Demografia storica ed etnica in Giudea, Palestina, Israele

Demografia storica ed etnica in Giudea, Palestina, Israele

Messaggioda Berto » gio mag 24, 2018 8:12 am

Demografia storica ed etnica in Giudea, Palestina, Israele lungo i millenni
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Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Demografia storica ed etnica in Giudea, Palestina, Israele

Messaggioda Berto » gio mag 24, 2018 8:13 am

Storia di Israele di Luciano Tas: 21 domande e risposte
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1) Quasi duemila anni fa esisteva uno Stato ebraico in Palestina, ma poi ci hanno vissuto gli arabi, cioè i palestinesi. Dopo tanto tempo non hanno acquisito il diritto alla loro patria?


Gli arabi non hanno abitato a lungo in modo stabile la Palestina.

Continuativamente, solo poco più di un secolo. Per quattro secoli, dal 1516 al 1918, la Palestina è stata una negletta provincia turca quasi disabitata, consegnata dall’incuria dei governi di Istanbul alla sabbia del deserto e alle paludi. La Palestina (meglio conosciuta in quei secoli come “provincia di Damasco” e comprendente l’attuale Israele, Cisgiordania, Giordania, Libano e parte della Siria) incomincia a essere “restaurata” solo a partire dalla seconda metà dell’800, quando i primi pionieri ebrei, giunti dall’Impero zarista, creano qualche occasione di lavoro, capace di attirare lavoratori di altre province turche, come la Siria, l’Iraq, l’attuale Giordania (creata artificialmente, a tavolino, solo nel 1921), lo stesso Egitto. Maggiori occasioni lavorative si sviluppano tra la prima e la seconda guerra mondiale, sia per l’occupazione britannica che per le fatiche dei contadini ebrei, con i loro aranceti e le terre acquistate a caro prezzo dagli sceicchi arabi e strappate alla sabbia, e al conseguente indotto. Che oggi i palestinesi, cioè i pronipoti dei tanti lavoratori arabi giunti in Palestina un secolo fa, esistano e abbiano acquisito una coscienza nazionale, prima del tutto inesistente, è vero.

Che abbiano diritto a un loro territorio e a un loro Stato autonomo oltre alla Giordania, dove più dei due terzi degli abitanti sono palestinesi, è ormai altrettanto accettato. Ma non è falsando la Storia che questi diritti diventano più sicuri.



Islam, palestinesi, ebraismo, ebrei, Israełe
viewtopic.php?f=188&t=1924

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... eliani.jpg


Solo una minimissima parte dei nazisti maomettani o mussulmani sono arabi (di etnia araba)
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Non sono di etnia araba anche se hanno acquisito la lingua araba attraverso il domino o degli arabi o di dinastie imperiali non arabe che però hanno adottato il credo maomettano e la sua lingua araba:
Egitto, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco, Sudan, Nigeria, Libano, Siria, ...
...




13) Ma perché gli israeliani vogliono avere proprio Gerusalemme come capitale? Che diritto ne hanno, dopo esserne stati assenti per quasi duemila anni?

Gli ebrei non hanno mai lasciato Gerusalemme e anzi, secondo tutte le statistiche note, vale a dire dalla metà dell’800, a Gerusalemme gli ebrei hanno sempre costituito la maggioranza relativa della popolazione, che a una delle prime rilevazioni statistiche ammontava in totale a 15.000 persone.

Nel 1876, assai prima dunque della nascita del sionismo, vivevano a Gerusalemme 25.000 persone, delle quali 12.000, quasi la metà, erano ebrei, 7500 musulmani e 5500 cristiani.

Nel 1905 gli abitanti erano saliti a 60.000. Di questi 40.000 erano ebrei, 7000 musulmani e 13.000 cristiani.

Nel 1931 su 90.000 abitanti, gli ebrei erano 51.000, i musulmani 20.000 e i cristiani 19.000.

Nel 1948, alla vigilia della nascita dello Stato ebraico, la popolazione di Gerusalemme era quasi raddoppiata: 165.000 persone, di cui 100.000 ebrei, 40.000 musulmani e 25.000 cristiani. La presenza ebraica a Gerusalemme ha sempre costituito il nucleo etnico numericamente più forte. Con Gerusalemme gli ebrei hanno sempre avuto un forte legame religioso, storico, nazionale, e di nessun altro popolo Gerusalemme è mai stata capitale. È quindi una leggenda l’affermazione che gli ebrei siano stati assenti da Gerusalemme per quasi venti secoli o che costituissero una insignificante percentuale della popolazione gerosolimitana.



Decostruire il mito palestinese – Gerusalemme
6 ottobre 2016 Roberto Giovannini

http://www.linformale.eu/4096-2

Una delle pretese più insistenti del mito palestinese è riuscire a dividere in due la capitale dello Stato di Israele (Gerusalemme, Al-Quds in arabo), ottenerne la porzione orientale e farne la capitale di uno stato arabo, musulmano e judenrein di nome Palestina. Perché? Quali sono le motivazioni alla base di questa rivendicazione?

Gerusalemme, sin dalla sua fondazione, è sempre stata una città letteralmente costruita con la roccia. La pietra, quali che fossero i suoi governanti o lo stile dell’epoca, è sempre stato l’unico materiale da costruzione utilizzato. Estratta sul posto, è di colore chiaro e tenera al taglio, col passare del tempo diventa dura e assume una tonalità rosa, grigio-azzurra o ambra. Tale consuetudine, scolpita nei millenni della storia, venne resa obbligatoria per legge dal governatore militare inglese sir Ronald Storrs nel 1918: uno dei pochi lasciti positivi dell’amministrazione britannica. Ancora oggi, ogni nuovo edificio deve utilizzare la pietra almeno nelle facciate. Non esiste sulla faccia della Terra città più ebraica, culla millenaria di solida roccia calcarea, per il popolo dalla dura cervice.

Per confutare le pretese del palestinismo inizieremo con i numeri della demografia storica. Se è risaputo che gli Ebrei mantennero ininterrottamente, per oltre tre millenni, la loro presenza a Gerusalemme, è altresì vero che essi rappresentano il gruppo maggioritario della città almeno dagli anni ’40 dell’Ottocento (da quando cioè esistono statistiche attendibili). Si noti come nel 1876, prima ancora della nascita del Sionismo, vivessero a Gerusalemme 25.030 persone, di queste 12.000 (quasi la metà esatta) erano Ebrei. O di come venti anni dopo, nel 1896, sempre sotto il dominio ottomano, gli Ebrei rappresentassero quasi il 62% dell’intera popolazione. E così via nei decenni successivi, durante i quali gli Ebrei, nonostante i quasi vent’anni di occupazione giordana (1948-1967) della porzione orientale della città e la pulizia etnica che subirono in varie zone di Gerusalemme, hanno continuato ad essere maggioranza relativa della popolazione cittadina.

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... alemme.jpg


Una prima cosa dunque la si può affermare senza tema di smentita: Gerusalemme, da quando esistono statistiche affidabili, non è mai stata una città a maggioranza araba così come non è mai stata una capitale per alcuna entità araba e/o musulmana. Ovviamente non è mai stata nemmeno una città “palestinese”, qualunque significato si voglia dare al termine.



Gerusalemme capitale storica sacra e santa di Israele, terra degli ebrei da almeno 3 mila anni
viewtopic.php?f=197&t=2472
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Messaggioda Berto » gio mag 24, 2018 8:16 am

L'espulsione in massa degli ebrei dai Paesi arabi
http://veromedioriente.altervista.org/c ... _ebrei.htm

Premessa: tratto da qui
https://bugiedallegambelunghe.wordpress ... -non-lo-sa

Gli ebrei hanno vissuto in Nord Africa, Medio Oriente e regione del Golfo per più di 2500 anni – 1.000 anni prima della nascita dell’Islam. Per secoli, sotto il dominio islamico, dopo la conquista musulmana della regione, gli ebrei sono stati considerati “dhimmi”, o cittadini di seconda classe.

Negli ultimi 55 anni il mondo è stato testimone dello spostamento di massa di oltre 850.000 ebrei, residenti da lungo tempo sotto regimi totalitari, le dittature brutali e le monarchie della Siria, Trans-Giordania, Egitto, Libano, Yemen, Iran, Iraq, Algeria , Tunisia e Marocco. La maggior parte degli ebrei dei paesi arabi si rese conto che non c’era futuro a lungo termine per loro e le loro famiglie, nei paesi di nascita.

Nel decidere dove andare, molti decisero di reinsediarsi nella patria ebraica, in Israele. Tuttavia, gli ebrei profughi dai paesi arabi reinsediati in Israele o altrove, erano ancora considerati dall’UNHCR, in base al diritto internazionale, con lo status di rifugiato.

L’ascesa del panarabismo e dei movimenti di indipendenza del 20 ° secolo hanno determinato una campagna, orchestrata e appoggiata da diversi stati arabi, contro il sionismo, in veemente opposizione alla creazione di una patria per il popolo ebraico. Centinaia di migliaia di ebrei residenti nei paesi arabi furono intrappolati in questa lotta. Le restrizioni determinate dalle sanzioni degli Stati, spesso unite alla violenza e alla repressione, determinarono lo spostamento in massa degli ebrei. La vita era diventata insostenibile per loro; furono scacciati da circa 10 paesi in tutto il Medio Oriente e Nord Africa. QUI
http://www.justiceforjews.com/narrative.html



Stima della popolazione ebraica nei paesi arabi, sulla base di: censimenti ufficiali di ciascun paese; annuari delle comunità ebraiche: “Il caso ebraico prima dell’invasione anglo-americana, commissione d’inchiesta, 1946″; Hayim Chohen, 1952 e 1973; David Sitton, 1974; André Chouraqui 1952; Joseph B. Shechtman, 1961, David Littman, 1975.


1948 e 1976

Marocco 265,000 / 17,000; Algeria 140,000 / 500; Tunisia 105,000 / 2,000; Libia 38,000 / 20; Egitto 100,000 / 200; Iraq 135,000 / 400; Siria 30,000 / 4,350; Libano 5,000 / 150; Yemen 55,000 / 1,000; Aden 8,000 / 0

Totale 881,000 / 25,620



Stima della popolazione ebraica nei paesi arabi, sulla base di: censimenti ufficiali di ciascun paese; annuari delle comunità ebraiche: “Il caso ebraico prima dell’invasione anglo-americana, commissione d’inchiesta, 1946″; Hayim Chohen, 1952 e 1973; David Sitton, 1974; André Chouraqui 1952; Joseph B. Shechtman, 1961, David Littman, 1975.
1948 e 1976

Marocco 265,000 / 17,000; Algeria 140,000 / 500; Tunisia 105,000 / 2,000; Libia 38,000 / 20; Egitto 100,000 / 200; Iraq 135,000 / 400; Siria 30,000 / 4,350; Libano 5,000 / 150; Yemen 55,000 / 1,000; Aden 8,000 / 0

Totale 881,000 / 25,620

Esempio notevole di esodo di massa fu quello degli ebrei dello Yemen e dell’Iraq, che furono trasportati in massa in Israele tra il 1948 e il 1951. Allo stesso modo, la comunità ebraica della Libia fu quasi interamente trasferita in Israele. Un totale di 586.269 ebrei provenienti dai paesi arabi arrivo’ in Israele con almeno 200.000 emigrati da Francia, Inghilterra e Americhe. Compresi i loro figli, il numero totale di ebrei che furono sfollati dalle loro case nei paesi arabi e che vivono in Israele oggi è 1.136.436, circa il 41% della popolazione totale. Almeno altri 500.000 attualmente risiedono in Francia, Canada, Stati Uniti, America Latina e Australia.

L’elevato afflusso di ebrei dai paesi arabi in Israele, poco dopo la sua costituzione come Stato, ebbe un’influenza significativa sulla composizione demografica della popolazione. Nel 1931, solo 1 ebreo su 4 , in Israele, era arrivato da Asia e Africa. Nel 1948 c’erano ancora solo 70.000 di queste ultimi in Israele, rispetto ai 253.661 nati in Israele e ai 393.013 ebrei provenienti da Europa e America, su una popolazione totale di 716.678 .

Nei primi anni ’50 il quadro cambio’ drasticamente. Nel 1951, gli ebrei provenienti dai paesi arabi componevano quasi il 30% di tutta la popolazione . Questo cambiamento insolitamente rapido nella composizione demografica della popolazione fu dovuto alle migliaia che fuggivano a causa delle persecuzioni nei paesi arabi. Durante gli anni tra il 1948 e il 1951, quasi il 50% di tutti gli immigrati, per un totale di 387.000 proveniva da Asia e Africa, un numero simile, a quel tempo, a quello degli ebrei provenienti da Europa e America. Durante i due anni dal 1955 al 1957, la percentuale di ebrei dai paesi arabi aumentò al 69% . Nel 1955 questo gruppo rappresentava il 92% di tutti gli immigrati. Circa 100.000 venuti in quegli anni dal Marocco, Algeria e Tunisia.

Su un totale di 586.070 arrivati fino ad oggi, quasi 400.000 sono entrati nel paese tra il 1948 e il 1951. Gli effetti di questa immigrazione di massa in un breve periodo di tempo possono essere osservati anche con l’aumento della popolazione totale di quegli anni. Entro il 15 maggio 1948, vi erano poco più di 700.000 ebrei in Israele, nel 1951 la cifra arrivo’ a 1.404.400, cioè la popolazione era raddoppiata. L’immigrazione degli ebrei dai paesi arabi in Israele non era un fenomeno del tutto nuovo nel 1948. Gli ebrei erano arrivati in Israele dai paesi arabi già nel 1881, quando un gruppo di oltre 2.000 ebrei yemeniti riusci’ a completare il lungo viaggio in Palestina, un anno prima che iniziassero gli arrivi dall’Europa dell’Est (Bilu). Nel 1948, più di 45.000 ebrei provenienti dai paesi arabi immigro’ in Terra d’Israele.



Stato per Stato


Iraq

Meno di un anno dopo l’indipendenza di Israele, nel 1948, furono adottate misure repressive nei confronti degli ebrei in Iraq. A migliaia furono imprigionati o presi in “custodia protettiva” con l’accusa di “sionismo”. In molti fecero domanda per ottenere i permessi di uscita verso Israele, ma una normativa congelo’ rapidamente i loro conti bancari e fece loro divieto di disporre dei loro beni senza un permesso speciale.

Gli emigranti che riuscirono a ottenere i visti di uscita furono autorizzati a prendere solo 50 kg di bagaglio per persona. Poco dopo, fu emesso un decreto che bloccava le proprietà di tutti gli ebrei iracheni che, lasciando il paese, “avevano perduto la loro nazionalità” e le loro proprietà furono vendute in un’asta pubblica.

Un anno dopo, furono approvate leggi che limitavano i loro movimenti , nella scuole, negli ospedali e in altre istituzioni pubbliche, e rifiutavano loro i titoli di importazione e di esportazione necessari per le loro attività. Il programma fu così efficace, che entro la metà di luglio 1950 più di 110.000 ebrei iracheni erano registrati per l’emigrazione.

La comunità ebraica in Iraq era stata una delle più antiche e più grandi del mondo arabo, e nel 1948 contava 135.000 persone. Oltre 77.000 vivevano nella sola Baghdad, e comprendevano un quarto della popolazione della capitale. La comunità era ricca e prestigiosa, e prima della seconda guerra mondiale, gli ebrei avevano un posto dominante nel commercio di importazione ed occupavano alte posizioni di governo.

La stragrande maggioranza della popolazione si trasferì in Israele, a seguito di intense azioni anti-ebraiche che iniziarono con la risoluzione ONU per la spartizione della Palestina nel 1947 e continuarono fino a dopo il cessate il fuoco con Israele, nel 1949. Centinaia furono uccisi e imprigionati nel corso di diversi sommosse anti-ebraiche. I beni degli ebrei confiscati e il sionismo, il desiderio di tornare alla terra di Sion, diventò un crimine capitale. Gli ebrei furono così costretti a fuggire e a lasciare tutti i loro beni alle spalle. Tra il 1949 e il 1952, 123.371 iracheni furono trasportati direttamente in Israele in quella che divenne nota come “Operazione Ezra e Nehemia”. in pochi rimasero in Iraq e coloro che lo fecero, soprattutto perché non riuscirono a fuggire, furono continuamente minacciati di vessazioni da parte di funzionari locali o a mettersi forzatamente in mostra nelle sinagoghe, da parte del regime di Saddam Hussein.

Yemen

Gli Ebrei avevano cominciato a lasciare lo Yemen nel 1880, quando in circa 2.500 presero la strada per Gerusalemme e Jaffa. Ma fu dopo la prima guerra mondiale, quando lo Yemen divento’ indipendente, che il sentimento antiebraico nel paese rese imperativa l’emigrazione. Leggi antisemite, che erano rimaste in sospeso per anni, furono fatte rivivere, come ad esempio: gli ebrei non erano autorizzati a camminare sui marciapiedi – o a andare a cavallo. In tribunale, la prova di un Ebreo non era accettata contro quella di un musulmano. Gli orfani ebrei dovevano essere convertiti all’Islam, e chi contribuiva a far fuggire questi giovani era messo a morte. Quando un Ebreo emigrava, doveva lasciare tutti i suoi beni. Nonostante ciò, tra il 1923 e il 1945 un totale di 17.000 ebrei yemeniti partì ed emigrò in Eretz Israel.

Dopo la seconda guerra mondiale, migliaia di altri ebrei yemeniti avrebbero voluto partire , ma il Libro bianco del Mandato britannico era ancora in vigore e quelli che lasciavano lo Yemen finivano nelle baraccopoli affollate di Aden, dove gravi disordini scoppiarono nel 1947, dopo che gli Stati Uniti Nazioni decisero la partizione. Molti furono uccisi, e il quartiere ebraico fu raso al suolo. Solo nel settembre 1948 che le autorità britanniche a Aden consentirono ai rifugiati di procedere in Israele.

Gli egiziani avevano chiuso il canale di Suez e lo Stretto di Tiran alle navi israeliane, così gli immigrati dovettero essere avio-trasportati nella nuova nazione. Nel marzo del 1949, la maggior parte dei rifugiati yemeniti di Aden era stato portato in Israele, attraverso l'”Operazione Tappeto Magico” il ponte aereo drammatico, che portò 48.818 ebrei yemeniti in Israele. È un altro esempio dello spostamento di un’intera comunità ebraica dalle sue antiche radici nei paesi arabi. Si stima, ci siano circa 1.000 ebrei in Yemen oggi. Sono tenuti in ostaggio, e in condizioni disastrose e non autorizzati a partire.

Aden

La storia delle moderne persecuzioni antiebraiche in Aden è amara e lunga. Il 2 dicembre 1947, gli arabi proclamarono uno sciopero di solidarietà contro la risoluzione ONU sulla spartizione della Palestina. Più di un centinaio di ebrei furono uccisi, la Sinagoga Grande bruciata, le proprietà ebraiche saccheggiate e distrutte. Tumulti di intensità simile distrussero di nuovo i beni degli ebrei nel 1958, 1965 e 1967. La comunità ebraica di Aden, 8000 persone nel 1948, fu costretta a fuggire. Nel 1959 oltre 3.000 arrivarono in Israele. Molti fuggirono in U.S.A. e Inghilterra. Oggi non ci sono ebrei rimasti a Aden.

Egitto

Il censimento egiziano del 1947 riportava 65.639 abitanti ebrei, molti dei quali impegnati nelle finanze e nelle libere professioni: ingegneri, avvocati, medici e insegnanti. Tuttavia, le stime reali davano cifre più alte, vicine ai 100.000 abitanti. Oggi ci sono solo circa 200 residenti ebrei rimasti in Egitto. Quando l’Egitto si uni’ nel 1948 all’invasione di Israele, promulgò anche decreti anti-ebraici, l’adozione di misure severe contro i presunti autori di attività “sioniste”, inclusa la reclusione nei campi di concentramento in Huckstep e nel deserto del Sinai. I beni degli ebrei furono confiscati e centinaia di famiglie furono bandite e diseredate.

Case furono bombardate e in molti furono uccisi o feriti. Una folla attaccò il quartiere ebraico del Cairo, uccidendo un gran numero di ebrei e saccheggiando le loro case e negozi. Dal novembre 1950, più della metà degli ebrei avevano lasciato il paese, e la maggior parte di loro avevano iniziato una nuova vita in Israele. Come gli ebrei iracheni e siriani, quelli d’Egitto erano una comunità prospera e ricca, con un patrimonio stimato in milioni di dollari. Quando furono costretti a sradicarsi, persero tutto.

Nel 1956 gli egiziani intrapresero spietate misure economiche e politiche rivolte specificamente agli ebrei. Molti leader della grande comunità egiziana furono arrestati, portati per le strade del Cairo e di Alessandria, e lapidati. Famiglie che avevano risieduto in Egitto per generazioni, ma alle quali non era stata concessa la cittadinanza, furono sfrattate. Solo al 5% degli ebrei d’Egitto fu permesso di diventare cittadini egiziani, gli altri furono “apolidi” – senza cittadinanza, nella terra in cui erano nati. L’ordine del governo a considerare gli ebrei “nemici” fu letto nelle moschee. (Nel 1967, 600 ebrei furono imprigionati, picchiati e detenuti per lunghi periodi senza cibo né acqua.) Sentiamo che gli stessi slogan sono ancora utilizzati nelle moschee oggi, in tutto il Medio Oriente, anche in Israele.

Proprietà e conti bancari furono bloccati, beni privati e commerciali confiscati, le imprese liquidate, e dipendenti ebrei dimessi. I grandi magazzini, le banche e altre imprese di proprietà di Ebrei furono confiscati e presi in consegna, come le scuole ebraiche, i movimenti giovanili, le case di riposo, gli istituti assistenziali, gli ospedali e le sinagoghe. I giudici e gli avvocati furono espulsi dai tribunali, e agli ingegneri, medici e insegnanti fu negato il diritto di praticare. L’egiziana Medical Association obbligò la popolazione a non consultare medici ebrei e chirurghi.

Queste misure spietate portarono alla fine di una delle comunità più antiche e più prospere in Medio Oriente. L’obiettivo era lo sradicamento degli ebrei da tutto l’Egitto, e in particolare dal Cairo, Alessandria e Porto Said, che era stato fiorenti centri di una vita tollerante e ricca . La metà degli ebrei egiziani emigrò in Israele, attraverso la Francia o l’Italia, e l’altra metà si disperse in tutto il mondo. Le famiglie si divisero e molti, fino ad allora in salute, morirono di infarto quando si resero conto che le loro ricchezze e proprietà erano state confiscate dal governo, e di essere diventati poveri dalla notte al giorno.

Libia

Gli ebrei di Libia avevano molto sofferto durante gli anni della guerra, con il paese sotto il controllo dell’Asse e molti erano morti nei campi di concentramento di Giado e ad Auschwitz. Nel novembre del 1945, quando sommosse anti-ebraiche scoppiarono nel vicino Egitto, un pogrom ebbe luogo a Tripoli, durante il quale furono uccise 130 persone. Sulla scia di questa violenza, più di 31.000 ebrei partirono per Israele. La comunità ebraica libica, che contava 38.000 persone nel 1948, è un esempio di comunità che scomparve del tutto.

Con lo scoppio della sommosse anti-ebraiche, di nuovo nel 1948, la comunità subì un’ondata di pogrom crudeli che condussero alla perdita di molte vite e di grandi proprietà. Nel 1951, dopo l’indipendenza della Libia e l’entrata nella Lega Araba, le condizioni peggiorarono. Dopo la fondazione dello Stato di Israele, gli ebrei furono costretti a lasciare in massa.

La stragrande maggioranza, 35. 612, emigrò in Israele, ben 30 mila arrivarono nel 1951. L’emigrazione illegale in Italia iniziò nel 1949. Intere comunità furono costrette a sradicarsi. Tutta la comunità di Zliten, 604 persone, arrivò in Israele nel mese di luglio del 1949. Allo stesso modo, intere comunità della provincia di Tripolitania, tra le antiche città di Garian-Tigrina e Jefren (circa 15.000 persone), arrivarono in Israele nel 1950.

Nel ’60 solo poche centinaia di ebrei erano rimasti in Libia. Con le ostilità maggiori risultanti dalla Guerra dei Sei Giorni, anche loro furono costretti a fuggire, e, come per gli altri paesi arabi, furono costretti a lasciare alle spalle tutti i loro beni. Oggi, la Libia è “Judenrein” – “senza ebrei”.

Siria

Nel 1943, la comunità ebraica della Siria aveva 30.000 membri. Questa popolazione era principalmente distribuita tra Aleppo, 17.000 e Damasco, 11.000. Le sommosse anti-ebraiche, che scoppiarono già nel 1945 e il 1947, portarono alla negazione dei diritti fondamentali degli ebrei. Nel 1945, il governo limitò l’emigrazione in Israele, e le proprietà ebraiche furono bruciate e saccheggiate. Nel 1949, le banche furono incaricate di bloccare i loro conti e tutti i loro beni furono espropriati.

Questa situazione obbligò 15.000 ebrei a lasciare la Siria nel 1948; 10.000 emigrarono negli Stati Uniti e altri 5.000 in Israele. Oggi, 4350 ebrei restano in Siria e sono tenuti in ostaggio in condizioni disastrose. 3000 vivono a Damasco, altri 1.000 ad Aleppo e 350 in Kamishli. Agli ebrei rimasti in Siria è negata la libera circolazione o qualsiasi contatto con il mondo esterno. Coloro che hanno la famiglia in Israele sono sempre in pericolo di persecuzione da parte di funzionari locali. Molti leader giovani sono stati torturati e impiccati nel corso degli anni.

Libano

L’emigrazione degli ebrei dal Libano ha seguito un andamento un po’ diverso rispetto a quella da altri paesi arabi, soprattutto a causa del governo arabo-cristiano che ha caratterizzato la struttura politica di questo paese e che ha condotto una politica di relativa tolleranza verso la sua popolazione ebraica . Nonostante le circostanze sostanzialmente positive di cui godono gli ebrei libanesi, anch’essi si sentivano insicuri e decisero di emigrare. La maggior parte verso la Francia, Israele, Italia, Inghilterra e Sud America, e ancora altri in Israele nel 1967. Nel 1974, 1.800 ebrei erano rimasti in Libano, la maggior parte concentrata a Beirut. Oggi, dopo la guerra civile in Libano, il numero è ridotto a circa 150 ebrei.

Marocco

La comunità ebraica del Marocco risale alla distruzione del Primo Tempio, nell’anno 586 aC. Nel 1948, questa comunità antica, la più grande del Nord Africa, contava 265.000 persone. Composta principalmente da uomini d’affari, cambiavalute, artigiani e commercianti, la popolazione ebraica è stata per il 73% urbana e costituiva il 9% della popolazione urbana totale del Marocco. Nel 1947 una grande comunità ebraica esisteva a Casablanca, con più di 86.000 abitanti. Altre città, che avevano grandi popolazioni ebraiche, erano Marrakech, Fes, Meknes e Rabat, comprendenti ciascuno una popolazione di più di 15.000 ebrei, nel 1947. L’immigrazione in Israele iniziò grazie a piccoli gruppi che arrivarono al momento dell’indipendenza di Israele.

Tuttavia, le ondate di immigrazione di massa, che portarono un totale di più di 250.000 ebrei marocchini in Israele, furono decise in seguito alle misure antiebraiche attuate in risposta alla fondazione dello Stato di Israele. Il 4 giugno 1949, tumulti scoppiati nel nord del Marocco, uccisero e ferirono decine di ebrei.

Poco dopo, gli ebrei cominciarono ad andarsene. Durante il periodo tra il 1955 e il 1957 , oltre 70.000 ebrei marocchini arrivarono in Israele. Nel 1956 l’emigrazione in Israele fu vietata e nel 1959 le attività sioniste divennero illegali. In questi anni, più di 30.000 ebrei partì per la Francia e le Americhe. Nel 1963, il divieto di emigrazione in Israele fu revocato portando altri 100.000 nel paese.

Oggi, la comunità ebraica del Marocco si è ridotta a meno del 10% delle dimensioni originali. Dei 17.000 ebrei che rimangono, due terzi vivono a Casablanca. Dal 1964, 30 tribunali ebraici sono stati chiusi, compreso il Tribunale Rabbinico. Scuole ebraiche esistono ancora, ma molte sono ad amministrazione musulmana. Non c’è stata più alcuna pubblicazione ebraica, in Marocco, dal 1966.

In generale, gli ebrei che rimangono in Marocco hanno una vita abbastanza stabile, tuttavia, scoppi occasionali di sentimenti anti-israeliani rendono la vita quotidiana insicura. Alcuni rappresentanti della Knesset israeliana furono invitati a colloqui di pace a Rabat, da re Hassan e bene accolti.

Algeria

Nel 1948 c’erano 140.000 ebrei in Algeria. Prima del 1962 c’erano 60 comunità ebraiche, ciascuna manteneva almeno una sinagoga, un rabbino e dei propri servizi educativi. Durante i tre mesi, tra maggio e luglio del 1962, quasi tutti gli ebrei d’Algeria hanno lasciato il paese, a seguito dell’accordo di Evian, che concesse l’indipendenza all’Algeria. Oggi, rimangono solo 300 ebrei. Durante la lotta per l’indipendenza, sugli ebrei fu fatta pressione affinché abbracciassero la causa nazionalista.

Un portavoce del Partito di Liberazione dichiarò nel 1960: “Gli ebrei sopporteranno le conseguenze del loro atteggiamento esitante quando l’Algeria sarà posta in essere”. Di conseguenza, 14.000 ebrei emigrarono in Israele e altri 125.000 in Francia, lasciando dietro di sé solo una piccola parte di quello che era uno delle più grandi comunità del Nord Africa. Oggi, i pochi ebrei che rimangono in Algeria non possono mantenere nessuna forma autonoma di organizzazione comune. Sono sotto la supervisione del Segretariato francese del World Jewish Congress. In Algeri, per una comunità che contava 30.000 persone nel 1960, e aveva 12 sinagoghe, una sola sinagoga rimane.

Tunisia

Come per le condizioni degli ebrei in Algeria, l’ascesa del nazionalismo tunisino ha portato alla legislazione antiebraica e nel 1961 ha causato la partenza di un gran numero di ebrei. Nel 1948, la comunità ebraica tunisina contava 105.000 persone, 65.000 vivevano a Tunisi. Nel 1961, la popolazione ebraica totale era scesa a 70.000 e nel 1968 solo 12.000 ebrei erano rimasti. Acute persecuzioni antiebraiche durante la guerra dei Sei Giorni, influenzarono ancora di più le partenze.

In quell’anno 7000 ebrei emigrarono in Francia. Gli ebrei della Tunisia costituivano una ricca, prestigiosa comunità, che aveva avuto, una volta, un membro al Parlamento. Il cambiamento che si è verificato nella politica del governo ha generato paura e insicurezza ed alla fine ha causato la maggior parte delle emigrazioni. Più di 50,00 sono emigrati in Israele. Nel 1958, il Consiglio della Comunità Ebraica è stato abolito. Oggi solo 2.000 ebrei restano in Tunisia. QUI



Ma tutto questo Ashrawi non lo sa ... .
settembre 5, 2012

https://bugiedallegambelunghe.wordpress ... -non-lo-sa

Il 1 settembre 2012 è apparso un articolo del Jerusalem Post intitolato “Il membro dell’Olp Ashrawi: non esiste qualcosa come i rifugiati ebrei”. La signora afferma che “la pretesa che gli ebrei emigrati in Israele … siano” rifugiati … è una forma di inganno e di illusione.” In realtà è la signora Ashrawi che inganna e si illude. “Se Israele è la loro patria, allora non sono rifugiati”.. ma da dove arriva la signora Ashrawi? Non conosce la storia del Medio Oriente e tradisce la sua ignoranza del diritto internazionale.

Nel 1957 e poi nel 1967, l’Alto Commissariato delle Nazioni per i Rifugiati (UNHCR) ha stabilito che gli ebrei in fuga dai paesi arabi erano legalmente rifugiati, rientranti a pieno titolo nel mandato dell’UNHCR. In primo luogo, con riferimento agli ebrei sfollati dall’Egitto, l’Alto Commissario dell’ONU per i rifugiati, Auguste Lindt, nella sua relazione alla quarta sessione del Comitato Esecutivo UNREF (Ginevra, 29 Gennaio – 4 Febbraio, 1957) dichiaro’:

“Un’altra emergenza sta nascendo: quella dei rifugiati provenienti dall’Egitto. Non c’è dubbio nella mia mente che quei rifugiati che non possono o non vogliono avvalersi della protezione del governo per la perdita della loro nazionalità, ricadono sotto il mandato del mio ufficio. ”

E dalla ricerca condotta presso l’Archivio dell’UNHCR a Ginevra da Stanley A. Urman:

“Ai sensi dell’articolo 3, comma 7 della Legge n emergenza 5333 del 1954, sulla Proclamazione dello stato d’assedio in Egitto, il governatore militare dell’Egitto è stato autorizzato “a ordinare l’arresto e la cattura di sospetti e di coloro che possono pregiudicare l’ordine pubblico e la sicurezza “. Almeno 900 ebrei, senza essersi resi colpevoli di alcun crimine, furono arrestati, imprigionati o altrimenti privati della libertà. Un decreto del 1958 contiene una disposizione simile che, pur non espressamente, esclude le componenti non-musulmane dalla cittadinanza, e illustra ancora più chiaramente la politica etnica dell’Egitto che voleva essere un paese arabo musulmano. Così, al Ministro degli Interni fu consentito dalla legge di concedere la “nazionalità araba” agli stranieri che “hanno contribuito al nazionalismo arabo, o alla patria araba”.

Queste due leggi hanno reso molto facile per l’Egitto togliere la cittadinanza agli Ebrei egiziani. I decreti del 1956 e del 1958 hanno permesso al governo di togliere la cittadinanza alle persone assenti dal territorio UAR per più di sei mesi consecutivi. Che questa disposizione era rivolta esclusivamente agli ebrei è dimostrato dal fatto che gli elenchi delle persone che persero la cittadinanza, pubblicati di volta in volta dalla Gazzetta ufficiale, contengono solo nomi ebraici, nonostante il fatto che ci siano stati molti non-ebrei egiziani che soggiornarono all’estero per più di sei mesi … Il riferimento agli ebrei provenienti dai paesi arabi come rifugiati è stato accertato il 6 Luglio 1967 nella lettera del Dr. E. Jahn, dell’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati che conferma:

“Mi riferisco alla nostra recente discussione riguardante gli ebrei dal Medio Oriente e dal Nord Africa in conseguenza dei recenti avvenimenti. Sono ora in grado di informarvi che queste persone possono essere considerate prima facie nel quadro del mandato di questo ufficio.” Pertanto, ai sensi del diritto internazionale, gli ebrei sfollati da questi paesi arabi sono in effetti veri rifugiati, fatta salva la tutela completa del Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.

La signora Ashrawi inganna, sostenendo che “gli ebrei non furono allontanati … L’emigrazione degli ebrei fu un atto volontario …” A titolo di esempio: In data 9 marzo 1950, la Gazzetta Ufficiale della Repubblica irachena Legge n ° 1 del 1950, dal titolo “Integrazione Ordinanza Annullamento di nazionalità irachena”, emanata per privare gli ebrei della loro nazionalità irachena, Sezione 1 prevedeva che “il Consiglio dei ministri può annullare la nazionalità irachena degli Ebrei iracheni che volessero volontariamente lasciare l’Iraq …” .

Il Codice sulla Nazionalità, articolo 10, promulgato dall’ Egitto, il 26 maggio 1926, ha stabilito che una persona nata in Egitto da padre ‘straniero’ aveva il diritto di nazionalità egiziana solo se il padre straniero “razzialmente apparteneva alla maggior parte della popolazione di un paese la cui lingua è l’arabo e la cui religione è l’Islam”. Il requisito riguardava gli ebrei in Egitto, una gran numero dei quali non poteva acquisire la cittadinanza egiziana. Più tardi, negli anni Cinquanta, tale disposizione è servita come pretesto ufficiale per l’espulsione di molti ebrei dall’Egitto.

Mentre il governo egiziano prendeva il controllo di settori sempre più ampi dell’economia, la legislazione della nazionalizzazione colpiva gli ebrei in quei settori dell’economia dove erano stati in primo piano, ad esempio banche, assicurazioni, ecc. Oltre al sequestro di vaste proprietà e altri trattamenti discriminatori, la direttiva n ° 189, rilasciata dalle autorità, autorizzava il direttore generale dell’Agenzia sequestrante a dedurre dal patrimonio appartenente alle persone internate, o sotto sorveglianza, il 10% del valore dei beni sequestrati, presumibilmente per coprire i costi di amministrazione. QUI

Gli ebrei hanno vissuto in Nord Africa, Medio Oriente e regione del Golfo per più di 2500 anni – 1.000 anni prima della nascita dell’Islam. Per secoli, sotto il dominio islamico, dopo la conquista musulmana della regione, gli ebrei sono stati considerati “dhimmi”, o cittadini di seconda classe. Negli ultimi 55 anni il mondo è stato testimone dello spostamento di massa di oltre 850.000 ebrei, residenti da lungo tempo sotto regimi totalitari, le dittature brutali e le monarchie della Siria, Trans-Giordania, Egitto, Libano, Yemen, Iran, Iraq, Algeria , Tunisia e Marocco. La maggior parte degli ebrei dei paesi arabi si rese conto che non c’era futuro a lungo termine per loro e le loro famiglie, nei paesi di nascita. Nel decidere dove andare, molti decisero di reinsediarsi nella patria ebraica, in Israele. Tuttavia, gli ebrei profughi dai paesi arabi reinsediati in Israele o altrove, erano ancora considerati dall’UNHCR, in base al diritto internazionale, con lo status di rifugiato.

L’ascesa del panarabismo e dei movimenti di indipendenza del 20 ° secolo hanno determinato una campagna, orchestrata e appoggiata da diversi stati arabi, contro il sionismo, in veemente opposizione alla creazione di una patria per il popolo ebraico. Centinaia di migliaia di ebrei residenti nei paesi arabi furono intrappolati in questa lotta. Le restrizioni determinte dalle sanzioni degli Stati, spesso unite alla violenza e alla repressione, determinarono lo spostamento in massa degli ebrei. La vita era diventata insostenibile per loro; furono scacciati da circa 10 paesi in tutto il Medio Oriente e Nord Africa. QUI

Stima della popolazione ebraica nei paesi arabi, sulla base di: censimenti ufficiali di ciascun paese; annuari delle comunità ebraiche: “Il caso ebraico prima dell’invasione anglo-americana, commissione d’inchiesta, 1946”; Hayim Chohen, 1952 e 1973; David Sitton, 1974; André Chouraqui 1952; Joseph B. Shechtman, 1961, David Littman, 1975.
1948 e 1976

Marocco 265,000 / 17,000; Algeria 140,000 / 500; Tunisia 105,000 / 2,000; Libia 38,000 / 20; Egitto 100,000 / 200; Iraq 135,000 / 400; Siria 30,000 / 4,350; Libano 5,000 / 150; Yemen 55,000 / 1,000; Aden 8,000 / 0

Totale 881,000 / 25,620

Esempio notevole di esodo di massa fu quello degli ebrei dello Yemen e dell’Iraq, che furono trasportati in massa in Israele tra il 1948 e il 1951. Allo stesso modo, la comunità ebraica della Libia fu quasi interamente trasferita in Israele. Un totale di 586.269 ebrei provenienti dai paesi arabi arrivo’ in Israele con almeno 200.000 emigrati da Francia, Inghilterra e Americhe. Compresi i loro figli, il numero totale di ebrei che furono sfollati dalle loro case nei paesi arabi e che vivono in Israele oggi è 1.136.436, circa il 41% della popolazione totale. Almeno altri 500.000 attualmente risiedono in Francia, Canada, Stati Uniti, America Latina e Australia.

L’elevato afflusso di ebrei dai paesi arabi in Israele, poco dopo la sua costituzione come Stato, ebbe un’influenza significativa sulla composizione demografica della popolazione. Nel 1931, solo 1 ebreo su 4 , in Israele, era arrivato da Asia e Africa. Nel 1948 c’erano ancora solo 70.000 di queste ultimi in Israele, rispetto ai 253.661 nati in Israele e ai 393.013 ebrei provenienti da Europa e America, su una popolazione totale di 716.678 .

Nei primi anni ’50 il quadro cambio’ drasticamente. Nel 1951, gli ebrei provenienti dai paesi arabi componevano quasi il 30% di tutta la popolazione . Questo cambiamento insolitamente rapido nella composizione demografica della popolazione fu dovuto alle migliaia che fuggivano a causa delle persecuzioni nei paesi arabi. Durante gli anni tra il 1948 e il 1951, quasi il 50% di tutti gli immigrati, per un totale di 387.000 proveniva da Asia e Africa, un numero simile, a quel tempo, a quello degli ebrei provenienti da Europa e America. Durante i due anni dal 1955 al 1957, la percentuale di ebrei dai paesi arabi aumento’ al 69% . Nel 1955 questo gruppo rappresentava il 92% di tutti gli immigrati. Circa 100.000 venuti in quegli anni dal Marocco, Algeria e Tunisia.

Su un totale di 586.070 arrivati fino ad oggi, quasi 400.000 sono entrati nel paese tra il 1948 e il 1951. Gli effetti di questa immigrazione di massa in un breve periodo di tempo possono essere osservati anche con l’aumento della popolazione totale di quegli anni. Entro il 15 maggio 1948, vi erano poco più di 700.000 ebrei in Israele, nel 1951 la cifra arrivo’ a 1.404.400, cioè la popolazione era raddoppiata. L’immigrazione degli ebrei dai paesi arabi in Israele non era un fenomeno del tutto nuovo nel 1948. Gli ebrei erano arrivati in Israele dai paesi arabi già nel 1881, quando un gruppo di oltre 2.000 ebrei yemeniti riusci’ a completare il lungo viaggio in Palestina, un anno prima che iniziassero gli arrivi dall’Europa dell’Est (Bilu). Nel 1948, più di 45.000 ebrei provenienti dai paesi arabi immigro’ in Terra d’Israele.

Stato per Stato
Iraq

Meno di un anno dopo l’indipendenza di Israele, nel 1948, furono adottate misure repressive nei confronti degli ebrei in Iraq. A migliaia furono imprigionati o presi in “custodia protettiva” con l’accusa di “sionismo”. In molti fecero domanda per ottenere i permessi di uscita verso Israele, ma una normativa congelo’ rapidamente i loro conti bancari e fece loro divieto di disporre dei loro beni senza un permesso speciale. Gli emigranti che riuscirono a ottenere i visti di uscita furono autorizzati a prendere solo 50 kg di bagaglio per persona. Poco dopo, fu emesso un decreto che bloccava le proprietà di tutti gli ebrei iracheni che, lasciando il paese, “avevano perduto la loro nazionalità” e le loro proprietà furono vendute in un’asta pubblica. Un anno dopo, furono approvate leggi che limitavano i loro movimenti , nella scuole, negli ospedali e in altre istituzioni pubbliche, e rifiutavano loro i titoli di importazione e di esportazione necessari per le loro attività. Il programma fu così efficace, che entro la metà di luglio 1950 più di 110.000 ebrei iracheni erano registrati per l’emigrazione. La comunità ebraica in Iraq era stata una delle più antiche e più grandi del mondo arabo, e nel 1948 contava 135.000 persone. Oltre 77.000 vivevano nella sola Baghdad, e comprendevano un quarto della popolazione della capitale. La comunità era ricca e prestigiosa, e prima della seconda guerra mondiale, gli ebrei avevano un posto dominante nel commercio di importazione ed occupavano alte posizioni di governo.

La stragrande maggioranza della popolazione si trasferi’ in Israele, a seguito di intense azioni anti-ebraiche che iniziarono con la risoluzione ONU per la spartizione della Palestina nel 1947 e continuarono fino a dopo il cessate il fuoco con Israele, nel 1949. Centinaia furono uccisi e imprigionati nel corso di diversi sommosse anti-ebraiche. I beni degli ebrei confiscati e il sionismo, il desiderio di tornare alla terra di Sion, divento’ un crimine capitale. Gli ebrei furono così costretti a fuggire e a lasciare tutti i loro beni alle spalle. Tra il 1949 e il 1952, 123.371 iracheni furono trasportati direttamente in Israele in quella che divenne nota come “Operazione Ezra e Nehemia”. in pochi rimasero in Iraq e coloro che lo fecero, soprattutto perché non riuscirono a fuggire, furono continuamente minacciati di vessazioni da parte di funzionari locali o a mettersi forzatamente in mostra nelle sinagoghe, da parte del regime di Saddam Hussein.

Yemen

Gli Ebrei avevano cominciato a lasciare lo Yemen nel 1880, quando in circa 2.500 presero la strada per Gerusalemme e Jaffa. Ma fu dopo la prima guerra mondiale, quando lo Yemen divento’ indipendente, che il sentimento antiebraico nel paese rese imperativa l’emigrazione. Leggi antisemite, che erano rimaste in sospeso per anni, furono fatte rivivere, come ad esempio: gli ebrei non erano autorizzati a camminare sui marciapiedi – o a andare a cavallo. In tribunale, la prova di un Ebreo non era accettata contro quella di un musulmano. Gli orfani ebrei dovevano essere convertiti all’Islam, e chi contribuiva a far fuggire questi giovani era messo a morte. Quando un Ebreo emigrava, doveva lasciare tutti i suoi beni. Nonostante ciò, tra il 1923 e il 1945 un totale di 17.000 ebrei yemeniti parti’ ed emigro’ in Eretz Israel. Dopo la seconda guerra mondiale, migliaia di altri ebrei yemeniti avrebbero voluto partire , ma il Libro bianco del Mandato britannico era ancora in vigore e quelli che lasciavano lo Yemen finivano nelle baraccopoli affollate di Aden, dove gravi disordini scoppiarono nel 1947, dopo che gli Stati Uniti Nazioni decisero la partizione. Molti furono uccisi, e il quartiere ebraico fu raso al suolo. Solo nel settembre 1948 che le autorità britanniche a Aden consentirono ai rifugiati di procedere in Israele. Gli egiziani avevano chiuso il canale di Suez e lo Stretto di Tiran alle navi israeliane, così gli immigrati dovettere essere avio-trasportati nella nuova nazione. Nel marzo del 1949, la maggior parte dei rifugiati yemeniti di Aden era stato portato in Israele, attraverso l'”Operazione Tappeto Magico” il ponte aereo drammatico, che porto’ 48.818 ebrei yemeniti in Israele. È un altro esempio dello spostamento di un’intera comunità ebraica dalle sue antiche radici nei paesi arabi. Si stima, ci siano circa 1.000 ebrei in Yemen oggi. Sono tenuti in ostaggio, e in condizioni disastrose e non autorizzati a partire.

Aden

La storia delle moderne persecuzioni antiebraiche in Aden è amara e lunga. Il 2 dicembre 1947, gli arabi proclamarono uno sciopero di solidarietà contro la risoluzione ONU sulla spartizione della Palestina. Più di un centinaio di ebrei furono uccisi, la Sinagoga Grande bruciata, le proprietà ebraiche saccheggiate e distrutte. Tumulti di intensità simile distrussero di nuovo i beni degli ebrei nel 1958, 1965 e 1967. La comunità ebraica di Aden, 8000 persone nel 1948, fu costretta a fuggire. Nel 1959 oltre 3.000 arrivarono in Israele. Molti fuggirono in U.S.A. e Inghilterra. Oggi non ci sono ebrei rimasti a Aden.

Egitto

Il censimento egiziano del 1947 riportava 65.639 abitanti ebrei, molti dei quali impegnati nelle finanze e nelle libere professioni: ingegneri, avvocati, medici e insegnanti. Tuttavia, le stime reali davano cifre più alte, vicine ai 100.000 abitanti. Oggi ci sono solo circa 200 residenti ebrei rimasti in Egitto. Quando l’Egitto si uni’ nel 1948 all’invasione di Israele, promulgo’ anche decreti anti-ebraici, l’adozione di misure severe contro i presunti autori di attività “sioniste”, inclusa la reclusione nei campi di concentramento in Huckstep e nel deserto del Sinai. I beni degli ebrei furono confiscati e centinaia di famiglie furono bandite e diseredate. Case furono bombardate e in molti furono uccisi o feriti. Una folla attacco’ il quartiere ebraico del Cairo, uccidendo un gran numero di ebrei e saccheggiando le loro case e negozi. Dal novembre 1950, più della metà degli ebrei avevano lasciato il paese, e la maggior parte di loro avevano iniziato una nuova vita in Israele. Come gli ebrei iracheni e siriani, quelli d’Egitto erano una comunità prospera e ricca, con un patrimonio stimato in milioni di dollari. Quando furono costretti a sradicarsi, persero tutto. Nel 1956 gli egiziani intrapresero spietate misure economiche e politiche rivolte specificamente agli ebrei. Molti leader della grande comunità egiziana furono arrestati, portati per le strade del Cairo e di Alessandria, e lapidati. Famiglie che avevano risieduto in Egitto per generazioni, ma alle quali non era stata concessa la cittadinanza, furono sfrattate. Solo al 5% degli ebrei d’Egitto fu permesso di diventare cittadini egiziani, gli altri furono “apolidi” – senza cittadinanza, nella terra in cui erano nati. L’ordine del governo a considerare gli ebrei “nemici” fu letto nelle moschee. (Nel 1967, 600 ebrei furono imprigionati, picchiati e detenuti per lunghi periodi senza cibo né acqua.) Sentiamo che gli stessi slogan sono ancora utilizzati nelle moschee oggi, in tutto il Medio Oriente, anche in Israele.

Proprietà e conti bancari furono bloccati, beni privati e commerciali confiscati, le imprese liquidate, e dipendenti ebrei dimessi. I grandi magazzini, le banche e altre imprese di proprietà di Ebrei furono confiscati e presi in consegna, come le scuole ebraiche, i movimenti giovanili, le case di riposo, gli istituti assistenziali, gli ospedali e le sinagoghe. I giudici e gli avvocati furono espulsi dai tribunali, e agli ingegneri, medici e insegnanti fu negato il diritto di praticare. L’egiziana Medical Association obbligo’ la popolazione a non consultare medici ebrei e chirurghi. Queste misure spietate portarono alla fine di una delle comunità più antiche e più prospere in Medio Oriente. L’obiettivo era lo sradicamento degli ebrei da tutto l’Egitto, e in particolare dal Cairo, Alessandria e Porto Said, che era stato fiorenti centri di una vita tollerante e ricca . La metà degli ebrei egiziani emigro’ in Israele, attraverso la Francia o l’Italia, e l’altra metà si disperse in tutto il mondo. Le famiglie si divisero e molti, fino ad allora in salute, morirono di infarto quando si resero conto che le loro ricchezze e proprietà erano state confiscate dal governo, e di essere diventati poveri dalla notte al giorno.

Libia

Gli ebrei di Libia avevano molto sofferto durante gli anni della guerra, con il paese sotto il controllo dell’Asse e molti erano morti nei campi di concentramento di Giado e ad Auschwitz. Nel novembre del 1945, quando sommosse anti-ebraiche scoppiarono nel vicino Egitto, un pogrom ebbe luogo a Tripoli, durante il quale furono uccise 130 persone. Sulla scia di questa violenza, più di 31.000 ebrei partirono per Israele. La comunità ebraica libica, che contava 38.000 persone nel 1948, è un esempio di comunità che scomparve del tutto. Con lo scoppio della sommosse anti-ebraiche, di nuovo nel 1948, la comunità subi’ un’ondata di pogrom crudeli che condussero alla perdita di molte vite e di grandi proprietà. Nel 1951, dopo l’indipendenza della Libia e l’entrata nella Lega Araba, le condizioni peggiorarono. Dopo la fondazione dello Stato di Israele, gli ebrei furono costretti a lasciare in massa. La stragrande maggioranza, 35. 612, emigro’ in Israele, ben 30 mila arrivarono nel 1951. L’emigrazione illegale in Italia inizio’ nel 1949. Intere comunità furono costrette a sradicarsi. Tutta la comunità di Zliten, 604 persone, arrivo’ in Israele nel mese di luglio del 1949. Allo stesso modo, intere comunità della provincia di Tripolitania, tra le antiche città di Garian-Tigrina e Jefren (circa 15.000 persone), arrivarono in Israele nel 1950.

Nel ’60 solo poche centinaia di ebrei erano rimasti in Libia. Con le ostilità maggiori risultanti dalla Guerra dei Sei Giorni, anche loro furono costretti a fuggire, e, come per gli altri paesi arabi, furono costretti a lasciare alle spalle tutti i loro beni. Oggi, la Libia è “Judenrein” – “senza ebrei”.

Siria

Nel 1943, la comunità ebraica della Siria aveva 30.000 membri. Questa popolazione era principalmente distribuita tra Aleppo, 17.000 e Damasco, 11.000. Le sommosse anti-ebraiche, che scoppiarono già nel 1945 e il 1947, portarono alla negazione dei diritti fondamentali degli ebrei. Nel 1945, il governo limitò l’emigrazione in Israele, e le proprietà ebraiche furono bruciate e saccheggiate. Nel 1949, le banche furono incaricate di bloccare i loro conti e tutti i loro beni furono espropriati. Questa situazione obbligo’ 15.000 ebrei a lasciare la Siria nel 1948; 10.000 emigrarono negli Stati Uniti e altri 5.000 in Israele. Oggi, 4350 ebrei restano in Siria e sono tenuti in ostaggio in condizioni disastrose. 3000 vivono a Damasco, altri 1.000 ad Aleppo e 350 in Kamishli. Agli ebrei rimasti in Siria è negata la libera circolazione o qualsiasi contatto con il mondo esterno. Coloro che hanno la famiglia in Israele sono sempre in pericolo di persecuzione da parte di funzionari locali. Molti leader giovani sono stati torturati e impiccati nel corso degli anni.

Libano

L’emigrazione degli ebrei dal Libano ha seguito un andamento un po’ diverso rispetto a quella da altri paesi arabi, soprattutto a causa del governo arabo-cristiano che ha caratterizzato la struttura politica di questo paese e che ha condotto una politica di relativa tolleranza verso la sua popolazione ebraica . Nonostante le circostanze sostanzialmente positive di cui godono gli ebrei libanesi, anch’essi si sentivano insicuri e decisero di emigrare. La maggior parte verso la Francia, Israele, Italia, Inghilterra e Sud America, e ancora altri in Israele nel 1967. Nel 1974, 1.800 ebrei erano rimasti in Libano, la maggior parte concentrata a Beirut. Oggi, dopo la guerra civile in Libano, il numero è ridotto a circa 150 ebrei.

Operazione tappeto Magico
Marocco

La comunità ebraica del Marocco risale alla distruzione del Primo Tempio, nell’anno 586 aC. Nel 1948, questa comunità antica, la più grande del Nord Africa, contava 265.000 persone. Composta principalmente da uomini d’affari, cambiavalute, artigiani e commercianti, la popolazione ebraica è stata per il 73% urbana e costituiva il 9% della popolazione urbana totale del Marocco. Nel 1947 una grande comunità ebraica esisteva a Casablanca, con più di 86.000 abitanti. Altre città, che avevano grandi popolazioni ebraiche, erano Marrakech, Fes, Meknes e Rabat, comprendenti ciascuno una popolazione di più di 15.000 ebrei, nel 1947. L’immigrazione in Israele inizio’ grazie a piccoli gruppi che arrivarono al momento dell’indipendenza di Israele. Tuttavia, le ondate di immigrazione di massa, che portarono un totale di più di 250.000 ebrei marocchini in Israele, furono decise in seguito alle misure antiebraiche attuate in risposta alla fondazione dello Stato di Israele. Il 4 giugno 1949, tumulti scoppiati nel nord del Marocco, uccisero e ferirono decine di ebrei. Poco dopo, gli ebrei cominciarono ad andarsene. Durante il periodo tra il 1955 e il 1957 , oltre 70.000 ebrei marocchini arrivarono in Israele. Nel 1956 l’emigrazione in Israele fu vietata e nel 1959 le attività sioniste divennero illegali. In questi anni, più di 30.000 ebrei partì per la Francia e le Americhe. Nel 1963, il divieto di emigrazione in Israele fu revocato portando altri 100.000 nel paese. Oggi, la comunità ebraica del Marocco si è ridotta a meno del 10% delle dimensioni originali. Dei 17.000 ebrei che rimangono, due terzi vivono a Casablanca. Dal 1964, 30 tribunali ebraici sono stati chiusi, compreso il Tribunale Rabbinico. Scuole ebraiche esistono ancora, ma molte sono ad amministrazione musulmana. Non c’è stata più alcuna pubblicazione ebraica, in Marocco, dal 1966. In generale, gli ebrei che rimangono in Marocco hanno una vita abbastanza stabile, tuttavia, scoppi occasionali di sentimenti anti-israeliani rendono la vita quotidiana insicura. Alcuni rappresentanti della Knesset israeliana furono invitati a colloqui di pace a Rabat, da re Hassan e bene accolti.

Algeria

Nel 1948 c’erano 140.000 ebrei in Algeria. Prima del 1962 c’erano 60 comunità ebraiche, ciascuna manteneva almeno una sinagoga, un rabbino e dei propri servizi educativi. Durante i tre mesi, tra maggio e luglio del 1962, quasi tutti gli ebrei d’Algeria hanno lasciato il paese, a seguito dell’accordo di Evian, che concesse l’indipendenza all’Algeria. Oggi, rimangono solo 300 ebrei. Durante la lotta per l’indipendenza, sugli ebrei fu fatta pressione affinché abbracciassero la causa nazionalista. Un portavoce del Partito di Liberazione dichiaro’ nel 1960: “Gli ebrei sopporteranno le conseguenze del loro atteggiamento esitante quando l’Algeria sarà posta in essere”. Di conseguenza, 14.000 ebrei emigrarono in Israele e altri 125.000 in Francia, lasciando dietro di sé solo una piccola parte di quello che era uno delle più grandi comunità del Nord Africa. Oggi, i pochi ebrei che rimangono in Algeria non possono mantenere nessuan forma autonoma di organizzazione comune. Sono sotto la supervisione del Segretariato francese del World Jewish Congress. In Algeri, per una comunità che contava 30.000 persone nel 1960, e aveva 12 sinagoghe, una sola sinagoga rimane.


Come per le condizioni degli ebrei in Algeria, l’ascesa del nazionalismo tunisino ha portato alla legislazione antiebraica e nel 1961 ha causato la partenza di un gran numero di ebrei. Nel 1948, la comunità ebraica tunisina contava 105.000 persone, 65.000 vivevano a Tunisi. Nel 1961, la popolazione ebraica totale era scesa a 70.000 e nel 1968 solo 12.000 ebrei erano rimasti. Acute persecuzioni antiebraiche durante la guerra dei Sei Giorni, influenzarono ancora di più le partenze. In quell’anno 7000 ebrei emigrarono in Francia. Gli ebrei della Tunisia costituivano una ricca, prestigiosa comunità, che aveva avuto, una volta, un membro al Parlamento. Il cambiamento che si è verificato nella politica del governo ha generato paura e insicurezza ed alla fine ha causato la maggior parte delle emigrazioni. Più di 50,00 sono emigrati in Israele. Nel 1958, il Consiglio della Comunità Ebraica è stato abolito. Oggi solo 2.000 ebrei restano in Tunisia. QUI

Ma tutto questo Asrawi non lo sa…
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Demografia storica ed etnica in Giudea, Palestina, Israele

Messaggioda Berto » gio mag 24, 2018 8:23 am

.
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Messaggioda Berto » gio mag 24, 2018 8:23 am

Pałestina ebreo ixraełiana o arabo musulmana?
viewtopic.php?f=197&t=2236



Canan, Pałestina, Judea, Ixrael
viewtopic.php?f=197&t=2075

Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... nnate-.jpg
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Messaggioda Berto » gio mag 24, 2018 8:25 am

Le buxie so ła Pałestina arabo musulmana


???

Capire ciò che sta accadendo in Palestina non è facile, anche perché i grandi mezzi di comunicazione, in particolare la televisione, non ci aiutano. Ignorano o rimuovono deliberatamente le complesse radici del conflitto in atto, affidandosi esclusivamente alle cronache degli inviati speciali o alle dubbie competenze di «esperti» politici o militari, che danno spesso l'impressione di non aver mai messo piede in Palestina. Per di più, il riferimento emotivo al tema dell'antisemitismo e dell'Olocausto e una latente ostilità nei confronti del mondo islamico impediscono a molti europei una valutazione razionale delle responsabilità politiche degli attori coinvolti: gli Stati Uniti, Israele, i paesi arabi, le organizzazioni palestinesi.

http://www.liceoberchet.gov.it/ricerche ... t_2lev.htm


Nei decenni a cavallo fra Ottocento e Novecento, periodo nel quale le potenze europee, in primis l'Inghilterra, decidevano le sorti della Palestina e incoraggiavano il movimento sionista ad occuparla, la Palestina non era un deserto. Era, al contrario, un paese dove viveva una comunità politica e civile composta di oltre seicentomila persone, che dava nome al territorio ed in cui viveva da millenni. ???

I palestinesi parlavano l'arabo ed erano in gran parte mussulmani sunniti, con la presenza di minoranze cristiane, druse e sciite, che usavano anch'esse la lingua araba. Grazie al suo elevato grado di istruzione, la borghesia palestinese costituiva una élite della regione mediorientale: intellettuali, imprenditori e banchieri palestinesi occupavamo posti chiave nel mondo politico arabo, nella burocrazia e nelle industrie petrolifere del Golfo Persico. Questa era la situazione sociale e demografica della Palestina nei primi decenni del Novecento e tale sarebbe rimasta fino a qualche settimana prima della proclamazione dello Stato d'Israele nella primavera del 1948: in quel momento in Palestina era presente una popolazione autoctona di circa un milione e mezzo di persone (mentre gli ebrei, nonostante l'imponente flusso migratorio del dopoguerra, superavano di poco il mezzo milione). ???

L'intera vicenda dell'invasione sionista della Palestina e della autoproclamazione dello Stato di Israele ruota dunque attorno ad una operazione ideologica che poi si incarnerà in una sistematica strategia politica: la negazione dell'esistenza del popolo palestinese.

Nelle dichiarazioni dei maggiori leader sionisti - da Theodor Herzl a Moses Hess, a Menachem Begin, a Chaim Weizman - la popolazione nativa, quando non è totalmente ignorata, viene squalificata come barbara, indolente, venale, dissoluta. A questo diffusissimo clichet coloniale è strettamente associata l'idea che il compito degli ebrei sarebbe stato quello di occupare un territorio arretrato e semideserto per ricostruirlo dalle fondamenta e «modernizzarlo». E secondo una interpretazione radicale della «missione civilizzatrice» dell'Europa e del suo «colonialismo ricostruttivo», la nuova organizzazione politica ed economica israeliana avrebbe dovuto escludere ogni cooperazione, se non di carattere subordinato e servile, della popolazione autoctona (mentre lo Stato israeliano sarebbe rimasto aperto all'ingresso di tutti gli ebrei del mondo e soltanto degli ebrei).

Non a caso, la prima grande battaglia che i palestinesi sono stati costretti a combattere per risalire la china dopo la costituzione dello Stato d'Israele è stata quella di opporsi alla loro vera e propria cancellazione storica. Il loro obiettivo primario è stato di affermare - non solo contro Israele, ma anche contro paesi arabi come l'Egitto, la Giordania, la Siria - la loro identità collettiva e il loro diritto all'autodeterminazione. Soltanto molto tardi, non prima del 1974, le Nazioni Unite prenderanno formalmente atto dell'esistenza di un soggetto internazionale chiamato Palestina e riconosceranno in Yasser Arafat il suo legittimo rappresentante.

La negazione dell'esistenza di un popolo nella terra dove si intendeva installare lo Stato ebraico è lo stigma coloniale e, in definitiva, razzistico che caratterizza sin dalle sue origini il movimento sionista: un movimento del resto strettamente legato alle potenze coloniali europee e da esse sostenuto in varie forme. Dopo aver a lungo progettato di costituire in Argentina, in Sudafrica o a Cipro la sede dello Stato ebraico, la scelta del movimento sionista cade sulla Palestina non solo e non tanto per ragioni religiose, quanto perché si sostiene, assieme a Israel Zangwill, che la Palestina è «una terra senza popolo per un popolo senza terra».

È in nome di questa logica coloniale che inizia l'esodo forzato di grandi masse di palestinesi - non meno di settecentomila - grazie soprattutto al terrorismo praticato da organizzazioni sioniste come la Banda Stern, guidata da Yitzhak Shamir, e come l'Irgun Zwai Leumi, comandata da Menahem Beghin, celebre per essersi resa responsabile della strage degli abitanti - oltre 250 - del villaggio di Deir Yassin.

Poi, a conclusione della prima guerra arabo-israeliana, l'area occupata dagli israeliani si espande ulteriormente, passando dal 56 per cento dei territori della Palestina mandataria, assegnati dalla raccomandazione della Assemblea Generale delle Nazioni Unite, al 78 per cento, includendo fra l'altro l'intera Galilea e buona parte di Gerusalemmme. Infine, a conclusione dalla guerra dei sei giorni, nel 1967, come è noto, Israele si impadronisce anche del restante 22 per cento, si annette illegalmente Gerusalemme-est e impone un duro regime di occupazione militare agli oltre due milioni di abitanti della striscia di Gaza e della Cisgiordania. Il tutto accompagnato dalla sistematica espropriazione delle terre, dalla demolizione di migliaia di case palestinesi, dalla cancellazione di interi villaggi, dall'intrusione di imponenti strutture urbane nell'area di Gerusalemme araba, oltre che in quella di Nazaret.

Ma, fra tutte, è la vicenda degli insediamenti coloniali nei territori occupati della striscia di Gaza e della Cisgiordania a fornire la prova più persuasiva del buon fondamento dell'interpretazione «colonialista». Come spiegare altrimenti il fatto che, dopo aver conquistato il 78 per cento del territorio della Palestina, dopo aver annesso Gerusalemme-est ed avervi insediato non meno di 180 mila cittadini ebrei, lo Stato di Israele si è impegnato in una progressiva colonizzazione anche di quell'esiguo 22 per cento rimasto ai palestinesi, e già sotto occupazione militare? Come è noto, a partire dal 1968, per iniziativa dei governi sia laburisti che di destra, Israele ha confiscato circa il 52% del territorio della Cisgiordania e vi ha insediato oltre 200 colonie, mentre nella popolatissima e poverissima striscia di Gaza ha confiscato il 32 per cento del territorio, istallandovi circa 30 colonie.

Complessivamente non meno di 200 mila coloni oggi risiedono nei territori occupati, in residenze militarmente blindate, collegate fra loro e con il territorio dello Stato israeliano attraverso una rete di strade (le famigerate by-pass routs) interdette ai palestinesi e che frammentano e lacerano ulteriormente ciò che rimane della loro patria.

Si può dunque concludere che il «peccato originale» dello Stato di Israele è il suo carattere strutturalmente sionista: il suo rifiuto non solo di convivere pacificamente con il popolo palestinese ma persino di gestire la propria egemonia in modi non repressivi, coloniali e sostanzialmente razzisti. Ciò che l'ideologia sionista è riuscita ad ottenere - indubbiamente favorita dalla persecuzione antisemitica e dalla tragedia dell'Olocausto - è stata la progressiva conquista della Palestina dall'interno. E ciò ha dato e continua a dare al mondo - non solo a quello occidentale - l'impressione che l'elemento indigeno sia costituito dagli ebrei e che stranieri siano i palestinesi. In questa anomalia sta il nucleo della tragedia che si è abbattuta sul popolo palestinese, la ragione principale delle sue molte sconfitte: il sionismo è stato molto più di una normale forma di conquista e di dominio coloniale dall'esterno. Esso ha goduto di un consenso e di un sostegno generale da parte dei governi e della opinione pubblica europea come non è accaduto per nessun'altra impresa coloniale.

Ma qui sta anche il grave errore commesso dalla classe politica israeliana e dalla potente élite ebraica statunitense che ne ha sempre condiviso le scelte politico-militari. Un popolo palestinese esisteva in Palestina prima della costituzione dello Stato di Israele, continua ad esistere nonostante lo Stato di Israele ed è fermamente intenzionato a sopravvivere allo Stato di Israele, nonostante le sconfitte, le umiliazioni, la sanguinosa distruzione dei suoi beni e dei suoi valori.

Riflessioni ispirate dal libro"La Questione palestinese" di Edward W. Said del quale consigliamo la lettura.


Ixlam, pałestinexi, ebraixmo, ebrei, Ixraełe
viewtopic.php?f=188&t=1924

Li arabi musulmani pałestinexi łi scuminsia co i putini łi xe cei a farghe el lavajo del çervel contro łi ebrei e Ixrael, i łi trà sù pieni de odio e ła voja de coparli:
Immagine
http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... tinesi.jpg


Palestinesi abitanti autoctoni? Non proprio
1 marzo 2016 Antonella Ballarini

http://htl.li/3bUNzE

Nel marzo 1899 Yousef Dia Al-Khalidi, un illustre politico musulmano dell’Impero Ottomano nato a Gerusalemme, scrisse una lettera a Zadoc Kahn, capo rabbino in Francia, e gli disse: “L’idea in se è logica, va bene ed è giusta. Chi può mettere in dubbio il diritto degli ebrei in Palestina?
Buon Dio, storicamente è davvero la vostra terra. Che magnifico spettacolo sarebbe quando un popolo pieno di risorse come quello ebraico diventi indipendente di nuovo, onorato e gratificato, in grado di poter dare un contributo all’umanità bisognosa di aiuto nel campo morale, come in passato”.

Sembra che molto sia cambiato in 116 anni.

Nell’ottobre 2015 Ilan Pappe, direttore del Centro Europeo di Studi sulla Palestina all’Università di Exeter, affermò ad Al-Jazeera che la ragione alla base della violenza e del terrorismo palestinese nei confronti degli israeliani è l’occupazione e l’espansione della colonizzazione da parte di ebrei. Ciò che è ancor più preoccupante, però, è un’altra affermazione di Pappe sul tema: “più di un secolo di colonizzazione [israeliana, ndr] non ha cambiato nulla e ha negato umanità e il diritto di avere la terra agli abitanti indigeni, i palestinesi”. In questo caso non si riferiva al controllo dell’esercito israeliano in Cisgiordania bensì all’esistenza vera e propria dello stato ebraico nella terra di Palestina. In base alla sua ideologia, quindi, gli ebrei sono stranieri in Terra Santa e i palestinesi, invece, i veri autoctoni.

Nel suo libro, Catch the Jew! (Prendi l’ebreo!), Tuvia Tenenbom descrive il suo incontro a Ramallah con Hanan Ashrawi, un legislatore palestinese, ricercatrice e membro del comitato esecutivo dell’OLP. Racconta a Tuvia come i palestinesi hanno vissuto nella loro storica terra per migliaia di anni e tutto d’un tratto, a ciel sereno, delle persone hanno incominciato ad arrivare e gli hanno detto che avrebbero dovuto rinunciare a maggior parte del loro territorio a causa della formazione di un altro stato a pochi passi di distanza da loro, ossia Israele. Un altro esempio sono le frequenti affermazioni fatte dal precedente Ministro della religione palestinese, Mahmoud Al-Habbash, che rivendicava come i palestinesi avessero vissuto su questa terra per 5.000 anni. Questa affermazione, assieme a quelle sopra, sono solo alcune di quelle usate dalla propaganda per rappresentare i palestinesi come i veri indigeni.

Per poter determinare chi siano i veri abitanti autoctoni andiamo a controllare il diritto internazionale. Secondo le Nazioni Unite la definizione di popolo indigeno è la seguente:

Sono indigene quelle comunità, popoli o nazioni che avendo una continuità storica con società pre-coloniali che si svilupparono sui loro territori prima delle invasioni, si considerano distinte da altri settori della società che hanno finito per prevalere su quei territori o su parte di essi. Esse formano, attualmente, settori non dominanti della società che prevale sul territorio o su parti di esso.

In base a questa definizione una persona potrebbe credere che se i palestinesi sono effettivamente il popolo indigeno in questa terra, rivedendo le dinamiche storiche in questa zona tra il XVII e il XIX secolo, per esempio, dovremmo trovare palestinesi nativi in numero elevato che vivono in più comunità.
Le prove che abbiamo a nostra disposizione, però, attestano il contrario.

Nel 1695 Adrian Reland, accademico, geografo, cartografo e filologo olandese, venne in Palestina ed esaminò circa 2500 posti citati dalla Bibbia o dal Mishnah dove vivevano persone. Le sue conclusioni furono le seguenti: prima di tutto le terre erano desolate. Quasi tutti gli abitanti erano concentrati nelle città di Gerusalemme, Acre, Safed, Jaffa, Tiberiade e Gaza, e la maggior parte di loro erano ebrei e cristiani.
La maggioranza demografica degli ebrei a Gerusalemme è arrivata fino ai giorni nostri. In seconda battuta, non un singolo insediamento portava un nome con origini arabe. Tutti i nomi derivavano dall’ebraico, dal greco o dal latino. Anche Ramallah (l’attuale capitale per i palestinesi) era chiamata Bet’allah dal nome ebraico BeitEl (Casa di Dio).

Inoltre, non c’è nessuna prova dell’eredità culturale araba nell’area. Il libro rafforza il legame e l’affinità esistente tra la terra di Israele e gli ebrei e l’assenza dell’appartenenza degli arabi ad essa.

172 anni dopo, sembra che niente sia significativamente cambiato quando il noto scrittore Mark Twain visitò la Palestina nel 1867. Nelle sue lettere descrisse cosa vide: “una terra desolata, fertile abbastanza ma lasciata interamente in balia ad erbacce in un’espansione addolorata e silenziosa… Qui c’è una desolazione che nemmeno l’immaginazione può migliorare con lo sfarzo della vita e dell’azione… Non abbiamo mai visto una persona durante tutto il nostro cammino… Difficile fu vedere un albero o un cespuglio. Persino gli ulivi e i cactus, amici dei terreni più aridi, erano rari in quel paese”.

23 anni più tardi, nel 1890, una ricerca britannica stimò il totale degli abitanti arabi in Palestina: 473.000. Sembra chiaro che questo aumento repentino della popolazione araba è giustificata dall’aumento dell’attività economica in Palestina, oltre ad un relativo liberalismo da parte dei leader dell’Impero Ottomano e un aumento dell’influenza in Terra Santa della potenza occidentale della Russia. Molto interessante è il contemporaneo aumento dell’immigrazione ebraica in Palestina (forse una risposta araba all’aumento della popolazione ebrea?).

Andando avanti nel tempo, nel 1915 la popolazione araba crebbe fino a 590.000 persone per una crescita annuale pari allo 0.8%. In base a questo tasso di crescita, nel 1947 la popolazione araba avrebbe dovuto essere circa di 785.000 ma la cifra, invece, è di 1.3 milioni. Com’è possibile?

La risposta è semplice: folle migratorie arrivate da altri paesi arabi. Quando l’impero britannico prese sotto il suo controllo la Palestina dall’Impero Ottomano, l’economia iniziò a crescere, vennero costruite ferrovie e iniziarono ad emergere nuove opportunità. Chi non avrebbe voluto andare e vivere sotto i britannici, dove molte occasioni stavano crescendo?

Perché tutte queste informazioni sono rilevanti? Un’altra volta la risposta è semplice. Al contrario di ciò che molti affermano, ossia che i palestinesi hanno vissuto qui per secoli e sono quindi il popolo indigeno della Palestina, sembra invece che la maggior parte di loro vennero in questa terra a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Secondo le Nazioni Unite, un popolo è considerato indigeno nella sua terra se si dimostra una continuità storica su di essa. La domanda quindi è: come si può definire un popolo autoctono quando la maggior parte di esso ha vissuto in suddetta terra solo per 3 o 4 generazioni?

I critici probabilmente direbbero che la maggior parte degli ebrei che vivono qui ora sono arrivati anch’essi in Israele da poche generazioni. Ma al contrario dei palestinesi, gli ebrei hanno continuato a vivere qui per più di 3.000 anni, arrivando fino ad oggi. Le prove possono essere trovate ovunque: nelle scritture, nei siti archeologici, nei manufatti e in molto altro. I critici potrebbero inoltre affermare che la Bibbia non è un libro di storia. Quest’ultima affermazione è opinabile da molti ma in questo caso si suggerisce di leggere l’incredibile storia della scoperta dell’altare di Joshua sul monte Ebal, fatta da un archeologo israeliano, Adam Zertal.

“Farai per me un altare di terra e, sopra, offrirai i tuoi olocausti e i tuoi sacrifici di comunione, le tue pecore e i tuoi buoi; in ogni luogo dove io vorrò ricordare il mio nome, verrò a te e ti benedirò”

“Se tu mi fai un altare di pietra, non lo costruirai con pietra tagliata, perché alzando la tua lama su di essa, tu la renderesti profana. Non salirai sul mio altare per mezzo di gradini, perché là non si scopra la tua nudità”.

In più, oltre ad ulteriori prove archeologiche sulla continuità storica degli ebrei in questa terra, un altro incredibile reperto ritrovato nella Città di David a Gerusalemme sono le due bulle di argilla con iscritti due nomi biblici, originari del periodo del Primo Templio. I nomi che riportano sono identici al testo biblico che si riferisce al medesimo periodo (erano due ufficiali).

Queste importanti scoperte archeologiche si ricollegano quasi completamente alle descrizioni della Bibbia e si rifanno al 1300 D.C.

Tornando a ciò che venne affermano nelle prime righe dell’articolo, i critici potrebbero sostenere che l’affermazione a favore degli ebrei pronunciata da Al-Khalidi fu solo il punto di vista di un eccentrico musulmano. Ebbene, non è poi così eccentrica come visione: il Corano, libro sacro dell’Islam, afferma chiaramente che la Terra Santa appartiene al popolo ebraico. Controllate voi stessi

Credete ancora che gli ebrei siano stranieri in questa terra?



???

Gaza: le 10 cose cose da sapere per comprendere la questione Palestinese
Scritto il 19 luglio 2014 alle 15:00 da Redazione Finanza.com

http://redazione.finanza.com/2014/07/19 ... ia-di-gaza

Conflitto ebrei palestinesi striscia di GazaNegli ultimi giorni è scoppiato nuovamente il conflitto, mai sopito, tra arabi e ebrei in Palestina. La questione palestinese è piuttosto complicata da comprendere e soprattutto da risolvere. Ecco alcune verità storiche, utili per comprendere meglio le ragioni delle divisioni. Ovviamente, data la complessità dell’argomento, si deve interpretare questo articolo come una semplice base, per alcuni sicuramente riduttiva, utile per capire l’origine della diatriba e comprendere meglio cosa sta accadendo in un territorio non così lontano dalla nostra nazione. Lasciamo al lettore gli indispensabili ulteriori approfondimenti sulla spinosa questione che si trascina da oltre mezzo secolo .

1. Come è nato lo stato di Israele?

L’idea di creare uno stato ebraico in Palestina è sorta con la creazione, alla fine dell’ottocento, del sionismo. Corrente minoritaria nella prima metà del novecento, il Sionismo riprese vigore alla fine della seconda guerra mondiale, rinvigorito dall’appoggio dei paesi occidentali, intenzionati a ripagare gli ebrei delle sofferenze pagate nel conflitto. Gli accordi del 1947 stabilirono la nascita dello stato di Israele in Palestina.

2. Chi abitava la Palestina prima dell’arrivo degli ebrei?

I sionisti più radicali affermano che lo stato di Israele sia stato creato in un territorio pressoché disabitato. Dal punto di vista storico questa affermazione non è esatta, poiché la Palestina, prima della nascita dello stato di Israele, era popolata da circa 800.000 persone (88% arabi, 10% cristiani, 2% ebrei).

3. L’esistenza dello stato palestinese era prevista negli accordi del 1947?

Gli accordi del 1947 prevedevano l’esistenza di due stati distinti. L’ostilità dei paesi arabi confinanti ha spinto Israele ad occupare una parte di territorio decisamente più ampia. Nel 1993 le due parti trovarono un accordo per la nascita dello stato palestinese (accordo di Oslo) ma l’assassinio del premier israeliano Rabin e l’ostilità dei suoi successori ne hanno ostacolato il rispetto.

4. Come è nata la lotta armata palestinese?

L’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) venne creata nel 1964 ed è stata a lungo presieduta da Yasser Arafat. Oltre all’OLP sono sempre state attive fazioni più estremiste, tra cui il gruppo Settembre Nero, protagonista del massacro di Monaco del 1972.

5. Quali sono i legami tra lotta armata palestinese e terrorismo islamico?

La maggioranza degli stati occidentali ha sempre considerato le organizzazione di lotta armata palestinesi veri e propri gruppi terroristici, ma non sono mancate opinioni contrarie .

6. Hamas è un partito totalitario?

A partire dal 2006 è in corso una dura guerra tra Hamas, che ha vinto le elezioni, e Al Fatah, con reciprochi attacchi che hanno causato la divisione nei fatti, tra la Cisgiordania e la striscia di Gaza.

7. Le azioni di militari di Israele: risposta alle provocazioni palestinesi?

L’ultima offensiva israeliana è stata causata dall’uccisione di 3 giovani ebrei, ma, estendendo l’orizzonte temporale e analizzando i dati pubblicati dall’Huffington Post, si nota che le interruzioni delle tregue sono state provocate nella maggior parte dei casi dagli israeliani (79%).

8. Quante sono le vittime del conflitto arabo-israeliano?

Non è semplice effettuare una stima, considerando l’alto numero di civili coinvolti. La sproporzione tra le forze in campo fa sicuramente propendere per un numero di palestinesi uccisi molto più elevato, soprattutto negli ultimi decenni.

9. Quali sono i confini tra i due stati previsti dagli accordi del 1947?

L’attuazione del piano originario del 1947 prevedeva la creazione di due stati indipendenti dall’estensione simile (Israele 56%, Palestina 44%).

10. Qual è la soluzione alla questione palestinese?

Le spinte estremiste, da entrambi i fronti, rendono difficoltosa la soluzione della questione palestinese. Una soluzione utopistica, paventata dalla sinistra radicale di entrambi gli schieramenti, potrebbe essere la creazione di un unico stato laico, in cui vengano riconosciuti pari diritti a tutti i cittadini.
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Demografia storica ed etnica in Giudea, Palestina, Israele

Messaggioda Berto » gio mag 24, 2018 8:26 am

Il 99 per cento dei “profughi palestinesi” è falso
Traduzione in italiano di Angelita La Spada

http://www.linformale.eu/il-99-per-cent ... niel-pipes

Nelle parole di un veterano di Washington, il problema dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’assistenza ai profughi palestinesi (Unrwa), la principale agenzia dell’Onu che si occupa dei palestinesi, è sempre grave ma mai urgente.

Beh, è diventato urgente!

Ecco perché il presidente Trump ha twittato “con i palestinesi che non vogliono più parlare di pace, perché dovremmo erogare loro in futuro una di quelle consistenti somme?” E poi, l’ambasciatrice americana presso le Nazioni Unite, Nikki Haley, ha aggiunto che il governo statunitense è pronto a tagliare i fondi all’Unrwa. E, secondo quanto riportato da Axios, sono stati congelati 125 milioni di dollari (anche se in seguito tale notizia è stata smentita.)

I contribuenti americani sono i maggiori donatori dell’Unrwa, con 370 milioni di dollari versati nel 2016. Basterebbero poche spese per tagliare il bilancio federale, perché l’Unrwa ha una lunga serie di comportamenti scorretti: istigazione contro Israele, sostegno ai violenti attacchi contro gli ebrei, corruzione e il fatto di aver perpetuato il problema dei rifugiati (anziché risolverlo). Non sorprende che siano stati compiuti numerosi tentativi da parte del Congresso per tagliare i fondi. Ma come è stato documentato da Steven J. Rosen riguardo alle dieci iniziative prese tra il 1999 e il 2014, ognuna di esse è fallita a causa dell’opposizione del governo israeliano.

Perché? Vi domanderete. Sì, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, il governo di Israele vuole che gli Stati Uniti non congelino i finanziamenti all’Unrwa, per timore che un taglio agli aiuti possa causare una nuova Intifada, il crollo dell’Autorità palestinese (Ap) o una nuova guerra con Hamas. Inoltre, Gerusalemme considera l’Unrwa come un male minore rispetto ai destinatari alternativi dei finanziamenti, come l’Ap.

Forse stavolta, con il presidente che desidera bloccare i finanziamenti, questo potrà succedere? È improbabile, perché come indica una notizia israeliana, se il premier Binyamin Netanyahu approva pubblicamente un taglio agli aiuti da parte degli Stati Uniti, dietro le quinte egli cerca di bloccare o rallentare tale mossa, e questo per le solite ragioni. Se così fosse, sarebbe difficile immaginare che il presidente e i membri del Congresso ignorino i suoi desideri, come non hanno mai fatto finora.

Se però i finanziamenti americani all’Unrwa fossero congelati, molti governi – e anche individui – potrebbero facilmente rimpiazzare i 370 milioni di dollari e avere degli incentivi per farlo. Il Qatar potrebbe consolidare il suo ruolo di paladino dei palestinesi. Pechino potrebbe assumere un ruolo nel cuore della politica araba. Mosca potrebbe riparare ad alcuni dei danni dovuti al fatto di essersi schierata con Teheran. Carlos Slim, il cui patrimonio nella classifica di Forbes ammonta a 67,9 miliardi di dollari, potrebbe decidere di lustrare le sue credenziali arabe. Peggio ancora, se qualcuno di questi benefattori colmasse il gap finanziario, l’amministrazione Trump sarebbe inefficiente e isolata.

E anche se nessuno rimpiazzasse i finanziamenti americani, negare gli aiuti all’Unrwa non risolverebbe il problema, che non risiede nelle attività sponsorizzate dell’Agenzia ma nel fatto di perpetuare ed espandere la popolazione di “profughi palestinesi” in tre modi singolari e persino bizzarri: consentendo di immortalare questo status di rifugiato trasmettendolo da una generazione all’altra; mantenendo lo status dopo che i profughi hanno acquisito una cittadinanza (come quella giordana); e assegnando lo status di rifugiati ai residenti di Gaza e della Cisgiordania, che vivono nella presunta patria palestinese. Questi stratagemmi hanno consentito all’Unrwa di ampliare artificiosamente la popolazione di profughi che nel 1949 erano 600 mila e oggi sono 5,3 milioni. Ma da una conta accurata dei profughi veri risulta che essi sono attualmente circa 20 mila.

Pertanto, pur condividendo con entusiasmo gli obiettivi politici di Trump, penso che congelare i fondi non sia la tattica giusta. Sarebbe meglio concentrarsi sullo status di “profughi palestinesi”. Negare questa condizione a tutti coloro che non rientrano nella ordinaria accezione di profugo formulata dal governo americano (nel qual caso occorre avere almeno 69 anni, essere apolidi e non vivere in Cisgiordania o a Gaza), riduce di oltre il 99 per cento il pericolo irredentista per Israele. Inoltre, rimettere in gioco lo status di “profugo palestinese”, consente a milioni di palestinesi di godere di buona salute, affronta il fulcro oscuro dell’antisionismo arabo e aiuta a risolvere il conflitto arabo-israeliano.

Di conseguenza, propongo che il presidente modifichi la politica americana per lavorare con Gerusalemme e continuare a inviare aiuti ai palestinesi, facendola dipendere dalla stragrande maggioranza di destinatari che ammettono formalmente di non essere profughi e di non esserlo mai stati.

Il Middle East Forum, che lavora su questo tema dal 2010, ha proposto una normativa per attuare questo cambiamento. È semplice e fattibile, poiché non c’è niente di più bello che riportare i rapporti di Washington con l’Unrwa in sintonia con la legislazione e la politica degli Stati Uniti. È arrivato il momento.




I Palestinesi? Rifiuti di tutti i paesi arabi e mussulmani
Scritto il settembre 17, 2016

http://forzaisraele.altervista.org/blog ... aesi-arabi

Assodato che i palestinesi come popolo non sono mai esistiti (http://forzaisraele.altervista.org/blog ... -esistiti/) rimane aperto un aspetto per capire chi sono gli attuali abitanti dei territori israeliani che i terroristi pensano di rendere judenrein. Sono gli eredi dei pastori che vivacchiavano sui latifondi dei Pashà ottomani prima che l’impero si sgretolasse. In pratica erano nullafacenti che necessariamente gli ebrei che andavano acquistando i terreni, si vedevano costretti a far uscire dalle proprietà pagate a peso d’oro, perché era imprescindibile mettere a frutto la terra in modo intensivo ed intelligente.

Una interessante descrizione dell’abbandono dei luoghi da parte dei nullafacenti che li abitavano ci vengono dallo scrittore Mark Twain che visitò Israele nel 1867, e pubblicò le sue impressioni in Innocents Abroad. Descrisse un paese desolato – privo sia di vegetazione e popolazione umana: “. .. Un paese desolato il cui suolo è abbastanza ricco, ma è dedicato interamente alle erbacce … una distesa di luttuoso silenzio … una desolazione … non abbiamo mai visto un essere umano su tutta la rotta …. difficilmente un albero o arbusto da qualsiasi parte. Anche l’ulivo e il cactus, quegli amici veloci di un terreno senza valore, avevano quasi disertato il paese. ”

Nel puerile tentativo di descrivere oggi i palestinesi come una folla infinità è stata inventata una presunta densità di popolazione che richiama alla mente situazioni stipate all’inverosimile ma raffrontando i numeri si vede chiaramente che la densità di Gaza City è esattamente pari a quella di Firenze eppure Firenze è in grado di ospitare pure milioni di turisti che certamente non soffrono.

Ma allora da dove vengono tutti i cosiddetti palestinesi? A giudicare dai loro cognomi, vengono da una serie di paesi arabi da dove sono fuggiti con il miraggio di lavorare per i capaci ebrei che si andavano affrancando dalla miseria e lasciavano intravvedere un futuro ricco di speranza. Ma le guerre di aggressione arabe e la mistificazione della propaganda dei primi capi mafia che volevano capitalizzare una presunta facilità di far fuori gli ebrei già debilitati dalla strage nazista, attirarono frotte di avventurieri alla ricerca di ozio.

I cognomi prevalenti indicano chiaramente che non sono nativi di Israele ne di qualsiasi territorio attualmente compreso in quelli che vengono chiamati “territori contesi”.


Cognome Traduzione Paese di provenienza
al Mughrabi Magreb Marocco
al Araj Membro della dinastia Sa’diana del Magreb Marocco
al Djazair L’algerino Algeria
al Masri L’egiziano Egitto
al Fayyumi Proveniente da Fayyum Egitto
Bardawill Proveniente dalla zona del lago Bardawill Egitto
al Ubayyidi Proveniente da al Ubayyid Sudan
Othman Ottomano, turco Turchia
Turki Proveniente dalla Turchia Turchia
al Lubnani Il libanese Libano
al Sidawi Proveniente da Saida (Sidone) Libano
al Shami Il siriano Siria
Halabi Proveniente da Halab (Aleppo) Siria
Hamati Proveniente da Hama Siria
iraqi Proveniente dall’Iraq Iraq
al Baghdadi Proveniente da Bagdad Iraq
al Ajami L’iraniano Iran
al Kurd Il curdo Kurdistan
al Qurashi Della tribù araba di Quraysh Arabia Saudita
al Tamimi Della tribù araba dei Banu Tamin Arabia Saudita
Khamis Proveniente da Khamis Bahrain
al Yamani Lo yemenita Yemen

al Azd Della tribù di Azd Yemen
al Afghani L’afgano Afganistan
al Hindi L’indiano India
Bushnak Bosniaco Bosnia
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Demografia storica ed etnica in Giudea, Palestina, Israele

Messaggioda Berto » gio mag 24, 2018 8:46 am

Alcune domande scomode sulla Palestina su cui riflettere
Dic 30, 2015

http://www.rightsreporter.org/alcune-do ... riflettere

Riproponiamo questo pezzo non nostro sulla Palestina (ma ignoriamo l’autore altrimenti lo avremmo citato) pubblicato a suo tempo sul nostro forum che però ora non è più disponibile. Buona lettura e buona riflessione.

Egregio signore/a, sarebbe così gentile da rispondere a qualche domanda? Se lei è così sicuro che la “Palestina” sia stata fondata molti secoli fa, ben prima della presenza degli ebrei e abbia lasciato tracce nella storia, beni culturali da conservare, eredità da difendere, certamente lei sarà in grado di rispondere alle seguenti domande:

Quando è stata fondata e da chi?
Quali erano i suoi confini?
Qual era la sua capitale?
Quali erano le sue città più importanti?
Qual era la base della sua economia?
Qual era la sua forma di governo?
Può citare almeno un leader palestinese prima di Arafat e di Amin Al Husseini, il muftì di Gerusalemme amico di Hitler?

La “Palestina” è stata mai riconosciuta da un paese la cui esistenza a quel tempo non lascia spazio a discussioni?
Qual era la lingua parlata nello stato di Palestina prima degli ebrei?
Avevano un sistema politico? Il loro sovrano portava un titolo? C’era un parlamento o un consiglio? Hanno combattuto delle battaglie?
C’è un qualche libro palestinese prima del Novecento? Può nominare uno scrittore palestinese, un pittore, uno scultore, un musicista, un architetto palestinese prima di tale data?

Esiste un piatto tipico palestinese, che lei sappia? Un costume caratteristico?
Che religione aveva la Palestina prima di Maometto?
Qual era il nome della sua moneta? Ne esistono degli esemplari in qualche museo?
Scelga pure una data nel passato anche recente e ci dica: qual era il tasso di cambio della moneta palestinese nei confronti del dollaro, yen, franco, ecc.?
Poiché questo paese oggi non esiste, può spiegare la ragione per cui ha cessato di esistere? E può specificarne la data di estinzione?
Se la sua organizzazione piange per il destino dei poveri palestinesi “occupati”, mi può dire quando questo paese era orgoglioso e indipendente?
Se le persone che, a torto o a ragione, chiamate palestinesi non sono solo una collezione di immigrati dai paesi arabi e se davvero hanno una identità definita etnica che assicura il diritto di autodeterminazione, mi sa spiegare perché non hanno cercato di essere indipendenti dai paesi arabi prima della devastante sconfitta nella Guerra dei Sei Giorni? Perché datano l’”occupazione” dal ’67, se prima i “territori palestinesi” erano governati da stati “non palestinesi” come l’Egitto e la Giordania?

Le ho fatto tante domande, mi auguro che potrà rispondere almeno a qualcuna. Finisco solo con una nota: spero che lei non confonda i palestinesi con i Filistei, che erano una popolazione marittima di lingua indeoeuropea (i popoli del mare) che fecero un’invasione in terra d’Israele, come anche in Egitto e nell’attuale Libano verso il nono secolo a.C. Il solo rapporto è l’invenzione romana che dopo la distruzione del Tempio, nel I secolo, ribattezzò quelle terre per spregio con il nome di un antico nemico dei ribelli ebrei. L’etimologia non è storia.

Altre domande scomode
Come mai non è nato uno Stato palestinese tra il ’48 e il ’67?
E poi un’altra domanda: come sono stati trattati i profughi palestinesi dai fratelli arabi prima e dopo il ’67, dopo ma anche prima sottolineo?
Conoscete gli orrori del “Settembre nero” in Giordania? Conoscete il ruolo della Siria nel massacro del campo di Tal el Zatar?
Ma soprattutto: sapete che se i palestinesi avessero accettato il piano di spartizione dell’Onu, oggi avremmo due popoli e due Stati? Non c’era bisogno di tante guerre e tanto spargimento di sangue se gli arabi e i palestinesi avessero accettato il diritto degli ebrei ad avere uno Stato. Questo pochi lo sanno. Pochi lo vogliono sapere.
E’ possibile che 20 anni dopo Oslo, miliardi di dollari, miliardi di euro, aiuti da tutto il mondo, compreso Israele, l’Autorità Palestinese non sia stata capace di costruire un solo ospedale moderno, una qualsiasi struttura e continui a piangere miseria? Questa è la domanda che molti si fanno, per “molti” intendo le persone pensanti, non certo i pacifisti filopalestinesi o i sinistri antisraeliani che continuano il boicottaggio contro Israele, accecati dall’odio e dalla loro criminale ideologia. Allora?
Qualcuno sa dirmi dove sono finiti i miliardi e perché l’ANP (per non parlare di Gaza) pullula di villone con piscina di proprietà dei capi e capetti palestinesi mentre non esiste un ospedale degno di questo nome, non esistono università se non quelle dove si allevano amorevolmente giovani fanatici destinati a diventare possibili terroristi, (es.: Bir Zeit)?
Qualcuno sa dirmi perché, letteralmente affogati, alla Paperon de’ Paperoni, nei miliardi che il mondo manda da decenni all’ANP, miliardi che avrebbero potuto ricoprire d’oro ogni casa palestinese e rendere ricco ogni singolo abitante, miliardi che avrebbero potuto costruire ospedali e atenei all’avanguardia, la popolazione palestinese vive male e chi ha bisogno di cure serie deve venire in Israele o andare in qualche altro paese disposto ad accoglierli e a curarli gratis?

Alcune persone dicono che gli arabi sono “nativi palestinesi”, mentre gli ebrei sono “invasori” e”colonizzatori”. Quindi, io ho letto le biografie dei leader israeliani e palestinesi e sono diventato confuso.
Ecco chi tra i leader israeliani e palestinesi è Nato il in Palestina:

Leaders israeliani:
BENJAMIN NETANYAHU, Nato il 21 ottobre 1949 a Tel Aviv.
EHUD BARAK, Nato il 12 febbraio 1942 a Mishmar HaSharon, Mandato britannico della Palestina.
ARIEL SHARON, Nato il 26 febbraio 1928 a Kfar Malal, Mandato britannico della Palestina.
EHUD OLMERT, Nato il 30 settembre 1945 a Binyamina-Giv’at Ada, Mandato britannico della Palestina.
ITZHAK RABIN, Nato il 1 March 1922 a Gerusalemme, Mandato britannico della Palestina.
ITZHAK NAVON, Presidente israeliano nel 1977-1982. Nato il 9 aprile 1921 a Gerusalemme, Mandato britannico della Palestina.
EZER WEIZMAN, Presidente israeliano nel 1993-2000. Nato il 15 giugno1924 a Tel Aviv, Mandato britannico della Palestina.

Leader arabi “palestinesi”:
YASSER ARAFAT, Nato il 24 agosto 1929 al Cairo, Egitto.
SAEB EREKAT, Nato il 28 Aprile 1955, in Giordania. Ha la cittadinanza giordana.
FAISAL ABDEL QADER AL-HUSSEINI, Nato il 1948 a Bagdad, Iraq.
SARI NUSSEIBEH, Nato il 1949 a Damasco, Siria.
MAHMOUD AL-ZAHAR, Nato il 1945 al Cairo, Egitto.

Quindi i leader israeliani, che sono nati in Palestina, sono colonizzatori o invasori.
Mentre i leader arabi palestinesi che sono nati in Egitto, Siria, Iraq e Tunisia sono nativi palestinesi????-


Palestina: le ragioni di Israele
viewtopic.php?f=197&t=2271
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Re: Demografia storica ed etnica in Giudea, Palestina, Israe

Messaggioda Berto » mar gen 01, 2019 10:44 pm

Quante demenze contro Israele e gli ebrei anche da parte di Gandhi

Pressenza - International Press Agency
https://www.agoravox.it/Pressenza-International-Press
Pressenza è un'agenzia stampa internazionale in 7 lingue che pubblica e diffonde notizie, iniziative, proposte che riguardano pace, nonviolenza, disarmo, diritti umani, lotta contro ogni forma di discriminazione. Considera l’Essere Umano come valore centrale ed esalta la diversità. Propone un giornalismo attivo e lucido che punta alla soluzione delle crisi e dei conflitti sociali di ogni latitudine.
In questo senso, oltre a pubblicare notizie sull'attualità, diffonde studi, analisi ed azioni che contribuiscano alla pace mondiale e al superamento della violenza; mette in risalto la necessità e l'urgenza delil disarmo nucleare e convenzionale, la soluzione pacifica dei conflitti, la loro prevenzione, il ritiro dai territori occupati.
Al tempo stesso denuncia tutto ciò che provoca dolore e sofferenza ai popoli e cerca di decifrare e trasformare le cause di quegli eventi, essendo molto più di un mero spettatore. L’Agenzia forma studenti, praticanti e volontari che sono d’accordo con queste convinzioni.
L'agenzia è interamente formata da volontari che offrono gratuitamente i servizi in cui sono specializzati. Le redazioni sono spazi aperti alla collaborazione in équipe, alle nuove proposte, allo sviluppo di iniziative specifiche coerenti con le finalità dell'agenzia (libri, convegni, corsi di formazione ecc.)



Gandhi, la Palestina e gli ebrei
Luis Ammann
2014/08

https://www.pressenza.com/it/2014/08/ga ... -gli-ebrei

Noi umanisti riconosciamo l’esistenza dello Stato di Israele, creato nel 1948 dopo la seconda guerra mondiale e sosteniamo la realizzazione dello Stato palestinese: i palestinesi hanno come minimo lo stesso diritto degli israeliani di avere un territorio dove vivere in pace e sviluppare la propria cultura.
Ad oggi, dopo aver sopportato un’aggressione israeliana costante e crescente che ignora l’opinione pubblica mondiale e le decisioni delle Nazioni Unite per tornare ai confini del 1967, tale obiettivo sembra impossibile e molti analisti discutono la legittimità dello Stato di Israele. Così ora torna ad essere attuale un’opinione di Mahatma Gandhi sull’opportunità di creare quello Stato.

Gli ultimi 27 giorni di orrore, mal travestiti da “azioni militari difensive” stanno distruggendo il credito che l’opinione pubblica mondiale ha concesso a Israele per la persecuzione che ha subito. Il fatto è che in questo momento, i cittadini del mondo assistono stupefatti a una distribuzione di orrore inusitato da parte di coloro che sono state vittime nel corso della storia. Sappiamo che è l’America che arma e sostiene Israele, che lo mantiene (in quanto di per sé è uno stato improduttivo) e che lo guida all’invasione e all’occupazione del territorio palestinese; ma è giunto il momento per la comunità internazionale di intervenire sulla questione.

Noi continuiamo a credere che ogni nazione dovrebbe avere il suo Stato; ma è chiaro che abbiamo bisogno di protezione mondiale perché una pace duratura sia possibile.

Dieci anni prima che lo Stato di Israele fosse creato, Gandhi scrisse Gli ebrei, di Gandhi – da Harijan, 26 Novembre 1938. La traduzione (in spagnolo n.d.T.) e le note sono di Mario Rabey.

“Tutte le mie simpatie sono per gli ebrei. Li ho conosciuti intimamente in Sud Africa. Alcuni di loro sono stati compagni per tutta la vita. Attraverso questi amici sono venuto a imparare molto circa le loro persecuzioni nel corso della storia. Sono stati i paria (1) del cristianesimo. C’è uno stretto parallelismo tra il modo in cui essi sono stati trattati dai cristiani e il trattamento dei paria da parte degli indù. In entrambi i casi, la sanzione religiosa è stata invocata per giustificare il trattamento disumano a cui sono stati sottoposti. Quindi, a parte gli amici, la mia simpatia per gli ebrei è basata sulla ragione universale più comune (2).

“Ma la mia simpatia non mi rende cieco di fronte alle esigenze della giustizia. L’affermazione di una patria nazionale per gli ebrei non mi convince affatto. La giustificazione si cerca nella Bibbia e nella tenacia con cui gli ebrei hanno insistito sul ritorno in Palestina. Ma perché non possono, come gli altri popoli della terra, trasformare in loro patria il paese in cui sono nati e dove si guadagnano il loro sostentamento? (3)

“La Palestina appartiene agli arabi (4) nello stesso senso in cui l’Inghilterra appartiene agli inglesi o la Francia ai francesi. È sbagliato e disumano imporre gli ebrei agli arabi. Quello che sta accadendo in Palestina oggi non può essere giustificato da alcun codice morale di condotta. I Mandati non hanno altre sanzioni che quelle dell’ultima guerra passata (5). Sicuramente sarebbe un crimine contro l’umanità ridurre il territorio degli arabi orgogliosi per ripristinare la Palestina per gli ebrei parzialmente o totalmente come loro patria nazionale (6).

“Il percorso più nobile sarebbe mantenere costante un trattamento equo per gli ebrei ovunque essi siano nati e cresciuti. Gli ebrei nati in Francia sono francesi esattamente nello stesso senso in cui i cristiani nati in Francia sono francesi. Se gli ebrei non avessero alcuna patria oltre alla Palestina, sarebbero d’accordo con l’idea di essere costretti a lasciare le altre parti del mondo in cui si sono stabiliti? Oppure vogliono una doppia casa dove possono rimanere a volontà? Questa rivendicazione di una casa nazionale prevede una giustificazione plausibile per l’espulsione tedesca degli ebrei (7).

[…]

“Ed ora poche parole per gli ebrei in Palestina. Non ho alcun dubbio che siano sulla strada sbagliata. La Palestina della concezione biblica non è una zona geografica. È nei loro cuori. Ma se si deve guardare alla Palestina della geografia come la loro casa nazionale, non è corretto inserirla nell’ombra delle armi britanniche. Un atto religioso non può essere eseguito con l’ausilio della baionetta o della bomba. Si può risolvere solo in Palestina, con la buona volontà degli arabi. Dovrebbero cercare di convertire il cuore arabo. Lo stesso Dio che governa il cuore arabo governa il cuore ebraico. Possono offrire satyagraha agli arabi e offrirsi di essere fucilati o gettati nel Mar Morto senza alzare un dito contro di loro. Troveranno l’opinione pubblica mondiale a favore della loro aspirazione religiosa. Ci sono centinaia di modi di ragionare con gli arabi, se scartiamo l’ausilio della baionetta britannica. Così come la questione si pone, condividono con gli inglesi la responsabilità della spoliazione di un popolo che non ha fatto loro alcun male.

“Non sto difendendo gli eccessi arabi. Mi sarebbe piaciuto che avessero scelto la strada della nonviolenza per resistere a ciò che vedono a ragione come usurpazione indebita del loro paese. Ma secondo i canoni accettati di giusto e sbagliato, non si può dire nulla contro la resistenza araba di fronte alle prospettive sconvolgenti che affrontano (8).

“Lasciamo che gli ebrei che affermano di essere la razza eletta dimostrino il loro titolo scegliendo la via della nonviolenza per giustificare la loro posizione sulla terra. Ogni paese è la loro casa inclusa la Palestina, non attraverso l’aggressività ma con il servizio amorevole (9). Un amico ebreo mi ha mandato un libro intitolato Il contributo ebraico alla civiltà di Cecil Roth. Il libro fornisce una resoconto di quello che gli ebrei hanno fatto per arricchire la letteratura, l’arte, la musica, il teatro, la scienza, la medicina, l’agricoltura, il mondo. Per sua volontà, l’ebreo può rifiutarsi di essere trattato come paria d’Occidente, può rifiutarsi di essere disprezzato o schiavizzato. Può guidare l’attenzione e il rispetto del mondo rimanendo un essere umano (10), la creatura scelta di Dio, invece di essere un essere umano che sta rapidamente affondando nella mostruosità e nell’abbandono di Dio. Possono aggiungere ai numerosi contributi anche il contributo eccezionale dell’azione nonviolenta (11).


Segaon, 26 novembre 1938

Note

[1] Si riferisce qui alla casta dei paria o intoccabili, che si trova nella parte inferiore della struttura socio culturale a sanzione religiosa, caratteristica del sistema socio culturale indù. Gandhi, sebbene indù e profondamente religioso, ha sostenuto con forza che il trattamento verso gli intoccabili doveva essere completamente cambiato. Fervore creduto nella parità di diritti per tutti gli esseri umani.

[2] È interessante verificare in questo paragrafo come Gandhi, un pensatore politico e certamente asiatico, e come tale non occidentale, si colloca chiaramente nella posizione di pensatore e politico dell’Umanità (come era allora, per esempio, anche il caso di Martin Buber, il sionista ebreo). Pur essendo orgoglioso di professare e coltivare il suo particolarismo culturale (induismo), era un universalista. Il caso di Gandhi è particolarmente interessante perché, in aggiunta, è stato il leader indiscusso di un movimento di liberazione nazionale contro il colonialismo britannico.

[3] La questione ha una carica retorica evidente. Sicuramente, Gandhi sapeva che in quel momento centinaia di migliaia di ebrei erano emigrati dalla loro patria in Europa. Non soltanto in Palestina, una meta quantitativamente di minore rilievo in queste migrazioni: l’obiettivo principale erano le Americhe, Nord e Sud. Quello che Gandhi non può sapere è che il sionismo, l’idea secondo cui la Palestina era una “terra senza popolo per un popolo senza terra”, come dice la famosa frase di Theodor Herzl alla fine del secolo XIX, era un movimento di minoranza nel giudaismo. Né poteva sapere fino a che punto, e nel 1938, gli ebrei si erano integrati nelle loro società di adozione nelle Americhe.

[4] Da notare come Gandhi dice “gli arabi” e non “i palestinesi”. Il fatto è che l’arabo era l’identità con cui sono state riconosciute (e auto-riconosciute) le popolazioni di quel territorio, in contrasto con i turchi dominanti fino al 1910 e il dominio inglese e francese in seguito. La parola palestinese appariva a designare gli abitanti della Palestina, il nome che la Società delle Nazioni, recuperando un antico nome romano, ha dato ad una delle porzioni assegnate all’Inghilterra in mandato nel territorio preso dall’Impero Ottomano dai Paesi vincitori della seconda guerra mondiale. Si trattava di un insediamento visibilmente coloniale. Si veda anche la seguente nota.

[5] Gandhi qui si riferisce allo status giuridico che aveva la Palestina al tempo in cui scrisse questa lettera. La Palestina era stata stabilita nel 1919 dalla Società delle Nazioni come un territorio che era stato disaggregato dall’Impero Ottomano dopo la prima guerra mondiale, sul quale era stato concesso il “mandato” alla Gran Bretagna. Questa ricevette in mandato anche la Giordania, mentre la Francia aveva ricevuto la Siria e il Libano. La situazione continuò fino a dopo la seconda guerra, quando l’ONU, di nuova costituzione, stabilì diverse modalità neocoloniali, compresa la spartizione della Palestina in tre province e due stati, uno palestinese (con due territori, la Cisgiordania e Gaza) e un altro ebreo, stabilito tra i due territori della consolidata e mai materializzata Palestina.

[6] È lo Stato di Gran Bretagna, che, nell’esercizio del Mandato sulla Palestina, ha riconosciuto il diritto degli ebrei di stabilire la loro casa nazionale in Palestina e poi ne ha permesso un’immigrazione illimitata, fino a che una grande rivolta araba in Palestina, 1936-1939, ha fatto cambiare la politica, ufficialmente, al governo coloniale. Al tempo in cui Gandhi scrisse la sua lettera a Buber, l’immigrazione era ancora aperta, e quindi gli ebrei stavano arrivavando a decine di migliaia nella piccola Palestina, allora ancora popolata da una stragrande maggioranza di arabi.

[7] L’argomento è forte. L’ebreo di destra Stern, staccatosi dal gruppo guerrigliero nazionalista Irgun, sembra essere stato attivamente coinvolto due o tre anni più tardi in una trattativa con il governo nazista della Germania, per promuovere una “soluzione finale” per il “problema ebraico” nel mondo germanico, costituito dalla massiccia emigrazione in Palestina organizzata dal governo nazista della Germania, in accordo con gli ebrei già residenti!

[8] Certamente Gandhi fa riferimento in questo paragrafo alla Grande Rivolta Araba contro gli inglesi in Palestina e altri episodi precedenti. È possibile che sapesse anche dei massacri di decine di ebrei perpetrati in Palestina. Non si può evitare di mettere a confronto questa cifra con gli oltre 1400 morti da parte dell’esercito israeliano nei primi mesi del 2009 a Gaza, tecnicamente civili, in un “conflitto” durante il quale ci sono stati solo tredici israeliani uccisi (dieci soldati e tre civili) dai famosi razzi Qassam. Proprio come oggi, non giustifichiamo la violenza che ha ucciso alcuni ebrei, il testo della lettera a Gandhi nel 1938 illumina un aspetto importante della questione: gli “arabi” della fine del 1930 stavano resistendo all’oppressione britannica mentre i “palestinesi” verso la fine degli anni 2000, sostengono di resistere (e molti non palestinesi, né arabi, né musulmani, sono d’accordo con loro) all’oppressione israeliana.

[9] Questo è il paragrafo principale dell’argomentazione di Gandhi sulla questione ebraica. A me, in quanto ebreo (che è un particolarismo dell’universalista essere umano) piace completamente la prospettiva che ogni paese può essere la mia casa attraverso il legame d’amore: amore per la patria.

[10] Man nell’ originale. Considerata la data della lettera, quella parola in quel momento ammetteva la traduzione spagnola di “uomo” come sostantivo bigenere. Oggi, la traduzione letterale sarebbe inammissibile, perché tradirebbe il significato dell’espressione. Quindi preferisco tradurlo come “essere umano”.

[11] Come sappiamo perfettamente, gli ebrei di Palestina non seguirono il consiglio di Gandhi, tranne alcune eccezioni di rilievo.

Traduzione dallo spagnolo di Irene Tuzi


https://es.wikipedia.org/wiki/Luis_Alberto_Ammann
Luis Alberto Ammann (Villa Dolores, Córdoba, 17 de noviembre de 1942)1 es un político, maestro, periodista, escritor y Licenciado en Letras Modernas argentino. Es dirigente del Partido Humanista de Argentina y fue candidato a Presidente de la Nación en las elecciones de 2007 en las que obtuvo 0,41% de los votos.


IL NAZIFASCISTA GANDHI - Come Don Chisciotte - Davide
26 Giugno 2007
A CURA DI: CLORO AL CLERO

https://comedonchisciotte.org/il-nazifascista-gandhi

Dal Blog di Multietnico, uno scritto di Gandhi del 1937, in cui esprime posizioni antisemite, di chiaro sapore nazifascista. Infatti è noto che Gandhi, nonostante abbia la storia che ha avuto, nascondeva un odio irrazionale per gli ebrei e negava al loro popolo il diritto di avere una Patria.
...
Non è senza esitazione che mi arrischio a dare un giudizio su problemi tanto spinosi. L’analogia tra il trattamento riservato agli ebrei dai cristiani e quello riservato agli intoccabili dagli indù è molto stretta.
Ma la simpatia che nutro per gli ebrei non mi chiude gli occhi alla giustizia. Perché, come gli altri popoli della terra, gli ebrei non dovrebbero fare la loro patria del paese dove sono nati e dove si guadagnano da vivere? La Palestina appartiene agli arabi come l’Inghilterra appartiene agli inglesi e la Francia appartiene ai francesi. È ingiusto e disumano imporre agli arabi la presenza degli ebrei. Sarebbe chiaramente un crimine contro l’umanità costringere gli orgogliosi arabi a restituire in parte o interamente la Palestina agli ebrei come loro territorio nazionale.

La cosa corretta è di pretendere un trattamento giusto per gli ebrei, dovunque siano nati o si trovino. Tuttavia la persecuzione degli ebrei che oggi viene attuata in Germania non ha precedenti nella storia. Se vi potesse mai essere una guerra giustificabile in nome dell’umanità, una guerra contro la Germania per impedire l’assurda persecuzione di un’intera razza sarebbe pienamente giustificata. Ma io non credo in nessuna guerra.
Sono convinto che gli ebrei stanno agendo ingiustamente. La Palestina biblica non è un’identità geografica. Essa deve trovarsi nei loro cuori. Ma messo anche che essi considerino la terra di Palestina come la loro patria, è ingiusto entrare in essa facendosi scudo dei fucili inglesi. Gli ebrei possono stabilirsi in Palestina soltanto col consenso degli arabi. Attualmente gli ebrei sono complici degli inglesi nella spoliazione di un popolo che non ha fatto nulla contro di loro.
Non intendo difendere gli eccessi commessi dagli arabi. Vorrei che essi avessero scelto il metodo della non-violenza per resistere contro quella che giustamente considerano una ingiustificabile aggressione del loro paese. Ma in base ai canoni universalmente accettati del giusto e dell’ingiusto, non può essere detto niente contro la resistenza degli arabi contro le preponderanti forze avversarie. È necessario che gli ebrei, che sostengono di essere la razza eletta, dimostrino questo loro titolo scegliendo il metodo della non-violenza.


Questo è il pensiero di Gandhi sulla questione arabo-ebraica. Dico “arabo-ebraica” perché nell’anno in cui è stato da lui espresso, il 1938, ancora non esisteva Israele. Leggiamolo insieme.

https://ideadiversa.blogspot.com/2010/1 ... se-un.html

Ho ricevuto numerose lettere in cui mi si chiede di esprimere il mio parere sulla controversia tra arabi ed ebrei in Palestina e sulla persecuzione degli ebrei in Germania. Non è senza esitazione che mi arrischio a dare un giudizio su problemi tanto spinosi.

Le mie simpatie vanno tutte agli ebrei. In Sud Africa sono stato in stretti rapporti con molti ebrei. Alcuni di questi sono divenuti miei intimi amici. Attraverso questi amici ho appreso molte cose sulla multisecolare persecuzione di cui gli ebrei sono stati oggetto.



Alberto Pento
Gandhi si sbagliava sulla Palestina che lui pensava araba e non più ebrea perché senza ebrei.

Demografia storica ed etnica in Giudea, Palestina, Israele lungo i millenni
viewtopic.php?f=197&t=2774


Palestinesi abitanti autoctoni? Non proprio
1 marzo 2016 Antonella Ballarini

http://htl.li/3bUNzE

Nel marzo 1899 Yousef Dia Al-Khalidi, un illustre politico musulmano dell’Impero Ottomano nato a Gerusalemme, scrisse una lettera a Zadoc Kahn, capo rabbino in Francia, e gli disse: “L’idea in se è logica, va bene ed è giusta. Chi può mettere in dubbio il diritto degli ebrei in Palestina?
Buon Dio, storicamente è davvero la vostra terra. Che magnifico spettacolo sarebbe quando un popolo pieno di risorse come quello ebraico diventi indipendente di nuovo, onorato e gratificato, in grado di poter dare un contributo all’umanità bisognosa di aiuto nel campo morale, come in passato”.

Sembra che molto sia cambiato in 116 anni.

Nell’ottobre 2015 Ilan Pappe, direttore del Centro Europeo di Studi sulla Palestina all’Università di Exeter, affermò ad Al-Jazeera che la ragione alla base della violenza e del terrorismo palestinese nei confronti degli israeliani è l’occupazione e l’espansione della colonizzazione da parte di ebrei. Ciò che è ancor più preoccupante, però, è un’altra affermazione di Pappe sul tema: “più di un secolo di colonizzazione [israeliana, ndr] non ha cambiato nulla e ha negato umanità e il diritto di avere la terra agli abitanti indigeni, i palestinesi”. In questo caso non si riferiva al controllo dell’esercito israeliano in Cisgiordania bensì all’esistenza vera e propria dello stato ebraico nella terra di Palestina. In base alla sua ideologia, quindi, gli ebrei sono stranieri in Terra Santa e i palestinesi, invece, i veri autoctoni.

Nel suo libro, Catch the Jew! (Prendi l’ebreo!), Tuvia Tenenbom descrive il suo incontro a Ramallah con Hanan Ashrawi, un legislatore palestinese, ricercatrice e membro del comitato esecutivo dell’OLP. Racconta a Tuvia come i palestinesi hanno vissuto nella loro storica terra per migliaia di anni e tutto d’un tratto, a ciel sereno, delle persone hanno incominciato ad arrivare e gli hanno detto che avrebbero dovuto rinunciare a maggior parte del loro territorio a causa della formazione di un altro stato a pochi passi di distanza da loro, ossia Israele. Un altro esempio sono le frequenti affermazioni fatte dal precedente Ministro della religione palestinese, Mahmoud Al-Habbash, che rivendicava come i palestinesi avessero vissuto su questa terra per 5.000 anni. Questa affermazione, assieme a quelle sopra, sono solo alcune di quelle usate dalla propaganda per rappresentare i palestinesi come i veri indigeni.

Per poter determinare chi siano i veri abitanti autoctoni andiamo a controllare il diritto internazionale. Secondo le Nazioni Unite la definizione di popolo indigeno è la seguente:

Sono indigene quelle comunità, popoli o nazioni che avendo una continuità storica con società pre-coloniali che si svilupparono sui loro territori prima delle invasioni, si considerano distinte da altri settori della società che hanno finito per prevalere su quei territori o su parte di essi. Esse formano, attualmente, settori non dominanti della società che prevale sul territorio o su parti di esso.

In base a questa definizione una persona potrebbe credere che se i palestinesi sono effettivamente il popolo indigeno in questa terra, rivedendo le dinamiche storiche in questa zona tra il XVII e il XIX secolo, per esempio, dovremmo trovare palestinesi nativi in numero elevato che vivono in più comunità.
Le prove che abbiamo a nostra disposizione, però, attestano il contrario.

Nel 1695 Adrian Reland, accademico, geografo, cartografo e filologo olandese, venne in Palestina ed esaminò circa 2500 posti citati dalla Bibbia o dal Mishnah dove vivevano persone. Le sue conclusioni furono le seguenti: prima di tutto le terre erano desolate. Quasi tutti gli abitanti erano concentrati nelle città di Gerusalemme, Acre, Safed, Jaffa, Tiberiade e Gaza, e la maggior parte di loro erano ebrei e cristiani.
La maggioranza demografica degli ebrei a Gerusalemme è arrivata fino ai giorni nostri. In seconda battuta, non un singolo insediamento portava un nome con origini arabe. Tutti i nomi derivavano dall’ebraico, dal greco o dal latino. Anche Ramallah (l’attuale capitale per i palestinesi) era chiamata Bet’allah dal nome ebraico BeitEl (Casa di Dio).


Inoltre, non c’è nessuna prova dell’eredità culturale araba nell’area. Il libro rafforza il legame e l’affinità esistente tra la terra di Israele e gli ebrei e l’assenza dell’appartenenza degli arabi ad essa.

172 anni dopo, sembra che niente sia significativamente cambiato quando il noto scrittore Mark Twain visitò la Palestina nel 1867. Nelle sue lettere descrisse cosa vide: “una terra desolata, fertile abbastanza ma lasciata interamente in balia ad erbacce in un’espansione addolorata e silenziosa… Qui c’è una desolazione che nemmeno l’immaginazione può migliorare con lo sfarzo della vita e dell’azione… Non abbiamo mai visto una persona durante tutto il nostro cammino… Difficile fu vedere un albero o un cespuglio. Persino gli ulivi e i cactus, amici dei terreni più aridi, erano rari in quel paese”.

23 anni più tardi, nel 1890, una ricerca britannica stimò il totale degli abitanti arabi in Palestina: 473.000. Sembra chiaro che questo aumento repentino della popolazione araba è giustificata dall’aumento dell’attività economica in Palestina, oltre ad un relativo liberalismo da parte dei leader dell’Impero Ottomano e un aumento dell’influenza in Terra Santa della potenza occidentale della Russia. Molto interessante è il contemporaneo aumento dell’immigrazione ebraica in Palestina (forse una risposta araba all’aumento della popolazione ebrea?).

Andando avanti nel tempo, nel 1915 la popolazione araba crebbe fino a 590.000 persone per una crescita annuale pari allo 0.8%. In base a questo tasso di crescita, nel 1947 la popolazione araba avrebbe dovuto essere circa di 785.000 ma la cifra, invece, è di 1.3 milioni. Com’è possibile?

La risposta è semplice: folle migratorie arrivate da altri paesi arabi. Quando l’impero britannico prese sotto il suo controllo la Palestina dall’Impero Ottomano, l’economia iniziò a crescere, vennero costruite ferrovie e iniziarono ad emergere nuove opportunità. Chi non avrebbe voluto andare e vivere sotto i britannici, dove molte occasioni stavano crescendo?

Perché tutte queste informazioni sono rilevanti? Un’altra volta la risposta è semplice. Al contrario di ciò che molti affermano, ossia che i palestinesi hanno vissuto qui per secoli e sono quindi il popolo indigeno della Palestina, sembra invece che la maggior parte di loro vennero in questa terra a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Secondo le Nazioni Unite, un popolo è considerato indigeno nella sua terra se si dimostra una continuità storica su di essa. La domanda quindi è: come si può definire un popolo autoctono quando la maggior parte di esso ha vissuto in suddetta terra solo per 3 o 4 generazioni?

I critici probabilmente direbbero che la maggior parte degli ebrei che vivono qui ora sono arrivati anch’essi in Israele da poche generazioni. Ma al contrario dei palestinesi, gli ebrei hanno continuato a vivere qui per più di 3.000 anni, arrivando fino ad oggi. Le prove possono essere trovate ovunque: nelle scritture, nei siti archeologici, nei manufatti e in molto altro. I critici potrebbero inoltre affermare che la Bibbia non è un libro di storia. Quest’ultima affermazione è opinabile da molti ma in questo caso si suggerisce di leggere l’incredibile storia della scoperta dell’altare di Joshua sul monte Ebal, fatta da un archeologo israeliano, Adam Zertal.

“Farai per me un altare di terra e, sopra, offrirai i tuoi olocausti e i tuoi sacrifici di comunione, le tue pecore e i tuoi buoi; in ogni luogo dove io vorrò ricordare il mio nome, verrò a te e ti benedirò”

“Se tu mi fai un altare di pietra, non lo costruirai con pietra tagliata, perché alzando la tua lama su di essa, tu la renderesti profana. Non salirai sul mio altare per mezzo di gradini, perché là non si scopra la tua nudità”.

In più, oltre ad ulteriori prove archeologiche sulla continuità storica degli ebrei in questa terra, un altro incredibile reperto ritrovato nella Città di David a Gerusalemme sono le due bulle di argilla con iscritti due nomi biblici, originari del periodo del Primo Templio. I nomi che riportano sono identici al testo biblico che si riferisce al medesimo periodo (erano due ufficiali).

Queste importanti scoperte archeologiche si ricollegano quasi completamente alle descrizioni della Bibbia e si rifanno al 1300 D.C.

Tornando a ciò che venne affermano nelle prime righe dell’articolo, i critici potrebbero sostenere che l’affermazione a favore degli ebrei pronunciata da Al-Khalidi fu solo il punto di vista di un eccentrico musulmano. Ebbene, non è poi così eccentrica come visione: il Corano, libro sacro dell’Islam, afferma chiaramente che la Terra Santa appartiene al popolo ebraico. Controllate voi stessi

Credete ancora che gli ebrei siano stranieri in questa terra?
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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