La fine dell'impero romano e il mito dei barbari invasori

La fine dell'impero romano e il mito dei barbari invasori

Messaggioda Berto » mer mag 10, 2017 7:40 am

Cristianesimo e Impero Romano - Romanum imperium, quod Deo propitio christianum est
di Marco Sudati 09/05/2017

http://ordinefuturo.net/2017/05/09/cris ... ero-romano

Lo scorso mese di gennaio il quotidiano La Stampa ha pubblicato un interessante articolo, a firma di Andrea Colombo, relativo ad un libro di recente pubblicazione, Gli ultimi giorni dell’impero romano, scritto dallo storico francese Michel De Jaeghere – direttore del Figaro Histoire – dedicato alle ragioni che portarono al crollo dell’Impero Romano d’Occidente, un tema di rilevante importanza storica e culturale.
Quello dei motivi per i quali si giunse, in Occidente, alla fine dell’impero creato dai Romani, è un argomento che, anche all’interno della famiglia politica della destra radicale, occupa un posto di rilevante importanza, contribuendo, spesso in maniera decisiva, a determinare il giudizio di molti nei confronti della religione cristiana.
È noto, infatti, che l’ambiente neo-pagano, presente all’interno della più ampia area ascrivibile appunto alla destra radicale, individua nell’avvento del cristianesimo la causa della fine dell’Impero di Roma, cronologicamente indicata nell’anno 476 d.C., ossia con la deposizione dell’ultimo imperatore romano d’Occidente – Flavio Romolo Augusto (noto anche con il nome di Romolo Augustolo) – imposta dal generale barbaro Odoacre.
Una vera e propria accusa quella mossa da taluni nei confronti del cristianesimo, il quale avrebbe minato in maniera decisiva l’esistenza dell’Impero per via della sua incompatibilità con l’etica della romanità e, dunque, con la stessa idea di impero da tale etica scaturita.
De Jaeghere, invece, sostiene, sulla scia di altri autori tra i quali il suo connazionale Jean Dumont (1923 – 2001), che a determinare la fine dell’Impero Romano d’Occidente non fu affatto l’avvento del cristianesimo bensì una serie di cause quali la denatalità, la corruzione endemica, l’abnorme tassazione e l’immigrazione fuori controllo (problemi che, in maniera crescente, stanno drammaticamente interessando la nostra Italia e buona parte dell’Europa occidentale).
Il cristianesimo, ad onta di quanto sostenuto dai suoi detrattori neo-pagani, non solo non provocò la morte dell’Impero Romano, ma cercò di impedirla vedendo in esso uno strumento perfettamente funzionale al mantenimento di quell’ordine civile necessario alla realizzazione del bene comune sul piano naturale e temporale.
A proposito di ciò il De Jaeghere sostiene, come scrive Andrea Colombo, che “Non solo i Padri della Chiesa, con in prima linea sant’Ambrogio (1), esortavano gli imperatori a combattere contro i barbari innalzando il vessillo del Cristo a difesa della città eterna, ma consideravano Roma la nuova Gerusalemme, che avrebbe diffuso in tutti i suoi territori il verbo di Gesù. La legislazione imperiale sotto l’influsso del cristianesimo tentò di arginare la degenerazione dei costumi e introdusse misure contro l’usura, l’aborto, il divorzio e l’omosessualità. Alcune leggi imposero di sopperire alle necessità delle classi più povere. Ma questi provvedimenti venivano costantemente disattesi, la corruzione era diventata l’unica legge di Roma, gli aristocratici vivevano al di là del bene e del male, i miserabili diventavano sempre più miserabili. Formalmente l’impero era cristiano, ma il sistema era in putrefazione.”

A proposito della compatibilità tra fede cristiana e concezione imperiale romana, ci sembra opportuno proporre un brano tratto dall’opera di Marta Sordi (2), I Cristiani e l’Impero Romano. Si tratta di una citazione un po’ lunga, ma che vale la pena di riportare.

“La concezione dello Stato che Ambrogio enuncia nell’Esamerone e nelle lettere attinge, in egual modo e senza compromessi di sorta, alla tradizione apostolica del cap. 13 della lettera ai Romani e del cap. 2 della I Petri e alla tradizione romana del principato civile e della statio principis, che aveva avuto nella cultura di matrice stoica del I secolo la sua elaborazione ideologica: in profondo contrasto con la concezione teocratica orientalizzante che, importata nel mondo romano da Antonio, ebbe la sua affermazione nelle esperienze aberranti di Caligola e di Nerone e nella autocrazia di Domiziano dominus et deus, questa concezione, affermata da Augusto, aveva trovato in Tiberio e in Claudio i suoi fedeli continuatori e sopravvisse, almeno a livello di idealità e di dichiarazione programmatica e come espressione della più autentica tradizione romana, anche nei secoli del dominato fino alla tarda antichità, come rivela la ripresa di Ambrogio.

La consapevolezza della possibilità di un accordo fra la concezione romana del principato e la concezione cristiana dello Stato si manifesta fin dal I secolo, in continuità con la tradizione apostolica, nella lettera di Clemente Romano ai Corinzi, riaffiora potentemente nell’apologetica del tempo di Marco Aurelio e, particolarmente, in Melitone, trova la sua espressione più eloquente nell’affermazione dell’Apologeticum di Tertulliano (33,1): «Cesare è maggiormente nostro (che vostro) perché è stabilito al potere dal nostro Dio». Si potrebbe dire, paradossalmente, che l’Impero cristiano, tradotto in realtà da Costantino e dai suoi successori, è già in potenza in questa affermazione di Tertulliano, che viene al termine di una dichiarazione di lealismo a Roma e al suo impero, estremamente impegnativa e tale da smentire coloro che vedono nella cosiddetta teologia politica il frutto della pace costantiniana. Tertulliano (ibid. 30,4) dice che i Cristiani pregano per gli imperatori e chiedono «una vita lunga, un impero sicuro, una casa tranquilla, eserciti forti, un senato fedele, un popolo onesto, un mondo in pace»; e ancora: essi pregano (ibid. 32,1) «per la saldezza generale dell’impero e per la potenza romana» perché sanno che «tramite l’impero romano viene ritardata la massima violenza che incombe sull’universo e la stessa fine del mondo apportatrice di orribili flagelli». Si tratta, come è noto, dell’interpretazione, corrente nei Padri, del famoso passo della II lettera ai Tessalonicesi (2 Ts, 2, 6-7) sull’impedimento, cosa e persona, che si frappone alla manifestazione dell’Anticristo: prescindendo qui da ogni tentativo di spiegazione di questo passo misterioso, il fatto che la tradizione cristiana, fino a Lattanzio, Ambrogio, Agostino abbia identificato questo impedimento nell’impero romano e nel suo imperatore, è, a mio avviso, indizio certo della mancanza di ostilità pregiudiziali del cristianesimo verso l’impero romano come istituzione e come ideologia. Attraverso la convinzione che l’impero romano durerà quanto il mondo (Tertull. Ad Scap. 2), i Cristiani primitivi ricuperano e fanno proprio il concetto di Roma eterna: «Mentre preghiamo per ritardare la fine – dice ancora Tertulliano (Apol. 32,1) – favoriamo la durata perpetua di Roma». Non si può dire dunque che l’ideologia imperiale romana sia stata avvertita dai Cristiani come incompatibile con la loro fede”.

Occorre, tuttavia, riconoscere che lo spettacolo oggi offerto da una parte del mondo cattolico e della stessa gerarchia ecclesiastica – che, in maniera dissennata, invita le nazioni europee ad aprire incondizionatamente le proprie frontiere agli immigrati di ogni provenienza – incoraggia, tra i meno avveduti e formati, la convinzione che la religione cristiana si possa davvero prestare ad essere elemento capace di favorire l’elisione dell’identità nazionale, in nome di un insano universalismo egualitarista e di un umanitarismo vacuo e fine a se stesso.
Una religione che sembrerebbe davvero poco compatibile con una visione del mondo fondata sulla pratica delle virtù etiche poste a fondamento di un forte ordinamento civile, centrato sull’amor di patria, sulla dignità dello Stato, sul principio gerarchico; una religione che ben si adatterebbe alla mentalità della decadente Europa.
Ma non bisogna farsi trarre in inganno: la sostanza del cattolicesimo, infatti, non ha nulla da spartire con la sua caricatura elaborata nei circoli dell’eresia modernista (3), dominante nella cosiddetta “Chiesa postconciliare” o “vaticanosecondista”. Confondere il cristianesimo cattolico-romano con quella specie di nuova religione sorta con il Concilio Vaticano II, significa non aver idea di cosa sia accaduto nella Chiesa Romana dalla morte di Pio XII (1958), l’ultimo papa dichiaratamente e vigorosamente anti-modernista, fautore di una Chiesa apertamente contraria alle istanze culturali ed ideologiche della modernità anti-cristiana.
Pensare che le prese di posizione e i discorsi di certi uomini di Chiesa – “illuminati” dallo “spirito del Concilio” (il Concilio Vaticano II), dunque pregni di pacifismo, ecumenismo relativista e sensi di colpa per il passato della Chiesa e della Cristianità europea – coincidano con l’ortodossia cattolica, vuol dire compiere lo stesso errore commesso dalle autorità della Roma pre-cristiana, che confondevano il cristianesimo con l’eresia montanista (quella sì veramente degna di disapprovazione e condanna, non solo da parte della Chiesa ma anche da parte dello Stato, in quanto portatrice di un’oggettiva minaccia all’integrità della società, in virtù della sua a-socialità fondata su motivi millenaristici che invitavano al disimpegno civile e al disprezzo dell’autorità, nonché dei doveri verso la società e verso lo Stato, compreso quello del servizio militare).

Diverso naturalmente è il discorso a proposito dell’incompatibilità tra cristianesimo e Impero Romano sul piano strettamente religioso, almeno per quel che concerne il rifiuto dei cristiani di prestare atti di culto in contrasto con la loro fede

I Romani, caratterizzati da una spiccata religiosità, credevano fermamente nell’esistenza e nell’importanza di un nesso tra le fortune di Roma ed un corretto rapporto con la divinità. Si tratta della pax deorum, ovvero del regime di pace e di concordia stabilito tra gli uomini e gli dei, fondato sul culto tributato dai Romani alle divinità pagane. Il timore delle autorità romane che l’atteggiamento dei cristiani potesse infrangere la pax deorum e provocare effetti nefasti per le sorti di Roma, ha certamente costituito uno dei motivi capaci di scatenare le persecuzioni nei confronti dei cristiani.
Una preoccupazione comprensibile sino ad un certo punto però, ossia qualora veramente i cristiani fossero stati quei soggetti sovversivi mossi dalla volontà di affossare l’Impero e dediti ad oscure ed immorali pratiche, come venivano descritti e denunciati alle autorità dai loro calunniatori, tra i quali anche membri influenti delle comunità ebraiche (4).
La vera incompatibilità tra l’autorità romana ed i seguaci di Gesù Cristo si collocava solo sul piano religioso, e non avrebbe potuto essere altrimenti vista l’impossibilità dei cristiani di aderire al relativismo religioso, allora dominante, e di sacrificare agli dei, ovvero professare pubblicamente un culto diverso da quello cristiano. Per i primi cristiani non era in discussione la fedeltà alla legittima autorità politica, per la quale si doveva pregare e combattere (le legioni pullulavano di cristiani), ma la pretesa che essi prestassero atti di culto alle divinità pagane: i cristiani non potevano tradire la loro fede disobbedendo al comandamento di Dio “Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio all’infuori di me”.

I cristiani non provocarono la caduta dell’Impero Romano, la cui fine dipese, invece, da altri e decisivi fattori: la decadenza dei costumi, la denatalità degli italici, l’enorme pressione esercitata dai popoli barbari. Il venir meno di una certa tensione morale e della proverbiale etica che caratterizzò la migliore romanità, il calo demografico delle popolazioni italiche, che avevano rappresentato la forza anche militare di Roma, unitamente all’impossibilità di difendere i vastissimi confini dell’Impero, furono i reali motivi della sua caduta.
L’atteggiamento dei cristiani e della Chiesa nei confronti di Roma e del suo impero, può essere efficacemente rappresentato dalle parole con cui la Professoressa Marta Sordi, nella sua opera L’impero romano-cristiano al tempo di Ambrogio, descrive proprio l’atteggiamento del santo vescovo di Milano (dal 286 d.C. al 402 d.C. capitale dell’Impero Romano d’Occidente) il quale “rifiuta di identificare Roma con la sua tradizione religiosa e afferma, anzi, che la religione pagana, lungi dall’essere caratterizzante per il popolo romano, era la sola cosa, con l’ignoranza di Dio, ad accomunare Roma con i barbari. Ma proprio mentre rifiuta come vana e anacronistica e non specifica del mos romano la religione dei padri, afferma la continuità della nuova Roma, che non si vergogna di convertirsi da vecchia, poiché si tratta di un cambiamento in meglio, con le disciplinae e con i mores con cui la vecchia Roma aveva sottomesso il mondo: la virtus di Camillo, la militia di Regolo, l’esperienza militare di Scipione. Rifiuto della tradizione religiosa di Roma e fedeltà piena alla sua tradizione politica, civile, militare, identificata con l’autentico mos maiorum di Roma”
Ambrogio riteneva che il paganesimo fosse degenerato a tal punto da costituire, sia sul piano morale che politico, un pericolo per l’integrità dei costumi. Il vescovo di Milano individuava le ragioni della decadenza religiosa pagano-romana, nella sua frantumazione in svariati e diversi culti, cosa che aveva determinato il venir meno della sua forza e della sua capacità di guidare lo Stato; indicando, invece, nel cristianesimo l’elemento purificatore ed unificante, conforme all’autentico mos maiorum romano.
I cristiani, dunque, non affossarono l’Impero che inizialmente li aveva perseguitati (anche se non in maniera sistematica e continua; prima che esso divenisse cristiano, infatti, vi furono periodi di relativa tranquillità), anzi lo ereditarono considerandolo come qualcosa per essi preparato dalla Provvidenza (5). Tanto è vero che dopo il caos seguito al venir meno dell’autorità imperiale d’Occidente e alle invasioni barbariche – e grazie all’opera di recupero e conservazione dell’eredità greco-romana compiuta dalla Chiesa – la stessa Chiesa tenne a battesimo il nuovo Impero Romano d’Occidente: il Sacro Romano Impero, nato nella notte di Natale dell’anno 800 con l’incoronazione, a Roma, di Carlo Magno, da parte di Papa Leone III.
Tutto questo mentre a Costantinopoli (l’antica Bisanzio) l’Impero Romano e Cristiano d’Oriente continuava ad esistere, cosa che avrebbe fatto fino al 1453. Se il cristianesimo avesse avuto in odio l’idea di impero, non ne avrebbe perpetuato l’esistenza come, invece, fece tanto nella parte occidentale quanto in quella orientale dell’impero fondato dai Romani.
Note
(1) Ambrogio (340 – 397), proveniente da famiglia di antica nobiltà senatoria romana e acclamato vescovo di Milano il 7 dicembre del 374, è considerato il più autorevole teorizzatore e interprete della concezione romano-cristiana dell’impero.
(2) Marta Sordi (1925 – 2009) è stata docente di storia greca e romana presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, membro dell’Accademia di Scienze e Lettere dell’Istituto Lombardo e dell’Istituto di Studi Etruschi.
(3) Come più volte ricordato sulle pagine di Ordine Futuro, il modernismo è un’eresia, ovvero un insegnamento contrario al magistero della Chiesa, venutasi a manifestare soprattutto all’inizio del XX secolo. Fu duramente combattuta dal Papa San Pio X il quale, nell’enciclica Pascendi dominici gregis (1907), la definì summa di tutte le eresie. Essa rappresenta, in sostanza, il tentativo di conciliare la fede cattolica con le istanze filosofiche del mondo moderno. Nucleo del modernismo è l’immanentismo, ossia la pretesa di ridurre la verità religiosa alla mera esperienza umana, dalla quale scaturirebbe in un costante divenire. L’influenza del modernismo, soprattutto nella sua rinnovata veste di neo-modernismo, condannato dal Papa Pio XII con l’enciclica Humani generis (1950), si è manifestata in tutta la sua gravità nel Concilio Ecumenico Vaticano II ed in particolare nel periodo che lo ha seguito, il cosiddetto post-concilio.
(4) “L’invidia e la gelosia furono la nota caratteristica della lotta ebraica contro Gesù e i suoi; il vangelo ci narra vari episodi di questo sospettoso accanimento; e Pilato per quanto poco s’occupasse di ciò, pure “sapeva che per l’invidia (dia yqonon) lo avevano consegnato” a lui (Matt., XXVII, 18) […] Clemente Romano ci accenna chiaramente che la persecuzione neroniana fu ispirata dagli ebrei dei quali finalmente caddero vittima Pietro e Paolo: «Per la gelosia e l’invidia (dia zhlon cai yqonon) le massime e santissime colonne (della Chiesa, i principi degli Apostoli) patirono persecuzione e combatterono fino alla morte […] Pietro che dall’iniqua gelosia non uno o due ma più travagli sostenne […] Per gelosia e contesa Paolo ebbe il premio del patimento […] A questi […] si aggiunse una gran moltitudine di eletti che, sofferte molte pene e tormenti per la gelosia, furono fra noi di ottimo esempio.» Brano tratto dall’opera di Mons. Umberto Benigni Storia sociale della Chiesa Vol. I, ed. Vallardi, Milano, 1906, pagg. 80-87
(5) Romanum imperium, quod Deo propitio christianum est (S. Agostino, De gratia Christi, II, 17, 18 – 418 d.C.). Il valore provvidenziale dell’Impero Romano è ricordato anche dal sommo poeta, il cattolico Dante Alighieri (1265 – 1321), nella sua Divina Commedia, in particolare nel Canto VI del Paradiso, dove a celebrarlo è la figura di Giustiniano (482 -565), l’imperatore romano d’Oriente autore del Corpus Iuris Civilis, l’immensa opera giuridica posta alla base di tutto il mondo romanizzato medievale. Secondo Dante, dunque, è stato il volere divino a determinare la creazione dell’Impero Romano e le “due Rome”, quella pre-cristiana e quella cristiana, sono perfettamente integrate in un unico progetto provvidenziale. Non a caso Dante ha scelto Virgilio – il cantore delle origini di Roma – come guida nel viaggio ultraterreno raccontato nella sua maggiore opera, e chiamato ‘romano’ lo stesso Cristo (“… e sarai meco sanza fine cive di quella Roma onde Cristo è romano”. Purg. XXXII, 102). Secondo San Tommaso d’Aquino (1225 – 1274) – il Dottore Comune della Chiesa – l’Impero Romano si è trasfigurato, nella Chiesa, dal piano temporale a quello spirituale. Come ricordato da Don Curzio Nitoglia, nel Commento alla II Epistola ai Tessalonicesi II, 3-4 (capitolo 2, lezione 1, n. 34-35) l’Aquinate, parlando dell’avvento dell’anticristo, spiega che “ci sarà l’apostasia dall’impero romano al quale tutto il mondo era sottomesso (…). L’impero romano è stato istituito affinché sotto il suo dominio la fede venisse predicata in tutto il mondo. (…). L’impero romano non è venuto meno, ma si è trasformato da temporale in spirituale. Perciò bisogna dire che per apostasia dall’impero romano si deve intendere non solo quella dall’impero temporale, ma anche quella dall’impero spirituale cioè dalla fede cattolica della Chiesa romana”.


Alberto Pento
E' vero che l'Impero Romano crollò perché era diventato una mostruosità storica, nonostante il cristianismo. Riguardo alla violenza nella diffusione del cristianismo direi che si diffuse con la pace solo fino a che non divenne religione di stato, poi fu imposto anche con la violenza diretta e sopratutto si consolidò con la violenza indiretta ed il terrore. Non dimentichiamo la violenza indiretta che esisteva nel colpevolizzare le persone definendole peccatrici e nella violenza che c'era nel terrore del castigo divino e dell'inferno, nonché nel ricatto sociale ed economico che costringeva le persone al conformismo ideologico e rituale cristiano cattolico; anche la cancellazione di miti, leggende, tradizioni preistoriche definite pagane con la relativa persecuzione di chi le coltivava e propagandava è stata violenza. Violenza è stata anche l'aver appoggiato, sostenuto e giustificato regimi politici statuali violenti. Poi tutte le idolatrie hanno in sé una certa forma di violenza strutturale congenita, legata alla loro particolare menzogna e presunzione idolatra che ha comportato e che ancora comporta conformismo, fanatismo, esclusione e persecuzione del diverso e di chi non si conforma ed è critico.
Il peccato e il limite del cristianismo è la sua presunzione idolatra, l'aver fatto sostituito Dio con l'interpretazione cristiana di Dio. Tutte le religioni hanno questa pecca idolatra, sopratutto quella islamica che è la più falsa, fanatica ed opprimente; mentre la meno idolatra e la più critica e ragionevole è quella ebraica.
L'imperialismo ambrogiano di Cristo è sempre una forma abberrante di imperialismo.
Anche la gerarchia cattolica con a capo il Papa imperatore con il relativo culto papolatra è una continuazione della divinizzazione del re e dell'imperatore; anche lo stesso Cristo Dio, messia e re è una variante idolatra sul tema.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Ła fin de l'enpero roman e el mito dei barbari envaxori

Messaggioda Berto » sab dic 08, 2018 10:11 am

La Caduta dell'Impero Romano e quella dell'Occidente Contemporaneo
Massimo Bordin

http://micidial.it/2016/10/la-caduta-de ... I.facebook

L’impero romano cadde per una serie di cause tutte molto complesse e, soprattutto, non vi fu una causa improvvisa. E fin qui, sono tutti d’accordo. La bibliografia è molto ampia: c’è chi tira in ballo la diffusione del cristianesimo; chi la corruzione della classe dirigente romana; chi l’abilità dei guerrieri barbari che sapevano maneggiare e forgiare spade più grandi; chi dice che i germani sapevano combattere a cavallo. Insomma, se ne sono scritte e se ne sono lette di ogni. Quel che invece, palesemente, è stato troppo trascurato, è l’impatto multiculturale all’interno dell’Impero Romano da un certo punto in avanti. Non è il caso di analizzare ora perché questo aspetto è stato trascurato, ma certamente lo è stato, se è vero che fino a pochi anni or sono era considerato elemento implicito, quasi ovvio, mentre ora guai a parlarne. Ecco dunque che, ancora una volta, la politicizzazione della storia fa torto alla verità. La storia la scrivono i vincitori? Ok, ma questo mica significa credere per forza alla narrazione interessata del potere!

In questa fase storica a qualcuno conviene negare l’impatto delle culture non-latine sulla caduta dell’Impero. Possiamo anche capirlo, ma ciò non deve impedirci di dire la verità, e senza paura. E la verità è che alcune culture hanno dato una spallata decisiva alla civiltà latina (e greca) favorendo secoli di oscurantismo, di saccheggi, di imbarbarimento, appunto. Mi spiace per il grande medievalista Le Goff, ma nella sue fasi iniziali, il Medioevo fu un regresso dell’Umanità e sfido chiunque non tanto a replicare, ma a rivivere gli usi ed i costumi di quegli anni.

Qualche mese or sono ho chiesto ad un amico, smisuratamente favorevole all’arrivo di stranieri in Europa, per quale motivo, a suo dire, la civiltà romana fosse decaduta, facendo perdere all’umanità non solo la perizia tecnica nella costruzione di opere pubbliche e private, ma anche i punti elevati della filosofia occidentale raggiunti dai greci e dai romani. Lui, insegnante di storia al Liceo, mi rispose candidamente che non erano stati i Barbari provenienti da fuori a favorire il crollo, ma che i barbari erano già da qualche lustro DENTRO l’Impero romano. “Integrati dunque”, aggiunsi io.

Non avendo nessun interesse a sostenere una tesi piuttosto che un’altra, mi ricordai di quanto ci spiegava a lezione il compianto professor Antonio Baldini, esperto di storia romana all’Università di Bologna. Baldini conveniva sull’insieme delle concause, ma non abbracciò mai l’idea, trasmessa a livello scolastico, che la colpa fosse di orde di barbari armati fino ai denti pronti a sferrare attacchi ai confini e desiderosi di saccheggio. La gente, all’epoca di Romolo Augustolo, non cambiò radicalmente il proprio modo di vivere. In altre parole, non si accorsero della caduta dell’Impero. Semplicemente, la civiltà latina smise di produrre quei capolavori letterari, artistici, architettonici che siamo abituati a visitare quando andiamo a Roma e nelle città di impronta romana. In Europa si imposero piano piano, lentissimamente, ma inesorabilmente, altre CIVILTA’ di gran lunga meno capaci di produrre progresso, di realizzare strade e acquedotti, di scrivere capolavori come il de rerum natura, di Lucrezio, o le poesie di Catullo. Civiltà che provenivano da tradizioni nomadi o seminomadi, appunto, e che per far tornare l’Occidente a splendide produzioni umane dovettero attendere diversi secoli.
Com’è potuto succedere che questi barbari, già DENTRO l’Impero romano da tanti anni, finissero per imporsi sui più attrezzati e “civilizzati” romani?

La prima importante causa, che non troverete sui manuali manco se piangete in ginocchio, è la tassazione alta e la burocrazia rigida. La tassa più odiosa, la capitazione, era pagata come dice il nome in base alle teste e non in base alla ricchezza. Tante teste volevano dire tante tasse a dispetto del reddito dei contribuenti. Punto, e non si discuteva sulla pressione fiscale che divenne sempre maggiore

Nelle istituzioni statali, inoltre, ed in particolare nell’esercito, venivano “assunti” in misura sempre maggiore uomini di cultura non-romana, col nome di federati. Questo pesò molto sulle campagne militari e di espansione latina, che si arrestò, in pratica, e anzi subì sonore sconfitte da Marco Aurelio in avanti. È un copione già visto: guai ad inserire troppi elementi stranieri nella macchina statale. Se qualcuno ritiene che una simile analisi possa essere sconveniente, beh pazienza. Chiedete maggiori lumi a Napoleone nella campagna di Russia, ad esempio, che fu spazzato via dalla ritirata anche a causa dell’esercito di stranieri che aveva messo in piedi.

La distanza tra cittadini (cives) romani ed il gruppo di potere aumenta a dismisura e nessuno si riconosce più nelle decisioni prese dall’alto. Molti cittadini di Roma preferirono migrare, persino, cioè lasciare Roma e l’Italia per ricostruirsi una vita in altre zone d’Europa. Anticamente i romani erano attaccatissimi alla res publica romana, erano patriottici, per così dire. Dal II secolo in poi questo non si può più affermare: i romani cominciarono a disinteressarsi dello stato, e spesso preferirono altri lidi.

Il calo demografico. Questa è, con ogni probabilità, la causa più importante. Il Top, per dirla all’inglese. Già esaurito e in ristampa, il libro dello storico Michel De Jaeghere Gli ultimi giorni dell’Impero Romano arriva finalmente anche in Italia. In Francia, dove è uscito ormai due anni fa, ha scatenato un putiferio, ovviamente per motivi politici, il lepenismo ecc. ecc. Io non ho avuto modo di leggerlo nel dettaglio, ma ho maneggiato la copia in francese ed è documentatissima, con riferimenti alle fonti. Un VERO libro di storia.

L’autore dimostra che quella civiltà collassò per il calo delle nascite impressionante per far fronte al quale (basti pensare alla peste) si inaugurò una persecuzione fiscale che distrusse l’economia.

Ma se non ci sono nuovi nati, dovuti al lassismo governativo e alle nuove malattie, se l’economia a causa del calo demografico non girava più… come si pensò di ovviare?

Ma certo, Lapalisse, con l’immigrazione indotta, che però si trascurò di governare. Detta diversamente, la classe dirigente romana si appiattì sui propri privilegi e trascurò la politica patriotica che aveva reso Roma la più evoluta civiltà dell’epoca. I barbari erano dentro l’impero da tempo, ma prima erano LORO ad adeguarsi alla civiltà romana, perché era, semplicemente, più evoluta e dinamica. E non solo e non tanto da un punto di vista militare, ma soprattutto per la fermentazione delle idee, la dinamicità del foro romano, la perizia tecnica trasmessa e migliorata di generazione in generazione. Quindi è vero, c’erano già i Galli e gli Ispanici ed i nomadi Unni dentro l’Impero, ma vivevano pacificamente nella parte romanizzata dell’Europa perché non erano indotti a prendersi la leadership. Con il calo delle nascite e il bisogno di tasse, il governo romano, da Marco Aurelio in poi, si affrettò a iscrivere i barbari nei ranghi dell’esercito, nella pubblica amministrazione , ecc. Verso la penisola italiana vi fu una immigrazione INDOTTA.

Ecco cosa dice una recensione del libro di De Jaeghere:

I legionari, tornati a casa dopo anni di leva, mal si adattavano a una condizione di lavoratori che, quanto a profitto, li metteva a livelli quasi servili. Così andavano a ingrossare la plebe urbana, cui panem et circenses gratuiti non mancavano. Le virtù stoiche della pietas e della fidelitas alla res publica vennero meno, e il contagio, al solito, partì dalle élites. Nelle classi alte si diffuse l’edonismo, per cui i figli sono una palla al piede. Coi costumi ellenistici dilagarono contraccezione, concubinaggio e divorzio, tant’è che Augusto dovette emanare leggi contro il celibato. Inutili. Anche perché, secondo i medesimi costumi, l’omosessualità era aumentata in modo esponenziale. Roma al tempo di Cesare aveva un milione di abitanti: sotto Romolo Augustolo, l’ultimo imperatore d’Occidente, solo ventimila … Le regioni di confine divennero lande semivuote, tentazione fortissima per i barbari dell’altra parte. Si pensò allora di arruolarli: ammessi ai benefici della civiltà romana, ci avrebbero pensato loro a difendere le frontiere. E ci si ritrovò con intere legioni composte da barbari che non tardarono a chiedersi perché dovevano obbedire a generali romani e non ai loro capi naturali. Metà di loro erano germanici, e si sentivano più affini a quelli che dovevano combattere. La spinta all’espansione era cessata quando i romani si erano resi conto che, schiavi a parte, in Europa c’era poco da depredare. I barbari, invece, vedevano i mercanti precedere le legioni portando robe che li sbalordivano (e ingolosivano). Si sa come è andata a finire.

Intanto, che fa il fisco per far fronte al mancato introito (dovuto alla denatalità)? La cosa più facile (e stupida) del mondo: aumenta le tasse. Solo che gli schiavi non le pagano, e sono il 35% della popolazione. Gli schiavi non fanno nemmeno il soldato. I piccoli proprietari, rovinati, abbandonano le colture, molti diventano latrones (cosa che aumenta il bisogno di soldati). Il romano medio cessa di amare una res publica che lo opprime e lo affama, e non vede perché debba difenderla. Nel IV secolo gli imperatori cristiani cercarono di tamponare la falla principale con leggi contro il lassismo morale, intervenendo sui divorzi, gli adulteri, perfino multando chi rompeva le promesse matrimoniali. Ma ormai era troppo tardi, la mentalità incistata e diffusa vi si opponeva. Già al tempo di Costantino le antiche casate aristocratiche erano praticamente estinte…

Solo una cosa può estinguere una civiltà, diceva Arnold Toynbee: il suicidio. Quando nessuno crede più all’idea che l’aveva edificata.

ORA, AL NETTO DELLA NATURALE EMPATIA VERSO CHIUNQUE CI STIA ACCANTO, A VOI LETTORI, QUANTO ABBIAMO APPENA LETTO, NON RICORDA PROPRIO NULLA?

Concludo con una frase di Aristotele, il più importante allievo di Platone: “Sono amico di Platone, il mio maestro, ma mi è molto più amica la Verità”



Gino Quarelo

Vi si notano alcune imprecisioni e un certo pregiudizio antigermanico, nonché una distorsione della visione storica d'insieme dovuta alla febbre del Mito di Roma, che non giovano alla credibilità dell'articolo che contiene alcune analisi positive e condivisibili.

??? Ecco un passo esemplare dell'imprecisione e del pregiudizio:

...In questa fase storica a qualcuno conviene negare l’impatto delle culture non-latine sulla caduta dell’Impero. Possiamo anche capirlo, ma ciò non deve impedirci di dire la verità, e senza paura. E la verità è che alcune culture hanno dato una spallata decisiva alla civiltà latina (e greca) favorendo secoli di oscurantismo, di saccheggi, di imbarbarimento, appunto. Mi spiace per il grande medievalista Le Goff, ma nella sue fasi iniziali, il Medioevo fu un regresso dell’Umanità e sfido chiunque non tanto a replicare, ma a rivivere gli usi ed i costumi di quegli anni. ...
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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La fine dell'impero romano e il mito dei barbari invasori

Messaggioda Berto » dom nov 21, 2021 7:21 pm

???

Il silenzioso suicidio di Roma: così cadde l'Impero
Andrea Muratore
5-7 minuti

https://www.ilgiornale.it/news/cultura/ ... 1636443255


Roma ascese nel fragore e declinò nel silenzio e negli intrighi. Gli ultimi tempi dell'Impero romano, visti a secoli di distanza, appaiono come una storia complessa e intricata, al cui interno si leggono al tempo stesso intrighi, bassezze, piccole e grandi tragedie umane, sussulti improvvisi e barlumi della gloria che fu dei "figli di Marte". Abbiamo seguito Roma e la sua traiettoria come grande potenza dal momento dell'impresa di Cesare e del suo trionfo, apripista per la trasformazione della Repubblica in impero. L'Urbe ha poi raffinato la sua capacità di leggere con taglio pienamente "geopolitico" il contesto internazionale, ma anche la più grande potenza del mondo antico fu destinata al collasso.

La rotta di Adrianopoli è da considerarsi la vera cesura per Roma, ha fatto venire meno l'inerzia favorevole nei confronti delle tribù barbare annullando ogni illusione circa la possibilità di tenere coeso un impero che poco più di cent'anni prima Aureliano, il "restauratore" aveva salvato dall'implosione. Roma ha avuto, come abbiamo visto, precursori e estremi difensori; principi illuminati e comandanti imbelli; eroi e traditori; uomini d'arme e teorici politici.

Anche negli ultimi tempi l'Impero romano d'Occidente, avente come capitale non più un'Urbe relegata a ombra di sé stessa ma Ravenna, tentò di dimostrare al mondo che i suoi tempi non erano finiti. Tentò di farlo, soprattutto, grazie all'estremo tentativo di Ezio, "ultimo dei romani", di opporsi al declino irreversibile dell'Urbe a cavallo tra la prima e la seconda metà del V secolo. Figure come Ezio sono emblematiche della storia che è raccontata nel saggio Gli ultimi giorni dell’impero romano, scritto dal giornalista e saggista storico francese Michel De Jaeghere, direttore del bimestrale Figaro Histoire. De Jaghere separa la storia dalla narrazione, mostra la compresenza tra un declino sistemico dell'Impero romano d'Occidente, sempre meno coeso politicamente, etnicamente e militarmente, e la presenza di poche, luminose figure decise, con il proprio talento o la forza della disperazione, a svolgere il ruolo di katechon, dei poteri frenanti che con la loro visione strategica o con azioni personali hanno potuto influire sulla rapidità con cui si dispiegavano precisi processi storici tesi all'inevitabile declino dell'Urbe.

Per De Jaeghere la caduta dell’Impero Romano d’Occidente più che dall’irruzione ed occupazione di territori imperiali da parte di popoli germanici fu causata da una crisi interna sistemica: l'Impero morì per consunzione e collasso sistemico, non per occupazione militare o distruzione da parte di agenti esterni. Non fu un boato, ma un silenzioso tonfo quanto avvenuto nel 476, anno in cui con la deposizione dell’Imperatore Romolo Augusto (detto “Augustolo” in senso dispregiativo e di piccolezza, se messo a confronto con l’autorità dei suoi predecessori) da parte del comandante Odoacre, secondo le varie fonti di stirpe erula o gotica, de iure scomparve una creatura politica che de facto era da tempo ridotta a un ectoplasma.

De Jaeghere racconta la spirale declinante fatta di un'imposizione esagerata di tasse vessatorie sui cittadini dell'Impero ritenuta vitale per sostenere un apparato militare sempre più multietnico, di una crescente corruzione sistemica, del declino dell'autorità politica culminato nel dispotismo senza regole degli ultimi decenni dell'Impero. L'aumento dell'insicurezza sociale, politica, economica favorì un declino demografico su cui si innestò l'inserimento continuo di tribù barbare chiamate a rimpolpare i ranghi dell'esercito.

Solo in un modo si può estinguere una civiltà, diceva Arnold Toynbee: attraverso il suo suicidio, che avviene quando nessuno crede più all'idea che l'aveva edificata. E questo accadde a Roma. Ove i grandi fari dell'ultimo secolo di storia imperiale, in Occidente, da Teodosio ad Ezio, appaiono come figure tragicamente avulse dalla storia che andava inevitabilmente dispiegandosi. De Jaeghere ha il merito di ricordare storiograficamente che tra le cause del declino non vi fu la diffusione del cristianesimo. La tesi secondo cui i cristiani, con il loro messaggio di amore e di pace, avrebbero reso l'Impero debole di fronte ai barbari - per non risalire a polemisti pagani dei primi secoli come Celso - è stata diffusa dall'Illuminismo, con Voltaire e con lo storico inglese Edward Gibbon.

Ma, come ricorda De Jaeghere, è totalmente fuorviante: innanzitutto, nei primi decenni del quinto secolo i cristiani nell'Impero romano d'Occidente erano solo il dieci per cento della popolazione, risultando la maggioranza nell'Impero d'Oriente, che resisterà alle invasioni e sopravvivrà per mille anni. E soprattutto, il cristianesimo aveva penetrato anche i nuovi entrati nel territorio dell'Urbe. Attraverso il cristianesimo, non a caso, furono i vigorosi e più giovani popoli barbari a portare avanti la nostalgia e il ricordo di una romanità che si era essiccata nel corso dei secoli. Non a caso riproponendo il nome di Roma a fianco di un nuovo Impero, questa volta "Sacro" oltre che "Romano" diversi secoli dopo. Non riuscendo però a costruire che una pallida copia di ciò che seppe diventare l'Urbe nel lungo millennio che la vide assurgere al dominio del Mediterraneo. Prima di spegnersi quasi senza colpo ferire.




Alberto Pento

Nel 476 d.C. non crollò Roma e nemmeno l'Impero romano che aveva due capitali e nessuna delle due era Roma. Nel 476 d.C. crollò solo una parte dell'Impero romano, quella occidentale che aveva come capitale Ravenna, mentre quella orientale con capitale Costantinopoli si mantenne impero per quasi altri mille anni e crollò nel 1453 con la conquista di Costantinopoli da parte dell'Impero ottomano.
https://it.wikipedia.org/wiki/Impero_bizantino
https://it.wikipedia.org/wiki/Impero_romano

Quindi non fu Roma a crollare, essa come città capitale era già crollata secoli prima quando smise di essere la capitale dell'Impero romano.

Poi vi è da dire che tutti gli imperi prima o dopo finiscono, ciò che dura di più sono le nazioni e gli stati nazionali: crollarono l'Impero macedone o ellenistico, quello assiro babilonese, quello egiziano, quello mongolo, quello franco carolingio e il Sacro romano impero, quelli portoghese e spagnolo, quelli francese e olandese, quello inglese, quello ottomano, quello abbaside e decine di altri imperi in ogni continente.

Ciò che non crollò fu l'Europa celto-veneto-etrusco-italico romano latina-greca-germanica e slava, precristiana, ebraico cristiana, laica, atea e aidola, liberale e illuminata dalla ragione e dalla scienza, Europa che è ancora ben viva e non ancora vinta dalle forze del male.


Marina Herman Moritz Petrozzi
Certamente Roma non "crollò" di colpo e in una data ben precisa.
Quello che volevo sottolineare è che quando la volontà di dominare, di espandersi, di diffondere la propria lingua e la propria cultura si affievolisce comincia il crollo di una civiltà. (Può durare anche qualche secolo.) E viene sostituita da altro. E nel nostro caso, la nostra arrendevolezza, tanto da non essere più capaci nemmeno di difenderci, è evidente. E ci sarà una sostituzione. A nostre spese.
Se non ricordo male furono Caio Mario e Silla a fermare i barbari che spingevano da nord. E lo fecero a suon di spade e non con le chiacchiere, l accoglienza, il "volemose bene che siamo tutti fratelli". Li cacciarono via senza tanti complimenti
. E Roma resse ancora molti anni. Noi ormai non reggeremo nemmeno un ventennio.


Gino Quarelo
Io non ho di queste nostalgie romane, ho radici venete e celto germaniche.
Dominare, sterminare, depredare e ridurre in schiavitù non è civiltà degna di perpetuarsi nei secoli.
Non ho nemmeno simpatie per certo nazionalismo risorgimentale e fascista che si rifà alla romanità imperiale. Se poi penso allo sterminio degli ebrei da parte dei romani, all'uccisione dell'ebreo Gesù Cristo da parte dei romani e alla persecuzione degli ebrei non cristiani da parte degli europei romanizzati e cristianizzatisi ... E se ci aggiungo l'inciviltà della Roma odierna la simpatia per Roma si riduce ai minimi termini.


Marina Herman Moritz Petrozzi
Gino Quarelo il fatto che io pensi che Mario e Silla abbiano fatto il loro lavoro in difesa del loro paese non fa di me una nostalgica del passato romano. Giuro che non uso il triclinio e la tunica. Quanto il ridurre in schiavitù i nemici vinti, era, ed è, pratica comune. Può indignarci, ma questo non cancella il fatto che è tutt'ora praticata ampiamente. E non da romani, che, come mi hai ricordato, oggi sono impegnati ad essere sempre più incivili.
Sono felice per te che hai radici venete e celto germaniche. Me ne compiaccio.

Gino Quarelo
Io stimo molto Arminio, il principe germano che nell'anno 9 d.C. a Teutoburgo, fermò per sempre l'espansione dell'Impero romano a est del Reno e a nord del Donau/Danubio. Così i germani si prepararono a prendere in carico l'Europa dopo la fine dell'Impero romano e la portarono alla modernità e alla democrazia comunale. Anche gli italici debbono molto ai germani, le libere città comunali sono un loro portato.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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La fine dell'impero romano e il mito dei barbari invasori

Messaggioda Berto » gio dic 09, 2021 3:43 am

Quanto era grande l'esercito romano?
Giuliana Rotondi
31 ottobre 2017

https://www.focus.it/cultura/storia/com ... ito-romano

Mastodontico, multiculturale, costosissimo. Questo era diventato l'esercito romano negli ultimi anni dell'impero. Niente a che vedere con la prima armata, fondata secondo la leggenda dal primo re di Roma, Romolo, reclutando volontari dalle tre tribù che costituivano la base del regno.

Fin dagli anni della monarchia l'unità di base dell'esercito era la legione: la prima era composta da 3.000 fanti e 300 cavalieri, scelti tra la popolazione romana di età compresa tra i 17 ed i 46 anni. I soldati non erano retribuiti (si dovevano pagare da soli anche l'armamento): i più poveri facevano i fanti e i più ricchi i cavalieri.

I primi "stipendi" per i soldati comparvero intorno al V secolo a.C., ma inizialmente erano piuttosto scarsi. Spesso i soldati si arricchivano con i "bottini di guerra" e con i "donativi" che occasionalmente i generali offrivano alle truppe.

Intorno al II secolo a.C. nelle legioni assunsero sempre più importanza i centurioni che formavano i quadri intermedi della gerarchia militare. Ogni centurione comandava la centuria, composta prima da 100 fanti (fino al 350 a.C.) e in seguito 60/80 fanti. © CONNOLLY/AKG/MONDADORI PORTFOLIO

ai tempi di annibale. Con la nascita della Repubblica l'esercito fu diviso in due legioni, ognuna comandata da console e composta da un massimo di 10.000 legionari e circa 600 cavalieri.

Quando Annibale varcò le Alpi (218 a.C.) per scendere verso Roma l’esercito romano era già cresciuto e contava ben 23 legioni che presidiavano l'Italia, l'Illiria (la penisola Balcanica), la Sardegna, la Sicilia e la Gallia Cisalpina.

Augusto riformò l'esercitò e garantì ai legionari una paga regolare e un premio al congedo (honesta missio) di solito un appezzamento di terra.

L'impero. Oltre 150 dopo, quando Cesare venne ucciso (44 a.C.) le legioni da 23 erano diventate 37 e dopo la guerra civile tra Cesare e Ottaviano aumentarono ulteriormente.

Alcune di queste erano stabili in Macedonia, in Oriente, e altre in Africa. La loro gestione però non era priva di problemi. Anche per questo Augusto provò a riformarle, creando un esercito professionale composto da 28 legioni (ridotte poi a 25), composte da un totale di 145.000 uomini che rimanevano in servizio non meno di 16 anni.

Ai "professionisti" si aggiungevano i legionari semplici: nel complesso l'esercito imperiale negli anni di Augusto finì per includere circa 250.000 soldati che controllavano un territorio immenso, che andava dall'Altantico all'Eufrate e dall'Olanda all'Egitto.

Grandi numeri. Quando si parla di esercito non si allude solo ai legionari. A loro si affiancavano infatti anche le truppe ausiliare (o truppe d'appoggio, reclutate nei territori occupati), quelle pretoriane (a guardia dell'imperatore e di personalità influenti) e la flotta militare.

Nei primissimi anni dell'Impero l'esercito era composto in maggioranza da Italici. Già negli anni di Nerone (37-68 d.C.) l'esercito iniziò però a diventare multiculturale e sotto Traiano (53-117 d.C.) il rapporto tra Italici e stranieri divenne di 1 a 4: la maggiorparte dei soldati era arruolato infatti nelle province in cui erano stanziate le legioni.

Col passare del tempo la crescita delle forze armate non conobbe pause: con Settimio Severo (145-211) l'esercito contava 442.000 unità, mentre nel III secolo la macchina da guerra arrivò a circa 500.000 soldati, di cui 200.000 legionari.

In quegli anni le spese militari assorbivano il 75% circa del bilancio statale (la spesa "sociale" era pressoché inesistente, il resto era speso in costruzioni a Roma e nelle province). L'apice dell'esercito fu raggiunto sotto il regno di Costantino (272-337) quando i soldati erano circa 645.000.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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