Veneto:etimoloja, xenetega e storia

Veneto:etimoloja, xenetega e storia

Messaggioda Berto » sab nov 30, 2013 6:53 pm

Veneto:etimoloja, xenetega e storia
viewtopic.php?f=134&t=24
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... QxZzQ/edit


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???

Sora el nome “Veneti” (etimołoje xvare)


1. http://www.comuni-italiani.it/05/index.html
Regione Veneto
Etimologia (origine del nome)
Il nome si collega all'antico nome di popolo: Veneti che a sua volta deriva da wene-to che probabilmente significa "vittorioso".

2.Omero li chiamò "Evetoy" e così i tutti Greci, i Latini li dissero "Heneti" ben sapendo, come ci tiene a precisare Plinio (N.H. 37, 43) che questo termine era la traduzione di quello Greco.
Il significato Greco della parola EVETOY è: degni di lode, o lodevoli.
...
Tutto ciò è anche attestato da Cesare nel suo "de bello Gallico" e, inoltre, la radice stessa del nome che , a detta di molti altri, deriverebbe dall' indoeuropeo Wenèt "conquistatori".
Un' autorevole fonte(la Fogolari) aggiunge chei popoli attestati nella nostra regione vi giunsero alla fine del secondo millennio, provenienti attraverso i Balcani e i corsi dei fiumi Danubio - Sava - Drava (è la stessa degli Istri, che, secondo Giustino, scrittore Romano del II sec. D. C., vennero dalla Colchide inseguendo gli Argonauti), portando con sé la cultura del ferro, allora sconosciuto in loco.
...
2. Secondo Marcellino avrebbero impunemente affrontato più volte l' Atlantico, spingendosi fin oltre le più lontane terre conosciute, fin nella leggendaria "Ultima Thule" descritta da Pizia il Greco.
Il termine "Veneti" deriva dalla radice celtica vindo, presente in numerose denominazioni di luoghi e paesi e che sta per "bianco" o , alternativamente, per "razza scelta".
Curiosamente secondo gli storici dell' antichità - che in questo mostrano una sorprendente concordanza - i Veneti sarebbero gli ultimi superstiti di Atlantide.

4. http://it.wiktionary.org/wiki/veneto
Dal veneto "vèneto" attraverso il latino "Venetu(m)".

....

Pensè ke etimołoje ke łi ga catà i doti:

1 e 2 e 3) Vitorioxi, degni de lode, concoistadori, ràsa çelta (razza scelta) cusi i pori veneti łi se sente contenti.

4) coesta ła xe beła l'etnego Veneto el vien da ła voxe veneta "veneto" ma traverso el latin "Venetu(m)

...

Altre etimoloje tratà pì vanti
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Veneto:etimoloja, xenetega e storia

Messaggioda Berto » dom dic 29, 2013 7:39 am

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Re: Veneto:etimoloja, xenetega e storia

Messaggioda Berto » mer ott 29, 2014 10:54 pm

Eco coel k'a scrive Françisco Villar ente ła so opara:

LI ENDOUROPEI E ŁE OREXINI DEL’OUROPA

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Sto otor ensegna łengoestega endoropea inte l’ogneversetà de Salamanca (penixla iberega, comonetà otonoma de Casteja e Leon).

Nota mia:
Come tuto coel ke i dixe torno ła storia de łe łengoe i endoropeisti xe da ciaparli co i pironei o e pinsete, parké i gà na vista on fià deformà de łe robe.
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Capitolo ottavo

Gli slavi e i venedi

Slavo è una parola con una storia curiosa.
Deriva in ultima analisi da slovĕne, nome con cui questo popolo chiama se stesso.
La parola in greco medievale assunse la forma σχλαβηνός, a partire dalla quale si creò un derivato regressivo σχλάβος, già attestato dal VI secolo d.C.

Durante il Medioevo gli slavi furono vittime del commercio schiavista di Bisanzio (cristiana), sicché il nome del popolo divenne denominazione generica di «schiavo».
La schiavizzazione degli slavi nel Medioevo è storicamente documentata.
È invece del tutto priva di fondamento la vecchia tesi di Peisker, per il quale la condizione di schiavo sarebbe stata per questo popolo costante fin dall’antichità, sottomesso di volta in volta al servizio di nuovi popoli.
A causa di uno di quegli imprevedibili capricci dell’evoluzione semantica, una parola il cui significato originario era ben diverso ha finito col significare «schiavo».

Sembra evidente la sua appartenenza alla radice indoeuropea *kleu-/ klou-/-klu- «sentire» che con fonetica slava diventa slav- (slava «fama») e slov- (slovo «parola»).
Perché è normale nella famiglia indoeuropea l'associazione in questa stessa radice delle nozioni di «sentire, ascoltare» (come in greco χλυθι «ascolta!») e di «fama, reputazione, gloria» (come in italiano inclito «illustre, famoso»).

Ciò rivela naturalmente una determinata concezione dei valori nella società indoeuropea: la gloria dipende soprattutto da ciò che «si sente dire» di una persona, dal fatto che il suo nome vada di bocca in bocca.
È questo infatti che alla fine rende nobili.
Anche «nobile/ignobile» (latino gnobilis/ignobilis) ha un'etimologia basata sullo stesso sostrato di valori sociali: «noto/ignoto».
Così pure fama «ciò che si dice di qualcuno»,
I percorsi per etimologizzare il nome degli slavi a partire da questa radice sono due: se slovĕne fosse un derivato dì slava «fama», gli slavi sarebbero «i famosi, i rinomati»; se lo fosse di slovo «parola» sarebbero «i parlatori».
Secondo alcuni, quest’ultima ipotesi sarebbe appoggiata dal fatto che gli slavi chiamano i tedeschi nĕmĭci «i muti». I più scettici dubitano di entrambe le etimologie osservando che i suffissi slavi in -ĕn, -enin, -janin (come quello di slovĕne) sono caratteristici dei derivati dai toponimi, di modo che in questo caso slavo significherebbe «abitanti di *Slovo».
Tuttavia *Slovo non si conosce né ha una forma o un legame etimologico che ne renda plausibile la condizione di toponimo.
Come ho già detto altrove in questo libro, il nome con cui si designano i popoli a volte non è il medesimo nella lingua autoctona e in quelle straniere.
I nomi etnici indigeni (endoetnici) hanno in generale un carattere diverso da quelli stranieri (esoetnici). Questi ultimi comprendono denominazioni ironiche, dispettose, che alludono a difetti o a caratteristiche ridicole. Tipicamente esogeno è l'etnico nĕmĭci «muti» detto dei tedeschi.
Tra i nomi che i popoli danno a se stessi, invece, è normale che abbondino gli aggettivi encomiastici che alludono al valore, al potere, alla forza, cosa frequente per l’appunto tra i popoli indoeuropei antichi. E in questo senso l’interpretazione di slovĕne, indubbiamente endoetnico, come «i famosi, i nobili» è quella che risulta più attraente.

Gli slavi non sono presenti tra i popoli che si scontrarono con l’impero romano e, pertanto, non abbiamo dettagliate informazioni di epoca antica su di loro.
Nonostante ciò, gli studiosi raccolgono, com’è naturale, qualsiasi allusione fugace che nella storiografia greca o romana si possa trovare. Naturalmente col nome di slavi non compaiono fino al VI secolo d.C. Una delle prime menzioni, se non addirittura rigorosamente la prima, è di Jordanes, storico dei goti (verso il 550 d.C.).

Con altri nomi però potrebbero essere stati citati fin da Erodoto (V secolo a.C.).
Quando descrive il paese degli sciti, lo storico greco potrebbe riferirsi a loro coi nomi di budini, sciti agricoltori e neuri, che avrebbero abitato a ovest del corso medio del fiume Βορυσθέης (Boristenes), l’attuale Dnepr.
Sempre secondo Erodoto, quando Ciro attacceò gli sciti, alcuni di loro si sarebbero spostati più a nord, sfuggendo alla pressione persiana.
Non è necessario esagerare l’importanza che queste citazioni, nonostante la loro modestia, hanno per la localizzazione della patria originaria degli slavi.
Sfortunatamente, però, non siamo sicuri che si tratti effettivamente degli slavi. Dobbiamo fare un salto di cinquecento anni, fino ad arrivare a Pomponio Mela, Plinio, Strabone e Tacito, per trovare allusioni ragionevolmente sicure.
In questi autori si parla del popolo dei Venedi, parola che ha alcune varianti, la principale delle quali è Venethi.
Sia Plinio sia Tacito collocano i venedi sulle sponde della Vistola, che Plinio significativamente chiama Vistla, forma che coincide esattamente con quella che si potrebbe ricostruire, attraverso procedimenti linguistici, come antecedente protoslavo delle denominazioni slave storiche di questo fiume (Wisła).
Un secolo più tardi Tolomeo dice dei venedi che sono un popolo di considerevoli dimensioni ubicato nel Golfo vendico, indubbiamente la regione della moderna Danzica.
L’argomento della Vistola è forte come dimostrazione del fatto che i venedi sono slavi.
Un po' dopo, però, c’è una conferma esplicita in Iordanes quando dice che nei pressi dei Carpazi, a cominciare dalle sorgenti della Vistola, abita la popolosa razza dei veneti che occupa una grande distesa di terra, e aggiunge che si dividono in due gruppi principali, gli slavi e gli anti.
La relazione esatta tra le due denominazioni, slavi e venedi, è incerta, anche se ci sono ragioni per pensare che venedi erano originariamente gli slavi più occidentali.
Venedo ha a sua volta un'etimologia nota, a partire dalla radice *wen- «amare»: *wenetoi sarebbero «gli amati» o forse «gli amabili, gli amichevoli».

Si tratta inoltre di un etnico presente in vari rami della famiglia indoeuropea:
i veneti dell’Adriatico settentrionale (italici) che diedero il nome a Venezia;
una tribù illirica nei Balcani, che i greci chiamano 'Eνετοι;
una tribù celtica conosciuta da Cesare (i veneti) che ha lasciato traccia del nome nella città francese di Vannes;
e infine i venetulanos del Lazio.
La variante con -d- (venedi) si deve alla trasmissione attraverso lingue germaniche, dove la forma originaria con -t- subì gli effetti della rotazione consonantica del germanico, per la precisione con la sonorizzazione di Verner.

Nonostante queste citazioni nelle fonti antiche, gli studiosi moderni non sono concordi nel delimitare con esattezza la patria originaria degli slavi. Benché ci siano numerose proposte, ciascuna di esse con diverse varianti, le più fondate possono ridursi a due gruppi.
Secondo la prima ipotesi, che usualmente viene chiamata ipotesi sud-orientale, si troverebbe nel territorio compreso tra il lato nord dei Carpazi, le terre paludose del Prip’at, il corso medio del Dnepr e il fiume Bug occidentale, territorio che appartiene oggi alla Polonia e alla Bielorussia.
Per la seconda, chiamata ipotesi occidentale, la patria degli slavi va situata nelle valli della Vistola e dell’Oder, in territori che oggi appartengono alla Germania e alla Polonia.
A queste ipotesi di tradizione più o meno vecchia, bisogna aggiungerne alcune recenti, in particolare quella di J. Udolph, basata principalmente su argomenti di toponomastica. Udolph propone un’area situata tra l’Ucraina occidentale e la Polonia meridionale, area che coincide con la regione tradizionalmente chiamata Galizia.
Citerò anche quella del russo Trubačëv, che pensa che la prima culla degli slavi sia nella regione danubiana, ipotesi che può rientrare in un terzo gruppo che ha per comune denominatore l'ubicazione a sud dei Carpazi.
Come si può osservare, ad eccezione di quelle sudcarpatiche, tra le altre ipotesi non esistono abissi invalicabili, poiché ruotano tutte attorno a territori dell’attuale Polonia, tenendo conto dei confini sempre fluidi dei popoli dell'antichità.
Comunque sia, considerazioni di natura linguistica suggeriscono contatti dello slavo comune con lingue diverse, cosa che permette una delimitazione della zona in termini di lingue.
A ovest deve essere stato in contatto con celti. e germani; a nord con i balti; a sud-est con popoli iranici, forse sciti; e a nord-est con genti non indoeuropee della famiglia ugro-finnica e forse anche altaica.

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Al di là di sporadiche citazioni in storici greci e romani, gli slavi entrano veramente nella storia abbastanza tardi, dopo le grandi migrazioni. Sembra che abbiano cominciato a muoversi già dal I secolo d.C., prima verso ovest, verso la regione del Danubio, occupando almeno in parte l'attuale Ungheria.
L’episodio finale, che si concluse con l'occupazione dei Balcani, sembra sia stato scatenato dal collasso dell’impero unno, verso il 455.

Fino alle grandi migrazioni gli slavi erano rimasti in un territorio di proporzioni piuttosto modeste, frequentemente attraversato e forse devastato da diverse genti, soprattutto celti e germani e infine unni
Nel VI secolo, quando le grandi migrazioni terminarono, gli slavi si trovavano insediati in vastissime regioni, dal Baltico al Mediterraneo, dall’Elba, dalle selve della Boemia e dalle Alpi, fino al Don.
A quest’epoca lo storico Procopio ci dice che gli slavi si dividono in tre tribù: anti o slavi dell’est; sklaveni o slavi del sud e veneti o slavi dell’ovest.
Ci sono però motivi per pensare che tale divisione non dovesse avere in quel momento contenuto dialettale, ma meramente geografico o forse etnico.
Nei secoli successivi il territorio occupato dagli slavi non seguì dappertutto la stessa sorte.
Nei Balcani le popolazioni slave trovarono vari tipi di sostrato: greco, latino (non solo) e, forse, illirico e tracio.
La slavizzazione riuscì a trionfare su quasi tutta la costa dalmata e nella zona centroorientale (Bulgaria).
Gli slavi furono invece assorbiti a sud della costa dalmata dagli illiri (Albania), in tutto il sud e sud-est dai greci (Grecia), e a nord-est dai latini (Romania).
Nell’Europa centrale occuparono zone che per secoli erano appartenute ai celti, poi sostituiti (saria mejo dir integrà) dai germani, in territori che oggi fanno parte della Polonia, della Germania, della Slovacchia e della Repubblica Ceca, fino a scontrarsi con diverse stirpi germaniche, soprattutto il regno dei franchi.
Così come pure occuparono la regione che oggi corrisponde all’Ungheria, il cui suolo ha visto succedersi diverse stirpi indoeuropee: la dacica, la pannonica, con rapporti più o meno prossimi agli illirici, la celtica, la sarmatica, la latina, la germanica (con varie tribù) e infine la slava.
L’Ungheria rappresentò il punto di massima espansione raggiunta dagli slavi nell’Europa centrooccidentale.
A partire da allora iniziò una recessione della loro presenza, che è durata per tutto l’ultimo millennio.

Già nel IX secolo si verificò un’invasione di elementi ugrofinnici in Ungheria, provenienti dai versanti sud-orientali degli Urali, che si imposero sugli slavi e diedero al paese magiaro la sua attuale identità. Nella stessa epoca in Bulgaria penetrò un’invasione di temibili cavalieri di filiazione uraloaltaica, probabilmente di tipo turco-mongolo, che erano chiamati bulgari.
Ma accade l’inverso di quanto era avvenuto in Ungheria: queste genti furono assorbite dagli slavi e lasciarono il ricordo del loro passaggio soltanto nell’attuale nome del paese.
Anche a ovest, alla frontiera con la Germania, è avvenuta una recessione slava che ha comportato la scomparsa di una parte dei dialetti più occidentali, che siamo soliti chiamare lechiti.
Tra l’altro, gli incidenti di frontiera tra germani e slavi sono continuati fino al XX secolo, con una serie di episodi che culminarono con lo scoppio della seconda guerra mondiale (i Sudeti, Danzica).
Forse grazie al riconoscimento reciproco delle frontiere attuali sarà compiuto un processo di consolidamento durato più di mille anni.

L'espansione slava verso Oriente è invece continuata ininterrottamente fino ai giorni nostri. Verso nord-est è avvenuta a spese dei balti, gli antichi vicini settentrionali degli slavi.
E verso est, soprattutto a spese di popolazioni ugrofinniche e altaiche. Nel 1860 i russi fondarono la città di Vladivostok, «il dominatore dell’Oriente», su ciò che fino ad allora era stato un piccolo paesino di pescatori manciù.
Così le lingue slave raggiunsero la costa del Pacifico.

I primi documenti in assoluto scritti in lingua slava risalgono al IX secolo d.C.
In quel momento tutti gli slavi parlavano una lingua, sostanzialmente la stessa (?). Sicuramente c’erano delle differenze dialettali, come in qualsiasi lingua comune a un’ampia popolazione.
Forse però non maggiori di quelle esistenti nell’italiano contemporaneo (coxa intendeło sto Villar ?).
L'attuale divisione dialettale slava fu il risultato dell’emigrazione, avvenuta, com'è naturale, vari secoli dopo che quella avesse luogo.
I grandi periodi di cambiamenti linguistici sono, spesso, conseguenza di grandi cambiamenti politico-sociali.
Tra l’VIII e l’XI secolo si verificarono importanti eventi nel mondo slavo. Fu l'epoca in cui si costituirono nuovi stati in mezzo a guerre sia tra di loro, sia contro genti non slave. E, in sintonia con i grandi turbamenti politici, nell’XI secolo i dialetti del sud e dell’ovest appaiono già nitidamente stabiliti. Quelli orientali avrebbero invece tardato un po’ di più a stabilizzarsi.
Nell’820 il principe Rostislao di Moravia chiese aiuto all’imperatore di Bisanzio, Michele III, per controbilanciare l'influenza germanica in Occidente.
L’imperatore, d’accordo con il patriarca di Costantinopli, Fozio, scelse per questo compito i monaci Cirillo e Metodio.
Questa scelta si rivelò di capitale importanza per lo sviluppo e la configurazione dei caratteri specifici della cultura slava.
Cirillo e Metodio erano due fratelli nati a Tessalonica.
La loro città aveva subito ripetuti attacchi slavi ai quali era riuscita a resistere. Era però circondata da popolazione slava.

E di sicuro i fratelli, anche se di madrelingua greca, conoscevano bene quella lingua, requisito essenziale per la missione che era stata loro affidata.
Pochi anni dopo avevano creato una liturgia cristiana in lingua slava e tradotto la Bibbia.
Lo slavo però non era stato mai messo per iscritto prima e le caratteristiche della fonetica rendevano impossibile l'uso diretto dell’alfabeto greco e latino. Fu per questo che i fratelli si videro costretti a improvvisarne uno, basato fondamentalmente sul greco. L'efficacia e la rapidità del loro operato è testimoniata dal fatto che cinque anni dopo, nell’867, l’arcivescovo germanico di Salisburgo si lamentò con il papa Niccolò I della slavizzazione della liturgia e chiese che la Moravia fosse messa sotto la sua giurisdizione ecclesiastica e che fosse accettata solo la liturgia in latino.
Cirillo e Metodio vennero convocati a Roma. Quando vi giunsero, nell’868, c'era però un nuovo papa, Adriano II, che si lasciò convincere dalle loro argomentazioni e li autorizzò a continuare il loro lavoro in slavo. Ma Cirillo non sarebbe più tornato in Moravia. Morì a Roma e fu il fratello Metodio a ritornare in qualità di vescovo di Sirmio, con giurisdizione sulla Moravia e la Slovacchia.

La pressione germanica continuò con alterne vicende durante tutta la vita di Metodio. Quando questi morì, nell’885, gli successe un vescovo germanico, Wiching, che espulse i discepoli slavi di Cirilloo e Metodio.
Lo stato della Grande Moravia non tardò a capitolare agli attacchi di tedeschi e magiari. I discepoli di Cirillo e Metodio furono ben accolti in Bulgaria, da dove esercitarono la loro influenza non solo sui Balcani, ma finanche sugli slavi dell’est a Kiev e su quelli dell’ovest in Polonia e Croazia. Però, con lo scisma della Chiesa orientale da quella occidentale gli slavi si divisero. Quelli che restarono con la Chiesa occidentale finirono con l’adottare la liturgia romana e con essa l’alfabeto latino.
Quelli che invece rimasero con la Chiesa orientale, conservarono la liturgia in slavo e di conseguenza l’alfabeto cirillico.
L'alfabeto caratteristico degli slavi ortodossi è il cirillico, così chiamato in onore di Cirillo. Tuttavia, quello inventato da Cirillo e Metodio è un altro, più antico, chiamato glagolitico, nome che ebbe origine in Croazia, dove i sacerdoti che celebravano la liturgia in slavo venivano a loro volta chiamati glagoljaši (da glagoljati «dire, predicare»).
I più antichi testi slavi sono in glagolitico.
Ma, con l'eliminazione della liturgia slava in Moravia, questo alfabeto cadde in disuso. I discepoli di Cirillo e Metodio accolti in Bulgaria ne crearono uno nuovo, il cosiddetto cirillico, che in sostanza è quello che ancora oggi continua a essere in uso in diversi paesi slavi.
Gli slavi di professione cattolica utilizzano invece l'alfabeto latino, che nella sua forma originaria risulta poco soddisfacente per rispecchiare la fonetica slava, sicché fu necessario fare degli adattamenti. Il sistema che ha prevalso, basato su segni diacritici, è quello introdotto all’inizio del XV secolo dal grande umanista ceco J. Hus.
La lingua dei primi documenti slavi, che risalgono come ho detto al IX secolo, è chiamata slavo antico. Poiché in origine aveva un'utilizzazione ecclesiastica, viene chiamata anche slavo ecclesiastico antico. Infine, poiché la maggior parte dei documenti provengono non dalla fase della Moravia ma da quella bulgara, viene anche chiamata bulgaro antico.

Come dicevo prima, nel IX secolo le lingue slave non erano ancora differenziate (?). Lo slavo continuava a essere fondamentalmente una lingua unitaria (?). Il bulgaro antico veniva utilizzato senza la benché minima difficoltà per la liturgia di tutti gli slavi. Si è spesso detto che lo slavo antico è così vicino allo slavo comune che ne assolve a tutti gli effetti pratici le funzioni nella ricostruzione storico-comparativa.
Una situazione così favorevole nell’attestazione di una lingua comune intermedia tra l’indoeuropeo e i dialetti storici non ha corrispondenza al di fuori dello slavo, Sicché in linguistica storico-comparativa basta utilizzare lo slavo antico, giacché tutti gli altri dialetti derivano da uno stato di lingua praticamente identico a esso (mah?).

I tratti che caratterizzano lo slavo comune rispetto alle altre lingue indoeuropee sono numerosi. Trai più interessanti c'è lo sviluppo di un sistema originale di espressione dell’aspetto verbale, che diviene il fulcro del sistema: ciascuna azione verbale in slavo dispone di due verbi completi, uno dei quali la esprime con aspetto durativo, l’altro con aspetto puntuale. Ugualmente caratteristica è una riorganizzazione dei temi nominali, mediante la quale i temi in -a e -u esprimono il maschile e quelli in -ā e -i il femminile.
Dal punto di vista fonetico, lo slavo è una lingua satəm; e in origine fu anche una lingua /a/, che, come risultato della perdita delle opposizioni di quantità nelle vocali, realizzò una tarda e originale differenziazione di a/o, diversa da quella delle altre lingue indoeuropee.
Dal punto di vista lessicale, lo slavo comune offre insieme al vecchio vocabolario indoeuropeo ereditato, un gruppo di parole di innovazione specificamente slava; altre, sempre nuove, condivise con il baltico, a causa della loro secolare prossimità.
Come prestiti da altri popoli vicini, ce ne sono alcuni di provenienza iranica, appartenenti all’ambito della religiosità; altri più moderni, di origine germanica, rientrano nella sfera dell’industria e del commercio.
La prossimità tra lo slavo comune (ricostruito con il metodo comparativo) e lo slavo antico può verificarsi nelle seguenti coppie, il cui primo membro è sempre la forma che corrisponde allo slavo comune ricostruito: *sĭrdĭce/srŭdĭce «cuore», *vĭlkŭ/vlĭkŭ «lupo», *dĭnĭ/dĭnĭ «giorno», *synŭ/synŭ «figlio», *sestra/sestra «sorella», *bratrŭ/bratrŭ «fratello».

La diversificazione dello slavo, come ho già detto, si verificò nei secoli successivi (in parte ła ghe jera xa in vanti de ła diaspora). Frutto delle emigrazioni e dei corrispondenti insediameti storici, la dialettalizzazione si è prodotta nella sua quasi totalità con essi (sołita vixion tradisional xbajà come inte ła teoria romansa). Come suole accadere in questi casi, in realtà non ci sono vere frontiere tra i dialetti, bensì transizioni graduali che configurano un vero continuum, eccetto nelle zone in cui viene interrotto dalla presenza di popolazioni non slave, come accade con la linea formata da est a ovest da Romania, Ungheria e Austria.

Si configurano così tre gruppi dialettali.
1) Gruppo meridionale. Comprende tutte le varietà di slavo a sud della citata linea, nell’ex Jugoslavia e in Bulgaria. Tra esse si trova il bulgaro, parlato principalmente in Bulgaria, ma che si estende anche verso la Bessarabia e l’Ucraina. Il macedone, nella repubblica di Macedonia. Il serbo-croato, parlato nella maggior parte delle regioni di Serbia, Bosnia, Croazia e Dalmazia, è la varietà che è servita da base per la lingua letteraria, che si scrive in alfabeto cirillico tra gli ortodossi e in alfabeto latino tra i cattolici, Infine c'è lo sloveno, parlato nella repubblica di Slovenia, confinante con l’Austria e l’Italia (saria mejo dir ła Venetia). Lo slavo antico o bulgaro antico, in quanto contiene principi di dialettalizzazione (mah?), è ovviamente membro di questo gruppo.
2) Gruppo orientale. Chiamato anche gruppo russo, ha tre varietà principali. Il grande russo nella repubblica di Russia, che chiamiamo semplicemente russo. La seconda è il piccolo russo o rutenio, chiamato oggi ucraino, che si parla principalmente in Ucraina. La terza è il russo bianco, lingua della Bielorussia.
3) Gruppo occidentale. Comprende il polacco (Polonia), il ceco (Boemia e Moravia), lo slovacco (Slovacchia) e i dialetti lechitici. Questi ultimi sono la varietà più occidentale e pertanto sono più pressati dal tedesco.
Sono vari e diversamente conservati.
Tra essi, il sorabo (con due varietà: inferiore e superiore), detto anche lusaziano perché parlato in Lusazia; un altro suo nome è vendico (Wendisch in tedesco), erede del venedico delle prime attestazioni.
Il polabo, scomparso nel XVIII secolo.
E il pomerano (ovviamente in Pomerania), che rappresenta i resti dello slavo parlato una volta sulle sponde del Baltico; di esso sono giunte fino al XX secolo due varietà: lo slovinzo, attualmente estinto, e il casciubo, minacciato di estinzione.

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Note mie:
Sto toco xe interesante par naltri parké ‘l fa ‘n strucon (sintexi) de fati storeghi ke ne parmete de capir mejo come ca xe nà łe robe e de no far confoxion tra i veneti del Veneto e i venedi-xlavi (xe posibiłe ke miara de ani vanti Cristo i veneti de ła Paflagonia e coełi del Baltego e de ła Bretagna i ghèse n’orijene comone, ma no xe dito, veneti/venedi pol esar in orijine on nome jenerego par endegar omani ke vive rente łe acoe o pałui come ca dixe Giovanni Semerano).
E comoncoe al fin de ła nostra edentetà veneta e de coeła xloena gà poca enportansa.
Vanti ke rivàse i cisita diti xlavi in Xloenia (VI secolo), kista jera xa abetà da jenti çelto-istro-venete-latino-goto-łongobarde- ecc, co resti de łe popołasion dite tradisionalmente pre-endoropee (anca se no saria purpio justo ciamarle cusì secondo ła teoria de la continuità de Mario Alinei, come ki da naltri xe i euganei e i liguri).

I xloeni de ancò i xe costituii da on strato comun a coeło nostro in pì i gà ‘l strato xlavo e calcoxa de altro .

No ghemo da farse ensemenir dai nomi, come łe rane ke daspò łe vien ciapà co 'l finfoło.

El çentro de ła nostra edentetà xe kì inte ła nostra tera, endependentemente da indoe xe rivà in evi/ere/tinpi diversi tuti i migranti ke costituise łe xenti venete, ke xe ła nostra jente.
Ła nostra strategrafia edentetaria scuminsia dal Pałeołetego sotan o enferior, co i rancuradori-caçadori-pescadori e daspò se gà xontà tuti staltri, calke contadin, calke xlevador, calke xminador e metałurgo e daspò tuti staltri navigadori, comerçanti, goerieri e preti (a prasindare da come ca i vien ciamà : euganei, veneti, çelti, reti, greghi, feniçi, etruski, latini, goti, longobardi, ...).
Naltri semo fati da tuta sta jente ke se gà xmisià e el nostro nome xe sta dà da una de tute ste jenti ke vegnea ciamà Veneti e ke xe coełe ke pì de tuti gà marcà ła nostra storia, cultura, łengoa e edentetà.
Łe nostre raixe łe se perde e łe se cata rento coełe comun oropee (dal Baltego a ła Britania, dal mar Nero a l’Iberia), mediterane, mexopotameghe, afregane, axiateghe, łongo el Danobio, el Reno, ła Vistoła, el Po, el Piave, l’Adexe, ła lagona veneta, l’Adreatego.
No stemo devegner màti co ła Paflagonia, co i Cimeri o co ‘l Baltego, ke in ogni caxo i saria ona e solké ona de łe conponenti storeghe de ła nostra jente e edentetà.


Na roba ga en comun tute łe jenti d’Oropa co ‘l nome conpagno de “veneti/veneti, ecc” e xe ła speçałixasion antropołojega/etnołojega de l’abitat.
Tute sti omani ciamà “veneti/venedi” sta inte are/moje piene de acoa e rente al mar (Paflagonia/mar Nero, Veneto/Adreatego, mar Baltego, costa Bretone e Bretanega).
Sta speçałixasion antropołojega se pol farla rivar/risałir/vegner da l’omo herectus-sapiens co ‘ncora ‘l jera in Afrega e calke banda de herectus-sapiens ghea inparà a “pescar” inte l’acoa dei flumi e de łaghi e daspò in te łe łagone rente el mar, vanti de inparar a navegar. Dexine de miara de ani vanti ke nasése l’agricoltura e ‘l xlevamento de łe bestie.
Co ghe xe stà ła dispersion da l'Afrega verso l’Axa e l’Oropa sti s-ciapi xe nà inte i posti indoe ke i savea/sava/seva mejo vivar.
Mi scometaria ca se fése na çerca jenetega e łengoestega (mirà) tra łe popołasion de łe are/aje/tere/aree łagonari dei tri continenti (Afrega, Axa, Oropa) se podaria catar on fiło condutor.
Altri omani se ghea speçałixà in te ła caça drio łe mandre de bestie, antri in łoghi (habitat) come łe foreste, łe savane, łe praterie, i monti, i dexerti, nandoghe drio a i canviamenti clemateghi e anbientałi.



L’endouropeista Francisco Villar e la Teoria de la Seitansa
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... hjUFE/edit
Immagine


La falba teoria endouropea
viewtopic.php?f=176&t=269

La fola de l’endouropeo – la protolengoa endouropea
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... I5Nnc/edit
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Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Veneto:etimoloja, xenetega e storia

Messaggioda Berto » sab nov 15, 2014 7:11 am

???

Da:
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Toponomastica d’Italia
de Giovan Battista Pellegrini
pag. 130

Nomi di origine gallica sono stati studiati anche in recenti contributi di Frau, ad esempio 169, 1978 e altrove da C.C. Desinan 1976, 1977 ecc.
Il Frau (Castelli e roponomastica, in Miotti 1981) ha giustamente attribuito un etimo celtico al tipo Vendoglio (Treppo Grande, Udine) = 1146 Vendoio, 1201 Vendoy (Di Prampero 216) e Vendoy (presso Madrisio, Varmo) = anno 1229 in Vendoio.
Tali toponimi corrispondono infatti con precisione, a quelli francesi Vendeuil (Dordogna)che in moneta merovingia appare come Vendogilo (Aisne) o Vandeuil (Marne), tutti risalenti ad un gallico *vindòialum da vindos “bianco”, cioè “campo bianco”, vedere Gröheler I, 121 e Vincent 94 § 215.
Analogamente a Vendasio (Tricesimo Udine), anno 1341 Vendas, risale al gallico Vindos, -us ‘bianco’ come nome di persona (Frau 1978, 121 e Pellegrini 1958, 112), ma è qui incerto se -asio (gallico?) sia un suffisso o se esso rappresenti il noto -acum nella forma -aci come supponeva il Salvioni.

???

Cfr. co:

http://it.wikipedia.org/wiki/Monte_Venda

http://www.magicoveneto.it/Euganei/Venda/Olivetani.htm





Da verificare la possibile associazione con Noventa (Nove, Noale, Novoledo, Novolenta) e con Vandea e Vindobona, Vindelicia, …




http://it.wikipedia.org/wiki/Vend

Vend è una lettera della lingua norrena. Fu usata per rappresentare il suono /u/, /v/ e /w/.
È correlata, e probabilmente derivata, dalla lettera antico inglese Wynn (Nell'alfabeto runico
ᚹ e successivamente nell'alfabeto latino (Ƿ ƿ)), con la differenza che l'arco è aperto nella parte superiore e, non essendo connesso all'asta verticale, la fa assomigliare alla lettera Y. Viene solitamente sostituita da v oppure da u in molte scritture.


http://it.wikipedia.org/wiki/Vendargues
Vendargues è un comune francese di 5.228 abitanti situato nel dipartimento dell'Hérault nella regione della Linguadoca-Rossiglione.
Situato a est di Montpellier, all'incrocio delle strade nazionali 110 (verso Sommières) e 113 (verso Lunel e Nîmes), questo comune è appartenuto alla zona, quindi alla Comunità d'agglomerazione della prefettura di Hérault.


http://it.wikipedia.org/wiki/Vendas_Novas
Vendas Novas (IPA: /'vẽdɐʃ 'nɔvɐʃ/) è un municipio portoghese di 11.619 abitanti situato nel distretto di Évora.


http://fr.wikipedia.org/wiki/Venda_dos_moinhos
Venda dos Moinhos est un lieu-dit situé sur la freguesia de Cumeeira, sur la commune de Penela, dans la province de Coimbre au Portugal.




http://it.wikipedia.org/wiki/Vendat
Vendat è un comune francese di 1.968 abitanti situato nel dipartimento dell'Allier della regione dell'Alvernia.


http://it.wikipedia.org/wiki/Vendays-Montalivet
Vendays-Montalivet è un comune francese di 1.827 abitanti situato nel dipartimento della Gironda nella regione dell'Aquitania.


http://it.wikipedia.org/wiki/Vendegies-au-Bois
Vendegies-au-Bois è un comune francese di 387 abitanti situato nel dipartimento del Nord nella regione del Nord-Passo di Calais.


http://fr.wikipedia.org/wiki/Venda
Le Venda (Venḓa en venda) était un bantoustan situé dans l'ancienne province du Transvaal d'Afrique du Sud, aujourd'hui dans le Limpopo. Le Venda fut un État indépendant non reconnu de 1979 à 1994 dans le cadre du régime d'apartheid. Il regroupait principalement des Africains de l'ethnie Venda.

http://fr.wikipedia.org/wiki/Venda_(homonymie)
le Venda, un ancien bantoustan d'Afrique du Sud ;
le Venda, une des langues officielles d'Afrique du Sud ;
les Vendas, un peuple bantou.

http://it.wikipedia.org/wiki/Vendone
Vendone (Vendùn in ligure) è un comune italiano di 403 abitanti della provincia di Savona in Liguria.

http://it.wikipedia.org/wiki/Vendrogno
Vendrogno è un comune di 328 abitanti della provincia di Lecco.


15. - PEN, BEN, VEN, montagna, elevazione, roccia.
Da:
Immagine

Sin dal 1925 il grande linguista italiano Trombetti aveva rilevato l'esistenza di molti oronimi in VAN, VEN, VIN dalle coste dell'Asia Minore alla Spagna, dove i Monti Vindius designavano un tempo la parte occidentale della catena dei Monti Cantabrici.
Nel cuore dell'India ritroviamo esattamente lo stesso nome Vindhya per indicare le montagne del massiccio centrale.
Altri studiosi in seguito hanno allargato il campo di ricerca, concordando sull'origine preindoeuropea mediterranea della radice, probabile variante di PEN, matrice altresì di BEN per sonorizzazione della consonante iniziale.

Ancor oggi, nelle lingue parlate da Ceylon all'Atlantico, compaiono parole derivate da queste basi, sempre col significato di altezza, sommità, testa.

In dravidico i termini ban,van, vin designano quanto sta in alto, il cielo, gli dei; mentre ban conserva anche il senso specifico di montagna, detta ben in Caucaso.

In ebreo pena è la testa, il latino "pinna" indicava anche i merli delle fortificazioni; nelle Valli Ladine troviamo toponimi quali Penia, Peniola per distinguere località elevate.

Nell'occitano e nel provenzale antichi, bana e pena significavano cresta, corno e, per estensione, cima;
nel basco pena sta per roccia e pantupa, pantoka vuol dire un risalto del terreno.


Lo spagnolo ha pena, penon per designare un roccione o una cima.

Ma gli stessi registri PEN, BEN, VEN compaiono anche nelle lingue celtiche:
l'irlandese benn, binn,
il gaelico benn,
il gallese bann, l
'antico bretone bann,
significano tutti corna, picco o roccia.

Secondo Dottin anche il gallico benum avrebbe avuto lo stesso senso.

Come sottolinea Lahovary, la priorità della civilizzazione mediterranea e la sua preminenza su quella dell'Europa continentale fino all'età del ferro, causarono inevitabili scambi unilaterali di cultura e di vocabolario.
Per questo motivo le voci comuni alle lingue indoeuropee ed alle preindoeuropee, non possono che provenire da queste ultime.

(Il Roussett, autore di questo libro, ancora non conosceva la Teoria della Continuità dal Paleolitico dove sono inveriti i termini della teoria tradizionale indoeuropea)


A complicare le cose nella toponomastica alpina si aggiungono le alternanze delle iniziali, tipiche delle lingue celtiche.
Una M iniziale, indebolendosi, può diventare V, cosicchè maen = pietra, o menez = montagna, possono fare van o ven ed assimilarsi quindi alla nostra famiglia di radici.


La conferma ci viene dalla Bretagna, dove troviamo GuenVANe, LanriVAIN, GenVENez, LeurVIN.

Solo la geografia storica, con tutta l'alea che ne deriva, può aiutarci allora a stabilire in qualche modo se un determinato toponimo può etimologicamente definirsi preceltico o celtico, ed è quanto ancora resta da fare riguardo a buona parte delle radici PEN, BEN, VEN.

(La distinzione tra preceltico e celtico è fuorviante, poichè i celti fanno parte delle popolazioni europee da sempre secondo la TDC dal Paleolitico di Mario Alinei)


II primo gruppo, quello di PEN, è servito a battezzare gli Appennini, spina dorsale della Penisola Italiana, etimo di antichissima data.

Meno antica la delimitazione geografica delle Alpi Pennine, nome derivato dal dio PEN, preromano, il dio delle altezze venerato dai Salassi.

Io sono convinto che l'appellativo di tale divinità sia venuto dall'oronimo del monte, sede del suo altare, l'odierno Colle del Gran San Bernardo, "Summus Pœninus" per i Romani, dove essi pure adorarono il proprio Jupiter, Giove, divenuto per l'occasione Pœninus.

Ma l'antica radice PEN continua ancor oggi a mietere proseliti, tant'è vero che i geografi si trovarono recentemente d'accordo nel chiamare Pennine le montagne della catena centrale delle Isole Britanniche.

In Corsica ed in Spagna sono numerosi gli oronimi formati con PENne o PENA.
Nel caso degli Appennini si è verificata un'agglutinazione dell'articolo, che ha prodotto l'AP iniziale, fenomeno comune al Monte Appenna delle Alpi Cozie, alle Aiguilles de L'Epena in Savoia ed alla Montagne de L'Epenet in Delfinato. (Nota: da mettere in relazione con il teonimo Epona).

Sta di fatto che la maggioranza degli oronimi Penna, Pena, Penol, Penas, Peyne ecc. sono concentrati nel Sud delle Alpi Occidentali, pur essendovene alcuni anche in Savoia, Val d'Aosta, Vallese.
Il Monte Pénegal (1737 m), che sovrasta il Passo della Mendola, offre una interessante tautologia.

Il secondo gruppo di nomi, composto dalle radici BAN e BEN, si riferisce tanto a monti che a villaggi e casolari situati o su un'altura o ai suoi piedi; ma anche a due piccoli corsi d'acqua, i Rii Banna di Balangero e di Poirino.

A località abitate si riferiscono toponimi come il Bannio ossolano o il Benevagienna, l'antica capitale dei Liguri Vagienni.
Una Testa del Ban si trova ad Est di Bardonecchia ed un Monte Bano nell'entroterra genovese. Sulla costa Mediterranea troviamo Cap Bénat e Bandol, porto ad O di Tolone ed isolotto roccioso nei suoi pressi.

Il terzo gruppo è costituito dai toponimi in VAN, VEN, VIN, che presentano la varianza vocalica caratteristica di tutte le radici mediterranee.
Questa volta se ne riscontra una forte prevalenza in Delfinato, sebbene tali toponimi intervengano anche in Provenza, nel Vaud, in Savoia, con tutto il peso del Massiccio della Vanoise, ed in Val d'Aosta, con l'altrettanto spettacolare Val Veny; nelle Orobie Venina è usato sia come oronimo che come idronimo.
Per spiegare il significato di questi nomi, sono stati tirati in ballo il vento, la vigna, la vaniglia, la caccia ("venatio, venator"), vocaboli che sovente han prodotto una certa attrazione sulle primitive radici; ma il senso recondito, comune a tutti loro, resta quello originario di altezza o di località di montagna.

In una famiglia di tali toponimi troviamo il raddoppio tautologico prodotto dal termine celtico brenn significante collina: sono le varie Cime di Ventabren delle Alpi Marittime, divenute Ventebrun nell'Ubaye e nella Drôme, per una reinterpretazione del vocabolo celtico, resosi inintellegibile, con il "brun" francese indicante la tinta.


Esiste poi l'altra famiglia a desinenza ligure ASCA, significante luogo abitato: Vanosc, Vénosc, Venasc Venascle, Venasque (a sua volta matrice del Comtat Venaissin).

Col suffisso onno (= fiume nel glossario di Vienne) è stato composto l'idronimo Vénéon,Veneonis nel XIV secolo, un bel torrente dalle acque verdi che discende dai ghiacciai dello Oisans.

Con la radice VIN troviamo Vinadio, Viridìo, Viribianc, nella Valle Stura (CN), Vina nell'Isère, che fu sede d'un oppidum gallico; oltre a tutte le contraffazioni prodotte da "vigna", quali Vigna, Vignolo presso Cuneo, ('Alpe Vigna (2060 m) sopra Alagna Valsesia, Cabane des Vignettes (3150 m) nelle Alpi Pennine, Vinaio in Carnia, o il celebre Vignemale (3298 m) nei Pirenei.

Anche in Sudtirolo le radici VAN e VEN compaiono in molti toponimi quali Passo di Vanes, Castel Vanga, Val Venosta, Cima Vento Grande; il villaggio di Vent (1893 m) si trova alla testa della Venter Tal nel Tirolo. Nel Primiero il Vanoi è il più importante affluente del Cismon. Altrove la V è divenuta F per contaminazione dovuta alla pronuncia tedesca: tale fon è il caso delle FANes, le creature delle altezze, più spiegabili con un etimo alpino che con quello greco significante "fantasma".

Anche Fassa potrebbe avere la stessa origine.
Difficile comunque stabilire con esattezza se la base di questi nomi sia celtica o preceltica.
Certamente è preindoeuropea dove la radice è seguita dal suffisso ligure ASCA, come visto in Venasca, oppure in aree geografiche non celtizzate, quali la Corsica, dove abbondano toponimi quali Venaco, Venzolasca, Vena, Ventosa, Ventrino.


VAN (Le Grand) 2448 m (ls.) Rupes del Van XlVsec. N. Livet. VAN (Le Petit) 2439 m (ls.) Som. R. N. Livet.
VAN (Rocher du Grand) 2057 m (Is.) Som. R. N.-E. Moulin-Vieux. La Mode.
VAN (Col du Grand) 2730 m (ls.) R. N.-E. Moulin-Vieux. La Morte.
VAN (Punta del) 1967 m (Cn.) Som. R. E.-N.-E. Entràcque. VAN 1371 m (Vs.) Chalets N.-O. Salvan.
VAN (Gros) 2188 m (Vd.) Som. R. N. Ormont-dessous.
VAN (Aigll. du) 2580 m (H.-Sav.) Som. R. N.-N.-O. Vallorcine. VAN (Pointe du) 2278 m (Vs.) Som. R. S.-O. Trient. VAN (Le) 1966 m (Fr.) Som. R. E. Grandvillard.
VANCON Aff. R.S. Durance (A.-Hte-Prov.) N. Volonne. Ha scavato molte gole.
VANEL (Le) 1010 m (Vd.) Villaggio in una gola. E.-S.-E. Rougemont.
VANESCHA 1789 m (Gr.) Borgo in quota S. Vrin.
VANET (Le) 2170 m (H.-Sav.) Som. R. S.-E. Morzine. VANETS (Les) 300 m (Sav.) Contrada S. Champagneux. VANIGE (La) 1391 m (Dróme) Som. S.-O. Montferrand. VANIL Carré 2195 m (Vd.) Som. R. N.-N.-O. Chàteau-d'Oex. VANIL de I'Ecri 2375 m (Vd.) Som. R. N. Chàteau-d'Oex. VANIL Noir 2388 m (Vd.) Som. R. N.-N.-E. Chàteau-d'Oex. VANIL Blanc 1826 m (Fr.) Som. R. O. Albeuve.
VANIL des Artses 1993 m (Fr.) Som. R. S.-O. Montbovon. VANILLE 480 m (Dróme) Collina O. St-Nazaire-en-Royans. VANNA (Gran) 3301 m (Ao.) Som. R. N. Prarayer. Bionaz. VANNE (La) Aff. de I'Ebron. Gole S. Mens (ls.)
VANNES (Les) 1400 m (H.-Sav.) Cima S.-O. Bonnevaux. VANNETA (Becca) (Ao.) Som. R. N. Prarayer. Bionaz. VANOISCHI 2000 m (Vs.) Circo R. S. Leuk.
VANOISE (Massif de la) (Sav.) Vanoise 1683 (Carta Borgonio). Vasto massiccio alpino tra Arc e Isère.
VANOSC 620 m (Ardèche). Cne O.-S.-O. Annonay. VANS (Les) 1900 m (Vd.) R. N.-E. Gryon.
VANS (Les grands) 2204 m (H.-Sav.) Som. R. S. Samoèns. VANS (Les) 2500 m (Vs.) Barre R. S.-S.-E. Ferret. Praz-de-Fort. VANS (Les) 175 m (Ardèche) Cne in sito R.
VANSCURO (Cima) 2677 m (Bel) N. Comellco Superiore. VENAISSIN (Comtat) (Nauti.) Vendascino 739. II Pagus de Vénasque è diventato Comtat Venaissin.
VENANSON 1164 m (A.-Mar.) Venacione 1067. Villaggio arroccato dell'Haute Vésubie.
VENASCA 549 m (Cn.) Venasca 1075. Cne N.-N.-O. Cùneo. VENASCLE 960 m (A.-Hte-Prov.) Contrada in quota E. M o u st i e rs - St e- M a r i e.
VENASQUE 177 m (Vaucl.) Vindasca Vsec. Villaggio su falesia E.-N.-E. Avignon.
VENASQUE (Pointe de la) 2637 m (H.-AIp.) Som. R. N. St-Michel- de-Chaillol.
VENCE 325 m (A.-Mar.) Vintio epoca latina. Cne su altura N.-O. Nice.
VENCE 808 m (ls.) Vencia Xlllsec. Contrada tra alture N. Grenoble
VENE (Téte de) 1714 re (H.-Alp.) Som. E.-N.-E. Montmaur. VENELLES 402 m (B.-d.-R.) Venellis 973. Villaggio su prominenza N. Aix-en-Provence.
VENEON (Is.) Vénéonis XlVsec. Aff. R.S. Romanche / <<Rio del monte»
VENERIEU 250 m (ls.) Cne N. Bourgoin-Jallie.
VENON 552 m (ls.) Venone Xlsec. Villaggio arroccato E. Grenoble.
VENOSC 980 m (Is.) Vinosco Xllsec. Cne S.-E. Le Bourg¬d'Oisans.
VENS 1460 m (A.-Mar.) Borgo N.-N.-O. St-Etienne-de-Tinee. VENS 1111 m (Vs.) Vintius (Epoca latina) Villaggio arroccato S.-E. Martigny.
VENS 351 m (H.-Sav.) Villaggio arroccato S. Seyssel.
VENS 1734 m (Ao.) Villaggio arroccato su barra R. O.-N.-O. St-Nicolas.
VENT (Sous) 410 m (Vd.) Pianoro sovrastato da R. S.-S.-O. Bex.

PENNINE (Alpi) Penninus Dal Gran S. Bernardo al S. Gottardo. PENOL 370 m (Is.) Pennovone Xlllsec. Cne O. La Cóte-St-André.
PENON (Crete du) 1907 m (H.-Alp.) S.-E. St-Clément. PENOUS (Crete du) 1655 m (H.-AIp.) E. St-Clément. PEYNE 1900 m (H.-Alp.) Dorsale S. St-Etienne-en-Devoluy. PEYNEBLIER (Bois de) 800 m (Var) Bosco lungo una cresta. O.
Seillans.
PEYNIER (Roches de) 2602 m (A.-Hte-Prov.) Som. R. S.-E. Fours-St-Laurent.
TREVANS 900 m (A.-Hte-Prov.) Villaggio E. Estoublon
VAN (Le Grand) 2448 m (ls.) Rupes del Van XlVsec. N. Livet. VAN (Le Petit) 2439 m (ls.) Som. R. N. Livet.
VAN (Rocher du Grand) 2057 m (Is.) Som. R. N.-E. Moulin-Vieux. La Mode.
VAN (Col du Grand) 2730 m (ls.) R. N.-E. Moulin-Vieux. La Morte.
VAN (Punta del) 1967 m (Cn.) Som. R. E.-N.-E. Entràcque. VAN 1371 m (Vs.) Chalets N.-O. Salvan.
VAN (Gros) 2188 m (Vd.) Som. R. N. Ormont-dessous.
VAN (Aigll. du) 2580 m (H.-Sav.) Som. R. N.-N.-O. Vallorcine. VAN (Pointe du) 2278 m (Vs.) Som. R. S.-O. Trient. VAN (Le) 1966 m (Fr.) Som. R. E. Grandvillard.
VANCON Aff. R.S. Durance (A.-Hte-Prov.) N. Volonne. Ha scavato molte gole.
VANEL (Le) 1010 m (Vd.) Villaggio in una gola. E.-S.-E. Rougemont.
VANESCHA 1789 m (Gr.) Borgo in quota S. Vrin.
VANET (Le) 2170 m (H.-Sav.) Som. R. S.-E. Morzine. VANETS (Les) 300 m (Sav.) Contrada S. Champagneux. VANIGE (La) 1391 m (Dróme) Som. S.-O. Montferrand. VANIL Carré 2195 m (Vd.) Som. R. N.-N.-O. Chàteau-d'Oex. VANIL de I'Ecri 2375 m (Vd.) Som. R. N. Chàteau-d'Oex. VANIL Noir 2388 m (Vd.) Som. R. N.-N.-E. Chàteau-d'Oex. VANIL Blanc 1826 m (Fr.) Som. R. O. Albeuve.
VANIL des Artses 1993 m (Fr.) Som. R. S.-O. Montbovon. VANILLE 480 m (Dróme) Collina O. St-Nazaire-en-Royans. VANNA (Gran) 3301 m (Ao.) Som. R. N. Prarayer. Bionaz. VANNE (La) Aff. de I'Ebron. Gole S. Mens (ls.)
VANNES (Les) 1400 m (H.-Sav.) Cima S.-O. Bonnevaux. VANNETA (Becca) (Ao.) Som. R. N. Prarayer. Bionaz. VANOISCHI 2000 m (Vs.) Circo R. S. Leuk.
VANOISE (Massif de la) (Sav.) Vanoise 1683 (Carta Borgonio). Vasto massiccio alpino tra Arc e Isère.
VANOSC 620 m (Ardèche). Cne O.-S.-O. Annonay. VANS (Les) 1900 m (Vd.) R. N.-E. Gryon.
VANS (Les grands) 2204 m (H.-Sav.) Som. R. S. Samoèns. VANS (Les) 2500 m (Vs.) Barre R. S.-S.-E. Ferret. Praz-de-Fort. VANS (Les) 175 m (Ardèche) Cne in sito R.
VANSCURO (Cima) 2677 m (Bel) N. Comellco Superiore. VENAISSIN (Comtat) (Nauti.) Vendascino 739. II Pagus de Vénasque è diventato Comtat Venaissin.
VENANSON 1164 m (A.-Mar.) Venacione 1067. Villaggio arroccato dell'Haute Vésubie.
VENASCA 549 m (Cn.) Venasca 1075. Cne N.-N.-O. Cùneo. VENASCLE 960 m (A.-Hte-Prov.) Contrada in quota E. M o u st i e rs - St e- M a r i e.
VENASQUE 177 m (Vaucl.) Vindasca Vsec. Villaggio su falesia E.-N.-E. Avignon.
VENASQUE (Pointe de la) 2637 m (H.-AIp.) Som. R. N. St-Michel- de-Chaillol.
VENCE 325 m (A.-Mar.) Vintio epoca latina. Cne su altura N.-O. Nice.
VENCE 808 m (ls.) Vencia Xlllsec. Contrada tra alture N. Grenoble
VENE (Téte de) 1714 re (H.-Alp.) Som. E.-N.-E. Montmaur. VENELLES 402 m (B.-d.-R.) Venellis 973. Villaggio su prominenza N. Aix-en-Provence.
VENEON (Is.) Vénéonis XlVsec. Aff. R.S. Romanche / <<Rio del monte»
VENERIEU 250 m (ls.) Cne N. Bourgoin-Jallie.
VENON 552 m (ls.) Venone Xlsec. Villaggio arroccato E. Grenoble.
VENOSC 980 m (Is.) Vinosco Xllsec. Cne S.-E. Le Bourg¬d'Oisans.
VENS 1460 m (A.-Mar.) Borgo N.-N.-O. St-Etienne-de-Tinee. VENS 1111 m (Vs.) Vintius (Epoca latina) Villaggio arroccato S.-E. Martigny.
VENS 351 m (H.-Sav.) Villaggio arroccato S. Seyssel.
VENS 1734 m (Ao.) Villaggio arroccato su barra R. O.-N.-O. St-Nicolas.
VENT (Sous) 410 m (Vd.) Pianoro sovrastato da R. S.-S.-O. Bex.
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Re: Veneto:etimoloja, xenetega e storia

Messaggioda Berto » ven mag 01, 2015 1:11 pm

Lengoa gałega : uenei/veni, uenet/venet

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... ni-312.jpg

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... et-311.jpg


Cfr. co: vineti caris

Ego fontei ersinioi vineti karis vivoi olialekve murtuvoi
viewtopic.php?f=87&t=157
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Re: Veneto:etimoloja, xenetega e storia

Messaggioda Berto » lun mag 04, 2015 9:09 am

Dal fiłołogo Xane Semeran: veneteghi (venetici)

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... 10/643.jpg

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... 10/644.jpg

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... 10/645.jpg

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... 10/646.jpg

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... 10/647.jpg


5. Tratto dal lavoro del filologo semitologo Giovanni Semerano:
Le Origini della Cultura Europea

POPOLI E PAESI NEL SEGNO DEL LORO NOME

VENETICI

La storia di Livio comincia con la leggenda di Antenore che, a guida dei Veneti cacciati dalla Paflagonia, approda nella parte piú interna dell'Adriatico, occupa la regione allontanandone gli Euganei.
Dobbiamo subito rilevare col Prosdocimi (La lingua ventica,II, 235) che la tradizione classica su questo popolo è sotto l'influenza del cenno omerico (Il., 2, 851 sg.): «Pilemone guida i Paflagoni έξ Έυετών ».
Strabone attesta anch'egli (I, 3, 21) `che gli Ένετοί sono passati dalla Paflagonia sulle rive dell'Adriatico.
Dagli Antenoridi di Sofocle il passaggio dì Antenore con gli Enetoi dalla Tracia verso Adria è stato orchestrato, al dire di Polibio (II, 17, 6), da tanti tragediografi.

L'etimo dei Paflagoni, gli abitanti della regione affacciata al Mar Nero e delimitata dal fiume Halys, a sud, è da ricercare in basi assire corrispondenti a baal-palag (quest'ultima base la ritroviamo in Pelagonia).
I Paflagoni sono " i dominatori delle vie d'acqua " e " i signori del mare ", il Mar Nero, dal quale, verso la fine del secondo millennio a. C. si diramano molte correnti di popoli e civiltà di influenza assira della Cappadocia.
Erodoto fa cenno dei Veneti dell'Illiria (' ‘Eνετοί ', I, 196) per rilevare la coincidenza di una stessa consuetudine fra loro e i Babilonesi.

Parlando dei Siginni (V, 9) dice che i loro confini si estendono sino a gli Eneti che abitano sull'Adriatico.

Strabone (C 553), sulla fede di Meandrio, conferma che gli ' Ένετοί ' provenienti dal Paese dei Leucosiri, cioè Cappadoci di origine assira, partiti da Troia, insieme coi Traci, approdarono e si stanziarono nella parte superiore dell'Adriatico.
Non si dimentica la testimonianza di Catone (in Plinio, N. h., III, 130-131) « Venetos troiana stirpe ortos ».

L'etimo di Ένετοί si richiama alla stessa base di greco Aίνος, latino Aenus, nome della città che, posta alla foce dell'Ebro, si può designare " la città del fiume ": cioè accadico ēnu, īnu, semitico ‘ain ( 'spring, river'), voce che torna nell'idronimo Inn, Aenus il fiume che segna il limite tra la Rhaetia e il Noricum. Il suffisso -to- (su cui cfr. Prosdocimi, II, p. 241 sg.) corrisponde ad accadico etû, itû (confine, regione, border, region, confines) e acquisterà un valore aggettivante di " appartenente a " implicito nel senso di 'adjacent to'.

Strabone stesso (7, 6.1) informa che Aenus (Eno) si chiamò già Poltyobria (Πολτυοβρία[;)] e che nella lingua dei Traci βρία significa città.
βρία, in effetti, corrisponde ad accadico bīrtu, ebraico bīrā (borgo, ' citadel, castle, fort ') e πόλτνς, Polti, nome del re trace, corrisponde ad accadico, antico babilonese pāltu (spada, ' a two-edged sword '), degno attributo e decoro di un antico re.
Quella parte della Cappadocia lungo il fiume Halys e lungo la Paflagonia usa due dialetti che abbondano di nomi paflagoni, come Bagas, Biasas, Aeniatēs, Rhatōtēs etc.
Questi due ultimi nomi richiamano Aenus, e Rhaetia.
Anzi Rhaetia conferma il significato del primo : " la terra del fiume ": accadico, antico babilonese rātum ebraico, aramaico rahaţ (corso d'acqua, ' Wasserlauf ').
Atōtēs è correzione errata del Reinach.

Il nome degli Ένετοί richiama quello degli Enieni, Ένιήνες; (Il., 2, 749) che il catalogo omerico, indica come genti della valle superiore dello Spercheo (Herod., 7, 132, 185); il suffisso –ήνες, corrisponde ad antico babilonese ēnum (signore, dominatore, ' ruler, lord '), sumero en.
Si assumono a confronto etnici simili, come Veneti, i Galli dell'Armorica (are mori = ad mare), tra la foce della Loira e quella della Senna.
Plinio (Nat. hist., IV, 105) associava all'Armorica anche l'Aquitania (aqua), la regione a sud della Garonna e Aquitania è da accostare etimologicamente ad Aquileia (dove l'aquila non ha nulla da vedere), congiunta alla laguna di Grado e al mare dal fiume Natiso; sono interessati anche gli Slavi Veneti, sul corso medio e inferiore della Vistola;
Venosta che dà nome al tronco superiore della valle dell'Adige, dalla sorgenti del fiume.
Occorre concludere che la costante del nome di fiume, assiro ēnum, è presente nell'etnico dei Veneti.

Il nome di Rhaetia è affine semanticamente al nome ladino Engiadina, Engadina, in cui En- corrisponde a greco έν, latino in, accadico in, ana; -gad- corrisponde ad accadico gādu (' at the side of '), ebraico gādā " riva ", ' bank of a river ').
Engadina è la valle superiore dell'Inn, fra le due catene delle Alpi Retiche, dalle sorgenti del fiume, non lontano dal passo del Maloggia.

Anche Noricum, in analogia con Veneti, rende il senso di terra del fiume: accadico nārum (fiume, ' river, canal, stream '); la stessa origine ovviamente ha il nome Naro, il Narenta, e Narona, che fu colonia romana in Dalmazia, sulle rive del Naro.
Le concomitanze, in particolare, con l'Asia Minore e l'occidente balcanico si estendono ad altri particolari.

Dardano, il capostipite dei Priamidi nella Troade, è autoctono per Omero; il suo nome corrisponde ad accadico tartānu (commander in chief).
I Dardani, in Illiria, divisi in tribù, tra le quali sono noti i Galabrii e í Thunatae, sono il popolo che ritroviamo in epoca classica ai confini settentrionali della Macedonia, sulle rive dei corsi superiori dell'Axius (Vardar) e della Morava, fra le sorgenti del Timacus (Timok) e del Drino (Drin).

Axius richiama il nome dell'Apsus della Troade e dell'Apsus illirico, accadico apsû (acqua profonda, ' deep water, sea, cosmic, subterranean water '), sumero ab-zu, dal quale nome derivano quelli di Japodi, Giapidi e Apuli, ma la sua origine è calcata: corrisponde alle basi di accadico agî-āsû (sorgente) : accadico agû (acqua) e āsû (` spring ').

Il nome del Timavo, Timavus, greco Tίμανος, non può disgiungersi da Timacus, il Timok, fiume della Mesia Superiore e del Timonchio in provincia di Vicenza.
Tale nome riaffiora in Timau, fiume dell'Alta Carnia, al valico di Monte Croce, dove dalla roccia scaturisce abbondante corrente, il Fontanone; accanto al fiume Cellina, sopra Maniago, fu rinvenuta un'ara votiva al Timavo, della fine della repubblica (v. Religione dei Venetici).

Gli abitanti dell'Istria, delimitati dal canale dell'Arsa (Arsia) e dal Timavo, sono popolazione di stirpe venetica che verisimilmente verso la fine del primo millennio penetra nella regione e occupa i castellieri, il più forte dei quali deve essere stato Nesazio sul Quarnaro.
Gli Istri non derivano il nome dalle basi che richiamano l'idronimo Istro (letteralmente ' anse, ritorni del fiume ') : accadico id (fiume, 'river '), calcato da āşû, āşītu (sorgente, ' spring, canal ') e tīru (ansa di fiume, ritorno, ' Windung ') : Istria, " l'ansa ", richiama basi semitiche: ebraico i ('coast-land ') con determinativo -eš, e tā'ar (' to turn round '), accadico tīru.

Nessun fiume più del Timavo merita la denominazione generica di Istro, di fiume che erra, scompare e ritorna.
I rapporti con civiltà preelleníche sono trasparenti nel mito degli Argonauti, di Medea e di Apsirto, localizzati alle foci del Timavo, a Pola, nelle isole del Quarnaro.
Pola è calcato su base come accadico palû (' rule, regde ' ; cfr. accadico bēlum, semitico ba’al : ' ruler ').

Fu rilevata opportunamente la presenza del radicale BEL- nei nomi di divinità celtiche (G. B. Pellegrini, La lingua venetica, I, p. 447) ma senza le necessarie implicazioni : Bel- corrisponde esattamente ad accadico bēl- (bēlu : signore : ' as a divine name or replacing a divine name ', CAD, 2, 191 sgg.) e il valore di " brillante " attribuito al radicale BEL non risolve alcun dubbio.
In etrusco Vel- corrisponde alla stessa base che si ritrova in Velatri, Velitri e Feltria con la seconda componente corrispondente ad antico assiro išri-, accadico ašru, ugaritico aţr, aramaico aţrā (luogo, ' piace, site, region, country ').
Bel-, Fel- in Fel- tria (Feltria, Feltre) indica nei toponimi posizione dominante su un luogo, su un corso d'acqua.

Il nome di Raetia Secunda fu gradualmente sostituito da Vindelicia, che fu derivato dagli idronimi Vindo, Vinda (Werlach), e Licias, Licus che con l'Isar (Isarus) e l'Inn (Aenus) percorrono la regione.
In realtà Vindelicia, Vindobona (Vienna), Vindonissa (Windisch), fortezza elvetica tra l'Aar e il Reuss, Vindalum, città dei Cavares, nella Gallia Narbonese, alla confluenza del Sulgas e del Rodano, scoprono la base Vind- corrispondente ad accadico id (fiume, divinità fluviale; ' river: as a divinity '; ' Fluss ') incrociatosi con la base corrispondente ad antico accadico (w)idum (' border, side '; ' Seite ').

L'idronimo Licias, che concorre a formare il nome della Regione, corrisponde ad accadico ālikum (che scorre, che va, 'der Gehende'): dal verbo accadico ālikum (andare, scorrere, ' gehen ': v. Flussigkeiten, 'Stròming'); cfr. alāktum (corso, via, 'Weg, Gang ').
Esaminiamo qualche idronimo relativo alla zona dei Venetici: L'Edrone è ricordato da Plinio, (N. h., III, 121) « ... Aedronem (Edronem) Meduaci duo ac fossa Clodia ».
La base originaria di Aedro, corrispondente ad accadico adû (acqua corrente); adû (lat. unda) e àru (scorrere, ' to go ').
Eliano testimonia Ήρέταινος, Retenone di Ven. Fortunato, che corrisponde ad arittu-ēni (corso del fiume) : in apparenza sembra rappresentare la base di accadico adru (scuro, detto anche di tempo piovoso).

Gradevolmente sorprendente ritrovare, fra tante voci che tornano consuete nelle nostre ricerche espressione come Ekupetharis (Venetiko): ciò che ne scrive esaurientemente Prosdocimi (v. G. B. Pellegrini - A. Prosdocimi, La lingua venetica, II, 1967, pp. 74-76) orienta a scorgervi una formula relativa alle tombe o alla stipe funeraria : il significato di ekupe-taris è un « riposo in eterno » con la base di lat. cubo (cfr. falisco e cupat «hic cubat », v. Giacomelli, 121, IV e III; Pisani, 1964, p. 339: he cupat, 340; e cu). La base col significato di durata eterna corrisponde ad accadico dariš (in eterno, ' for ever ') ; antico accadadico dar (sempre, ' ever '), darû, dāriu (perpetuo, ' perpetual ');
così sselboisselboi (venetiko) è consueto e perenne augurio di "pace " per i Cari estinti : è reiterazione di voce che corrisponde (non deriva) a latino "salve", ma col valore dì accadico salāmu "pace, salute", ( Friede, Wohlsein ' : la -b- di sselboi deriva dunque da originaria m : cfr. le forme accadiche stesse awīlu, amīlu, abīlu = uomo) ed è segno distintivo di oggetti funerari.

Nota: La sigla -cfr- corrisponde a "confronta".



Ancora da Semeran

pajina 810
Antenore l’arrivo degli Eneti e dei Pelasgi nell’alto Adriatico

Cosí va ascoltato o riletto in una nuova cifra ciò che i Greci hanno riprodotto, sull’onda di assonanze di voci e nel fertile seminio di miti che ne sorgono: Antenore, gli Eneti, la sosta in Tracia.
Abbiamo scorto che i nomi degli Eneti, Veneti, 'Eνετοί, popolo dei Paflagoni, abitanti sul fiume Parthenios, significa abitanti accanto al fiume: accadico ēnu, semitico ‘ain (fiume, ‘ river ’); della stessa radice di Αἶνος, l’antica città della Tracia, sull’Ebro.

I Paflagoni dal fiume Halys erano divisi dalle genti della Cappadocia, sede delle più antiche colonie assire ed erano etnicamente e culturalmente affini.
Anzi una tradizione rappresentata da Arriano (ap. Eusthat., ad Dionys. Per. 378; Jacoby, II, fr. 63) riferiva che gli Eneti fossero stati cacciati via dagli Assiri stessi.
Detta anche Pylaemenia, la Paphlagonia forse avrà anticamente compresa anche la Bitinia: denota uno sbocco al mare, e richiama basi semitiche quali accadico bābu-l(a)agû: bābu(apertura, ‘opening, entrance, opening of a canal) e agû (latino aqua, ‘current, flow of water ’).

Le vicende di Antenore sono variamente tramandate.
Già la presenza dei Traci insieme con gli Eneti appartiene a una tradizione piuttosto tarda. nel secolo V a. C. una leggenda faceva approdare gli Antenoridi insieme con Eleno, a Cirene, dove un promontorio aveva il loro nome;
una tradizione ancora assicurava che Antenore fosse rimasto a Troia con l’intento di farvi sorgere un nuovo regno.
Jean Bérard ha accuratamente messo a raffronto la tradizione mitica dell’arrivo degli Eneti e l’approdo dei Pelasgi sul delta del Po.
Il nome Antenore, l’eroe degli Eneti che con i figli e parte del suo popolo si stabilisce a nord del delta padano e fonda Patavium, è sinonimo di Eneto, perché deriva da basi corrispondente ad accadico adi-nāri (al fiume): adi(‘up to, as far as ’; confronta le voci itti, itte-vicino).


pajina 686
I Venadi, Venede

I Venadi, Venede (Ptol., III, 5, 7: Ουενέδαι[;)], popolo occidentale sulla costa nordica dell’Europa, da Plinio (N:b., IV, 97) collocati nella zona tra bla Vistola e la Finlandia (Aeningia: semitico ‘ain: fiume, accadico īnu e īgu : terreno tra dighe) accanto agli Hirri (accadico ḫarru, ebraico jēor, canale): degli Hirri vedere Tacito (Germania., 46).
L’etnico Venadi o Venede deriva dalla stessa base di Veneti e di Aeningia semitico ‘ain (fiume, accadico ēnu) e la stessa componente -adi: accadico adû, edû, latino unda.
Anti è da semitico ‘ain (fiume).
Tolomeo accosta i Venedi ai Peucini e ai Fenni;
Giordane (Get.,34) li pone sulla Vistola.

Il loro nome fu accostato all’antico alto tedesco Winida, anglosassone Winidas, medio basso tedesco Wende, ora Winden, Wenden (cfr. Holthausen, Alteng. etym. Wört: Winedase e W. Schönfeld, Wört: d. Alteng., p. 281).


pajina 763
Vinci, Vienni, Venosti

Tre torrenti toscani sono attestati col nome Vinci, Vincio, che il Pieri (TVA, p. 255) spiega stranamente con vincus “pervinca”.
Ma non si può ignorare l’idronimo Vienne, (antico Vinc-enna), affluente della Loira ; e Vingeanne, affluente della Saôna.
Le basi corrispondono ad accadico (w)īnu īki (corso del fiume): īku (canale, argine, ‘ dike ’, ‘Deich’, CAD, 370) e īnu (sorgente, ‘spring ’), semitico ain‘.
Alla stessa base di īnu, ēnu, ‘ain di Veneti risalgono gli etnici Venostes, i Venosti dell’alta val dell’Adige: il suffisso -os- richiama quello di Osa (v.): accadico āṣû (che sbocca) āṣītu (sbocco) che definisce i conoidi torrentizi;
cosí i Vennonetes lungo il Reno (il suffisso richiama quello degli avverbi di luogo -ān) cosí i Venni sull’Adda.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Veneto:etimoloja, xenetega e storia

Messaggioda Berto » lun mag 04, 2015 12:50 pm

Sora el nome Veneti

Da pajina 755 a pajina 758 del II volume de:
Origine delle lingue d’Europa
de Mario Alinei
Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... 290004.jpg


...
Il nome Veneti

In realtà, nel quadro della TC la forte presenza (oltre che l'immediata prossimità) degli Slavi in Italia nord-orientale fin dalla remota antichità potrebbe anche spiegare in maniera più, semplice di quanto non si possa fare in ambito tradizionale [e.g, Prosdocimi 1979] – il nome stesso dei Veneti, che sarebbero stati chiamati così dai loro vicini germanici, nella cui lingua Wenden significa appunto «Slavi» ( anche cap. XX): antico islandese Vindr, (pl. Vindr, Vinðr) (> finlandese Venääj, Venät = «Russia» estone vene-mees = «Russo», vepso vená «lingua russa»), da *weniðiz o *weneðiz (forma che spiega il nome tedesco di Venezia:Venedig), anglosassone, Vinedas, Veonedas, antico alto tedesco Vinidā, latino Venedi, Veneade (Plinio), Venethi (Tacito), Ouenédai (Tolomeo ), Vinethi, Vinidae (Giordane) [v. ANEW s.v.].

Il Veneto della pianura, sarebbe stato slavizzato diversamente rispetto alla regione alpina orientale e centro-orientale, così come era stato diversamente celtizzato rispetto alle regioni alto-italiane centrali e occidentali, e sarebbe a questo minor gradi di slavizzazione e di celtizzazione, oltre che ai suoi più stretti contatti preistorici e protostorici con l’Italia mediana, che esso dovrebbe i suoi diversi tratti linguistici.
...

Cavà fora dal testo postà kì soto:

5.6. La differenziazione del Ladino del Friuli

Posso solo accennare qui agli sviluppi particolari che hanno interessato il Friuli nelle età dei Metalli, e che a mio avviso spiegano, nell'ambito della TC, la differenziazione di questa regione dalle altre due ladine.
Anzitutto, non vi è dubbio che il Friuli sia l'area italiana più esposta agli infussi slavi, che nella TC si lasciano individuare fino dal Neolitico, con la cultura dei VBQ.
Nell'età del Rame (3000-2300 ci.), poi, «Nell'estremità nord-orientale della penisola compaiono aspetti culturali caratterizzati dalla presenza di ceramica [...] riconducibile a coeve facies culturali slovene» [Cardarelli 1992, 367 con bibliografia].
Frequenti sono poi le testimonianze della cultura eneolitica croata di Vučedol [Grotta delle Gallerie, Grotta del Pettirosso, Grotta Teresiana presso Duino) [ Buti Devoto 1974, 53].
Nel Bronzo antico, la partecipazione del Friuli alla cultura di Polada è messa in dubbio da Peroni, sulla base dell'evidenza delle connessioni della ceramica friulana con quella della Bassa Austria e dell' Ungheria [Peroni 1996, 58-60].
Queste influenze rappresentano un’altro possibile elemento di differenziazione rispetto ai resto dell'area ladina.
Peroni afferma poi che l'unico caso che potrebbe prestarsi a congetture circa movimenti migratori di vasta portata concerne il passaggio tra Bronzo Antico e Medio nell’Italia nord-orientale [ibidem 220].
A partire dal Bronzo Medio, infatti, «nel Carso ed in Istria, ed in una certa qual misura anche in Friuli, si diffonde [...] la facies culturale dei Castellieri, che trova stringenti affinità. anche nel litorale adriatico orientale». [Cardarelli 1992, 369].
Questi gruppi popolano il nord-est della penisola italica, dalle Alpi Giulie al Carnaro, più precisamente un'area delimitata dall'Isonzo, dal passo Predil (in posizione di controllo verso l' Europa centrale), e da quello di Postojna (verso l'area slava).
Mentre nella storia appaiono in parte come Histri o Istri, e in parte sono interpretati come Veneti o Illiri, per la TC sono i diretti antenati dei Friulani, cioè un gruppo etnico di fondo italide (dalmatico), già fortemente influenzato da Celti, ma anche da Centro-Europei e soprattutto da Slavi (v oltre).
Nel Bronzo recente, lo sviluppo della loro cultura, pastorale ed estremamente conservatrice [Barfield 1971, 1271], «nel Friuli e nel Carso [...] appare sostanzialmente autonomo, pur se caratterizzato da una certa affinità con l’ area veneta» [Cardarelli 1992, 370].

Peroni sottolinea «l'intreccio di molteplici influenze e rapporti» che nel Ferro copre il territorio comprerndente il Friuli e la Venezia Giulia, parti della Slovenia e della Croazia» [Peroni 1996, 544].
In quest'area, procedendo verso est, sfuma la facies di Este (che ormai corrisponde al venetico), mentre si. affermano quelle della zona a sud-est delle Alpi, cioè dei tardi Campi di Urne, dei Tumuli di Dolenjska e del gruppo di Križna Gora, che per la TC sono “slavi”.
Procedendo da nord a sud, aumentano le affinità italiane e dalmatiche [ibidem, 544].
Anche le successive facies friulane di S. Lucia e di S. Canziano, «sorprendono [per] le connessioni a larghissimo raggio sia con l'Italia centrale e adriatica, sia con l'ambiente balcanico occidentale interno, in particolare con il territorio dell'attuale Bosnia» [ibidem, 546].

Infine, la cosiddetta «arte delle situle», che nel Ferro si sviluppa in un'area che si estende da Bologna, attraverso il Veneto, a tutta la Slovenia – con Este come centro principale – e che accomuna la presenza di una classe aristocratica [Cardarelli 1992, 408], forma un altro importante legame fra Nord-Est italiano e area slava, che fra l'altro ha lasciato tracce linguistiche che illustrerò più oltre.
Immagine

Questi sviluppi autonomi del Friuli, sullo sfondo comune della Koiné metallurgica centroalpina, mostrano insomma una maggiore e diversa slavizzazione del Friuli rispetto alle altre due regioni ladine.
È probabilmente, questa differenza che spiega anche l'estensione del Ladino friulano alle pianure.

Per cui, quando Buti - Devoto scrivono che «Il nome locale che più significativamente rappresenta questo strato [venetico], è quello stesso di Trieste, in latino, Tergeste» [Buti- Devoto 1974, 56], che riappare anche in (Oderzo, latino Opitergium [ibidem], è facile obiettare che in venetico questo nome può rappresentare a sua volta un prestito dallo Slavo, dato che la radice terg- «mercato» è tipica delle lingue slave, come mostrano sloveno trg, serbocroato trg, ceco trh, polacco targ, russo torg, tutti «mercato», oltre che dell' Illirico – albanese tregë « Mercato».
Non solo: ma in antico Slavo esiste un suffisso iste, con valore locativo, che unito proprio a trg dà luogo a formazioni identiche a quella di Tergeste, come antico slavo, trǔžište «luogo del mercato», ecc. tržište «idem» serbocroato trgovište «idem», sloveno trgovišče ecc. [GCLS §§ 950- 954]. Che sono formazioni molto più concrete di qualunque ipotetico etimo venetico o illirico.

Infine, sono gli Slavi che hanno introdotto la parola anche in area germanica (antico islandese e svedese torg, danese torv) e uralica (finnico Turku) [Vasmer s.v.].

Il nome Veneti

In realtà, nel quadro della TC la forte presenza (oltre che l'immediata prossimità) degli Slavi in Italia nord-orientale fin dalla remota antichità potrebbe anche spiegare in maniera più, semplice di quanto non si possa fare in ambito tradizionale [e.g, Prosdocimi 1979] – il nome stesso dei Veneti, che sarebbero stati chiamati così dai loro vicini germanici, nella cui lingua Wenden significa appunto «Slavi» ( anche cap. XX): antico islandese Vindr, (pl. Vindr, Vinðr) (> finlandese Venääj, Venät = «Russia» estone vene-mees = «Russo», vepso vená «lingua russa»), da *weniðiz o *weneðiz (forma che spiega il nome tedesco di Venezia:Venedig), anglosassone, Vinedas, Veonedas, antico alto tedesco Vinidā, latino Venedi, Veneade (Plinio), Venethi (Tacito), Ouenédai (Tolomeo ), Vinethi, Vinidae (Giordane) [v. ANEW s.v.].

Il Veneto della pianura, sarebbe stato slavizzato diversamente rispetto alla regione alpina orientale e centro-orientale, così come era stato diversamente celtizzato rispetto alle regioni alto-italiane centrali e occidentali, e sarebbe a questo minor gradi di slavizzazione e di celtizzazione, oltre che ai suoi più stretti contatti preistorici e protostorici con l’Italia mediana, che esso dovrebbe i suoi diversi tratti linguistici.


Sull'elemento slavo del Friulano ci sarebbe moltissimo da dire, Qui mi limito ad aggiungere, ai tratti ladini già menzionati, il suffisso *-utto.
Di origine incerta, è attestato anche nei Grigioni, ma è tipico soprattutto del Friulano [GSDI § 1144a], soprattutto come diminutivo (agnelút, porcelút, ciavalút ecc.), oltre che nei cognomi (Antonutti, Lorenzutti , Biasutti ecc.) e per designare l'origine da un paese (Venchiarutti «di Venchieredo», Toffolutti «di Tóffol», nimisút «abitante di Nimis» ecc.).
L'origine è probabilmente slava, dato che il suffisso -ut- in Slavo ha svariate funzioni, fra cui anche quelle attestate in Friulano: serbocroato kolút «disco», da kolo «cerchio»; ipocoristica in nomi di persona, come polacco Blizuta, Wojuta, Boguta ecc.; e sloveno Neminškúta «i Tedeschi», da némski «tedesco» [GCLS § 1179].



5.7. Antropologia fisica

Conviene anche ricordare la grande omogeneità antropologica fisica di tipo dinarico – di tutte le popolazioni dell'arco alpino centrale e orientale, dall'Engadina al Kossovo [Guiu Sobiela Caanitz, com. pers].
Fra l'altro, una delle varietà più diffuse del tipo antropologico dinarico è quella che stata chiamata «norica», appunto per la sua concentrazione, oltre che nell'ex Jugoslavia, anche nel Friuli e nel Veneto.
Oggi tutti sanno che le caratteristiche morfologiche umane non sono un'evidenza valida per i tempi lunghi – come si pensava nella prima metà del secolo – ma lo sono per i tempi antropologici brevi, che sono quelli impliciti nella mia tesi sui l’etnogenesi ladina.
È quindi un'evidenza che merita di essere approfondita e collegata con l'evidenza archeologica, linguistica e genetica.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Veneto:etimoloja, xenetega e storia

Messaggioda Berto » lun mag 04, 2015 1:08 pm

VENETKENS Viaggio nella terra dei Veneti Antichi

https://www.youtube.com/watch?v=0WoVAtieZ6I

Immagine

El nome Veneto el vien asè en vanti de coeƚo de Venesia:

Immagine

Veneto:etimołoja, xenetega e storia
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... QxZzQ/edit

Venetkens
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... VGVjQ/edit

No tuti sti nomi łi xe varianse de l’etnego Veneto/Veneti
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... lFTmM/edit

Gnaona çità veneta ƚa xe stà fondà dai romani e gnaona ƚa porta on nome dà dai romani:
viewforum.php?f=151

Na ‘olta, coanti omani ghe jera ente ła tera veneta?
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... wtM28/edit
viewtopic.php?f=172&t=361

Casiodoro (VI secoƚo d.C.) el scrive de ƚe Venesie e no de Venesia (...Venetiae praedicabiles...)
viewtopic.php?f=137&t=536

Ƚa X Rejo de Çexare ƚa se ciamava X Rejo e no Venetia et Histria ke lè el nome ke ghe xe sta dà entel III secoƚo d.C. co ƚa reforma de Dioclesian:
http://it.wikipedia.org/wiki/Diocleziano

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... etkens.jpg
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