Amare e rispettare gli ebrei e Israele è fonte di gioia

Re: Amare e rispettare gli ebrei e Israele è fonte di gioia

Messaggioda Berto » mer giu 17, 2020 7:40 am

Intervista a Magdi Cristiano Allam: “Israele rappresenta la sacralità della vita”
HaTikwa, di David Zebuloni
15 giugno 2020

https://www.ugei.it/intervista-a-magdi- ... della-vita

La storia di Magdi Allam è la storia di una civiltà che muta nel tempo. Nato al Cairo negli anni ’50, Magdi diventa testimone di un Egitto sempre più radicale e sempre meno liberale. Trova dunque in Italia una seconda patria, un luogo in cui riscattare le proprie sorti, un terreno fertile sul quale ricostruire la propria vita. Con la conversione al Cattolicesimo, Magdi Allam diventa Magdi Cristiano Allam e la sua battaglia all’Islam più radicale diventa una missione di vita. Giornalista, scrittore e politico, Magdi ha spesso fatto parlare di sé, diventando per molti un simbolo di speranza e per altri un simbolo di intolleranza. Controverso e discusso, osannato e acclamato, Magdi Cristiano Allam racchiude in sé due mondi che sembrano essere incompatibili. Ricorda la sua Egitto perduta con nostalgia, ma si definisce italiano al cento per cento. A proposito di Israele afferma che essa rappresenta per lui la sacralità della vita, il valore fondante della nostra umanità. Poi aggiunge che lui è e sarà sempre un combattente per il diritto di Israele ad esistere. Quando gli domando invece a chi vorrebbe passare il testimone, Magdi risponde: “Io ho 68 anni e mi considero un giovanotto, voglio continuare la mia missione”.

Signor Allam, qual è il significato profondo del nome Cristiano aggiunto al già esistente Magdi?

La mia è stata una scelta ben precisa, con la quale ho voluto evidenziare la mia adesione al cristianesimo, dopo aver ripudiato l’Islam e aver abbracciato convintamente la religione cristiana. La mia educazione è stata un’educazione cristiana. Ho vissuto e studiato nelle scuole italiane cattoliche al Cairo, la mia città natale, e ho avuto modo di conoscere e di apprezzare sin da bambino la realtà di persone che si prodigano per il bene altrui, a prescindere dal fatto che fossimo egiziani o italiani, musulmani o cristiani. All’epoca c’era ancora qualche ebreo in Egitto. Pensa che io avevo una fidanzatina ebrea, ma lo scoprii solo dopo essere stato arrestato dai servizi segreti egiziani, durante la Guerra dei sei giorni del ’67. Solo dopo un pesante interrogatorio capii che lei era ebrea e fu un trauma per me perché in quel momento mi resi conto che era finito l’Egitto cosmopolita dove la pluralità era considerata un fattore di ricchezza. Ecco, quando decisi di convertirmi al cristianesimo e mi fu chiesto di aggiungere un nome cristiano a quello già esistente, aggiunsi quel nome che fa sì che non possa esserci alcun dubbio sulla mia scelta.

Il suo abbraccio al cristianesimo si è espanso in un abbraccio all’Italia, a tal punto che nel 2009 ha fondato un movimento politico e ha deciso di chiamarlo proprio “Io amo l’Italia”.

Diciamo che il mio amore per l’Italia precede la mia adesione al cristianesimo. Io arrivai in Italia nel 1972 e individuai in essa una seconda patria, ma la prima patria per quanto riguardava la libertà. La libertà che in Egitto non esisteva più. Ecco perché io amo l’Italia. Il mio è il messaggio di chi ha fatto una scelta di vita e di chi ritiene che la cittadinanza debba fondarsi su un atto di amore esclusivo. Quando nel 2012, in seno al governo presieduto da Enrico Letta, fu nominata Ministro dell’Integrazione la Cécile Kyenge del Partito Democratico, io la criticai severamente perché nella sua prima conferenza stampa lei disse che non poteva definirsi al cento per cento italiana in quanto vivevano in lei due anime: una congolese e una italiana. Ecco, io la criticai perché un Ministro della Repubblica che giura fedeltà all’Italia sulla costituzione, deve identificarsi in essa al cento per cento. Non può avere un piede in Congo e un piede in Italia.

Ciò significa che lei è riuscito ad annullare completamente la sua identità egiziana?

Vedi, per me l’identità è diversa dalla cittadinanza. Io distinguo tra le due realtà. Prima di addormentarmi per esempio, ascolto solitamente della musica egiziana della mia epoca. Il mio è un legame affettivo con un Egitto che purtroppo non esiste più, da tutti i punti di vista. Io ho lasciato un Egitto dove splendeva il sole, oggi la coltre di smog è talmente consistente che il sole non si vede più. L’ultima volta che ci tornai fu nel 2002, quando ero giornalista del quotidiano La Repubblica, e rimasi sconvolto nel vedere quel cambiamento così radicale. Ecco, oggi io mi identifico e mi sento cittadino italiano al cento per cento.

Prova nostalgia per quell’Egitto che ha lasciato e che non esiste più?

Sì, per quell’Egitto provo nostalgia. Sicuramente. Ed è un Egitto che io rivivo ascoltando la musica di un tempo, talvolta guardando i vecchi film. Quell’Egitto è dentro di me, ma le persone nel corso della loro vita devono fare delle scelte.

Tornando all’Italia, è preoccupato per il paese che lei tanto ama?

Totalmente.

Cosa la preoccupa maggiormente?

Innanzitutto io ritengo che questa non sia più una democrazia sostanziale. Ritengo che questa sia una dittatura sostanziale. Una dittatura che oggi ha assunto le vesti di una dittatura sanitaria, dove si è utilizzata un’emergenza ospedaliera per introdurre uno Stato di emergenza con una semplice delibera che fa riferimento all’ordinamento della protezione civile. Questa dittatura sanitaria si è aggiunta a una dittatura finanziaria che era stata avviata con l’avvento al potere di Mario Monti, che ha rappresentato la grande finanza speculativa globalizzata. Cosa diversa dalla finanza regolamentata, in quanto si sostanzia di titoli derivati, ovvero di una moneta virtuale frutto della speculazione di denaro su denaro, che rappresenta un vero e proprio tumore all’interno della realtà finanziaria. Ecco, io sono estremamente preoccupato perché l’Italia ha perso del tutto la propria sovranità sul piano monetario, sul piano legislativo, sul piano della difesa. L’Italia è il paese europeo con il più basso tasso di natalità, c’è un tracollo demografico spaventoso che fa sì che la popolazione italiana sia a rischio di estinzione. Inoltre la popolazione italiana è la più anziana al mondo, dopo il Giappone, e questo insieme di fattori mi fa ritenere che oggi ci serva un miracolo per poterci riscattare.

E in questo quadro apocalittico riesce a riconoscere dei punti di luce?

Non è un quadro apocalittico, è una rappresentazione corretta della realtà, perché io mi baso su dei fatti. Quando dico che la massa dei titoli derivati è pari al 33% del PIL mondiale, questo è un fatto. Quando dico che c’è un tracollo demografico che mette a rischio la continuità della popolazione italiana, questo è un fatto.

Siamo dunque nel buio più totale?

Manca una cultura e una classe politica che abbiano veramente a cuore la sorte dell’Italia e il bene degli italiani, ma al tempo stesso sono fiducioso sul fatto che la maggioranza degli italiani, pur essendo disorientati e tendenzialmente rassegnati, vogliano un cambiamento. Sono alla disperata e continua ricerca di un salvatore della patria. Lo è stato Berlusconi, lo è stato Monti, poi è stata la volta di Renzi, Grillo e Salvini. Ora, secondo i sondaggi, Giuseppe Conte viene visto dal 40% degli italiani come il nuovo salvatore della patria. Io ritengo che la fiducia e la speranza, HaTikwa, la speranza, possano esserci solo se ciascun italiano si rimboccherà le maniche, ci metterà la faccia, avvierà un percorso di formazione culturale che consenta di conoscere correttamente ciò che sta accadendo. Io mi sto muovendo in questa direzione, sto dando vita ad un movimento che avevo concepito nel 2014 dopo aver finito il mandato di parlamentare europeo. Un movimento che io all’epoca denominai “Insieme ce la faremo”. Oggi è diventato uno slogan che viene ripetuto da tanti, ma io ne rivendico la paternità.

Un po’ profetico direi.

Ero convinto già dall’allora che siamo tutti sulla stessa barca.

Ciò significa che non esclude un ritorno in politica?

Io sono impegnato in politica, ma non sono interessato né a fondare un nuovo partito, che ce ne sono fin troppi, né a aderire ad altri partiti. Questo non mi interessa, perché mi rendo conto che i partiti perseguono altre logiche. I partiti sono alla caccia del voto, il voto lo si ottiene attraverso il consenso e se tu vuoi un consenso ampio, la tua proposta deve essere il più possibile diluita. I partiti hanno come riferimento il Dio sondaggio e a seconda di esso i partiti virano un po’ al centro, un po’ a destra e un po’ a sinistra. Io voglio un qualcosa che corrisponda alla retta via. E aggiungo che bisogna fare in fretta, perché non è rimasto molto tempo.

La sua frase profetica mi riporta ad un’altra profetessa, la sua amica Oriana Fallaci. Io sono un appassionato della Fallaci e devo confessarle che l’idea che lei l’abbia conosciuta personalmente mi ingelosisce un po’. Ecco, la Fallaci le scrisse: “Sei l’unico su cui dall’alto dei cieli, o meglio dai gironi dell’inferno, potrò contare. Bada che t’infliggo una grossa responsabilità”. Di che responsabilità parla Oriana?

Intanto vorrei ricordare che Oriana è stata una grande amica di Israele, aveva Israele nel cuore. Individuava in Israele il simbolo della libertà, in un contesto dove la libertà non esiste. Oriana Fallaci è stata la prima in assoluto che ha avuto l’onestà intellettuale e il coraggio umano di dire la verità. Io sono arrivato dopo di lei e intendo continuare a dire la verità in libertà. L’eredità è quella di portare avanti una missione che oggi è più difficile rispetto al 2006, quando Oriana ci lasciò. Purtroppo la situazione è deteriorata rispetto all’epoca.

Riconosce qualcuno che abbia le stesse qualità che la Fallaci vide in lei? Qualcuno a cui passare il testimone e infliggere la stessa responsabilità?

Beh, io ho 68 anni e mi considero un giovanotto.

Lo è, assolutamente. Non insinuavo il contrario.

Ecco, diciamo che voglio continuare a promuovere questa missione. Una missione che voglio sicuramente condividere con tutti coloro i quali convergono su delle idee, su dei valori e sulla prospettiva. Quando Oriana scrisse quella frase, erano ormai gli ultimi anni della sua vita. Io ringraziando il Signore sto bene. Mi auguro che, più che un testimone, possano essercene tantissimi di testimoni, perché abbiamo veramente bisogno di tantissimi italiani che possano essere protagonisti delle scelte che si traducano nel bene dell’Italia.

Signor Allam, tutti si prodigano per risolvere la questione israelo-palestinese. Lei crede che esista davvero una soluzione al conflitto?

Si potrà ottenere la pace solo dopo aver eliminato il terrorismo palestinese. Fino a quando ci sarà un pensiero dominante che nega il diritto di Israele all’esistenza come Stato del popolo ebraico, non potrà esserci pace. Fin quando ci sarà una realtà di terrorismo che ricorre alla violenza per provocare stragi e per annientare lo Stato d’Israele, non potrà esserci pace. Potrà esserci solo tregua.

“Viva Israele”, cita il titolo di un suo libro. Un manifesto di solidarietà allo Stato di Israele e al popolo ebraico. Come nasce questa amicizia?

Il mio sentimento nasce da una riflessione su quella che è la sacralità della vita, che è il valore fondante della nostra umanità. Perché o si crede nella sacralità della vita, o non si è umani. Si è e ci si comporta come chi non ama sé stesso e non ama il prossimo. Come chi è pronto a uccidere in qualsiasi momento ed è pronto a farsi uccidere in qualsiasi momento. Con il tempo ho maturato la convinzione che Israele rappresenta sulla scena internazionale l’incarnazione della sacralità della vita. Israele rappresenta anche l’unico caso al mondo in cui non si riconosce il diritto di uno Stato di scegliersi la propria capitale, ed è un diritto che ha delle radici storiche, perché duemila anni fa Gerusalemme era la capitale del Regno di Israele, mentre non è mai esistito uno Stato palestinese nella storia, ma gli islamici considerano comunque Gerusalemme come il terzo luogo sacro dell’Islam. La ragione di ciò è che nel 621 Maometto raccontò di aver compiuto un viaggio in sella ad un cavallo alato, accompagnato dall’Arcangelo Gabriele. Secondo il racconto questo cavallo alato si posò nella Moschea Remota, che in arabo di dice Masjid Al-Aqsa. Qual è il fatto che storicamente non torna? Ecco, nel 621 non esisteva alcuna moschea a Gerusalemme. L’inizio dei lavori della Moschea di Al-Aqsa risale al 680, quando Maometto era già morto.

Esiste dunque un’incongruenza storica.

Totalmente, si tratta di un’attribuzione infondata, perché nel 621 non esisteva alcuna Moschea a Gerusalemme. Ciò nonostante gli islamici continuano a sostenere che Maometto di recò nella Moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme e di conseguenza continuano a ritenere che Gerusalemme sia il terzo luogo sacro dell’Islam, nonostante sia assolutamente infondato. Io sono e sarò sempre un combattente per il diritto di Israele ad esistere e sono sempre più convinto che o si riconosce il diritto di Israele ad esistere come Stato del popolo ebraico, o verrà a meno il diritto ad esistere anche per tutti gli altri.

Il prezzo da pagare per queste sue affermazioni è stato molto alto. Per anni infatti ha dovuto vivere sotto scorta.

La scorta in realtà mi fu attribuita per una segnalazione avuta dai servizi segreti italiani di una mia condanna a morte da parte di Hamas, i terroristi islamici palestinesi, perché io criticavo i loro attentati terroristi suicidi e difendevo i civili israeliani. Era il 2003 e all’epoca ero ancora musulmano.

Ha avuto paura?

Guarda, io nel 2005 ho scritto un libro dal titolo “Vincere la paura”. La paura è l’arma su cui investono i terroristi islamici per sconfiggerci senza combattere, perché quando uno interiorizza la paura finisce per rassegnarsi alla sconfitta, subisce senza reagire. Quindi io non ho paura.

L’Islam radicale esiste ancora Signor Allam, ma la sua battaglia ideologica personale, pensa di averla vinta?

Io mi sento soddisfatto per aver sempre operato coerentemente con le mie scelte interiori. Di questo sì, sono soddisfatto. Ma non posso essere soddisfatto della realtà oggettiva. Mi rendo conto che siamo ad un bivio epocale e ci vuole un’azione culturale che fortifichi dentro ciascuno di noi. Ci vuole una mobilitazione civile che consenta di ridare fiducia alla popolazione. Io sono consapevole che ci vorrà un miracolo, l’ho detto prima, ma sono anche fiducioso che questo miracolo potrà realizzarsi.
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Re: Amare e rispettare gli ebrei e Israele è fonte di gioia

Messaggioda Berto » mer feb 03, 2021 3:22 am

Chi tiene ai diritti dell’uomo e alla libertà deve difendere Israele
Davide Cavaliere
13 luglio 2020

https://www.corriereisraelitico.it/chi- ... e-israele/


Ugo Volli è un semiologo, critico teatrale e accademico italiano. Ha alle spalle oltre duecento pubblicazioni scientifiche e una decina di libri. È stato professore ordinario di semiotica del testo all’Università di Torino e direttore del Centro Interdipartimentale di Ricerca sulla Comunicazione (CIRCe). Ha collaborato con Umberto Eco. Autore delle celebri «Cartoline da Eurabia» per Informazione Corretta. Tra le sue pubblicazioni più recenti ricordiamo: Israele. Diario di un assedio (Proedi editore, 2016) e Il resto è interpretazione. Per una semiotica delle scritture ebraiche (Belforte Salomone, 2019).

Ha accettato di rispondere ad alcune domande per il Corriere Israelitico.

È stato diffuso sui social media il video di un ragazzo che, in uno sfogo, apostrofa come «negra» una donna con cui ha avuto un incidente automobilistico. La vicenda, che fino a non molto tempo fa sarebbe stata derubricata come atto di maleducazione o «bravata», ha visto l’intervento della Digos, di due ministri e la società sportiva per la quale il diciannovenne giocava lo ha espulso. Secondo lei, abbiamo un problema con alcune parole? Corriamo, davvero, il rischio di una manipolazione del linguaggio e, di conseguenza, della realtà?

La linguistica ci insegna che il linguaggio funziona secondo un regime di arbitrarietà. Ciò comporta che non vi è un significato unico e autentico per le parole, né una loro connotazione valoriale fissa, ma il senso è fissato socialmente e muta con il cambiamento sociale. Per esempio la parola «giudeo» che in Italia ha un valore negativo e insultante, corrisponde etimologicamente a «jew», «Juif» e perfino all’ebraico «jehudì», che sono designazioni neutre di ciò che noi chiamiamo «ebreo». «Negro» non è intrinsecamente insultante, è ovviamente legato etimologicamente a «nero», che invece oggi è una dizione accettata. Le interdizioni linguistiche spesso seguono una dinamica dell’eufemismo: si proibisce di usare un termine che designa una realtà censurata (parti del corpo, luoghi e attività «impresentabili» ecc.) o che rappresenta qualcosa in maniera insultante ed esso è sostituito da un’altra parola, perché bisogna pure poter nominare la cosa; ma essa diventa a sua volta insopportabile ed è a sua volta sostituita… senza fine. Così per esempio la serie luogo di prostituzione → «postribolo» → «casino» → «casa chiusa» ecc. «Negro» è insultante perché è stato usato per insultare e per questo è ora interdetto. Ma proibire le parole non elimina i rapporti sociali che esse servono a designare. Il «politically correct» nel linguaggio ancor prima di essere una violenza è una sciocchezza che non può funzionare.

Il movimento Black Lives Matter si è fatto portatore di un vero e proprio affatturamento linguistico: Colombo è diventato un «genocida» e Amedeo IV di Savoia un «colonizzatore». Quali sono le caratteristiche salienti del suddetto movimento? Rappresenta una minaccia alla democrazia?

«Black lives matter» è un movimento antidemocratico e fascistoide fin dal nome. I suoi aderenti hanno spesso sottolineato che intendono questa denominazione nel senso di dire che «solo» e non «anche» le vite dei neri contano, e hanno rifiutato con decisione ogni estensione a «tutte le vite». Di fatto il movimento è portatore di un’ideologia «rivoluzionaria» che nega l’uguaglianza dei diritti e discrimina gli avversari, spesso definiti in maniera razzista e discriminatoria: i «bianchi», gli ebrei, gli uomini, gli eterosessuali. I suoi metodi sono violenti, il suo rispetto per la libertà di chi non la pensa come loro è inesistente. È l’ennesima riedizione del tentativo di eliminare la civiltà liberale che ha fatto grande l’Occidente. Si tratta di un gruppo molto minoritario, che purtroppo è coperto oggi, per viltà o per interesse, da buona parte della sinistra anche democratica.

I militanti antirazzisti, oggi, sono fieri avversari di Israele. Quali sono le origini di questo odio «progressista» verso lo Stato Ebraico?

I veri militanti antirazzisti, a partire da Martin Luther King, sono sempre stati sostenitori di Israele. L’atteggiamento su Israele può essere preso come test per verificare l’autenticità dell’antirazzismo di un movimento. La ragione per cui alcuni movimenti che si pretendono «di liberazione» (riguardo al razzismo, ma anche agli orientamenti sessuali, al genere ecc.) sono anti-Israele si chiama «intersezionalità». Tutte le oppressioni, secondo questa teoria, avrebbero un’unica matrice, cioè il sistema occidentale della libertà politica ed economica. Con altro nome, è quel che già sosteneva Stalin, e poi da noi fu ripreso da Toni Negri: anche se la teoria marxista della lotta di classe non funziona e se gli operai hanno capito che il progresso sociale si ottiene col liberalismo e non col comunismo, quel che conta è unire tutti i nemici dello «stato di cose esistente». Di questo tentativo di coalizione dovrebbero far parte dunque non solo neri, donne, omosessuali e transessuali, ma anche gli islamisti, che pure sono portatori di un’ideologia clericale e reazionaria di oppressione delle donne e di violenta repressione dell’omosessualità, ma sono nemici dell’Occidente. E poiché odiano in maniera razzista gli ebrei e il loro stato, è «intersezionale» per gli «antirazzisti» condividere quest’odio razzista. Questa ragione politica si fonde poi col vecchio odio degli ebrei che da sempre ha un posto importante nei pregiudizi della cultura europea (oltre che islamica).

La civiltà occidentale ha sviluppato il concetto di «diritti dell’uomo» per proteggere gli individui dall’arbitrio del potere, attualmente hanno assunto i tratti di una religione secolare attraverso cui legittimare e giustificare il separatismo islamico nelle città europee, l’infibulazione, l’uso del burka… i «diritti umani» sono una minaccia alla sopravvivenza della civiltà europea?

Intesi secondo il buon senso e il significato originario, i diritti dell’uomo sono la sintesi dei valori occidentali, la parità di fronte alla legge, la libertà politica, l’integrità fisica e il diritto di proprietà. Gli islamisti non li hanno mai accettati, tant’è vero che ne hanno proposto una versione adulterata e musulmanizzata con la dichiarazione del Cairo del 1990. Non esiste nulla nelle dichiarazioni dei diritti dell’uomo (a partire da quella francese approvata nel 1789, fino a quella promulgata dall’Onu nel 1948) che autorizzi l’inferiorità delle donne sancita dall’obbligo del burka in certi stati islamici o addirittura alla loro mutilazione per impedirne la libertà sessuale con l’infibulazione. Nè in essi si può trovare la base per le censure dell’«islamofobia» che oggi è uno degli obiettivi dei movimenti islamisti e delle organizzazioni internazionali da essi influenzate come l’Unesco e altro organismi dell’Onu. Infine non vi è rapporto fra i diritti dell’uomo e la pretesa di un diritto generalizzato all’immigrazione. La cosiddetta «religione dei diritti umani» non è altro che una definizione propagandistica e deformante dell’agenda politica di sinistra, che tradisce le ragioni liberali su cui si è costruita l’idea dei diritti umani. E’ importante anche indicare che vi è un fondamento religioso, ebraico e poi cristiano dell’idea di una comune dignità degli esseri umani, che la tradizione rabbinica fa derivare dalla comune discendenza da una sola coppia di progenitori, com’è descritta all’inizio della Bibbia: il contrario di ogni possibile razzismo.

In che modo la retorica dei «diritti umani» viene impiegata per delegittimare Israele?

I diritti umani non hanno nulla a che fare con la delegittimazione di Israele (spesso praticata insieme alla sua demonizzazione, sulla base di un doppio standard: sono le tre «D» che Natan Sharansky ha proposto come test per definire la differenza fra un’opposizione legittima e l’antisemitismo). Israele viene spesso accusato di crimini inesistenti e bizzarri, che hanno senso solo per riattivare i vecchi miti antisemiti: per esempio ucciderebbe i bambini, sottrarrebbe ai nemici i loro organi interni, profanerebbe i luoghi sacri ecc. Sono calunnie insensate e senza base, come l’accusa spesso ripetuta di sottoporre i palestinesi alle stesse persecuzione che gli ebrei subirono dai nazisti. Si tratta in questo caso di un trasparente (anche se per lo più incosciente) tentativo di trasferire sulle vittime ebraiche le colpe dell’Europa. Di fatto Israele, anche se naturalmente non è perfetto e può compiere degli errori come tutti gli altri stati del mondo, è il solo paese nella vastissima area geografica fra l’Oceano Atlantico e l’India dove i diritti umani (e quelli politici e sociali) sono rispettati e attivamente promossi; in cui vigono le libertà di espressione, di associazione e di religione; in cui le minoranze etniche, religiose e politiche possono organizzarsi liberamente; in cui la magistratura è indipendente, i militari obbediscono alla politica, i governi sono liberamente scelti dall’elettorato; vi sono pari opportunità per uomini e donne e non sono ammesse discriminazioni sulla base degli orientamenti sessuali. Nonostante il terrorismo ininterrotto e le numerose guerre, i diritti umani, politici e sociali non sono mai stati sospesi in Israele e in buona parte si estendono anche ai non-cittadini, magari esplicitamente nemici come i sudditi dell’Autorità Palestinese. Chiunque provi a usare il criterio dei diritti umani per attaccare Israele, lo fa ignorando i fatti più elementari sulla vita del paese o in malafede. Al contrario, chi tiene ai diritti dell’uomo e alla libertà deve difendere Israele. Come diceva Spadolini, la libertà, anche quella dell’Europa, si difende sotto le mura di Gerusalemme.

Grazie professor Volli.
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Re: Amare e rispettare gli ebrei e Israele è fonte di gioia

Messaggioda Berto » mer feb 03, 2021 3:24 am

Questo non ama Israele

La prima mossa Botta e risposta Augias-Segre
13 Luglio 2020

https://www.italiaisraeletoday.it/la-pr ... ias-segre/

Nuovo confronto da lontano fra Corrado Augias ed Emanuele Segre. Tutto è nato dalla risposta di Augias su Repubblica alla lettera di un lettore, dove la Guerra dei Sei giorni venne definito “una vittoria maledetta”…

Corrado Augias

Caro Segre mi sottraggo al suo invito ma non voglio sembrarle scortese. Una discussione pubblica sarebbe semplicemente inutile e servirebbe solo a ribadire ciascuno nelle proprie posizioni quali che siano.

Ribadisco il finale del mio intervento seguendo il famoso consiglio di Ernest Renan nel suo saggio ‘Che cos’è una nazione’. e se ho scritto e qui ribadisco che Israele per primo dovrebbe ‘dimenticare’ (mantenendo ovviamente tutte le cautele e le difese per la sua sicurezza – questo va da sé) è perché Israele ha una struttura democratica, un opposizione intelligente, una tolleranza verso il dissenso tutte cose che nei paesi arabi esistono in misura molto minore o non esistono affatto.

In virtù di queste circostanze politiche, tocca a Israele la prima mossa come era accaduto a Rabin per il quale conta meno ciò che disse nel discorso da lei citato del fatto di essere riuscito a stringere una trattativa che pareva avviata a buon fine. Di questo Israele i suoi amici come lei e me ha bisogno – quanto a lungo si può vivere con i confini segnati da un muro?

Emanuel-Segre-Amar

Gentile dr Augias, mi rincresce che lei non voglia affrontare l’argomento in pubblico. Ebraicamente ritengo che il confronto intellettuale sia sempre una base necessaria per fare emergere la verità. Un confronto dialettico non è dato per ribadire posizioni già assunte, come le sarà noto dal Talmud, ma per confrontarle e constatare sulla base, in questo caso di fatti precisi, quale sia la migliore, la più fondata. Ma devo constatare che Proust aveva ragione quando scriveva che “I fatti non hanno accesso nel regno delle nostre fedi”.
Ora mi permetta, di approfittare della sua disponibilità al confronto, se non altro epistolare, per dirle che questa frase la sento da quando portavo i pantaloni alla zuava, che Israele “dovrebbe fare la prima mossa”. E’ dagli anni ’30 quando non era ancora Stato che ha tentato la prima mossa, e ancora nel 1947, quando contravvenendo ciò che aveva stabilito il Mandato Britannico per la Palestina del 1922, l’ONU, con la Risoluzione 181, raccomandò un’ulteriore spartizione del territorio che il Mandato aveva assegnato agli ebrei, a favore degli arabi. Gli ebrei accettarono questa ulteriore diminuzione territoriale, gli arabi, in risposta lo attaccarono, e se non fosse andata come andò, la Shoah, dai carnai d’Europa sarebbe continuata in Medio Oriente.

Da allora Israele, la prima, seconda, terza e quarta mossa l’ha sempre fatta, e non starò qui a ricordarle tutte le tappe. Gliene bastino due, gli Accordi di Oslo del 1993-1995 e quelli di Camp David del 2000. Le risposte furono due intifade, con la Seconda che inaugurò un regno del terrore durato cinque anni. Poi fu il turno di Gaza, lasciata nel 2005. Avrebbe potuto prosperare e diventare la Singapore del Medio Oriente, invece si è trasformata nel feudo di Hamas. In parole povere, Israele ha sempre avanzato proposte, e la risposta è sempre stata “Non è abbastanza”.

Guerra dei sei giorni

Israele in nome della pace restituì all’Egitto i territori del Sinai catturati nella guerra dei Sei Giorni, ma non ha rinunciato alla sua legittima rivendicazione di una porzione dei territori, la Giudea e Samaria, (Cisgiordania) che gli erano stati assegnati dagli inglesi a occidente del Giordano i quali sono già stati ripartiti dagli Accordi di Oslo, lasciando a Israele il controllo pieno solo dell’Area C.

Terra in cambio di pace. Ha funzionato? Non è mai abbastanza, quando si è in totale malafede. Dopo gli Accordi di Oslo, appena firmati, Arafat, così coccolato in occidente, in una moschea di Johannesburg dichiarò che lui onorava gli accordi come Maometto e Saladino rispettavano gli accordi che firmavano. Ma lei chiede ancora a Israele di fare la prima mossa…

In conclusone, è curioso che lei sappia cosa contava di più per Rabin, se degli accordi che firmò pur assai riluttante, o quello che disse in quell’ultimo discorso alla Knesset, che è una presa di coscienza molto ferma e netta, e può essere considerato il suo testamento politico.

Mi chiede quanto tempo si può vivere con dei confini segnati da un “muro”? (e qui mi permetta di specificare che si tratta di una barriera difensiva per lo più in reticolato di metallo di cui una parte minima è composta da spezzoni di cemento, ma sortisce sempre un felice effetto demagogico chiamarla “muro”).

Le rispondo in modo molto semplice, fino a quando, chi sta dall’altra parte della barriera, avrà desistito dal volere uccidere gli ebrei e onorerà maggiormente la vita invece della morte.
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Re: Amare e rispettare gli ebrei e Israele è fonte di gioia

Messaggioda Berto » mer feb 03, 2021 3:25 am

La pace di Trump
Gli Accordi di Abramo e i morsi della realtà
Niram Ferretti
16 Settembre 2020

http://www.linformale.eu/gli-accordi-di ... la-realta/

La vexata quaestio della presenza ebraica in alcune aree ad ovest del Giordano è tornata di attualità numerose volte in questi ultimi mesi, per diversi avvenimenti e ricorrenze che si sono succeduti dal novembre dello scorso anno.

Il primo tra questi è stato il discorso del Segretario di Stato Mike Pompeo, con il quale chiariva in modo lineare che la presenza ebraica in tutto il territorio ad ovest del Giordano è perfettamente compatibile con il diritto internazionale (più oltre entreremo nel dettaglio della fonte stessa del diritto). Questa dichiarazione è stata duramente condannata dalla UE e da numerosi altri Stati senza che nessuno di essi, peraltro, abbia fornito la benché minima plausibile prova dell’eventuale sbaglio giuridico. Il tutto si è, unicamente, come sempre, limitato a considerazioni politiche.

Successivamente sono state le dichiarazioni pre-elettorali di Netanyahu a porre l’attenzione mondiale su questo fazzoletto di terra: la precisa volontà del candidato Premier di estendere la sovranità israeliana al 30% del territorio di Giudea e Samaria (la così detta Area C uscita dalla penna degli Accordi di Oslo). Anche in questo caso la quasi totalità della comunità internazionale ha gridato allo scandalo e alla violazione del diritto internazionale. Ma anche questa volta senza mai menzionare la presunta violazione giuridica.

Il 25 aprile di quest’anno è stato il centenario della Conferenza di Sanremo (1920) con la quale si sanciva, per il diritto internazionale, la necessità e la legalità di una patria per il popolo ebraico nella terra di Israele. In ben pochi hanno posto il dovuto accento su questo primo e fondamentale atto di diritto internazionale ancora oggi perfettamente valido.

L’ultima (per ora) tappa, che ha riacceso i riflettori su questo minuscolo territorio, è stata la clamorosa retromarcia di Netanyahu che, contestualmente all’accordo di pace con gli Emirati Arabi (poi esteso al Bahrein), ha di fatto congelato la già annunciata estensione di sovranità sulla Area C di Giudea e Samaria.

Ma qual è la fonte del diritto internazionale ancora valida che deve essere utilizzata per capire la fondatezza delle rivendicazioni territoriali? L’unica fonte legalmente valida è il Mandato di Palestina approvato dalla Società delle Nazioni.

Il Mandato di Palestina fu approvato in maniera definitiva il 24 luglio 1922, dal Consiglio supremo della Società delle Nazioni e ratificato da tutti i 50 Stati che componevano la Società delle Nazioni (l’ONU dell’epoca) il 23 settembre 1922. Quindi, il Mandato di Palestina, essendo stato approvato da tutte le nazioni del mondo (di allora) – e questo vale anche per tutti gli altri 20 mandati costituiti – ha il valore di trattato internazionale vincolante cioè è fonte primaria del diritto internazionale. Poc’anzi si è sottolineato la differenza di data tra l’approvazione definitiva del Mandato (luglio 1922) e la sua ratifica (settembre 1922). Questa discordanza di date ha assunto, come vedremo, un valore fondamentale: infatti, il 16 settembre, la Gran Bretagna in qualità di potenza mandataria, sottopose al Consiglio della Società delle Nazioni – in base all’art. 25 del Mandato stesso – un memorandum (che fu immediatamente approvato) con il quale si divideva il Mandato in due unità amministrative distinte: il Mandato di Palestina propriamente detto e il territorio di Transgiordania affidato all’Emiro Abdallah (vedi cartina 1). Da questo momento in avanti furono creati, ufficialmente, i confini tra le due parti del mandato. Queste due aree mandatarie dovevano portare alla creazione di due Stati indipendenti: uno Stato per il popolo ebraico e uno per la locale popolazione araba. Questi due Stati divennero Israele (1948) e Giordania (1946).

In pratica l’unica fonte primaria del diritto internazionale – il Mandato Britannico per Palestina – oggi ancora valida, dichiara in modo inequivocabile che tutta la terra che va dal mar Mediterraneo al fiume Giordano era destinata al popolo ebraico per ricostruirvi la propria patria. Vediamo, nel Mandato stesso, dove si avvalorano queste conclusioni.

I collegamenti storici e legali, tra il popolo ebraico e la Palestina, individuati nel Mandato sono presenti: nel preambolo, nell’art. 2, nell’art. 4, nell’art. 6 e nell’art. 7.

Nel preambolo del Mandato si legge:

Whereas recognition has thereby been given to the historical connection of the Jewish people with Palestine and to the grounds for reconstituting their national home in that country;
Considerando che in questo modo è stato riconosciuto il legame storico del popolo ebraico con la Palestina e le ragioni per ricostituire la loro patria nazionale in quel paese;

Si evince immediatamente che il legislatore, quando decise di inserire nel preambolo del Mandato, la frase “ricostruire la loro casa nazionale” e non la frase “costruire la loro casa nazionale”, lo fece, intenzionalmente, per rafforzare il concetto di uno Stato vero e proprio in quanto già effettivamente esistito in passato. Di fondamentale importanza è anche la frase relativa alla “storica connessione” tra gli ebrei e la Palestina che diviene così appartenente all’intero popolo ebraico. Il Mandato perciò deve essere interpretato come lo “strumento” atto a ricreare le condizioni necessarie a ricostruire lo Stato del popolo ebraico in Palestina.

Il Mandato per la Palestina ha due distinti principi da portare a compimento: l’art. 22 dello Statuto della Società delle Nazioni e la Dichiarazione Balfour che sono entrambi incorporati nel Mandato (fanno parte del preambolo) e sono quindi legalmente vincolanti. Perciò se l’espressione “Jewish National Home” fosse solo un’espressione intesa a creare un mero “centro spirituale per gli ebrei” (come vogliono far credere alcuni giuristi) e non uno Stato vero e proprio non avrebbe senso l’art. 2 del Mandato che si riporta integralmente:

The Mandatory shall be responsible for placing the country under such political, administrative and economic conditions as will secure the establishment of the Jewish national home, as laid down in the preamble, and the development of self-governing institutions, and also for safeguarding the civil and religious rights of all the inhabitants of Palestine, irrespective of race and religion.
Il Mandatario avrà la responsabilità di porre il Paese sotto condizioni politiche, amministrative ed economiche tali da garantire l’istituzione della casa nazionale ebraica, come stabilito nel preambolo, e lo sviluppo di istituzioni di autogoverno, nonché di salvaguardare i diritti civili e religiosi di tutti gli abitanti della Palestina, indipendentemente da razza e religione.

A questo si può aggiungere che la Commissione Mandati della Società delle Nazioni, durante la 7° sessione nell’ottobre del 1925, ribadì in modo inequivocabile che la ragione stessa dell’esistenza del Mandato per la Palestina risiedeva nel portare avanti i “principi essenziali” contenuti nel Mandato stesso: la creazione di uno Stato ebraico e i principi dell’art. 22 dello Statuto della Società delle Nazioni. E che il Mandato è lo strumento per lo sviluppo economico e politico del paese per questo fine.

Va sottolineato che il Mandato per la Palestina, rispetto agli altri mandati di classe A, era dotato di scarsa autonomia (quasi ogni aspetto era delegato alla potenza mandataria). Ciò era dovuto al fatto che la popolazione locale era scarsa e frammentata nei suoi diversi gruppi etnici. La comunità ebraica – unico caso fra tutti i mandati – era intesa come quella già insediata in Palestina e quella vivente altrove ma facente parte integrante e “virtuale” della popolazione palestinese in base all’Art. 4, seconda disposizione, del Mandato, che si qui si riporta:

The Zionist organization, so long as its organization and constitution are in the opinion of the Mandatory appropriate, shall be recognised as such agency. It shall take steps in consultation with His Britannic Majesty’s Government to secure the co-operation of all Jews who are willing to assist in the establishment of the Jewish national home.
L’organizzazione sionista, fintanto che la sua organizzazione e costituzione sono considerate adeguate secondo il parere del Mandatario, sarà riconosciuta come tale agenzia. Essa adotterà misure in consultazione con il governo di Sua Maestà britannica per garantire la cooperazione di tutti gli ebrei che sono disposti a collaborare alla creazione della casa nazionale ebraica.

Questa disposizione fa intendere che il mandatario (la Gran Bretagna) è a tutti gli effetti un “amministratore provvisorio” di qualcuno che è “provvisoriamente assente”. Se ne deduce che gli obblighi della Gran Bretagna, in qualità di mandatario, sono rivolti sia verso la popolazione che già abita in Palestina sia verso chi ancora non vi si trova.

Mentre all’art. 6 si legge:

The Administration of Palestine, while ensuring that the rights and position of other sections of the population are not prejudiced, shall facilitate Jewish immigration under suitable conditions and shall encourage, in co-operation with the Jewish agency referred to in Article 4, close settlement by Jews on the land, including State lands and waste lands not required for public purposes.
L’Amministrazione della Palestina, pur assicurando che i diritti e la posizione di altre componenti della popolazione non siano pregiudicati, faciliterà l’immigrazione ebraica in condizioni adeguate e incoraggerà, in cooperazione con l’agenzia ebraica di cui all’articolo 4, uno stretto insediamento degli ebrei nella terra, comprese le terre demaniali e le terre desolate e non necessarie per scopi pubblici.

Dalla lettura dell’art. 6 del mandato si capisce in modo chiaro che agli ebrei è dato il diritto di “insediarsi” in tutto il territorio libero del Mandato, che come abbiamo visto in precedenza, dal settembre 1922 è stato circoscritto nella parte di territorio che va dal Mediterraneo al fiume Giordano (vedi cartina 2).

Con la costituzione, nel giugno del 1945, dell’ONU con il trattato di San Francisco e la successiva abrogazione della Società delle Nazioni, nel 1946, tutti i mandati ancora in essere furono riconosciti validi e incorporati dall’ONU con l’Art. 80 dello Statuto.

La validità legale di tale decisione è stata ribadita con la Risoluzione 276 del Consiglio di Sicurezza in occasione della disputa con il Sud Africa che occupava, ormai illegalmente, il Mandato di Namibia (diventato con la creazione dell’ONU un’amministrazione fiduciaria dell’ONU). Cosa ribadita anche dalla Corte Internazionale di Giustizia (Namibia exception) nel 1971. Quindi non ci sono dubbi sulla continuità del valore legale del Mandato di Palestina – e di tutte le sue disposizioni – dal 1922 al 1948 fino alla sua sostituzione con lo Stato di Israele che in base al principio legale dell’ uti possidetis iuris ne ha ereditato i confini. Neanche la quasi ventennale occupazione illegale di alcune sue porzioni di territorio, da parte di Giordania (Giudea e Samaria o Westbank) e Egitto (Striscia di Gaza), ne ha mai inficiato la rivendicazione legale da parte di Israele. In conclusione, come abbiamo potuto vedere, la presenza ebraica in tutte le terre ad ovest del Giordano fino al Mediterraneo (entro i confini mandatari stabiliti nel settembre 1922) fonda le sue radici legali in un trattato internazionale (il Mandato per la Palestina) ancora valido a tutti gli effetti con la creazione dello Stato di Israele che ne è il legale successore.








Accordi di Abramo: i Paesi arabi preferiscono Israele
Dimitri Buffa
2 febbraio 2021

https://www.opinione.it/esteri/2021/02/ ... n-turchia/

La notizia con cui lo stesso neo insediato presidente Usa Joe Biden dovrà fare i conti è che i Paesi arabi del Golfo preferiscono di gran lunga fare patti politici e soprattutto economici con Israele piuttosto che continuare a finanziare più o meno consapevolmente il terrorismo palestinese (prima terzomondista e oggi a matrice islamica) come invece continua a fare l’Unione europea.

Bastava leggere i meno faziosi quotidiani americani e inglesi per rendersene conto. Ma ieri si è avuta una controprova nel bellissimo convegno organizzato su Zoom promosso da Fiamma Nirenstein, dall’ex ministro degli Affari esteri Giulio Terzi di Sant’Agata e dal presidente della Fondazione Einaudi, Giuseppe Benedetto. Sono intervenuti gli ambasciatori in Italia di Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Israele e Marocco. E, tra gli altri, il consigliere per la politica estera di Benjamin Netanyahu e l’ex presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani.

Nel primo cosiddetto “panel” coordinato da Giulio Terzi – che ha lodato questa iniziativa di Donald Trump che va ricordata con il nome “Accordi di Abramo, che è il primo patriarca tanto per gli ebrei quanto per gli islamici – proprio l’ex ministro degli esteri italiano ha ricordato che adesso nel Golfo soffia un vento di pace. Favorito anche, per usare le parole di Fiamma Nirenstein, dal fatto “che tutti temono le tentazioni imperialiste dell’Iran e l’ambiguità del ruolo della Ue”.

A questo potrebbe aggiungersi la politica espansionista dell’autocrate Recep Tayyip Erdoğan, ovviamente.

Secondo Omar Obeid Mohamed Alhesan Alshamsi, ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti in Italia, gli Accordi sono “una pietra miliare” nella regione, e confermano la volontà degli Emirati Arabi Uniti per la coesistenza e la prosperità. Parole chiave anche del prossimo Expo Dubai 2021, “che potrà essere occasione anche per rafforzare i legami tra Emirati Arabi Uniti e Italia”.

Youssef Balla, ambasciatore del Marocco in Italia, ha invece sottolineato come la riattivazione dei rapporti tra il suo Paese e Israele “servirà alla ripresa della pace in Medioriente e con particolare attenzione alla questione palestinese”. La causa palestinese “è importante per il re Muhammad VI e per il popolo marocchino” – ha detto – e ha aggiunto la necessità di raggiungere la soluzione di due Stati attraverso il dialogo. Dialogo “da sempre sostenuto” da Rabat. L’ambasciatore ha tenuto anche a sottolineare, a pochi giorni da quello in cui si commemora la Shoà, come il Marocco sia stato uno dei pochi Paesi che durante la Seconda guerra mondiale si rifiutò di consegnare “i propri cittadini ebrei” ai nazisti. D’altronde basta aver visto il film “Casablanca” per saperlo.

La questione palestinese è stata sottolineata anche da Naser M.Y. Al Belooshi, ambasciatore del Bahrein in Italia, che ha parlato di “futuro Stato della Palestina”. Il diplomatico del Bahrein ha poi sottolineato l’impegno con Israele: “insieme”, ha detto, “abbiamo lavorato contro il terrorismo, l’Isis e il terrorismo filo-iraniano di Hezbollah”.

L’Iran è stato al centro ovviamente anche dell’intervento di Dror Eydar, ambasciatore dello Stato di Israele in Italia. Il diplomatico si è detto convinto che, negli sforzi per gli Accordi di Abramo, “non era giusto vincolare il futuro” della regione “fino a quando i palestinesi non avessero deciso di tornare ai negoziati”. Gli europei e gli altri Stati arabi, ha continuato, dovrebbero ora “persuadere i palestinesi a tornare ai negoziati diretti. Fino ad allora abbiamo molto da fare per recuperare il divario causato dalla disconnessione tra noi”.

Quanto all’Iran, l’ambasciatore israeliano ha dichiarato che “i Paesi arabi moderati hanno capito quello che non tutti in Europa hanno ancora capito: l’Iran è una minaccia per la pace mondiale”.

Il programma nucleare e le attività per armarsi di missili a lungo raggio “minacciano non solo il Medio Oriente, ma anche l’Europa. Le sue attività terroristiche hanno raggiunto anche il suolo europeo, in maniera diretta o attraverso Hezbollah” – ha rimarcato ancora l’ambasciatore – che poi ha invitato “i Paesi europei a unirsi a noi, Paesi dell’asse moderato, nello sforzo comune per frenare la minaccia iraniana, al fine di garantire la sicurezza e la pace regionale. Un Medio Oriente sicuro e stabile è cosa buona anche per l’Europa”.

Nel secondo “panel” coordinato da Fiamma Nirenstein hanno in seguito preso la parola Ahmed Obaid Almansoori, ex membro del Consiglio federale nazionale degli Emirati arabi uniti (e fondatore dello Strategists Center) e Reuven Azar, consigliere per la politica estera del premier israeliano Benjamin Netanyahu.

Il primo ha rimarcato come attraverso questa pace favorita dal tanto deprecato Trump “possiamo ora contribuire allo sviluppo economico e sociale di tutta la regione”.

Il consigliere strategico di Nethanyhau da parte sua ha sottolineato la soddisfazione del governo dello Stato ebraico per le parole con cui la nuova amministrazione statunitense di Biden ha confermato il suo sostegno agli Accordi firmati dal precedente inquilino della Casa Bianca. Il che, ha aggiunto Azar, conferma il sostengo “bipartisan” da parte di Washington: “Con questi Accordi tanto attesi, il Medio Oriente può diventare un corridoio ancor più grande tra Asia ed Europa, da Emirati e Oman a Grecia e Cipro. Solo rafforzandolo, creeremo più prosperità e stabilità”.

Antonio Tajani ex presidente del Parlamento europeo e attualmente a capo di Forza Italia ha sottolineato anche l’importanza degli Accordi di Abramo sotto un altro aspetto: “Rappresentano un importante sviluppo in chiave europea sul fronte migratorio”.

Last but not least, Dan Diker del Jerusalem Center for Public Affairs, uomo che ben conosce il nuovo segretario di Stato americano Antony Blinken, ha affermato che “la nuova amministrazione dovrebbe evitare di tornare indietro alle logiche del passato, che non hanno funzionato, e mantenere la visione trumpiana del percorso israelo-palestinese”.

Insomma, un peana quasi corale dal mondo arabo e da quello israeliano a proseguire nel solco degli Accordi di Abramo che probabilmente saranno una delle poche cose che Biden non vorrà cambiare durante i primi mesi della propria attività presidenziale. Anche perché i Paesi arabi sunniti che non vogliono più avere tra i piedi i Fratelli mussulmani – e quindi Hamas e i suoi rapporti con l’Iran a Gaza – hanno capito l’antifona: Israele per la loro area geopolitica è il migliore alleato possibile contro i disegni egemonici di Iran e Turchia.

Inoltre, il figurone che lo Stato ebraico ha fatto dimostrando nella campagna di vaccinazione di saper affrontare meglio di chiunque altro al mondo il coronavirus – oltre che, notoriamente, il terrorismo islamista – non è passato inosservato.

“Laddove i palestinesi con le loro continue richieste di denaro – chiosa Fiamma Nirenstein – che poi prevalentemente usano per finanziare il terrorismo e l’odio anti israeliano, antisemita e antioccidentale, stanno cominciando a stufare un po’ tutti, diventando un problema economico oltre che politico”.

Hanno fatto la fine del marziano di Flaiano, insomma. Passeranno di moda anche i sostegni pseudo rivoluzionari di quella sinistra italo-europea che ha ancora nostalgia del terzomondismo e della guerriglia?
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Re: Amare e rispettare gli ebrei e Israele è fonte di gioia

Messaggioda Berto » dom mag 16, 2021 7:06 pm

I terroristi nazi maomettani palestinesi di Gaza stanno bombardando Israele
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 197&t=2779
https://www.facebook.com/permalink.php? ... 7003387674



Perché sto dalla parte di Israele
16 Maggio 2021
http://www.linformale.eu/perche-sto-dal ... i-israele/

Da Antonio Vizioli, riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Gent. Direttore,

Gli eventi attualmente in corso in Israele mi hanno spinto a scrivervi per offrire la mia testimonianza augurandomi che possa essere per voi di interesse.

Nella mia adolescenza ero un simpatizzante propal, conoscevo una sola realtà, quella della propaganda d’odio creata ad hoc. Già dalle scuole medie ricordo che la nostra professoressa durante il cineforum ci portò a vedere al cinema un “cartone animato” che mi deluse profondamente. Nella mia ingenuità di bambino mi aspettavo un cartone animato in stile Disney, in realtà si trattava di un cartone animato che raccontava della guerra tra Israele e il Libano; quelle immagini, anche se trasformate in “cartoni animati”, mi turbarono molto.

Ricordo che il giorno dopo si discuteva in classe di quel film e la professoressa ci chiese : “Ragazzi secondo voi chi ha torto in questa guerra? Israele o il Libano?” Risposi “Israele”. Solo negli anni successivi capì che si trattava di indottrinamento.

La storia continuò alle superiori, dove avevo una professoressa di italiano che sosteneva che i forni crematori non erano mai esistiti, ma che si trattasse di strutture costruite dai russi per diffondere menzogne sui tedeschi.

All’università ho iniziato a sviluppare il mio senso critico, il mio cogito. Il periodo universitario è stato un periodo di cambiamento, e durante questi cambiamenti di vita personale, conobbi dei ragazzi israeliani che mi hanno portato a diventare difensore di Israele. Mi dissero, “Studia!” Leggi e informati da fonti serie”. Queste tre semplici coordinate mi hanno portato a diventare quello che sono oggi, un difensore d’Israele.

Molti miei amici napoletani mi hanno sempre chiesto, “Perché lo fai? Non sei ebreo, non sei israeliano”. A queste domande non è mai stato semplice rispondere. Perché lo faccio? Me lo sono sempre chiesto anche io. Giovedì scorso ho trovato la risposta ai miei dubbi. Mi trovavo a Napoli, la mia città, alla manifestazione in sostegno di Israele. Dopo gli attacchi agli israeliani, interni ed esterni, avvenuti nelle ultime settimane ho sentito la necessità di andare in piazza per dare il mio supporto. Nella tranquillità generale ho visto improvvisamente correre la polizia e ho capito che erano arrivati dei sostenitori propalestinesi. Quella presenza ha limitato la mia, anzi la nostra libertà di manifestare a favore di Israele.

Una scena mi ha colpito in particolar modo. Nelle mie vicinanze c’era un ebreo anziano, indossava la kippah e aveva la bandiera israeliana tra le mani, si chiamava Antonio, come me. A un certo punto un poliziotto gli si è rivolto dicendogli: “Non vorrei dirlo, ma se lei si allontana dalla manifestazione, deve togliere la kippah e nascondere la bandiera”.

Nell’Italia del 14 maggio 2021 e non nell’Italia del 1938, le parole di quel poliziotto improvvisamente sono state le risposte a tutte quelle domande che mi sono sempre fatto. Ecco perché difendo Israele, ecco perché difendo gli ebrei. È molto semplice, perché oggi chi sostiene Israele, ebreo o non, si deve ancora nascondere, deve badare bene a cosa dire, perché è ancora soggetto ad atti di violenza. E questo non accade in Medio Oriente, ma in Italia, in Europa, e tutto ciò non solo è inaccettabile ma è inverosimile.
Difendere lo Stato ebraico equivale a difendere la libertà, difendere lo Stato ebraico equivale a difendere la democrazia. Lo sapevo anche prima, ma durante la manifestazione a Napoli a cui ho partecipato, ne ho avuto la certezza.




Il figlio di Liliana Segre ha postato questa riflessione: Sto dalla parte di Israele, con convinzione. Non perché mi piaccia stare col più forte, perché Israele è certamente il più forte, ma perché penso che abbia ragione, perché penso che non sia una verità assoluta che il più debole abbia anche ragione. In questo caso, secondo me, il più debole ha torto marcio.
17 maggio 2021

https://www.facebook.com/norberto.fratt ... 6835105673

"Nella mia vita mi sono schierato, e mi schiero, sempre. Non sopporto gli equidistanti, quelli che pensano di avere un punto privilegiato di osservazione, dal quale si ergono a giudici. I miei punti di osservazione, invece, sono terra terra, ed i miei non sono giudizi, non giudico mai nessuno, ma solo opinioni di uno che non conta nulla.
Sto dalla parte di Israele, con convinzione. Non perché mi piaccia stare col più forte, perché Israele è certamente il più forte, ma perché penso che abbia ragione, perché penso che non sia una verità assoluta che il più debole abbia anche ragione. In questo caso, secondo me, il più debole ha torto marcio.
Molti, secondo me, hanno la memoria corta, o una visione distorta dello stato dei fatti. Quando sento invocare "Due popoli, due Stati", mi viene in mente che questo principio Israele lo accettò alla fine del 1947, riconoscendo la risoluzione ONU 188 del 29 novembre 1947. Quella risoluzione prevedeva la nascita di DUE stati. Ma furono i paesi arabi a non riconoscerla, rinunciando a far nascere lo Stato Palestinese. Perché nessuno ricorda mai che 12 ore dopo la proclamazione dello stato di Israele gli eserciti di 6 paesi confinanti cercarono di distruggerlo? Perché nessuno ricorda mai che i tentativi di distruggere militarmente Israele sono stati molteplici e che le guerre che Israele ha vinto sono sempre stati gli altri ad iniziarle?
"Israele occupa illegalmente i territori palestinesi", si grida ovunque. Ma posso sommessamente ricordare che quando tu dichiari guerra a qualcuno, e la perdi per giunta, capita che il vincitore occupi parte della tua terra? Noi perdemmo Istria e Dalmazia, e salvammo Trieste a stento. Posso sommessamente ricordare che, dopo una guerra, i confini si definiscono attraverso trattati di pace e che, per esempio, il trattato di Osimo è del 1975, ovverosia 30 anni dopo la fine della guerra? Posso, sempre sommessamente, ricordare che i territori che Israele ha occupato NON erano dei palestinesi ma di altri paesi? Il Sinai e Gaza erano dell'Egitto, il Golan della Siria e la Cisgiordania era della Giordania? Posso sommessamente ricordare che l'unico paese che ha firmato dei trattati di pace con Israele (cioè l'Egitto) si è visto restituire il Sinai? All'Egitto fu offerta anche la striscia di Gaza, ma non la volle.
Posso, a voce bassa, ricordare che Gaza fu restituita all'Autorità Palestinese nel 2005? Furono lasciati campi coltivati, serre, desalinatori. Quei campi e quelle serre furono distrutte da Hamas. Sharon, il primo ministro che decise il ritiro unilaterale da Gaza, sperava nella convivenza pacifica. Il risultato qual è stato? Migliaia di missili lanciati sui civili israeliani. Sono abituato a chiamare le cose con il loro nome. Hamas è una organizzazione terroristica che tiene in ostaggio il proprio popolo ed ha come obiettivo unico i civili israeliani, indistintamente, donne, bambini, persone inermi. Non importa, purché muoiano in quantità. Io questo non l'ho mai accettato, né potrò mai accettarlo. Mi si risponde che c'è una evidente sproporzione delle forze in campo. È vero, lo sanno tutti che Israele ha il quarto esercito del mondo. Ma se non lo avesse avuto, oggi, semplicemente, non esisterebbe più. Lo avrebbero già distrutto in una delle tante guerre che gli hanno fatto. La guerra è la cosa più orrenda che l'uomo abbia inventato. È orrenda perché di mezzo ci vanno gli innocenti, i bambini, soprattutto. Una volta Golda Meir alla domanda di un giornalista, rispose che la pace tra Arabi ed Israeliani ci sarebbe stata quando gli arabi avessero imparato ad amare i propri figli più di quanto odiassero gli Israeliani. Ed era una frase tremendamente vera. Alla base di tutto c'è l'odio. Null'altro che l'odio. Israele, per molti, deve essere semplicemente distrutto, scomparire dalla faccia della terra. Ed a molti non importa che sia più forte, gli si fa la guerra ugualmente. Si preferisce il martirio inutile al dialogo, che Israele non ha mai rifiutato. Ma per dialogare bisogna essere in due, altrimenti sono parole al vento. E quando Sadat, stanco di perdere guerre, volle veramente dialogare, la pace si fece. E dura da allora. Oggi l'Egitto è uno dei più feroci nemici di Hamas.
La soluzione del conflitto è molto più semplice di quanto appaia. Basta rispondere ad una semplice domanda: Israele ha il diritto di esistere, o no? Fino a quando la risposta sarà no, non potrà esserci pace, e nemmeno dialogo, perché non puoi sederti a parlare con chi vuole distruggerti. Ma non perché non vuoi sederti tu, ma perché l'altro non vuole sedersi con te. Oggi, i paesi arabi che riconoscono ad Israele il diritto di esistere, sono due: Egitto e Giordania. NESSUN ALTRO. Vorrà dire qualcosa che questi due paesi da 40 anni non combattono militarmente con Israele?
Israele dunque è un paese perfetto? No, non lo è, come non lo è nessun paese su questa terra. Non voterei mai per Nethanyau. E odio i fanatici dell'estrema desta israeliana. Considero idioti quelli che guardano le esplosioni da una collinetta. Ma non si può non riconoscere che se la pace, oggi, non c'è, la colpa NON è di Israele. Israele però è un paese che ha molto da insegnarci. È un paese in cui un capo di stato va in carcere per molestie sessuali e non grida al complotto. È il paese in cui gli assassini del giovane adolescente arabo, cittadini israeliani, sono stati arrestati e messi in prigione, e lì sconteranno la stessa pena di un arabo che uccide un israeliano. È il paese che investe in ricerca e tecnologia, nel campo medico, visto che moltissimi farmaci salvavita sono brevetti israeliani. È un posto che potrebbe essere un angolo di paradiso, se solo gli si riconoscesse il diritto di esistere.
Per quanto non mi faccia simpatia, c'è una frase di Nethaniyau che è al tempo stesso vera ma terribile. "Se gli arabi deponessero le armi, due minuti dopo ci sarebbe la pace, se Israele deponesse le armi, due minuti dopo non ci sarebbe più Israele".
Chiudo qui, perché comunque la guerra rimane sempre una cosa orrenda, perché ho pianto lacrime vere per quei poveri bambini uccisi sulla spiaggia o nella scuola. E non importa se la scuola è stata abbattuta da un missile di Hamas (come credo) o israeliano. Loro sono morti ed io ho pianto. Non vorrei più intervenire sull'argomento, perché comunque rimango sempre sgomento davanti ad una guerra, ma mi sentivo di scrivere queste cose perché non sono ipocrita, né ambisco a piacere a tutti. La mia bacheca è aperta sempre a tutti, anche a chi pensa in modo diametralmente opposto al mio. Rispetto tutti, tranne i razzisti. Io sono questo, e se qualcuno vorrà cancellarmi dalle proprie amicizie per le mie idee, ne prenderò atto, in alcuni casi non mi importerà molto, in altri casi invece me ne dispiacerò, ma non mi piacciono le ipocrisie, io sono questo e questo è il mio pensiero, senza equivoci, in maniera chiara.
Shalom."


Io veneto sto con Israele e i suoi ebrei che sono tra gli uomini più umani e civili della terra
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 197&t=2759
Se sei veneto e uomo libero e vuoi l'indipendenza del Veneto non puoi non amare gli ebrei e Israele, che sono un grande esempio per i veneti che aspirano e sognano l'indipendenza. Incomparabile esempio di popolo e di stato come nessun altro al mondo.
https://www.facebook.com/groups/2376236 ... 0303265716




Anche questi sono contro Israele e i suoi ebrei e stanno dalla parte dei carnefici nazi maomettani

L'ONU internazi comunista e nazi maomettano antisemita e antisionista
viewtopic.php?f=197&t=2950

La Corte Penale Internazionale contro Israele, Corte antisemita internazi comunista e filo nazi maomettana.
viewtopic.php?f=197&t=2946
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Amare e rispettare gli ebrei e Israele è fonte di gioia

Messaggioda Berto » sab gen 01, 2022 8:20 pm

Il "problema" Israele
Niram Ferretti
1 gennaio 2022

http://www.linformale.eu/il-problema-israele/

L’informale nasce nel novembre del 2015, poco più di sei anni fa, con l’intenzione di fornire ai lettori interessati, in modo documentato e rigoroso, una serie di articoli e interventi sul Medio Oriente, sull’antisemitismo e su tematiche relative al mondo ebraico. La sua attenzione precipua è sempre stato Israele.

In questi sei anni abbiamo avuto la fortuna di ospitare molti autori, alcuni di fama internazionale, come Daniel Pipes, Robert Spencer, Georges Bensoussan, Bat Ye’or, Benny Morris, e altri, i quali ci hanno permesso di comprendere attraverso la loro corposa conoscenza di temi legati alla storia dell’Islam, al mondo arabo e al conflitto arabo-israeliano, le ragioni e i meccanismi sottesi all’odio nei confronti di Israele. Un odio inflessibile che trae principalmente linfa da quello che uno dei maggiori storici dell’antisemitismo del Novecento, Robert S. Wistrich, definiva “l’odio più persistente”, o “l’ossessione letale”, diventati poi i titoli di due suoi libri seminali, ovvero dall’odio specifico nei confronti degli ebrei.

Israele è l’unico Stato al mondo al quale i suoi critici più feroci imputano la sua stessa esistenza. Non avrebbe dovuto esistere. Nemmeno durante la Seconda guerra mondiale, solo per citare la guerra a noi più vicina, o durante il periodo della Guerra fredda, Stati tra di loro implacabilmente antagonisti come la Germania e la Gran Bretagna, o gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, hanno spinto la loro delegittimazione reciproca al punto tale di dichiare che il proprio nemico non aveva alcun diritto all’esistenza, che il problema fondamentale non stava nei valori o nella visione del mondo di cui era portatore, o nella sua aggressività o disumanità, ma, appunto, nel semplice fatto del suo esistere.

Il desiderio di cancellare dalla faccia della terra Israele, oggi ufficialmente e programmaticamente dichiarato dall’Iran, e in passato incarnatosi nel tentativo di realizzarlo da parte dei paesi arabi, non è altro, sostanzialmente, se non la continuazione della convinzione profonda che nutre ogni antisemita genuino; che gli ebrei stessi sono il male e che la loro scomparsa dalla faccia della terra sarebbe un bene per l’intera l’umanità.

L’espressione più incandescente e devastante per conseguenze di questa convinzione, si è avuta con l’avvento del nazismo, quando Hitler progressivamente arrivò alla determinazione della Soluzione Finale, atta a “purificare” il mondo dal “male” ebraico.

Nessuno che non abbia un minimo di senso della realtà, la capacità di guardare le cose senza pregiudizi, sia egli ebreo o non ebreo, non può non vedere che chi considera Israele un “cancro”, una “pestilenza”, un “abominio”, nutre esattamente questa stessa idea: che il “male” ontologico rappresentato dagli ebrei sia passato al loro Stato.

Certo, viene affermato, ci sono anche numerosi ebrei che sono critici nei confronti di Israele, e che non ne auspicano la dissoluzione. Ma la critica nei confronti di Israele, quando questa critica non è fondata sulla più vieta demagogia e propaganda, quella secondo la quale in Israele si praticherebbe l’apartheid nei confronti dei plaestinesi, come pensava l’arcivescovo anglicano Desmond Tutu, “lottatore per i diritti umani” elogiato da Hamas, o si genociderebbe la popolazione araba che nei decenni non ha fatto che incrementarsi, o che la Giudea e la Samaria sarebbero, contro ogni fondamento storico e giuridico, territori “palestinesi” occupati illegittimamente da Israele, e altro ancora, difficilmente, se non quasi mai, evita questo tipo di retorica e menzogna, fermandosi solo un attimo prima di affermare quello che l’Iran dichiara da decenni, che Israele è un cancro da estirpare.

Il fatto è, detto brutalmente e senza esitazioni, che quello che fa realmente problema relativamente a Israele, è fondamentalmente proprio questo, la sua esistenza. Va ammesso a denti stretti, hanno ragione gli antisemiti quando auspicano la sua distruzione o dichiarano che non doveva nascere, perchè sanno cogliere con una precisione maggiore e una maggiore onestà intellettuale, il cuore del problema, quello che i critici ideologici camuffano dietro le loro accuse fantasiose e la loro delegittimazione politica.

L’odio per gli ebrei, the longest hatred per citare ancora Wistrich, si prolunga dunque, inevitabilmente, dentro Israele, ne è la sua fisiologica continuazione, e i numerosi ebrei, tutti immancabilmente di sinistra, che abitualmente criticano Israele, dentro o fuori di esso, affetti, nella migliore delle ipotesi da uno stordimento ideologico che rasenta la patologia o nella peggiore, da una ripugnante malafede, (e i primi casi a venire in mente nell’un caso o nell’altro, sono quelli di Zeev Sternhell, Illan Pappe, Noam Chomsky, Shlomo Sand, Gideon Levi, Amira Haas), in realtà chiedono a Israele di riunciare ad essere prima di tutto uno Stato ebraico, poi di difendersi dal nemico concedendogli sempre più credito e legittimità. In altre parole, di rinunciare alla propria identità, di farsi più cedevole e malleabile, di indebolirsi. Gli chiedono, facendosi forti di un umanitarismo e di una democraticità totalmente astratti, del tutto sconosciuti nel mondo arabo e in quello islamico, di venire meno alla sua stessa ragione d’essere. Ma non lo fanno con la capacità di sintesi dura e pura dell’antisemita, il quale, nella sua incarnazione più subdola, afferma, come Ali Khamenei, di non avere nulla contro gli ebrei, vedi alla voce ebrei iraniani, sostanzialmente ridotti a dhimmi, ma di avercela con gli israeliani che, sono, un’altra cosa. Lo fanno in nome dei diritti umani, della presunta difesa del più debole, di chi, cioè, sempre appena ha potuto farlo ha tratto subito vantaggio dalle concessioni ottenute da parte di Israele per poterlo aggredire meglio, come è accaduto con i disastrosi Accordi di Oslo del 1993-1995 o dopo la decisione di Ariel Sharon di lasciare Gaza nel 2005, diventato poi roccaforte di Hamas.

Il grande rimosso che sta alla base delle critiche pretestuose, inette, diffamanti di costoro, è quello del persistente rifiuto arabo nei riguardi di uno Stato ebraico impiantato in una regione a maggioranza islamica, rifiuto che dura da almeno 100 anni, e che si è dovuto in parte addomesticare, vedi gli Accordi di Abramo, e prima di essi i trattati di pace con l’Egitto e la Giordania, perchè ci si è resi conto semplicemente di una cosa, che Israele è più forte, e difficilmente può essere distrutto.

Distrutto come vorrebbe che fosse l’antisemita doc. La resistenza tenace di Israele è, in questo senso, emblema della resistenza stessa degli ebrei nei secoli, contro i vari tentativi assimilazionisti e poi eliminazionisti, di dissolverne la specificità.
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Re: Amare e rispettare gli ebrei e Israele è fonte di gioia

Messaggioda Berto » lun gen 10, 2022 10:33 pm

Passione e resistenza: Intervista a Ugo Volli
10 gennaio 2022

http://www.linformale.eu/passione-e-res ... ugo-volli/

Da lunghi anni Ugo Volli presta la sua voce appassionata e lucida alla lotta contro l’antisemitismo e alla difesa di Israele, due facce inseparabili della medesima medaglia. In occasione della prossima uscita, il 13 gennaio, di Mai più! Usi e abusi del giorno della memoria, Edizioni Sonda, il suo ultimo libro, un testo breve e necessario come tutti quelli che nascono dall’urgenza di dire cose vere e scomode, L’Informale lo ha intervistato.

Mai Più! Usi e abusi del Giorno della Memoria, a breve in libreria, si offre come uno strumento per aiutare a comprendere cosa significa a settantasette anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, ricordare la Shoah. Mi vorrei soffermare sul termine problematico del titolo, “abuso”, per chiederti quale è, secondo te, il rischio maggiore oggi dell’abuso nel celebrare questa ricorrenza.

Un osservatore sensibile non può non cogliere un’insoddisfazione abbastanza generale per il modo in cui in generale è celebrato oggi il Giorno della memoria; spesso si tratta di omaggi retorici e solo formali per le vittime di una violenza contro gli ebrei che non è mai del tutto cessata ed è ancora fra noi, in molti ambienti accettata come normale. Ma l’omaggio formale non è un abuso bensì piuttosto un’insufficienza di comprensione e partecipazione. Gli abusi veri e propri sono di coloro che mistificano il senso del ricordo, che per esempio cercano di staccare la Shoà dall’odio millenario verso gli ebrei coltivato dalla Chiesa, ma poi anche dagli intellettuali laici e illuministi. È un abuso anche cercare di mettere assieme tutte le stragi e i genocidi e perfino i disastri naturali, perché in questa maniera si confondono le cause specifiche e si nascondono le responsabilità storiche L’abuso peggiore è però di quelli che cercano di usare la Shoà contro gli ebrei e la loro autodeterminazione nazionale, per esempio parlando, senza alcuna base fattuale, di Israele “che si comporta come i nazisti” o di Gaza “come Auschwitz”.

In cosa consiste, al di là della formula ormai sclerotizzata del “non dimenticare”, l’importanza essenziale di ricordare questo evento, oltre alla necessità di fare memoria e dunque di inserirlo all’interno di una continuità storico culturale che è, principalmente legata alla storia del popolo ebraico, ma è anche parte inevitabile della storia dell’umanità?

La Shoà è stata un’immane catastrofe, un evento unico per il carattere programmatico e per così dire industriale dello sterminio di un popolo, avvenuto nel continente che si riteneva più evoluto, ai danni di cittadini spesso indistinguibili da tutti gli altri, caratterizzati solo dalla fede religiosa dalla particolarità culturale o dalla discendenza. Esso per questa ragione è davvero unico. Ma da un altro punto di vista è la continuazione di un odio che con vari pretesti dura da oltre due millenni e che ha investito tutta l’Europa e il mondo islamico. Il punto centrale è che esso non è affatto terminato con la Shoà, ma continua nei confronti del popolo ebraico, dei singoli ebrei e oggi si concentra soprattutto contro il loro stato, Israele. L’importanza del ricordo della Shoà non è solo far capire quali siano state le conseguenze di quest’odio in passato, ma prevenirlo o combatterlo oggi e per il futuro.

Il tuo impegno nella difesa di Israele è ben noto. Quanto è urgente per te nel momento in cui si fa ricordo del passato, unire militanza a favore di Israele e necessità di ricordare le vittime della Shoah?

Non ha senso, non è onesto ricordare gli ebrei uccisi perché ebrei ed essere solidali o indifferenti rispetto a chi cerca oggi di nuovo di uccidere altri ebrei perché ebrei. Un nuovo genocidio degli ebrei è il progetto più o meno esplicito dei palestinisti, dell’Iran, di quello che si usa chiamare “fronte del rifiuto”. Rispetto ad essi l’Unione Europea e in genere l’opinione politica e intellettuale che si vuole “progressista”, mostra comprensione e spesso vera e propria complicità. Ricordare correttamente la lezione della Shoà oggi richiede la difesa di Israele.

Come evidenzi nel testo, tra le varie giornate istituite nel mondo per fare ricordo della Shoah, quella israeliana si chiama Yom Hazikaron laShoahve–la Geuvurah, cioè «giorno del ricordo del genocidio ebraico e dell’eroismo”. Si abbina la resistenza ebraica del ghetto di Varsavia alle vittime della furia nazista. È un modo per respingere il paradigma invalso dell’ebreo soccombente e agnello da macello e sottolineare che gli ebrei sono anche combattenti e resistenti. Il loro Stato, dal 1948 ad oggi è lì a testimoniarlo. Non sarebbe ora, anche in Europa di fare questo parallelo? E perché non viene fatto?

Non c’è stato solo il ghetto di Varsavia, le rivolte contro le forze immensamente predominanti dei tedeschi vi sono state anche in molti altri ghetti e campi di quel tempo. Gli ebrei si sono uniti, dovunque hanno potuto, ai partigiani. Per fare un solo nome, anche Primo Levi è stato catturato in montagna con un gruppo di partigiani. C’è stata in tutt’Europa una partecipazione ebraica alla Resistenza molto superiore alla proporzione numerica. Nella mia famiglia mio nonno, di cui porto il nome, è stato attivo nella Resistenza a Roma. Tutto ciò è stato occultato soprattutto per due ragioni: perché il movimento comunista ha sottolineato la propria egemonia sulla Resistenza, cancellando nei limiti del possibile le altre forze politiche e le altre ragioni per combattere il nazifascismo, fra cui la dimensione nazionale e religiosa non solo degli ebrei. E perché la Chiesa, quando si è decisa a farlo, ha trovato il modo di comprendere la Shoà sotto la categoria cristologica della vittima innocente, dell’”agnus Dei”, dell’Olocausto come sacrificio, imitata in questo dall’opinione pubblica progressista. Questa impostazione presenta anche per loro il vantaggio di tagliare il legame che invece è essenziale fra Shoà, antisemitismo e antigiudaismo.

Nell’introduzione del libro scrivi, “La resistenza ebraica è l’obiettivo del progetto eliminazionista, il motivo percepito della militanza che anima il progetto genocida, sia esso fisico che solo culturale”. Questo a me pare il plesso della questione, ovvero il nucleo incandescente su cui si innesta l’antisemitismo, ovvero la perseveranza ebraica nel volere restare ebrei nonostante tutti i tentativi posti nel corso della storia nel volere dissolvere questa identità. Vuoi elaborare il punto?

In seguito a sconfitte militari o a disastri economici gli ebrei hanno vissuto in prevalenza dispersi fra altri popoli negli ultimi due millenni, ma anche prima durante gli esili in Egitto e in Babilonia. Ma non si sono assimilati, hanno conservato la loro identità religiosa e culturale, rifiutando di fondersi e confondersi con civiltà che si ritenevano più avanzate e moderne. Si tratta di un fenomeno unico nella storia per vastità e durata. Questa ostinazione a restare se stessi è ciò che io chiamo resistenza ebraica. Non tutti hanno resistito, naturalmente, ma sempre sono rimasti dei “resti” abbastanza numerosi da perpetuare l’ebraismo. Questo rifiuto di diventare “come si deve”, di accettare la propria sconfitta culturale assumendo le vesti del vincitore, di convertirsi dunque all’ellenismo, al cristianesimo, all’islam, al marxismo, alla globalizzazione postmoderna, provoca in chi ritiene di aver diritto ad assimilare tutti insicurezza e quindi rabbia e odio. Basta leggere le pagine sugli ebrei di grandi intellettuali liberi, alfieri della tolleranza come Voltaire e Kant, senza neppure arrivare ai nazionalisti intolleranti come Wagner o Fichte o ai fanatici religiosi come Lutero, per vedere all’opera questo meccanismo micidiale.

Porre in essere la questione dell’identità, di una ben precisa continuità storico-culturale, di una fedeltà ininterrotta a tradizioni, valori e storie, oggi è considerato un peccato grave, perché ritenuto divisivo, discriminatorio. È uno dei motivi per cui Israele è percepito anche da molti ebrei come uno Stato troppo legato alla sua specificità identitaria. Non siamo qui, ancora dentro quella potente corrente del “progetto eliminazionista”, in senso culturale, e cosa si può fare a tuo avviso se si può qualcosa per modificare questo stato di cose?

Il progetto di uniformare l’umanità è ricorrente e caratterizza tutte le visioni imperiali: in Cina come a Roma, nel cristianesimo come nell’islam, nell’illuminismo europeo come nel marxismo vi è l’idea che costumi, cultura, sistemi politici ed economici, soprattutto quel complesso che noi oggi chiamiamo ideologia, debba essere unificato. Ci sono due ragioni per questo, entrambe nobili ma sbagliate. La prima è la confusione fra uniformazione ed uguaglianza nel senso di giustizia: tutti debbono essere uguali perché nessuno può essere lasciato sotto o sopra gli altri. L’immagine recente più iconica di questa ragione è quella della rivoluzione culturale cinese, in cui tutti dovevano portare la stessa uniforme, da Mao all’ultimo contadino. La seconda idea è che chi non si comporta anche nei dettagli secondo la giusta ideologia, chi non usa le parole giuste, non prega non si accoppia e non mangia come “si deve” ignora il progresso e, peggio, lo nega; dunque divide e disarma il popolo nella sua battaglia per un futuro migliore. È dunque un traditore degli ideali, un nemico dell’umanità, va combattuto e cancellato. Anche oggi siamo in un periodo in cui questa illusione post-politica regna in Occidente, in forma più o meno acute, dal consenso progressista degli intellettuali e dei media alla militanza woke e alla cancel culture. Si tratta di fenomeni in buona parte illusori e regressivi, che fanno parte di un suicidio culturale e non di un imperialismo trionfante. Sono però anche più pericolosi per questo aspetto nichilista e vanno combattuti, riaffermando il valore delle differenze, la legittimità di essere parti e particolari, all’interno di un quadro di diritti valido per tutti ma non uniformista, che è il sistema democratico. L’ebraismo in questo può avere un ruolo importante, proprio per la sua tradizionale capacità di resistere alle uniformazioni.
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