Pałestina: Le raxon de Ixrael

Re: Pałestina: Le raxon de Ixrael

Messaggioda Berto » dom nov 04, 2018 8:19 pm

I nuovi problematici amici di Israele: l’eterno dilemma fra interessi e valori
Israele è uno stato che deve tutelare i propri interessi, ma è anche uno stato ebraico che si fonda su valori etici non negoziabili
Analisi di Moshe Arens, Herb Keinon, Nadav Eyal
Moshe Arens
2 novembre 2018

https://www.israele.net/i-nuovi-problem ... i-e-valori

Scrive Moshe Arens: Quando si scelgono gli alleati con cui contrapporsi a un nemico comune è perfettamente legittimo bilanciare interessi e valori. Winston Churchill e Franklin Roosevelt scelsero di allearsi con la feroce dittatura comunista di Stalin nella guerra contro la Germania nazista. Senza la partecipazione dell’esercito sovietico, l’obiettivo sarebbe stato irraggiungibile. Gli interessi nazionali fecero premio sulle pure differenze ideologiche, e fu giusto così. Non è facile trovare casi altrettanto netti. Molte alleanze forgiate dagli Stati Uniti con l’”uomo forte” di turno in varie situazioni locali si sono rivelate sbagliate. In quei casi, il pericolo che correvano gli Stati Uniti non giustificava l’accantonamento dei valori ideologici in nome di un’alleanza con dittatori che non avevano alcun rispetto per quei valori. Nella maggior parte dei casi non si trattava d’altro che di matrimoni d’interesse.

Oggi, dopo le rivelazioni del macabro assassinio del giornalista saudita Jamal Khashoggi, gli Stati Uniti e Israele dovranno operare una scelta nei loro rapporti con l’Arabia Saudita, vista finora come un affidabile alleato nel tenere a freno la minaccia dell’espansionismo e del terrorismo iraniano in Medio Oriente. L’Arabia Saudita, il paese arabo più esteso e più forte, vede giustamente nell’attuale regime iraniano un nemico implacabile che mira alla sua distruzione, nel quadro del suo espansionismo in Medio Oriente. Ed è visto a Washington e Gerusalemme come un naturale e prezioso alleato contro un nemico comune. Gran parte di ciò che si sapeva del regime dittatoriale e arbitrario in vigore in Arabia Saudita è stato opportunamente ignorato in nome dell’”interesse nazionale”.

Ma le recenti rivelazioni circa il premeditato omicidio di Khashoggi nel consolato saudita ad Istanbul, cui ha fatto seguito quello che il presidente Usa Donald Trump ha definito “la peggiore operazione di insabbiamento della storia”, richiede una revisione di questa posizione. A questo punto sembra quasi bizzarro cercare un equilibrio tra gli interessi nazionali americani e israeliani e il plateale disprezzo degli ideali di giustizia e diritto che caratterizza l’Arabia Saudita. Non è possibile alcun equilibrio. Nulla può giustificare la recente conferma di come si comporta il regime saudita, e un’alleanza con i governanti sauditi non può che mettere in dubbio la natura morale di qualunque alleanza.

Per quanto riguarda l’interesse nazionale, Stati Uniti e Israele sono in grado di fronteggiare la minaccia iraniana con l’aiuto dei loro alleati, e persino da soli se necessario. Il regime iraniano è sull’orlo della bancarotta e un’azione risoluta da parte di Washington e Gerusalemme può contrastare i suoi piani, e fors’anche mettere in ginocchio quel regime. La cooptazione del regime saudita in questa alleanza può solo indebolire l’impresa mettendone in dubbio il fondamento morale. E Israele non dovrebbe tirarsi indietro solo perché è il paese più minacciato dai piani del regime iraniano. Anzi, dovrebbe farsi promotore di questa scelta, che non ha bisogno di aspettare ulteriori prove. Ciò che occorre sapere, si sa già. Oltretutto, una tale decisione potrebbe persino accelerare quei cambiamenti di cui c’è così evidentemente bisogno in Arabia Saudita: un possibile effetto collaterale positivo.
(Da: Ha’aretz, 30.10.18)

Herb Keinon

Scrive Herb Keinon: Lunedì scorso il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si è congratulato con l’ultraconservatore populista Jair Bolsonaro per la sua vittoria nelle elezioni presidenziali in Brasile. “L’ho chiamato – ha twittato Netanyahu – e gli ho detto che sono certo che la sua elezione porterà a una grande amicizia tra i nostri popoli e a un rafforzamento dei legami tra Brasile e Israele. Aspettiamo la sua visita in Israele”. Nel giro di pochi minuti la Twitter-sfera si è riempita di messaggi che accusano Netanyahu di andare di nuovo a braccetto con leader autoritari. Molti tweet l’hanno fatto elogiando per contro l’ex presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva, descritto come “un uomo del popolo”. Bolsonaro ha sconfitto il candidato del Partito dei Lavoratori Fernando Haddad, sostenuto da Lula, l’ex-presidente oggi in prigione per corruzione. I benpensanti di tutto il mondo sono inorriditi dal fatto che Netanyahu si congratuli con Bolsonaro, un uomo contraddistinto da un pessimo curriculum di dichiarazioni contro gay, donne e minoranze.

Ma la domanda è: Israele dovrebbe davvero auspicare un altro leader in Brasile che insista nella politica di quelli precedenti, apertamente ostile verso lo stato ebraico? Come si comportò Lula con Israele, quando era al potere? Nel 2009 si oppose alle sanzioni contro l’Iran volte a fermare il programma nucleare di Teheran, e ospitò in Brasile con tutti gli onori l’allora presidente iraniano, il fanatico antisemita Mahmoud Ahmadinejad.

L’allora presidente brasiliano Lula depone una corona di fiori sulla tomba di Yasser Arafat

L’anno seguente restituì la visita recandosi a Teheran. Nel 2010, durante la sua visita in Israele, Lula si rifiutò di deporre una corona di fiori sulla tomba di Theodor Herzl a Gerusalemme, come gli chiedeva allora il protocollo israeliano, ma non esitò ad avvolgersi in una kefiah e andare a deporre una corona sulla tomba di Yasser Arafat a Ramallah (forse, di fronte alle scelte dell’attuale governo israeliano, dovrebbero farsi un esame di coscienza tutti quei liberal illuminati che per decenni hanno tollerato, quando non attivamente promosso, l’isolamento e l’umiliazione sistematica di Israele ndr).

Sempre nel 2010, Lula riconobbe lo “stato palestinese” (senza attendere un accordo negoziato con Israele), una mossa che spinse un certo numero di altri paesi sudamericani a fare altrettanto. Il successore di Lula, Dilma Rousseff, anch’essa del Partito dei Lavoratori, ritirò l’ambasciatore brasiliano da Israele per consultazioni come forma di protesta per l’operazione anti-Hamas a Gaza dell’estate 2014, e nel 2015 si rifiutò di accogliere come ambasciatore israeliano a Brasilia Dani Dayan perché risiede al di là della “linea verde”. Sotto i governi del Partito dei Lavoratori, il Brasile ha votato quasi sempre contro Israele nei forum internazionali e si è posto alla testa delle linea dura contro Israele nel gruppo dei paesi BRICS: Brasile, India, Cina, Russia e Sudafrica.

Un recente comizio di Jair Bolsonaro

Ora arriva Bolsonaro, un cristiano evangelico che dice che il suo primo viaggio all’estero sarà in Israele, che vuole spostare l’ambasciata del suo paese a Gerusalemme, che vuole chiudere l’ambasciata palestinese in Brasile perché “la Palestina” non è “uno stato”, e che vuole approfondire la cooperazione con Israele per tutto ciò che lo stato ebraico può insegnare e offrire al suo paese. E cosa dovrebbero dire Netanyahu e Israele? “No grazie, preferiremmo Lula e quelli come lui perché le loro tendenze sono più liberali e illuminate?”. Quale stato agirebbe in questo modo? Forse che la Francia rompe i rapporti con la Cina a causa del pessimo curriculum di Pechino in fatto di diritti umani? Forse che l’India si rifiuta di avere a che fare con il presidente russo Vladimir Putin perché non è un democratico alla Thomas Jefferson?

Con l’ascesa elettorale di leader populisti di destra un po’ in tutto il mondo, Israele si trova sempre più spesso con amici problematici, come Viktor Orban in Ungheria e Rodrigo Duterte nelle Filippine. Ma un governo può accogliere le politiche di un leader verso il proprio paese senza accettare per questo tutto ciò che quel leader fa e dice. Netanyahu può accogliere le nuove politiche del leader brasiliano nei confronti di Israele senza abbracciare l’intero pacchetto di Bolsonaro. Se Bolsonaro manterrà le sue promesse elettorali verso Israele, le politiche mediorientali del suo importante paese potrebbero cambiare drasticamente e questo è un bene per Israele e per il Medio Oriente. Ciò non significa che Israele debba accettare tutto ciò che il leader brasiliano rappresenta. Ma i paesi hanno interessi concreti, e uno spostamento della politica brasiliana verso una posizione più equilibrata è qualcosa che risponde sicuramente all’interesse di Gerusalemme: che è precisamente il motivo per cui Netanyahu si è congratulato con il nuovo presidente sudamericano.
(Da: Jerusalem Post, 31.10.18)

Nadav Eyal

Scrive Nadav Eyal: I paesi, e in particolare Israele, devono tener conto di considerazioni morali e liberali quando si tratta delle relazioni estere? E’ una domanda che risuona spesso e che onestamente non ha una risposta ovvia. Le relazioni diplomatiche si basano principalmente sugli interessi. Il continuo tentativo di “incivilire” altri regimi, molti dei quali non democratici, non è necessariamente efficace, e quando viene promosso dalle superpotenze ha raramente successo. Un chiaro esempio è la condotta degli Stati Uniti negli anni ’90, ed è certo che tentativi analoghi da parte di Israele sarebbero ancora meno efficaci.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha degli obiettivi immediati: promuovere politiche favorevoli alle posizioni di Israele, ad esempio con il trasferimento delle ambasciate a Gerusalemme. Coloro che sono disposti a collaborare, che siano il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte, il primo ministro ungherese Victor Orbán o il neo presidente brasiliano Jair Bolsonaro, saranno considerati interlocutori legittimi. E’ questo l’argomento che si sente ripetere quando un autocrate, o un leader democraticamente eletto, mirano a limitare le libertà nel loro paese ma sostengono Israele. E’ un argomento che va contestato poiché si basa su un errore grave, che comporta conseguenze di vasta portata.

Innanzitutto, la politica estera non si basa esclusivamente su politiche a breve termine, ma principalmente su relazioni a lungo termine. Cosa succederà dopo Orbán, dopo Duterte, dopo il presidente Usa Donald Trump e tutti gli altri? Israele avrà coltivato relazioni amichevoli con questi leader o con i loro paesi e le rispettive opinioni pubbliche? Per rispondere a questa domanda, sarebbe utile esaminare se e come i leader usano Israele, e cosa ha da dire sullo stato ebraico l’altra parte politica.

La rappresentante della politica estera dell’Unione Europea Federica Mogherini ricevuta a Teheran dal ministro degli esteri iraniano Mohammad Javad Zarif

C’è una differenza tra i rapporti amichevoli, che Israele deve mantenere con ogni governo eccetto quelli macchiati da crimini di guerra e crimini contro l’umanità, e una relazione molto più stretta con quei governi, che potrebbe mettere a repentaglio il futuro di Israele una volta scomparso il leader autoritario. Può darsi che sia giusto per Israele preservare buone relazioni con Duterte. Ma invitarlo in Israele, unico paese occidentale che Duterte abbia visitato, appare proprio come la smodata esagerazione che potrebbe costare cara a Israele nell’arena politica. Il primo errore, dunque, è il pensiero a breve termine.

Il secondo errore è l’idea che Israele, lo stato del popolo ebraico, non abbia più di altri il dovere di essere avveduto, etico e concreto. Etico, poiché in quanto nazione perseguitata per lunghissimi anni, gli ebrei si sono sempre distinti per dedizione ai diritti civili e umani e hanno accanitamente promosso, a volte sacrificando se stessi, una società liberale. Ma la condotta di corto respiro di cui stiamo parlando viene anche percepita come ingenua, dal momento che nelle relazioni internazionali vi è anche il dovere di essere avveduti e concreti. Il motivo per cui certi regimi cercano di stringere legami stretti con Israele non deriva soltanto dal fatto che Israele è una nazione di successo economico e tecnologico, e in ottimi rapporti con gli Stati Uniti. L’amicizia con lo stato ebraico serve ad alcuni di questi paesi e ai loro governanti per crearsi una nuova verginità. Ed è proprio per questo che il popolo ebraico deve agire con grande cautela morale: perché gli ebrei perseguitati hanno fatto di tutto per promuovere i valori illuministi liberali. L’obbligo di agire con cautela significa non gettare via, per un tornaconto immediato, qualcosa che ha un valore e un’importanza enormi per Israele, indipendentemente dal Brasile e dall’Ungheria.
(Da: YnetNews, 31.10.18)
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Re: Pałestina: Le raxon de Ixrael

Messaggioda Berto » dom nov 18, 2018 7:32 pm

L’incubo degli odiatori: la normalizzazione dei rapporti tra Israele e paesi arabi
Maurizia De Groot Vos

https://www.rightsreporter.org/lincubo- ... kjroYGxiYY

È stato interessante in questi giorni leggere la stampa araba, non tanto per i resoconti sull’attacco di Hamas a Israele che rischiava di dare il via a una nuova guerra a Gaza, quanto piuttosto per alcune analisi sulla visita di Netanyahu in Oman e soprattutto per l’accoglienza riservata al Ministro dello sport israeliano, Miri Regev, negli Emirati Arabi Uniti.

Se la visita di Netanyahu in Oman è politicamente mille volte più importante di quanto successo negli Emirati Arabi Uniti, non fosse altro che per il ruolo “neutrale” dell’Oman nel Golfo Persico, è quanto successo negli Emirati che ha fatto scattare la molla (la penna) degli odiatori, specie di quelli vicini all’Iran.

Prima l’inno nazionale israeliano che risuona in un palazzetto arabo, cosa mai successa prima, poi Miri Regev, un ministro israeliano per di più donna, che viene portata in visita alla grande Moschea di Sheikh Zayed ad Abu Dhabi. Era troppo da sopportare in silenzio.


Il Ministro israeliano Miri Regev visita la grande Moschea di Sheikh Zayed ad Abu Dhabi

Immagine


Gli analisti arabi ci hanno messo un po’ di giorni a realizzare quello che stava succedendo, a realizzare quanto fosse devastante quella visita di Miri Regev alla terza più grande Moschea del mondo islamico. Poi è apparso chiaro a tutti quello che stava accadendo, e cioè che la voglia di normalizzazione dei rapporti tra Israele e paesi arabi stava prendendo il sopravvento su tutto, soprattutto sulla causa palestinese che fino ad oggi ha impedito proprio quella normalizzazione.

Scrive Abd al-Nasser Essa sul quotidiano libanese Al-Nahar che la politica di Trump e Netanyahu sta mettendo nell’angolo la causa palestinese. «I paesi arabi della regione stanno considerando la causa palestinese come un mal di testa invece che come una causa vitale da sostenere» scrive l’analista arabo.

«La somma delle politiche delle amministrazioni Netanyahu e Trump ha spinto la leadership palestinese nell’angolo e ha spostato la causa palestinese dal centro della scena ai margini dell’agenda globale. Persino il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha dichiarato di sostenere il piano di pace e la decisione di Trump di trasferire l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme» scrive ancora Abd al-Nasser Essa.

La critica alla normalizzazione dei rapporti tra Israele e paesi arabi non è però trasversale. Arriva solo da quella parte di stampa araba più vicina alle pozioni dell’Iran, come appunto quella libanese. I quotidiani libanesi, siriani e quelli iraniani hanno dato molto risalto alle parole dette da Hossein Amir-Abdollahian, ex vice ministro degli Esteri iraniano e attualmente Direttore Generale per gli affari internazionali per il parlamento iraniano, che commentando l’attacco di Hamas contro Israele ha detto che «l’attacco missilistico di Hamas contro Israele dimostra che la normalizzazione dei rapporti tra Israele e paesi arabi è solo un sogno che non si avvererà mai».

Ecco quindi farsi largo l’incubo di tutti gli odiatori, quella normalizzazione dei rapporti tra Israele e paesi arabi che sta mettendo fine alla radice dell’odio, alla madre di tutte le cause, quella palestinese. E per “ridimensionare” quell’incubo si arriva a dare all’attacco di Hamas contro Israele valenze che non ha, che non c’entrano nulla con quanto successo.
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Re: Pałestina: Le raxon de Ixrael

Messaggioda Berto » ven dic 07, 2018 8:20 am

La protesta delle donne di confine “Basta soldi per Hamas Diamo dollari, riceviamo missili”
4 dicembre 2018
Funzionari di Hamas in fila per ricevere gli stipendi dopo il trasferimento di denaro del Qatar
Amanda Gross

http://www.italiaisraeletoday.it/la-pro ... OIhs8UKaU8

Un gruppo di madri israeliane provenienti da comunità situate vicino al confine di Gaza ha presentato petizione lunedì all’Alta Corte di Giustizia per fermare la seconda rata di 15 milioni di dollari in fondi del Qatar da consegnare a 30.000 funzionari di Hamas nella Striscia di Gaza.

Il mese scorso, in mezzo alla mediazione egiziana volta a raggiungere un accordo a lungo termine tra Israele e Hamas, tre grandi valigie di pelle contenenti 15 milioni di dollari in contanti sono entrate nell’enclave costiera per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici di Hamas. Ulteriori fondi dovrebbero essere trasferiti nei prossimi mesi.

Lo scopo della petizione – che è stato presentato da Shurat HaDin, un’organizzazione non governativa per i diritti civili – è che il tribunale emetta un’ingiunzione provvisoria che ordina allo stato di interrompere completamente la transazione o di rinviare il trasferimento della seconda rata prevista per la prossima settimana.

“Questo denaro non dovrebbe essere trasferito fintanto che Gaza è governata dall’organizzazione terroristica di Hamas, o finché non ci saranno garanzie che Hamas non utilizzerà i fondi per intensificare le loro attività terroristiche” sottolinea la petizione.

Il primo trasferimento di denaro è stato afflitto da irregolarità (ad esempio l’uso di valigie per trasportare i fondi) rendendo impossibile per Israele garantire che il denaro abbia raggiunto i destinatari giusti.

I residenti delle comunità di confine di Gaza hanno scritto una lettera al primo ministro e ministro della Difesa Benjamin Netanyahu, definendo il trasferimento degli aiuti del Qatar “estremamente irragionevole e palesemente illegale”. L’ufficio del Primo Ministro finora non ha emesso una risposta ufficiale alla lettera.

Nitsana Darshan-Leitner, presidente di Shurat HaDin, ha sottolineato che la prima rata del denaro del Qatar è stata immediatamente seguita da una serie di escalation sul confine meridionale . “L’ultima volta che sono stati trasferiti 15 milioni di dollari a Hamas in cambio avuto 500 missili…”


I terroristi nazi maomettani palestinesi di Gaza stanno bombardando Israele
viewtopic.php?f=197&t=2779
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Re: Pałestina: Le raxon de Ixrael

Messaggioda Berto » dom dic 30, 2018 3:54 am

BILANCIO E SPUNTI DAL MIDDLE EAST FORUM
Niram Ferretti
28 dicembre 2018

https://www.facebook.com/permalink.php? ... 4575318063


Uno dei più autorevoli e influenti think tanks americani è il Middle East Forum fondato e presieduto da Daniel Pipes che "l'Informale" ospita frequentemente sia intervistandolo direttamente, sia attraverso articoli da lui scritti.

Malgrado Daniel Pipes abbia una posizione critica nei confronti di Donald Trump, per quanto concerne le decisioni assunte recentemente dalla Casa Bianca relativamente al conflitto arabo-israeliano, non si può non notare una notevole convergenza di punti di vista.

Li riassumeremo qui brevemente, prendendoli direttamente dalla lettera che il 27 dicembre, Daniel Pipes, nella veste di presidente del MEF, ha inviato agli iscritti al sito:

"Come ha mostrato il recente dibattito intorno alla risposta israeliana ai 503 missili lanciati da Gaza, i leader di Israele ora sono d'accordo che è arrivato il tempo per Israele di 'ricominciare a vincere' ma discutono su come ottenere la migliore vittoria. Avigdor Lieberman si è dimesso per il fatto che Benjamin Netanyahu ha rifiutato di vincere a Gaza; Netanyahu ha detto che la sua moderazione fa parte di una strategia più ampia per vincere contro l'Iran; e Naftali Bennett ha rivendicato il portafoglio della Difesa 'in modo da potere vincere'.

Senza prendere posizione in questa disputa israeliana di contrapposizioni, essa mostra un'enfasi molto nuova posta sul concetto di vittoria. Ho discusso personalmente questa idea con tutti e tre i leader, quindi il MEF rivendica giustamente un certo credito per questo spostamento di enfasi.

Inaugurato nel gennaio 2017, il nostro Israel Victory Project chiede che 'prima ci sia la vittoria di Israele, poi la pace'. Secondo il Jerusalem Post, il MEF ha ottenuto "appoggio a Gerusalemme e a Washington - e attraverso correnti partitiche - per incoraggiare i legislatori ad adottare un nuovo approccio nei confronti del processo di pace ".

In Israele, "Maariv", "Israel Hayom", "Arutz Sheva" e "The Times of Israel" hanno fatto riferimento al nostro successo nell'influenzare i leader israeliani.

Negli Stati Uniti, "Foreign Policy" afferma che le recenti mosse dell'amministrazione Trump - come la chiusura dell'ufficio dell'OLP, il taglio di 200 milioni di dollari in aiuti all'Autorità Palestinese e il ritiro dal Consiglio dei diritti umani dell'ONU - sono "l'attuazione della proposta del Victory Caucus [ispirato dal MEF]".

L'amministrazione Trump ha adottato la nostra idea di tagliare il sostegno all'UNRWA e deviare gli aiuti ai partner locali sul territorio. Invece di inviare 370 milioni di dollari all'anno all'UNRWA, che usa i soldi per incitare contro Israele, abbiamo suggerito ai funzionari del Dipartimento di Stato e al Consiglio di sicurezza nazionale un piano dettagliato per finanziare i beneficiari alternativi come USAID e il comune di Gerusalemme; la nuova politica dell'amministrazione Trump segue da vicino la nostra proposta.

Nel frattempo, il Dipartimento di Stato è stato costretto a pubblicare un rapporto rivoluzionario che il MEF ha ispirato nel 2012 che da conto del numero effettivo di rifugiati palestinesi. Ciò dovrebbe contenere la prassi artificiale dell'UNRWA di contare come rifugiati i discendenti dei rifugiatii che non hanno mai vissuto in quello che è oggi Israele e rappresenta un passo verso il nostro obiettivo di applicare la legge e la politica degli Stati Uniti alla definizione di 'rifugiati palestinesi'.


Queste sono due delle nostre idee originali, qui ce ne sono alcune altre:

L'Islam radicalizzato è il problema, quello moderato è la soluzione.

L'islamismo è in declino dal 2012.

Con gli 'islamisti' sparsi in tutto il Medioriente dobbiamo scegliere i 'nostri' islamisti.

Gli immigrati dovrebbero risiedere nelle loro aree culturali.

I partiti civilizazionisti o di 'estrema destra' sono fondamentali per salvare l'Europa.

l'Europa soffre di parziali no-go zones (insediamenti islamici).

Gli islamisti non i musulmani vanno esclusi dagli Stati Uniti.

Il regime iraniano non durerà a lungo. Il suo successore sarà amichevole.

La maggiore minaccia futura del Medioriente sarà la Turchia.

La Siria e l'Iraq non verranno ricostituite e probabilmente nemmeno la Libia.

Il principe saudita MBS sta portando avanti una rivoluzione occidentalista come quella di Ataturk.

Lo Yemen e l'Egitto sono sulla strada di una carestia di massa e di una massiccia ondata immigratoria.

Il Qatar rappresenta il 'soft power' più minaccioso per gli Stati Uniti".


Crescenzo Persico
x niriam ferretti - israele dovrebbe ricominciare a vincere , d'accordo ma dove è la vittoria . come gia scritto precedentemente , quella di in una nuova guerra con gaza sarebbe una pessima idea . entrara a gaza in forze , in uno scontro casa per casa , muro per muro , I.E.D. dopo I.E.D. ,cecchino dopo cechino ,missile kornet dopo missile kornet , senza rievocare stalingrado ,avrebbe un costo altissimo in uomini e mezzi , non solo ma anche economici , politici , diplomatici , e di immagine , metterebbe in difficolta lo stesso trump , e poi ? rimettere sulle spalle di israele un altro paio di milioni di arabi . il tutto contro un nemico abituato a gestire LE SCONFITTE COME VITTORIE . la sconfitta genera il martire , il martire riemerge dalla sconfitta piu trionfante che mai . chi si ricorda di nasser che dopo la disastrosa sconfitta del 67 fu portato in trionfo per le vie del cairo , la dove in qualunque altro paese del mondo sarebbe stato preso a calci , e lo stesso dicasi per arafat dopo la cacciata da beirut . allora dove è la vittoria ? la VITTORIA è A TAVOLINO . la rivendicazione ufficiale dei diritti di israele sul proprio territorio intendendo per esso la giudea e samaria , dichiarando le popolazioni arabe PIE NOIR che illegalmente le occupano . questo è tutto , non c'è proprio nulla da trattare . ci sono ruoli e personaggi da ridefinire al di la delle manovre politiche propagandistiche dei vari personaggi in cerca di autore che nel tempo si sono esercitati in danno di israele . israele non deve proprio niente a lord balfour , alla gran bretagna o all'onu , anzi quei personaggi hannoi agito malevolmente in malafede per tutelare loro interessi contro israele . con sempre maggiore frequenza sento suonare le campane a morto per israele dei due popoli due stati . per fortuna la dirigenza di fatah e hamas rifiutano , ma cosa accadrebbe se domani negli usa arrivasse un presidente ostile ad israele stile obama , , cosa accadrebbe se all'interno dei gruppi palestinisti qualche astuto SUGGERITORE li mettesse sulla "giusta via" . israele si troverebbe CON LE SPALLE AL MURO . questo è lo scenario che piu temo . questo è lo scenario da temere . mi direte : ma è fantapolitica la tua . tutti noi non conosciamo il futuro cosa ci riserva , tutto puo essere e nulla si puo escludere . chi è abituato a guardare la storia lo sa fin troppo bene .

Crescenzo Persico
la commedia degli equivoci . israele deve ringraziare lord balfour (oh celo)che per gentile concessione regalo agli arabi meta del proprio territorio . a napoli si dice fare regali con il protafoglio degli altri . israele che per giustificare la propria esistenza sventola la dichiarazione balfour . mi sembra quello quell scolaro discolo che dopo un filone porta una giustifica magari fasulla . COSI NON SI VA DA NESSUNA PARTE


Alberto Pento
Non condivido la seconda proposta: "L'Islam radicalizzato è il problema, quello moderato è la soluzione".

Francesco Birardi
Daniel Pipes crede quindi all'esistenza di un Islam "moderato"?

Tassilo Del Franco
Alcuni punti vanno approfonditi: Pipes dice che l’islàm radicale è il problema, mentre quello moderato sarebbe la soluzione. Sì, ma deve prima essere chiamato in vita, e per farlo El-Azhar deve rivedere la lettura del corano secondo quanto proposto a suo tempo da El-Sisi. Altrimenti non ci potrà essere moderazione, ma solo un islàm terrorista e uno complice! Secondo punto: l’Egitto è veramente sull’orlo di una spaventosa carestia. Essendo troppo importante per gli equilibri in MO e la culla della fratellanza musulmana è urgente mantenerlo stabile e alleato, per evitare una deriva islamista e la fine del trattato di pace. Quindi il raìs va aiutato con ogni mezzo a ristabilire l’ordine con mano di ferro, e aiutato a far funzionare l’economia introducendo regole di mercato libero e una dura repressione della corruzione! Solo così Al-Sisi potrà essere in grado di superare con la forza le resistenze dell’Università islamica ad attuare riforme dottrinali, con effetti globali sull’islàm.

Francesco Birardi Finché nel Corano resta il concetto che l'Islam deve conquistare il mondo, con le buone o con le cattive, e che deve cancellare Israele (se non proprio tutti gli ebrei) dalla faccia della terra, ci sarà ben poco da discutere....

Tassilo Del Franco
Francesco Birardi
Francesco, il concetto resterà, come fatto storico; ma il punto è che le autorità religiose devono ordinare ai musulmani di non dare alcun peso a quelle sure, considerandole superate dai tempi. Di ignorarle, insomma! E di escluderle magari dalle nuove edizioni del libro. Lo stesso va fatto con gli Hadidh, quelli di Buchari in particolare. Emendato di tutto ciò, l’islàm apparirà come una serie di norme morali e igieniche senza senso e senza pericolosità. E, se qualche “uomo saggio musulmano” dovesse rifarsi alla versione autentica, dovrebbe subire una “fatwa” incruenta, ed essere messo in ridicolo come ultraconservatore.

Ariel Akiva
Francesco Birardi il Corano è un testo non modificabile, furbescamente lo hanno posto nelle mani del loro dio,sulla terra solo la trascrizione da parte del demente. Qualunque segesi è IMPOSSIBILE in quanto sto libro è increato! I musulmani moderati non esistono e coloro che lo sono vengono trattati da nemici e infedeli. Purtroppo per noi,e ci arriveremo,la sola soluzione sarà distruggerlo,o almeno ricondurli a 500 anni fa e lasciarli schiattare nel deserto.

Francesco Birardi
Tassilo e Ariel hanno ben descritto le due possibili modalità di soluzione al gravissimo problema Islam :
a) la sua modificazione e adeguamento alla modernità;
b) la sua distruzione, o il suo incistamento in una sorta di lebbrosario, a evitare ulteriori avvelenamenti della specie umana. In entrambi i casi temo che si potrà procedere solo con la forza.

Tassilo Del Franco Ariel Akiva
Ti pare che non lo sappia che è parola di dio fatta carta (un dio “incartato”)? E che Muhammad si è definito “sigillo dei profeti” e che solo a lui spetta l’ultima parola perché allàh ha parlato “confidenzialmente” solo a lui in arabo, rivelandogli tutto fino alla fine? E che la parola di dio (leggi “del suo messaggero”) non si tocca? Come te so tutte queste cose, e le sa anche Al-Sisi! Se Al-Azhar, senza modificare i sacri testi, ponesse l’enfasi su alcune parti di essi e dicesse di trascurare gli altri nell’insegnamento, già qualcosa sarebbe raggiunto: diminuirebbe grandemente l’effetto jihadista sulle menti dei giovani e ne distoglierebbe molti dal farsi shahìd. E aumenterebbe il numero dei musulmani morbidi o indifferenti o semplicemente laici, solo legati alla tradizione familiare.


Tassilo Del Franco
In ogni caso Francesco ha sintetizzato bene: o l’islàm si piegherà a diventare gradualmente moderato o ci sarà un inevitabile immane conflitto, l’esito del quale è in buona parte nelle mani dei traditori dell’Occidente, che difenderanno il nostro nemico.

Benedetta Bardi
Tassilo Del Franco chiedi al Birardi del suo caro amico Guillame Fabien , noto negazionista della Shoa' e disgustoso antisemita .

Tassilo Del Franco
Francesco, come mai sei amico di un tizio del genere?

Benedetta Bardi
Onore a Niram Ferretti per il post in cui chiede di scegliere con chi schierarsi : io sto con gli ebrei sempre e con Israele . Chi ha contatti con antisemiti alias antisionisti mi ripugnano .

Francesco Birardi
Chi mi conosce sa bene chi sono e da che parte sto. Chi non mi conosce prende solenni cantonate. Specie basandosi su Facebook.... Me ne dispiace molto, e soprattutto quando si tratta di Israele, un paese per cui darei la vita, e di amici di Israele, che io considero miei fratelli.



I mussulmani cosidetti moderati e l'Islam buono non esistono
viewtopic.php?f=188&t=2808
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Re: Pałestina: Le raxon de Ixrael

Messaggioda Berto » lun dic 31, 2018 5:02 am

Al nord di Israele, una guerra appena cominciata
Ugo Volli
30-12-2018

https://www.shalom.it/blog/editoriali-b ... ta-b264971

Non bisogna farsi illusioni. La guerra che Israele deve sostenere al Nord per difendersi dall’aggressione iraniana è ormai aperta ed è entrata in una fase nuova e più pericolosa. Della fase nuova fanno parte i cinque tunnel (finora) scoperti e distrutti da Israele al confine del Libano senza che la “comunità internazionale” facesse una piega alla notizia che un’organizzazione terroristica (Hezbollah) potesse scavarli in una zona in cui le forze Onu dovrebbero escluderla, secondo gli accordi e le delibere del Consiglio di sicurezza. Ma anche il nuovo atteggiamento russo che di fronte a un attacco israeliano a un magazzino di missili in Siria, ha trovato un nuovo pretesto (il preteso pericolo a due aerei civili) per condannare Israele e permettere alla Siria di sparare missili sul territorio israeliano. E naturalmente anche il ritiro americano di truppe che non intervenivano in questo conflitto, essendo limitate per delibera del Congresso alla caccia all’Isis; ma comunque avevano una certa capacità di dissuasione rispetto all’imperialismo iraniano. Israele è ora direttamente di fronte a Hezbollah, Siria e al loro protettore Iran. In più la Russia spalleggia senza più esitazioni gli aggressori di Israele. La dottrina militare di Israele è chiara dai tempi di Ben Gurion: di fronte a una minaccia chiara e imminente Israele deve difendersi preventivamente e farlo da solo. L’America di Trump, rifornisce Israele di armi e di strumenti tecnologici che Israele non può fabbricarsi da solo per questioni di economia di scala, come gli F35 e dà copertura allo stato ebraico sul piano diplomatico e delle istituzioni internazionali. Ma Israele dovrà difendersi da solo, eventualmente capeggiando una coalizione di stati sunniti minacciati dall’Iran, ed è preparato a farlo, anche contro le interferenze russe. Nell’ultimo attacco aereo infatti sono stati distrutte postazioni contraeree fornite da Mosca alla Siria, e sconfitte le contromisure elettroniche russe. Bisogna essere preparati: al confine con Siria e Libano la guerra è solo cominciata.


La dottrina militare di Israele è chiara dai tempi di Ben Gurion: di fronte a una minaccia chiara e imminente Israele deve difendersi preventivamente e farlo da solo.

L’America di Trump, rifornisce Israele di armi e di strumenti tecnologici che Israele non può fabbricarsi da solo, ma poi dovrà difendersi da solo, eventualmente anche contro le interferenze russe. Nell’ultimo attacco aereo infatti sono stati distrutte postazioni contraeree fornite da Mosca, e sono state sconfitte le temute contromisure elettroniche russe.
La guerra è solo cominciata.
https://www.facebook.com/zio.Ferdinando ... 1306106342


Alberto Pento
Forza Israele!

Antonello Leonardi Stonemama
Facciamo che, avendolo letto in un libro di mio nonno, che lui riteneva sacro in quanto scritto da gente importante e quasi divina, io vengo a casa sua e mi pianto per prima cosa nel suo soggiorno. Asserendo che e' tutto scritto in questo libro sacro, che casa sua e' costruita su di un terreno appartenuto a miei antenati, quindi mio. Lei e' tutta la sua famiglia inizialmente mi chiederete spiegazioni che troverete ovviamente ridicole. Quindi cercherete con le buone e cattive maniere di cacciarmi. Ma io sono molto ben armato e molto piu' forte. Quindi mi pianto di prepotenza in soggiorno e in camera da letto. Voi continuerete ad usare ogni mezzo per cacciarmi da casa vostra, ma io accusandovi di essere violenti mi faccio bello col vicinato, anzi vi faccio pure delle concessioni e vi permetto di sistemarvi in cantina. Ma voi continuate con ogni mezzo a cercare di cacciarmi...Signor Montechiaro...suvvia...perche' non vuol capire chi e' l'invasore e chi l'invaso...io sono comunque, a questo punto della storia, per una sana convivenza, ma con Israele che vuole tutto e di piu' e' sempre piu' impossibile.

Alberto Pento
Non è assolutamente né minimamente così:

1) gli ebrei non hanno mai abbandonato la loro terra anche se in parte sono stati sterminati e dispersi dall'invasione militare violenta prima romana e poi arabo maomettana;
2) gli arabi-maomettani erano invasori tanto quanto i romani e fortunatamente non hanno mai sterminato, cacciato e sostituito completamente gli ebrei;
3) non è mai esistito un paese/stato arabo maomettano chiamato Palestina e nemmeno un popolo chiamato palestinese; Palestina è solo il nome romano della terra d'Israele e il suo popolo storico è il Popolo Ebraico;
4) il Popolo Palestinese arabo maomettano è un'invenzione del 900 arabo-russa e comunista;
5) questo fantomatico Popolo Palestinese è un assemblaggio-miscuglio di etnie: egiziana, siriana, araba, giordana, irakena, bosniaca, ... ;
6) prima dello stato d'Israele esisteva un territorio denominato Mandato Britannico che ha ereditato una parte dell'Impero Ottomano distrutto dalla Prima guerra mondiale dove è uscito sconfitto;
7) buona parte dell'area israelo-palestinese ai primi del 900 era una landa semidesertica e desolata; tutto il territorio conteso un tempo era degli ebrei che sono stati invasi militarmente e violentemente prima dai romani e poi dai nazi-maomettani, parte dei territori di Israele erano già degli ebrei sempre rimasti nei secoli, una parte è stata poi acquistata pagandola a peso d'oro alla fine dell'800 e nel 900, una parte è stata assegnata loro dai dominatori inglesi, buon parte è stata riconosciuta dall'ONU e una parte è stata riconquistata a seguito della sconfitta dei paesi maomettani circostanti che hanno aggredito Israele per ben due volte restando sonoramente sconfitti;
8) i cosidetti palestinesi arabo nazi-maomettani non meritano alcuna considerazione perché sono assassini, criminali, terroristi che non riconoscono Israele che vogliono distruggere e il diritto degli ebrei che vogliono sterminare; come nazi maomettani non riconoscono i valori/doveri/diritti umani naturali universali e civili, non riconoscono i diritti dei diversamente religiosi e pensanti che perseguitano, opprimono, minacciano, cacciano e sterminano ovunque nel mondo;
9) nei millenni a me e alla mia gente gli ebrei e Israele hanno fatto solo che del bene; nei secoli, i nazi maomettani (tra cui i cosidetti palestinesi odierni) invece a me e alla mia gente hanno fatto solo che del male e costituiscono un pericolo per l'umanità intera.



Storia di Israele di Luciano Tas: 21 domande e risposte
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Re: Pałestina: Le raxon de Ixrael

Messaggioda Berto » sab gen 19, 2019 6:52 am

Non serve a niente gridare “Basta con l’occupazione”
Non esistono ricette facili e gli slogan superficiali non aiutano. Vediamo perché Israele non può semplicemente “andarsene” dalla Cisgiordania
Di Peter Lerner
(Da: Haratez, 28.11.18)

https://www.israele.net/non-serve-a-nie ... ccupazione

“Basta con l’occupazione! – mi ha gridato un uomo di mezza età durante una mia recente conferenza – È così semplice, finitela con l’occupazione!”. Siamo nell’era dell’impazienza, nell’era delle risposte istantanee su Twitter, delle notizie a portata di mano, di “pace subito” e così via. Magari fosse così semplice.

Mentre aspettiamo tutti l’”accordo del secolo” del presidente Donald Trump, dobbiamo essere realisti e tenere a mente alcune cose. Non sto parlando dell’eterno dibattito su diritti storici e religiosi: diritti che sono ampiamente menzionati da politici e osservatori, e fonte di ispirazione per tante polemiche, ma che non costituiscono i fattori di real-politik in gioco per arrivare a un accordo definitivo tra israeliani e palestinesi. Sono questioni importanti, ma non servono per capire le sfide e le difficoltà con cui dobbiamo fare i conti, di fronte alla pressante domanda da parte di organizzazioni nazionali e internazionali di “porre fine all’occupazione”.

In Israele, anche quello che ama definirsi “il campo della pace” non dispone di una ricetta pronta per arrivare alla pace: e questo è dovuto al fatto che non riesce a cogliere le vere sfide con cui Israele deve fare i conti.

Vediamo in breve perché Israele non può semplicemente “andarsene” dalla Cisgiordania. Gli impedimenti allo stato attuale sono tre: leadership, geografia e sfiducia.

Propaganda di regime in Iran: “Israele deve essere cancellato dalla faccia del mondo”
...

Innanzitutto vediamo la questione della leadership, o meglio della mancanza di leadership. Il capo palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha 83 anni, ha problemi di salute e nel 2018 è già stato ricoverato diverse volte. Dal 2007 ha autorizzato le sue forze di sicurezza a coordinarsi strettamente con quelle israeliane. Le forze di sicurezza palestinesi cooperano con Gerusalemme non per amore d’Israele, ma per la paura che Hamas si impadronisca della Cisgiordania. Tuttavia, il fatto che Abu Mazen minaccia continuamente di revocare questo coordinamento sulla sicurezza mette Israele in una sorta di limbo, con la conseguente necessità di mantenere un controllo diretto in quest’area così importante per la sua sicurezza nazionale.

Abu Mazen non ha un chiaro successore, e se dobbiamo trarre qualche insegnamento dalla realtà del Medio Oriente dobbiamo mettere in conto una durissima lotta di potere, nel suo campo, una volta che lui sarà uscito di scena. Anche Hamas sta a guardare come una pantera pronta al balzo, in vista della la sfida per la leadership sulla Cisgiordania che si scatenerà nell’Autorità Palestinese.

Nella parte israeliana, Benjamin Netanyahu ha smorzato il sostegno alla soluzione a due stati che aveva espresso nel famoso discorso del 2009 all’Università Bar Ilan. Ora sottolinea il fatto che diversi soggetti intendono cose diverse quando discutono un accordo negoziato in questi termini. E non ha più ripetuto il congelamento per dieci mesi di tutte le attività edilizie ebraiche nei Territori che decretò tra il 2009 e il 2010 con l’intento di rabbonire l’allora presidente americano Barak Obama e di convincere Abu Mazen a tornare al tavolo dei negoziati. Non ottenne né l’una né l’altra cosa, ma pagò un pesante prezzo politico. Oggi nessuno dei contendenti israeliani per la leadership del paese è in grado di proporre un piano alternativo che sia realistico e praticabile, il che lascia poche possibilità di cambiamento nel futuro immediato.

In secondo luogo ci sono la topografia e la geografia, che restano il fattore statico nel dibattito strategico sulla pace con i palestinesi. Giudea e Samaria, cioè la Cisgiordania, costituiscono un crinale montuoso che separa la valle del Giordano dalla piana costiera, dando a Israele quella minima profondità strategica che gli è necessaria per salvaguardare la propria popolazione civile.

Nel cerchio rosso, un aereo civile in decollo dall’aeroporto internazionale Ben-Gurion, visto dalla Cisgiordania. Sullo sfondo, il mar Mediterraneo (clicca per ingrandire)
...


All’ombra delle alture della Cisgiordania, da Haifa a Ashkelon passando per Tel Aviv si trova il 70% della popolazione israeliana e l’80% delle attività economiche israeliane, tra cui centrali energetiche, impianti connessi alle piattaforme off-shore, l’aeroporto internazionale Ben-Gurion. Chiunque controlli quelle alture può imporre il bello e il cattivo tempo a tutto ciò che si trova ai loro piedi. Con le note turbolenze che imperversano in tutta la regione, con i capi iraniani che definiscono Israele un tumore canceroso e guardando alla Giordania come al loro prossimo campo di battaglia per la sovversione del Medio Oriente, quale leadership israeliana potrebbe mai rinunciare a cuor leggero al controllo di sicurezza su una risorsa strategica come la Cisgiordania?

Infine, la sfiducia. I fallimenti e i rifiuti del processo di Oslo, le attività negli insediamenti, le ripetute guerre con Hamas a Gaza e la generale animosità politica lasciano israeliani e palestinesi in uno stato di profonda sfiducia, che non fa che aumentare al perdurare dell’impasse attuale. Affinché lo stato ebraico abbia un vero futuro come tale senza scivolare verso un futuro da “stato unico”, questa questione deve essere affrontata, e prima lo si fa meglio è. La fiducia deve essere costruita con l’aiuto di partner internazionali: governi e ong che operino sul serio in questo senso e non per seminare discordia; attori statali come l’Egitto e la Giordania, e forse qui ha senso che entri in gioco anche l’Arabia Saudita. Bisogna costruite alleanze. Bisogna riaccendere la fiducia in un processo diplomatico, affinché Israele possa tendere la mano di pace e di buon vicinato, in nome del bene comune della regione, che già tendeva nella sua Dichiarazione d’Indipendenza. Bisogna concepire misure di sicurezza e tecnologiche per garantire quella profondità strategica che una soluzione a due stati richiederebbe per la sicurezza di Israele. Bisogna favorire la formazione di una prossima generazione di leader pragmatici da entrambe le parti.

Si deve guardare ai problemi con mente aperta, ma realistica e pratica. Si deve esplorare un percorso che riconosca il patrimonio ebraico in questo Paese, ma prenda atto delle rinunce che bisogna fare per non finire ad essere minoranza in un unico stato di “Terra Santa”. E sappiamo qual è la sorte delle minoranze in Medio Oriente.

Sono processi lunghi e devono essere accettati come tali. C’è molto lavoro da fare, sia per gli israeliani che per i palestinesi. Non ci sono soluzioni immediate e gli slogan superficiali e supponenti non sono di alcun aiuto. Quindi, la si smetta di gridare: “Basta con l’occupazione”.
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Re: Pałestina: Le raxon de Ixrael

Messaggioda Berto » mar feb 19, 2019 1:21 pm

La pericolosa ambiguità di Benny Gantz sul disimpegno nella West Bank
19 febbraio 2019

http://www.linformale.eu/la-pericolosa- ... sthRDCfRds

La seguente analisi è stata scritta in relazione a una conferenza del Middle East Forum, “Qatar: Alleato americano o minaccia globale”, tenutasi a Washington, D.C., il 6 febbraio 2019.

Già a metà degli anni Novanta, circolava un divertente indovinello negli ambienti di politica estera: dopo il crollo dell’Unione Sovietica, quali sono le due grandi potenze mondiali? Risposta: gli Stati Uniti e il Qatar. In altre parole, le smisurate ambizioni di un paese con una popolazione autoctona che all’epoca contava 150mila abitanti sono evidenti da tempo.

Ormai, l’influenza del Qatar non è più un enigma. La si avverte dal Claridge Hotel al dipinto di Paul Gauguin “Quando ti sposi?”, da Al Jazeera alla Coppa del Mondo 2022, dai tentativi di pirateria informatica agli scandali legati alla corruzione. Il governo ha bilanciato ostentatamente le sue connessioni esterne, simboleggiate dalla gigantesca base aerea di Al-Udeid utilizzata per lo più dalle forze americane contro il Comando divisionale congiunto Qatar-Turchia.

In parte, questo straordinario primato è reso possibile dalla singolare ricchezza di cui beneficia la piccola popolazione del paese (che ora ammonta a poco più di 300mila abitanti, circa l’1 per cento della popolazione di Shangai). Il vasto giacimento di gas North Dome arricchisce la popolazione (contrariamente agli stranieri molto più numerosi) con un reddito pro capite di circa 500mila dollari, circa cinque volte più elevato del secondo paese più ricco, il Lussemburgo.

In parte anche, il ruolo smisurato del Qatar si riflette sulla natura del paese e sulla sua leadership. Come in Arabia Saudita, l’ideologia estremista del wahhabismo è dominante nel piccolo emirato conferendo alla popolazione determinazione e ambizione piuttosto sproporzionate rispetto alle sue dimensioni. La sua recente leadership, in precedenza quella dell’emiro Hamad (che ha regnato dal 1995 al 2013) e ora di suo figlio Tamim, così come l’autorità dei loro parenti e collaboratori, indulge in una grandiosità evanescente ben simboleggiata dal nome HAMAD (in caratteri latini), che si estende per 1 chilometro in altezza e per 3 di larghezza, e che l’emiro Hamad ha fatto misteriosamente incidere sulla sabbia di un’isola nel 2010, e non meno misteriosamente cancellato due anni dopo.

L’influenza del Qatar è forse più evidente nel sostegno fornito a gruppi jihadisti in luoghi così diversi come l’Iraq (al-Qaeda), la Siria (Ahrar al-Sham, Jabhat al-Nusra), Gaza (Hamas) e la Libia (Brigate di Difesa di Bengasi). Inoltre, il Qatar sostiene importanti reti islamiste in tutto il mondo – tra cui i Fratelli Musulmani in Egitto, l’AKP in Turchia e Jamaat-e-Islami in Bangladesh.

A Doha, il governo fornisce ai talebani un ufficio spazioso. Luminari islamisti come il leader spirituale della Fratellanza Musulmana Yusuf Al-Qaradawi e il capo di Hamas Khaled Meshaal hanno abitato per decenni a Doha.

In Occidente, il potere del Qatar adotta più cautele e prospera incontrastato. Ad esempio, finanzia le moschee e altre istituzioni islamiche, che esprimono la loro gratitudine protestando all’esterno delle ambasciate dell’Arabia Saudita, a Londra e a Washington.

Ma Doha non si affida soltanto alla diaspora islamista in Occidente per promuovere la sua agenda; lavora anche per influenzare direttamente l’opinione pubblica e i responsabili politici occidentali.

La rete televisiva Al Jazeera è diventata una delle emittenti più grandi e conosciute al mondo. Le sue stazioni in lingua inglese producono una viscida propaganda contro i nemici del Qatar, mascherata da retorica liberale occidentale. L’ultima iniziativa di Al Jazeera – il suo canale digitale AJ+ – è rivolto ai giovani americani progressisti. I suoi documentari sui mali di Israele, dell’Arabia Saudita e dell’amministrazione Trump sono inseriti tra brillanti servizi delle campagne sui diritti dei transgender e i toccanti appelli per il dramma dei richiedenti asilo sul confine meridionale degli Stati Uniti – argomenti apparentemente incoerenti per un’emittente controllata da un regime wahhabita.

Doha cerca anche di influenzare le istituzioni educative occidentali. La Qatar Foundation controllata dal regime elargisce decine di migliaia di dollari a scuole, college e ad altri istituti d’istruzione in Europa e nel Nord America. In effetti, il Qatar è ora il più grande donatore straniero alle università americane. I suoi finanziamenti sovvenzionano i costi per l’insegnamento della lingua araba e delle lezioni sulla cultura mediorientale e la loro inclinazione ideologica è talvolta sfacciatamente evidente, come nel modulo didattico delle scuole americane intitolato “Esprimi la tua fedeltà al Qatar”.

Ora che i governi dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti, dell’Egitto e di altri paesi arabi si sono resi conto della minaccia rappresentata dal Qatar, non è arrivato il momento che lo facciano anche gli occidentali? La conferenza del Middle East Forum tenutasi il 6 febbraio scorso ha cercato di far luce su uno dei paesi più piccoli, più ricchi, più potenti e più sinistri del mondo, concentrandosi su due interrogativi: Che cosa sta facendo il governo del Qatar? Qual è il suo obiettivo?

Traduzione in italiano di Angelita La Spada

http://www.danielpipes.org/18699/qatar-influence
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Re: Pałestina: Le raxon de Ixrael

Messaggioda Berto » sab mar 23, 2019 10:50 am

Anche in campagna elettorale, meglio guardare in faccia la realtà

22 Marzo 2019
Durante il mio primo anno come parlamentare venni invitato a incontrare leader palestinesi "moderati". Ho imparato molto da quegli incontri
Di Dov Lipman
(Da: Jerusalem Post, 16.3,19)

https://www.israele.net/anche-in-campag ... cimYc-WV7M

Le campagne elettorali sono tradizionalmente piene di promesse, giacché i partiti promettono agli elettori molte cose che successivamente vengono lasciate da parte per decidere cosa sia effettivamente vero o perlomeno realistico. Ebbene, c’è una promessa avanzata da alcuni partiti che posso serenamente definire irrealistica.

Durante il mio primo anno come parlamentare alla Knesset venni invitato a incontrare esponenti palestinesi “moderati”. Non si trattava di veri e propri negoziati di pace, quanto piuttosto di un convegno tenuto per alcuni giorni lontano da Israele, in un ambiente rilassato e confortevole per dare ai nuovi membri della Knesset e ai ministri palestinesi la possibilità di conoscersi e parlare in modo aperto e spontaneo.

Ho imparato molto da questi incontri e, dopo aver appreso delle condizioni di vita che i loro leader non cercano minimamente di cambiare, ho provato pena per gli innocenti palestinesi che soffrono per la carenza dei servizi più basilari e che non vedono speranze in una vita migliore.

Ma la lezione più importante che ho appreso mi arrivò l’ultimo giorno, quando avvicinai l’uomo che veniva spesso indicato come “il più moderato” dei leader palestinesi, e gli chiesi di dirmi, per favore, come stanno le cose in conclusione. Vale a dire: cosa ci vorrebbe perché i palestinesi accettassero finalmente un accordo definitivo con Israele?

Prima mi fece promettere che non lo avrei citato mai per nome, cosa che accettai. Quindi rispose: “Esigiamo che Israele si ritiri completamente sulle linee del 1967: che non resti a Israele nessun blocco di insediamenti, e naturalmente che Gerusalemme venga divisa. Esigiamo il diritto al ritorno come minimo per 100mila palestinesi. Ed esigiamo che tutti i prigionieri palestinesi vengano liberati dalle carceri israeliane”.

Itamar, marzo 2011. L’interno dell’abitazione dove i terroristi palestinesi Amjad Awad e Hakim Awad massacrarono con armi bianche e armi da fuoco la famiglia Fogel: il padre Ehud (Udi), la madre Ruth e tre dei loro figli (Yoav, 11 anni, Elad 4, e Hadas neonato di tre mesi.

Ero sbigottito. Faccio notare che in tutti i negoziati con i palestinesi è sempre stato scontato che i principali blocchi di insediamenti come Gush Etzion, Ma’aleh Adumim e Ariel sono destinati a rimanere in Israele, mentre ai palestinesi verrebbero cedute porzioni di territorio israeliano per compensare quelle aree “perse”. E che non è mai stato nemmeno in discussione un cosiddetto “diritto al ritorno” per addirittura 100mila palestinesi. Ma decisi di concentrarmi sulla sua ultima “condizione”, il rilascio di tutti i detenuti palestinesi dalle carceri israeliane.

Gli chiesi se intendesse includere anche gli assassini della famiglia Fogel, quelli che sono entrati nell’insediamento di Itamar un venerdì sera, hanno fatto irruzione nell’abitazione di una famiglia e hanno massacrato i genitori e i bambini che dormivano nei lettini. “Certo”, mi rispose.

Gli chiesi se si rendesse conto che nemmeno il Meretz, il partito ebraico più di sinistra alla Knesset, non sarebbe mai stato d’accordo con una condizione del genere. Gli feci anche notare che vi sono alcuni ebrei che hanno ucciso palestinesi innocenti e Israele li ha processati e incarcerati. E che non verrebbe mai in mente di chiederne la scarcerazione per arrivare a un accordo di pace con i palestinesi. Come poteva sostenere che gli spietati assassini della famiglia Fogel, e centinaia di altri terroristi che hanno trucidato israeliani innocenti, debbano essere scarcerati semplicemente perché esiste un accordo tra Israele e i palestinesi? “Perché sono combattenti per la libertà – è stata la risposta – e alla fine di un conflitto tutti i prigionieri di guerra devono essere restituiti”.

29.12.18: post su sulla pagina Facebook di Fatah. Nessuna soluzione “a due stati”: Israele è cancellato dalla carta geografica

Gli dissi che Israele non avrebbe mai potuto accettare, e a quel punto arrivarono le parole chiave: “Allora non ci sarà nessun accordo”. Ecco dunque il leader palestinese “più moderato” chiarire senza la minima incertezza che le rivendicazioni dei palestinesi significano che essi non accetteranno mai un accordo con Israele: tutti i loro appelli per il negoziato e per due stati uno a fianco dell’altro sono essenzialmente una farsa.

Recentemente mi sono imbattuto in un video in cui Golda Meir poneva l’ovvia domanda riguardante la richiesta di uno stato palestinese in Cisgiordania e Gaza. “Ci dicono: tornate ai confini del ‘67 e ci sarà la pace – spiegava Golda Meir – Ma noi eravamo già sui confini del ’67 nel maggio e nel giugno del 1967. E allora come mai ci fecero la guerra? E subito dopo la guerra, proponemmo: sediamoci e negoziamo la pace. Ma loro non lo fecero. La controversia con gli arabi non è per un pezzo di terra. Non è per il territorio. Non è per qualcosa di concreto. Semplicemente si rifiutano di pensare che abbiamo diritto di esistere”. Parole che hanno trovato conferma nella mia conversazione con il leader “moderato” palestinese.

Avvicinandosi le elezioni in Israele, sento il bisogno di avvertire chi mi legge di diffidare dei partiti che accusano i leader israeliani, passati e presenti, di non fare abbastanza per risolvere il conflitto, lasciando intendere che loro invece porteranno Israele a un accordo con i palestinesi basato sulla ricetta “due stati”. Avranno anche le migliori intenzioni, ma per me è chiarissimo che questa soluzione non è al momento raggiungibile a causa della dirigenza palestinese, e che il tentativo di attuarla a tutti i costi potrà solo nuocere a Israele. E quelli che dicono che avvieranno ritiri unilaterali non fanno altro che il gioco dei palestinesi, pazienti ma intransigenti, che continueranno la loro battaglia anti-Israele a prescindere da disimpegni, ritiri o da qualunque altra azione con cui ci illudessimo di risolvere d’un tratto questo conflitto secolare.

È giunto il momento di pensare a nuove idee e nuove proposte su come gestire questo complesso conflitto, e allo stesso tempo prendere iniziative per migliorare concretamente la qualità della vita dei palestinesi che vivono nei Territori. E sarei ben lieto di prendere in considerazione qualunque nuova iniziative da parte di partiti che fossero abbastanza coraggiosi da riconoscere, come dato di partenza, le verità che mi vennero rivelate da quel “moderato” leader palestinese.
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Re: Pałestina: Le raxon de Ixrael

Messaggioda Berto » lun giu 10, 2019 6:23 am

ANNESSIONE LEGITTIMA
Niram Ferretti
9 giugno 2019

https://www.facebook.com/permalink.php? ... 4575318063

E dunque cosa avrebbe detto di tanto scandaloso David Friedman, l'ambasciatore USA in Israele?, che Israele ha il diritto di annettersi una parte della Cisgiordania.
Non ci sono dubbi che sia così. Il Mandato Britannico per la Palestina del 1922, mai decaduto, dava pieno diritto agli ebrei di risiedere in ogni porzione di territorio ad Ovest del fiume Giordano, allora Transgiordania, come da Articolo 25 del testo in oggetto.
Gli Accordi di Oslo del 1993-1995 hanno ripartito la Cisgiordania in tre aree distinte, la A, la B e la C. Solo la C è interamente amministrata da Israele.
Non si vede dunque per quale ragione, nella prospettiva di una annessione, Israele non dovrebbe potersi annettere l'Area C, dove vivono 450 mila ebrei e circa 140 mila arabi palestinesi.
Non esiste alcun impedimento legale a che questo avvenga poichè i territori in questione non hanno, dal 1948 in poi, un detentore sovrano legittimo, anche se Israele, sulla base del Mandato ha di fatto ragioni solidissime per rivendicare tale sovranità.
È ora che la eserciti, finalmente, sulla porzione che gli è rimasta.


Tassilo Del Franco
Netanyahu ha già fatto intendere che questo potrebbe essere il prossimo passo (concordato con il presidente americano).
La prudenza e le paure da molti dichiarate per la sconvolgente reazione araba sono immotivate: non accadrebbe nulla fuorché le solite condanne da parte dell’ONU, della Lega Araba, di Bruxelles, di Leoluca Orlando e di Moni Ovadia.
Il solito coro globale di demonizzazione.
E basta. Cioè: come sempre, anche senza annessione.

Leopoldo Della Ciana
Tassilo Del Franco Mona Ovadia è il più percoloso.


Daniela Rella
La rinuncia all’intera Cisgiordania esporrebbe Israele a rischi gravissimi. E nessun Paese può accettare che i propri cittadini vivano costantemente minacciati. Quindi l’annessione dell’area C non solo è legittima da un punto di vista strettamente legale, ma anche dal punto di vista della sicurezza, che non può essere negata a nessun Paese. Purtroppo l’incertezza politica non lavora a favore della decisione energica che occorrerebbe per un’iniziativa auspicabile di annessione.

Tassilo Del Franco
Daniela Rella
Non ci resta che fare il tifo per Bibi, ci piaccia o no: credeva di avere il governo in mano, ma Liberman si è messo in mezzo, e ora deve vincere ancora, nelle urne e nelle aule dei tribunali. Forse sarà troppo anche per lui. Ma l’alternativa è molto rischiosa.

Daniela Rella
Tassilo Del Franco questo è il punto. Le alternative a lui mi convincono pochissimo. I tempi per un ricambio ai vertici potrebbero essere maturi. Netanyahu è in sella da molto, forse troppo tempo, ma non vedo nessuno con la tempra del leader pronto a succedergli. Quindi tifo per lui.

Donato Di Segni
Annessione legittima, sono completamente d'accordo anche se avrei preferito fosse stato citato l'articolo 6 invece dell'articolo 25 visto che l'articolo 6 certifica il diritto ebraico all'immigrazione e all'insediamento in ogni parte del territorio mandatario non destinato ad opere pubbliche mentre l'articolo 25 dava adito al mandatario inglese di soprassedere all'applicazione del mandato di palestina nella porzione ad est del fiume Giordano. È proprio in forza dell'articolo 25, aggiunto in modo tardivo al testo del mandato, che gli inglesi hanno potuto separare dal territorio mandatario originale, l'intera Transgiordania, vale a dire tutto il territorio ad est del fiume Giordano per assegnarlo ad Abdallah che divenne il re.
Tassilo Del Franco
Donato Di Segni
Giusto in termini giuridici e storici. Però mi sembra impensabile oggi il riferirsi all’intero territorio del mandato britannico.

Donato Di Segni
Tassilo Del Franco sono d'accordo e non ho mai pensato all'intero territorio! Ho solo voluto precisare che l'articolo 25 si riferisce in modo specifico e soltanto ai territori ad est del fiume Giordano senza correlazione con la Cisgiordania, mentre l'articolo 6 specifica il diritto ebraico all'insediamento su tutto il territorio mandatario e quindi anche sulla Cisgiordania, o parte di essa se meglio ti piace.

Niram Ferretti
Giustamente Donato Di Segni fa riferimento all'Articolo 6 che recita "The Administration of Palestine, while ensuring that the rights and position of other sections of the population are not prejudiced, shall facilitate Jewish immigration under suitable conditions and shall encourage, in co-operation with the Jewish agency referred to in Article 4, close settlement by Jews on the land, including State lands and waste lands not required for public purposes", ma è di fatto l'Articolo 25 che assegnando la porzione della Transgiordania agli hashemiti rende ancora più legittima la disponibilità del restante territorio agli ebrei. Infatti, Eugene W. Rostow, in un suo articolo seminale sulla questione, scriveva: "The Mandate qualifies the Jewish right of settlement and political development in Palestine in only one respect. Article 25 gave Great Britain and the League Council discretion to "postpone" or "withhold" the Jewish people's right of settlement in the TransJordanian province of Palestine-now the Kingdom of Jordan-if they decided that local conditions made such action desirable.With the divided support of the council, the British took that step in 1922. The Mandate does not, however, permit even a temporary suspension of the Jewish right of settlement in the parts of the Mandate west of the Jordan River".

Donato Di Segni
Niram Ferretti ...e come se non bastasse, Abdallah firmò un accordo che lo impegnava a non sollevare in futuro alcuna pretesa, a nessun titolo, sul territorio ad ovest del Giordano.

Niram Ferretti
Esatto.

Emanuel Segre Amar
Tutto quanto scrivete è sacrosanto, tanto per cambiare. Mi sembra però che si debba aggiungere il diritto di uno stato aggredito di tenersi i territori conquistati in una guerra di difesa, quale indubbiamente sono state le guerre del ‘67 e del ‘73. E siccome l’ONU impose il ritiro da territori occupati, Israele ha ottemperato ritirandosi dalla zona A.

Tassilo Del Franco
Emanuel Segre Amar
Non so se, in tutta la storia umana, sia mai esistito un paese che si sia ritirato da tutti (o quasi) i territori occupati (e già suoi secondo il diritto internazionale) dopo averli strappati agli aggressori duramente battuti in svariate guerre.

Donato Di Segni
Emanuel Segre Amar per il vero lo status attuale della zona A deriva da Oslo e non dalla 242, anche se la creazione della zona A non la costrasta di certo!

Emanuel Segre Amar
Donato Di Segni certamente, lo so e mi era ben chiaro. Ma io rispondo a coloro che dicono che si deve ritirare sui “confini” ante ‘67. Nei fatti se Israele allarga i confini a tutta la zona C sarà conforme ad Oslo ed al diritto di guerra degli Stati aggrediti

Francesco Birardi
Giudea e Samaria sono terra d'Israele.... E se Israele se le annettesse non farebbe altro che ciò che hanno fatto TUTTI i popoli del mondo, tranne - forse - gli aborigeni australiani....

Alessandro Drudi
Emanuel Segre Amar l'ONU nega esplicitamente tale diritto. Ed è una porcheria perché ciò incoraggia gli avventurismi.

Lilia Habib
Comunque le annessioni territoriali sono di tutte le guerre in qualunque parte del mondo.

Mordechai Bar Yekutiel
Che fine farebbero i 140.000 [finti] palestinesi?
Voglio dire: li dovrebbe assorbire Israele oppure andrebbero ad aumentare la già fastidiosa presenza degli altri [finti] palestinesi di Ramallah...per esempio?


Marco Mugnaini
Io me la tenevo tutta anche Gaza e il sinai


Marco Mugnaini
Hamas li avrei mandato in calabria


Antonino Armao
E comunque, i rapporti internazionali sono rapporti di forza. Avanti così e vediamo chi ha ragione...



Gli ebrei d'Israele non hanno rubato e occupato alcuna terra altrui
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Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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