El mito de Garibaldi

Re: El mito de Garibaldi

Messaggioda Berto » gio apr 14, 2016 10:47 am

Di chi e' la colpa del fallimento della Banca Etruria ? Ovviamente di Garibaldi
A sostenerlo e’ il giornalista Gigi Di fiore in un articolo di qualche giorno fa sul Mattino di Napoli

https://www.facebook.com/14403300129375 ... 0872759505

https://www.facebook.com/Giuseppe-Garib ... 0012937592

Il giornalista ha dato una lunga e articolata risposta ad un lettore e nell'ultima parte , quella che riportiamo con caratteri maiuscoli -

Quote
L'Archivio storico del Banco di Napoli, i racconti sul Sud e i documenti che parlano
di Gigi Di Fiore

RISPONDE L'AUTORE GIGI DI FIORE: Caro Marchi, interpretare a proprio uso e consumo uno scritto è lecito, ma contrario alla verità. Non rispondo nel dettaglio perchè sarebbe troppo lungo, ma la invito a leggere: 1) l'ultimo libro di Isaia Sales e scoprirà che la camorra divenne potere sociale in grado di trattare da pari a pari con la politica dopo l'unità d'Italia; 2) il mio libro LA CAMORRA E LE SUE STORIE che sarà rieditato a fine mese dalla Utet con aggiornamenti, in cui ne apprenderà di più sul crimine organizzato dalle nostre parti a partire dal vicereame spagnolo (e non certo solo dal regno delle Due Sicilie); 3) il salto di qualità fu dovuto al Dio-voto, agli interessi crescenti dopo l'unità di un'economia diversa; 4) dovrebbe sapere, dato che cita Monnier, come quell'autore chiarisca assai bene che, prima dell'unità la camorra "faceva uscire l'oro dai pidocchi", era potere di plebe sulla plebe classe sociale che sfruttava con estorsioni e sopraffazioni di più tipo. Questo solo per amor di verità, come per amore di verità l'inviterei a ricordare, magari sfogliando qualche collezione anche recente di giornali, gli assalti ad ospedali, violenze contro polizia e carabinieri nel corso di blitz anche in epoche recenti (vicende di certo successive al 1861).

LIBERISSIMO , POI , DI RITENERE GIUSTO CHE UN PADRE ( GARIBALDI ) SCRIVA AD UNA BANCA PER INDURLA ,UTILIZZANDO IL PRESTIGIO IN SUO POTERE , A CHIUDERE UNO O PIU’ OCCHI SUI DEBITI DEL FIGLIO ... DI QUESTO PASSO , SIAMO POI ARRIVATI OGGI ALLA BANCA ETRURIA , GRAZIE PER LA STIMA

Se abbiamo capito bene Garibaldi ha scritto una lettera a una banca in cui il figlio ( Menotti ) aveva una cambiale in scadenza o scaduta che non aveva potuto onorare . Quella lettera , secondo il giornalista Gigi Di Fiore , è stato il sassolino che rotolando ha poi generato una valanga , il fallimento della Banca Etruria .

Questa pagina non è nata per polemizzare con chi per varie ragioni ha fatto della denigrazione di Garibaldi e della mistificazione del Risorgimento lo scopo della sua vita . Noi ci limitiamo a raccontare quel Garibaldi che è conosciuto come uomo integerrimo dalla Terra del Fuoco alla Siberia
E vogliamo continuare a non polemizzare – Speriamo di riuscirci –
Ma non vogliamo nemmeno “ svicolare “ sul tema – È possibile che Garibaldi abbia scritto quella lettera , perché’ malgrado il suo enorme prestigio non aveva accumulato fortune . Né lui e nemmeno i suoi figli –

Quindi e possibile che si sia trovato in difficoltà ,questo gli fa onore , tanto onore sopratutto alla luce di quello che succede oggi . Personaggi che non valgano un’unghia di quelle dell’Eroe dei Due Mondi certamente non avranno mai il poblema di chiedere a una Banca di posticipare una cambiale –
E su quelli che il Dott. Di Fiore dovrebbe rivolgere la sua attenzione per capire quali sono i mali attuali –

Lo faccia , avrà la gratitudine di tutti
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: El mito de Garibaldi

Messaggioda Berto » dom nov 27, 2016 5:48 pm

???

Oltre il mito, un personaggio storico oggettivamente extra-ordinario.
https://www.facebook.com/ClaudioCrisote ... 8441015331

Barbero smonta i neoborbonici - LA VERITÀ SU GARIBALDI
https://www.youtube.com/watch?v=Ier8ffQ ... e=youtu.be

Alberto Pento
Caro Claudio, Barbero è simpatico e sa raccontare bene la sua visione della storia ma per me, Garibaldi non è certo un Gugliemo Tell o un Handreas Hofer; per me Garibaldi è un personaggetto di quella falsità storica elaborata o montata dai fanfaroni/truffatori del risorgimento italiano: la prova è lo stesso stato italiano e la sua 150naria storia di infamità, di violenza, di menzogne, di corruzione, di ademocraticità, di parassitismo, di irresponsabilità, di politicanteria, di ladreria, mafiosità, truffatoria, di viliaccheria. Per noi veneti è uno di que personaggi malefici che hanno contribuito a portarci il male italico in casa e a farci danni a non finire. Se fosse per me non esisterebbe più una statua di Garibaldi in alcuna piazza veneta e nemmeno un vicolo di paese porterebbe ancora il suo nome.

ELetizia Prosperinimc
ELetizia Prosperinimc e allora due terzi del pianeta sono scemi.

Angelo Spinelli
Garibaldi fu un avventuriero , un idealista e a volte un ingenuo . Garibaldi conquistò il Nostro meridione con le tasche piene di sterline d'oro , questa è Storia risaputa ma nessuno potrà mai negare che Garibaldi aveva due coglioni che sembravano due melagrane .
Garibaldi era un pazzo , senza dubbio si , basta vedere cosa s'inventò di fare durante la Guerra franco prussiana , ma nessuno potrà comunque mai negare quanto scritto poco sopra a proposito di gonadi e melagrane.


ELetizia Prosperinimc
ELetizia Prosperinimc sterline niente,aiuto immane del popolo.

Angelo Spinelli
Se i ricchi latifondisti inglesi non avessero voluto scardinare dal trono il giovane , tenero ma purtroppo inetto Francesco II° di Borbone . favorendo l'unico sovrano italiano antiaustriaco , ovvero Vittorio Emanuele II° di Savoja , non credo che la Storia avrebbe preso il corso che tutti conosciamo ...

ELetizia Prosperinimc
Angelo Spinelli ho srudiato il periodo ma non mi risulta.Anzi gli inglesi e gli italiani lasciarono G per cinque giorni senza armi.Furono i Greci a vendergliele.

Angelo Spinelli
Mai setito parlare di TRIANGOLAZIONI ?

Angelo Spinelli
Gli inglesi avevano in mano la maggior parte della produzione di Marsala mentre i gresi , apatre l'autoctono Retsina , non mi pare avessero grandi interessi in Sicilia ...

Alberto Pento
Non certo quello veneto.

ELetizia Prosperinimc
meridionale. ma c'erano anche veneti come il grande Pilade Bronzetti.

Alberto Pento
Non mi riferisco a quella minoranza di poveri veneti disgraziati che fecero parte dei "mille" o che seguirono/appoggiarono variamente Garibaldi ma a come le popolazioni venete in generale accolsero l'avanzata e le iniziative di Garibaldi contro l'Austria pro Savoia.



Quanti veneti e vicentini nelle truppe di Garibaldi
Antonio Trentin
http://www.ilgiornaledivicenza.it/home/ ... croll=1800

Garibaldini una volta, garibaldini per sempre (o quasi sempre). Fedeli, ma non del tutto ciecamente, al Generale. Vestitisi della camicia rossa per le ragioni ideali del nazionalismo unitario, ma arruolati talvolta anche per propri motivi socio-economici o talaltra per risolvere situazioni esistenziali personalissime. Tendenzialmente progressisti, ma - al momento di fare politica o di votare per il Parlamento - anche spartiti tra moderati e democratici. Furono così i Mille del 1860, quelli di loro che già erano stati con Giuseppe Garibaldi nelle campagne della Prima e della Seconda guerra d'indipendenza (1848-49 e 1859) e quelli che si sarebbero fatti garibaldini nelle malriuscite spedizioni per liberare Roma (Aspromonte, 1862; Mentana, 1867) e nella Terza guerra d'indipendenza (Bezzecca, 1866).
Il censimento dei loro nomi, ruoli e sèguiti politici, con relativi onori pubblici e privati, fu - un secolo e mezzo fa - una delle prassi fondanti dell'Italia unita post-risorgimentale. Un'intera biblioteca di diari, memorie, orazioni, commemorazioni e saggi li aveva raccontati fin da subito, fissandone realtà e mito nell'immaginario della nazione. Parecchi di loro erano veneti, e non pochissimi vicentini, anche se il Nord Est era in quei decenni tre volte marginale rispetto ai flussi che determinavano il “garibaldinismo”: decentrato geograficamente, austriaco politicamente, conservatore socio-culturalmente.
Indaga sulle motivazioni dei “veneti di Garibaldi” e sulle vicende degli esuli del Risorgimento dalle province sotto il dominio asburgico verso il Piemonte e il Regno d'Italia il libro di Angela Maria Alberton “Finché Venezia salva non sia”, titolo preso dal motto che centrava sull'antica capitale lagunare l'obiettivo dell'indipendentismo dall'Austria (Cierre edizioni, 356 pagine, 16 euro).
Ha lavorato soprattutto sugli scritti “in prima persona” dei patrioti, la Alberton, leggendone lettere e diari, andando in cerca delle loro motivazioni giovanili al rischio, cercando di separare certe tardive auto-interpretazioni memorialistiche dalle più reali vocazioni vissute quando scelte e fatti avvenivano. Ha aggiunto approfondimenti sull'azione politico-propagandistica da loro espressa per l'”interventismo” contro il Lombardo-Veneto (1848-1859) e per accelerare il passaggio al Regno sabaudo neonato anche di Veneto e Friuli (1861-1866). Ne ha ricavato un quadro variegato di presenze dirette o collaterali e di attività promosse o realizzate in linea con le più recenti interpretazioni storiografiche, che restituiscono al Risorgimento connotati di consistente, seppur non amplissima, partecipazione popolare.
Compaiono tra i testimoni della Alberton alcuni vicentini la cui memoria rischia di ridursi a un nome su una targa stradale, ma che ebbero ruolo e fama. Tra essi in particolare Domenico Cariolato, dodicenne sulle barricate del '48 in città, esule a Torino e poi militare di carriera, garibaldino nei Cacciatori delle Alpi, tra i Mille e nel Corpo volontari del 1866, amicissimo del Generale; Arnaldo Fusinato, nel '48 comandante del Corpo franco dei volontari scledensi, in corrispondenza con Ippolito Nievo; Luigi Cavalli, uomo di legge, in camicia rossa nel 1860 e con Garibaldi fino al 1867, deputato della Sinistra liberale alla Camera e poi senatore; e Francesco Molon che alla vigilia della Terza guerra d'indipendenza lavorò nel Comitato segreto nazionale di Vicenza a preparare la nascita di un Battaglione Volontari dal cui archivio la Alberton trae vivacissimi cenni sull'anti-eroicità di molti risvolti dell'essere o esser stati in divisa.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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