Ła fin de l'enpero roman e el mito dei barbari envaxori

Ła fin de l'enpero roman e el mito dei barbari envaxori

Messaggioda Berto » mar gen 14, 2014 12:44 pm

Ła fin de l'enpero roman e el mito dei barbari envaxori
viewtopic.php?f=111&t=378


Alberto Pento
L'impero romano cadde perché era diventato una mostruosità che divorava se stessa come un buco nero, produceva più miseria e morte che vita e benessere,
La sua fine fu una liberazione per il Mondo e per l'Europa.
Nessuna analogia con l'Europa e l'Italia odierne.



???

Il declino dell’antica Roma, un precedente storico a quello contemporaneo

https://www.lindipendenza.com/reed-declino-antica-roma

Immagine

di REDAZIONE

Proponiamo in ANTEPRIMA per L’Indipendenza la traduzione integrale in italiano del paper Are We Rome? scritto da Lawrence W. Reed, saggista, opinionista e storico dell’economia, presidente della Foundation for Economic Education. (Traduzione di Luca Fusari)

Monumentali somme per i salvataggi, aumenti sconcertanti del debito pubblico, concentrazione di potere nel governo centrale, un pazzo rimescolare di gruppi di interesse con richieste infinite sulla tesoreria, regolamenti sulle imprese che crescono come funghi, demagogici ricorsi alla demagogica guerra, tasse più alte sui produttivi, declino delle virtù una volta ampiamente ritenute essenziali per un forte carattere. Queste cose suonano familiari nel XXI° secolo in America ma erano altrettanto vere due millenni fa sotto l’egemonico welfare romano.

Sia Roma che l’America sono nate da una rivolta contro la monarchia, gli americani contro gli inglesi, i romani contro gli etruschi. Diffidando delle autorità concentrate, entrambe stabilirono repubbliche con pesi e contrappesi, la separazione dei poteri e la tutela di alcuni diritti di almeno alcune persone, se non tutte. Nonostante le carenze, la Costituzione della Repubblica romana del VI° secolo a.C. e la Repubblica americana del XVIII° secolo d.C. rappresentavano i più grandi progressi della libertà dei singoli nella storia del mondo.

La storia dell’antica Roma si estende su mille anni, cinquecento come una repubblica e circa cinquecento come una autocrazia imperiale, al momento della nascita di Cristo si verificò in quegli anni la transizione tra i due sistemi. Come dimostrato dallo storico Thomas Madden nel suo libro del 2008, Empires of Trust, uno stretto parallelismo tra la civiltà romana e quella americana può essere trovato nel primo mezzo millennio di repubblica di Roma.

Ai nostri giorni possiamo ricavare le lezioni più istruttive dagli avvertimenti di quel periodo. La tirannia dell’Impero arrivò dopo il crollo della Repubblica (le veramente terribili conseguenze della decadenza, che l’America può ancora evitare). La lezione fondamentale da trarre dall’esperienza romana non è in realtà peculiare a Roma. Essa può essere considerata la lezione più universale di tutta la storia: nessun popolo che abbia perso il suo carattere ha mantenuto la sua libertà.

La società romana al tempo della fondazione della Repubblica era fondamentalmente agricola, costituita da piccoli contadini e da pastori. Dal II° secolo a.C., le imprese di grandi dimensioni hanno fatto la loro comparsa. L’Italia si urbanizzò, l’immigrazione fu accelerata da persone provenienti da molte terre attratte dalla vivace crescita e dalle opportunità offerte dalla vivace economia romana. La crescente prosperità fu resa possibile da un clima generale di libera impresa, limitato governo, e dal rispetto per la proprietà privata. Commercianti e uomini d’affari erano ammirati ed emulati.

Nessuno dovrebbe affermare che i Romani prediligessero una società libertaria; portarono la libertà a nuove altezze in molti modi, limitando il potere dello Stato ma le carenze erano comunque abbondanti. Per essere molto più chiari: le libertà che raggiunsero furono sostenute e rese possibili per secoli dai tratti del carattere dipendenti sempre dalla libertà: coraggio, duro lavoro, l’indipendenza personale, e fiducia in se stessi.

Notevoli successi di Roma furono i leggendari servizi igienico-sanitari, l’istruzione, le banche, l’architettura e il commercio. La città aveva anche un mercato azionario con tasse e tariffe basse, il libero scambio e una notevole proprietà privata; Roma divenne il centro della ricchezza del mondo. Tutto questo è però scomparso dal V° secolo d.C., quando se andò il mondo fu immerso nelle tenebre e nella disperazione, nella schiavitù e nella povertà.

Perché Roma è declinata e poi caduta? Roma è crollata a causa di un cambiamento fondamentale nelle idee da parte del popolo romano, idee che si riferiscono principalmente alla responsabilità e alla fonte del reddito personale. Nei primi giorni di grandezza, i Romani consideravano sé stessi la loro principale fonte di reddito; con questo intendo dire che ogni individuo badava a sé stesso e a quello che poteva acquisire volontariamente sul mercato come fonte di suo sostentamento.

Il declino di Roma iniziò quando la gente scoprì un’altra fonte di reddito: il processo politico dello Stato. In breve, si trattava di una questione di carattere. Roma ascese alla grandezza sulla base di un forte carattere personale. E’ naufragata quando il suo popolo sacrificò il suo carattere per cose meno nobili, come il potere e la falsa “sicurezza” temporanea di una dispensa.

Quando i Romani abbandonarono il senso di responsabilità e la fiducia in sé stessi, e cominciarono a votare benefici per sé medesimi usando il governo per rubare a Pietro al fine di pagare Paolo, mettendo le mani nelle tasche altrui, invidiando e desiderando la produttività e la ricchezza altrui, si rivolsero verso il basso in un fatale percorso distruttivo. Come il compianto dottor Howard E. Kershner disse, «quando l’autogoverno delle persone conferisce al loro governo il potere di prendere e dare un po’ agli altri, il processo non si fermerà fino a quando l’ultimo osso dell’ultimo contribuente non sarà messo a nudo».

Il saccheggio legalizzato da parte del Welfare State romano fu senza dubbio sancito da persone che volevano fare del bene, ma come scrisse Henry David Thoreau: «se fossi certo che un uomo sta venendo a casa mia per farmi del bene, me la darei a gambe levate». Un’altra persona ha coniato la frase, «la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni».

Nient’altro che male può venire da una società piegata sulla coercizione, sulla confisca dei beni e sulla degradazione della produttività. Negli anni del declino della Repubblica romana, un lestofante di nome Publio Clodio Pulcro corse per la carica di tribuno. Corruppe l’elettorato e vinse con promesse di grano gratuito a spese del contribuente. Successivamente, i Romani in numero crescente abbracciarono l’idea che votare per guadagnarsi da vivere potesse essere più redditizio che lavorare.

I candidati per gli uffici romani spesero ingenti somme per vincere il favore del pubblico, saccheggiando poi la popolazione al fine di saldare le loro promesse nei confronti di chi li aveva eletti. Quando la Repubblica lasciò il posto alla dittatura, una successione di imperatori costruirono il loro potere sulle enormi dispense che controllavano. Quasi un terzo della città di Roma ricevette pagamenti e sussidi pubblici a partire dalla nascita di Cristo.

Lo storico H. J. Haskell descrive questo tragico cambiamento di idee negli eventi: «meno di un secolo dopo che la Repubblica era sbiadita nell’autocrazia dell’Impero, il popolo aveva perso ogni gusto per le istituzioni democratiche. Alla morte di un imperatore, il Senato dibatteva la questione del ripristino della Repubblica ma preferì la regola di un despota stravagante che avrebbe continuato il dolo e fornito a loro degli spettacoli gratuiti. La folla fuori reclamava un “regolatore” del mondo».

E’ spaventoso considerare con quanta facilità un così robusto popolo abbia abbassato la guardia e il suo carattere, venendo acquistati e pagati dal Welfare State. Una volta che ci si vende per un piatto di lenticchie ai politici, non è facile tornare indietro. Parlando dell’imperatore Augusto che regnò dal 27 a.C. al 14 d.C. il quale cercò di ridurre il programma di frumento gratuito introdotto come strumento di prova, Haskell cita il biografo dell’imperatore suo contemporaneo: «tentò di abolire per sempre la pubblica distribuzione di grano alle persone che erano giunte a fare affidamento su di esso e che avevano cessato di coltivare i campi, ma non aveva proceduto ulteriormente nel tentativo perché era sicuro che per desiderio di piacere al popolo sarebbe stato ripreso in un secondo momento».

In risposta ad una grave crisi monetaria e del credito, nel 33 d.C. il governo centrale estese il credito a tasso zero su scala massiccia. La spesa pubblica in seguito alla crisi salì. Nel 91 d.C., il governo fu assai coinvolto in agricoltura; Domiziano, al fine di ridurre la produzione ed aumentare il prezzo del vino, ordinò la distruzione della metà dei vigneti delle province.

Seguendo l’esempio di Roma, molte città all’interno dell’impero spesero e si indebitarono. A partire dall’imperatore Adriano, all’inizio del II° secolo, le municipalità in difficoltà finanziarie ricevettero aiuti da Roma e persero sostanzialmente la loro indipendenza politica in giunta. Il governo centrale assunse anche la responsabilità di fornire al popolo intrattenimenti. Circhi elaborati e duelli di gladiatori furono organizzati per mantenere le persone felici. Uno storico moderno ritiene che Roma abbia speso annualmente l’equivalente di 100 milioni di dollari in giochi.

Sotto l’imperatore Antonino Pio, che governò tra il 138 e il 161 d.C., la burocrazia romana raggiunse proporzioni gigantesche. Alla fine, secondo lo storico Albert Trever, «il sistema implacabile di tassazione, requisizione, e lavoro obbligatorio fu amministrato da un esercito di burocrati militari. (…) Ovunque vi erano onnipresenti agenti personali dell’imperatore» impiegati a schiacciare gli evasori fiscali.

C’erano un sacco di tasse da eludere. Lo storico romano Gaio Svetonio in De Vitae Caesarum racconta che Nerone una volta strofinò le mani e dichiarò: «cerchiamo di tassare e di tassare nuovamente! Vediamo un modo affinché nessuno possieda nulla!». La fiscalità infine distrusse la ricchezza della prima, della media e delle classi inferiori. Secondo lo storico W. G. Hardy, «quello che i soldati o i barbari risparmiarono, lo presero gli imperatori in tasse».

Verso la fine del III° secolo, l’imperatore Aureliano dichiarò che i pagamenti di rilievo verso il governo erano un dovere ereditario. Fornì ai destinatari del pane del governo già cotto (al posto della vecchia pratica di dare loro del grano lasciandoli cuocere da sé il proprio pane) e vi aggiunse (senza sale) carne di maiale e olio d’oliva.

Roma ha sofferto la rovina di tutti i sistemi di welfare statali: l’inflazione. Le massicce richieste di spesa e sovvenzioni del governo crearono pressioni per la moltiplicazione del denaro. La monetazione romana fu svilita con un imperatore dopo l’altro per pagare costosi programmi. Il denario, una volta d’argento quasi puro, entro l’anno 300 era poco più di un pezzo di spazzatura contenente meno del 5% d’argento.

I prezzi salirono alle stelle e il risparmio svanì. Gli uomini d’affari furono diffamati, benché il governo proseguisse i suoi modi spendaccioni. Il controllo dei prezzi devastò ulteriormente la malconcia economia privata riducendola. Quando nel 476 d.C., i barbari spazzarono via l’impero dalla mappa, Roma aveva già commesso un suicidio morale ed economico.

I Romani persero prima il loro carattere, poi, di conseguenza, persero la loro libertà e infine la loro civiltà. Chiudo con una vecchia storia la cui rilevanza con quella romana sarà subito chiara. Si tratta di un gruppo di cinghiali selvatici che vivevano lungo un fiume in una zona appartata della Georgia. Questi cinghiali erano testardi, scontrosi ed indipendenti. Erano sopravvissuti ad inondazioni, incendi, al gelo, alla siccità, ai cacciatori, ai cani e a tutto il resto. Nessuno pensava che potessero essere mai catturati.

Un giorno uno straniero arrivò nella cittadina non lontana da dove i maiali vivevano e andò nel negozio principale. Chiese al gestore, ‘dove posso trovare i maiali? Voglio catturarli’. Il gestore a tale affermazione rise, indicando una generica direzione. Lo sconosciuto ripartì con il suo carro a un cavallo, con la sua ascia e con alcuni sacchi di mais. Due mesi più tardi ritornò al negozio e chiese aiuto per portar fuori i cinghiali, disse che li aveva rinchiusi nei boschi.

La gente ne fu stupita e venne da lontano per ascoltare da lui la storia di come fece. ‘La prima cosa che feci fu cancellare una piccola area dei boschi con la mia ascia. Poi misi un po’ di mais al centro della radura. In un primo momento nessuno dei maiali prese il mais. Dopo pochi giorni, alcuni tra i più giovani vennero fuori ad assaggiare un po’ di mais per poi di nuovo scorrazzare nel sottobosco. In seguito anche quelli più anziani cominciarono a prendere il grano, probabilmente immaginando che se ne non lo avessero fatto alcuni degli altri lo avrebbe fatto al posto loro. Presto tutti erano a mangiare il grano finendo per non procurarsi da sé le radici e le ghiande’, disse lo sconosciuto.

‘In quel periodo ho iniziato a costruire un recinto intorno alla radura, un po’ più esteso ogni giorno. Al momento giusto ho costruito una saracinesca. Naturalmente, strillavano e urlavano quando intuirono che li avevo presi, ma posso prendere qualsiasi animale sulla faccia della Terra se lo posso corrompere in maniera sufficiente da farlo dipendere da me per un comodo pasto!’, ha continuato lo straniero. Lo dico ancora una volta con enfasi: nessun popolo che abbia perso il suo carattere ha mantenuto la sua libertà.

Comenti===============================================================================================================================

Roberto Porcù
14 Gennaio 2014 at 12:42 pm #
Dalla Storia d’Italia di Montanelli e Cervi

… ma nello stesso tempo Diocleziano condusse a termine la riforma assolutistica dello stato già iniziata da Aureliano …. Il suo fu un esperimento socialista con relativa pianificazione dell’economia, nazionalizzazione delle industrie e moltiplicazione della burocrazia. La moneta fu vincolata ad un tasso d’oro che rimase invariato per oltre mille anni. I contadini furono fissati al suolo e costituirono la “servitù della gleba”. Operai e artigiani vennero “congelati” in corporazioni ereditarie, che nessuno aveva il diritto di abbandonare. Furono istituiti gli “ammassi”. Questo sistema non poteva funzionare senza un severo controllo sui prezzi. Esso fu istituito con un famoso editto del 301 dopo Cristo, che tuttora rappresenta uno dei capolavori dell’economia controllata. Tutto vi è previsto e regolato, salvo la naturale tendenza degli uomini alle evasioni e la loro ingegnosità per riuscirvi. Per combatterle, Diocleziano dovette moltiplicare all’infinito la sua “ Tributaria”. In questo nostro Impero , brontolava il liberista Lattanzio, di due cittadini, uno è regolarmente funzionario . Confidenti, sovrintendenti e controllori pullulavano. Eppure le merci venivano ugualmente sottratte agli ammassi e vendute alla borsa nera, e le diserzioni nelle corporazioni di arti e mestieri erano all’ordine del giorno. Piovvero gli arresti e le condanne per questi abusi, patrimoni di miliardi furono distrutti dalle multe del fisco.
E allora, per la prima volta nella storia dell’Urbe, si videro dei cittadini romani attraversare di nascosto i “limites” dell’Impero, cioè la “cortina di ferro” di quei tempi, per cercare rifugio tra i “barbari”.
Sino a quel momento erano stati i “barbari” a cercare rifugio nelle terre dell’Impero agognandone la cittadinanza come il più prezioso dei beni ???. Ora avveniva il contrario. Era proprio questo il sintomo della fine …

Penso che errare sia umano, ma lasciarsi governare da chi non sa fare tesoro delle esperienze passate, sia da idioti.
Che sia per non farlo capire ai sudditi, che ministri “illuminati” abbiano bandito lo studio della Storia dai programmi scolastici ?

======================================================================================================================================


El jerman Arminio, ente l'ano 9 dapò Cristo, el ga xbandonà la çetadenansa romana par tegnerse lomè coela sua xermana:

Teotobourgo
na bataja de tera ke come coela de mar a Lepanto la ga canvià el corso de la storia d’Ouropa
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... xSeTg/edit
Immagine

Teotoburgo – el degheio par li barbari romani
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... VUY00/edit
Immagine

CARLO BUTTI
14 Gennaio 2014 at 8:50 pm #

Un parallelo tra la decadenza dell’Impero Romano e quella, in punto di avanzato svolgimento, dell’Impero Americano – di cui siamo, ci piaccia o non ci piaccia un’estrema propaggine – sarebbe davvero interessante e istruttivo se condotto in modo un po’ meno rozzo e zoppicante di quello che sostanzia l’articolo sopra riportato. Quando gli americani che non siano specialisti in materia – gli specialisti sono molto spesso molto più bravi di noi – parlano dell’antichità classica, nella maggior parte dei casi producono mostriciattoli pseudo-storiografici che fanno pensare a filmetti tipo “Il gladiatore” o peggio. Come si fa a paragonare la Rivoluzione Americana contro la Corona britannica alla cacciata dei Tarquini da Roma? Gli Etruschi non costituivano un impero, erano divisi fra città indipendenti fra loro federate, e Roma a un certo punto fu una di queste. La cacciata dall’Urbe dell’ultimo re etrusco, Tarquinio il Superbo, fu più una reazione del patriziato romano-sabino contro un “tiranno” favorevole al ceto plebeo che una lotta di emancipazione contro una potenza straniera: Roma non era tributaria di un potere coloniale esterno, era per molti versi una città etrusca a tutti gli effetti, se è vero che il suo stesso nome, a quanto sembra, è etrusco (Rumon=fiume) e che furono i “tiranni” etruschi a trasformare il primitivo villaggio di rozzi pastori in una vera e propria “civitas”, non dissimile dalle “poleis ” greche. Vero quel che si dice dell’oppressione fiscale durante i secoli dell’Impero, ma sarebbe giusto distinguere fra una prima fase(fino a Marco Aurelio)della storia imperiale, quando il sistema politico non era ancora di tipo autocratico (grazie ai contrappesi di un Senato indebolito ma ancora vigile e di un diritto consuetudinario considerato intoccabile anche dai potenti) e la fase successiva, in cui gli imperatori arrivarono a dichiararsi “legge vivente” (NOMOS EMPSYCHOS).Per concludere: la tesi sostenuta è pienamente condivisibile, ma l’argomentazione è svolta in modo confuso, lacunoso e scorretto.

Rumon e Roma (etimołoja)
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... VZd2M/edit


Alberto Pento
L'impero romano cadde perché era diventato una mostruosità che divorava se stesso come un buco nero, produceva più miseria e morte che vita e benessere,
La sua fine fu una liberazione per il Mondo e per l'Europa
.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 32702
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Re: La fine de l'enpero roman

Messaggioda Berto » mar gen 14, 2014 1:00 pm

Łi barbari romani: çeveltà e ençeveltà, masacri e rexistense
viewtopic.php?f=111&t=574
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... l0bVE/edit
Immagine
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 32702
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Re: La fine de l'enpero roman

Messaggioda Berto » gio gen 16, 2014 7:57 am

Diocleziano e i servi della gleba

L’ITALIA ALLA FRUTTA E L’INSEGNAMENTO DI DIOCLEZIANO

https://www.lindipendenza.com/diocleziano-roma-tasse

di MAURO GARGAGLIONE

Diocleziano diventò imperatore in un momento in cui l’Impero era allo sfascio. Se non voleva mettersi contro l’esercito, doveva pagargli fior di quattrini.
Il fatto è che non c’era niente in cassa, la moneta poi non aveva più alcun valore perchè era già stata distrutta tant’è che era ritornata l’economia dello scambio diretto (baratto). Allora Diocleziano pose mano a una riforma fiscale secondo la quale i produttori avrebbero pagato in prodotti.
Siccome gli unici a produrre erano i contadini, si inventò un bislacco sistema di equivalenze che classificava gli appezzamenti di terreno secondo la ‘qualità’ e la misura.
Disse che un acro di terreno ‘buono’ produceva di più di un acro di terreno ‘meno buono’ o ‘cattivo’ e quindi chi coltivava un appezzamento doveva pagare un tot di prodotti in base alla qualità della terra che aveva.

Ci si possono immaginare le dispute dei contadini che volevano ovviamente farsi classificare il terreno come scadente per pagare di meno. Col tempo si accumularono tali e tante esenzioni ed eccezioni che la burocrazia per verificare la corrispondenza del contributo alla classificazione del terreno divenne mostruosa. I tribunali vennero letteralmente sommersi dalle cause fiscali. A un certo punto i burocrati ricevettero istruzioni di stringere la corda e di aumentare le classificazioni dei terreni ‘buoni’, anche se non lo erano. Prima il gettito. Naturalmente i contadini insoddisfatti smisero di coltivare la terra ed emigrarono. Il gettito crollò e allora Diocleziano si vide costretto a fare ciò che avrebbe condizionato la vita dell’Europa per i secoli a venire. Obbligò per legge i contadini a rimanere dov’erano a coltivare la terra che avevano, creò i ‘servi della gleba’.

Riporto testuale: «Quindi per far funzionare il sistema, venne distrutta la tradizione di libertà millenaria di movimento dei cittadini romani. Gli agricoltori, i loro figli, i figli dei loro figli vennero vincolati per sempre alla terra . L’esito del nuovo ordine di Diocleziano fu per gli agricoltori il totalitarismo. Non che questo fosse inusuale; IL LETTORE SCOPRIRA’ POCO A POCO CHE SONO LE LIBERTA’ CIVILI AD ESSERE PIEGATE AL SISTEMA FISCALE, E NON IL SISTEMA FISCALE AD ESSERE PIEGATO ALLE LIBERTA’ CIVILI (il maiuscolo è mio)».

Questa e altre innumerevoli gemme (non introdotte nel modo indegno come ho fatto io), si possono trovare in: “For Good and Evil – L’influsso della tassazione sulla storia dell’umanità”, Liberilibri Editrice.

Tratto da https://www.economiaeliberta.com

Da secoli (mi a diria da senpre) è lecito abbattere i tiranni esercitando la sovranità popolare
https://www.lindipendenza.com/da-secoli ... a-popolare
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 32702
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Re: Ła fin de l'enpero roman

Messaggioda Berto » mar feb 11, 2014 9:36 am

Enflasion

viewtopic.php?f=94&t=503

...
Salviano ci dice, e non credo che stesse esagerando, che uno dei motivi per cui lo Stato romano crollò nel V° secolo fu che il popolo romano, la massa della popolazione, dopo che venne catturata dai barbari ebbe un solo desiderio: non avrebbe mai più voluto ricadere sotto il dominio della burocrazia romana.
In altre parole lo Stato romano era il nemico, i barbari furono i liberatori.

...

Na ‘olta, coanti omani ghe jera ente ła tera veneta?
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... wtM28/edit
Immagine
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 32702
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Re: Ła fin de l'enpero roman e el mito dei barbari envaxori

Messaggioda Berto » mar apr 21, 2015 3:02 pm

Naltro kel ga la fisa dei romani e dei barbari ...

Il Falso Diritto all’ospitalità … che già fece crollare l’Impero Romano

http://vivereveneto.com/2015/04/20/il-f ... ospitalita

Pubblicato il 20/04/2015…di Don Floriano Pellegrini

La storiografia ufficiale fa iniziare il Medioevo nel 476, ritenuto possibile data ufficiale della fine dell’Impero romano d’Occidente, mentre l’Impero romano d’Oriente, pur tra innumerevoli difficoltà, proseguì la sua esistenza fino al 1453. Si continua a ripetere che una delle cause della caduta dell’Impero siano state le invasioni barbariche.

Intanto, i Romani, diretti interessati, non parlavano di barbari, ma molto più rispettosamente di nationes, che potevano essere costituite, al loro interno, da più popoli. Ma non si dice che fu proprio il basileus (imperatore in greco) bizantino ad accogliere queste popolazioni entro il confine dell’Impero, quando non fu più possibile trattenerle oltre il Danubio.

Nell’intento di legarli a sé e, quindi,neutralizzarli, cominciò a offrir loro spazi di soggiorno, poi terre, e li trattava da hospites. Ma, è chiaro, una ospitalità, ieri come oggi, a carico delle popolazioni indigene, costrette ad assegnare ai nuovi venuti un terzo dei prodotti (tertia). La scusa per tale folle politica era che, così facendo, quei nuovi arrivati sarebbero stati inseriti nella struttura militare dell’Impero.

Ma la scelta del basileus e il suo sistema della hospitalitas ottennero l’effetto contrario e il motivo è presto detto; egli però lo capì troppo tardi: venuti a sapere del diritto ad essere ospitati, i barbari ancora oltre confine non si trattennero di seguire i primi e venir anch’essi ospitati. Unni, Avari, Ungari e, a ondate successive, Visigoti, Eruli, Rugi, Vandali, Franchi, Burgundi, Angli Sassoni e Longobardi entravano nell’impero e, una volta entrati con la complicità dei loro connazionali già hospites, chiedevano venisse loro esteso l’ius soli e l’ius hospitalitatis, cioè d’essere mantenuti.

L’ingenuità dell’imperatore è evidente.
E oggi, chi fa gli stessi errori, nei modi e nei termini usati, non è doppiamente colpevole?


No no, caro Florian, l'enpero roman no lè crołà par via de l'ospetałetà ma parké el jera devegnesto el cancro de l'Ouropa e rengrasiemo el çeło ke xe rivà i barbari o mejo i çevełi xermani ke se ga tolto l'ònare de far regnasar l'Ouropa.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 32702
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Re: Ła fin de l'enpero roman e el mito dei barbari envaxori

Messaggioda Berto » sab ott 10, 2015 7:41 am

Ouropa: romani e barbari ??? No anca tanto altro
viewtopic.php?f=114&t=1903

Ha ancora senso chiamarli «barbari»?
di Federico Marazzi

http://www.medioevo.it/rivista/2013/Set ... li-barbari

Le popolazioni che fecero vacillare (???) e poi cadere l’impero di Roma furono viste come una sorta di castigo di Dio e il loro irrompere sulla scena interpretato come il preludio alla fine del mondo. Eppure, già qualche voce isolata del tempo e poi, piú massicciamente, la storiografia moderna hanno notevolmente ridimensionato quei giudizi e propongono un’immagine nuova delle «gentes externae»

Una fibula in forma d’aquila, in oro almandine, perle naturali e vetro verde, dal tesoro di Domagnano (San Marino). Oreficeria gota del periodo di re Teodorico (493-526). Norimberga, Germanisches Nationalmuseum.

L’immagine delle frontiere dell’impero romano, affacciate sull’ignoto di un mondo di cui non si arrivava a percepire i confini, abitato da popolazioni selvagge e potenzialmente minacciose per la civiltà, appare, già chiara e drammatica, nelle parole di un anonimo scrittore di cose militari, attivo nel IV secolo: «Bisogna innanzitutto rendersi conto che il furore di popoli che latrano tutt’intorno stringe in una morsa l’impero romano e che la barbarie infida, protetta dall’ambiente naturale, minaccia da ogni lato i nostri confini. Infatti, questi popoli si nascondono per lo piú nelle selve o s’inerpicano sui monti o sono difesi dai ghiacci; alcuni invece vagano e sono protetti dai deserti e dal sole cocente. Ci sono poi popolazioni difese dalle paludi e dai fiumi, che non è facile scovare e che tuttavia lacerano la pace e la quiete con improvvise incursioni. Genti come queste, che si difendono ricorrendo alla natura dei luoghi o alle mura delle città e delle fortezze, devono essere aggredite con varie e nuove macchine militari» (Anonimo, De Rebus Bellicis, par. 6; traduzione Andrea Giardina). ???

Accenti apocalittici
Nella cultura romana, dal III secolo d.C., inizia a essere fortemente presente la sensazione che coloro che popolano il mondo al di fuori dei confini, regno del disordine e della violenza, possano prima o poi sopraffare le difese militari e irrompere in quelle terre che secoli di governo romano avevano reso ricche e pacifiche. ???

Queste idee vengono talora espresse con accenti apocalittici, come se lo sconvolgimento dell’ordine stabilito da Roma dovesse essere il preludio alla fine del mondo. All’indomani del saccheggio di Roma da parte della popolazione germanica dei Visigoti, nel 410, san Gerolamo scriveva: «La costernazione ha paralizzato tutte le mie facoltà (…) Quando la fiamma piú brillante di tutto il mondo è stata spenta o, piuttosto, quando l’impero romano è stato decapitato e (...) quando l’universo intero è perito con la perdita della sola Roma, allora ho preferito tacere» (Commentario al profeta Ezechiele, prefazione; traduzione dell’autore). ???
Eppure, quegli stessi Visigoti che avevano osato compiere l’estremo oltraggio nei confronti dell’impero, saccheggiandone l’antica capitale e gettando san Gerolamo nella piú cupa disperazione, non apparivano solo come cieche furie devastatrici anche a coloro che furono contemporanei di quegli eventi. Qualche anno dopo, lo scrittore cristiano Paolo Orosio descriveva il re visigoto Ataulfo, stabilitosi in Gallia con il suo popolo, come un uomo che si poneva con chiarezza il problema di convivere con i Romani e le loro istituzioni, cercando di preservare, in qualche modo, l’edificio organizzativo delle istituzioni imperiali: «Ataulfo, che dopo l’invasione dell’Urbe e la morte di Alarico si era presa in moglie Placidia, la sorella dell’imperatore, caduta prigioniera (…). Costui (…), partigiano convinto della pace, preferí militare fedelmente sotto l’imperatore Onorio e impegnare i Goti a difesa dello Stato romano (...). Ataulfo, convintosi per lunga esperienza che né i Goti potevano in alcun modo ubbidire alle leggi, a motivo della loro sfrenata barbarie, né era opportuno abrogare le leggi dello Stato, senza le quali lo Stato non è Stato, scelse di procacciarsi con le forze dei Goti almeno la gloria di restaurare nella sua integrità, anzi d’accrescere il nome romano, e d’esser stimato presso i posteri restauratore dell’impero di Roma» (Storie contro i pagani, VII, 43, traduzione di Gioachino Chiarini). ???

Attualità di un dibattito
Dunque, il problema dell’impatto delle popolazioni che, fra IV e V secolo d.C., sono entrate nell’impero romano, sino ad abbatterlo completamente nella metà occidentale, non può essere liquidato come uno scontro fra due campi rigidamente avversi e separati fra loro. La realtà è complessa e tale appariva, come si è appena visto, anche ai contemporanei di quegli eventi. La riflessione su questa fase storica ha appassionato ininterrottamente gli intellettuali dell’Occidente, poiché essa è stata sempre sentita come uno dei grandi punti di svolta della nostra storia. In Italia e in Europa, da qualche decennio, gli studiosi di storia, di archeologia, di storia dell’arte e di storia della letteratura ne discutono con rinnovata passione.
Questo dibattito aveva conosciuto in precedenza altri momenti di grande fermento. Tra la fine del XVIII e la prima metà del XX secolo esso si era alimentato con le riflessioni, emerse tra le classi piú colte d’Oltremanica, sui successi, ma anche sulle possibilità di durata dell’immenso impero britannico. D’altro lato, la discussione fu alimentata anche dall’acquisita consapevolezza, da parte dei Tedeschi (dal 1870 uniti in un nuovo e aggressivo impero) del ruolo determinante riconquistato nello scacchiere politico europeo. Essi si consideravano, per lingua e razza, gli eredi degli antichi invasori germanici dell’impero romano, e vedevano nella potenza prussiana il miglior risultato del connubio fra l’energia e il valore di quegli invasori e la tradizione di uno Stato militarmente forte ed efficiente nel governare, propria dell’impero di Roma.
Anche il successo dell’unificazione d’Italia, che trovava il suo primo cemento ideale nel ricordo della conquista romana della Penisola, dalle Alpi alla Sicilia, aveva suscitato, presso gli intellettuali di casa nostra, una viva riflessione sui perché quell’unità si fosse sgretolata sotto i colpi delle «invasioni barbariche». ???
Il medesimo dibattito aveva interessato anche i nostri «cugini» d’Oltralpe, impegnati a far quadrare i conti fra la matrice «latina» di tratti determinanti della propria identità culturale (primo fra tutti quello rappresentato dalla lingua francese) ???, e il marchio portato dal nome stesso della loro nazione, «Francia», che rimandava direttamente al ricordo di una delle popolazioni che avevano invaso l’antica Gallia romana all’inizio del V secolo, i Franchi, che, nell’arco di cent’anni, avevano stabilito il proprio dominio sulla quasi totalità di essa. Dunque, nell’Europa moderna, il dibattito sullo scontro fra Romani e «barbari» trovava alimento nella spinta delle principali entità nazionali a ricercare solide radici alla propria identità, ed eventualmente anche a sostenere iniziative per l’ampliamento della propria sfera d’influenza geopolitica.

Una discussione piú pacata
Oggi, le ragioni per rendere di nuovo attuale, in Europa, la discussione sulle dinamiche d’incontro e scontro fra l’impero di Roma e le «gentes externae» sono intrise di richiami al presente quanto – e forse ancor piú – di allora. Tuttavia, i connotati di queste ragioni sono differenti e il richiamo al passato – a quel passato – è meno diretto ed esplicito, e la discussione si svolge in genere con toni piú riflessivi e non cosí accesi.
In Germania, per esempio, nessuno immaginerebbe piú di esaltare con accenti nazionalistici il trionfo dei Germani sui Romani e in Italia, l’arrivo dei Longobardi nel VI secolo, che spezzò dopo lungo tempo l’unità augustea della Penisola, non è piú percepito come una ferita viva nel corpo di un’identità patria di matrice esclusivamente latina.
Questo cambiamento di prospettiva è stato imposto da diversi fattori, dei quali vale la pena ricordare almeno i piú importanti: con la fine della seconda guerra mondiale, in Italia e in Germania si è rapidamente sbiadito il nazionalismo «a tinte forti» dei decenni precedenti e, contemporaneamente, nel campo avverso si è assistito alla dissoluzione degli imperi coloniali di Francia e Gran Bretagna. Successivamente, la nascita del progetto dell’Unione Europea ha posto perfino in discussione (almeno in linea di principio) il concetto stesso delle sovranità nazionali e l’irrompere dei flussi migratori dall’interno e dall’esterno del Vecchio Continente sta portando a un rimescolamento profondo delle identità linguistiche, religiose e culturali che ne hanno caratterizzato la sua storia recente.
Non a caso, quindi, storici e archeologi negli ultimi anni hanno iniziato sempre piú ad affrontare il problema della evoluzione e del declino dell’impero di Roma e del suo incontro/scontro con le popolazioni che vivevano all’esterno dei suoi confini sotto prospettive diverse. Per esempio gli studi piú recenti sono stati caratterizzati da una riscoperta della presenza e della persistenza, nelle varie regioni dell’impero e anche in epoca piuttosto tarda (III-IV secolo d.C.), di tradizioni culturali, religiose e linguistiche native accanto a quelle imposte dai conquistatori romani.
Lo stesso concetto di frontiera dell’impero ha mutato pelle, tramutandosi da barriera fra la civiltà e la barbarie in membrana osmotica fra mondi non sempre e non ovunque sul piede di guerra l’uno con l’altro, bensí connessi da un continuo e silenzioso processo di scambi di persone, cose e costumanze, che «contamina» l’identità tanto dei Romani quanto del multiforme universo «barbarico». Anche il processo di disintegrazione del dominio di Roma in Occidente, tradizionalmente definito di declino e caduta dell’impero, è stato reinterpretato come un complesso e ramificato percorso di «trasformazione» del mondo romano. Vengono cosí mettendosi in luce anche gli aspetti negoziali e non necessariamente traumatici del passaggio dal governo imperiale alle realtà dei cosiddetti Regni romano-germanici, che, alla fine del V secolo, avevano soppiantato completamente la «pars Occidentis» dell’impero romano.

Un impero «multietnico»
Infine, è stata revisionata profondamente la tradizionale interpretazione dello scontro fra Romani e «barbari» come di una contrapposizione fra compagini etnicamente compatte e consolidate. È stato piuttosto sottolineato da un lato il perdurare del carattere «multietnico» dell’impero romano, dall’altro il fatto che i gruppi che invadono in armi l’impero sono spesso costituiti da agglomerati assai eterogenei al proprio interno, e che anzi la formazione dell’identità e perfino del nome dei popoli che premono ai confini di Roma è frutto di una storia quasi sempre assai recente, stimolata in molti casi proprio dall’esigenza di organizzare la migrazione da una regione all’altra e lo scontro militare con l’impero.
Questo processo, complesso e magmatico, di scomposizione e ricomposizione delle matrici culturali, antropologiche e politiche dei popoli invasori dell’impero è stato definito, in questi ultimi anni, con l’affascinante termine di «etnogenesi» (dal greco ethnos = popolo e ghénesis = formazione), che pone in rilievo la fisionomia tutt’altro che cristallizzata e impermeabile degli attori del colossale sconvolgimento della carta geopolitica dell’Europa che si verifica tra il V e il VI secolo della nostra era.
Queste nuove chiavi di lettura del fenomeno storico delle cosiddette «invasioni barbariche» sono in qualche misura debitrici del clima culturale del nostro tempo. Oggi, l’Europa occidentale è avviata verso forme sempre piú intense di integrazione fra gli Stati e interessata da fenomeni massicci di immigrazione, anche da aree molto lontane geograficamente e culturalmente. Guardando al periodo compreso fra il III e il V secolo, ciò che affascina di piú è probabilmente, da un lato, il riuscito tentativo di tenere insieme popolazioni fra loro estremamente eterogenee, rendendole in varia misura partecipi del medesimo ideale di governo universale del mondo «civilizzato»; d’altro lato, l’idea di porre in evidenza gli aspetti non solo conflittuali della migrazione di nuovi popoli sulle terre già dell’impero romano o, comunque, relativizzare il concetto di «dissoluzione» del mondo romano, proponendone piuttosto una prospettiva di «trasformazione», aiuta forse non solo a conoscere meglio la complessità di ciò che avvenne in quel convulso periodo della storia d’Europa, ma anche a esorcizzare timori latenti nella società di oggi. In particolare, mi riferisco alle inquietudini che derivano dalla consapevolezza di vivere un presente in cui il ricco Occidente convive con mondi circostanti attanagliati da grande povertà e instabilità e s’interroga sul modo in cui riuscirà nel futuro (se vi riuscirà) a mantenere la propria posizione di privilegio e di dominio e come saprà gestire l’afflusso, al proprio interno, di masse di persone che, provenendo da quei mondi, cercano qui lavoro e integrazione e portano in dote diverse (e non sempre bene accette) tradizioni culturali, sociali e religiose.

Tempi durissimi (???)
Gli eventi susseguiti all’«attacco all’Occidente» dell’11 settembre 2001 e l’irrompere della crisi che sta coinvolgendo in diversa misura le economie europee hanno prodotto qualche ripercussione, in sede storiografica, nella valutazione delle dinamiche che portarono alla fine dell’impero romano e al ruolo avuto in tal senso dalle popolazioni «barbariche». Per esempio, l’archeologo inglese Bryan Ward-Perkins, in un saggio dal significativo titolo La caduta di Roma e la fine della civiltà (Laterza, 2008) ha criticato radicalmente la posizione di quanti avevano optato per un’interpretazione soft della conclusione della parabola storica dell’impero romano. Dati alla mano, i secoli in cui si fronteggiarono barbari e Romani furono tempi durissimi, secondo Ward-Perkins, in cui l’integrazione fra genti e civiltà avvenne a prezzo di sconvolgimenti sociali ed economici radicali e in cui gli standard di vita delle popolazioni delle terre appartenute all’impero retrocessero a livelli preistorici, con conseguenze drammatiche sulla demografia del continente.
Problemi e prospettive attuali possono effettivamente aver contribuito a stimolare un nuovo interesse verso la fine del mondo antico, e anche a sollecitare un approccio meno esclusivamente «catastrofista» a questo tema. Tutto ciò è stato reso possibile dagli eccezionali progressi della ricerca archeologica che hanno messo a disposizione nuovi dati sull’evoluzione dei commerci, dei modi di abitare, sulla cultura, sulle strutture socio-politiche, sui gusti artistici e sulle tecniche belliche di questi secoli.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 32702
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Re: Ła fin de l'enpero roman e el mito dei barbari envaxori

Messaggioda Berto » lun feb 08, 2016 7:27 am

La profezia di Luttwak: “L’Europa con l’Islam finirà come l’Impero romano coi barbari”
30 agosto 2015

http://www.piovegovernoladro.info/2015/ ... oi-barbari

Bombe sui barconi per fermare l’invasione e un intervento militare deciso per evitare che l’Europa finisca come l’Impero romano, sopraffatta dai “barbari”. Il politologo americano Edward Luttwak, intervistato sul Giorno, traccia il suo programma bellico, con inquietanti profezie in coda.

“Bombardare i barconi” – Si parte dalla Libia e dall’emergenza sbarchi. “Bernardino Leon non ha capito o finge. di non capire che la Libia non è uno Stato. Non lo è più da quando Sarkozy e Obama fecero la stupida guerra per cacciare Gheddafi Non esistono autorità libiche. Trattare con le tribù e i radicali islamici sul territorio è pura illusione”. “C’è un solo sistema per bloccare i clandestini, distruggere i barconi“, ma senza colpire i profughi a bordo: “Ci sono i mezzi tecnici per accertare se i barconi in partenza abbiano già o no il loro carico di umanità disperata”. Quali? “I raggi infrarossi. Se i barconi sono vuoti, li si distrugge. Questa è l’unica maniera per bloccare gli scafisti”. Il compito spetta “al governo italiano, naturalmente. Da solo. Senza aspettare alcuna autorizzazione internazionale, che comunque non verrà mai, tanto meno dall’Onu”. “I profughi di guerra vanno soccorsi, per elementari criteri di solidarietà e per le leggi internazionali – puntualizza Luttwak – ma non è vero che lo stesso valga per i migranti che fuggono per motivi economici. Questi vanno bloccati e rispediti indietro”. Invece, spiega, l’Italia li soccorre a poche miglia dalle coste libiche e così gli scafisti possono riempire all’inverosimile barconi e gommoni, contando sul pronto soccorso italiano.
L’Europa come l’Impero romano – Il problema è che l’Italia ha sì la forza per un’intervento para-militare, ma “non la volontà” di farlo: “L’Italia ha ilPapa. E questo Papa ritiene che si debbano accogliere tutti. Del resto sin dall’inizio ha mandato il segnale sbagliato, quando fece il primo pellegrinaggio a Lampedusa. E invece non si rende conto di collaborare, suppongo involontariamente, a un suicidio epocale”, quello dell’Europa cristiana”. Il disegno secondo Luttwak è chiaro: “All’invasione dalla Libia si aggiunge l’invasione attraverso i Balcani. E questa è ancora più imponente. È tollerata, se non addirittura incoraggiata, dal presidente turco Erdogan”. Lo scopo è “la progressiva islamizzazione dell’Europa. La stragrande maggioranza dei migranti è musulmana. E le comunità musulmane, come si sa, sono refrattarie all’integrazione. Parlo in generale.
Alla lunga sarà l’Europa cristiana ad adeguarsi ai loro valori e non il contrario. Questo Papa farebbe bene a ripassarsi la storia”. E qui il riferimento è inquietante: “Vorrei ricordare come finì la civiltà romana. Arrivarono i barbari dal nord. Ora vengono dal sud. Alle invasioni barbariche seguirono cinquecento anni di secoli bui. Ce ne vollero altri trecento perché l’Europa conoscesse un Rinascimento”. “Nell’Europa attuale – è la conclusione amara dell’esperto di geopolitica americano – non vedo alcuna volontà di sopravvivenza. I muri non basteranno. Ci vorranno interventi diretti. E la prima a farlo dovrebbe essere l’Italia”.

Ke ensemense!


Il suicidio dell’Europa di oggi è come quello dell’Impero Romano
Carlo Ciccioli, Secolo d’Italia.it

IL SACCO DI ROMA DA PARTE DEI BARBARI

http://venetostoria.com/2016/02/05/il-s ... ero-romano

Fra il IV° e il V° secolo d.C. L’Impero Romano entrò nella sua fase terminale.
???
Crisi demografica ed economica, autolesionismo ideologico, moralità impazzita ed immigrazione fuori controllo furono i principali tarli che riuscirono a rodere la struttura di uno Stato che da sei secoli reggeva l’intero bacino del Mediterraneo. Il punto di svolta fu nel 378 d.C. con il disastro di Adrianopoli, una sconfitta in cui l’Imperatore stesso venne ucciso da quei Goti cui, pochi anni prima aveva dato asilo in territorio romano in quanto “rifugiati in fuga da una guerra”.

Da allora in poi, il destino di Roma, fu segnato (Emanuele Mastrangelo , da “Storia in rete”, che dedica ben tre saggi all’argomento ).

Se uno sostituisce alla parola Impero Romano e alla data del 378 gli anni attuali il quadro macro-storico è assolutamente lo stesso. Allora c’era la grande civiltà romana; in seguito venne la crisi demografica e morale, minata da movimenti religiosi ed ideologici litigiosi e nichilisti, dal rifiuto degli ideali e dei costumi che l’avevano resa grande, da problemi monetari, distratta da divertimenti ed eventi sportivi, coi suoi maschi effeminati e le sue donne non piu’ fertili e finì per schiantarsi sotto la pressione migratoria di barbari stranieri, inizialmente accolti come profughi e poi divenuti padroni di casa.

La battaglia di Adrianopoli
https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia ... opoli_(378)
La battaglia di Adrianopoli ebbe luogo presso l'omonima città, sita nella provincia romana di Tracia, il 9 agosto 378 e si concluse con l'annientamento dell'esercito romano guidato dall'imperatore d'Oriente Valente ad opera dei Visigoti di Fritigerno.
Nell'anno 376 gruppi di Goti, sotto la spinta degli Unni, chiesero all'imperatore d'Oriente Valente il permesso di oltrepassare il fiume Danubio: Valente, nonostante alcune perplessità, accettò la richiesta, allettato dalla prospettiva di ottenere nuove braccia per coltivare le terre incolte e nuovi guerrieri per rinfoltire le file dell'esercito romano. Il sovrano, secondo alcune fonti antiche, pose quali condizioni la conversione dei Goti al cristianesimo, il disarmo dei guerrieri e la consegna di bambini come ostaggi; i Goti avrebbero avuto in cambio terre da coltivare e sussidi dall'Impero.

Tuttavia la gran confusione in cui si svolsero le operazioni di trasbordo impedì il conteggio dei Goti, il cui numero era stato probabilmente sottostimato dalle autorità imperiali. Inoltre, la cattiva organizzazione non consentì ai Romani di provvedere efficacemente al disarmo dei guerrieri, mentre funzionari imperiali corrotti, all'insaputa dell'imperatore, rivendevano altrove le derrate stanziate per le popolazioni appena accolte, in breve ridotte alla fame ed alla miseria. Dopo essere stata costretta in condizioni di vita estremamente precarie sulla riva occidentale del Danubio, in attesa che giungessero istruzioni dell'imperatore da Antiochia, la moltitudine di profughi proseguì verso Marcianopoli, presso la quale tuttavia non era stata allestita alcuna misura di accoglienza: gli abitanti della città non permisero neppure ai Goti affamati di approvvigionarsi. Ciò provocò le ire dei barbari, i quali si ribellarono alle guardie romane che cercavano di riportarli all'ordine. ...





Una decadenza anche economica

Se poi si esamina la crisi economica anche allora si innestò una spirale che ricorda paurosamente la situazione attuale: man mano che i mezzi di sussistenza delle popolazioni dell’Impero si assottigliavano calava anche la popolazione e il calo della popolazione minava ancor più l’economia e lo Stato Romano non rispose se non aumentando le tasse. Per quanto riguarda la denatalità lo storico Massimo Introvigne che a fiaccare Roma fu soprattutto la diffusione dell’aborto e di vari pratiche di contraccezione per impedire le allora molto frequenti morti delle puerpere per setticimia da parto. Molto probabilmente si trattò di una serie di fattori concomitanti tra cui l’infiacchimento generale della popolazione che si era definitivamente allontanata dai suoi crismi fondanti, tra i quali la realizzazione dell’individuo attraverso la fondazione di una nuova e numerosa famiglia. La donna a Roma era tanto più stimata quanto più era madre prolifica, la diffusione durante l’Impero di forme di “emancipazione femminile” portò come conseguenza diretta proprio la diminuzione delle nascite. Già l’Imperatore Augusto aveva cercato di porre rimedio al calo di fertilità delle donne romane con leggi più stringenti e anche incentivi: alla terza gravidanza la donna poteva essere emancipata dopo la morte del padre. Corruzione, intrighi, rammollimento dei costumi e pansessualità, (addirittura l’Imperatore Marco Aurelio Antonino detto Eliogabalo, adoratore del sole, era noto per essere depravato, infantile, empio, crudele,invertito. Eppure vista la luce di una certa morale in voga oggi, Eliogabalo assume contorni di un campione dei “diritti civili ante-litteram: rottamatore, femminista, pacifista, gay friendly) fecero dimenticare ai romani i fondamentali della loro civiltà.


La questione demografica

Il calo demografico non venne affrontato nelle sue cause profonde: la soluzione che i vertici di allora, come quelli di oggi sembra aver prediletto è quella di importare dall’estero le braccia che mancano all’interno. Ma quella che doveva essere un’integrazione ordinata e programmata nell’Impero , divenne una invasione incontrollabile. Soprattutto i Goti, oppressi da funzionari corrotti e ritenendo infine di avere le forze per imporsi, si rivoltarono contro l’Impero. Per anni l’Impero aveva accettato l’esistenza di un vero e proprio Stato nello Stato, come oggi le comunità islamiche, quelle cinesi o di alcune popolazioni dell’Est. Il Retore Temistio celebrò la magnanimità dell’Imperatore Valente di aprire le frontiere, parlando di “uomini contro bestie”, i primi favorevoli all’accoglienza, i secondi feroci verso coloro che “qualcuno chiama anche barbari ma che sono pur sempre esseri umani”. Pare di ascoltare l’eloquio forbito di Matteo Renzi. Ma per quale motivo un virile guerriero barbaro avrebbe dovuto abbandonare i propri costumi per abbracciare quelli di un Impero moribondo, decadente ed effemminato? La grandezza morale di Roma ( come quella dell’Europa oggi ) era una rendita di posizione ormai esaurita. Roma non poteva far altro che trattare ogni volta al ribasso.
Il fallimento delle politiche di integrazione

L’integrazione dei barbari nell’Impero romano non funzionò. L’idea di impiegarli per risolvere i problemi demografici di Roma si rivelò non solo fallimentare ma suicida perchè nel frattempo Roma era diventata una pallida larva di ciò che era stata. Temistio lodò l’integrazione dei barbari nell’Impero, affermando che essi sarebbero diventati “i nuovi romani”, proprio come oggi affermano gli esponenti del Partito Democratico in Italia parlando di “nuovi italiani”. In particolare nel Discorso XVI Temistio afferma che “la vittoria della ragione dell’umanità è questa: non distruggere, ma rendere migliori coloro che ci hanno recato pena. Prendete ad esempio i Galati che vivono nel Ponto. Penetrati in Asia con la forza delle armi si insediarono nella terra che abitano tuttora. Quando le loro colpe vennero perdonate essi divennero parte dell’Impero ed ora non c’è più nessuno che vorrebbe definirli barbari: tutti li chimano romani perchè il loro modo di vivere è identico al nostro, pagano le tasse e fanno il servizio militare come noi, sono governati dagli stessi magistrati e obbediscono alle stesse leggi degli altri sudditi. Così presto vedremo accadere per i Goti”. Era il 382 d.C. , nel 410 i Gotiguidati da Alarico metteranno al sacco Roma e distruggeranno la città. A tutt’oggi gli storici non hanno ancora risolto il dubbio se questo Timistio scriveva così per eccesso di ruffianeria verso l’Imperatore o per sincera convinzione filo-immigrazionista ed integrazionista. Così era accaduto in precedenza anche in Grecia la cui apertura ai “popoli nuovi” portò alla distruzione del Tempio di Demetra ed Eleusi ponendo fine alla millenaria tradizione dei Misteri Eleusini, facendola uscire per sempre dal centro della storia. Che qualcuno nella nostra Europa attuale si faccia carico dell’antica memoria.


No se pol paragonar l'Ouropa a l'Enpero Roman parké l'Ouropa no ła xe n'enpero e po parké n'enpero lè na costrusion połedega fata e mantegnesta co ła forsa miłitar e coando ke n'enpero el deventa màsa grando el sciopa parké a vien a mancar ła forsa miłitar e economega ke ło tien sù.
L'espansion enperial romana ła gheva desfà l'economia de l'Ouropa e provocà on mucio de rivolte ente tuto l'enpero, ła xente no ła ghe ne podeva pì de l'opresion połedega e economega romana.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 32702
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Re: Ła fin de l'enpero roman e el mito dei barbari envaxori

Messaggioda Berto » lun feb 08, 2016 7:29 am

.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 32702
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Re: Ła fin de l'enpero roman e el mito dei barbari envaxori

Messaggioda Berto » lun feb 08, 2016 7:35 am

Roma - il mito tra il vero e il falso
https://www.facebook.com/groups/romailm ... roeilfalso

Ła fin de l'enpero roman
viewtopic.php?f=135&t=593
viewtopic.php?f=111&t=378

Ouropa: romani e barbari ??? No anca tanto altro
viewtopic.php?f=114&t=1903

Corusion ente la vecia Roma
http://www.storiain.net/arret/num100/artic7.asp
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 32702
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Re: Ła fin de l'enpero roman e el mito dei barbari envaxori

Messaggioda Berto » lun feb 08, 2016 8:30 am

Tuti łi enperi łi ga on termene e łi xe termenà:

tuti łi enperi mexopotameghi, coeło de Alesandro el Maçedone, coeło ejisian, coeło roman, coelo mongoło, coeło arabo, coeło otoman, coeło venesian, coełi portoghexe, spagnoło, ołandexe, todesco, angrexe, françoxo, coeło tałian, coeło sovietego, coeło japonexe ... tuti e no ghe nè ono kel non sipia morto e i barbari no łi ga colpa.

https://it.wikipedia.org/wiki/Lista_di_ ... estensione

Coando ke n'enpero el se gonfia màsa dapò el se xgonfia.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
Avatar utente
Berto
Site Admin
 
Messaggi: 32702
Iscritto il: ven nov 15, 2013 10:02 pm

Prossimo

Torna a Il mito de i barbari incivili (l’etno-socio razzismo e l'ignoranza, alle radici del mito)

Chi c’è in linea

Visitano il forum: Nessuno e 0 ospiti

cron