Io sto con Israele e i suoi ebrei

Re: Io sto con Israele e i suoi ebrei

Messaggioda Berto » lun mag 17, 2021 6:00 pm

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Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Berto
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Re: Io sto con Israele e i suoi ebrei

Messaggioda Berto » lun mag 17, 2021 6:00 pm

"Sto con Israele, sto con gli ebrei, sto come ci stavo da ragazzina, cioè al tempo in cui combattevo con loro. Difendo il loro diritto ad esistere, a difendersi, a non farsi sterminare una seconda volta e disgustata dall'antisemitismo di tanti italiani, di tanti europei mi vergogno di questa vergogna che disonora il mio paese e l'Europa: nel migliore dei casi non una comunità di stati ma un pozzo di Ponzi Pilato. Ed anche se tutti gli abitanti di questo pianeta la pensassero in modo diverso io continuerò a pensarla così".

Oriana Fallaci



Perché sto dalla parte di Israele
16 Maggio 2021
http://www.linformale.eu/perche-sto-dal ... i-israele/

Da Antonio Vizioli, riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Gent. Direttore,

Gli eventi attualmente in corso in Israele mi hanno spinto a scrivervi per offrire la mia testimonianza augurandomi che possa essere per voi di interesse.

Nella mia adolescenza ero un simpatizzante propal, conoscevo una sola realtà, quella della propaganda d’odio creata ad hoc. Già dalle scuole medie ricordo che la nostra professoressa durante il cineforum ci portò a vedere al cinema un “cartone animato” che mi deluse profondamente. Nella mia ingenuità di bambino mi aspettavo un cartone animato in stile Disney, in realtà si trattava di un cartone animato che raccontava della guerra tra Israele e il Libano; quelle immagini, anche se trasformate in “cartoni animati”, mi turbarono molto.

Ricordo che il giorno dopo si discuteva in classe di quel film e la professoressa ci chiese : “Ragazzi secondo voi chi ha torto in questa guerra? Israele o il Libano?” Risposi “Israele”. Solo negli anni successivi capì che si trattava di indottrinamento.

La storia continuò alle superiori, dove avevo una professoressa di italiano che sosteneva che i forni crematori non erano mai esistiti, ma che si trattasse di strutture costruite dai russi per diffondere menzogne sui tedeschi.

All’università ho iniziato a sviluppare il mio senso critico, il mio cogito. Il periodo universitario è stato un periodo di cambiamento, e durante questi cambiamenti di vita personale, conobbi dei ragazzi israeliani che mi hanno portato a diventare difensore di Israele. Mi dissero, “Studia!” Leggi e informati da fonti serie”. Queste tre semplici coordinate mi hanno portato a diventare quello che sono oggi, un difensore d’Israele.

Molti miei amici napoletani mi hanno sempre chiesto, “Perché lo fai? Non sei ebreo, non sei israeliano”. A queste domande non è mai stato semplice rispondere. Perché lo faccio? Me lo sono sempre chiesto anche io. Giovedì scorso ho trovato la risposta ai miei dubbi. Mi trovavo a Napoli, la mia città, alla manifestazione in sostegno di Israele. Dopo gli attacchi agli israeliani, interni ed esterni, avvenuti nelle ultime settimane ho sentito la necessità di andare in piazza per dare il mio supporto. Nella tranquillità generale ho visto improvvisamente correre la polizia e ho capito che erano arrivati dei sostenitori propalestinesi. Quella presenza ha limitato la mia, anzi la nostra libertà di manifestare a favore di Israele.

Una scena mi ha colpito in particolar modo. Nelle mie vicinanze c’era un ebreo anziano, indossava la kippah e aveva la bandiera israeliana tra le mani, si chiamava Antonio, come me. A un certo punto un poliziotto gli si è rivolto dicendogli: “Non vorrei dirlo, ma se lei si allontana dalla manifestazione, deve togliere la kippah e nascondere la bandiera”.

Nell’Italia del 14 maggio 2021 e non nell’Italia del 1938, le parole di quel poliziotto improvvisamente sono state le risposte a tutte quelle domande che mi sono sempre fatto. Ecco perché difendo Israele, ecco perché difendo gli ebrei. È molto semplice, perché oggi chi sostiene Israele, ebreo o non, si deve ancora nascondere, deve badare bene a cosa dire, perché è ancora soggetto ad atti di violenza. E questo non accade in Medio Oriente, ma in Italia, in Europa, e tutto ciò non solo è inaccettabile ma è inverosimile.
Difendere lo Stato ebraico equivale a difendere la libertà, difendere lo Stato ebraico equivale a difendere la democrazia. Lo sapevo anche prima, ma durante la manifestazione a Napoli a cui ho partecipato, ne ho avuto la certezza.




Il figlio di Liliana Segre ha postato questa riflessione: Sto dalla parte di Israele, con convinzione. Non perché mi piaccia stare col più forte, perché Israele è certamente il più forte, ma perché penso che abbia ragione, perché penso che non sia una verità assoluta che il più debole abbia anche ragione. In questo caso, secondo me, il più debole ha torto marcio.
17 maggio 2021

https://www.facebook.com/norberto.fratt ... 6835105673

"Nella mia vita mi sono schierato, e mi schiero, sempre. Non sopporto gli equidistanti, quelli che pensano di avere un punto privilegiato di osservazione, dal quale si ergono a giudici. I miei punti di osservazione, invece, sono terra terra, ed i miei non sono giudizi, non giudico mai nessuno, ma solo opinioni di uno che non conta nulla.
Sto dalla parte di Israele, con convinzione. Non perché mi piaccia stare col più forte, perché Israele è certamente il più forte, ma perché penso che abbia ragione, perché penso che non sia una verità assoluta che il più debole abbia anche ragione. In questo caso, secondo me, il più debole ha torto marcio.
Molti, secondo me, hanno la memoria corta, o una visione distorta dello stato dei fatti. Quando sento invocare "Due popoli, due Stati", mi viene in mente che questo principio Israele lo accettò alla fine del 1947, riconoscendo la risoluzione ONU 188 del 29 novembre 1947. Quella risoluzione prevedeva la nascita di DUE stati. Ma furono i paesi arabi a non riconoscerla, rinunciando a far nascere lo Stato Palestinese. Perché nessuno ricorda mai che 12 ore dopo la proclamazione dello stato di Israele gli eserciti di 6 paesi confinanti cercarono di distruggerlo? Perché nessuno ricorda mai che i tentativi di distruggere militarmente Israele sono stati molteplici e che le guerre che Israele ha vinto sono sempre stati gli altri ad iniziarle?
"Israele occupa illegalmente i territori palestinesi", si grida ovunque. Ma posso sommessamente ricordare che quando tu dichiari guerra a qualcuno, e la perdi per giunta, capita che il vincitore occupi parte della tua terra? Noi perdemmo Istria e Dalmazia, e salvammo Trieste a stento. Posso sommessamente ricordare che, dopo una guerra, i confini si definiscono attraverso trattati di pace e che, per esempio, il trattato di Osimo è del 1975, ovverosia 30 anni dopo la fine della guerra? Posso, sempre sommessamente, ricordare che i territori che Israele ha occupato NON erano dei palestinesi ma di altri paesi? Il Sinai e Gaza erano dell'Egitto, il Golan della Siria e la Cisgiordania era della Giordania? Posso sommessamente ricordare che l'unico paese che ha firmato dei trattati di pace con Israele (cioè l'Egitto) si è visto restituire il Sinai? All'Egitto fu offerta anche la striscia di Gaza, ma non la volle.
Posso, a voce bassa, ricordare che Gaza fu restituita all'Autorità Palestinese nel 2005? Furono lasciati campi coltivati, serre, desalinatori. Quei campi e quelle serre furono distrutte da Hamas. Sharon, il primo ministro che decise il ritiro unilaterale da Gaza, sperava nella convivenza pacifica. Il risultato qual è stato? Migliaia di missili lanciati sui civili israeliani. Sono abituato a chiamare le cose con il loro nome. Hamas è una organizzazione terroristica che tiene in ostaggio il proprio popolo ed ha come obiettivo unico i civili israeliani, indistintamente, donne, bambini, persone inermi. Non importa, purché muoiano in quantità. Io questo non l'ho mai accettato, né potrò mai accettarlo. Mi si risponde che c'è una evidente sproporzione delle forze in campo. È vero, lo sanno tutti che Israele ha il quarto esercito del mondo. Ma se non lo avesse avuto, oggi, semplicemente, non esisterebbe più. Lo avrebbero già distrutto in una delle tante guerre che gli hanno fatto. La guerra è la cosa più orrenda che l'uomo abbia inventato. È orrenda perché di mezzo ci vanno gli innocenti, i bambini, soprattutto. Una volta Golda Meir alla domanda di un giornalista, rispose che la pace tra Arabi ed Israeliani ci sarebbe stata quando gli arabi avessero imparato ad amare i propri figli più di quanto odiassero gli Israeliani. Ed era una frase tremendamente vera. Alla base di tutto c'è l'odio. Null'altro che l'odio. Israele, per molti, deve essere semplicemente distrutto, scomparire dalla faccia della terra. Ed a molti non importa che sia più forte, gli si fa la guerra ugualmente. Si preferisce il martirio inutile al dialogo, che Israele non ha mai rifiutato. Ma per dialogare bisogna essere in due, altrimenti sono parole al vento. E quando Sadat, stanco di perdere guerre, volle veramente dialogare, la pace si fece. E dura da allora. Oggi l'Egitto è uno dei più feroci nemici di Hamas.
La soluzione del conflitto è molto più semplice di quanto appaia. Basta rispondere ad una semplice domanda: Israele ha il diritto di esistere, o no? Fino a quando la risposta sarà no, non potrà esserci pace, e nemmeno dialogo, perché non puoi sederti a parlare con chi vuole distruggerti. Ma non perché non vuoi sederti tu, ma perché l'altro non vuole sedersi con te. Oggi, i paesi arabi che riconoscono ad Israele il diritto di esistere, sono due: Egitto e Giordania. NESSUN ALTRO. Vorrà dire qualcosa che questi due paesi da 40 anni non combattono militarmente con Israele?
Israele dunque è un paese perfetto? No, non lo è, come non lo è nessun paese su questa terra. Non voterei mai per Nethanyau. E odio i fanatici dell'estrema desta israeliana. Considero idioti quelli che guardano le esplosioni da una collinetta. Ma non si può non riconoscere che se la pace, oggi, non c'è, la colpa NON è di Israele. Israele però è un paese che ha molto da insegnarci. È un paese in cui un capo di stato va in carcere per molestie sessuali e non grida al complotto. È il paese in cui gli assassini del giovane adolescente arabo, cittadini israeliani, sono stati arrestati e messi in prigione, e lì sconteranno la stessa pena di un arabo che uccide un israeliano. È il paese che investe in ricerca e tecnologia, nel campo medico, visto che moltissimi farmaci salvavita sono brevetti israeliani. È un posto che potrebbe essere un angolo di paradiso, se solo gli si riconoscesse il diritto di esistere.
Per quanto non mi faccia simpatia, c'è una frase di Nethaniyau che è al tempo stesso vera ma terribile. "Se gli arabi deponessero le armi, due minuti dopo ci sarebbe la pace, se Israele deponesse le armi, due minuti dopo non ci sarebbe più Israele".
Chiudo qui, perché comunque la guerra rimane sempre una cosa orrenda, perché ho pianto lacrime vere per quei poveri bambini uccisi sulla spiaggia o nella scuola. E non importa se la scuola è stata abbattuta da un missile di Hamas (come credo) o israeliano. Loro sono morti ed io ho pianto. Non vorrei più intervenire sull'argomento, perché comunque rimango sempre sgomento davanti ad una guerra, ma mi sentivo di scrivere queste cose perché non sono ipocrita, né ambisco a piacere a tutti. La mia bacheca è aperta sempre a tutti, anche a chi pensa in modo diametralmente opposto al mio. Rispetto tutti, tranne i razzisti. Io sono questo, e se qualcuno vorrà cancellarmi dalle proprie amicizie per le mie idee, ne prenderò atto, in alcuni casi non mi importerà molto, in altri casi invece me ne dispiacerò, ma non mi piacciono le ipocrisie, io sono questo e questo è il mio pensiero, senza equivoci, in maniera chiara.
Shalom."


Per Israele - Io sto con Israele
Michele Fioroni
16 maggio 2021

https://www.michelefioroni.it/in-evidenza/per-israele/

Un paese democratico sotto l’attacco di organizzazioni terroristiche. Non può esistere un’altra rappresentazione giornalistica che questa.
Uno schema che si ripete, la provocazione di Hamas e la reazione difensiva d’Israele.
Eppure, per alcuni pezzi d’opinione pubblica e della politica italiana, c’è ancora una sorta d’indifferenza nei confronti delle vittime israeliane e di un popolo costretto a vivere costantemente sotto la minaccia dell’estremismo islamico.
Israele non fa notizia, non lo fanno i suoi morti, come nemmeno un modello di stato da cui in molti avrebbero da imparare, in cui regna l’innovazione ed in cui la diversità è un valore.
Un paese che non può dimostrarsi debole, rimanendo inerme di fronte agli attacchi vili e spregiudicati di un movimento terroristico che usa Israele per regolare questioni politiche interne allo stato palestinese.
E come arriva la reazione d’Israele, provocando inevitabilmente vittime palestinesi, si attiva subito un sistema di pensiero che cancella in un istante la memoria dei morti israeliani.
Un negazionismo che sembra ripetersi.
Un territorio destinato a non avere pace, un territorio per cui si dimenticano alcune chiavi di lettura.
Non c’era il petrolio o altre ricchezze naturali al centro del sogno d’Israele. Nel visione del suo fondatore, David Ben-Gurion c’era il più inospitale dei deserti.
Ben diverso lo scenario rispetto alle contese medio-orientali basate sull’oro nero e sulla rendita passiva della ricchezza del sottosuolo.
Israele nasce già con il senso della sfida: rendere ospitale un contesto ambientale naturalmente ostile all’uomo.
Ma l’ostilità peggiore si è dimostrata nei decenni, proprio quella dell’uomo.
Israele ha vinto la sua battaglia con il deserto, ma è costretto ancora in guerra per sostenere il suo diritto ad esistere.
Quello stesso territorio che oggi ospita un numero senza uguali di start-up, università che rappresentano l’avanguardia mondiale della tecnologia, in cui tutto sembra guardare al futuro, è costretto ancora a vivere con apprensione un presente fatto di sangue e missili.
Quel popolo che ha rischiato di diventare cenere e che oggi fa fiorire i deserti. Quale più potente narrazione di pace si potrebbe trovare?
I sopravvissuti dell’olocausto che si insediano in un territorio la cui metà è occupata da un deserto in cui ogni anno, come per miraggio, spunta l’erba colorandosi con migliaia di anemoni rossi.
(Uno spettacolo, quello del deserto del Negev, molto simile a quello della fioritura di Castelluccio di Norcia , che ispira lo sviluppo di nuovi progetti di cooperazione tra l’Umbria e Israele, magari proprio basati sulla capacità di sviluppare aree in difficoltà sotto il denominatore, oltre che dell’innovazione, anche delle fioriture.)

Un paese che non si è mai chiuso nella sua paura, aprendosi all’innovazione, con una Startup ogni 1400 persone, la stessa percentuale che in Italia abbiamo con i dentisti.
Un paese nato i condizioni disagiate che ha imparato ad apprezzare, come affermava Shimon Peres, “Il vantaggio delle nostre menti, aprendo la strada a nuove frontiere nella scienza e nella tecnologia.”
Un patrimonio di cultura, sapere e intelligenza per l’umanità, messo costantemente sotto minaccia.
Basterebbe questo a far indignare l’opinione pubblica mondiale.
Eppure, quando un paese democratico diviene oggetto degli attacchi di organizzazioni terroristiche, sono ancora in troppi coloro che si concentrano solo sulla inevitabile reazione israeliana trascurando che l’unico responsabile è in realtà, Hamas.
Il tutto nel silenzio assordante dell’Europa, ormai un’ignava della politica internazionale.
L’Italia potrebbe riempire questo vuoto, il Presidente Draghi avrebbe la possibilità farsi interprete di una nuova diplomazia europea, sostenendo la vicinanza al popolo d’Israele e rafforzando al contempo gli ambiti di cooperazione economica e scientifica del nostro paese con gli eredi di Ben-Gurion.

Bisogna rigettare con forza la lettura di Israele, culla oggi dell’innovazione, ma anche dei diritti civili, con la sola lente del conflitto israeliano-palestinese.
La pluralità di un paese che valorizza le diversità fa necessariamente paura nell’area. Un vento di democrazia e di pensiero destabilizzante, è questa la vera minaccia che Israele rappresenta oggi per i suoi oppositori.
Difendere Israele significa non solo conservare la memoria dello sterminio, ma anche la libertà di pensiero e la fiducia dell’uomo nel progresso.


Lui è Mosab Hassan Yousef ,figlio del leader di Hamas in Cisgiordania Hassan Yosef, più conosciuto col nome il Principe verde.

https://www.facebook.com/noicheamiamois ... 4394383593

Mosab ha disertato dai ranghi di Hamas e ha collaborato con le forze di sicurezza israeliane, dal 1997 al 2007.
Shin Bet lo considerava la sua fonte più preziosa all'interno della leadership di Hamas. Le informazioni fornite da Yousef impedirono decine di attacchi suicidi e omicidi di israeliani, e aiutarono Israele a dare la caccia a molti terroristi e a incarcerare suo padre, il leader di Hamas Sheikh Hassan Yousef. Inoltre ha raccontato di essere stato testimone quando una mamma ha inviato cinque dei suoi figli a morire in attacchi suicidi. "Lei stessa ha messo loro la cintura esplosiva, li ha salutati dicendo: andate a uccidere gli ebrei".
"Io amo Israele , ha detto Mosab Hassan Yousef con enfasi, "Mi piace quello che Israele rappresenta - la sua morale, i suoi valori, la sua democrazia. Una Nazione che è riuscita a sopravvivere alla Shoah e invece di entrare nel ruolo di vittima e dare la colpa a tutti, è stata in grado di stabilire uno stato democratico - un giovane paese sviluppato in pochi anni. Questo è un esempio ".




I terroristi nazi maomettani palestinesi di Gaza stanno bombardando Israele
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 197&t=2779

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Ebrei, Israele, confini, legittima difesa, nazismo maomettano palestinese
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Io veneto sto con Israele e i suoi ebrei che sono tra gli uomini più umani e civili della terra
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Islam, palestinesi, ebraismo, ebrei, Israełe
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Striscia di Gaza
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Calunnie e falsità dei crimonali terroristi antisemiti nazi-palestinesi contro Israele e gli ebrei
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Basta finanziare il terrorismo arabo islamico palestinese antiebreaico e gli assassini di Allà
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 196&t=2193


Gli ebrei d'Israele non hanno rubato e occupato alcuna terra altrui e non opprimono nessuno
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Gli ebrei d'Israele non hanno rubato e non hanno occupato nessuna terra altrui, nessuna terra palestinese poiché tutta Israele è la loro terra da 3mila anni e la Palestina è Israele e i veri palestinesi sono gli ebrei più che quel miscuglio di etnie legate dalla matrice nazi maomettana abusivamente definito "palestinesi" e tenute insieme dall'odio per gli ebrei e dai finanziamenti internazionali antisemiti.


Palestina: le ragioni di Israele
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 197&t=2271

La demenziale Europa antisemita e filonazimaomettana boicotta Israele, io no!
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... =92&t=2010

Bandire e combattere l'Islam come nazismo maomettano, prima che distrugga l'Europa e il Mondo
http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 188&t=2374

Bandire l'Islam prima che distrugga l'Europa - L'Islam è il culto idolatra, politico religioso, dell'orrore e del terrore, il culto di morte dell'idolo Allah e del suo profeta e primo terrorista assassino islamico, modello per tutti i mussulmani, da sempre, per sempre e ovunque.
Chiediamo al Papa cattolico romano, quanti cristiani, europei, occidentali ed altri innocenti del mondo, dovranno ancora morire prima che il suo "D-o o idolo cristiano del perdono, della fraternità e dell'amore universale" sia sazio, del sangue delle vittime, del martirio dei cristiani, degli innocenti di tutto il mondo, di ogni colore e di ogni credo religioso, e si scagli contro questo credo idolatra di morte che è l'Islam.

https://www.facebook.com/alberto.pento/ ... 8073159753


Criticare l'Islam è una necessità vitale primaria, un dovere civile universale prima ancora che un diritto umano;
poiché l'Islam è il nazismo maomettano.
Non va solo criticato ma denunciato, contrastato, perseguito e bandito.

http://www.filarveneto.eu/forum/viewtop ... 188&t=2811

La blasfemia vera è quella che sta alla base delle religioni, ossia la presunzione sacrilega di detenere il monopolio di Dio, dello Spirito Universale;
questa blasfemia è la fonte di ogni male, specialmente laddove questa presunzione demenziale si accompagna alla mostruosa e disumana violenza coercitiva.

L'odio e la violenza sono intrinsici all'Islam, a Maometto e al Corano, vanno denuciati, perseguiti e banditi come il male assoluto.
https://www.facebook.com/alberto.pento/ ... 6248299139
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Io sto con Israele e i suoi ebrei

Messaggioda Berto » gio mag 20, 2021 10:31 pm

Io sto con gli uomini buoni e giusti contro gli uomini cattivi e ingiusti.
Gli uomini buoni e giusti possono essere sia ricchi che poveri, sia neri che bianchi e gli uomini ingiusti possono essere sia poveri che ricchi, sia bianchi che neri.
Le vittime buone e giuste possono essere i ricchi e i bianchi e i carnefici malvagi e ingiusti possono essere i poveri e i neri.
Il povero e il nero non hanno la prerogativa di essere buoni e giusti a prescindere in quanto poveri e neri come il ricco il bianco non hanno la prerogativa di essere cattivi e ingiusti in quanto bianchi e ricchi;
non è certo la povertà o il colore della pelle scuro che rende l'uomo buono e giusto come non è certo la ricchezza o il colore della pelle chiaro a rendere gli uomini cattivi e ingiusti.

L'egoista che pensa a se stesso senza fare del male a nessuno o che facendo del bene a se stesso fa del bene anche agli altri è un uomo buono e giusto e ques'uomo può essere anche ricco e bianco;
mentre l'egoista che pensando innanzi tutto a se stesso fa del male agli altri è un uomo cattivo e ingiusto e quest'uomo può essere anche un uomo povero e nero.
Tra gli uomini e i paesi buoni egiusti vi sono gli ebrei e Israele e tra gli uomini cattivi e ingiusti vi sono i nazi maomettani palestinesi e il loro mondo arabo siro iraniano antisemita e anticristiano



Israele, baluardo contro il caos: Intervista a Renato Cristin
19 maggio 2021

http://www.linformale.eu/israele-baluar ... o-cristin/

Renato Cristin è docente di Ermeneutica filosofica all’Università di Trieste. È stato Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Berlino e Consigliere culturale dell’Ambasciata d’Italia nella capitale tedesca. Ha curato l’edizione italiana di opere di Husserl, Heidegger e Gadamer. Autore di numerosi saggi, ricordiamo: La rinascita dell’Europa. Husserl, la civiltà europea e il destino dell’Occidente (Donzelli, 2001), Heidegger e Leibniz. Il sentiero e la ragione (Bompiani, 1990) e I padroni del caos (Liberilibri, 2017).

Convinto sostenitore delle ragioni di Israele, ha accettato di rispondere alle domande de L’Informale e lo ha fatto in modo adamantino toccando molti nervi scoperti della civiltà occidentale e del suo rapporto con lo Stato ebraico.

In questi giorni di scontri tra Israele e Hamas sono molti quelli che, a destra come a sinistra, si sono schierati contro lo Stato ebraico, accusato di essere un’entità “coloniale”. Quali sono le radici e gli elementi portanti dell’antisionismo italiano?

Io vedo radici eterogenee, ramificazioni differenziate, trasformazioni nel tempo, tattiche ed espressioni diverse, ma esiti identici. Tutte sfociano infatti nell’accusa a Israele di essere uno Stato razzista e persecutore, ossia nella violenta diffamazione e nel boicottaggio ideologico di una nazione e del suo popolo. È in questi esiti che si manifesta il comune denominatore, costituito dall’odio per il popolo ebraico, di questa sfuggente, oscura, variegata, sgangherata e internamente anche contraddittoria galassia antisionista italiana, ed è in essi che si possono individuare i tratti che caratterizzano l’antisionismo attuale, non solo italiano: ideologia, fanatismo, complottismo (non finirò mai di stupirmi di quanto l’ottusità sia sempre vigente, come se fossimo ancora ai tempi in cui venivano spacciati i Protocolli di infame memoria), e poi conformismo, appiattimento sulle tesi ideologico-geopolitiche dell’ONU o delle sedicenti organizzazioni umanitarie, avversione per Israele e propensione per i palestinesi, filoislamismo e neonazismo, terzomondismo e neocomunismo.
Qui si mescolano posizioni che su altri piani sono inconciliabili: marxisti e islamisti, comunisti e nazisti, internazionalisti e antiglobalisti, riuniti in un calderone ribollente che schiuma ostilità unilaterale. Aleggia lo spettro della menzogna, della denigrazione profonda e della delegittimazione internazionale. La “leggenda nera” intessuta sulle antiche fandonie continua a imperversare e a infettare le menti; l’idea del complotto demo-pluto-giudaico è ancora attiva e rinfocolata oggi anche dalla valanga di pseudoteorie intorno alla pandemia – manca solo l’accusa a Israele di aver causato l’epidemia da coronavirus, o forse da qualche parte qualche pazzo l’ha già lanciata. Ecco, l’idea del complotto salda neri e rossi, in un furore israeloclastico che sta crescendo esponenzialmente coinvolgendo anche molte frange dell’islamismo, come L’Informale ha spesso segnalato. Il mio amico Alex Del Valle ha parlato di un’alleanza nero-rosso-verde che ha nel mirino Stati Uniti e Israele.

L’antisionismo è una forma di quel “nuovo antisemitismo” che da alcuni anni si è manifestato in Europa.
C’è un anti-israelismo freddo e uno caldo: il primo nasce da posizioni politiche e si articola con il ragionamento, per quanto fallace e pregiudicante; il secondo scaturisce dall’odio e si dispiega con l’ostilità a tutto campo. Entrambi però sono accomunati da un identico effetto. E lo stesso modello vale per l’antisemitismo: da un lato abbiamo il pregiudizio che scaturisce dalla propaganda ideologica, dall’altro il pregiudizio pre-razionale, pre-mentale addirittura, che si annida nei recessi bui della primitività. C’è un antisemitismo funzionale e uno sostanziale, che si distinguono come si differenziano la funzione e la sostanza di una cosa, ma che sono identici nei loro effetti. Quello sostanziale è sistematico, quello funzionale è circostanziale, ma entrambi sono e vogliono essere parimenti distruttivi.

Centinaia di palestinesi hanno scatenato un’intensa guerriglia urbana nelle città di Lod, Gerusalemme e Jaffa. Queste insurrezioni ricordano quelle inscenate, anche in tempi recenti, nella periferia parigina da giovani arabi, durante le quali si scandivano slogan contro gli ebrei e il sionismo. Il conflitto arabo-israeliano, dunque, è un fenomeno regionale oppure riguarda in modo più ampio l’Europa?

Altroché se riguarda l’Europa; riguarda tutti, perché qui si scontrano due mondi, due visioni contrapposte, e a una di esse appartiene anche l’Europa. Qui confliggono interessi di ordine superiore, di carattere originario e che riguardano l’intera storia dell’Occidente e del Medio-Oriente. Gerusalemme è il punto nevralgico di quello “scontro fra civiltà” descritto da Samuel Huntington e che da questo baricentro si irradia poi dovunque. È come se vedessimo due zolle tettoniche cozzare l’una contro l’altra, ma noi occidentali apparteniamo a una di queste, che lo vogliamo o no, insieme a Israele. È la storia che ci unisce, e che ci differenzia dall’altra parte in conflitto. Certo, poi ci sono le innumerevoli pieghe della realtà, quelle interrelazioni fra le due parti che rendono possibili spazi di pacificazione e di cooperazione, come avviene sul territorio europeo o nordamericano, ma l’essenza della questione resta la medesima. La posta è altissima e l’Europa commetterebbe un errore capitale se volesse restare spettatrice di un gioco che invece la riguarda direttamente e totalmente. Il conflitto arabo-israeliano ha infatti sempre implicato lo scenario globale, e quindi anche l’Europa, della quale esso tocca luoghi strutturali che vanno al di là dell’ambito economico e politico, che consistono nella dimensione spirituale e culturale, e che si proiettano sul piano delle istituzioni, anche di quelle internazionali.

Oggi infatti si mostra, ancora una volta, uno dei nervi scoperti del sistema di potere sovranazionale non solo concreto ma anche ideologico rappresentato dall’ONU e dalle organizzazioni che direttamente o indirettamente vi fanno riferimento. Questo luogo, simbolico ma anche reale, è Israele: una sorta di tabù negativo, del quale non si può parlare se non per dirne male, che non si può toccare se non per colpirlo, che si tollera, sia pure a malapena, ma che si vorrebbe eliminare. A questo intoccabile rovesciato si affianca un totem che le medesime forze sovranazionali hanno eretto: i palestinesi, per i quali accade l’esatto contrario di ciò che subisce Israele: di essi si può parlare soltanto bene, devono essere sempre e soltanto sostenuti, i loro eventuali errori sono sempre conseguenza di errori altrui, e quindi giustificati. Seguendo questo schema, risulterebbe che gli israeliani opprimono e perseguitano i palestinesi, e quindi nonostante le perplessità che si possano avere su questi ultimi, la colpa risiederebbe tutta nei primi ed è a questi che andrebbe comminata la condanna. Tutte le risoluzioni dell’ONU e dei suoi organismi su Israele sono improntate a questo modello mentale e ideologico. Vorrei aggiungere un ulteriore elemento.

Prego.

I palestinesi vengono anche strumentalizzati da coloro che vogliono la distruzione di Israele indipendentemente dal cosiddetto “problema palestinese”; manipolati da pupari esterni ed interni, iraniani o turchi, occidentali o arabi, ma anche dai loro emissari palestinesi come Hamas, islamisti vari e, prima ancora, la stessa OLP. Nnon dimentichiamo quanto questa organizzazione ha lucrato sui palestinesi stessi, secondo il vecchio schema marxista-leninista: proclamare di servire il popolo ma in realtà utilizzarlo e sfruttarlo per i propri interessi ideologici e perfino monetari. Alcuni intellettuali apparentemente moderati e non pregiudizialmente ostili a Israele dicono che bisogna avere un atteggiamento di equidistanza (o equivicinanza, è lo stesso) rispetto a Israele e ai palestinesi. D’accordo, ma anche se assumiamo questa tesi, dobbiamo poi verificarla sul campo, fare l’esperienza di quella situazione, al cui centro c’è però – oggi come sempre – un dato inconfutabile che rende fallace quella tesi: una parte rilevante del mondo islamico (e dei palestinesi) vuole l’annientamento di Israele, e non lo vuole solo per questioni politico-territoriali, ma soprattutto per motivi ideologico-religiosi, e sono questi a costituire la pietra fondante della guerra a Israele. Guerra continua, talvolta a bassa intensità, talvolta con eruzioni come l’attuale, alimentata da quell’islamo-marxismo che si sta consolidando in Occidente e che in Medio-Oriente è schierato sul campo. Confutando le tesi di David Grossman, Antonio Donno ha recentemente pronunciato quella verità semplice ma sistematicamente negata: “il mondo palestinese non ha mai accettato la realtà di Israele e continua a volerne la distruzione. La storia pluridecennale dell’odio palestinese verso lo stato di Israele ne è la dimostrazione più lampante”. Il re è nudo, ma l’ideologia antisionista continua a rivestirlo. Vale ancora ciò che disse Golda Meir, parafrasata recentemente da Benjamin Netanyahu: “se gli arabi deponessero le loro armi, non ci sarebbe più guerra; se gli israeliani deponessero le loro, non ci sarebbe più Israele”. E quindi, come si può essere equidistanti, se, come ha spiegato accuratamente Fiamma Nirenstein, “Hamas vuole il jihad”?

Si può dunque affermare secondo lei che ciò che sta accadendo in Israele è una prova che il legame tra fanatismo islamista e ideologia neocomunista si è consolidato?

Sì. Gli attacchi militari a Israele provengono da Hamas e dintorni (sostenuti con armamenti prevalentemente da Iran e Hezbollah), mentre gli attacchi ideologici provengono anche da organizzazioni come la ONG Human Rights Watch (sostenuta dall’ONU e dall’UNESCO, e accreditata presso la Corte Penale Internazionale), che ha recentemente pubblicato un rapporto contro Israele che sembra essere scritto da “Che” Guevara, pieno di slogan tipici del marxismo: Israele sarebbe colonialista, razzista, fascista, militarista, persecutore dei pacifici palestinesi, ecc. Questa coalizione islamico-comunista, che ha alle spalle anche potenze come Cina, Russia e Turchia, vuole colpire una nazione che è al centro dell’odio religioso degli islamisti radicali, del risentimento ideologico degli internazionalisti anti-identitari che guidano l’ONU, e della spietatezza politica di quelle forze che tentano di alimentare il caos globale per ricavarne vantaggi finanziari. Alain Finkielkraut ha giustamente osservato che “a partire dalla Conferenza di Durban, organizzata dall’ONU nel settembre 2001, l’antisemitismo parla la lingua immacolata dell’antirazzismo”. E andare contro il diktat antirazzista è come nuotare contro corrente, anzi peggio, è come andare contromano in autostrada. Ecco perché è così difficile smontare l’apparato ideologico-diffamatorio anti-israeliano. Quando poi alle tossine ideologiche si affiancano gli interessi economici, la cornice è completa, e così si spiega perché, come scriveva Fiamma Nirenstein già vent’anni fa in un libro dall’attualità incandescente, “l’Occidente ha tradito gli ebrei”. Sì, l’Europa, intesa come Unione Europea, ha abbandonato Israele. Sull’antisemitismo come sull’immigrazionismo, questa Europa sembra giocare su più tavoli e, in ogni caso, non sull’unico tavolo giusto: quello dell’identità e della verità. A questa Europa guardava con dolore e con irritazione il premio Nobel Imre Kertész, sopravvissuto all’Olocausto, che ha toccato proprio il tasto che l’Europa istituzionale vuole nascondere e dimenticare: “mi ha sempre infastidito la menzogna velata da affettività stridente che aleggiava intorno ad Auschwitz. Ora che l’Europa professa apertamente la distruzione di Israele, lo sterminio degli ebrei, quindi sostanzialmente Auschwitz, è come se la nebbia si fosse diradata”.

Per la casa editrice Liberilibri ha pubblicato un corposo saggio intitolato I padroni del caos, può spiegarci chi sono?

Detto con estrema sintesi, sono i poteri, eterogenei ma convergenti, che agiscono per una trasformazione in senso globalistico totalizzante, spingendo soprattutto per imporre nei paesi occidentali una omogeneizzazione culturale, corrispondente ai dettami del politicamente corretto, che prevede l’abbandono della tradizione e l’accoglimento di modi di vivere allogeni, per il cui fine è necessaria non solo una forte pressione sul piano ideologico ed economico, ma, in Europa e sul lungo periodo, pure una progressiva sostituzione dei popoli. Ma questi poteri non si rendono conto che, se oggi riescono ad avanzare spargendo il caos, passo ritenuto necessario per l’obiettivo finale, quando la polvere si sarà depositata prevarrà ancora il caos, questa volta definitivo. E così essi rischiano di diventare padroni del nulla o, per dirla con Jankélévitch, del “quasi niente” almeno in base ai canoni della tradizione occidentale, secondo cui il caos è il nulla e perciò va trasformato in ordine, cioè nell’insieme ordinato degli enti.

Il libro che Lei cita, uscito nel 2017, ritrae una situazione e prefigura uno scenario del prossimo futuro, del quale stiamo esperendo oggi la sostanza: il caos generalizzato, sociale, politico, culturale, spirituale e mentale, determinato da svariati fattori ma causato principalmente da un martellamento culturale che risale agli anni Cinquanta, che ha avuto il suo amplificatore decisivo con il movimento del ’68, che si è unito in un paradossale connubio con la burocrazia eurocomunitaria, e che è stato utilizzato da quelle forze finanziarie, politiche e ideologiche globaliste e antioccidentali che ho menzionato poco fa. Una delle ultime espressioni di questo caos è la teoria del Great Reset, un progetto che impasta finanza rapace e ideologia socialista, meccanismi del sistema capitalistico con fumisterie da economia terzomondista, simulacri di valori morali con la fede inconcussa nella tecnoscienza, pauperismo da incubo con angoscianti e tecnificati scenari post-umani. Se non avesse una certa presa sulle élites globali, questo progetto sarebbe da considerare come un’ennesima sparata di teorici pasticcioni. Ma pur nella sua inconsistenza contenutistica, il libro-manifesto di Schwab e Malleret è infatti un coacervo di luoghi comuni, ricette economiche vecchie e fallimentari, scenari dagli effetti rutilanti ma dalla sostanza inesistente, esso trova credito, sia presso i padroni del caos sia presso gli schiavi del caos, cioè tanto presso coloro che vorrebbero utilizzarlo come punta di lancia per il progetto globalista e neo-terzomondista, quanto presso coloro che lo avversano come se fosse un raffinato complotto ordito da fantomatiche cupole del potere, i quali sono tanto sprovveduti da essere, inconsapevolmente, utili idioti al servizio del caos stesso, che essi contribuiscono ad alimentare con le loro bufale planetarie. Quello che oggi da diverse parti viene denunciato come il complotto per un nuovo ordine mondiale è fittizio, perché non c’è una regìa degna di questo nome, e, se per assurdo fosse vero, sarebbe fallace, perché non produrrebbe ordine, ma caos. In ogni caso, il Great Reset è un progetto sia anti-religioso sia anti-identitario. Nei suoi intenti, così come dovrebbe essere resettata la tradizione europea, dovrebbe essere cancellata anche la volontà identitaria di Israele, che è il modello della nazione che pur operando pienamente nel quadro della globalizzazione economica, resta assolutamente refrattaria alle imposizioni della globalizzazione culturale, ricevendo appunto in cambio l’ostilità delle organizzazioni internazionali.

Nella sua introduzione al pamphlet dello scrittore francese Richard Millet, intitolato L’antirazzismo come terrore letterario, edito sempre da Liberilibri, lei scrive: “L’esperienza di guerra libanese ha rafforzato in Millet la convinzione che la cultura ebraica è parte non solo integrante ma anche costitutiva dell’identità europea”, in cosa consiste la matrice ebraica dell’Europa?

Millet, cattolico, negli anni Settanta si trova, volontariamente, in mezzo alla guerra civile libanese, dove vede all’opera sia l’odio islamico anti-cristiano e anti-israeliano, sia l‘appoggio che i media europei offrono al fanatismo palestinese e di Hezbollah, vede cioè l’anticipazione della realtà di questi ultimi anni. Millet, cristiano, sente Israele come carne propria, e resta sconvolto poi, quando vede che la sconfitta dei cristiano-maroniti echeggia nel ritiro degli israeliani dal sud del Libano, lasciando mano libera a forze che sono ostili a entrambi. Ma, questa è la mia tesi, non è il comune nemico ciò che unisce ex-post cristiani ed ebrei, è vero piuttosto il contrario: è l’affinità originaria fra cristiani ed ebrei ad aver suscitato un nemico di entrambi. Solo con questo rovesciamento prospettico si può entrare nella lunghezza d’onda per comprendere – e ciò significa non solo capire con la ragione ma anche sentire con lo spirito – il dramma di Israele. Per comprenderlo si può fare uno sforzo razionale, ma la chiave che lo dischiude è quella che definirei l’intuizione spirituale. Solo con questa forma superiore di empatia si può cogliere il senso di questo dramma e dell’unione profonda e originaria fra cristiani ed ebrei. Chi ha espresso nella forma più elevata, e con potenza ineguagliabile, questa affinità originaria è stato papa Giovanni Paolo II, quando nel 1986 pronunciò la frase definitiva: gli ebrei sono “i nostri fratelli prediletti, i nostri fratelli maggiori”. E in quella storica visita alla Sinagoga di Roma presentò una tesi altrettanto fondamentale: “la religione ebraica non ci è ‘estrinseca’, ma è ‘intrinseca’ alla nostra religione. Abbiamo quindi verso di essa dei rapporti che non abbiamo con nessun’altra religione”, e un assunto decisivo, dalle implicazioni epocali, sia dal punto di vista teologico sia da quello politico: “agli ebrei, come popolo, non può essere imputata alcuna colpa atavica o collettiva, per ciò ‘che è stato fatto nella passione di Gesù’. Non indistintamente agli ebrei di quel tempo, non a quelli venuti dopo, non a quelli di adesso. È quindi inconsistente ogni pretesa giustificazione teologica di misure discriminatorie o, peggio ancora, persecutorie”. Certo, questa tesi esprime una pura verità logica, culturale e storica, e tuttavia spesso la verità ha bisogno di essere mostrata esplicitamente, perché spesso viene negata. Così come bisogna mostrare la verità insita nella forza che le Tavole della Legge hanno esercitato sull’intera tradizione religiosa, spirituale e culturale dell’Europa. Qui risiede e qui si mostra la matrice ebraica dell’Europa, che Giovanni Paolo II rilanciò anche sul piano politico-istituzionale, quando si batté, purtroppo invano, per far inserire nel Trattato per la Costituzione europea la menzione delle “radici ebraico-cristiane” del nostro continente.

Gli israeliani vivono sotto i missili, molti ebrei europei hanno lasciato il vecchio continente, ma anche i cristiani, soprattutto orientali, sono minacciati dall’islamismo. Cosa dovrebbe fare l’Europa dinanzi al martirio dei cristiani?

La “nuova giudeofobia”, come spiega Pierre-André Taguieff, è un iceberg di cui vediamo solo la punta. Troppi veleni e troppa stoltezza si sono accumulati, a formare un gigantesco blocco ideologico. Ma anche i cristiani sono sotto attacco, da un fronte non del tutto identico ma che include alcuni comuni avversari, tra cui spicca il fondamentalismo islamico. In alcuni paesi, com’è noto, sono in atto contro di essi persecuzioni sistematiche e perfino appoggiate dalle istituzioni, ma anche in Europa ci sono segnali inquietanti, come per esempio nella Bosnia ormai sostanzialmente islamizzata, dalla quale c’è ormai da anni un vero e proprio esodo di cristiani, intimiditi e oppressi.

Pur rendendosi ben conto di ciò, le istituzioni europee però non se ne curano, perché le questioni religiose non interessano più alla politica europea, non solo per un eccesso di laicità che è arrivato al laicismo, ma anche perché la religione è uno degli elementi fondamentali della nostra tradizione, e poiché la tradizione viene intenzionalmente anche se occultamente osteggiata, la radice ebraico-cristiana va nascosta, come nel caso della sua mancata menzione nel Trattato costituzionale, cancellata o distrutta, allo scopo di sostituirla con uno spazio neutro, che si crede sia più facilmente manovrabile, ma che in realtà sarà solo terreno di infiniti conflitti. Cosa dovrebbe fare dunque l’Europa? Sia dinanzi ai consueti attacchi a Israele, sia di fronte alle sistematiche persecuzioni e uccisioni di cristiani in molte aree del mondo, l’Europa dovrebbe fare semplicemente ciò che Israele fa o almeno tenta di fare nei confronti degli ebrei nel mondo: proteggerli, cristiani ed ebrei, con tutte le proprie forze. Punto.

Ultima domanda: in tutta Europa si diffondono zone franche all’interno delle quali vige la Sharia. Accade in Svezia, Inghilterra, Germania e Francia. Il multiculturalismo è fallito?

Il multiculturalismo non poteva non fallire, perché è stato imposto come un dogma e come una gabbia totalizzante, che prefigurava la progressiva ma inesorabile scomparsa delle identità e delle tradizioni culturali europee e statunitensi. È fallito ovunque, proprio perché ha mostrato la sua intenzione anti-identitaria mascherata da difesa delle identità altre; perché ha proceduto come negazione dell’io a favore dell’altro; perché non è stato concepito come interculturalità, come teoria e prassi relazionale, ma come ingiunzione del politicamente corretto e della frenesia terzomondista. Ma nonostante questo evidente naufragio, i suoi fautori continuano a teorizzarlo e a imporlo. È un organismo moribondo tenuto artificialmente in vita, che però continua a fare danni, fino ad aprire la via a realtà che paradossalmente negano anche la molteplicità insita almeno nel concetto. Sto parlando appunto delle realtà che Lei ha menzionato: aree islamizzate sparse soprattutto nell’Europa settentrionale e nei paesi balcanici (e ora anche in Catalogna), in cui le leggi scritte (quelle degli stati) e non scritte (le consuetudini della tradizione) vengono ignorate o addirittura bandite, a favore di un altro corpus legislativo, scritto e non, che si chiama sharia. Terreni di coltura del fondamentalismo e palestre d’addestramento del terrorismo, queste zone sono ormai incontrollabili e si accrescono costantemente. Questi territori perduti diventano corpi estranei nelle società europee, e con la connivenza di leggi inadeguate e magistrature imbelli i loro membri possono dedicarsi anche al proselitismo in altre zone che diventeranno nuove enclaves islamiche, e soprattutto possono radicalizzare i giovani spingendoli sulla strada della jihad. I terroristi delle stragi di Parigi del 2016 venivano da Molenbeek, quartiere di Bruxelles quasi totalmente sotto il controllo degli islamici e della loro sharia. A Rosengård, quartiere di Malmö, ormai si vedono i segni sia dell’islamismo europeo sia del jihadismo europeo. Sul cartello di benvenuto nella città svedese di Gävle c’è il volto di una ragazza velata con lo hijab. Ma l’elenco è lunghissimo. Le autorità ne sono al corrente, ma preferiscono non intervenire, dicono, per non surriscaldare le situazioni. Ma ci rendiamo conto? Stiamo consegnando intere zone a coloro che vogliono, detto alla svelta, eliminarci o almeno sottometterci. Lei capisce che di questa follia europea non viene nemmeno più voglia di parlare, tanto più dopo che gli esperti veri da anni ripetono che questa è la via per il suicidio, dopo che una personalità indiscutibile come Ayaan Hirsi Ali aveva raccomandato: “in nessun caso i paesi occidentali devono permettere ai musulmani di costituire enclaves autogovernate”. Ecco, ora le hanno costituite.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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