Poledega

Re: Poledega

Messaggioda Berto » lun ott 29, 2018 10:16 pm

Jean-Claude Juncker killer d'Europa
di Paolo Biondani e Leo Sisti
26 ottobre 2018

http://m.espresso.repubblica.it/interna ... refresh_ce

Una voragine nei conti dei 28 Paesi dell’Unione europea: mille miliardi di euro all’anno, tra elusione ed evasione fiscale. Multinazionali che non pagano le imposte e smistano decine di miliardi di dollari dei loro profitti, accantonati grazie a operazioni finanziarie privilegiate in Lussemburgo, verso altri paradisi rigorosamente “tax free”. Stati membri dell’Unione che si fanno concorrenza sleale sulle tasse. È disastroso il bilancio che sta lasciando Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, nonché ex padre-padrone del Granducato, mentre imbocca l’ultimo anno del suo mandato, in scadenza dopo le elezioni del 2019: il suo viale del tramonto.

L'INCHIESTA INTEGRALE SULL'ESPRESSO IN EDICOLA DA DOMENICA 28 OTTOBRE

Ormai ogni giorno il numero uno della Ue deve incrociare i ferri con populisti e sovranisti, pronti a sfidare regole, limiti e vincoli europei. In Italia ad attaccarlo è soprattutto Matteo Salvini, con un avvertimento: «Pensi al suo paradiso fiscale in Lussemburgo». Dove Juncker è stato presidente del Consiglio dal 1995 al 2013 e, già prima, più volte ministro delle Finanze, esordendo con il primo incarico politico nel 1982, ad appena 28 anni. Ed è proprio il Lussemburgo il vero nodo del caso Juncker, di cui ora approfittano i nemici dell’Europa. Il nodo di un paese fondatore della Ue che spinge i ricchissimi a eludere le tasse.

L'Espresso, nel numero in edicola con La Repubblica da domenica 28 ottobre, pubblica un'inchiesta sul presidente della Commissione europea e sul problema strutturale dei sistemi fiscali nazionali che favoriscono le grandi aziende danneggiando i cittadini oberati di tasse. L'articolo documenta il ruolo centrale di Juncker nelle politiche che hanno reso il Lussemburgo il primo paradiso fiscale interno all'Unione europea. Uno scandalo svelato a partire dal novembre 2014, proprio mentre Juncker si insediava al vertice della Ue,dall'inchiesta “LuxLeaks”, firmata dall’International Consortium of Investigative Journalists (Icij), di cui fa parte l’Espresso in esclusiva per l'Italia. Analizzando oltre 28 mila documenti riservati, i giornalisti del consorzio hanno rivelato i contenuti degli accordi fiscali privilegiati (tax rulings) con cui il Lussemburgo di Juncker ha garantito a 340 multinazionali, da Amazon ad Abbott, da Deutsche Bank a Pepsi Cola, di pagare meno dell’uno per cento di tasse.

Ora l'Espresso in edicola pubblica i documenti interni dei lavori delle due commissioni speciali d'indagine istituite dall'Unione europea dopo lo scandalo LuxLeaks. Oltre al Lussemburgo, i commissari hanno esaminato i sistemi fiscali di altri paesi che garantiscono fortissime riduzioni delle tasse per le multinazionali, dall'Olanda al Belgio, dall'Irlanda a Malta. Una concorrenza sleale tra Stati che, secondo le stesse autorità europee, provoca un danno complessivo, tra elusione ed evasione fiscale, quantificato nell'astronomica cifra di «mille miliardi di euro all'anno».

L'inchiesta dell'Espresso documenta anche le manovre politiche e le pressioni di singoli governi, tra cui spicca il Lussemburgo, per bloccare tutti i progetti europei di riforma fiscale. E per tenere segreti ai cittadini gli accordi privilegiati che da anni garantiscono enormi vantaggi tributari ai colossi mondiali dell'economia. L'articolo svela anche gli interventi diretti di Juncker, come capo del governo lussemburghese, a favore di multinazionali, come Amazon, che ora sono al centro delle indagini europee sull'elusione fiscale.


http://www.chiarelettere.it/author/biondani-paolo



Panama Papers: "Lo scandalo non è finito". Intervista a Paolo Biondani
di Marco Dozio- 18 Maggio 2016

http://www.ilpopulista.it/news/18-Maggi ... ndalo.html

È lo scandalo finanziario del secolo. Eppure dopo il clamore iniziale, sui Panama Papers pare scesa una coltre di silenzio e indifferenza. Anche in Italia. Nessuno o quasi ne parla. E nessuno ha pagato. Finora.

Giornalista dell’Espresso, Paolo Biondani è tra gli autori dell’inchiesta, condotta con un pool di reporter internazionali, che ha scoperchiato il vaso di pandora della finanza offshore. Perché i Panama Papers, a un mese dalle rivelazioni, sembrano già finiti nel dimenticatoio?

Difficile dirlo. In alcuni Stati le società offshore rivelate dai Panama Papers coinvolgono la classe di governo, dunque anche per questo motivo che c’è stato il tentativo di minimizzare. Altrove esistono iniziative importanti, che per adesso sono sottotraccia. A livello di Ocse, l’organismo che redige le liste nere, che decide quali Stati si possono considerare attendibili sul piano della collaborazione fiscale e giudiziaria, esiste un’attività intensa per costringere Panama a dare tutte le carte.

Esiste davvero la volontà politica di aggiustare le distorsioni del sistema?

Pare che per la prima volta non sia successo tutto invano. Almeno a livello di Europa, Usa e in generale dei paesi Ocse sembra che ci sia la volontà di attuare un giro di vite. Dipenderà molto anche da chi vincerà le elezioni soprattutto in Usa e Gb. Obama ha segnato una svolta per quanto riguarda l’evasione fiscale ai danni degli Usa. Anche Cameron ha annunciato un giro di vite rispetto ai paradisi fiscali britannici tipo Virgin Islands.

È uno scandalo sociale prima che giudiziario?

Si tratta di far pagare un minimo di tasse ai super ricchi. La realtà è che queste persone pagano zero. La popolazione più ricca colloca le proprie attività economiche in paradisi fiscali in cui non si paga nulla. Ripeto, nulla. Nelle Virgin Islands le tasse sugli utili aziendali sono zero. Da noi c’è l’idraulico o il metalmeccanico che pagano il 40 o il 50% di tasse. E il miliardario paga zero. Un’indecenza. Inoltre questo sistema permette di avere l’anonimato: un problema per i Paesi che si ritengono civili. Non è tollerabile che il narcotrafficante, il mafioso o il terrorista possano sfruttare i canali dell’economia ordinaria.

Perché in Italia tra le centinaia di persone coinvolte nessuno ha fatto una chiara ammissione? C’è la corsa a minimizzare e a nascondersi?

Dopo la pubblicazione degli elenchi abbiamo ricevuto solo una o due lettere di smentita. E in quelle liste abbiamo identificato con certezza assoluta 280 italiani. A chi l’ha fatto abbiamo risposto pubblicando i documenti su Internet.

Si trattava di una persona famosa?

Era Carlo Verdone. Che a quel punto ha cambiato versione, dicendo che è stato indotto in errore da una persona di cui si è fidato. Ma la stragrande maggioranza delle persone coinvolte non ha detto nulla. Finché lo scrive un giornale possono anche infischiarsene, visto che in questo Paese passata la bufera ci si dimentica di tutto. Il problema per loro inizierà se e quando l’Agenzia delle entrate riuscirà ad avere da Panama le carte ufficiali, quelle col timbro. E a quel punto per queste 280 persone saranno dolori.

Quasi 10 anni fa con Vittorio Malagutti e Mario Gerevini ha scritto il libro “Capitalismo di rapina” (Chiarelettere). Da allora è cambiato qualcosa?

Mi capita di riprendere in mano quel libro: è impressionante constatare come i metodi e le ruberie di certo capitalismo italiano e di alcune banche di provincia siano poi stati riscontrati ai massimi livelli internazionali, in meccanismi molto più grandi. Parlavamo di Parmalat o della Banca Popolare di Lodi: sembravano classici casi di illegalità italiana, poi abbiamo visto come è fallita Lehman Brothers. Non era soltanto un’anomalia italiana, ma la spia di un sistema finanziario globale completamente sregolato.
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Re: Poledega

Messaggioda Berto » lun ott 29, 2018 10:17 pm

Germania, Merkel crolla alle elezioni regionali: avanzano Verdi e ultra destra
Redazione 28 ottobre 2018

http://www.today.it/mondo/elezioni-assia.html

Urne chiuse in Assia, uno tra i Land più prosperi della Germania, cuore finanziario del paese, con Francoforte sede della Bce, della Bundesbank e della borsa tedesca.

Secondo gli exit poll nel land si registra un vero e proprio crollo della Cdu al 27% e avanzata dei Verdi (Grune) al 20% e di Afd al 13%. In calo anche la Spd che si attesta al 20%, mentre la Linke ottiene il 6,5%, l'Fdp il 7%.

Le elezioni hanno coinvolto 4,4 milioni di cittadini tedeschi su una popolazione totale di 6,3 milioni di residenti. In totale, i partiti in lizza sono 23, ma solo sei dovrebbero riuscire a superare la soglia di sbarramento del cinque per cento.

Le ultime elezioni regionali si sono svolte nel 2013 quando la Cdu di Angela Merkel ha raccolto il maggior numero di voti, con il 38,3%, mentre i socialdemocratici hanno conquistato il 30,7% del voto. L'Afd non era entrata in parlamento.

Il governo dell'Assia - guidato dal premier Volker Bouffier - è attualmente composto da Cdu e ambientalisti.
Germania, elezioni regionali nel land dell'Assia

Per la cancelliera Angela Merkel le elezioni potrebbero rappresentare nuove difficoltà. Secondo gli ultimi sondaggi la Cdu di Volker Bouffier, che governa dal 2013 in coalizione con i Verdi, crollerebbe dal 38,3% dei consensi al 26% e la destra populista di Afd salirebbe al 12%, facendo il suo ingresso nel Landtag di Wiesbaden, ultimo parlamento regionale ancora non conquistato dal movimento anti-immigrati. Gli stessi sondaggi premiano i Verdi - reduci dal successo di due settimane fa in Baviera, dove sono diventati secondo partito - che dovrebbero conquistare anche qui senza fatica il secondo posto.

Il primo nodo da sciogliere sarà, a livello regionale, quello del governo: la Cdu potrebbe dover dare vita ad una scomoda coalizione a tre con i Verdi e con i Liberali della Fdp, riavviando sul piano regionale il tentativo negoziale promosso da Merkel a Berlino dopo le elezioni federali del settembre 2017 e bruscamente interrotto dalla decisione del leader Fdp Christian Lindner di lasciare il tavolo delle trattative. Ma Bouffier - preconizzano gli analisti - potrebbe anche rischiare di più, ed essere costretto a rinunciare al governo cedendo il posto ad una coalizione rosso-rosso-verde, Spd, Linke, ambientalisti.

Un rischio che sia la cancelliera sia il governatore hanno ben presente: a Kassel, nei giorni scorsi, hanno lanciato entrambi un appello agli elettori, esortandoli a votare Cdu come "segnale contro gli esperimenti di sinistra", come ha detto la cancelliera. "L'ultima cosa di cui abbiamo bisogno in questo stato è una maggioranza di sinistra", le ha fatto eco il premier.

Gli altri nodi dovranno essere sciolti a Berlino, se il voto di oggi confermerà le previsioni della vigilia: un altro duro colpo ai partiti conservatori dell'Unione, Cdu e Csu, dopo quello subito in Baviera dagli alleati cristianosociali di Merkel, contribuirà ad indebolire ulteriormente la cancelliera a livello politico interno. "La guerra nella Cdu è destinata a proseguire", commenta l'analista Wolfgang Schroeder, alludendo allo scontro di potere in atto tra corrente moderata e ala destra del partito in previsione di un dopo-Merkel. Difficilmente dopo un insuccesso in Assia la leader cristianodemocratica potrebbe ricandidarsi alla guida della Cdu (che dirige da 18 anni, 13 dei quali da cancelliere) al congresso del partito a dicembre.



Crolla l'impero della Merkel: "Ho perso, lascio la politica"
Giuseppe De Lorenzo - Lun, 29/10/2018

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/cro ... 94286.html

L’annuncio di Angela dopo la sconfitta in Assia: "Il governo ha perso credibilità. Dal 2021 non avrò incarichi politici"

Ne è passata di acqua del Reno sotto i ponti da quando Angela Merkel per la prima volta conquistò la carica di Cancelliera. Fu una svolta allora (prima donna alla guida della Germania post nazista) e lo è oggi.

Ecco perché l'addio alla politica della frau di ferro non può certo passare inosservato.

Galeotta fu l'ultima sconfitta in Assia, dove la Cdu ha visto crollare di 11 punti percentuali la sua popolarità nel Land. E non è la prima volta quest'anno: solo 15 giorni fa aveva ricevuto lo schiaffo rimediato in Baviera, da sempre terra di conquista dell'alleanza Cdu/Csu. Se si sommano i due flop elettorali, oggi appare impossibile che Merkel possa esimersi dall'assumersi le sue responsabilità. "I risultati delle elezioni sono estremamente amari e deludenti", ha detto parlando della sconfitta alle urne. Per ora resterà Cancelliera, ma la maggioranza è sfibrata e non è detto che il governo arrivi a fine corsa. In fondo l'ha detto lei stessa: "L'immagine dell'esecutivo è inaccettabile" e ormai "ha perso credibilità". Poi sarà l'addio.

I cicli nascono e finiscono. È il grande cerchio della vita. Impossibile sfuggire. Angela Merkel, il politico venuto dall'Est capace di pensionare un padre della Patria come Helmut Kohl, ha deciso di abbandonare la politica. Fino a poche ore fa erano solo voci fatte saggiamente trapelate dal partito. Ma ora è la stessa Cancelliera a confermarlo: "Questo quarto mandato è il mio ultimo - ha detto - nel 2021 non mi presenterò più come candidata, non mi candiderò neanche al Bundestag e non voglio più ricoprire incarichi politici". A quanto pare non sembra puntare neppure a ruoli in Europa (come la guida della Commissione). Insomma: addio, Angela. Non proverà neppure a tenersi la guida di un partito, la Cdu, che era nelle sue salde mani dal lontano 2000 (al suo posto si candideranno Annegret Kramp-Karrenbauer e Jens Spahn).

Cinquantaquattro anni, nata a Amburgo e laureata in chimica fisica a Lipsia, Merkel è diventata ministro delle Donne e della Gioventù per la prima volta nel 1991. Poi un continuo crescendo: ministro dell'Ambiente, presidente della Cdu, Cancelliere federale della Germania. Carica che è riuscita a mantenere per quattro mandati consecutivi. Un record difficilmente eguagliabile.

Angela paga le scelte politiche nazionali, europee e l'avanzata dei populisti. Fautrice del rigore di ferro sui conti pubblici, decise di aprire le porte ai migranti che dalla rotta balcanica spingevano per entrare in Germania. Poi dovette fare un passo indietro, sommersa dalle proteste e dalla rabbia esplosa in tutto il Paese. Omicidi, stupri e degrado hanno rafforzato la destra estrema e messo nell'angolo la Cancelliera. Le ultime elezioni politiche l'avevano riconfermata alla guida del Paese, ma con una maggioranza risicata. Troppo. E così dopo la sconfitta in Assia e in Baviera non ha potuto far altro che prendere atto di una parabola (politica) ormai arrivata al tramonto: "Non sono nata Cancelliera e non l'ho mai dimenticato, ma oggi è giunto il momento di aprire un nuovo capitolo". E domani? "Non ho certo la preoccupazione che non mi venga nulla in mente". Intanto oggi finisce un impero.


Angela Dorothea Merkel
https://it.wikipedia.org/wiki/Angela_Merkel
Angela Dorothea Merkel (ascolta[?·info]), nata Angela Dorothea Kasner (Amburgo, 17 luglio 1954) è una politica tedesca, dal 22 novembre 2005 Cancelliere federale della Germania.
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Re: Poledega

Messaggioda Berto » sab dic 22, 2018 3:53 am

Gilet gialli
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Re: Poledega

Messaggioda Berto » sab dic 22, 2018 3:54 am

Patto segreto Ppe-sovranisti. Svolta all'Ue, isolate le sinistre
21 dicembre 2018

http://www.affaritaliani.it/politica/pa ... 78874.html

Manfred Weber, bavarese della Csu e capogruppo uscente del Partito Popolare Europeo all'Europarlamento, è il candidato per il Ppe alla guida della nuova Commissione, quella che verrà eletta dopo le elezioni del maggio 2019 e che sostituirà l'austero e grigio esecutivo Juncker. La Csu, partito fratello della Cdu ora guidata da Annegret Kramp-Karrenabauer rappresenta l'ala dura dei conservatori tedeschi. Non a caso sulla questione dei migranti e dei profughi Horst Seehofer, ministro dell'Interno tedesco (Csu), ha avuto non pochi scontri con la Cancelleriera Angela Merkel ritenuta troppo morbida.

La posizione di Weber non è molto lontana da quella del primo ministro ungherese Viktor Orbán, fautore della politica dei muri e del rigore sul fronte dell'immigrazione. Con questo scenario, e con il Partito Socialista Europeo ormai ridotto ai minimi termini e che va verso una batosta nelle urne, secondo quanto risulta ad Affaritaliani.it, ci sarebbe già un'intesa tra il Ppe a guida bavarese e i sovranisti di Matteo Salvini e Marine Le Pen per governare insieme l'Unione europea dando vita ad una Commissione che si regga sulla maggioranza Ppe-sovranisti. Una svolta a 360 gradi pronta a spedire le sinistre, dal Pse del quale fa parte il Partito Democratico alla sinistra radicale passando per i Verdi (particolarmente forti in Germania e in Austria), all'opposizione.

L'accordo, per ora soltanto informale ma siglato nelle scorse settimane, prevede che al gruppo con il maggior numeri di europarlamentari andrà la presidenza dell'esecutivo europeo. Se fosse il Ppe, il nome sarebbe ovviamente quello di Weber. Se invece ad ottenere la maggioranza relativa fossero i sovranisti, non è escluso che il candidato per il dopo Juncker possa essere il ministro dell'Interno e leader della Lega Matteo Salvini. Il patto conservatori/sovranisti si baserebbe - stando alle prime indicazioni - su un rigido controllo delle frontiere esterne dell'Unione europea per quanto concerne l'immigrazione e sull'avvio della revisione dei principali trattati con particolare riferimento alle questioni finanziarie e di bilancio. Nel mirino, quindi, il mandato della Banca Centrale Europea, l'unione bancaria e la regole del deficit e del debito che hanno fatto sudare il governo italiano prima dell'intesa con Juncker e Moscovici.

Sullo sfondo, qualora i numeri elettorali non consentissero a Ppe e sovranisti insieme di avere la maggioranza all'Europarlamento, l'apertura di un dialogo con il gruppo che formeranno i 5 Stelle probabilmente insieme al movimento dei gilet gialli francesi (qualora riuscissero a diventare un partito in tempo per il voto). En Marche! del presidente Emmanuel Macron e tutte le sinistre finiranno quasi certamente all'opposizione. Almeno a Strasburgo e a Bruxelles.
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Re: Poledega

Messaggioda Berto » dom dic 30, 2018 11:25 am

Romania, esordio alla guida del Consiglio Ue. Juncker: "Non hanno capito cosa significhi"
Manuela Gatti - Dom, 30/12/2018

http://www.ilgiornale.it/news/politica/ ... 22644.html

La riforma della giustizia è stata condannata da Bruxelles. E il Paese è diviso

Brexit, l'immigrazione, le Europee, il bilancio 2021-2027: il semestre di presidenza di turno dell'Ue che spetta alla Romania capita in momento particolarmente intenso per Bruxelles.

Così, al timore dell'esordio - sarà la prima volta che Bucarest guiderà il Consiglio dell'Ue, dal 1° gennaio al 30 giugno 2019 - si aggiunge la delicatezza delle materie da affrontare. Se poi ci si mette anche una situazione interna instabile, le perplessità sono servite. Scettico sul da farsi è anche il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker. Che ieri, in un'intervista al quotidiano tedesco Die Welt, si è sbilanciato: «Credo che il governo di Bucarest non abbia ancora compreso appieno cosa significhi presiedere i Paesi dell'Unione - ha detto il politico lussemburghese -. L'azione prudente richiede la volontà di ascoltare gli altri e di mettere le proprie preoccupazioni al secondo posto. E io ho dei dubbi al riguardo».

Secondo il numero uno della Commissione il Paese non sarebbe in grado di mostrarsi compatto. In effetti a metà novembre era stato lo stesso presidente romeno Klaus Iohannis - di centrodestra, mentre al governo c'è una maggioranza di centrosinistra - a dire che Bucarest era «totalmente impreparata» ad affrontare il semestre di presidenza. Aggiungendo proprio che «i diversi settori del governo non vanno più d'accordo». Negli stessi giorni, poi, si era dimesso il ministro agli Affari europei, che tra le altre cose coordinava i preparativi per il 1° gennaio. Ora, alla vigilia dell'esordio, presidente ed esecutivo romeno si sono decisi a compattarsi: Iohannis ha fatto dietrofront, dicendo che dopo una «crisi» il Paese è pronto ad affrontare la sfida, mentre il nuovo ministro europeo ha detto che la Romania sarà un «onesto mediatore» tra gli Stati membri.

Ma i dubbi restano, anche perché sono diversi i punti di scontro tra Bucarest e le istituzioni comunitarie. A partire dall'immigrazione: la Romania è contraria al sistema di ripartizione per quote dei richiedenti asilo, meccanismo contro cui votò nel 2015 quando fu varato. O sui diritti civili: a Bruxelles non è piaciuto il referendum di ottobre per vietare costituzionalmente i matrimoni gay (poi fallito per mancato raggiungimento del quorum). Ma l'attrito maggiore è sulla riforma della giustizia che il governo sta portando avanti e che punta a limitare l'operato della procura Anticorruzione, in un Paese dove il reato è endemico e decine di ministri e parlamentari sono stati indagati o condannati. La direttrice dell'Anticorruzione, Laura Codruta Kövesi, è stata licenziata a luglio. Un mese è arrivata la bacchettata della Commissione Ue: «Sono rammaricato che la Romania non solo abbia subito una battuta d'arresto nel processo di riforma - spiegava il vicepresidente Frans Timmermans - ma abbia anche fatto marcia indietro su questioni su cui erano stati conseguiti progressi negli ultimi dieci anni».
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Re: Poledega

Messaggioda Berto » lun feb 04, 2019 5:45 am

IL FARSI DELLA STORIA
Niram Ferretti
4 febbraio 2019

https://www.facebook.com/permalink.php? ... 4575318063

“Li uomini hanno meno respetto ad offendere uno che si facci amare che uno che si facci temere; perché l'amore è tenuto da uno vincolo di obbligo, il quale, per essere gli uomini tristi, da ogni occasione di propria utilità è rotto: ma il timore è tenuto da una paura di pena che non abbandona mai.”
Niccolo Machiavelli, "Il Principe"

Bisognerebbe rileggersi il libro V della "Guerra del Peloponneso" di Tucidide, quello in cui si svolge il celebre dialogo tra gli Ateniesi, all'apogeo del loro potere e i Meli. Nulla è cambiato in questo senso da allora a oggi per quanto riguarda i rapporti di forza e il determinarsi della storia.

Davanti ai Meli, in evidente posizione di inferiorità Tucidide mette in bocca queste parole agli ateniesi:

“Da parte nostra, non faremo ricorso a frasi altisonanti; non diremo fino alla noia che è giusta la nostra posizione di predominio perché abbiamo debellato i Persiani e che ora marciamo contro di voi per rintuzzare offese ricevute: discorsi lunghi, che non fanno che suscitare diffidenze. Però riteniamo che nemmeno voi vi dobbiate illudere di convincerci col dire che non vi siete schierati al nostro fianco perché eravate coloni di Sparta e che, infine, non ci avete fatto torto alcuno. Bisogna che da una parte e dall’altra si faccia risolutamente ciò che è nella possibilità di ciascuno e che risulta da un’esatta valutazione della realtà. Poiché voi sapete tanto bene quanto noi che, nei ragionamenti umani, si tiene conto della giustizia quando la forza incombe con parità da ambo le parti; in caso diverso, i più forti esercitano il loro potere e i più deboli vi si adattano”

I trattati, diceva Otto Von Bismarck, poi seguito da Georges Clemenceau, sono solo "pezzi di carta".

Chi ha la forza la usa, sia militarmente sia economicamente. La diplomazia, senza avere alle spalle la forza, non ha alcun reale potere di persuasione.

Maometto, nel 628, stipulò, nel piccolo villaggio di Hudaybiyyah, una pace con i meccani che sarebbe dovuta durare dieci anni. Lo fece perchè sapeva che all'epoca disponevano di un esercito più forte del suo. Quando fu lui a essere più forte di loro, interruppe la tregua, stracciò il trattato di pace, li attaccò e li massacrò tutti.

Molti altri esempi possono essere citati per giungere alla cruda brutalità di Adolf Hitler il quale sosteneva che l'unico diritto che contasse in politica era quello della forza. In questo senso non faceva che ripetere in forma estrema quello che Tucidide fa dire agli ateniesi. Ciò che, con modalità espresse e praticate meno crudemente e terribilmente, è sempre stato fatto sotto il sole da tutti i grandi imperi.

L'Europa che cerca di ribellarsi al fatto che il paese più potente del mondo, gli Stati Uniti, abbia deciso di imporre sanzioni economiche severissime all'Iran, fa sorridere. Gli Stati Uniti sono infatti come gli ateniesi a Melo, e gli europei che vorrebbero tenere in piedi i loro affari con l'Iran, sono come i Meli.

"I più forti esercitano il loro potere, e i più deboli vi si adattano".

In questa frase, scritta duemilaquattrocentotrentuno anni fa, è rissunto, a ciglia asciutte, il farsi impietoso della storia.



Rosario Del Vecchio
caro Niram Ferretti ... aggiungo questo - ben tenendo conto che bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio: c'è un Asse fondamentale della storia contemporanea che è questo: l'Asse USA - Italia - Israele. Un asse che può avere campo in tutto il Mediterraneo e che può addirittura stabilizzare i rapporti con tutti i Paesi che sul Mediterraneo si affacciano. E per far questo l'Italia deve avere un rapporto equilibrato di forza dentro la stessa europa, con Francia Germani e Inghilterra consenzienti o comunque non refrattarie. Questo darebbe equilibrio all'Europa, agli Usa rispetto a Russia, Turchia e Iran e darebbe equilibrio a Israele in tutti i sensi. Israele dovrebbe entrare a questo punto in europa. Una europa delle Patrie "amiche", ma non un minestrone multiculturale e un organismo burocratico soffocante. La stessa religione cristiana ne trarrebbe beneficio in equilibrio e in rispetto dei suoi fedeli sia nei Paesi islamici sul Mediterraneo che in tutta l'europa secolarizzata. I Liberali ne trarrebbero beneficio per un'autentica presenta tra forze diverse e quindi obbligate al dialogo "da punti di forza ateniesi". In Italia manca un Partito che ragioni così. Gerusalemme Atene e Roma - quali radici dell'Occidente - potrebbero diventate un vero Partito del futuro dell'Europa. dopo l'era dei Totalitarismi Rossi e Neri (quelli che ancora sostengono Maduro sono i suoi discendenti) , e dopo l'era del Nichilismo suicida europeo (quelli che aprono la porta a islamizzazione, immigrazione di massa incontrollata, dialogo multiculturale senza anima) ci vuole una era di identità spirituale, libertà radicata nel bene, e di forza aperta alla luce. - Parlando in termini di storici: una "amicizia" stile "golpe e lione" - tra luce e forza - sull'asse Usa-Italia (Roma)-Mediterraneo (Atene)-Israele (Gerusalemme).

Gino Quarelo
Roma non ha più niente da insegnare al mondo, è la città più corrotta, parassita, idolatra e irresponsabile che esista in occidente e Atene la segue. Il passato resta passato e vale solo come storia vissuta, esperienza ed esempio. Nessun asse sensato si può costruire sull'illusione di falsi miti e falsi dei.
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Re: Poledega

Messaggioda Berto » sab mar 23, 2019 11:39 pm

Elezioni in Slovacchia: sovranisti fuori dal ballottaggio. Il successo dell'avvocatessa Zuzana Caputova, liberale e ambientalista
17 Marzo 2019

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/0 ... ta/5043481

Addio al ballottaggio per i sovranisti nel cuore di Visegrad, tagliati fuori dal secondo turno delle presidenziali in Slovacchia dove prende forma la possibilità di un cambiamento radicale rispetto al passato. Il volto di queste presidenziali è quello di Zuzana Caputova, avvocatessa 45enne liberale e ambientalista critica nei confronti di un governo la cui stabilità è stata minata dall’omicidio del giornalista d’inchiesta Jan Kuciak. Caputova, sostenuta dal presidente uscente Andrej Kiska e che ha sostenuto le proteste di piazza anti-governative, ha guadagnato il il 40,57% dei voti, e il 30 marzo – giorno del ballottaggio – sfida l’altro candidato europeista Maros Sefcovic, 52 anni, vicepresidente della Commissione europea sostenuto dal partito al potere Smer-Sd, che ha ottenuto soltanto il 18,66%. Tagliati fuori Stefan Harabin (14,15), giudice della corte suprema e anti-migranti che si è definito l’unico candidato nazionale e contro “il diktat dell’Ue”. Si ferma al 10% Marian Kotleba, esponente dell’estrema destra, contro i rom e le elite ed estimatore di Jozef Tiso, prete che divenne presidente del Consiglio e alleato dei nazisti dopo l’occupazione della Slovacchia da parte delle truppe tedesche.

Chi è Zuzana Caputova – La vittoria dell’avvocatessa Zuzana Caputova al primo turno delle elezioni presidenziali in Slovacchia riflette il desiderio degli elettori di cambiare il sistema. Lo scrive oggi stampa nazionale, secondo cui questo desiderio si è manifestato con forza dopo l’omicidio del giornalista Jan Kuciak. Kuciak, come è noto, si occupava dei presunti legami tra il partito dell’ex premier Robert Fico – lo Smer – e la criminalità organizzata. Caputova ha partecipato l’anno scorso alle manifestazioni organizzate dopo l’omicidio del giornalista Kuciak, assassinio che ha provocato una crisi politica nel Paese di 5,4 milioni di abitanti, membro dell’Unione europea e della Nato. Appoggiata dal presidente uscente, Andrej Kiska, Caputova esorta a lottare “contro il male” e vuole ristabilire la fiducia nello Stato. Al contrario, presentandosi con lo slogan ‘Sempre per la Slovacchia, Sefcovic ha promesso di rafforzare i vantaggi sociali per gli anziani e le giovani famiglie.

“Caputova ha convinto la gente che sceglie la via della verità e della decenza di poter fare da contrappeso a coloro che imbrogliano e distruggono lo Stato di diritto – ha scritto il quotidiano Sme -. È riuscita a convincere di essere capace di mantenere le pratiche mafiose lontano dal palazzo presidenziale”. Dal primo discorso dei due rivali trasmesso stamane dalla tv pubblica sono emersi i temi chiave della campagna prima del secondo turno: il problema della migrazione e i valori liberali contro quelli cristiani. “Per me la base sono i valori cristiani quali la compassione e l’amore per il prossimo, anche per le minoranze. Il Paese dovrebbe unirsi su questa base”, ha detto Caputova, secondo la quale i valori cristiani non sono in contrasto con il suo atteggiamento liberale.

I due sfidanti al ballottaggio – La 45enne vicepresidente del partito non governativo Slovacchia progressista è entrata nella politica nel 2017. Prima di allora si batteva come attivista contro una discarica illegale a Pezinok ed il suo impegno in questo campo le è valso il premio Goldman per l’ambiente. Caputova è nota anche per essersi impegnata per i diritti degli omosessuali. Il suo rivale, il 52enne Maros Sefcovic, invece, promuove la famiglia tradizionale e i valori cristiani, nonostante negli anni Ottanta fu membro del Partito comunista che nell’ex Cecoslovacchia comunista perseguitava le chiese. Nel 2009 ha assunto la carica di Commissario europeo per l’istruzione, la cultura e la gioventù e dal 2014 è vicepresidente della Commissione Ue per l’Unione dell’energia e il clima. Nel primo turno Caputova ha ottenuto il 40,57% dei voti, mentre Sefcovic è finito secondo con il 18,66%. L’affluenza alle urne è stata di circa il 49%. Il secondo turno è previsto per il 30 marzo.
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Re: Poledega

Messaggioda Berto » sab mar 23, 2019 11:40 pm

Olanda, trionfo dei populisti: sono primi al Senato
2019/03/21

https://www.lastampa.it/2019/03/21/este ... oY6rWHlNq0

È un trionfo: l’avanzata massiccia dei populisti olandesi del Forum per la Democrazia (FvD), ampiamente prevista dai sondaggi anche e soprattutto dopo l’attentato di Utrecht, porta l’estrema destra di Thierry Baudet a diventare il primo partito. Se anche gli ultimi pochi seggi ancora da scrutinare confermeranno il risultato di questo voto locale ma determinante per il rimodellamento del panorama nazionale (e non solo perché le forze elette determineranno il nuovo Senato da formare a fine maggio), l’FvD conquisterà 13 seggi, uno in più del VvD del premier in carica Mark Rutte.

Di certo il trionfo ha l’impronta personalissima di Baudet, il 36enne avvocato di origini franco-indonesiane che martellando sull’islamofobia, l’euroscetticismo, il nazionalismo e la guerra al multiculturalismo, ha rosicchiato consensi ai cugini di destra di Gert Wilders (il PvV). L’unica nota stonata nella presa dell’Fvd in un’Olanda sempre più lontana dall’immagina liberal e tollerante del passato è l’ambiente, tema a cui la popolazione è tradizionalmente molto sensibile: Baudet è dichiaratamente scettico rispetto al cambiamento climatico e, prevedendo la crisi della maggioranza di Rutte, ha fatto campagna elettorale spiegando che avrebbe preso in considerazione un appoggio esterno a condizione che la coalizione di governo rinunciasse ai suoi piani ecologici. Bisogna vedere come si comporterà “la destra alla destra della destra” adesso che a poter sostenere l’esecutivo zoppo ci sono anche i GronenLinks, i verdi di sinistra, che hanno guadagnato 5 seggi passando da 4 a 9. I quattro partiti che compongono la maggioranza di governo infatti, controlleranno d’ora in poi solo 31 dei 75 seggi del Senato e avranno bisogno di un quinto partito per approvare le misure più controverse.

Da Bruxelles, dove si trova per un summit sulla Brexit, Rutte ha già fatto sapere che non cercherà accordi spericolati ma anche che non escluderà nessun partito da potenziali colloqui. Nel Paesi Bassi Baudet ha risposto di «sentire la responsabilità del momento» e di voler assicurare alla nazione un reale cambio politico. Cosa significhi esattamente è l’enigma dei prossimi mesi, così come lo è cosa farà l’iconico Gert Wilders, grande perdente di questa partita (perdono anche i socialisti).

Mentre il governo olandese fa i conti con un risultato sorprendente, seppur atteso, al quale ha contribuito una partecipazione consistente (fino al 60% in province come Utrecht), gli analisti s’interrogano su come, in linea con la tendenza del mondo occidentale, stia cambiando il tessuto sociale. Paure, pericoli reali e percepiti, identità in bilico, incertezze esistenziali che si sommano alla crisi del modello d’integrazione finora fiore all’occhiello della terra dei mulini a vento. Dopo giorni di inchieste e approfondimenti, la polizia di Utrecht ha ammesso in queste ore che, pur avendo agito verosimilmente da solo, il 37enne di origini turche Tanis, che lunedì mattina ha ucciso 3 tre persone e ne ha ferite gravemente altre tre, ha sparato «per finalità terroristiche».



Olanda, governo perde maggioranza al Senato. È boom populisti
2019/03/21

https://www.repubblica.it/esteri/2019/0 ... jobrAY-C-4

L'AIA - La coalizione di governo del primo ministro Mark Rutte ha perso la sua maggioranza al Senato a seguito delle elezioni provinciali che si sono tenute oggi, in cui secondo gli exit poll diffusi dalla tv pubblica Nos c'è stato un boom dei populisti euroscettici. Stando agli exit poll, la formazione di estrema destra del populista Thierry Baudet, Forum per la democrazia (FvD), è riuscita a entrare in Senato diventandone il secondo partito. A questo punto la coalizione di Rutte dovrà appoggiarsi ad altri partiti per far passare le sue leggi.

Baudet è noto per le sue dichiarazioni controverse, in particolare sull'immigrazione e sulla parità fra uomini e donne. Sua la dichiarazione che "le donne in generale sono meno eccellenti professionalmente e meno ambiziose". Già presente alla Camera ma finora assente al Senato il partito FvD esce così grande vincitore dalle elezioni provinciali, ottenendo 10 seggi in Senato. Giusto dietro al partito Vvd di Rutte che ha ottenuto 12 seggi perdendone uno, sempre secondo gli exit poll.

I Verdi di GroenLinks, guidati da Jesse Klaver, hanno ottenuto un buon risultato passando da quattro a otto seggi. Mentre il Partito per la libertà (Pvv) anti-islam, guidato dal deputato di estrema destra Geert Wilders, scende da nove a sei seggi.
I membri del Senato saranno ufficialmente nominati a maggio dai 570 rappresentanti eletti nel voto provinciale di oggi nelle 12 province olandesi. Le provinciali hanno assunto le sembianze di un referendum sulla politica di Mark Rutte, la cui fine di campagna elettorale è stata segnata dalla sparatoria di lunedì a Utrecht.
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Re: Poledega

Messaggioda Berto » lun apr 15, 2019 8:32 am

Finlandia, ultradestra a un passo dall'Sdp
Francesco De Palo - Dom, 14/04/2019

http://www.ilgiornale.it/news/politica/ ... dNvMAHQaII

Socialdemocratici avanti, ma la festa rischia di essere rovinata dal boom dei sovranisti

Dalla convention sovranista di Milano al governo di Helsinki? L'eurodeputato Jussi Halla-aho, numero uno della destra di Veri Finlandesi, potrebbe essere la sorpresa delle elezioni di oggi in Finlandia.

Benché i sondaggi diano in testa i socialdemocratici al 19 per cento, con il leader Antti Rinne che potrebbe diventare il primo socialdemocratico a vincere le elezioni in Finlandia dopo due decenni, la destra nazionalista non solo è stabile al 16,3 per cento ma insegue e sta battendo già un colpo nella direzione di un possibile governo di coalizione.

«Tutto è possibile osserva alla vigilia Halla-aho, che nei giorni scorsi ha partecipato nel capoluogo lombardo al meeting con gli altri sovranisti europei - è sempre stato il nostro obiettivo vincere un'elezione e crediamo che sia un obiettivo realistico. Dipenderà se saremo in grado di mobilitare i nostri potenziali elettori nel giorno delle elezioni».

Il partito nazionalista ed euroscettico dei Veri Finlandesi si è incuneato nei consensi a causa dell'esasperata austerità applicata dal blocco centrista al governo fino a ieri. Il Partito di centro del premier Juha Sipila, il Partito di Kansallinen Kokoomus e Futuro Blu si sono caratterizzati per una strategia poggiata su spending review e tasse, al fine di risanare i conti pubblici. Ma con il doppio risultato da un lato di aver azzoppato il tanto reclamizzato welfare finlandese e dall'altro di aver lasciato praterie elettorali alle forze antisistema, come appunto i Veri e i Verdi, accreditati oggi di una buona performance.

Accanto al welfare c'è l'immigrazione come tema trainante di comizi e promesse elettorali da parte di tutti i partiti. Un report dell'Onu ha recentemente assegnato ai finlandesi la palma di cittadini più felici al mondo, per via dell'elevata qualità della vita. Il motivo? Un mix di servizi efficienti e di scarse disuguaglianze sociali, che però si sta scontrando con la cronaca quotidiana. Gli ultimi arresti nel Paese di alcuni migranti con l'accusa di violenza sessuale su ragazzine minorenni sta facendo lievitare le intenzioni di voto per i Veri Finlandesi, che stanno anche fisiologicamente gestendo i citati episodi giudiziari con un grande risalto mediatico.

Si tratta di un partito giovane, nato nel 1995: fino alle urne del 2007 aveva raccolto pochi consensi, inchiodati al 4 per cento per poi schizzare al 19 nel 2011. In quella circostanza però il no all'ingresso al governo perché considerato troppo europeo consolidò il loro ruolo nel paese, anche se il passo successivo all'interno di un esecutivo con centristi e i conservatori, nel 2015, costò loro la perdita di qualche voto. E così nel 2017 uscirono dal governo proprio per ipotecare le elezioni di oggi.

I socialdemocratici invece puntano su Antti Rinne, già ministro delle Finanze tra il 2014 e il 2015, balzato agli onori delle cronache per uno spot elettorale sui generis. Nella clip impersona l'autista di un autobus che fa salire a bordo varie persone, ognuna con una richiesta, come ambiente, lavoro, istruzione, sicurezza, uguaglianza. Un cliché non proprio comune a queste latitudini.

Nel mezzo i centristi che fanno capo all'attuale commissario Ue Jyrki Katainen in tandem con l'ex premier Alexander Stubb, in odore di un incarico a Bruxelles dopo le euro elezioni del 26 maggio. Il partito è al governo del paese ininterrottamente dal 1987. Infine i Verdi, forti dell'effetto Germania (dove Bündnis 90/Die Grünen è al 20 per cento). Oggi potrebbero toccare il risultato migliore nella storia finlandese con il 13,5 per cento.



I socialdemocratici vincono le elezioni in Finlandia. L'estrema destra (alleata di Salvini) frena: è terzo partito
2019/04/14

https://www.huffingtonpost.it/2019/04/1 ... a_23711556

Il partito socialdemocratico è in testa nelle legislative in Finlandia, davanti ai conservatori e all'estrema destra, secondo risultati parziali. Guidato dall'ex ministro delle Finanze Antti Rinne, il partito socialdemocratico otterrebbe il 19,1% dei voti, mentre il populista ed euroscettico Veri finlandesi il 15,1% e il partito della coalizione nazionale il 17,2%.

Il partito socialdemocratico ottiene la maggioranza relativa alle elezioni parlamentari in Finlandia, dopo circa il 35% di schede scrutinate. Sotto le aspettative i populisti di estrema destra dei 'Veri Finlandesi', che si piazzano soltanto quarti con circa il 15%. I sondaggi li davano come seconda forza nel nuovo parlamento.



Elezioni Finlandia: la sinistra vince di un soffio sui populisti
14 aprile 2019

https://tg24.sky.it/mondo/2019/04/14/el ... ltati.html

Il partito socialdemocratico ottiene di misura la maggioranza con il 17,7% dei voti. Al secondo posto, con il 17,5%, i "Veri Finlandesi" alleati in Europa con la Lega. Esulta Salvini: "A maggio cambieremo l'Europa"

Il partito socialdemocratico guidato dall’ex-leader sindacale Antti Rinne vince di un soffio le elezioni parlamentari in Finlandia. Con il 17,7% delle preferenze ottiene la maggioranza relativa e supera di appena lo 0,2% dei voti i populisti di estrema destra dei “Veri Finlandesi” che ottengono il 17,5% e diventano la seconda forza. "Per la prima volta dal 1999 i socialdemocratici sono il partito del primo ministro", ha detto Rinne ai militanti accorsi al quartier generale del suo partito.

I "Veri Finlandesi" a un soffio

Se la sinistra ha vinto sul filo del rasoio, vicinissima al secondo posto si attesta l'ultradestra dei "Veri Finlandesi", con il 17,5% dei consensi. Seguono il partito conservatore Kokoomus del ministro delle Finanze in carica Petteri Orpo e il partito di centro del premier uscente, Juha Sipila. Il leader dell'ultradestra Olli Kotro aveva scommesso sulla paura dei cittadini di nuovi sacrifici richiesti dagli altri partiti per contrastare i cambiamenti climatici e sulla preoccupazione di un aumento dei reati sessuali, che l'estrema destra ha attribuito agli immigrati.

La politica anti-stranieri dei "Veri Finlandesi" si è declinata in ambito europeo con l'adesione al progetto del vicepremier leghista italiano di costituire un'alleanza sovranista. Con il secondo posto potrebbero, però, non avere voce in capitolo nel nuovo governo. La partita per guidare il Paese passa ai socialdemocratici di Rinne: la maggioranza dei finlandesi, infatti, sembra aver puntato sulla lotta ai cambiamenti climatici e sulla difesa delle politiche sociali attualmente in vigore.

L'esultanza di Salvini

"Gli amici 'populisti' del Partito dei Finlandesi diventano secondo partito in Finlandia", afferma il vicepremier commentando i primi risultati. E aggiunge: "Il 26 maggio, insieme alla Lega, finalmente si cambia l'Europa".
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Re: Poledega

Messaggioda Berto » lun apr 29, 2019 9:47 am

Terremoto in Spagna: Sanchez ci riprova, ma il vero vincitore è Vox
Roberto Pellegrino
29 Aprile Apr 2019

https://www.linkiesta.it/it/article/201 ... cede/41965

Alle legislative gli spagnoli scelgono i Socialisti con il 28,8% delle preferenze. Terremoto nei Popolari che crollano a 16,7. Vox con 26 seggi entra al Congresso per la prima volta. Record dell’affluenza al 75,2%.

La Spagna ridà un’altra possibilità ai Socialisti. Ridà fiducia, soprattutto, a Pedro Sánchez e punisce il Partito Popolare del giovane Pablo Casado che scende sotto la storica linea del 20%, fermandosi a un rovinoso 16,7. La grande sorpresa, però è Vox che tutti davano al 15 o addirittura al 20%, ottiene un prezioso 10,3 e manda 24 suoi deputati al Congresso di Madrid. L’estrema destra di Santiago Abascal, infatti, fondata nel 2013, dall’insignificante 0,2% delle prime sue legislative del 2016, è cresciuta di dieci volte, silenziosamente nel grembo della Spagna, alimentata dall’insofferenza per la cattiva politica, per la corruzione, i clandestini e per le prepotenze dei secessionisti catalani.

Podemos perde i pezzi, Ciudadanos sale
Unidos Podemos (UP) e Ciudadanos (C’s), le due forze populiste, autrici della fine del comodo e rassicurante bipartitismo iberico, hanno avuto esiti ben diversi: gli ex Indignati di Pablo Iglesias, in particolare i suoi leader interni, dopo avere litigato per un anno intero per togliere la leadership a Iglesias, sono scesi dai 71 seggi del 2016 agli attuali 42. Una flessione che ha danneggiato la coalizione con i Socialisti, privati di 29 deputati alleati al Parlamento. Successo, invece, per Ciudadanos che col 15,9 delle preferenza sale da 32 a 57 scranni, diventando un alleato fondamentale per l’armata della destra guidata da Casado. Rivera, il leader della formazione nata come elemento di rottura coi vecchi partiti nel 2006 a Barcellona, da settimane era corteggiato dal leggendario premier Popolare José Maria Aznar, tornato alla politica quasi attiva per dare un mano a Casado, dopo tre lustri d’assenza. Aznar ha fatto da collante con Vox, che Ciudadanos critica apertamente per le sue posizioni estremiste. Ha mediato tenendo assieme le due forze, sapendo che a fine corsa, sarebbero state in attivo. Santiago che si aspettava di più, galvanizzato dalle piazze affollate e adoranti e dalla stampa che lo sovrastimava, nella sua prima uscita da leader del 10,3% ha incolpato il PP per «Non avere avuto il coraggio (leggi palle) di vincere». Vox non ha sfondato, ma ha sicuramente alzato la voce e si è fatto sentire. Inoltre, con le europee a fine maggio assieme alle regionali e comunali di casa, Vox ha un altro mese di palestra per gonfiare i muscoli.

Successo per gli indipendentisti catalani e il PSC
La Catalogna è la comunità autonoma delle diciassette comunità con il record dell’affluenza dei votanti. Non accadeva da trent’anni. Il sismografo delle urne ha segnato il 64,9%, pari a un aumento del 17,8. Storico. I partiti secessionisti, quelli più moderati, JxCat ed Erc sono stati premiati. La Sinistra Repubblicana (ERC) che prima della crisi tra Barcellona e Madrid non aveva tra le sue priorità la separazione, con l’arresto e l’incarcerazione del suo leader, Oriol Junqueras costretto a guidare la sua campagna elettorale da dietro le sbarre, ha ottenuto 15 seggi, mentre i più moderati JxCat 7. Le preferenze per la Sinistra repubblicana rappresentano un voto di protesta contro i giudici di Madrid che obbligano alla galera da due anni il loro capo e alcuni ex ministri, in attesa di giudizio del Tribunale Supremo. Entro settembre arriverà il verdetto. Junqueras e compagni, in diretta sul Web, hanno usato sempre toni moderati, chiedendo nuovamente il dialogo con Sánchez e tutti i partiti, ma mostrando le distanze, ormai ampie, con il fuggitivo ex presidente della Catalogna Carles Puigdemont, di cui Junqueras era il vice. La questione catalana, gettonatissima nei comizi dei partiti, a scapito di tematiche non meno importanti, come economia, disoccupazione giovanile e ambiente, rimane sul tavolo di Pedro Sánchez che ha già detto di non volere più le forze indipendentiste nella sua nuova coalizione.

Presto vedremo il Pedro e Pablo bis che sperano, anche loro, nelle prossime amministrative e comunali per riaffermare la propria stabilità

Le alleanze possibili per governare in minoranza
L'alleanza tra i Socialisti di Sánchez e Unidos Podemos, senza quindi i partiti indipendentisti baschi e catalani, vale 165 seggi, mentre l'eventuale coalizione delle destre unite, ovvero Pp+C's+Vox, come Pablo Casado ha ipotizzato alla vigilia, sarebbe ancora più lontana dalla maggioranza, fermandosi a 147 seggi. Quindi, presto vedremo il Pedro e Pablo bis che sperano, anche loro, nelle prossime amministrative e comunali per riaffermare la propria stabilità.

L’affluenza record
Era dal 1993 che non toccava un dato così alto di votanti. Più che Socialisti o Popolari, ha vinto l’affluenza dei votanti. Un record con il 75,75 per cento, pari a più 9,3 per cento. In pratica su 34.798.204 spagnoli aventi diritto di voto (di cui 2 milioni residenti all’estero) hanno votato 26.36i.256, mentre in 8.436.948 si sono astenuti.
Tuttavia, benché la grande mobilitazione degli spagnoli, per la terza volta in quasi quattro anni, la Spagna appare ancora più frammentata, divisa, litigiosa e con tanta strada da fare per risolvere i conflitti costituzionali e istituzionali. Una sfida per i prossimi quattro anni di legislatura che si aprono da oggi.

Un nuovo miracolo economico nella Ue
L’economia nazionale sembra non avere risentito di questi quattro anni d’instabilità politica. Il Pil è cresciuto dall’1,2 al 2,3 e punta al 3 per la fine dell’anno. Sono però urgenti le riforme in numerosi settori e, anche se la disoccupazione è calata sotto ai quattro milioni, è ancora alta tra i 18 e i 30 anni nel Meridione della Spagna con punte del 66%. Il debito pubblico si è ridotto dal 100 per cento del Pil al 97 , ma pesa la spesa pubblica sui conti dello Stato. La grande salvezza che ha supplito a un esecutivo, è venuta dalla bilancia dell’export che ha raggiunto nuovi record facendo correre l’economia spagnola che appare spesso come una pianta infestante che per vederla ogni tanto fiorire bisogna darle un po’ d’acqua.
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