Ebrei, comunismo e rivoluzione Russa

Ebrei, comunismo e rivoluzione Russa

Messaggioda Berto » dom mag 05, 2019 7:51 am

Ebrei, comunismo e rivoluzione Russa
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Molti ebrei nell'800 e nel 900 abbracciarono il comunismo (l'idea e l'ideologia comunista), in quanto minoranza ovunque discriminata e oppressa, perché speravano utopisticamente di poter costruire un mondo migliore, un mondo di uguali dove anche loro avrebbero potuto vivere senza essere discriminati, maltrattati e uccisi.
Non avevano ancora approntato e affinato l'alternativa sionista per risolvere questo problema.
Così molti specialmente nelle città parteciparono attivamente alla rivoluzione russa, perché in Russia erano particolarmente oppressi e ben presenti rispetto agli altri paesi europei.


Gli ebrei comunisti russi che parteciparono alla rivoluzione russa, non sono responsabili delle purghe e dei crimini staliniani perché furono epurati dal partito e perseguitati anch'essi.
Forse ebbero una qualche responsabilità nella riforma agraria che portò allo sterminio dei kulaki (contadini proprietari) in Ucraina, riforma appoggiata da Leon Trotsky contrario alle tesi di Nicolaj Bucharin che voleva salvaguardarli come produttori lasciando loro una certa libertà economica di mercato.

Certamente, comprensibilmente e giustamente, gli ebrei dispersi ovunque nel Mondo dai vari imperialismi e suprematismi mesopotamico, egiziano, assiro-babilonese, romano, arabo-maomettano, maomettani vari, (cristiani non ebrei bizantino e cattolico romano) e ovunque disprezzati, discriminati, depredati, uccisi e sterminati,
nei millenni hanno maturato, promosso, diffuso, condiviso, sostenuto i valori della ugualianza degli uomini, della giustizia sociale e civile promuovendo e partecipando alle varie lotte sociali di emancipazione ...
e sono diventati ancora più invisi, avversati e odiati dalle caste imperiali e nazionali, dai ceti privilegiati, dalle etnie suprematiste e razziste ma non per questo hanno sviluppato un loro suprematismo politico imperialista, razzista e nazista nei confronti degli altri, dei non ebrei.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Ebrei, comunismo e rivoluzione Russa

Messaggioda Berto » dom mag 05, 2019 7:54 am

Rivoluzione Russa, una Rivoluzione ebraica?
Analisi, 13 dicembre 2017 - Un secolo dopo la vittoria dei Bolscevichi, gli storici tentano ancora di capire il ruolo giocato dagli ebrei negli avvenimenti che hanno portato alla fondazione dell’URSS (nella foto, Commemorazione del centenario della Rivoluzione a Mosca)

https://www.ossin.org/uno-sguardo-al-mo ... ne-ebraica


Jerusalem Post, 26 novembre 2017 (trad.ossin)

Rivoluzione Russa, una Rivoluzione ebraica?
Seth J. Frantzman

Questo articolo ha il pregio di sintetizzare una questione complessa e trascurata, quella del ruolo predominante degli ebrei nella Rivoluzione Russa. Gli si perdona per questo la faziosità (a tratti irritante, e che ha irritato infatti il traduttore), ma essa è propria del sionismo (come di tutte le ideologie totalitarie). Tale faziosità ha d’altronde impedito all’autore di comprendere molte cose, come per esempio l’indifferenza manifestata da Trotskij per la causa ebraica, ch’egli riteneva (come d’altronde Karl Marx, un altro ebreo) potesse risolversi con l’instaurazione di un mondo di uguali, nel quale non ci sarebbe stato troppo posto per le differenze religiose, etniche o tribali. Purtroppo la storia è andata in modo diverso…
Consigliamo comunque, a chi volesse approfondire, la monumentale opera di Aleksandr Solgenitsin, “Due secoli insieme” – Napoli, giugno 2007. (Ossin)

Il 9 aprile 1917, un treno si fermava alla stazione di Thaygen, città svizzera alla frontiera con la Germania. A bordo, un gruppo di 32 Russi, cui le guardie doganiere sequestravano lo zucchero e la cioccolata che avevano con loro, perché eccedente rispetto alla quantità consentita. Poi il treno riprendeva il cammino fino a Gottmadingen, dalla parte tedesca della frontiera. Qui salivano due soldati tedeschi e separavano i Russi dagli altri viaggiatori, sistemandoli in 2° e 3° classe.

Questi Russi formavano un gruppo eclettico comprendente dieci donne e due bambini. I loro nomi erano conosciuti negli ambienti della sinistra e dei circoli rivoluzionari dell’epoca, viaggiavano tutti sotto una falsa identità. Tra di loro c’erano Karl Radek, e anche Grigory Zinoviev e sua moglie Zlata, tutti e tre originari di Lvov (attualmente in Ucraina) ; c’era anche Georgii Safarov, per metà armeno, e sua moglie, e ancora l’attivista marxista Sarah « Olga » Ravich. Grogory Useivich, anch’egli ucraino, era accompagnato dalla moglie Elena Kon, figlia di una Russa di nome Kasia Grinberg. La femminista francese Inessa Armand cantava e scherzava con Radek, Ravich e Safarov. Il chiasso che facevano finì per infastidire il leader del gruppo che, sollevatosi dalla sua cuccetta, intimò loro intimato di tacere. Questi altri non era se non Vladimir Lenin, salito a bordo di questo treno coi suoi compagni per un viaggio di una settimana con destinazione San Pietroburgo. Sei mesi dopo, Lenin e qualcuno dei suoi accoliti si sarebbero trovati a capo di un nuovo Stato, la Repubblica Sovietica Russa.

Il gruppo composto da Lenin e dai suoi compagni era considerato da molti come un gruppo eclettico di ebrei rivoluzionari. Il fatto è che la metà di loro era ebreo. Alexander Guchkov, il ministro russo della Guerra nel governo provvisorio formatosi dopo l’abdicazione dello zar Nicola II nel marzo 1917, aveva per questa ragione detto all’attaché militare britannico, il generale Alfred Knox, che « gli elementi estremisti erano degli ebrei e degli imbecilli ».

La storia se ne è però ampiamente dimenticata. La maggior parte delle analisi e delle opere che trattano questo tema trascura completamente il carattere ebraico di questi rivoluzionari. La ragione è complessa. Va ricercata sia nel timore di una stigmatizzazione che potrebbe incoraggiare l’antisemitismo, ma anche nel fatto che gli stessi rivoluzionari hanno cercato di non evidenziare le loro particolarità etniche e religiose. Anche se Lenin spesso elogiava gli ebrei parlando coi suoi compagni, nessuno di questi ultimi faceva mai riferimento alle sue origini, conformemente alla politica sovietica.

Un secolo dopo questi avvenimenti, si osserva un rinnovato interesse verso i protagonisti della Rivoluzione russa e le tragedie che ha provocato. Ne sono prova soprattutto un film spagnolo del 2016, El Elegido (L’eletto) che parla di Ramon Mercader, l’assassino di Leon Trotskij, o anche un film britannico uscito quest’anno, The death of Stalin (La morte di Stalin), che rigira in commedia questi avvenimenti storici. In Russia, infine, un nuovo serial racconta la vita di Trotskij. Per spiegare questa scelta, il produttore Konstantin Ernst ha dichiarato recentemente: « Penso che Trotskij combini tutto, il bene e il male, l’ingiustizia e il coraggio. È l’archetipo del rivoluzionario del XX° secolo. Ma la gente non deve pensare che se avesse vinto lui, al posto di Stalin, le cose sarebbero andate meglio, è totalmente falso ».

La questione di « che cosa sarebbe stato » riguarda unicamente Trotskij, perché questi ha simbolizzato l’anti-stalinismo, il rivoluzionario libero dalla mente fertile, in opposizione a Stalin il pragmatico, lo statista, l’iniziatore delle purghe sanguinarie. Una parte del mito Trotskij si deve senz’altro al fatto che era ebreo, come molti altri rivoluzionari, attivisti e discepoli del comunismo della fine del XIX secolo.

Lev Davidovič Bronštejn o Leon Trotsky
https://it.wikipedia.org/wiki/Lev_Trockij
Lev Davidovič Bronštejn nacque in una benestante famiglia ebraica a Bereslavka nella fattoria Janovka, nel governatorato di Cherson, il 7 novembre 1879 (il 26 ottobre secondo il vecchio calendario), ossia lo stesso giorno della Rivoluzione russa del 1917 e nello stesso periodo in cui veniva fondata l'organizzazione rivoluzionaria Narodnaja volja.
Gli antenati di Trockij erano originari di Poltava, da dove ai primi dell'Ottocento si erano stabiliti a Bobrinec, paese a una ventina di chilometri da Janovka. Il nome Janovka deriva dalla grande proprietà terriera che il colonnello Janovskij aveva in parte venduto e in parte affittato al padre di Lev, David Leont'evič Bronštejn (1847-1922), che qui si era trasferito nel 1879 per dedicarsi, caso raro per un ebreo, all'agricoltura. Gran lavoratore e ambizioso, portò la sua famiglia a un livello di vita molto confortevole: servitori e braccianti coltivavano i suoi 300 ettari di terreno e curavano le sue stalle, il suo mulino era utilizzato dai contadini del distretto, il suo grano veniva venduto al mercato di Nikolaev.
In casa non si parlava l'yiddish, ma un russo misto all'ucraino. Se David Bronštejn era analfabeta e indifferente alla religione, sua moglie Anna L'vovna Životovskaja (m. 1910), cresciuta in città, osservava le pratiche del culto e leggeva a fatica qualche romanzo russo. Ebbero otto figli: Aleksandr, Elizaveta, Rozalija, che morì in tenera età, Lev, dal nome del nonno materno, Ol'ga (1883-1941) e altri tre bambini deceduti nella prima infanzia.
Nel 1886 Lev fu mandato a studiare nella scuola ebraica del vicino villaggio di Gromoklej, dove fu ospite di parenti, gli zii Abraam e Rejčel Bronštejn. Vi s'insegnava il russo, l'aritmetica e soprattutto a leggere e tradurre la Bibbia dall'ebraico all'yiddish. Non parlando questa lingua, non fece amicizia con nessuno dei suoi compagni. La scuola durò pochi mesi, ma Lev v'imparò a leggere e a scrivere il russo.
L'anno dopo un cugino per parte di madre, Moisej Spencer, venne in visita a Janovka e si offrì di ospitare Lev nella propria casa di Odessa per frequentarvi la scuola secondaria. Spencer, sposato con Fanni Somolovna, direttrice dell'Istituto ebraico femminile di Odessa, era un intellettuale progressista, già espulso dall'Università a causa delle sue idee politiche. Dieci anni dopo, la casa editrice da lui fondata divenne la più importante di tutta la Russia meridionale. Così, nell'autunno del 1888, Lev Bronštejn si trasferì a Odessa ed entrò nell'Istituto tecnico San Paolo, una scuola parificata fondata dalla locale comunità luterana.



Un complotto ebraico ?

Il ruolo degli ebrei nella Rivoluzione russa e, per estensione, nel comunismo in senso lato, è sempre stato un argomento sensibile, perché ci sono sempre state voci antisemite pronte a dipingere il comunismo sovietico come un complotto ebraico, talvolta designato col nome di « bolscevismo ebraico ». Quando Alexander Solgenitsin ha cominciato a lavorare alla sua opera intitolata “Due secoli insieme”, è stato criticato per avere osato toccare questo tabù. I commenti che ha rilasciato alla stampa hanno ancora di più rigirato il coltello nella piaga, quando ha affermato che la Ceka, la polizia segreta ucraina, era composta per due terzi da ebrei. « Io distinguo diversi gruppi di ebrei. Uno è stato alla testa della Rivoluzione. Un altro, al contrario, faceva resistenza. A lungo è stato vietato parlare degli ebrei ». Non c’è da meravigliarsi che il suo libro sia molto ben recensito nei siti antisemiti.

Simon Dubnov, nato nel 1860 nella regione di Moguilev (attualmente in Bielorussia), era un attivista ebreo tra i più ferventi. Professore di storia a San Pietroburgo (allora chiamata Pietrogrado), animava le unità di difesa e la letteratura ebraica, e pensava che la Rivoluzione avrebbe portato l’uguaglianza. Molto deluso, però, per come si era sviluppata la Rivoluzione, lasciò la città nel 1922 per trasferirsi a Riga, in Lettonia. È stato assassinato dai nazisti nel 1941. Prima di morire fece questa riflessione sugli ebrei come Trotskij, che si erano uniti alla Rivoluzione. « Assumono pseudonimi russi perché si vergognano delle loro origini ebraiche; non hanno radici nel nostro popolo ».

Winston Churchill era d’accordo con questa tesi. In un articolo pubblicato nello Illustrated Sunday Herald nel 1920, prendeva in giro gli ebrei dicendo che erano o comunisti « internazionalisti », o dei nazionalisti leali, oppure dei sionisti. Definiva questa « la lotta per l’anima del popolo ebraico », e affermava che il loro ruolo nella Rivoluzione era stato predominate. Con la notevole eccezione di Lenin, « la maggior parte dei leader della Rivoluzione era ebrea », scriveva. Churchill sosteneva quindi che la forza motrice di quella Rivoluzione erano i leader ebrei che avevano eclissato tutti gli altri. E menzionava Maxim Litvinoff, Trotsky, Grigory Zinoviev, Radek o Leonid Krassin. Definiva questo fatto come « incredibile » e accusava gli ebrei di « giocare un ruolo preminente, se non il principale, nel sistema del terrorismo » noto come « il terrore rosso », che mirava a eliminare tutti quelli che, in Unione Sovietica, deviavano dalla linea imposta dal comunismo.

Uno di quelli che Churchill più criticava era Bela Kun, un ebreo ungherese che ha governato per breve tempo l’Ungheria quando era una Repubblica sovietica nel 1919. Kun fuggì in Unione Sovietica quando il suo paese venne invaso dalla Romania, ed è diventato capo del Comitato rivoluzionario in Crimea al fianco di Rosalia Zemlyachka. Il loro regime è stato responsabile della morte di circa 60 000 persone. Kun venne arrestato durante le purghe staliniane, accusato di trotskismo, poi giustiziato nel 1938. La sua vita è stata emblematica di quella di molti altri rivoluzionari, i cui ideali erano contaminati dai metodi sanguinari del comunismo. Finì vittima del regime che lui stesso aveva contribuito ad erigere, come molti altri rivoluzionari ebrei, accusati poi di essere dei controrivoluzionari.

Una importante minoranza

Come tutto questo è potuto accadere? L’Istituto YIVO per gli studi ebraici ha recentemente organizzato un congresso a New York sugli ebrei durante e dopo la Rivoluzione russa. L’accento è stato posto sul loro ruolo paradossale durante questi avvenimenti: « La rivoluzione russa ha liberato la più grande comunità ebraica del mondo. Ma questo ha anche aperto le porte al più grande massacro di ebrei prima della Seconda Guerra Mondiale, con la guerra civile e le sue conseguenze dal 1918 al 1921. « La rivoluzione ha senz’altro permesso agli ebrei di penetrare in quasi tutte le sfere della vita russa, ma la ricchezza della vita culturale ebraica in Russia è stata soffocata ed ha finito con lo sparire ».

I tre milioni di ebrei presenti in Unione Sovietica costituivano allora la più grande comunità ebraica del mondo, anche se non rappresentavano più del 2 % della popolazione totale del paese. Erano concentrati nella regione occidentale della Russia imperiale, oltre che in Ucraina e in Bielorussia, dove rappresentavano tra il 5 e il 10 % della popolazione. Gli ebrei erano una delle minoranze più importanti del paese coi Georgiani, gli Armeni, i Turchi, gli Uzbeki e altri; però nessuno di questi altri gruppi ha giocato un ruolo centrale nella Rivoluzione. Ricordiamo comunque che Stalin era georgiano e che Felix Dzerzhinsky, fondatore della polizia segreta sovietica, era un aristocratico polacco.

Data la complessità dell’Unione sovietica e la sua predilezione per una burocrazia tentacolare, è difficile quantificare il numero di ebrei collocati nei posti chiave durante e subito dopo i fatti del 1917. La metà dei dirigenti del comitato centrale del partito comunista che assunsero il potere quando, nel 1922, si manifestò la malattia di Lenin – Lev Kamenev, Trotsky e Zinoviev – erano ebrei. Yakov Sverdlov, presidente del comitato centrale esecutivo di tutta la Russia dal novembre 1917 fino alla sua morte nel 1919, era anche lui ebreo. Nato nel 1885, si era iscritto al partito socialdemocratico russo nel 1902, divenendo poi membro della fazione bolscevica di Lenin. Come altri della sua generazione, ha partecipato alla Rivoluzione del 1905. Suo padre si era convertito all’ortodossia russa.

Il gran numero di ebrei presenti nelle posizioni chiave del partito non sfuggiva ai loro compagni non ebrei. V.M. Molotov, il potente ministro degli Affari esteri con Stalin, ha più volte parlato degli ebrei in una serie di colloqui con l’autore, Felix Tchouev, tra il 1969 e il 1986, che hanno formato la trama di un’opera pubblicata nel 1991, “Conversazioni con Molotov”. Quest’ultimo ricorda che, alla morte di Lenin, « gli ebrei occupavano posizioni dominanti, nonostante rappresentassero una modesta percentuale della popolazione ». L’antisemitismo era tuttavia un problema in seno al partito. Molotov ricorda che, nel 1912, quando lavorava al giornale La Pravda, ricevettero una lettera di Nikolay Krestinsky che affermava che Lenin era antisemita. Ciò perché quest’ultimo si contrapponeva ai Menscevichi, una fazione comunista, e che tutti I Menscevichi erano ebrei. « Generalmente », afferma Molotov, « gli ebrei sono una nazione di oppositori. Ma erano inclini ad appoggiare i Menscevichi ». Molotov ricorda anche che molti amici di Stalin avevano mogli ebree. « C’è una spiegazione per questo », dice. « Gli elementi rivoluzionari sono percentualmente di più tra gli ebrei che tra i Russi. Insultati e oppressi, sono diventati più versatili. E sono penetrati in tutti gli ambienti, per così dire ». Secondo lui, gli ebrei erano più inclini all’attivismo della media dei Russi. « Stanno sempre sul chi vive e si preparano », sostiene Molotov, che peraltro riconosce qualche fondatezza al sionismo. « Gli ebrei si sono a lungo battuti per ottenere un loro Stato sotto la bandiera sionista. Noi eravamo ovviamente contrari al sionismo. Ma rifiutare a un popolo il diritto di avere uno Stato equivale ad opprimerlo ».

I germi della rivoluzione

Il tornante sulla strada della storia che ha spinto alcuni ebrei che vivevano nell’impero russo ad abbracciare il sionismo, e altri a militare in diversi movimenti rivoluzionari di sinistra che hanno portato alla nascita dell’Unione Sovietica, si è manifestato nel XIX secolo. Nato nel 1827, l’impero russo intendeva ammodernare il suo esercito. Anche le comunità ebraiche dovevano fornire quattro coscritti ogni 1000 membri che avrebbero svolto il servizio militare per 25 anni (vale a dire da 1 500 a 3 000 coscritti per anno). Per quanto la durata del servizio fosse identica anche per i non ebrei, questi ultimi dovevano avere un’età superiore a 18 anni, mentre gli ebrei potevano essere arruolati fin dai 12 anni, cosa che comportò la loro « russificazione ». In seguito, lo zar Alessandro abolì questo sistema e consentì anche agli ebrei di insediarsi nelle grandi città russe come Mosca e San Pietroburgo. Ma dopo l’assassinio dello zar nel 1881, un’ondata di pogrom si riversò sul paese. Vennero imposte nuove restrizioni agli ebrei, limitando i luoghi dove potevano vivere e lavorare. Ciò provocò un’importante emigrazione di ebrei russi: quasi 2,3 milioni partirono verso ovest tra il 1881 e il 1930.


Alessandro II Romanov (in russo: Александр II Николаевич Романов?, Aleksandr II Nikolaevič Romanov; Mosca, 29 aprile 1818 – San Pietroburgo, 13 marzo 1881) è stato imperatore di Russia e duca di Finlandia dal 2 marzo 1855 alla sua morte.

https://it.wikipedia.org/wiki/Alessandro_II_di_Russia
Nel 1861 ottenne e firmò una controversa legge sull'emancipazione della servitù della gleba che determinò l'indipendenza della stragrande maggioranza dei contadini russi. Nel 1862 riformò l'amministrazione fiscale aumentandone l'efficienza. Nel 1863, dopo una serie di decisioni prima liberali poi repressive, riformò l'università migliorandone le finanze e l'autonomia dei docenti. Nel 1864 completò la conquista del Caucaso iniziata dai suoi predecessori nel 1867 e riformò l'esercito di modo da ottenere riserve più numerose ed efficienti. Nello stesso anno riformò l'amministrazione locale creando le assemblee elettive degli zemstvo, e promulgò la riforma dell'ordine giudiziario.
In politica estera riuscì ad annullare le pesanti clausole imposte alla Russia dopo la guerra di Crimea e attuò in Asia una politica di espansione che portò l'Impero russo alla sua massima estensione territoriale. Cercò di coltivare l'amicizia della Prussia, del cui sovrano era nipote, e si trovò in contrasto con la Gran Bretagna sia per l'espansione russa in Asia, sia per l'attacco russo all'Impero ottomano del 1877.
Nel 1863 e nel 1864 represse con la forza i moti nazionalisti in Polonia e in alcune province nord-occidentali della Russia. Morì a causa di un attentato.


Ignatij Ioachimovič Grinevickij, in russo: Игнатий Иоахимович Гриневицкий? (distretto di Kličaŭ, 1856 – San Pietroburgo, 13 marzo 1881), è stato un rivoluzionario russo, noto per essere stato l'omicida dello zar Alessandro II di Russia.
https://it.wikipedia.org/wiki/Ignatij_I ... rinevickij


Quando Theodor Herzl visitò l’impero nel 1903, constatò che il 50 % dei militanti dei partiti rivoluzionari era ebreo. Il padre del sionismo avrebbe allora chiesto al conte Witte, ministro delle Finanze, la ragione di questa sproporzione. « Penso che sia colpa del governo », avrebbe risposto il ministro. « Gli ebrei sono troppo oppressi ». Secondo lo storico Leonard Shapiro, gli ebrei si sarebbero uniti ai gruppi rivoluzionari nel momento in cui cominciarono ad essere ammessi in certi circoli intellettuali. Paradossalmente, dunque, più gli ebrei diventavano ricchi e liberi nell’impero, e più prendevano coscienza della precarietà della loro condizione e si univano alla ribellione che ribolliva contro il governo ». Tra gli ebrei si manifestarono diverse posizioni. Molti, come la famiglia dell’ex Primo Ministro di Israele Golda Meir, emigrarono verso il Nuovo Mondo. Circa 40 000 decisero di partire verso la “Terra Promessa”, per diventare leader di quella che è stata chiamata la prima Aliyah (emigrazione ebraica verso la Palestina, ndt). Tra essi, c’erano uomini come Joseph Trumpeldor, nato in Russia nel 1880 e partito per la Palestina ottomana nel 1911, dopo aver servito nell’esercito russo. Lo scrittore Leon Pinsker di Odessa era il simbolo di questo risveglio: da ebreo che tendeva ad assimilarsi, ha abbracciato la causa sionista convincendosi che gli ebrei erano destinati a soffrire di antisemitismo dovunque si trovassero. L’amico di Pinsker altri non era se non Meir Dizengoff, un veterano dell’esercito russo poi diventato il primo sindaco di Tel-Aviv. Tra i fondatori della prima organizzazione di autodifesa (gruppo terrorista, ndt) in Palestina chiamata Hashomer, si ritrovano Alexander Zaid proveniente dalla Siberia e Yitzhak Ben-Zvi, originario dell’Ucraina.

Tra i milioni restati in Russia, molti si sono battuti per i diritti degli ebrei. Maxim Vinaver che viveva a San Pietroburgo, era nato nel 1862 a Varsavia. Avvocato, fondò il partito della Libertà popolare e fu presidente della Lega per l’ottenimento dell’uguaglianza per il popolo ebraico in Russia. Eletto alla prima Duma creata dopo la rivoluzione del 1905, faceva parte dei 12 deputati ebrei su un totale di 478 parlamentari. Vinaver divenne rapidamente il leader del gruppo ebraico dell’assemblea, combattente per i diritti delle minoranze dell’impero. « Noi ebrei rappresentiamo una delle nazionalità che ha più sofferto, tuttavia abbiamo sempre parlato solo per noi. Pensiamo che questo non vada bene, per questo adesso difendiamo l'uguaglianza civile per tutti », dichiarò alla Duma.


Trotskij o l’ambiguità ebraica

Nella sua autobiografia del 1930, Trotskij ha cercato di minimizzare il suo essere ebreo. Le lezioni a scuola sul popolo ebraico non erano mai prese sul serio dai ragazzi, ha scritto, parlando dei compagni ebrei. Per quanto abbia riconosciuto che vi era un ambiente discriminatorio negli anni 1880 e di avere perso un anno scolastico a causa delle quote antiebraiche imposte dall’impero, ha affermato: « Nel mio animo, la nazionalità non ha mai occupato un posto importante… » Peraltro ha precisato: « Sebbene la diseguaglianza nazionale fosse probabilmente una delle cause di fondo della mia insoddisfazione nei confronti dell’ordine esistente, essa si perdeva tra tutte le altre ingiustizie sociali. Essa non ha mai giocato un ruolo preponderante, e nemmeno un ruolo cosciente nella lista delle mie lagnanze ». Si noti che Trotskij non menziona una sola volta l’espressione « ebreo » prima del quinto capitolo relativo alla sua formazione fino al 1891. Per quanto sia stato circondato da ebrei, tralascia completamente questa questione etnica e religiosa. Ma come ha potuto completamente ignorare il contesto assolutamente ebraico nel quale è cresciuto?

Nella sua autobiografia scritta nel 1999, Stepan Mikoyan, figlio dell’eminente politico di epoca stalinista Anastas Mikoyan, definisce Stalin un « antisemita militante ». Insiste però sul fatto che il dittatore trovava molte qualità nel popolo ebraico: il coraggio nel lavoro, la solidarietà di gruppo e l’impegno politico.
« Provenendo però da una minoranza non russa, “il piccolo padre del popolo” sembrava sempre diffidente verso quest’altra minoranza. L’avversione di Trotskij a collocarsi in un contesto ebraico nacque probabilmente con le prime dispute del 1904, quando i rivoluzionari si posero il problema se gli ebrei dovessero essere inseriti nell’organizzazione come gruppo distinto ».

Nel 1904, una querelle nel Partito laburista socialdemocratico russo tra Julius Martov e Lenin provocò la scissione tra i Bolscevichi di Lenin e i Menscevichi di Martov. Quest’ultimo era ebreo come molti menscevichi. Al centro del dibattito che portò alla scissione del POSDR, c’era la questione di decidere se il partito laburista ebraico (il « Bund »), che era stato tra i fondatori del POSDR nel 1898, potesse continuare a esistere come un gruppo autonomo. Si trattava di un segno premonitore degli avvenimenti futuri. Alla fine i dirigenti del Bund come Mikhail Liber, che volevano avere una parte nella rivoluzione mantenendo la propria identità ebraica, vennero esiliati o fucilati negli anni 1930. Martov, da parte sua, lasciò la Russia nel 1920, constatando la « bestialità crescente degli uomini » nel corso della guerra civile scoppiata dopo la Rivoluzione. È morto in esilio. Alcuni bundisti ebrei sono rimasti in URSS e hanno fatto carriera. È il caso di Israel Leplevsky di Brest-Litovsk, ministro dell’Interno dell’Ucraina prima di essere arrestato e fucilato nel 1938, o di David Petrovsky di Berdychiv, un influente pianificatore economico fino a quando non sarà arrestato e fucilato nel 1937. Anche sua moglie, Rose Cohen, una delle fondatrici del partito comunista della Gran Bretagna venne giustiziata.

La vita di Trotskij prima della Rivoluzione la dice lunga sulle reti dei bolscevichi ebrei. Arrestato nel 1906, venne mandato in esilio dal regime zarista. Dopo essere riuscito a evadere, si rifugiò a Vienna, dove si legò d’amicizia con Adolph Joffe. Quest’ultimo, nato in una famiglia karaita della Crimea, era redattore capo della Pravda. I due uomini si opposero all’atteggiamento più clemente dei solo compatrioti ebrei Kamanev e Zinoviev nel Comitato Centrale del 1917, ponendo il veto all’inclusione di altri partiti socialisti nel governo rivoluzionario. Trotskij venne espulso dal Comitato centrale nel 1927 insieme a Zinoviev. Andò in esilio nel 1929 e venne assassinato per ordine di Stalin nel 1940. Joffe si è suicidato nel 1927; sua moglie Maria e sua figlia Nadezhda vennero arrestate e mandate nei campi di lavoro; saranno rilasciate solo dopo la morte di Stalin nel 1953.

Al crepuscolo della sua vita, mentre migliaia di ebrei comunisti venivano giustiziati nelle purghe staliniane a causa della loro troppo grande influenza, Trotskij tornò sulla questione ebraica. Quando ero giovane, ha scritto, « ero più proclive a ritenere che gli ebrei dei vari paesi avrebbero finito per assimilarsi e che la questione ebraica sarebbe così finita ». E ancora: « A partire dal 1925 e soprattutto dal 1926, la demagogia antisemita – ben mascherata, inattaccabile – è andata di pari passo con i processi simbolici ». Accusava soprattutto l’URSS di insinuare che gli ebrei erano degli « internazionalisti » attraverso processi farsa.

Vittime del loro ideale

La composizione del Comitato centrale dell’URSS era rivelatrice della grande presenza di ebrei, all’epoca, nei posti di direzione. Nel sesto congresso del Partito operaio socialdemocratico russo bolscevico e del suo Comitato centrale eletto nell’agosto 1917, cinque dei venti membri erano ebrei: Trotskij, Zinoviev, Moisei Uritsky, Sverdlov e Grigori Sokolnikov, totti di origine ucraina, ad eccezione di Sverdlov. L’anno successive vennero raggiunti da Kamenev e Radek. Gli ebrei costituirono dunque il 20 % dei comitati centrali fino al 1921, data in cui sparirono dall’organismo dirigente.

Le percentuale elevate di ebrei nei cerchi dirigenti nel corso di questi anni è proporzionale alla loro presenza nelle città, dichiarò Sergo Ordzhonikidze, membro dell’Ufficio Politico durante il 15° Congresso del partito, secondo Solgenitsin. La maggior parte degli ebrei viveva infatti nelle città a causa, non solo dell’urbanizzazione crescente, ma anche delle leggi che li avevano tenuti lontano dalle terre.

La presenza ebraica nei posti di commando si è progressivamente ridotta negli anni 1920. All’ XI Congresso nel 1922, solo Lazar Kaganovich venne eletto tra i 26 membri del Comitato centrale. Nel 1925, si contavano quattro ebrei su 63 membri. Come il resto dei loro compagni, quasi tutti sono stati uccisi nel corso delle purghe. Anche altri eletti nel 1927 e 1930 vennero fucilati, compreso Grigory Kaminsky, nato in una famiglia di artigiani ucraini. Ad eccezione di Lev Mekhlis e Kaganovich, pochi ebrei comunisti sono sopravvissuti alle purghe.

Il procuratore Vysinskij (al centro), il grande accusatore nei processi degli anni 1930

Nel processo di Mosca del 1936, molti degli accusati erano ebrei. In un gruppo di 16 comunisti di alto rango imputati in un processo spettacolo, oltre a Kamenev e a Zinoviev vi erano cinque altri ebrei.

Colmo dell’ironia, alcuni di questi bolscevichi che avevano giocato un ruolo chiave nell’esecuzione di altri, come il direttore del NKVD Genrikh Yagoda, sono stati anch’essi giustiziati. Solgenitsin stima che in questo periodo gli ebrei che occupavano posizioni importanti siano passati dal 50 % in certi settori al 6 %. Anche molti ufficiali ebrei dell’Armata Rossa sono stati vittime delle purghe. Se milioni di ebrei sono rimasti nei territori sovietici, essi non hanno mai più raggiunto simili posizione di potere in URSS.

In una lettera datata luglio 1940, Trotskij ipotizzava che i futuri eventi militari in Medio Oriente « potrebbero trasformare la Palestina in una trappola sanguinosa per diverse centinaia di migliaia di ebrei ». Aveva torto: è l’Unione Sovietica che si è rivelata una trappola sanguinosa per molti ebrei che avevano creduto di trovare la salvezza nel comunismo, e pensavano di riuscirci assimilandosi e dando prova del massimo zelo sul lavoro. Ma, al di là di questo, molti hanno finito per essere assassinati dal sistema che avevano contribuito a creare.

Un secolo dopo e nonostante il distacco temporale, è ancora difficile da capire che cosa abbia attirato tanti ebrei verso il comunismo. Le loro azioni erano impregnate di giudaismo, del senso della missione ebraica veicolata dalle nozioni di Tikkun olam (perfezionare il mondo, in ebraico, ndt) e di « luce delle nazioni » (il dovere di Israele dettato dal profeta Isaia, ndt) , o le loro azioni erano semplicemente dettate dal pragmatismo di una minoranza che cerca di integrarsi in una società? La risposta si situa da qualche parte tra le due.

Molti ebrei hanno fatto delle scelte economiche pragmatiche decidendo di partire verso il Nuovo Mondo per sfuggire alla discriminazione e alla povertà. Altri hanno scelto di esprimersi in quanto ebrei, sia attraverso l’intermediario dei gruppi socialisti ebraici, sia attraverso il sionismo. Altri ancora hanno lottato per l’uguaglianza all’interno dell’impero, per conservare la propria identità pur in una posizione di uguaglianza nei confronti dei loro compatrioti.

Tra essi, qualcuno infine ha cercato una soluzione radicale alla loro situazione e a quella della società con la rivoluzione comunista; una soluzione che escludesse altre voci come quelle del Bund o dei menscevichi, ma comprendesse solo quella del loro partito. Essi non avevano alcuno scrupolo ad assassinare i loro correligionari, e non dimostravano maggiore etica dei solo pari non ebrei. Come spiegare la loro sproporzionata presenza nella direzione della rivoluzione? Sarebbe per esempio come se la minoranza drusa in Israele costituisse la metà del gabinetto di Benjamin Netanyahu, o se la metà del governo di Emmanuel Macron fosse composta da Armeni.

Forse il solo modo di capirlo è ricordare che, durante il processo a Nelson Mandela nel 1963 a Rivonia in Africa del Sud, cinque dei 13 arrestati erano ebrei (ciò che non impediva a Israele di essere il migliore alleato del governo razzista dell’Africa del Sud, ndt), proprio come ¼ dei Freedom Riders degli anni 1960 negli Stati Uniti. Il XX secolo è stato un secolo di attivismo ebraico, spesso per cause non ebraiche. I Freedom Riders non erano impegnati come « voce ebraica per gli Afro-Americani », ma come attivisti per I diritti civili. Sembra proprio che gli ideali di giustizia e di libertà facciano parte del DNA del popolo ebreo (L’autore sembra affermare che il governo di Israele è composto da non ebrei, o da ebrei con DNA modificato, ndt).
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Re: Ebrei, comunismo e rivoluzione Russa

Messaggioda Berto » dom mag 05, 2019 7:55 am

Ebrei russi
https://it.wikipedia.org/wiki/Ebrei_russi

Per «storia degli ebrei in Russia» si intende la storia degli ebrei sul territorio dell'Impero russo e delle successive URSS e Federazione Russa. Dopo la spartizione della Polonia venne annesso all'Impero russo una parte del territorio sul quale viveva un gran numero di ebrei. Alla fine dell'Ottocento l'Impero russo ospitava la più vasta comunità ebraica del mondo (nel 1880 il 67% della popolazione ebraica mondiale viveva qui)[1]. I vasti territori dell'Impero Russo hanno ospitato per lungo tempo la più grande comunità di Ebrei del mondo[2]. In questi territori la comunità ebraica fiorì e sviluppò molte delle tradizioni culturali e religiose distintive dell'ebraismo moderno, malgrado abbia subito nel tempo periodi di politiche discriminatorie e vere e proprie persecuzioni. Tra gli anni Ottanta e Novanta del XX secolo molti ebrei russi approfittarono delle nuove politiche emigratorie per lasciare la Russia. Oltre metà della popolazione ebraica lasciò l'Unione Sovietica per stabilirsi in Israele, Stati Uniti d'America, Germania, Canada o Australia. Sul territorio dell'URSS, nel corso del genocidio perpetrato dai nazisti tedeschi e dai loro complici durante la Seconda guerra mondiale, vennero uccisi tra un milione e mezzo e due milioni di ebrei. Nonostante la massiccia emigrazione, gli ebrei residenti in Russia e negli stati dell'ex-Unione Sovietica costituiscono ancora oggi una delle maggiori comunità ebree d'Europa. Una parte significativa di ebrei russofoni attualmente risiede, in conseguenza dell'ondata migratoria che si verificò dopo il 1970, fuori dai confini dell'ex URSS, in paesi come gli USA, il Canada, la Germania, l'Austria, l'Australia, la Nuova Zelanda, la Gran Bretagna, il Belgio, i Paesi Bassi, ecc. In base ai dati del censimento del 2010, in quell'anno il numero degli ebrei in Russia era di 156.801 individui, che rappresentava lo 0,11% della popolazione russa. In Russia nel 1991 venne istituita, in qualità di soggetto autonomo della Federazione, la Provincia autonoma degli ebrei ma, sempre secondo il censimento dello stesso anno, nel 2010 contava in tutto 1.628 residenti ebrei, ovvero l'1,03% dell'intera popolazione ebraica in Russia[1].


Con Questione ebraica (in russo еврейский вопрос, evréjskij vopròs) nell'Impero russo (1772-1917) s'intende il periodo che va dalla prima annessione di parte del territorio della Confederazione polacco-lituana, chiamata anche Repubblica delle Due Nazioni o Confederazione di Entrambe le Nazioni (polacco: Rzeczpospolita Obojga Narodów, lituano: Abiejų tautų respublika, latino: Serenissima Res Publica Poloniae)

https://it.wikipedia.org/wiki/Questione ... _in_Russia

Giudeofobia

La Giudeofobia, in russo юдофобия, cioè “paura degli ebrei”, è un termine il cui significato si discosta dal concetto di antisemitismo. La parola antisemitismo è usata a partire dal 1879 da Wilhelm Marr nel contesto della sua Lega antisemita, in ted. Antisemitenliga, la cui ideologia politica è di matrice razzista – il concetto di razzismo si diffonde dalla seconda metà dell'Ottocento in Europa a partire dall'opera di De Gobineau Saggio sulla diseguaglianza delle razze umane, in fr. Essai sur l'inégalité des races humaines (1853-1855). Degli ebrei i giudeofobi hanno paura non perché di “razza” ebraica, ma per la diversità di usi, costumi, lingua, religione, ma soprattutto per lo spirito comunitario e il cosmopolitismo.

Storia

La questione ebraica nell'era moderna inizia in Russia nel 1772 con la prima delle 3 grandi spartizioni della Polonia da parte di Russia, Prussia e Austria-Ungheria. Le altre due grandi spartizioni avverranno nel 1793 e 1795. Le tre grandi spartizioni vedono l'entrata nell'Impero di vasti territori dell'odierna Bielorussia e della maggior parte dell'Ucraina. Questi territori storicamente erano ad alta densità di popolazione ebraica. Dunque, la questione ebraica in queste terre occidentali-meridionali dell'Impero comincia molti secoli prima. La coesistenza tra popolazioni slave ed ebrei nella regione si perde nel lontano medioevo.

Si diceva che la zona della Crimea fosse abitata da ebrei ancora prima della Rus' kieviana, Киевская Русь. In una regione che va proprio dall'Ucraina meridionale fino all'Iran settentrionale era situato il regno dei Chazary, ru. Хазары. Questa popolazione aveva una struttura sociale particolare: il regno aveva un governo e le classi alte – una “nobiltà” – di fede mosaica, mentre le classi inferiori – la “plebe” – erano costituite da popolazioni turaniche (di lingua turca e fede islamica). Il regno dei Chazary, chiamato Khanato, cade nel 965. Vladimir di Kiev cristianizzerà la Rus' nel 988. Dunque, il battesimo della Rus' è successivo alla caduta dell'Impero Chazaro. Nell'Ucraina meridionale erano quindi presenti elementi ebraici nella popolazione locale. Riguardo alla storia del Khanato dei Chazary e soprattutto alla minoranza ebraica, Arthur Koestler, scrittore ebreo ungherese emigrato in America noto per il romanzo Buio a mezzogiorno, ing. Darkness at Noon (1941), su un membro del Partito Bolscevico sovietico caduto in disgrazia, nel 1976 pubblica La tredicesima tribù, ing. The Thirteenth Tribe: The Khazar Empire and Its Heritage, in cui teorizza che i Chazary, non appartenendo a nessuna delle Dodici tribù d'Israele, siano la mitica Tredicesima tribù, i cui discendenti, dopo la caduta del Khanato, a causa delle devastazioni dei mongoli, sono fuggiti in Europa centrale e abbiano costituito la base etnica per gli ebrei Ashkenaziti (in yiddish Ashkenazi vuol dire Germania).

Un dato importante da ricordare è che una particolare minoranza ebraica, gli ebrei Caraiti, in ru. Караимы, originari della Crimea, sono presenti in Crimea e in alcune città dell'Ucraina occidentale, tra cui L'vov, Galič, Luck, e la regione di Trakaj in Lituania, parlano una lingua turanica con influenze ebraiche, e professano il caraismo, cioè un ebraismo pretalmudico aderente esclusivamente ai dettami della Torah, cioè il Pentateuco, dunque alieno da qualunque “deriva rabbinica”. Alcuni studiosi hanno teorizzato la discendenza dei Caraiti dagli scomparsi ebrei Chazary.

C'è un buco di oltre 800 anni tra la scomparsa dei Chazary e la “scoperta” ottocentesca dei Caraiti da parte degli intellettuali russi.

...
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Re: Ebrei, comunismo e rivoluzione Russa

Messaggioda Berto » dom mag 05, 2019 7:55 am

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Re: Ebrei, comunismo e rivoluzione Russa

Messaggioda Berto » dom mag 05, 2019 7:56 am

Gli ebrei - L'antisemitismo in Unione Sovietica
di Valentina Piattelli

http://www.storiaxxisecolo.it/deportazi ... ebrei8.htm

GLI EBREI IN RUSSIA POCO PRIMA DELLA RIVOLUZIONE

Secondo il censimento del 1897, l'ultimo disponibile prima della rivoluzione, gli appartenenti alla religione ebraica che vivevano nell'Impero Russo erano 5.500.000; di questi solo per l'1 % il russo era la propria lingua madre, per il 97 % l'yiddish. Questa popolazione era quasi tutta confinata nella cosiddetta "Zona di Residenza", ai confini occidentali dell'Impero Russo, dove spesso gli ebrei costituivano la maggioranza della popolazione. La maggior parte era impiegata in lavori manuali, soprattutto artigianato e commercio, ed erano anche molto poveri, tanto che in quegli anni ne emigrò all'incirca un milione.

Le tendenze politiche più diffuse fra gli ebrei erano il sionismo ed il socialismo. Gli aderenti ai vari movimenti sionisti erano circa 300.000 al momento dello scoppio della rivoluzione (Schechtmann). Vi era anche un partito socialista solamente ebraico: il Bund. All'interno del Partito Social Democratico Russo gli ebrei erano soprattutto fra i menscevichi; tanto che Stalin, parlando del VII Congresso del Partito Social Democratico Russo, disse che i bolscevichi, in quanto gli unici veri russi, avrebbero potuto fare un pogrom (Stalin, Sochineniya vol. 2 p. 50).

Durante la Prima Guerra Mondiale gli ebrei erano stati vennero visti dal governo come dei nemici interni e subirono dure persecuzioni.

In questa situazione la rivoluzione di Febbraio e la fine dello zarismo furono accolti con sollievo immenso. Il Governo Provvisorio abolì subito ogni forma di restrizione per gli ebrei (20 Marzo 1917). Cominciò così un periodo di circa due anni di rinascita culturale per gli ebrei in cui sembrò che nel nuovo stato vi sarebbe stata l'uguaglianza e l'autonomia di tutte le nazionalità.

LE TEORIE BOLSCEVICHE SUGLI EBREI

L'unico trattato specifico prerivoluzionario è dello stesso Marx. É un trattato del 1943, premarxista, e ... antisemita. Marx identifica l'ebraismo con il potere del denaro, per questo lo ritiene una forma di alienazione, così come l'antisemitismo.

Marx comunque tratta l'argomento come il problema di una minoranza religiosa risolvibile con l'assimilazione, i bolscevichi invece lo avvertiranno come un problema etnico. Infatti l'unico altro saggio prerivoluzionario che parli in qualche modo dell'argomento è quello di Stalin del 1913: "Il marxismo e la questione nazionale". Fu scritto sotto la guida di Lenin. La definizione di nazione è la seguente:

"Una nazione è una comunità storicamente evoluta e stabile, con un linguaggio, territorio, vita economica e formazione comuni, che si esprime in una comunanza di cultura"

Data questa definizione, gli ebrei ne vengono esclusi in quanto privi di territorio. Stalin inoltre dice chiaramente che gli ebrei non possono essere una nazione in quanto non hanno una classe contadina, che la tendenza per loro è verso l'assimilazione e che l'abolizione della Zona di Residenza accellererà le cose.

Sembra quindi che la posizione dei bolscevichi nei confronti degli ebrei fosse quella di negare che essi fossero una nazionalità, eppure dissero che avevano una "carattere nazionale" (Lenin). Nel 1914 Lenin presentò alla Duma una carta per l'uguaglianza delle nazionalità, e tra esse menzionava gli ebrei.

Il fatto è che i bolscevichi non riconosco valore al concetto di nazione, ma solo a quello di classe. Per loro l'argomento è sempre secondario. Quindi, una volta tolte le leggi discriminatorie, non avevano un interesse particolare nelle questioni inerenti le minoranze etniche, linguistiche etc; né a definirle perfettamente. Tutto questo almeno fino a rpiam della rivoluzione. Sono convinti che il socialismo avrebbe risolto tutti questi mali. Lenin infatti riteneva che l'ebraismo, ed anche l'antisemitismo, fossero le espressioni più alte di quella arretratezza contro cui combatteva per l'emancipazione del genere umano.

LA RIVOLUZIONE BOLSCEVICA E GLI EBREI

Anche la rivoluzione di Ottobre fu bene accolta e molti ebrei si unirono solo allora ai bolscevichi. Infatti fino ad allora il partito bolscevico era stato probabilmente il partito socialista con il minor numero di ebrei, quelli che c'erano erano però in posti di comando. Ciò incrementò l'antisemitismo dei Bianchi che si dettero a pogrom nelle zone da loro occupate, pogrom che causarono la morte di un numero di persone fra le 180.000 e le 200.000 secondo stime ufficiali sovietiche (Weinryb).

Quando andarono al potere i bolscevichi, nonostante le loro teorie che negavano il carattere nazionale degli ebrei, si trovarono di fronte ad un vero e proprio popolo, con una propria lingua, cultura etc. Scegliendo come categoria quella etnica, invece che quella religiosa, il problema rientrava in schemi più comprensibili e razionali.

Un riconoscimento politico del carattere nazionale degli ebrei era già avvenuto nel Gennaio del 1918 con la creazione di un Commissariato per gli Affari Nazionali Ebraici, sezione speciale del Commissariato delle Nazionalità, sotto la guida di Stalin. Il compito del Commissariato ebraico (YevCom), oltre alla diffusione delle idee bolsceviche tra gli ebrei, era quello di abolire tutte le istituzioni comunitarie ed autonome ebraiche e di trasferire i loro fondi e proprietà al Commissariato stesso. Lo scioglimento delle organizzazioni autonome ebraiche fu formalizzato con un decreto il 5 Agosto del 1919.

Sempre nel 1918 il Partito Comunista creò delle Sezioni Ebraiche (Yevsktsii) all'interno della sua struttura. Il loro compito era quello di fare propaganda fra i lavoratori ebrei in yiddish. Queste furono assai più importanti del Commissariato e presto ne assunsero le funzioni. In esse confluirono molti ex-bundisti. Infatti la soluzione etnica si avvicinava molto a quella proposta dal Bund di autogoverno.

Al X congresso del Partito Comunista, nel 1921, fu adottata una risoluzione che menzionava gli ebrei come esempio insieme a poche altre nazionalità. Era il segno che ormai gli ebrei erano stati riconosciuti come nazionalità. E proprio perché erano diventati una nazionalità anche la lingua da loro parlata in maggioranza, l'yiddish, divenne in alcune repubbliche una delle lingue ufficiali del governo: in Moldavia, in Bielorussia ed in Ucraina.

In genere fu dato uno spazio molto ampio a tutta la parte della cultura ebraica che era laica ed in yiddish, proprio per trasformare completamente gli ebrei da religione a gruppo etnico. Ad esempio vennero create scuole in yiddish o venne dato impulso a quelle già esistenti. La parte religiosa e sionista della cultura ebraica, che si esprimevano in lingua ebraica vennero invece perseguitate. L'ebraico, unica fra le lingue, venne dichiarato "linguaggio reazionario" e di fatto vietato (Rothenberg p. 167).

La prima a farsi sentire fu la persecuzione contro la religione, ebraica e non. Il 23 Gennaio 1918 il Consiglio dei Commissari del Popolo emanò un decreto, intitolato "sulla separazione della chiesa dallo stato e della chiesa dalla scuola". Ciò che colpiva di più la comunità ebraica era il divieto di insegnamento religioso. Le Comunità ebraiche furono sciolte (Ottobre 1918) con l'aiuto della Yevsektsja. Ciò creò problemi per la sostituzione della loro attività variegata, soprattutto nel campo dell'educazione. Contro tutti i membri del clero furono prese misure quali privazione dei diritti civili, discriminazione verso l'intera famiglia nella concessione di tessere annonarie, discriminazione nell'assistenza medica etc, diffamazione pubblica e, come ultima ratio, accusa di attività controrivoluzionaria. Tutta la persecuzione avvenne nel segno dell'uguaglianza: uguaglianza di persecuzione per tutte le religioni. La misura era uno per uno: per ogni prete deportato un rabbino, per ogni chiesa chiusa una sinagoga. Poiché il numero di preti e di chiese era enormemente superiore, la religione ebraica finì con l'essere la maggiormente perseguitata.

La persecuzione contro il sionismo avvenne più lentamente. Le autorità non avversavano in modo particolare il sionismo, lo avvertivano come un movimento esotico che non dava noia a nessuno; gli unici a cui dava noia erano quelli dell'Yevsekstja che dovevano subirne la concorrenza fra le masse ebraiche. Nella prima metà degli anni '20 le attività dei circoli sionisti vennero soltanto ostacolate e alcuni leader arrestati, ma mai con l'accusa esplicita di sionismo; infatti il sionismo non era ancora stato dichiarato illegale. Ancora all'Esibizione Internazionale dell'Agricoltura a Mosca nel 1924 fu invitato anche l'Histadruth (il sindacato sionista in Palestina), e l'Hechalutz in quegli anni riceveva un sovvenzionamento dallo stato. Fu nella seconda metà degli anni '20 che la persecuzione verso il sionismo si fece sentire più forte. L'ultimo circolo sionista i cui membri vennero arrestati fu sciolto nel 1934.

In realtà il sionismo durò più a lungo del suo maggiore nemico: la Yevsektsja. Questa infatti fu sciolta nel 1930, dopo essere già stata ridotta. essa aveva esaurito il suo compito demolitore delle istituzioni ebraiche, l'unico compito che le era stato assegnato, e quindi non era più necessario tenerla in vita.

Un altro colpo che il regime inferse agli ebrei fu dal punto di vista economico. Come abbiamo visto gli ebrei erano soprattutto artigiani e commercianti, quindi piccolo borghesi. Durante la NEP essi ripresero queste loro attività, quando essa finì circa 1.120.000 ebrei dovettero chiudere le loro piccole attività. Molti di questi nuovi disoccupati si riversarono nelle città, e particolarmente nei centri industriali. Per coloro che rimasero nella Zona di Residenza la situazione era disastrosa, l'unico lavoro ancora disponibile era quello agricolo. Nel 1925 vien fondata la "Società per l'insediamento sulla terra di lavoratori ebrei", conosciuta come Geserd, suo fautore fu Kalinin, molto interessato alla causa degli ebrei. Poiché in Ucraina non c'era abbastanza terra per assorbire tutti gli ebrei russi come contadini, e quei pochi che vi furono insediati provocarono le reazioni antisemite delle popolazioni locali, fu deciso di trasferire la zona di insediamento in una zona dell'URSS meno abitata. Fu scelto il Biro-Bidzan, al confine con la Cina, perché era strategicamente importante che fosse popolato. L'obbiettivo delle autorità sovietiche nel creare uno stato ebraico era quello di ottenere il sostegno finanziario, degli ebrei americani, e di risolvere il problema degli ebrei sovietici, cercando di allontanarli così dal sionismo. Dal 1928 cominciò la propaganda a favore dell'insediamento in Biro-Bidzan, diretta anche agli ebrei stranieri: pochissimi ebrei sovietici e nessun ebreo straniero risposero all'appello. Il numero degli arrivati era di poche centinaia l'anno. Ben presto divenne maggiore il numero di coloro che se ne andavano rispetto a quelli che arrivavano. Le condizioni di vita erano pessime, ed anche la tanto propagandata libertà culturale era irrisoria. Nel 1934 la zona fu proclamata Regione Autonoma, anche per renderla più attraente agli ebrei. Kalinin disse che in quel modo gli ebrei, unica fra tutte le nazionalità a non avere uno stato proprio, avrebbero avuto uno stato che ne avrebbe salvaguardato la cultura nazionale; coloro che non volevano andarci si sarebbero dovuti assimilare.

Il fallimento del progetto Biro-Bidzan fece dire a Stalin:

"Se gli ebrei non volevano essere del Biro-Bidzan era perché preferivano essere russi". (Fejtö p 24)

Seguendo questo criterio fin da quegli anni la cultura ebraica al di fuori del Biro-Bidzan fu ostacolata. La scelta era fra il Biro-Bidzan e l'assimilazione.

Da allora il Biro-Bidzan servì più che altro a scopo intimidatorio: di tanto in tanto, fino a periodi recenti, veniva detto che gli ebrei sarebbero stati tutti deportati in Biro-Bidzan.

Finora abbiamo analizzato l'atteggiamento della autorità, vediamo adesso quello della popolazione sovietica nei confronti degli ebrei.

L'ANTISEMITISMO POPOLARE IN URSS

La Russia ha una lunga tradizione di antisemitismo popolare, ricordiamo per inciso i pogrom che fino a pochi anni prima erano comuni ed i pogrom commessi dai Bianchi. L'avvento del comunismo fui sentito, soprattutto dai contadini impregnati della propaganda antisemita religiosa, come la vittoria degli ebrei. Ad esempio gli archivi del partito comunista relativi a Smolensk (gli unici consultabili), parlano di contadini che fanno un pogrom e minacciano di uccidere per rappresaglia tutti gli ebrei della città se gli ori della chiesa fossero stati presi dalla autorità.

L'antisemitismo crebbe in maniera preoccupante durante la NEP, in quanto gli ebrei ne erano i principali beneficiari e venivano visti da molti, fra cui anche membri del partito, come degli speculatori.

Infatti neanche l'apparato sovietico era esente da antisemitismo. Per molti di loro l'antisemitismo era una variante del sentimento contro la borghesia e lo ritenevano conforme al comunismo (come d'altronde avevano fatto molti populisti nel secolo precedente). Non erano però solo gli elementi meno istruiti del partito ad essera antisemiti; Kalinin nel 1926 affermò che "l'intellighenzia russa e forse più antisemita oggi che sotto lo Zar" Fu infatti proprio da quell'anno che cominciò lo sforzo fatto dal partito contro l'antisemitismo (1926-30). Il fenomeno era infatti divenuto allarmante; si ha notizia soprattutto di violenza commesse da studenti che chiedevano l'introduzione del numerus clausus.

Qualche idea sulle opinioni correnti fra i membri del partito la si può avere ascoltando le domande che furono fatte nel 1928 ad un seminario tenutosi a Mosca sulla questione ebraica, aperto soltanto a membri del partito o aspiranti:

- Perché i lavoratori russi odiano la nazionalità ebraica più di ogni altra? Il motivo non sta forse negli ebrei?

- Perché gli ebrei non vogliono fare lavori pesanti?

- Perché gli ebrei ottengono sempre buone posizioni?

- Perché ci sono tanti ebrei all'università? Forse falsificano i documenti?

- Gli ebrei sarebbero traditori in guerra, non è forse vero che cercano di evitare il sevizio militare?

Durante la guerra civile, nel 1918, era stato fatto un decreto contro i pogromisti; generalmente l'Armata Rossa salvò gli ebrei e li aiutò ad organizzare delle organizzazioni armate di autodifesa.

Il secondo tentativo per combattere l'antisemitismo venne fatto negli anni '20. Come abbiamo visto però gli stessi membri del partito erano in buona parte antisemiti, quindi misure quali l'eliminazione dei libri antisemiti (insieme a quelli religiosi e pro zaristi), ebbero in realtà un effetto quasi nullo.

In quegli anni gli ebrei se erano comunisti e assimilati venivano odiati dalla popolazione, se non lo erano incorrevano nell'odio del regime in quanto tradizionalisti o sionisti.

GLI ANNI '30

Dal momento che gli ebrei vennero riconosciuti come "nazionalità" e non più come religione, anche i loro figli erano compresi. Così in Urss essere ebrei non era una scelta privata, ma una faccenda legale.

La fattispecie giuridica venne creata alla fine del 1932, quando vennero creati i passaporti interni; infatti nel decreto si diceva che nel passaporto doveva essere indicata, al famigerato V paragrafo, la nazionalità. I passaporti furono introdotti prima nelle città; infatti il motivo per cui furono introdotti era la penuria di abitazioni nelle città: il passaporto divenne il modo per regolare l'afflusso nelle città e la distribuzione degli appartamenti. Quando la legge entrò in vigore per determinare la nazionalità si ricorse al certificato di nascita, in cui era scritta. In seguito essa venne assegnata a 16 anni, quando si riceveva il passaporto: se la nazionalità dei genitori era uguale, essa veniva iscritta nel passaporto, senza possibilità di scelta; se era diversa il ragazzo doveva scegliere la nazionalità di uno dei due genitori, senza possibilità di ripensamenti.

Questo provvedimento non aveva un carattere antisemita, né razzista in genere. Inevitabilmente lo assunse con il tempo. Infatti nonostante le varie promesse la menzione della nazionalità è rimasta obbligatoria fino a tempi recentissimi (crollo del comunismo?).

A metà degli anni '30 il patriottismo sovietico dei tempi dell'industrializzazione cominciò a trasformarsi in nazionalismo russo. Se fino ad allora tutte le minoranze avevano avuto la libertà più ampia, adesso si comincia dire che le nazionalità più piccole devono assimilarsi.

Dal 1937 un motivo valido per essere deportati poteva essere anche solo la nazionalità. Nel 1937 infatti avviene la prima deportazione di una nazionalità intera: la minoranza coreana in Urss (che venne deportata dall'Estremo Oriente al Kazhakistan). Nel 1940 furono deportati gli estoni ed i finlandesi da Leningrado sulla base del cognome. Nel 1941 tocco ai tedeschi del Volga, anche qui sulla base del cognome (Ginzburg!). Subito dopo la guerra toccò ai ceceni, ai tatari ed a varie altre etnie caucasiche. In queste deportazioni furono spostate centinaia di migliaia di persone, di tutte le età nel giro di pochi giorni. La definizione tecnica fu "confinati speciali". Le uniche eccezioni furono i coniugi sposati con un membro di un'altra etnia. Nel 1953 avrebbe dovuto essere il turno degli ebrei, ma ci torneremo. Adesso torniamo agli anni'30.

L'arma dell'antisemitismo viene usata per la prima volta dalla propaganda nel conflitto fra Stalin e Trocki. Trocki stesso denunciò la cosa chiedendo in una lettera a Bucharin se fosse possibile che nelle cellule operaie a Mosca si facesse agitazione antisemita (Deutsher, "Il profeta disarmato").

In Urss divenne opinione comune ritenere che le principali vittime delle purghe degli anni '30 fossero gli ebrei. All'epoca circolava una barzelletta: dialogo fra due carcerati:

"Non sei trockista, né ebreo, ma perché sei stato arrestato allora?"

Ho letto le memorie di Evgenja Ginzburg, arrestata e deportata per 10 anni con l'accusa di trockismo proprio in quegli anni, ma di antisemitismo non si fa menzione. Infatti nelle purghe furono deportate anche migliaia di non ebrei, soprattutto non russi. Probabilmente uno degli scopi delle grandi purghe era proprio quello di ridurre l'influenza dei non russi nelle alte sfere, e quindi anche degli ebrei, che in più potevano essere accusati facilmente di trockismo.

La diffusione del nazionalismo colpì anche la cultura ebraica. Furono chiuse scuole e centri culturali ebraici. Il patto Ribbentrop-Molotov accellerò le cose.

Infatti l'antisemitismo durante il patto Ribbentrop-Molotov fu una sorta di omaggio ai nuovi alleati; ad esempio sui giornali si scriveva che l'antisemitismo nazista era principalmente diretto contro la religione ebraica e che era dovere degli atei marxisti aiutare i nazisti in questa campagna. Leggiamo le memorie di Mark Gallai, ricordato da molti russi come il più importante pilota collaudatore (citato in Ainsztein):

"Molti di noi accettarono il trattato come il prendere una medicina cattiva: era orribile, ma necessario. Ma la firma del trattato fu seguita da avvenimenti che erano invece incomprensibili. I fascisti non erano più chiamati fascisti. Ciò che il Komsomol ed i pionieri ci avevano insegnato ad odiare come ostile, cattivo e minaccioso, divenne improvvisamente neutrale. Non fu detto con molte parole, ma il sentimento si diffuse nelle nostre anime quando guardavamo le foto di Hitler accanto a Molotov o quando leggevamo del grano e del petrolio sovietico che andava alla Germania fascista o quando vedevamo il passo dell'oca prussiano che veniva adottato proprio allora dal nostro esercito. Sì era molto difficile capire allora cosa stesse succedendo".

Tra le conseguenze del patto ricordiamo l'epurazione degli ebrei dall'esercito, dalla diplomazia e dal commercio con l'estero. Va tenuto presente che fu un omaggio non richiesto in alcun modo dai nazisti.

GLI EBREI DURANTE LA GUERRA

Innanzitutto le annessioni di parte della Polonia, di parte della Romania e delle repubbliche baltiche fecero finire sotto il dominio sovietico circa 2.000.000 di ebrei, pochi di questi assimilati. Subito cominciò la persecuzione contro i sionisti, mentre invece non vi fu persecuzione contro nessuna religione. Comunque tutto fu interrotto dall'invasione tedesca.

Al momento dell'invasione Stalin fece appello a tutti e permise anche agli ebrei di alzare la loro voce come un popolo: il 24 Agosto del 1941, per la prima volta dal 1918, l'ebraismo russo poté rivolgersi all'ebraismo della diaspora: fu lanciato un appello per radio che cominciava con le seguenti parole:

"Ai nostri fratelli ebrei in tutto il mondo!"

Era un appello dal tono patriottico che chiedeva al popolo ebraico, quindi gli ebrei di tutto il mondo vengono riconosciuti come un popolo, di unirsi agli alleati per combattere i nazifascisti e vendicare gli ebrei già uccisi. Sottoscrissero il testo personalità ebraiche che più tardi confluirono nel Comitato Antifascista Ebraico. Infatti Stalin sperava di poter creare un'organismo sovietico ebraico per ottenere consenso ed aiuti soprattutto fra gli ebrei americani, di cui da buon antisemita, sopravvalutava l'influenza. Dapprima Stalin tramite Berja aveva proposto a due bundisti polacchi. Stalin però ci ripensò in quanto i due erano stati menscevichi e dette ordine di fucilarli. Così invece fu fondato il Comitato Antifascista Ebraico, ufficialmente il 6 Aprile del 1942. Salomon Mikhoels, un noto attore, ne fu il presidente, Aynikayt il suo organo. I compiti del Comitato dapprima furono quelli di fare propaganda tra gli ebrei sovietici, e di usare gli esempi di eroismo degli ebrei sovietici all'estero per muovere gli ebrei dei paesi stranieri verso la guerra contro Hitler. Subito dopo la creazione del Comitato Mikhoels e Feffer vennero mandati in Gran Bretagna ed in Usa per raccogliere denaro per l'Armata Rossa ed i civili sovietici. Nel frattempo la diplomazia sovietica prese contatti con esponenti sionisti in Palestina, valutando la possibilità di un sostegno sovietico alla creazione dello stato di Israele, in cambio del sostegno del movimento sionista (questo mentre i sionisti in Urss continuavano ad essere perseguitati).

La creazione del Comitato fu la concessione più importante fatta agli ebrei sovietici. Man mano che la guerra si avvicinava alla fine il Comitato si emancipava dalle direttive rigide del Cremlino e cominciava ad occuparsi di altri temi concernenti gli ebrei, quali le dimostrazioni di antisemitismo durante la guerra ed il futuro dell'ebraismo sovietico dopo la guerra.

Infatti in Ucraina, Bielorussia si erano formati dei gruppi nazionalistici ed antisemiti che collaboravano con i nazisti nello sterminio. Addirittura in Lituania, quando i nazisti arrivarono, i lituani avevano già cominciato per conto loro a uccidere gli ebrei.

L'antisemitismo si diffuse dalle regioni conquistate dalla Germania a tutta la popolazione sovietica. I motivi sono vari: la propaganda nazista, che cercava di eguagliare gli aspetti più deteriori del regime sovietico con gli ebrei; inoltre, come in tutti i momenti di crisi, gli ebrei divennero capro espiatorio; infine il richiamo al nazionalismo russo, che influì nel diffondersi di un antisemitismo popolare, ma avvallato dalle autorità. Infatti le autorità non solo non fecero nulla per combatterlo, ma tralasciarono di dire ciò che i nazisti facevano agli ebrei.

Fra i partigiani, specie se nazionalisti, l'antisemitismo era pratica omicida. Gli ebrei dovettero costituire bande partigiane ebraiche, che però non avevano il sostegno della popolazione locale. Comunque anche i partigiani fedeli al regime sovietico non accettavano facilmente gli ebrei e questo la dice lunga sulla diffusione dell'antisemitismo anche fra i fautori del regime sovietico. Alla fine della guerra, quando le bande partigiane erano state unificate sotto il controllo di Mosca, le cose migliorarono per gli e ebrei, che poterono entrare in esse più facilmente.

Anche fra l'Armata Rossa e nelle parti non occupate del paese l'antisemitismo era crescente. L'accusa principale rivolta agli ebrei era quella di non combattere, completamente falsa poiché gli ebrei, relativamente al loro numero, hanno dato il numero maggiore di decorati di tutte le nazionalità. Comunque oltre a questa c'erano le solite accuse antisemite (borsaneristi etc.)

SUBITO DOPO LA FINE DELLA GUERRA

L'odio antisemita accumulato durante la guerra non sparì d'un colpo, anzi. Soprattutto nelle regioni che erano state occupate il ritorno dei sopravvissuti fu molto malvisto. Molti che avevano collaborato temevano di essere riconosciuti, molti che avevano approfittato della scomparsa degli ebrei per appropriarsi delle loro case, dei loro posti di lavoro vedevano altrettanto male il loro ritorno. leggiamo la testimonianza di un ebreo che ritornò a Kharkov appena liberata.

"Gli ucraini ricevono gli ebrei sopravvissuti con astio aperto. Durante le prime settimane seguite alla liberazione di Kiev nessun ebreo aveva il coraggio di andare da solo per strada di notte. .. In molti casi gli ebrei vennero picchiati nella piazza del mercato ed uno fu ucciso. ... A Kiev 16 ebrei furono uccisi nel corso di un pogrom. Gli ebrei sopravvissuti ricevono solo una piccola parte delle loro proprietà. Le autorità ucraine sono notevolmente antisemite. ... l risposta ufficiale ad ogni protesta da parte di ebrei è che la popolazione è stata infettata dall'antisemitismo e che questa influenza può essere estirpata soltanto gradualmente" (citato in Kochan, p 306).

Kruscëv, allora primo segretario del Partito in Ucraina:

"Non è nostro interesse che gli ucraini associno il ritorno del potere sovietico con il ritorno degli ebrei". (citato in Kochan a p 308, che lo riprende da Schechtmann "star in eclipse" e da Schwarz "Yevrei v SS")

Ciò significò che gli ebrei non dovevano più avere cariche importanti in nessun ambito e che le istituzione ebraiche, scuole in yiddish, teatri etc, non sarebbero state più tollerate.

Vediamo adesso le perdite subite dagli ebrei russi durante la guerra. Gli ebrei sterminati dai nazisti ammontano circa a 700.000 persone (Reitlinger). In realtà secondo il dato di crescita demografica, gli ebrei nel 1959 avrebbero dovuto esser 4.000.000, quindi negli anni dal 1939 al 1959 il loro tasso di decrescita è stato di 1.700.000 persone; oltre allo sterminio nazista bisogna infatti aggiungere i morti dovuti più propriamente alla guerra, quelli dovuti alle purghe degli anni neri etc. Le annessioni di territori quali le repubbliche baltiche etc, hanno però fatto rimanere il numero degli ebrei quasi invariato. Infatti nel censimento del 1959 gli ebrei in Urss erano 2.500.000 circa. Diffusi soprattutto in Russia, Ucraina, Moldavia, repubbliche baltiche etc. Poiché la popolazione ebraica è prevalentemente urbana si stima che a Mosca l'11% della popolazione sia composto da ebrei, il 9,8% a Leningrado, il 13,8% a Kiev fino ad un massimo di 19,8% di ebrei a Kishinev (Levenberg).

LA CAMPAGNA CONTRO I "NAZIONALISTI"

Dopo il lassismo del tempo di guerra fu ripresa la campagna contro i nazionalismi non russi. Il prima atto è dichiarare colpevole di "deviazionismo nazionalista" uno storico kazakho che aveva scritto un libro sulla storia dei Kazaki e che nel 1943 era stato invece elogiato sulla stampa sovietica. Infatti le accuse di nazionalismo non sono rivolte a "nazionalismi" nel senso in cui lo intendiamo noi; si poteva essere accusati di nazionalismo semplicemente per non considerare progressive le conquiste zariste di territori non russi.

Una simile campagna non poteva non coinvolgere gli ebrei. Nell'Agosto del 1946 Zdanov fa un discorso al Comitato Centrale del CPSU per fare adottare alcune risoluzioni che fra l'altro impongono la glorificazione del popolo russo. Inoltre Zdanov accusa alcuni scrittori ebrei di essere nazionalisti e di occuparsi troppo degli ebrei. É il primo segno.

Nel 1947 vengono accusati gli artisti di teatro ebrei, accusati di vagheggiare il vecchio modo di vivere ebraico e di essere apolitici.

É vero che nello stesso periodo furono accusate tutte le minoranze di nazionalismo; ma soltanto la cultura ebraica risultò, alla fine di questo periodo, completamente annientata. Ad esempio nessun ucraino venne accusato di usare troppo spesso la parola "ucraino" nei suoi scritti o di aver parlato troppo del martirio del suo popolo sotto il nazismo, come invece accadde per gli scrittori ebrei (Kipnis). Infatti alla fine di questa campagna non esisteva più nessun centro culturale ebraico, non esistettero più scuole in yiddish, né vi furono pubblicazioni in yiddish per molto tempo.

Salomon Mikhoels, presidente del Comitato Antifascista Ebraico e noto attore del teatro yiddish, è la prima vittima della campagna contro il "nazionalismo ebraico"; venne assassinato nel Gennaio del 1948 e il Comitato sciolto (Novembre). In quello stesso anno vennero arrestati tutti i più importanti rappresentanti della cultura yiddish sovietici. Gli arresti continuarono fino al 1953. Secondo la lista fatta a New York dopo il 1956 dal Congresso per la Cultura ebraica fra deportati e fucilati gli artisti yiddish, o comunque ebrei, coinvolti erano qualche centinaio. La maggior parte fu subito deportata in Siberia, i più importanti venero sottoposti ad interrogatori lunghissimi (e durante i quali molti morirono). Lo scopo era di farli confessare di star preparando una rivolta armata per la secessione delle Crimea, dove doveva essere fondato uno stato sionista, satellite degli USA. Gli interrogatori dovevano probabilmente (Pinkus) concludersi con un grande processo pubblico. Ciò non avvenne e la maggior parte di questi imputati fu fucilata; per un processo non fu pubblico si stavano cercando figure ben più sataniche contro cui scagliarsi, figure che vennero trovate nei medici, come vedremo in seguito.

Mentre i "nazionalisti ebraici" venivano colpiti in Urss, la diplomazia sovietica si stava dando da fare per la creazione dello stato di Israele. I motivi di questa scelta si possono riassumere in 4 punti:

1) I sovietici avevano sperato che gli arabi sarebbero riusciti a scacciare la Gran Bretagna dalla zona, mentre invece gli arabi avevano preferito trovare un accordo sia con la Gran Bretagna, sia con gli stati fascisti. I sovietici speravano che gli ebrei sarebbero riusciti scacciare gli inglesi dalla zona

2) i sovietici temevano che gli Usa volessero sostituirsi alla Gran Bretagna nella zona. Per questa volevano favorire gli ebrei

3) la creazione di uno stato ebraico avrebbe risolto il problema non indifferente delle centinaia di migliaia di profughi che c'erano allora in Europa

4) L'URSS infine sperava di ottenere il sostegno degli ebrei di tutto il mondo favorendo al creazione di uno stato ebraico.

Oltre al discorso di Gromiko ricordiamo che L'URSS voto a favore dell'ammissione di Israele all'ONU e, tramite la Cecoslovacchia, vendette ad Israele le armi per la guerra di indipendenza.

Ma allora perché la persecuzione contro il "nazionalismo ebraico"? Cerchiamo di capire. Già con la creazione del Comitato si era avuto un risveglio del sentimento nazionale ebraico. Il fatto che l'URSS fosse favorevole alla creazione dello stato di Israele ed avesse messo da parte la politica antisionista, aveva fatto crescere questo sentimento, crescita che si dimostrò nelle manifestazioni di giubilo per l'insediamento della delegazione diplomatica israeliana nell'Ottobre del 1948. Una manifestazione del genere per un paese straniero, e neanche socialista, probabilmente peggiorò di molto le cose per gli ebrei sovietici.

LA CAMPAGNA CONTRO I "COSMOPOLITI"

Tra le risoluzione fatte approvare dal Zdanov al Comitato Centrale del CPSU nell'Agosto del 1946 (Comitato che come abbiamo visto dette il via anche alla campagna contro i "nazionalisti") sicuramente la più importante per la cultura di quegli anni fu quella che obbligava ad attaccare tutto ciò che sapeva di occidentale. Cominciò una campagna contro tutti quegli artisti che non obbedissero a queste regole. Le vittime furono soprattutto lo scrittore satirico Zoshenko e la poetessa Achmatova (entrambi non ebrei). La campagna non aveva ancora un tono antisemita. Poiché, ovviamente, anche alcuni ebrei vennero colpiti, ben presto contro di loro si cominciò ad usare frasi antisemite. Il primo esempio è contro il critico Nusinov, definito da Fadeev (Presidente dell'Unione degli Scrittori Sovietici) "un vagabondo senza passaporto" nel 1947.

Intanto (settembre 1947) Zdanov aveva affermato la teoria dei due campi contrapposti. Subito molti scrittori, fra cui moltissimi ebrei, difesero questa linea anti-occidentale. Non servì: erano gli stessi che dopo poco sarebbero stati arrestati o fucilati.

Gli attacchi all'cosmopolitismo continuarono e cominciarono ad avere come oggetto quasi soltanto ebrei, anche se ancora non si fa riferimento esplicitamente al loro essere ebrei. Sentiamo il tono di alcune di queste accuse ai "cosmopoliti senza radici":

"Il cosmopolita è un fenomeno strano, incomprensibile ipocrita e senza senso, una manifestazione in cui c'è qualcosa di insipido e di vago. É una creatura corrotta insensibile, totalmente indegna di essere chiamata con il nome sacro di uomo".

Queste parole in realtà sono di un critico letterario del XIX secolo; vennero riprese da un certo Paperny durante questa campagna, Paperny era ebreo egli stesso. Nel suo articolo proseguiva dicendo che il cosmopolitismo era avversario non solo del popolo russo, ma di tutti i popoli dell'unione; proprio per questo l'anno seguente fu accusato egli stesso di cosmopolitismo.

Anche in ambito scientifico avvenne lo stesso fenomeno (Lysenko).

Comunque le tendenze antisemite si rivelarono appieno soltanto nel 1949.

La decisione di lanciare una campagna così grande e dal tema così insolito deve essere stata presa ai più alti livelli. Infatti all'inizio del 1949 la polemica cambiò obbiettivo. In articoli sulla Pravda si comincia a parlare di un "gruppo antipatriottico". Voleva dire che la critica non era diretta più soltanto ad individui, ma a gruppi di individui. Spesso il gruppo venne anche definito "tribù". Vengono fatti dei nomi e sono tutti nomi di ebrei. Si pone enfasi sul fatto che gli ebrei non possono sapere niente di cultura russa. Si comincia ad accusarli di ipocrisia, falsità disprezzo per i sentimenti russi etc.

La campagna raggiunse il parossismo nel febbraio-marzo del 1949: stampa, radio, letteratura, cinema, lezioni e conferenze, tutto si prestava a questi attacchi. La percentuale di ebrei fra gli attaccati era circa del 70%.

Gli articoli sono tantissimi e sono sia "seri", sia "umoristici". Il ritratto che ne viene dato è quello dell'ebreo, parassita, truffatore, vigliacco e pigro. In realtà in questi articoli gli ebrei non vengono mai definiti brutalmente come tali, ma sempre per allusione, peraltro inequivocabile: si pone un'enfasi particolare sul nome, sul cognome o sul patronimico ebraico. Oltre alle accuse dell'arsenale antisemita di tutti i tempi troviamo questa:

- Oltraggiare la nazione russa.

- Perfida diffamazione dell'uomo russo.

- Insulto alla memoria di importanti artisti russi (quest'insulto voleva dire averli paragonati ad artisti ebrei; ad esempio il critico Levin aveva detto che Majakovski era stato influenzato dal poeta Bialik)

Considerando la diffusione dell'antisemitismo popolare in tutta l'URSS si può capire l'impatto di simili calunnie. A questo si può aggiungere la situazione economica disastrosa (mancanza di case, di cibo, condizioni di lavoro difficili), che provocava ira nella popolazione, e l'anti-intellettualismo del regime; si capisce che gli ebrei si avviavano ad essere l'oggetto di odio ideale.

Le misure che vennero prese per chi veniva accusato variavano dall'ammonizione al licenziamento all'arresto e deportazione.

Comunque appena la campagna divenne chiaramente antisemita, essa diminuì di intensità. Furono le autorità stesse a cessare di fomentarla e di appoggiarla, perché temevano l'accusa aperta di antisemitismo. In realtà la campagna continuò ancora un po' a cause delle accuse che gli ebrei continuavano a ricevere da non ebrei interessati, quali rivali sul lavoro etc.

Perché vi fu questa campagna antisemita? Sembra che Stalin e parte della dirigenza sovietica ritenessero che gli ebrei non fossero pienamente fedeli all'URSS e che, poiché ritenevano imminente una guerra con gli USA, avessero pensato di metterli in una condizione di non nuocere. Per questo cercarono di colpire da un alto l'intellighenzia ebraica che si definiva tale ("nazionalisti"), dall'altro l'intellighenzia ebraica assimilata ("cosmopoliti"). Soltanto se si capisce questo si può capire il passaggio brusco da una campagna all'altra, che sembravano in contraddizione.

Un'altra considerazione da fare è che il regime stava facendo una concessione a quello che era un forte sentimento popolare: l'antisemitismo. Inoltre erano molte le persone che avevano da guadagnare da una simile campagna.

IL "COMPLOTTO DEI MEDICI"

Il primo processo pubblico contro gli ebrei avvenne fuori dall'URSS: il processo Slanski, in Cecoslovacchia, quando i più importanti dirigenti, di origine ebraica, del partito comunista ceco, furono accusati di essere spie sioniste (27 Novembre 1952). Infatti nel frattempo i rapporti con Israele si erano deteriorati e la definizione del sionismo come movimento reazionario venne ritirata fuori e si cominciò a costruire una base teorica per opporsi allo stato di Israele (comunque già nel processo contro Rayk nel 1949 il sionismo era stata una delle accuse); la scusa formale era il dire che ci si aspettava che Israele diventasse un paese socialista. Il processo Slanski servì per vedere che effetto avrebbe fatto ad Ovest un attacco del genere. Si ricordi che anche nel processo Slanski si parlò di "medici avvelenatori".

Cerchiamo di capire quali possono essere stati i motivi per lanciare una tale campagna, che avrebbe dovuto concludersi con un processo pubblico.

Al XIX Congresso del Partito nell'Ottobre del 1952 il Politburo era stato ristrutturato. Probabilmente Stalin voleva cominciare un'enorme purga per eliminare i vecchi leader dell'apparato, quali Berja, Molotov etc. Per condurre questa purga non fu scelta la via segreta, per altro possibile, perché Stalin voleva creare un clima di tensione in vista di una nuova guerra, che egli riteneva imminente (così come era avvenuto negli anni '30). Il pretesto furono gli ebrei probabilmente a causa dell'antisemitismo di Stalin, che negli ultimi anni era aumentato fino a raggiungere un livello di paranoia. Ad esempio se dei medici erano potuti arrivare a tanto, ciò significava che gli organi di sicurezza, e cioè Berja, erano complici, etc.

La campagna inizio il 13 Gennaio del 1953 con l'annuncio che 9 medici avevano avvelenato Zdanov e Scerbakov e che avevano tentato di avvelenare anche dei generale dell'armata Rossa. 6 di questi medici erano ebrei. Subito cominciò una campagna diffamatoria da incubo.

Paradossalmente su questo argomento gli storici stessi rimandano a opere di letteratura. Leggiamo la descrizione fattane da Vassilj Grossman, che la visse in prima persona:

"Lavorare negli ospedali e nei policlinici era diventato difficile, un vero tormento. Influenzati dai terribili comunicati ufficiali, i malati si erano fatti sospettosi. Molti rifiutavano di farsi curare da medici ebrei. ... Nelle farmacie gli acquirenti sospettavano i farmacisti di tentare di rifilare loro medicinali avvelenati; sui tram, nei mercati, nei ministeri si raccontava che a Mosca alcune farmacie erano state chiuse perché farmacisti ebrei - agenti dell'America - vendevano pillo fatte con polvere di pidocchi; si raccontava che nei reparti maternità infettavano di sifilide neonati e puerpere, e che negli ambulatori dentistici inoculavano ai malati il cancro. ... Particolarmente penoso era che a quelle voci credessero non solo portinai, facchini e autisti semianalfabeti o semiubriachi, ma anche certi dottori in scienze, scrittori, ingegneri, studenti." (V. Grossman, "Tutto scorre", Adelfi)

Un'altra testimonianza la da Solgenitsin nel suo "Arcipelago GUlag".

"Ancor oggi è difficile sapere qualcosa di autentico da noi, e lo sarà ancora per molto tempo. Ma secondo voci che circolano a Mosca il progetto era questo: all'inizio di Marzo i "medici assassini" dovevano essere impiccati sulla Piazza Rossa. Naturalmente i patrioti infiammati avrebbero allora (sotto la guida di istruttori) scatenato un pogrom contro gli ebrei. A questo punto il governo (si riconosce il carattere staliniano, non è vero?) sarebbe generosamente intervenuto per salvare gli ebrei dall'ira popolare e li avrebbe trasferiti, la stessa notte, da Mosca in Estremo Oriente ed in Siberia (dove già si apprestavano le baracche)."

Sembra infatti che la deportazione avrebbe dovuto essere preceduta da una lettera aperta di personalità ebraiche che chiedevano a Stalin di deportare tutti gli ebrei in Siberia per salvarli dall'odio della popolazione suscitato dal comportamento dei medici. Comunque su questi punti non si hanno prove certissime, anche se, visti i precedenti la cosa era più che probabile.

DOPO STALIN

Come dice Fejtö, i successori di Stalin si trovarono d'accordo almeno nel rinunciare agli aspetti demenziali della sua politica, tra cui l'antisemitismo. Radio Mosca annunciò che le accuse contro i medici erano state costruite e che essi erano innocenti. Vennero fatti dei passi per liberare i prigionieri superstiti dai campi di concentramento e molti ebrei riottennero i posti che avevano perso con la campagna anti-cosmopolita.

Comunque le campagne antisemite in Cecoslovacchia ed in Romania cominciarono proprio allora, e non sembrarono risentire di questi cambiamenti, che in ogni caso riguardavano soltanto gli aspetti estremi. Infatti se i singoli vennero riabilitati tutti, non fu così per gli ebrei come collettività. Non fu detto mai che le accuse lanciate in quegli anni erano state sbagliate: la campagna cosmopolita venne definita "benefica per la cultura russa" (Congresso degli Scrittori); Kruscëv nel rapporto segreto non parlò assolutamente di antisemitismo pur essendo costretto a parlare del "Complotto dei Medici".

Per capire quanto furono limitati questi cambiamenti e quanto in realtà la politica generale nei confronti degli ebrei rimase immutata vediamo l'atteggiamento verso gli ebrei dei successori di Stalin.

La maggior parte delle dichiarazioni sugli ebrei o sull'antisemitismo fatte da Kruscëv o da altri leader dell'epoca era rivolta all'occidente e non fu neanche pubblicata in Urss. Infatti l'occidente, ed in particolare i partiti comunisti occidentali, si erano mobilitato contro le dimostrazioni di antisemitismo che avvenivano in Urss, per questo cercavano di negare. Fu un tentativo inutile perché in realtà la pratica dell'antisemitismo era assai più evidente allora che negli anni di segretezza dello stalinismo.

Contrariamente a Stalin Kruscëv amava rilasciare interviste, e spesso parlò anche degli ebrei. Ai funerali di Boreslav Birut nel Marzo del 1056 in Polonia Kruscëv disse al Comitato Centrale del Partito dei Lavoratori Uniti:

"Io credo che anche in Polonia voi soffriate di un composizione abnorme dei quadri dirigenti come una volta ne soffrivamo anche noi ... la percentuale di alti funzionari ebrei nel mio paese è adesso nulla, 2 o 3 %... (guardando accigliato il presidente del Congresso che si chiamava Zambrovski, ma che era nato Zukerman, Kruscëv concluse:) Sì, è vero, avete molti leader il cui nome finisce in "ski", ma un Abramovich resta una Abramovich. E voi avete troppi Abramovich nei vostri quadri dirigenti." (citato in Pinkus p 92)

Se questo è un esempio dell'antisemitismo volgare di Kruscëv, si hanno esempi anche di antisemitismo più "raffinato": Ecco un'intervista di Kruscëv 12 maggio 1956 a una delegazione del partito socialista francese:

"Allo scoppio della rivoluzione, noi avevamo molti ebrei nella dirigenza del partito e dello stato. Essi erano più colti e forse più rivoluzionari del russo medio. A tempo debito abbiamo creato nuovi quadri" Kruscëv viene interrotto da Pervukhin che spiega: "la nostra propria intelligensja" Kruscëv termina il commento: "Se gli ebrei volessero occupare adesso le posizioni prominenti nelle nostre repubbliche, ciò sarebbe male accolto dagli abitanti indigeni. Essi male accoglierebbero queste pretese, specialmente perché non si considerano meno intelligenti o capaci degli ebrei."

Una dichiarazione del Ministro della Cultura del Giugno del 1956, riprende il senso di quanto già detto un mese prima da Kruscëv:

"Il governo ha trovato in alcuni dei suoi dipartimenti una concentrazione preoccupante di ebrei, fino al 50 % dello staff. Sono state prese delle misure per trasferirli ad altre imprese, dando loro le stesse buone posizioni e senza fare loro correre alcun rischio"

Si allude alla politica di discriminazione che continuò e crebbe. La discriminazione più fastidiosa è quella nell'accesso alle università, che in Urss erano quasi l'unico modo di ascesa sociale. Essa venne veementemente negata dai funzionari sovietici, ma ammessa nei giornali sovietici senza problema. Le norme di accesso alle Università discriminatorie nei confronti degli ebrei vengono definite dal "Bollettino di Educazione Superiore", sovietico come "quote preferenziali di ammissione pianificate annualmente". Come tutti i numeri clausi esse sono in relazione al numero globale di ebrei in Urss. (Mostra documenti). Nei settori connessi alla difesa l'accesso agli ebrei è completamente vietato, in quanto gli ebrei non possono neanche partecipare agli esami di concorso.

Il numero di ebrei fra gli iscritti al partito è diminuito costantemente, non solo per un decremento delle richieste, ma neh per una precisa politica del partito stesso (Pinkus). Lo si vede dal fatto che il decremento più forte è stato fra i membri del partito con cariche importanti. tra i membri del Comitato Centrale e del Soviet Supremo addirittura gli ebrei sono la nazionalità meno rappresentata, nonostante gli ebrei siano, come numero, la settima nazionalità dell'Unione.

La discriminazione è agevolata dal fatto che fino a pochissimo tempo fa tutti gli ebrei portavano scritto sui propri documenti la parola "ebreo". É facile capire come questa norma possa essere discriminatoria.

Il silenzio sulla sterminio nazista continuò inalterato. L'idea è quella di non dividere mai i crimini nazisti, per cui non si riconosce alcuna peculiarità allo sterminio totale degli ebrei di fronte alle stragi di slavi. Durante gli Anni Neri perfino i libri già pubblicati dovevano essere censurati delle parti in cui si poteva alludere a sofferenze inflitte agli ebrei. Per questo fece tanto clamore la pubblicazione del poema Babi Yar da parte di Evtushenko.

Già sotto Stalin, e prima ancora ai tempi della NEP, i processi per "crimini economici" (termine che designa una serie di reati che variano dalla speculazione alla corruzione) avevano sempre avuto un carattere antisemita. La punta massima raggiunta è stata negli anni '60. Si calcola che il 78 % dei coinvolti siano stati ebrei, molti dei quali condannati a morte per questo. A processi in cui gli accusati erano ebrei venne dato molto risalto, nel tono che vi potete immaginare. Dopo che Bertrand Russel scrisse una lettera per protestare contro questo atteggiamento e contro l'imposizione della pena di morte, i processi economici diminuirono.

Gli atti di antisemitismo, sinagoghe incendiate, cimiteri profanati, ebrei picchiati etc, vennero passati sotto silenzio dai mass-media, o appena se ne accennò.

Dal 1957 in poi cominciano ad essere prodotti dei feuilleton in cui viene tirato fuori tutto l'armamentario antisemita. Il più infame di questi libri è stato quello di T. Kichko "Il Giudaismo senza imbellettature", pubblicato dall'Accademia delle Scienza Ucraina nel 1963, degno della propaganda nazista, e che, data la polemica che aveva suscitato in Occidente, fu ritirato dal mercato.

Fin dal 1956 cominciarono ad essere tenuti vari processi contro sionisti o i rappresentanti del mondo religioso ebraico, ma la stampa non dette molto risalto a questi processi che erano semplice routine. una routine che era continuata ininterrottamente dagli anni '20 e che da tempo aveva annientato il movimento sionista e che aveva ridotto le sinagoghe da molte migliaia ad un sessantina, di cui la stragrande maggioranza fra le comunità sefardita degli ebrei georgiani a caucasici, di cui non ci siamo occupati perché interessati marginalmente dalle persecuzioni.

Fu dopo la Guerra dei Sei Giorni che simili processi cominciarono ad avere un chiaro intento politico. Infatti da allora la campagna antisionista divenne chiaramente, e senza vie di scampo, antisemita. Ad esempio ritornò alla carica Kichko, che nel 1968 pubblicò "Giudaismo e sionismo", definito dalla Pravda "il primo e fondamentale trattato scientifico sovietico sull'argomento" (6 Febbraio del 1969). In questo libro Kichko spiega che la religione ebraica insegna l'odio per gli altri popoli e per le altre religioni e perfino insegna che esse devono essere distrutte; e che il sionismo è un'ideologia nazista, un'idra tentacolare collegata a tutte le forze reazionarie occidentali.

Cominciano ad apparire anche caricature antisemite che vengono affisse nei luoghi di lavoro, di ritrovo e nelle strade (vedi foto). Molta di questa propaganda era mascherata come anti-religiosa o anti-sionista.

Con la scusa degli attacchi al sionismo in realtà vengono attaccati gli ebrei tout court. Il risultato fu proprio quello di diffondere sempre più il sionismo fra gli ebrei. Infatti molti ebrei, soprattutto i giovani, avevano perso la fiducia nel comunismo come elemento di emancipazione. Per questo tra i dissidenti troviamo tanti ebrei. Si crea così un circolo vizioso: gli ebrei vengono spinti, tramite persecuzioni, all'assimilazione, poi gli viene negata anche questa e quindi gli ebrei tornano indietro, verso l'ebraismo, il sionismo etc; ciò fa aumentare di nuovo le persecuzioni in un crescendo continuo.

CONCLUSIONI

Fino a prima della guerra le persecuzioni avevano coinvolto gli ebrei come le altre etnie: di queste campagne raramente si può affermare il carattere specificatamente antisemita. Nel dopoguerra invece il carattere antisemita è evidente.

Chiariamo la cosa:

Negli anni '20 si era privato il popolo ebraico di tutta la parte della sua cultura che aveva a che fare con la religione e con gli altri ebrei della Diaspora (risulta chiara l'interdizione dell'ebraico); si era invece promossa la cultura laica, yiddish, ma anche assai più ristretta, che poco aveva a che fare con la cultura internazionalista degli ebrei e che invece esaltava i valori locali degli ebrei ashkenaziti.

Come per le altre etnie minoritarie negli anni '30 fu scelta l'assimilazione e quindi anche la cultura yiddish cominciò ad essere ostacolata.

Nel dopoguerra il processo iniziato negli anni '30 arriva alla resa dei conti. Tutte le minoranze devono scegliere l'assimilazione completa. In quest'ottica rientra la persecuzione al "nazionalismo".

Il fatto che, per motivi di utilità, l'URSS abbia appoggiato la creazione dello stato di Israele non cambiò sostanzialmente le cose, anzi, le peggiorò perché illuse gli ebrei sovietici il cui sentimento nazionale fu risvegliato, facendoli incorrere ancor di più nell'ira del regime.

Specificatamente antisemita è invece la campagna contro il cosmopolitismo. Essa infatti colpisce proprio gli ebrei assimilati, che quindi avevano fatto quello che il regime voleva. In modo più esteso, è vero, essa colpisce i rapporti con la cultura occidentale. Ma di fatto si risolse in una campagna antisemita, perché gli ebrei non potevano né scegliere la propria cultura ("nazionalismo"), né adattarsi alla cultura del paese, riservata ai "veri russi".

Riassumendo. negli anni '20 e '30 gli ebrei non soffrirono più delle altre minoranze: dovettero scegliere fra la cultura yiddish, e solo quella, e l'assimilazione. Nel dopoguerra entrambe queste scelte portavano ai GUlag. I successori di Stalin eliminarono il terrore indiscriminato, ma non la persecuzione, la cui forza è testimoniata dall'emigrazione di massa degli ebrei sovietici non appena se ne è presentata l'occasione, e cioè con la glasnost.



Bibliografia Essenziale:

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HAIKO HAUMANN, Storia degli ebrei dell'Est, Mi, Sugarco 1991

KOCHAN LIONEL, (a cura di) The Jews in the Soviet Russia since 1917, Edited by L. Kochan, Oxford University Press, London-New York-Toronto. Published for the Institute of Jewish Affairs, 1970. Scritti di S. Ettinger, S. Levenberg, J. Miller ... z. Katz.

NADEZDA MANDELSTAM, L'epoca e i lupi. Memorie, Milano, Mondadori 1971.

PINKUS BENJAMIN, The Soviet governament and the Jews, 1948-1967: a documented study. Cambridge University Press 1984.

ALEXANDR SOLGENITSIN, Arcipelago GUlag, vol. I, II, III e IV, Mondandori, Milano 1974.
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Re: Ebrei, comunismo e rivoluzione Russa

Messaggioda Berto » dom mag 05, 2019 7:57 am

Ecco come l'antisemita nazifascista Blondet tratta degli ebrei russi nella rivoluzione russa

Il ruolo ebraico nella rivoluzione bolscevica e il primo regime sovietico russo
Maurizio Blondet 10 Maggio 2018

https://www.maurizioblondet.it/il-ruolo ... tico-russo

Nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918, una squadra di polizia segreta bolscevica uccise l’ultimo imperatore della Russia, lo zar Nicola II, insieme a sua moglie, Tsaritsa Alexandra, al loro figlio quattordicenne, Tsarevich Alexis, e alle loro quattro figlie. Furono abbattuti in una grandinata di spari in una stanza a mezza cantina della casa di Ekaterinburg, una città nella regione montuosa degli Urali, dove furono tenuti prigionieri. Le figlie erano finite con le baionette. Per impedire un culto per lo zar morto, i corpi furono portati via in campagna e sepolti in fretta in una tomba segreta.

autorità bolsceviche in un primo momento riferirono che l’imperatore Romanov era stato colpito dopo la scoperta di un complotto per liberarlo. Per qualche tempo le morti dell’imperatrice e dei bambini furono tenute segrete. Gli storici sovietici sostenevano per molti anni che i bolscevichi locali avevano agito da soli nello svolgimento delle uccisioni, e che Lenin, fondatore dello stato sovietico, non aveva nulla a che fare con il crimine.
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Re: Ebrei, comunismo e rivoluzione Russa

Messaggioda Berto » dom mag 05, 2019 8:24 am

Stalin, mio padre, l'antisemita
Aldo Vitale 27 gennaio 2016

https://www.tempi.it/stalin-mio-padre-antisemita

«Mio padre sotto molti aspetti non soltanto l’aveva appoggiato (l’antisemitismo), ma era stato il primo a diffonderlo»

«La memoria umana è uno strumento meraviglioso, ma fallace», riconosceva uno dei protagonisti del dramma dell’olocausto come Primo Levi.

Proprio per questo si può ritenere che una memoria storica dimezzata o selettiva non è effettiva memoria storica.

Pur celebrato il giorno della memoria dell’olocausto anti-abraico per mano del nazionalsocialismo, non si può ritenere assolto il proprio dovere morale nei confronti della verità storica, in quanto non di tutti gli ebrei sterminati per motivi ideologici si è ricordata la morte.

Sebbene sia passata e, almeno in Italia, continui a passare sotto silenzio, la storia del socialismo reale, che per decenni è stato interpretato da alcuni con vibranti spasmi escatologici – tanto che nel nostro Paese fino a pochi anni or sono qualcuno intendeva rifondare il comunismo con un apposito ed omonimo partito politico –, è intrisa di antisemitismo.

Non si comprende, quindi, il vero motivo per cui, ancora oggi, ci si debba ricordare soltanto degli ebrei uccisi dal socialismo nazionale e non anche degli ebrei uccisi dal socialismo reale.

La logica è la stessa che si rinviene in altri ambiti; per esempio, con quanto accade per i cristiani: se a stento ci si ricorda di quelli perseguitati in oriente e medio-oriente, nulla, ma proprio nulla si dice di quelli perseguitati in occidente.

E come da sinistra oggi si nega l’esistenza dell’ideologia gender, così per decenni si è negata l’esistenza dell’antisemitismo socialista che, tuttavia, ha lasciato evidenti orme di sangue nel suo passaggio antiumano lungo le polverose vie della storia.

Le evidenze storiografiche in merito, oramai, sono incelabili, almeno all’estero.

Lo storico Louis Rapoport nei suoi studi, infatti, così scrive:

«Durante il Grande Terrore, gli agitatori di Stalin aveva fomentato il pregiudizio antisemita, portandolo al culmine. Paradossalmente, mentre l’attenzione mondiale era rivolta alle leggi antisemite e alla persecuzione degli ebrei nella Germania nazista degli anni precedenti la guerra, Stalin, tra i dieci milioni di vittime delle purghe, stava sterminando 500.000 o 600.000 ebrei. Tra tutte le nazionalità sovietiche, in percentuale quella ebraica fu probabilmente la più colpita».

Una testimonianza diretta ed insospettabile, ma storicamente determinante ed inoppugnabile è quella proveniente dal diario, dal titolo Soltanto un anno, di una delle protagoniste di quei bui momenti della storia come è stata Svetlana Allilueva che così ha scritto:

«Negli anni del dopoguerra l’antisemitismo diventò l’ideologia ufficiale e militante, sebbene la cosa venisse tenuta nascosta in ogni modo. Ma dappertutto si sapeva che nella selezione degli studenti e nell’assunzione al lavoro la preferenza si dava ai russi, mentre per gli ebrei era sta sostanzialmente stabilità una percentuale che non si doveva oltrepassare […]. Nell’Unione Sovietica l’antisemitismo era stato dimenticato soltanto nel primo decennio dopo la rivoluzione. Ma, con l’esilio di Trozki, con l’annientamento dei vecchi comunisti negli anni delle purghe, molti dei quali erano ebrei, l’antisemitismo era risorto su una nuova base e innanzi tutto in seno al partito».

Svetlana Allilueva, per chi non lo sapesse ancora, era niente meno che la figlia di Stalin, e come tale così conclude:

«Mio padre sotto molti aspetti non soltanto l’aveva appoggiato [l’antisemitismo n.d.a.], ma era stato il primo a diffonderlo. Nell’Unione Sovietica dove l’antisemitismo aveva antiche radici nella piccola borghesia e nella burocrazia, esso si diffuse orizzontalmente e verticalmente con la rapidità d’una pestilenza».

Del resto, nonostante queste e altre innumerevoli prove storiografiche, impossibili da riportare in un così breve spazio, non stupisce che una certa intellighenzia sia ancora sorda a riconoscere simili abomini, perché, spesso, si tratta di quella stessa intellighenzia che oggi si ostina a negare l’esistenza delle aberrazioni etiche e giuridiche tanto in voga nel mondo contemporaneo.

Se davvero, dunque, si volessero celebrare gli ebrei sterminati, si dovrebbero ricordare tutti gli ebrei sterminati, e il mondo culturale che è stato o è ancora di sinistra, a meno che volesse apparire come un semplice sepolcro imbiancato, farebbe bene a ricordare gli ebrei uccisi, non pochi, anche dall’antisemitismo di matrice socialista.

Operazione comunque ardua vista la forma mentis di una parte del mondo culturale sostanzialmente e congenitamente così anti-cristiano da non aver ancora compreso la logica per cui è sempre bene, prima di parlare della pagliuzza nell’occhio altrui, accertarsi di non avere una trave nel proprio.
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Re: Ebrei, comunismo e rivoluzione Russa

Messaggioda Berto » dom mag 05, 2019 8:40 pm

I Protocolli dei Savi di Sion è una storia falsa costruita dall'antisemitismo russo

https://it.wikipedia.org/wiki/Protocoll ... vi_di_Sion
I Protocolli dei Savi di Sion o degli Anziani di Sion o dei savi Anziani di Sion (in russo: Протоко́лы сио́нских мудрецо́в?, traslitterato: Protokoly sionskih mudretsof) sono un falso documentale creato dall'Ochrana, la polizia segreta zarista, con l'intento di diffondere l'odio verso gli ebrei nell'Impero russo. Fu realizzato nei primi anni del XX secolo nella Russia imperiale, in forma di documento segreto attribuito a una fantomatica cospirazione ebraica e massonica il cui obiettivo sarebbe impadronirsi del mondo.
La natura di falso fu appurata già fin dai primi tempi successivi alla pubblicazione di detti Protocolli, avvenuta per la prima volta nel 1903 attraverso un quotidiano di Pavolakij Kruševan; la prima stesura del testo venne scritta da Sergej Aleksandrovič Nilus tra il 1901 e il 1903, che ne diffuse delle copie personalmente in Russia, fino a che non venne pubblicata da Kruševan e iniziò ad avere risonanza anche nel resto d'Europa. Una serie di articoli pubblicati sul Times di Londra nel 1921 dimostrarono che il contenuto dei documenti era falso; gran parte del materiale era frutto di plagio da precedenti opere di satira politica e romanzi non correlati agli ebrei.

Nonostante la comprovata falsità dei documenti, riscossero comunque ampio credito in ambienti antisemiti e antisionisti, e rimangono tutt'oggi la base ideologica, soprattutto tra partiti o movimenti islamisti e fondamentalisti islamici in Medio Oriente, per avvalorare la teoria della cosiddetta cospirazione ebraica. I Protocolli sono considerati la prima opera della moderna letteratura complottista.[8] Presentata come un'esposizione di un piano operativo degli "anziani" ai nuovi membri, descrive i metodi per ottenere il dominio del mondo attraverso il controllo dei media e della finanza e la sostituzione dell'ordine sociale tradizionale con un nuovo sistema basato sulla manipolazione delle masse.

L'opera fu divulgata per la prima volta da coloro i quali si opponevano al movimento rivoluzionario russo e diffusa ulteriormente dopo la Rivoluzione russa del 1905.[senza fonte] In seguito alla Rivoluzione d'ottobre che fece collassare l'Impero russo, e in particolare durante gli anni venti e trenta, l'idea che il bolscevismo fosse una cospirazione ebraica per il dominio mondiale diventò uno degli strumenti più utilizzati nell'ambito della propaganda fascista in Italia e nazista in Germania, e in questo contesto i Protocolli, frutto di un'invenzione fraudolenta, diventarono il testo di riferimento per giustificare la persecuzione e lo sterminio degli ebrei.

Sebbene dopo la seconda guerra mondiale l'uso sistematico dei Protocolli sia diminuito, il testo rimane ancora un'arma propagandistica molto usata, soprattutto in alcuni ambienti del mondo islamico in funzione antisionista; tuttavia il suo uso è presente anche in altri ambienti: nella Chiesa ortodossa russa e in Giappone, ad esempio, sono un caposaldo della propaganda di frange di estrema destra. In Occidente i Protocolli rimangono un pilastro di varie teorie sul complotto giudaico e del Nuovo Ordine Mondiale, presenti in partiti e movimenti di estrema destra e neofascisti in Europa, Stati Uniti e Russia.



La teoria del complotto giudaico comprende un insieme di varie teorie del complotto che ritengono che il popolo ebraico sia responsabile di tramare per diverse finalità, soprattutto economiche.[

https://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_de ... o_giudaico

Storia

Già dal Medioevo in Europa vengono proposte teorie riguardanti un presunto complotto ebraico, quando le comunità giudaiche venivano demonizzate e usate come capro espiatorio per fenomeni come la peste o l'avvelenamento dei pozzi d'acqua e di casi fittizi, come l'uccisione riutale di infanti oltre che per fenomeni sociali più generali per i quali era utile trovare un capro espiatorio (usura, povertà e disoccupazione).

Un notevole contributo alla diffusione delle teorie del presunto complotto ebraico si deve alla divulgazione dei Protocolli dei Savi di Sion, un documento del 1903 che venne smascherato come falso nel 1921, ma che continuò a circolare in ambienti antisemiti in vari Paesi e nel quale vi si descrive un presunto complotto giudaico per il dominio del mondo. Il volume diffonde un'idea già presente in alcuni testi russi dell'Ottocento. Il più noto è Il libro del Kahal di Jacob Brafman. Con questo testo Brafman vuole dimostrare che il kahal è un vero e proprio "governo talmudico" pronto a dominare la Russia. Kahal, da termine indicante la forma di autogoverno delle comunità ebraiche dell'Europa orientale, acquisirà il significato di potenza occulta che, attraverso una cospirazione planetaria, attua il programma di dominazione del mondo, dirige la mano armata del nichilismo nel suo attacco all'Europa, e realizza il progetto di disgregazione fisica e morale dell'Impero russo. Le fantasie di Brafman, che faranno da cornice alla futura produzione giudeofobica e si cristallizzeranno nella cultura russa, costituiscono parte del contesto "mitico" alla base dei Protocolli dei Savi di Sion.

Altre teorie si rifanno alle emigrazioni che portarono migliaia di ebrei europei, soprattutto tedeschi e polacchi, a viaggiare per gli Stati Uniti d'America, e a costituirvi una forte minoranza che riuscì nei decenni successivi a costituire forti presenze nel mondo mediatico e finanziario. Seguendo la teoria del complotto giudaico, grazie a un'immigrazione controllata dall'ebraismo mondiale, gli ebrei americani sarebbero i presunti artefici di fenomeni negativi che hanno pervaso il Novecento, come il comunismo e il capitalismo.

Alcune di queste teorie descrivono il comunismo, il marxismo, il bolscevismo e la massoneria come correnti di pensiero politico che sarebbero ipoteticamente state fondate e diffuse dall'ebraismo mondiale, con il presunto scopo di dominare il mondo. L'idea di un presunto collegamento comunismo-ebraismo deriva dal fatto che Karl Marx avesse origini giudaiche, e lo stato sociale dei suoi genitori fosse stato fondamentale all'elaborazione delle sue teorie politiche, e che alcuni capi di movimenti comunisti e socialisti fossero nati in famiglie ebraiche.[senza fonte]

La presunta influenza di una lobby ebraica nell'economia occidentale è parte integrante dell'intera ideologia antisemita. Alcune di queste teorie si rifanno alla famiglia Rothschild, che grazie al suo capitale concedeva prestiti alle monarchie europee del XIX secolo e li vedeva restituiti con alti interessi, e che spesso era protagonista di varie "teorie del complotto" per via della sua forte influenza nelle politiche dei paesi cui faceva versamenti di capitale.

Dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 contro le Torri Gemelle fu diffusa la notizia, poi rivelatasi falsa, secondo cui oltre 4.000 dipendenti ebrei che lavoravano al World Trade Center e al Pentagono non si sarebbero presentati al lavoro il giorno degli attentati, avvisati preventivamente dal servizio segreto israeliano, il Mossad, o perché consapevoli dei fatti in quanto complici del complotto.

La notizia ha preso corso il 17 settembre, pubblicata e diffusa in Medio Oriente da una TV vicina all'organizzazione libanese Hezbollah. Ma cinque giorni prima, il giorno seguente agli attacchi, il Jerusalem Post in un'edizione straordinaria, già citava la stima provvisoria di 270-400 ebrei rimasti uccisi nel WTC. Nei mesi successivi alcuni siti web, di orientamento antisemita e negazionisti dell'Olocausto, ripresero e diffusero strumentalmente la falsa notizia. Secondo altre tesi complottiste, gli attentati sarebbero stati formulati da un presunto "ebraismo mondiale" con l'ipotetico scopo di destabilizzare il mondo in favore della causa di Stati Uniti e Israele. In opposizione a queste credenze antisemite è intervenuta l'Anti-Defamation League, che ha pubblicato un resoconto in risposta alle false accuse sul coinvolgimento degli ebrei negli attentati. Su Internet, uno dei leader di al-Qāʿida, Ayman al-Zawahiri, si è detto indignato dalle teorie fatte circolare da Hezbollah e sostenute dall'Iran, accusando quest'ultimo di essere coinvolto nell'invasione dell'Iraq e nell'Afghanistan.



Alberto Pento
Uno dei pilastri dell'antisemitismo cristiano, maomettano, non religioso e ateo che stigmatizza una presunta malvagita suprematista e razzista degli ebrei in riferimento al loro biblico sentirsi e dirsi Popolo Eletto (dal loro Dio, dalla loro divinità, dal loro totem).
Secondo questa demenziale convinzione gli ebrei si sentirebbero legittimati a disprezzare razzisticamente tutto il resto dell'umanità non ebrea a ridurca in schiavitù, a depredarla, a sfruttarlae a sterminarla se necessario.

Però tutti dimenticano che non esiste tribù o popolo al mondo che non sia sentito e detto superiore a tutti gli altri:
a cominciare dai popoli mesopotamici che hanno costruito imperi a partire dal IV millennio a.C., a quello millenario egiziano, ai popoli greci e romani con i loro imperi secolari, a quelli asiatici come i mongoli di Gengis Khan, a quello arabo maomettano e a quelli maomettani non arabi, ai popoli cristiani e ai loro imperi, ai popoli che hanno adottato l'ideologia utopico social-comunista, agli stessi zingari che si sentono superiori ai gagè.
La differenza tra questo sentirsi eletti e superiori dei vari popoli della terra è che l'elezione divina degli ebrei è un impegno ad essere migliori e a dare il buon esempio nel rispetto delle prescrizioni religiose in ambito etico, sociale e politico e non per disprezzare, depredare, schiavizzare e sterminare chichessia.
mentre il senso di superiorità in relazione all'elezione divina degli altri popoli, dà piena giustificazione al disprezzo razzista assoluto, all'invasione armata dei territori, alla loro conquista, alla depredazione, alla riduzione in schiavitù e se necessario allo sterminio.
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Re: Ebrei, comunismo e rivoluzione Russa

Messaggioda Berto » lun mag 06, 2019 12:07 pm

Uno dei pilastri dell'antisemitismo cristiano, maomettano, non religioso e ateo che stigmatizza una presunta malvagita suprematista e razzista degli ebrei in riferimento al loro biblico sentirsi e dirsi Popolo Eletto (dal loro Dio, dalla loro divinità, dal loro totem).
Secondo questa demenziale convinzione gli ebrei si sentirebbero legittimati a disprezzare razzisticamente tutto il resto dell'umanità non ebrea a ridurca in schiavitù, a depredarla, a sfruttarlae a sterminarla se necessario.

Però tutti dimenticano che non esiste tribù o popolo al mondo che non sia sentito e detto superiore a tutti gli altri:
a cominciare dai popoli mesopotamici che hanno costruito imperi a partire dal IV millennio a.C., a quello millenario egiziano, ai popoli greci e romani con i loro imperi secolari, a quelli asiatici come i mongoli di Gengis Khan, a quello arabo maomettano e a quelli maomettani non arabi, ai popoli cristiani e ai loro imperi, ai popoli che hanno adottato l'ideologia utopico social-comunista, agli stessi zingari che si sentono superiori ai gagè.
La differenza tra questo sentirsi eletti e superiori dei vari popoli della terra è che l'elezione divina degli ebrei è un impegno ad essere migliori e a dare il buon esempio nel rispetto delle prescrizioni religiose in ambito etico, sociale e politico e non per disprezzare, depredare, schiavizzare e sterminare chichessia.
mentre il senso di superiorità in relazione all'elezione divina degli altri popoli, dà piena giustificazione al disprezzo razzista assoluto, all'invasione armata dei territori, alla loro conquista, alla depredazione, alla riduzione in schiavitù e se necessario allo sterminio.

https://it.wikipedia.org/wiki/Popolo_eletto
« ...Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono Santo. » (Levitico 19.2 )
Nell'Ebraismo c'è la convinzione che gli ebrei siano il popolo eletto, nel senso che siano stati scelti ("essere eletti, scelti") per far parte di un'alleanza (il Patto) con Dio. Questa idea è riscontrata per la prima volta nella Torah (i cinque libri di Mosè, inclusi anche nella Bibbia cristiana col titolo di Pentateuco) ed è elaborata nei libri successivi della Bibbia ebraica ("Tanakh"). Molto è stato scritto sul tema dell'elezione divina e argomenti correlati, specialmente nella letteratura rabbinica. Le tre maggiori correnti ebraiche – l'Ebraismo ortodosso, l'Ebraismo conservatore e l'Ebraismo riformato – mantengono la convinzione che gli ebrei siano stati scelti da Dio per uno scopo.
...
Il concetto di "elezione" non deve essere frainteso. L'elezione, sostengono le autorità rabbiniche, non implica alcuna superiorità nella differenza etnica – Israele non è il popolo di Dio per i propri meriti o per una presunta purezza della razza, bensì per Volontà divina. L'elezione è un mandato, una missione da compiere che non è stata affidata a nessun altro. Anche i non-Ebrei (ovvero i Goym, cioè le altre nazioni) possono vivere secondo giustizia ed avere una relazione con il Creatore: per loro infatti sono stati rivelate le Sette leggi di Noè che andrebbero osservate da tutti i popoli.


Alberto Pento
Ma gli ebrei non hanno mai sviluppato una qualsivoglia forma di imperialismo politico e militare suprematista e razzista




I cristiani come nuovo Popolo Eletto di Dio

Perché Dio ha scelto solo Israele come popolo eletto?
don Antonio Rizzolo

https://it.aleteia.org/2014/06/12/perch ... olo-eletto

Mia nipote, quasi adolescente, mi ha chiesto: ma perché Dio ha scelto solo il popolo di Israele per manifestare la sua gloria? E tutti gli altri popoli della Terra che male hanno fatto per non conoscere Dio, le sue meraviglie e soprattutto il suo Figlio prediletto? Non le ho saputo rispondere.
Aldo F.

Dio ha voluto rivelare se stesso all’umanità, per donare a tutti la salvezza e invitare alla piena comunione con lui. Per realizzare questo ha scelto una strategia, una particolare “pedagogia”. Poteva manifestarsi in tutta la sua grandezza e nel suo immenso splendore, quasi “costringendo” gli esseri umani a credere in lui. Ma ha preferito un’altra strada, perché noi fossimo liberi di aderire al suo amore, perché diventassimo veri interlocutori, in un dialogo autentico e sincero con lui.

Ecco allora che Dio ha eletto Israele come suo popolo. “Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti”, leggiamo nel libro del Deuteronomio, “non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli – siete infatti il più piccolo di tutti i popoli -, ma perché il Signore vi ama” (7,7-8).

Scegliendo il popolo d’Israele Dio ha dunque voluto significare, prima di tutto, che voleva instaurare un rapporto d’amore con l’umanità. In secondo luogo, con questa scelta Dio ha voluto seguire la via della testimonianza: Israele, infatti, ha il compito di essere luce per gli altri popoli.

Nel libro del profeta Isaia leggiamo, ad esempio, che questa è la missione di Israele: “Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra” (49,6).

Il culmine della rivelazione di Dio all’umanità è in Gesù Cristo. In lui la divinità e l’umanità sono unite. La costituzione conciliare Dei Verbum lo spiega con parole bellissime: “Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura. Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé” (n. 2).

L’elezione di Israele non è stata revocata. Come scrive san Paolo, “Dio non ha ripudiato il suo popolo, che egli ha scelto fin da principio” (Romani 11,1). Ma ora la Chiesa è diventata il nuovo popolo di Dio, per testimoniare al mondo la salvezza offerta a ogni persona in Gesù Cristo, via, verità e vita, Parola definitiva del Padre. La salvezza è dunque offerta a tutti. I popoli della terra possono già conoscere Dio per mezzo della ragione naturale, a partire dalle sue opere, dalla bellezza del creato. Inoltre, seguendo la legge della coscienza, scritta nel cuore, possono piacere a Dio e comportarsi in maniera giusta e buona (cfr Romani 2,15). La grazia di Dio, infatti, lavora in ogni persona e “la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina; perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale” (Gaudium et spes n. 22).


Alberto Pento
queste idee ebree e cristiane a cui poi si aggiunge quella maomettana che considerano gli uomini di queste religioni come i migliori della terra perché investiti dalla preferenza/privilegio di Dio (elezione divina) sono tutte presuntuose idee religiose idolatre che proseguono quelle preistoriche tribali totemiche e politeiste che variamente formulate troviamo anche alla base di tutti gli imperialismi politico militari (economico culturali) dai mesopotamici, a quelli egiziano, greco, romano, mongolo, maomettani vari, europei (portoghese, spagnolo, inglese, olandese, francese, tedesco, italiano), e le troviamo anche nell'imperialismi ideologico-utopistici di matrice socialista fascista, nazista e comunista.




Il concetto di ebrei popolo eletto: razzismo o no?

https://ideadiversa.blogspot.com/2011/0 ... letto.html

Il Monte Sinai, dove gli ebrei ricevettero i Dieci Comandamenti e la Torah

“Voi avete visto ciò che ho fatto all’Egitto: portandovi [come] su ali d’aquila, vi ho condotti a me. E ora, se ascolterete la Mia voce e osserverete il Mio patto, sarete per Me il tesoro [più amato] tra tutti i popoli, poiché tutta la terra Mi appartiene. E voi sarete per me un regno di prìncipi e una nazione santa!” (Esodo 19, 4-6)

La definizione di “popolo eletto” pesa sugli ebrei, da secoli. Molta gente considera questa definizione un chiaro segno del razzismo ebraico: “un popolo che si sente superiore agli altri, ma chi si crede di essere?”; questo potrebbe essere, in linea di massima, il pensiero diffuso in molte persone a riguardo.

Una definizione, quella di “popolo eletto”, che talvolta arriva a riguardare persino la questione mediorientale tra israeliani e palestinesi: capita frequentemente che le operazioni militari israeliane atte a prevenire il terrorismo o a replicare ad un attacco subìto, vengano commentate da qualcuno con parole del tipo: “beh, loro sono il popolo eletto quindi si sentono giustificati a fare qualsiasi cosa”. Quasi come a volere, in un certo senso, depistare (forse involontariamente o forse no) dalle reali motivazioni dietro a queste operazioni (che sono evidentemente tutto tranne che a fini religiosi).

Si guardi ad esempio l’immagine sottostante.

Post tratto da Facebook (clicca sull'immagine per visualizzare il post originario con tutti i commenti e non solo quello selezionato). Alla notizia la signora replica con il suo commento. Una questione religiosa viene mischiata in un tema che nulla ha a che vedere con la religione, quasi come a voler sottintendere che se Israele tiene un comportamento questo è dovuto alla sua natura di Stato ebraico e quindi "eletto". Non ad esigenze di difesa e di sicurezza.

Questo è un post tratto da Facebook come se ne possono incontrare a migliaia: riguarda le vittime siriane in seguito al tentativo di forzare il confine israeliano. Un evento di cui avevo già analizzato qui le cause scatenanti, ma che per qualcuno è semplicemente dovuto al fatto che gli ebrei si sentono il “popolo eletto”, quindi giustificati a fare qualsiasi cosa.

Non è rara la sovrapposizione di questo tema, prettamente religioso, a quello dell’attualità mediorientale, e purtroppo non solo tra gli utenti occasionali che possono commentare una notizia su Facebook. Anche i media più importanti a volte non si sottraggono a questo facile quanto superficiale stereotipo.

Si legga ad esempio questo articolo tratto dal Manifesto (24 giugno 2010, pag. 9).

A Shalit il Colosseo, a 11mila ostaggi il nulla
Leggiamo che questa sera alle 11 si spegneranno le luci del Colosseo per ricordare il caporale israeliano Gilad Shalit da 4 anni prigioniero di Hamas. Un’iniziativa promossa dall’Unione dei giovani ebrei d’Italia e l’associazione Benè Berith giovani. Adesioni a pioggia (alcune un po’ sospette): il sindaco Alemanno, il governatore Polverini, il ministro Ronchi (tutti ex-post-fascisti), il Foglio e via a scendere. Benissimo. Noi speriamo che Shalit sia presto libero e restituito ai suoi genitori e al suo esercito. Solo una nota a margine. Perché spegnere le luci solo per un israeliano e tenerle accese (ossia tacere) per i più di 11 mila palestinesi chiusi da anni nelle carceri israeliane in detenzione amministrativa (cioè senza accuse specifiche), fra cui donne e bambini? Non sono anche loro «sequestrati»? Sarà che un esponente del «popolo eletto» e cittadino dello «stato eletto» pesa di più di 11 mila dannati della terra?

Fate attenzione all’ultima frase, evidenziata in grassetto. Anche in questo caso l’allusione è chiara: gli ebrei (e chi per loro) in quanto “popolo eletto” considerano più importante la vita di un solo ebreo rapito dai palestinesi piuttosto che 11 mila palestinesi sequestrati (leggasi “arrestati”) da Israele. Tralasciando il paragone inappropriato (che avevo già analizzato qui), la cosa vergognosa è alludere sempre a questo fantomatico popolo eletto anche trattando argomenti che nulla hanno a che vedere con la religione!

Praticamente è anche per questo che molte persone sono contrarie all’esistenza di Israele inteso come Stato per gli ebrei: per molti questo significa Stato che fa la preferenza per una fede sopra le altre – cioè per la fede ebraica – che a sua volta, ergendosi ad “eletta dal Sign-re”, sarebbe per forza di cose una fede razzista e discriminatoria per gli altri popoli.

Chi la pensa così ignora (più o meno deliberatamente) due aspetti fondamentali.

Innanzitutto per Stato ebraico, inteso nella definizione del Sionismo (movimento laico fondato da Theodor Herzl nel 1897), non si intende uno Stato confessionale e teocratico, bensì uno Stato che sia semplicemente un rifugio per gli ebrei dall’antisemitismo, da secoli diffuso in Europa e non solo. Che sia, inoltre, uno Stato per il popolo ebraico che ha preso coscienza di se stesso, ed ogni popolo ha diritto ad averne uno. Una sorta di Risorgimento ebraico dunque.

A tutto ciò aggiungiamo poi che Israele negli anni non ha dato aiuto solo agli ebrei sparsi per il mondo: si veda a titolo esemplificativo l’accoglienza riservata ai profughi fuggiti dal Darfur. Gli ebrei dunque in Israele hanno maggiori diritti di salvarsi dalle persecuzioni rispetto ad altri popoli? Assolutamente no!

Ma ciò che viene ignorato dalla maggioranza delle persone è soprattutto il reale significato che l’espressione “popolo eletto” ha per gli ebrei stessi! Vediamo di approfondirlo.


Popolo eletto: in che senso?
Riprendiamo nuovamente la citazione di apertura di questo articolo, perché è molto importante. La riporto nuovamente qui sotto per comodità.

“Voi avete visto ciò che ho fatto all’Egitto: portandovi [come] su ali d’aquila, vi ho condotti a me. E ora, se ascolterete la Mia voce e osserverete il Mio patto, sarete per Me il tesoro [più amato] tra tutti i popoli, poiché tutta la terra Mi appartiene. E voi sarete per me un regno di prìncipi e una nazione santa!” (Esodo 19, 4-6)

Questo passaggio precede, nella Torah, la rivelazione di D-o sul monte Sinai. Per l’ebraismo è molto importante lo studio e la ricerca del reale significato di ciò che è scritto nei testi sacri. Se si presta attenzione a ciò che è scritto è possibile notare nel testo la funzione del popolo eletto: “regno di principi” e “nazione santa”.

Cosa significa tutto ciò? E’ semplice: gli ebrei sono una “nazione santa” in quanto scelti da D-o per essere detentori del dono della Torah, che avrebbero dovuto custodire e che sono tenuti a studiare ed osservare continuamente. Gli ebrei, insomma, sono stati eletti come popolo di sacerdoti, popolo che deve concentrarsi soprattutto sulla preghiera. Il concetto di “santità” indica separazione ed elevazione. Una persona santa si distingue infatti dalle altre perché si allontana dalle tentazioni1.

In parole semplici: gli ebrei sono “popolo eletto” in quanto è l’unico popolo che è tenuto a rispettare tutte le regole e i precetti stabiliti dalla Torah. Niente di più, niente di meno. Si legga anche questo esauriente testo a conferma di ciò.

L'elezione [degli ebrei] non implica alcuna superiorità etnica; Israele non è il popolo di Dio per i propri meriti o per una presunta purità di sangue, questo sarebbe razzismo. L'elezione è un mandato, una missione da compiere che non è stata affidata a nessun altro.
Anche i non-Ebrei (ovvero i Goym, cioè le altre nazioni) possono vivere secondo giustizia ed avere una relazione con il Creatore. Per loro infatti sono stati rivelati sette precetti che andrebbero osservati da tutti i popoli.
Inoltre, i Goym hanno la possibilità di diventare Ebrei unendosi al popolo eletto attraverso la Conversione. Coloro che scelgono di farlo sono poi obbligati ad osservare tutta la Torah per entrare nel Patto.

La parola goyim, termine molto aborrito tra i denigratori di Israele e degli ebrei, in realtà non è una parola dispregiativa: significa “nazioni”, il termine indica semplicemente i non-ebrei, senza toni discriminatori.


Perché allora proprio gli ebrei sono il popolo eletto?
Se è vero (come è vero) che “popolo eletto” in realtà non è un’espressione razzista, perché proprio gli ebrei sono stati scelti per essere detentori della Torah? Perché non un altro popolo? Su quali basi, insomma, sono stati scelti proprio loro da D-o? La Torah dà qualche motivazione?

E’ una domanda molto interessante. Si legga a tal proposito quanto scritto sulla Torah (Deuteronomio 7, 6-9):

Te scelse il Sign-re tuo D-o per essergli un popolo, possesso particolare fra tutti gli altri popoli che sono sulla terra. Non certo perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli vi ha prediletto il Sign-re vi ha scelto, perché voi siete i meno numerosi di tutti, ma solo per l’amore che Egli portava per voi e per osservare il giuramento fatto ai vostri padri.

La risposta a questa domanda è dunque questa: amore incondizionato, non dovuto dunque ad una ragione a cui si può risalire. Non dovuto alla numerosità, non dovuto alla maggiore fede rispetto agli altri popoli, nulla.

Una risposta che può venir confermata anche in un altro passaggio, molto famoso nell’ebraismo.

[Mosè] prese il libro dell’Alleanza e lo lesse alle orecchie del popolo. E dissero: “Faremo e ascolteremo tutto ciò che ha detto D-o!” (Esodo 24, 7)

Nello studio della Torah nulla viene considerato casuale: con l’espressione “faremo e ascolteremo” (in questa precisa disposizione dei termini), gli ebrei dichiararono la loro determinazione a eseguire e obbedire a tutto ciò che D-o avrebbe comandato, ancor prima che fossero stati dati i comandamenti e che ne fossero state comprese le ragioni (osservare prima di capire le ragioni è un atto di fede totale). Una promessa di amore incondizionato del popolo nei confronti di D-o, in risposta all’amore incondizionato del Sign-re nei confronti degli ebrei. “Incondizionato”: cioè al di fuori della logica e oltre la comprensione umana.

Questo significa “popolo eletto”. Solo questo e nient’altro che questo. Nessuna superiorità razziale o etnica. Per la pace degli accusatori di razzismo, che farebbero meglio a sforzarsi di capire le vere ragioni dietro le operazioni di difesa israeliane.

NOTE
1 Tratto da Khumash – Esodo, Milano 2010, Edizioni Mamash



Scrittori e altra bella gente scatenata contro Israele e “il popolo eletto”
di Giulio Meotti

https://www.ilfoglio.it/articoli/2014/0 ... etto-75393

Il giornale è il Mundo, che ha contribuito a modellare la storia recente della Spagna, il secondo quotidiano del paese, il secondo sito internet in Europa, il primo al mondo in lingua spagnola. L’autore è Antonio Gala, venerato maestro delle lettere iberiche, classe 1920, premio León Felipe per la democrazia. Il titolo dell’articolo è “Los elegidos?”. Gli eletti?

Siamo a livelli di rottura insopportabili delle convenzioni polemiche. Parlando di Gaza, lo scrittore Gala prende di mira il popolo ebraico tout court e dice che ha meritato l’espulsione dalla Spagna del 1492. “Non è strano che siano stati espulsi così di frequente”, scrive Gala degli ebrei. “Ciò che sorprende è che persistano. O essi non sono buoni, oppure qualcosa li avvelena. (…) Adesso devi soffrire i loro abusi a Gaza”. L’autore di “Petra regalada” spiega che “il popolo ebraico avrebbe potuto fare del bene all’umanità”, ma “non sono fatti per coesistere”. Gala evoca, a dimostrazione della presenza di una lobby ebraica mondiale, anche “una invisibile comunità di sangue”. L’editoriale di Gala fa parte di una impressionante campagna di delegittimazione di Israele che da settimane domina sulla grande stampa europea. In una lettera al Mundo, il presidente della comunità ebraica di Madrid, David Hatchwell, ha detto che ricorrerà alle azioni legali per “proteggerci con vigore”.

Intanto, registi blasonati come Mike Leigh e Ken Loach e sei premi Nobel (Desmond Tutu, Betty Williams, Jody Williams, Adolfo Pérez Esquivel, Mairead Maguire e Rigoberta Menchú) invitano a boicottare Israele come venne fatto con l’apartheid. Lo spagnolo Almodovar denuncia il “genocidio” israeliano a Gaza. Appelli contro lo stato ebraico sono promossi da scrittori come l’autrice del best-seller “Il colore viola” Alice Walker, il premio Pulitzer Chris Hedges, l’ex direttore generale dell’Unesco Federico Mayor Zaragoza, la regista Mira Nair e il filosofo Slavoj Zizek, nichilista sloveno che si porta bene nell’alta società.

Al Fringe Festival di Edimburgo non andranno i ballerini israeliani della Ben Gurion University nel Negev. Quel Negev bersagliato dai missili di Hamas. Non ci andranno perché sono arrivate richieste di boicottare l’evento “in segno di protesta contro l’offensiva militare israeliana a Gaza”. E il boicottaggio ha vinto. La scorsa settimana, una lettera aperta firmata da oltre cinquanta personalità della cultura, tra cui la poetessa nazionale di Scozia, Liz Lochhead, ha chiesto e ottenuto che un altro show, “The City”, prodotto sempre da una compagnia israeliana, venisse annullato. Particolarmente virulento l’attacco a Israele da parte dello scrittore americano Lawrence Weschler, per vent’anni redattore del New Yorker. Weschler attacca gli israeliani che “confinano 1,8 milioni di abitanti di Gaza all’interno di quello che potrebbe essere descritto come un campo di concentramento”. Weschler paragona Gaza alla città sudafricana di Soweto, il ghetto nero costruito dagli architetti dell’apartheid e simbolo della rivolta contro il regime razzista del Sudafrica. O peggio, “a Dachau e Theresienstadt”.

Accostamenti fra il sionismo e il nazismo non si contano sui media del mainstream europeo.

Anche il giornale inglese Guardian ha pubblicato un appello per boicottare Israele: “Israele sta razionando tutto ciò che entra a Gaza, dalle calorie alla letteratura. Questa non è una guerra, ma una spedizione punitiva, l’attacco di un potente stato militare, armato e sostenuto dall’occidente, contro dei poveri, assediati e sfollati. Dobbiamo intensificare il nostro boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni, in una campagna internazionale per porre fine all’impunità di Israele”. Il celebre scrittore Iain Banks di recente ha annunciato che i suoi romanzi non saranno più pubblicati in Israele. È una guerra culturale ai fondamenti dello stato ebraico.

Sul quotidiano francese Libération, lo scrittore e filosofo Michael Smadja ieri giustificava così il terrorismo di Hamas: “Se fossi nato Gaza, avrei fatto parte di Hamas. E senza dubbio, sarei disposto a fare qualsiasi cosa per fermare quella che mi sembrerebbe una cieca oppressione”.

Sta destando scandalo negli ambienti politici britannici il messaggio di un parlamentare liberal-democratico in coalizione con i Tory di David Cameron, David Ward, che ha scritto: “La grande domanda, se io vivessi a Gaza, è se sparerei un razzo. Probabilmente sì”. Intanto Tesco, la principale catena di supermercati del Regno Unito, da ieri non venderà più prodotti israeliani dei Territori. “Servizio clienti Tesco. Se state chiamando per informazioni sui prodotti da Israele, siete pregati di digitare 1”. Così accoglie i clienti il risponditore automatico del gigante inglese. Riecheggia il vecchio motto “Kauft nicht bei Juden”. Non comprate dagli ebrei.

Fra le promotrici del boicottaggio la drammaturga inglese Caryl Churchill, una presenza fissa al Royal Court Theater di Londra, nella cui pièce “Sette bambini ebrei” mette in bocca queste parole a un israeliano: “Dille che non m’importa se li abbiamo spazzati via. Dille che noi sappiamo odiare meglio. Dille che siamo il popolo eletto”. Los elegidos. Il marchio dell’odio.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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