Moro, moroxo, moreto, moreta

Moro, moroxo, moreto, moreta

Messaggioda Berto » ven gen 03, 2014 7:11 pm

Moro, moroxo, moreto, moreta
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Moro come scuro, bruno, nero, negro

Moro come toxato, ragaso, xovanet, moroxo

Moro come cognome

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Mauricatim o Maurice, avv.,
come i Mauri, LABER., VARR.

Mauritania (Maure-), ae, f.,
Mauritania, regione dell'Africa nordoccidentale, oggi Marocco, CIC. e a.

Maurus, a, um, agg.,
di Mauritania, africano, HOR. e a.; sost. m. Maurus, i, Mauro, abitante della Mauritania, SALL. e a.

Maurusia, ae, f.,
Mauritania, VITR.

Maurusiacus, a, um, agg.,
di Mauritania, MART. 12, 66, 6.

more, avv.,
stoltamente, PL. Stich. 641
[1. morus + -e].

1. mora, ae, f.,
1 indugio, ritardo: nec mora, haud mora (PROP. e a.), sine mora (CIC. e a.), nulla interposita mora (CAES.), senza indugio, subito: paululum morae, un breve indugio, CIC. Fam. 12, 12, 2; moras trahere, o moliri, frapporre indugi, VERG.; moras rumpere, o praecipitare, rompere gli indugi, VERG.; non exspectare belli tempora moras et dilationes imperatorum, in guerra le occasioni non aspettano i ritardi e gli indugi dei comandanti, LIV. 31, 48, 10; moras nectere, combinare indugi, PL., FLOR.; moram supplicio quaerere, cercare di rinviare il supplizio, CIC. Verr. 6, 165; moram et tarditatem adferre bello, causare indugio e ritardo alla guerra, CIC. Phil. 5, 25; neque moram ullam ad insequendum inferre, accingersi senza indugio all'inseguimento, CAES. B. C. 3, 75, 3; moram dilectui facere, ritardare la leva, LIV. 4, 53, 6; dimicandi moram facere, frapporre indugi al combattimento, LIV.; moram adferre dum proficiscantur legati, aggiungere l'attesa della partenza dei legati, CIC.; ne minimam quidem ...

moralis, e, agg.,
morale, dei costumi, CIC. e a.: pars philosophiae moralis est dicta, QUINT.; sost. n. pl. moralia, ium, argomenti morali, SEN. Ep. 102, 4
[mos + -alis].

morator, oris, n.,
1 ritardatore: unus morator publici commodi, l'unico che si opponeva al bene comune, LIV. 2, 44, 6;
2 soldato sbandato, masnadiero: Persarum moratores erant, CURT. 4, 10, 10;
3 avvocato supplente, che parlava per lasciar riposare gli avvocati principali, CIC. Caecil. 49.
• In LIV. 21, 47, 3 e altrove il gen. pl. moratorum deriva probabilmente da moratus, part. di moror

2. moratus, a, um, agg.,
1 costumato: bene moratus vir, uomo di buoni costumi, CIC.; morati melius erimus (i nostri costumi saranno migliori) cum didicerimus quid natura desideret, CIC. Fin. 1, 63; bene morata et bene constituta civitas, Stato ben ordinato e saldamente costituito, CIC.; male moratus venter, stomaco insaziabile, OV.;
2 che esprime bene i caratteri: poema moratum, versi adatti al carattere del personaggio, CIC. Div. 1, 66; morata recte fabula, dramma dai caratteri ben delineati, HOR.; narratio morata, QUINT.
[mos + -atus2].
morio, onis, m.,
1 buffone, MART. e a.;
2 sciocco, imbecille, AUG.
[1. morus + -io1].

morior, moreris, mortuus sum (part. fut. moriturus), mori, 3 intr. dep.,
1 morire, finire, spegnersi, estinguersi: moriar si, possa io morire, se, (come formula di giuramento), CIC.; potius mori miliens malim quam, preferirei morire mille volte piuttosto che, CIC. Att. 14, 22, 2; pro patria mori, morire per la patria, HOR.; fame mori, morir di fame, CIC.; mori a latronibus, cruditate, essere ucciso da briganti, da un'indigestione, CIC.; anche di cose inanim., dies est dimidiatus mortuus, la giornata è a metà finita, PL.; virgae in tergo morientur meo, i bastoni si romperanno sulla mia schiena, PL. Capt. 650; flammas mori (spegnersi), OV.; antiquae leges et mortuae, leggi antiche e ormai desuete, CIC.; memoria ac fama moritur, il ricordo e la fama svaniscono, CIC.; meriti morietur gratia (svanirà la riconoscenza) vestri, OV. Pont. 3, 2, 27;
2 morire dalla voglia, struggersi, consumarsi, languire di passione, CIC. e a.; mori in studio dimetiendi etc. (consumarsi nell'applicazione di misurare), CIC.; part. pre ...

2. moror, aris, ari, 1 intr. dep.,
far lo scemo, SUET. Nero 33, 1 (gioco di parole fra moror e moror)
[1. morus + -o3].

morose, avv. con comp. e sup. postclassici,
per natura bisbetica, per incontentabilità; pedantescamente, scrupolosamente, CIC. e a.: aliquid morosissime (con moltissimo scrupolo) pensitare, SUET.
[1. morosus + -e].

1. morosus, a, um, agg. con comp. e sup. (non classico),
1 intrattabile, scontroso, stravagante, bisbetico, CIC. e a.;
2 scrupoloso, schizzinoso: usque eo difficiles ac morosi (così difficili da accontentare) ut..., CIC.; canities morosa, la vecchiaia brontolona, HOR. Carm. 1, 9, 18; morosum (il fastidioso) delicatum iracundiae genus, SEN. Dial. 3, 4, 2; circa corporis curam morosior (di molta esigenza), SUET.;
3 penoso, difficile, fastidioso, OV. e a.
[mos + -osus].

morulus, a, um, agg.,
moro, scuro, PL. Poen. 1289 (lez. inc.).

morum, i, n.,
mora, frutto spec. del gelso, VERG. e a.
[cf. gr. móron].

1. morus, a, um, agg.,
sciocco, pazzo, PL.
[gr.].

mos, moris, m.,
1 maniera di comportarsi, modo d'agire, costume, usanza, abitudine, tradizione: mos (o moris) est ut, c'è l'usanza di, CIC.; more meo, secondo la mia abitudine, CIC.; sicut meus est mos, come è mia abitudine, HOR. Sat. 1, 9, 1; mos est rogandi, c'è l'abitudine di chiedere, CIC.; mos erat patrius adversari, era usanza tradizionale di contraddire, CIC.; quem... illi adstare moris fuit, che era usanza gli fosse sempre a fianco, VELL. 2, 40, 3; abeunti si quid poposcerit concedere moris, c'è l'usanza di concedere a chi parta qualunque cosa richieda, TAC. Germ. 21, 2; ut moris est, com'è usanza, TAC.; habebat hoc moris, aveva questa abitudine, PLIN. Ep.; quae more agentur institutisque civilibus, quel che si farà obbedendo alle consuetudini e alle istituzioni cittadine, CIC. Off. 1, 148; more maiorum, secondo le tradizioni degli avi, CIC.; compti de more capilli, i capelli acconciati secondo le usanze, VERG.; ex more, secondo l'uso, HOR. (anche: in morem, VERG.); nullo more, senza esempio, FLOR.; mutare veterem morem, mutare l'antico costume, IUST.; mos vestis, moda, foggia di veste, IUST.;
2 buoni costumi, moralità: res civibus moribus agris aucta, lo Stato accresciuto per numero di cittadini, migliorato per moralità, ingrandito per territorio, SALL. Cat. 6, 3; quis neque mos neque cultus erat, che non avevano moralità né civiltà, VERG. Aen. 8, 316; homo iustus et morum, uomo giusto e costumato, APUL. Apol. 75;
3 malcostume, corruzione, CIC. e a.;
4 carattere: in moribus est culpa, non in aetate, la colpa è del carattere, non dell'età, CIC.; imitari avi mores disciplinamque, imitare tuo nonno quanto al carattere e ai principi, CIC.; omnis mos Lacedaemoniorum inflammatus est cupiditate vincendi, il carattere degli Spartani è tutto ardente di desiderio di vincere, CIC.; diutius durant exempla quam mores, l'esempio ha maggior efficacia delle qualità morali, TAC. Hist. 4, 42, 6;
5 volontà, desiderio, capriccio, arbitrio: alieno more vivere, vivere secondo i desideri d'un altro, TER.; oboedire mori alicuius, obbedire ai desideri di uno, PL.; morem gerere alicui, far piacere, compiacere a qualcuno: geram tibi morem, farò come vuoi tu, CIC.; sine me gerere mihi morem, lasciami fare a modo mio, TER.; more ingenii sui, secondo il proprio capriccio, IUST.;
6 legge, regola, norma: more belli, secondo le regole della guerra, CIC.; varius caeli mos, le leggi dei mutamenti di temperatura, VERG. Georg. 1, 51; mores et moenia ponere, dar leggi e stabili sedi, VERG.; paci imponere morem, dettare le leggi della pace, VERG. Aen. 6, 852; sine more, contro ogni buon diritto, VERG. Aen. 8, 635 (ma: senza freni, smodatamente, ibid. 5, 694 e 7, 377).
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Moro, moroxo, moreto, moreta

Messaggioda Berto » ven gen 03, 2014 7:11 pm

Moro come scuro, bruno, nero, negro

El moro de legno del Brustolon

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Xentil Belini el miragolo de la croxe
http://it.wikipedia.org/wiki/Gentile_Bellini
http://it.wikipedia.org/wiki/Miracolo_d ... an_Lorenzo

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Li mori de Venesia:
http://www.youtube.com/watch?v=Qbmx9NN6cJA
http://it.wikipedia.org/wiki/Torre_dell ... o_(Venezia)
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moro 1,
agg. e s. m. ‘della Mauritania, dell'Etiopia, dell'Africa’ (av. 1476, Masuccio Salernitano), ‘saraceno, musulmano’ (av. 1470, Luca Pulci), est. ‘che, chi è bruno di carnagione e di capelli’ (1605, A. Allegri).

Derivati:
morello,
agg. ‘di colore tendente al nero’ (sec. XIV/XV, C. Cennini; nel lat. mediev. di Piacenza dal sec. XIII: Sella Em.), ‘tipo di mantello equino i cui peli sono di colore scuro, quasi nero’ (1339-40, G. Boccaccio),
s. m. ‘cavallo dal mantello morello’ (av. 1310 ca., B. Cione),
moresco,
agg. ‘dei Mori’ (av. 1455, L. Ghiberti; stile moresco ‘arabo, spec. di Spagna e d'Africa’: 1802, J. C. Eustace, in un testo ingl. cit. da G. Cartago),
moretta,
s. f. ‘giovanetta di razza nera’ (1841, M. D'Azeglio), est. ‘fanciulla di colorito e capelli bruni’ (1869, TB), (zool.) ‘anitra nera sul dorso e bianca sul ventre con caratteristico ciuffo sulla nuca’ (1803, D'Alb.; per Lupis Post.: av. 1667 ca., V. Tanara),
moretto,
s. m. ‘dim. di moro’ (1803, D'Alb.), ‘giovanetto o fanciullo di razza nera’ (1542, P. Aretino Talanta I 13), est. ‘fanciullo di colorito e capelli scuri’ (1869, TB), ‘gelato ricoperto da uno strato di cioccolato’ (1963, Migl. App.).
Lat. Mauru(m) ‘abitante della Mauritania’, in gr. (a)maurós e mâuros ‘scuro’, di etim. sconosciuta. Né si può meravigliarsene, tenuto conto che si riferiva a fantasmi, ‘difficili da riconoscersi’, ed in genere al vago concetto di oscurità. I der. sono tutti it., ottenuti con gli usuali suff. -èllo, -ésco, -étta, -étto.

moro 2,
s. m. ‘gelso’ (1310, Z. Bencivenni: Baldini; per moro gelso V. gèlso).
Derivati:
moracee,
s. f. pl. ‘famiglia di piante legnose delle Urticali, spesso ricche di latice, con frutti a drupa o acheni racchiusi in falsi frutti carnosi’ (1895, Gar.).
Lat. moru(m), di orig. preindeur. Per la distribuzione areale V. gèlso. Il der. presenta la terminazione bot. -acee (V.).
Dalla versione web del Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani.
http://www.etimo.it/?pag=hom
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http://www.etimo.it/?term=moro
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Confrontar anca co:

Mauro
http://it.wikipedia.org/wiki/Mauro
È un nome di origine etnica, deriva dal latino Maurus (???) e significa "appartenente al popolo dei Mauri", che abitavano la regione africana chiamata Mauretania, che si estendeva dall'attuale Algeria e giungeva fino al Marocco e alla parte settentrionale della Mauritania. Probabilmente i Romani (???) diedero loro questo nome a causa del colore scuro della carnagione, infatti amauros in greco significa "moro, scuro". È però possibile che la denominazione derivi invece dal fenicio mauharim che significa "occidente", termine con il quale i Cartaginesi definivano le popolazioni che vivevano nell'Africa occidentale.
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Re: Moro, moroxo, moreto, moreta

Messaggioda Berto » ven gen 03, 2014 7:13 pm

Moro come toxato, ragaso, xovanet, moroxo

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Marco (etimoloja)
on santo cristian de łi veneti de mar ma anca de coełi de tera
HTUhttps://docs.google.com/file/d/0B_Vo ... UU/editUTH


Da le 27 etimoloje globali de Merritt Ruhlen
http://en.wikipedia.org/wiki/Merritt_Ruhlen

Cusì dixe i łinguisti macroconparativisti e monejenetisti meregani BENGSTON E RUHLEN
ente la trentena de bocabołi ogniversałi (ke li gà cata en tute łe łengoe del mondo) ghe xe
*MAKO = PUTEŁO/BANBIN (forse anca el nome de łe simie cee MAKAKI ???)

Mi ghe xonto:
El nome MARCO xe on nome ke fa parte de na łonga fiła come MARTA, MARIA, MARA, ...... tuti atestà ente łe antighe łengoe scrite mexopotameghe e semeteghe (2/3000 ani vanti Cristo e 1500/2000 vanti Roma e ‘l so latin) e anca entel venetego.

Cusì ne dixe anca el bon fiłołogo GIOVANNI SEMERANO
inte ła so opara granda : Le Origini della Cultura Europea


Mar'u en acadego = fiolo mascio, desendente, ranpolo, ...

MAID = fanciulla, giovane domestica;
tedesco MĀGD (magde), gotico MAGAPS, antico alto tedesco MAGAD, olandese MAAGD sono forme femminili (confrontare per la formazione del femminile il morfema "-(a)t" che dall’intera area semitica si estende all’egizio): gotico MAGUS, antico sassone MAGU, antico irlandese MUG (garzone); i nome propri scozzesi e irlandesi preceduti da MAC (figlio); il tedesco MÄDCHEN (sec. XVII < MÄGDCHEN), per MAGD alle origini col significato di ragazza da marito: e la base originaria darà il significato di «cresciuto, adulto, figlio maggiore»: della stessa origine del latino «MAG-NUS».


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In acadego ghemo maḫru = (<maḫrīyu) = primo (primo mexe de l’ano, primo fioło, evc);
ente ła łengoa xwahili ghemo : mzao (nato), [ “mlamu” (cugnà) e “mlezi” (cuna/culla) e “maalum” (cognosudo)];
in ebraego marso = mars o mertz ;
in urdu (Pakistan) marso = mârc;
in turco se dixe mart ayι;
in rùso mart;
in xloen máréc [máretz] ;
in hindi se dixe mar¢;
in finlandexe maaliskuu;......


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amore,
s. m. ‘moto affettuoso, inclinazione profonda verso qualcuno o qualche cosa’ (av. 1250, Giacomo da Lentini).

Locuzioni:
amor platonico ‘amore scevro di sensualità, ispirato alla dottrina platonica dell'amore’ (1544, A. Caro),
amor proprio ‘desiderio di veder riconosciuto e giustamente apprezzato il proprio valore, eccessivo desiderio di successo’ (av. 1306, Iacopone).

Derivati:
amorazzo,
s. m. ‘amore disordinato, tresca’ (1353, G. Boccaccio),
amoreggiamento,
s. m. ‘atto, effetto dell'amoreggiare’ (av. 1294, Guittone),
amoreggiare,
v. intr. ‘intrattenere rapporti amorosi, specialmente frivoli e superficiali’ (1664, C. R. Dati),
amoretto,
s. m. ‘amore superficiale e di breve durata’ (av. 1675, L. Panciatichi; già attest. nel Tasso, 1573, nel sign. di ‘Amorino’),
amorevole,
agg. ‘che sente e dimostra amore’ (av. 1294, B. Latini),
amorevolezza,
s. f. ‘sollecitudine, premura affettuosa’ (1353, G. Boccaccio),
amorino,
s. m. ‘puttino dipinto o scolpito, raffigurante il dio Amore’ (1540-41, A Firenzuola) ‘divano fatto a forma di S sdraiata’ (1876, Rigutini App.), ‘reseda’ (“amorino o amorino d'Egitto. Pianta nativa d'Egitto, che si coltiva ne' giardini per il grato odore, come di pesca, che tramandano i suoi fiorellini, dicesi anche amoretto”: 1797, D'Alb.),
amoroso,
agg. ‘pertinente all'amore’ (av. 1290, Guido delle Colonne),
s. m. ‘innamorato, amante’ (av. 1250, Giacomo da Lentini).

Lat. amore(m), der. di amare ‘amare’. V. il lungo art. del LEI II 844-903 (e 903-17 per amoroso, che è fatto risalire al lat. parl. *amorosu(m), non “attestato in epoca classica ma è probabile che il termine si sia formato nel lat. volg., cfr. lat. mediev.” ???). La tesi consolidata che “l'amore, come lo intende Platone è un amore che esclude la passione, anche se ha origine dalla stessa emozione che fa nascere l'amore carnale – sia come lo vuole la natura che come lo ha fatto diventare la corruzione dei costumi – esso è pur sempre un'altra cosa. È un amore che, distolto dagli oggetti sensibili abituali, tende solamente verso la scienza e verso la virtù, che d'altra parte costituiscono per esso un solo e medesimo scopo” (L. Robin) è stata respinta dagli psicoanalisti per i quali l'eros platonico non è altro che “amore fra individui dello stesso sesso e, in particolare, dell'impulso che spinge un uomo verso un altro uomo e che, nel mondo antico, era diffuso come ‘amore dei fanciulli’ (paiderastía) in determinati strati della società” (H. Kelsen, L'amor platonico, Bologna, 1985, p. 48).
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Re: Moro, moroxo, moreto, moreta

Messaggioda Berto » ven gen 03, 2014 7:14 pm

Moro come cognome



Cristoforo Moro
http://it.wikipedia.org/wiki/Cristoforo_Moro
Cristoforo Moro (Venezia, 1390 – Venezia, 9 novembre 1471) fu il sessantasettesimo doge della Repubblica di Venezia dal 12 maggio 1462 alla morte.
Uomo d'esperienza amministrativa, era considerato bigotto («capace di stare solo coi frati» a detta dei cronisti suoi contemporanei) ed un po' pavido.
Vita [modifica]Figlio unico di Lorenzo Moro, si sposò con Cristina Memmo da cui ebbe un solo figlio, premortogli. Fece una buona carriera sia in ambito amministrativo che militare, pur senza mai distinguersi davvero.
Diversamente da uno dei dogi suoi predecessori, Andrea Contarini, aveva convinto una monaca a tornare in convento dopo che era scappata per suo amore. Amico di importanti e colti frati, coltivò sempre rapporti amichevoli con il papato.

Tommaso Moro-Thomas More
http://it.wikipedia.org/wiki/Tommaso_Moro
Thomas More, italianizzato in Tommaso Moro (Londra, 7 febbraio 1478 – Londra, 6 luglio 1535), fu un umanista, scrittore e politico inglese; è venerato come santo dalla Chiesa cattolica e da quella anglicana.

Ludovico il Moro
http://it.wikipedia.org/wiki/Ludovico_il_Moro
Ludovico Maria Sforza detto il Moro (Vigevano, 27 luglio 1452 – Loches, 27 maggio 1508) fu duca di Bari dal 1479, poi duca di Milano dal 1480 al 1499.

Aldo Moro
http://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Moro




http://www.cognomiitaliani.org/cognomi/ ... 0011or.htm

MORI MORIS MORO
Mori è specifico dell'Italia centro settentrionale, Moris, assolutamente rarissimo, sembrerebbe del settore occidentale dell'Italia settentrionale, Moro è diffuso in tutt'Italia, dovrebbero tutti derivare dal nome medioevale italiano Morus di cui abbiamo un esempio in una Carta libelli del 1181 a Milano: "...hoc est pecias duas terre quas ille scriptane habere vise sunt non longe a fossato Mediolani, prope portam Tonsam, et quam terram predicti Saccus et Morus hodie ipsis scriptanis vendiderunt et cartam vendicionis fecerunt sicut in illa carta continetur in hoc sit libello inintegrum, ita ut amodo in antea habere et titulo libelli tenere debeant prefati Saccus et Morus et eorum heredes et cui dederint supradictam terram, faciendum exinde cum omnibus suis finibus et accessionibus..." . ???

MORET MORETTI MORETTINI MORETTINO MORETTO MORUCCI MORUCCIO MORUZZI MORUZZO
Moret è specifico dell'area che comprende il trevisano soprattutto, il bellunese ed il pordenonese, con discrete presenze anche in Alto Adige e nell'udinese, Moretti è molto diffuso in tutta l'Italia peninsulare, Morettini sembra essere della fascia centrale delle Marche e dell'Umbria, Morettino, quasi unico, parrebbe meridionale, Moretto è diffusissimo in tutto il nord Italia, con ceppi anche nel romano e latinense, dovuto all'esodo forzato per la bonifica delle Paludi pontine, ed un ceppo nel brindisino, Morucci ha un ceppo tra livornese e pisano ed uno tra viterbese e romano, Moruccio, quasi unico, è del centro Italia, Moruzzi ha un ceppo tra cremonese, piacentino e parmense ed uno nel bolognese, presenta inoltre un ceppo friulano , in particolare nel pordenonese, Moruzzo, molto molto raro, è caratteristico di Sarzana nello spezzino, dovrebbero essere tutti derivati da varie forme ipocoristiche semplici o doppie del nome medioevale italiano Morus. A Erbusco (BS) si trova intorno al 1400 un: "...quondam Comini dictus Moreto de Herbusco...".
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Re: Moro, moroxo, moreto, moreta

Messaggioda Berto » ven gen 03, 2014 7:14 pm

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Re: Moro, moroxo, moreto, moreta

Messaggioda Berto » ven gen 03, 2014 7:14 pm

Verefegar sti posibiłi łighi:

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Marantega (etimoloja)
http://www.centrostudilaruna.it/forum/v ... 3763#p3763

Zmora
http://pl.wikipedia.org/wiki/Zmora

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http://www.ufodigest.com/news/1106/zmora.html


Marxana/Marzanna
Maržanna, Mara, Maržena, Morana, Moréna, Mora, Marmora or Morena
http://en.wikipedia.org/wiki/Marzanna
Maržanna, Mara, Maržena, Morana, Moréna, Mora, Marmora or Morena is a Slavic goddess associated with death, winter and nightmares. Some sources equate her with the Latvian goddess Māra, who takes a person's body after their death. Some medieval Christian sources such as the Mater Verborum also compare her to the Greek goddess Hecate, associating her with sorcery. The Polish chronicler Jan Długosz (15th cent.) likened her to Ceres, the Roman goddess of agriculture.
http://cs.wikipedia.org/wiki/Morana
http://de.wikipedia.org/wiki/Morena


Da: Le origini delle lingue europee, del glottologo Mario Alinei Volume II
Preistoria linguistica germanica
Capitolo XI
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2.2.2.2. lnnovazioni di data paleo-mesolitica e di area germanica e celtica

Queste affinità sono probabilmente di data più recente (fra Paleolitico e Mesolitico) delle precedenti. L'attribuzione del loro focolaio a uno dei due gruppi è incerta.

1) Come abbiamo visto in ORI, il nome della «magia, incantesimo» risale alla radice PIE *sēi- ecc. «legare» [IEW 891-892], che Devoto aveva illustrato alla luce della ricca documentazione sulle pratiche di «legatura» magica ancora in uso nell’Europa tradizionale [HWDA s.v. Band; cfr. Devoto 1962, 239]. Nella TC, tuttavia, questo significato magico della radice non può risalire al PIE, in quanto appare esclusivamente nell’area celto-germanica: antico irlandese siabair «fantasma, spirito», siabarid «incantato, stregato», antroponimo Find abair = gallese Gwen-hwyfar «Ginevra», letteralmente «spirito bianco», antico irlandese soib «ingannevole», letteralmente «mаgico», gallese e bretone hud «magia», antico cornico hudol «stregone», germanico *saitha- «magia», teonimo (dativo plurale) Saitchamimi(s) < *Saithamjoz «chi può cambiare forma per magia», antico islandese seið «magia», sida «incantare stregare», anglosassone -siden «magia»; anglosassone ælf siden (lett. «magia di elfo» > «febbre») [da ANEW s.v. seiðr].

2) In un contesto di caccia, che la documentazione archeologica dimostra avere ancora un ruolo centrale in questo periodo, Germani e Celti utilizzano la radice PIE *sek(w)- «seguire» [IEW 896], per motivare una delle più importanti funzioni umane, quella del «vedere»: gotico saihan, antico islandese, islandese, feringio sjá, norvegese sjaa, svedese e danese se, antico sassone e antico alto tedesco, sehan, tedesco seben, nederlandese zien, aglosassone sēon, inglese see, antico irlandese ēcosch «vista», inchosig (3a sg.) (< *ind-com-sech) «indica» [Buck 15.51; ANEW s.v sjá].

2) Dalla radice IE *sek- che significa anche «pelle» (v. ORI) - nasce l’allargamento celto-germanico *sken-, da cui antico islandese e islandese, feringio norvegese svedese skinn, danese skind «pelle» (in antico islandese soprattutto di animali)», anglosassone scin(n), inglese skin, antico irlandese scing «indumento di pelle».

3) Il nome di un recipiente motivato da «sacco, otre, vescica» deve risalire all'uso di vesciche animali come contenitori, e quindi a una cultura paleolitica. E il tipo celto-germanico rappresentato da gotico balgs, anglosassone bel(i)g, byl(i)g «sacco» ecc., inglese belly «pancia», bellows «mantice», antico frisone, antico sassone antico alto tedesco balg, antico islandese belgr, anche «pancia», islandese belgur, feringio bjølgur; gallico bulga «otre di pelle», medio irlandese bolg «sacco».

4) Il nome celto-germanico della «rupe, montagna» germanico felza (forse da PIE *pel-s-[IEW 807]: antico sassone felis, medio nederlandese vels, antico alto tedesco felis, felisa (> francese falaise), antico islandese fjall fell, islandese e feringio fjall, norvgese fjell, svedese fjäll, danese fjeld (> inglese fell «rupe», medio inglese fell «monte, tumulo», mansio (vogulo) -fel(l) in toponimi); antico irlandese all (*plso- «roccia, masso»), gallico toponimo Alesia. Falesia la parete rocciosa in italiano.

5) Poiché l'area celto-germanica è quella più rappresentativa per la caccia alle mandrie di cavalli nel Paleolitico Superiore, diventa rilevante l’innovazione celto-germanica per il nome del «cavallo» rappresentata da antico islandese mаrr «cavallo», anglosassone mearh, antico frisone mar, antico alto tedesco marah, antico irlandese marc, gallese march; gallico markan (acc. sg); antico islandese merr «giumenta», islandese mer- (in merbikkia «cavallo senza valore»), feringio mer, norvegese merr, svedede märr, danese mær, Shetland mer mare (finlandese mera märä, lappone mærro), anglosassone miere, antico frisone e nederlandese merrie, antico sassone meriha, antico alto tedesco mariha, medio alto tedesco märhe.
II nome potrebbe essere un nome noa, motivato per esempio dal colore «scuro» del cavallo (3. *mer mor- [IEW 734]).
Da questo nome si sviluppa più tardi la nozione dell’«incubo» e di esseri magici nella forma di un cavallo: antico islandese, norvegese, svedese, antico alto tedesco mara, ferengi marra, danese, medio basso tedesco e medio nederlandese (f.), anglosassone (m.) mare (Lappone marra), tutti «incubo»; antico irlandese mōrrīgain «lamia» (lettone «regina degli elfi»).
Е penetrata anche in Slavo: antico slavo mora «strega».
...


Fate, Moire, Parke, Norne, Matronae
Pora Reitia Sainatei Vebelei
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... dtd1U/edit

Noreja/Noreia, *Noretia, Nortia, Nurtia, Norzia, Ortia, Nerta, Nertho/Nerthus, *Nertia, Reitia/Rhetia, Norne, Roxmerta, ...
https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... Nobm8/edit
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Re: Moro, moroxo, moreto, moreta

Messaggioda Berto » ven gen 03, 2014 7:22 pm

E T N O F I L O L O G I A
F R A N C E S C O B E N O Z Z O
http://www.continuitas.org/texts/benozz ... ologia.pdf

MOURA, MOURAS, MOUROS

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... benoso.jpg
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Re: Moro, moroxo, moreto, moreta

Messaggioda Berto » ven gen 03, 2014 7:22 pm

Abolita la parola “negro” dagli uffici pubblici americani
http://www.lindipendenza.com/abolita-la ... -americani

El moro de legno del Brustolon
(ma moro el resta on bon moto)

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... stolon.gif
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Re: Moro, moroxo, moreto, moreta

Messaggioda Berto » ven gen 03, 2014 7:31 pm

Morea

http://it.wikipedia.org/wiki/Peloponneso
Il Peloponneso (Morea è il toponimo veneziano medievale) è una regione storica e geografica (21.379 km²) della Grecia meridionale, che forma una penisola tra il Mar Ionio e il Mare Egeo (divenuta isola dopo la costruzione del canale di Corinto).
A partire dal XII secolo, il Peloponneso fu chiamato Morea dai Crociati a causa della forma della penisola, somigliante ad una foglia di gelso, ma anche a causa dell'importanza che aveva quell'albero nella penisola. ???



http://it.wikipedia.org/wiki/Despotato_di_Morea
Il Despotato di Morea (in greco: Δεσποτᾶτον τοῦ Μορέως) o Despotato di Mistrà (in greco: Δεσποτᾶτον τοῦ Μυστρᾶ) fu una provincia dell'impero bizantino che esistette dal 1308 al 1453 e come stato autonomo dal 1453 al 1460. Il suo territorio variò in dimensioni durante i suoi centocinquant'anni di vita ma tese ad essere confinato in tutta la parte a sud della Grecia, la penisola del Peloponneso, che all'epoca era chiamata Morea. Questa provincia fu governata dagli eredi dell'imperatore bizantino ai quali venne dato il titolo di despoti (da non confondere con il despotismo). La sua capitale era la città fortificata di Mistra, a cinque chilometri di distanza dall'antica Sparta, Mistra divenne il più importante centro di cultura bizantino, e fu anche il secondo luogo di potere più importante dell'Impero bizantino.


http://en.wikipedia.org/wiki/Morea
There is some uncertainty over the origin of the medieval name "Morea", which is first recorded only in the 10th century in the Byzantine chronicles.

Traditionally scholars thought the name originated from the word morea (μορέα), meaning morus or mulberry, a tree which, though known in the region from the ancient times, gained value after the 6th century, when silkworms were smuggled from China to Byzantium. Then the mulberry began to be planted so copiously in the Peloponnesus that the plain around Thebes came to be known as Morokampos and Thebes gained renown for its silk. No silk is now made at Thebes and mulberry trees are not prominent, but the Theban plain retains its name Morokampos from the mulberry trees which once gave the town its prosperity.

The British Byzantinist Steven Runciman suggested that the name comes "from the likeness of its shape to that of a mulberry leaf."

Jakob Philipp Fallmerayer's alternate proposal that the name comes from the Slavic word more, meaning "sea".

Tradizionalmente gli studiosi hanno pensato che il nome ha origine dalla parola Morea (μορέα), che significa morus o gelso, un albero che, anche se conosciuti nella regione dai tempi antichi, ha guadagnato valore dopo il 6 ° secolo, quando i bachi da seta sono stati clandestinamente dalla Cina a Bisanzio. Poi il gelso ha cominciato ad essere piantato in modo abbondante nel Peloponneso e che la pianura intorno a Tebe è stata conosciuto come Morokampos e Tebe guadagnato fama per la sua seta. Nessun seta è ora realizzato a Tebe e gelsi non sono prominenti, ma la pianura tebana conserva le sue Morokampos nome dagli alberi di gelso che una volta ha dato alla città la sua prosperità.

The British Byzantinist Steven Runciman suggerito che il nome deriva "dalla somiglianza della sua forma a quella di una foglia di gelso."
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Re: Moro, moroxo, moreto, moreta

Messaggioda Berto » ven gen 03, 2014 7:32 pm

Viviamo proprio tempi… marroni. Vero signora Kyenge?

http://www.lindipendenza.com/viviamo-pr ... ora-kyenge

Sta kive la xe na "mora" ke no respeta le "more" (tradision) de le xenti endexene.

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... arrone.jpg


Ha ragione Beppe Grillo quando dice che fare ministro una campionessa olimpica è da sottosviluppo culturale. Ma se la Idem è roba da terzo mondo, la signora Kyenge cosa significa secondo Grillo?

Viene il fondatissimo sospetto che abbia ragione La Russa quando sostiene che la nomina sia essenzialmente un tributo simbolico alla differente pigmentazione. Non si può usare il termine “negra” perché pare sia poco rispettoso, non si può dire “di colore” perché la stessa ministra non gradisce, si deve evitare il berlusconiano “abbronzata”, ma non si può neppure dire “nera” perché la signora non è nera, è marrone. Non vanno bene neanche lo shakespeariano “mora”, né “bruna” (che puzza di nazismo), “caffè” e “cioccolato” odorano di paternalismo coccolone. Insomma, la signora Kashetu Kyenge è proprio solo marrone.

Il problema non è però cromatico ma di capacità e di competenza. Il curriculum “ufficiale” della signora sembra scritto da Charles Dickens: c’è tutto il repertorio di fanciulline di buona volontà, destino cinico e baro, benefattori prematuramente scomparsi, la volontà che trionfa, notti di studio al lume di candela, scambi di cognomi fra vescovi. Manca solo il vecchio Fagin. Dopo la lettura restano solo una certezza e alcuni dubbi. È sicuro che la signora sia entrata in Italia di sfroso, senza i requisiti di legge, sia stata una irregolare e perciò, tecnicamente, una clandestina, e che abbia ottenuto la cittadinanza sposando un signore calabrese.

I dubbi invece sono tanti. La signora è venuta qui per migliorare la sua condizione personale: è un proposito onorevole (da lei raggiunto “alla grande”) che però aprirebbe lo stivale a parecchi miliardi di diseredati o anche solo (come nel caso specifico) di ambiziosi. La signora non aveva infatti titolo per chiedere asilo economico perché viene da una famiglia facoltosa (il padre è un cattolico “arioso”, poligamo e padre di 38 pargoli, capotribù di etnia bakunda, che non c’entra con Walter Valdi), ma neppure asilo politico visto che uno dei suoi numerosi fratelli, Ghislain Dyash, è deputato al Parlamento locale: una famiglia di abili politici.

La signora al suo paese non poteva fare il medico ma solo – poverella – la farmacista. E così è approdata qui. Ma le nostre facoltà non sono affollate? Non si deve fare un esame di accesso? Non c’è il numero chiuso? Per superare questi intoppi la signora ha sicuramente dimostrato di essere un piccolo Barnard: sarebbe edificante conoscerne pubblicazioni e prodezze scientifiche.

Non risulta neppure che in Italia ci sia carenza di dottori e che quello di medico sia un lavoro che gli italiani non vogliono più fare. Misteri.

Le cronache politicamente corrette la descrivono come una specie di incrocio fra madame Curie e madre Teresa di Calcutta, come persona ovviamente molto colta (parla italiano, francese, inglese, swahili, lingala, bemba e tsiluba), oculista straordinario, madre e moglie affettuosa, impegnata in aiuti alla sua terra natale e soprattutto in politica a difendere gli immigrati: responsabile dei “Nuovi italiani” per il Pd e portavoce nazionale della rete “Primo Marzo” che ogni anno organizza lo sciopero degli stranieri e promuove la campagna “Lasciateci entrare” per la chiusura dei CIE. Lo scorso anno la signora si era battuta contro la “ingiusta” detenzione di due clandestini irregolari con precedenti penali, i fratelli Andrea e Senad Seferovic, poi fatti uscire dal CIE con un cavillo legale. Qualche mese dopo uno dei due viene arrestato per furto.

La signora prosegue per la sua strada: diventata ministro ha cominciato a salmodiare i mantra dell’abolizione del reato di clandestinità, dello ius soli e del prodigioso e salvifico mescolamento delle culture in un finale “meticciato” di color marroncino.
Insomma il problema dell’inadeguatezza della signora non viene dal cromatismo cutaneo ma dall’inopportunità delle sue prese di posizione, dall’arroganza e supponenza con cui vuole imporle e dall’evidente mancanza di capacità e attitudine a ricoprire il suo ruolo. Non è certo una novità che degli incapaci abbiano governato l’Italia, anzi è piuttosto raro trovare gente di vera competenza: al governo e nel Parlamento è passato di tutto, nani e ballerine, pornostar, mafiosi, fior di delinquenti, e frotte di minus habens. In molti hanno anche fatto carriere brillanti. È però la prima volta che uno viene nominato per il suo aspetto fisico e per le connotazioni ideologiche che ad esso sono appiccicate. Viviamo davvero momenti bui e oscuri. Proprio marroni.




Anca le more le fa le morete (marakele, skerseti)!

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http://www.etimo.it/?term=marachella
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Il lessico corretto dice che la Kyenge è “diversamente colorata”
http://www.lindipendenza.com/kyenge-oneto-colore

di GILBERTO ONETO

La faccenda Kyenge ha riportato d’attualità la polemica lessicale: si deve dire “nero” e non “negro”. In Italia le riforme si fanno solo a parole e sulle parole. Gli invalidi sono passati da“handicappati” a “disabili” e “diversamente abili” senza una soluzione decente ai loro problemi. Né ha fatto del bene ai ciechi diventare “non vedenti”, come l’igiene di Napoli non è migliorata con la promozione degli spazzini a “operatori ecologici”. Anche peggio è andata agli omosessuali per cui si è trovato un ambiguo inglesismo, “gay”, che nello slang londinese d’origine era un nomignolo irriverente, il corrispettivo del milanese “cü alegher”.

Così non si deve dire che la signora Kyenge sia “negra”. La fobia viene dall’America dove nel tempo il termine ha trovato un’accezione negativa con la deformazione in “nigger”. Paradossalmente la cosa era partita dai “buoni”: i nordisti chiamavano con disprezzo “secesh nigger” i negri che combattevano a fianco dei confederati contro i buoni propositi di Lincoln. Così si è passati a “black” (dalle nostre parti un diffusissimo nome canino), al benettoniano “coloured” e al politicamente corretto “afroamericano”, che però dimentica di riferirsi a gente che è in America da più tempo di gran parte dei bianchi.

Si potrebbe dire che la signora Kyenge è “colorata”, “diversamente pigmentata”, oppure “afroitaliana”, che però la confonderebbe con Violante che è nato in Etiopia o con La Russa, che sembra appena sceso da uno sciabecco saraceno con Khalid Chaouki. Guai a parlare di “abbronzatura”: ne sa qualcosa Berlusconi.

Si deve dire “nera” ma la signora Kyenge non è nera: il nero è una cromia precisa che non le corrisponde sulla tabella colori. Lei è marrone, caffelatte. Si potrebbe rispolverare il termine “moro”, come Otello (ma non Ludovico). Improponibile è il più classico “turco”, “turcho”, per convenienza diplomatica e per una imbarazzante omonimia che ha interessato in passato la stessa poltrona ministeriale e che in questi giorni suonerebbe ancora più impopolare. Non si può neppure fare finta di niente perché a sottolineare la diversità della signora ci hanno pensato proprio i suoi colleghi che nella foto ufficiale di gruppo del nuovo governo l’avevano messa al centro, fra Letta e Napolitano. Non l’hanno sicuramente fatto per una ricerca di finezze cromatiche “alla” Veronese, che infilava negretti nelle sue composizioni. È la loro mascotte, è la loro bandiera: la signora Kyenge sventola. E così si garantiscono l’eroica condizione di non dover mai alzare bandiera bianca.

È un problema che si pongono solo loro, in mala fede e avvolti dalla loro coda di paglia progressista: alla gente normale non importa che la signora sia nera o negra. Al governo ci sono passati rossi, rosa, neri, negri da lampada (Fini), azzurri, gialli, verdi, verdi-verdi, biancofiore, grigi sobri, arancioni e viola: gli italiani ne hanno viste proprio di tutti i colori. Poco importa anche che la signora sia comunista: pure di quelli ne sono passati tanti e lei non può essere peggio degli altri. Importa invece che abbia competenza e finora non ha dato grandi dimostrazioni di capacità, anzi.

Non è un bel segnale per chi doveva rappresentare i “nuovi italiani” più scuri. Non è neanche la prima volta che succede: chi si ricorda le performance dell’onorevole Dacia Valent? O quelle di Cicciolina, pur diversa per qualità estetiche e cromatiche: era bianchissima e il rosso era delle luci.

Il solo vero vantaggio della signora Kyenge è che può dire e fare le peggiori pirlate – come quella delle auto blu contro mano – senza la preoccupazione di arrossire. Per questo Letta avrebbe dovuto fare un governo di soli negri, come gli Harlem Globetrotters. A lui invece la pigmentazione non serve: da vecchio democristiano non conosce la vergogna.



Cécilie Kyenge triste per il Pd che salva Roberto Calderoli 06 febbraio 2015

http://www.liberoquotidiano.it/news/ita ... il-Pd.html

L'ex ministro Cécile Kyenge non si dà pace dopo che la giunta per le immunità al Senato ha deciso che Roberto Calderoli non la ha insultata. "Quando vedo la Kyenge - disse il leghista vicepresidente del Senato - non posso non pensare a un orango". La giunta ha deciso che quella frase rientra nell'insindacabilità parlamentare, Calderoli poteva dirlo e lo hanno confermato con il voto a favore i parlamentari di Lega, naturalmente, Autonomie, Ncd, Forza Italia e addirittura del Pd, proprio il partito dell'ex ministro.. "Quando vedo la Kyenge - disse il leghista vicepresidente del Senato - non posso non pensare a un orango". La giunta ha deciso che quella frase rientra nell'insindacabilità parlamentare, Calderoli poteva dirlo e lo hanno confermato con il voto a favore i parlamentari di Lega, naturalmente, Autonomie, Ncd, Forza Italia e addirittura del Pd, proprio il partito dell'ex ministro.

Dem a corrente alternata - Ed è proprio con i suoi compagni di partito che se la prende la Kyenge in un'intervista su Repubblica: "Se l'abbiano fatto con calcoli elettorali - ha detto - la troverei una cosa ancora più grave". Insomma per l'ex ministro i piddini si può anche scaricare una delle grandi battaglie di civiltà pur di raccimolare qualche voto in più in aula e dire candidamente che pure loro potrebbero pensare a un orango davanti a una foto del primo ministro nero d'Italia.
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