Dalla Venezia di mare alla Repubblica veneta veneziana

Da Venesia de mar bixantina a ła Repiovega Veneta venesiana

Messaggioda Berto » dom ago 16, 2015 9:47 pm

Le lagoune venete de ła Venetia et Histria al termene de l'enpero roman d'oçidente łe jera pasà soto el domegno de l'enpero roman d'oriente, soto Bixansio e Ravena endoe ke stava l'exarca.

El primo çentro de poder połedego veneto łagounar xe stà Gravo, dapò Eraclea, podopo Matemauco e pì tardi Rivoalto ke lomè entel XII° secoło el ga canvià el so vecio nome ente coeło novo de Venesia.

Par i primi tre secołi VI,VII, VIII łe lagoune łe xe stà soto Bixansio: el "Magister Militum" e podopo i Doxe łi jera funsionari bixantini.
Dal IX secoło al XII° ghe xe stà el dogado o monarkia dei doxe, endependenti da Bixansio.

Dal XII° secoło, co el dogado monarkego el se ga canvià en dogado comounal e dapò ente on dogado arestogratego, al XVIII° ghe xe stà ła Repiovega Venesiana e a partir dal XIV-XV secoło ghe xe stà ła Repiovega Veneta a domegnansa venesiana.

El Stado Venesian (e veneto) endependente (rexime dogal monarkego e dogal repiovegan comunal e dapò aregogratego) lè durà suxo 1000 ani e ła Repiovega Venesiana e Veneta suxo 654 ani.

No se pol confondar łi ani de RivoaltoVenesia, co łi ani del domegno bixantin, co łi secołi del Stado Veneto Venesian endependente da Bixansio e co coełi de łi do reximi dogal monarkego e dogal comounal repiovegan arestogratego.

No se pol dir kel Stado venesian lè durà 1500 ani e ke ła Repiovega Venesiana arestogratega lè durà 1100 ani, parké no xe vero.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Da Venesia de mar bixantina a ła Repiovega Veneta venesiana

Messaggioda Berto » ven ott 12, 2018 10:30 pm

Il ducato della Venezia Marittima, Rivoalto-Venezia, l'impero della Serenissima e Bisanzio
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... =49&t=2803


Duki e doxi/dogi (ducati e dogado - dux e duce)
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... =49&t=1201

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... ta-oro.jpg


I Duki e łe grandi fameje venete
http://www.filarveneto.eu/forum/viewforum.php?f=179

I Duki o Doxi de ła teraferma veneta
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 179&t=1318


Veneto e Serenisima, coençedense e difarense
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... =49&t=2615
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Da Venesia de mar bixantina a ła Repiovega Veneta venesiana

Messaggioda Berto » mar giu 30, 2020 8:03 pm

La democrazia italiana è come un prodotto adulterato
30 giugno 2020
Enzo Trentin

https://blogdiet.wordpress.com/2020/06/ ... dulterato/

A settembre ci saranno delle elezioni con vari candidati che, speranzosi di “conquistare un posto al sole”, si scapicolleranno a promettere mari e monti; tuttavia il popolo (solamente nominalmente sovrano) si è reso conto che gli hanno venduto la democrazia come un prodotto adulterato, che produce il contrario di quello che promette.
Come scritto da Robert P. Murphy: «Non c’è niente che garantisca che le buone idee vinceranno sulle cattive idee. Ma ciò che è certo è che la prevalenza di idee errate nel campo dell’economia (e non solo in quella. Ndr) minaccia la civiltà stessa».
Sin dall’antichità Mala tempora currunt sed peiora parantur. Chi in gioventù ha seguito studi classici sarà sicuramente incappato nella riforma costituzionale di Kleisthenes, che consistette in una serie di modifiche apportate da costui alle istituzioni della polis di Atene nel 508-507 a.C.; questa riforma contribuì a un avvicinamento della politica ateniese alla democrazia, avvicinamento che venne poi consolidato da Pericle.
Nella costituzione di Clistene l’assemblea generale di tutti i cittadini, l’ecclesia, eleggeva i magistrati o curava il loro sorteggio; amministrava il sorteggio dei membri della bulé; gestiva le finanze; dirigeva la politica estera dello Stato; dichiarava lo stato di guerra. Insomma, non esistevano i partiti politici come oggi li conosciamo. La vox populi ammonisce: «Un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni.»
L’idea di partito non rientrava nemmeno nella concezione politica francese del 1789, se non come quella di un male da evitare. Ma giunse il momento del club dei giacobini. Era questo, inizialmente, soltanto un luogo di libera discussione. A trasformarlo non fu una qualche specie di meccanismo fatale: fu soltanto la pressione della guerra e della ghigliottina a farne un partito totalitario. Le lotte tra fazioni nel periodo del Terrore (similmente alle lotte contemporanee) furono governate dal pensiero così ben formulato dal sovietico Michail Pavlovič Tomskij: «Un partito al potere e tutti gli altri in prigione». Così, sul continente europeo, il totalitarismo è il peccato originale dei partiti.
Il fatto che esistano non è in alcun modo un motivo per conservarli. Soltanto il bene è un motivo legittimo di conservazione. Il male dei partiti politici salta agli occhi. La questione da esaminare è se ci sia in essi un bene che abbia la meglio sul male e renda così la loro esistenza desiderabile. E l’attuale fase politica italiana non depone a favore della loro esistenza. Chi sostiene che più partiti sono una garanzia per la democrazia, con tutta probabilità è uno che non vive del proprio lavoro, bensì di rendite politiche.

Il bello è che a proporre una democrazia libera dai partiti fu non un dittatore, ma Simone Weil. Incaricata, nel 1943, dal governo di Charles De Gaulle in esilio a Londra, durante la 2^ guerra mondiale, di elaborare una forma di costituzione per la Francia futura, essa pensò in modo radicalmente nuovo. A come garantire la libertà da ogni limite; e l’esistenza di partiti era, per lei, il limite più insidioso. Essa sosteneva che se individui appassionati, inclini per via della passione al crimine e alla menzogna, si compongono allo stesso modo in un popolo vero e giusto, allora è bene che il popolo sia sovrano. Una costituzione democratica è buona se per prima cosa realizza nel popolo questo stato di equilibrio, e soltanto in seguito fa in modo che le volontà del popolo siano eseguite.
Da sottolineare che con l’espressione “democrazia” ci riferiamo alla forma di governo nella quale la sovranità appartiene al popolo; vedasi l’Art. 1, Comma 2, della Costituzione italiana. Nei sistemi democratici, infatti, la sovranità, cioè il potere di comandare, nasce dalla volontà popolare e si concretizza nelle forme di una Costituzione condivisa e sottoscritta da tutti i cittadini. In Italia, per esempio, le forme dell’attuale democrazia sono state definite dalla Charta entrata in vigore il 1° gennaio 1948. Un documento contraddittorio, datato, impregnato di ideologia catto-comunista, e mai votata dal popolo “sovrano”.
In Svizzera, invece, “Cantone” significava Stato autonomo; la Costituzione è approvata tramite voto popolare, perché si è voluto sottolineare come si tratti in effetti di una Repubblica sovrana e indipendente. Naturalmente entro i limiti stabiliti dalla Costituzione federale, che viene approvata anch’essa dal popolo.

Demo diretta
La Landsgemeinde (parola tedesca per comunità rurale) è un’istituzione di democrazia diretta e un processo partecipativo che viene tutt’oggi ancora utilizzata nei cantoni svizzeri dell’Appenzello Interno e di Glarona.

L’autorità del popolo, in democrazia, non dipende affatto da sue presunte qualità sovrumane come l’onnipotenza e l’infallibilità. Dipende invece dalla ragione esattamente contraria, dall’assunzione cioè di tutti gli uomini, e del popolo tutto intero, come necessariamente limitati e fallibili. Questo punto a prima vista sembra contenere una contraddizione che deve essere chiarita. Come ci si può affidare alla decisione di qualcuno, come gli si può attribuire autorità, quando gli si riconoscono non meriti e virtù, ma vizi e manchevolezze?
La risposta sta nella generalità, per l’appunto, dei vizi e delle manchevolezze. La democrazia in generale, si fonda su un assunto essenziale: che i pregi e i difetti di uno siano anche di tutti. Se si negasse questa uguaglianza nel valore politico, non avremmo più democrazia, cioè il governo di tutti su tutti; avremmo invece qualche forma di autocrazia cioè il governo di una parte (i migliori) sull’altra (i peggiori). Se dunque tutti sono uguali nei vizi e nelle virtù politiche o ciò che è lo stesso, se non esiste alcun criterio generalmente accettato attraverso il quale si possano stabilire gerarchie di merito e di demerito, noi non abbiamo alcuna possibilità di attribuire l’autorità ad altri che a tutti insieme. Per la democrazia, l’autorità del popolo non dipende quindi dalle sue virtù ma deriva – è necessario concordare su questo – da un’insuperabile mancanza di meglio.
Populismo? «In qualità di giuristi abbiamo il nostro bel filo da torcere per trovare una definizione materiale di populismo», afferma Andreas Glaser, professore di diritto all’università di Zurigo e co-direttore del Centro per la democrazia di Aarau (zda). «Dato che non può essere realmente misurato, quello che ci rimane, spesso, è un’ampia scelta di definizioni. La maggior parte di queste concorda sul fatto che si tratta di uno stile politico che contrappone una “élite” moralmente fallita a un “popolo” oppresso, ignorato o defraudato.»
Secondo Aristotele (384 a.C.-322 a.C.) che non era un democratico, l’aspetto caratterizzante della democrazia è che in essa il criterio del numero prevale su quello del giusto: i poveri perciò prevalgono sui ricchi. Il fatto che poi, come fu tipico della democrazia ateniese, le magistrature venivano sorteggiate, va a discapito della competenza.


Ma nella Repubblica di Venezia anche questo aspetto fu superato.


Nel corso della sua storia la Serenissima assunse diversi nomi. Ai suoi albori durante l’VIII secolo la sudditanza di Venezia all’Impero Bizantino era esplicita, il doge infatti era chiamato Dux Venetiarum Provinciae. La Serenissima acquisì de facto l’indipendenza nell’840 in seguito alla firma del Pactum Lotharii. In questo accordo commerciale stipulato tra Venezia e il Sacro Romano Impero il doge fu definito Dux Veneticorum, capo dei veneti, e lo Stato da lui amministrato assunse il nome di Ducato di Venezia (in latino: Ducatum Venetiae). A partire dal 1109 in seguito alla conquista della Dalmazia e della Croazia il doge divenne formalmente Venetiae Dalmatiae atque Chroatiae Dux. Questo nome continuò ad essere utilizzato fino al XVIII secolo, epoca in cui il doge divenne “serenissimo”, ma già tra il X e il XII secolo il doge era detto “gloriosissimo”. In quest’epoca il doge era ancora considerato alla stregua di un re, anche se eletto dall’Arengo. A partire dal XV secolo i documenti in latino furono affiancati dalla lingua veneta e, nell’epoca delle signorie, anche il Ducato di Venezia si trasformò nella Signoria di Venezia (in veneto: Signoria de Venexia) che nel trattato di pace del 1453 con Maometto II è l’Illustrissima et Excellentissima deta Signoria de Venexia. Nel corso dei secoli poi, oltre a mutare il suo nome in Repubblica di Venezia, assunse altre denominazioni come Stato Veneto o Repubblica Veneta.
Fino alla sua caduta il 12 maggio 1797 ad opera di Napoleone Bonaparte, moltissime magistrature avvenivano per sorteggio. Il Maggior Consiglio era costituito da tutti gli uomini nobili di almeno venticinque anni d’età iscritti nel libro d’oro e deteneva il potere legislativo ed elettivo. Inizialmente composto da circa quattrocento membri, la sua dimensione aumentò notevolmente in seguito alla Serrata del Maggior Consiglio, tanto che nel XVI secolo ad una seduta parteciparono 2.095 nobili e nel 1527 gli aventi diritto a sedervi arrivarono a 2.746.
Qualcuno l’ha definita una repubblica oligarchica, tuttavia le famiglie dei Nobil Homini (abbreviazione N.H. o in veneziano arcaico Nobilhomo) garantivano una classe dirigente per il governo della città e dello Stato. Un corpo dirigente che faceva obbligatoriamente il proprio “apprendistato” attraverso una numerosa serie di incarichi (molti dei quali per sorteggio) che non si potevano rifiutare, salvo il pagare una sanzione pecuniaria. Una prova della libertà che vi si godeva consisteva nell’essere governati e nel governare a turno.


In realtà, il giusto in senso democratico consiste nell’avere uguaglianza in rapporto al numero e non al merito, ed essendo questo il concetto di giusto, di necessità la massa è sovrana e quel che i più decidono ha valore di fine ed è questo il giusto: in effetti dicono che ogni cittadino deve avere parti uguali. Di conseguenza succede che nelle democrazie i poveri siano più potenti dei ricchi perché sono di più, e la decisione della maggioranza è sovrana.

È questo, dunque, un segno della libertà che tutti i fautori della democrazia stabiliscono come nota distintiva della Costituzione. Un altro è di vivere ciascuno come vuole, perché questo, dicono, è opera della libertà, in quanto che è proprio di chi è schiavo vivere non come vuole. Ecco quindi la seconda nota distintiva della democrazia; di qui è venuta la pretesa di essere preferibilmente sotto nessun governo o, se no, di governare e di essere governati a turno: per questa via contribuisce alla libertà fondata sull’uguaglianza. Posti questi fondamenti e tale essendo la natura del governo democratico, le seguenti istituzioni sono democratiche: i magistrati li eleggono tutti tra tutti; tutti comandano su ciascuno e ciascuno a turno su tutti: le magistrature sono sorteggiate o tutte o quante richiedono esperienza e abilità; le magistrature non dipendono da censo alcuno o minimo; lo stesso individuo non può coprire due volte nessuna carica o raramente o poche, a eccezione di quelle militari [Aristotele si riferisce alla carica di stratego che non era sottoposta ai normali vincoli delle altre magistrature. Ndr]; le cariche sono di breve durata o tutte o quante è possibile [Aristotele, Politica, VI, 2]
A questo punto due sono gli strumenti da attivare a garanzia di un corretto funzionamento della democrazia: 1) avere strumenti di democrazia diretta di facile e tempestiva attivazione, non già come esercizio compulsivo, bensì principalmente come deterrenza; 2) la verifica della “competenza” ad accedere al sorteggio.
Uno dei modi potrebbe essere il superamento preventivo di un esame per verificare l’aderenza del candidato al sorteggio con la conoscenza adeguata per la responsabilità che il sorteggio impone.
IDEA, un gruppo di ricerca svedese, ritiene che i periodi in cui i populisti riescono ad accedere al governo siano periodi in cui molti aspetti della salute democratica, come la libertà di espressione o l’impegno della società civile, sono in declino.
Ebbene, come al solito quando si tratta di politica, la Svizzera è in una situazione piuttosto singolare in questo dibattito: se da un lato il Paese è spesso visto come un modello di stabilità e campione mondiale della democrazia (diretta), dall’altro è anche molto populista. E lo è da tempo.
Come ha fatto la Confederazione a evitare l’instabilità politica e l’infiammata retorica associata ai movimenti populisti di altri Paesi occidentali? Potrebbe dipendere dalla democrazia diretta, dicono gli esperti.
Da un lato, la democrazia diretta in realtà incoraggia il populismo permettendo l’inserimento nell’agenda politica di idee che in un sistema diverso sarebbero bloccate. Nella CH i cittadini possono proporre emendamenti costituzionali, e votano fino a quattro volte l’anno su iniziative popolari e referendum. Possono così aggirare l’interesse delle élite.
Ma la democrazia diretta tempera il populismo per lo stesso motivo, ossia con la richiesta costante del contributo dei cittadini nel processo politico. Gli elettori svizzeri, avvezzi a votazioni e deliberazioni a scadenze regolari, hanno molte possibilità di far sentire la loro voce. Così, i problemi politici “emergono più velocemente, più chiaramente, e devono essere risolti”, dice l’analista Claude Longchamp.
Infine, giocano un ruolo anche la cosiddetta “formula magica”, ossia il fatto che la composizione del governo svizzero rappresenta tutto il Paese proporzionalmente, e il governo adotta le decisioni in modo consensuale.
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Dalla Venezia di mare alla Repubblica veneta veneziana

Messaggioda Berto » dom lug 26, 2020 4:10 am

Scoperta a Torcello: Venezia è nata carolingia e non bizantina
Cinzia Dal Maso
24 luglio 2020

https://www.archeostorie.it/scoperta-a- ... arolingia/


Trovati a Torcello affreschi del IX secolo, i più antichi mai scoperti a Venezia. Raccontano una storia molto diversa sulle origini della città

A Torcello!

“Ma non sono di Venezia, vero?” “Sì proprio di Venezia. Anzi meglio, di Torcello!”. Non credeva ai propri occhi l’epigrafista Flavia de Rubeis di fronte a quel che l’archeologo Diego Calaon le mostrava in foto: affreschi del IX secolo, i più antichi mai trovati a Venezia. E corredati da didascalie dipinte con una grafia chiaramente carolingia. Questo mentre da sempre si dice che Venezia è stata l’irriducibile baluardo dell’Impero bizantino in occidente. Erano ancora i giorni del lockdown, ma de Rubeis non ha resistito: ha preso il primo treno da Roma e si è catapultata a Torcello per vedere quella ‘stranezza’ di persona.

Ora che l’ha studiata con cura, de Rubeis conferma: è grafia diffusa solo nella pianura padana e solo nel IX secolo. E i suoi legami sono col resto dell’Europa, non di certo con Bisanzio! Lo stesso si può dire dello stile dei dipinti, con quei colori vivaci e quell’horror vacui (il bisogno di decorare tutti gli spazi disponibili) che sono l’opposto della ieraticità bizantina. Ritraggono da un lato Maria e un’ancella, dall’altro un bel San Martino.

Restauri e scavi importanti

Li hanno scoperti gli archeologi dell’Università di Venezia che, guidati da Diego Calaon, stanno supportando il lavoro dei restauratori che consolidano i mosaici e le murature delle absidi della Basilica di Santa Maria Assunta a Torcello. Sono lavori decisi dal Patriarcato di Venezia a seguito dell’eccezionale acqua alta del novembre scorso, e finanziati da Save Venice con 2 milioni di euro. Nella cappella del Diaconico, l’abside destra della basilica, gli archeologi hanno indagato lo spazio tra la volta decorata a mosaici e il tetto: uno spazio colmo di macerie ma che, svuotato, ha rivelato i pochi affreschi rimasti alle pareti.

Quale storia raccontano? Calaon ne è convinto da tempo: quel che la storiografia veneziana ci ha fatto credere, per convenienza, non è la storia vera. La verità è che la Venezia delle origini era, come tutta la terraferma di allora, soggetta ai Carolingi. Politicamente e culturalmente, Venezia è nata carolingia. “Lo aveva già affermato lo storico Wladimiro Dorigo negli anni Novanta del secolo scorso – ricorda – Diceva persino che il primo edificio della Basilica di San Marco, sempre di IX secolo, assomigliava alla Cattedrale di Aquisgrana”.

Calaon lavora da anni per portare sempre più alla luce, fuori dalle ombre del mito, la vera storia delle origini di Venezia. Con gli strumenti dell’archeologia. Proprio per questo ha scavato a Torcello che fu uno dei primi luoghi dove, dopo il tramonto dell’impero romano, si stabilirono coloro che prima abitavano in terraferma. In particolare le genti di Altino, città romana ai bordi della laguna: poiché il loro porto si impaludava, per commerciare gli altinati si sono spostati sempre più verso il centro della laguna. Prima a Torcello e poi a Venezia.

Non ci fu, dunque, una fuga repentina dai barbari che invadevano la penisola, come dice la vulgata, ma un progressivo spostarsi verso la laguna. Per ragioni di sicurezza, visto che non c’era più l’Impero a garantirla, ma anche ragioni commerciali, perché neppure le strade c’erano più e si doveva commerciare per mare. E chi vive da quelle parti, è commerciante da sempre.

Torcello è dunque la pietra miliare per capire davvero come nacque Venezia. E infatti lì Calaon ha trovato strutture portuali, arsenali, magazzini, officine, abitazioni. Ha studiato anche molto la Basilica, convinto che l’edificio che oggi vediamo sia di IX secolo e dunque carolingio. Ora ne ha le prove: gli affreschi, le molte sculture trovate, e anche le indagini sulle murature. Inoltre, scavando sotto l’altare del Diaconico ha raggiunto le fondazioni, che sono indiscutibilmente di IX secolo. Poi dunque, nell’XI secolo, la Basilica fu ridecorata e non riedificata, e gli affreschi furono sostituiti dai meravigliosi e famosi mosaici in stile bizantino. Perché allora le cose erano oramai cambiate. Radicalmente.

Commerci mediterranei

Cos’è accaduto? Calaon la spiegazione ce l’ha, alla luce dell’archeologia. La prima menzione ufficiale di Venezia risale all’anno 814, anno della pace di Aquisgrana, un accordo tra carolingi e bizantini dai contorni poco chiari. “Subito dopo, Venezia emette la sua prima moneta – racconta Calaon – Sul fronte c’è la città di Venezia; sul retro il volto di Ludovico il Pio, figlio di Carlo Magno e suo successore. Il legame tra la città e l’imperatore è dunque chiaro”.

Calaon continua a parlare dei mercanti veneziani che navigarono per tutto il secolo per conto dei Carolingi, commerciando con Alessandria d’Egitto più che con Costantinopoli: le influenze islamiche nell’arte veneziana vengono da lì, come anche il santo protettore, San Marco, il cui corpo fu ‘trafugato’ da Alessandria proprio nel IX secolo. Poi però Alessandria decadde come porto commerciale, e la potente flotta commerciale veneziana approfittò della crisi scoppiata allora a Costantinopoli per sostituirsi pian piano ai bizantini nei traffici con l’Oriente.


Venezia bizantina

Siamo quindi giunti a cavallo tra il X e l’XI secolo quando il doge Pietro Orseolo II riesce finalmente a debellare i pirati garantendo una navigazione sicura in Adriatico. Stipula quindi un trattato di amicizia con Costantinopoli, la Bolla d’Oro. Fa sposare suo figlio maggiore Giovanni con una principessa bizantina, mentre il figlio Orso, diventato vescovo di Torcello, fa ridecorare la basilica in stile bizantino. È il punto di non ritorno: Venezia è oramai tutta rivolta a oriente. Venezia è bizantina. Pronta anche a reinterpretare in questa luce la propria storia.
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