIERDÛTS: tenent Mareth; sergjent Pizzin; caporâi Furlanut, Sgubin, Corazza, Deinsi, Comar; fants Gergolet, Tognon, Ambroz, Boemo, Bevilacqua, Calligaris, Cecot, Colautti, Cechet, Devetag, Fragiacomo, Fabris, Fumis, Faustmann, Hrovatin, Jaki, Ipavez, Malaroda, Medeot, Maurig, Noni, Ockerls, Omerzu, Sandrigo (Dullio), Trevisan, Verzegnassi, Zrimsek, Zein, Canarutto, Cusma, Corbatto, Froglia, Rubinich, Sirotgnak, Prettner; finanziots Gaspari, Verzier, Scaramuzza, Cosulich, Rasatti, Mandal, Skodnik, Wonka, Faidiga.
Di chescj dispierdûts la plui part erin fra chei fats presonîrs dai talians.
Chest al è ce c'al sucedè la gnot di 100 ains fa esats...à di fâ rifleti che forin DOI FURLANS (Sandrigo e Giusto) I PRINS MUARTS seial di une bande che di chê altre dai schiriaments, ta la maladete vuere che sclopà un secul fa fra Italie e Austrie pal control di chestis nestris pùaris tieris di cunfin.

Di Blanc Luche


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Re: Ła barbarie tałiana de ła prima goera mondial

Messaggioda Berto » mar mag 26, 2015 7:22 am

La grande menzogna” della Prima guerra mondiale
Cento anni fa l'Italia entrava in guerra al fianco dell’Intesa contro gli Imperi centrali. Una scelta che ha segnato per sempre i destini del nostro Paese.
Ne parliamo con tre studiosi, due giornalisti (Valerio Gigante e Luca Kocci) e uno storico (Sergio Tanzarella), autori di un bel volume, critico, dal titolo La grande menzogna. Tutto quello che non vi hanno mai raccontato sulla I guerra mondiale, Ed. Dissensi, Viareggio 2015. (www.dissensi.it)

http://www.rainews.it/dl/rainews/artico ... refresh_ce

23 maggio 2015

Il 24 maggio, nel nostro Paese, si fa “memoria” dei cento anni dell’entrata in guerra dell’Italia nel primo grande conflitto mondiale. Tutti i protagonisti sono morti: vittime e carnefici. Ma non è morta la retorica “nazionalista” che mistifica, ancora oggi, la verità. L’ufficialità afferma che la “grande guerra è stato un passaggio fondamentale nel processo di costruzione del nostro Paese, perché è nell’affratellamento delle trincee il primo momento vero in cui si sono “fatti gli italiani” (così l’allora sottosegretario Paolo Peluffo)”. Una tesi vuota e stantia. Al quale voi, nel vostro libro, replicate che questa è la “grande menzogna”. Perché?

Valerio Gigante:
Si tratta di contrapporre ad un’ideologia e ad una retorica funzionale a trasmettere l’idea di una storia nazionale senza cesure e contraddizioni, vissuta nell’ottica dell’unità di intenti e della ricerca di una fantomatica unità, o “bene comune” (che il nazionalismo e l’idea di patria spesso suggeriscono), interclassista e irredentista, un approccio critico, che dia consapevolezza a chi non ha vissuto quegli eventi, ma ne è figlio sia per storia familiare che collettiva, che quella guerra ha drammaticamente segnato l’immaginario, la cultura, la politica e la storia del nostro Paese. E che ha inciso la carne stessa delle centinaia di migliaia di vittime, mutilati, feriti, prigionieri (terribile fu la sorte dei prigionieri italiani, che non ebbero dal nostro governo alcun sostegno materiale, perché considerati vili o disertori). La guerra ha colpito chi l’ha combattuta allo stesso modo delle famiglie a cui queste persone sono state sottratte per essere restituite cadaveri, o non essere restituite affatto; o restituite a volte con devastazioni fisiche e psicologiche inimmaginabili. Perché nella I guerra mondiale tutti gli strumenti di distruzione disponibili (gas, mitragliatori, aerei, artiglieria, lanciafiamme, proiettili dum-dum, sommergibili) furono utilizzati su larga scala e senza limiti.

Veniamo alla guerra. Ancora oggi non sappiamo, se non in modo approssimativo, i numeri dei morti, dei feriti, dei civili deceduti (direttamente e indirettamente a causa della guerra), dei prigionieri abbandonati dall’Italia, dei soldati impazziti al fronte. E’ possibile dare qualche cifra?

Luca Kocci:
In effetti i numeri non si conoscono con precisione, e già questo dà il segno della brutalità e della violenza della guerra. Secondo gli studi più attendibili, durante i 5 anni di guerra, su un totale di 74 milioni di soldati mobilitati dai Paesi belligeranti, vi furono complessivamente 10 milioni di morti (e dispersi), 21 milioni di feriti – fra cui 8 milioni di mutilati ed invalidi, quindi feriti permanenti – e 8 milioni di prigionieri su tutti i fronti. Per quanto riguarda l’Italia – e anche qui i numeri sono incerti, molto probabilmente sottostimati rispetto alla realtà – si contano oltre 650mila morti, di cui 400mila al fronte, 100mila in prigionia e i restanti a causa di malattie contratte durante la guerra. Inoltre in 500mila tornarono dal fronte mutilati, invalidi o gravemente feriti e oltre 40mila con gravissime patologie psichiche dopo anni di trincea.

L’entrata in guerra fu anche un “grande affare” per i gruppi industriali italiani che ha alimentato la grande truffa delle spese di guerra. Episodio, questo, totalmente occultato. . Un ignobile arricchimento fatto sulla pelle delle migliaia di italiani mandati a morire. Come si è sviluppata questa truffa? Chi sono stati i responsabili rimasti impuniti?

Sergio Tanzarella:
Si trattò allora della prova generale della corruzione sistemica che avrebbe caratterizzato il nostro Stato. La Commissione parlamentare d’inchiesta sulle spese di guerra fortemente voluta da Giolitti raccolse, seppure a fatica, una documentazione imponente. Non ci fu un settore delle commesse di guerra che non fosse stato coinvolto dalla corruzione. Fatture pagate per materiali mai consegnati o solo in parte consegnati, fatture pagate due volte, forniture di materiali di pessima qualità e, finita la guerra, riacquisto a bassissimo costo di quanto non era stato nemmeno consegnato. La guerra costò in alcuni settori anche il 400% in più del dovuto, si può ben comprendere con che danno irreparabile per la casse dello Stato. Un debito enorme che l’Italia si sarebbe trascinata per decenni fin dentro la vita repubblicana. La cattiva qualità delle forniture provocò disagi gravissimi dagli armamenti fino alle stoffe delle divise che avide d’acqua ghiacciarono negli inverni di trincea o alle scarpe che duravano in media da 4 giorni a 2 mesi.

La guerra si trasformò in una colossale truffa per lo Stato. Anche l’acquisto di quadrupedi negli Stati Uniti divenne occasione di corruzione, gli ufficiali addetti comprarono a caro prezzo migliaia di cavalli e di muli di età veneranda, pronti a morire ancora nel viaggio di consegna. La commissione fu di fatto neutralizzata da Mussolini, intanto arrivato al potere, e i risultati dei suoi lavori sconosciuti e inapplicati. L’industria italiana che tanto aveva sostenuto gli interventisti trasse profitti illeciti ed enormi. Fra le industri più note l’Ansaldo che fatturò due volte e si fece pagare due volte una intera fornitura di cannoni o l’Ilva che aveva investito centinaia di milioni per finanziare la stampa nazionale e locale perché creasse nell’opinione pubblica un clima di complessivo consenso alla guerra.

La guerra è stata “preparata” anche dall’opinione pubblica di allora. Una enorme macchina propagandistica al servizio della politica interventista. Poche sono state le voci critiche. Chi si è distinto in questo è stato è stato il Pontefice Benedetto XV. Un profeta inascoltato…E’ così?

Valerio Gigante:
Tra la fine del 1914 e il maggio del 1915, in pochi mesi l’Italia passò dal più convinto neutralismo al più acceso nazionalismo. Trascinando gran parte dell’opinione pubblica su posizioni belligeranti. Un risultato del genere non può che essere attuato attraverso una capillare organizzazione del consenso, una delle prime attuate in maniera così sistematica e capillare in Italia, che coinvolgeva scrittori e testate giornalistiche, riviste letterarie e singoli intellettuali. Una circostanza che dovrebbe far riflettere sull’efficacia della propaganda nelle società di massa. All’interno di questo panorama culturale, intellettuale e anche religioso di sostanziale esaltazione, o almeno di acritica accettazione della guerra, emerge la figura di Benedetto XV…

Sergio Tanzarella:
...il quale ebbe il coraggio di esprimere da subito una condanna totale e ferma nei confronti della guerra di cui intuì le straordinarie capacità mortifere. Le righe da lui dedicate alla guerra nella sua prima enciclica del 1° novembre 1915 Ad beatissimi sono di una chiarezza esemplare. Scontentò tutti con questa posizione e ancor più con le proposte di pace o almeno di armistizio che più volte concretamente avanzò. Nessuno le prese in considerazione e per questa sua posizione fu condannato alla cancellazione nella storia del ’900 tanto che possiamo definirlo il papa sconosciuto. Ma non si limitò soltanto alla condanna e alla possibilità di tregua, armistizio e pace, promosse forme di assistenza ai prigionieri di guerra e di collegamento e informazione tra prigionieri e famiglie. Un’opera silenziosa e preziosa soprattutto quando l’Italia decise di abbandonare i propri militari prigionieri considerandoli disertori.

Nel vostro libro analizzate anche la figura molto controversa di Padre Agostino Gemelli. Un frate totalmente asservito alla propaganda guerrafondaia. Qual era il suo ruolo?

Sergio Tanzarella:
Gemelli era capitano medico assegnato al Comando Supremo. In quel ruolo fu uno dei più ascoltati consulenti di Cadorna. Come psicologo si propose di trovare i modi per abbassare ogni forma di resistenza tra i soldati rispetto alla morte che li attendeva negli inutili assalti. Alla stessa morte Gemelli attribuiva una valenza religiosa in grado di convincere i fanti che si trattava della condivisione con la missione salvifica del Cristo. Gli articoli di Gemelli di quegli anni e il suo libro Il nostro soldato sono un’abominevole raccolta di pensieri raccapriccianti dove la fede viene posta a servizio di una causa di morte. Gemelli scriveva che la conversione del soldato si realizzava sul letto dell’ospedale prima di morire, ma era cominciata al fronte e ad essa aveva dato un contributo decisivo una singolare forza di catechesi, la catechesi del cannone. Pertanto la guerra era compresa come provvidenziale occasione di rinascita cristiana. Gemelli fu molto abile a preparare un intruglio di edificazione-rassegnazione di fronte alla catastrofe della guerra offrendo ad essa una mistica consolatrice come quando scrive: «Per noi che rimaniamo, per le spose, per le madri, per i figli, per le sorelle, per gli amici, per i compagni d’armi, per quanti siamo in lutto in queste giornate di prova la morte dei nostri giovani è ragione di conforto. Essi hanno accettato di morire, perché hanno sentito la bellezza cristiana del sacrificio per la patria. Essi hanno fatto di più: hanno fatto risuonare nella morte questa dolce voce della speranza cristiana che consola, che rende forte, che sprona al sacrificio, che ci fa degni insomma dell’ora della prova che oggi viviamo»

Altra figura negativa è stata quella del generale Cadorna (insieme al Comando supremo). In cosa si è “distinto”?

Sergio Tanzarella:
Dal punto di vista strategico per la totale incompetenza a comprendere le caratteristiche della nuova guerra dove gli assalti ripetuti alle trincee nemiche erano destinati al totale fallimento, le nuove armi permettevano di difendere le trincee dalle ondate di fanti che egli mandava incurante a morire. Una scelta folle che mostrò progressivamente il totale disprezzo che aveva per la vita umana. Ma l’incapacità strategica apparve sin da subito quando, dichiarata la guerra da parte italiana, Cadorna temporeggiò tanto da lasciare agli austriaci tutto il tempo di rinforzare le fortificazione fino a renderle inespugnabili. A questo si accompagnò il ben più grave sistema repressivo per costringere con ogni mezzo i soldati ad andare a morire. Qualsiasi dubbio sulla guerra e ogni forma di protesta fu repressa nel sangue con processi farsa, con sentenze che ebbero immediata applicazione, con tribunali speciali fino alle esecuzioni sul posto (lasciando ai comandanti totale arbitrio di vita e di morte nei confronti dei sottoposti). Altro sistema largamente diffuso furono le decimazioni tra i soldati fortemente volute da Cadorna per instaurare un regime di terrore nella truppa. Cadorna era un cattolico devoto e assunse questo ruolo di spietato carnefice come personale missione a servizio della guerra. L’obbedienza cieca divenne elemento della una mistica di guerra nella quale il campo di battaglia e di morte divenne il luogo del pericolo e dell’onore.

Altro inganno fu la propaganda costruita sulla Vittoria. Perché?

Luca Kocci:
Appena conclusa la guerra, prese il via una sorta di “frenesia commemorativa” fatta di monumenti ai caduti, grandi sacrari militari, fino alla trasformazione del Vittoriano in monumento al Milite Ignoto. In un primo momento la necessità dell’elaborazione del lutto, anche collettiva, da parte dei famigliari e degli amici delle vittime ha avuto un ruolo importante, e lapidi e monumenti ai caduti hanno svolto anche questa funzione. Ma subito dopo, e in particolare dopo la presa del potere da parte del fascismo, è stata attuata una vera e propria “politica della memoria” per costruire una sorta di religione della patria fondata sul “sacrificio eroico” dei soldati. Infatti i nuovi monumenti ai caduti spesso abbandonano le connotazioni troppo veriste per assumere quelle dei guerrieri nudi della classicità, rafforzando così i tratti eroici e trasformando il soldato-contadino in fante-guerriero, attorniato da fasci littori, scudi e daghe. A partire dal 1928, poi, il regime vieta la costruzione di monumenti di iniziativa locale e attribuisce al governo centrale la progettazione e la costruzione di grandi monumenti e sacrari nazionali. Il nuovo sacrario militare di Redipuglia – che sostituisce il precedente Cimitero degli invitti che a Mussolini non piaceva proprio perché poco eroico – è l’emblema di questo uso politico della morte e della memoria: 22 giganteschi gradoni di marmo bianco, che contengono le spoglie di oltre 100mila soldati, su ciascuno dei quali è scolpita ossessivamente la parola «Presente», come nel rito dell’appello durante i funerali o le commemorazioni dei “martiri fascisti”, a cui quindi vengono equiparati i caduti della I guerra mondiale.

Ultima domanda: Quel conflitto è stato un orrore, tutta la tecnologia di allora asservita alla macchina infernale della guerra, eppure viene “celebrato”. A cento anni di distanza lo spirito critico fatica ad emergere. Come costruire una nuova memoria storica?

Valerio Gigante:
Demistificare la narrazione apologetica e celebrativa della I guerra mondiale significa porre le basi per creare una più solida coscienza critica non solo del perché fu orrore quella guerra, ma di come lo sono state anche altre guerre. È per questa ragione che oggi l’ideologia dominante celebra ancora il falso “mito” della I guerra mondiale. Per rendere le masse più disponibili ad accettare come l’orizzonte della guerra esista ancora. Che esso faccia in qualche modo parte del nostro Dna. Che non è bella, ma a volte è necessaria. Va invece suscitato – ed il nostro libro si pone appunto questo obiettivo – un orrore lucido e razionale nei confronti di quella guerra come di tutte le altre, un orrore generatore di pensiero e non unicamente emotivo – nei confronti della “grande menzogna” che continua anche oggi. Certo, la memoria è corta. E la storia non ha quasi mai insegnato nulla a chi l’ha studiata distrattamente, accontentandosi di attingere al senso comune ed alle fonti di “sistema”. Ma l’esercizio critico è una delle (poche) armi che ancora abbiamo a disposizione se non per trasformare la realtà almeno per comprenderla, che è poi la pre-condizione per tentare di cambiarla
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Re: Ła barbarie tałiana de ła prima goera mondial

Messaggioda Berto » dom nov 27, 2016 7:35 pm

Perchè è avvenuta la disfatta di Caporetto? Lo spiega lo storico, prof. Barbero

https://www.youtube.com/watch?v=OhAj8LrXRjg


ALESSANDRO BARBERO. PROSPETTIVE. CAPORETTO PER CHI PERDE, CAPORETTO PER CHI VINCE
https://www.youtube.com/watch?v=P20owwrCvfs
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