Mafia, camorra, complottismo, massoneria, Unità d'Italia

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Messaggioda Berto » dom mar 03, 2019 10:16 am

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Re: Mafia, camorra, complottismo, massoneria, Unità d'Italia

Messaggioda Berto » dom mar 03, 2019 10:17 am

La mafia come la camorra sono "istituzioni sociali" proprie dell'area meridionale della penisola italica.

Non sono un portato di Garibaldi, dei Mille, dei Savoia, di Cavour, di Roma, dei settentrionali e dell'unità statuale italiana, esse preesistono all'unità d'Italia.
Questa di attribuire la mafia come pure l'arretratezza del sud all'invasione di Garibaldi e del Regno d'Italia è il caratteristico vittimismo irresponsabile che cerca di scaricare sugli altri le proprie, magagne, pecche e responsabilità; lo stato italiano ha delle sue colpe ma non certo la responsabilità di aver importato la mafia, caso mai Garibaldi come poi gli americani nella Seconda guerra mondiale l'hanno solo in parte "legittimata" trattando con essa come potere politico sociale.
Se la mafia fosse d'importazione nordica essa sarebbe presente tradizionalmente e storicamente da secoli anche al nord invece al nord è un portato negativo dell'immigrazione dei meridionali come ci ben raccontano le cronache dalla Prima guerra mondiale in poi.
Nel nord, nei secoli passati, vi furono "i bravi" che in un certo senso assomigliavano alla mafia (come riporta il Manzoni dei Promessi Sposi) ma furono debellati; anche alcuni nobili veneziani, nella terra ferma veneta usarono i bravi per imporre le loro prepotenze.


Mafie e briganti terronici
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Re: Mafia, camorra, complottismo, massoneria, Unità d'Italia

Messaggioda Berto » dom mar 03, 2019 10:17 am

L'idea che l'Unità d'Italia sia un'idea promossa dagli inglesi e portata avanti attraverso la loro massoneria per avere uno stato vassallo nel Mediterraneo per contrastare l'imperialismo francese e sostenere il loro imperialismo mondiale è completamente falsa.
L'idea risorgimentale italiana è del tutto italiana, sorta nella penisola italica, caso mai gli inglesi e la loro massoneria l'hanno solo appoggiata per convenienza economico-politica
.


Il mito risorgimentale e le sue falsità italico-romane
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Re: Mafia, camorra, complottismo, massoneria, Unità d'Italia

Messaggioda Berto » dom mar 03, 2019 10:18 am

«L'Unità d'Italia impossibile senza la massoneria»

http://www.giornaletrentino.it/cronaca/ ... -1.1285286

«Cominciamo con lo sfatare un mito di lunga data: quello di Mazzini massone.
Mazzini non è mai stato sottoposto al rituale iniziatico, requisito fondamentale per definire una persona massone. Fu sicuramente fonte di ispirazione per molte logge dell'epoca che si rifacevano ai suoi ideali repubblicani ed unitari e che per questo si definivano mazziniane ma lui, pur avendo accettato anche qualche titolo massonico ad honorem, non fu mai un vero "fratello». Parola di Giuliano Di Bernardo, uno che di massoneria se ne intende: Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia tra il 1990 e il 1993, poi fondatore e primo Gran Maestro della Gran Loggia Regolare d'Italia, che in soli sei mesi ottenne il massimo titolo di "Unica Obbedienza massonica italiana riconosciuta dalla Gran Loggia Unita d'Inghilterra" (spodestando il Grande Oriente Italiano che aveva impiegato 110 anni per ottenerlo), Di Bernardo è massone dal 1961. È stato anche a lungo docente di Filosofia della scienza a Sociologia: oggi in pensione, vive a Povo. E in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia, dice la sua sulle polemiche sollevate in questo periodo sul ruolo ricoperto dalla massoneria nel processo di unificazione.
«Detto di Mazzini, bisogna superare anche un altro preconcetto diffuso: quello che la massoneria fu il cervello nascosto che promosse il "progetto Italia" - afferma Di Bernardo - la realtà è che essa fu uno degli strumenti usati dall'abile Cavour per favorire la coesione e fare "gli italiani".
Logge erano sparse in tutte le città della penisola e quindi creare un collante tra di loro significava unire uomini, progetti e città. Puntando e favorendo, poi, l'ascesa di quelle antimazziniane e filo monarchiche servì a fissare anche la futura struttura governativa del paese che, come da progetto di Cavour, doveva essere una monarchia parlamentare e non una repubblica.
E la dimostrazione di quanto detto sta nell'elezione di Costantino Nigra, diplomatico e amico fidato di Cavour, a Gran Maestro del Grande Oriente Italiano il 3 ottobre 1861, guarda caso pochi mesi dopo quel 17 marzo che oggi andiamo a celebrare e che ci ricorda il giorno in cui Vittorio Emanuele II assunse il titolo di Re del Regno d'Italia». Dunque la massoneria ebbe un ruolo fondamentale nell'unificazione del nostro paese, ma più sul piano operativo che su quello del controllo.
E all'epoca moltissimi protagonisti della fase risorgimentale e post-risorgimentale furono massoni, da Pascoli a Carducci, da Garibaldi che fu anche Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia nel 1864, a De Pretis e Crispi, passando per alte sfere dell'esercito: basti pensare che a cavallo della Prima guerra mondiale anche Badoglio, Cadorna e Diaz erano massoni. «Dal 1861 fino alla Prima guerra mondiale la massoneria resse le sorti del Regno d'Italia e ne determinò ogni politica - conferma Di Bernardo - e proprio per questo nacque l'esigenza di "coprire" quei fratelli che avevano cariche pubbliche importanti, salvandoli dalla curiosità dei tanti.
A tale scopo fu creata la progenitrice della P2: il Gran Maestro di allora, tra il 1871 e il 1880, Giuseppe Mazzone, stilò un elenco che denominò "Propaganda" nel quale figuravano i loro nomi. Questi erano conosciuti solo dal Gran Maestro che li trasmetteva all'"orecchio" del suo successore. Tali soggetti erano detti "fratelli all'orecchio" ed è in questo contesto che si afferma il famigerato utilizzo del cappuccio, visto che solo il Gran Maestro doveva conoscere la loro identità. Ugo Lenzi, Gran Maestro dal 1949 al 1953, considerò quest'elenco una vera e propria loggia e la denominò "Propaganda2" per distinguerla da un'altra loggia già esistente a Torino chiamata anch'essa "Propaganda". La P2 passò, poi, nelle mani di Gelli al quale gli Usa misero a disposizione uomini e capitali infiniti, che in realtà Gelli non utilizzerà praticamente mai, se non per arricchirsi personalmente».
L'effetto sicuro che ottenne fu di gettare discredito sulla massoneria che da quel momento viene associata a qualcosa di segreto e sovversivo, riuscendo là dove anche la Chiesa nel risorgimento aveva fallito: «La Chiesa cercò di far passare il messaggio che i patrioti Italiani erano la massoneria, e la massoneria era qualcosa di satanico, losco, dalle tinte maligne, basti ricordare le parole di Pio IX che la definiva come "la Sinagoga di Satana".
Ed ecco perché cercarono in tutti i modi di associare il nome di Mazzini alla massoneria. Questo atteggiamento la portò anche a dare credito a mistificatori e falsari, il più famoso dei quali fu Lèo Taxil che sul finire dell'800 dichiarò di essere scappato dalla massoneria dopo aver assistito, in una seduta, all'accoppiamento del diavolo Bafometto con delle giovani donne ed essere stato presente alla nascita del figlio del demonio. La Chiesa gli diede una affidabilità tale che promosse nel 1896 il "Primo Congresso Antimassonico" proprio a Trento, chiedendogli di mostrare il figlio di Bafometto. Giunsero vescovi e prelati da tutto il mondo e quando dopo tre giorni Taxil scappò, abbandonando la nostra città, il Congresso si concluse sparendo nell'anonimato della vergogna». Effettivamente il Congresso di Trento durò solo quattro giorni, dal 26 al 30 giugno, e fu lo stesso Taxil, dopo aver ricevuto nel 1886 l'avvallo delle sue dichiarazioni da Papa Leone XIII, nel 1897 a rinnegare tutto quello che aveva detto, riconoscendosi come impostore.
Anche il fascismo compì un'opera di demonizzazione della massoneria mettendola al bando nel 1925.
Questo perché uno Stato totalitario non poteva ammettere poteri paralleli o forme di dissenso non controllabili al suo interno ed ottenendo, così, anche un sostanziale riavvicinamento proprio con il mondo cattolico e la Chiesa. Ma c'è anche un'altra ragione, che rivela Di Bernardo: «Nonostante l'avversione successiva alla massoneria, negli anni venti molti esponenti e gerarchi fascisti ne facevano parte. Per fare dei nomi: Balbo, Farinacci, Marinelli, D'Annunzio. Chi non riuscì mai ad esserlo fu proprio Mussolini, che chiese di entrarvi a Trento nel 1909, durante la sua permanenza come giornalista nella nostra città, ma fu rifiutato perché già all'epoca non rispondente ai principi di tolleranza, libertà e fratellanza sui quali ogni confraternita è fondata».
Giuliano Di Bernardo porta un anello simbolo dell'Accademia degli Illuminati fondata nel 2002: il bianco indica il bene, il nero il male, il triangolo equilatero significa la creazione del mondo mentre il cerchio equivale alla perfezione
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Re: Mafia, camorra, complottismo, massoneria, Unità d'Italia

Messaggioda Berto » dom mar 03, 2019 10:20 am

Sul complottismo che vede la massoneria (variante del complottismo antigiudaico) all'origine di tutto e di ogni male


???

La mafia? Creata dai massoni inglesi, per sabotare l’Italia

Giorgio 1 aprile 2017

http://www.libreidee.org/2017/04/la-maf ... re-litalia

Spaghetti, pizza e mafia. Sicuri che l’onorata società sia interamente made in Italy? La Sicilia a Cosa Nostra, la Campania alla camorra, la Calabria alla ‘ndrangheta: «Sono accostamenti triti e ritriti, spesso impiegati per dipingere l’intera Italia come un paese mafioso, corroso dal crimine, e quindi da collocare ai margini del sistema internazionale, tra gli Stati semi-falliti». Per un analista geopolitico come Federico Dezzani, la verità è più complessa. E non solo italiana, anche se la mafia ha tratto alimento dal brigantaggio, nato nel Sud come ribellione armata alla ferocia dell’esercito piemontese all’epoca dell’Unità d’Italia. Da allora – 1861 – il paese affronta il problema mafioso: migliaia di inchieste, libri, analisi economiche e sociali. «Ma è possibile affrontare la questione in termini geopolitici?», si domanda Dezzani? La sua risposta è sì. Ed è decisamente spiazzante: «Mafia, camorra e ‘ndgrangheta sono società segrete paramassoniche, inoculate dagli inglesi all’inizio dell’Ottocento per destabilizzare il Regno delle Due Sicilie e trasmesse all’Italia post-unitaria per minare lo Stato e castrarne la politica mediterranea».

Nella sua analisi sul biennio 1992-1993, che decretò il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, Dezzani smonta la tesi dominante sul quel cruciale periodo della storia italiana: «Alla base delle stragi in Sicilia e “sul continente”, non ci fu il braccio di ferro tra malavita e Stato sul 41 bis, ma un più ampio ampio ed ambizioso progetto con cui le “menti raffinatissime” vollero ridisegnare la mappa economica e politica dell’Italia, inserendola nella più vasta cornice del Nuovo Ordine Mondiale». L’omicidio dell’eurodeputato Salvo Lima? «Va collegato alla cruciale elezione del presidente della Repubblica di quell’anno». Le uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino? «Sono analoghi ammonimenti lanciati al Parlamento, ma allo stesso tempo sono anche un avvertimento alla giustizia italiana affinché si fermi al livello “insulare” delle indagini, senza approfondire i legami tra Cosa Nostra ed i servizi segreti della Nato». E le bombe del 1993 «sono un “lubrificante” per consentire agli anglofili del Britannia di smantellare a prezzi di saldo l’Iri e l’industria pubblica».

In questo contesto, scrive Dezzani nel suo blog, «la mafia è uno strumento dell’oligarchia atlantica per perseguire obiettivi addirittura in contrasto con gli interessi di Cosa Nostra: è infatti assodato che la stagione stragista debilitò gravemente Cosa Nostra, “spremuta” nella strategia della tensione del 1992-1993 fino quasi a svuotarla». E non è certo un’eccezione l’impiego del crimine organizzato da parte degli angloamericani, già nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Dezzani esplora altri momenti cruciali del Belpaese, scovandovi lo zampino della malavita. Per esempio sul caso Moro, a partire dal sequestro, il 16 marzo 1978: «E’ ormai appurato che la ‘ndrangheta abbia partecipato al “commando12” che rapì il presidente della Dc, reo di turbare gli assetti internazionali con la sua apertura al Pci». Non solo: il capo della Nuova Camorra Organizzata, Raffaele Cutolo, ha dichiarato che «avrebbe potuto salvare Moro, se i servizi segreti non si fossero opposti». Prima ancora, la strage di piazza Fontana, 12 dicembre 1969: l’ecatombe che inaugura la strategia della tensione «è perpetrata dalla destra eversiva di Franco Freda, in stretto contatto con la ‘ndrangheta». E ancora: l’omicidio di Enrico Mattei, 1962. «E’ Cosa Nostra a sabotare, all’aeroporto di Catania Fontanarossa, il velivolo su cui trovò la morte il presidente dell’Eni, scomodo alle Sette Sorelle».

Rileggendo la storia a ritroso, il binomio atlantico-mafia compare già al momento dello sbarco angloamericano in Sicilia del 1943: «E’ il mafioso Lucky Luciano a facilitare la conquista dell’isola, e papaveri di Cosa Nostra presenziano anche all’armistizio di Cassibile, che sancisce la fine delle ostilità tra l’Italia e gli Alleati». Quasi un secolo prima ci fu un altro famosissimo sbarco, quello di Garibaldi a Marsala, nel 1860, con i “picciotti” impegnari a dare «un contributo determinante alla spedizione di Mille, benedetta e protetta da Londra». Domande: cosa sono, davvero, la mafia, la camorra e la ‘ndragheta? Perché affiorano in tutti i passaggi della storia italiana a fianco di Londra e Washington? E perché sono sovente associate ad un’altra organizzazione segreta di matrice anglosassone, la massoneria speculativa? Generalmente non se parla, nei film e nei prodotti televisivi sulla mafia, e nemmeno tra le migliaia di pagine stampate. Sulla mafia, scrive Dezzani, «campano non soltanto i malavitosi, ma anche i “professionisti dell’antimafia” che pullulano nei tribunali, pennivendoli del calibro di Roberto Saviano ed il variegato mondo di preti, intellettuali e soloni che ruota attorno alla “lotta alla mafia”». Nessuno di loro, però, secondo Dezzani, ha «intuito la vera natura del crimine organizzato». Ci arrivò Falcone, quando osservò che la mafia «presenta forti analogie con le Triadi cinesi, la malavita turca e la Yakuza giapponese».

Con un approccio storico e geopolitico che analizza gli interessi strategici, Dezzani arriva a concludere che mafia, camorra e ‘ndragheta sono «società segrete paramassoniche dedite al crimine, vere e proprie “sette” che rispondono alle logge inglesi ed americane, sin dalla loro origine agli inizi dell’Ottocento». Sarebbe una verità «perfettamente nota agli “addetti ai lavori”», cioè «vertici della mafia, politici, Grande Oriente d’Italia, Cia, Mi6». Una realtà «spesso intuita e talvolta accennata da onesti magistrati e seri studiosi», ancge se nessuno ha finora prodotto uno studio organico sul tema. Dezzani parte dal quesito chiave: perché le mafie si sviluppano in tre regioni meridionali quasi contemporaneamente, tra gli anni ‘10 e ‘30 dell’Ottocento? Le risposte più frequenti sono di natura socio-economica: l’arretratezza del Meridione, il retaggio della dominazione spagnola, la presenza del latifondo, le mentalità della popolazione, la diffusione di miseria e povertà. «Sono risposte fuorvianti», vosto che «il reddito pro-capite del Regno delle Due Sicilie era paragonabile a quello del resto d’Italia», e la povertà era «simile a quella di alcune zone del Piemonte e del Veneto, che non produssero crimine organizzato». Inoltre, «la dominazione spagnola aveva interessato pure la “civilissima” Lombardia» e, per contro, «altre regioni meridionali persino più povere (come il Molise e la Basilicata) non conobbero le mafie, che germogliarono invece in due ricche capitali come Palermo e Napoli».

Per scoprire le autentiche origini del fenomeno mafioso, secondo Dezzani occorre «tuffarsi nella storia, accantonando analisi pseudo-economiche, per afferrare le forze vive e la geopolitica dell’epoca». E’ lo stesso procedimento che porta a dimostrare come l’Isis «non sia altro che uno strumento degli angloamericani per balcanizzare il Medio Oriente e dividerlo lungo faglie etniche e religiose, piuttosto che il frutto spontaneo del fondamentalismo islamico». Così, Dezzani si tuffa nella storia, partendo dagli anni a cavallo tra ‘700 e ‘800, quando il mondo è in fiamme per la guerra tra Francia rivoluzionaria e le altre monarchie europee: «La Rivoluzione Francese, in cui Londra ha giocato un ruolo determinante (si pensi agli “anglofili” come Honoré Mirabau, il marchese de La Fayette e Philippe Égalité), è sfruttata dagli inglesi per liquidare la Francia come grande potenza marittima, estendere i propri domini in India e rafforzare l’egemonia su un’area chiave del mondo: il Mar Mediterraneo, da unire in prospettiva al Mar Rosso ed all’Oceano Indiano con il canale di Suez».

Il Regno di Napoli, di fronte all’avanzata delle truppe rivoluzionarie francesi, è costretto ad aprire i propri porti alla flotta inglese, «senza sapere che, così facendo, firma la sua condanna a morte: gli inglesi sbarcano infatti coll’obiettivo di rimanerci anche dopo la guerra, installandosi così nello strategico Sud Italia che presidia il Mar Mediterraneo». Per un certo periodo, continua Dezzani, gli inglesi diventano addirittura padroni del Regno: quando infatti il francese Gioacchino Murat si insedia a Napoli, il re Ferdinando IV si rifugia in Sicilia protetto dagli inglesi e Lord William Bentinck governa l’isola come un dittatore de facto. Sotto l’ombra del potere inglese, «arriviamo così alle origini di Cosa Nostra». Un grande esperto di mafia come Michele Pantaleone ricorda che nel Meridione il brigantaggio assunse una funzione “sociale” solo dopo il 1812, quando il potere feudale venne eliminato: Pantaleone scrive che lo «spirito di mafiosità» sorse in concomitanza con la formazione delle famigerate “compagnie d’armi”, create dalla baronia siciliana nel 1813 a difesa dei diritti feudali. Lo “spirito di mafiosità”, dunque, prende forma tra il 1812 e il 1850: «Il suo epicentro è nel palermitano e di qui si irradia verso la Sicilia orientale».

Il 1812, anno citato in tutti i testi di storia sulla mafia, è quello in cui il “dittatore” Lord William Bentinck impone al re, esule a Palermo, l’adozione di una Costituzione sulla falsariga di quella inglese, di comune accordo con i baroni siciliani: «Gli stessi baroni che creano quelle “compagnie d’armi”», antesignane della futura mafia. «Strane davvero queste “compagnie”, “consorterie” o “sette” che iniziano a pullulare dopo il 1812: presentano singolari analogie con la massoneria speculativa che gli inglesi innestano ovunque arrivino: segretezza, statuti, rituali d’iniziazione, mutua assistenza, diversi gradi di affiliazione, livelli sconosciuti agli altri aderenti». E poi, continua Dezzani, le nuove “compagnie” accampano anche «la pretesa di non essere volgari criminali, ma “un’aristocrazia del delitto riconosciuta, accarezzata ed onorata”, proprio come i massoni si definiscono gli “aristocratici dello spirito” in contrapposizione all’antica nobiltà di sangue. “Mafia” nei rioni di Palermo significa “bello, baldanzoso ed orgoglioso”».

La Restaurazione reinsedia Ferdinando IV, ora Ferdinando I delle Due Sicilie, sul trono di Napoli. Il sovrano, nel 1816, si affretta a revocare la Costituzione scritta dagli inglesi, «considerata come un’insidiosa minaccia alle sue prerogative». Ma è tardi: «I germi inoculati dagli inglesi, le misteriose sette criminali che dalla periferia di Napoli e Palermo si irradiano verso i palazzi di baroni e notabili, però crescono. Corrodono il Regno delle Due Sicilie dall’interno, emergendo come un vero Stato nello Stato: trascorreranno poco meno di cinquantanni prima che contribuiscano in maniera determinante allo sfaldamento del Regno borbonico». È tra il 1820 ed il 1830 che lo scrittore Marc Monnier (1829-1885) situa la comparsa a Napoli di una misteriosa setta paramassonica, la “bella società riformata”, dedita ad attività illecite: «E’ la futura camorra, che nel 1842 scrive il primo statuto definendo i vari gradi di affiliazione sulla falsa riga della libera muratoria, da “giovanotto onorato” a “camorrista”, passando per “picciotto di sgarro” e così via». Quasi contemporaneamente, al di là dello Stretto di Messina, la mafia è già ad uno stadio avanzato, perché nel 1828 il procuratore di Girgenti scrive dell’esistenza di un’organizzazione di oltre 100 membri di diverso rango, «riuniti in fermo giuramento di non rilevare mai menoma circostanza delle operazioni». Idem per la ‘ndrangheta in Calabria.

Nel 1848, continua Dezzani, Londra incendia l’Europa usando come cinghia di trasmissione la solita massoneria speculativa: è la “Primavera dei popoli”, cui seguiranno tante altre primavere di complotti, da quella di Praga del 1968 a quella araba del 2011. Nel Mediterraneo gli inglesi si adoperano per staccare la Sicilia, avamposto strategico per ogni operazione militare e politica in quel quadrante, dal Regno Borbonico: i “baroni”, gli stessi che comandano le malfamate “compagnie d’armi”, insorgono contro Ferdinando II, proclamando decaduta la corona borbonica e affidandosi alla corona d’Inghilterra, disposta a difendere l’indipendenza dell’isola. Il contesto internazionale non è però favorevole alla secessione e Ferdinando II reprime manu militari l’insurrezione, guadagnandosi l’appellativo di “re bomba”, dipinto dalla stampa anglosassone come un despota sanguinario e illiberale. «Le carceri, che già allora sono il principale centro di propagazione delle mafie, si riempono di patrioti-liberali e “picciotti”, uniti dal comune retroterra massonico: si saldano così legami che saranno presto utili». Geopolitica, ancora: i rapporti tra Napoli e Londra sono ai minimi storici anche la contesa sullo zolfo siciliano, sicché Ferdinando II si avvicina alla Russia, allora acerrima rivale degli inglesi: sono gli anni del Grande Gioco, in cui Londra e San Pietroburgo si sfidano in Eurasia per l’egemonia mondiale.

Quando nel 1853 scoppia la guerra di Crimea, prosegue Dezzani, il Regno delle Due Sicilie rimane rigorosamente neutrale: nega addirittura alle navi inglesi e francesi dirette verso Sebastopoli di attraccare nei propri porti per rifornirsi. Il primo ministro inglese, Lord Palmerston, non ha dubbi: il Regno Borbonico, nonostante la grande distanza geografica, è diventato un vassallo della Russia. Chi partecipa alla “Guerra d’Oriente” è invece il Regno di Sardegna, consentendo così al primo ministro, Camillo Benso, conte di Cavour, di acquisire un ruolo da protagonista nell’ormai imminente riassetto dell’Italia: «La storiografia certifica che Cavour, da buon reapolitiker qual è, non ha in mente “l’unità” della Penisola, bensì “l’unificazione” doganale, economica e militare di tre regni autonomi. Il Regno sabaudo allargato a tutto il Nord Italia, lo Stato pontificio ed il Regno borbonico: la soluzione, seppur caldeggiata da francesi e russi, è però osteggiata dagli inglesi, decisi a cancellare il potere temporale della Chiesa Cattolica e a sostituire gli infidi Borbone con i più sicuri Savoia, tradizionali alleati dell’Inghilterra sin dal Settecento».

È infatti “l’inglese” Giuseppe Garibaldi, l’eroe dei due mondi celebrato dalla stampa angloamericana nonché 33esimo grado della massoneria, a sbarcare nel maggio del 1860 a Marsala, feudo inglese per la produzione di vino, protetto dalle due cannoniere inglesi Argus e Intrepid. «La reazione della marina militare borbonica è nulla, perché la massoneria ha ormai assunto il controllo delle forze armate e dei vertici dello Stato. Le strade e le grandi città sono invece passate sotto il controllo del crimine organizzato: “i picciotti”, che agiscono sempre in sintonia con i “baroni”, danno un aiuto determinante all’avanzata dei Mille». E così «il Regno delle Due Sicilie, svuotato da uno Stato parallelo che è cresciuto dentro lo Stato di facciata, si squaglia rapidamente: Reggio Calabria non oppone alcuna resistenza, mentre Napoli precipita nel caos, lasciando che il vuoto di potere sia colmato dalla camorra, lieta di accogliere Garibaldi e le sue truppe». Nasce in questo modo il Regno d’Italia, «che ancora oggi paga il prezzo del suo peccato originale». Ovvero: «È uno Stato strutturalmente debole, nato senza possedere il monopolio della violenza, costretto a convivere con due gemelli siamesi, le mafie e la massoneria speculativa, che non solo altro che meri strumenti in mano a chi ha davvero orchestrato l’Italia unita: l’impero britannico».

Londra, sottolinea Dezzani, non è certo animata da nobili sentimenti: ha defenestrato i russofili Borbone per sostituirli con i fedeli Savoia, ha creato a Sud delle Alpi una media potenza da opporre alla Francia (si veda la Triplice Alleanza), ha partorito uno Stato sufficientemente robusto da reggersi in piedi, ma abbastanza debole da non insidiare la sua egemonia sul Mar Mediterraneo. «Le stesse mafie che hanno corroso il Regno delle Due Sicilie sono lasciate infatti in eredità allo Stato unitario: è un’eredità avvelenata, finalizzata a compiere una perdurante opera di destabilizzazione nel Meridione, cosicché non possa mai sfruttare il suo enorme potenziale geopolitico di avamposto verso Suez, il Levante ed il Nord Africa». E attenzione: «Le mafie come strumento inglese di destabilizzazione non sono una peculiarità del Sud Italia». Dezzani cita le Triadi cinesi che smerciano nel Celeste Impero Celeste quell’oppio per cui Londra ha addirittura combattuto una guerra (1839-1842): le analogie con la mafia, come notava Falcone, sono incredibili. «Tatuaggi, mutua assistenza, omertà, segretezza, riti d’iniziazione, diversi gradi di affiliazione, struttura piramidale: anche le Triadi sono sette criminali paramassoniche e, non a caso, quando i comunisti prenderanno il potere nel 1949, ripareranno nella colonia britannica di Hong Kong».

Non c’è alcun dubbio che l’Italia “liberale” fondata nel 1861 sia terreno fertile per il crimine organizzato: mafia, camorra e ‘ndrangheta «si sviluppano nelle rispettive regioni come Stati paralleli a quello unitario, prosperando più che ai tempi del Regno delle Due Sicilie». Per Dezzani, «massoneria e mafie, benedette da Londra, sono i motori dell’Italia liberale, un edificio che sembra spesso vicino al crollo, totalmente ripiegato su se stesso». La mafia contribuisce a mantenere l’Italia in un perenne stato di fibrillazione, guidando ad esempio la rivolta del “sette e mezzo” che paralizza la Sicilia nel 1866, quasi l’antefatto del drammatico 1992. Il fenomeno mafioso, aggiunge Dezzani, è contenuto finché la destra storica, quella di Cavour, resta al potere. Ma poi esplode con l’avvento nel 1876 della sinistra storica: «Sotto la presidenza del Consiglio di massoni come Agostino Depretis e Francesco Crispi, è inaugurato il “Vice-Regno della mafia” che dal 1880 circa si estende fino al 1920». Lo Stato liberale «abdica a favore del baronato». E l’intera Sicilia, formalmente governata da Roma, è in realtà un feudo anglo-mafioso: «Londra non ha bisogno di staccare l’isola del governo centrale come ai tempi di Ferdinando II, perché esercita il controllo de facto con la “setta” criminale paramassonica».

Secondo Dezzani, è la stessa organizzazione che negli Stati Uniti assume nomi evocativi come “Mano Nera” o “Anonimi Assassini”: «Quando nel 1909 il commissario della polizia di New York, Joseph Petrosino, sbarca a Palermo per indagare sui legami tra mafia americana e siciliana, “i picciotti” non si fanno scrupoli a sparargli in testa». Nessuno deve disturbare i rapporti tra mafia e politica: il trasformismo parlamentare dell’epoca giolittiana è terreno fertile per la malavita, «determinante per l’elezione degli onorevoli espressi dalle popolose regioni meridionali». Un cambiamento, ammette Dezzani, si registra solo dopo la marcia su Roma del 1922, con l’irruzione sulla scena di Benito Mussolini, che certo «è una vecchia conoscenza di Londra sin dalla Prima Guerra Mondiale e dalla campagna interventista del “Popolo d’Italia”», ed vero che «conquista la presidenza del Consiglio con l’appoggio determinante degli inglesi e della massoneria di piazza del Gesù», ma il duce del fascismo «tende ad emanciparsi in fretta». Secondo Dezzani, «l’omicidio Matteotti del 1924 può infatti essere considerato il primo tentativo inglese di rovesciarlo e ha certamente un certo peso sulla decisione del 1925 di abolire la libera muratoria (sebbene numerosi massoni, primo fra tutti Dino Grandi, restino al governo)».

Fedele alla massima “tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato”, Mussolini non può ovviamente accettare la convivenza con istituzioni parallele al governo, come la mafia. Nell’ottobre 1925 Cesare Mori è nominato prefetto di Palermo e, in poco meno di quattro anni, infligge un duro colpo a Cosa Nostra, avvalendosi dei “poteri eccezionali” affidatigli da Mussolini: nel 1927 il tribunale di Termini Imerese condanna oltre 140 mafiosi a durissime pene. Chi, ovviamente, stigmatizza la condotta del governo italiano è l’Inghilterra. Dezzani cita l’ambasciatore Ronald Graham, che scrive al premier Chamberlain: «Il signor Mori ha certamente restaurato l’ordine. Ha eliminato numerosi mafiosi e ras ed anche numerosi innocenti con mezzi molto dubbi, comprese prove fabbricate dalla polizia e processi di massa». Al che, aggiunge Dezzani, «mafie e massoneria, sorelle inseparabili, piombano quindi “nel sonno”, in attesa di essere risvegliate al momento opportuno: proprio come ai tempi delle guerre napoleoniche, sbarcheranno in Sicilia con gli inglesi, accompagnati questa volta anche dalle forze armate statunitensi».

È il 1943 e la mafia non solo facilita lo conquista dell’isola attraverso Lucky Luciano, ma addirittura «presenzia alla firma dell’armistizio di Cassibile nella persona di Vito Guarrasi, lontano parente di Enrico Cuccia (la cui famiglia è originaria del palermitano)». Finché il “continente” è occupato dai tedeschi, gli angloamericani coltivano la ricorrente idea di separare la Sicilia dal resto dell’Italia: è il momento d’oro del separatismo e del bandito Giuliano, destinato a scemare man mano che le truppe alleate risalgono la penisola. «Perché infatti accontentarsi della Sicilia se, come ai tempi d’oro dell’Italia liberale, è possibile costruire dietro lo Stato di facciata un secondo Stato, retto dalle mafie a dalla massoneria? Inizia così la lunga stagione dei “misteri italiani” dove mafia, camorra e ‘ndrangheta figureranno a fianco di servizi segreti “deviati” e logge massoniche in decine di omicidi ed attentati: dal disastro aereo di Enrico Mattei alle bombe del 1993, dal sequestro Moro al rapimento dell’assessore campano Ciro Cirillo». Inutile stupirsi, insiste Dezzani: «Il fenomeno rientra nella norma, perché sin dalle origini nella prima metà dell’Ottocento le mafie non erano altro che società segrete paramassoniche, dedite al crimine e obbedienti alle logge inglesi e americane».

Un pentito, Giovanni Gullà, ha rivelato agli inquirenti i meccanismi di “Mamma Santissima”, la nuova ‘ndrangheta, che contribuirà in maniera decisiva alla strategia della tensione: «La “Santa” si spiega nella logica della “setta segreta”: si è inteso creare una struttura di potere sconosciuta agli altri per ottenere maggiori benefici». Secondo Gullà, «la “Santa”, come setta segreta, è l’esatto corrispondente della massoneria coperta rispetto a quella ufficiale». Certo, «l’appartenente alla ‘ndrangheta non può essere massone», ma questo vale solo «per la ‘ndrangheta “minore” e la massoneria pubblica». La “Santa” invece «rappresenta una struttura segreta dentro la stessa ‘ndrangheta». E quindi, «se il fine mutualistico può essere soddisfatto con l’ingresso di massoni nella struttura e viceversa, nessun ostacolo può essere frapposto». La “Santa”, conclude Dezzani, è dunque l’élite della ‘ndrangheta, «costituita negli anni ‘70 nel nome di tre personaggi storici, tutti risalenti al Risorgimento, tutti massoni, tutti ottime conoscenze di Londra: Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini e Giuseppe La Marmora». Dalla “pax britannica” dell’ordine liberale alla “pax americana” dal 1945 a oggi. L’eventuale fine della mafia? Di ordine geopolitico: «È un sistema internazionale entrato ormai in crisi irreversibile, schiacciato dalla crisi del capitalismo anglosassone e dall’emergere di nuove potenze». Per Dezzani sarebbe il caso di sfruttare il declino dell’egemonia angloamericana «per liquidare anche quelle società segrete paramassoniche che da due secoli corrodono il Meridione e l’Italia, impedendo di sfruttarne l’enorme potenziale come ponte naturale tra Europa e Asia».

Spaghetti, pizza e mafia. Sicuri che l’onorata società sia interamente made in Italy? La Sicilia a Cosa Nostra, la Campania alla camorra, la Calabria alla ‘ndrangheta: «Sono accostamenti triti e ritriti, spesso impiegati per dipingere l’intera Italia come un paese mafioso, corroso dal crimine, e quindi da collocare ai margini del sistema internazionale, tra gli Stati semi-falliti». Per un analista geopolitico come Federico Dezzani, la verità è più complessa. E ha un’origine non solo italiana, anche se la mafia ha tratto alimento dal brigantaggio, nato nel Sud come ribellione armata alla ferocia dell’esercito piemontese all’epoca dell’Unità d’Italia. Da allora – 1861 – il paese affronta il problema mafioso: migliaia di inchieste, libri, analisi economiche e sociali. «Ma è possibile affrontare la questione in termini geopolitici?», si domanda Dezzani? La sua risposta è sì. Ed è decisamente spiazzante: «Mafia, camorra e ‘ndrangheta sono società segrete paramassoniche, inoculate dagli inglesi all’inizio dell’Ottocento per destabilizzare il Regno delle Due Sicilie e trasmesse all’Italia post-unitaria per minare lo Stato e castrarne la politica mediterranea».

Nella sua analisi sul biennio 1992-1993, che decretò il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, Dezzani smonta la tesi dominante sul quel cruciale periodo della storia italiana: «Alla base delle stragi in Sicilia e “sul continente”, non ci fu il braccio Il Padrinodi ferro tra malavita e Stato sul 41 bis, ma un più ampio ampio ed ambizioso progetto con cui le “menti raffinatissime” vollero ridisegnare la mappa economica e politica dell’Italia, inserendola nella più vasta cornice del Nuovo Ordine Mondiale». L’omicidio dell’eurodeputato Salvo Lima? «Va collegato alla cruciale elezione del presidente della Repubblica di quell’anno». Le uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino? «Sono analoghi ammonimenti lanciati al Parlamento, ma allo stesso tempo sono anche un avvertimento alla giustizia italiana affinché si fermi al livello “insulare” delle indagini, senza approfondire i legami tra Cosa Nostra ed i servizi segreti della Nato». E le bombe del 1993 «sono un “lubrificante” per consentire agli anglofili del Britannia di smantellare a prezzi di saldo l’Iri e l’industria pubblica».

In questo contesto, scrive Dezzani nel suo blog, «la mafia è uno strumento dell’oligarchia atlantica per perseguire obiettivi addirittura in contrasto con gli interessi di Cosa Nostra: è infatti assodato che la stagione stragista debilitò gravemente Cosa Nostra, “spremuta” nella strategia della tensione del 1992-1993 fino quasi a svuotarla». E non è certo un’eccezione l’impiego del crimine organizzato da parte degli angloamericani, già nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Dezzani esplora altri momenti cruciali del Belpaese, scovandovi lo zampino della malavita. Per esempio sul caso Moro, a partire dal sequestro, il 16 marzo 1978: «E’ ormai appurato che la ‘ndrangheta abbia partecipato al “commando12” che rapì il presidente della Dc, reo di turbare gli assetti internazionali con la sua apertura al Pci». Non solo: il capo della Nuova Camorra Organizzata, Raffaele Cutolo, ha dichiarato che «avrebbe potuto salvare Moro, se i servizi segreti non si fossero opposti». Prima ancora, la strage di piazza Fontana, 12 dicembre 1969: l’ecatombe che inaugura la strategia della tensione «è perpetrata dalla destra eversiva di Enrico MatteiFranco Freda, in stretto contatto con la ‘ndrangheta». E ancora: l’omicidio di Enrico Mattei, 1962. «E’ Cosa Nostra a sabotare, all’aeroporto di Catania Fontanarossa, il velivolo su cui trovò la morte il presidente dell’Eni, scomodo alle Sette Sorelle».

Rileggendo la storia a ritroso, il binomio atlantico-mafia compare già al momento dello sbarco angloamericano in Sicilia del 1943: «E’ il mafioso Lucky Luciano a facilitare la conquista dell’isola, e papaveri di Cosa Nostra presenziano anche all’armistizio di Cassibile, che sancisce la fine delle ostilità tra l’Italia e gli Alleati». Quasi un secolo prima ci fu un altro famosissimo sbarco, quello di Garibaldi a Marsala, nel 1860, con i “picciotti” impegnati a dare «un contributo determinante alla spedizione di Mille, benedetta e protetta da Londra». Domande: cosa sono, davvero, la mafia, la camorra e la ‘ndragheta? Perché affiorano in tutti i passaggi della storia italiana a fianco di Londra e Washington? E perché sono sovente associate ad un’altra organizzazione segreta di matrice anglosassone, la massoneria speculativa? Generalmente non se parla, nei film e nei prodotti televisivi sulla mafia, e nemmeno tra le migliaia di pagine stampate. Sulla mafia, scrive Dezzani, «campano non soltanto i malavitosi, ma anche i “professionisti dell’antimafia” che pullulano nei tribunali, pennivendoli del calibro di Roberto Saviano ed il variegato mondo di preti, intellettuali e soloni che ruota attorno alla “lotta alla mafia”». Nessuno di loro, però, secondo Dezzani, ha «intuito la vera natura del crimine organizzato». Ci arrivò Falcone, quando osservò che la mafia «presenta forti analogie con le Triadi cinesi, la malavita turca e la Yakuza giapponese».

Con un approccio storico e geopolitico che analizza gli interessi strategici, Dezzani arriva a concludere che mafia, camorra e ‘ndragheta sono «società segrete paramassoniche dedite al crimine, vere e proprie “sette” che rispondono alle logge inglesi ed americane, sin dalla loro origine agli inizi dell’Ottocento». Sarebbe una verità «perfettamente nota agli “addetti ai lavori”», cioè «vertici della mafia, politici, Grande Oriente d’Italia, Cia, Mi6». Una realtà «spesso intuita e talvolta accennata da onesti magistrati e seri studiosi», anche se nessuno ha finora prodotto uno studio organico sul tema. Dezzani parte dal quesito chiave: perché le mafie si sviluppano in tre regioni meridionali quasi contemporaneamente, tra gli anni ‘10 e ‘30 dell’Ottocento? Le risposte più frequenti sono di natura socio-economica: l’arretratezza del Meridione, il retaggio della dominazione spagnola, la presenza del latifondo, le mentalità della popolazione, la diffusione di miseria e povertà. «Sono risposte fuorvianti», visto che «il reddito pro-capite del Regno delle Due Sicilie era paragonabile a quello del resto d’Italia», e la povertà era «simile a quella di alcune zone del Piemonte e del Veneto, che non produssero crimine organizzato». Inoltre, «la dominazione spagnola aveva Giovanni Falconeinteressato pure la “civilissima” Lombardia» e, per contro, «altre regioni meridionali persino più povere (come il Molise e la Basilicata) non conobbero le mafie, che germogliarono invece in due ricche capitali come Palermo e Napoli».

Per scoprire le autentiche origini del fenomeno mafioso, secondo Dezzani occorre «tuffarsi nella storia, accantonando analisi pseudo-economiche, per afferrare le forze vive e la geopolitica dell’epoca». E’ lo stesso procedimento che porta a dimostrare come l’Isis «non sia altro che uno strumento degli angloamericani per balcanizzare il Medio Oriente e dividerlo lungo faglie etniche e religiose, piuttosto che il frutto spontaneo del fondamentalismo islamico». Così, Dezzani si tuffa nella storia, partendo dagli anni a cavallo tra ‘700 e ‘800, quando il mondo è in fiamme per la guerra tra Francia rivoluzionaria e le altre monarchie europee: «La Rivoluzione Francese, in cui Londra ha giocato un ruolo determinante (si pensi agli “anglofili” come Honoré Mirabeau, il marchese de La Fayette e Philippe Égalité), è sfruttata dagli inglesi per liquidare la Francia come grande potenza marittima, estendere i propri domini in India e rafforzare l’egemonia su un’area chiave del mondo: il Mar Mediterraneo, da unire in prospettiva al Mar Rosso ed all’Oceano Indiano con il canale di Suez».

Il Regno di Napoli, di fronte all’avanzata delle truppe rivoluzionarie francesi, è costretto ad aprire i propri porti alla flotta inglese, «senza sapere che, così facendo, firma la sua condanna a morte: gli inglesi sbarcano infatti coll’obiettivo di rimanerci anche dopo la guerra, installandosi così nello strategico Sud Italia che presidia il Mar Mediterraneo». Per un certo periodo, continua Dezzani, gli inglesi diventano addirittura padroni del Regno: quando infatti il francese Gioacchino Murat si insedia a Napoli, il re Ferdinando IV si rifugia in Sicilia protetto dagli inglesi e Lord William Bentinck governa l’isola come un dittatore de facto. Sotto l’ombra del potere inglese, «arriviamo così alle origini di Cosa Nostra». Un grande esperto di mafia come Michele Pantaleone ricorda che nel Meridione il brigantaggio assunse una funzione “sociale” solo dopo il 1812, quando il potere feudale venne eliminato: Pantaleone scrive che lo «spirito di mafiosità» sorse in concomitanza con la formazione delle Lord William Bentinckfamigerate “compagnie d’armi”, create dalla baronia siciliana nel 1813 a difesa dei diritti feudali. Lo “spirito di mafiosità”, dunque, prende forma tra il 1812 e il 1850: «Il suo epicentro è nel palermitano e di qui si irradia verso la Sicilia orientale».

Il 1812, anno citato in tutti i testi di storia sulla mafia, è quello in cui il “dittatore” Lord William Bentinck impone al re, esule a Palermo, l’adozione di una Costituzione sulla falsariga di quella inglese, di comune accordo con i baroni siciliani: «Gli stessi baroni che creano quelle “compagnie d’armi”», antesignane della futura mafia. «Strane davvero queste “compagnie”, “consorterie” o “sette” che iniziano a pullulare dopo il 1812: presentano singolari analogie con la massoneria speculativa che gli inglesi innestano ovunque arrivino: segretezza, statuti, rituali d’iniziazione, mutua assistenza, diversi gradi di affiliazione, livelli sconosciuti agli altri aderenti». E poi, continua Dezzani, le nuove “compagnie” accampano anche «la pretesa di non essere volgari criminali, ma “un’aristocrazia del delitto riconosciuta, accarezzata ed onorata”, proprio come i massoni si definiscono gli “aristocratici dello spirito” in contrapposizione all’antica nobiltà di sangue. “Mafia” nei rioni di Palermo significa “bello, baldanzoso ed orgoglioso”».

La Restaurazione reinsedia Ferdinando IV, ora Ferdinando I delle Due Sicilie, sul trono di Napoli. Il sovrano, nel 1816, si affretta a revocare la Costituzione scritta dagli inglesi, «considerata come un’insidiosa minaccia alle sue prerogative». Ma è tardi: «I germi inoculati dagli inglesi, le misteriose sette criminali che dalla periferia di Napoli e Palermo si irradiano verso i palazzi di baroni e notabili, e crescono. Corrodono il Regno delle Due Sicilie dall’interno, emergendo come un vero Stato nello Stato: trascorreranno poco meno di cinquantanni prima che contribuiscano in maniera determinante allo sfaldamento del Regno borbonico». È tra il 1820 ed il 1830 che lo scrittore Marc Monnier (1829-1885) situa la comparsa a Napoli di una misteriosa setta paramassonica, la “bella società riformata”, dedita ad attività illecite: «E’ la futura camorra, che nel 1842 scrive il primo statuto definendo i vari gradi di affiliazione sulla falsa riga della libera muratoria, da “giovanotto onorato” a “camorrista”, passando per “picciotto di sgarro” e così via». Quasi contemporaneamente, al di là dello Stretto di Messina, la mafia è già ad uno stadio avanzato, perché nel 1828 il procuratore di Girgenti scrive dell’esistenza di un’organizzazione di oltre Marc Monnier100 membri di diverso rango, «riuniti in fermo giuramento di non rilevare mai menoma circostanza delle operazioni». Idem per la ‘ndrangheta in Calabria.

Nel 1848, continua Dezzani, Londra incendia l’Europa usando come cinghia di trasmissione la solita massoneria speculativa: è la “Primavera dei popoli”, cui seguiranno tante altre primavere di complotti, da quella di Praga del 1968 a quella araba del 2011. Nel Mediterraneo gli inglesi si adoperano per staccare la Sicilia, avamposto strategico per ogni operazione militare e politica in quel quadrante, dal Regno Borbonico: i “baroni”, gli stessi che comandano le malfamate “compagnie d’armi”, insorgono contro Ferdinando II, proclamando decaduta la corona borbonica e affidandosi alla corona d’Inghilterra, disposta a difendere l’indipendenza dell’isola. Il contesto internazionale non è però favorevole alla secessione e Ferdinando II reprime manu militari l’insurrezione, guadagnandosi l’appellativo di “re bomba”, dipinto dalla stampa anglosassone come un despota sanguinario e illiberale. «Le carceri, che già allora sono il principale centro di propagazione delle mafie, si riempono di patrioti-liberali e “picciotti”, uniti dal comune retroterra massonico: si saldano così legami che saranno presto utili». Geopolitica, ancora: i rapporti tra Napoli e Londra sono ai minimi storici anche per la contesa sullo zolfo siciliano, sicché Ferdinando II si avvicina alla Russia, allora acerrima rivale degli inglesi: sono gli anni del Grande Gioco, in cui Londra e San Pietroburgo si sfidano in Eurasia per l’egemonia mondiale.

Quando nel 1853 scoppia la guerra di Crimea, prosegue Dezzani, il Regno delle Due Sicilie rimane rigorosamente neutrale: nega addirittura alle navi inglesi e francesi dirette verso Sebastopoli di attraccare nei propri porti per rifornirsi. Il primo ministro inglese, Lord Palmerston, non ha dubbi: il Regno Borbonico, nonostante la grande distanza geografica, è diventato un vassallo della Russia. Chi partecipa alla “Guerra d’Oriente” è invece il Regno di Sardegna, consentendo così al primo ministro, Camillo Benso, conte di Cavour, di acquisire un ruolo da protagonista nell’ormai imminente riassetto dell’Italia: «La storiografia certifica che Cavour, da buon reapolitiker qual è, non ha in mente “l’unità” della Penisola, bensì “l’unificazione” doganale, economica e militare di tre regni autonomi. Il Regno sabaudo allargato a tutto il Nord Italia, lo Stato pontificio ed il Regno borbonico: la soluzione, seppur caldeggiata da francesi e russi, è però osteggiata dagli inglesi, decisi a cancellare il Lord Palmerstonpotere temporale della Chiesa Cattolica e a sostituire gli infidi Borbone con i più sicuri Savoia, tradizionali alleati dell’Inghilterra sin dal Settecento».

È infatti “l’inglese” Giuseppe Garibaldi, l’eroe dei due mondi celebrato dalla stampa angloamericana nonché 33esimo grado della massoneria, a sbarcare nel maggio del 1860 a Marsala, feudo inglese per la produzione di vino, protetto dalle due cannoniere inglesi Argus e Intrepid. «La reazione della marina militare borbonica è nulla, perché la massoneria ha ormai assunto il controllo delle forze armate e dei vertici dello Stato. Le strade e le grandi città sono invece passate sotto il controllo del crimine organizzato: “i picciotti”, che agiscono sempre in sintonia con i “baroni”, danno un aiuto determinante all’avanzata dei Mille». E così «il Regno delle Due Sicilie, svuotato da uno Stato parallelo che è cresciuto dentro lo Stato di facciata, si squaglia rapidamente: Reggio Calabria non oppone alcuna resistenza, mentre Napoli precipita nel caos, lasciando che il vuoto di potere sia colmato dalla camorra, lieta di accogliere Garibaldi e le sue truppe». Nasce in questo modo il Regno d’Italia, «che ancora oggi paga il prezzo del suo peccato originale». Ovvero: «È uno Stato strutturalmente debole, nato senza possedere il monopolio della violenza, costretto a convivere con due gemelli siamesi, le mafie e la massoneria speculativa, che non solo altro che meri strumenti in mano a chi ha davvero orchestrato l’Italia unita: l’impero britannico».

Londra, sottolinea Dezzani, non è certo animata da nobili sentimenti: ha defenestrato i russofili Borbone per sostituirli con i fedeli Savoia, ha creato a Sud delle Alpi una media potenza da opporre alla Francia (si veda la Triplice Alleanza), ha partorito uno Stato sufficientemente robusto da reggersi in piedi, ma abbastanza debole da non insidiare la sua egemonia sul Mar Mediterraneo. «Le stesse mafie che hanno corroso il Regno delle Due Sicilie sono lasciate infatti in eredità allo Stato unitario: è un’eredità avvelenata, finalizzata a compiere una perdurante opera di destabilizzazione nel Meridione, cosicché non possa mai sfruttare il suo enorme potenziale geopolitico di avamposto verso Suez, il Levante ed il Nord Africa». E attenzione: «Le mafie come strumento inglese di destabilizzazione non sono una peculiarità del Sud Italia». Dezzani cita le Triadi cinesi che smerciano nel Celeste Impero Celeste quell’oppio per cui Londra ha addirittura combattuto una guerra (1839-1842): le analogie con la mafia, come notava Falcone, sono incredibili. «Tatuaggi, mutua assistenza, omertà, segretezza, riti d’iniziazione, Garibaldidiversi gradi di affiliazione, struttura piramidale: anche le Triadi sono sette criminali paramassoniche e, non a caso, quando i comunisti prenderanno il potere nel 1949, ripareranno nella colonia britannica di Hong Kong».

Non c’è alcun dubbio che l’Italia “liberale” fondata nel 1861 sia terreno fertile per il crimine organizzato: mafia, camorra e ‘ndrangheta «si sviluppano nelle rispettive regioni come Stati paralleli a quello unitario, prosperando più che ai tempi del Regno delle Due Sicilie». Per Dezzani, «massoneria e mafie, benedette da Londra, sono i motori dell’Italia liberale, un edificio che sembra spesso vicino al crollo, totalmente ripiegato su se stesso». La mafia contribuisce a mantenere l’Italia in un perenne stato di fibrillazione, guidando ad esempio la rivolta del “sette e mezzo” che paralizza la Sicilia nel 1866, quasi l’antefatto del drammatico 1992. Il fenomeno mafioso, aggiunge Dezzani, è contenuto finché la destra storica, quella di Cavour, resta al potere. Ma poi esplode con l’avvento nel 1876 della sinistra storica: «Sotto la presidenza del Consiglio di massoni come Agostino Depretis e Francesco Crispi, è inaugurato il “Vice-Regno della mafia” che dal 1880 circa si estende fino al 1920». Lo Stato liberale «abdica a favore del baronato». E l’intera Sicilia, formalmente governata da Roma, è in realtà un feudo anglo-mafioso: «Londra non ha bisogno di staccare l’isola del governo centrale come ai tempi di Ferdinando II, perché esercita il controllo de facto con la “setta” criminale paramassonica».

Secondo Dezzani, è la stessa organizzazione che negli Stati Uniti assume nomi evocativi come “Mano Nera” o “Anonimi Assassini”: «Quando nel 1909 il commissario della polizia di New York, Joseph Petrosino, sbarca a Palermo per indagare sui legami tra mafia americana e siciliana, “i picciotti” non si fanno scrupoli a sparargli in testa». Nessuno deve disturbare i rapporti tra mafia e politica: il trasformismo parlamentare dell’epoca giolittiana è terreno fertile per la malavita, «determinante per l’elezione degli onorevoli espressi dalle popolose regioni meridionali». Un cambiamento, ammette Dezzani, si registra solo dopo la marcia su Roma del 1922, con l’irruzione sulla scena di Benito Mussolini, che certo «è una vecchia conoscenza di Londra sin dalla Prima Guerra Mondiale e dalla campagna interventista del “Popolo d’Italia”», ed è vero che «conquista la presidenza del Consiglio con l’appoggio determinante degli inglesi e della massoneria di piazza del Gesù», ma il duce del fascismo «tende ad emanciparsi in fretta». Secondo Dezzani, «l’omicidio Matteotti del 1924 può infatti essere considerato il Cesare Moriprimo tentativo inglese di rovesciarlo e ha certamente un certo peso sulla decisione del 1925 di abolire la libera muratoria (sebbene numerosi massoni, primo fra tutti Dino Grandi, restino al governo)».

Fedele alla massima “tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato”, Mussolini non può ovviamente accettare la convivenza con istituzioni parallele al governo, come la mafia. Nell’ottobre 1925 Cesare Mori è nominato prefetto di Palermo e, in poco meno di quattro anni, infligge un duro colpo a Cosa Nostra, avvalendosi dei “poteri eccezionali” affidatigli da Mussolini: nel 1927 il tribunale di Termini Imerese condanna oltre 140 mafiosi a durissime pene. Chi, ovviamente, stigmatizza la condotta del governo italiano è l’Inghilterra. Dezzani cita l’ambasciatore Ronald Graham, che scrive al premier Chamberlain: «Il signor Mori ha certamente restaurato l’ordine. Ha eliminato numerosi mafiosi e ras ed anche numerosi innocenti con mezzi molto dubbi, comprese prove fabbricate dalla polizia e processi di massa». Al che, aggiunge Dezzani, «mafie e massoneria, sorelle inseparabili, piombano “nel sonno”, in attesa di essere risvegliate al momento opportuno: proprio come ai tempi delle guerre napoleoniche, sbarcheranno in Sicilia con gli inglesi, accompagnati questa volta anche dalle forze armate statunitensi».

È il 1943 e la mafia non solo facilita lo conquista dell’isola attraverso Lucky Luciano, ma addirittura «presenzia alla firma dell’armistizio di Cassibile nella persona di Vito Guarrasi, lontano parente di Enrico Cuccia (la cui famiglia è originaria del palermitano)». Finché il “continente” è occupato dai tedeschi, gli angloamericani coltivano la ricorrente idea di separare la Sicilia dal resto dell’Italia: è il momento d’oro del separatismo e del bandito Giuliano, destinato a scemare man mano che le truppe alleate risalgono la penisola. «Perché infatti accontentarsi della Sicilia se, come ai tempi d’oro dell’Italia liberale, è possibile costruire dietro lo Stato di facciata un secondo Stato, retto dalle mafie a dalla massoneria? Inizia così la lunga stagione dei “misteri italiani” dove mafia, camorra e ‘ndrangheta figureranno a fianco di servizi segreti “deviati” e logge massoniche in decine di omicidi ed attentati: dal disastro aereo di Enrico Mattei alle bombe del 1993, dal sequestro Moro al rapimento dell’assessore campano Ciro Cirillo». Inutile stupirsi, insiste Dezzani: «Il fenomeno rientra nella norma, perché sin Lucky Lucianodalle origini nella prima metà dell’Ottocento le mafie non erano altro che società segrete paramassoniche, dedite al crimine e obbedienti alle logge inglesi e americane».

Un pentito, Giovanni Gullà, ha rivelato agli inquirenti i meccanismi di “Mamma Santissima”, la nuova ‘ndrangheta, che contribuirà in maniera decisiva alla strategia della tensione: «La “Santa” si spiega nella logica della “setta segreta”: si è inteso creare una struttura di potere sconosciuta agli altri per ottenere maggiori benefici». Secondo Gullà, «la “Santa”, come setta segreta, è l’esatto corrispondente della massoneria coperta rispetto a quella ufficiale». Certo, «l’appartenente alla ‘ndrangheta non può essere massone», ma questo vale solo «per la ‘ndrangheta “minore” e la massoneria pubblica». La “Santa” invece «rappresenta una struttura segreta dentro la stessa ‘ndrangheta». E quindi, «se il fine mutualistico può essere soddisfatto con l’ingresso di massoni nella struttura e viceversa, nessun ostacolo può essere frapposto». La “Santa”, conclude Dezzani, è dunque l’élite della ‘ndrangheta, «costituita negli anni ‘70 nel nome di tre personaggi storici, tutti risalenti al Risorgimento, tutti massoni, tutti ottime conoscenze di Londra: Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini e Giuseppe La Marmora». Dalla “pax britannica” dell’ordine liberale alla “pax americana” dal 1945 a oggi. L’eventuale fine della mafia? Di ordine geopolitico: «È un sistema internazionale entrato ormai in crisi irreversibile, schiacciato dalla crisi del capitalismo anglosassone e dall’emergere di nuove potenze». Per Dezzani sarebbe il caso di sfruttare il declino dell’egemonia angloamericana «per liquidare anche quelle società segrete paramassoniche che da due secoli corrodono il Meridione e l’Italia, impedendo di sfruttarne l’enorme potenziale come ponte naturale tra Europa e Asia».
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Berto
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Re: Mafia, camorra, complottismo, massoneria, Unità d'Italia

Messaggioda Berto » dom mar 03, 2019 10:22 am

Sul complottismo che vede la massoneria (variante del complottismo antigiudaico) all'origine di tutto e di ogni male


???
IL RUOLO DELLA MASSONERIA E DELL'INGHILTERRA NELL'UNITA' D'ITALIA
Tratto da GIUSEPPE GARIBALDI
di Antonio Pagano
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LE CONGIURE IN ITALIA

La mossa dei massoni fu quella di spingere alcuni affiliati, sovversivi duosiciliani, La Farina e La Masa a sbarcare il 3 gennaio 1848 a Palermo, dove, era stato loro detto, si era costituito un Comitato Rivoluzionario. Questo comitato non esisteva, ma vi trovarono invece gli altri massoni Rosolino Pilo e Francesco Bagnasco, che al loro arrivo mobilitarono tutti i loro seguaci per iniziare la rivolta. La Masa, per poter avere l’appoggio delle popolazioni convinse il principe Ruggero Settimo a porsi a capo della rivolta per l’indipendenza della Sicilia. Le titubanze del principe furono presto superate quando Lord Mintho, con la flotta inglese nella rada del porto di Palermo, gli assicurò il suo appoggio. I rivoltosi, poi, certi che il comandante borbonico, il massone De Majo, non avrebbe opposto che una simbolica resistenza, insorsero il 12 gennaio a Palermo, concentrandosi alla Fieravecchia. La gente si chiuse nelle case e le botteghe serrarono le porte. Le truppe, poiché vi erano stati atroci episodi di violenza e di saccheggi, si rinchiusero nel forte di Castellammare e da lì bombardarono gli appostamenti dei rivoltosi.
A Napoli, mentre i carbonari facevano espellere i Gesuiti, l’inglese Palmerston, capo del governo inglese, suggeriva al governo napoletano di riconoscere l’indipendenza della Sicilia e nello stesso tempo esaltava la liberazione d’Italia dagli stranieri. Insomma l’Inghilterra voleva unire l’Italia e separare il Regno, per appropriarsi della Sicilia. L’isola, infatti, dopo l’occupazione francese dell’Algeria e la costituzione di una base navale ad Algeri, era diventata per gli Inglesi interessante per controbilanciare l‘accresciuta potenza navale francese nel Mediterraneo.

In Austria, nel frattempo, i massoni il 13 marzo approfittarono per promuovere una grave insurrezione a Vienna, tanto che l’imperatore Ferdinando I fu costretto a concedere la costituzione. La setta, tuttavia, continuò nei suoi intrighi fomentando disordini in Boemia, in Ungheria e nel Lombardo-Veneto. A Milano, infatti, appena giunta la notizia dell’insurrezione di Vienna, vi fu l’episodio delle Cinque Giornate che durò dal 18 al 22 marzo. Anche a Venezia il giorno 17 vi furono delle sommosse, tanto che le truppe austriache furono costrette a rifugiarsi nelle fortezze di Peschiera, Mantova, Legnago e Verona sotto gli ordini di Radetzky. Insomma si ripeteva in tutta l’Europa cattolica, tranne cioè nei paesi protestanti, quanto era successo con le rivolte in Sicilia. I massoni (secondo le direttive inglesi) fomentavano le rivolte al solo scopo di sconvolgere l’equilibrio della politica europea ai danni delle potenze conservatrici : Due Sicilie, Austria, Prussia e Russia, garanti dello statu quo nato dalla Santa Alleanza.
Fu così che, mentre Garibaldi, chiamato da Mazzini, partiva il 15 marzo da Montevideo, imbarcandosi con 150 uomini sulla nave Speranza, Carlo Alberto, spinto dalla setta, dichiarò il 24 marzo la guerra all’Austria. Poi i massoni, con la complicità dei governi liberali, che erano riusciti a insediare negli altri Stati italiani, costrinsero questi ad inviare dei corpi di spedizione contro l’Austria. A Roma il 27 venne da Torino il conte Rignon per chiedere al Papa un appoggio materiale e morale per la guerra. Pio IX inviò le truppe pontificie al comando del generale Durando e di d’Azeglio, ma con l’ordine di fermarsi sul Po e solo per scopo difensivo. In quanto all’appoggio morale, egli affermò il 29 aprile che non avrebbe mai dichiarato una guerra offensiva.
Il Rignon si recò anche a Napoli, dove già erano all’opera gli arruolamenti di volontari da parte dei liberali. Ferdinando, tuttavia, aveva già deciso cosa fare. Egli, infatti, si era reso conto che il movimento, non avendo l’appoggio del popolo, si sarebbe esaurito da solo nelle gravi agitazioni che esso stesso provocava. Concluse che l’unico modo per vincerlo, era quello di accelerarne gli effetti. Dichiarò così inaspettatamente il 7 aprile guerra all’Austria e concesse 16.000 uomini al comando del generale Guglielmo Pepe, che il 4 maggio partì, anche lui con l’ordine di attestarsi sul Po.
Le truppe piemontesi, che avevano adottato una nuova bandiera con i colori verde, bianco e rosso, che erano i colori che identificavano la massoneria dell’Emilia, ebbero il 30 maggio 1848 un primo successo a Goito contro gli Austriaci, grazie alla resistenza delle truppe napolitane e dei volontari toscani che li avevano fermati a Curtatone e a Montanara. Gli Austriaci così furono costretti a ritirarsi verso il quadrilatero, fatto che consentì ai liberali l’annessione di Milano ai Savoia e a Venezia la proclamazione della repubblica. Numerose furono le decorazioni e le onorificenze concesse ai Napolitani, ma nell’obelisco, eretto nei luoghi della battaglia, vi sono solo i nomi dei toscani, mentre quelli dei Napolitani furono deliberatamente omessi.

Ferdinando II, tuttavia, dovette richiamare in Patria il corpo di spedizione napolitano per ragioni di ordine pubblico. In Calabria, infatti, la massoneria aveva fomentato alcune sommosse, approfittando del fatto che l’esercito borbonico era impegnato in Lombardia. La diplomazia inglese, inoltre, aveva spinto il governo rivoluzionario della Sicilia ad offrire la corona al savoiardo duca di Genova, che però declinò l’offerta, non sentendosi sicuro di mantenerla.
In giugno, in esecuzione dell’ordine del Re Ferdinando, tutte le truppe napolitane rientrarono a Napoli, tranne il traditore Pepe e circa mille soldati che, plagiati dai settari, si recarono a Venezia. Nel frattempo, Garibaldi dopo essere sbarcato il 21 giugno a Nizza con i suoi avventurieri, si era recato il 5 luglio a Roverbella, nei pressi di Mantova, per offrirsi volontario al re Carlo Alberto, che però lo respinse. Allora il nizzardo si recò a Milano, dove il governo provvisorio lombardo, presieduto dal conte massone Casati, lo nominò il 14 luglio generale di brigata.
I piemontesi, tuttavia, senza l’aiuto delle truppe napolitane, vennero ignominiosamente sconfitti a Custoza il 25 luglio dalle poche truppe austriache e furono costretti a firmare il 9 agosto un armistizio a Salasco con Radetzky. Alle battaglie avevano tentato di partecipare anche i volontari di Garibaldi, ma il 4 agosto, senza neanche affrontare le avanguardie austriache incontrate a Merate, i più incominciarono a disertare e i rimanenti con Garibaldi, travestito da contadino, riuscirono a giungere in Svizzera, dove, come sempre, il prudente Mazzini si era già rifugiato .
Tranne la città di Venezia, rimasta assediata, tutto il territorio occupato dai savoiardi ritornò all’Austria.
A queste vicende non vi fu alcuna partecipazione popolare. Anzi le masse erano per lo più favorevoli agli Austriaci, come dimostrarono le manifestazioni della maggior parte del popolo che, al loro ritorno, aveva gridato "Viva Radetzky" .

LA REPUBBLICA ROMANA

A Napoli il 1° febbraio del 1849 vennero riaperte le Camere. Nel frattempo erano affluiti a Roma i più importanti capi massoni, tra cui anche Garibaldi e Mazzini, che il 5 febbraio proclamarono la Repubblica Romana. Il 9 febbraio fu formata l’assemblea costituente che proclamò la repubblica e la fine del Papato. L’assassinio fu l’ordinario espediente della setta per contenere la popolazione col terrore, le cui vittime furono preti, cittadini, ufficiali e perfino il ministro Pellegrino Rossi. Nessun assassino fu punito, nemmeno il Zambianchi, colonnello delle Guardie di Finanza, che fece uccidere tanti innocenti nel quartiere di S. Callisto. Anche in Ancona furono commessi degli efferati omicidi, per ordine sempre del sanguinario Mazzini. A questo governo il primo ministro inglese, il massone lord Palmerston, dichiarò di essere pronto a portare qualsiasi aiuto.

Il 20 marzo Carlo Alberto, disdetto l’armistizio, attaccò nuovamente gli Austriaci, che in soli tre giorni sconfissero i piemontesi a Novara. Vi fu un intervento "moderatore" inglese sull'Austria, che impedì al generale Radetsky di invadere il Piemonte dopo la vittoria ed indusse l'Austria a contentarsi di una semplice "indennità di guerra", pur se di notevole importo per l'epoca: 75 milioni. Carlo Alberto abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele II, che fu spinto a nominare Presidente dei ministri il massone Massimo d’Azeglio.
A Genova alla notizia dell’armistizio di Vignale il popolo cercò di ribellarsi dall’opprimente dominazione piemontese e nei tumulti furono uccisi due ufficiali piemontesi. La rivolta venne, però, sanguinosamente soffocata il 4 aprile con un feroce e devastante bombardamento della città da parte del cinico La Marmora, che comandava un esercito di sedicimila soldati piemontesi inviati nella città per la repressione. Il bombardamento durò tre giorni e causò la morte di 500 genovesi. Seguirono poi feroci repressioni e tra i numerosi condannati a morte vi fu anche il generale Ramorino, che fu fucilato, come capro espiatorio, il 22 maggio. Con queste atrocità iniziava il suo regno il "re ... galantuomo".
Il Papa, nel frattempo, aveva lanciato un appello a tutte le nazioni cattoliche, tranne al Piemonte, per essere restaurato sul trono di Roma. Lo raccolse per prima la Francia di Luigi Bonaparte, che inviò il 25 aprile 1849 un corpo di spedizione a Roma, comandato dal generale Oudinot, facendo credere che ci andava per fare da paciere tra il Papa e il governo rivoluzionario. In realtà Luigi Bonaparte mirava ad essere fatto re e voleva, per questo, assicurarsi il favore dei cattolici di Francia, oltre che eliminare l’influenza del repubblicano Mazzini, che con le sue idee contrastava gli accordi con i Savoia. Intanto anche l’Austria e, successivamente, la Spagna, che stava approntando una spedizione navale, avevano raccolto l’appello del Papa. Napoli, pur se ancora alle prese con la riconquista della Sicilia, inviò il 28 aprile le poche truppe di cui poteva disporre, ma abbondava di cannoni, che dovevano servire per aiutare i Francesi.
Al rifiuto del Mazzini ad intavolare qualsiasi trattativa, i Francesi attaccarono Roma il 30 aprile con seimila uomini, ma a causa della mancanza di artiglieria che non consentiva loro di superare le grosse mura, si ritirarono in attesa dei cannoni. A questa battaglia partecipò, tra i rivoluzionari, anche il massone Carlo Pisacane, disertore dell’Armata Napolitana. Nei giorni successivi, invece, tra il 7 e 9 maggio, le truppe napolitane comandate dal generale Lanza e attestate a Palestrina, sgominarono facilmente un attacco di tremila uomini comandati dal massone Luciano Manara.

Intanto in Sicilia, dopo una brillantissima campagna militare, elogiata da tutta la stampa estera, il 14 maggio, fu liberata Palermo ed il Filangieri, comandante della spedizione, come da disposizione reale, promulgò l’amnistia per tutti, tranne per i capi della rivolta. Il 15 maggio tutta l’isola era pacificata, esattamente un anno dopo dal giorno della rivolta a Napoli. Alle milizie straniere, polacchi, francesi e nizzardi, che avevano combattuto contro l’esercito napolitano fu concesso magnanimamente di rimpatriare.
Successivamente, il 17 maggio, si ebbero dei contrasti con Oudinot, che si era opposto alla presa di Roma mediante l’aiuto di Napoli e dell’Austria, in quanto aveva ricevuto dal Lesseps, deputato dell’Assemblea Nazionale francese, l’ordine di non operare con le truppe del governo napolitano e di quello austriaco, considerati reazionari. Tali affermazioni, indussero lo sdegnato Ferdinando II a spostare le sue truppe nella campagna romana, nella zona di Velletri. Poiché Oudinot aveva fatto da solo un armistizio con la Repubblica Romana, tutto l’esercito repubblicano, composto da undicimila uomini e dodici cannoni, approfittando della tregua con i Francesi, assalì il 19 maggio l’esercito napolitano, formato da diecimila uomini e da quattro batterie di artiglieria. Rosselli, che comandava i repubblicani, credeva di sconfiggere i Napolitani sorprendendoli durante la fase critica del movimento, ma venne violentemente respinto ed ebbe moltissime perdite. Qui c’era anche il Garibaldi che tentò un assalto, ma fu sconfitto dal 2° battaglione cacciatori del maggiore Filippo Colonna. Anche questa volta le bande settarie vennero messe in fuga e lo stesso Garibaldi, sbalzato da cavallo, si salvò a stento.
Il 27 maggio sbarcò a Gaeta il contingente spagnolo forte di circa novemila uomini. Cessate le operazioni in Sicilia, furono inviate altre brigate napolitane al comando del generale Nunziante, che si unì il 7 giugno alle truppe spagnole. Mentre Napolitani e Spagnoli provvedevano a liberare i territori a sud di Roma, proteggendo l’ala destra delle truppe francesi, Oudinot riuscì finalmente a entrare in Roma il 3 luglio, ristabilendo il potere temporale del Papa. Anche questa volta Mazzini e Garibaldi riuscirono a scappare. Mazzini si rifugiò a Londra, mentre Garibaldi, rifugiatosi a S. Marino, dopo aver tentato avventurosamente di raggiungere Venezia, s’imbarcò il 16 settembre a Genova per la Tunisia. La sera del 19 settembre 1849 a bordo della regia nave Tripoli, arrivò nella rada di Tunisi. Tuttavia questa volta Ahmed Bey si rifiutò di farlo sbarcare e Garibaldi fu costretto a lasciare Tunisi il giorno dopo, imbarcandosi su un’altra nave diretta verso gli Stati Uniti d’America.

Ritroviamo poi l'avventuriero il 15 ottobre del 1851, quando gli fu affidato da un certo armatore genovese Pietro Denegri il comando della nave Carmen, alla fonda nel porto della Concia (Perù) per il trasporto di schiavi cinesi (coolies) nelle isole Cinchas (Perù), dove esistevano giacimenti di guano (sterco di cormorani). Il Garibaldi successivamente, il 10 gennaio del 1852 si recò, con un carico di quello sterco, a Canton (Cina), da dove riempì la Carmen di schiavi cinesi che scaricò nelle isole Cinchas, dove quei poveri coolies venivano brutalmente utilizzati per la raccolta del guano.
In seguito viaggiò con vari carichi da Lima a Boston, poi da Baltimora a Londra e, infine, dopo essere rimasto alcuni giorni a New York, si recò nel febbraio del 1854 a Londra con la nave Commonwealth. Da Londra il negriero Garibaldi si recò a Newcastle e da qui proseguì per Genova dove giunse il 10 maggio del 1854.
Fu così che Garibaldi, con il denaro ricevuto per il trasporto degli schiavi cinesi, si comprò mezza isola di Caprera.

OBIETTIVO: LE DUE SICILIE

Il Piemonte, nel frattempo, aveva iniziato a concretizzare un piano politico per la conquista del resto dell’Italia, approfittando della Conferenza per la pace fissata in febbraio del 1856 a Parigi. Il 27 marzo il governo piemontese emise una Nota al governo di Francia ed Inghilterra lamentando truffaldinamente la condizione "deplorevole" dello Stato Pontificio e di quello delle Due Sicilie. L’otto aprile, dieci giorni dopo la firma della pace al Congresso di Parigi, d’accordo con Napoleone III, il Cavour fece sollevare pubblicamente la "questione italiana", con una feroce accusa fatta fare dal conte Walewsky (figlio bastardo di Napoleone I) contro il Governo Napolitano e quello del Papa. A tali proclami fece eco, come convenuto, anche il governo di Londra con il Clarendon, che accusò inoltre anche l’Austria di opprimere gli Italiani del Lombardo-Veneto. Al 20 di aprile, per accentuare le accuse, l’emissario francese e l’ambasciatore inglese Lord Clarendon chiesero al Governo Napolitano una larga amnistia per i detenuti politici ed una larga riforma giudiziaria. Alla ferma risposta di Ferdinando, che giustamente ritenne la pretesa una illegittima ingerenza nella sovranità di Napoli, i due governi ritirarono i propri rappresentanti, Brenier e Temple, che lasciarono in seguito Napoli a fine ottobre.

Il 4 maggio vi fu un incontro segreto a Parigi tra Cavour e Clarendon per definire l’accordo sulle modalità di invasione delle Due Sicilie. Gli ambasciatori inglesi, James Hudson a Torino e Henry Elliot a Napoli, furono informati dei progetti ed ebbero opportune disposizioni per attuarli. Il 24 maggio gli Austriaci si ritirarono dalla Toscana
In luglio il Cavour iniziò a riarmare occultamente l’esercito e il 13 agosto chiamò segretamente il Garibaldi a Torino, che allora era diventata una vera e propria capitale del terrorismo con circa 30.000 fuorusciti sovversivi di tutti gli Stati. Tra di essi vi erano i massoni La Farina, Paleocapa, Scialoja, De Sanctis, Spaventa, Medici, Pallavicino, Amari, Fanti e Cialdini.
In novembre il Mazzini, a proseguimento dell’azione diplomatica francese ed inglese, diede il via a Palermo ed a Cefalù ad alcune rivolte dimostrative, affidandone l’organizzazione al massone barone Bentivegna. Le rivolte, che diedero luogo a saccheggi delle casse pubbliche ed all’assalto alle carceri, si esaurirono praticamente da sole, pur avendo l’appoggio della goletta inglese Wanderer venuta da Malta.
L’8 dicembre il Mazzini organizzò un attentato al Re Ferdinando II, facendone affidare l’incarico a un soldato di origine albanese, arruolato nel 3° battaglione cacciatori, Agesilao Milano. Costui, mentre il Re passava in rivista a cavallo i reggimenti schierati sul campo di Marte a Capodichino, uscì dai ranghi e vibrò a Ferdinando un colpo di baionetta, che venne deviato però dalla fondina della pistola. Ferdinando, benché ferito, assistette impassibile fino alla fine della sfilata. Il Milano, sottratto a stento dal linciaggio, dopo essere stato processato, venne giustiziato il 13 dicembre. Il più accanito sostenitore della pena capitale fu il generale massone Alessandro Nunziante, aiutante di campo di Ferdinando II. Il motivo di tanto accanimento sembra sia stato quello di far chiudere per sempre la bocca del regicida, per paura che questi potesse fare delle compromettenti rivelazioni.
Ma il Mazzini non dava tregua al Governo Duosiciliano, organizzando altri attentati. Il 17 dicembre fece esplodere un deposito di polveri situato nell’arsenale a Napoli, ove vi furono diciassette morti. Il 4 gennaio del 1857 fece saltare in aria nel porto di Napoli la fregata a vapore Carlo III, carica di armi e munizioni, causando la morte di trentotto persone.
Tutti questi episodi non avevano altro scopo che quello di provocare la reazione poliziesca da parte del Governo borbonico, in modo da avere non solo l’opportunità di screditarlo continuamente di fronte all’opinione pubblica mondiale, ma anche per far apparire alla gente napolitana e siciliana il loro Sovrano come un oppressore del popolo, aiutato in questo dalla stampa massonica.

Il truce Mazzini, in seguito, spinse il massone Carlo Pisacane, approfittando della sua ingenua ed esaltata personalità, a tentare uno sbarco in Calabria, dove gli aveva assicurato, con la sua sola presenza, si sarebbe scatenata la rivoluzione. Il 25 giugno il Pisacane s’imbarcò con altri ventiquattro sovversivi, tra cui Giovanni Nicotera e Giovan Battista Falcone, sul piroscafo di linea Cagliari, diretto a Tunisi. Impadronitosi della nave durante la notte, con la complicità dei due macchinisti inglesi, si diresse verso Ponza, dove liberò 323 detenuti comuni, aggregandoli quasi tutti alla spedizione. Il 28 sera i congiurati sbarcarono a Sapri, ma furono assaliti proprio dalla stessa popolazione, che li costrinse alla fuga. Il 1° luglio, a Padula vennero circondati e 25 di essi furono massacrati dai contadini. Gli altri vennero catturati e consegnati ai gendarmi. Il Pisacane ed il Falcone si suicidarono con le loro pistole, mentre quelli scampati all’ira popolare furono poi processati nel gennaio del 1858, ma, condannati a morte, furono graziati dal Re, che tramutò la pena in ergastolo. I due inglesi, per intervento del loro governo, furono dichiarati fuori causa per ... infermità mentale.
Garibaldi, poi, fu convocato in Inghilterra per organizzare una più decisa azione contro le Due Sicilie. Gli inglesi, infatti, erano convinti dall’insuccesso di Pisacane, che senza una destabilizzazione interna, soprattutto da attuare con la complicità dei vertici civili e militari, mai ne sarebbe stato possibile la conquista da parte del Piemonte. Dopo alcuni accordi preliminari con la massoneria inglese, Garibaldi partì da Liverpool con il vapore Waterloo, sbarcando a Staten Island il 30 luglio. A New York fu ospitato in casa del massone Antonio Meucci (prima che questi inventasse il telefono), dove aprì una fabbrica di candele allo scopo di mascherare la sua presenza negli U.S.A., che aveva solo lo scopo di ottenere aiuti finanziari e militari dai nord americani.
Il 1° agosto a Torino venne fondata la setta carbonara "Società Nazionale", sotto la presidenza del massone Daniele Manin, che faceva capo al siciliano Giuseppe La Farina ed al lombardo marchese Giorgio Pallavicino, ma a reggerne le fila era il Cavour che agiva secondo le direttive inglesi. Essa aveva il fine di organizzare segretamente azioni terroristiche e di rivolta dovunque fossero necessarie al fine di annettere tutta l’Italia al Piemonte. Ad essa aderirono i più noti massoni, tra i quali in seguito anche Garibaldi che ne divenne il capo. I principali comitati sovversivi erano a Torino, Genova, Milano, Venezia, Roma, Firenze, Napoli e Palermo, che dipendevano direttamente da Londra e da Parigi. La prima attività, sovvenzionata dagli illimitati fondi massonici, fu quella di plasmare l’opinione pubblica attraverso la pubblicazione di menzogne con il fine di screditare i governi d’Austria, del Papa, del Re delle Due Sicilie e degli altri piccoli Stati italiani. I principali giornali massoni europei di quel periodo erano: Siècle, Presse, Messager, Times, Morning-Post, Unione, Independance Belge. Tali menzogne sono ancora oggi riportate in Italia in tutti i libri di storia e fatte studiare come vere.

Nell’anno 1857 in India, dopo che si erano combattute ben otto guerre per impedire il dominio della Compagnia Britannica delle Indie, l’intero popolo indiano si ribellò al ferreo dominio inglese. La rivolta venne spietatamente soffocata nel sangue : milioni di persone furono barbaramente mutilate, assassinate, giustiziate, massacrate, migliaia di villaggi furono incendiati e rasi al suolo. In Inghilterra chi decideva queste atrocità era Lord Palmerston, diventato primo ministro, mentre ministro degli esteri era John Russell e ministro per le Colonie era Bulwer Lytton (autore del famoso romanzo "Gli ultimi giorni di Pompei" e che aveva rilanciato il culto di Iside "come supporto ideologico della diffusione della droga"). Il Palmerston in quel periodo aveva organizzato una serie di associazioni segrete e di banche che basavano la loro fortuna su operazioni finanziarie illegali, sul traffico dell’oro, di diamanti e di stupefacenti.
Mentre l’Inghilterra "pacificava" l’India, continuando a vendere l’oppio ai cinesi, la Francia occupava Saigon in Indocina. L’India, che prima dell’occupazione inglese era ricca di industrie e di derrate agricole, con un attivissimo commercio, cadde in uno stato di profonda prostrazione economica. La Compagnia inglese delle Indie Orientali, infatti, apportò un devastante capovolgimento nelle condizioni economiche di quel paese con la monopolizzazione del commercio, con il divieto delle industrie e con il fissare d’autorità il prezzo di vendita delle derrate agricole, tanto che la miseria dilagò in quelle campagne un tempo felici.
Il Mazzini, intanto, dopo aver diabolicamente plagiati i sovversivi, non sempre riusciva a controllarli. Esemplare fu il caso dell’Orsini, anche lui carbonaro reduce dai moti di Roma del 1848. Costui, infatti, convinto nella sua esaltazione che l’artefice della perdita della Repubblica Romana era stato Napoleone III, la sera del 14 gennaio 1858 lanciò, insieme ad altri tre complici, tre bombe sotto la carrozza di Napoleone III e dell’imperatrice Eugenia, che si recavano all’Opera. I sovrani rimasero incolumi. Gli scoppi provocarono però 8 morti e 150 feriti tra la gente. Tra i complici di Orsini vi era anche un sovversivo siciliano, il massone Francesco Crispi, anche lui in possesso di bombe per l’attentato, ma che non fu scoperto. Il Cavour, consultatosi rapidamente con Napoleone III, fece scrivere una lettera nobilissima che venne attribuita fraudolentemente all’Orsini. Nella lettera, appositamente diffusa in migliaia di copie quale testamento del condannato a morte, costui chiedeva all’imperatore di aiutare l’Italia a liberarsi dagli stranieri. I due compari, il Cavour e Napoleone III, il 13 marzo, si liberarono definitivamente dello scomodo Orsini, facendolo cinicamente ghigliottinare in maniera spettacolare.

Il 23 aprile l’Austria intimò al Piemonte il disarmo immediato dell’esercito piemontese, che era stato schierato provocatoriamente lungo le frontiere. L’arrivo il 26 aprile (e quindi già predisposto) delle forze francesi in Piemonte costrinse l’Austria a varcare il 29 aprile il Ticino con un suo esercito, comandato dal generale Gyulai, in modo da attaccare i piemontesi prima che i due eserciti si congiungessero. Ferdinando II dichiarò neutrale il Regno.
Intanto i sovversivi si erano scatenati il 26 aprile in Toscana, ove scacciarono da Firenze Leopoldo II. Il Piemonte ne approfittò subito per inviarvi un commissario, il massone Bettino Ricasoli, per "ristabilire" l’ordine e per rapinare le casse pubbliche di 56 milioni, che furono inviati in piemonte "per sostenere la causa italiana".
Il 20 maggio vi fu un primo scontro a Montebello tra Austriaci ed i Franco-piemontesi. Dopo la sconfitta di Gyulay il 30 maggio a Palestro, il 4 giugno gli Austriaci vennero sconfitti dai Francesi anche a Magenta e si ritirarono nel Veneto. Le truppe e il comando piemontese durante la battaglia si trovavano a 12 chilometri di distanza dagli avvenimenti e non ebbero nemmeno un ferito. L’8 giugno i Franco-piemontesi occuparono Milano. Il Garibaldi, intanto, rientrato dagli U.S.A, dove era riuscito a trovare gli aiuti richiesti, e fatto generale dal re Vittorio, era calato verso Bergamo con le sue bande di tremila volontari chiamati "cacciatori delle Alpi".
L’11 giugno, organizzate dal Piemonte, furono fatte scoppiare, ad opera dei settari massoni che aiutarono carabinieri piemontesi in borghese, delle rivolte a Fano, Senigallia, Faenza e Ferrara. Il 12 a Bologna, Ravenna, Imola e Perugia. La pronta reazione delle guardie e del popolo mise però in fuga verso la Toscana i sovversivi. Il 16 giugno a Napoli il Filangieri, insensatamente concesse una larga amnistia, facendo rientrare nel Regno circa 200 dei più accaniti cospiratori, che non persero tempo a tessere le loro trame di destabilizzazione.
Intanto la guerra tra l’Austria ed i Franco-piemontesi continuava fino all’episodio delle vittorie dei Francesi (non dei piemontesi come falsamente sostiene l’agiografia savoiarda) il 24 giugno a S. Martino e Solferino. Inaspettatamente, però, senza badare al Cavour, Napoleone III firmò un armistizio con l’Austria l’11 luglio a Villafranca, probabilmente perché temeva una invasione dalla Prussia, ma anche perché la Francia non aveva alcun interesse alla creazione di un forte regno ai suoi confini. L’Austria così cedeva la Lombardia alla Francia, che la donò al Piemonte, mantenendo il possesso del Veneto. Alla Francia il piemonte dovette rimborsare una parte delle spese di guerra per circa 50 milioni di franchi.

Nello stesso luglio i piemontesi inviarono due reggimenti di bersaglieri ed altri "volontari" al comando di d’Azeglio nelle Romagne, ove occuparono Bologna, Ravenna, Forlì e Ferrara, che non erano riuscite a prendere con le rivolte. Anche qui vi furono le solite rapine e fu dichiarato decaduto il potere del Papa. Il commissario piemontese Paoli si appropriò personalmente di 13 milioni di lire. Pio IX inviò numerose proteste alle potenze europee, chiedendo la nullità degli atti dell'Assemblea Nazionale costituita a Bologna e presieduta da Minghetti, ma rimase inascoltato. In Francia, tuttavia, la reazione dei cattolici fu abbastanza forte da indurre Napoleone III a proporre, ma solo per acquietare gli animi, a Vittorio Emanuele la creazione di una confederazione italiana presieduta dal Pontefice.
Il 7 luglio, intanto, era avvenuta in Napoli una rivolta di circa 300 soldati svizzeri appartenenti al 3° e 4° reggimento. La rivolta fu rapidamente sedata dagli stessi svizzeri rimasti fedeli. Addosso ai morti ed ai prigionieri furono trovate moltissime monete d’oro. Dalle indagini risultò che erano stati sobillati da emissari piemontesi allo scopo di far mancare la fiducia del Re su questi reggimenti. Contemporaneamente il Cavour aveva fatto pressioni sul governo svizzero per il ritiro da Napoli di quelle truppe. Il Filangieri approfittò dell’incidente (causato appositamente) e fece sciogliere quel corpo militare che sicuramente era la maggior forza operativa dell’Armata Napolitana.
In agosto carabinieri piemontesi travestiti sollevarono altre sommosse a Modena e a Parma, costringendo alla fuga Francesco IV e Maria Luisa Borbone. Nelle due città si ripeterono le stesse atrocità e ladrocini commessi in Toscana. Anche qui prontamente "l’accorto" Cavour inviò dei rapaci commissari. A Modena arrivò il Farini, che non solo si appropriò della cassa e degli oggetti preziosi, ma finanche dei vestiti del duca. A Parma furono compiuti anche feroci delitti. Nelle due città in pochi giorni furono dilapidati circa 10 milioni di lire. Tutto quanto era di metallo prezioso fu fuso e trasformato in lingotti. La spia piemontese Antonio Curletti, che era stato incaricato dell’operazione, non seppe quale fine fecero quei lingotti, ma i savoiardi accusarono i sovrani scacciati di essere scappati via con l’argenteria e i tesori di Stato.
In settembre fu costituita una lega, con a capo Farini, Garibaldi e Fanti, per organizzare un plebiscito truccato in Toscana, Modena, Parma e nelle Romagne per l’annessione al Piemonte. Il Papa protestò, ma le truppe francesi, che erano nello Stato Pontificio per "proteggerlo", non si mossero.

A Palermo, il 27 novembre, fu accoltellato il responsabile della polizia per la Sicilia, Salvatore Maniscalco, uomo temutissimo e rispettato da tutti. L’attentatore, un tale mafioso Vito Farina, trovato con seicento ducati d’oro, aveva tentato di eliminare il principale ostacolo ai preparativi per l’invasione garibaldina. Gli inglesi avevano trovato, dunque, i loro alleati in terra siciliana.
Il 5 gennaio 1860 Garibaldi, con il consenso del governo piemontese, diede incarico ai massoni Giuseppe Finzi ed Enrico Besana di organizzare una raccolta di Fondi per un milione di fucili. Fu raccolta la somma di oltre due milioni di lire soprattutto presso la borghesia piemontese, che puntava ad impossessarsi del mercato e delle ricchezze delle terre napolitane. Il materiale bellico acquistato fu sistemato nella caserma S. Teresa di Milano.
Il 24 gennaio Garibaldi, mentre stava per sposarsi con la contessina Giuseppina Raimondi, fu informato poco prima della cerimonia dal conte Giulio Porro Lambertenghi che la contessina era rimasta incinta dal garibaldino Luigi Càroli. L’eroe, che aveva deciso di sposarsi per "riparare" una "sua" presunta paternità, avuta conferma dalla stessa sposina che era stato cornificato, se ne scappò immediatamente a Genova. A quell’epoca il cornuto Garibaldi, di bassa statura e con le gambe arcuate, era pieno di reumatismi e per salire a cavallo aveva bisogno dell’aiuto di due persone che lo sollevassero.
Il giorno 11 marzo si ebbero le farse dei plebisciti truccati in Emilia ed in Toscana, che vennero ufficialmente annesse al Piemonte. Le Romagne erano state già annesse con l’occupazione militare, nonostante la protesta del Papa, al quale venne proposto da Napoleone III di prendere in cambio ... gli Abruzzi, che erano territorio napolitano. Il Filangieri chiese le dimissioni proprio l’11 marzo e Francesco II lo sostituì con il principe di Cassaro, che aveva ottant’anni, il quale nominò ministro della Guerra il generale Winspeare, che ne aveva ottantadue.
Poi lo stesso Napoleone propose a Francesco II, che rispose negativamente, di sostituire le truppe francesi con truppe napolitane per la difesa del Papa, in modo da sguarnire di soldati il territorio napolitano. Napoleone III, intanto, manteneva 50.000 uomini in Lombardia per costringere il Piemonte a cedere Nizza e Savoia, che furono poi annesse alla Francia il 24 marzo. Quel giorno, infatti, a seguito degli accordi segreti tra i due governi, furono indetti plebisciti a Nizza e in Savoia per l’approvazione da parte del popolo dell’annessione alla Francia. Il giorno precedente le truppe francesi erano state fatte entrare nelle province per il "controllo" delle elezioni che, abilmente manipolate, risultarono favorevoli all’annessione. Nei bandi per le elezioni, per ancor più suggestionare il popolo, la parola "annessione" era stata sostituita dal Cavour con la parola riunione.

L’INVASIONE

Nel frattempo il Garibaldi si incontrava a Genova con Gerolamo Bixio, detto Nino, iscritto con tessera numero 105 alla loggia massonica "Trionfo Ligure", con l’avvocato massone Francesco Crispi, e con numerosi altri avventurieri, con i quali incominciarono a progettare l’invasione della Sicilia, secondo le direttive inglesi. L’Inghilterra, infatti, aveva vari motivi per eliminare il governo borbonico: un primo motivo era l’eccessiva fede cattolica di quel governo, così fedele al papa; poi, la continua persecuzione fatta contro le sette massoniche ed, infine, forse, il più importante motivo, essa vedeva con preoccupata apprensione l’avvicinamento dei Borbone all’impero russo che stava tentando di avere uno sbocco nel Mediterraneo. La situazione politica, inoltre, stava cambiando anche per la prossima apertura del canale di Suez e i porti duosiciliani avrebbero avuto una posizione strategica, tenuto conto anche del fatto che gli inglesi avevano dei forti interessi in Sicilia, non ultimi quelli riguardanti l’estrazione dello zolfo. Marsala sembrava quasi una colonia inglese, tanto che la popolazione inglese era più numerosa di quella locale.
E fu in quei giorni che Garibaldi ricevette dai massoni inglesi di Edimburgo del danaro in piastre turche, pari a una somma equivalente a circa 3 milioni di franchi (che riferito ad oggi avrebbero un valore di molti milioni di dollari). A quella somma avevano contribuito anche i massoni U.S.A e quelli del Canada. L’oro venne custodito dal massone Ippolito Nievo e sarebbe servito poi per "convertire" i generali borbonici alla causa carbonara.
Il 10 aprile a Messina, complice l’intendente traditore Artale, sbarcarono Rosolino Pilo, Giovanni Corrao e, poco dopo, il massone Francesco Crispi per "ammorbidire" le reazioni al prossimo sbarco di Garibaldi. I congiurati si recarono presso i capi della delinquenza locale di Carini, Cinisi, Terrasini, Montelepre, S. Cippirello, S. Giuseppe Jato, Piana degli Albanesi, Corleone, Partinico, Alcamo, Castellammare del Golfo e Trapani. In questi paesi si accordarono con "i picciotti" perché accorressero spontaneamente a dare una mano alle camicie rosse dopo lo sbarco. Il 13 aprile vi furono altri moti insurrezionali nelle campagne palermitane per preparare favorevolmente la popolazione all’arrivo di Garibaldi.

Il 6 maggio Garibaldi partì con 1.089 avventurieri da Quarto sui vapori Piemonte e Lombardo, concessi dal procuratore della compagnia di Raffaele Rubattino, il massone G.B. Fauché, affiliato alla loggia "Trionfo Ligure" di Genova. Le due navi erano state acquistate con un regolare atto segreto stipulato a Torino la sera del 4 maggio alla presenza del notaio Gioachino Vincenzo Baldioli tra Rubattino, venditore, e Giacomo Medici in rappresentanza di Garibaldi, acquirente. Garanti del debito furono il re Vittorio Emanuele II e Camillo Benso conte di Cavour per il successivo pagamento, come da accordi avvenuti il giorno prima a Modena con Rubattino, presenti anche l’avvocato Ferdinando Riccardi e il generale Negri di Saint Front, appartenenti ai servizi segreti piemontesi e che avevano avuto l’incarico dall’Ufficio dell’Alta Sorveglianza Politica e del Servizio Informazioni del presidente del Consiglio. La spedizione era, dunque, organizzata consapevolmente e responsabilmente dal governo piemontese.
I "mille" provenivano per la metà dal Lombardo-Veneto, poi, in ordine decrescente, vi erano toscani, parmensi, modenesi, tra costoro vi erano 150 avvocati, 100 medici, 20 farmacisti, 50 ingegneri e 60 possidenti. Quasi tutti stavano scappando da qualcuno o da qualcosa, spinti soltanto dal desiderio di avventura. Per quanto riguarda le presenze straniere, anche queste spesso depennate dalla storia ufficiale e dai testi scolastici, inglese era il colonnello Giovanni Dunn, così come inglesi furono Peard, Forbes, Speeche (il cui nome Giuseppe Cesare Abba, non potendo sottacere, trasformò nell'italiano Specchi). Numerosi gli ufficiali ungheresi: Turr, Eber, Erbhardt, Tukory, Teloky, Magyarody. Figgelmesy, Czudafy, Frigyesy e Winklen. La legione ungherese divenne preziosa per l'occupazione della Sicilia e per tante battaglie. La "forza" dei "volontari" polacchi aveva due ufficiali superiori di spicco: Milbitz e Lauge. Fra i turchi spicca Kadir Bey. Fra i bavaresi ed i tedeschi di varia provenienza si deve ricordare Wolff, al quale fu affidato il comando dei disertori tedeschi e svizzeri, già al servizio dei Borbone.
Il giorno 7 Garibaldi arrivò nel porto di Talamone, vicino Orbetello, dove venne rifornito dalle truppe piemontesi, comandate dal maggiore Giorgini, di 4 cannoni, fucili e centomila proiettili. Sbarcarono anche 230 uomini, comandati da Zambianchi, con il compito di promuovere una sommossa negli Abruzzi, ma subito dopo Orvieto, a Grotte di Castro, furono messi in fuga dai decisi gendarmi papalini. L’8 maggio Garibaldi fu costretto a ordinare che tutti rimanessero a bordo, dopo gli episodi di saccheggi e violenze che i garibaldini avevano fatto in Talamone. Successivamente, dopo aver imbarcato circa 2.000 "disertori" piemontesi, carbone e altre armi a Orbetello, scortato dalle navi piemontesi, ripartì il 9 maggio e sbarcò a Marsala il giorno 11.

Le due navi garibaldine furono avvistate con "ritardo" dalle navi borboniche. Erano in servizio in quelle acque la pirocorvetta Stromboli, il brigantino Valoroso, la fregata a vela Partenope ed il vapore armato Capri. Avvistarono i garibaldini la Stromboli e il Capri. Quest’ultima era comandata dal capitano Marino Caracciolo che, volutamente, senza impedire lo sbarco, aspettò le evoluzioni delle cannoniere inglesi Argus (comandata dal capitano Winnington-Inghram) e Intrepid (comandata dal capitano Marryat), che erano in quel porto per proteggere i garibaldini. Solo dopo due ore il Lombardo, ormai vuoto, venne affondato a cannonate, mentre il Piemonte, arenato per permettere più velocemente lo sbarco, venne catturato e rimorchiato inutilmente a Napoli
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Re: Mafia, camorra, complottismo, massoneria, Unità d'Italia

Messaggioda Berto » dom mar 03, 2019 10:23 am

Sul complottismo che vede la massoneria (variante del complottismo antigiudaico) all'origine di tutto e di ogni male

???

L’UNITÀ D’ITALIA FU VOLUTA DAGLI INGLESI PER IL CONTROLLO DEL MEDITERRANEO?

http://www.veja.it/2014/11/28/lunita-di ... diterraneo

L’Unità d’Italia fu inglese per il controllo del Mediterraneo? Gli storici protendono per il sì e lasciano intendere che la storia della disunità d’Italia sia il banco di prova per un’unione politica di più ampio respiro.

Lo sbarco dei Mille a Marsala da un disegno di un ufficiale osservatore a bordo di una nave da guerra della Royal Navy in rada nel porto di Marsala

L’Unità d’Italia fu inglese per il controllo del Mediterraneo? Gli storici protendono per il sì.

Per anni tra le aule scolastiche e i programmi ministeriali ci hanno fatto ingurgitare riferimenti e immagini su un passato medievale e retrogrado. Eppure, da qualche anno, sull’onda revisionista di storici professionisti e non, la storia del Mezzogiorno e dei popoli meridionali sembrerebbe ritornare nuovamente patrimonio sentito delle masse subalterne e strumento per la riconquista di una propria identità, e sulla base di questa di una propria progettualità per il futuro (non più solo italiano ma europeo).

Tra le tante storie che fuoriescono dal calderone ideologico sabaudo e risorgimentale, una in particolare appare molto più interessante delle altre, in base alla quale, la catena di eventi che portò all’Unità d’improvviso raggiunge un po più di chiarezza e coerenza: l’interesse della borghesia britannica per la destabilizzazione e il rovesciamento violento del Regno delle Due Sicilie, la terza potenza scientifica, industriale e militare del globo e la prima del Mediterraneo.

Gli inglesi tramarono per l’affermazione del loro modello politico di sviluppo e modernità.

Non solo per il monopolio dell’estrazione dello zolfo e per la produzione della polvere da sparo, non solo per la definizione di una Sicilia inglese di guardia ai traffici commerciali del Mare di Mezzo, ma è per il totale dominio egemonico, politico, sull’Europa e il Mediterraneo che la Gran Bretagna, soprattutto con il Visconte Palmerston e William Ewart Gladstone, agì da dietro le quinte per il sostegno alla guerra sabauda.

In base all’ultima crema della letteratura revisionista (tra cui ricordiamo Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee 1830 – 1861 di Eugenio Di Rienzo, Il Regno di Napoli. Il Mezzogiorno borbonico e risorgimentale di Giuseppe Galasso) sulla scena d’Ottocento irrompe una volontà britannica inusuale che attentò più volte alla monarchia sovrana del regno borbonico per la sua cancellazione dalle carte geopolitiche. Attraverso il caso dell’Isola ferdinandea, delle operazioni in nero a sostegno dei dissidenti politici siciliani, del boicottaggio internazionale delle scelte di autodeterminazione della corona borbonica, del sostegno navale alle truppe garibaldine e sabaude durante l’invasione, si rafforza la convinzione scientifica in base alla quale enormi rimangono le responsabilità britanniche nella fine del sogno politico e nel modello economico per una Europa mediterranea (duosiciliana).

Il Corriere della Sera insieme a Croce, Di Rienzo, Galasso, mettono in discussione la versione storica ufficiale.

Scrive Di Rienzo che vi è una straordinaria biblioteca di documenti a sostegno del fatto che “la storiografia ufficiale ha sempre accantonato, spesso con immotivata sufficienza, e che ha trovato credito soltanto in una letteratura non accademica accusata ingiustamente, a volte, di dilettantismo e di preconcetta faziosità filo borbonica“. Epistolari, documenti militari, burocratici e privati, degli archivi inglesi, francesi, spagnoli “mostrano almeno la plausibilità di questa interpretazione” e cioè di una volontà internazionale di creare un’unita nazionale europea di second’ordine, italiana e sabauda, per avere carta bianca nell’opera di conquista coloniale del Mediterraneo, dell’Africa e del Medio-Oriente a svantaggio della più imponente forza militare preunitaria e di un vero e proprio modello di modernità alternativa.

Ferdinando II, come scriveva Benedetto Croce e come ha ben sottolinea Paolo Mieli attraverso il Corriere della Sera, saldamente si prodigava affinché la specificità duosiciliana fosse uno stato libero e indipendente “nelle cui faccende nessun altro Stato avesse da immischiarsi, tale da non dar noia agli altri e da non permetterne per sé”. Ispirato da questa intuizione, secondo Croce, Francesco I “guardingo e abile si avvicinò alla Francia, si liberò della tutela dell’Austria, che aveva sorretto e insieme sfruttato la monarchia napoletana, e mantenne sempre contegno non servile verso l’Inghilterra, che era stata la protettrice e dominatrice della sua dinastia nel ventennio della Rivoluzione e dell’Impero”.

Questa insubordinazione dei Borbone di Napoli alla superpotenza d’Ottocento, la Gran Bretagna non digerì e per decenni, dal 1833, anno dello scoppio della Guerra carlista, attraverso la non belligeranza borbonica nella Guerra di Crimea, fino al 1861, tramò per ciò che l’assistente di Disraeli, Henry Lennox, considerò uno “sporco affare“, che preferì erroneamente a un ordine politico pari, a un “dispotismo borbonico“, un mediocre e inaffidabile “pseudo-liberalismo di un Vittorio Emanuele“.

“Il Regno Unito aveva prostituito la sua politica estera appoggiando un’impresa illegittima e scellerata che aveva portato all’instaurazione di un vero e proprio regno del terrore”, al quale si dovettero i massacri di una intera generazione e a un genocidio lungo almeno 10 anni.

Perché per l’emancipazione di un unico popolo europeo di oppressi bisogna ripartire dalla disunità d’Italia e prospettare da qui un’unificazione politica di più ampio respiro?

Con la maturità dei posteri possiamo dire che le operazioni inglesi hanno determinato gran parte della prima storia unitaria, contribuito a quella serie di precondizioni storiche che hanno portato a considerare la disunità d’Italia lo specchio della mancata integrazione europea nell’attualità. La sovranizzazione dall’alto di popolazioni così diverse nell’Italia preunitaria ha portato a far credere agli ingenui e ai sognatori nella possibilità di una Europa unita giuridicamente ed economicamente bypassando l’identificazione politica.

Per quanto riguarda le brame inglesi la conquista sabauda determinò un campo libero per le proprie mire espansioniste nel Mediterraneo e in Africa fino alle soglie storiche del Fascismo, l’unico regime che ebbe la forza politica per opporvisi, ma ha destabilizzato con ciò l’Europa fino ai giorni nostri, in virtù di un modello d’integrazione insostenibile.

A quale costo tutto questo è stato permesso? Oggi ne paghiamo ancora il prezzo e l’attualità italiana è divenuta nuovamente il banco di prova per ripensare a un modello politico, economico e culturale veramente alternativo rispetto a quello dominante e neoliberale.

Il recupero del passato sarà strumento per i popoli oppressi di oggi per recuperare un modello politico da cui ripensare l’Europa dei popoli mediterranei? Sarà questo il tempo della rivincita e dell’emancipazione da volontà imperiali e straniere?

Fonte: visto su roadtvitalia del 6 novembre 2014
Link: http://www.roadtvitalia.it/politica/lun ... diterraneo




Al servizio di Sua Maestà Britannica!
info@disinformazione.it
Al servizio segreto di Sua Maestà: lo sbarco dei Mille
Tratto da libro: "L'Inghilterra contro il Regno delle Due Sicilie"

https://www.disinformazione.it/regno_due_sicilie.htm

I fuochisti, cioè coloro che dovevano dar fuoco alle polveri, di certo non mancavano: bastava trovarli tra i fuoriusciti, tra gli esiliati e gli scontenti che ogni regime ha sempre generato. Costoro, poi, alle soddisfazioni, diciamo così, ideologiche avrebbero aggiunto in seguito anche benefici materiali quali, ad esempi carriera politica, posti di comando, agiatezza economica e sarebbero stati, al momento, affiancati nella loro opera da agenti inglesi che, sull'isola, si annidavano tra i numerosi addetti alle industrie dello zolfo e del vino di cui gli inglesi, da generazioni, detenevano, in pratica, il monopolio; come già detto, come punto di sbarco per i garibaldini sarà scelto, molto opportunamente, proprio il porto di Marsala, quell'angolo remoto e mezzo barbaro della Sicilia che pullulava di sudditi britannici.
Uno di questi prezzolati arruffapopoli, il cui compito era quello di favorire la missione di Garibaldi, si
chiamava Giacomo Lacaita, ex procuratore della legazione britannica a Napoli, che successivamente, naturalizzato inglese, diverrà Sir James Lacaita, segretario privato prima di Lord Landsdowne e poi dello stesso Gladstone, per i servigi resigli al tempo delle famose lettere, alla cui stesura collaborò attivamente. Nell'estate del 1860 fece da mediatore presso Lord Russell, per convincerlo a premere su Napoleone III perché rinunciasse al progetto di impedire con la forza l'attraversamento dello Stretto di Messina a Garibaldi. Fino al 26 luglio, infatti, non era noto che il Governo Britannico si sarebbe rifiutato di unirsi a Francia e Piemonte, nel loro piano congiunto, di fermare Garibaldi e di far accettare al Borbone la perdita della Sicilia. Fino a quella data, Luigi Napoleone aveva sperato che Cavour avrebbe concluso un'alleanza con Napoli e che le grandi potenze sarebbero intervenute per fermare Garibaldi, pronto ad attraversare lo Stretto per dirigersi a Napoli. Poiché era a Londra, e solo a Londra, che si decideva ogni cosa (all'insegna dell'ormai più che collaudata neutralità nelle vicende italiane), l'intervento del Lacaita (che per i suoi meriti speciali, rientrato in Italia, nel 1876 fu nominato senatore) spianò, in pratica, al Generale la strada per Napoli, accelerando il suo passaggio dello Stretto.

Un altro illustre esule, nell'estate del 1859, lasciava Londra per la Sicilia ; egli era in possesso di un passaporto a nome di Manuel Pareda, negoziante, aveva folti baffi, larghi basettoni ed un paio di occhiali scuri. Il suo vero nome era Francesco Crispi, e il 26 luglio sbarcava a Messina, debitamente trasformato nell'aspetto in modo da sembrare un turista argentino ma, in realtà, proveniente da un paese in cui solamente un'organizzazione di un certo livello e non certo Mazzini e la sua sgangherata Giovine Italia potevano organizzargli un rientro clandestino così accuratamente congegnato: la Massoneria , nel cui programma politico era preminente il disegno della distruzione delle monarchie cattoliche, o lo stesso governo inglese, comunque due teste della stessa Idra. Era Francesco Crispi, dicevamo, nell'occasione sedicente combattente per la libertà; in futuro, massima espressione del più arrogante autoritarismo di regime. Verso fine secolo, infatti, ritornato al potere come primo ministro, egli sarà il promotore delle leggi più coercitive ed antilibertarie che siano mai state emanate dopo l'unità d'Italia.

La Massoneria , per definizione associazione, in parte segreta, di persone legate da comuni interessi, ha sempre accompagnato la storia dell'Inghilterra, paese in cui venne ufficialmente alla luce, nella sua accezione moderna, il 24 giugno del 1717. Andando, però, molto più indietro nel tempo, le sue origini risalirebbero, addirittura, all'epoca della costruzione del Tempio di Salomone in Gerusalemme. Soci fondatori sarebbero stati i muratori che vi lavoravano e da ciò deriverebbe la denominazione di 'Fratelli muratori". La stessa simbologia della setta, inoltre, si rifà agli strumenti utilizzati per le costruzioni edilizie, quali la squadra, il compasso, la livella ed il filo a piombo. Altro emblema allegorico dell'ordine è una piramide tronca, in mattoni, sovrastata dall'occhio onniveggente del Grande Architetto dell'Universo: lo stesso che è riportato sul retro della banconota di un dollaro degli Stati Uniti d'America e che è riprodotto nella Sala della Meditazione del Palazzo dell'Onu a New York. Massoneria, Capitalismo e Sionismo, si fondono, dunque, in un'unica simbologia del potere; quello stesso potere che ha sempre dominato il mondo e che, nella sua essenza, è sempre arrogante perché avoca a sé ciò che nessuno gli ha mai dato; sempre prepotente perché esercita una potenza antecedente all'esercizio di libertà dell'individuo; sempre mistificatore in quanto camuffa lo schiacciamento delle persone che governa come servizio autorevole per il bene dei cittadini deprivandoli dell'autogestione, diritto inalienabile dell'uomo.

Ufficialmente la finalità dell'Ordine è la 'Fratellanza Universale" attraverso l'evoluzione spirituale dell'essere, da raggiungere non solo mediante iniziative filantropiche, ma anche mediante l'impegno per una giustizia vera, sana e non settaria a beneficio dell'umanità intera. Nobili intenti, senza dubbio, ma che, tuttavia, non riescono a disperdere quella nebbia di mistero e di segretezza che avvolge tutti i suoi riti, le sue iniziazioni, la sua simbologia. Per non parlare poi delle cosiddette logge segrete o, da più parti definite, deviate. Chi non ricorda la scandalo della "P2”? E’ il nome di una loggia fondata nel lontano 1877 (nella sigla, la lettera 'P' sta per Propaganda) che si distinse subito per un cedimento a interessi di natura squisitamente profana dei suoi adepti, molti dei quali furono coinvolti nello scandalo della Banca Romana del 1892. Dopo la caduta del Fascismo, che aveva spazzato via la Massoneria , la Loggia risorse aggiungendo la cifra 2 alla sua vecchia sigla e, nel rispetto delle antiche tradizioni, abbastanza recentemente ha dato il meglio di sé con i molteplici coinvolgimenti di un suo venerabile maestro, più volte agli onori della cronaca. Sarà un caso, ma quella era la stessa Loggia a cui era appartenuto, oltre a Francesco Crispi, anche lo stesso Garibaldi.

Torniamo, però, alla ormai prossima spedizione dei Mille: le cose dovevano essere organizzate con estrema cura al fine di garantire l'assoluto successo dell'impresa: Garibaldi non voleva ripetere i suoi tragici fallimenti. Egli era disposto a correre qualche rischio ma solo se c'era una chance, anche una su cento. Egli prese, perciò, la sua decisione solo dopo essersi assicurato che l'insurrezione fosse stata riaccesa sulle montagne attorno a Palermo. I moti che scoppiarono dal 3 al 18 aprile a Boccadifalco, Palermo, Monreale e Carini esaudirono la sua richiesta. Crispi, da sempre un mazziniano dei più violenti e, in questa occasione, a tutti gli effetti un agente inglese, aveva lavorato bene. La rivolta fu prontamente sedata ma essa era servita a non dar pretesto ad eventuali ripensamenti del Generale. Per la cronaca, Garibaldi, leggendo un dispaccio del suo corrispondente da Malta, Nicola Fabrizi, che lo informava del fallimento dell'insurrezione, avrebbe esclamato con le lacrime agli occhi: “Sarebbe pazzia andare" e a Genova, dove -nel frattempo- erano cominciati ad affluire numerosi volontari, cominciò a diffondersi la voce che non si sarebbe più partiti; mentre qualcuno già cominciava a smobilitare, si sentivano i partigiani di Mazzini esclamare: "Garibaldi ha paura".

A Torino, più o meno contemporaneamente a questi eventi, Garibaldi, che si diceva stesse meditando una sortita a Nizza per riportare al Piemonte la sua città natale (da poco ceduta alla Francia così come previsto dagli accordi di Plombières), dove, con duecento uomini, avrebbe sfasciato le urne in cui erano state deposte le schede del "SI” del plebiscito di annessione e sparpagliate le carte in modo da rendere necessario un nuovo ballottaggio, era più volte ricevuto dall'ambasciatore britannico sir James Hudson che, rassicurandolo delle simpatie dell'Inghilterra, gli garantiva ampia protezione per la riuscita della missione in Sicilia.
E a questo punto della storia che compare, all'improvviso, l'ambigua figura di un personaggio che incoraggerebbe il velleitario Garibaldi a credere nel successo del suo inverosimile piano. Lo sconosciuto, misterioso, eccentrico e divertente avventuriero, nell'aprile del 1860, seguirà Garibaldi in ogni suo spostamento, viaggiando negli stessi scompartimenti, dimorando negli stessi alberghi e sedendogli sempre accanto nel convivi; presentato come giornalista inglese e considerato da Garibaldi e dal suoi seguaci un esperto in procedure costituzionali anche di paesi stranieri con diverse istituzioni, egli era, in realtà, un agente segreto al servizio di Sua Maestà Britannica ed il suo nome era Oliphant, Laurence Oliphant, ottocentesco omologo di James Bond. Proprio come il mitico personaggio dei romanzi di lan Fleming, infatti, egli aveva girato il mondo in lungo e in largo e, stranamente, la sua presenza era sempre segnalata laddove era imminente una guerra o una sommossa che interessasse particolarmente la sua madrepatria. Non era quella la prima volta (e non sarebbe stata nemmeno l'ultima) che viaggiava in Italia: c'era già stato da giovane, all'inizio del 1848, strana coincidenza, proprio in concomitanza dei primi tumulti di quell'anno...

La sera del 13 aprile 1860, mentre egli stava cenando con Garibaldi, in una stanza dell'Albergo della Felicità, a Genova, insieme con un'altra ventina di commensali, il Generale gli disse di essere dispiaciuto di dover abbandonare il progetto di Nizza perché cose ben più importanti bollivano in pentola. Egli spiegò che i gentiluomini a tavola erano tutti siciliani venuti ad incontrarlo per dirgli che ormai era tempo di invadere la Sicilia. Nonostante fosse innamorato della sua città natale, Garibaldi non poteva sacrificare per questo quelle più grandi speranze d'Italia.
Le tracce del misterioso personaggio scompaiono, altrettanto improvvisamente, alla vigilia della partenza dei Mille. Laurence Oliphant, comunque, riportato dall'Enciclopedia Britannica come british author (18291888), rimarrà in Italia o vi tornerà dopo un paio d'anni, per conto dell'Intelligence Service, per tenere sotto controllo lo sviluppo del Brigantaggio e per seguire gli avvenimenti, se non per sostenerli, che impedirono il ritorno di Francesco II sul suo legittimo trono. Tra i vari Confidential Reports, da lui inviati a Londra, ce n'è uno spedito da Foggia il 19 aprile 1862, in cui relazionando al Conte Russell sullo stato del brigantaggio nelle province degli Abruzzi e Capitanata, egli descrive le situazioni di Napoli, di Avellino, di Ascoli di Puglia, di Candela fino alla Sicilia, a Chieti e a Rionero. Annota fatti ed avvenimenti del Mezzogiorno d'Italia, all'indomani della sua annessione al Piemonte esattamente nello stesso periodo in cui risulta essere ufficialmente in Giappone nella qualità di primo segretario di ambasciata.

A meno di tre settimane dalla partenza da Quarto, nessuno poteva realisticamente credere a un’improvvisa quanto estemporanea spedizione a Nizza: in realtà tutto era già stato predisposto ed organizzato, per l'avventura nell'Italia Meridionale. Già la sera del 16 febbraio precedente, infatti, quasi tre mesi prima dello sbarco, il cavalier Martini, Ministro Plenipotenziario dell'Imperatore d'Austria a Napoli, riceveva un dispaccio telegrafico: "Una spedizione partirà prossimamente da Genova e da Livorno per Napoli." Il largo anticipo e l'accurata precisione con cui il controspionaggio austriaco informava Napoli di quanto si stesse progettando in suo danno, fanno cadere ogni dubbio circa la veridicità dell'ipotetico sbarco in Costa -Azzurra. Nessuno, oltretutto, nemmeno l'Inghilterra poteva correre il rischio di uno scontro, anche se solo diplomatico, con la Francia , incoraggiando -attraverso i suoi agenti segreti - una missione palesemente improponibile. Se una qualsiasi azione ai danni della Francia fosse stata solo ipotizzabile, già da molto tempo gli acuti occhietti d'avvoltolo del Cavour avrebbero preso di mira la Corsica , isola che politicamente appartiene alla Francia ma che geograficamente è italiana, come fino a pochi lustri fa si leggeva nel libri di scuola.

Le cose dovettero andare in maniera diversa da quanto si vuol far credere: l'agente britannico, molto più verosimilmente, era venuto a dare il via libera del suo governo all'unica, vera invasione da tempo progettata, quella della Sicilia. Un tipo come Garibaldi, tutto Sturm und Drang, così come ce lo hanno dipinto gli storici, non avrebbe mai abbandonato l'ardito progetto di liberare la sua città natale (anche se irrealizzabile) sol perché alcuni fautori dell'invasione siciliana l'avevano persuaso a cambiare idea. Egli stava per eseguire degli ordini: della Massoneria o del Governo Inglese; in ogni caso, disposizioni provenienti da Londra ed accompagnate da un milione di piastre turche (oltre quindici milioni di dollari attuali!), più che rilevante somma consegnatagli proprio durante la sua breve permanenza a Genova...
L’ottocentesco antesignano di 007, dunque, oltre alla consegna dell'argent, era venuto per ripassare gli ultimi dettagli e a comunicare le disposizioni finali; molto probabilmente, era venuto a consegnare armi e a fornire i codici di collegamento con le navi britanniche che avrebbero garantito, con la loro ininterrotta presenza, il buon esito della missione. Già... perché, proprio per avere certezza di successo, l'entirely neutral english government aveva da tempo spedito nelle acque del Tirreno un imponente squadrone navale, circa la metà di tutta la Mediterranean Fleet , la flotta inglese nel Mediterraneo, agli ordini del Gran cavaliere George Rodney Mundy, ammiraglio di Sua Maestà Britannica.

Tratto da libro: "L'Inghilterra contro il Regno delle Due Sicilie"




La vera storia della spedizione dei mille
Come e perché l’Inghilterra decise la fine delle Due Sicilie
di Angelo Forgione

http://www.napoli.com/viewarticolo.php?articolo=34149


La spedizione garibaldina, per la storiografia ufficiale, ha il sapore di un’avventura epica quasi cinematografica, compiuta da soli mille uomini che salpano all’improvviso da nord e sbarcano a sud, combattono valorosamente e vincono più volte contro un esercito molto più numeroso, poi risalgono la penisola fino a giungere a Napoli, Capitale di un regno liberato da una tirannide oppressiva, e poi più su per dare agli italiani la nazione unita.

Troppo hollywoodiano per essere vero, e difatti non lo è. La spedizione non fu per niente improvvisa e spontanea ma ben architettata, studiata a tavolino nei minimi dettagli e pianificata dalle massonerie internazionali, quella britannica in testa, che sorressero il tutto con intrighi politici, contributi militari e cospicui finanziamenti coi quali furono comprati diversi uomini chiave dell’esercito borbonico al fine di spianare la strada a Garibaldi che agli inglesi non mancherà mai di dichiarare la sua gratitudine e amicizia.

I giornali dell’epoca, ma soprattutto gli archivi di Londra, Vienna, Roma, Torino e Milano e, naturalmente, Napoli forniscono documentazione utile a ricostruire il vero scenario di congiura internazionale che spazzò via il Regno delle Due Sicilie non certo per mano di mille prodi alla ventura animati da un ideale unitario.

Il Regno britannico, con la sua politica imperiale espansionistica che tanti danni ha fatto nel mondo e di cui ancora oggi se ne pagano le conseguenze (vedi conflitto israelo-palestinese), ebbe più di una ragione per promuovere la fine di quello napoletano e liberarsi di un soggetto politico-economico divenuto scomodo concorrente.

Innanzitutto furono i sempre più idilliaci rapporti tra il Regno delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio a generare l’astio di Londra. La massoneria inglese aveva come priorità politica la cancellazione delle monarchie cattoliche e la cattolica Napoli era ormai invisa alla protestante e massonica Londra che mirava alla cancellazione del potere papale. I Borbone costituivano principale ostacolo a questo obiettivo che coincideva con quello dei Savoia, anch’essi massoni, di impossessarsi dei fruttuosi possedimenti della Chiesa per risollevare le proprie casse. Massoni erano i politici britannici Lord Palmerston, primo ministro britannico, e Lord Gladstone, gran denigratore dei Borbone. E massoni erano pure Vittorio Emanuele II, Garibaldi e Cavour.

In questo conflittuale scenario di potentati, la nazione Napoletana percorreva di suo una crescita esponenziale ed era già la terza potenza europea per sviluppo industriale come designato all’Esposizione Internazionale di Parigi del 1856. Un risultato frutto anche della politica di Ferdinando II che portò avanti una politica di sviluppo autonomo atto a spezzare le catene delle dipendenze straniere.
La flotta navale delle Due Sicilie costituiva poi un pericolo per la grande potenza navale inglese anche e soprattutto in funzione dell’apertura dei traffici con l’oriente nel Canale di Suez i cui scavi cominciarono proprio nel 1859, alla vigilia dell’avventura garibaldina.

L’integrazione del sistema marittimo con quello ferroviario, con la costruzione delle ferrovie nel meridione con cui le merci potessero viaggiare anche su ferro, insieme alla posizione d’assoluto vantaggio del Regno delle Due Sicilie nel Mediterraneo rispetto alla più lontana Gran Bretagna, fu motivo di timore per Londra che già non aveva tollerato gli accordi commerciali tra le Due Sicilie e l'Impero Russo grazie ai quali la flotta sovietica aveva navigato serenamente nel Mediterraneo, avendo come basi d’appoggio proprio i porti delle Due Sicilie.

Proprio il controllo del Mediterraneo era una priorità per la “perfida Albione” che si era impossessata di Gibilterra e poi di Malta, e mirava ad avere il controllo della stessa Sicilia quale punto più strategico per gli accadimenti nel mediterraneo e in oriente. L’isola costituiva la sicurezza per l’indipendenza Napolitana e in mano agli stranieri ne avrebbe decretata certamente la fine, come fece notare Giovanni Aceto nel suo scritto “De la Sicilie et de ses rapports avec l’Angleterre”.
La presenza inglese in Sicilia era già ingombrante e imponeva coi cannoni a Napoli il remunerativo monopolio dello zolfo di cui l’isola era ricca per i quattro quinti della produzione mondiale; con lo zolfo, all’epoca, si produceva di tutto ed era una sorta di petrolio per quel mondo. E come per il petrolio oggi nei paesi mediorientali, così allora la Sicilia destava il grande interesse dei governi imperialisti.

I Borbone, in questo scenario, ebbero la colpa di non fare tesoro della lezione della Rivoluzione Francese, di quella Napoletana del 1799 e di quelle a seguire, di considerarsi insovvertibili in Italia e di non capire che il pericolo non era da individuare nella penisola ma più in la, che nemico era alle porte, anzi, proprio in casa. Il Regno di Napoli e quello d’Inghilterra erano infatti alleati solo mezzo secolo prima, ma in condizione di sfruttamento a favore del secondo per via dei considerevoli vantaggi commerciali che ne traeva in territorio duosiciliano. Fu l’opera di affrancamento e di progressiva riduzione di tali vantaggi da parte di Ferdinando II a rompere l’equilibrio e a suscitare le cospirazioni della Gran Bretagna che si rivelò così un vero e proprio cavallo di Troia. Per questo fu più comodo per gli inglesi “cambiare” l’amicizia ormai inimicizia con lo stato borbonico con un nuovo stato savoiardo alleato.

Questi furono i motivi principali che portarono l’Inghilterra a stravolgere gli equilibri della penisola italiana, propagandando idee sul nazionalismo dei popoli e denigrando i governi di Russia, Due Sicilie e Austria. La mente britannica armò il braccio piemontese per il quale il problema urgente era quello di evitare la bancarotta di stampo bellico accettando l’opportunità offertagli di invadere le Due Sicilie e portarne a casa il tesoro.

Un titolo sul “Times” dell’epoca, pubblicato già prima della morte di Ferdinando II, è foriero di ciò che sta per accadere e spiega l’interesse imperialistico inglese nelle vicende italiane. “Austria e Francia hanno un piede in Italia, e l’Inghilterra vuole entrarvi essa pure”.

Lo sbarco a Marsala e l’invasione del Regno delle Due Sicilie sono a tutti gli effetti un “gravissimo atto di pirateria internazionale”, compiuto ignorando tutte le norme di Diritto Internazionale, prima fra tutte quella che garantisce il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Il fatto che nessuna nazione straniera abbia mosso un dito mentre avveniva e si sviluppava fa capire quale sia stata la predeterminazione di un atto così grave.
Garibaldi è un burattino in mano a Vittorio Emanuele II Cavour, l’unico che può compiere questa invasione senza dichiarazione non essendo né un sovrano né un politico. E viene manovrato a dovere dal conte piemontese, dal Re di Sardegna e dai cospiratori inglesi, fin quando non diviene scomodo e arriva il momento di costringerlo a farsi da parte.

Di soldi, nel 1860, ne circolano davvero parecchi per l’operazione. Si parla di circa tre milioni di franchi francesi solo in Inghilterra, denaro investito per comprare il tradimento di chi serve allo scopo, ma anche armi, munizioni e navi. A Londra nasce il “Garibaldi Italian Fund Committee”, un fondo utile ad ingaggiare i mercenari che devono formare la “Legione Britannica”, uomini feroci che aiuteranno il Generale italiano nei combattimenti che verrano.
Garibaldi diviene un eroe in terra d’Albione con una popolarità alle stelle. Nascono i “Garibaldi’s gadgets”: ritratti, composizioni musicali, spille, profumi, cioccolatini, caramelle e biscotti, tutto utile a reperire fondi utili all’impresa in Italia.

In realtà, alla vigilia della spedizione dei mille, tutti sanno cosa sta per accadere, tranne la Corte e il Governo di Napoli ai quali “stranamente” non giungono mai quei telegrammi e quelle segnalazioni che vengono inviate dalle ambasciate internazionali. In Sicilia invece, ogni unità navale ha già ricevuto le coordinate di posizionamento nelle acque duosiciliane.

La traversata parte da Quarto il 5 Maggio 1860 a bordo della “Lombardo” e della “Piemonte”, due navi ufficialmente rubate alla società Rubattino ma in realtà fornite favorevolmente dall’interessato armatore genovese, amico di Cavour. Garibaldi non sa neanche quanta gente ha a bordo, non è una priorità far numero; se ne contano 1.089 e il Generale resta stupito per il numero oltre le sue stime. Sono persone col pedigree dei malavitosi e ne farà una raccapricciante descrizione lo stesso Garibaldi. Provengono da Milano, Brescia, Pavia, Venezia e più corposamente da Bergamo, perciò poi detta “città dei mille”. Ci sono anche alcuni napoletani, calabresi e siciliani, 89 per la precisione, proprio quelli sfrattati dalla toponomastica delle città italiane.
La rotta non è casuale ma già stabilita, come il luogo dello sbarco. Marsala non è la terra scorta all’orizzonte ma il luogo designato perché li c’è una vastissima comunità inglese coinvolta in grandi affari, tra cui la viticoltura.

Il 10 Maggio, alla vigilia dello sbarco, l’ammiragliato inglese a Londra dà l’ordine ai piroscafi bellici “Argus” e “Intrepid”, ancorati a Palermo, di portarsi a Marsala; ufficialmente per proteggere i sudditi inglesi ma in realtà con altri scopi. Ci arrivano infatti all’alba del giorno dopo e gettano l’ancora fuori a città col preciso compito di favorire l’entrata in rada delle navi piemontesi. Navi che arrivano alle 14 in punto, in pieno giorno, e questo dimostra quanta sicurezza avessero i rivoltosi che altrimenti avrebbero più verosimilmente scelto di sbarcare di notte.

L’approdo avviene proprio dirimpetto al Consolato inglese e alle fabbriche inglesi di vini “Ingham” e “Whoodhouse” con le spalle coperte dai piroscafi britannici che, con l’alibi della protezione delle fabbriche, ostacolano i colpi di granate dell’incrociatore napoletano “Stromboli”, giunto sul posto insieme al piroscafo “Capri” e la fregata a vela “Partenope”.

Le trattative che si intavolano fanno prendere ulteriore tempo ai garibaldini e sortiscono l’effetto sperato: I “mille” sbarcano sul molo. Ma sono in 776 perché i veri repubblicani, dopo aver saputo che si era andati a liberare la Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II, si sono fatti sbarcare a Talamone, in terra toscana. Contemporaneamente sbarcano dall’Intrepid dei marinai inglesi anch’essi di rosso vestiti che si mischiano alle “camicie rosse”, in modo da impedire ai napoletani di sparare.
Napoli invia proteste ufficiali a Londra per la condotta dei due bastimenti inglesi ma a poco serve.
Garibaldi e i suoi sbarcano nell’indifferenza dei marsalesi e la prima cosa che fanno è saccheggiare tutto ciò che è possibile

Il 13 Maggio Garibaldi occupa Salemi, stavolta nell’entusiasmo perché il barone Sant’Anna, un uomo potente del posto, si unisce a lui con una banda di “picciotti”. Da qui si proclama “dittatore delle Due Sicilie” nel nome di Vittorio Emanuele II, Re d’Italia”.
Il 15 Maggio è il giorno della storica battaglia di Calatafimi. I mille sono ora almeno il doppio; vi si uniscono “picciotti” siciliani, inglesi e marmaglie insorte, e sfidano i soldati borbonici al comando del Generale Landi. La storiografia ufficiale racconta di questo conflitto come di un miracolo dei garibaldini ma in realtà si tratta del risultato pilotato dallo stesso Generale borbonico, un corrotto accusato poi di tradimento.
I primi a far fuoco sono i “picciotti” che vengono decimati dai fucili dei soldati Napoletani.

Il Comandante borbonico Sforza, con i suoi circa 600 uomini, assalta i garibaldini rischiando la sua stessa vita e mentre il Generale Nino Bixio chiede a Garibaldi di ordinare la ritirata il Generale Landi, che già ha rifiutato rinforzi e munizioni a Sforza scongiurando lo sterminio delle “camicie rosse”, fa suonare le trombe in segno di ritirata. Garibaldi capisce che è il momento di colpire i borbonici in fuga e alle spalle, compiendo così il “miracolo” di Calatafimi. Una battaglia che avrebbe potuto chiudere sul nascere l’avanzata garibaldina se non fosse stato per la condotta di Landi che fu accusato di tradimento dallo stesso Re Francesco II e confinato sull’isola d’Ischia; non a torto perché poi un anno più tardi, l'ex generale di brigata dell'esercito borbonico e poi generale di corpo d'armata dell'esercito sabaudo in pensione, si presenta al Banco di Napoli per incassare una polizza di 14.000 ducati d’oro datagli dallo stesso Garibaldi ma scopre che sulla sua copia, palesemente falsificata, ci sono tre zeri di troppo. Landi, per questa delusione, è colpito da ictus e muore.

Garibaldi, ringalluzzito per l’insperata vittoria di Calatafimi, s’inoltra nel cuore della Sicilia mentre le navi inglesi, sempre più numerose, ne controllano le coste con movimenti frenetici. In realtà la flotta inglese segue in parallelo per mare l’avanzata delle camicie rosse su terra per garantire un’uscita di sicurezza.
Intanto sempre gli inglesi fanno arrivare in Sicilia corposi rinforzi, armi e danari per i rivoltosi e preziose informazioni da parte di altri traditori vendutisi all’invasore per fare del Sud una colonia. Le banche di Londra sono piene di depositi di cifre pagate come prezzo per ragguagli sulla dislocazione delle truppe borboniche e di suggerimenti dei generali corruttibili, così come di tante altre importantissime informazioni segrete.

Garibaldi entra a Palermo e poi arriva a Milazzo ormai rafforzato da uomini e armi moderne e l’esito della battaglia che li si combatte, a lui favorevole, é prevalentemente dovuto all’equipaggiamento individuale dei rivoltosi che hanno ricevuto in dotazione persino le carabine-revolver americane “Colt” e il fucile rigato inglese modello “Enfield ‘53”.
Quando l’eroe dei due mondi passa sul territorio peninsulare, le navi inglesi continuano a scortarlo dal mare e anche quando entra a Napoli da Re sulla prima ferrovia italiana ha le spalle coperte dall’Intrepid (chi si rivede) che dal 24 Agosto, insieme ad altre navi britanniche, si muove nelle acque napoletane.

Il 6 Settembre, giorno della partenza di Francesco II e del concomitante arrivo di Garibaldi a Napoli in treno, il legno britannico sosta vicino alla costa, davanti al litorale di Santa Lucia, da dove può tenere sotto tiro il Palazzo Reale. Una presenza costante e incombente, sempre minacciosa per i borbonici e rassicurante per Garibaldi, una garanzia per la riuscita dell’impresa dei “più di mille”. l’Intrepid lascia Napoli il 18 Ottobre 1860 per tornare definitivamente in Inghilterra dando però il cambio ad altre navi inglesi, proprio mentre Garibaldi, “dittatore di Napoli”, dona agli amici inglesi un suolo a piacere che viene designato in Via San Pasquale a Chiaia su cui viene eretta quella cappella protestante che Londra aveva sempre voluto costruire per gli inglesi di Napoli ma che i Borbone non avevano mai consentito di realizzare. Lo stesso accadrà a Palermo nel 1872.

Qualche mese dopo, la città di Gaeta che ospita Francesco II nella strenua difesa del Regno è letteralmente rasa al suolo dal Generale piemontese Cialdini, pagando non solo il suo ruolo di ultimo baluardo borbonico ma anche e soprattutto l’essere stato nel 1848 il luogo del rifugio di Papa Pio IX, ospite dei Borbone, in fuga da Roma in seguito alla proclamazione della Repubblica Romana ad opera di Giuseppe Mazzini, periodo in cui la città assunse la denominazione di “Secondo Stato Pontificio”.

Scompare così l’antico Regno di Ruggero il Normanno sopravvissuto per quasi otto secoli, non a caso nel momento del suo massimo fulgore.
Dieci anni dopo, nel Settembre 1870, la breccia di Porta Pia e l’annessione di Roma al Regno d’Italia decreta la fine anche dello Stato Pontificio e del potere temporale del Papa, portando a compimento il grande progetto delle massonerie internazionali nato almeno quindici anni prima, volto a cancellare la grande potenza economico-industriale del Regno delle Due Sicilie e il grande potere cattolico dello Stato Pontificio. Il Vaticano, proprio da qui si mondanizza per sopravvivenza e comincia ad affiancarsi alle altre supremazie mondiali che hanno cercato di eliminarlo.

Garibaldi, pochi anni dopo la sua impresa, è ospite a Londra dove viene accolto come un imperatore. I suoi rapporti con l’Inghilterra continuano per decenni e si manifestano nuovamente quando, intorno alla metà del 1870, il Generale è impegnato nell’utopia della realizzazione di un progetto faraonico per stravolgere l’aspetto di Roma: il corso del Tevere entro Roma completamente colmato con un’arteria ferroviaria contornata da aree fabbricabili. Da Londra si tessono contatti con società finanziarie per avviare il progetto ed arrivano nella Capitale gli ingegneri Wilkinson e Fowler per i rilievi e i sondaggi. È pronta a realizzare la remunerativa follia la società britannica Brunless & McKerrow che non vi riuscirà mai perché il progetto viene boicottato del Governo italiano.

L’ideologia nazionale venera i “padri della patria” che operarono il piano internazionale, dimenticando tutto quanto di nefasto si raccontasse di Garibaldi, un avventuriero dal passato poco edificante. L’Italia di oggi festeggia un uomo condannato persino a “morte ignominiosa in contumacia” nel 1834 per sentenza del Consiglio di Guerra Divisionale di Genova perché nemico della Patria e dello Stato, motivo per il quale fuggì latitante in Sud America dove diede sfogo a tutta la sua natura selvaggia.

In quanto a Cavour, al Conte interessava esclusivamente ripianare le finanze dello Stato piemontese, non certo l’unità di un paese di cui non conosceva neanche la lingua, così come Vittorio Emanuele II primo Re d’Italia, benché non a caso secondo di nome nel solco di una continuazione della dinastia sabauda e non italiana. Non a caso il 21 Febbraio 1861, nel Senato del Regno riunito a Torino, il nuovo Re d’Italia fu proclamato da Cavour «Victor-Emmanuel II, Roi d’Italie», non Re d’Italia.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Mafia, camorra, complottismo, massoneria, Unità d'Italia

Messaggioda Berto » dom mar 03, 2019 10:24 am

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Messaggioda Berto » dom mar 03, 2019 10:25 am

Un po' di storia seria



L'errore dei Borbone fu inimicarsi Londra
L'ostilità inglese destabilizzò il Regno di Napoli

https://www.corriere.it/unita-italia-15 ... f471.shtml

Fin da quando salì al trono nel novembre del 1830, Ferdinando II concepì la presenza del Regno delle Due Sicilie sullo scacchiere europeo come quella di un'entità politica in crescita. Benedetto Croce, nella Storia del Regno di Napoli (Adelphi) notava che, nelle intenzioni di Ferdinando II, il regno doveva essere un organismo politico «nelle cui faccende nessun altro Stato avesse da immischiarsi, tale da non dar noia agli altri e da non permetterne per sé». Così, proseguiva Croce, il figlio di Francesco I «guardingo e abile si avvicinò alla Francia, si liberò della tutela dell'Austria, che aveva sorretto e insieme sfruttato la monarchia napoletana, e mantenne sempre contegno non servile verso l'Inghilterra che era stata la protettrice e dominatrice della sua dinastia nel ventennio della Rivoluzione e dell'Impero». Ma l'Inghilterra riteneva che l'aver difeso i Borbone ai tempi di Acton e di Napoleone le desse i titoli per poter ottenere una totale subalternità da parte di Ferdinando II. E dava segni di fastidio per quel «contegno non servile» di cui parlava Croce.

Fu così che Ferdinando II nel 1834 firmò (inconsapevolmente) la condanna a morte del suo regno. Quell'anno, 1834, nel pieno della «prima guerra carlista» (1833-1840), Ferdinando rifiutò di schierarsi a favore di Isabella II contro Carlo Maria Isidro di Borbone-Spagna nel conflitto per la successione a Ferdinando VII sul trono iberico. Dalla parte di Isabella, figlia di Ferdinando VII, e contro don Carlos, fratello del re scomparso, erano scese in campo Francia e Inghilterra, che considerarono quello del regime borbonico alla stregua di un vero e proprio atto di insubordinazione. Londra ci vide, anzi, qualcosa di più: il desiderio del Regno delle Due Sicilie di elevarsi, affrancandosi da antiche subalternità, al rango di medio-grande potenza. E da quel momento iniziò a tramare per destabilizzarlo. La storia di questa trama è adesso raccontata da un importante libro di Eugenio Di Rienzo, Il Regno delle Due Sicilie e le Potenze europee (1830-1861) , che sarà presto pubblicato da Rubbettino.

Già nelle pagine della premessa a questo volume (che rende omaggio, con un'esplicita dedica, a Giuseppe Galasso e al suo Il Regno di Napoli. Il Mezzogiorno borbonico e risorgimentale, edito da Utet), Di Rienzo si rende conto del fatto che la pietas per il destino del regno borbonico lo espone al rischio di trasformare il suo racconto in quella che Benedetto Croce definì «storia affettuosa», simile alle «biografie che si tessono di persone care e venerate». O anche a quelle che sempre Croce definiva le «storie che piangono le sventure del popolo al quale si appartiene». Un rischio, scrive Di Rienzo, «forse tale da portare acqua al mulino di quell'Anti Risorgimento vecchio e nuovo» che - e qui cita il Giorgio Napolitano di Una e indivisibile (Rizzoli) - «con fuorvianti clamori e semplicismi continua a immaginare un possibile arrestarsi del movimento per l'Unità poco oltre il limite di un Regno dell'Alta Italia di contro a quella visione più ampiamente inclusiva dell'Italia unita, che rispondeva all'ideale del movimento nazionale (come Cavour ben comprese e come ci ha insegnato Rosario Romeo)».
Però, prosegue Di Rienzo, a «chi ha scelto la professione di storico», non si può chiedere di «non ricordare che l'unione politica del Sud al resto d'Italia avvenne senza il consenso ma anzi contro la volontà della maggioranza delle popolazioni meridionali».
E non lo si può esortare a «passare sotto silenzio come quell'unione, che per vari decenni successivi al 1861 non fu davvero mai "unità", sia stata, in primo luogo, il risultato di un complesso e non trasparente intrigo internazionale in cui la Potenza preponderante sullo scacchiere mediterraneo contribuì a porre fine, una volta per tutte, alle velleità di autonomia del più grande "Piccolo Stato" della Penisola, giustificando una delle prime e più gravi violazioni del Diritto pubblico europeo della storia contemporanea». Parole molto forti: quella dell'Inghilterra nei confronti del Regno delle Due Sicilie sarebbe stata «una delle prime e più gravi violazioni del Diritto pubblico europeo della storia contemporanea».

Da lungo tempo il Regno Unito non aveva nascosto un grande interesse per la Sicilia. Giovanni Aceto nel volume De la Sicile et de ses rapports avec l'Angleterre (1827) scriveva: «Quest'isola non rappresenta per l'Inghilterra soltanto un importante avamposto strategico, da preservare, ad ogni costo, da una possibile occupazione della Francia che la minaccia dalle sue coste, ma costituisce anche il centro di tutte le operazioni politiche e militari che l'Inghilterra intende intraprendere nell'Italia e nel Mediterraneo».


Il re Ferdinando II di Borbone (1810-1859)

Un segnale al Regno di Napoli fu mandato nell'estate del 1831, quando fanti inglesi sbarcati dalla corvetta «Rapid» proveniente da Malta, condotta dal tenente di vascello Charles Henry Swinburne, occuparono l'isola Ferdinandea, un lembo di terra di circa quattro chilometri quadrati emerso dal mare tra Sciacca e Pantelleria, che si sarebbe nuovamente inabissato nel dicembre di quello stesso anno (la storia è stata ben raccontata da Salvatore Mazzarella in Dell'isola Ferdinandea e di altre cose , pubblicato da Sellerio, e in L'isola che se ne andò di Filippo D'Arpa, edito da Mursia). Un gesto del tutto sproporzionato data l'assoluta irrilevanza dell'isolotto. Ma che voleva essere un segno inequivocabile nei confronti di un'isola ben più importante, la Sicilia. Sicilia da cui l'Inghilterra importava vino, olio d'oliva, agrumi, mandorle, nocciole, sommacco, barilla e soprattutto zolfo usato per la preparazione della soda artificiale, dell'acido solforico e della polvere da sparo. Zolfo che fu all'origine di un contenzioso dal quale uscirono ulteriormente deteriorati i rapporti anglo-napoletani: ne venne fuori quella che Ernesto Pontieri - nei saggi raccolti in Il riformismo borbonico nella Sicilia del Sette e dell'Ottocento (Esi) - ha definito una «politica di rancori, di insidie, di mal celata avversione verso uno Stato (il regno borbonico) che non senza ragione conservava rispetto all'Inghilterra immutata la sua diffidenza».

Ai tempi della rivoluzione del 1848, quando, il 13 aprile, il General Parlamento di Palermo, dopo aver dichiarato la decadenza della dinastia borbonica, aveva deliberato «di chiamare un principe italiano sul trono, una volta promulgata la Costituzione», confidando nelle assicurazioni del plenipotenziario inglese Henry Gilbert Elliot Murray Kynynmound Minto, il ministro degli Esteri britannico Henry John Temple, visconte di Palmerston, si impegnò a garantire l'indipendenza del nuovo regno se la scelta del popolo siciliano avesse favorito la candidatura di un membro di Casa Savoia in alternativa a quella del secondogenito di Ferdinando II o del giovanissimo figlio del Granduca di Toscana, avanzata dalla Francia.

Fu Carlo Alberto che, dopo la sconfitta di Custoza (27 luglio), decise di risparmiarsi il conflitto con il Regno di Napoli, ciò che consentì a Ferdinando II di rompere gli indugi e ordinare alla sua armata guidata dal principe di Satriano, Carlo Filangieri, di varcare lo stretto, bombardare Messina e marciare trionfalmente alla riconquista di Palermo. All'epoca l'Inghilterra era ormai in una posizione di ostilità dichiarata e il 15 settembre 1849 inviò al nuovo capo del governo napoletano, Giustino Fortunato, una nota nella quale si sosteneva che «la rivoluzione siciliana era stata provocata dal malcontento generale, antico, radicato, causato dagli abusi del governo borbonico e dalla violazione dell'antica Costituzione siciliana, ripristinata e aggiornata dal patto politico del 1812, promulgato sotto gli auspici della Gran Bretagna, che, anche se provvisoriamente sospeso, non era stato mai considerato abolito dal consorzio europeo». La nota aggiungeva, minacciosamente, che «qualora Ferdinando II avesse violato i termini della capitolazione e perseverato nella sua politica di oppressione, il Regno Unito non avrebbe assistito passivamente a una nuova crisi tra il governo di Napoli e il popolo siciliano».

In Inghilterra divenne un caso molto dibattuto quello di Carlo Poerio, ministro dell'Istruzione nel governo costituzionale napoletano del 1848, che nel '49 fu arrestato, processato e condannato a 24 anni di carcere duro (ne avrebbe scontati 10, per poi riparare in Piemonte dove gli sarebbe stato riconosciuto un rango politico di primo piano). Fu in questo clima che nel Regno Unito furono rese pubbliche le due lettere di William Ewart Gladstone a lord Aberdeen, che volevano essere un rapporto sulle carceri borboniche e sul trattamento dei prigionieri nel quale il regime di Ferdinando II veniva definito alla stregua di una «negazione di Dio». Un testo caratterizzato da una certa enfasi e non poche esagerazioni.

È in questo momento storico che Ferdinando II decise di dare una seconda prova di carattere - la prima era stata quella di cui all'inizio della «guerra carlista» - che gli sarebbe costata cara. Nel gennaio del 1855 si chiamò fuori dalla guerra di Crimea, nella quale, invece, Cavour si era schierato, a fianco di Francia e Inghilterra, contro la Russia. Nell'estate di quell'anno, scrive Di Rienzo, «convinto che l'offensiva dei coalizzati si sarebbe infranta sulle fortezze di Sebastopoli, il governo borbonico promulgava il divieto di concedere il passaporto ai sudditi siciliani per evitare che questi si potessero arruolare nella Legione anglo-italiana, composta da fuoriusciti politici della Penisola, ed emanava nuove disposizioni sanitarie, giustificate dall'epidemia di colera sviluppatasi in Crimea, che imponevano una quarantena di quindici giorni a tutto il naviglio proveniente dall'Impero ottomano».

Palmerston, divenuto primo ministro, nella seduta della Camera dei Comuni del 7 agosto accusava il regime borbonico di essersi schierato con la Russia, anzi di esserne diventato un vassallo. A suo avviso «nonostante la distanza geografica che separava i due Stati, l'influenza russa su Napoli era progressivamente cresciuta fino a divenire predominante». Secondo Palmerston, «il regno borbonico aveva dimostrato sfrontatamente la sua ostilità alla Francia e all'Inghilterra vietando l'esportazione di merci che il suo stato di neutrale gli avrebbe consentito tranquillamente di continuare a trafficare». Questa «palese violazione del diritto internazionale» appariva tanto più grave in quanto «perpetrata da un governo che si era macchiato di atti di crudeltà e di oppressione verso il suo popolo, assolutamente incompatibili con i progressi della civiltà europea». E qui il riferimento alle già citate lettere di Gladstone era quasi esplicito.

Palmerston fece di più: utilizzò fondi riservati del Tesoro britannico per finanziare una spedizione per liberare Luigi Settembrini, autore nel 1847 della Protesta del popolo delle Due Sicilie, Silvio Spaventa e Filippo Agresti, condannati a morte nel 1849, la cui pena era stata commutata nel carcere a vita da scontare nell'ergastolo dell'isolotto di Santo Stefano. L'operazione, progettata per la tarda estate del 1855, non arrivò a compimento, «ma», scrive Di Rienzo, «anche quel tentativo dimostrò, comunque, quale fosse il rispetto di Londra per la sovranità dello Stato borbonico e come la ferma volontà dimostrata da Ferdinando II di rivendicare l'autonomia del suo regno nelle grandi scelte di politica estera fosse prossima a ricevere un'esemplare punizione». Punizione «che i governi alleati avrebbero giustificato, servendosi di motivazioni completamente strumentali, tutte concentrate sulla critica della politica interna delle Due Sicilie, nell'impossibilità di usarne altre motivate da reali giustificazioni giuridiche attinenti la violazione del diritto internazionale».

Di qui un crescendo di manifestazioni di ostilità da parte dell'Inghilterra (ma anche, sia pure in minor misura, della Francia) nei confronti del Regno di Napoli. Palmerston pretende dalla corte di Caserta il licenziamento del direttore di polizia Orazio Mazza, accusato di aver offeso durante una rappresentazione teatrale («un episodio trascurabile», lo definisce Di Rienzo), il segretario della legazione inglese George Fagan. Il Times suggerisce addirittura di inviare a Napoli, a mo' di «spedizione punitiva», navi britanniche che avrebbero dovuto ottenere «gli stessi risultati delle missioni intimidatorie guidate dal commodoro Matthew Calbraith Perry, nella baia di Edo, tra il 1853 e il 1854, per ridurre a ragione la resistenza dello shogun Ieyoshi Tokugawa». Così come gli Stati Uniti in Estremo Oriente, termina l'articolo del Times, anche la Gran Bretagna non poteva tollerare l'esistenza di «un Giappone mediterraneo posto a poche miglia da Malta e non eccessivamente distante da Marsiglia». Immediatamente il ministero degli Esteri inglese fa eco a quell'editoriale, diramando una nota in cui si afferma che «il governo di sua maestà non poteva non tener conto dei sentimenti dell'opinione pubblica e dei circoli politici britannici perfettamente rispecchiati dalla stampa londinese». Solo la regina Vittoria riesce ad evitare che si passi dalle parole ai fatti. E risponde al governo con queste parole: «La regina, dopo aver esaminato la documentazione da voi allegata, ha espresso la più decisa contrarietà a una dimostrazione navale (che per essere efficace dovrebbe contemplare la possibilità di un'apertura delle ostilità) indirizzata ad ottenere dei cambiamenti nel regime politico delle Due Sicilie». In ogni caso prudentemente Ferdinando II decide di congedare Mazza.

Trascorre un po' di tempo e si verifica un nuovo incidente. L'ambasciatore a Londra di Ferdinando II, Antonio La Grua, principe di Carini, informa «di aver rintuzzato con tagliente ironia le provocazioni di Palmerston il quale durante un ricevimento ufficiale gli aveva chiesto notizie di Carlo Poerio». Alle rimostranze del primo ministro britannico, il quale lo invitava a considerare che la detenzione di Poerio «non era materia di scherzo ma costituiva un affare serio e grave di cui il vostro governo conoscerà tra breve l'importanza», il diplomatico napoletano si vantava di aver ribattuto di non arrivare a capire «perché la sedicente magistratura d'Europa s'intestardisca a occuparsi delle nostre faccende e si dia pena di studiare una farmaceutica ricetta di cataplasmi senza avvertire il bisogno di tastare il polso, di guardare la lingua e ricercare i sintomi dell'ottima salute nostra».

Qualche anno dopo il ministro degli Esteri inglese, James Howard Harris (lord Malmesbury) si fermò a riflettere nelle sue memorie sul «caso Poerio» e sulle sue conseguenze. Palmerston e Gladstone, a suo avviso, avevano «commesso l'errore di mettere in discussione i diritti sovrani di uno Stato dispotico senza considerare che anche un regime assoluto possedeva le identiche prerogative di una repubblica o della stessa Inghilterra di difendersi contro gli avversari che lo volevano rovesciare con la violenza». Certo il regime borbonico era afflitto dalla «lentezza della giustizia». «Ma le torture alle quali Poerio si dice sia stato sottoposto», prosegue Malmesbury, «furono, a mio parere, inventate di sana pianta... Nessun individuo, trattato in maniera tanto disumana, avrebbe potuto ristabilirsi così rapidamente in soli tre mesi e apparirmi in così florida salute come Poerio che, quando mi fu presentato, nel 1859, alla Camera dei Lords dal conte di Shaftesbury, venne da me scambiato per un giovane pari reduce da una salubre villeggiatura». «Giusto o sbagliato che fosse», concludeva Malmesbury, «Ferdinando II, soprannominato "re bomba", aveva una tale cattiva reputazione che tutto era lecito contro di lui, però, se si esclude questo sentimento largamente diffuso nell'opinione pubblica britannica, una spedizione armata diretta contro il suo regno costituiva una misura assolutamente illegittima».

È un fatto che in quegli anni il Regno di Napoli fu sottoposto ad una sorta di apartheid internazionale. Che parve attenuarsi solo verso la fine del 1856, quando esplosero moti a Palermo, a Cefalù, e, l'8 dicembre, si ebbe un tentativo (fallito) di regicidio contro Ferdinando II compiuto da Agesilao Milano. Il re cercò di approfittarne e di «risolvere» il problema dei detenuti politici avviando trattative per stipulare una convenzione con l'Argentina, al fine di stabilire sul Rio de la Plata «una colonia di sudditi napoletani, già condannati o in attesa di giudizio per delitti politici, che in quelle terre sarebbero stati confinati in commutazione della pena da espiare nella madrepatria». Ma Palmerston si affrettò a dichiarare ai Comuni che «l'invio dei detenuti in Argentina non poteva costituire un passo soddisfacente per riallacciare le normali relazioni diplomatiche con Napoli, perché le carceri napoletane, una volta svuotate, sarebbero state immediatamente riempite con nuove vittime della tirannia dei Borbone».

Una stampa allegorica che rappresenta la cacciata dei napoletani dalla Sicilia all’inizio della rivolta del 1848Una stampa allegorica che rappresenta la cacciata dei napoletani dalla Sicilia all’inizio della rivolta del 1848

Quindi (28 giugno 1857) fu la volta della sfortunata spedizione a Sapri di Carlo Pisacane: un tentativo insurrezionale che - per l'ostilità dell'esercito ma anche del popolo - fallì e fu represso con durezza. Dell'equipaggio del piroscafo a vapore «Cagliari» di Pisacane facevano parte due macchinisti inglesi, tratti in arresto dalla gendarmeria napoletana. L'Inghilterra si mosse immediatamente per reclamare non solo la loro liberazione, ma addirittura un adeguato indennizzo economico che li risarcisse dell'«ingiusta detenzione».

Nel gennaio del 1859 Ferdinando II concede l'esilio perpetuo a circa novanta prigionieri (tra i quali Poerio). Inasprisce, però, le pene per i futuri arrestati. Così l'Inghilterra continua a tener viva la tensione con il regime borbonico e Londra sarà in prima fila a sostenere, nel 1860, l'impresa dei Mille. «Il Regno Unito», scrisse Malmesbury nelle sue memorie, «si sentiva autorizzato a servirsi della spada e dell'intuito del grande bucaniere Giuseppe Garibaldi contro i suoi nemici, come nel passato aveva utilizzato Drake e Raleigh, che gli spagnoli giustamente chiamarono pirati». Per di più nel mese di giugno tornarono al governo Palmerston e Gladstone, i più implacabili nemici della dinastia napoletana. Da quel momento l'aiuto inglese a Garibaldi fu decisivo.

Questa, del supporto britannico alla «liberazione del Mezzogiorno», è un'ipotesi che, scrive Di Rienzo, «la storiografia ufficiale ha sempre accantonato, spesso con immotivata sufficienza, e che ha trovato credito soltanto in una letteratura non accademica accusata ingiustamente, a volte, di dilettantismo e di preconcetta faziosità filo borbonica». Eppure c'è una gran mole di documenti che «mostrano almeno la plausibilità di questa interpretazione». E questo libro ce ne offre un'accurata disamina.

C'è la documentazione dell'aiuto inglese al viaggio e all'impresa di Garibaldi in Sicilia. Ma ci sono anche le prove della consapevolezza inglese dell'alleanza tra la malavita napoletana e gli insorti, evidenze che già si intravedevano nella Storia della camorra di Francesco Barbagallo edita da Laterza. Il 31 luglio 1860, il diplomatico inglese Henry George Elliot informa il Foreign Office «che numerose bande camorristiche erano pronte a scendere in campo per contrastare, armi alla mano, la mobilitazione dei popolani rimasti fedeli alla dinastia borbonica, per presidiare il porto in modo da facilitare uno sbarco delle truppe piemontesi e per controllare le vie di accesso a Napoli al fine di rendere possibile l'ingresso dei volontari di Garibaldi». Allo stesso modo Londra sapeva quasi tutto dell'attività di quel Liborio Romano che assoldò quei malavitosi «liberali» di cui ha recentemente scritto Nico Perrone in L'inventore del trasformismo. Liborio Romano, strumento di Cavour per la conquista di Napoli edito, anche questo, da Rubbettino.

In seguito alcuni uomini politici inglesi usarono parole di condanna per quel che era accaduto in quegli anni. Soprattutto dopo la «liberazione del Mezzogiorno». In Parlamento, il deputato conservatore Pope Hennessy aveva definito il tutto un «dirty affair» (sporco affare) e aveva denunciato «la furiosa repressione dell'armata sarda che si era macchiata di crimini contro l'umanità ben più efferati di quelli che l'opinione pubblica europea aveva imputato a Ferdinando II e al suo sventurato erede». Nella stessa sede George Cavendish-Bentinck aveva messo in evidenza quale errore fosse stato per il Regno Unito provocare quel grande incendio nell'Italia del Sud, in violazione di tutte le leggi internazionali. E uno dei più stretti collaboratori di Disraeli, Henry Lennox, aveva detto esplicitamente che sostituire il «dispotismo di un Borbone» con lo «pseudo liberalismo di un Vittorio Emanuele» era stato un grande sbaglio. Anche perché così «il Regno Unito aveva prostituito la sua politica estera appoggiando un'impresa illegittima e scellerata che aveva portato all'instaurazione di un vero e proprio regno del terrore».

Fu per queste vie, conclude Di Rienzo rievocando il successivo sprezzante diniego britannico alla richiesta italiana di istituire una colonia penale in un isolotto prospiciente la baia di Gaya, nel sultanato del Brunei, che l'Italia unita ereditò «quella stessa debolezza geopolitica che aveva accelerato, se non addirittura provocato, la fine del Regno delle Due Sicilie». Un destino che si sarebbe riflesso sul nostro Paese fino ai giorni nostri, «nel segno», è la conclusione di Eugenio Di Rienzo, «di un passato destinato a non passare».
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