Parsone, asoçasion, enti, istitusion, … ke descrimena i veneti

 

Rejon Friul Venesia Julia

endoe ca se proteje la Lengoa Furlana ma no coela Veneta parlà longo tuta la costa adretega da Trieste a Lignan

El furlan a Gravo

http://www.filarveneto.eu/?attachment_id=687

Gravo, Grado, Grau/Grao (etimoloja e storia)

https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnRLQEo4VWpqVW1RSUZPak0/edit

Mar-, mal-, mer-, mel-

Mar, Mare, Mara, Maran, Mareno, Marola, Marexane, Marta, Marsia, Marsi, Marsan, Marso (marcio), Mala, Mer, Merano, Morena, Moira, Mira, Mel, Melo, Melma, molo, mojo …

https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnRLQEo4ZDIzSjVBc2Q5eFU/edit

Mraran veneto

http://www.filarveneto.eu/?attachment_id=682

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Altipian de li Sete comouni

endoe le xenti le parla veneto e talian pì ke çinbro, ma ke li ga sernesto de scrivar la toponomastega stradal en Lengoa  Çinbra pì ke en coela veneta o co anca coela veneta

http://www.filarveneto.eu/?attachment_id=670

http://www.filarveneto.eu/?attachment_id=671

http://www.filarveneto.eu/?attachment_id=672

http://www.filarveneto.eu/?attachment_id=673

Çinbri storia e lengoa

https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnRLQEo4Sm1kcHc1NUJ4cTg/edit

carteli çinbri

 

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Asoçasion coulturali ke ciama dialeto la Lengoa Veneta, par xmignorarla/xmignorla, ke saria come dirghe a n’omo ke lè on mexo omo, pì bestia ke omo e ke la so lengoa no la xe purpio na lengoa ma na mexa lengoa o na lengoa sotana e ke prasiò xe mejo ciamarla dialeto pitosto ke lengoa, nome ke speta al “volgar” talian pì ke al “volgar” veneto:

 

Cruscate

http://www.achyra.org/cruscate

Dialettando.com

http://www.dialettando.com

El graspo

El Graspo, Thiene

http://elgraspo.kamae.it

Parlar Veneto
No sta mai vergognarte

parlare el to dialeto,
l’è el modo pì parfeto
pa’ dir da indòe che te vien.

L’è odor de la to tera,
sugo de’e to raise,
el to parlar me dise
che veneto te sì.

El dire tuo l’è musica,
l’è un canto che consola,
fruto de chela scola
che i veci te ga dà.

Pàrlalo in casa e fora
pàrlalo ciaro e s-cieto,
l’è belo el to dialeto
par chi lo sa scoltar.

No assà che se desperda
le storie e le cansòn,
proverbi e tradissiòn
avù in eredità.

Fina da pena nato
co’a prima nina-nana
sul core de to mama
ti te ghe imparà.

Sto gergo te ricorda
el caldo fogolare,
parole dolse e care
tel core rancurà.

Te poi saver le lingue
de tuto el mondo intiero
ma el to parlar pì vero
dialeto restarà.

Leda Ceresara Rossi

 

 

Quatro ciacoe

QuatroCiacoe, giornale in Veneto

http://www.quatrociacoe.it

 

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L’italianizzazione della toponomastica veneziana

http://www.lindipendenza.com/litalianizzazione-della-toponomastica-veneziana

Di ETTORE BEGGIATO

L’identità di un popolo è come un mosaico composto da tante tessere: dalla lingua alla cultura, alla storia, al modello economico, al folklore, all’arte, alla religione, alla toponomastica ecc.

E la toponomastica non è certo meno importante delle altre componenti: nei regimi totalitari l’hanno capito benissimo e così a ogni cambio di regime si cambiano i nomi delle città, delle vie e delle piazze,  basta vedere cosa è successo qualche anno fa in Russia e nei paesi dell’Est Europa.

Anche in Italia questo aspetto è sempre stato tenuto nella dovuta considerazione:  nel Sud Tirolo il buon Tolomei italianizzò migliaia di toponimi in poche settimane con traduzioni, il più delle volte, francamente patetiche.

In altre regioni l’italianizzazione fu meno spettacolare ma più subdola, costante, quotidiana. E’ il caso di Venezia, storica Capitale dei Veneti; al turista frettoloso sembra che la toponomastica veneziana sia “originale”, decisamente caratteristica e suggestiva, da “Rio terà barba frutariol” (Rio interrato dello zio fruttivendolo in italiano) a Campo San Stae (piazza San Eustacchio), a Campo San Zan Degolà (piazza San Giovanni decollato, nel senso di collo tagliato…)  e via discorrendo.

Osservando attentamente i “ninzioleti” (targhe) veneziani ci si accorge invece che l’italianizzazione è continua, implacabile e così “Parochia” diventa “Parrocchia”, “sestier de” viene scritto “Sestiere di”,  “rio terà” diventa “rio terrà” per non parlare di come non si perda occasione “a ogni man de bianco” di aggiungere doppie a destra e a manca, o addirittura si stravolge completamente il “ninzioleto” come nel caso di “calle del curame” (cuoio in italiano) che ho fortunatamente fotografato finchè era… in vita e che oggi è diventato “calle de la donzella”.

Andrea Gloria il grande studioso dell’Ateneo Patavino, così scriveva all’inizio del secolo scorso  contro la proposta di cambiare i nomi delle vie di Padova “proposta che fecero persone molto stimabili per altri riguardi e argomenti, ma non certo edotte e pratiche in questo”. I nomi antichi di vie, afferma il Gloria “sono veri storici documenti, che non possiamo alterare, per non falsare la storia”, “veri storici documenti” chissà se lo capirà anche l’assessore alla toponomastica del Comune di Venezia, prof. Tiziana Agostini…

A quando uno studio serio e rigoroso sulla toponomastica veneziana? Il fascino di Venezia, città unica al mondo, ha varie sfaccettature e la toponomastica veneziana è una di queste, non snaturiamola per non snaturare l’intera città…

Basta con gli scempi della toponomastica a Venezia

http://www.lindipendenza.com/basta-con-gli-scempi-della-toponomastica-a-venezia

di ENZO TRENTIN

In questi giorni sono pervenute in redazione alcune e-mail che protestano contro la rivisitazione della toponomastica veneziana che ha peculiarità tutte proprie. Nel chiedere un intervento di questo quotidiano, vi si protesta l’azione di italianizzazione di molte denominazioni. Viene giustamente osservato che la sinistra italiota, similmente al fascismo, opera con un’azione di “colonizzazione” culturale, che per i veneziani, ed in veneti in genere, è  assolutamente dissacratoria. E ciò malgrado la magniloquenza della delibera del Consiglio comunale veneziano datata 1° marzo 2012, che pretenderebbe di produrre un nuovo e corretto  stradario rispettoso dei termini veneziani tramandati nei secoli.

Il reo in questione è tutto il Consiglio comunale, ma in particolare l’Assessore Tiziana Agostini che, laureata in letteratura italiana si è poi specializzata in filologia italiana.

Evidentemente non riesce a metabolizzare che prima della letteratura italiana c’era un umanesimo veneto assolutamente peculiare. La Agostini (classica esponente di una sinistra supponente quanto inaccettabile che da decenni domina incontrastata in laguna) sembra ignorare (volutamente?) il patrimonio culturale veneziano, poiché ha diffuso il documento con l’elenco completo del nuovo stradario del centro storico veneziano che qui alleghiamo, ed attraverso il quale si possono individuare numerose storpiature.

L’Assessore del PD sembra andare decisamente contro corrente alla tradizione che vedeva le famiglie aristocratiche che reggevano il governo della Serenissima, molto coscienti del fatto che la cristallizzazione della cultura entro schemi prestabiliti avrebbe portato alla chiusura della città anche nel campo politico ed economico, nei quali la Repubblica da secoli aveva acquisito una sua precisa autonomia. A ciò seguì, per esempio, lo sviluppo nell’arte figurativa poiché Venezia assunse un proprio stile architettonico gotico. Dal 1454, poi, si avvertì a Venezia la necessità di adeguare a questo Stato, sempre più raffinato e attento alle arti, la preparazione della sua classe dirigente. Su questa graduale conquista di pensiero che si attuò dal quattrocento al cinquecento, si pose la Scuola di retorica presso la Cancelleria di San Marco, nell’orbita quindi dello stesso governo, e la Scuola di Logica, filosofia naturale e delle matematiche, con sede nella Chiesa di san Giovanni Elemosinario a Rialto, nel pieno centro quindi dell’attività commerciale di Venezia. Chi, invece, oggi regge le sorti della città lagunare non riesce nemmeno a trovare una soluzione adeguata al traffico della grandi navi in bacino di San Marco. Tsz!

La toponomastica a Venezia varia notevolmente rispetto a quella delle altre città italiane.

Venezia ha attinto spesso da lingue come il latino, il francese, l’arabo e altre per esprimere la propria toponomastica. La configurazione della città, divisa in sei sestieri, non rende facile rintracciare i numeri anagrafici poiché essi sono progressivi e non rispettano un criterio logico, infatti i numeri non terminano con la fine della via (Calle), ma continuano per tutta l’estensione del Sestiere. Il Sestiere di Castello, il più grande e popolato di Venezia, ha un’abitazione con il numero 6828! La toponomastica quindi ci aiuta nel localizzare i luoghi che ci interessano. Ma attenzione, ci sono molte “Calli” che hanno lo stesso nome, come Calle della Madonna o del Magazen o del Cristo, esse si trovano in punti diversi della città. Per cui quando si chiede un’informazione ad un veneziano gli si dovrebbe almeno saper dire il nome della contrada in cui si trova il posto che si cerca. Per esempio: «Mi sa indicare la strada per arrivare al numero xxxx vicino a Santo Stefano?». Gli stessi veneziani, infatti, fissano gli appuntamenti a San Luca o a San Bartolomeo.

I nomi delle Ca’: abbreviazione che i veneziani usavano per indicare casa, specialmente delle famiglie nobili; Calle: il nome comune che si dà in città per indicare le strade piuttosto lunghe e strette; Campo: che ha assunto nella toponomastica di Venezia il significato di piazza, eccetera, sono scritti su i “nizioletti” che sono una particolarità della città.

Essi rappresentano la storia e la cultura. E di storia e cultura questa città che fu Stato, è traboccante. Storpiarne i nomi con l’introduzione di italianismi è quindi un’operazione che con la civiltà e la cultura non ha niente a che spartire. Se ad esempio il Campo, il Ramo, la Salizada di San Stae diventassero di sant’Eustachio, sarebbe un’operazione di colonialismo culturale insultante.

Appare evidente il tentativo di annacquare, distorcere ed occultare la storia e le tradizioni veneziane (e venete in generale). Si veda – sempre come esempio – il colpo di mano operato di recente al Museo Correr con la rimozione permanente dei preziosi reperti appartenuti al Doge Francesco Morosini, detto il Peloponnesiaco. Al loro posto sono stati collocati documenti sul Lombardo-Veneto, e oggetti appartenuti all’Imperatrice Sissi. Che dire poi dell’operazione portata avanti nottetempo dall’allora Sindaco Paolo Costa (dal 2000 al 2005) sempre appartenente alla cosiddetta sinistra progressista, che collocò nello stesso museo una statua del distruttore della Repubblica di San Marco: Napoleone Bonaparte. È come se allo Yad Vashem – Centro Mondiale per la Ricerca, Documentazione, Educazione e Commemorazione dell’Olocausto – avessero collocato una statua di Adolf Hitler. Eppure i progressisti (Tsz!) italioti del PD a tanto sono giunti.

Per coloro che desiderassero, invece, comprendere le peculiarità e la storia della toponomastica veneziana c’è il lavoro di riversamento su supporto informatico partendo dal supporto cartaceo che è stato svolto da Federico Perocco che lo ha rilasciato in pubblico dominio consultabile qui.

Toponomastica Veneziana – A

http://venicexplorer.net/tradizione/topos/aaa.html

Il testo cartaceo di partenza è costituito dall’opera «Curiosità veneziane – ovvero Origini delle denominazioni stradali di Venezia» di Giuseppe Tassini. VIII edizione, 1970 – Filippi Editore Venezia. L’edizione di riferimento è la IV del 1887.

Concludendo, vorremmo far nostro il suggerimento dell’architetto vicentino Nicola Busin,

il quale sostiene che ci sia una possibilità precisa e concreta di bloccare lo scempio in corso, e cioè l’italianizzazione delle scritte. Dovrebbe, infatti, essere sufficiente inviare una e-mail certificata o una raccomandata alla Soprintendenza ai Beni Architettonici e Ambientali di Venezia, evidenziando con foto la situazione rinnovata e quella precedente. La Soprintendenza dovrebbe autorizzare con apposito provvedimento ogni rinnovo di “nizioleto” chiedendo obbligatoriamente al Comune un semplice “progetto” con la situazione esistente (foto) e la futura (coincidente). Eventualmente in molti casi per le scritte sostituite, la Soprintendenza può, oltre alle foto storiche, chiedere di scrostare le pitture recenti per evidenziare quelle originali. A parere del Busin, cambiare le scritte è come sostituire ad un palazzo una antica finestra con una nuova, o aggiungere una nuova apertura su una facciata, o per assurdo aggiungere una cupola alla Basilica di San Marco. È proprio un fatto prettamente culturale al di là degli aspetti di appartenenza locale o meno, è il rispetto della storia in senso lato: le mistificazioni per oscuri fini politico-sociali sono aberranti. Chi ha a cuore Venezia verifichi gli scempi e prenda l’iniziativa di scrivere alla Soprintendenza.

Nuovo stradario VENEZIA

http://www.lindipendenza.com/wp-content/uploads/2013/10/Nuovo-stradario-VENEZIA.pdf

La toponomastica è colonizzata. E non solo a Venezia

http://www.lindipendenza.com/la-toponomastica-e-colonizzata-e-non-solo-a-venezia

di ENZO TRENTIN

Dopo le proteste di molti veneziani per la “italianizzazione” degli antichi nomi, e la piccata replica anche sul Tg3-regionale dell’assessora comunale competente: Tiziana Agostini,  che ha difeso le proprie scelte, abbiamo sentito un cultore della civiltà comunale e della storia della sua città: Mauro Aurigi, oggi Consigliere comunale per il M5S a Siena, che così ci ha risposto: «Siena fu la prima città della Toscana ad aderire allo stato unitario. Si disse allora che finalmente la città sarebbe stata liberata dal giogo fiorentino impostole dopo la caduta della Repubblica nel 1559. Per la cronaca la città allora resistette all’esercito spagnolo di Carlo V per 7 lunghi, terribili anni (di fronte allo stesso esercito Firenze aveva resistito 10 mesi, Roma 2 ore) durante i quali i tre quarti della popolazione preferì morire delle tre “f”: ferro, fuoco e fame, piuttosto che perdere la libertà. Dicono oggi gli storici inglesi (non quelli italiani che ignorano la vicenda) che i Senesi da soli hanno allora riscattato il vergognoso comportamento di tutti gli italiani di fronte alla dominazione spagnola. Ma non sapevano i Senesi che il giogo romano sarebbe stato peggiore di quello fiorentino.

Ma veniamo al fatto dei “nizioleti” veneziani. C’è un’analogia con la mia città. Non c’è un problema di lingua, ovviamente (l’Italiano deriva più dal senese che dal fiorentino), ma quello politico è analogo. Annessa la Toscana al Regno del Piemonte, Piazza del Campo, dopo 600 anni che si è chiamata così, fu subito intestata a Vittorio Emanuele II, e via Banchi di Sopra (la via dei grandi banchieri del Duecento) fu chiamata Corso Cavour. Non so quando siamo tornati alla vecchia denominazione, ma ci siamo tornati. Tuttavia la cosa è continuata con vie minori, per cui, via di Malborghetto, la via più plebea e malavitosa del Trecento (è la strada dove sono nato) è ora Via Giovanni Duprè; o Via del Maestri, pure trecentesca, è ora Via Tito Sarrocchi (i casi sono decine). In Consiglio comunale prima o poi farò la battaglia, che mi rode dentro da molti decenni, di tornare alle vecchie denominazioni.»

Intanto la polemica sui “nizioleti” continua a montare. Sul quotidiano “Il Gazzettino” del 2 novembre, il governatore del Veneto ha deciso di difendere la tradizione e la lingua veneta. «Lo digo in veneto – sbotta il presidente del Veneto – gavemo da difendar i “nizioleti” venessiani». Il presidente lancia la provocazione non certo dallo stile filologico: «Sono pronto a dotarmi di una scala e di un bidone di pittura e mi ci metto io a ridipingere correttamente i “nizioleti” veneziani. La lingua veneta va difesa, tutelata e valorizzata». Facile presa di posizione di un politico contro un avversario. Può chiamarsi anche demagogia.

In realtà il problema è più vasto. Paolo Mameli è un illustratore per mestiere, scrittore per passione e veneziano DOC; sostiene che i “nizioleti” (letteralmente lenzuolini) sono quei riquadri bianchi che indicano i nomi delle calli, dei campi o dei ponti, hanno origini discretamente antiche. A proposito di errori scrive: «ora ve ne racconto una che ha dell’incredibile. Quando stavo scrivendo la guida su Rialto, per disegnare le piantine mi rifacevo sì alle mappe, ma andavo sempre a verificare in loco e quando ho tracciato l’itinerario della Venezia antica che passava per la Corte I e II del Milion dove sorgevano le case dei Polo (Marco compreso), sullo stradario mi trovo un ponte denominato Ponte Marco Polo. Il nome subito mi puzza di falso: a Venezia ci sono pochissime denominazioni toponomastiche con nomi propri, salvo non siano riferite a eroi della storia recente come Nazario Sauro, Daniele Manin o i Fratelli Bandiera.

In genere riportano il nome dell’attività prevalente che si esercitava da quelle parti (Spadariadove si forgiavano spade, Frezzeria per le frecce, del Scaleter per i pasticceri) o alla chiesa più o meno parrocchiale che, in genere, dava nome al campo antistante (S. ZanipoloS. TrovasoS. Barnaba) oppure alla famiglia patrizia che aveva il palazzo o le case in quella zona (Carampane da Ca’ Rampani, case dei Rampani, PisaniFoscarini ecc.). Ma nomi propri mai: non ci sono Calle Enrico Dandolo Campo Andrea Gritti.

Allora sono andato a verificare di persona: il nome indicato era quello, dedicato al grande viaggiatore. Quando però ho dato da controllare il testo all’amico Franco Filippi, venezianissimo DOC, la cui storica casa editrice ha tra i gioielli le Curiosità Veneziane scritte da Giuseppe Tassino e che indica appunto l’etimologia toponomastica di buona parte delle calli e dei campi della città, mi telefona dicendo che quel nome è sbagliato: si chiama, e si è sempre chiamato, Ponte Scaleta, poiché prende nome dalla Calle Scaleta di cui è la propaggine che attraversa il rio. “Ma sulla mappa è scritto così e anche il nizioleti dice così!” gli ribatto, ma lui mi risponde col suo simpaticissimo tono spiccio “E alora? I se ga sbaglià. No ti ga idea de quanto che i se sbaglia!”  (E allora? Si sono sbagliati. Non hai idea di quanto si sbaglino!”). Dopo tanta accesa convinzione, per risolvere il dilemma non mi rimane che telefonare all’ufficio preposto che si nomina appunto “Ufficio Toponomastica” del Comune di Venezia.

Quando porgo la questione all’impiegato, questi sembra cadere dalle nuvole. Dapprima cerca di evitare le risposta trincerandosi dietro non so, non sono io che… e così via. Poi pressato dalla mia richiesta, suffragata dal fatto che in una guida non posso mettere nomi sbagliati, va a controllare nel database del Comune, quello ufficiale. E secondo voi era Ponte Marco Polo o Ponte Scaleta? Nessuno dei due, ma Ponte del Teatro, che prende nome dalla minuscola fondamenta che affianca il retro del Teatro Malibran. Mi hanno promesso che subito il tutto sarebbe stato corretto. Io non ho più verificato. Molto tempo dopo sono passato per il “sedicente” Ponte Marco Polo; con mia sorpresa (mica tanta, in verità), sul “nizioleto” c’era ancora il nome del viaggiatore veneziano, a circa un anno dalla mia segnalazione. Come Volevasi Dimostrare!»

Insomma, l’amministrazione veneziana non brilla certo per efficienza, considerando per sovrammercato che proteste per l’illeggibilità dei “nizioleti”, scritti con un carattere inadeguato, erano già apparse sui quotidiani locali nel 2011. Dunque la cosiddetta “democrazia partecipativa” di cui i “sinistri” si riempiono la bocca, è solo vuota e bolsa propaganda. Né vogliamo allargare qui la polemica affrontando l’incapacità di questa amministrazione di dare un regolamento condiviso per la circolazione in Canal Grande dopo che nelle scorse settimane un turista tedesco è morto in seguito ad uno scontro tra una gondola ed un vaporetto.

Interessante, invece, la constatazione del fatto che c’è chi il 10 Maggio 2013, ha festeggiato per il secondo anno di attività del gruppo “Il Passato e Il Presente Dei Nizioleti” ascoltando in una passeggiata alcune storie raccontate da Alberto Toso Fei. Il quale per gli amanti di Venezia in occasione di un incantevole passeggiata narrativa  tra le calli all’imbrunire, ha raccontato alcune tra le migliori storie, leggende e aneddoti celati dietro i più importanti “nizioleti” riscoprendo un passato spesso sconosciuto ma ancora vivo nella memoria dei luoghi della città più visitata al mondo.

Insomma, L’idea che le preferenze dei governati possano manifestarsi normalmente soltanto per il tramite dei rappresentanti, e che la volontà dei primi debba prendere necessariamente la forma di un’adesione (consenso) alle “verità” proposte dai candidati al potere, questa idea sta per uscire dalla storia. Perché si spezza il legame fra legittimazione del governante e ricognizione delle opinioni dei governati. (1)

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NOTE:

(1) G. Miglio, Il nerbo e le briglie del potere, Ed. Il Sole 24 Ore, Milano, 1988, p. 286.

 

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Wikipedia

la wikipedia ente le lengoe taliana e veneta la xe en man a nasionalisti taliani ke li aministra le voxi sensibili e edentetare favorendo el nasionaleixmo talian.

http://www.wikipedia.org

http://it.wikipedia.org/wiki/Pagina_principale

http://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_veneta

Quando Wikipedia tradisce la nazionalità Veneta per quella italiana

 http://www.lindipendenza.com/quando-wikipedia-tradisce-la-nazionalita-veneta-per-quella-italian

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d

i ENZO TRENTIN

Mauro Aurigi è un senese 75enne. Una vita lavorativa spesa totalmente al Monte dei Paschi di Siena. Cultore della falconeria come dei cavalli, della civiltà comunale come delle tradizioni della sua città, contradaiolo dell’Onda ha scritto un pamphlet per i tipi de Il Torchio dal titolo “Il Palio (o delle liberà)” che è un ritratto dell’antica manifestazione, ma anche un breve trattato politico. Infatti, Aurigi ha messo in questa analisi, che è antropologica oltre che storica (ma anche politica con frequenti e caustici riferimenti all’attualità), tutto il suo “esagerato” amore per la città e la sua “civiltà”. Dalla primavera del 2013, è anche Consigliere comunale a Siena, eletto nelle file del M5S.

Ad Aurigi poniamo alcune domande – e tra queste anche sulla democrazia diretta propagandata dal M5S – per comprendere l’azione politica dei pentastellati che non sempre ci è apparsa chiara ed efficace.

Domanda: i 5 stelle in parlamento non sempre hanno convinto. A parte le defezioni, e quelli che sono apparsi i diktat della coppia Grillo-Casaleggio, come si contraddistingue, secondo lei, l’azione politica del movimento?

Risposta: Non mi rimane che ripetere esattamente quanto scritto a Riccardo Illy nella lettera aperta di questi giorni (LETTERA A ILLY).

I ragazzini a 5 Stelle in Parlamento hanno rinunciato a 42milioni (più di 80 miliardi delle vecchie lire) di finanziamento pubblico ai partiti. Hanno devoluto ai terremotati di Mirandola i 350mila euro avanzati dai 700mila raccolti per la campagna elettorale. Hanno destinato a un fondo per le piccole imprese oltre un milione e mezzo di euro detratti finora dalle loro personali indennità parlamentari. Nelle loro file non ci sono avvisati, indagati, rinviati a giudizio e meno che mai condannati, ossia coloro che rappresentano il 10% degli altri parlamentari, ma potenzialmente forse il 50%. Ogni loro iniziativa, riunione, intervento, mozione, interrogazione ecc. viene registrata e diffusa, soprattutto in diretta streaming, cosa che nessun partito e/o parlamentare aveva mai fatto e mai farà: ossia hanno portato in Parlamento la trasparenza. Vi hanno anche riportato ciò che da tempo era stato cacciato: la buona fede e la forza degli ideali e delle idee, fatto già di per sé lodevole anche se quegli ideali e quelle idee non si condividessero. Hanno depositato centinaia di proposte di legge (può trovarle qui) tutte improntate non a una mistificante ideologia o alla personalizzazione egoistica nella politica, ma solo al banalissimo e fondamentale buon senso del bene comune. Infine vi hanno riportato, fenomeno che da solo fa meritare loro la massima lode, anche il termine “democrazia” nella sua accezione più elevata, quella diretta o partecipata, termine che da decenni era scomparso dal lessico e dalla pratica politica e parlamentare italiana. Il tutto nella non-violenza più assoluta assunta come metodo. Anche io ho critiche da fare ai pentastellati – sono un anziano consigliere comunale del Movimento – ma non posso non anteporre alle critiche i meriti che ho elencato sopra. Sempre. Certo avranno tutto il tempo per peggiorare, ma per ora sono la formazione materialmente e moralmente più pulita che sia mai entrata nel Parlamento italiano dal Risorgimento ad oggi. Sono l’unica speranza che abbiamo. Eppure i media hanno messo sotto la lente di ingrandimento a lungo, ripetutamente e con cattiveria ogni piccola smagliatura di questi imberbi principianti, come mai hanno fatto con i partiti tradizionali, i più corrotti d’Europa. La solita storia della pagliuzza e del trave.

D. – Sulla questione della democrazia ritorneremo più avanti. Rimaniamo, per ora, a livello nazionale. Lei è molto critico nei confronti di quello che definisce: Sua Maestà Il Presidente Della Repubblica. Perché?

R. – È che il Presidente della Repubblica nei confronti del M5S non ha voluto essere da meno dei media. Quando l’8 ottobre, perdendo il tradizionale aplomb e con voce concitata come mai prima, è esploso davanti alle telecamere con un “Questi se ne fregano delle altre persone e del Paese! …niente sanno della tragedia delle carceri”, è proprio a quei ragazzini puliti che si riferiva. Il motivo? Sostengono una tesi, sicuramente maggioritaria nel Paese, contraria all’indulto e all’amnistia perorati invece da Giorgio Napolitano. Questa la loro immensa colpa: non essere d’accordo col monarca. A memoria di chi scrive e anche prescindendo dalle qualità intrinseche dei rappresentanti del M5S, è la prima volta che un Presidente della Repubblica, ritenuto per definizione super partes ma evidentemente immemore delle sue prerogative costituzionali e della strana fauna umana che affolla gli altri partiti, esprime critiche verso una formazione che siede legittimamente in Parlamento, non solo la più pulita ma anche quella più votata dal popolo italiano. Eppure questi, che potrebbero essere suoi nipoti e bisnipoti e che siedono da soli 6 mesi e per la prima volta nella loro vita sui banchi del Parlamento, sono assolutamente innocenti di ogni sconcezza di cui il Parlamento si è reso nel tempo responsabile, sempre in presenza di Napolitano.

 

Infatti quella dura reprimenda viene dal più longevo e importante dei politici italiani in attività, approdato in Parlamento sin dal 1953 e rimastovi ininterrottamente ricoprendo anche ruoli importanti come Ministro degli interni (fu lui ad ordinare ai GIS dei Carabinieri d’intervenire contro “l’assalto” al campanile di San Marco a Venezia. Ndr), Presidente della Camera dei deputati, Senatore a vita ed ora Presidente della Repubblica da 8 anni. Quindi tra tutti i politici italiani in attività è proprio lui che, per l’ampiezza dei suoi incarichi, porta le maggiori responsabilità della situazione disperata in cui versano i carcerati in Italia: in 60 anni di attività politica ai massimi livelli non mi è nota una sua presa di posizione sui reclusi nelle carceri italiane e, vorrei aggiungere, anche sul Paese, viste le condizioni in cui è stato ridotto senza che lui mai abbia denunciato i responsabili (la Dc di Andreotti e il Psi di Craxi e i loro epigoni in questi ultimi 30 anni). Solo ora si sveglia e capisce che i responsabili di questo menefreghismo sono i ragazzini a 5 stelle. La contraddizione è così stridente che non può essere sfuggita a una vecchia volpe come Napolitano. Siccome è da escludere la demenza senile, non rimane che pensare ad una buccia di banana. Altrimenti si tratterebbe del solito cinismo e della solita ipocrisia che sono caratteri distintivi dei politici italiani.

 

D. – Giorgio Napolitano, pur con le sue vere o presunte responsabilità, può essere il solo artefice dello sfascio delle istituzioni repubblicane?

R. –No, assolutamente. Bisogna dire però che Napolitano condivide quella responsabilità e quella ipocrisia almeno con un paio di migliaia di parlamentari e governanti passati e presenti (esclusi ovviamente i 5 Stelle). Basta sparare nel mucchio senza tema di sbagliare. Cito un episodio. Il 13 ottobre, in tv da Fazio (Rai3, “Che tempo che fa”) c’è Renato Brunetta, capogruppo del Pdl al Senato. A un certo punto dell’intervista, in uno straordinario primo piano della sua faccia, gli occhi umidi di commozione, il Nostro dichiara trionfante: “Abbiamo governato per 20 anni!”. Non passano 15 secondi che, cambiando discorso ed atteggiando la faccia a più grave espressione, dichiara: “i carcerati in Italia vivono in condizioni disumane, è una vergogna!”. Come tutti i politici anche Brunetta manca di un pur minimo senso del ridicolo, ma non può essere così ottuso da non avere la consapevolezza delle proprie personali responsabilità nella materia, essendo in politica almeno da trenta anni, i primi dieci con Craxi e poi venti con Berlusconi. Quindi è anche lui un politico cinico e bugiardo.

Di più. Napolitano e Brunetta non solo se ne sono fregati – volutamente voglio usare lo stesso linguaggio del Capo dello Stato – in passato delle condizioni dei carcerati, rendendosi così responsabili del dramma attuale, ma anche oggi non vanno al di là delle vuote ed ipocrite parole. E ciò è chiaro perché al di là delle lacrime di coccodrillo e della proposta di mettere in circolazione qualche decina di migliaia di delinquenti pronti subito a nuovamente delinquere se non vogliono morire di fame, i due se ne freganototalmente di fare proposte per rimuovere le cause dello sfascio attuale che criticano. Proposte come mettere in funzione le nuove carceri già pronte, riaprire quelle appena chiuse – mi vengono in mente l’Asinara e Pianosa, il secondo chiuso due anni fa – costruirne di nuove, depenalizzare i reati meno gravi e quant’altro. Allora non rimane che un’ipotesi: non l’uscita dei condannati dalle carceri interessa loro, ma la deplorevole entrata nelle carceri dei notabili della politica e degli affari che senza indulto e amnistia a centinaia ora rischiano la condanna e/o la reclusione, Berlusconi in testa. Non è un provvedimento salva-carcerati quello che propongono, ma salva-casta, se ne fregano di ogni problema umanitario, se ne fregano dei soldi pubblici spesi dalle forze dell’ordine e dalla magistratura nei lunghi processi e se ne fregano anche delle parti lese, ossia delle vittime di quei reati. Ecco, a gente così è affidato il salvataggio del Paese.

D. – Lasciamo l’ambito nazionale, e parliamo un po’ della democrazia diretta. Un tema più volte enunciato da Beppe Grillo ed i suoi colleghi, ma ancora piuttosto assente nelle realizzazioni pratiche. Per esempio: a Milano solo di recente Il Consigliere comunale Mattia Calise ha presentato un proposta di delibera, sostenuta da un’analoga proposta d’iniziativa popolare, tesa a modificare lo Statuto del Comune introducendo i referendum senza quorum sia di iniziativa che propositivi. A Siena, a questo proposito cosa è stato fatto o state facendo?

R. –  A Siena ci sono ora problemi spaventosi. Una piccola città, con soli 55 mila abitanti, più altri 180.000 nel resto della Provincia, ha visto polverizzare 20 miliardi di euro del patrimonio della banca cittadina in 10 anni di amministrazione del Pd col consenso convinto del Pdl. In profonda crisi hanno ridotto anche gli altri due pilastri dell’economia, oltre che della cultura cittadina: l’ospedale che è il più antico del mondo risalendo a prima dell’anno Mille ed è il più grande della Toscana nella città più piccola della regione, e l’Università risalente al 1200 che  ha ben 20-25.000 studenti. Quasi 1000 anni di storia e civiltà distrutti in soli 10 anni. La priorità ora è quella della punizione dei responsabili, punizione politica o giudiziaria a secondo dei casi. Questa è la prima preoccupazione della società civile locale. Il problema dei referendum deliberativi senza quorum, che pure il Movimento ha in programma, in questo momento sarebbe poco compreso. Bisogna pure capire che se non si riesce, in questo frangente, a dare sostanza al principio che chi sbaglia deve pagare, la sfiducia popolare nelle istituzioni, e quindi anche in quelle referendarie, supererebbe definitivamente il punto del non ritorno. Dopo nulla, neanche i referendum avrebbero più significato.

D. – Premesso che i referendum “propositivi” si prestano ad equivoci. Vale a dire che non vorremmo entrasse dalla finestra, ciò che è uscito dalla porta, ovvero la sovranità popolare PROPONE, ed i rappresentati DISPONGONO a piacimento e/o loro convenienza.  Lei cosa propone?

R. –Sono senza ombra di tentennamenti per l’immissione nell’ordinamento statale, regionale, provinciale e comunale dei referendum senza quorum a spettro totale, che vuol dire: referendum consultivi, ossia richiesti dall’alto, ma soprattutto referendum propositivi e deliberativi di nuove leggi e referendum confermativi e abrogativi di leggi esistenti, tutti a iniziativa dal basso. All’inizio del Trecento nell’Italia comunale furono coniati i termini populus sibi princeps, il popolo principe di se stesso, e sovranità popolare. Sono passati 800 anni, ma noi, che quei concetti abbiamo codificato, non li abbiamo mai adottati. Li hanno invece adottati altri popoli, In Danimarca, tanto per portare un esempio, sono stati indetti 8 referendum, uno per ogni passo in avanti della UE. In Italia neanche uno: hanno deciso tutto i “capi”. Insomma i popoli dei referendum sono diventati, per questo, i più civili e ricchi del mondo. Mi sembra arrivato il momento che ci si adegui.

D. – A Sarego (VI) uno dei primi Sindaci eletti dal M5S è stato interessato da alcuni cittadini che volevano consentire l’effettiva partecipazione dei cittadini all’attività amministrativa introducendo nello Statuto di quel Comune l’indizione e l’attuazione di referendum sia «di iniziativa» sia «di revisione» tra la popolazione comunale in materia di esclusiva competenza locale. Per «iniziativa», s’intendono azioni tese ad imporre a Sindaco, Giunta e Consiglio comunale, deliberazioni su argomenti che interessano l’intera comunità. Per «revisione», s’intendono quelle deliberazioni che, già assunte dalla Amministrazione comunale, si vogliono, eventualmente, prese con differenti norme. In ambedue i casi: «di iniziativa» e «di revisione» i referendum sono validi con qualsiasi numero di partecipanti al voto.  Tuttavia, ad oggi, nulla in questo senso è stato fatto. Sono passati circa due anni ma questo Sindaco non ha risposto, e nemmeno preso alcun provvedimento in materia. E ancora, nel sito di quel Comune ci sono alla voce: “Retribuzioni e CV per incarichi politici”, le sole dichiarazioni sostitutive di certificazione, ovverosia un atto dovuto per legge. Un po’ poco (a nostro parere) a favore della cosiddetta trasparenza amministrativa. “L’angolo per la partecipazione dei cittadini alle attività del Comune di Sarego”, un apposito spazio del sito comunale, è assolutamente vuoto. Cosa ne pensa?

R. – Sarebbe presunzione la mia se censurassi o assolvessi un Sindaco sconosciuto per giunta Sindaco di un piccolo paese mai sentito nominare prima. la mia risposta dovrebbe essere perciò troppo generica per significare alcunché. insomma non posso rispondere: se il Sindaco ha violato il mandato va punito, a meno che non abbia valide ragioni per violarlo. In linea di principio penso che la “Casta” abbia lottato strenuamente dalla fondazione della Repubblica ad oggi per ricondurre tutto il potere in poche mani (il fascismo non è nato con Mussolini né è morto con lui). Ha fatto una lunga lotta dura e dispendiosa di risorse e energie, ma vittoriosa. Figurarsi se ora sarà disponibile a rinunciare al bengodi ritrasferendo il potere al popolo. Resisterà con le unghie e con i denti. Si sono già mangiati 2000 miliardi, ma c’è ancora della polpa da azzannare. Non molleranno. Esiste una sola strada, quella dell’educazione del popolo a prendere coscienza del potere che ha in mano. Non lo faranno loro, dobbiamo farlo noi cittadini. Non vedo altra strada per restaurare con i referendum anche la sovranità popolare.

D. – A Parma è stato recentemente espletato un Town Meeting. È questa una forma diconsultazione certamente auspicabile, perché si tratta pur sempre di consultare la popolazione. Tuttavia questo avvenimento è stato limitato e “pilotato”, nel senso che sia gli argomenti che le discussioni erano “governate” dai rappresentanti. Il M5S si limiterà a questo? E la più volte annunciata piattaforma per la democrazia diretta?

R. – Town Meeting? Odio questa forma di servilismo culturale verso la cultura del Grande Padrone Bianco a stelle e strisce. Non ho nulla contro gli Americani, non più di quanto ne abbia contro Tedeschi e Francesi. Ce l’ho con gli Italiani e il loro servilismo verso il potente. Siamo così servili che stiamo consentendo che la lingua del potente cannibalizzi la nostra. Un popolo così servile come può sperare di diventare sovrano? Il M5S, che ha come unica stella polare la democrazia diretta o partecipata, ha un compito ben gravoso da assolvere. Comunque la Conferenza Cittadina (ma era così bizzarro chiamarla così?) può essere utile ad educare alla decisione, ma non può sostituire il referendum formale, disegnato da una legge. Non so cosa farà  il M5S, dove le decisioni sono collettive (o tali dovranno diventare) ed io valgo solo “uno”. Anche la più volte annunciata piattaforma per la democrazia diretta è solo uno strumento, non lo scopo. Voglio dire che anche se avessimo lo strumento, ma ci sarà, per ignoranza o indifferenza, riluttanza ad utilizzarlo non avremmo risolto il problema della conquista della sovranità popolare. E allora cadremmo definitivamente nel baratro.

Mi verrebbe voglia di dire ai giovani, a tutti i giovani, di prendere la via dell’estero se non vogliono essere travolti dalla catastrofe imminente. Invece dico loro di venire nel Movimento 5 Stelle a darci una mano. Siamo i soli “politici” oggi che hanno le mani pulite e la mente sgombra da qualsiasi perversa ipotesi di compromessi vergognosi con chi porta la responsabilità di un simile disastro.

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