Bufale dei meridionalisti

Bufale dei meridionalisti

Messaggioda Berto » lun mar 04, 2019 9:32 pm

Bufale dei meridionalisti
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1) Il sud più industrializzato, sviluppato, civilizzato del nord e dal nord depredato

2) Analfabetizzazione forzata del sud da parte dei Savoia

3) La mafia non esisteva prima del 1861, è stata importata e promossa con l'unità d'Italia e imposta al sud dai nordisti

4) Il vittimismo irresponsabile dei sudisti

5) ...
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Bufale dei meridionalisti

Messaggioda Berto » lun mar 04, 2019 9:33 pm

Il sud più industrializzato del nord e dal nord depredato


Riccardo Scarpa, Nordici e Sudici, prefazione di Stefano Folli, Diana
edizioni, Frattamaggiore (Napoli),
pagg. 268, € 15,00

https://www.ilsole24ore.com/art/cultura ... d=ABPssFcC

Quando all'indomani dell'unificazione si fece il primo censimento del Regno d'Italia, si registrò nell'ex territorio borbonico un numero complessivo di occupati dell'industria pari a un milione e 189mila. Sommando gli operai di Lombardia, Piemonte e Liguria, non si arrivava che a 810mila. Nell'ex reame delle Due Sicilie, a Pietrarsa, in Campania, e a Mongiana, in Calabria, erano localizzati i due più importanti stabilimenti siderurgici della Penisola. Il solo opificio di Pietrarsa, all'avanguardia europea nelle costruzione ferroviarie, contava il doppio di addetti rispetto agli stabilimenti genovesi dell'Ansaldo. Ma già nel giro di un decennio la situazione si sarebbe più che ribaltata. E tutta l'industria del Mezzogiorno avrebbe conosciuto dapprima un forte ridimensionamento e poi la totale liquidazione.

Tra i tanti contributi sul drammatico ritardo del Mezzogiorno rispetto al Settentrione, questo del giornalista campano Riccardo Scarpa si segnala per l'ampiezza di documentazione e per la nettezza con la quale, scartando senza esitazione ogni banale interpretazione culturale o peggio ancora antropologica, si individua la causa della penalizzazione in una precisa scelta di politica economica compiuta dai savoiardi già all'indomani dell'impresa di Garibaldi.
In nome di una logica predatoria di sapore coloniale, essi decisero che l'apparato produttivo del Sud, per tanti versi più avanzato e competitivo, andasse smantellato a vantaggio del Nord.
I dati raccolti e ordinai da Scarpa sono convincenti. E travalicano lo stretto ambito industriale. Sempre dal suddetto censimento si apprende che nel Nord per tredici milioni di cittadini c'erano 7.087 medici, mentre nel Sud ne esistevano 9.390 per nove milioni di abitanti.
La flotta mercantile borbonica era la terza in Europa, e i Cantieri Reali di Castellamare costituivano l'eccellenza mondiale per la fabbricazione di navi da guerra. Il Banco delle Due Sicilie, di proprietà pubblica, custodiva riserve auree per un miliardo e 200 milioni di lire contro i 20 milioni del Regno sabaudo, stremato dalle spese di guerra. Cosicchè alla spoliazione delle fabbriche si aggiunse anche quella finanziaria; sempre che, come una consolidata pubblicistica va sostenendo da tempo, non fosse stato proprio il calcolo di risanare a spese altrui un bilancio disastrato il vero motivo che spinse il conte di Cavour e gli inglesi - pesantemente esposti con banche piemontesi – a progettare l'attacco al florido ma militarmente poco organizzato reame meridionale. E quanto all'agricoltura, che nel progetto piemontese avrebbe dovuto sostituire l'industria, essa non riuscì mai a decollare, non solo per la scarsezza degli investimenti ma anche per la propensione del nuovo potere – diffidente verso le plebi meridionali tantopiù dopo la sanguinosa guerra contro il brigantaggio – a sostenere latifondisti per niente disposti a modernizzare la produzione coinvolgendo i contadini.
Tra i tanti spunti offerti dal libro (il titolo riprende una definizione di Camillo Prampolini) c'è anche la riproposizione di un vergognoso episodio della storia nazionale: la deportazione in veri e propri lager, primo dei quali il forte di Fenestrelle, in Val Chisone, di 40mila giovani meridionali che rifiutarono d'indossare la divisa del nuovo Stato.
Quasi tutti morirono per malattie o denutrizione. Una pagina sulla quale, in questi tempi di autocritiche, bisognerebbe tornare a riflettere.
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Re: Bufale dei meridionalisti

Messaggioda Berto » lun mar 04, 2019 9:35 pm

???

8. Il Sud prima dell'Unità

http://www.brigantaggio.net/brigantaggi ... econda.htm

Come risultò dalla Esposizione Internazionale di Parigi del 1856, le Due Sicilie erano lo Stato più industrializzato d'Italia ed il terzo in Europa, dopo Inghilterra e Francia. Dal censimento del 1861 si deduce che, al momento dell'Unità, le Due Sicilie impiegavano nell'industria ad una forza-lavoro pari al 51% di quella complessiva italiana (1). I settori principali erano: cantieristica navale, industria siderurgica, tessile, cartiera, estrattiva e chimica, conciaria, del corallo, vetraria, alimentare. Nel periodo borbonico (1734-1860) la popolazione si era triplicata ad indicare l'aumentato benessere, relativamente ai livelli di quei tempi. Nel 1860 vi erano poco più di nove milioni d'abitanti e la parte attiva era circa il 48%. Le Due Sicilie erano lo Stato italiano preunitario più esteso: comprendeva tutto il Sud dell'Italia, la Sicilia, l'Abruzzo, il Molise e la parte meridionale dell'attuale Lazio. La sua storia era cominciata nel 1130 con l'unificazione compiuta da Ruggero II d'Altavilla. Il regno durò quindi 730 anni, durante i quali i suoi confini rimasero in pratica invariati. Le dinastie che si susseguirono ebbero origini straniere e questo avvenne per l'oggettiva incapacità di generarne una propria, ma occorre rilevare che i sovrani divennero in breve dei Meridionali a tutti gli effetti, assumendone la lingua e le usanze (2). Dopo l'Unità, la classe liberale meridionale contribuì a seppellire sotto una valanga di mistificazioni gli aspetti positivi del Regno delle Due Sicilie, per giustificare la propria adesione alla causa unitaria. Francesco Saverio Nitti ai primi del 1900 rilevava: "Una delle letture più interessanti è quella dell'Almanacco Reale dei Borboni e degli organici delle grandi amministrazioni borboniche. Figurano quasi tutti i nomi di coloro che ora esaltano più le istituzioni nostre [del regno d'Italia] o figurano, tra i beneficiati, i loro padri, i loro figli, i loro fratelli, le loro famiglie (3)". In realtà l'opera dei sovrani meridionali fu per molti versi meritoria: con loro il Sud non solo riaffermò la propria indipendenza ma vide un indiscutibile progresso dell'economia, lo sviluppo del commercio ed il fiorire dell'industrializzazione. All'epoca di Francesco II, l'ultimo re, l'emigrazione era sconosciuta, le tasse molto basse come pure il costo della vita, il tesoro era floridissimo. In campo culturale Napoli contendeva a Parigi la supremazia europea. "La storiografia ufficiale continua ancora a sostenere che, al momento dell'unificazione della penisola, fosse profondo il divario tra il Mezzogiorno d'Italia e il resto dell'Italia: Sud agricolo ed arretrato, Nord industriale ed avanzato. Questa tesi è insostenibile a fronte di documenti inoppugnabili che dimostrano il contrario, ma gli studi in proposito, già pubblicati all'inizio del 1900 e poi proseguiti fino ai giorni nostri, sono considerati dai difensori della storiografia ufficiale, faziosi, filoborbonici, antiliberali e quindi non attendibili (4)". In realtà la Questione Meridionale, tutt'oggi irrisolta, nacque dopo e non prima dell'unità.

La politica economica dei sovrani meridionali fu improntata a diversificare l'economia, allora prevalentemente agricola come nel resto d'Italia e di gran parte d'Europa, favorendo lo sviluppo dell'industria, dell'artigianato e del terziario. Come in altri Stati, anche le Due Sicilie adottarono un iniziale sistema di protezione doganale, che consolidò la nascente industrializzazione, permettendole di raggiungere dimensioni tali da reggere il confronto con il mercato. In tale prima fase, l'obiettivo di Ferdinando II era quello di avere un'industria in grado di soddisfare la domanda interna, per limitare al massimo le importazioni e quindi la dipendenza dall'estero. Il protezionismo fu poi gradualmente mitigato dal 1846 per inserire l'industria, ormai matura, nel meccanismo del commercio europeo: al posto delle vecchie barriere doganali, si strinsero numerosi trattati commerciali. Grazie alla guida di Ferdinando II già nel 1843 gli operai e gli artigiani raggiunsero il 5% dell'intera popolazione occupata (il 7 % alla vigilia dell'Unità), con punte dell'11% in Campania che divenne la regione più industrializzata d'Italia. Complessivamente, per quanto riguarda la parte continentale del Regno, nel 1860 vi erano quasi 5000 opifici. All'epoca era il datore di lavoro a fissare salario ed orario, e il ceto operaio del Sud fu il primo in Italia ad acquisire coscienza, reclamando aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro (5). In occasione del Congresso degli Scienziati, tenutosi a Napoli nel 1845, si cercò di arginare le rivendicazioni affermando che essendo nelle Due Sicilie "più facile e meno caro il vitto, non è il caso di apportare variazioni salariali (6)". Al momento dell'Unità la bilancia commerciale del Regno delle Due Sicilie presentava un bilancio era attivo di 35 milioni di ducati (pari a circa 560 milioni di Euro) (7). Sempre nel 1861 la percentuale dei poveri nel Sud era pari al 1,34% (come si ricava dal primo censimento ufficiale) in linea con quella degli altri stati preunitari. Per attuare la sua politica di sviluppo, Ferdinando II creò grandi aziende statali, ma incentivò anche il sorgere di aziende con capitale suddiviso in azioni di piccolo taglio, per coinvolgere nella proprietà anche i ceti medi. Nel 1851 fu istituita la "Commissione di Statistica generale pe' reali domini continentali" allo scopo di guidare la politica economica del Paese, cui si affiancavano le Giunte Statistiche costituite in ogni provincia e circondario. Altra importante istituzione governativa fu l'Istituto d'Incoraggiamento che incentivava l'iniziativa degli imprenditori privati. Da parte sua il Ministero dei Lavori Pubblici si dedicò allo sviluppo delle comunicazioni interne: di fronte ad una simile politica economica, capitali e imprenditori, nazionali ed esteri, accorsero nel Regno. La critica liberistica ha denunziato gli elevati costi di produzione dell'industria statale delle Due Sicilie, sottacendo l'organica visione dell'economia ferdinandea, in cui si privilegiava lo sviluppo occupazionale senza spostare masse dai luoghi di origine. Lo sviluppo guidato dallo Stato rappresentò un modello originale, e per certi versi pericoloso, in quanto metteva in crisi le logiche meramente liberiste, all'epoca prevalenti. Per questo motivo la propaganda liberale si scagliò contro tale modello di sviluppo. Il rapporto privilegiato del Re con i ceti popolari fu presentato come paternalismo che, assieme al protezionismo, fu bollato dalla storiografia ufficiale quale espressione di una politica miope e retrograda. Si trattò di un modo per nascondere la verità, ad uso e consumo dei vincitori: i proprietari terrieri, eredi del feudalesimo, e la inconcludente borghesia dei "paglietti" contro di cui Ferdinando II aveva invano combattuto. Passiamo ora ad esaminare le varie fonti di ricchezza economica del Sud

Industria metalmeccanica e siderurgica

Nei pressi di Napoli, a Pietrarsa, era attiva la più grande industria metalmeccanica d'Italia, estesa su una superficie di oltre tre ettari. Tra l'altro, era l'unica fabbrica italiana in grado di costruire motrici a vapore per uso navale (8). A Pietrarsa fu istituita anche la "Scuola degli Alunni Macchinisti" che permise alle Due Sicilie, unico Stato della Penisola, ad affrancarsi dalla necessità di disporre di macchinisti navali inglesi. A Pietrarsa venivano costruiti cannoni ed altri armamenti; venivano realizzati prodotti meccanici per uso civile, vagoni, locomotive ed i binari ferroviari (di cui in Italia solo Pietrarsa disponeva della tecnologia costruttiva). Lo stabilimento, inaugurato nel 1840, precedeva di 44 anni la costruzione della Breda e di 57 quella della Fiat. Era uno stabilimento rinomato in tutta Europa e lo Zar Nicola I, dopo averlo visitato, lo prese come esempio per la costruzione del complesso di Kronstadt. Accanto a Pietrarsa sorgevano la Zino ed Henry (poi Macry ed Henry) e la Guppy, entrambe con 600 addetti. Quest'ultima fornì, tra l'altro, il supporto delle 350 lampade per l'illuminazione a gas di Napoli (che fu la terza città europea ad averla, dopo Londra e Parigi).Viceversa al Nord, alla vigilia dell'unità, solo l'Ansaldo di Genova era a livello di grande industria (aveva 480 operai contro i 1.000 di Pietrarsa). Nel 1861, al momento dell'unità, vi erano tre fabbriche in Italia in grado di produrre locomotive: Pietrarsa e Guppy nelle Due Sicilie ed Ansaldo a Genova: l'efficienza e la concorrenzialità delle aziende del Sud è comprovata dal fatto che prima dell'unità esportassero in Toscana e anche in Piemonte (nel 1846 nelle Officine di Pietrarsa furono realizzate sette locomotive per il Regno di Sardegna: Pietrarsa, Corsi, Robertson, Vesuvio, Maria Teresa, Etna e Partenope) (9).

La ferriera di Mongiana sorgeva nei dintorni di Serra San Bruno, nel cuore dell'aspra montagna calabra ricca di minerale di ferro, ed occupava un'area di più di un ettaro. Poco distante, fu più tardi costruita Ferdinandea: oggi Mongiana è un borgo di pochi abitanti e Ferdinandea è spopolata, ma nel trentennio che precedette la fine del Regno il fermento era vivissimo. Nel marzo del 1861, quando fu proclamato il Regno d'Italia, gli addetti allo stabilimento di Mongiana erano 762 e si produceva ghisa e ferro malleabile d'ottima qualità che servì per la realizzazione delle catene, da circa 150 tonnellate, dei due magnifici ponti sul Garigliano e sul Calore (realizzati rispettivamente nel 1832 e nel 1835). Il complesso siderurgico calabrese di Mongiana e Ferdinandea era, fino al 1860, il maggiore produttore d'Italia di ghisa e semi-lavorati per l'industria metalmeccanica: produsse a pieno regime 13.000 cantaja di ghisa annue (circa 1.150 tonnellate). Altri impianti metallurgici erano attivi in tutti il Sud ma è "impossibile elencare tutti i piccoli e medi opifici metalmeccanici sorti grazie all'intraprendenza degli artigiani locali o di imprenditori del settore tessile interessati ad acquistare le macchine necessarie" (10).

Flotta Mercantile e Cantieristica Navale

Le Due Sicilie disponevano di una flotta mercantile pari ai 4/5 del naviglio italiano ed era la quarta del mondo: ne facevano parte oltre 9800 bastimenti ed un centinaio di questi (incluse le militari) erano a vapore (11); fu la prima flotta italiana a collegare l'Italia con l'America ed il Pacifico. Con circa quaranta cantieri di una certa rilevanza, era nettamente in testa rispetto al resto d'Italia. Il primo vascello a vapore del Mediterraneo fu costruito nelle Due Sicilie nel 1818 e fu anche il primo al mondo a navigare per mare e non su acque interne: era il Ferdinando I, realizzato nel cantiere di Stanislao Filosa al Ponte di Vigliena presso Napoli. l'Inghilterra dovette aspettare altri quattro anni per metterne in mare uno, il Monkey, nel 1822. All'epoca fu tanto grande la meraviglia per quella nave, che fu riprodotta dai pittori in numerosi quadri, ora sparsi per il mondo, come ad esempio quello della Collezione MacPherson e l'altro della Camera di Commercio di Marsiglia. Il cantiere di Castellammare di Stabia, con 1.800 operai, era il più grande del Mediterraneo. Al momento della conquista piemontese stava attrezzandosi per la costruzione di scafi in ferro. L'arsenale-cantiere di Napoli, con 1.600 operai, era l'unico in Italia ad avere un bacino di carenaggio in muratura lungo 75 metri.

Sono patrimonio delle Due Sicilie anche: la prima compagnia di navigazione a vapore del Mediterraneo (1836), che svolgeva un servizio regolare e periodico compreso il trasporto della corrispondenza; navi come il "Real Ferdinando" che potevano trasportare duecento passeggeri da Palermo a Napoli; la prima convenzione postale marittima d'Italia; la stesura del primo codice marittimo italiano del 1781 (ad opera di Michele De Jorio di Procida, che fu copiato da Domenico Azuni il quale se ne assunse la paternità), frutto di una tradizione che risaliva ai tempi delle Tavole della Repubblica Marinara di Amalfi e delle legislazioni meridionali successive. Le principali scuole nautiche erano a Catania, Cefalù, Messina, Palermo, Riposto (CT), Trapani, Bari, Castellammare, Gaeta, Napoli, Procida, Reggio (12). Fu riattivato il porto di Brindisi (1775) che era chiuso da secoli. Nel 1831 entrò in servizio la nave "Francesco I" che copriva la linea Palermo, Civitavecchia, Livorno, Genova, Marsiglia. La stessa nave anche effettuò la prima crociera turistica del mondo, nel 1833, in anticipo di più di 50 anni su quelle che seguirono: durò tre mesi con partenza da Napoli, arrivo a Costantinopoli (dove destò l'ammirazione del sultano) e ritorno con diversi scali intermedi. La crociera fu così splendida per comodità e lusso che fece dire " Non si fa meglio oggi" e " Il Francesco I è il più grande e il più bello di quanti piroscafi siansi veduti fin d'ora nel Mediterraneo, gli altri sono inferiori, i pacchetti francesi "Enrico IV" e " Sully" hanno le macchine di forza di 80 cavalli (mentre la macchina del Francesco I è di 120) (...) i due pacchetti genovesi si valutano poco, il "Maria Luisa" (del Regno di Sardegna) è piccolo, la sua macchina non oltrepassa la forza di 25 cavalli, e quantunque una volta siasi fatto vedere nei porti del Mediterraneo, adesso è destinato per la sola navigazione del Po." (13). Nel 1847 fu introdotta per la prima volta in Italia la propulsione a elica con la nave "Giglio delle Onde". Erano operativi regolari servizi passeggeri che collegavano i principali porti delle Due Sicilie: isole come Ponza, Ustica, Lampedusa, Linosa furono ripopolate affrancando la popolazione residente dall'incubo delle incursioni dei pirati barbareschi.

Produzione tessile

Prima dell'Unità il settore cotoniero vantava quattro stabilimenti con 1.000 o più operai (1425 alla Von Willer di Salerno, 1160 in un'altra filanda della provincia, 1129 nella filanda di Pellazzano, 2159 in quella di Piedimonte e un migliaio nella Aninis-Ruggeri di Messina); nello stesso periodo gli stabilimenti lombardi a stento raggiungevano i 414 operai della filatura Ponti. Tutto il Salernitano divenne il comprensorio in cui si concentrò per eccellenza l'industria tessile, che fiorì anche ad Arpino nella valle del Liri, nel circondario di Sora. "Un particolare riferimento va fatto per il lino e la canapa: con quest'industria, nella quale trovavano impiego ben 100.000 tessitrici e 60.000 telai, fu così dato lavoro a tutto un mondo rurale prevalentemente femminile" (14) .Il medesimo sviluppo coinvolse la produzione della lana grazie all'introduzione di capi razza "merino", conservando la manifattura i caratteri di industria domestica. Il Sud era inizialmente indietro nella produzione della seta, che incideva solo per il 17,5% della produzione complessiva italiana. In seguito all'incremento delle piantagioni di gelsi ed all'allevamento del baco si ebbe dal 1835 (15) un rinnovato sviluppo dell'industria della seta e nuove filande sorsero in Calabria, in Lucania, in Abruzzo. Molto famoso in tutta Europa era l'opificio di San Leucio, che godeva di un particolare statuto, redatto da re Ferdinando I. Ricordiamo anche gli stabilimenti di Nicola Fenizio che davano lavoro a più di 4 mila persone e che esportavano in tutto il mondo, tanto che i concorrenti arrivarono a contraffarne il marchio.

Cartiere

Le cartiere meridionali erano fiorenti a livello internazionale. Ricordiamo quella di Fibreno, la più grande d'Italia e una delle più note d'Europa con 500 operai, oltre a quelle del Rapido, della Melfa, della costiera amalfitana. Nella sola valle del Liri (16) il giro d'affari delle nove cartiere della zona era di 8-900 mila ducati annui, grazie anche agli ingenti investimenti fatti per dotarle delle migliori tecniche dell'epoca. Le cartiere avevano destato l'ammirazione dei maggiori industriali del ramo: nel 1829 Niccolò Miliani, proprietario delle note cartiere di Fabriano, visitò la Valle del Liri e si meravigliò di vedere "un foglio di carta grande come un lenzuolo", e si chiese "come diavolo si potevano ottenere formati così grandi". Le cartiere del Sud, grazie all'elevata qualità del prodotto esportavano sia nell'Italia settentrionale che all'estero.


Industria Estrattiva e Chimica

Il Sud disponeva dell'importantissima produzione dello zolfo siciliano, che copriva il 90% della produzione mondiale e da sola assorbiva il 33% degli addetti di tutta l'industria estrattiva italiana. Aveva un peso economico notevolissimo e ancora negli anni immediatamente post-unitari provenivano dal Sud i 2/3 delle produzioni chimiche italiane. La chimica industriale dell'800 era quasi del tutto basata sullo zolfo, specialmente l'industria degli esplodenti per le armi: è pertanto chiaro l'enorme valore strategico di tale produzione ed il conseguente atteggiamento dell'Inghilterra nella questione "degli zolfi siciliani". A Napoli e dintorni sorsero anche fabbriche di amido, di cloruro di calce, di acido nitrico, di acido muriatico, di acido solforico ed infine di colori chimici. Le risorse del sottosuolo (zolfo, ferro, bitume, marmo, pozzolana) erano sapientemente sfruttate a livello industriale.

L'Industria conciaria

Era un settore sviluppato e di gran pregio: a Napoli, a Castellammare, a Tropea, a Teramo; in Puglia erano sorte concerie per i cuoi che giungevano nel Regno per l'ultima finitura. Venivano prodotti finimenti di cavalli e carrozze, selleria, stivali, cuoi di lusso, esportati in Inghilterra, Francia, America. Nell'ambito della lavorazione delle pelli ci si specializzò nella produzione di guanti. A questa lavorazione e dovuto il nome ad uno dei più centrali quartieri di Napoli: "I guantai nuovi". I guanti napoletani erano reputati i migliori d'Europa (se ne producevano il quintuplo di Milano, Torino e Genova messe assieme) e costavano meno di quelli prodotti in Francia: per questo si esportavano ovunque, anche in Inghilterra dove l'Arsay, redigendo le leggi del perfetto gentiluomo, asseriva la necessità dell'uso di sei diverse paia di guanti al giorno.

L'Industria del corallo

Particolarmente pregiati i coralli del mare in prossimità di Trapani, della penisola sorrentina, di Capri. Erano dei più vari colori, dal bianco marmoreo, al rosso, al nero d'ebano ed erano destinati all'oreficeria e all'ornamento di arredi e oggetti sacri. La pesca, faticosa e pericolosa, era effettuata calando delle speciali reti lanciate in mare dalle barche in movimento. I più arditi erano i corallari di Trapani, seguiti da quelli di Torre del Greco che vantavano dalle tre alle quattrocento feluche con sette uomini ognuna. Michele di Iorio, insigne autore del "Codice di navigazione" sotto Ferdinando IV, redasse anche un "codice corallino". Fu istituita la "Compagnia del corallo" per facilitare il credito, e furono fondate fabbriche-scuola per la lavorazione a Torre del Greco ed a Napoli. L'industria del corallo era così fiorente che si arrivò in breve a quaranta fabbriche con 3.200 operai. Fu istituita anche un'apposita fiera, dal primo all'otto maggio di ogni anno, molto frequentata da compratori stranieri.

Saline

Situate in Puglia ed in Sicilia erano le più importanti d'Europa. Le prime erano considerate dai Borbone "la perla della loro corona", soprattutto da Ferdinando II che le visitò più volte e migliorò le condizioni di vita dei salinari. Nel 1847, in località San Cassiano, fondò la colonia agricola di San Ferdinando di Puglia (nel 1879 ribattezzata "Margherita di Savoia"), popolandola con i lavoratori delle Saline e distribuendo gratuitamente i terreni ed i capitali per le case popolari. Così, in vent'anni, la popolazione locale raddoppiò di numero. Il sale della Puglia era molto apprezzato, tanto da essere preferito a quello spagnolo ed era sfruttato sia per scopi alimentari sia per usi industriali. Di straordinaria importanza erano anche le saline siciliane "nella sola area di Stagnone (bacino marino antistante Trapani) si trovavano trentuno saline con centinaia di mulini a vento (quelli a sei pale in legno di tipo olandese) che davano una produzione annua di ben 110mila tonnellate di sale" (17).

Vetri e Cristalli

A Napoli sorgevano due grandi fabbriche di vetri e cristalli, per le quali si erano fatti venire operai e macchine dall'estero; in breve la produzione del Regno poté competere con quella di Francia e Germania e i quattro quinti della richiesta nazionale erano soddisfatti dall'industria napoletana, parte dei vetri prodotti era esportata a Tunisi, ad Algeri e persino in America. Ci sembra poi superfluo soffermarsi sulla fabbrica di porcellane di Capodimonte, voluta da Carlo III e famosa in tutto il mondo.

Agricoltura ed allevamento

I dati (18) indicano che nel 1860 il Sud, che conta il 36.7 % della popolazione d'Italia, pur non avendo nulla che si possa paragonare alla pianura padana produce il 50.4% di grano; l'80.2% di orzo e avena; il 53% di patate; il 41.5% di legumi; il 60% di olio, favorito in questo anche dal clima che consente spesso due raccolti l'anno; si svilupparono le coltivazioni di agrumi e di piante idonee al suolo arido: l'olivo, la vite, il fico, il ciliegio ed il mandorlo (19). Nelle Due Sicilie l'ultima vera grande carestia fu negli anni 1763-64 e successivamente, dai dati complessivi si ricava che un meridionale, tra grano e granaglie aveva una razione quotidiana di 418 grammi di carboidrati. Nella restante parte della Penisola la razione si riduceva a 270. La dieta del meridionale dell'epoca era quella tipica mediterranea, ricca di verdura, ortaggi, frutta, pesce, latte e derivati, pane e pasta (20). Particolare risalto è da dare all'opera di Carlo di Borbone che introdusse riduzioni delle tasse per i proprietari che avessero coltivato i loro terreni ad uliveto. Fu così che nella buona terra pugliese misero radici gli ulivi: oggi su 180 milioni di alberi italiani ben 50 milioni sono localizzati in Puglia, la regione olivicola più importante del mondo con il 10% della produzione totale di olio. Un decreto emanato il 12 dicembre 1844 da Ferdinando II prescriveva la necessità di un "certificato di origine" per l'olio di oliva che era esportato in tutto il mondo, Stati Uniti compresi. L'industria alimentare era legata all'ottima produzione di grano duro e vantava i migliori pastifici d'Italia, circa cento (provincia di Napoli, Crotone e Catanzaro) che esportavano in molti paesi stranieri, compreso Russia, America, Svezia e Grecia. Un accenno alla pizza che, pur presente da secoli sulle tavole mediterranee, ha celebrato i suoi trionfi proprio nella Napoli capitale delle Due Sicilie; presente anche nella mensa dei re Borbone, questi l'apprezzarono ma non imposero nessun nome di famiglia (21).

Per quanto riguarda l'allevamento, considerando il numero dei capi, il Sud era in testa in quello ovino, caprino, equino e dei maiali, poco al di sotto del resto dell'Italia per quello caprino e molto al di sotto per quello bovino (22). Tra gli Abruzzi e la Puglia continuava, come fin dall'epoca romana, la transumanza delle greggi che si svolgeva su sentieri chiamati tratturi e che era regolata da un codice molto particolareggiato che prevedeva il pascolo nel Tavoliere dal 29 settembre all'otto maggio. In quel mese si svolgeva la grande fiera zootecnica di Foggia alla quale era tradizione partecipasse il Re, vestito alla maniera paesana. Vivacissima era anche l'attività dei caseifici la cui lavorazione riguardava particolarmente il latte di pecora, ma il cui fiore all'occhiello era naturalmente la mozzarella di bufala; numerosissimi gli stabilimenti ittici (ad esempio le tonnare di Favignana), del pomodoro, famose le fabbriche di liquirizia in Calabria e dei confetti a Sulmona. Infine segnaliamo la coltivazione e la lavorazione del tabacco dove il Sud era all'avanguardia con la importante manifattura di Napoli che occupava agli inizi degli anni 1850 più di 1.700 operaie (poi ridotte per introduzione di macchinari più moderni), e che esportava in tutta Europa. Inoltre dal primo censimento della popolazione d'Italia del 1861 (a pochi mesi dall'Unità) si ricava che il Sud, che contava 36.7% della popolazione italiana, aveva il 56,3% dei braccianti agricoli e il 55,8% degli operai agricoli specializzati. Quando nel 1887-88 il protezionismo chiuderà gli sbocchi esteri, l'agricoltura del Sud subirà un colpo mortale. Quella non era, infatti, solo un'agricoltura di sussistenza e autoconsumo, bensì mercantile, destinata all'esportazione: a quel punto la enorme massa di operai agricoli non ebbe più lavoro e non poté far altro che emigrare.

Il sistema monetario, il costo della vita, la tassazione

Il 20 aprile del 1818 Ferdinando I emanò una direttiva che uniformava il sistema monetario della parte continentale ed insulare del regno delle Due Sicilie. La moneta, la più solida d'Italia, era il Ducato, presente in circolazione in coni aurei da 3, 4, 6, 15, 30. Il Ducato era suddiviso in 10 Carlini, che equivaleva a sua volta a 10 Grana. Vi era poi il Tornese (2 tornesi equivalevano a un grano, cioè ad un centesimo di Ducato) e infine il Cavallo (6 cavalli equivalevano ad un Tornese). In Sicilia la moneta era l'Oncia, circolante in coni da 1 e da 2, e valeva 3 Ducati. Era suddivisa in 30 Tarì, ovvero in 300 Baiocchi. Il Grano (pari a mezzo Baiocco, o a 6 Piccioli) valeva quindi 2 Grana napoletani. Il cambio nel 1859 era 1 Ducato = 4,25 Lire. Il coefficiente d'aggiornamento ISTAT, opportunamente ricalcolato per tener conto dell'anno 1860, è pari a 7.346,7. Pertanto, un Ducato Napoletano equivale a lire 31.223,47, pari ad Euro 16,13. L'Oncia siciliana valeva 48, 39 Euro. Le monete erano coniate in oro, argento e rame. I maestri incisori della Regia Zecca a S. Agostino Maggiore erano così rinomati in Europa, per la bellezza delle realizzazioni, che i saggi di conio dell'istituto d'emissione inglese erano spesso inviati a Napoli per un parere tecnico. Tutto il sistema monetario nel suo complesso era garantito in oro nel rapporto uno ad uno, la lira piemontese invece era garantita nel rapporto tre ad uno (ogni tre lire in circolazione erano garantite da una sola lira oro). La storia numismatica delle Due Sicilie risaliva a 2500 anni prima con le zecche della Magna Grecia, quando in molte parti d'Italia e del mondo era ancora in uso il baratto in natura! Ci pensò Garibaldi con il decreto del 17 agosto 1860 a sopprimere il millenario sistema monetario siciliano e successivamente il governo unitario mise fuori corso il Ducato con la legge del 24 agosto 1862, triplicando in un sol colpo la massa monetaria incamerata con l'annessione del Sud (23).

Il costo della vita era basso rispetto agli altri Stati preunitari e lo si può dimostrare paragonando i salari con il costo dei generi di prima necessità: la giornata di lavoro di un contadino era pagata il corrispondente odierno di 3 € (15-20 Grana di allora), quella degli operai generici valeva in media 5 € che salivano a 6,50 € per quelli specializzati (dai 20 ai 40 grana); 13 € spettavano ai maestri d'opera (80 grana). A tali retribuzioni veniva aggiunto un soprassoldo giornaliero di 10-15 grana per il vitto. Un impiegato statale percepiva 15 ducati al mese, la paga di un colonnello di fanteria era di 105 ducati (1680 €), quella di un tenente di fanteria 23 ducati (370 €). Sul versante dei costi riportiamo che un rotolo di pane (800 grammi) (24) costava 6 grana (1 €) , un equivalente di maccheroni 8 grana (1,30 €) , di carne bovina 16 grana (2,5 €), un litro di vino 3 grana (0.50 €), tre pizze 2 grana (0,32 €) (25).

Il livello impositivo era il più mite di tutti gli Stati Italiani (sulla tomba di Tanucci, ministro delle finanze per 40 anni, troviamo scritto che non impose nuovi balzelli) (26). La contribuzione diretta era praticamente basata solo sull'imposta fondiaria, quella indiretta solo su quattro tributi.

Tav.1 - Il prelievo fiscale diretto nelle Due Sicilie (27).

Imposta fondiaria,
Addizionale per il debito pubblico,
Addizionali per le Province,
Esazione

Tav.2 - Gli strumenti fiscali indiretti nelle Due Sicilie (28)

Dazi (dogane e monopoli).
Imposta del Registro e bollo.
Tassa postale.
Imposta sulla Lotteria.

Entrambi questi tipi di tributi diretti ed indiretti, pur non essendo stati più aumentati né in numero né in aliquota, determinarono un aumento delle entrate da 16 milioni di ducati del 1815 ai 30 milioni del 1859, questo a dimostrazione della crescita generale di quella fiorente economia. Viceversa nel periodo 1848-1860 il governo piemontese impone ben 22 nuove tasse (29).

Le banche ( "i banchi") nel 1700 erano sette (S.Giacomo, del Salvatore, S.Eligio, del Popolo, dello Spirito Santo, della Pietà e dei Poveri) e le loro condizioni si mantennero floridissime fino alla fine del '700. Nel 1803 ci fu un primo accorpamento che fu completato il 12 dicembre del 1816 con la creazione del "Banco delle Due Sicilie" che successivamente si chiamò "Banco di Napoli" nella parte continentale del regno e "Banco di Sicilia" nell'Isola; in questi istituti si aprivano conti correnti e si concedevano prestiti a mutuo o su pegni come negli antichi banchi (30).

Opere pubbliche

Tra le più importanti realizzazioni ricordiamo il ponte Ferdinandeo sul fiume Garigliano del 1832: è stato il primo ponte sospeso in ferro d'Italia (tra i primi del mondo), costruito in 4 anni con 68.857 chilogrammi di ferro (31) e collaudato dallo stesso Ferdinando II che ci fece passare sopra due squadroni di lancieri a cavallo e sedici carri pesanti di artiglieria; orgoglio delle Due Sicilie, resistette fino al 1943 quando i tedeschi, dopo averci fatto transitare il 60 % della propria armata in ritirata, compresi carri e panzer, lo distrussero. Fu seguito dalla costruzione di un ponte simile sul fiume Calore, inaugurato nel 1835.

Segnaliamo poi: il Primo telegrafo elettrico d'Italia (1852), la Prima rete di Fari con sistema lenticolare (1841), la Prima ferrovia e Prima stazione d'Italia Napoli Portici (1839): lungo questa prima linea si sviluppano nuovi agglomerati urbani che costituiscono la struttura del nascente polo industriale attorno alla Capitale. L'anno successivo fu inaugurata dagli Asburgo la Milano-Monza, nel 1845 la prima ferrovia veneta (Padova-Vicenza) e addirittura bisognerà aspettare nove anni per vedere la prima piemontese (Torino-Moncalieri) e la prima toscana (Firenze-Prato).

L'ingenerosa critica storica ha fatto prevalere la tesi della costruzione ferroviaria borbonica per esclusiva vanità della corte di collegare la capitale alle residenze reali di Caserta e di Portici, altri ancora sostennero che la ferrovia fu realizzata per spostare più velocemente le truppe della guarnigione di Capua, in caso di disordini a Napoli; è certamente vero che tutte le ferrovie dei diversi stati nacquero anche con finalità strategiche e militari (32) ma in realtà gli scopi principali erano ben diversi. Ferdinando II, nel discorso pronunciato nell'ottobre 1839, all'inaugurazione della Napoli-Portici, ebbe a dire: "Questo cammino ferrato gioverà senza dubbio al commercio e considerando che tale nuova strada debba riuscire di utilità al mio popolo, assai più godo nel mio pensiero che, terminati i lavori fino a Nocera e Castellammare, io possa vederli tosto proseguiti per Avellino fino al lido del Mare Adriatico" (33). La ferrovia raggiunse nel 1840 Torre del Greco, Castellammare di Stabia nel 1842, Nocera nel 1844, contemporaneamente un altro tronco puntava a nord raggiungendo Caserta nel 1843 e Capua nel 1844; in questo stesso anno sulla Napoli-Castellammare transitarono ben 1.117.713 viaggiatori, in gran parte "pendolari" che quotidianamente si recavano nella capitale per lavoro, le tariffe erano basse sia per il trasporto dei passeggeri (diviso in tre classi) che delle merci .

Dalla cronaca del "Giornale delle Due Sicilie" (34) dell'epoca si legge: "Ad un segnale dato dall'alto della Tenda Reale parte dalla stazione di Napoli il primo convoglio composto di vetture sulle quali ordinatamente andavano gli invitati, gli ufficiali, i soldati e i marinai (...) S.M. con la Real Famiglia prese posto nella Real Vettura". "Le popolazioni di Napoli e delle terre vicine - si leggeva sulla cronaca di altri giornali - accorrevano in grandissimo numero come ad uno spettacolo nuovo, tutte le deliziose ville attraversate dalla strada si andavano riempiendo di gentiluomini e di dame vestite in giorno di festa (...) con tanto entusiasmo traesse d'ogni parte sulla nuova strada e giunto colà facesse allegrezza grande come per faustissimo avvenimento"; erano 7411 metri che furono percorsi in quindici minuti (velocità 20 km/h) dal convoglio guidato dalla locomotiva "Vesuvio".

Dobbiamo ricordare il progetto borbonico di una rete ferroviaria diretta a collegare il Tirreno all'Adriatico con due arterie principali a doppio binario: la Napoli-Brindisi, che tagliava in due parti quasi esatte il regno, e la Napoli-Pescara. Le concessioni furono stipulate il 16 aprile del 1855, con un dettagliato protocollo che prevedeva tempi e modi di realizzazione. La ferrovia avrebbe accorciato notevolmente i tempi di collegamento (previsti in quattro ore al posto dei giorni di navigazione via mare). Erano previste nuove arterie stradali comunicanti con le stazioni ferroviarie in modo da favorire il trasporto sia dei passeggeri che soprattutto delle merci e del bestiame, come pure delle diramazioni per collegare le nuove linee ferrate a quelle dello Stato della Chiesa e di conseguenza a quelle degli altri stati italiani preunitari e del resto d'Europa. Furono anche progettate due litoranee: una da Napoli alla Calabria meridionale con diramazione a Taranto e l'altra da Brindisi ad Ancona (e da lì comunicante con Bologna e Venezia).

L'ultimo re Francesco II diede un'accelerazione alla costruzione delle strade ferrate ma non ebbe il tempo di completarle e così, se è vero che la lunghezza complessiva delle ferrovie meridionali, al momento dell'Unità, era inferiore a quella di altri stati italiani preunitari (37), anche per le caratteristiche del territorio prevalentemente montuoso che in nulla assomigliava alle pianure del Nord e che non ne facilitava la costruzione, è comunque accettato da tutti che come qualità tecnico-costruttiva fossero le migliori.

Per ciò che concerne, invece, le strade, esse erano senza dubbio insufficienti, ma anche in questo campo le Due Sicilie pagavano lo scotto della conformazione del Paese, prevalentemente montuoso, che rendeva più rapido ed economico lo sviluppo delle vie marittime; comunque il governo borbonico si era seriamente impegnato nella costruzione di nuovi tracciati progettati da ingegneri che erano alle dirette dipendenze dello Stato, tra di essi ricordiamo Carlo Afan de Rivera e Ferdinando Rocco. Alcune arterie sono dei veri e propri capolavori come la Civita Farnese (tra Arce e Itri) che, pur correndo quasi completamente in territorio montano, in nessun tratto superava la pendenza del 5% il che permetteva l'agevole trasporto di merci su carri, e la Pescara-Sulmona-Napoli dove ancora oggi si possono osservare le pietre miliari che indicano la distanza dalla antica capitale. L'ossatura di alcune strade borboniche viene attualmente sfruttata per il passaggio di veicoli molto pesanti come i TIR a testimonianza della validità dei loro progetti.

Altre interessanti realizzazioni furono l'illuminazione a gas di Napoli, prima in Italia (1840) e terza in Europa (dopo Londra e Parigi). Napoli fu anche la prima città d'Italia in cui fu organizzato nel 1852 un esperimento d'illuminazione elettrica; la bonifica e conseguente sistemazione idrogeologica delle paludi Sipontine (Manfredonia), di quelle di Brindisi, del bacino inferiore del Volturno e della Terra di Lavoro (Regi Lagni): in quest'ultimo territorio furono restituite al lavoro agricolo 53 miglia quadrate di paludi, realizzati 100 miglia di canali di bonifica, muniti d'argine e controfossi, lungo i quali furono posti a dimora 150.000 alberi; costruite 70 miglia di strade, e furono piantati altri 120.000 alberi che attraversavano la campagna in tutti i sensi.

Ricordiamo inoltre la realizzazione del confine terrestre: col trattato firmato a Roma il 27 Settembre 1840 e ratificato il 15 Aprile 1852 fu stabilita la linea di separazione con l'unico stato confinante, quello Pontificio. Papa Gregorio XVI e re Ferdinando II decisero di posizionare nel terreno ben 686 cippi che partivano da Gaeta sul Tirreno e giungevano fino a Porto d'Ascoli sull'Adriatico. Erano piccole colonne cilindriche in pietra con incisa sulla sommità la direzione del confine: sul lato dello Stato Pontificio due chiavi incrociate e l'anno di apposizione (1846 o 1847) e verso il regno borbonico un giglio stilizzato ed il numero progressivo della colonnina, crescente verso il nord. Alti un metro, del diametro di quaranta centimetri e del peso di 700/800 chili, i cippi furono realizzati da ambedue i confinanti; e sotto ciascuno di essi fu sotterrata una medaglia di lega metallica recante lo stemma dei due Stati. Questa semplice, ma allo stesso tempo elegante e civile demarcazione fu abbattuta all'arrivo dei Piemontesi. Alcuni di essi sono stati di recente restaurati e riposizionati grazie all'opera di un gruppo di ricercatori coordinati da Argentino D'Arpino..

Menzioniamo ancora l'istituzione dei Monti di Pegno e Frumentari in tutto il Regno, veri e propri crediti agrari che prestavano denaro ad interessi bassissimi. Va ricordata infine la creazione del primo Corpo dei vigili del fuoco italiano e l'Istituzione di Collegi Militari quali la Nunziatella.

Conquiste Sociali e Civili

Nelle Due Sicilie ci fu l'istituzione del primo sistema pensionistico in Italia (con ritenute del 2 % sugli stipendi degli impiegati). Vi era inoltre la più alta percentuale di medici per abitanti in Italia ed il minor tasso di mortalità infantile d'Italia. Il Regno possedeva i maggiori edifici per l'assistenza ai poveri (a Napoli e Palermo) e il Cimitero delle 366 fosse, a Poggioreale, creato per dare degna sepoltura ai poveri (invece delle fosse comuni, vi erano grandi lapidi, una per ogni giorno dell'anno). Da ricordare lo Statuto della seteria di S.Leucio, dettato personalmente da Ferdinando I, rifinito dai suoi giuristi nel 1789, che risentiva fortemente delle idee illuministe di Rosseau e che fu magnificato in tutta Europa- Lo statuto prevedeva, con decenni di anticipo sulle prime normative inglesi del lavoro, diritti e servizi per ogni membro della comunità: casa, attrezzi di lavoro, assistenza medica, istruzione obbligatoria per tutti i bambini dopo i 6 anni, pensione di invalidità e di vecchiaia, mezzi di sussistenza per la vedova e gli orfani dei lavoratori, "nè resti esclusa la femmina dalla paterna eredità ancorché vi siano i maschi". Per questi motivi San Leucio fu definita " repubblica socialista". Degna di nota la Convenzione stipulata il 14 febbraio 1838 con l'Inghilterra e la Francia per la lotta contro la tratta degli schiavi.

Le Due Sicilie: da stato feudale a stato centralistico

All'avvento dei Borbone Lo Stato era ancora feudale, pieno di uomini chiamati "eccellenza" e "don" [riportati anche negli atti ufficiali]. Si trattava di baroni e di alti prelati che possedevano gran parte delle terre, nelle quali esercitavano addirittura una propria giurisdizione penale e civile. "I feudatari del regno non avrebbero mai permesso la realizzazione pacifica di una riforma che intaccava una prerogativa della quale essi erano particolarmente gelosi (...) il potere del baronaggio si fondava specialmente sulla grande potenza economica che i suoi rappresentanti avevano realizzato mediante vari strumenti tra i quali il più efficace era certamente la giurisdizione" (36).

Il Sud era inoltre considerato dal papa uno stato vassallo e Re Carlo, coadiuvato nel governo dal Ministro Bernardo Tanucci (1698-1782), cominciò un'opera di affrancamento da questa secolare sudditanza. Realizzò un Catasto che permise la tassazione dei beni ecclesiastici [cosa più unica che rara in Europa, non esistendo neanche in Francia]. Stipulò il 2 giugno 1741 un Concordato col Papa in cui venivano ridotti alcuni privilegi del clero, come il diritto di asilo e l'immunità penale. Nel 1767 estromise i gesuiti dal regno, confiscando i loro beni e trasformando in pubbliche le loro scuole. Nel 1759, alla morte del fratello Ferdinando VI, Carlo fu proclamato re di Spagna e abdicò in favore del figlio Ferdinando. Questi continuò l'opera di separazione tra Stato e Chiesa. Nel 1776 soppresse l'omaggio feudale della Chinea, "una cavalla bianca ingualdrappata, con sopra il basto uno scrigno di denari e gioielli che, dai tempi di Carlo d'Angiò, il re di Napoli ogni anno, il 29 giugno deve al papa in segno di vassallaggio" (37). Venne limitato l'esorbitante numero di ecclesiastici (che nel 1786 erano circa centomila, con un rapporto di 1 ogni 48 abitanti) che tra l'altro controllavano l'anagrafe (stato civile, nascita, matrimonio, morte) nonché avevano la funzione di pubblica istruzione. Con il Concordato del 25 febbraio 1818, scomparve nelle Due Sicilie qualsiasi forma di immunità ecclesiale, furono ridotte le diocesi del Regno e solo 22 di esse erano direttamente soggette alla Santa Sede, nelle altre si affermò il diritto reale di nominare i vescovi. Nonostante questi provvedimenti, rimase intatta la comune azione tra le istituzioni e il clero nei riguardi del mondo culturale, dell'istruzione e dell'assistenza. La religiosità del popolo meridionale rimase fortissima e scandiva la vita quotidiana del Regno (con le relative funzioni, la recita del rosario, le processioni come quella solenne dell'otto dicembre, festa Nazionale, la tradizione natalizia del presepio). Alcuni viaggiatori stranieri, di religione protestante, affermavano che si trattasse una "cristianità senza Cristo" perché tutti si affidavano ad un santo per intercedere presso Dio (San Gennaro e Sant'Antonio, solo per citare i due più prestigiosi) (38). Nel 1798-99 ci fu la prima invasione francese del regno con l'esperienza della Repubblica Napoletana (liquidata dopo pochi mesi dall'insorgenza dei sanfedisti del cardinale calabrese Fabrizio Ruffo) (39); Ferdinando I non ratificò l'abolizione della feudalità, che la Repubblica aveva deliberato sulla carta, per non inimicarsi la Chiesa che tanta parte aveva avuto nell'insorgenza sanfedista.

Seguì la seconda invasione con la decennale occupazione francese ed i re Giuseppe Buonaparte (1806-1808) e Gioacchino Murat (1808-1815). Terminata l'avventura napoleonica, negli stati tornarono i legittimi sovrani (la Restaurazione). Nelle Due Sicilie re Ferdinando I e i suoi ministri ebbero il merito di lasciare immodificate le innovazioni fatte dai Francesi mentre, Piemonte in prima fila, gli altri Stati procedettero ad una politica reazionaria. Persino Tito Manzi, che era stato un influente esponente del governo del Murat, ebbe ad affermare che, nonostante la presenza nel regno delle truppe austriache fino all'agosto del 1817, Napoli spiccava nel quadro a tinte fosche [della Restaurazione] come la sola capitale italiana dove ci si premurasse con successo di "accrescere la forza del governo" e di migliorare insieme ad essa "la sorte del popolo" (...), di concentrare saldamente il potere nelle mani sovrane e organizzare amministrazioni efficienti e funzionali, dare forza allo Stato, sottrarne ai vecchi corpi privilegiati, la nobiltà e il clero" (40). L'amministrazione dello Stato, trasformata dai francesi da feudale (con i mille "poteri" periferici baronali ed ecclesiastici) in una fortemente centralizzata, rimase intatta, con sette ministeri a Napoli (Interni, Esteri, Grazia e Giustizia, Affari ecclesiastici, Finanze, Guerra e Marina, Polizia) più un luogotenente generale per la Sicilia, in Palermo, con altrettanti dipartimenti alle sue dipendenze. L'autorità periferiche era composta da funzionari di nomina regia, che rispondevano direttamente conto al ministro dell'Interno. A capo delle Province (che avevano la dignità delle attuali regioni) vi erano gli Intendenti, affiancati dal Consiglio Provinciale. I Distretti (corrispondenti alle attuali province) erano guidati dai Vice Intendenti; e dai Consigli Distrettuali. I Comuni erano amministrati da un Consiglio, chiamato Decurionato (tre decurioni ogni 1000 abitanti), nominati dall'Intendente sulla base di liste di eleggibili (che tenevano conto del censo e delle capacità personali). Il consiglio comunale proponeva ogni tre anni una terna di candidati alla carica di sindaco. La scelta veniva quindi eseguita dall'intendente. Il sindaco era a capo dell'amministrazione comunale, ed aveva alle sue dipendenze gli impiegati amministrativi, gli addetti ai vari pubblici servizi e il medico condotto. Quasi tutti i burocrati si erano formati nel decennio di dominazione francese e furono confermati ai loro posti (fu la cosiddetta politica "dell'amalgama") per non disperdere le competenze. Si consolidò quindi l'avanzata di classi sociali che non provenivano dalla nobiltà e che ne acquisirono una con le onorificenze dispensate dal Re (come cavaliere o commendatore dell'Ordine di San Giorgio della Riunione, istituito nel 1818). Nel 1819 Ferdinando I incaricò i suoi giuristi di redigere un nuovo Codice Civile e Penale, che ricalcò quello napoleonico (sopprimendo solo pochi articoli, tra cui quelli relativi al divorzio). Il nuovo codice sancì l'abrogazione della legislazione penale feudale (già effettuata nel 1806 da Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone e primo re francese di Napoli). Le Due Sicilie furono il primo tra gli stati italiani preunitari ad adottare un tale provvedimento (contro il quale le resistenze baronali furono fortissime).

Arte Cultura e Scienza

Dal Settecento, sotto l'impulso dei sovrani regnanti, si assistette alla rinascita culturale e sociale delle Due Sicilie ed al rigoglioso fiorire di studi filosofici, giuridici e scientifici. Le opere di illustri personalità (solo per citarne alcuni ricordiamo: Della Porta, Giannone, Vico, Filangieri, Pagano, Genovesi, Galiani, Cotugno) furono tradotte in diverse lingue. Napoli era il più vivace centro di pensiero d'Italia e in Europa era seconda solo a Parigi per la diffusione delle idee dell'Illuminismo. Lo splendore della Corte e della società napoletana erano proverbiali, e divennero poli di attrazione per le più importanti menti dell'epoca che spesso vi soggiornavano a lungo. Geni assoluti come Goethe riconobbero nelle classi elevate meridionali una preparazione non comune. Ebbe a dire Stendhal: "Napoli è l'unica capitale d'Italia, tutte le altre grandi città sono delle Lione rafforzate". Era di gran lunga la più grande d'Italia e tra le prime quattro d'Europa, e fu definita come: "la città più allegra del mondo, scintillante di carrozze, quasi non riesco a distinguerla da Broadway, la vera libertà consiste nell'essere liberi dagli affanni ed il popolo pare veramente aver concluso un armistizio con l'ansia e suoi derivati" (41). Il Regno vantava quattro università: quella di Napoli, fondata da Federico II nel 1224, quelle di Messina e Catania, rinnovate dai Borbone e la neonata università di Palermo. A Milano la prima università, il Politecnico, fu fondata solo nel 1863 ed il primo ingegnere si laureò nel 1870. Al tempo della nascita dello Stato italiano, il numero degli studenti napoletani era maggiore di quello di tutte le università italiane messe assieme (che ne avevano un totale di appena 6504). A Napoli furono istituite la prima cattedra universitaria al mondo di Economia Politica con Antonio Genovesi (1754) e le cattedre di psichiatria, ostetricia e osservazioni chirurgiche. Notevole importanza scientifica godeva l'Orto Botanico che forniva le erbe mediche alla Facoltà di Medicina. Nella facoltà di Giurisprudenza nacquero l'Istituto della Motivazione delle Sentenze (Gaetano Filangieri, 1774), il primo Codice Marittimo Italiano ed il primo Codice Militare. I giornali milanesi erano ancora fogli di provincia, mentre quelli napoletani facevano e disfacevano i governi. Le case editrici napoletane pubblicavano il 55% di tutti libri editi in Italia (42). L'Osservatorio Sismologico (1° nel mondo) del Vesuvio, con annessa stazione meteorologica, fu fondato dal fisico Macedonio Melloni e sviluppato da Luigi Palmieri.

Palermo vide l'illustre opera dell'astronomo Giuseppe Piazzi, curatore dell'Osservatorio astronomico fondato nel 1801 e scopritore del primo asteroide battezzato "Cerere Ferdinandea". La capitale siciliana ebbe il suo splendido Orto Botanico, e "la real casa dei Matti", il primo manicomio in Europa, per opera del Barone Pisani e sotto il patrocinio dei Borbone, dove i malati venivano trattati umanamente e non più segregati come bestie furiose.

Furono aperte: Biblioteche, Accademie Culturali (la più famosa l'Ercolanense, fondata nel 1755), il Gabinetto di Fisica del Re ed erano organizzati frequenti Congressi Scientifici. Per quanto riguarda la musica "Fino al settecento l'Italia era vista da tutti i musicisti europei con un particolare atteggiamento di rispetto, in Italia, nel Seicento, era nata l'opera che nel corso degli anni aveva conquistato tutti i più grandi teatri; operisti italiani componevano presso tutte le corti d'Europa e gli stessi musicisti stranieri scrivevano opere in lingua italiana, tanto si identificava allora il melodramma col paese che ne era stato la culla. Non molto diversa era la situazione per la musica strumentale, i conservatori e le accademie italiane erano i più celebri in assoluto e un musicista non poteva affermare di possedere una preparazione completa senza aver compiuto un viaggio d'istruzione in Italia (...) La penisola era considerata quasi una terra promessa per ogni compositore" (43) e Napoli era considerata la Regina mondiale dell'Opera. Basta ricordare che il Teatro di San Carlo è il più antico teatro lirico d'Europa: fu inaugurato il 4.novembre 1737 dopo soli 8 mesi dall'inizio della sua costruzione (ben 41 anni prima del teatro della Scala di Milano e 51 anni prima della Fenice di Venezia). Non ha mai sospeso le sue stagioni, tranne che nel biennio 1874-76, a causa della grave recessione economica di quegli anni. Subì un grave incendio nel 1816 e fu ricostruito in dieci mesi. Re Ferdinando I lo volle "com'era e dov'era" (proviamo a fare il confronto con le storie dei nostri giorni: gli incendi del Petruzzelli di Bari e della Fenice di Venezia....). Anche se non tutti i Borbone amavano la lirica, furono senz'altro dei grandi mecenati tanto che il teatro San Carlo attrasse l'attenzione di tutta la società colta europea, colpita dalla creatività della Scuola musicale napoletana, sia nel campo dell'opera buffa che di quella seria: basti ricordare i nomi di Porpora, Piccinni, Jommelli, Cimarosa, Paisiello (autore quest'ultimo, nel 1787, su commissione di Ferdinando IV, dell'Inno Nazionale delle Due Sicilie). A Napoli guardavano come culmine della loro carriera musicisti del livello di Bach e Gluck. Tra i grandi compositori italiani ricordiamo la triade Rossini-Bellini-Donizetti, che fiorì tra il Conservatorio di Napoli ed il teatro San Carlo. Quest'ultimo divide con la Scala di Milano il primato della più antica scuola di ballo italiana, mentre è nel 1816 che vi nasce la Scuola di Scenografia diretta da Antonio Niccolini. "Vuoi tu sapere se qualche scintilla di vero fuoco brucia in te? Corri, vola a Napoli ad ascoltare i capolavori di Leo, Durante, Jommelli, Pergolese. Se i tuoi occhi si inumidiranno di lacrime, se sentirai soffocarti dall'emozione, non frenare i palpiti del tuo cuore: prendi il Metastasio e mettiti al lavoro il suo genio illuminerà il tuo" (44). I Conservatori musicali (quello di San Pietro a Majella era considerato il più prestigioso del mondo), l'Accademia Filarmonica e la Scuola Musicale Napoletana erano i massimi riferimenti per gli artisti dell'epoca ; la Canzone Napoletana a Piedigrotta ("Te voglio bene assaje", "Luisella", "Santa Lucia", "Tarantella") si diffuse in tutto il mondo. A Napoli, ogni sera, erano aperti una quindicina di teatri, mentre a Milano non tutte le sere c'era un teatro aperto (45). Per le belle arti ricordiamo: la Scuola pittorica di Posillipo (Gigante, Smargiassi, Vianelli, Fergola, Palizzi), le formidabili testimonianze architettoniche come i Palazzi reali (Reggia di Napoli, Portici e Caserta; Palazzina Cinese e Ficuzza a Palermo), il Casino del Fusaro, l'acquedotto Carolino, la masseria il Carditello, San Leucio. Ricordiamo l'interesse per l'archeologia con l'avvio degli Scavi di Ercolano e Pompei, iniziati nel 1738 per volere del primo re Borbone Carlo III, dopo un ritrovamento durante i lavori di restauro di una cisterna di un casale. Da allora, intorno al nome di Ercolano e Pompei (scoperta nel 1748) è prosperato un mito che continua a sedurre coloro che si spingono all'ombra dello "sterminator Vesuvio". "Si può ben dire che la scoperta di Ercolano e Pompei non si limitò a rivoluzionare l'archeologia e la storia del mondo antico, ma segnò in modo indelebile anche la civiltà europea. Non ci fu intellettuale, erudito, scrittore o artista che non sentisse il fascino di quel che stava rendendo al mondo il ventre del Vesuvio (...) De Brosses, Goethe, Melville, Mark Twain (...) fu una vera e propria frenesia (...) da quel fuoco nacque nell'Europa dei Lumi quella che si indica come civiltà neoclassica: così come la scoperta dalla Domus Aurea era nato il Rinascimento (...) le vestigia che venivano alla luce vennero sistemate temporaneamente nella nuova Villa Reale di Portici e più tardi trasferite, in solenne corteo, a Napoli nel Museo Archeologico" (46) (oggi Museo Nazionale). Fu istituita l'Officina dei Papiri, un laboratorio che si occupava del recupero e restauro dei reperti provenienti dagli scavi d'Ercolano "Re Carlo III già nel 1755 aveva emanato un bando in cui si prescriveva la tutela del patrimonio artistico delle Due Sicilie che prevedeva anche pene detentive per chi esportava o vendeva materiale d'epoca; esso fu rinnovato da Ferdinando I nel 1766, nel 1769 e nel 1822. Nel 1839 Ferdinando II nominava una "Commissione di Antichità e Belle Arti" per la tutela e la conservazione dei beni (47).
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Re: Bufale dei meridionalisti

Messaggioda Berto » lun mar 04, 2019 9:37 pm

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Re: Bufale dei meridionalisti

Messaggioda Berto » lun mar 04, 2019 9:37 pm

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Re: Bufale dei meridionalisti

Messaggioda Berto » lun mar 04, 2019 9:38 pm

2) Analfabetizzazione forzata del sud ad opera dei nordisti Savoia


BUFALA DELL' ANALFABETIZZAZIONE DEL MERIDIONE- revisionismo o complottismo storico?

2014/04/03
http://www.bufaleedintorni.it/2014/04/0 ... mo-storico

“Molti non sanno, che subito dopo l’annessione del regno borbonico allo stato sabaudo, in tutto il sud furono tenute chiuse le scuole per circa 15 anni, in modo da ottenere un’intera generazione di analfabeti da utilizzare come servi nelle zone industrializzate del Nord.”

leggi l’articolo qui (maggio 2011)

La scorsa settimana, una lettrice della nostra pagina facebook ci ha sottoposto questo articolo, chiedendoci se la notizia riportata nell’ estratto fosse una bufala.
Non nego che la questione mi abbia incuriosito, amando la Storia ed essendo in parte meridionale, al punto che mi sono attivata tra rete e antologia storiografica per capire quanto di vero ci sia in questa affermazione…E per analizzare l’articolo e capire se contiene le tendenziosità proprie del genere bufalesco.

Prima di tutto spero che la virgola prima della congiunzione dichiarativa sia solo il frutto di un crampo alle dita.

Ci si aspetterebbe un articolo storico-revisionista che dia una nuova lettura della storia della scolarizzazione trattando in particolare la questione meridionale, se non fosse che:

L’abstract NON contiene e anticipa informazioni che vengano poi ampliate e spiegate nell’articolo, il cui corpo è invece la semplice copia di una notizia riportata letteralmente dal blog Orizzontescuola tramite agenzia di stampa ASCA. Si tratta di una semplice graduatoria del livello delle scuole italiane per regione, un elenco piuttosto dettagliato che vede in testa gli istituti del Piemonte e in coda quelli della Campania, con una certa ripresa negli ultimi anni.

Rintraccio un articolo del 2006 sul blog di Beppe Grillo in cui si cita per la prima volta (è il riferimento più datato che abbia rintracciato in rete), una chiusura delle scuole al sud successivamente all’Unità d’Italia, dove si quantifica questa chiusura addirittura in 20 anni e non 15 come nella forma più recente sopra riportata. Questa affermazione è presente solo nei commenti in coda all’articolo ed è priva di eventuali fonti storiche relative.

Non trovo alcun documento storico, ufficiale o ufficioso, che riguardi una chiusura volontaria delle scuole negli anni postgaribaldini, salvo qualche affermazione contenuta su siti autodefiniti “borbonici”, in cui si paventa un “segreto di stato” sulle vicende relative al caso. Mi pare alquanto improbabile – per non dire scomodo- che un avvenimento come la chiusura di un istituto pubblico per un periodo così lungo possa essere in tenuta nascosta in qualsiasi modo, in un periodo che dista da noi una manciata di generazioni e quindi relativamente recente. Parafrasando: è possibile che le scuole fossero chiuse e che nessuno se ne fosse accorto o lo avesse in qualche modo riportato?

…MA: COME FUNZIONAVA LA “SCUOLA” NEL 1860?

Nel 1859 era stata approvata la Legge Casati, in cui l’istruzione diveniva a tutti gli effetti PUBBLICA dalla primaria all’università, gestita dai comuni fino ai primi due gradi e successivamente a carico dello Stato. Questo fino al 1881. Esattamente il periodo che stiamo prendendo in considerazione.

Da qui emerge un dato importante: le scuole potevano essere chiuse solo dai comuni stessi. Quando accadeva? Quando suddetti comuni non avevano abbastanza soldi (o interessi) per mantenerle. Come sappiamo, nel regno “Borbonico” la classe istruita e attiva economicamente era la vecchia aristocrazia, che si formava presso scuole clericali, quando non all’estero. La maggior parte della popolazione era analfabeta, dato non differente dal nord se non per percentuale certo (ma non dimentichiamo che la classe borghese emergente era in grado di assicurarsi un’istruzione). Infatti, certi comuni, troppo poveri per finanziare la scuola, la lasciarono organizzare dal clero del luogo.

Il primo ostacolo a questa unificazione culturale era la lingua. Doppio problema, in realtà, a causa della mancanza di una lingua comune, che testimoniava dell’incompiutezza culturale del paese, ma sottolineava anche fortemente la frattura tra le élite colte che avevano adottato l’italiano come lingua comune, cioè nel 1860 il 2,5% della popolazione, e la grande maggioranza che utilizzava i dialetti molto diversi tra loro. Questi dialetti erano d’altronde anche delle «lingue», con delle opere notevoli, sia al nord che al sud.

Solo con l’opera di Alessandro Manzoni (incaricato dal ministro della pubblica Istruzione), si cominciò un’opera di unificazione a livello linguistico che senza dubbio vide più avvantaggiato il settentrione, ma che incontrò problemi notevoli ovunque. Problemi che probabilmente conosciamo nel dettaglio solo relativamente al posto in cui noi stessi viviamo.

Come mai invece la fine dell’800 segnò l’epoca d’oro di atenei quale l’Università di Catania, che vissero un periodo di grande splendore grazie a personaggi come Mario Rapisardi ? Perché costui studiò privatamente dai frati, come quasi tutti i ragazzi che potevano permettersi di studiare. Non ci fu mai una vera “scuola pubblica” fino agli inizi del ‘900 perché non ci furono investimenti -da parte dei comuni del sud- in tal senso e l’istruzione continuò ad essere considerata un “fatto per nobili”. Questo senza alcuna coercizione, visto che le università, a sostentamento statale, continuarono invece a funzionare in modo soddisfacente.

Per citare un altro istituto tra i più illustri, l’Università di Napoli subì delle gravi perdite di prestigio quando dopo l’unificazione, dovette uniformarsi alla legge Casati, rivelando forti disparità rispetto alle altre sedi italiane, proprio a causa della numerosità di istituti privati concorrenti. Per merito di leggi specifiche, volte a standardizzare le Università italiane, come il decreto legge del 30 maggio 1875 (emanato da Ruggiero Bonghi) e il Regolamento del 1876 (emanato da Michele Coppino), l’ateneo partenopeo riuscì ad abbattere tali diversità, già evidenziate nel 1860 dal direttore generale della Pubblica Istruzione Francesco de Sanctis (di NAPOLI), che contribuì energicamente al suo ammodernamento.

…MA: LE INDUSTRIE CHE AVREBBERO BENEFICIATO DELLA MANODOPERA A BASSE ASPETTATIVE SI TROVAVANO TUTTE AL NORD?

Nel 1860 in realtà c’era una quantità di insediamenti industriali simile tra Nord e Sud. («150 anni di statistiche italiane: Nord e Sud 1861-2011», edito da Il Mulino e presentato oggi alla Camera dall’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, Svimez.): non ha senso, dunque, la teoria secondo cui la manodopera mantenuta ignorante dovesse andare a lavorare nelle fabbriche del nord, a meno che non lo preferisse perchè le condizioni erano migliori (seppur al limite dello sfruttamento).

Mi sento dunque autorizzata a trarre le seguenti conclusioni:

– Le difficoltà indubbie dei paesi meridionali sono dovute ad una concomitanza di situazioni sfavorevoli, come il gap tra i ceti sociali, e di cui non entro nel merito se non per ciò che è verificabile tramite le opere storiografiche e i documenti dell’epoca.

– Non esisteva alcuna condizione legislativa per la quale sarebbe stato possibile, nonché auspicabile, chiudere per 15 (o 20?) anni le scuole al sud (generico sud?) in quanto erano istituzioni comunali.

-Il tono dell’articolo preso in questione, senza attinenza tra abstract e corpo e senza alcuna analisi e citazione bibliografica, non è veritiero.

In merito al revisionismo storico, nel cui campo questa bufala si colloca, sono convinta che se i revisionismi fossero attuati con metodo e obiettività, sarebbero sempre di grande utilità per tutti.
Purtroppo, così non è.
Purtroppo si sente la necessità di rivedere quello che non fa comodo, a favore di discolpe, giustificazionismi, a volte penosi negazionismi.”

Che peccato.

“E poi la gente, (perchè è la gente che fa la storia)
quando si tratta di scegliere e di andare,
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,
che sanno benissimo cosa fare.” (F. De Gregori)

Credits:

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/ ... d=Aazf1obD

http://www.dirdidatticamelia.it/htm/sto ... lativo.htm

http://www.asca.it/newsletter_stampa.php?id=3647

http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Casati

Bibliografia:

Marcello Pattarin “L’anima del risorgimento italiano (documenti letterari del risorgimento, dal 1815 al 1861)”
Collana “Studi e Ricerche Svimez”150 anni di statistiche italiane: Nord e Sud 1861-2011”
Antonio Desideri “Storia e Storiografia” vol 2-3
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Re: Bufale dei meridionalisti

Messaggioda Berto » lun mar 04, 2019 9:38 pm

Sud, basta coi luoghi comuni
minnie minoprio
2010/11/26

http://espresso.repubblica.it/opinioni/ ... ni-1.26177

Il lamento meridionalista si rinnova. Era il 1990 quando Rino Nicolosi, presidente della Regione Sicilia, disse: "Sappiamo in molti qui al Sud che siamo ormai vicini al punto del non ritorno posto dai nostri problemi irrisolti". Ribadito oggi dall'attuale presidente Raffaele Lombardo. Intanto presso Napoli i dimostranti contro i rifiuti nella discarica di Terzigno bruciano la bandiera nazionale.
Ritorna la vecchia storia del Nord ricco e industriale che sfrutta il Sud povero agricolo e lo depreda dal poco di benessere che aveva raggiunto. Facendo eco alla lunga campagna meridionalista durata per tutta l'Italia unita che, accanto a buoni e ragionevoli argomenti, allinea le lamentele di comodo e oggi di nuovo di moda. La Sicilia e il Sud ricchi depredati dai nordisti, come sostiene Lombardo, è in buona parte un'invenzione demagogica. Il Sud e la Sicilia del regno borbonico, liberati o conquistati da Garibaldi, ricchi e progrediti certamente non lo erano.

Il Sud è povero da secoli e lo è ancora. Due capitali popolatissime, Napoli e Palermo, e attorno migliaia di villaggi poveri, inospitali, dimenticati. Le differenze con il Nord nell'anno dell'unità enormi, a cominciare dalle strade: al Nord 67 mila chilometri, al Sud 15 mila. Quando il presidente Berlusconi annuncia in Parlamento che in breve risolverà il problema dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria l'assemblea ride e rumoreggia, perché tutti sanno che è sempre in costruzione o riparazione.
Il Sud viene definito "uno sfascio pendolo" in perenne frana. Ci sono paesi, si legge in una cronaca di fine Ottocento, dove una lettera messa alle poste a Castrovillari impiega ad arrivare due volte il tempo che da Londra o da Parigi. Neanche un chilometro di ferrovia sotto Salerno nell'anno dell'unità, il 90 percento di analfabeti in Sardegna, l'89 in Sicilia, l'86 in Calabria e in Campania.

Egregio onorevole Lombardo, ci voleva un bel coraggio da parte di un Nord che lei definisce predone e oppressivo a prendere sulle braccia un simile fardello? Quante volte il meridionalismo onirico ci ha raccontato come lei che l'industria del Sud era fiorente e che fu sacrificata al Nord. Le industrie tessili del Sud non vendevano una pezza sul mercato europeo, l'arsenale dei Borboni era certamente per l'epoca un grande complesso industriale, con più di mille operai che producevano navi, locomotive, cannoni e macchine, ma fuori mercato, destinato a fallire già nel 1870. Scrive lo storico Carlo De Cesare: "L'industria napoletana era armonica ma immobilista e senza prospettive. Le campagne separate dalla capitale con scarsissime comunicazioni, un livello culturale infimo, debolissime attrezzature civili".
Un altro luogo comune è che nel Sud la rivoluzione agraria fallì per colpa del capitalismo nordista. Ma a dire il vero le condizioni dell'agricoltura meridionale erano pessime e così ne scriveva in francese Fulchignon: "O il latifondo o contadini così poveri e ignoranti da non poter diventare imprenditori. Si accontentano di piantare qualche ulivo o qualche gelso e vivono in condizioni bestiali".

I movimenti secessionisti meridionali che copiano quello leghista sono insensati. La crisi del mondo contemporaneo è altra, di essere senza governo, di affidare solo agli appetiti del capitalismo la programmazione della produzione e dei consumi, di non capire che questo andare verso il futuro in ordine sparso in affannosa caotica lotta per accaparrarsi i mercati nuovi abbandonando i vecchi porta soltanto al generale disastro.
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Re: Bufale dei meridionalisti

Messaggioda Berto » lun mar 04, 2019 9:49 pm

Quel reame felice esiste soltanto nelle bufale
Analisi: checché ne dicano i neoborbonici, le Due Sicilie erano un paese arretrato. Ma l'Italia unita non fece nulla per colmare il divario
di Sergio Rizzo
27 settembre 2017

https://www.repubblica.it/venerdi/artic ... -176625936

«Eravamo solo Mille, ma siamo stati sufficienti ad arraffare tutto l’oro del Meridione, a smontare le industrie del Sud che davano lavoro a migliaia di operai e a trasferire queste ricchezze al misero Nord. Al contempo ce l’abbiamo fatta a sostituire l’efficiente amministrazione borbonica con numerosi funzionari incapaci, corrotti e malfamati...».

Impazza da anni anche su Internet l’offensiva neoborbonica, condita da frasi come queste fatte pronunciare a un Giuseppe Garibaldi dallo sguardo torvo che confessa: «Così ho trasformato il Sud da terza potenza mondiale a povera colonia italiana». Il revisionismo meridionalista ha assunto ormai questi slogan, contenuti in libri diventati bestseller, come verità storiche incontrovertibili. Anche se per apprezzare la distanza abissale fra la propaganda e la realtà dei fatti basterebbe in certi casi il buonsenso. Nel 1861, per esempio, poteva davvero essere il Regno delle Due Sicilie la terza potenza mondiale mentre gli imperi inglese, francese, ottomano, austroungarico, spagnolo e portoghese si contendevano il pianeta, per non parlare di Russia, Stati Uniti e Cina?

Suggeriamo dunque ai sostenitori di simili tesi la consultazione delle approfondite ricerche prodotte da Svimez e Banca d’Italia in occasione dei 150 anni dell’Unità. Scoprirebbero alcuni dettagli interessanti. Se la condizione strettamente economica fra Nord e Sud poteva essere considerata simile, come sostengono alcuni meridionalisti, le differenze sociali e strutturali erano invece assai profonde. Nel 1871 il tasso di analfabetismo in Piemonte era pari al 42,3 per cento della popolazione, mentre in Lombardia arrivava al 45,2: in nessuna regione meridionale, invece, scendeva sotto l’80 per cento della Campania. In Sicilia superava l’85 per cento, in Basilicata raggiungeva l’88.

Quanto alla «efficiente amministrazione borbonica», lasciamo parlare un meridionalista come Giustino Fortunato, che nel 1904, in La questione meridionale e la riforma tributaria, scriveva: «Eran poche, sì, le imposte, ma malamente ripartite e tali nell’insieme da rappresentare una quota di lire 21 per abitante, che nel Piemonte, la cui privata ricchezza molto avanzava la nostra, era di lire 25,60. E, del resto, se le imposte erano quaggiù più lievi assai meno vi si spendeva per tutti i pubblici servizi. L’esercito, e quell’esercito!, assorbiva pressoché tutto; le città mancavano di scuole, le campagne di strade, le spiagge di approdi; e i traffici andavano ancora a schiena di giumenti, come per le plaghe d’Oriente».

L’abisso, soprattutto, era nelle infrastrutture. Nell’intero Regno delle Due Sicilie, che aveva introdotto per primo il treno a vapore, c’erano appena 184 chilometri di binari. Tutti in Campania. Nel Centro-Nord, invece, ce n’erano 1801, di cui 689 nel solo Piemonte. E quando con l’Unità d’Italia si realizzò anche l’unione monetaria fra le sette valute esistenti all’epoca, e si aprirono le frontiere, ciò contribuì non poco a mettere i prodotti del Mezzogiorno di fatto fuori mercato.

Detto questo, è certo che dopo la scomparsa prematura di Cavour la classe dirigente della nuova Italia fallì clamorosamente. E in modo consapevole. Il Sud venne trattato alla stregua di un territorio depresso e conquistato, dove le tensioni sociali vennero affrontate solo militarmente, con repressioni sanguinose e leggi speciali. Ci fu un presidente del Consiglio, tal Federico Menabrea, che arrivò a proporre un massiccio trasferimento di popolazioni meridionali in Patagonia o nel Borneo. Nei 25 anni successivi gli investimenti pubblici in infrastrutture furono nettamente inferiori a quelli nel resto del Paese: alla fine del 1886 il Centro-Nord contava 8.080 chilometri di strade ferrate, contro i 4.022 del Sud.

Si fece, insomma, esattamente l’opposto di ciò che si sarebbe dovuto fare per realizzare un unico Paese. La conseguenza fu il progressivo decadimento delle attività industriali meridionali, come dimostra lo studio della Banca d’Italia. Fra il 1861 e il 1919 il prodotto interno lordo nel Sud crebbe a un ritmo annuale medio dell’1,1 per cento, contro l’1,9 del Centro-Nord. Ma la fase storica in cui la forbice fra i due pezzi d’Italia si allargò di più fu quella immediatamente seguente, durante la quale straripava la retorica nazionalista. Nel ventennio fascista la crescita media annua del pil del Sud rallentò allo 0,5 per cento, mentre quella del Centro Nord accelerò leggermente portandosi al 2 per cento. Risultato: alla fine della Seconda guerra mondiale la ricchezza media procapite prodotta nelle Regioni meridionali era circa il 50 per cento di quella del resto del Paese. Né le cose sono migliorate nei settant’anni seguenti, durante i quali la soglia del 60 per cento è stata superata solo nel 1971 e nel 1973. Nel 2014 era al 53,7 per cento, un livello ancora più basso di quello toccato nel 1953.
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Re: Bufale dei meridionalisti

Messaggioda Berto » lun mar 04, 2019 9:52 pm

3) La mafia non esisteva prima del 1861, è stata importata e promossa con l'unità d'Italia e imposta al sud dai nordisti

Mafia, camorra, complottismo, massoneria, Unità d'Italia
viewtopic.php?f=139&t=2829
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Re: Bufale dei meridionalisti

Messaggioda Berto » lun mar 04, 2019 9:56 pm

LA DEGENERAZIONE DEL MERIDIONALISMO APRILATO
METODO APRILE E PASCOLO DI BUFALE -
DEL PROF . U. NISTICO ‘

https://www.facebook.com/54340662573531 ... 2447284716

Il Prof. U . Nistico’, che ringraziamo, ci guida nei danni del meridionalismo aprilato , cioè la corrente storico letteraria che ha annullato le ricerche negli archivi storici e che ci racconta i mali del meridione scaricandone tutte le responsabilita’ a chi non c’e piu’ da almeno 120 anni – il risultato finale è un pascolo di bufale , una gara a chi la spara più grossa

Quote

La pubblicazione del libro di Aprile (2011) può essere assunta come data dell’inizio della fine del meridionalismo e sua degenerazione in sproloqui e vanagloria. L’Aprile, del tutto privo di informazioni sulla storia politica del XIX secolo in Europa e Italia, ha raccattato notizie dal lungo e serio e oscuro lavoro dei meridionalisti seri, e lo ha presentato a un pubblico di altrettanto sprovveduti, e con un linguaggio da sempliciotti e con paragoni stridenti. Il metodo del “non sapevo che… ” lo rese simpatico a gente che non sapeva e continua a non sapere. Non sapeva delle repressioni dell’esercito italiano, ben note a chi conosce la storia; non sa della lunga guerra dei briganti, e quel poco che sa ne dà un’interpretazione da marxismo della domenica: erano poveri e si sono ribellati… a Vittorio Emanuele? Allora prima, due mesi prima, erano ricchi? Ed ecco scatta la madre di tutte le bufale: erano tutti ricchi, i meridionali, ricchissimi, avevano persino un (01) bidet a Caserta.

Erano la terza potenza industriale del mondo, alla faccia di Prussia, Belgio, Stati Uniti eccetera, di cui Aprile può dire “non sapevo”. Garibaldi, mentre marciava su Napoli come una freccia (grazie alla massoneria, ovvio!), con le sue mani smontò le industrie e le mandò a Torino, dove Cavour, munito di cacciavite, le rimontò dove prima c’era la fame. È una barzelletta da circo equestre, ma ha venduto centinaia di migliaia di copie ad altrettanti polli. Naturalmente Aprile non è borbonico, anzi credo sconosca totalmente che dal 1734 al 1861 regnò una tale dinastia, e cerca di far credere che i briganti erano anche repubblicani e socialisti. Ciliegina sulla torta, uno spruzzo di nazisti che fa sempre fino: immagino Aprile ignori i fatti dopo l’8 settembre 1943, ma non si può pretendere... Garibaldi, a dire la verità, era il simbolo socialcomunista delle elezioni del 1948, però Aprile può sempre dire “non sapevo”. Effetti politici delle quattrocentomila copie vendute? Zero. L’Aprile, furbone, si è ben guardato dal dare retta a quattro matti che predicano l’indipendenza domenica e lunedì votano PD o FI. Incassato il tantundem dai secessionisti, è tornato unitario come la donna turrita della carta bollata. Così il meridionalismo si è ridotto a quattro gatti e molte urla. E il Sud non conta nulla di nulla.






Il vero carnefice del Sud è il Sud
Corrado Ocone

http://www.lintraprendente.it/2015/08/i ... d-e-il-sud

Il rapporto Svimez fotografa una realtà drammatica a Mezzogiorno, fatta di povertà e desertificazione industriale. Ma la colpa è dello stesso Meridione: di una mentalità piagnona, abituata a scaricare su altri le responsabilità, e di una classe politica che ha sognato l'assistenzialismo come rimedio

È una radiografia impietosa quella che offre quest’anno il tradizionale Rapporto sull’economia del Mezzogiorno d’Italia redatto, su basi statistiche, dallo Svimez. Se ne evince che è il nostro Sud, molto più della stessa Grecia, il vero malato d’Europa: crescita ferma, consumi e produzione ai minimi, povertà incombente e sempre più diffusa, “desertificazione industriale“, disoccupazione record.

Quello che il Rapporto non dice, ma è evidente, è che se l’Italia ancora regge, seppur a stento, è grazie all’altra metà del Paese. Così come non dice che a questo punto della situazione si è arrivati dopo anni e anni, tutti quelli del secondo dopoguerra, di “politiche straordinarie per il Mezzogiorno”, di “interventi a pioggia”, di ministri, Casse e enti pubblici appositamente creati per risolvere quella che con enfasi è stata chiamata la “questione meridionale” e che oggi, per fortuna, fa quasi vergogna a chiamare tale. Enti che spesso, proprio come lo Svimez, sono inutili e costosi carrozzoni che hanno come statuto quello di fornire expertise ad uno Stato imprenditore e interventore che ormai non ha più, e di nuovo per fortuna, molte cartucce da sparare. Il fallimento del Sud è anche prima di tutto il fallimento del meridionalismo, di quello politico e di quello intellettuale, di tutti coloro che, in buona o più spesso in cattiva fede, hanno creduto che lo Stato assistenzialista avrebbe potuto dare al Sud con la ricchezza (che fra l’altro è stata vista da pochi) quello che non aveva e continua a non avere: un’anima.

Lo Stato non poteva dargliela l’anima al Sud perché, come è ormai chiaro, esso non è la soluzione ma il problema. Non solo la “questione meridionale” non è stata risolta, ma si è anzi aggravata. E non se ne vede via d’uscita: alla desertificazione industriale si accompagna oggi una vera e propria desertificazione morale. In questi anni, infatti, proprie certe politiche hanno contribuito a rinforzare sempre più quel mali atavici, quei limiti umani e antropologici, dell’essere meridionali: il rivendicazionismo astratto; il chiedere che siano gli altri, e in primo luogo lo Stato, a risolvere i nostri problemi; il credere che sia un nostro diritto avere tutto e di più, e anche a costo zero perché tanto paga Pantalone.

Ho sempre considerato la prima pagina de Il Mattino il giorno dopo il terremoto del 1980, resa celebre da Andy Wahrol, con il suo titolo urlato, “Fate presto!”, la quintessenza di questo modo di ragionare: sono gli altri che devono intervenire, e di corsa, non noi che dobbiamo rimboccarci le mani e darci da fare. È questa mentalità non qualcosa di atavico o genetico (basti solo pensare allo spirito intraprendente che tanti meridionali emigrati nel mondo sanno far venir fuori) ma un prodotto storico e politico. Una condizione dell’animo che, possiamo dire, è stata artificialmente promossa e accarezzata, in una sorta di pedagogia all’incontrario, dalle misere classi dirigenti che ha espresso il Sud negli anni del dopoguerra. E che, ahimè!, continua ad esprimere oggi, sol che si pensi alla volontà di affidarsi a un arruffapopoli qualsiasi, si chiami De Magistris, De Luca, Emiliano o Crocetta poco conta.

È in questo cortocircuito o circolo vizioso fra la politica della spesa pubblica e l’incapacità dei più di uscire dalla mentalità rivendicazionista che i meridionali si sono, a mio avviso, giocati il loro futuro. È qui la spiegazione dei dati. Ma è anche questa la ragione di quello scetticismo morale che poco mi lascia sperare quando penso alla terra in cui sono nato.
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