Ebrei di sinistra, sinistre mostruosità umane assai razziste

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Messaggioda Berto » mer gen 09, 2019 7:59 am

APOTEOSI DEL DISGUSTO
Niram Ferretti
8 gennaio 2019

https://www.facebook.com/permalink.php? ... 4575318063

I fiancheggiatori dei terroristi non sono mai mancati tra le file degli intellettuali. In Italia ricordiamo Toni Negri, ma altri ce ne sono stati, soprattutto idolatri di natural born killers come Ernesto Che Guevara, trasformato in icona della santità revolucionaria sudamericana.

Zeev Sternhell, il quale, ovviamente, accusa Israele di essere uno stato nazista, e che durante la Seconda Intifada consigliava ai terroristi palestinesi di concentrare la loro azione contro gli insediamenti e di evitare di compiere atti di violenza dentro Gerusalemme, è uno di loro.

Negli anni di Piombo, qui in Italia sarebbe stato con le Brigate Rosse per l'abbattimento dello Stato borghese. Sono repulsivi questi accademici che dal loro salotto danno direttive strategiche agli assassini, almeno Che Guevara rischiava del proprio, si metteva in gioco. Loro, invece, stanno alle spalle di chi uccide. Sono i demonizzatori, gli untori.

Nel 2015, in una intervista a Haartez, lo storico israeliano sosteneva che:

“Un cambiamento radicale non potrà mia determinarsi qui fino a quando l'attuale regime non provocherà una grave crisi nazionale. Un fallimento come la guerra di Gaza non è sufficiente, dato che il prezzo pesante di quel conflitto è stato pagato soprattutto dai palestinesi. Pertanto l'alternativa realistica consiste in un intervento esterno abbastanza massiccio da scuotere gli israeliani fuori dalla placidità della loro vita confortevole. Solo quando tutti sentiranno il prezzo dell'occupazione nella loro carne, sarà la fine del colonialismo e dell' apartheid che si appresta. Solo quando l'economia sarà colpita in un modo da incidere sul livello generale di vita o quando la sicurezza sarà minata a causa di una grave minaccia per gli interessi americani nella regione, l'occupazione sarà eliminata garantendo l'inizio del nostro futuro".

Sì, avete letto bene. La palingenesi di Israele per Sternhell poteva e può venire attraverso una messa in ginocchio del suo stesso paese, quando "tutti sentiranno il prezzo dell'occupazione nella loro carne", e finranno il "colonialismo" e "l'apartheid".

Parole simili possono giungere solo da un luogo, da uno spazio in cui la mente, totalmente ottenebrata dall'ideologia, ha chiuso ermeticamente porte e finestre alla realtà, trasformandosi in un eco chamber in cui si sente solo la voce di un monologo ossessivo e ossessionato.

I fatti sono stati sbriciolati come dei biscotti e al loro posto trionfano l'odio e il furore mascherati da lotta per i diritti umani e per le vittime.

Ma se proprio vogliamo parlare di nazismo, una cosa va detta. Adolf Hitler era più onesto. Molto più onesto. Per lui esisteva solo il diritto della forza e il nemico era rappresentato da chi ostacolava il destino che aveva fatto dei tedeschi coloro i quali avrebbero dovuto guidare il mondo. Non fingeva di volere il bene di nessuno se non del popolo che avrebbe condotto alla vittoria.

Gente come Sternhell sta invece dalla parte di chi uccide i propri concittadini, mentre augura a questi ultimi, una bella apocalisse, in nome di coloro che considerano gli ebrei-israeliani carne da macello.


Alberto Pento
Per questo povero sinistrato gli ebrei in Israele sarebbero come i bianchi in Sudafrica, invasori e colonizzatori da cacciare e sterminare.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Messaggioda Berto » dom gen 13, 2019 4:27 am

Tradire la realtà
Caratteri Liberi
Niram Ferretti
2019/01/12

http://caratteriliberi.eu/2019/01/12/in ... -la-realta

Scriveva Leszek Kolakowski in un suo smagliante saggio dal titolo emblematico, Intellectuals against Intellect, “Qualunque sia la spiegazione, si può essere sicuri che ogni movimento religioso o sociale che rappresenti l’anti-intellettualismo più aggressivo troverà l’entusiastico sostegno di un certo numero di intellettuali cresciuti nella civiltà borghese occidentale, i cui valori essi scarteranno ostentatamente per umiliarsi di fronte allo splendore di un’inequivocabile barbarie”.

Numerose sono state queste umiliazioni della ragione sia a destra che a sinistra, da parte di uomini e donne di “intelletto superiore” che hanno visto, di volta in volta, nel caudillo di turno o in bande armate, la Parusia. E’ il caso di Zeev Sternhell, insigne storico israeliano del fascismo, per il quale Israele sarebbe come il Sudafrica dell’apartheid, i residenti ebrei di Giudea e Samaria o Cisgiordania, come i boeri, e i miliziani di Hamas e l’OLP, dei partigiani.

È un canovaccio che condivide, dall’estrema sinistra in cui è collocato, con il filosofo della corrente che fu chiamata “pensiero debole”, Gianni Vattimo, il quale, nel 2014, mentre da Gaza venivano lanciati su Israele centinaia di missili ogni giorno e lo Stato ebraico osava reagire, prese le difese dei jihadisti islamici che nel loro Statuto promuovono la distruzione di Israele inchinandosi all’alto volere di Allah il Misericordioso per consegnarla interamente all’Umma islamica.

Sempre restando al caso di Israele e all’odio furibondo che esso suscita in menti, ancora, occorre dirlo, di “intelletto superiore”, non si possono non citare Noam Chomsky e il suo pupillo Norman Finklestein, entrambi recatosi in Medioriente per omaggiare Hezbollah, di cui il suo segretario Hassan Nasrallah, nel 2002, dichiarò al Daily Star di Beirut, “Se gli ebrei si radunassero in Israele, ci risparmierebbero la fatica di cercarli in giro per il mondo”.

Non si sa se per gli ebrei come Chomsky e Finkelstein e altri sulle loro stesse posizioni, Nasrallah farebbe qualche eccezione, ma non è questo l’importante, ciò che conta è aderire senza tentennamenti a chi desidera la morte e la distruzione dell’unica democrazia mediorientale, che ha, due peccati fondamentali da espiare, uno, quello di essere appunto, una democrazia, e l’altro di rappresentare l’Occidente.

È infatti l’odio senza scampo per quest’ultimo quello che accomuna i furenti talebani intellettuali per i quali esso sarebbe stato solo una storia piena di rumore e furia, una tenebra massiccia, mentre il cosiddetto terzo mondo, succedaneo del proletariato mai giunto alla piena consapevolezza di essere avanguardia rivoluzionaria, sarebbe vittima innocente.

Di tutto ciò rendeva conto mirabilmente Pascal Bruckner in un suo libro celebre, La sanglot de l’homme blanc pubblicato nel 1983, in cui scriveva:

“L’antica vittima coloniale, liberata dalle sue catene, possiede un sapere simile alla chiaroveggenza; ed è con la massima serietà che tutta una generazione di intellettuali europei, forti dell’autorità di Sartre, aderì alla profezia di Franz Fanon secondo cui ‘il Terzo Mondo’ è oggi di fronte all’Europa come una massa colossale il cui intento dev’essere quello di cercare di risolvere i problemi ai quali quest’Europa non ha saputo recare soluzioni’”[2].

E se anche a destra ci furono menti ottenebrate che si dedicarono nel loro odio per democrazia e liberalismo a parteggiare per fascismo e nazismo come instauratori di un nuovo ordine etico e guerriero che avrebbe purificato l’Occidente dalla propria decadenza, è stato soprattutto a sinistra, con la caduta di nazismo e fascismo, che si è potuta riproporre la stessa identica patologia, non nell’esaltare la forza bruta e il dittatore Paraclito (anche se non è certo mancato il pantheon, da Stalin a Mao, da Castro a Pol Pot), ma le virtù palingenetiche delle presunte vittime dell’imperialismo e del capitalismo, “malattie” congenite occidentali.

Così Sartre volava a Cuba con la di lui compagna Simone de Beauvoir per inchinarsi davanti al natural born killer Che Guevara qualificandolo come esempio dell’”uomo perfetto”, o Michel Foucault si estasiava, e con lui tanti altri intellettuali di sinistra, per il potere liberatorio della rivoluzione clericale in Iran, che deposto lo Scia, come già accadde con un’altra rivoluzione ma di segno opposto in Russia, avrebbe intronato un potere ben più repressivo e violento. Ma prima, c’era stata la rivoluzione culturale in Cina, grande esperimento sociale di rieducazione drastica, che aveva entusiasmato legioni di intellettuali in attesa plaudente di vedere sorgere su pile e pile di cadaveri l’uomo nuovo, finalmente disalienato dalle terribili contraddizioni della società borghese.

Per alcuni intellettuali, voluttà irresistibile è tradire la ragione, violentare la realtà in nome di allucinazioni e di astrazioni pure, di fantasmi della mente che si ribellano furentemente a ogni sano tentativo di esorcismo. Non era il forse il torvo sacerdote dell’ortodossia marxista, György Lukács a proclamare, se i fatti non si conformano alla teoria peggio per i fatti?

E Goya, sommamente rappresentò questo sprofondamento psichico nelle pitture nere della Quinta del Sordo, dove, la tenebra che avvince l’intelletto la fa da padrona e sembra essere invincibile. Il sonno della ragione quanto più atterrisce quando ne sono vittime coloro che dovrebbero salvaguardarla.

[1] Leszek Kolakovski, Intellettuali contro l’intelletto, in Lo spirito rivoluzionario, La radice apocalittico-religiosa del pensiero politico moderno, PGRECO, 2013.

[2] Pascal Bruckner, Il singhiozzo dell’uomo bianco, il terzomondismo: storia di un mito duro a morire, Ugo Guanda Editore, 2008.
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Messaggioda Berto » sab gen 19, 2019 7:24 pm

La sventurata profezia di Morris “Entro 50 anni in Israele domineranno di sicuro gli arabi”
18 gennaio 2019
(Haaretz)

http://www.italiaisraeletoday.it/la-sua ... BU6uSwTCGo

Chi è Benny Morris? È uno storico israeliano, uno dei più influenti rappresentanti dei Nuovi Storici post-sionisti, un gruppo di ricercatori universitari che ha rimesso in discussione alcune visioni dei conflitti arabo-israeliani, specialmente quello del 1948 susseguente all’autoproclamazione d’indipendenza dello Stato d’Israele. È docente di storia al dipartimento di Studi Medio-orientali della Università Ben Gurion del Negev a Be’er Sheva, Israele. Riportiamo la sua analisi, la sua sventurata profezia su Israele pubblicata da Haaretz

“Israele non puó durare, gli arabi sono destinati a vincere”. Così Benny Morris, storico israeliano di fama. “Questo posto declinerà come uno stato mediorientale con una maggioranza araba. La violenza tra le diverse popolazioni, all’interno dello stato, aumenterà. Gli arabi chiederanno il ritorno dei rifugiati. Gli ebrei rimarranno una piccola minoranza all’interno di un vasto mare arabo di palestinesi, una minoranza perseguitata o massacrata, come lo erano quando vivevano nei paesi arabi. Quelli tra gli ebrei che possono, fuggiranno in America e in Occidente. I palestinesi guardano tutto da una prospettiva ampia, a lungo termine. Vedono che al momento ci sono cinque-sei-sette milioni di ebrei qui, circondati da centinaia di milioni di arabi. Non hanno motivo di arrendersi, perché lo stato ebraico non può durare. Sono destinati a vincere. Tra 30 o 50 anni ci supereranno”.



https://it.wikipedia.org/wiki/Benny_Morris

Obiettore di coscienza
Nel 1988, aumenta la propria notorietà rifiutando di effettuare il suo periodo di riserva nei Territori Occupati ed è conseguentemente incarcerato per 3 settimane. È il 39º refuznik (obiettore di coscienza) israeliano. Ha già servito con reticenza nel 1982, in occasione della guerra del Libano e una prima volta nei Territori Occupati nel 1986, ma la prima intifada non era ancora stata proclamata a quell'epoca.

La Nuova Storiografia israeliana
All'uscita dalla prigione e a seguito delle reazioni suscitate dalla sua opera, egli inventa il termine di Nuova storiografia per identificare gli storici che sono impegnati a indagare documentariamente sulla storia delle origini d'Israele, non contentandosi più delle dichiarazioni orali, inevitabilmente di parte, dei protagonisti delle vicende. Come lui, in questa corrente s'identificano Avi Shlaim e Ilan Pappé. Questi ultimi sono attaccati con virulenza dai compatrioti e da molti ebrei della Diaspora, accusati di antisionismo e di metodi paragonati, con intenti evidentemente diffamatori, addirittura a quelli dei negazionisti.

Il licenziamento dal Jerusalem Post
Nel 1990, quando il Jerusalem Post è acquistato da Conrad Black, che cambia la sua tradizionale linea editoriale per farne il portavoce del Likud, Benny Morris fa parte "dei 35 giornalisti di sinistra" che sono licenziati.
Fra il 1990 e il 1995, vive in condizioni precarie come storico freelance. Per guadagnarsi la vita, pubblica nuovi libri: 1948 and After: Israel and the Palestinians (1990), Israel's Secret Wars (1991), The Roots of Appeasement (1992), Israel's Border Wars (1993).


La versione di Benny Morris
Mosaico
Laura Brazzo
25 Maggio 2011

http://www.mosaico-cem.it/cultura-e-soc ... nny-morris

Certe volte la storia è propria buffa: colui che per anni, per via delle sue ricerche, è stato accusato di voler distruggere uno dei miti fondativi dello Stato di Israele, di screditare il suo paese agli occhi del mondo, è colui che oggi, proprio alla luce di quelle ricerche, si ritrova davanti alla platea internazionale a difendere il suo paese dalle accuse del leader palestinese Abu Mazen.

Abu Mazen, Mahmoud Abbas, il 16 maggio ha chiuso le celebrazioni della Naqba palestinese, con un articolo sul New York Times dal titolo “The Long Overdue Palestinian State”, la lunga attesa dello stato palestinese. In esso oltre a fornire la “sua” versione dei fatti del 1947-1948, Abbas attribuisce ad Israele la responsabilità del fallimento, in questi anni, dei negoziati di pace (“abbiamo negoziato con lo stato di Israele per venti anni senza arrivare nemmeno vicino alla creazione di un nostro stato autonomo”).

Benny Morris, uno dei maggiori studiosi israeliani delle vicende del 1948 e della questione dei rifugiati palestinesi, ha pensato di dover rispondere in qualche modo alla ricostruzione dei fatti proposta da Abbas. Così, è intervenuto sulla rivista americana The National Interest.com, per rimettere a posto le cose, o, se non altro per dare ai lettori anche la “sua” versione dei fatti, così come ha potuto ricostruirla sulla base dei documenti d’archivio israeliani. Un intervento, peraltro sollecitato anche da un commento dell’editorialista di The National Interest, Paul Pillar, il quale ha definito l’articolo di Abu Mazen sul New York Times, meritevole di essere letto in quanto “parla di alcune delle più importanti verità di questo conflitto”. Secondo Benny Morris la versione di Abu Mazen merita di essere letta invece proprio per la ragione opposta: perché mette in luce le bugie e le distorsioni dei fatti su cui, per decenni si è basata la politica delle elites palestinesi.

Data l’importanza delle voci e dei temi affrontati, abbiamo pensato di riproporre le risposte di Benny Morris alle affermazioni del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmud Abbas. Le versioni integrali degli articoli si possono leggere sul New York Times e su The National Interest.

I profughi palestinesi

Abu Mazen: i palestinesi lasciarono le loro case e la loro terra perchè costretti dall’esercito israeliano. Abu Mazen a questo proposito ricorda la propria personale esperienza quando nel maggio del 1948, all’età di tredici anni, insieme alla sua famiglia dovette lasciare Safed in Galilea per rifugiarsi in Siria. Migliaia di palestinesi subirono la stessa sorte, scrive, e per anni tutti loro hanno sperato di far ritorno nella nella loro patria. Finora però “questo diritto fondamentale è stato negato loro”.

Benny Morris: “Gli arabi di Safed non furono espulsi, bensì abbandonarono la città perché si trovava sotto i colpi di mortaio dell’Haganah – che poi la conquistò il 9-10 maggio 1948. A Safed, afferma Morris, non ci fu nessuna “espulsione”.

La risoluzione ONU del novembre 1947 sulla spartizione della Palestina.

Abbas: nel novembre 1947 i palestinesi accolsero positivamente la risoluzione Onu per la spartizione della Palestina. Subito dopo però – aggiunge Abu Mazen – “le forze sioniste espulsero dai loro territori gli arabi palestinesi per assicurare agli ebrei la maggioranza della popolazione del nuovo stato”. Seguirono poi l’intervento degli eserciti arabi, la guerra e nuove espulsioni. La conclusione, osserva Abbas, è che “lo stato palestinese da allora fino ad oggi è rimasto una promessa non mantenuta”.

Morris: gli stati arabi, come anche la leadership palestinese (Haj Amin Al Husseini) si opposero alla spartizione della Palestina, poichè ritenevano che essa dovesse essere assegnata per intero al popolo arabo. Infatti quando il 29 novembre l’assemblea generale votò per la spartizione, non solo si ebbe il rifiuto di quella soluzione da parte dei rappresentanti palestinesi, ma cominciò l’attacco alla popolazione ebraica da parte delle milizie palestinesi che volevano impedire la nascita del nuovo stato ebraico. Gli eserciti arabi, sostennere i palestinesi e per settimane sabotarono i rifornimenti dell’esercito ebraico. Alla fine, però, quest’ultimo riuscì ad avere la meglio e 300.000 palestinesi furono allontanati (“displaced”) dalle loro case e dalle loro terre.
Il 15 maggio 1948 quando Israele dichiarò la propria indipendenza, gli eserciti di Egitto, Siria ed Iraq invasero la Palestina ed attaccarono lo stato ebraico. L’esercito giordano occupò a sua volta la West Bank e Gerusalemme est – i territori che, in base alla risoluzione del 29 novembre dovevano diventare il cuore dello stato palestinese. I palestinesi in quel frangente non dichiararono la propria indipendenza e il governo giordano, per parte sua, non consentì loro di stabilire uno stato; anzi si annettè i territori appena conquistati. L’Egitto nel frattempo aveva preso e teneva sotto il suo controllo la striscia di Gaza. Israele nei mesi che seguirono riuscì a contenere gli eserciti nemici fino a respingerli, spiega ancora Benny Morris. Nel corso di quella guerra, circa 400.000 palestinesi furono allontanati dalle loro case: alcuni furono effettivamente espulsi (come accadde per esempio a Lidda e a Ramla nel luglio 1948); ad altri invece fu “consigliato” (“advised”) di andarsene dagli stessi leader arabi (per esempio a Haifa nell’aprile del 1948, e a Majdal ad ottobre). La verità comunque è che la gran parte dei 700.000 palestinesi che secondo Abu Mazen furono espulsi, semplicemente se ne andarono spontaneamente, per timore di essere catturati o di essere arruolati.

Nell’estate del 1948, aggiunge ancora Morris, il governo israeliano decise di non permettere agli arabi che se ne erano andati, di fare ritorno alle loro case, per il semplice fatto che essi erano da considerarsi come “nemici” (non avevano forse attaccato la popolazione ebraica e tentato di distruggere lo stato appena sorto?).

“Abbas non fa menzione di ciò nel suo articolo, perché vuole dipingere i palestinesi solo come delle vittime. I palestinesi, scrive ancora Benny Morris, furono i principali responsabili di quanto accadde subito dopo l’approvazione della risoluzione del 1947: l’assalto alla comunità ebraica scatenò la reazione sionista dalla quale derivò il collasso della società palestinese e la nascita della questione dei rifugiati palestinesi. “I popoli pagano per le loro aggressioni ed errori, e questo è quel che è accaduto in Palestina” conclude Morris.

La campagna di Abu Mazen per il riconoscimento unilaterale dello Stato palestinese da parte dell’assemblea generale dell’ONU

Abbas: “Ci rivolgiamo alle Nazioni Unite per assicurarci il diritto di vivere liberi nel rimanente 22 % della nostra patria storica, poichè in 20 anni di negoziati con Israele non siamo mai arrivati nemmeno vicini alla realizzazione di uno Stato indipendente. I palestinesi si rivolgono così “alla comunità internazionale affinchè questa la assista nel conservare l’opportunità di una fine sicura e pacifica del conflitto con gli israeliani”.

Morris: nel 2000 fu offerto ai palestinesi un compromesso di pace che prevedeva una soluzione binazionale: essa fu rifiutata da Abu Mazen (appoggiato da Arafat); nel 2008 il primo ministro Olmert propose come via d’uscita dal conflitto una soluzione statale palestinese che Abu Mazen ancora una volta rifiutò. In entrambi i casi lo stato palestinese proposto avrebbe compreso il 94% della West Bank, e l’intera striscia di Gaza, la metà araba di Gerusalemme inclusa metà o 3/4 della città vecchia. Ciò che i governi israeliani chiedevano in cambio era il riconoscimento di Israele.
Abbas (e Arafat) rifiutò quel compromesso perchè non voleva e “non vuole una soluzione binazionale bensì l’intera Palestina, perciò non ha alcun interesse a negoziare con Israele”. L’affermazione di Abu Mazen secondo cui per i palestinesi la “prima opzione è il negoziato” è falsa. L’anno scorso Netanyahu, sulla spinta delle pressioni di Obama, ha congelato gli insediamenti nelle colonie; ciononostante non si è arrivati a nessun tipo di negoziato. Abbas ha trascinato le cose, e Netanyahu, che rifiutò di estendere ulteriormente il blocco degli insediamenti, venne percepito dall’opinione pubblica internazionale come il responsabile delle tensioni in atto.

Ciò che vuol fare Abu Mazen ora, scrive Morris – è di ottenere uno stato palestinese senza pagare il prezzo del riconoscimento di Israele. “Una volta che i palestinesi avranno il loro stato nella West Bank e nella Striscia di Gaza, lo useranno per nuovi attacchi, politici e militari contro Israele”. E l’attacco più forte sarà la pretesa di vedere applicata la risoluzione 194 del 1948 sul ritorno dei rifugiati palestinesi nelle loro terre. Una pretesa che riporterebbe in Israele 5-6 milioni di persone fra rifugiati del 1948 e loro discendenti. Se questa richiesta venisse accolta, conclude Morris, Israele semplicemente smetterebbe di esistere come tale: l’attuale popolazione ebraica sarebbe infatti nettamente inferiore a quella araba; gli ebrei sarebbero minoranza all’interno del loro stesso stato. Questo d’altra parte “è l’obiettivo dei palestinesi e questa la verità che Abbas propone e persegue”.



Riprendiamo dal GIORNALE di oggi, 03/05/2018, a pag. 12, con il titolo "Abu Mazen antisemita: 'Ebrei causa della Shoah coi loro comportamenti' ", il commento di Fiamma Nirenstein; dal CORRIERE della SERA, a pag. 1, con il titolo "L’inquieto maggio in Israele", l'editoriale di Paolo Mieli; da LIBERO, a pag. 10, con il titolo "Per il palestinese moderato Hitler non aveva tutti i torti", il commento di Carlo Panella.
Informazione Corretta

http://www.informazionecorretta.com/mai ... 0&id=70442

Ecco gli articoli:

Il Giornale - Fiamma Nirenstein: "Abu Mazen antisemita: 'Ebrei causa della Shoah coi loro comportamenti' "

Ci sono storie che non si vorrebbero raccontare perché l'imbarazzo supera l'interesse e perché contengono una gran dose di ripetitività. È il caso dell'esplosione antisemita di Abu Mazen, che era già stata preceduta da un'uscita analoga un paio di mesi fa, e che come un treno ansimante bofonchia l'anima vera del capo dell'Autonomia Palestinese sin dai tempi in cui nel 1983, all'università di Mosca, scrisse una tesi che negava la Shoah, riduceva il numero dei morti da 6 milioni a uno, addossava la responsabilità agli ebrei stessi, anzi, al sionismo: accusava gli ebrei di essersi accordati con i nazisti perché li perseguitassero, così da metterli in fuga dalla Germania e andassero a colonizzare la Palestina; e gli ebrei, diabolici, avevano fatto questo accordo coi nazisti in modo che il sionismo potesse fiorire, compensati da una fantasmagorica, mai vista, ricompensa in denaro. Un pasticcio concettuale e storico basato sull'ignoranza. Ma al fondo c'è un odio evidentissimo, che lunedì ha messo fuori la testa in un discorso al Consiglio Nazionale Palestinese a Ramallah, e forse c'è anche il desiderio di cancellare la vera storia, quella di Amin al Husseini, il leader palestinese che fu alleato di Hitler contro gli ebrei. Lui, sì, era nazista. Abu Mazen lunedì a Ramallah ne ha dette tante e tutte disgustose, con due punti focali. Il primo «gli ebrei sono stati massacrati fin dall'undicesimo secolo fino all'Olocausto ogni 10-15 anni. Ma perché questo è accaduto? Non per via della loro religione, ma per il loro comportamento sociale legato a banche e usura». Ovvero, gli ebrei hanno causato la Shoah a causa della loro rivoltante brama di denaro. È un classico: il denaro è il tratto distintivo degli ebrei (oltre al naso, sempre nelle caricature in stile nazista sulla stampa palestinese). Ma basta guardare le foto delle donne, dei bambini, dei vecchi nei campi di concentramento o nelle fucilazioni, o rastrellati in tutta Europa per ritrovare la verità di un popolo intero, soprattutto povero, perseguitato in tutta Europa. Ma Abu Mazen ha la stessa posizione che prese Adolf Eichmann, l'architetto della soluzione finale, in un famoso dialogo del 1957 in cui sosteneva che la Shoah era stata la risposta obbligata a un «sofisticato piano di morte messo in piedi dagli ebrei, o noi o loro». Il secondo punto è l'altro classico, stavolta alla Arafat: il sionismo era in combutta con quei poteri occidentali che vollero colonizzare tramite gli ebrei il mondo arabo. Non c'entra nulla la religione, né la storia ebraica. Cioè: «La storia di una nazione, della fondazione di Israele non è degli ebrei ma dei poteri coloniali. I leader europei volevano creare una presenza straniera per indurre conflitto e divisione fra gli stati arabi. Agli ebrei di tornare a casa non gliene importava niente». E i sionisti si allearono ai colonialisti anche trattando la fuoriuscita degli ebrei dalla Germania perché così avrebbero sospinto l'emigrazione. Strana logica: volevano una patria tanto da vendere tutti i loro fratelli o non gliene importava? Abu Mazen ha continuato a delirare citando un libro di Arthur Koestler in cui racconta la conversione del popolo Khazaro, del nord Europa, all'ebraismo e dice: vedete gli ashkenaziti sono ebrei finti (come Ben Gurion, per capirci). Troppo ridicolo. Di fatto tutti i testi raccontano come il popolo ebraico fosse già una nazione in Israele dal 1.312 avanti Cristo; il suo orgoglio nazionale fu già fastidioso per Babilonesi, Romani, Greci come il suo incessante anelare il ritorno a casa. Se ci chiediamo perché Abu Mazen ha avuto una deiezione così incontinente, la risposta è in due eventi: il passaggio dell'ambasciata americana a Gerusalemme e le manifestazioni di Hamas a Gaza. Sono due sfide cui il rais risponde con un atteggiamento furioso per mantenere la leadership sul mondo palestinese, fra una predisposizione evidente all'incitamento antisemita connesso alla scelta del terrorismo, e un'apparenza di disponibilità al dialogo e alla trattativa. Sempre, per altro, smentita dai continui rifiuti di cui è fatta la politica palestinese dai tempi di Arafat.

CORRIERE della SERA - Paolo Mieli: "L’inquieto maggio in Israele"
Paolo Mieli

Attenzione al maggio israeliano. Già domani saremo probabilmente costretti ad assistere al sesto venerdì consecutivo di incidenti lungo la frontiera tra Gaza e Israele. Gli scontri — che hanno già provocato oltre quaranta morti e cinquemila feriti (per i quali le Nazioni Unite hanno stigmatizzato l’«uso eccessivo della forza» da parte di Israele) — si protrarranno fino alla metà del mese di maggio quando, nel «giorno della Nakba» (in arabo «catastrofe», «cataclisma»), potrebbero trasformarsi in qualcosa di più impegnativo. I palestinesi chiamano queste manifestazioni «Grande marcia del ritorno», indetta in ricordo dell’uccisione, nel 1976, di sei loro connazionali che avevano protestato per la confisca di terre. Una «festa pacifica per non dimenticare» la definisce il capo di Hamas, Ismail Haniyeh, funestata però, a suo dire, da «cecchini israeliani». Israele risponde sostenendo che l’ottanta per cento degli uccisi lungo la frontiera erano «membri attivi o fiancheggiatori di gruppi terroristici». Abu Mazen, pur senza prendere pubblicamente le distanze, si è mostrato perplesso sulle iniziative prese a Gaza. Poi, però, per rimettersi in sintonia con i tempi che si annunciano, si lascia andare a considerazioni antiebraiche davvero strabilianti: parlando a Ramallah al cospetto del Consiglio palestinese, in un discorso di novanta minuti ripreso integralmente dalla tv, Abu Mazen ha detto che gli ebrei la Shoah se la sono cercata. Secondo lui quel che accadde agli israeliti ai tempi del nazismo non va ricondotto alla loro fede religiosa o appartenenza etnica (tra l’altro, a suo giudizio, gli ebrei ashkenaziti non sarebbero nemmeno semiti), bensì alle loro «funzioni sociali», vale a dire «usura, attività bancaria e simili». Ha aggiunto infine che lo Stato ebraico è un «prodotto coloniale» e in quanto tale meriterebbe di far la fine che hanno fatto tutte le entità simili. In che tempi? Il generale Abdolrahim Mousavi — dal fronte iraniano — pochi giorni fa ha detto che la distruzione di Israele dovrebbe essere realizzata «entro un massimo di 25 anni». «Entro un massimo», si noti bene. Ma tutto deve essere ben visibile fin da adesso. Questo mese di maggio dovrebbe chiarire all’intero mondo arabo che è giunto il momento di vendicare la Nakba. Il 14 maggio cadranno i settant’anni dalla fondazione di Israele avvenuta nel 1948 in ottemperanza alla risoluzione 181 delle Nazioni Unite (29 novembre 1947) che stabiliva dovessero nascere in quella regione due Stati, uno ebraico (che nacque) e l’altro palestinese (che non nacque). Quel giorno, nell’ambito della ricorrenza, l’ambasciata degli Stati Uniti verrà trasferita a Gerusalemme, in seguito ad una decisione, dal fortissimo impatto simbolico, presa dal presidente americano Donald Trump nelle settimane immediatamente successive alla sua elezione (l’impegno lo aveva preso nel corso della campagna elettorale). Il 15 maggio, il giorno successivo, cadrà l’anniversario dei settant’anni della Nakba: in quella data l’intero mondo arabo ricorda la fuga dalla Palestina a cui furono costretti centinaia di migliaia di palestinesi, al termine della prima guerra arabo-israeliana (1948-1949). Negli ultimi anni anche importanti storici dello Stato ebraico, primo tra tutti Benny Morris, hanno riconosciuto le colpe del proprio Paese a danno dei palestinesi, gravissime colpe. Qualche altro storico ancor più radicale, come l’ex militante del Partito comunista israeliano Ilan Pappé, ha denunciato atti di vera e propria «pulizia etnica» commessi in quei frangenti dai propri connazionali. È stato più volte riesaminato — e non solo da Morris e Pappé — il massacro di Deir Yassin in cui, il 9 aprile 1948, furono uccisi da formazioni paramilitari ebraiche, Irgun e banda Stern, oltre cento palestinesi (forse duecento, forse più, secondo fonti arabe). Due personalità che all’epoca erano al comando dell’Irgun e della banda Stern e che successivamente sarebbero state elette alla guida del governo israeliano, Menachem Begin e Itzhak Shamir, si sono giustificate dell’atto sanguinoso sostenendo che la conquista di quel villaggio era indispensabile per aprire la via di collegamento tra la costa e Gerusalemme e che, nelle ore precedenti all’attacco, loro stessi si premurarono di esortare la popolazione «non combattente» di Deir Yassin ad abbandonare le proprie case. Ma è un fatto che lo stesso capo del nuovo Stato, David Ben Gurion, condannò l’accaduto. Vale la pena altresì di ricordare che Israele fu immediatamente riconosciuto da Stati Uniti e Unione Sovietica. Che il Paese ai suoi primi giorni di vita fu attaccato da milizie egiziane, libanesi, irachene, siriane, corpi di volontari provenienti da Arabia Saudita, Libia, Yemen e dalla Legione araba di Glubb Pascià (il generale inglese John Bagot Glubb che, per conto di re Husayn, guidò fino al ’56 l’esercito giordano). Alla fine del conflitto, nel ’49, Israele riuscì ad allargare i propri confini rispetto a quelli decisi dall’Onu e firmò armistizi separati con gli aggressori. Armistizi, non la pace; l’esercito del Cairo continuò a «presidiare» Gaza, quello di Amman la Cisgiordania. Per diciotto anni: fino alla «guerra dei sei giorni» (giugno 1967) al termine della quale Israele occupò quei «territori» sui quali doveva e dovrebbe ancora nascere lo Stato palestinese. Per quasi venti anni, in altre parole, lo Stato di Palestina non nacque per una decisione dei Paesi arabi che scelsero di utilizzare le terre assegnate al popolo palestinese dalle Nazioni Unite, come aree militari da cui doveva partire l’attacco definitivo per rigettare in mare l’«entità sionista». Ora si può avere l’impressione che i «venerdì di sangue» susseguitisi dal 30 marzo lungo le frontiere di Gaza, più che a ricordare la Nakba servano a distrarre Israele da un’altra partita che si giocherà anch’essa nel mese di maggio: quella con l’Iran. Qui la scadenza è di poco anticipata rispetto alla doppia ricorrenza del 14 e 15: due o tre giorni prima, il 12 maggio, Donald Trump renderà nota l’intenzione di non onorare (con ogni probabilità) l’accordo con Teheran voluto dal suo predecessore assieme all’Europa. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha preparato il terreno per una denuncia di quel patto, rivelando come la sua intelligence sia entrata in possesso di cinquantacinquemila documenti che proverebbero le menzogne dell’Iran tuttora impegnato, a dispetto di quanto concordato, nel proprio piano nucleare (il Paese di Ali Khamenei sarebbe in procinto di mettere a punto cinque ordigni di potenza equivalente a quello che nell’agosto del 1945 provocò la distruzione di Hiroshima). Ad un tempo, nella notte di domenica 29 aprile, l’esercito israeliano avrebbe provocato — usiamo il condizionale perché l’azione non è stata rivendicata — un’esplosione ad una base militare in Siria nei pressi di Hama. La base, come l’aeroporto militare siriano di Tayfur bombardato dagli israeliani il 9 aprile, sarebbe a disposizione dei pasdaran iraniani e un tal genere di bombardamenti sarebbero stati effettuati da Israele per rendere più difficile ai militari provenienti da Teheran di mettere «radici in Siria» (e questo intento Netanyahu l’ha annunciato ufficialmente). Radici che però sono state già parzialmente messe, se è vero che nel Paese di Assad sono presenti oltre ottantamila miliziani sciiti pronti a riversarsi su Israele dalle alture del Golan. Tutto appare pericolosamente in bilico. E i precedenti ci dicono che in quella regione quando la corda si tende fino a questo punto, il rischio che scoppi all’improvviso una guerra è alto. Troppo alto perché il mondo se ne resti tranquillo a guardare.

Libero - Carlo Panella: "Per il palestinese moderato Hitler non aveva tutti i torti"

Le inqualificabili battute antisemite pronunciate dal leader palestinese Abu Mazen hanno un lungo, terribile retroterra che purtroppo i media e molti politici europei si rifiutano di vedere, anche se data da ormai un secolo, segna tutta la dirigenza palestinese dal 1919 a oggi ed è la causa principale dell'impossibilità di trovare una soluzione al conflitto israelo-palestinese. Conflitto che non si risolve proprio perché la componente palestinese non lotta contro «gli israeliani» ma proprio contro gli ebrei, in un delirio di antisemitismo che ha pochi pari al mondo. Veniamo dunque alla concezione degli ebrei che ha Abu Mazen, in un condensato raccapricciante dei principali capisaldi di un antisemitismo che ben prima di essere europeo è stato - per 1.400 anni - patrimonio arabo-islamico: «Comportamenti sociali come le attività bancarie, l'usura e cose del genere, da parte degli ebrei sono all'origine delle violenze e dei massacri di cui sono stati vittime, Olocausto compreso. Dall'XI secolo sino all'Olocausto avvenuto in Germania, quegli ebrei - che si erano trasferiti nell'Europa occidentale e orientale - sono stati soggetti a massacri ogni 10-15 anni. Ma perché questo è accaduto? Loro dicono perché sono ebrei. Tre libri scritti da ebrei sono prova che le ostilità contro gli ebrei non sono causate dalla loro religione, ma piuttosto dalla loro funzione sociale, connessa a banche e interessi bancari». Va detto che queste convinzioni sono ben radicate in un Abu Mazen che si è laureato nell'università Patrice Lumumba di Mosca con una tesi raccapricciante: «L'altra verità, la relazione segreta tra il nazismo e il sionismo».

LAUREA SOVIETICA In questa opera indegna, omogenea all'antisemitismo staliniano che ha caratterizzato l'Urss, Abu Mazen sosteneva la tesi aberrante che alcuni membri del movimenti sionista avevano concordato con i nazisti la «produzione» del massimo di vittime tra gli ebrei per convincere l'opinione pubblica mondiale della necessità di creare lo Stato d'Israele. Non basta, Abu Mazen in questa tesi, pubblicata in un libro nel 1984, negò il numero di 6 milioni di ebrei vittime della camere a gas naziste, citando il negazionista e antisemita francese Robert Faurisson. Il dramma è che queste parole e queste tesi segnano una continuità perfetta e assoluta con tutta la tradizione antisemita del movimento palestinese che si alleò con Hitler. È impressionante infatti l'assonanza totale delle parole di Abu Mazen con quelle pronunciate da Muhammad Amin al-Husayni, il filonazista Gran Mufti di Gerusalemme dalla fascista Radio Bari il 17 giugno 1943: «Una mentalità di eccessivo egoismo, di smodata ambizione e di speculazione su tutte le risorse mondiali caratterizza gli ebrei. Questa mentalità che si è consolidata coi secoli ha fatto degli ebrei una piaga generale, una disgrazia cronica per il mondo. Si sono arricchiti provocando la povertà dei popoli, si sono impadroniti del benessere a discapito del mondo, tessendo complotti e intrighi». Il Gran Muftì di Gerusalemme, leader palestinese dal 1920 al 1956 (e oltre), fu ricevuto con tutti gli onori tre volte da Hitler, organizzò in Bosnia le SS islamiche.

AFFINITÀ COL NAZISMO Il 21 gennaio 1944, il Gran Mufti così si rivolse alle truppe: «La Germania nazista sta combattendo contro il mondo ebraico. Il Corano dice «vi accorgerete che gli ebrei sono i peggiori nemici dei musulmani. Vi sono inoltre considerevoli punti comuni tra i principi islamici e quelli del nazismo: nei concetti di lotta, di cameratismo, nell'idea di comando (Führerprinzip) e in quella di ordine. Tutto ciò porta le nostre ideologie a incontrarsi e facilita la nostra cooperazione». Come si vede, una perfetta continuità ideologica tra Abu Mazen e la dirigenza palestinese del Gran Muftì che ha formato il movimento palestinese condannandolo alla sconfitta.



Il massacro di Deir Yassin
https://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Deir_Yassin
Il massacro di Deir Yassin ebbe luogo il 9 aprile 1948, quando circa 120 combattenti sionisti appartenenti all'Irgun e alla Lehi (comunemente nota come "banda Stern") attaccarono il villaggio palestinese di Deir Yassin (Dayr Yāsīn, in arabo traslitterato), vicino a Gerusalemme, che contava allora circa 600 abitanti.
L'assalto, concepito come parte dell'operazione Nahshon, aveva lo scopo di alleviare il blocco di Gerusalemme operato da forze arabo-palestinesi durante la guerra civile del 1947-48, che precedette la fine del mandato britannico in Palestina. Gli abitanti resistettero all'attacco, che si risolse in una lotta casa per casa e nell'uccisione di circa un centinaio di civili, tra cui donne e bambini, e nell'espulsione dei superstiti.
Il massacro fu duramente condannato dalla leadership dell'Haganah e da esponenti religiosi ebraici, ma non fu preso alcun provvedimento verso i responsabili.


L'Operazione Nahshon (Ebraico מבצע נחשון, Mivtza Nahshon; in arabo: معركة القسطل‎, Maʿrakat al-Qasṭāl, "Battaglia di al-Qasṭāl")
https://it.wikipedia.org/wiki/Operazione_Nahshon
è stata un'operazione militare che ha avuto luogo durante la guerra di Palestina del 1948. Sviluppatasi tra il 5 e il 20 aprile 1948, il suo obiettivo era di infrangere l'assedio di Gerusalemme, sgombrando la strada Tel-Aviv - Gerusalemme, bloccata dai Palestinesi arabi e rifornire di vettovaglie e di armi le comunità ebraiche isolate di Gerusalemme.
...
L'Operazione fu un successo militare. Tutti gli arabi che avevano bloccato la strada videro i loro villaggi conquistati o distrutti, e le forze ebraiche furono vittoriose in ogni loro impegno militare. Nondimeno, non tutti gli obiettivi dell'Operazione furono raggiunti, dal momento che solo 1 800 tonnellate delle 3 000 programmate raggiunsero Gerusalemme, tanto che altri 2 mesi di severo razionamento furono necessari.
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Ebrei di sinistra, sinistre mostruosità umane assai razziste

Messaggioda Berto » mar gen 29, 2019 9:39 pm

Gli ebrei d’Europa contro Israele
29 gennaio 2019

http://www.linformale.eu/gli-ebrei-deur ... MQ-OOXeWnc

Si noti il contrasto. Quando Matteo Salvini, il ministro dell’Interno italiano, di recente si è recato in visita a Gerusalemme, da lui salutata come la capitale di Israele, il primo ministro Benjamin Netanyahu lo ha definito “un grande amico di Israele”. Ma al suo ritorno in patria, gli ebrei progressisti italiani hanno biasimato Salvini, tra le altre cose, per la linea da lui assunta nei confronti dei Rom e per il suo presunto “razzismo contro gli stranieri e i migranti”.

Una battaglia simile, che mette in contrapposizione il forte Stato di Israele e le sempre più esigue comunità ebraiche, ha luogo in molti paesi europei, che inevitabilmente discutono dello stesso argomento: di ciò che la stampa definisce partiti di estrema destra, populisti, nativisti o nazionalisti – e che io chiamo partiti civilizzazionisti (perché aspirano principalmente a preservare la civiltà occidentale).
La leadership israeliana, com’era prevedibile, concentra maggiormente l’attenzione sulla politica estera di questi partiti, vedendoli come i propri migliori amici in Europa, mentre l’establishment ebraico europeo in modo non meno prevedibile enfatizza i profili domestici di tali partiti, ritraendoli come incorreggibilmente antisemiti, presagendo perfino un ritorno alle dittature fasciste del XX secolo.

Ma per quanto questa battaglia intra-ebraica possa sembrare campanilistica e marginale nel contesto globale, di fatto, essa ha una grande importanza, poiché influenza in fieri il futuro corso dell’Europa. Questo dipende dall’autorità morale unica che l’Olocausto ha conferito agli ebrei di poter giudicare chi sia fascista e chi no.
O, come è stato espresso in modo più sommesso dal Wall Street Journal, “Se gli elettori ebrei possono rappresentare una parte relativamente esigua dell’elettorato in molti paesi europei, ottenere il loro sostegno potrebbe contribuire a migliorare l’immagine pubblica dei partiti di estrema destra”. Se prevarrà Gerusalemme, i civilizzazionisti potranno unirsi più facilmente e rapidamente al mainstream politico europeo, raggiungere il potere e affrontare le loro questioni prioritarie di controllo dell’immigrazione e di lotta all’islamizzazione.
Se prevarrà l’establishment ebraico locale, i civilizzazionisti lotteranno più a lungo per ottenere la legittimità, e così raggiungeranno il potere più lentamente e conseguiranno i loro obiettivi con maggiore tribolazione.

Gli ebrei d’Europa

Gli ebrei che vivono in Europa (esclusa la Russia) sono circa 1,5 milioni all’interno di una popolazione che ammonta a circa e 600 milioni di abitanti, o un quarto dell’1 per cento; si tratta all’incirca dello stesso numero di induisti e un ventesimo del numero dei musulmani. A differenza di queste nuove comunità religiose, in Europa, gli ebrei hanno dovuto sopportare una travagliata storia lunga due millenni, segnata dai libelli del sangue e da altre teorie cospirazioniste, dai Crociati, dai ghetti e dai pogrom, e culminata nell’Olocausto. Diversamente da queste crescenti comunità di immigrati, le sfide simultanee poste dell’immigrazione di massa musulmana, l’antisemitismo dilagante e l’antisionismo di sinistra rendono la condizione degli ebrei europei talmente precaria che nel 2017, in Francia, gli ebrei, i quali costituiscono meno dell’1 per cento della popolazione totale, hanno subìto quasi il 40 per cento degli atti di violenza motivati dall’odio razziale o religioso. Un recente sondaggio rivela che il 38 per cento degli ebrei europei pensa di lasciare il Vecchio Continente.

Questa comunità storicamente timorosa mantiene al presente un basso profilo. Con la parziale eccezione della Francia, gli ebrei europei tendono ad assumere posizioni quasi antisioniste per accontentare coloro che criticano Israele.
Questo spiega episodi oltraggiosi come quello di una mostra allestita nella Casa di Anne Frank ad Amsterdam, dove una caricatura paragonava il primo ministro israeliano Ariel Sharon a Hitler, così come una mostra su Gerusalemme, ospitata dal Museo Ebraico di Berlino, sottolineava quasi esclusivamente la storia e il carattere musulmano della città.

I leader ebrei rimangono in gran parte in silenzio sull’immigrazione di massa e dirigono la loro ostilità collettiva verso i partiti civilizzazionisti, un atto di virtù civica ebraica richiesto dall’establishment europeo se i leader ebrei vogliono continuare ad essere rispettabili, ad avere accesso al governo ed essere trattati con gentilezza dai media mainstream. In Francia, ad esempio, Gilbert Collard di Rassemblement National potrebbe essere “un paladino incondizionato” di Israele, ma se si elogia ciò che egli dice ci si ritrova a essere immediatamente definiti razzisti ed esclusi dalla società civile.

A dire il vero, alcuni civilizzazionisti nutrono idee razziste, cospirazioniste e intolleranti nei confronti degli ebrei; la vigilanza è d’obbligo per garantire che la loro sedicente amicizia non sia soltanto una tattica per ottenere approvazione e legittimità. Ma i civilizzazionisti non sono il problema principale degli ebrei. A livello politico, non promuovono un’immigrazione sfrenata e un multiculturalismo che tollera o perfino incoraggia l’islamizzazione, le due minacce esistenziali alla vita ebraica in Europa.

A livello personale, i civilizzazionisti non rappresentano la principale minaccia per gli ebrei; un sondaggio approfondito sulla discriminazione e sui crimini di odio nei confronti degli ebrei, condotto dall’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali, ha rilevato che il 30 per cento degli “episodi più gravi di violenze antisemite” è perpetrato da “musulmani estremisti”; il 21 per cento da persone di sinistra e il 13 per cento da individui di destra. In altre parole, islamisti e sinistroidi insieme perseguitano gli ebrei quattro volte di più dei civilizzazionisti.

Nonostante questo, molti ebrei europei – e soprattutto i loro leader – corteggiano in modo umiliante l’Establishment – i partiti politici, i media, le istituzioni educative – rendendo omaggio alla superiorità morale proprio di quelle forze che rovinano la loro vita. Per usare la terminologia di Bat Ye’or, essi hanno assunto il comportamento dei dhimmi (la storica condizione di cittadini di seconda classe che i monoteisti non musulmani vivono sotto il governo musulmano).

Per un primo esempio di ciò prendiamo il caso del rabbino Pinchas Goldschmidt, presidente della Conferenza dei rabbini europei. Egli mette in guardia sempre in maniera così pacata dalla possibilità che un Jeremy Corbyn in veste di premier britannico induca gli ebrei a lasciare il Regno Unito, denigrando i civilizzazionisti in modo intenso perché costituirebbero una minaccia per il ritorno dei “totalitarismi” e stigmatizzando le loro politiche pro-Israele come finalizzate al perseguimento illegittimo di un “timbro kosher” di approvazione.

Israele

Il governo Netanyahu apprezza il fatto che i partiti anti-establishment non si adeguino agli schemi verbalmente moderati, ma di fatto indifferenti dei partiti europei tradizionali. Mentre, i 3M (la britannica Theresa May, il francese Emmanuel Macron e la tedesca Angela Merkel) parlano in termini positivi di Israele, tuttavia, partecipano in modo più significativo alla delegittimazione di Israele alle Nazioni Unite, appoggiando l’accordo sul nucleare iraniano che la maggior parte degli israeliani considera una minaccia mortale. Più in generale, il giornalista israeliano Eldad Beck sottolinea “la duplicità della posizione tedesca che vede Berlino dichiarare il proprio impegno a favore dell’esistenza e della sicurezza di Israele, pur concedendo allo stesso tempo il proprio sostegno ad organismi che minano l’esistenza e la sicurezza dello Stato ebraico”.

Al contrario di tali politiche anodine, i partiti civilizzazionisti (di nuovo, con l’eccezione francese) vedono Israele come un partner morale in armi e come un alleato contro l’islamismo. Lo dimostrano combattendo l’antisemitismo, costruendo musei dell’Olocausto, stigmatizzando l’accordo sul nucleare iraniano, sollecitando il trasferimento delle loro ambasciate a Gerusalemme, imparando dai servizi di sicurezza israeliani e tutelando gli interessi di Israele nell’Unione Europea. L’olandese Geert Wilders ha vissuto un anno in Israele e in seguito è ritornato nel paese decine di volte. Il fatto che gli ebrei europei vivano in modo più sicuro nei paesi in cui i civilizzazionisti impongono rigidi controlli sull’immigrazione non fa altro che rafforzare l’apprezzamento di Israele; come osserva Evelyn Gordon, nel 2017, “100 mila ebrei ungheresi non hanno subìto alcun attacco fisico, mentre 250 mila ebrei britannici ne hanno subiti 145”.

Rispondendo a questa accoglienza e a questa sicurezza, il governo israeliano coopera sempre più con i civilizzazionisti – ma poi affronta l’ira degli ebrei europei che ha promesso di proteggere, giungendo a qualcosa di simile a un’impasse. Ad esempio, Gerusalemme desidera apertamente lavorare con il ministro degli Esteri austriaco pro-Israele Karin Kneissl, nominata dal partito civilizzazionista del paese, ma gli ebrei austriaci hanno strenuamente stigmatizzato questa prospettiva, arrivando al punto di avvertire che “combatteranno” Gerusalemme.

Conclusione

Due punti preliminari. Ovviamente, né gli ebrei europei né il governo israeliano sono monolitici. Paula Bieler, in Svezia, Gidi Markuszower nei Paesi Bassi e Davis Lasar in Austria rappresentano i loro partiti civilizzazionisti in parlamento; Juden in der AfD (JAfD) appoggia i civilizzazionisti tedeschi. Al contrario, il presidente israeliano Reuven Rivlin agisce come un dhimmi: scrivendo di antisemitismo nelle pagine di un quotidiano londinese, evita educatamente perfino di menzionare il nome di Corbyn, mentre altrove definisce i civilizzazionisti come “movimenti neofascisti (…) che hanno un’influenza considerevole e molto pericolosa” (pur avendo riconosciuto il loro forte sostegno allo Stato di Israele”). Coerente con questo atteggiamento, Rivlin si è rifiutato di incontrare Salvini.

In secondo luogo, questa tensione europea ha un parallelismo americano: il governo di Israele ha relazioni decisamente migliori con l’amministrazione Trump di quante ne abbia l’establishment ebraico statunitense. A riguardo, è emblematico il fatto che durante la visita di Donald Trump a Pittsburgh per rendere omaggio agli 11 ebrei uccisi nell’attacco a una sinagoga, la comunità ebraica locale ha protestato contro la sua presenza, lasciando da solo l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti ad accogliere il presidente.

Se la battaglia si sta surriscaldando, l’esito è sostanzialmente predeterminato: la ragion d’essere alla fine spingerà i governi israeliani a superare i timori ebraici locali e a lavorare con i civilizzazionisti, mentre gli ebrei europei continueranno a emigrare, facendo sì che la loro voce si affievolisca sempre più. Questa evoluzione sarà una buona cosa, perché i civilizzazionisti non sono la minaccia in stile anni Trenta dipinta dai politici dell’opposizione e dai media mainstream, ma una sana reazione a un problema fuori dalla norma. In effetti, più rapidamente predominerà la voce israeliana, meglio sarà per tutti – per l’Europa, per la sua popolazione ebraica e per lo Stato di Israele. L’unica domanda da porsi è quanto velocemente ciò accadrà.

Traduzione in italiano di Angelita La Spada

Qui l’articolo originale in lingua inglese

Aggiornamento del 27 gennaio 2019: (1) In commemorazione della Giornata internazionale della memoria per le vittime dell’Olocausto, Benjamin Netanyahu ha concordato con una parte di questo saggio dicendo:

L’antisemitismo di destra non è un fenomeno nuovo lì. La novità in Europa è la combinazione di antisemitismo islamico e antisemitismo dell’estrema sinistra che include l’antisionismo, come di recente è avvenuto in Gran Bretagna e in Irlanda.

(2) Al contrario, Deborah Lipstadt, una storica americana, fornisce oggi un modello perfetto della critica mossa alla diaspora da parte del governo israeliano, scrivendo che la sua leadership politica ha indossato i paraocchi mentre la minaccia [antisemita] incombe. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha elogiato il premier ungherese illiberale Viktor Orban, definendolo un “vero amico di Israele”, convinto della “necessità di combattere l’antisemitismo”. (…) Netanyahu è stato allo stesso modo fuorviato e astorico nel suo impegno nei confronti del governo polacco xenofobo e di destra.
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Ebrei di sinistra, sinistre mostruosità umane assai razziste

Messaggioda Berto » lun feb 25, 2019 8:53 pm

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Ebrei di sinistra, sinistre mostruosità umane assai razziste

Messaggioda Berto » lun feb 25, 2019 8:53 pm

IL FESTIVAL DELL'IPOCRISIA: APPUNTO SU MEIR KAHANE E LE ANIME BELLE DI SINISTRA
Niram Ferretti
25 febbraio 2019

https://www.facebook.com/permalink.php? ... 4575318063

La demonizzazione di Netanyahu da parte dell sinistra virtuosa non ha nulla a che vedere con quella ben più virulenta nei confronti di Meir Kahane, il rabbino ultranazionalista fondatore, nel 1971, del partito Kach, partito che, nel 1988, visto che stava avendo un certo consenso popolare venne tolto di mezzo come competitore elettorale in virtù di un emendamento alle Leggi Base allo scopo di impedire a candidati considerati razzisti di partecipare alle elezioni. In realtà si trattò di un emendamento anti Kahane.

Alan Dershowitz, certamente non un estimatore di Kahane nè un uomo di destra reputò la decisione della Suprema Corte di impedire a Kahane di concorrere alle elezioni del 1988, che secondo le proiezioni avrebbero potuto assegnarli da quattro a dodici seggi (nel 1984, Kach ottenne alla Knesset un seggio assegnato allo stesso Kahane), antidemocratica.

Va detto senza indugio che Kahane aveva una visione integralista, la quale contemplava la deportazione della popolazione araba da Israele, la revoca della cittadinanza israeliana ai non ebrei, e l'interdizione dei matrimoni tra ebrei e gentili. Indubbiamente un pacchetto di idee non improntate al pensiero di John Locke.

Tuttavia la sua convinzione che gli arabi sarebbero sempre stati ostili all'esistenza di Israele e dunque alla presenza ebraica in Palestina si è mostrata assolutamente fondata. Era la stessa idea che aveva Jabotinsky, che Kahane ammirava, ma che, salvo in un unica occasione in cui aveva contemplato il trasferimento della popolazione araba, non reputava che gli arabi andassero esplusi ma che, come minoranza, dovessero avere gli stessi diritti civili dei cittadini ebrei.

Kahane venne assassinato a New York nel 1990 da un estremista islamico.

La sinistra israeliana ha trasformato quest'uomo in un mostro, nella quintessenza del fanatismo religioso e del razzismo a fronte della luminosa visione di cui sarebbe portatrice, quella degli Accordi di Oslo per intenderci, di Arafat come interlocutore, di uno Stato arabo sulle colline della Giudea e Samaria, della terra in cambio di pace, pace che non è mai giunta perchè per quanta terra venga data, per gli arabi non è mai abbastanza, come Hamas ha l'onestà di dichiarare nel proprio Statuto dove tutta la Palestina è considerata perenne dotazione musulmana.

Oggi, in Israele il partito che si considera l'erede morale di Kahane si chiama Otzma Yehudit. Non è sicuramente un partito moderato ma, relativamente agli arabi, non è oltranzista come lo fu Kahane. In una recente intervista, Itamar Ben Gvir, avvocato e membro del partito ha dichiarato a proposito degli arabi:

"Coloro che sono leali allo Stato di Israele sono i benvenuti. Coloro che non lo sono vanno esplusi".

Estremista?

In Israele, alla Knesset siedono parlamentari arabi come Ahmad Tibi e Hanin Zoabi i quali sono per la cancellazione di Israele e considerano l'IDF un esercito formato da assassini.

Loro vanno bene, non sono razzisti, ma Kahane, nel 1988 lo era e non potè ripresentarsi alle elezioni in virtù di un emendamento ad hoc che glielo impedì.

Benjamin Netanyahu è finito nuovamente nel mirino per avere allargato la sua alleanza in vista delle elezioni anche a Otzma Yehudit. Si è scatenato l'inferno.

Ahmed Tibi e Hanin Zoabi, fiancheggiatori di chi vorrebbe Israele annientata vanno bene alla sinistra, ma Itamar Ben Gvir no. I mostri morali, si sa, stanno sempre a destra e per gli ebrei di sinistra meglio avere alla Knesset un arabo che inneggia alla distruzione di Israele che un ebreo il quale vorrebbe che questo tipo di arabi venisse espulso dal paese.
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Ebrei di sinistra, sinistre mostruosità umane assai razziste

Messaggioda Berto » gio feb 28, 2019 8:47 am

L'ARMA IMPROPRIA
Niram Ferretti
27 febbraio 2019

https://www.facebook.com/permalink.php? ... 4575318063

Alan Dershowitz, il più celebre avvocato ebreo americano e uno dei più celebri avvocati del pianeta scrive una lettera aperta al Procuratore Generale di Israele Avichai Mendelblit in cui lo sconsiglia caldamente di rinviare a giudizio Netanyahu per il caso 2000, in cui Netanyahu è accusato di avere fatto un accordo sottobanco con l'editore di Yedioth Aronot, quotidiano a lui avverso, per avere una migliore copertura di stampa.

Gli altri due casi per cui il premier israeliano è indagato sono il caso 1000 in cui è accusato di avere beneficiato di regali per un ammontare di 282,000 dollari per avere favorito un amico produttore cinematografico e il caso 4000.

In questo secondo caso avrebbe favorito Shaul Elovitch, il principale azionista di Bezeq, l'azienda di telcomunicazioni più grande di Israele per godere di una copertura di stampa favorevole da parte di Walla, il sito di notizie online gestito da Bezeq.

Dershowitz scrive, "Non vi è alcun principio limitante per questa intrusione aperta della legge penale nella delicata relazione legalmente protetta tra funzionari governativi e media" e aggiunge, "Qualsiasi accusa di questo tipo darebbe all'obbligo dell'azione legale troppo potere per imporre ai media e ai funzionari che se ne occupano le modalità in cui si devono relazionare tra di loro. In una democrazia, le critiche alla relazione tra media e governo dovrebbero essere lasciate agli elettori , non ai pubblici ministeri".

Parole limpide da parte di un liberale che vede chiaramente il rischio del tracimare del potere giudiziario su quello dell'esecutivo.

I reati di cui è accusato Netanyahu, soprattutto il caso 2000 e il caso 4000, perchè il caso 1000 è una barzelletta, e che secondo l'accusa configurerebbero la corruzione, fanno sorridere. Il reciproco tornaconto tra media e politica, il do ut des di favori e favoritismi, di una mano lava l'altra, quando non ci sono di mezzo le mazzette, la compravendita, il ricatto, fanno parte della comune fisiologia di qualsiasi democrazia, anche la più evoluta.

Uno Stato in cui i magistrati diventano non i custodi della legge ma dello Stato stesso e che trasformano ogni cedimento in ambito politico in un reato, è null'altro che la configurazione di un grande tribunale in cui la Virtù incarnata da pochi ha sottomesso la politica al proprio imperio.

E' l'arma preferita della sinistra, in Italia come in Israele e negli Stati Uniti, quella di delegare ai magistrati ciò che dovrebbe essere delegato solo agli elettori.



Israele, Netanyahu incriminato per corruzione e frode
enrico martinet
2019/02/28

https://www.lastampa.it/2019/02/28/este ... agina.html

L’Avvocato generale dello Stato Avichai Mandelblit ha deciso di incriminare il premier Benyamin Netanyahu per sospetta corruzione e frode. Al premier israeliano sarà data la facoltà di difendersi in un’audizione prima della decisione definitiva. Le indagini riguardavano quattro filoni diversi, e probabilmente Mandelblit ha stabilito che si debba procedere per almeno tre.

Sono il cosiddetto Fascicolo 4000, nel quale Netanyahu è accusato di avere favorito concessioni pubbliche al patron del gigante delle telecomunicazioni Bezeq, Shaul Elovitch, in cambio di una copertura favorevole sul suo sito Web, il più seguito in Israele. In questo caso i capi di imputazione sono corruzione e violazione della fiducia. Nel Fascicolo 1000, invece, il premier è stato indagato per aver accettato regali da ricchi uomini di affari in cambio di favori politici. In questo caso l’accusa è di frode. Un terzo filone è quello del Fascicolo 2000 su contatti con l’editore del quotidiano Yediot Ahronot per una copertura informativa di favore in cambio di azioni volte a ridurre la diffusione del giornale rivale Israele Hayom. Qui ci sarebbe soltanto “violazione della fiducia” e non corruzione.

L’incriminazione, anche se attesa da mesi, irrompe nella campagna elettorale per le legislative del 9 aprile e rischia di azzoppare la corsa verso il quarto mandato del premier. Netanyahu ha sempre respinto le accuse. La decisione di Mandelblit è arrivata dopo mesi di indagini da parte della polizia che, al termine, aveva chiesto all’Avvocatura l’incriminazione di Netanyahu. In un ultimo tentativo questo pomeriggio il Likud aveva chiesto alla Corte suprema di far posporre a Mandelblit l’annuncio della decisione. Netanyahu reagirà con un discorso in tv alle 20 locali, le 19 in Italia.



IL PRINCIPIO DI REALTA'
Niram Ferretti
1 marzo 2019

https://www.facebook.com/permalink.php? ... 4575318063

Ci vuole un principe del foro come Alan Dershowitz per evidenziare un fatto fisiologico che in politica può solo scandalizzare i sepolcri imbiancati e i moralisti un tanto al chilo, ovvero che, come ci insegna Da Ponte da Mozart musicato, “Cosi fan tutte”, o tutti?

A proposito del caso Netanyahu, accusato di abuso di fiducia e corruzione, e rinviato a giudizio ieri, Dershowitz ha detto “Non ci sono prove sufficienti di un reato. Ritengo molto pericoloso iniziare a rinviare a giudizio le persone basandosi sulle negoziazioni con i giornali. È quello che fanno i politici”.

Difficile pensare se non per chi della politica ha l’idea tutta astratta e ideale, fuori dalla realtà dunque, che non vi sia tra stampa e politica una tessitura fitta intelata su favori e regalie, non necessariamente basate sulla compravendita, ma meno scandalosamente sul principio che una mano lava l’altra. È così che funziona da quando i media sono oggetto e soggetto preponderante della società. La stampa serve al potere e il potere serve alla stampa anche quando quest’ultima si dichiara libera, liberissima.

Un politico che abbia in un giornale un megafono suo proprio come in Italia può essere sì una anomalia ma non un reato, ma in modo meno eclatante si può pensare agli USA, dove l’intreccio tra politica e media è più fitto dei serpenti sulla testa di Medusa. Eppure nessuno si scandalizza della partigianeria del New York Times o del Washington Post, della CNN o di Fox News, del fatto che tra strizzate d’occhio, buoni uffici e accordi taciti, si appoggi Tizio o Caio, si porti acqua al suo mulino in modo più o meno spudorato e si chiedano, sì, si chiedano reciprocamente favori. Il pudore non è prerogativa della politica.

In Israele la sinistra virtuosissima che da anni inscena processi mediatici ed esecuzioni simboliche di Netanyahu, ha potuto godere di un ampio palcoscenico in cui, di volta in volta, sono state presentate accuse farsesche a lui rivolte e alla sua consorte, dalla cresta su vuoti a rendere, ai lavori di manutenzione fatti nella villa di Cesarea e addebitati in conto allo Stato, ai pasti ordinati in costosi ristoranti anch’essi addebitati allo Stato, per poi passare alle cose serie, ai sigari e altri regali forniti a Netanyahu dall’amico produttore per avergli fatto rinnovare il visto americano.

Poi si è giunti ai sommergibili veduti alla Difesa, e qui sarebbe stato un caso davvero succulento, un Lockheed sottomarino, se si fossero trovate le prove contro il premier israeliano ma non avendole trovate si è ricorso appunto ai sigari e presunti accordi sottobanco con l’editore Arnon Mozes ma soprattutto con il magnate Shaul Elovitch che avrebbe fornito a Netanyahu una copertura editoriale favorevole tramite il sito di notize Walla in cambio di decisioni politiche che avrebbero favorito Bezeq sul mercato. Ed è questo, in fin dei conti, il vero pezzo forte delle accuse, il piatto principale. L’accordo illecito con Elovitch che avrebbe donato a Netanyahu una copertura assai favorevole su Walla e al magnate un miliardo e ottocento milioni di sheckel di introiti grazie a leggi fatte pro domo sua. Certo per un ritorno di denaro così faraonico, la copertura di stampa favorevole deve essere stata assai massiccia, sproporzionata, non, come afferma Netanyahu di alcuni articoli positivi in un “oceano” di copertura a lui avversa.

Quello che il premier in carica ha definito un castello di carte che verrà mandato all’aria, è ciò che grava al momento su di lui. Sì, sono tante carte, una costruzione indiziaria in cui, il maggiore dei reati figura come quel do ut des che qui non implica mazzette. Non appare nessuna pistola fumante o corpo del reato.

Per presentare il suo contrattacco basato su riscontri e dati che dovranno confutare ciò che gli viene addebitato, a Netanyahu ci vorrà minimo un anno. È questo infatti il tempo necessario prima che si apra al cospetto del Procuratore Generale l’audizione in cui il premier israeliano potrà presentare la sua versione contro il rinvio a giudizio che di fatto diventerà effettivo, solo dopo l’audizione. A quel punto e solo allora si saprà se vi sarà un processo.

“Solo dopo lo svolgimento dell’audizione e la valutazione dei dati forniti in questa cornice verrà presa una decisione finale relativa ai vari casi”, ha scritto il Procuratore Generale, Mandelblit. Fino ad allora Netanyahu non ha di che preoccuparsi ed è come tutti i cittadini di uno Stato garantista, salvo per i giacobini che ne vorrebbero la testa issata su una picca, innocente fino a prova contraria.

Dunque, l’opposizione guidata da Gantz, dovrà aspettare a lungo dopo le elezioni del 9 di aprile prossimo, presumibilmente fino all’inverno del 2020, prima dell’audizione davanti a Mandelblit dove Netanyahu farà valere le sue ragioni. Da qui ad allora molte cose possono accadere, una, la più insidiosa per l’opposizione, è che Netanyahu e la sua coalizione vincano un’altra volta le elezioni.


Francesco Birardi
Tutto ciò quindi, tradotto in parole povere, vuol dire che qualunque politico, qualunque premier democraticamente eletto, è di fatto in mano alla magistratura.... la quale - se vuole - un qualche pretesto per incriminarlo lo trova sempre.... Ergo, come se ne esce? Come salvaguardare il potere di scelta del popolo, e quindi la stessa democrazia? Semplice : il politico dovrebbe essere immune ai ricatti delle toghe.... Dovrebbe essere quindi al di fuori della legge? Questo dilemma va risolto, in qualche modo, altrimenti - come stiamo assistendo ormai da anni in tutte le democrazie occidentali - la magistratura politicizzata (e sempre sinistramente orientata) condizionerà sempre più pesantemente la nostra democrazia.

Daniela Rella
Francesco Birardi nel nostro sistema giuridico la Magistratura non è soggetta al controllo di nessuno. Ci sarebbe il Consiglio Superiore della Magistratura, che in realtà si è sempre impegnato a coprire magagne e difendere interessi corporativi. In Francia la Magistratura dipende dal Ministro dell’Interno, che può intervenire se lo ritiene opportuno (e in alcune circostanze lo ha fatto). In America chi giudica sono le giurie popolari e il magistrato si limita a incanalare e controllare la correttezza delle procedure. Da noi la Magistratura è onnipotente. Basti pensare al caso Tortora: nessuno ha mai pagato e i magistrati implicati in quella truffa giudiziaria non hanno subito alcuna conseguenza e hanno anzi fatto carriera. Temo che in Israele la situazione sia analoga.

Francesco Birardi
La triste situazione italiana è ben nota. Ma mi pare che anche in Francia, in Usa, e, appunto, anche in Israele, la magistratura stia comunque intervenendo pesantemente nella vita politica. Basta trovare un qualunque capo di accusa, poi i giornali fanno il resto.... quando poi arriva la sentenza, ormai il danno è fatto... e non interessa più a nessuno.

Ferruccio Bovio
Francesco Birardi ad esempio, introducendo una forma di responsabilità personale ( e, quindi, non solo dello Stato ) per i magistrati che agiscono con dolo ( nei casi più gravi ) , con superficialità ( più frequentemente ) o, ancor più penosamente, con finalità di auto gratificazione mediatica. Mi guarderò bene dal fare nomi, ma non penso occorra una memoria mirandoliana per ricordare alcuni esempi di personaggi che dalla toga sono poi, disinvoltamente, passati alla politica...

Alberto Chiarle
a me la cosa appare di semplice soluzione...anche il magistato DEVE essere eletto dal popolo sovrano....ogni 5 anni...pubblicando la sue sentenze....voglio vedere se verrebbero eletti quelli che lasciano in libertà chi ammazza o stupra....

Francesco Birardi
I mezzi sicuramente ci sono! E una democrazia "sana" non avrebbe remore ad usarli...!!!

Emanuel Segre Amar
Scusate, ma qualcosa mi sfugge in questa diatriba comunque relativamente pacata
Mi sono riletto quanto è stato scritto, ma siccome chi sostiene che Netanyahu sia colpevole sostiene anche che la sua sia una politica di apartheid, dobbiamo davvero proseguire oltre? “Noi promuoveremmo un regime di apartheid che prevede una guerra perpetua” è stato scritto due ore fa. Ebbene, pur nella mia ignoranza crassa che qui riconosco, mi permetto di controbattere che, purtroppo, la guerra perpetua è imposta dal Corano ai suoi fedeli, e il regime di apartheid lo vedo fuori dai territori amministrati dal governo di Israele. Anzi, l’apartheid è imposto dal Corano, come bene spiega Bat Ye’or nei suoi libri, e Magdi Allam nella sua magnifica intervista rilasciata a Niram Ferretti poche settimane fa.

Daniela Rella
In effetti con quella frase si è passata la misura. È un cavallo di battaglia degli antisemiti e vederla scritta da un israeliano fa un effetto sgradevolissimo. La vis polemica non dovrebbe mai varcare certi confini.

Niram Ferretti
Me la sono persa....fortunatamente. E' una intollerabile idiozia.




Netanyahu
Niram Ferretti
3 marzo 2019

www.facebook.com/photo.php?fbid=1225058737656625

Ben Dror Yemini, uno dei più acuti commentatori politici israeliani, e certo non un oltranzista di Otzma Yehudi, nel suo articolo del 3 marzo su Ynet, scrive che Netanyahu è piagato da quello che è lo stato generale di corruzione politica che è presente nel paese, ma ciò nonostante, visto che le accuse nei suoi confronti non sono ancora provate ha il diritto di finire il suo mandato.

L'analisi di Dror Yemini sul violento clima di pressione esercitato sul Procuratore Generale da parte dei soloni del Sinedrio, i virtuosi del sistema giudiziario, è abrasiva al massimo e degna di essere riportata in toto.

"Molti nell’ambito della pubblica opinione, non una minoranza trascurabile, ritengono che alcuni elementi nei meccanismi di applicazione della legge abbiano motivazioni proprie. Ci sono stati altri episodi precedenti. Dopotutto, sono già state mosse accuse assurde contro Yaakov Neeman, ad esempio, che è considerato critico nei confronti del sistema. E un'inchiesta fu aperta contro Reuven Rivlin, nel meraviglioso momento in cui apprese dell'intenzione di nominarlo ministro della Giustizia. Anche lui aveva punti di vista critici. Dopotutto, fu lo stesso Rivlin, che in seguito creò la frase "banda dello Stato di diritto"… Tutto ciò non significa che la decisione del Procuratore Generale sia una decisione infondata. Lontano da ciò. Ma è difficile scrollarsi di dosso la sensazione che questa sia una decisione che è anche il risultato della pressione. Troppi attivisti, politici e giornalisti già sapevano quale sarebbe stato il risultato. Hanno moraleggiato. Sono scesi in piazza. Hanno fatto chiasso. Ogni indiscrezione è diventata una prova. Ogni titolo di giornale si è associato alla condanna…

Anche i giuristi in pensione sono stati trascinati nella campagna. I membri del Karmim Forum, ex alti avvocati dello Stato e giudici della Corte Suprema che si sono incontrati al Kramim Hotel, hanno fatto pressione sul Procuratore Generale per indirizzarlo in un senso molto specifico. Non che conoscessero i dettagli. Non avevano letto le migliaia di pagine che dovrebbero essere lette prima di prendere una decisione. Ma sapevano in anticipo quale sarebbe stato l’esito. A tal fine, anche questa settimana si sono arruolati in una campagna che crea un clima di intimidazione. 'Lo Stato di diritto è nei guai, i guardiani devono essere sorvegliati, il Procuratore Generale è uno di loro', ha detto il rabbino imperiale legale, Aharon Barak, questa settimana.

Ha ragione. Ci deve essere chi vigila. Ma sarebbe una buona idea per il gruppo interessato guardarsi allo specchio, perché per anni il Procuratore Generale è stato sottoposto a pressioni insopportabili. Pressioni in una direzione. Una stampa che esige un'accusa…

Perché Barak non ha detto nulla contro la campagna di pressioni e minacce? Perché le calunnie senza precedenti contro il Procuratore Generale sono legittime, ma le critiche a questa pressione sono 'minacce pericolose'? Perché Barak si è preso la briga di dire questa settimana: 'Le forze che ti stanno combattendo sono forti'? Quali forze?...La pressione diventa legittima solo quando è congeniale ai migliori avvocati. Barak stesso, in quello che ha detto, ha chiarito che anche lui era sotto pressione, ma nella direzione che gli andava bene. E quando gli alti ufficiali del processo percepiscono la pressione esercitata da una parte, quando la pressione stessa diventa un processo pre-processuale, perché dovremmo lamentarci dell'altra parte, che ha da emettere una sentenza prima del processo? Dopo tutto, se è permesso condannare prima di un processo, è anche ammissibile vincere senza che il processo venga fatto….

È difficile scrollarsi di dosso la sensazione che i veterani e i sostenitori dell'oligarchia legale abbiano la necessità di creare un'atmosfera di emergenza, e di additare i politici che non amano come pericolosi, al fine di conferirsi il ruolo dei saggi e degli arbitri definitivi…

Per anni hanno delegittimato le critiche nei loro confronti. Ci sono tanti modi per chiudere la bocca. Hanno un modo sofisticato. Trasformano ogni critica in un pericolo per la democrazia. Rifiutano di comprendere che la critica dei meccanismi dello Stato di diritto è parte del discorso democratico".


Il “governo parallelo” del mandarino
4 marzo 2019
Niram Ferretti

http://www.italiaisraeletoday.it/il-gov ... uPXgv4FBiI

Chi governa in Israele? La risposta a questa domanda è fondamentale per comprendere il funzionamento dello Stato e il peso reale degli attori politici. Ma chi sono gli attori politici? Gli attori politici dovrebbero essere, tautologicamente, i politici, cioè i membri del governo in carica che siedono in parlamento in virtù della volontà degli elettori. Alla Knesset, nello Stato ebraico. Dovrebbe essere cioè l’esecutivo il principale organo di decisione politica, di emanazione delle leggi, il luogo che indirizza il paese nelle decisioni fondamentali che riguardano lo Stato. Da Lo Spirito delle Leggi in poi. Teoricamente. Perché c’è un altro potere, quello giudiziario, che in Israele, più che in qualsiasi altro paese, e non da molto, non solo fa da supplente al potere dell’esecutivo, ma si sovrappone ad esso, lo soverchia, lo umilia.

Un nome per tutti. Aharon Barak, presidente della Suprema Corte di Israele dal 1995 al 2006 e precedentemente Procuratore Generale di Israele dal 1975 al 1978, nonché decano della facoltà di Legge dell’Università di Gerusalemme dal 1974 al 1975. Insomma un mandarino della legge, o come lo ha definito recentemente Ben Dror Yamini, il “rabbino imperiale della legge”.

Barak, più di ogni altro giurista israeliano ha impresso all’Alta Corte una svolta che ne ha mutato profondamente la funzione trasformandola in quella che un altro giurista, Amnon Rubinstein ha definito, “un governo parallelo”. Difficile dare torto a Rubinstein, poiché sotto la lunga presidenza di Barak la Corte, da organo di interpretazione della legge, si è trasformata in organo interventista sulla stessa formazione delle leggi.

Nella visione decisionista di Aharon Barak la Suprema Corte è attore attivo a tutti gli effetti sulla carne dello stesso corpo sociale e dunque legislativo, andando ben oltre la funzione che un simile organo ha in qualsiasi altro paese democratico. Una sorta di Soviet supremo, in cui il giudice è demiurgo plasmatore e non solo arbitro ultimo della legalità. Tutto ciò, ovviamente in nome della “democrazia” e della sua salvaguardia. Aharon Barak, come tutti i virtuosi assolutamente convinti di avere una missione è uomo di pochi dubbi ma determinazione ferrea.

Nell’aprile del 2007 il giurista americano Richard Posner, certamente non un simpatizzante di Israele, scrive su The New Republic un articolo dedicato a Barak, dal titolo emblematico, Despota illuminato, in cui sottolinea l’eccezionalità delle norme di legge partorite dalla mente di questo politico travestito da giudice, di questo fondamentalista della legge che anche oggi che è in pensione, continua ad esercitare la sua influenza sulla scena giuridica e politica israeliana . Vediamone qualcuna.

“Tra le norme di legge, le opinioni giuridiche di Barak sono state strumentali nel creare leggi che non hanno alcuna controparte nel diritto americano: i giudici non possono essere rimossi dalla legislatura, ma solo da altri giudici; ogni cittadino può chiedere a un tribunale di bloccare l’azione illegale da parte di un funzionario governativo, anche se il cittadino non ne è personalmente colpito; qualsiasi azione governativa che sia “irragionevole” è illegale (“in parole povere, l’esecutivo deve agire ragionevolmente, perché un atto irragionevole è un atto illecito”); un tribunale può proibire al governo di nominare un funzionario che ha commesso un reato (anche se è stato graziato) o che è messo sotto esame etico in un altro modo, e può ordinare il licenziamento di un ministro se deve affrontare un procedimento penale. In nome della “dignità umana” un tribunale può costringere il governo ad alleviare i senzatetto e la povertà e un tribunale può revocare gli ordini militari e decidere “se impedire il rilascio di un terrorista nel quadro di un ‘accordo politico’, e indirizzare il governo nello spostare il muro di sicurezza che impedisce ai kamikaze di entrare in Israele dalla Cisgiordania”.

La volontà del popolo di Rousseau è qui trasformata nella volontà della Legge che si incarna nel suo grande sacerdote, di cui Aharon Barak ha assunto le vesti, o nel caso del monarca, si è conferito da se medesimo, l’unzione. Non a caso, sempre Posner, nell’articolo citato, sottolinea come Barak dia “per scontato che i giudici abbiano l’autorità intrinseca di scavalcare gli statuti. Un tale approccio può essere descritto con precisione come usurpativo”.

Se per Montesquieu “Non c’è piú libertà se il potere di giudicare non è separato dal potere legislativo e dall’esecutivo. Infatti se fosse unito al potere legislativo, ci sarebbe una potestà arbitraria sulla vita e la libertà dei cittadini, in quanto il giudice sarebbe legislatore” (Lo Spirito delle Leggi, XI, 6), per Barak vale esattamente il contrario. Il giudice deve essere legislatore.

Ma attenzione, in una parodia dell’incunabolo che sta alla base della separazione dei poteri nelle democrazie moderne, anche Barak afferma la separazione dei poteri, solo che, come sottolinea sempre Posner:“Barak invoca la ‘separazione dei poteri’ come ulteriore supporto alla sua concezione aggressiva del ruolo giudiziario. Ciò che intende per separazione dei poteri è che i rami dell’esecutivo e del’legislativo non abbiano alcun grado di controllo sul ramo giudiziario…nella concezione della separazione dei poteri di Barak, il potere giudiziario è illimitato e la legislatura non può rimuovere i giudici“.

Veniamo ora al caso scottante dei nostri giorni, o forse è meglio dire all’inverno di scontento di Benjamin Netanyahu, accusato di abuso di ufficio, frode e corruzione. Ben Dror Yamini, come già accennato, acuto analista di centro sinistra, in un articolo pubblicato su Ynet il 3 di marzo, non risparmia bordate severe al sistema giudiziario israeliano e a quello che è, a tutti gli effetti, il suo potere parallelo e assoluto. Così scrive:“I membri del Karmim Forum, ex alti avvocati dello Stato e giudici della Corte Suprema che si sono incontrati al Kramim Hotel, hanno fatto pressione sul Procuratore Generale per indirizzarlo in un senso molto specifico. Non che conoscessero i dettagli. Non avevano letto le migliaia di pagine che dovrebbero essere lette prima di prendere una decisione. Ma sapevano in anticipo quale sarebbe stato l’esito. A tal fine, anche questa settimana si sono arruolati in una campagna che crea un clima di intimidazione. ‘Lo Stato di diritto è nei guai, i guardiani devono essere sorvegliati, il Procuratore Generale è uno di loro’, ha detto il rabbino imperiale legale, Aharon Barak, questa settimana”.

Sì, bisogna sorvegliare i guardiani e soprattutto “indirizzarli”. In attesa che Benjamin Netanyahu sia ascoltato in audizione dal Procuratore Generale Mandelblit, prima della quale, non sarà possibile sapere se verrà effettivamente processato oppure se Madelblit accoglierà la sua versione dei fatti, c’è un’altra urgenza ben maggiore, ed è quella di riformare l’impianto assolutista impresso da Aharon Barak alla Corte Suprema di Israele, un vulnus insopportabile per la democrazia.

Prima del tentativo di rimuovere a forza Netanyahu dal suo ruolo di primo Ministro attraverso una virulenta campagna di demonizzazione interamente basata su prove indiziarie, è necessario che ai giudici e al potere giudiziario sia restituito il ruolo che essi dovrebbero avere, non secondo Aharon Barak ma secondo Montesquieu. Occore fare presto.


I CORROTTI E I LORO CUSTODI
Niram Ferretti
4 marzo 2019

https://www.facebook.com/permalink.php? ... 4575318063

Il lungo corso politico di Benjamin Netanyahu lo ha forse compromesso troppo con il potere, quell'esercizio che logora e ammorba e corrompe, sì, corrompe se non si hanno anticorpi sufficienti per impedire che ciò avvenga.

Netanyahu è accusato di abuso di fiducia, frode e corruzione. Per Anat Baron, giudice della Corte Suprema anche una buona copertura giornalistica ottenuta da un politico, equivale alla corruzione.

Chi, a questo punto, è in grado di salvarsi? In Italia, come negli USA, ma ovunque al mondo nel contesto democratico, tutti i politici, sulla base di questo rigorismo talebano, sarebbero corrotti.

Chi sarebbe in grado di salvarsi da questi giudici che hanno della legge una visione gelidamente astratta come era gelidamente astratta la Virtù che promuoveva Robespierre e chi di fatto condusse ai comitati di Salute Pubblica?

Netanyahu secondo questi criteri, unici al mondo e fissati da quella stessa Corte che grazie all'augusta presidenza del Licurgo di Israele, Aharon Barak, di fatto rappresenta oggi uno Stato parallelo all'interno dello Stato Ebraico, è già colpevole.

È inutile aspettare, infatti, l'audizione davanti al Procuratore Generale Mandelblit, durante la quale l'attuale premier in carica presenterà la sua difesa, perché, ovviamente, attraverso il fisiologico do ut des che vige inevitabilmente tra i media e la politica, Netanyahu ha probabilmente goduto anche di una copertura giornalistica favorevole da parte di Walla, il sito internet del magnate Elovich, padrone di Bezeq.

Non si parla di mazzette, non si parla di compravendita, di tangenti, ma di eventuali favori, di "complicità" amicali che equivarrebbero appunto alla corruzione.

Ora, se uno Stato ha delle leggi che sono abnormi nella loro esigenza e pretesa in rapporto al fatto umano, e nello specifico al fatto politico, non è la politica che deve adeguarsi ad esse, ma sono le leggi che devono essere cambiate per evitare che i padroni dello Stato, i suoi "virtuosi" guardiani diventino i giudici e la politica venga esautorata.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Ebrei di sinistra, sinistre mostruosità umane assai razziste

Messaggioda Berto » ven mar 08, 2019 8:02 am

IN NOME DEL POPOLO SOVRANO? NO, DELLA "DEMOCRAZIA"...
Niram Ferretti
6 marzo 2019

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Ci stanno a provà di nuovo, per dirla alla romana. Nel 1988 ci riuscirono con Meir Kahane, impedendogli, con un emendamento ad hoc di potere partecipare alle elezioni perchè temevano che avrebbe potuto ottenere diversi seggi alla Knesset, e dunque lo fecero fuori utilizzando la solita parolina magica, "razzista". Kahane ricorse in appello alla Suprema Corte che gli diede torto.

Alan Dershowitz, certo non in odore di estremismo di destra, qualificò la decisione come un vulnus alla democrazia.

Ora il Procuratore Generale Mandelblit e quello di Stato, Shai Nitzan, chiedono alla commissione elettorale di interdire a Michael Ben Ari, co-fondatore del controverso partito ultranazionalista Otzma Yehudit, considerato erede di Kach, il partito fondato da Kahane nel 1971, la partecipazione alle elezioni.

Siamo alla purificazione preventiva. Ai giudici sterilizzatori e custodi dell'etica elettorale. Ai tutori della democrazia e della sua igiene. Una cosa simile non si è mai vista.

In Israele l'ingerenza del potere giudiziario in ambito politico e legislativo non ha precedenti con altri paesi democratici. Dispiace dirlo, ma è così.

Michael Ben Ari non va bene, va bloccato perché anche lui, ovviamente, sarebbe "razzista", come il suo partito, ma invece va bene che alla Knesset sieda Ahmed Tibi, ex consigliore di Arafat che tempo fa fece cacciare dall'aula Ze'ev Elkin del Likud, e ex ministro, reo di avere accusato lo stesso Tibi di incitare alla violenza contro gli israeliani, e Haneen Zohabi per la quale la stessa idea che possa sussistere uno Stato ebraico in Palestina è, essa stessa, una forma di razzismo.

Loro vanno bene. Garantiscono il pluralismo democratico, la diversità delle opinioni, ma Michael Ben Ari, no, lui, ebreo e non arabo, non dovrebbe potere concorrere alle elezioni.


I DIFENSORI DELLA DEMOCRAZIA
Niram Ferretti
6 marzo 2019

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Chi si scaglia contro il comitato elettorale israeliano che alla fine, come era giusto che fosse, ha ignorato il parere del Procuratore Generale di non ammettere alle elezioni Otzma Yehudit, il controverso partito ultranazionalista, vicino alle posizioni di Meir Kahane?

I puri e duri di Meretz, la Rifondazione Laburista israeliana, ormai ridotta al lumicino e guidata da Tamara Zandberg, la quale, udite udite, si rivolgerà alla Corte Suprema, e a chi se no?

Anche il movimento Reform è contro la decisione del Comitato Elettorale.

Siamo sempre lì, l'estremismo, se è di destra è sinonimo di razzismo e di pericolo per la democrazia, se invece è di sinistra lo si giustifica e se, come in Israele, è arabo, allora gli si dà anche la vice presidenza della Knesset, come nel caso di Ahmed Tibi, uno dei consigliori del lord of terror Arafat, il quale, nel 201,1 tenne davanti a una platea araba un discorso in cui appoggiava gli atti di terrorismo all'interno della cosiddetta linea verde, ovvero Tel Aviv, Haifa, ecc.

Lui, alla Knesset può sedere e incitare alla violenza contro lo Stato ebraico, ma i membri di Otzma Yehudit per alcune anime belle anime di sinistra come Tamara Zandberg e company, non potrebbero concorrere alle elezioni.

La democrazia, infatti, per costoro è sinonimo di apertura al nemico e di sua introduzione all'interno dello Stato. E' concessione larga e generosa, terra in cambio di pace a chi della pace ha sempre fatto strame. E' porre marchi di infamia su chi pensa che lo Stato vada difeso e che individui come Ahmad Tibi non debbano sedere in parlamento. Questo è ciò che pensano i membri di Otzma Yehudit.

Questo non significa sposare in toto l'integralismo di Otzma Yehudit, ma consentire anche a chi, in ambito ebraico, ha idee anche oltranziste di potere partecipare alle elezioni.

Non si può legittimare l'utopismo demenziale e suicida degli Accordi di Oslo del 1993-1995, passati anche grazie al voto arabo e a quello di un narcotrafficante e successivamente spia per l'Iran, come Gonan Segev, che hanno regalato allo Stato ebraico ben due intifade e 1500 morti israeliani, e poi cercare di bloccare l'accesso al parlamento di un partito nazionalista ebraico.

Il vero razzismo, o fascismo, è fare fuori gli avversari per via legale, una delle prassi preferite della sinistra. Ma è una vecchia prassi, dai processi dei giacobini durante il Terrore rivoluzionario ai processi farsa staliniani durante il periodo delle purghe, per giungere ai metodi più soft odierni, di una magistratura militarizzata che si fa braccio esecutivo di una specifica parte politica.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Ebrei di sinistra, sinistre mostruosità umane assai razziste

Messaggioda Berto » dom mar 10, 2019 9:28 am

Accogliere…
05/02/2019 - 30 שבט 5779
Michael Ascoli, rabbino
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http://moked.it/blog/2019/02/05/accogliere

“Nell’ebraismo, la fede non è accettazione bensì protesta contro il Mondo così com’è, e in nome del Mondo così come dovrebbe essere”. Lo sostiene rav Jonathan Sacks. E così in effetti la Torah ci insegna, fin dal primo ebreo, Avrahàm, pronto a protestare perfino contro D-o. E se non bastasse l’attestazione narrativa nella Torah, ecco che nel Levitico la norma stabilisce chiaramente “non rimanere indifferente quando viene sparso il sangue del tuo prossimo” (Lev. 19:16). Di fronte a tragedie che succedono più o meno vicino a noi, non possiamo rimanere indifferenti.
La questione dell’immigrazione clandestina non può essere evasa in poche righe: è seria e complessa ed è ridicolo pretendere di esaurirla nello slogan “non possiamo mica portare qui tutta l’Africa” o al contrario “apriamo a tutti”. Però vi sono dei punti fermi che non possono essere messi in discussione:
1) quando vi è un imminente pericolo di vita si è tenuti a intervenire senza indugio;
2) punire chi porta soccorso è inaccettabile.
Conosco l’obiezione al primo punto: le regole citate si riferiscono al popolo ebraico, non ad altri. È un’obiezione che nonostante sia attestata nelle fonti, non tiene. In primo luogo perché già 800 anni fa il Meirì includeva tutte le popolazioni con regole sociali eque negli obblighi reciproci fra persone, “ed oggi è così che ci si deve regolare” (rav Kook); in secondo luogo perché è del tutto incoerente citare Wiesel “il contrario dell’amore….è l’indifferenza” pretendendo di applicarlo solo al popolo ebraico. Il monito contro l’indifferenza è lanciato per qualsiasi tragedia, anche se di proporzioni incomparabilmente più piccole della Shoah.
Quanto al secondo punto, i nostri Maestri descrivono esattamente così il comportamento degli abitanti di Sodoma: una giovane ragazza dava da mangiare ai poveri (cosa che a Sodoma era vietata). Quando venne scoperta, la cosparsero di miele e la lasciarono in preda alle vespe: è il suo grido che il Signore ascoltò e che alla fine portò alla distruzione di Sodoma (v. TB Sanhedrìn 109b).
Se infine a qualcuno saltasse in mente di dividere le famiglie e accogliere solo i bambini, valga per questo la condanna esplicita dei rabbini americani (http://www.rabbis.org).



Alberto Pento
Certo è un valore accogliere ospitando e adottando a casa tua, nella tua famiglia, a tue spese e sotto la tua piena responsabilità, civile, penale, economica e giudiziaria; se fatto in piena coscienza e responsabilità e senza alcun danno per gli altri;
ma è un crimine imporre l'accoglienza agli altri, nella loro casa, nella loro terra, a spese delle risorse pubbliche dei cittadini tutti; un crimine grande specialmente quando non si tratta di un caso isolato ma di una invasione sistematica che crea serissimi e tragici problemi di sicurezza pubblica e personale, di povertà, di criminalità e di disumanità per i cittadini in violazione dei loro diritti, di incompatibilità culturale (e religiosa), di disordine civile e politico e di violazione della libertà e della sovranità dei cittadini.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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