Ebrei di sinistra, sinistre mostruosità umane assai razziste

Ebrei di sinistra, sinistre mostruosità umane assai razziste

Messaggioda Berto » gio nov 29, 2018 7:12 am

Un ebreo di sinistra

La vita in una Comunità d'appoggio.
Dan Liofante Raba

https://www.facebook.com/Liofante/posts ... 2112328447

Rispondo a Ariel Akiva. Prima di tutto la Comunità è una soluzione abitativa per individui che sono stati nello Ospedale Psichiatrico in Israele. Ci sono due possibilità: andare in un'ostello o in una comunità (che non sono la stessa cosa).
Una persona che si dimette dall'O.P. può anche "tornare a casa sua" se la famiglia è d'accordo (ma sono molto rare le famiglie di questo tipo, in generale questo "atteggiamento è diffuso tra le famiglie arabe) Alla grande si può dividere la gente che è rinchiusa in O.P. in categorie sociali, anzi etniche.: ci sono i russi, gli arabi e gli ebrei.Tra gli ebrei ci sono i religiosi (o quelli che fanno i religiosi negli O.P. perchè conviene loro) e i laici.
I religiosi fanno "comunella" sono un gruppo organizzato e solidale.In questi fenomeni sociologici fare parte di un "gruppo organizzato è più d'aiuto che non stare da soli (come facevo io)
Con le dovute differenze si può considerare l'O.P. come una prigione o un'austero collegio. La mia più grande paura da bambino era quella si essere mandato in collegio, la vivevo come la punizione ultimativa se non ero stato "buono" in famiglia.
Può darsi che i miei genitori abbiano detto qualche cosa al riguardo, perfino scherzando (umorismo macabro) ma a me era rimasta la paura o meglio il panico che mi avrebbero "eliminato" mandandomi in collegio se non "facevo il bravo bambino".
Lo vivevo come un'espulsione dalla famiglia (la famiglia ristretta: padre, madre e due figli) Nella compagnia dei miei genitori era d'uso fare due figli, possibilmente un maschio ed una femmina.
Noi eravamo una famiglia fortunata eravamo quattro, due maschi e due femmine. (padre, figlio, madre figlia}
(come al solito ho divagato)
I rapporti tra i gruppi etnici sono conflittuali! La mentalità, il codice di comportamento è molto diverso da quello della "comunità sana".
Come in prigione e al militare (per lo meno il militare in Italia negli anni '80) c'era una gerarchia basata sul tempo di ricovero.
I più importanti erano quelli che stavano in Manicomio da più tempo e quelli che apparentemente erano più "fuori di testa" per cui c'erano quelli che "facevano i fuori di testa" per salire nel grado sociale.
Avere una crisi (di violenza) , o andare fuori di testa, o dare i numeri era considerata una prova di forza e guadagnava il rispetto degli "altri" e l'attenzione prima di tutto degli Infermieri e delle assistenti sociali poi, indirettamente degli Psichiatri.
Nel manicomio lo psichiatra è Dio. O almeno così viene considerato dalla popolazione del Manicomio. Compreso infermieri, pazienti e donne (arabe che lavorano come operatori della pulizia). Non ho mai visto una di queste donne delle pulizia che non fosse araba.
In Israele anche se in teoria le ore di visita sono limitate a poche ore (le più scomode) in pratica il manicomio è pieno di famigliari dei pazienti. Anche su questo fenomeno ci sono osservazioni (mie). La famiglia araba viene a trovare il loro "matto" famiglie intere padre, madre, zie e molti bambini per non dimenticare i nonni. Le famiglie russe di solito mandavano un rappresentante, freddo e sbrigativo.Tra gli ebrei c'erano di tutti i tipi (tutte le possibili combinazioni famigliari e/o etniche) Non è un segreto che in Israele ci siano grandi differenze di tradizioni famigliari tra le diverse etnie.
Sono andato fuori tema, volevo parlare delle Comunità d'appoggio e sono finito a parlare dell'ospedale. Questo dimostra quanto la esperienza ospedaliera sia traumatica.
Un'ultima considerazione, ci sono "pazzi" che non fanno parte dei gruppi etnici.Sono quelli soli, diversi, strani in modo radicale.
Per esempio io! Primo non fumavo! (in O.P. fumano tutti furiosamente) C'e sempre la comunicazione elementare dei fumatori "hai una sigaretta?" "hai da accendere?"la cui risposta al 90% dei casi è no! questa è l'ultima., ne ho pochissime (molto raramente qualcuno dice non te la do perchèè mi stai sui coglioni o perchè sei un'illustre sconosciuto.
La mia reazione era di "scomparire" "non farmi notare"'essere trasparente". Prima di tutto non parlavo con nessuno (ne pazienti ne medici ne visitatori). Ma mi notavano tutti per tre caratteristiche "straordinarie" ero alto (molto alto 190cm e la gente ti porta rispetto), ero italiano (la terra di Leonardo da Vinci e Toto' Cotugno quello della famosa canzone "Lasciatemi cantar sono un italiano", che è l'inno dell'italiano all'estero).
Ero anche un'italiano balordo che non capisce niente di calcio.
In parole povere ero un'emarginato all'interno dell'Ospedale.
Ricevevo un minimo di rispetto perche sono silenzioso, timido. educato e non protesto o faccio scenate
Mi interrompo perchè mi rendo conto di aver scritto a ruota libera ed essere andato fuori tema, ma sono cose che ho bisogno di dire, di partecipare altri. Ho bisogno di sfogarmi, tirarle fuori dalla mente per tentare di liberarmi dai miei nefasti ricordi.



Casa a Tel Aviv. Vicino al mercato, dove mi sono già mangiato un'ottimo humus per festeggiare! Saremo 4 conviventi, si chiama "Comunità d'appoggio" . È la stessa organizzazione che gestisce la comunità in cui vivo ad Or Akiva solo più esperti e con una comunità piu grande di 60 persone. Gli utenti sono divisi in case private di 4 persone, ognuno ha la sua camera e il soggiorno, la cucina e i servizi sono in comune. A Tel Aviv ognuno è autonomo col suo cibo (ad Or Akiva è in comune).
Sarò con persone più giovani di me, come al solito sarò il vecchio "saggio". Il quartiere è signorile ed è molto comodo coi mezzi di trasporto. È anche vicino alla Stazione Centrale degli Autobus.....insomma si torna nella metropoli (vengo da Milano)


Meretz e' il mio partito, di sinistra con un'anima radicale/liberale un' anima socialista (membri dell'antico Mapam). Abbiamo un grave problema che ci manca un leader credibile. E' stata eletta una molto giovane ed inesperta alla guida del partito che ha gia' fatto errori anche gravi .
Ma la vecchia guardia non era piu' adatta a guidare il partito e il casom ha voluto che Tamar si trovasse al momento giusto nel punto giusto ed e' stata eletta. Oibo' Si aspetta Godot.... una personalita' dominante con capacita' egemoniche non si vede all'orizzonte un dirigente simile.

In ultimo, ma secondo me non di sinistra il Partito arabo unificato, che grazie al superamento dei piccoli partiti arabi corporativi ha ricevuto 13 mandati al Parlamento.
Un'arano e' stato ministro in un governo Israeliano solo conla figura trainante di Rabin.
Il partito arabo purtroppo non e' all'altezza di affrontare i problemi dei cittadini arabi in Israele e si occupa di piu' dei profughi che vivono all'estero.
Parlano arabo ed io non capisco quello che dicono, ma sono sempre d'accordo per fare una pace giusta ma onorevole per i Palestinesi. Questa differenza culturale tra arabi ed ebrei fa si che non si riesca a comunicare e quindi capirsi e ragionare insieme per trovare una soluzione onorevole per ambo le parti


???

Israele. Forse cade il governo! Perche' il ministro della difesa (della guerra) voleva una combattere il Hamas in maniera piu' risoluta (voleva una guerra). Netanyahu ha deciso di "temporeggiare" e cercare un' accordo col Hamas. per evitare una sanguinosa guerra. Confesso che apprezzo questa decisione di Netanyahu (nonostante io rimanga decisamente all'opposizione). Io avevo paura di una nuova guerra, mi sono allarmato, forse troppo. Paura anche per la mia salute mentale.
Non e' facile vivere in un periodo di guerra, con i bollettini dei combattimenti e i morti e le azioni nostre e le azioni del nemico etc..etc...
Cosi' c'e' il rischio che cada il governo. Ma c'e' una soluzione molto pericolosa che puo' essere presa in considerazione e' che il ministro dell'Istruzione divenga il nuovo Ministro della difesa.
E' un guerrafondaio anche lui. Anzi piu' pericoloso perche' e' un'uomo intelligente e dinamico. Si chiama Bennet ed e' il leader del partito Bait Ieudi' (la casa ebraica).
Invece il ministro che si e' dimesso si chiama Liederman ed e' il leader del partito Israel beitenu (Israele e' casa nostra) Secondo me decisamente "pazzo", estremista. Senza ironia o razzismo diro' pure che e' russo, cioe' e' molto "quadrato"....e' implicato anche lui (come Netanyahu) in affari loschi di corruzione.
Insomma questa settimana e' stata molto movimentata.
Io relativamente l'ho presa con "filosofia" e sono ancora equilibrato (cioe' non me ne muoio di angoscia) i miei amici cercano di rassicurarmi che non ci sara' una guerra....io sono pessimista.


Israele, alle 10.30 cade il governo, i due ministri importanti del Bait Ieudi' si dimettono. Sono il ministro dell'istruzione e la parlamentare che svolge il ruolo di MInistro della Giustizia!
Bennet e Schaked! Bennet voleva il ruolo di ministro della "guerra" (perche' l'interventista) . L'altro interventista: Leaberman si e' dimesso perche' non abbiamo cominciato a combattere
piu' duramente a Gaza. Kahlon e' d'accordo a far cadere il governo adesso staremo a vedere cosa ha in testa.
Improvvisamente Netanyahu ha paura delle elezioni e cerca si rimandare lo scioglimento del Parlamento.
E' sotto inchiesta (3) e sembra proprio abbia fatto una "combina".
Netanyahu e' un leader autoritario e accentratore, vuole essere adesso anche il ministro della difesa. Cosa che Meretz si e' mobilitato a favore delle elezioni. Io sono di Merets e sono d'accordo con quello che dice in opposizione alla Tamar Zangreb certo non ha la personalita'di Lenin o di di Rosa Luxemburg... ma e' giovane e maturera' (per forza).

Lo zio Andrea mi chiede dei partiti politici Israeliani. Daro' una spiegazione dettagliata. Dal piu' di destra al piu' di sinistra.
Il partito piu' di destra, secondo me e' Israel Beitenu (Israele e' casa nostra!) E' un partito il cui Leader e' russo e si rivolge prevalentemente ai russi che sono un milione e mezzo della popolazione in Israele (su un totale di quasi 9 milioni di cittadini)
Per i russi, maltrattati in URSS la terra, lo stato ebraico e' fondamentale , non sono religiosi, anzi sono liberali e vogliono il matrimonio civile perche' ci sono molti russi non ebrei in Israele (o che si considerano ebrei, ma non vengono riconosciuti come tali dai religiosi ortodossi) Sono assolutamente contro lo stato Palestinese e non vogliono restituire territori (anzi vogliono restituire i territori Israeliani abitati prevalentemente da arabi.
Sono un partito molto corrotto, al centro di un grave scandalo di finanziamenti illeciti. Fanno affari coi miliardari russi detti oligarchi. Molti affari illeciti, in Israele c'e' una notevole mafia russa che piu' che altro importa belle donne russe per farle diventare prostitute.

Segue il partito Bait Ieudi (nome simile al Israel baitenu) La casa ebraica. Questo partito raccoglie vari tipi di religiosi, dai molto religiosi a meno religiosi, e' un partito di destra legato agli insediamenti nei territori occupati. Di fatto sono i portavoce dei membri degli insediamenti.

Ci sono persone piu' qualificate di me per rispondere ai temi di politica Israeliana come il mio amico Roberto della Rocca che appartiene al partito Meretz. Comunque io rispondo allo zio che mi ha fatto una domanda precisa.
Terzo gruppo, che io non so bene distinguere sono i partiti religiosi, mi pare siano tre, Sciass dei marocchini, HAguda religiosi askenaziti e un altro di cui mi sfugge il nome....questi partiti sono sempre al governo, sono l'ago della bilancia e sono al potere per sfruttare in ogni modo i soldi dello stato per i loro fini religiosi, finanziare scuole, movimenti attivita' varie....difendono i religiosi e hanno portato a casa molti privilegi per la gente religiosa. Sono molto radicati tra la loro gente e hanno un influsso nefando sulla politica del paese. specialmente per le questioni riguardanti matrimoni divorzi, sepolture cibo kascer e proibizione assoluta ai mezzi di trasporto di sabato.

Caro Zio, ho giusto un'ora di tempo e ti rispondo volentieri, spezzo la relazione perche' su facebook c'e' un limitedi lunghezza dei post.
Partito Mahane zioni (il fronte sionista) nome decisamente infelice.e' la fusione di Ha Tnua' il partito (personalista) di Zipy Livni con Ha Havoda' il partito di ben Gurion ridotto ad un cumulo di macerie dalle lotte interiori. Vorrebbero essere il partito di governo alternativo della sinistra (ma e' un'illusione o un Utopia)
La loro politica sarebbe giusta ma anche loro sono compromessi da scandali ed interessi corporativi, sono collegati col sindacato che anch'esso e' in crisi. Le due crisi si alimentano l'una con l'altra. Io ho votato un anno per l'HA Havoda' di Ehud Barak che mi ha molto deluso, doveva fare la pace con Arafat e ha fallito miseramente portando di fatto la destra al potere.
Ho dimenticato Iesc Atid (abbiamo un futuro) di Lapid. E' un partito forte ma anti democratico, e' il partito del leader indiscusso Yair Lapid figlio del famoso Tommy Lapid che fu al governo come ministro. Tommy era molto antireligioso e cosi' ha cominciato anche il figlio Yair, ora ha capito che ha bisogno dei religiosi (anche lui) per andare al governo e si rende ridicolo con le sue aperture ai religiosi. In sostanza e' un partito di destra economica con una parvenza di piano sociale per i ceti medi.

Ho dimenticato un'altro partito individualista quello di Kahlon il ministro del Tesoro. e' un politico fuori uscito del Likud al quale ruba una manciata di voti. Kahlon e' onesto (che non e' da poco) proviene da una famiglia povera e' un meridionale (un mizrahi)che ha studiato. Lui vuole risolvere i problemi economici con una politica della destra classica ma onesta. Mi piacerebbe che sostituisse Netanyahu al potere (tanto noi di sinistra rimarremo all'opposizione) almeno ha presente i problemi del popolo (dal quale proviene) (non come Netanyahu che fa parte dell'aristocrazia askenazita e non sa nemmeno quanto costa l'aspirina).


https://www.facebook.com/Liofante/posts ... 9838093447
Scrivo molto di me stesso e quello che mi sta capitando in queste ultime settimane e scrivo molto meno su Israele.
La realtà è che non ci sono combattimenti e/o attentati e gli israeliani si godono la bella stagione (l'autunno non si decide ad arrivare, non piove e quei rari giorni di pioggia sono miti senza tempeste e burrasche). I ristoranti, i cinema ed i teatri sono pieni e pare che solo i poveri, molto poveri sentano la crisi economica.
La gente viaggia e tutti vanno all'estero in paesi che ci erano del tutto sconosciuti.
C'è una farsa tragi/comica sulla nomina del comandante della polizia (alcuni lo ritengono un'eroe altri pensano sia un violento corrotto).
Ci sono i soliti scandali che si trascinano lentamente ...
E c'è il governo di 61 deputati (contro 59 dell'opposizione) che stenta a governare e che è sempre lacerato da veti incrociati che impediscono di dirigere il paese in modo coerente.
Personalmente sto bene e non ho paure particolari, non saprei dire se dipende dal mio buon umore o perchè la situazione politico-militare è al momento non preoccupante.
L'Iran e il Hamas vogliono distruggerci (non è una novità), l'occupazione dei Territori avvelena i rapporti con i Palestinesi e crea molti problemi (psicologici) ai nostri soldati. Abbiamo una fascia notevole di popolazione sotto il livello vita, con problemi di casa, lavoro, cibo e medicine. E c'è una notevole violenza contro le donne (violenze stupri omicidi prostituzione)...
Però l'economia tira, la gente spende e si diverte....e si fa i xazzi suoi!


Il comunismo. Il comunismo nasce col Manifesto di Karl Marx e per me in Italia si conclude con la divisione del Partito Comunista Italiano. Una grossa parte del partito si sposto' a destra ed io non ho condiviso questa scelta. Una seconda parte si comincio' a muovere verso l'estrema sinistra. Io per affetto di mia madre che era in Rifondazione Comunista e faceva politica attiva ho appoggiato questo gruppo. Ho ancora molti vecchi amici che sono di Rifondazione.Ma ora vivo in Israele e partecipo qui alla vita politica. In Israele c'e' un piccolissimo partito comunista a presenza prevalentemente araba che fa una politica che io ritengo infantile . La parola comunista ha assunto in Israele una connotazione molto negativa da quando i Russi dell'URSS lasciarono il loro appoggio ad Israele per l'opportunistica scelta di allearsi con gli arabi, soprattutto per il petrolio. Per questo in Israele io non mi definisco Comunista. Mi considero un indipendente di sinistra che appoggia Meretz dal suo interno pur essendo critico della linea del Partito.Meretz parla ancora di sinistra, ma oggi credo bisogna rinnovare le idee e anche il linguaggio. Il linguaggio e' una cosa viva e dinamica e bisogna capire bene le parole che si usano evitando confusione.
Credo bisogni smettere di relazionarsi con parole come Comunista, Fascista,Nazista ormai inadeguate a descrivere la societa' oggi.


Credo che il problema centrale in Europa come in Israele sia il moto migratorio di coloro che sopravivono a faticano in paesi terzi. Spinti dalla poverta', dalle guerre, della violenza nei loro paesi cercano benessere in paesi che hanno bisogno di mano d'opera a basso costo (tutti i paesi occidentali). Anche i nostri figli (del mondo Occidentale) cercano paesi piu' quieti e dove le condizioni di lavoro sono piu' comode. E' una "migrazione" di cervelli anch'essa molto costosa per i paesi dai quali i giovani (ma non solo giovani) provengono.
In Israele si cerca in ogni modo di arrestare la fuga di cervelli.Studenti che vanno a completare i loro studi all'estero e poi rimangono la' perche' le condizioni sono piu' favorevoli.Credo che i vari flussi migratori siano storicamente legittimi e vanno studiati a fondo. C'e' il modo per dividere la ricchezza in modo piu' egualitario e permettere una vita dignitosa per tutti.
C'e' anche notizia di paesi in cui i giovani hanno lasciato per la citta' o per l'estero che sono rimasti disabitati con un'ampia percentuale di anziani. Saggiamente l'amministrazione ha favorito l'afflusso di migranti che hanno portato forza lavoro giovane indispensabile per la sopravvivenza del piccolo centro.Quindi ci sono soluzioni al problema che possono soddisfare ambo le parti. Senza pregiudizi e senza razzismo.
Gradirei una discussione pacata e rispettosa. E' un punto bruciante ora nella societa' occidentale e gli animi sono accesi.Ma che prevalga il civile rispetto e le regole democratiche

Dan Liofante Raba
In Israele im migranti sono divisi secondo la provenienza , ci sono molti del Sudan, della Eritrea,ci sono ora molti cinesi e gente della Romania (cattolici) la maggior parte sono quieti. C'e' una percentuale di migranti senza casa e senza lavoro, soprattutto tra questi ci sono dei violenti, ladri etc.. etc...c'e' anche un fenomeno di violenza contro le donne (dei migranti contro i migranti stessi) che non viene affrontato dalla polizia....

Migrare e invadere la casa e il paese altrui non è un diritto ma un crimine, ed è un dovere impedirlo
viewtopic.php?f=205&t=2813
https://www.facebook.com/permalink.php? ... 7003387674

Vi è da aggiungere che i "nostri emigranti italiani" migrano con i documenti in regola, il contratto di lavoro, o con un permesso turistico e a loro spese e generalmente non gravano sulle spalle altrui e non delinquono a parte qualche caso isolato e di mafiosi.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Ebrei di sinistra, sinistre mostruosità umane assai razziste

Messaggioda Berto » sab dic 08, 2018 5:32 am

Haaretz va all'attacco di Salvini: "È persona non gradita in Israele"
Sergio Rame - Ven, 07/12/2018

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/haa ... QKndUE8yas

La prossima settimana Salvini sarà ricevuto da Netanyahu. Per Haaretz è "uno sputo in faccia" agli oltre 8mila ebrei uccisi dai nazisti in Italia

"Salvini dovrebbe essere persona non gradita in Israele". In vista dell'arrivo di Matteo Salvini in Israele dove, la prossima settimana, sarà ricevuto dal primo ministro Benyamin Netanyahu, il quotidiano Haaretz ha pubblicato un durissimo editoriale contro il leader del Carroccio.

"Nessuno si aspetta che Netanyahu tagli i rapporti con l'Italia", mette le mani avanti Sefy Hendler. Che poi passa all'attacco: "La diplomazia, anche con Netanyahu che legittima figure come l'ungherese Viktor Orban, dispone di strumenti per affrontare chiari ed immediati pericoli come Salvini. Non ha senso definire Marine Le Pen persona non grata a Gerusalemme (nel 2006), ricevendo poi Salvini nella residenza del presidente, l'ufficio del primo ministro e lo Yad Vashem".

Nell'editoriale pubblicato oggi, il quotidiano ha ricordato il tweet di Salvini "Tanti nemici molto onore" nel giorno della nascita di Benito Mussolini e la proposta di un censimento dei rom. Da qui l'idea di metterlo al bando accusandolo di non far nulla per nascondere "la sua nostalgia del fascismo". "La Gerusalemme di Netanyahu - si legge ancora - è diventata una fabbrica di certificati di perdono per i nazionalisti di tutto il mondo, che in cambio dell'appoggio all'attuale politica israeliana ricevono indulgenze per lo loro scandalose affermazioni su ogni altra questione". Mentre Israele, in quanto fondata da sopravvissuti dell'Olocausto, dovrebbe essere "una voce speciale nella famiglia delle nazioni".

In chiusura Hendler cita Primo Levi: "Ogni tempo ha il suo fascismo". E, è la sentenza finale, l'accoglienza a Salvini "è uno sputo in faccia" agli oltre 8mila ebrei uccisi dai nazisti in Italia.


Salvini in Israele, lettera aperta di ebrei italiani: "Condanni l'antisemitismo". Un caso il mancato incontro con Rivlin
Mario Calabresi
2018/12/09

https://www.repubblica.it/politica/2018 ... /?ref=fbpr

Un viaggio difficile, quello di Matteo Salvini in Israele, l'11 e il 12 dicembre. Che nasce nel segno di una polemica per il mancato incontro con il presidente Rivlin. Nei giorni scorsi, il quotidiano Haaretz in un editoriale ha affermato che "Salvini dovrebbe essere persona non gradita in Israele". Ieri, lo stesso giornale ha diffuso la notizia secondo cui il presidente dello stato d'Israele, Reuven Rivlin, non incontrerà il ministro dell'Interno italiano. E ha collegato la notizia a quanto detto da Rivlin alla Cnn nei giorni scorsi, cioè che un movimento neo-fascista non dovrebbe essere ben accetto in Israele.

"Tu non puoi dire 'ammiriamo Israele e vogliamo legami stretti ma siamo neo-fascisti'", aveva detto Rivlin al network americano parlando in generale del neofascismo in Europa e non specificamente della Lega. "L'incontro con il vicepremier e ministro dell'Interno Matteo Salvini non è possibile per problemi di agenda del presidente Reuven Rivlin", ha detto il portavoce di Rivlin, Jonathan Cummings.

"Si prende atto della dichiarazione del portavoce del presidente israeliano, secondo il quale Reuven Rivlin non potrà incontrare il vicepremier e ministro dell'Interno Matteo Salvini solo per motivi di agenda", fanno sapere fonti del Vimininale. "Proprio per questo, il colloquio tra i due non era mai stato previsto. Il presunto sgarbo del presidente Rivlin a Salvini è frutto di una fantasiosa ricostruzione di un quotidiano israeliano di sinistra". In Israele, oltre a incontrare il primo ministro Netanyahu, Salvini visiterà lo Yad Vashem - il memoriale dell'Olocausto - e farà tappa alla sinagoga italiana di Gerusalemme.

Al caso Rivlin si aggiunge una lettera aperta firmata da oltre 100 ebrei italiani, tra cui Gad Lerner, Michele Sarfatti, Giorgio Gomel, Anna Foa, Luca Zevi in cui viene chiesta a Salvini la condanna degli atti di antisemitismo "in movimenti e partiti della destra etno-nazionalista in Italia e in Europa", degli "atti aggressivi" contro le comunità Rom e Sinti e "di razzismo contro stranieri e migranti". Si legge: "Preoccupati per l'acuirsi di forme di intolleranza in Italia come altrove", i firmatari auspicano che Salvini in Israele, "nazione di immigrati e rifugiati", pronunci "una condanna ferma di atti di antisemitismo, di rimozione della memoria, di banalizzazione degli orrori degli anni '30 e '40 del '900, in movimenti e partiti della destra etno-nazionalista in Italia e in Europa" e di "atteggiamenti e atti aggressivi diretti contro le comunità Rom e Sinti". Infine la condanna "di atteggiamenti e atti di razzismo contro stranieri e migranti da parte di individui, movimenti organizzati e settori delle pubbliche amministrazioni".

Noi non siamo un partito, non cerchiamo consenso, non riceviamo finanziamenti pubblici, ma stiamo in piedi grazie ai lettori che ogni mattina ci comprano in edicola, guardano il nostro sito o si abbonano a Rep:. Se vi interessa continuare ad ascoltare un'altra campana, magari imperfetta e certi giorni irritante, continuate a farlo con convinzione.



"Hezbollah terroristi islamici". Salvini fa infuriare la Difesa
Claudio Cartaldo - Mar, 11/12/2018

http://www.ilgiornale.it/news/politica/ ... 15069.html

Polemica sulle dichiarazioni del ministro da Israele. Il ministero "preoccupato": "Mettono in difficoltà i nostri uomini"

Su un elicottero Matteo Salvini visita la zona Nord di Israele, dove è andato a vedere i risultati dell'operazione Scudo Nord contro i tunnel scavati dai miliziani di Hezbollah.

Una fotografia lo ritrae a bordo del mezzo militare: "Chi vuole la pace, sostiene il diritto all'esistenza ed alla sicurezza di Israele - dice il ministro dell'Interno in visita ufficiale - Sono appena stato ai confini nord col Libano, dove i terroristi islamici di Hezbollah scavano tunnel e armano missili per attaccare il baluardo della democrazia in questa regione". Frasi che ora rischiano di sollevare una polemica.

"Il terrorismo islamico"

Tutto ruota attorno a quella parola "terroristi". "Per combattere il terrorismo islamico e riportare pace e stabilità, io ci sono", ribadisce il leader della Lega. Parole chiare, che però avrebbero sollevato polemiche nei corridoi del ministero della Difesa e del comando italiano ad Unifil. Fonti citate dall'Adnkronos, infatti, fanno trapelare "preoccupazione" e "imbarazzo" per il post pubblicato dal ministro dell'Interno. "Non vogliamo alzare nessuna polemica, ma tali dichiarazioni mettono in evidente difficoltà i nostri uomini impegnati proprio a Sud nella missione Unifil, lungo la blue line. Questo perché il nostro ruolo super partes, vicini a Israele e al popolo libanese, è sempre stato riconosciuto nell'area. Tra l'altro l'Onu la sua parte la sta già facendo, c'è una missione, si chiama Unifil, da oltre 12 anni, e il comando è oggi sotto la guida italiana per la quarta volta".

Immediata, però, è arrivata la replica del ministro: "Non capisco lo stupore, che ho letto su un'agenzia, per la definizione di Hezbollah come terroristi islamici - ha detto - Se si scavano tunnel sotterranei a decine di metri che sconfinano nel territorio israeliano, non penso lo si faccia per andare a fare la spesa. Sono orgoglioso del sacrificio e del lavoro dei militari presenti non soltanto in Libano, ma a casa mia i terroristi si chiamano terroristi, anche perchè ci sono sentenze della Corte europea".

Anche Di Maio si è schierato con la Difesa: "La missione Unifil in Libano è una delle missioni di pace più importanti che abbiamo nel mondo e soprattutto, come M5S, abbiamo sempre citato quella missione di pace come vero modello di missione super partes. Quello che si doveva dire sulla vicenda l'ha detto il ministero della Difesa. Io mando solo un grande abbraccio ai militari che sono lì. Gli dico di tenere duro e di andare avanti".

Le operazioni di Israele contro i tunnel

Oggi durante l'operazione Scudo Nord i soldati israeliani hanno scoperto un altro tunnel utilizzato da Hezbollah al confine tra Israele e Libano. L'esercito lo ha caricato di esplosivo e ha avvertito tutti che tentare l'ingresso illeale dal Libano è ora "pericoloso". Netanyahu ha minacciato di "dare una risposta molto forte se Hezbollah commette il grave errore e decide di farci del male o resistere al nostro intervento. Subirà colpi inimmaginabili". Le critiche sono rivolte anche al Libano, accusate di non aver saputo impedire la costruzione del tunnel che - spiega Israele - "è un'altra evidente violazione della Risoluzione Onu 1701 e della sovranità israeliana".

Intanto, mentre in Patria crescono le polemiche, Salvini ha incontrato anche l'arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme. "Felice e onorato di incontrarlo di nuovo - ha concluso il ministro - con l'augurio, anche qui, per un Natale di pace e di serenità".



NEGANDO L'EVIDENZA
Niram Ferretti

https://www.facebook.com/permalink.php? ... 4575318063

Come deve essere dura per la sinistra ebraica italiana vedere che Matteo Salvini è ora in Israele, che considera un esempio di avanguardia nella sicurezza e nella preservazione dei confini territoriali. Non contro orde di neonazisti e fascisti, no, ma contro i jihadisti islamici, insomma quelli che, come Hamas e i compagnucci "moderati" di Fatah, non hanno mai accettato l'esistenza di Israele e vorrebbero scomparisse dalla faccia della terra.

Gad Lerner, con quel sorriso irresistibile, simile a quello di Virna Lisi, ha firmato insieme ad altri incliti ebrei uno di quegli appelli di cui vanno ghiotti i custodi della Virtù e della Giustizia, affinchè Salvini rinunci a Satana e dichiari che sì, lui è contro l'antisemitismo e ogni forma di razzismo.

Questo gruppetto di 100 virtuosi allora forse lo considererà diversamente. Loro che, quando Israele si difende, non li sentiamo mai dire che si difende dagli arabi che hanno tentato di annientare Israele in ben tre guerre senza riuscirci e che sotto il dominio del capobastone egiziano Yasser Arafat, hanno seminato morte e distruzione, ma bensì che fa un "uso sproporzionato della forza".

Mai un appello a difesa di Israele o una richiesta di abiurare l'estremismo rivolte ad Abu Mazen, oppure una strigliatina a chi, nel PD, come Massimo D'Alema, oggi rottame politico, ma in passato presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri, ha sempre dipinto Israele come uno Stato canaglia o al defunto Bettino Craxi che paragonava Arafat a Giuseppe Mazzini. Nulla.

Bisognerebbe spiegare loro che i nemici che circondano Israele, non sono Casa Pound o Forza Nuova, da cui certo, bisogna prendere le debite distanze, ma soggetti ben più pericolosi. Stati islamici, e gruppi terroristici come Hamas che non trovano il loro credo nel Manifesto della Razza, ma nel Corano.

Bisognerebbe altresì spiegare loro che tutti gli attentati che in questi hanno insanguinato l'Europa, da Parigi a Berlino, da Londra a Madrid, da Manchester a Nizza, da Berlino a Barcellona, non sono stati perpetrati nel nome di Wotan o del popolo italiano discendente della gloriosa Roma, ma di Allah.

E certo sì, ogni forma di antisemitismo è esecrabile, che sia di destra o di sinistra, blu, bianca o verde, ma soprattutto che il grande problema che attaraversa l'Europa oggi è quello non dei neonazisti o dei neofascisti che vorrebbero ripristinare le leggi razziali e il Terzo Reich, ma dell'immigrazione incontrollata, del fallimento radicale del multiculturalismo e dell'integrazione, e di chi, venendo qui, vuole a tutti i costi preservare una identità religiosa e culturale che si oppone frontalmente al riconoscimento dei valori democratici delle società occidentali.



... e le sinistre danno del fascista a Salvini che simpatizza per gli ebrei, difende la loro causa e va in visita in Israele.
Ale Dayan-Tzu
https://www.facebook.com/ale.dayantzu/p ... 3512484397

Gli ebrei scappano dall'Europa perché hanno paura. Da quando si ostenta e si favorisce una immigrazione di massa da peesi africani, arabi e musulmani, gli ebrei non sono più al sicuro in Europa. Non scappano a causa del falso razzismo e del falso antisemitismo delle Destre Liberali, democratiche e moderne (Centro Destre -pro-Israele), così come dicono e come piacerebbe alle sinistre pseudo-progressiste. No. Scappano a causa delle Estreme Destre Socialiste (antisemite), delle Sinistre ed Estreme Sinistre Socialiste e Liberal (antisemite) e dagli Islamici (antisemitissimi) e che le sinistre coccolano e stanno facendo entrare in Europa a milioni e li fanno prosperare nelle città e addirittura anche nelle istituzioni.

Dove governa la Sinistra prosperano i musulmani e dove prosperano i musulmani, in qualsiasi parte del Mondo, aumenta in maniera esponenziale l'antisemitismo, l'odio viscerale verso gli ebrei, la giudeofobia e la violenza verbale e fisica, fino ad arrivare al loro assassinio, solo perché ebrei.

Per chi segue la politica e la cronaca, nazionale ed estera, questa è una realtà imprescindibile e incontrovertibile e gli ebrei, soppratutto quelli di sinistra, dovrebbero farsene una ragione e prenderne atto.

"Chi vuole la Pace, sostiene il diritto all'esistenza ed alla sicurezza di Israele... l terroristi islamici di Hezbollah scavano tunnel e armano missili per attaccare il baluardo della democrazia in questa regione.
Per combattere il terrorismo islamico e riportare pace e stabilità... per rinsaldare collaborazione e amicizia fra popolo italiano e popolo israeliano: io ci sono.
Aspettiamo che anche Onu e Unione Europea facciano la loro parte." Matteo Salvini

W gli amici di Israele!


Felice di tornare in Israele da ministro, dove incontrerò in questi due giorni il premier Benjamin Netanyahu, esponenti del governo e altre autorità civili e religiose.
https://www.facebook.com/salviniofficia ... 4269355099
Vi aggiorno!


Conferenza stampa di Salvini a Gerusalemme
https://www.facebook.com/salviniofficia ... cation=ufi


Salvini in Israele: "Hezbollah terroristi islamici". Difesa: "Dichiarazioni preoccupanti"
dal nostro inviato CARMELO LOPAPA
2018/12/11

https://www.repubblica.it/politica/2018 ... 7fop5pc0y4

GERUSALEMME - Gli scarponi sono ancora sporchi di fango quando Matteo Salvini arriva nel tardo pomeriggio nella sede del Patriarcato cattolico di Gerusalemme, nel cuore della città vecchia. Lo attende Pierbattista Pizzaballa, il patriarca che aveva già incontrato nel 2016 quando era venuto qui nelle vesti di semplice segretario della Lega e il padrone di casa era Custode di Terrasanta. Gli scarponi però portano i segni di quel che è stata la missione nella missione di questa due giorni in Israele del vicepremier italiano. Una visita con polemica per le dichiarazioni su Hezbollah, definiti "terroristi". Parole che provocano la reazione preoccupata del ministero della Difesa.

Salvini: "Hezbollah terroristi islamici"
Giro in elicottero sul confine con il Libano e perlustrazione della zona attraversata dai cuniculi scavati dai miliziani di Hezbollah e neutralizzati in parte dall'esercito israeliano nell'operazione Scudo Nord. È stato il premier Benjamin Netanyahu, stando a quanto trapela, a spingere perché l'influente ministro italiano si rendesse conto di persona di quella che Tel Aviv ritiene la vera emergenza del Paese: lo scontro con l'esercito super armato di Hezbollah in Libano e quello più sotterraneo con l'Iran. Prima ancora della storica conflittualità con l'Autorità palestinese.

Salvini non se lo fa ripetere due volte. Niente elmetto, ma con cappellino in testa e abbigliamento adatto, si tuffa nell'operazione durata circa due ore, prima in elicottero poi lungo la linea di confine libanese. Documenta a colpi di Tweet, posta una sequenza di foto, poco dopo arriva sul web il suo endorsement che non lascia margini a dubbi sul nuovo posizionamento italiano nello scacchiere mediorientale. "Chi vuole la pace, sostiene il diritto all'esistenza ed alla sicurezza di Israele. Sono appena stato ai confini nord col Libano, dove i terroristi islamici di Hezbollah scavano tunnel e armano missili per attaccare il baluardo della democrazia in questa regione", scrive il ministro dell'Interno.

"Per combattere il terrorismo islamico e riportare pace e stabilità, per un rapporto sempre più stretto fra scuole, università e imprese, per cooperare in ricerca scientifica e sanitaria, per rinsaldare collaborazione e amicizia fra popolo italiano e popolo israeliano: io ci sono. Aspettiamo che anche Onu ed Unione Europea facciano la loro parte", conclude.

Difesa e comando Unifil: "Dichiarazioni preoccupanti"
Queste dichiarazioni provocano reazioni allarmate del ministero della Difesa e del comando italiano. "Non vogliamo alzare nessuna polemica - si afferma - ma tali dichiarazioni mettono in evidente difficoltà i nostri uomini impegnati proprio a Sud nella missione Unifil, lungo la blue line. Questo perché il nostro ruolo super partes, vicini a Israele e al popolo libanese, è sempre stato riconosciuto nell'area". La controreplica di Salvini: "Non capisco lo stupore, che ho letto su un'agenzia, per la definizione di Hezbollah come terroristi islamici. Se si scavano tunnel sotterranei a decine di metri che sconfinano nel territorio israeliano, non penso lo si faccia per andare a fare la spesa".

Di Maio: "I militari tengano duro"
Ma intanto l'altro vicepremier, Luigi Di Maio, si associa alle critiche allungando la lista dei fronti aperti con la Lega: "Hezbollah? La Difesa ha già detto tutto. L'Unifil è una delle missioni di pace più importanti nel mondo e per noi del M5s un modello super partes. Io mando un grande abbraccio ai nostri militari e gli dico di tenere duro e andare avanti".

I rapporti con Israele
Se Netanyahu ha deciso di scommettere su il leader italiano è perché ritiene che la coalizione sovranista avrà un peso non secondario negli assetti europei che prenderanno corpo con le Europee 2019. E avere una sponda di peso a Bruxelles, oltre a quella consolidata con gli Stati Uniti, viene ritenuto decisivo. La prima giornata a Gerusalemme si conclude con l'incontro col ministro della pubblica sicurezza Gilad Erdan all'hotel King David e con la cena ufficiale organizzata dal ministro del turismo Yariv Levin. Prima di una passeggiata notturna per i vicoli della città vecchia della Capitale e una tappa ai piedi del Muro del Pianto. La seconda giornata sarà segnata dalla visita al memoriale dell'Olocausto, lo Yad Vashem (tappa fondamentale per i capi di governo che vogliono essere accreditati quali amici di Israele), e dal faccia a faccia a porte chiuse con il premier Netanyahu, prima del rientro in Italia.


Salvini in Israele: “Hezbollah terroristi”. La Difesa italiana: “Frasi che imbarazzano”
paolo levi
2018/12/11

https://www.lastampa.it/2018/12/11/este ... OG4BmZZ3xE

Matteo Salvini, appena atterrato oggi a Tel Aviv, chiarisce subito in un tweet da che parte sta definendo «terroristi islamici» gli Hezbollah «che scavano tunnel e armano missili». Ma la sua frase allarma la Difesa e provoca la reazione l’altro vicepremier, Di Maio. «Non vogliamo alzare nessuna polemica - puntualizza il ministero della Difesa in una nota - però tali dichiarazioni mettono in evidente difficoltà i nostri uomini impegnati proprio a Sud nella missione Unifil, lungo la blue line. Questo perché il nostro ruolo super partes, vicini a Israele e al popolo libanese, è sempre stato riconosciuto nell’area». Imbarazzo arriva anche dal comando italiano ad Unifil. Mentre Di Maio dice: «Chiederò chiarimenti a Matteo Salvini: deve tornare da dove sta, lo incontrerò e gli chiederò chiarimenti: mi pare che lui abbia detto che non minimizza. Mi fa piacere che non minimizzi questa vicenda perché noi non minimizziamo». MA Salvini - a sua volta - si stupisce dello stupore della Difesa e da Gerusalemme, in conferenza stampa, ribatte: «Se si scavano tunnel sotterranei a decine di metri che sconfinano nel territorio israeliano, non penso si faccia per andare a fare la spesa».

In volo sopra i tunnel

Con cuffia anti-rumore sulle orecchie, stamattina il vicepremier leghista ha sorvolato a bordo di un elicottero militare i tunnel costruiti da Hezbollah nel nord di Israele. Salvini li ha poi visitati di persona. «Chi vuole la pace, sostiene il diritto all’esistenza ed alla sicurezza di Israele. Sono appena stato ai confini nord col Libano, dove i terroristi islamici di Hezbollah scavano tunnel per attaccare il baluardo della democrazia in questa regione. Per combattere il terrorismo islamico e riportare pace e stabilità, per un rapporto sempre più stretto fra scuole, università ed imprese, per cooperare in ricerca scientifica e sanitaria, per rinsaldare collaborazione e amicizia fra popolo italiano e popolo israeliano: io ci sono. Aspettiamo che anche Onu e Unione Europea facciano la loro parte», dice il ministro dell’Interno.

La visita che conferma un legame

La sua visita in Israele ha infatti un significato particolare. Non solo per le questioni legate alla sicurezza e all’antiterrorismo (stasera incontra tra gli altri il ministro della pubblica sicurezza Gilad Erdan) ma soprattutto per il grado di amicizia che intende esprimere al governo guidato da Benjamin Netanyahu e riceve in cambio. E già dal primo atto di accoglienza, cioè il volo in una zona ad alta sensibilità militare, il forte legame e la fiducia è confermato.

«Sono felice di tornare in Israele da ministro», ha twittato mentre si trovava in elicottero. Magari un giorno spera di tornarci da presidente del Consiglio e potrebbe augurarselo lo stesso Netanyahu: tra i due ci sono sintonie su diverse questioni. Il premier israeliano non si è curato delle critiche dei suoi oppositori di sinistra si sono scatenati contro Salvini definendolo neo-fascista. Anzi, l’accoglienza è ancora più calorosa se fosse possibile.

È una visita dal sapore politico che incrocia molte questioni anche internazionali. Non è indifferente a Tel Aviv il feeling di Salvini con Putin che qui è visto come una sponda «amica» per legare le mani all’Iran.
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Ebrei di sinistra, sinistre mostruosità umane assai razziste

Messaggioda Berto » dom dic 09, 2018 10:44 am

"Da ebrea e democratica mi batto contro una misura ingiusta e pericolosa". Intervista a Tzipi Livni sulla legge su Israele "Stato-nazione ebraica"
U. De Giovannangeli
2018/08/11

https://www.huffingtonpost.it/2018/08/1 ... sZmyNk22cU

Non ha dubbi: "Le prossime elezioni saranno un referendum sulla Dichiarazione d'Indipendenza, sui valori, i principi, che furono a fondamento della nascita dello Stato d'Israele. Una visione che la legge su Israele 'Stato-nazione ebraica' stravolge, e non perché riafferma l'identità ebraica come perno della nostra identità nazionale, ma perché fa di questa riaffermazione elemento di discrimine, di esclusione, l'esatto contrario di ciò che la Dichiarazione d'Indipendenza ha sancito. Settant'anni dopo, quella Dichiarazione resta per tanti noi il pilastro su cui si regge ciò di cui, giustamente, andiamo orgogliosi: il nostro essere Stato democratico".
A sostenerlo, in questa intervista concessa all'HuffPost, è una delle figure più rappresentative della politica israeliana: Tzipi Livni.

È la sua biografia pubblica a dar conto di ciò che ha rappresentato e continua a rappresentare nella politica d'Israele. Da poco sessantenne, Tziporah (in ebraico significa usignolo) "Tzipi" Livni nasce da una famiglia di eminenti sionisti di destra (suo padre fu ufficiale dell'Irgun, e poi parlamentare della Knesset per il partito di destra Herut). La giovane Livni, già brillante agente del Mossad, iniziò la sua militanza nel Likud, e, ironia della sorte, ebbe in Benjamin Netanyahu uno dei suoi primi mentori. La sua carriera di governo è fulminea e sempre sotto l'ala protettrice di Netanyahu. Quando "Bibi" assume per la prima volta l'incarico di premier, dal 1996 al 1999, vuole Livni a capo del programma di privatizzazione. Il sodalizio va avanti fino all'anno fatale: il 2005. L'estate di quell'anno fu caldissima, per certi versi drammatica, per Israele. L'allora primo ministro, Ariel Sharon, ordina l'evacuazione da Gaza e lo smantellamento di undici insediamenti ebraici nella Striscia. La destra oltranzista e l'ala dura del movimento dei coloni insorgono. Mai come in quelle settimane, che chi scrive visse sul fronte, Israele sembrava a un passo dalla guerra civile.

Il Likud si spacca: Netanyahu accusa Sharon di una scelta irresponsabile, che mettere a repentaglio la sicurezza stessa d'Israele. Tzipi Livni non ha dubbi: si schiera con Sharon, e con lei il futuro premier Ehud Olmert. Assieme, fondano il partito di centro Kadima che, anche sull'onda dell'emozione per l'ictus che colpisce Sharon, e dal quale "Arik" non si riprenderà più, diviene il primo partito alle elezioni legislative. Ma le fortune di Kadima durano poco. Senza Sharon, la giovane forza politica si frantuma, e allora Livni dà vita, nel 2012, ad una nuova forza politica, Ha'Tnuah (Il Movimento) che ha tra i suoi punti qualificanti la ricerca di una "pace nella sicurezza", che assume a sfondamento la formula "due popoli, due Stati". Tra gli incarichi di governo che ha ricoperto, quelli di ministra degli Esteri, ministra dell'Edilizia, ministra per gli immigrati e, per due volte, ministra della Giustizia. È stata ad un passo dal diventare la seconda donna primo ministro nella storia d'Israele, dopo Golda Meir. Nelle elezioni del 2015, Livni ha dato vita con il partito Laburista all'Alleanza Sionista. Dopo che Herzog, sconfitto alle primarie del Labour da Avi Gabbay, che non è parlamentare, Livni è diventata la leader dell'opposizione alla Knesset. È stata lei a motivare le ragioni del "no" alla legge sullo Stato-nazione ebraica, ed è stata lei a prendere la parola alla grande manifestazione (quasi 100mila) organizzata in Piazza Rabin a Tel Aviv dai Drusi israeliani. Dal palco, Tzipi Livni ha fatto una solenne promessa. Che ribadisce nell'intervista ad HuffPost: una volta tornata al governo opererà affinché quella legge "ingiusta, pericolosa, discriminatoria sia subito sostituita, proclamando al suo posto come legge fondamentale la "Dichiarazione di indipendenza" di Israele che garantisce piena eguaglianza a tutte le minoranze etniche.

Un appello di centinaia di intellettuali, la protesta della comunità degli arabi israeliani (quasi il 20% della popolazione), e ora anche quella dei Drusi. Tutti contro la legge sullo "Stato nazione ebraica", approvata a maggioranza dalla Knesset. Cosa c'è che non va in questa legge, visto che Israele nasce come focolaio nazionale ebraico?

Nasce dalla convinzione che così come è stata pensata, formulata, imposta, questa legge rischia seriamente di minare il carattere democratico d'Israele. Vede, recentemente mi sono fatta promotrice di una riunione a cui hanno partecipato i rappresentanti di oltre 40 organizzazioni della società civile attive su una gamma molto vasta di campi. Di solito, queste organizzazioni non si trovano d'accordo su tante cose. Stavolta, però, l'unità è stata totale. Perché quando si tratta di difendere la natura dello Stato d'Israele, presidiare i suoi valori fondanti, le divergenze vengono messe da parte e al centro si mette ciò che unisce. Il bene più prezioso: la nostra identità democratica. Una identità, non mi stanco mai di sottolinearlo, che non è in contrasto con l'affermazione dell'ebraicità d' Israele. La gravissima forzatura imposta dalle destre è quella di aver contrapposto questi due elementi, assolutizzando il secondo rispetto al primo. Così facendo non solo si mette a rischio la coesione nazionale ma si infligge una ferita mortale a quello che era e deve restare la Carta fondativa d'Israele: la Dichiarazione d'Indipendenza. In quella Dichiarazione, la natura democratica dello Stato d'Israele si fonda con l'affermazione d'Israele come focolaio ebraico. Quella dei padri fondatori dello Stato, il principio dell'inclusione, dell'apertura verso l'altro da sé, era un carattere precipuo dell'ebraismo e non qualcosa che avrebbe dovuto discriminare altri cittadini. Coloro che hanno usato l'essere Ebrei come arma di divisione hanno svilito l'essenza stessa dell'ebraismo, e di questo ne sono state consapevoli tante comunità della Diaspora che hanno apertamente criticato questa forzatura.

In effetti, l'approvazione di questa legge ha segnato un punto di crisi molto profondo nelle relazioni tra Israele e la Diaspora: gli ebrei progressisti, riformatori, che rappresentano la stragrande maggioranza al di fuori di Israele, sono sempre più preoccupati per la direzione che il Paese sta prendendo, sia sul piano religioso che su quello politico.

Condivido e faccio mie queste preoccupazioni, espresse con generosità da tanti che hanno sempre dimostrato con i fatti di essere dalla parte d'Israele. Essere lo Stato-nazione del popolo ebraico dovrebbe significare rappresentare anche gli ebrei del mondo. So che molti ebrei che vivono all'estero oggi - in particolare i giovani - si sentono molto alienati dallo Stato di Israele a causa di determinate tendenze che si sono determinate. Quello che sto cercando di fare è di invertire queste tendenze. In questo modo, credo di servire anche loro.

In una intervista concessa ad HuffPost, il grande storico israeliano, Zeev Sternhell, ha definito questa legge come la tomba del sionismo. È anche Lei di questo avviso?

Della considerazione del professor Sterhnell colgo il grido d'allarme, una preoccupazione sincera, ma non le conclusioni a cui giunge. In ogni incarico che ho svolto, ho sempre cercato di rappresentare il sionismo come ritengo sia rappresentato nella Dichiarazione di indipendenza. Per me Israele è lo stato-nazione del popolo ebraico, ma deve esserci l'uguaglianza per tutti i cittadini...

Non è questa la posizione dei rappresentanti della comunità degli arabi israeliani.

Lo so bene e ho ascoltato con grande attenzione gli interventi e le dichiarazioni critiche dei leader della comunità o della maggioranza di essa. Li rispetto ma non li condivido. Non so quantizzare il fenomeno, ma so di certo che arabi in Israele, così come alcuni dei loro rappresentanti in parlamento, non sono disposti ad accettare Israele come stato-nazione del popolo ebraico. Come leader dell'opposizione, continuerò a lottare per i loro diritti di vivere come cittadini con uguali diritti, ma non posso identificarmi con la loro richiesta di soddisfare le loro aspirazioni nazionali come palestinesi in Israele.

Da leader di opposizione, ritiene emendabile questa legge?

Direi proprio di no. Perché ciò che non va è l'impianto d'insieme, è la logica che la sottende. Il mio impegno è altro: se torneremo al governo, il primo atto sarà quello di sostituire questa legge ingiusta e discriminatoria, con la Dichiarazione d'indipendenza: sarà questa la nostra legge fondamentale.

Nel corso della sua lunga esperienza di governo, Lei ha guidato anche una delegazione israeliana ai negoziati con l'Autorità nazionale palestinese del presidente Abu Mazen. Crede ancora ad una pace fondata sulla soluzione a "due Stati"?

Resto convinta che 'due Stati per due popoli' sia nell'interesse d'Israele. Un investimento sul futuro. E così dovrebbe essere anche per i Palestinesi, i quali dovrebbero imparare la lezione della Storia, anche di quella israeliana. Ben Gurion fu un grande statista, il padre della patria, perché comprese che certe rinunce, anche dolorose, erano il prezzo da pagare per realizzare il sogno di uno Stato ebraico. Spero che un leader palestinese abbia lo stesso coraggio e la stessa lungimiranza.


Democrazia etnica, apartheid e dhimmitudine
viewtopic.php?f=141&t=2558


Alberto Pento

Credo che questi "democratici sinistri e centristi" siano o coscienti e irresponsabili/criminali manipolatori o non abbiano piena coscienza del fatto che la democrazia in un qualsiasi paese/stato del mondo, affinché possa sensatamente esistere garantendo a tutti gli stessi diritti politici, deve avere una base di valori fondanti e inalienabili condivisa da tutti i suoi cittadini, le sue comunità e le sue etnie, cosa che manca assolutamente in Israele alla sua componente maomettana che per ideologia e fede politico-religiosa esclude in modo tassativo la diversità religiosa e di pensiero e il rispetto altrettanto assoluto per queste diversità, come ben si può riscontrare in ogni paese a prevalenza maomettana.
Questa base è costituita dal nucleo dei valori, dei doveri e dei diritti umani naturali, universali e civili che i maomettani "tutti" non riconoscono minimamente;
questa base condivisa dovrebbe inoltre contenere una tendenza naturale alla fusione etnico-culturale e non precluderla e ostacolarla creando o alimentando ghetti e contrapposizioni etniche e religiose.
La manipolazione ideologico-politica o la mancanza di questa coscienza rende questi "democratici sinistri e centristi" estremamente pericolosi al pari se non più dei nemici.
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Ebrei di sinistra, sinistre mostruosità umane assai razziste

Messaggioda Berto » dom dic 09, 2018 8:08 pm

OTRE PIENO DI PAROLE ALTRUI
Niram Ferretti
9 dicembre 2018

https://www.facebook.com/permalink.php? ... 4575318063

Moni Ovadia, è quello che è, un individuo privo del minimo senso del ridicolo, se no non potrebbe dire le cose che dice senza provare immediatamente un senso di lacerante pena. Ma non è solo questo, ovviamente, è l'ebreo della corte televisiva, dove spiega a tutti che cos'è l'ebraismo, cioè Lui incarnato, indicando chi sono gli ebrei buoni e degni, quelli filopalestinesi e con il pugno chiuso, e chi sono gli ebrei cattivi, quelli che vivono negli insediamenti in Giudea e Samaria e votano Netanyahu.

Sul "Manifesto" di oggi, attacca Matteo Salvini per la sua prossima visita in Israele, regalandoci, su Israele, le solite perle della sinistra estremista: "nazione segregazionista, colonialista e razzista...campione di violenza e rappresaglia".

Ma l'abiezione è a fine articolo che arriva, dove scrive:

“Ma se gli ebrei del tempo di Hitler fossero stati come gli israeliani alla Netanyahu, i nazisti avrebbero progettato la Endlösung? La mia risposta è: non credo”.

In altre parole, per Ovadia "gli israeliani alla Netanyahu" sono esattamente come i nazisti, sono nazisti.

Nessuna sorpresa alla fine. Ovadia, in quanto saltimbanco, è un parlato, non un parlante, è il risultato di testi altrui, di cui lui è solo il portavoce, la marionetta da ventriloquo.

In questo caso è il portavoce delle parole d'ordine della sua amata Unione Sovietica. Fu infatti lì che vennero forgiate, nelle fucine moscovite, le parole che ancora oggi demonizzano Israele, "razzista", "colonialista", "nazista".

Lui, le ripete, ogni volta che può. Come i cani da riporto sa consegnare sempre la preda ai suoi padroni.
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Ebrei di sinistra, sinistre mostruosità umane assai razziste

Messaggioda Berto » lun dic 10, 2018 5:00 am

???

Perché così tanti ebrei da Israele tornano in Germania
di Wlodek Goldkorn
2017/11/02

http://espresso.repubblica.it/internazi ... a-1.312972

Berlino, Kreuzberg, quartiere fino al 1989 a ridosso del Muro, nelle strade insegne di negozi con nomi islamici; in un salotto di un elegante appartamento, tra buoni vini e ottimi cibi forniti da un ristorante di proprietà di una greca fuggita dalla parte della Cipro occupata dai turchi, c’è una dozzina di israeliani. Non sono ebrei della Diaspora, russi e ucraini, approdati nella capitale tedesca nel quadro del progetto della ricostruzione di una Germania multiculturale per dar testimonianza della solidità della democrazia nel Paese che fu di Hitler.

La dozzina degli astanti sono invece persone nate in Israele; cresciute fra Tel Aviv, Haifa, Gerusalemme e kibbutz vari. La proprietaria della casa, la scrittrice Lizzie Doron, figlia di una donna scampata ad Auschwitz (e che la memoria e la follia della madre ha trasformato in letteratura) dice: «Quelli che venivano da qui, in Israele erano considerati “coloro che arrivano dall’Inferno”. Eccoci invece tornati all’Inferno».

Non nelle fiamme attizzate dai diavoli, ma con piattini di moussaka e bicchieri di Falanghina in mano, c’è un businessman del ramo immobiliare, un avvocato internazionale e il suo compagno di vita artista affermato; c’è un maestro di yoga; un musicista che suonava con Daniel Barenboim (anche lui israeliano a Berlino) e poi un ex attivista politico, una funzionaria della Knesset in pensione e via elencando.

Fa un effetto straniante confrontare le loro comode vite (nessuno qui è povero) con il primo soggetto della conversazione: i passaporti e le ambasciate. Dunque, gli austriaci sono ora di manica più larga dopo decenni di tirchieria, ai discendenti dei sudditi dell’ex Impero in certi casi ridanno la cittadinanza; i romeni invece no; i polacchi se hai avuto un genitore nato lì, i documenti te li rilasciano, ma bisogna insistere; se vuoi diventare maltese devi spendere denaro.

Qualcuno confessa: «Io comunque il passaporto tedesco l’ho preso». Ma come? Cittadini di una nazione che doveva porre fine ai duemila anni di erranza dei senzapatria parlano come se fossero ebrei in fuga, da queste parti, negli anni Trenta del secolo scorso? Ecco, ce ne sono oggi, nessuno sa il numero preciso, almeno 20 mila, ma c’è chi dice 30 mila israeliani nella capitale che fu del Führer, di Goering e Himmler e Goebbels e dove vennero concepite Auschwitz e Birkenau, Treblinka e Sobibor. Paradossi della storia? Vedremo. Ma intanto, perché sono qui? E la loro permanenza ha qualcosa da insegnarci sui corsi e ricorsi della storia e sulla libertà di scelta di noi umani?

Realizzata da Ari Folman (già regista del film d'animazione 'Valzer con Bashir') e David Polonsky, la graphic novel appena uscita anche in Italia racconta i 743 giorni della giovane ebrea tedesca ne 'l'alloggio segreto' di Amsterdam, per sfuggire alla cattura dei nazisti e la sua tragica fine in un lager. Un modo nuovo per far conoscere la sua storia ai più giovani

Per tentare di dare una risposta a queste (e altre) domande spostiamoci al Museo ebraico, a due passi dal Reichstag. Quando la Germania venne riunificata i politici tedeschi sentirono la necessità di assumersi la memoria del popolo assassinato (ci torneremo) e così nel pieno centro della capitale sorse il memoriale alle vittime della Shoah costruito da Peter Eisenmann, una selva di pietre, e il Museo appunto, disegnato da Daniel Libeskind, dalle pareti e pavimenti inclinati in modo da creare una sensazione di instabilità. Ma la cosa che più colpisce è la scala all’entrata.

Il visitatore, prima ancora di vedere le sale in cui si narrano gli splendori dell’ebraismo tedesco tra banchieri, poeti, filosofi, uomini e donne dell’Illuminismo, scienziati di fama ed editori di pregio; ecco prima di vedere tutto questo il visitatore sale una ripida scala che finisce non con un’apertura verso gli spazi dell’esposizione, ma con un muro di grezzo cemento armato. È un modo per dire: tutto quello che vedrai sono cose di prima della fine del mondo; dopo c’è solo un muro e anzi, la Germania non è altro che un muro contro cui sbattere, se non si sta attenti.

E allora, forse quei 20 o 30 mila israeliani venuti qui non per fuggire dalla miseria dell’Est post-comunista, ma arrivati da un Paese ricco, forte, dotato da una cultura stupenda, sono in realtà persone che hanno deciso che anche il muro di Libeskind andasse demolito. C’è qualcosa di strano nella memoria degli israeliani. Fania Oz-Salzberger, storica e figlia dello scrittore Amos ha vissuto un anno qui, per via di una borsa di studio. Nel libro che ha prodotto sugli israeliani nella capitale tedesca dice fin dalle prime pagine che Tel Aviv è figlia di Berlino. E cita i padri e le madri della letteratura israeliana che qui, prima dell’avvento del nazismo, ma già sionisti convinti, hanno trascorso anni formativi e fondamentali; dal premio Nobel Shmuel Agnon alla struggente e intelligentissima poetessa Lea Goldberg. Ecco, Berlino è una città anche israeliana. Uno strano intreccio e abbraccio della storia.

Tal Alon è giornalista. Ha 42 anni e dirige “Spitz” (apice), «la prima rivista in ebraico a Berlino dopo la Shoah», come ama sottolineare. I suoi nonni giunsero in Palestina negli anni Trenta, dall’Europa centrale. La sua è una storia lunga è complessa, è arrivata a Berlino seguendo suo marito, tedesco cresciuto fin da bambino in Israele. Ma comunque (e la cosa la raccontano un po’ tutti gli interlocutori) il paesaggio, tra boschi e odori, di questa parte del Vecchio Continente le è familiare, come se stesse da sempre qui.

Forse certe memorie in famiglia appunto, anche visive e di olfatto, passano per osmosi. In ogni caso, di “Spitz” sono usciti venti numeri su carta stampata, e sottolinea, «proprio qui a Berlino è importante la materialità della carta». Sorride e riflette sulla distanza da Israele che rende alcune cose più comprensibili, o forse più normali: «Non voglio essere tedesca», dice, «preferisco restare ospite, ma qui sto bene. Solo qui ho capito, guardando i miei figli e i loro compagni di scuola, quanto strano fosse che in Israele io non avessi neanche un amico arabo o musulmano».

E la memoria? La domanda è insidiosa, e implica l’ipotesi per cui la normalità è solo un’apparenza e anche un po’ perversa. E per essere espliciti: il fatto che al centro della capitale ci siano monumenti dedicati alle vittime non finisce paradossalmente per integrare la memoria degli assassinati, nella narrazione (democratica e liberale) dei discendenti degli assassini? Insomma, non è che i tedeschi abusino degli ebrei morti nei Lager, mettendo in mostra la propria cura per la loro memoria e tutto questo per legittimare se stessi? Alon riflette a lungo; poi da donna nata 40 anni dopo la liberazione di Auschwitz e ormai terza generazione in Israele dice pragmaticamente: «Preferisco l’eccesso della memoria alla sottrazione. Perché in quell’eccesso c’è l’assunzione della responsabilità. Ed è per questo che un’israeliana può tranquillamente sentirsi di casa a Berlino, senza essere tedesca».

Scrive, nel suo bel libro Fania Oz-Sulzberger: «Qui si riesce a misurare la nostalgia dell’Europa degli israeliani, il suo fascino e la sua forza d’attrazione». Insomma, Berlino, la nuova Terra promessa, altro che Inferno. Dell’inferno, ricordiamocelo ha parlato Lizzie Doron, la padrona del salotto di Kreuzberg («ci vediamo ogni due mesi») e che per chi frequenta una certa letteratura richiama l’associazione con un altro salotto berlinese, di Rahel Varnhagen, intellettuale ebrea a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, convertita al cristianesimo cui dedicò un libro Hannah Arendt.

E allora, che cosa ci fanno gli israeliani a Berlino? La prima risposta è sorprendente: «Molti vengono con l’idea, “ci spetta, dopo quello che i tedeschi hanno fatto a noi”». Poi confessa: «Io sono qui perché, da scrittrice, per tutta la vita ho voluto capire i motivi per cui la gente odia i propri simili». Precisa: «Qui l’odio non ha più luogo, in nessun’altra città e in nessun altro Paese i miei libri hanno avuto tanto successo e sono stati così ben compresi come qui». Doron, l’abbiamo già detto, ha pubblicato romanzi-memoir dedicati ai ricordi di Auschwitz di sua madre (in Italia con Giuntina). Ora ha scritto un libro sui rapporti coi palestinesi (“Cinecittà”, sempre Giuntina), un testo duro e brutale. «In Israele nessuno lo ha voluto pubblicare», si arrabbia, «mi hanno detto: il tuo tema è la Shoah, continua a raccontare i Lager e la memoria. E io rispondo: ma dopo 50 anni di occupazione militare come faccio a non parlarne, come faccio a non riflettere sull’odio, in questa versione della storia?». Ecco, Berlino, racconta Doron, le ha permesso di vivere da persona libera, che può narrare quel che vuole. E anche: «Mia mamma, reduce di Auschwitz diceva: meglio avere due patrie che una sola. Per me Berlino è il luogo dell’anima».

Ferma l’eloquio, guarda negli occhi l’interlocutore, cerca le parole giuste: «Il grande pregio dei tedeschi, rispetto ai francesi o polacchi o austriaci, è che qui tutti (forse ad eccezione del pubblico della destra dell’Afd, ma in fondo sono pochi) riflettono sul passato non per assolversi ma per capire l’origine universale dell’odio». Confessa: «Ho cercato una donna delle pulizie. L’ho chiesto a un’amica tedesca discendente di una famiglia dei nazisti. Lei mi disse che va in giro a pulire le case degli ebrei; è la sua espiazione». E allora? «E allora, in quell’abbraccio tra noi, gli israeliani (e parlo più da israeliana che da ebrea) e i tedeschi, bisogna stare attenti a un ineffabile limite, che non va oltrepassato. Ma comunque qui sto di casa».

Di casa sta a Berlino anche Oz Ben-David, un nome è un cognome che rimandano a un Israele dei suoi primi anni, quando ai cittadini in missione all’estero il governo imponeva di assumere nomi e cognomi appunto che fossero espressione dell’idea dell’ebreo nuovo, creato in Terra dei Padri e che ha rotto i legami con il passato diasporico; o forse a certa letteratura, in cui le spie del Mossad si presentavano così. Oz Ben-David significa Forza Figlio di Davide. Lui ha 37 anni, un passato di destra, truppe scelte dell’esercito, e di colono ad Ariel, città israeliana in mezzo alla Cisgiordania palestinese.

A Berlino, assieme a un palestinese, Jalal Dabit, ha aperto un piccolo ristorante che serve l’hummus (purea di ceci) più buono dell’universo mondo. Cibo come progetto politico (e lui conferma), ma poi c’è la location. Il ristorante, Kanaan, si trova a Prenzlauerberg, un quartiere dell’Est. L’arredamento e anche la baracca (perché sta in una baracca) sono sempre quelli dei tempi del comunismo, precisa. Attorno un ambiente che richiama gli anni Cinquanta. Una passerella sopra la ferrovia ed edifici dall’intonaco scrostato, con nei mattoni segni delle pallottole dei soldati dell’Armata rossa, in marcia verso il bunker del Führer (nel frattempo suicida).

Dice Dan Diner, storico tedesco e israeliano, fine intellettuale spesso interpellato dall’Espresso: «Gli israeliani che vengono qui sono, per usare un termine di Walter Benjamin, dei flâneur nel tempo». Spiega: «In questa capitale, e solo in questa, a differenza di tutte le altre in Europa, convergono la semantica e i simboli dei passati diversi. A causa del Muro, qui il tempo restò congelato». Continua: «In Israele il passato è un racconto astratto, narrazione dei genitori, lettura dei libri, qualche foto o filmato. Ma il Paese è nuovo. Qui a Berlino invece la memoria si traduce in oggetti e edifici, che appunto per decenni sono rimasti intatti, perché qui era l’epicentro dello scontro Est-Ovest e tutto doveva restare come era».

E anche: «Gli israeliani che vengono qui, non mettono radici. Sono dei perfetti viandanti; avanguardie della condizione post-moderna di tutti gli esseri umani». Tradotto in parole semplici: la post-modernità ha prodotto la figura del nomade, che a differenza della modernità non sceglie una sola e solida identità (ci riflettano gli oppositori dello ius soli); e per uno strano e mostruoso caso della storia, quella condizione arriva alla sua massima e più chiara definizione nella situazione dei 20 o 30 mila israeliani a Berlino.

Il resto è solo una serie di commenti: Shai Ordan, l’avvocato internazionale, poco più che quarantenne, sesta generazione di persone nate in Terra d’Israele, con antenati dalla parte materna da 400 anni ad Amburgo, dice che era arrivato qui a seguito del suo compagno di vita («aveva una borsa di studio di un anno, pensavo di stargli accanto per sei mesi») e invece è rimasto. Apprezza due cose: «la prima, da avvocato mediatore di famiglie composte da persone di varie nazionalità, ho capito che il futuro dell’umanità sta non in una specie di melting pot o di amalgama (come si pretende in Israele) ma nel rispetto anche conflittuale delle diversità».

La Terra promessa e i tempi del Messia sono solo espressioni utopiche. E la seconda? «Riguarda la cultura gay, ma non solo. In Israele, considerato un specie di paradiso degli omosessuali, non siamo, a causa dell’occupazione, della minaccia esistenziale vera e del razzismo altrettanto vero, in grado di riflettere sulle cose profonde. Ci fermiamo in superficie Da noi, il gay è ancora un giovane bello e atletico. Qui a Berlino, non più. Qui i gay sono come tutti gli altri».

Efrat Alony, 42enne cantante jazz la vede forse un po’ diversamente degli altri. Intanto, lei nata a Haifa, famiglia proveniente dall’Iraq, a Berlino vive da una ventina di anni. E con questo potremmo concludere, se non richiamando (ancora una volta) Oz Sulzberger, che a sua volta cita Nathan Alterman, un poeta amatissimo da suo padre e uno dei creatori del mito dell’uomo nuovo sionista . Alterman, scrive Fania Oz-Salzberger, considerava le città commerciali come «sorde e dolorose».

Le persone nate e cresciute nella città ideale di Alterman, in una città sorda e dolorosa come Berlino, hanno invece trovato voce e conforto. All’uscita dal museo di Libeskind, c’è un video sul processo ai boia di Auschwitz, a Francoforte a metà anni Sessanta. Hannah Arendt, elegantissima, seduta in poltrona spiega: «Tutto quello non sarebbe dovuto succedere». Rimpianto di un’illuminista e viatico per la generazione dei futuri viandanti nel tempo.



Germania, boom antisemitismo. La comunità ebraica: "Non portate la kippah"
Renato Zuccheri - Mer, 25/04/2018

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/ger ... 19361.html

Germania, dopo l'ultimo episodio di violenza contro due ragazzi ad opera di profughi siriani, il capo della comunità ebraica lancia l'allarme: "Non portate la kippah nella grandi città"

In Germania è boom di episodi di antisemitismo. E il presidente del Consiglio centrale degli ebrei, Josef Schuster, lancia un inquietante monito a tutti i cittadini di religione ebraica: "non portate la kippah nelle grandi città tedesche".

Un incubo che riaffiora in un Paese che non ha mai dimenticato quanto avvenuto durante il nazismo. E che adesso ritorna ma sotto altre spoglie, quello delle bande violente che girano per la città.

L' ultimo episodio di violenza è avvenuto la scorsa settimana, in pieno centro a Berlino. Due ragazzi di 21 e 24 anni, di cui uno arabo-israeliano, sono stati aggrediti da tre giovani che parlavano arabo. La loro colpa? Portare il noto copricapo ebraico. Mentre due di loro colpivano i ragazzi, un altro filmava con il cellulare. La polizia ha fermato uno degli aggressori e l'ha identificato come un profugo siriano.

Ma la cosa non è finita lì. Sui social, non appena postato il video della violenza, sono apparse subito reazioni di gioia da parte dei commentatori musulmani. Un fatto che preoccupa forse anche più dell'aggressione stessa. "La reazione giusta sarebbe in principio quella di essere testardi e farsi riconoscere" ha detto Schuster. Ma a quale prezzo? Per questo, meglio mimetizzarsi. "Siamo arrivati a una svolta e spero che la maggioranza della società lo capisca: se non ci opponiamo con forza all'antisemitismo, in ultima analisi si pone un pericolo per la nostra democrazia".

L' attacco di Prenzlauer Berg, che ha visto coinvolti i due giovani, ha scatenato l'indignazione dell'opinione pubblica, ma anche un serio dibattito politico. La cancelliera Angela Merkel ha chiesto di non gettare subito le accuse contro i musulmani. La violenza è stata opera di profughi siriani, ma per la Merkel il problema non discende dall'arrivo di milioni di rifugiati. Ed è anche normale che lo dica, visto che è stata l'artefice dell'arrivo di questo fiume di persone.

Felix Klein, commissario speciale del governo per la lotta contro l' antisemitismo, ha detto il 90% degli attacchi antisemiti registrati dalla polizia nel 2017 sono stati compiuti da estremisti della destra neonazista. Quindi si è cercato subito di ricordare come vi sia un problema molto più profondo nella rinascita di sentimento legati al nazismo. Ma va anche detto che non si può ignorare il problema legato ai musulmani. In molte scuole di numerose città tedesche, i ragazzini ebrei vengono fatti oggetto di bullismo da parte dei coetanei di origine musulmana.

Lo stesso Klein ammette che "l' antisemitismo musulmano è probabilmente più forte di quanto non dicano le statistiche". Il presidente del Consiglio centrale islamico, Aiman Mazyek, ha affermato di "prendere molto seriamente il fatto che alcuni profughi abbiano atteggiamenti antisemiti". La comunità islamica ha proposto iniziative congiunte di imam e rabbini per promuovere il dialogo e la tolleranza. Ma la situazione, in Germania, sembra essere molto più profonda.



“Via gli ebrei dalla Germania”. Una ondata di attacchi antisemiti sciocca il paese
di Giulio Meotti
2018/07/14

https://www.ilfoglio.it/esteri/2018/07/ ... ese-205586

Roma. È sulla Faz di questa settimana che Michael Hanfeld ha denunciato l’assuefazione tedesca all’antisemitismo: “Nel fine settimana a Berlino, un ebreo è stato picchiato da un gruppo di persone perché indossava una collana con la stella di David. La polizia ha arrestato sette uomini e tre donne, siriani. La vittima ha subìto una lacerazione alla testa. L’atto non ha smosso molti sentimenti. Dopo l’attacco lanciato da due giovani, a Prenzlauer Berg, su un diciannovenne a metà aprile, duemilacinquecento persone si sono ritrovate per la marcia di solidarietà ‘Berlino indossa la kippah’. Quasi tre mesi dopo, manca un tale gesto. E anche la risposta dei media all’attacco è bassa. Ciò dimostra quanto sia superficiale la presunta sensibilità all’antisemitismo. L’antisemitismo sta diventando un fenomeno quotidiano”.

In una settimana, la Germania è stata scioccata da ben tre aggressioni antisemite di alto profilo in tre diverse città del paese. Un professore israeliano di cinquant’anni è stato assalito da un tedesco di origini palestinesi che gli ha tolto di testa la kippah e lo ha spinto mentre urlava: “Nessun ebreo in Germania”. Prima un rabbino di Offenbach è stato vittima di un assalto fuori dalla sinagoga. “Hanno urlato, ‘ebrei di m...a’ e ‘Free Palestine’ e altre cose contro di me”, ha detto il rabbino Menachem Mendel Gurevitch. “Di solito ignoro cose del genere, ma questa volta ho deciso di provare a parlare con loro. Ma più parlavo, più mi urlavano”. Poi il rabbino ha confessato: “I miei figli non vogliono camminare con me se indosso una kippah perché sono spaventati”.

Poche ore prima, un ragazzo con la stella di Davide è stato attaccato e colpito in un parco della capitale. Intanto prendeva corpo la storia del bullismo subìto dagli studenti ebrei al liceo d’élite berlinese John F. Kennedy, frequentata dai rampolli della Berlino bene. E non era ancora calata l’indignazione per la sorte subìta dal ristorante israeliano di Feinberg, che aveva ricevuto messaggi di odio e minacce di morte. Ad aprile, un video aveva fatto il giro del mondo. Un ragazzo arabo israeliano si ers messo la kippah per vedere cosa sarebbe successo a passeggiare per le strade di un quartiere bene di Berlino. Un ragazzo siriano lo ha colpito a cinghiate al grido di “ebreo”.

Adesso il commissario federale per l’antisemitismo, Felix Klein, vuole che gli incidenti antisemiti siano registrati a livello nazionale. Ieri intanto Margaret Taub, presidente della comunità ebraica di Bonn, ha invitato i correligionari a non indossare più i simboli ebraici in pubblico: “Diventa sempre più difficile essere ebrei in Europa. Se la gente vuole ancora indossarne uno per motivi religiosi, consiglio di indossare un cappello sopra. Per proteggere se stessi e le loro vite, non dovrebbero essere riconoscibili come ebrei”. Il governo Merkel ci prova, denuncia come meglio può, stanzia fondi per nuovi programmi di sensibilizzazione, aumenta le misure di sicurezza attorno ai siti ebraici. Ma la sensazione è che siamo di fronte a una diga che ormai è crollata. L’ex presidente tedesco, Joachim Gauck, ha ammesso di essere “terrorizzato dal multiculturalismo” soltanto dopo aver lasciato ogni carica, aggiungendo: “Trovo vergognoso… quando l’antisemitismo tra la gente dei paesi arabi viene ignorato o se la critica dell’Islam viene immediatamente sospettata di far crescere il razzismo”.

Kein Jude in Deutschland ha gridato uno degli assalitori nei giorni scorsi. Niente ebrei in Germania. È il 2018, ma sembra il 1938.



Europa antisemita. Lo studio choc della Ue
“Il 40 per cento degli ebrei vuole andarsene”, secondo il rapporto. E in Germania ci sono zone “proibite”
Giulio Meotti
11 Dicembre 2018

https://www.ilfoglio.it/societa/2018/12 ... -ue-228617

Roma. Impressionante anche solo pensare quanta strada abbia fatto l’antisemitismo in Europa in dieci anni. Ebrei morti ammazzati in Francia, simboli ebraici che scompaiono ovunque da Bruxelles a Berlino, gli ebrei inglesi che preparano le valigie per la prima volta in sei secoli, zone Judenrein che riappaiono in Germania … Di ieri il sondaggio che conferma i peggiori timori. Il quaranta per cento degli ebrei europei sta pensando di abbandonare il Vecchio continente. Lo rivela un’inchiesta dell’Agenzia della Ue per...


???
L’antisemitismo non è una carta politica
"Di questi tempi è di moda, a destra, denunciare l’antisemitismo della sinistra ed è di moda, a sinistra, denunciare l’antisemitismo della destra” scrive Fred Maroun.
2018/12/10

https://www.ilfoglio.it/un-foglio-inter ... ica-228407

“Forse stanno emulando il mondo arabo, dove da lungo tempo è pratica comune incolpare l’Europa per l’antisemitismo nel mondo arabo. Gli antisemiti europei, invece, continuano a farlo alla vecchia maniera: per l’antisemitismo incolpano gli ebrei. Ovunque si guardi, pare che l’antisemitismo sia sempre il peccato di qualcun altro. Tutti dovrebbero invece guardarsi allo specchio, non solo perché l’antisemitismo infuria in casa loro, ma anche perché solo loro possono affrontare efficacemente l’antisemitismo che hanno dentro casa. Questa attitudine a gettare sempre l’accusa su qualcun altro è diventata sempre più comune anche negli Stati Uniti. I repubblicani accusano i democratici di lasciare la porta aperta all’antisemitismo permettendo a personaggi visceralmente anti israeliani di candidarsi con loro ed essere eletti. I democratici accusano i repubblicani di chiudere un occhio su disgustosi personaggi antisemiti perché votano per il presidente Donald Trump e sono attratti dalla sua retorica anti immigrati. Hanno ragione entrambi, ma le accuse cadono nel vuoto perché sono evidentemente motivate da partigianeria. L’antisemitismo all’interno del Partito democratico non viene diminuito dalle accuse di parte repubblicana. Anzi, quelle accuse partigiane accrescono il profilo dei candidati antisemiti, rendendoli ancora più popolari all’interno del loro partito. Lo stesso vale, a parti invertite, per l’antisemitismo all’interno del Partito repubblicano. E invece entrambe le forme di antisemitismo andrebbero combattute, e dovrebbero farlo le persone all’interno di ciascuno schieramento. E’ come se l’antisemitismo non fosse più preso sul serio per la piaga sociale che è, e fosse diventato solo una comoda accusa con cui dare addosso all’avversario. La triste realtà, invece, è che l’antisemitismo è ancora vivo e vegeto, e dovrebbe essere preso sul serio, oggi, come avrebbe dovuto essere preso sul serio nell’Europa degli anni 30. La sinistra finisce nelle mani degli antisemiti in nome della “causa palestinese” (non chiedete cosa significhi esattamente questa causa perché nessuno lo sa) e in alcuni paesi, come il Regno Unito, l’infezione ha raggiunto il livello più alto. A destra, forme di neonazismo apertamente antisemita riscuotono sempre più popolarità, in particolare in Europa, con formazioni come il Partito nazionaldemocratico in Germania e Alba Dorata in Grecia. L’antisemitismo di sinistra è tipicamente anti israeliano, mentre l’antisemitismo di destra di solito si concentra sull’odio verso gli ebrei di casa (o presunti “cosmopoliti”), Nulla fa pensare che l’antisemitismo sia destinato a diminuire tanto presto, quindi ci sono tutte le ragioni per aumentare i nostri sforzi volti a contrastarlo. E per ognuno di noi questo significa combatterlo innanzitutto a casa propria, non a casa dei vicini. La lotta contro l’antisemitismo è troppo importante per essere trattata, come avviene molto spesso, come una carta da giocare nella polemica politica. È giunto il momento di rivedere la nostra lista delle priorità e di abbassare il posto che la faziosità partigiana occupa in questa lista”.



Antisemitismo in aumento in tutta Europa
Beda Romano
2018-12-10

https://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2 ... d=AEbyfBxG

BRUXELLES – Un ampio sondaggio della Commissione europea, pubblicato oggi 10 dicembre a Bruxelles, ha rivelato un forte aumento dell'antisemitismo, almeno agli occhi della comunità ebraica in Europa. In una conferenza stampa, il vice presidente dell'esecutivo comunitario Frans Timmermans si è soffermato sulla situazione in Ungheria, paese nel quale lo stato di diritto è in dubbio e dove il finanziere George Soros è stato vittima di campagne antisemite.

Secondo lo studio demoscopico, l’85% degli ebrei interpellati dalla Commissione europea nota un aumento dell'antisemitismo negli ultimi cinque anni. Il fenomeno è ai loro occhi « il problema politico e sociale più importante nel loro paese di residenza ». Il sondaggio è stato condotto in 12 paesi dell’Unione: Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Ungheria, Italia, Olanda, Polonia, Spagna, Svezia, e il Regno Unito. Insieme questi paesi ospitano il 96% della comunità ebraica in Europa.

L’89% degli ebrei considera l'antisemitismo più problematico su Internet e sulle reti sociali; il 28% è stato oggetto di molestie fisiche o verbali almeno una volta nell'ultimo anno; il 34% preferisce non visitare luoghi o eventi ebraici perché non si sentono in sicurezza; il 38% ha riflettuto alla possibilità di emigrare e lasciare l’Europa; il 70% ritiene che gli sforzi dei governi nazionali per combattere l’antisemitismo non sono sufficienti.

Il sondaggio giunge mentre in alcuni paesi sono visibili nuove forme di antisemitismo. In una conferenza stampa a Bruxelles, il vice presidente Timmermans ha denunciato oggi 10 dicembre campagne antisemite in Ungheria. Ha quindi esortato il premier Viktor Orbán a combattere le reazioni antisemite emerse nella società ungherese. «Non vi è paese nell'Unione che non sia vittima di questo fenomeno», ha aggiunto l'ex ministro degli Esteri olandese.
Il 28% degli ebrei austriaci ha denunciato gravi atti di antisemitismo negli ultimi cinque anni, rispetto al 19% degli ebrei italiani e all'8% degli ebrei ungheresi. Spesso il fenomeno si associa alla tendenza all'antisionismo.

In Germania l'85% degli ebrei nota che spesso, se non sempre, alla comunità ebraica vengono rimproverate decisioni controverse del governo israeliano (la quota in Italia è dell'86%). Il 91% degli ebrei italiani ritiene che il conflitto arabo-israeliano influenza in qualche modo la loro sicurezza.
Detto ciò, solo il 23% degli ebrei italiani ha considerato l'ipotesi di emigrare (rispetto al 44% dei tedeschi e dei francesi, e al 40% degli ungheresi). Al 73% di loro capita di evitare segni distintivi in pubblico (la quota è del 82% in Francia e del 56% in Ungheria). Più in generale, l'antisemitismo è ritenuto un problema molto importante o relativamente importante dal 72% degli interpellati in Italia, dal 95% di loro in Francia, dall'85% di loro in Germania e dal 77% di loro in Ungheria.
Il fenomeno dell'antisemitismo nasce in un contesto di crescente xenofobia in molti paesi europei. In un momento in cui è forte il contrasto tra élite e popolo, gli ebrei hanno i contorni di una comunità chiusa e benestante. Soprattutto, sono ritenuti un gruppo sociale che cavalca la globalizzazione, a differenza del popolo che la subisce. In questo senso, provoca gelosie e risentimenti, tanto più che proprio la loro proiezione internazionale li fa considerare poco leali nei confronti della comunità nazionale.


Alberto Pento
Questo articolo omette e nasconde il fatto che l'antisemitismo odierno in Europa è un portato del nazismo maomettano.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Ebrei di sinistra, sinistre mostruosità umane assai razzista

Messaggioda Berto » dom dic 16, 2018 3:07 pm

Salvini e l'antiebraismo filoisraeliano
Carmelo Palma
14 Dicembre 2018

https://www.stradeonline.it/istituzioni ... israeliano

Salvini, reduce dal tumultuoso tour in Israele, è l’ennesimo campione di una politica che non esita a civettare con l’antisemitismo domestico – e che bordeggia e a volte scavalca i confini del fiancheggiamento di veri e propri gruppi fascisti – e nel contempo parteggia in modo pregiudiziale e ideologico per il governo israeliano pro tempore. Insomma, si possono vellicare i suprematisti bianchi, i gruppi antiebraici o i camerati di Casa Pound, se ci si schiera a favore del trasferimento dell’ambasciata nazionale a Gerusalemme o si dichiara amicizia perenne al governo Netanyahu.

Una volta essere nemici giurati di Israele era un grave indizio di antiebraismo. Oggi sembra quasi vero il contrario e non è un passo avanti, neppure sul piano della chiarezza. Gli "antisionisti" militanti erano, per lo più, antisemiti camuffati nella divisa del politicamente corretto anti-imperialista.

Oggi i "più amici" di Isreale, o per meglio dire gli amici giurati dei nazionalisti israeliani, sono in tutto il mondo - da Orban, a Bolsonaro, a Salvini - anche i fiancheggiatori di un populismo dichiaratamente razzisteggiante e vengono accolti con grandi segni di riconoscimento dalle autorità di governo dello stato ebraico. Perfino Duterte, dopo essersi paragonato (positivamente) a Hitler e avere accostato la "soluzione finale" nazista alla sua guerra ai narcotrafficanti, è stato ricevuto e portato con tutti gli onori al memoriale della Shoah.

Questi cortocircuiti della storia pongono, evidentemente, delle questioni interne a Israele, che ha un primo ministro programmaticamente e dichiaratamente "agnostico" su questioni di valore e che accetta e stringe alleanze in funzione difensiva con chi appoggia le istanze di sicurezza israeliane. Da questo punto di vista, Israele rimane l'unica, vera e (al di là delle dimensioni geografiche) grande democrazia del mediooriente, ma ha cessato di rappresentare un presidio "ideologico" democratico.

Si può discutere se questa sia la conseguenza di una prioritaria esigenza "esistenziale" di sicurezza, che continua a fare di Israele un unicum nel panorama internazionale, o al contrario un frutto avvelenato della deriva nazionalista della democrazia israeliana, in questo invece accomunata a molte grandi democrazie occidentali. In ogni caso, oggi, le autorità israeliane non si vergognano di questi amici e di queste amicizie. La questione più interessante dal punto di vista culturale, che riporta alla prevalenza nazionalista nel pensiero politico contemporaneo, è invece comprendere per quale motivo non solo "renda" molto, ma non "costi" niente ai suoi protagonisti questo mix di antiebraismo strisciante e di sostegno sperticato al governo Netanyahu.

La risposta più inquietante rischia di essere quella più vera: poiché è tornato a essere totalmente sdoganato - basta pensare alla mostrificazione nazistica del personaggio Soros - l'antisemitismo politico-culturale con l'accusa agli ebrei (ovviamente "ricchi", ovviamente "nell'ombra", ovviamente impegnati in criminali "complotti" antipopolari) di essere degli oscuri manovratori delle sorti del mondo globale, gli unici ebrei accettabili e davvero amici sono quelli che si rinchiudono nel loro Stato e accettano, fino alle estreme conseguenze, il paradigma nazionalista.

Israele - questa è la morale - può essere uno stato-ghetto accettabile, anzi amico, se gli ebrei smettono di imperversare nelle cose del mondo. Padroni a casa loro, anche gli ebrei, ma solo a casa loro. Una morale da brividi, no?


Alberto Pento
Che articolo mostruoso!
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Re: Ebrei di sinistra, sinistre mostruosità umane assai razz

Messaggioda Berto » sab dic 22, 2018 9:25 pm

IL CALUNNIATORE D'ORCHESTRA
Niram Ferretti
22 dicembre 2017

https://www.facebook.com/permalink.php? ... on_generic

Il Corriere della Sera pubblica un articolo del direttore d'orchestra israeliano Daniel Barenboim, noto per le sue viscerali posizioni propal. Sodale di Edward Said, uno dei maggiori ciarlatani del secolo scorso, autore del libro patacca "Orientalismo", diventato testo feticcio nelle università americane e in virtù del quale generazioni di studenti hanno appreso che lo sguardo dell'Occidente sull'Oriente è ontologicamente razzista, nell'articolo in questione ci regala la sua solita versione menzognera dei fatti.

A un certo punto del mirabile pezzo, Barenboim scrive, "I fatti sono noti non è necessario riportarne il dettaglio. La risoluzione del 1947 di dividere la Palestina ha incontrato il netto rifiuto del mondo arabo. Forse questa decisione o la reazione conseguente sono state un errore".

Ecco sì, "forse" rifiutare una ripartizione che avrebbe consentito agli arabi di avere un loro stato da settanta anni è stato un errore, come, sempre "forse" lo è stata la reazione araba, quella di cercare di annientare lo Stato ebraico appena nato nel 1948, per riprovarci nel 1967 e poi di nuovo nel 1973. "Forse". Ma proseguiamo.

"Comunque dal punto di vista palestinese è stata una catastrofe" E su questo poco ci piove. Ma ad una affermazione vera ne segue una vistosamente falsa. "I palestinesi hanno da tempo rinunciato al loro diritto all'intero territorio della Palestina". Se fosse vero sarebbe una notizia straordinaria. Evidentemente per il direttore d'orchestra con passaporto palestinese Hamas non è palestinese e la sua Carta Programmatica del 1989 dove è chiaramente esplicitato che tutta la Palestina è waqf islamica, non esiste.

Forse per Barenboim i palestinesi sono solo quelli di Fatah, cioè Abu and Sons, i quali, però pubblicano mappe nelle quali Israele non esiste e al suo posto c'è unicamente la Palestina lungo tutta l'estensione territoriale. Evidentemente lo fanno per scherzo, un pò per demagogia. Peccato che Abu Mazen non abbia mai, come il suo predecessore Yasser Arafat, riconosciuto ufficialmente la legittimità dello Stato ebraico. Ma nel mondo di Barenboim la realtà è un optional, al suo posto c'è la fiction.

In questa fiction di pura propaganda, udite, udite, mentre i palestinesi hanno da tempo rinunciato al loro diritto all'intero territorio della Palestina, gli israeliani, questi ottusi e poco malleabili israeliani cosa fanno? "continuano la pratica illegale degli insediamenti, mostrando scarsa disponibilità ad imitare i palestinesi". Non è uno scherzo. Sul principale quotidiano italiano dobbiamo leggere roba del genere.

Ma questo è il canovaccio che l'Europa tesse e ritesse da decenni basato unicamente su menzogne. I buoni e disponibili palestinesi e gli indisponibili israeliani che si estendono illegalmente. Ci sarebbe da ridere difronte a queste bestialità, ma purtroppo la questione è molto seria, terribilmente seria. Riguarda uno stato, l'unico stato ebraico al mondo e la sua sopravvivenza contro chi ne vuole la distruzione.

La questione della presunta illegalità degli insediamenti è una delle grandi patacche del Ventesimo e Ventunesimo secolo. E' una questione problematica giuridicamente, ma basti dire che non esiste alcun testo del diritto internazionale, alcuna giruisprudenza al riguardo che sancisca che i territori della Cisgiordania siano illegali. Esistono solo risoluzioni ONU, testi eminentemente politici e una sentenza della Corte dell'Aia che dal punto di vista del diritto internazionale non ha alcuna rilevanza. Questo è tutto. In realtà si può tranquillamente affermare che gli insediamenti siano perfettamente legali facendo riferimento al Mandato Britannico per la Palestina del 1922, mai abrogato, e al parere di alcuni tra i maggiori giuristi del Novecento. Ma occorre qui fermarsi.

Invito a leggere l'articolo di Barenboim, un concentrato di luoghi comuni, amenità, menzogne in cui il direttore di orchestra espatriato chiede il riconoscimento del fantomatico Stato palestinese come risposta al fatto che Donald Trump abbia dichiarato che Gerusalemme è la capitale di Israele. Come se le due cose fossero simmetriche.

No, Barenboim, Gerusalemme è da tremila anni legata all'ebraismo e tu da ebreo dovresti saperlo, ed è da settanta anni la capitale di Israele. Lo Stato palestinese non esiste, o se vuoi esiste già da dopo Oslo. Si trova nell'Area A e B della Cisgiordania e a Gaza. Questo si può riconoscere. Altro non vi è, e non vi è da ben prima del 1947, quando gli arabi rifiutarono nel 1933 la proposta inglese di edificarlo sul 75% dei territori. Gli inglesi che, quando gli convenne, tradirono le aspettative ebraiche, ma che ricevettero un sonoro "No, la Palestina la vogliamo tutta. Gli ebrei che potranno dimorarvi, se potranno, decideremo noi quali saranno".

E così è sempre stato fino ad oggi.
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Messaggioda Berto » ven dic 28, 2018 10:58 pm

UNO SCRITTORE VERO INCAPACE DI LEGGERE LA REALTA' POLITICA
Niram Ferretti
28 dicembre 2108


https://www.facebook.com/permalink.php? ... 4575318063

Amos Oz, morto oggi a 79 anni, dopo una lunga malattia era sicuramente un letterato di talento, uno scrittore vero, questo, tuttavia, negli anni non gli ha impedito, da sinistra, dove era politicamente collocato, come gli altri due scrittori israeliani altrettanto famosi, David Grossman e Abraham Yehoshua, di intenerirsi nei confronti degli arabi e della loro "sofferenza" al punto da inviare a Marwan Baraghouti, a capo, durante la Seconda Intifada, delle sezioni più estremiste di Fatah, la Brigata Tanzim e quelle dei martiri di Aksa, responsabili dell’uccisione di più di cento persone soprattutto civili tra il 2001 e il 2006, una copia del suo libro più famoso "Una storia di amore e di tenebra".

Nella versione araba del libro lo scrittore aveva scritto questa dedica, “Questa storia è la nostra storia. Spero che la leggerai e ci capirai meglio come noi cerchiamo di capire te. Sperando di incontrarci presto in pace e libertà”. Dopo la reazione di protesta che suscitò il suo atto lo difese affermando che leggendo il suo libro il terrorista avrebbe compreso le ragioni di Israele e che in un futuro si sarebbe potuto intavolare un dialogo con lui.

La fallacia cognitiva è questa, presumere che l’altro, il terrorista, l’assassino, possegga le medesime categorie mentali dell’interlocutore pieno di sentimenti nobili e di afflato umanistico al quale si rivolge tendendogli la mano. Prendere in considerazione una irrimediabile diversità, un universo di pensiero radicalmente altro, fatto di propositi, idee, convincimenti inconciliabili metterebbe in mora l’assunto base degli ottimisti del cuore e della volontà, la convertibilità del male in bene, la sua possibile trasformazione. E se questo a volte accade ed è accaduto, pur sempre con estrema difficoltà, bisogna pure prendere atto di tutte le volte che non accade, non è mai accaduto ed è assai improbabile che accadrà. Se poi, al sentimentalismo utopico, alla spes contra spem, si aggiunge anche il giustificazionismo vittimista, il cerchio si completa, come quando Oz definì in un intervento pubblicato sul New York Times nel 2010, Hamas “Non solo una organizzazione terroristica. Hamas è una idea disperata e fanatica nata dalla desolazione e dalla frustrazione di molti palestinesi” .

L’Islamismo, la fedeltà assoluta a un idea di mondo fondata sulla sottomissione piena, politica, civile, religiosa, al volere di Allah, il profondo compatto antisemitismo nato da una fusione tra quello teologico coranico e quello di importazione nazista, tutto questo sarebbe “una idea disperata e fanatica nata dalla desolazione e dalla frustrazione”. Perché questo è il punto, il fatto dirimente. Per gli Oz, i Grossman, i Yehoshua, il male, e nella forma specifica, quello rappresentato dal terrorismo arabo-palestinese, sarebbe fondamentalmente endogeno, le cause del suo proporsi, seppure anche interne, sarebbero in misura assai maggiore determinate da fattori esterni, vedi alla voce “occupazione”(il feticcio ideologico progressista, il busillis).

E hanno ragione in fondo a vedere nell’”occupazione” il problema principale, lo vedono nello stesso modo anche i palestinesi, e in maniera assai evidente Hamas, solo che, per il gruppo integralista musulmano non si tratta unicamente dell’”occupazione” della West Bank ma dell’occupazione di tutta la Palestina, che deve essere sgombrata, resa judenrein. Se Oz, e con lui gli altri due colleghi scrittori si fossero presi la cura di rileggere il testo limpido della Carta di Hamas, il documento originale del 1988 e non la sua copia marginalmente ritoccata, si accorgerebbero con quanta aderenza sine glossa esso venga recepito dai suoi aderenti, i quali non si sentono assolutamente figli della desolazione e della frustrazione, ma rigorosamente aderenti alla lettura letteralista del Corano radicata nel salafismo dei Fratelli Musulmani. Radicamento robusto, orgoglioso, privo di qualsiasi lacrimoso vittimismo.

Le storie sentimentali, i soffusi patimenti, gli slanci di indignazione per la giustizia denegata, il salto in lungo con l’asta dei diritti umani violati, insomma tutto intero l’armamentario “illuminato” dell’intellighenzia letteraria progressista, dei filantropi intellettuali, è solo musica per le orecchie di chi, nella propria visione del mondo, ne fa strame ma lo accoglie con gratitudine strumentale quando gli viene servito comodamente dentro il piatto.

"L’occupazione quest’anno compie già 49 anni. Sono certo che debba finire al più presto per il futuro dello Stato di Israele, un futuro a cui dedico il mio impegno profondo. In considerazione delle politiche sempre più estreme del governo israeliano, chiaramente intenzionato a controllare i territori occupati espropriandoli alla popolazione locale palestinese, ho appena deciso di non partecipare più ad alcuna iniziativa in mio onore delle ambasciate israeliane del mondo” .

Così comincia il testo della lettera scritta da Amos Oz nel 2015 a sostegno dell’ONG B’Tselem, nata per monitorare le violazioni dei diritti umani nella West Bank, e di fatto trasformatosi in una delle organizzazioni non governative più pregiudizialmente antiisraeliane oggi in attività .

La delegittimazione dello Stato ebraico portata avanti da B’Tselem ha potuto godere nel recente passato del contributo di due vere e proprie pasionarie dell’estrema sinistra insediatosi nel panel direttivo, Anat Biletzky e Jessica Montel, la cui apologia del terrorismo palestinese come reazione all’”oppressione” israeliana ha raggiunto veri e propri picchi caricaturali. In Italia, durante gli Anni di Piombo, sarebbero state perfettamente in sintonia con la piattaforma ideologica delle Brigate Rosse, considerandola probabilmente una giusta opposizione nei confronti della struttura capitalistico-borghese dello Stato democratico. D’altronde la Biletzky, nella sua imparzialità umanitaria, non ebbe alcuna remora ad associare Israele al nazismo, così come fece un’altra imparziale collaboratrice di B’Tselem, Lizie Sagie, quando, nel 2010, sul suo blog personale scrisse che “Israele sta commettendo le peggiori atrocità umane…sta dimostrando la propria devozione ai valori nazisti…Sfrutta l’Olocausto per godere dei benefici internazionali”, situandosi in perfetta compagnia con Hezbollah, Hamas, Osama Bin Laden, Noam Chomsky e Norman G. Finkelstein. Per queste frasi, a causa delle polemiche suscitate, la Sagie dovette poi dare le dimissioni.

L’estremismo politico di B’Tselem non ha impedito né impedì mai ad Amos Oz di sostenerla orgogliosamente. Sulla natura della ONG, Noah Pollak ha scritto:

“B’Tselem è semplicemente un attore, sebbene influente, all’interno di un movimento politico che si è sviluppato nell’ultimo decennio e il cui obbiettivo è di mettere in questione la stessa legittimità dello Stato ebraico. Fa parte di una dozzina di altri gruppi in Israele e all’estero che operano sotto la finzione di promuovere i diritti sociali e la società civile. La proliferazione di queste ONG appare dall’esterno come una risposta organica e indipendente al peggioramento di problemi veri in Israele, ma di fatto questi gruppi sono intimamente uniti. Hanno obbiettivi comuni, finanziatori comuni (principalmente governi europei e il New Israel Fund negli Stati Uniti), coordinano da vicino il loro lavoro, si difendono uno con l’altro dalle critiche e collaborano a campagne che promuovono accuse specifiche”(Noah Pollak, The B’Tselem Witch Trials, Commentary, 01/07/2011).

La débâcle intellettuale di Oz è stata quella di non avere capito fino in fondo che i valori di Israele, quelli stessi in cui lui è cresciuto e ha potuto sviluppare il proprio talento, sono incompatibili con quelli di chi di Israele vorrebbe vedere la scomparsa. La débâcle intellettuale di Oz è stata quella di avere capovolto la realtà e trasformato coloro che se avessero potuto e se potessero applicherebbero la loro soluzione finale a tutti gli israeliani, lui compreso, in vittime di un immaginario governo fascista.

Su una cosa sola Amos Oz aveva però ragione. I palestinesi sono vittime. Lo sono, indubbiamente, ma di se stessi, della loro cultura tribale e familistica, di una religiosità trasformata in culto per la morte, della corruzione, dell'odio e della vendetta. Vittime dei "fratelli arabi", del loro dispotismo, di una arretratezza culturale spaventosa. Vittime di una Storia che invece di guardare al futuro, come ha sempre fatto Israele ha sempre e solo guardato a un passato mitico sedendosi su di esso e sognando un riscatto che da soli non sono capaci di darsi. Per questo hanno bisogno di manovalanza, di fiancheggiatori, di utili idioti. Non sono mai mancati.


Era un israeliano, non un mollaccione di pacifista alla europea.
Giulio Meotti
29 dicembre 208

https://www.facebook.com/giulio.meotti/ ... 7665663514

Era un israeliano, non un mollaccione di pacifista alla europea. Nel 2006 Amos Oz si schierò per la guerra contro Hezbollah: “Israele si sta difendendo da bombardamenti quotidiani”. Nel 2009 sostenne Piombo Fuso: “Quale paese sopporterebbe 12 mila missili in sei anni? Bisogna reagire, non c’è alternativa”. Lo stesso nella guerra nel 2014. “Non sono mai stato d’accordo con Gesù sulla necessità di dare l’altra guancia al nemico”. Lo diceva dagli anni Novanta. “A differenza dei pacifisti europei, non ho mai creduto che il male supremo fosse la guerra. E’ un’aggressione, e l’unico modo per respingerla è con la forza. E’ questa la differenza tra un pacifista europeo e un israeliano come me”. Era stato un carrista nella guerra del 1967 e poi un kibbutznik. Ora la sinistra letteraria europea ne fa un santino pacifista e buonista, ma Amos Oz era totalmente altro. Era “soltanto” un israeliano.



Amos Oz una volta ha scritto: “Due guerre sono scoppiate in questa regione.
Giulio Meotti
30 dicembre 2018

https://www.facebook.com/giulio.meotti/ ... 3837457805

Amos Oz una volta ha scritto: “Due guerre sono scoppiate in questa regione. Una è quella palestinese per il suo stato. Qualsiasi persona dovrebbe sostenere questa causa. (?) La seconda è quella dell’islam fanatico, a Gaza e a Ramallah, per distruggere Israele e cacciare gli ebrei dalla loro terra. Ogni persona dovrebbe aborrire questa causa”.(?)
Qui è spiegato il motivo per cui Amos Oz, grande scrittore, era un perdente in politica. Le due guerre, mettiamo anche che la prima avesse mai avuto una sua legittimità, cosa che io dubito, sono indistinguibili. Lo stato palestinese è diventata l’arma usata dall’Islam radicale per distruggere Israele con il beneplacito dell’Occidente. È il motivo per cui la sinistra si avvia a perdere nuovamente le elezioni ad aprile e un claudicante Netanyahu a rivincerle. Sto leggendo un saggio sul terrorismo palestinese in cui c’è questa foto di una donna israeliana ferita. Ariel Sharon la mostrava ai diplomatici stranieri in visita per far loro capire la guerra di Israele per sopravvivere.
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Messaggioda Berto » mar gen 01, 2019 10:08 pm

LA LETTERA DI BARBARA AD AMOS OZ
[Dal blog di Barbara, una splendida lettera del 2008]

"Immerso come sei nelle battaglie cultural-pacifiste hai probabilmente perso il contatto con la gente,
coloro che difendono la terra e la nazione giorno dopo giorno. Israele, lo stato che da sessanta anni ci permette di decidere il nostro futuro. Sono sessanta anni che, come scriveva il rimpianto Herbert Pagani su 'Arringa per la mia terra', non vogliamo più vivere in mezzo agli altri popoli come gli orfani affidati al brefotrofio e che non vogliamo più essere adottati. Sono sessanta anni che la nostra vita non dipende più dall’umore dei nostri padroni di casa e sono sessanta anni che non abbiamo più bisogno di affittare una cittadinanza. E, per finire, sono sessanta anni che non abbiamo più il bisogno di bussare alle porte della storia ad aspettare che ci dicano: 'Avanti' ".
...
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Messaggioda Berto » mar gen 01, 2019 10:12 pm

Quante demenze contro Israele e gli ebrei anche da parte di Gandhi

Pressenza - International Press Agency
https://www.agoravox.it/Pressenza-International-Press
Pressenza è un'agenzia stampa internazionale in 7 lingue che pubblica e diffonde notizie, iniziative, proposte che riguardano pace, nonviolenza, disarmo, diritti umani, lotta contro ogni forma di discriminazione. Considera l’Essere Umano come valore centrale ed esalta la diversità. Propone un giornalismo attivo e lucido che punta alla soluzione delle crisi e dei conflitti sociali di ogni latitudine.
In questo senso, oltre a pubblicare notizie sull'attualità, diffonde studi, analisi ed azioni che contribuiscano alla pace mondiale e al superamento della violenza; mette in risalto la necessità e l'urgenza delil disarmo nucleare e convenzionale, la soluzione pacifica dei conflitti, la loro prevenzione, il ritiro dai territori occupati.
Al tempo stesso denuncia tutto ciò che provoca dolore e sofferenza ai popoli e cerca di decifrare e trasformare le cause di quegli eventi, essendo molto più di un mero spettatore. L’Agenzia forma studenti, praticanti e volontari che sono d’accordo con queste convinzioni.
L'agenzia è interamente formata da volontari che offrono gratuitamente i servizi in cui sono specializzati. Le redazioni sono spazi aperti alla collaborazione in équipe, alle nuove proposte, allo sviluppo di iniziative specifiche coerenti con le finalità dell'agenzia (libri, convegni, corsi di formazione ecc.)



Gandhi, la Palestina e gli ebrei
Luis Ammann
2014/08

https://www.pressenza.com/it/2014/08/ga ... -gli-ebrei

Noi umanisti riconosciamo l’esistenza dello Stato di Israele, creato nel 1948 dopo la seconda guerra mondiale e sosteniamo la realizzazione dello Stato palestinese: i palestinesi hanno come minimo lo stesso diritto degli israeliani di avere un territorio dove vivere in pace e sviluppare la propria cultura.
Ad oggi, dopo aver sopportato un’aggressione israeliana costante e crescente che ignora l’opinione pubblica mondiale e le decisioni delle Nazioni Unite per tornare ai confini del 1967, tale obiettivo sembra impossibile e molti analisti discutono la legittimità dello Stato di Israele. Così ora torna ad essere attuale un’opinione di Mahatma Gandhi sull’opportunità di creare quello Stato.

Gli ultimi 27 giorni di orrore, mal travestiti da “azioni militari difensive” stanno distruggendo il credito che l’opinione pubblica mondiale ha concesso a Israele per la persecuzione che ha subito. Il fatto è che in questo momento, i cittadini del mondo assistono stupefatti a una distribuzione di orrore inusitato da parte di coloro che sono state vittime nel corso della storia. Sappiamo che è l’America che arma e sostiene Israele, che lo mantiene (in quanto di per sé è uno stato improduttivo) e che lo guida all’invasione e all’occupazione del territorio palestinese; ma è giunto il momento per la comunità internazionale di intervenire sulla questione.

Noi continuiamo a credere che ogni nazione dovrebbe avere il suo Stato; ma è chiaro che abbiamo bisogno di protezione mondiale perché una pace duratura sia possibile.

Dieci anni prima che lo Stato di Israele fosse creato, Gandhi scrisse Gli ebrei, di Gandhi – da Harijan, 26 Novembre 1938. La traduzione (in spagnolo n.d.T.) e le note sono di Mario Rabey.

“Tutte le mie simpatie sono per gli ebrei. Li ho conosciuti intimamente in Sud Africa. Alcuni di loro sono stati compagni per tutta la vita. Attraverso questi amici sono venuto a imparare molto circa le loro persecuzioni nel corso della storia. Sono stati i paria (1) del cristianesimo. C’è uno stretto parallelismo tra il modo in cui essi sono stati trattati dai cristiani e il trattamento dei paria da parte degli indù. In entrambi i casi, la sanzione religiosa è stata invocata per giustificare il trattamento disumano a cui sono stati sottoposti. Quindi, a parte gli amici, la mia simpatia per gli ebrei è basata sulla ragione universale più comune (2).

“Ma la mia simpatia non mi rende cieco di fronte alle esigenze della giustizia. L’affermazione di una patria nazionale per gli ebrei non mi convince affatto. La giustificazione si cerca nella Bibbia e nella tenacia con cui gli ebrei hanno insistito sul ritorno in Palestina. Ma perché non possono, come gli altri popoli della terra, trasformare in loro patria il paese in cui sono nati e dove si guadagnano il loro sostentamento? (3)

“La Palestina appartiene agli arabi (4) nello stesso senso in cui l’Inghilterra appartiene agli inglesi o la Francia ai francesi. È sbagliato e disumano imporre gli ebrei agli arabi. Quello che sta accadendo in Palestina oggi non può essere giustificato da alcun codice morale di condotta. I Mandati non hanno altre sanzioni che quelle dell’ultima guerra passata (5). Sicuramente sarebbe un crimine contro l’umanità ridurre il territorio degli arabi orgogliosi per ripristinare la Palestina per gli ebrei parzialmente o totalmente come loro patria nazionale (6).

“Il percorso più nobile sarebbe mantenere costante un trattamento equo per gli ebrei ovunque essi siano nati e cresciuti. Gli ebrei nati in Francia sono francesi esattamente nello stesso senso in cui i cristiani nati in Francia sono francesi. Se gli ebrei non avessero alcuna patria oltre alla Palestina, sarebbero d’accordo con l’idea di essere costretti a lasciare le altre parti del mondo in cui si sono stabiliti? Oppure vogliono una doppia casa dove possono rimanere a volontà? Questa rivendicazione di una casa nazionale prevede una giustificazione plausibile per l’espulsione tedesca degli ebrei (7).

[…]

“Ed ora poche parole per gli ebrei in Palestina. Non ho alcun dubbio che siano sulla strada sbagliata. La Palestina della concezione biblica non è una zona geografica. È nei loro cuori. Ma se si deve guardare alla Palestina della geografia come la loro casa nazionale, non è corretto inserirla nell’ombra delle armi britanniche. Un atto religioso non può essere eseguito con l’ausilio della baionetta o della bomba. Si può risolvere solo in Palestina, con la buona volontà degli arabi. Dovrebbero cercare di convertire il cuore arabo. Lo stesso Dio che governa il cuore arabo governa il cuore ebraico. Possono offrire satyagraha agli arabi e offrirsi di essere fucilati o gettati nel Mar Morto senza alzare un dito contro di loro. Troveranno l’opinione pubblica mondiale a favore della loro aspirazione religiosa. Ci sono centinaia di modi di ragionare con gli arabi, se scartiamo l’ausilio della baionetta britannica. Così come la questione si pone, condividono con gli inglesi la responsabilità della spoliazione di un popolo che non ha fatto loro alcun male.

“Non sto difendendo gli eccessi arabi. Mi sarebbe piaciuto che avessero scelto la strada della nonviolenza per resistere a ciò che vedono a ragione come usurpazione indebita del loro paese. Ma secondo i canoni accettati di giusto e sbagliato, non si può dire nulla contro la resistenza araba di fronte alle prospettive sconvolgenti che affrontano (8).

“Lasciamo che gli ebrei che affermano di essere la razza eletta dimostrino il loro titolo scegliendo la via della nonviolenza per giustificare la loro posizione sulla terra. Ogni paese è la loro casa inclusa la Palestina, non attraverso l’aggressività ma con il servizio amorevole (9). Un amico ebreo mi ha mandato un libro intitolato Il contributo ebraico alla civiltà di Cecil Roth. Il libro fornisce una resoconto di quello che gli ebrei hanno fatto per arricchire la letteratura, l’arte, la musica, il teatro, la scienza, la medicina, l’agricoltura, il mondo. Per sua volontà, l’ebreo può rifiutarsi di essere trattato come paria d’Occidente, può rifiutarsi di essere disprezzato o schiavizzato. Può guidare l’attenzione e il rispetto del mondo rimanendo un essere umano (10), la creatura scelta di Dio, invece di essere un essere umano che sta rapidamente affondando nella mostruosità e nell’abbandono di Dio. Possono aggiungere ai numerosi contributi anche il contributo eccezionale dell’azione nonviolenta (11).


Segaon, 26 novembre 1938

Note

[1] Si riferisce qui alla casta dei paria o intoccabili, che si trova nella parte inferiore della struttura socio culturale a sanzione religiosa, caratteristica del sistema socio culturale indù. Gandhi, sebbene indù e profondamente religioso, ha sostenuto con forza che il trattamento verso gli intoccabili doveva essere completamente cambiato. Fervore creduto nella parità di diritti per tutti gli esseri umani.

[2] È interessante verificare in questo paragrafo come Gandhi, un pensatore politico e certamente asiatico, e come tale non occidentale, si colloca chiaramente nella posizione di pensatore e politico dell’Umanità (come era allora, per esempio, anche il caso di Martin Buber, il sionista ebreo). Pur essendo orgoglioso di professare e coltivare il suo particolarismo culturale (induismo), era un universalista. Il caso di Gandhi è particolarmente interessante perché, in aggiunta, è stato il leader indiscusso di un movimento di liberazione nazionale contro il colonialismo britannico.

[3] La questione ha una carica retorica evidente. Sicuramente, Gandhi sapeva che in quel momento centinaia di migliaia di ebrei erano emigrati dalla loro patria in Europa. Non soltanto in Palestina, una meta quantitativamente di minore rilievo in queste migrazioni: l’obiettivo principale erano le Americhe, Nord e Sud. Quello che Gandhi non può sapere è che il sionismo, l’idea secondo cui la Palestina era una “terra senza popolo per un popolo senza terra”, come dice la famosa frase di Theodor Herzl alla fine del secolo XIX, era un movimento di minoranza nel giudaismo. Né poteva sapere fino a che punto, e nel 1938, gli ebrei si erano integrati nelle loro società di adozione nelle Americhe.

[4] Da notare come Gandhi dice “gli arabi” e non “i palestinesi”. Il fatto è che l’arabo era l’identità con cui sono state riconosciute (e auto-riconosciute) le popolazioni di quel territorio, in contrasto con i turchi dominanti fino al 1910 e il dominio inglese e francese in seguito. La parola palestinese appariva a designare gli abitanti della Palestina, il nome che la Società delle Nazioni, recuperando un antico nome romano, ha dato ad una delle porzioni assegnate all’Inghilterra in mandato nel territorio preso dall’Impero Ottomano dai Paesi vincitori della seconda guerra mondiale. Si trattava di un insediamento visibilmente coloniale. Si veda anche la seguente nota.

[5] Gandhi qui si riferisce allo status giuridico che aveva la Palestina al tempo in cui scrisse questa lettera. La Palestina era stata stabilita nel 1919 dalla Società delle Nazioni come un territorio che era stato disaggregato dall’Impero Ottomano dopo la prima guerra mondiale, sul quale era stato concesso il “mandato” alla Gran Bretagna. Questa ricevette in mandato anche la Giordania, mentre la Francia aveva ricevuto la Siria e il Libano. La situazione continuò fino a dopo la seconda guerra, quando l’ONU, di nuova costituzione, stabilì diverse modalità neocoloniali, compresa la spartizione della Palestina in tre province e due stati, uno palestinese (con due territori, la Cisgiordania e Gaza) e un altro ebreo, stabilito tra i due territori della consolidata e mai materializzata Palestina.

[6] È lo Stato di Gran Bretagna, che, nell’esercizio del Mandato sulla Palestina, ha riconosciuto il diritto degli ebrei di stabilire la loro casa nazionale in Palestina e poi ne ha permesso un’immigrazione illimitata, fino a che una grande rivolta araba in Palestina, 1936-1939, ha fatto cambiare la politica, ufficialmente, al governo coloniale. Al tempo in cui Gandhi scrisse la sua lettera a Buber, l’immigrazione era ancora aperta, e quindi gli ebrei stavano arrivavando a decine di migliaia nella piccola Palestina, allora ancora popolata da una stragrande maggioranza di arabi.

[7] L’argomento è forte. L’ebreo di destra Stern, staccatosi dal gruppo guerrigliero nazionalista Irgun, sembra essere stato attivamente coinvolto due o tre anni più tardi in una trattativa con il governo nazista della Germania, per promuovere una “soluzione finale” per il “problema ebraico” nel mondo germanico, costituito dalla massiccia emigrazione in Palestina organizzata dal governo nazista della Germania, in accordo con gli ebrei già residenti!

[8] Certamente Gandhi fa riferimento in questo paragrafo alla Grande Rivolta Araba contro gli inglesi in Palestina e altri episodi precedenti. È possibile che sapesse anche dei massacri di decine di ebrei perpetrati in Palestina. Non si può evitare di mettere a confronto questa cifra con gli oltre 1400 morti da parte dell’esercito israeliano nei primi mesi del 2009 a Gaza, tecnicamente civili, in un “conflitto” durante il quale ci sono stati solo tredici israeliani uccisi (dieci soldati e tre civili) dai famosi razzi Qassam. Proprio come oggi, non giustifichiamo la violenza che ha ucciso alcuni ebrei, il testo della lettera a Gandhi nel 1938 illumina un aspetto importante della questione: gli “arabi” della fine del 1930 stavano resistendo all’oppressione britannica mentre i “palestinesi” verso la fine degli anni 2000, sostengono di resistere (e molti non palestinesi, né arabi, né musulmani, sono d’accordo con loro) all’oppressione israeliana.

[9] Questo è il paragrafo principale dell’argomentazione di Gandhi sulla questione ebraica. A me, in quanto ebreo (che è un particolarismo dell’universalista essere umano) piace completamente la prospettiva che ogni paese può essere la mia casa attraverso il legame d’amore: amore per la patria.

[10] Man nell’ originale. Considerata la data della lettera, quella parola in quel momento ammetteva la traduzione spagnola di “uomo” come sostantivo bigenere. Oggi, la traduzione letterale sarebbe inammissibile, perché tradirebbe il significato dell’espressione. Quindi preferisco tradurlo come “essere umano”.

[11] Come sappiamo perfettamente, gli ebrei di Palestina non seguirono il consiglio di Gandhi, tranne alcune eccezioni di rilievo.

Traduzione dallo spagnolo di Irene Tuzi


https://es.wikipedia.org/wiki/Luis_Alberto_Ammann
Luis Alberto Ammann (Villa Dolores, Córdoba, 17 de noviembre de 1942)1 es un político, maestro, periodista, escritor y Licenciado en Letras Modernas argentino. Es dirigente del Partido Humanista de Argentina y fue candidato a Presidente de la Nación en las elecciones de 2007 en las que obtuvo 0,41% de los votos.


IL NAZIFASCISTA GANDHI - Come Don Chisciotte - Davide
26 Giugno 2007
A CURA DI: CLORO AL CLERO

https://comedonchisciotte.org/il-nazifascista-gandhi

Dal Blog di Multietnico, uno scritto di Gandhi del 1937, in cui esprime posizioni antisemite, di chiaro sapore nazifascista. Infatti è noto che Gandhi, nonostante abbia la storia che ha avuto, nascondeva un odio irrazionale per gli ebrei e negava al loro popolo il diritto di avere una Patria.
...
Non è senza esitazione che mi arrischio a dare un giudizio su problemi tanto spinosi. L’analogia tra il trattamento riservato agli ebrei dai cristiani e quello riservato agli intoccabili dagli indù è molto stretta.
Ma la simpatia che nutro per gli ebrei non mi chiude gli occhi alla giustizia. Perché, come gli altri popoli della terra, gli ebrei non dovrebbero fare la loro patria del paese dove sono nati e dove si guadagnano da vivere? La Palestina appartiene agli arabi come l’Inghilterra appartiene agli inglesi e la Francia appartiene ai francesi. È ingiusto e disumano imporre agli arabi la presenza degli ebrei. Sarebbe chiaramente un crimine contro l’umanità costringere gli orgogliosi arabi a restituire in parte o interamente la Palestina agli ebrei come loro territorio nazionale.

La cosa corretta è di pretendere un trattamento giusto per gli ebrei, dovunque siano nati o si trovino. Tuttavia la persecuzione degli ebrei che oggi viene attuata in Germania non ha precedenti nella storia. Se vi potesse mai essere una guerra giustificabile in nome dell’umanità, una guerra contro la Germania per impedire l’assurda persecuzione di un’intera razza sarebbe pienamente giustificata. Ma io non credo in nessuna guerra.
Sono convinto che gli ebrei stanno agendo ingiustamente. La Palestina biblica non è un’identità geografica. Essa deve trovarsi nei loro cuori. Ma messo anche che essi considerino la terra di Palestina come la loro patria, è ingiusto entrare in essa facendosi scudo dei fucili inglesi. Gli ebrei possono stabilirsi in Palestina soltanto col consenso degli arabi. Attualmente gli ebrei sono complici degli inglesi nella spoliazione di un popolo che non ha fatto nulla contro di loro.
Non intendo difendere gli eccessi commessi dagli arabi. Vorrei che essi avessero scelto il metodo della non-violenza per resistere contro quella che giustamente considerano una ingiustificabile aggressione del loro paese. Ma in base ai canoni universalmente accettati del giusto e dell’ingiusto, non può essere detto niente contro la resistenza degli arabi contro le preponderanti forze avversarie. È necessario che gli ebrei, che sostengono di essere la razza eletta, dimostrino questo loro titolo scegliendo il metodo della non-violenza.


Questo è il pensiero di Gandhi sulla questione arabo-ebraica. Dico “arabo-ebraica” perché nell’anno in cui è stato da lui espresso, il 1938, ancora non esisteva Israele. Leggiamolo insieme.

https://ideadiversa.blogspot.com/2010/1 ... se-un.html

Ho ricevuto numerose lettere in cui mi si chiede di esprimere il mio parere sulla controversia tra arabi ed ebrei in Palestina e sulla persecuzione degli ebrei in Germania. Non è senza esitazione che mi arrischio a dare un giudizio su problemi tanto spinosi.

Le mie simpatie vanno tutte agli ebrei. In Sud Africa sono stato in stretti rapporti con molti ebrei. Alcuni di questi sono divenuti miei intimi amici. Attraverso questi amici ho appreso molte cose sulla multisecolare persecuzione di cui gli ebrei sono stati oggetto.



Alberto Pento
Gandhi si sbagliava sulla Palestina che lui pensava araba e non più ebrea perché senza ebrei.

Demografia storica ed etnica in Giudea, Palestina, Israele lungo i millenni
viewtopic.php?f=197&t=2774


Palestinesi abitanti autoctoni? Non proprio
1 marzo 2016 Antonella Ballarini

http://htl.li/3bUNzE

Nel marzo 1899 Yousef Dia Al-Khalidi, un illustre politico musulmano dell’Impero Ottomano nato a Gerusalemme, scrisse una lettera a Zadoc Kahn, capo rabbino in Francia, e gli disse: “L’idea in se è logica, va bene ed è giusta. Chi può mettere in dubbio il diritto degli ebrei in Palestina?
Buon Dio, storicamente è davvero la vostra terra. Che magnifico spettacolo sarebbe quando un popolo pieno di risorse come quello ebraico diventi indipendente di nuovo, onorato e gratificato, in grado di poter dare un contributo all’umanità bisognosa di aiuto nel campo morale, come in passato”.

Sembra che molto sia cambiato in 116 anni.

Nell’ottobre 2015 Ilan Pappe, direttore del Centro Europeo di Studi sulla Palestina all’Università di Exeter, affermò ad Al-Jazeera che la ragione alla base della violenza e del terrorismo palestinese nei confronti degli israeliani è l’occupazione e l’espansione della colonizzazione da parte di ebrei. Ciò che è ancor più preoccupante, però, è un’altra affermazione di Pappe sul tema: “più di un secolo di colonizzazione [israeliana, ndr] non ha cambiato nulla e ha negato umanità e il diritto di avere la terra agli abitanti indigeni, i palestinesi”. In questo caso non si riferiva al controllo dell’esercito israeliano in Cisgiordania bensì all’esistenza vera e propria dello stato ebraico nella terra di Palestina. In base alla sua ideologia, quindi, gli ebrei sono stranieri in Terra Santa e i palestinesi, invece, i veri autoctoni.

Nel suo libro, Catch the Jew! (Prendi l’ebreo!), Tuvia Tenenbom descrive il suo incontro a Ramallah con Hanan Ashrawi, un legislatore palestinese, ricercatrice e membro del comitato esecutivo dell’OLP. Racconta a Tuvia come i palestinesi hanno vissuto nella loro storica terra per migliaia di anni e tutto d’un tratto, a ciel sereno, delle persone hanno incominciato ad arrivare e gli hanno detto che avrebbero dovuto rinunciare a maggior parte del loro territorio a causa della formazione di un altro stato a pochi passi di distanza da loro, ossia Israele. Un altro esempio sono le frequenti affermazioni fatte dal precedente Ministro della religione palestinese, Mahmoud Al-Habbash, che rivendicava come i palestinesi avessero vissuto su questa terra per 5.000 anni. Questa affermazione, assieme a quelle sopra, sono solo alcune di quelle usate dalla propaganda per rappresentare i palestinesi come i veri indigeni.

Per poter determinare chi siano i veri abitanti autoctoni andiamo a controllare il diritto internazionale. Secondo le Nazioni Unite la definizione di popolo indigeno è la seguente:

Sono indigene quelle comunità, popoli o nazioni che avendo una continuità storica con società pre-coloniali che si svilupparono sui loro territori prima delle invasioni, si considerano distinte da altri settori della società che hanno finito per prevalere su quei territori o su parte di essi. Esse formano, attualmente, settori non dominanti della società che prevale sul territorio o su parti di esso.

In base a questa definizione una persona potrebbe credere che se i palestinesi sono effettivamente il popolo indigeno in questa terra, rivedendo le dinamiche storiche in questa zona tra il XVII e il XIX secolo, per esempio, dovremmo trovare palestinesi nativi in numero elevato che vivono in più comunità.
Le prove che abbiamo a nostra disposizione, però, attestano il contrario.

Nel 1695 Adrian Reland, accademico, geografo, cartografo e filologo olandese, venne in Palestina ed esaminò circa 2500 posti citati dalla Bibbia o dal Mishnah dove vivevano persone. Le sue conclusioni furono le seguenti: prima di tutto le terre erano desolate. Quasi tutti gli abitanti erano concentrati nelle città di Gerusalemme, Acre, Safed, Jaffa, Tiberiade e Gaza, e la maggior parte di loro erano ebrei e cristiani.
La maggioranza demografica degli ebrei a Gerusalemme è arrivata fino ai giorni nostri. In seconda battuta, non un singolo insediamento portava un nome con origini arabe. Tutti i nomi derivavano dall’ebraico, dal greco o dal latino. Anche Ramallah (l’attuale capitale per i palestinesi) era chiamata Bet’allah dal nome ebraico BeitEl (Casa di Dio).


Inoltre, non c’è nessuna prova dell’eredità culturale araba nell’area. Il libro rafforza il legame e l’affinità esistente tra la terra di Israele e gli ebrei e l’assenza dell’appartenenza degli arabi ad essa.

172 anni dopo, sembra che niente sia significativamente cambiato quando il noto scrittore Mark Twain visitò la Palestina nel 1867. Nelle sue lettere descrisse cosa vide: “una terra desolata, fertile abbastanza ma lasciata interamente in balia ad erbacce in un’espansione addolorata e silenziosa… Qui c’è una desolazione che nemmeno l’immaginazione può migliorare con lo sfarzo della vita e dell’azione… Non abbiamo mai visto una persona durante tutto il nostro cammino… Difficile fu vedere un albero o un cespuglio. Persino gli ulivi e i cactus, amici dei terreni più aridi, erano rari in quel paese”.

23 anni più tardi, nel 1890, una ricerca britannica stimò il totale degli abitanti arabi in Palestina: 473.000. Sembra chiaro che questo aumento repentino della popolazione araba è giustificata dall’aumento dell’attività economica in Palestina, oltre ad un relativo liberalismo da parte dei leader dell’Impero Ottomano e un aumento dell’influenza in Terra Santa della potenza occidentale della Russia. Molto interessante è il contemporaneo aumento dell’immigrazione ebraica in Palestina (forse una risposta araba all’aumento della popolazione ebrea?).

Andando avanti nel tempo, nel 1915 la popolazione araba crebbe fino a 590.000 persone per una crescita annuale pari allo 0.8%. In base a questo tasso di crescita, nel 1947 la popolazione araba avrebbe dovuto essere circa di 785.000 ma la cifra, invece, è di 1.3 milioni. Com’è possibile?

La risposta è semplice: folle migratorie arrivate da altri paesi arabi. Quando l’impero britannico prese sotto il suo controllo la Palestina dall’Impero Ottomano, l’economia iniziò a crescere, vennero costruite ferrovie e iniziarono ad emergere nuove opportunità. Chi non avrebbe voluto andare e vivere sotto i britannici, dove molte occasioni stavano crescendo?

Perché tutte queste informazioni sono rilevanti? Un’altra volta la risposta è semplice. Al contrario di ciò che molti affermano, ossia che i palestinesi hanno vissuto qui per secoli e sono quindi il popolo indigeno della Palestina, sembra invece che la maggior parte di loro vennero in questa terra a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Secondo le Nazioni Unite, un popolo è considerato indigeno nella sua terra se si dimostra una continuità storica su di essa. La domanda quindi è: come si può definire un popolo autoctono quando la maggior parte di esso ha vissuto in suddetta terra solo per 3 o 4 generazioni?

I critici probabilmente direbbero che la maggior parte degli ebrei che vivono qui ora sono arrivati anch’essi in Israele da poche generazioni. Ma al contrario dei palestinesi, gli ebrei hanno continuato a vivere qui per più di 3.000 anni, arrivando fino ad oggi. Le prove possono essere trovate ovunque: nelle scritture, nei siti archeologici, nei manufatti e in molto altro. I critici potrebbero inoltre affermare che la Bibbia non è un libro di storia. Quest’ultima affermazione è opinabile da molti ma in questo caso si suggerisce di leggere l’incredibile storia della scoperta dell’altare di Joshua sul monte Ebal, fatta da un archeologo israeliano, Adam Zertal.

“Farai per me un altare di terra e, sopra, offrirai i tuoi olocausti e i tuoi sacrifici di comunione, le tue pecore e i tuoi buoi; in ogni luogo dove io vorrò ricordare il mio nome, verrò a te e ti benedirò”

“Se tu mi fai un altare di pietra, non lo costruirai con pietra tagliata, perché alzando la tua lama su di essa, tu la renderesti profana. Non salirai sul mio altare per mezzo di gradini, perché là non si scopra la tua nudità”.

In più, oltre ad ulteriori prove archeologiche sulla continuità storica degli ebrei in questa terra, un altro incredibile reperto ritrovato nella Città di David a Gerusalemme sono le due bulle di argilla con iscritti due nomi biblici, originari del periodo del Primo Templio. I nomi che riportano sono identici al testo biblico che si riferisce al medesimo periodo (erano due ufficiali).

Queste importanti scoperte archeologiche si ricollegano quasi completamente alle descrizioni della Bibbia e si rifanno al 1300 D.C.

Tornando a ciò che venne affermano nelle prime righe dell’articolo, i critici potrebbero sostenere che l’affermazione a favore degli ebrei pronunciata da Al-Khalidi fu solo il punto di vista di un eccentrico musulmano. Ebbene, non è poi così eccentrica come visione: il Corano, libro sacro dell’Islam, afferma chiaramente che la Terra Santa appartiene al popolo ebraico. Controllate voi stessi

Credete ancora che gli ebrei siano stranieri in questa terra?
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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