Entełetouałi tałiani ke łi ga fomentà ł'onta I goera mondial

Entełetouałi tałiani ke łi ga fomentà ł'onta I goera mondial

Messaggioda Berto » mar lug 07, 2015 11:59 am

Entełetouałi tałiani ke łi ga fomentà ł'onta I goera mondial ke ła ga desfà el Veneto
viewtopic.php?f=139&t=1738

Enterventeixmo
https://it.wikipedia.org/wiki/Interventismo


http://www.questotrentino.it/articolo/5 ... guerra.htm
Ci sono studiosi italiani e austriaci. americani e tedeschi, anche finlandesi e polacchi, al convegno internazionale "Gli intellettuali e la grande guerra ". A Trento, città allora catapultata nella tragedia, disorientata, lacerata, e oggi, mai come in questa occasione, crocevia di intellettuali appartenenti a nazioni in quegli anni nemiche. Su un tema, la prima guerra mondiale, che non riesce ancora a passare, nessuno lo sa meglio di noi trentini, e sul quale la memoria è ferita, divisa, e spesso malamente trascinata sul terreno scivoloso della politica.

Anche all'inizio del secolo, prima della "catastrofe", il clima fra gli intellettuali pareva sereno, di confronto e di collaborazione. Gli storici soprattutto, ma anche i sociologi, i fisici, i medici, i letterati, si conoscevano, polemizzavano certo, ma si stimavano, al di là delle nazioni di appartenenza.

Bastò nel ' 14 il colpo di pistola di Sarajevo perché quelle comunità franassero e si dissolvessero, e incrociassero anzi le armi senza esclusione di colpi in una "guerra degli intelletti ", di "Krieg der Geister", di "spiritual War". Si dissolse quindi non solo, come già sapevamo, la solidarietà operaia, dei partiti socialisti della seconda Internazionale. Il male deve essere stato profondo, se a fallire furono quelli che lavoravano in fabbrica, quelli che maneggiavano idee, da affollare così le trincee di contadini delle campagne.

Quale fu il ruolo degli intellettuali in quella guerra? E quale fu, in senso inverso e complementare, l'incidenza della guerra sugli intellettuali, come persone, e sulle discipline che praticavano?

Queste le due domande a cui il convegno, a più voci, ha cercato di dare risposta, con analisi provenienti da discipline che solitamente faticano a dialogare. Gli intellettuali di tutti i paesi si schierarono a favore dell'intervento: sottoscrissero appelli, partirono per il fronte, fecero il proprio mestiere, dai medici ai giornalisti, perché il proprio paese vincesse. La storia fu reclutata a dimostrare le ragioni della propria nazione, e i toni degli avversari. Se la propaganda degli Stati dell'Intesa accusò la "barbarie" del militarismo tedesco, per le crudeltà commesse nell'invasione del Belgio neutrale, gli intellettuali tedeschi risposero che la Germania era stata costretta alla guerra: "Non è vero che sulla Germania ricade la responsabilità della guerra. Senza il militarismo tedesco la cultura tedesca sarebbe sradicata da un pezzo. L'esercito e il popolo tedesco sono una cosa sola." - si afferma nell'appello più noto, quello dei 93, promosso dal filologo classico Wilamowitz. E Thomas Mann interpreta il conflitto come contrapposizione fra la Kultur tedesca, profonda, vitale, radicata nello spirito del popolo, e Zivilisation occidentale, razionalista, utilitarista, mercantilistica.

Ognuno percepisce la guerra come in "difesa", addirittura degli stessi valori, dello spirito, dell'anima. del cristianesimo, da parte degli intellettuali russi contro il materialismo tedesco, e da parte di quegli austriaci contro il primitivismo slavo. I francesi Bergson e Durkheim, l'americano Dewey sostengono che la guerra è contro l'autocrazia e contro la guerra: la vittoria della loro parte avrebbe portato la democrazia e la pace nel mondo.

Idissenzienti rispetto a questa impostazione nazionalistica manichea, di reciproca demonizzazione, sono pochi, e pagano con l'emarginazione, la censura, l'accusa di combutta con il nemico: sono Romain Rolland in Francia, Heinrich Mann e Albert Einstein in Germania, Thorstein Veblen negli Stati Uniti, Karl Kraus in Austria, Mikhail Bulgakov (di ispirazione tolstoiana) in Russia. I docenti universitari perdono la cattedra, con il che la libertà d'insegnamento, cardine della civiltà illuministica, si rivela, nel momento della stretta patriottica, un'illusione. Qualcuno subisce anche il carcere: Rosa Luxemburg in Germania, Bertrand Russel in Inghilterra, Eugen Debs in Francia, o affronta l'esilio, come Lenin in Russia.

Qual è l'origine dell'entusiasmo diffuso, perché la ragione pacifista di ascendenza illuminista è travolta, e l'amor di patria diviene militarismo bellicoso? Le spiegazioni si ripetono, quasi ossessive, in ogni relazione: è la frustrazione il male oscuro che permea la coscienza nazionale italiana post risorgimentale (Alfredo Galasso); l'euforia è ovunque liberazione da un'attesa spasmodica di qualcosa di nuovo (Georg Iggers); la guerra è antagonismo vitale mentre la pace è inerzia stagnante (Fausto Curi); c'è energia morale nella guerra (Hans Joas), e rivoluzione contro la bonaccia (Klaus Amann). Quasi una "linea d'ombra" al di là della quale si diventa adulti e uomini autentici.

Sono i letterati e gli artisti ad esprimere con maggiore efficacia questo clima infuocato e virile.
Fra gli italiani, Gabriele D'Annunzio al "grigio diluvio democratico" contrappone la forza e la violenza come "unica legge della natura".
Filippo Tommaso Marinetti glorifica la guerra come "sola igiene del mondo", Giovanni Papini inneggia al "caldo bagno di sangue nero". Persino Giovanni Pascoli, il poeta del "fanciullino", che non potrà vedere la guerra mondiale, appoggia, inatteso, almeno quella coloniale di Libia, in cui l'esercito appare come la più amata e la più seria delle istituzioni, vero fattore di unità nazionale: sono "le liste dei morti gloriosi, dei feriti felici delle loro luminose ferite " che cancellano la vergogna di un'Italia fin allora soltanto "espressione geografica".
E poi, a guerra scoppiata, le parole di due grandissimi nemici che poi si ricrederanno: per il russo Vladimir Majakovkij "la guerra non è uno sterminio assurdo, ma il poema dell'anima emancipata e esaltata", mentre l'austriaco Robert Musil scrive che "la guerra rappresenta l'ebbrezza di un'avventura, e...ne avevamo abbastanza della pace."

Certo in molti, ma non in tutti questi interventisti, di fronte agli orrori della trincea, subentreranno il disincanto e il rifiuto. Ma intanto, la capacità di opporre all'euforia dilagante il pensiero critico è di pochi. Le amicizie fra storici, sociologi, scienziati, diventano inimicizie. Solo Sigmund Freud e Emest Jones continuano durante la guerra, fra Vienna e Londra, a scambiarsi lettere su temi psicoanalitici, ma sono un'eccezione.

Ma la letteratura e l'arte ci introducono al secondo problema, in quanto ci consentono di vedere l'influsso esercitato dalla guerra sugli intellettuali, e sullo statuto delle discipline. John Dewey, il sociologo wilsoniano favorevole all'intervento in guerra degli Stati Uniti per attuare così una riforma del mondo in senso democratico e sovranazionale, ne sarà così deluso, che in occasione del secondo conflitto mondiale, pur in presenza del nazismo hitleriano, si dichiarerà contrario alla partecipazione americana.

In economia la guerra segnerà la crisi irreversibile del capitalismo di mercato fondato sull'imprenditore singolo, e chi si ostinerà ad analizzare il mondo con i vecchi strumenti del liberismo marginalista, si condannerà ad una "evasione dalla realtà": è questo il senso del contrasto fra Schumpeter e Keynes ha affermato Michele Cangiani. La sociologia si imbatterà nella massa, la psicoanalisi nelle nevrosi di guerra, e nel più generale disagio della civiltà: nessuna disciplina sarà più la stessa.

Quella fu la prima guerra mediatica della storia: Robert Musil nei diari avverte che la nuova tecnologia militare modifica nel soldato la percezione psichica, ma è soprattutto il cinema, attraverso le inquadrature e il montaggio, l'accelerazione e il rallentamento, che è chiamato a rappresentare un corpo frammentato e ricomposto, a creare una realtà iperreale, a dire l'indicibile dell'inconscio (Siegfried Matti).

La ragione che ci spinge oggi, alla fine del secolo, in un'epoca di crisi delle identità delle nazioni e degli individui, a riesaminare la grande guerra è l'interesse per l'enigma delle origini: è da lì che prende avvio la coscienza de "l'animo nostro informe", secondo le parole di Eugenio Montale. E anche se sappiamo che non esiste "la parola che squadri da ogni lato", non ci arrendiamo all'oscurità.

Il convegno di Trento è stato un momento importante di approfondimento, e gli studiosi stranieri sono stati un esempio di franchezza nel consentire e nel contestare.

Qualche osservazione critica: la presenza dei relatori per l'intera durata dei lavori è necessaria perché sia reale il dibattito fra posizioni diverse. Sul rapporto fra intellettuali e politica, ad esempio, Galasso e Isnenghi hanno sostenuto tesi diverse: più orientato ad affermare l'autonomia della politica il primo, più disposto a valorizzare il protagonismo e l'incidenza degli intellettuali il secondo. Essendo mancato un confronto diretto fra i due studiosi, il problema, decisivo, come appare dal passo di una lontana conferenza di Norberto Bobbio, è rimasto irrisolto.

Solo in qualche fuggevole passaggio, nelle relazioni di Isnenghi e Conci, è parso visibile il legame con l'attualità: è dai problemi più urgenti del presente che siamo mossi a studiare il passato, per tornare più ferrati e consapevoli al presente, e capire meglio i problemi dell'oggi e noi stessi. Di questo legame, i giovani soprattutto. numerosi e attenti nell'aula dell'Itc, devono essere resi consapevoli, non nel significato riduttivo dell' historia magistra vitae che fornisce precetti, ma in quello più profondo che l'azione sociale è contemporaneamente scelta e costrizione, una mescolanza di ragioni ed emozioni, di condizionamenti sociali e risorse personali. Dal convegno sono venuti stimoli nuovi. Sulla guerra innanzitutto. L'Italia quella guerra l'ha vinta perché la borghesia delle professioni ha saputo fare con impegno il proprio mestiere, senza incanti e disincanti: di quella guerra dobbiamo essere oggi orgogliosi è la parola conclusiva, e inattesa, di Mario Isnenghi. Ecco, che quella guerra sia riassunta nel nome della vittoria non mi convince, e l'ho detto allo storico: siamo rimasti su posizioni diverse, ma la storia è fatta anche di sorprese che fanno riflettere.

Ma il secondo conflitto mondiale, la resistenza, la bomba atomica, su su fino alla guerra del Golfo e a quelle etniche più recenti, riproporranno il problema della violenza in termini nuovi. L'anatema contro "il patriottismo, ultimo rifugio delle canaglie", come si afferma nel film "Orizzonti di gloria " di Stanley Kubrick, appare un antidoto insufficiente. Occorre scavare più in profondità, nella costruzione paziente di quell'"uomo inedito", auspicato da Ernesto Balducci. e come, ci ha informati Marco Conci, è impegnato a fare lo psicoanalista Luigi Pagliarani attraverso una proposta di "nuova educazione alla pace ".

Stimoli sulla scienza infine. Il convegno ha confermato, mi pare, la concezione di Thomas Kuhn, secondo il quale è la storia, dello scienziato e della società, con i suoi valori, le sue irrazionalità, le sue tragedie, a modificare anche i paradigmi scientifici. Abbiamo saputo, recentemente, dalla biografia scritta dalla moglie, che la motivazione a criticare la storia degli eventi di superficie, in nome di una storia più profonda, collettiva, delle strutture, venne a Femand Braudel, storico delle Annales, dall'esperienza di prigionia nei campi tedeschi, quando, all'annuncio delle avanzate della Wehrmacht, si esclamava con speranza: "Ma è un avvenimento, nient'altro che un avvenimento!"

E' questa la 'verità' a cui approda la scienza storica, fragile forse, ma che ci fa uomini, limitati, impegnati. contraddittori. Anche le scienze esatte, la fisica, la chimica, la biologia, che indagano la natura, sono costrette, nel corso della grande guerra, a trasformarsi: dalla ricerca pura e disinteressata per il bene dell'umanità alla scoperta del valore anche delle scienze applicate al servizio della nazione. C'è in questo passaggio un guadagno, e c'è una perdita, contraddizione che Roberto Malocchi non è disposto, mi pare, a riconoscere. Anche questo è un dissenso però sul quale il vostro cronista, mai come in questa occasione inadeguato al compito, si sente di insistere.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Entełetouałi tałiani ke łi ga fomentà ł'onta I goera mon

Messaggioda Berto » mar lug 07, 2015 12:01 pm

http://web.peacelink.it/pace2000/websto ... prigm.html


Prima guerra mondiale

IL PACIFISMO E LA "GRANDE GUERRA"

"Il movimento cerco' disperatamente di opporsi allo scoppio della I guerra mondiale trovando alleati soprattutto in alcune correnti della II Internazionale Socialista, che gia' in alcuni suoi congressi aveva lanciato la parola d'ordine "Guerra alla guerra!" (Basilea, 1912). Alla conclusione del conflitto, sulla scia della grande emozione popolare per le immani sofferenze subite e sulla base dei "14 punti" del presidente americano Th.W.Wilson, benne costituita la Societa' delle Nazioni, cui subentro' nel corso del 1945 l'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) con lo scopo di "mantenere la pace e la sicurezza internazionale"."

(voce "Pacifismo", Grande Enciclopedia De Agostini)



PRIMA GUERRA MONDIALE: LO SCHELETRO NELL'ARMADIO


"PUNTAVO IL MOSCHETTO CONTRO I MIEI SOLDATI"

"Durante le oscurissime notti, quando scoppiano sulle trincee terribili granate, i soldati cercano uno scampo nel ritirarsi indietro, e allora io e gli altri ufficiali li ricacciamo, puntando il nostro moschetto carico, pronto ad agire ad ogni tentativo di fuga. Forse questi sono i momenti peggiori della guerra, quando noi, sotto il grave peso dell'enorme responsabilita', siamo costretti a ricorrere a qualunque mezzo, pur di obbedire anche noi agli ordini che ci vengono da fonte superiore." Cosi' scrive dal fronte il tenente Angelo Campodonico, in una lettera del 1915. L'Italia e' entrata in guerra. Il popolo italiano la subisce nelle trincee come una maledizione, come una sventura non voluta. Ma come viene deciso il massacro?



"VOGLIAMO LA GUERRA"

"Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del mondo -, il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore, e il disprezzo della donna". E' il 1909 e il quotidiano francese "Figaro" pubblica queste frasi di Filippo Tommaso Marinetti, intellettuale futurista. Non sono le idee di un folle: un'intera schiera di intellettuali lo segue.

Hanno voglia di guerra Gabriele D'Annunzio, Thomas Mann, Rudyard Kipling, Henry Bergson e altri. "Hanno abdicato di fronte alla follia collettiva, la loro debolezza ha dimostrato assai bene che essi non avevano carattere", taglia corto Romain Rolland, una delle poche persone di cultura che si schierano attivamente contro la guerra. Giuseppe Ungaretti parte invece entusiasta per il fronte, come volontario: scrivera' poi struggenti poesie di pace. Intellettuali di grido puntano il dito accusatore contro il pacifismo, "nemico interno" di ogni nazione. Hermann Hesse, tedesco e nonviolento, arrivera' ad un'altra conclusione: "Il nostro compito quali esseri umani consiste nel compiere, all'interno della nostra propria, unica, personale esistenza, un passo in avanti sulla strada che dalla bestia porta all'uomo."



UNA SCINTILLA, UN PRETESTO

La guerra e' in fase di preparazione, basta la scintilla, capitali enormi entrano gia' nelle tasche dei grandi industriali, le loro fabbriche costriscono armi a spron battuto. Occorre solo un pretesto per iniziare una guerra, consumare armi e munizioni, costruirne di nuove, distruggerle, costruirle nuovamente. Occorre una guerra per spartirsi meglio le colonie, conquistare nuovi mercati. Il pretesto del conflitto prende corpo il 28 giugno 1914 quando l'arciduca ereditario d'Austria viene assassinato a Sarajevo. Ma se la prima guerra mondiale inizia nel 1914, l'ingresso dell'Italia viene deciso un anno dopo. Interventisti e pacifisti si fronteggiano finche' una decisione segreta vincola l'Italia ad uno schieramento. La decisione dell'intervento italiano avviene scavalcando il parlamento di allora e con l'appoggio del re.



L'ITALIA IN GUERRA? TOP SECRET

Il 26 aprile 1915, infatti, il governo italiano firma segretamente a Londra, all'insaputa del Parlamento, un patto in cui viene garantito l'ingresso in guerra. E chi lo dira' che i ragazzi italiani dovranno andare a morire sul Carso? Viene lanciata una martellante campagna propagandistica, giornali e intellettuali di regime reclamano la guerra, persino stimate personalita' di sinistra (come Salvemini) vi aderiscono. Strane similitudini con la Guerra del Golfo. Anche ottant'anni fa, infatti, la maggioranza della popolazione italiana e' contro la guerra, sinistra e cattolici vi si oppongono insieme ma la macchina della guerra riesce a funzionare meglio della macchina della pace. Ben oliata, ben organizzata e ben pagata, la propaganda pone al centro dell'attenzione pubblica la questione delle "terre irredente". Cesare Battisti diviene un esempio e, sebbene socialista, viene trasformato in un "martire irredentista" dai nazionalisti. Di fronte al montare di una campagna di pressione formidabile il parlamento di allora, in maggioranza favorevole alla pace, e' messo di fronte al fatto compiuto (il patto gia' firmato), viene blandito con la promessa di una guerra lampo (e di un finanziamento estero per pagarla), mentre i parlamentari riottosi vengono piegati da un'aggressiva campagna di linciaggio: D'Annunzio invita i dimostranti a picchiare Giolitti, espressosi contro la guerra. Non mancano le dimostrazioni pacifiste: il 17 maggio 1915 gli operai torinesi scendono in piazza e indicono uno sciopero generale.

Il successivo 26 maggio il governo italiano di Salandra, fino a pochi mesi prima alleato dell'Austria e della Germania, entra in guerra contro tali nazioni. Inizia cosi' una guerra che costera' all'Italia 680 mila morti e 1 milione di mutilati e feriti, una quantita' di vittime superiore agli abitanti delle citta' "da liberare", Trento e Trieste.



LENIN E GLI OBIETTORI DI COSCIENZA

Ormai il fronte internazionale pacifista e' fiaccato. Diversi partiti socialisti europei tradiscono gli ideali internazionalisti e appoggiano l'ingresso in guerra dei rispettivi governi: naufraga la Seconda Internazionale di cui fanno parte. Contro la guerra si schierano i bolscevichi di Lenin, il quale vede nell'imperialismo e nella spartizione dei mercati mondiali la ragione ultima del conflitto.

A schierarsi contro la guerra c'e' una piccola ma significativa schiera di obiettori di coscienza. Nasce cosi' il Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR) nel 1914. Lo scoppio della guerra induce infatti alcuni cristiani inglesi e tedeschi ad una solenne promessa morale: non farsi la guerra sentendosi fratelli. Fra loro c'e' Max Josef Metzger. Per breve tempo fa il cappellano militare, poi si converte alla nonviolenza, diventa vegetariano, scrive "Pace sulla terra" nel 1917, partecipa a manifestazioni per la pace (immolera' la propria vita nel 1944 opponendosi a Hitler). I militanti del MIR offrono se stessi per la causa della pace, sono obiettori di coscienza, molte centinaia soffrono il carcere o donano la propria vita.



GLI "INTERVENTISTI DEMOCRATICI"

Come la guerra del Golfo, anche la prima guerra mondiale ha una frangia di "estimatori" fra intellettuali "di sinistra". Gli "interventisti democratici" appaiono sui giornali e offrono la propria "firma pulita" a favore della "guerra giusta". Ernesto Teodoro Moneta, l'unico italiano ad aver ricevuto il Premio Nobel per la Pace nel 1907, e' una delusione: non leva la propria voce contro la guerra, lui che aveva raccolto 130 mila firme nel 1896 contro la missione militare italiana in Africa. Gli "interventisti democratici" parlano di "guerra necessaria", di Trento e Trieste, evocano il militarismo autoritario prussiano come "pericolo" per l'Europa (sorvolando sul fatto che la Francia e l'Inghilterra si erano alleate con un ingombrante dittatore come lo Zar della Russia), ma i generali pensano gia' a conquistare altre terre dove la lingua italiana e sconosciuta: e infatti verra' conquistato il Sud Tirolo (di lingua tedesca), ribattezzato Alto Adige. La "Patria", nei sogni militaristi, spazia su tutto il Mediterraneo, sulle terre conquistate dagli antichi romani. Ancora oggi si trovano monumenti "ai caduti che romanamente sognarono una Patria piu' grande". Tutto cio' che e' conquistabile viene battezzato come "Patria".


OTTENERE TRENTO E TRIESTE CON LA NEUTRALITA'

Cio' che spesso non si dice e' che l'Italia avrebbe potuto egualmente ottenere Trento e Trieste mantenendosi neutrale.

Il liberale Giovanni Giolitti e' infatti convinto che l'Italia puo' ottenere Trento e Trieste senza combattere ma offrendo la propria neutralita' in cambio delle "terre irredente". Giolitti annota "l'enorme interesse dell'Austria di evitare la guerra con l'Italia e la piccola parte di italiani irredenti su un impero austro-ungarico di 52 milioni", intravedendo "maggiori probabilita' di giungere ad un accordo attraverso trattative ben condotte". Ma le trattative in corso con l'Austria e la Germania vengono lasciate cadere perche' il governo italiano vuole SUBITO Trento e Trieste dall'Austria. E' un ultimatum che l'Austria non accetta e l'Italia si rivolge all'altro schieramento. La Francia e l'Inghilterra che men che meno possono garantire la cessione "subito" di qualcosa che non e' nelle loro disponibilita': Trento e Trieste. Il prezzo da pagare per ottenerle e' la guerra, la condizione e' la vittoria. Quando la guerra finira' il nuovo imperatore austro-ungarico concedera' a tutte le nazionalita' l'autogoverno, come previsto da Giolitti.


ITALIA IN GUERRA, SOCIALISTI IN TRAPPOLA

Ma la condotta diplomatica italiana e l'ingresso in guerra - al di la' della propaganda - non appaiono in realta' finalizzati alla "liberazione" di Trento e Trieste. Viene chiesto un ingrandimento dell'Italia nel Mediterraneo (Dalmazia, Albania), in una prospettiva "imperiale" piu' che "patriottica". Ma soprattutto appare evidente che la dichiarazione di guerra ha finalita' politiche: si impone la censura, vengono vietate le attivita' politiche di opposizione, un giro di vite autoritario appare il miglior modo di bloccare il dilagare dell'ideale socialista.



COSTRUIRE ARMI, UN AFFARE PER POCHI

Ma un secondo motivo reale muove le classi dominanti ad appoggiare la guerra: le commesse di guerra appaiono una golosa occasione di arricchimento rapido nonche' duraturo, dato che il conflitto, dopo l'iniziale ottimismo di comodo, appare lungo e aspro. Si rafforzano i monopoli e gli intrecci fra politici, affaristi e comandanti militari. Gli industriali italiani legati alle commesse militari costituiscono una lobby potentissima: per loro e' indifferente che l'Italia si allei con l'Austria e rivendichi la restituzione della Gioconda al governo di Parigi piu' Nizza e la Savoia ("oppresse" sotto il tallone francese) o che si allei con la Francia e rivendichi Trento e Trieste ("oppresse" sotto il tallone austriaco).


IL NEMICO

Chi si oppone alla guerra viene bollato come "amico degli austriaci". I nemici divengono coloro che accecano i bambini, li mutilano, crocefiggono i prigionieri, uccidono brutalmente suore e infermiere, veri antenati degli irakeni da sterminare settant'anni dopo. Lo dicono i giornali, lo dicono gli intellettuali, la guerra dunque e' "giusta". Si diffonde la stampa di massa e apparati di propaganda di dimensioni mai viste prima costruiscono l'immagine mostruosa, barbara e repellente del nemico da uccidere. Il tutto condito da fotografie, spesso fotomontaggi. Una parte dell'opinione pubblica finisce per credere nei "misfatti" dei "nemici". Giosue' Borsi, giovane scrittore conosciuto per la mitezza del carattere e la devozione religiosa, cosi' si esprime sui suoi "nemici" in una lettera alla madre: "Credi, mamma, che combattiamo contro la razzaccia piu' iniqua e barbara del mondo, e nessuna guerra potrebbe essere piu' santa di quella che abbiamo intrapreso per abbatterla per sempre e senza pieta'." Ad un amico scrive: "Ti spediro' alcune teste di austriaci come campione senza valore. Quanti austriaci si vedono volare per aria come fuscelli!"



FILO SPINATO: "TAGLIATELO CON I DENTI!"

Fin dall'inizio i soldati italiani vengono mandati all'attacco, in salita e allo scoperto per un'impossibile conquista delle vette su cui sono asserragliati gli austriaci. Ad attenderli ci sono le mitragliatrici e il filo spinato. Spesso non hanno la tronchese per reciderlo. "Tagliatelo con i denti!", viene detto loro. Muoiono a migliaia, aggrappati con le mani insanguinate al filo spinato del "nemico" che non riescono a spezzare. I loro comandanti preferiscono le stragi all'immobilita' e ritengono un disonore non attaccare. I soldati che si rifiutano di assaltare la trincea nemica vengono fucilati per ammutinamento. Fra una morta "quasi sicura" correndo disperatamentre all'attacco e una sicura di fronte al plotone di esecuzione, i piu' scelgono l'assalto alla baionetta. Chi si ribella sa inoltre che verrebbero confiscati i beni dei loro familiari e murate le porte delle loro case, racconta Hemingway nel romanzo "Addio alle armi", che ha come sfondo la prima guerra mondiale e l'Italia.



IL GENERALE E LA MITRAGLIATRICE

Le mitragliatrici mettono in atto, nelle tattiche militari, una rivoluzione che penalizza l'attacco e rende quasi invulnerabile la difesa: non occorre piu' mirare per colpire, un solo uomo alla mitragliatrice vale quanto centinaia di uomini all'attacco. Le scuole di guerra tradizionali, da cui provengono gli ufficiali italiani e generali come Cadorna, non avevano tenuto presente questa novita'. Il comandante italiano Luigi Cadorna ordina quattro offensive, nella zona dell'Isonzo e del Carso che provocano 250 mila morti e feriti nell'esercito italiano, composto di un milione di uomini.

Massacri simili si consumano anche sul fronte occidentale: "I nostri artiglieri non avevano mai avuto il compito cosi' facile, ne' mai l'avevano svolto con altrettanta efficacia. Falciarono senza sosta, da un capo all'altro, le file nemiche." (dal diario di guerra di un soldato tedesco). "Quando e' l'ora di marciare molti non sanno che il nemico marcia alla loro testa", scrivera' Bertolt Brecht. "Date denaro per la vittoria: la vittoria e' la pace", i manifesti del governo invitano a sottoscrivere un prestito.



"I RICCHI RIESCONO A METTERSI AL SICURO"

D'Annunzio pontifica: "Tutta l'Italia aveva vent'anni per combattere, per vincere, per vivere, per morire. Non per morire. Abbattuto con una palla nella testa, il fante non credeva di morire: credeva di entrare in una vita piu' vasta." Ma la realta' e' ben altra. I fanti dal fronte scrivono a casa lettere gonfie di dolore e di rabbia: "Ditegli che la guerra per il popolo significa aumento stragrande di miseria, significa fame, significa morte, e null'altro". E' una delle tante lettere censurate (raccolte nel libro di E.Forcella e A.Monticone "Plotone di esecuzione", Laterza) scritta il 14 agosto 1917 da un soldato 21enne del 9' artiglieria da fortezza, condannato a 1 anno e 10 mesi di reclusione militare per insubordinazione e lettera denigratoria in cui spiega al padre che lo aspetta a Viterbo: "La guerra e' ingiusta, perche' e' voluta da una minoranza di uomini i quali, profittando della ignoranza della grande massa del popolo, si sono impadroniti di tutte le forze per poter soggiogare, comandare e massacrare; che chi fa la guerra e' il popolo, i lavoratori, loro che hanno le mani callose e che sono questi che muoiono, sono essi i sacrificati, mentre gli altri, i ricchi, riescono a mettersi al sicuro." I manifesti governativi parlano di pace: "Date denaro per la vittoria: la vittoria e' la pace", e cosi' invitano a sottoscrivere un prestito per finanziare la guerra.



DONNE: BARRICATE ANTIMILITARISTE

"Chiunque non produca al massimo tradisce il fidanzato, il marito o il fratello che combattono." Manifesti per la strada. Milioni di uomini combattono al fronte, le donne li sostituiscono nelle fabbriche, negli uffici, nei campi. Nonostante la propaganda martellante nasce nelle donne la coscienza del proprio ruolo politico in chiave antimilitarista. Sono le donne di Torino, nella seconda meta' dell'agosto 1917, a dare vita a spontanee manifestazioni contro la guerra, al grido di "pane pane!". Una fulminea insurrezione coinvolge i quartieri popolari, operai e donne combattono per cinque giorni sulle barricate contro le forze dell'ordine e i militari. Una frazione socialista spinge per fare come in Russia: dichiarare subito l'uscita dell'Italia dalla guerra. L'insurrezione non riesce a superare i confini di Torino, la censura sui giornali e' ferrea non meno della repressione che fa piu' di cinquanta morti e alcune centinaia di feriti. Il 24 ottobre 1917 arriva la disfatta di Caporetto, l'esercito italiano batte in ritirata, da alcuni storici interpretata come un tentativo insurrezionale indotto dalla diffusione della notizia della rivoluzione sovietica.



CENTOMILA DISERTORI, MEZZO MILIONE DI RENITENTI

Dalla Russia giunge infatti la notizia che i soldati, stanchi della guerra, fraternizzano con i nemici, puntano i fucili contro i loro comandanti e pongono fine alla guerra. Lenin "toglie ai ricchi per dare ai poveri" e per di piu' firma la pace. E' una "bomba pacifista" che produce diserzioni di massa, insubordinazioni e ammutinamenti. Gli ufficiali ordinano le decimazioni dei plotoni ribelli. Fucili italiani falciano i disertori italiani, nelle trincee si compie un massacro simile ad una guerra civile, episodi che trovano descrizione nel romanzo autobiografico "Un anno sull'altipiano" di Emilio Lussu. I Tribunali di guerra si ingolfano di lavoro, i magistrati esaminano 870 mila denunce per reati militari, oltre la meta' per renitenza alla leva. I casi di diserzione superano quota 100 mila, vengono comminate 25 mila condanne per indisciplina, 10 mila per autolesionismo, dato che vari soldati preferiscono ferirsi, anche gravemente, pur di non combattere. Interi reparti italiani, rimasti isolati, senza viveri, assiderati nella neve non sanno che fare. Per loro gli austriaci non sono nemici ma esseri umani a cui chieder aiuto. I comandi militari tricolori ordinano che e' un "dovere patriottico" far fuoco con l'artiglieria e le mitragliatrici contro i plotoni e le compagnie di soldati italiani che si arrendono o tentano di passare al nemico. "Se teniamo presente che durante la guerra furono mobilitati poco piu' di 5 milioni e mezzo di italiani, quasi un quinto subirono denunce per reati militari". In Italia il codice militare di guerra ha previsto fino a non molto tempo fa che "il militare che, durante il combattimento, abbandona il posto, e' punito con la morte mediante fucilazione nel petto" (recentemente la pena di morte e' stata abolita anche nella legislazione di guerra). Ma la repressione nelle trincee e le decimazioni nei plotoni italiani rischiano di accentuare la disfatta di Caporetto (500 mila uomini in meno fra morti, feriti, dispersi, prigionieri). Ecco allora che il governo italiano toglie il comando militare all'odiato Cadorna e promette ai combattenti, per lo piu' braccianti e contadini poveri, una riforma agraria e terre ai bisognosi. Gli "uffici P" (propaganda) lavorano in maniera capillare facendo presa fra i soldati e le famiglie. La "terra ai contadini" appare l'arma decisiva del conflitto. I soldati italiani resistono "eroicamente" sul Piave, vincono le successive battaglie, diventano "cavalieri di Vittorio Veneto", unico beneficio di guerra poiche' la promessa delle terre ai contadini non verra' mantenuta dal governo. Mica le poteva togliere ai latifondisti.


DA REDUCI A PICCHIATORI

La guerra provoca una distorsione dell'economia la quale, alla fine del conflitto, stenta nel riconvertirsi verso produzioni civili e a trasformare i reduci in forza lavoro utile alla nazione. Diversi reduci sbandati si trasformano in picchiatori fascisti o in squadristi dei "frei korps" tedeschi. "Eroi di guerra" come Ernst Junger (scrittore tedesco sette volte ferito e pluridecorato) teorizzano la guerra come selezionatrice di una "razza nuova": l'"homo bellicus". I militaristi diventano fascisti e non esistano ad unirsi ai fanatici tedeschi: nemici nella prima guerra mondiale diventano poi alleati in nome degli stessi nefasti ideali abbracciati nelle opposte trincee. L'enorme deficit creato dalla guerra, le distruzioni e i disagi porteranno ad una crisi tale da favorire la nascita dello squadrismo. I manifesti di celebrazione del 24 maggio diventeranno una chiamata a raccolta dell'Italia peggiore: "Cittadini! Il 24 maggio 1915 l'Italia scrisse la piu' fulgida pagina della sua storia. Noi che la guerra allora volemmo e ci onoriamo di averla voluta e combattuta tutta, ancor oggi salutiamo riverenti il maggio radioso del 1915 che, disperdendo la putredine calcolatrice, seppe salvare un mondo! Il 24 maggio e' giorno sacro per tutti coloro che fecero dedizione di loro stessi ad un'unica causa: quella dell'Italia e dell'umanita'." Firmato: il Fascio di combattimento di Torino.


"MAESTRI SUPERFICIALI, PROFESSORI IMBROGLIONI"

Don Milani rilegge la prima guerra mondiale con i suoi ragazzi e cento anni di guerre italiane. Arriva alla conclusione che e' l'"obbedienza non e' piu' una virtu' ma la piu' subdola delle tentazioni", scrive ai cappellani militari, viene messo sotto processo. Ecco un brano della sua autodifesa di fronte ai giudici.

""L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla liberta' degli altri popoli."

Voi giuristi dite che le leggi si riferiscono solo al futuro, ma noi gente della strada diciamo che la parola RIPUDIA e' molto piu' ricca di significati, abbraccia il passato e il futuro.

E' un invito a buttare tutto all'aria: all'aria buona. La storia come la insegnavano a noi e il concetto di obbedienza militare assoluta come la insegnano ancora."

"Abbiamo preso i nostri libri di storia (...) e siamo riandati cento anni di storia italiana in cerca d'una "guerra giusta". D'una guerra cioe' che fosse in regola con l'articolo 11 della Costituzione. Non e' colpa nostra se non l'abbiamo trovata."

"Quando andavamo a scuola noi i nostri maestri, Dio li perdoni, ci avevano bassamente ingannati. Alcuni poverini ci credevano davvero: ci avevano ingannati perche' erano a loro volta ingannati. Altri sapevano di ingannarci, ma avevano paura. I piu' erano forse solo superficiali.

A sentir loro tutte le guerre erano "per la Patria".

I nostri maestri si dimenticavano di farci notare una cosa lapalissiana e cioe' che gli eserciti marciano agli ordini della classe dominante (...) Non posso non avvertire i miei ragazzi che i loro infelici babbi hanno sofferto e fatto soffrire in guerra per difendere gli interessi di una classe ristretta (di cui non facevano nemmeno parte!) non gli interessi della Patria (...) Alcuni mi accusano di aver mancato di rispetto ai caduti. Non e' vero. Ho rispetto per quelle infelici vittime. Proprio per questo mi parrebbe di offenderli se lodassi chi le ha mandate a morire e poi si e' messo in salvo. (...) Del resto il rispetto per i morti non puo' farmi dimenticare i miei figlioli vivi. Io non voglio che essi facciano quella tragica fine. Se un giorno sapranno offrire la loro vita in sacrificio ne saro' orgoglioso, ma che sia per la causa di Dio e dei poveri, non per il signor Savoia o il signor Krupp. (...) Ci sono ancora dei fascisti poveretti che mi scrivono lettere patetiche per dirmi che prima di pronunciare il nome santo di Battisti devo sciacquarmi la bocca (...) Se fosse stato vivo il 4 novembre quando gli italiani entrarono nel Sud Tirolo avrebbe obiettato (...) "Riterremmo stoltezza vantar diritti su Merano e Bolzano". ("Scritti politici" di Cesare Battisti, vol.II, pag.96-97) "Certi italiani confondono troppo facilmente il Tirolo con Trentino e con poca logica vogliono i confini d'Italia estesi fino al Brennero" (ivi) Sotto il fascismo la mistificazione fu scientificamente organizzata. E non solo sui libri, ma perfino sul paesaggio. L'Alto Adige, dove nessun soldato italiano era mai morto, ebbe tre cimiteri di guerra finti (Colle Isarco, Passo Resia, San Candido) con caduti veri disseppelliti a Caporetto.

Parlo di confini per chi crede ancora, come credeva Battisti, che i confini debbano tagliare preciso tra nazione e nazione (...) In quanto a me, io ai miei ragazzi insegno che le frontiere sono concetti superati.""


"GLI OCCHI DELLA PAZZIA"

Il generale Leone ordina ad un caporale a sfidare il pericolo e ad affacciarsi sulla trincea: ""Bravo!", grido' il generale."Ora puoi scendere". Dalla trincea nemica parti' un colpo isolato. Il caporale si rovescio' indietro e cadde su di noi. Io mi curvai su di lui. La palla lo aveva colpito alla sommita' del petto. Il sangue gli usciva dalla bocca. Gli occhi chiusi, il respiro affannoso, mormorava: "Non e' niente, signor tenente". Anche il generale si curvo'. I soldati lo guardavano, con odio. "E' un eroe, commento' il generale. "Un vero eroe". Quando il generale si drizzo', i suoi occhi si incontrarono con i miei. Fu un attimo. In quell'istante , mi ricordai d'aver visto quegli stessi occhi, freddi e roteanti, al manicomio della mia citta', durante una visita che ci aveva fatto fare il nostro professore di medicina legale." (Emilio Lussu, "Un anno sull'altipiano")

Cio' che Emilio Lussu afferma non e' un'esagerazione soggettiva:

in migliaia impazziscono realmente durante la guerra e si deve ricorrere alla psichiatria. Si scopre che non basta una punizione molto severa per recuperare i ricoverati e resuscitare l'entusiasmo patriottico.



"HO SCRITTO LETTERE PIENE D'AMORE"

Ungaretti parte nutrito di entusiasmo patriottico per la guerra.
Arrivato al fronte lo attende una realta' diversa da quella descritta nella propaganda nazionalistica.
E scrive poesie di pace.


SAN MARTINO DEL CARSO

Di queste case
non e' rimasto
che qualche
brandello di muro


Di tanti
che mi corrispondevano
non e' rimasto
neppure tanto
Ma nel cuore
nesuna croce manca

E' il mio cuore
il paese piu' straziato.



SONO UNA CREATURA

Come questa pietra del S.Michele
cosi' fredda
cosi' dura
cosi' prosciugata
cosi' refrattaria
cosi' totalmente
disanimata

Come questa pietra
e' il mio pianto
che non si vede

La morte
si sconta
vivendo


VEGLIA

Un'intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d'amore
Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita


"SVEGLIAMI TU, MAMMA"

"Sentiva le esplosioni... Il dolore era cosi' forte che non poteva pensare ad altro... Poi tutto si calmo' all'improvviso... Prese a scalciare coi piedi per spostare la cosa che aveva sotto. Ma non aveva niente da scalciare perche' non aveva le gambe. Appena poco piu' sotto del bacino gli avevano amputato tutte e due le gambe... Non aveva aria in gola. I polmoni prendevano aria da qualche parte sotto la gola. Comincio' a tendere i nervi della faccia. A cercare di sentire il vuoto che c'era. Dove una volta aveva il naso e la bocca ora doveva esserci soltanto un buco coperto dalle bende... Il buco cominciava dalla base della gola proprio sotto dove avrebbe dovuto esserci la mascella e si allargava poi verso l'alto. Sentiva la pelle raggrinzirsi attorno al bordo. Il buco era sempre piu' largo. Si estendeva fino alla base delle orecchie che pur gli erano rimaste e poi si restringeva. Finiva un po' piu' sopra del posto dove avrebbe dovuto esserci il naso.

Il buco arrivava troppo in alto perche' gli occhi fossero rimasti intatti.
Era cieco...
Doveva essere un sogno... Ma non era un sogno. Poteva sperare che fosse un sogno finche' voleva ma non avrebbe cambiato la situazione...
No no no non puo' essere cosi'.
No no.
Mamma.

Mamma dove sei?...

Mamma te ne sei andata e ti sei dimenticata di me. Sono qui. Non riesco a svegliarmi mamma. Svegliami tu. Non posso muovermi. Tienimi stretto. Ho paura. Oh mamma mamma cantami qualcosa e strofinami e fammi il bagno e pettinami i capelli e lavami le orecchie e gioca con i miei alluci e fammi battere le manine e soffiami il naso e baciami sugli occhi e sulla bocca come ho visto che facevi con Elizabeth, come devi aver fatto con me. Allora mi svegliero' e non ti lascero' piu' altrimenti avro' paura e faro' brutti sogni...

Oh vi prego oh oh vi prego. No no no vi prego no.
Vi prego.
Non io..."


Tratto da D.Trumbo, "E Johnny prese il fucile", Bompiani.

Johnny e' travolto da una granata, ha da poco ripreso i sensi, e' la prima guerra mondiale.


FILM ANTIMILITARISTI CENSURATI

Dal romanzo "Addio alle armi" viene tratto un film che nel 1932 mette in scena la sconfitta di Caporetto, il mito della prima guerra mondiale viene infranto da scene di cruda realta' e di insensata follia. Scatta la censura e gli italiani per vederlo in TV dovranno aspettare 50 anni. Oscuramento in Italia e Germania anche per il film "All'Ovest niente di nuovo", uscito nel 1930, vincitore di due Oscar ma troppo antimilitarista. Realizzare e far vedere film critici sulla prima guerra mondiale risulta difficile anche nel 1950: la narrazione della storia di un obiettore di coscienza ha un effetto cosi' dirompente che il "servizio segreto psicologico" dell'esercito francese ne impedisce la realizzazione. Il film viene ripreso dieci anni piu' tardi, cambia titolo (da "L'obiettore" diventa "Non uccidere") e il regista Autant-Lara e' costretto a realizzarlo in Jugoslavia, fra il 1961 e il 1963. Sono gli anni dell'Algeria, allora colonia francese, in lotta per l'indipendenza. Il film ha un impatto poderoso sull'opinione pubblica. Stesso effetto shock ha in Italia "Uomini contro" di Francesco Rosi. Il regista incontra resistenze tali in Italia da doverlo realizzare in Jugoslavia. Il film esce nel 1970 provocando uno strascico di polemiche e di proteste dei "benpensanti". Altri film che hanno rivisitato criticamente la prima mondiale sono "Charlot soldato" (uscito nel 1918), "La grande guerra" di Mario Monicelli, il tedesco "Westfront", "Orizzonti di gloria" di Kubrick e "La grande illusione", francese.

Raccontare la verita' della guerra, risvegliare le coscienze e' un impresa anche per chi non e' regista ma educatore di pace: padre Ernesto Balducci viene incarcerato e don Lorenzo Milani sottoposto a processo per aver sostenuto il diritto ad agire secondo coscienza di fronte a una guerra ingiusta. Appena trent'anni fa. La prima guerra mondiale, con i suoi falsi miti e le sue vere tragedie, e' rimasta un tabu', un'ingombrante scheletro nell'armadio della storia e dei governi.


Le vittime della Grande Guerra

Germania 2.000.000
Russia 1.750.000
Austia 1.550.000
Inghilterra 900.000
Italia 680.000
Turchia 420.000

Globalmente nella Prima Guerra Mondiale persero la vita 10 milioni di persone.


Sul muro c'era scritto col gesso
viva la guerra.
Chi l'ha scritto
e' gia' caduto.
Chi sta in alto dice:
si va verso la gloria.
Chi sta in basso dice:
si va verso la fossa.
La guerra che verra'
non e' la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell'ultima
c'erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente.

Dalle biblioteche
escono i massacratori.
Stringendo a se' i figli
stanno le madri e scrutano atterrite
nel cielo le scoperte dei sapienti.

Al momento di marciare molti non sanno
che alla loro testa marcia il nemico.

La voce che li comanda
e' la voce del loro nemico.

E chi parla del nemico
e' lui stesso il nemico.

Generale, il tuo carro armato e' una macchina potente
spiana un bosco e sfracella cento uomini.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un carrista.

Generale, il tuo bombardiere e' potente.
Vola piu' rapido d'una tempesta e porta piu' d'un elefante.
ma ha un difetto:
ha bisogno di un meccanico.
Generale, l'uomo fa di tutto.
puo' volare e puo' uccidere.
ma ha un difetto:
puo' pensare.


Quando la guerra comincia
forse i vostri fratelli si trasformeranno
e i loro volti saranno irriconoscibili.
Ma voi dovete rimanere eguali.
Andranno in guerra, non
come ad un massacro, ma
ad un lavoro serio. Tutto
avranno dimenticato.
Ma voi nulla dovete dimenticare.
Vi verseranno grappa nella gola
come a tutti gli altri.
ma voi dovete rimanere lucidi.

Bertolt Brecht
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Entełetouałi tałiani ke łi ga fomentà ł'onta I goera mon

Messaggioda Berto » mar lug 07, 2015 12:01 pm

El Corier de ła Sera, l'onto xornal de ła goera, senpre stà contro i veneti, jeri cofà ancó
viewtopic.php?f=139&t=1622
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Re: Entełetouałi tałiani ke łi ga fomentà ł'onta I goera mon

Messaggioda Berto » mar lug 07, 2015 12:02 pm

D'Anunsio l'ebete tałian goerafondaro
viewtopic.php?f=139&t=1621
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Re: Entełetouałi tałiani ke łi ga fomentà ł'onta I goera mon

Messaggioda Berto » mar lug 07, 2015 12:03 pm

Gaetano Salvemini (teron)
https://it.wikipedia.org/wiki/Gaetano_Salvemini
Gaetano Salvemini (Molfetta, 8 settembre 1873 – Sorrento, 6 settembre 1957) è stato uno storico, politico e antifascista italiano.

Nel 1914 mantenne posizioni interventiste, dichiarandosi convinto del carattere "anacronistico" degli imperi austro-ungarico e tedesco e auspicandone la distruzione, nell'interesse dell'Italia. Salvemini fu insomma uno dei capofila del cosiddetto interventismo democratico, che giustificava la guerra da posizioni "di sinistra": in nome cioè dell'ostilità all'antico ordine e in funzione dell'autoaffermazione dei popoli. Un'impostazione, questa, in linea con quella del presidente degli USA Woodrow Wilson, fautore dell'entrata in guerra degli Stati Uniti a fianco delle potenze dell'Intesa. Sul finire della guerra Salvemini espresse però la propria delusione per la mancata realizzazione delle speranze in un superamento delle rivalità antipopolari tra gli Stati e in una partecipazione democratica dei popoli alle decisioni dei governi.
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Re: Entełetouałi tałiani ke łi ga fomentà ł'onta I goera mon

Messaggioda Berto » mar lug 07, 2015 12:08 pm

Ernesto Rossi
https://it.wikipedia.org/wiki/Ernesto_Rossi

Ernesto Rossi (Caserta, 25 agosto 1897 – Roma, 9 febbraio 1967) è stato un politico, giornalista, antifascista ed economista italiano. Operò nell'ambito del Partito d'Azione e del successivo Partito Radicale.
Non ancora diciannovenne partecipò volontario alla prima guerra mondiale. Nel dopoguerra, mosso dalla opposizione all'atteggiamento dei socialisti di ostilità nei confronti dei reduci e dei loro sacrifici e dal disprezzo della classe politica incapace di slanci ideali, si avvicinò ai nazionalisti del "Popolo d'Italia" diretto da Benito Mussolini, giornale con il quale collaborò dal 1919 al 1922.
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Re: Entełetouałi tałiani ke łi ga fomentà ł'onta I goera mon

Messaggioda Berto » mar lug 07, 2015 12:08 pm

Benito Amilcare Andrea Mussolini (l'ebete)
https://it.wikipedia.org/wiki/Benito_Mussolini
Benito Amilcare Andrea Mussolini (Dovia di Predappio, 29 luglio 1883 – Giulino di Mezzegra, 28 aprile 1945) è stato un uomo politico, giornalista e dittatore italiano.
...
Fu esponente di spicco del Partito Socialista Italiano, e direttore del quotidiano socialista Avanti! dal 1912. Convinto anti-interventista negli anni della guerra italo-turca e in quelli precedenti la prima guerra mondiale, nel 1914 cambiò improvvisamente opinione, dichiarandosi a favore dell'intervento in guerra.
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Re: Entełetouałi tałiani ke łi ga fomentà ł'onta I goera mon

Messaggioda Berto » mar lug 07, 2015 12:38 pm

Tomaxo Marineti (Tommaso Marinetti)
https://it.wikipedia.org/wiki/Filippo_Tommaso_Marinetti
Filippo Tommaso Marinetti (Alessandria d'Egitto, 22 dicembre 1876 – Bellagio, 2 dicembre 1944) è stato un poeta, scrittore e drammaturgo italiano. È conosciuto soprattutto come il fondatore del movimento futurista, la prima avanguardia storica italiana del Novecento.
...
Dopo l'attentato di Sarajevo, Marinetti non esita a schierarsi a favore dell'intervento contro l'Austria e la Germania: verrà arrestato per aver bruciato bandiere austriache in piazza del Duomo a Milano. Quando l'Italia entra in guerra, Marinetti si arruola volontario (prima in un battaglione di ciclisti volontari, poi negli Alpini). Ferito all'inguine, detta in convalescenza un manualetto che otterrà un inatteso successo: Come si seducono le donne. Torna quindi sul fronte, e partecipa sia alla rotta di Caporetto che alla trionfale avanzata di Vittorio Veneto, al volante di un autoblindo Lancia 1Z (esperienza poi narrata nel romanzo L'alcova d'acciaio).
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Re: Entełetouałi tałiani ke łi ga fomentà ł'onta I goera mon

Messaggioda Berto » mar lug 07, 2015 12:41 pm

Xuane Papini (Giovanni Papini)
Giovanni Papini (Firenze, 9 gennaio 1881 – Firenze, 8 luglio 1956) è stato uno scrittore, poeta e aforista italiano.
...
Si batté per l'intervento italiano nella prima guerra mondiale. Celebre il suo provocatorio articolo Amiamo la guerra, apparso su Lacerba (1º ottobre 1914), in cui afferma:
« Finalmente è arrivato il giorno dell'ira dopo i lunghi crepuscoli della paura. Finalmente stanno pagando la decima dell'anime per la ripulitura della terra. Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne. Ci voleva una bella innaffiatura di sangue per l'arsura dell'agosto; e una rossa svinatura per le vendemmie di settembre; e una muraglia di svampate per i freschi di settembre. (...) Siamo troppi. La guerra è una operazione malthusiana. C'è un di troppo di qua e un di troppo di là che si premono. La guerra rimette in pari le partite. Fa il vuoto perché si respiri meglio. Lascia meno bocche intorno alla stessa tavola. E leva di torno un'infinità di uomini che vivevano perché erano nati; che mangiavano per vivere, che lavoravano per mangiare e maledicevano il lavoro senza il coraggio di rifiutar la vita. (...) Amiamo la guerra ed assaporiamola da buongustai finché dura. La guerra è spaventosa - e appunto perché spaventosa e tremenda e terribile e distruggitrice dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi. »
(Citato in: Gianni Turchetta, Dino Campana. Biografia di un poeta, Feltrinelli, Milano, ottobre 2003[1])

Papini venne però riformato e non poté arruolarsi, a causa dei suoi problemi di vista.

Con i futuristi milanesi ruppe con la pubblicazione, nel numero di Lacerba del 14 febbraio 1915, dell'articolo Futurismo e Marinetti.

Il 22 maggio 1915, chiuse la rivista pochi giorni prima dell'entrata in guerra, dimostrandosi però in seguito ampiamente pentito del suo interventismo e dichiarando che la guerra era
« un immane sciupio di sangue e di anime (...) scompigliava, imbestiava e affoscava. (...) Mentre stavo colle mie figliole in casa mia, tra i miei libri, e il pane, milioni di uomini si accosciavano nelle trincee motrigliose. »
(La seconda nascita, pubblicato postumo[2])
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Re: Entełetouałi tałiani ke łi ga fomentà ł'onta I goera mon

Messaggioda Berto » mar lug 07, 2015 12:46 pm

L'orendo françescan Jemełi prete del catołego criminal Cadorna
viewtopic.php?f=139&t=1617
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