Muri, termini, confini e barricate

Re: Muri, termini, confini e barricate

Messaggioda Berto » ven gen 19, 2018 10:32 am

Alla faccia di Papa Bergoglio e del mainstream che dice "ponti non muri".
https://www.facebook.com/giulio.meotti/ ... 6757612457

Israele ne costruisce uno anche sotto terra al confine con Gaza lungo 60 km. Altri muri o barriere sono stati costruiti ai confini con Egitto, Siria, Libano, Giordania e ovviamente quello che attraversa i Territori e ha fermato i kamikaze. Anche il cielo di Israele è protetto da una "muraglia". Israele dimostra che la democrazia, la societá aperta, la tolleranza, il liberalismo e la vita umana si difendono anche con le barriere. Tengono "di là" chi vuole uccidere e distruggere tutto.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Muri, termini, confini e barricate

Messaggioda Berto » ven mar 30, 2018 9:50 pm

Favorire l'immigrazione clandestina è un crimine universale
viewtopic.php?f=194&t=2754


La legittima difesa non solo è pienamente umana ma è anche pienamente cristiana e rientrante nei diritti e doveri umani universali
viewtopic.php?f=141&t=2540
https://www.facebook.com/alberto.pento/ ... 1356950777
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Re: Muri, termini, confini e barricate

Messaggioda Berto » sab mar 31, 2018 7:12 am

Tentativo di aggressione-invasione dei nazisti maomettani palestinesi a Israele, ma con gli ebrei di Israele non si scherza, essi difendono la loro vita, la loro terra, il loro paese o spazio vitale con le unghie e con i denti, con il cuore e con estrema intelligenza e determinazione: W Israele e W i suoi ebrei.



La nuova “arma” palestinese che può paralizzare Israele
Mar 23, 2018

http://www.occhidellaguerra.it/arma-palestinese-israele

C’è un’arma, in mano ai palestinesi, che spaventa Israele. Secondo Haaretz, “potrebbe riuscire dove bombe suicide, raffiche di missili e sofisticati tunnel di attacco hanno fallito. E sta arrivando a Pasqua, a poco più di una settimana di distanza”.

Di cosa parla l’analisi del quotidiano israeliano è presto detto: la non-violenza. Un sistema di protesta cui né palestinesi né israeliani sono abituati e che potrebbe creare problemi non di poco conto nella strategia di Tel Aviv. I palestinesi, infatti, sembra stiano pianificando marce pacifiche verso i territori israeliani, sit-in e veglie per le prossime settimane, probabilmente dopo la Pasqua ebraica. Il tutto per attrarre l’attenzione del mondo sulla risoluzione 194 dell’Onu, quella che chiede il ritorno dei profughi palestinesi.

Stando alle ultime indiscrezioni, l’idea è che si formino cortei assolutamente pacifici. Nessun’arma, nessuna pietra lanciata contro le forze di sicurezza israeliane, nessuna provocazione da parte palestinese. Ma questo, paradossalmente, per Israele si può trasformare in una minaccia. E a spiegarlo è stato l’ex capo dello Shin Bet ed ex ministro della Sicurezza interna, Avi Dichter. “Questa non è una guerra militare, piuttosto è una guerra di massa, diversa nei suoi elementi essenziali”. Se il venerdì pomeriggio o alla fine delle preghiere del venerdì a partecipare a queste manifestazioni ci saranno migliaia o decine di migliaia di persone, “questo è un problema per cui le Idf dovranno prepararsi in modo del tutto diverso”.

La questione non è secondaria nell’ottica della sicurezza israeliana. La polizia e i soldati israeliani sono addestrati per confrontarsi in situazioni quasi sempre violente. In un modo o nell’altro, le proteste palestinesi sono sempre finite in scontri e la polizia così come i militari di Israele hanno sempre usato metodi violenti per confrontarsi con questo tipo di situazioni.

E proprio perché abituati al confronto con questo tipo di eventi, le forze israeliane hanno sempre sviluppato tecnologie e tattiche estremamente moderne ed efficaci. Ma per neutralizzare attacchi o episodi violenti, non per contenere una marcia pacifica o un fiume di gente che cerca di invadere pacificamente il confine. Di fronte a questa tattica, Israele si torva quasi del tutto impreparato. E sono in molti, nei vertici militari ma anche tra i soldati, a sperare nella violenza. Non per sadismo, ma semplicemente perché sanno come relazionarsi.

Al problema della pubblica sicurezza, c’è anche un problema politico e di immagine. Come giustificare davanti al mondo le violenze contro dei civili che occupano pacificamente un’area per pregare? Il tema preoccupa soprattutto gli strateghi del governo, che da tempo hanno deciso di attuare una politica che sia in grado di legittimare di fronte all’opinione pubblica e alla comunità internazionale, le sue azioni.

Chiaramente, tutto questo avrà senso se non ci saranno agenti provocatori. Ammesso che queste manifestazioni di massa vengano realizzate, è evidente che il rischio che qualcuno crei il caos è altissimo. Potrebbero essere agenti provocatori israeliani, ma potrebbero essere tranquillamente anche dei palestinesi. Del resto, le divisioni interne al fronte palestinese sono evidenti e molto radicate. Gruppi terroristici continuano a vivere nelle frange più radicali del movimento per la Palestina e sono in molti a remare contro una soluzione pacifica con Israele o contro il governo di Ramallah, ma anche contro la stessa Hamas.

In definitiva, la situazione è tutt’altro che semplice. Le incognite sono moltissime, ma quello che interessa, in questo caso, è che Israele sembri veramente preoccupato dal non saper relazionarsi con la non-violenza. Un problema che sembra paradossale, ma che in realtà è basilare per comprendere cosa possa accadere di fronte a una scelta così radicale dei palestinesi. Se questa decisione palestinese sia poi effettivamente realizzata, questo ovviamente è tutto da dimostrare.



Alberto Pento
Basta che lo facciano anche gli ebrei d'Israele, protetti dall'esercito a decine di migliaia, invadino pacificamente Gaza e la Cisgiordania.



Gruppi di palestinesi di Gaza hanno iniziato ieri a piantare tende in varie località, ad alcune centinaia di metri dalla recinzione di confine con Israele, in vista dell’avvio della protesta di sei settimane denominata “la grande marcia del ritorno”, organizzata e sostenuta da Hamas.

https://www.facebook.com/noicheamiamois ... 7239281332

Mentre la campagna viene presentata al mondo come un’impresa pacifica – ha scritto ieri su Twitter il Ministero degli esteri israeliano – non vi è alcun dubbio che questa nuova manovra di Hamas ha lo scopo di innescare scontri con Israele. Di conseguenza, Israele si trova alla vigilia della Pasqua ebraica a prepararsi per una serie di scenari, compreso quello di un deliberato assalto, anche violento, ai suoi confini. Israele spera e punta a evitare ogni violenza, ma prenderà tutte le misure necessarie per prevenire qualsiasi violazione della sua sovranità o qualsiasi minaccia ai suoi cittadini. Israele, ovviamente, ha il pieno diritto di difendere i propri confini, di proteggere i suoi cittadini e di impedire infiltrazioni illegali nel suo territorio sovrano. La responsabilità di eventuali scontri che potrebbero insorgere ricadrà solo Hamas e sulle altre organizzazioni palestinesi che hanno messo in piedi tutta questa campagna”, conclude il Ministero.I palestinesi tentando di presentare l’iniziativa come una protesta pacifica, ma Hamas ha investito circa 10 milioni di dollari in questa campagna che mira allo scontro, e pagherà gli abitanti di Gaza perché vi prendano parte. Eccovi un altro esempio della contraddizione tra le dichiarazioni pubbliche del movimento terrorista Hamas e la sua azione!
Se Hamas organizza manifestazioni pacifiche non violente come è stato annunciato, allora perché questa enorme quantità di ambulanze e perché è stato creato un ospedale da campo?
È abbastanza chiaro che Hamas cerca lo scontro e fomenta la sua popolazione
L'esercito israeliano è completamente pronto e risponderà con fermezza e risolutezza a chiunque osi avvicinarsi alla barriera di sicurezza.



Hamas tenta di forzare le frontiere, Israele schiera 100 cecchini. Scontri al confine
davide lerner
2018/03/29
http://www.lastampa.it/2018/03/29/ester ... agina.html

È di tre morti e numerosi feriti il bilancio degli scontri fra palestinesi al confine fra Israele e la Striscia di Gaza. Un palestinese è stato ucciso dal fuoco di un tank israeliano questa mattina mentre altri due sono rimasti uccisi durante le manifestazioni. L’esercito israeliano ha confermato che gruppi di attivisti sono impegnati in una «sommossa in sei luoghi lungo la Striscia di Gaza, bruciando gomme, lanciando sassi alla barriera di sicurezza e verso le truppe israeliane che rispondono con mezzi di dispersione e sparando verso i principali istigatori».

La Giornata della Terra segna l’inizio di un mese e mezzo di proteste. Questa mattina un colpo di cannone ha ucciso Ahmed Wahid Samour (27 anni), agricoltore, colpito dalle “schegge di un proiettile” vicino a Khan Younis. Poi Hamas ha dato il via alle proteste in cui sono morti sono un 38enne di nome Amin Muamar, proveniente da Rafah, e Muhammed Najar, caduto a est della città di Jabalia. Migliaia di persone, moltissime donne e bambini, sono stati affluire nei giorni scorso a ridosso delle frontiera fra la Striscia Gaza e Israele. L’intento è di sfondare la recinzione e occupare simbolicamente un pezzetto del territorio israeliano. Israele ha risposto con un imponente cordone di sicurezza e ha schierato anche 100 cecchini al confine.

Il 30 marzo per i palestinesi è la Giornata della Terra, anniversario dell’espropriazione da parte del governo israeliano di terreni di proprietà araba in Cisgiordania, nel 1976. Hamas ha allestito otto tendopoli di civili che marceranno lungo la frontiera e cercheranno di forzare la recinzione per mettere in difficoltà l’esercito. Le proteste dureranno da domani, Giornata della Terra, al 15 maggio, Giorno della Nakba, la data dell’indipendenza di Israele e dell’inizio della guerra 1948-1949 conclusa con la sconfitta degli eserciti arabi e palestinesi. Quest’anno il 15 maggio segnerà anche il trasferimento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme.

Linea rossa

È stato il capo di Stato maggiore dell’esercito israeliano, Gadi Eizenkot, ad annunciare il dispiegamento di “oltre 100 cecchini” e che non sarà permessa alcuna violazione della frontiera. Israele si oppone a qualsiasi ritorno di rifugiati su larga scala, perché “distruggerebbe il carattere ebraico” del Paese. “Cercheremo di usare la forza minima necessaria per evitare feriti e vittime palestinesi, ma la linea rossa è molto chiara: restino dalla parte di Gaza e restiamo in Israele”, ha dichiarato Yoav Galant, del gabinetto di sicurezza del premier Benjamin Netanyahu.

Arabi in crescita

Il braccio di ferro con Hamas arriva dopo che il Cogat, Coordination of Government Activities in the Territories, ha lanciato l’allarme sulla crescita della popolazione araba in Israele, Gaza e Cisgiordania. Nel complesso ha quasi raggiunto quella ebraica. In Cisgiordania ci sono 2,7 milioni di arabi, 2 milioni a Gaza, 1,8 milioni in Israele. In totale fanno 6,5 milioni, mentre gli ebrei che vivono in Israele sono 6,7. Ciò significa, ha notato il colonnello Uri Mendes, che per la prima volta dal 1967 gli arabi hanno quasi raggiunto la parità con gli ebrei nel complesso dei Territori sotto controllo totale o parziale di Israele.

Il rapporto punta a sottolineare i rischi di una annessione dei Territori, ormai proposta sempre più apertamente da partiti religiosi e ampi settori del Likud. Uno Stato unico significherebbe che gli ebrei si ritroverebbero nel giro di qualche anno in minoranza. I dati però sono contestati dalle associazioni degli insediamenti: l’Autorità palestinese tende a gonfiare il numero di abitanti in Cisgiordania, che sarebbero in realtà “meno di due milioni”.



Gaza, guerriglia al confine. L'esercito israeliano spara: morti 15 palestinesi, 1400 feriti. Abu Mazen: "Lutto per i martiri"
30 marzo 2018

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/0 ... ti/4262126

Lanci di pietre e molotov a cui i militari rispondono con gli spari dei cecchini: da manifestazione si è trasformata in guerriglia la “Marcia per il Ritorno” voluta da Hamas in occasione del Land Day. Il numero dei morti e dei feriti è aumentato di ora in ora. Secondo le ultime notizie, riferite questa volta direttamente dal ministero della Sanità di Gaza, sono 15 i manifestanti palestinesi uccisi negli scontri con l’esercito israeliano al confine, tra cui anche un 16enne. La stessa fonte, confermando quanto riportato da più media locali, parla anche di “oltre 1400 feriti“, secondo gli ultimi aggiornamenti. Il Land Day – che coincide con l’avvio della Pasqua ebraica – celebra ogni anno lo sciopero generale e le marce organizzate il 30 marzo del 1976 in protesta per l’esproprio di terre per motivi di sicurezza da parte di Israele. Il presidente palestinese Abu Mazen ha deciso per domani un “giorno di lutto nazionale” per i morti di oggi. “Martiri“, li definisce, “in difesa dei loro legittimi diritti nella creazione di uno stato palestinese indipendente con capitale Gerusalemme Est, in difesa dei luoghi sacri islamici e cristiani – ha detto citato dalla Wafa – e del loro diritto di tornare alle loro case e alla loro terra dalla quale sono stati espulsi“.

L’esercito israeliano ha stimato che “circa 20mila palestinesi” stanno manifestando “in cinque luoghi lungo la barriera” di separazione della Striscia di Gaza con Israele, “bruciando pneumatici, lanciando bombe molotov e pietre contro la barriera”. Le forze armate israeliane hanno risposto “con misure di dispersione dei disordini e sparando verso i principali istigatori”. Secondo i media, l’esercito ha schierato fra le sue forze oltre cento cecchini. Il gruppo arabo-israeliano per i diritti umani Adalah ha affermato che “sparare contro i manifestanti di Gaza è illegale” e viola le norme internazionali. I militari hanno fatto sapere di aver fermato un attacco a colpi di arma da fuoco. Una situazione che preoccupa le Nazioni Unite: il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha organizzato un incontro a porte chiuse per discutere la situazione.

Gaza, scontri al confine con Israele alla Marcia Ritorno

Le vittime – Ronen Manelis, portavoce dell’esercito, ha ammesso a The Jerusalem Post che “in ogni luogo in cui ci sono stati casi di palestinesi che tentavano di attraversare o danneggiare la barriera, le truppe hanno risposto aprendo il fuoco“.”Le munizioni vere sono state usate solo contro coloro che tentavano di danneggiare la recinzione”, ha spiegato. Un palestinese è stato ucciso questa mattina da “colpi di artiglieria israeliani” vicino Khan Yunis nella parte meridionale di Gaza. Lo dicono fonti mediche locali, citate dall’agenzia palestinese Wafa, secondo cui Ahmed Wahid Samour, 27enne agricoltore, è morto dopo essere stato colpito da “schegge di un proiettile di artiglieria sparato da carri armati israeliani”.

Un secondo manifestante è rimasto ucciso invece, secondo quanto riferiscono i media di Gaza, negli scontri con le forze israeliane. Secondo il Palestinian Information Center si tratta del 25enne Muhammed Najar, che stava manifestando nella zona di Jabaliya, nel nord della Striscia, dove a Beit Hanun i colpi di artiglieria hanno ucciso altre due persone. Amin Mahmoud Muammar, 35 anni, è morto invece negli scontri a Rafah. Una tra le ultime vittime era stata invece ferita questa mattina nei primi scontri ed è deceduta in ospedale. Tra i morti c’è anche un 16enne, Ahmad Ibrahim Odeh.

La manifestazione – Il ministero della sanità di Gaza, citato dall’agenzia palestinese Maan, parla di almeno mille persone ferite, alcune colpite da proiettili e la maggior parte per effetto dell’inalazione dei gas lacrimogeni. Gli scontri sono cominciati dopo che giovedì i palestinesi hanno cominciato ad erigere le prime tende lungo il confine con Israele in vista della “Marcia per il ritorno” cominciata oggi nell’ambito della protesta, di sei settimane, per il Land day. Lo riferiscono media locali, secondo cui il grosso dei manifestanti si è aggiunto alla protesta dopo la fine delle preghiere del venerdì nelle Moschee.

“Quarantadue anni dopo – aveva detto Hanan Ashrawi dell’Olp dopo aver rivendicato il valore dell’iniziativa – i palestinesi in tutta la Palestina storica continuano a sopportare distruzione, spostamenti e disumanizzazione per mano di un governo di estrema destra ed estremista israeliano. Restiamo impegnati in un attivismo popolare, non violento e politico, in sforzi legali e diplomatici e continueremo la lotta per la nostra libertà, diritti e dignità”.

I tiratori scelti – Secondo l’esercito, migliaia di palestinesi sono in “sommossa in più luoghi lungo la Striscia di Gaza”. Hamas “mette in pericolo le vite dei civili e le usa a fini terroristici, è responsabile dei disordini violenti e di tutto quello che avviene sotto i suoi auspici”, dichiarano i militari israeliani. Nel pomeriggio hanno dichiarato di aver sventato “un tentativo di attacco a colpi di arma da fuoco da una parte di una cellula del terrore” nel nord della Striscia. Dopo aver risposto all’azione dei due, artiglieria e aviazione israeliana “ne hanno colpiti altri tre nei pressi di siti del terrore di Hamas”. “Il serio attacco – ha proseguito l’esercito – è una ulteriore prova che le organizzazioni terroristiche nella Striscia usano i violenti incidenti in modo da camuffare il terrorismo”.

L’esercito israeliano ha fatto sapere che “due dei palestinesi uccisi erano membri dell’unità d’elite di Hamas, Nukhba“. “Tutti i morti erano attivisti del terrore tra i 18 e i 30 anni di età“, secondo i militari”. “Siamo pronti ad ogni scenario” ha commentato un ufficiale, secondo cui la protesta lungo il confine non è destinata a esaurirsi in breve. Il ministro della difesa Avigdor Lieberman ha avvisato in arabo, sul suo profilo Twitter, che “ogni palestinese che da Gaza si avvicina alla barriera di sicurezza con Israele metterà la propria vita a rischio“.

Le accuse – Le forze armate israeliane hanno riferito che “una bambina palestinese di 7 anni è stata mandata da Hamas alla barriera, di fronte ai soldati dell’esercito di Israele”. I militari al confine hanno raccontato di “avere immediatamente capito che si trattava di una bambina e garantito che tornasse sana e salva dai genitori”. L’esercito ha poi accusato, sul suo account Twitter, “l’organizzazione terroristica Hamas di usare donne e bambini in modo cinico, mandandoli alla barriera e mettendo a rischio le loro vite”. Saeb Erekat, capo negoziatore dell’Autorità nazionale palestinese e segretario generale dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), chiede invece alla comunità internazionale di “assumersi le sue responsabilità e ritenere Israele responsabile per la violazione dei diritti umani dei palestinesi”. “Il governo israeliano prepara il terreno per attacchi contro i civili palestinesi disarmati“, afferma Erekat in una nota.

Cisgiordania – Scontri anche in diverse zone della Cisgiordania, dove altri manifestanti palestinesi sono rimasti feriti in scontri con le forze di sicurezza israeliane. “Fuori dall’insediamento di Beit El vicino alla città di Ramallah, due palestinesi sono stati feriti da proiettili di gomma mentre altri sette hanno avuto difficoltà respiratorie per un uso eccessivo di gas lacrimogeni”, si legge in un comunicato della Mezzaluna Rossa palestinese. “Inoltre nella città vecchia di Hebron sono esplosi violenti scontri tra i giovani palestinesi e le truppe israeliane nei quali almeno due manifestanti sono rimasti feriti da proiettili di gomma”, riporta la nota.


LA REALTÀ CHE INCALZA E LE MENZOGNE DELLA PROPAGANDA
Niram Ferretti
30/03/2018

https://www.facebook.com/permalink.php? ... 4575318063

La cosiddetta marcia pacifica organizzata a Gaza in nome del diritto al ritorno dei palestinesi, in parole povere tutti i discendenti dei palestinesi che lasciarono la Palestina come conseguenza della Guerra del 1948, circa cinque milioni, il che significherebbe, ovviamente, la fine dello Stato ebraico, non è altro che una prova generale. La prova generale per il Nakba Day, ovvero il giorno della "catastrofe" per la nascita di Israele. Quel giorno sarà il 15 di maggio, quando, secondo il calendario, l’Amministrazione Trump forse nella persona stessa del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, inaugurerà l’apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme.

In merito ai rifugiati, al diritto del ritorno e alla nakba, occorre dire alcune cose.

“La degiudaizzazione della nazione israeliana attraverso il ritorno in massa dei rifugiati è ancora oggi all’ordine del giorno, ha scritto Pierre André Taguieff. Questa e non altra, infatti, è la ragione principale per la quale dal 1948 in poi i rifugiati arabi-palestinesi sono stati mantenuti tali in campi profughi dagli stati arabi limitrofi mentre nessuno dei profughi ebrei (820,00 circa) espulsi dagli arabi dall’Egitto, dall’Iraq, dalla Libia, dalla Siria, dallo Yemen, dall’Algeria, tra il 1948 e il 1972 si è trovato in una situazione analoga essendo stati tutti assimilati dall’Europa, dagli Stati Uniti e da Israele, che da solo ne ha assorbiti ben 586,000.

Nel novembre del 1975, l’ONU istituì il Committe for the Exercise of the Inalienable Rights of the Palestinian People, (CEIRPP) il quale ha avuto nel corso degli anni come suo scopo principale quello di promuovere il rimpiazzo di Israele con uno stato palestinese. Il Comitato, tra le altre iniziative, avrebbe provveduto a perorare uno dei cavalli di battaglia (e vero e proprio cavallo di Troia) dell’offensiva araba contro Israele, il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi della guerra del 1948, diritto esteso non solo ai sopravvissuti della guerra ancora in vita all’epoca, ma anche a tutti i loro discendenti. Uno caso al mondo, quello dei rifugiati arabi palestinesi, in cui lo statuto di rifugiato si eredita per discendenza.

La vittimologia palestinese, categoria fondamentale all’interno del conflitto arabo-israeliano è uno strumento decisivo della propaganda antisionista. Si parte, naturalmente dalla Guerra di Indipendenza del 48-49 e dal numero di palestinesi, tra 600,000 e 700,000 che lasciarono la Palestina come conseguenza del conflitto. L’esodo sarà trasformato post factum dalla narrativa palestinese nella Nakba, e attribuito indiscriminatamente alla “pulizia etnica” da parte dell’esercito israeliano. Questa narrativa martirologica è consustanziale a quella del sionismo come impresa colonialista tesa a dispossessare un popolo autoctono dalla sua terra originaria. La realtà è ben altra rispetto alla mitologia fondata dalla propaganda.

Non ci fu nessuna pulizia etnica, a meno che non si intenda qualcosa di diverso da ciò che la definizione significa, la sistematica evacuazione o eliminazione di una popolazione dal territorio nel quale risiedeva da parte di un altro popolo o etnia. Curioso caso quello di un paese appena nato il cui esercito provvede a "pulirlo etnicamente" da coloro i quali diventeranno poi un quinto dell’attuale popolazione risiedente. Quello che accadde fu in realtà un combinato di vari fattori, intimazione da parte degli stati arabi rivolti alla popolazione palestinese di lasciare le proprie abitazioni in attesa di un prossimo ritorno dopo che Israele fosse stato sconfitto, abbandono volontario e anche, necessariamente, evacuazione forzata da parte dell’esercito israeliano. Nonostante ciò la Nakba è stata istituzionalizzata e presentata come un esempio oggettivo della violenza ebraica. Naturalmente, se il nascente stato ebraico fosse stato distrutto dagli eserciti arabi e tutti gli ebrei sterminati, come era dichiarato intento dei comandi militari arabi dell’epoca, non ci sarebbe alcuna Nakba da celebrare e lo sterminio degli ebrei in Medioriente si sarebbe trasformato, come era già nelle intenzioni di Amin al Husseini, in una appendice della Shoah da commemorare qui in Occidente a occhi lucidi.

Veniamo ai nostri giorni. Ci sono già sette vittime palestinesi, uomini che si sono avvicinati troppo alla barriera di confine tra l’enclave costiera di Gaza e il territorio israeliano. Lo hanno fatto consapevolmente e a loro rischio e pericolo. Israele aveva preventivamente avvisato di non oltrepassare il perimetro consentito, 700 metri dal confine. Naturalmente sono già partiti i titoli criminalizzanti dei soliti giornali di area progressista. L’Huffington Post titola, ISRAELE SPARA SULLA MARCIA PALESTINESE, e Repubblica, che non si fa mai mancare nulla, titola SALE LA TENSIONE A GAZA. CINQUE PALESTINESI UCCISI DALL’ESERCITO ISRAELIANO. CENTINAIA DI FERITI.

Altri titoli verranno. Non abbiamo da stupirci. La demonizzazione non perde colpi. Nemmeno uno. Non può. Ma intanto la storia si muove. Verso altri lidi. La causa palestinese è un cadavere ambulante mantenuto in vita in Medioriente solo dall’Iran e, ovviamente, in Occidente dall’Europa.

L’amministrazione Trump ha fatto saltare i vecchi parametri americani di oggettivo appoggio all’Autorità Palestinese. Sono stati tagliati i fondi all’UNRWA e sospesi quelli all’Autorità Palestinese fintato che cesserà di pagare, con i soldi dei contribuenti americani, i terroristi. Gerusalemme è stata dichiarata capitale di Israele con il consenso degli stati arabi, Arabia Saudita in testa, i quali si sono limitati a protestate solo ritualmente. Ma la demonizzazione persiste. E’ normale. Cinquanta anni indefessi di propaganda contro Israele non cessano da un momento all’altro. Cesseranno solo quando la realtà obbligherà gli arabi-palestinesi a riconoscere che hanno perso, che Israele non si autodissolverà e che dovranno accettare le condizioni poste agli sconfitti, come è sempre stato per chi perde una guerra da parte della potenza vincitrice.

Spetterà a Israele assumere con determinazione questo ruolo.


Dragor Alphandar
I palestinesi non esistono, sono arabi e basta. E dovrebbero smettere di trasmettersi il titolo di rifugiato da una generazione all'altra. Hanno un solo diritto: andare in Giordania, grande 5 volte Israele, il territorio che è stato assegnato agli arabi alla spartizione della Paestina. E il dovere di lasciare in pace gli israeliani.

Francesco Birardi
E andrebbero anche convinti ad andarci, in Giordania.... con le buone (soldi) o con le cattive (calci nel culetto). Giudea e Samaria SONO Israele!!!

Lucas Palomo
Già peccato che la Giordania ne sterminò alvune migliaia e ne cacciò una buona parte nel famoso Settembre Nero. Sembra che nessuno li sopporti.


Morti e feriti palestinesi al confine di Gaza.
Giulio Meotti
30/03/2018

https://www.facebook.com/giulio.meotti/ ... 9542181682

Hamas ha incitato 20mila persone a entrare in Israele ed è la sola responsabile di queste vittime. Lo chiamano "diritto di ritorno". È soltanto Jihad e terrorismo. E Israele difende i suoi confini, a differenza dei paesi occidentali. Cosa farebbero questi ultimi se l'Isis avesse organizzato una simile manifestazione a Calais, a Mentone, sul Brennero, a Melilla? Cosa chiedono i benpensanti a Israele, di far entrare migliaia di palestinesi di Gaza per una merenda nei kubbutz ebraici al confine? Hamas e l'Isis sono figli della stessa serpe malata. Entrambi usano i civili come scudi umani e legna da ardere in olocausto. Anzichè l'istruzione, hanno le marce ai confini. Anzichè le infrastrutture, hanno i tunnel e i missili. Non c'è alcuna occupazione a Gaza dal 2005. Ma Hamas vuole tutto, Ashkelon, Giaffa, Gerusalemme. Per questo vogliono sfondare i confini israeliani. In tutto il mondo si manifesta con cartelli e slogan. A Gaza con molotov e fucili. E portano pure i bambini a queste manifestazioni violente. Ma non ci riusciranno. La capacità di Israele di "tenere" è unica al mondo. Quale altro stato democratico e occidentale resisterebbe al suo posto? No al terrorismo.


LE TECNICHE BEN NOTE
30/03/2018
Niram Ferretti

https://www.facebook.com/permalink.php? ... 4575318063

Il solito tentativo da parte di Hamas di usare i civili come carne da cannone nella speranza di lucrare sulle vittime.

Sembra che attualmente i morti palestinesi siano sette ma l'IDF non conferma la cifra. Secondo l'esercito gli organizzatori della protesta hanno cercato deliberatamente di posizionare i civili in modo da pregiudicare la loro incolumità. Una bambina di sette anni è stata spedita verso la barriera di sicurezza in modo che potesse essere colpita dall'esercito israeliano. La bambina morta sarebbe stato poi il trofeo da esibire come prova della "bestialità" israeliana. Fortunatamente le truppe impiegate hanno avuto sentore di quanto stava accadendo e hanno fatto in modo che la bambina non venisse colpita.

Il cinismo di Hamas, un gruppo di criminali, per cui la morte è da preferire alla vita, non conosce limiti. In Europa gli antisionisti e i propalestinesi accaniti non vedono l'ora di potere contare le vittime palestinesi in modo da potere esercitarsi nel loro sport preferito, la criminalizzazione di Israele.



Gaza, scontri al confine: uccisi 13 palestinesi
davide lerner
2018/03/29

http://www.lastampa.it/2018/03/29/ester ... agina.html


È di tredici morti e almeno 1100 feriti il bilancio degli scontri fra palestinesi al confine fra Israele e la Striscia di Gaza. Un palestinese è stato ucciso dal fuoco di un tank israeliano questa mattina mentre altri dodici sono rimasti uccisi durante le manifestazioni. L’esercito israeliano ha confermato che gruppi di attivisti sono impegnati in una «sommossa in sei luoghi lungo la Striscia di Gaza, bruciando gomme, lanciando sassi alla barriera di sicurezza e verso le truppe israeliane che rispondono con mezzi di dispersione e sparando verso i principali istigatori».

La Giornata della Terra segna l’inizio di un mese e mezzo di proteste. Questa mattina un colpo di cannone ha ucciso Ahmed Wahid Samour (27 anni), agricoltore, colpito dalle “schegge di un proiettile” vicino a Khan Younis. Poi Hamas ha dato il via alle proteste in cui sono morti sono un 38enne di nome Amin Muamar, proveniente da Rafah, e Muhammed Najar, caduto a est della città di Jabalia. Più tardi le altre dieci vittime. Migliaia di persone, moltissime donne e bambini, sono stati fatti affluire nei giorni scorsi a ridosso delle frontiera fra la Striscia Gaza e Israele. L’intento è di sfondare la recinzione e occupare simbolicamente un pezzetto del territorio israeliano. Israele ha risposto con un imponente cordone di sicurezza e ha schierato anche 100 cecchini al confine.

Il 30 marzo per i palestinesi è la Giornata della Terra, anniversario dell’espropriazione da parte del governo israeliano di terreni di proprietà araba in Cisgiordania, nel 1976. Hamas ha allestito otto tendopoli di civili che marceranno lungo la frontiera e cercheranno di forzare la recinzione per mettere in difficoltà l’esercito. Le proteste dureranno da domani, Giornata della Terra, al 15 maggio, Giorno della Nakba, la data dell’indipendenza di Israele e dell’inizio della guerra 1948-1949 conclusa con la sconfitta degli eserciti arabi e palestinesi. Quest’anno il 15 maggio segnerà anche il trasferimento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme.

Linea rossa

È stato il capo di Stato maggiore dell’esercito israeliano, Gadi Eizenkot, ad annunciare il dispiegamento di “oltre 100 cecchini” e che non sarà permessa alcuna violazione della frontiera. Israele si oppone a qualsiasi ritorno di rifugiati su larga scala, perché “distruggerebbe il carattere ebraico” del Paese. “Cercheremo di usare la forza minima necessaria per evitare feriti e vittime palestinesi, ma la linea rossa è molto chiara: restino dalla parte di Gaza e restiamo in Israele”, ha dichiarato Yoav Galant, del gabinetto di sicurezza del premier Benjamin Netanyahu.

Arabi in crescita

Il braccio di ferro con Hamas arriva dopo che il Cogat, Coordination of Government Activities in the Territories, ha lanciato l’allarme sulla crescita della popolazione araba in Israele, Gaza e Cisgiordania. Nel complesso ha quasi raggiunto quella ebraica. In Cisgiordania ci sono 2,7 milioni di arabi, 2 milioni a Gaza, 1,8 milioni in Israele. In totale fanno 6,5 milioni, mentre gli ebrei che vivono in Israele sono 6,7. Ciò significa, ha notato il colonnello Uri Mendes, che per la prima volta dal 1967 gli arabi hanno quasi raggiunto la parità con gli ebrei nel complesso dei Territori sotto controllo totale o parziale di Israele.

Il rapporto punta a sottolineare i rischi di una annessione dei Territori, ormai proposta sempre più apertamente da partiti religiosi e ampi settori del Likud. Uno Stato unico significherebbe che gli ebrei si ritroverebbero nel giro di qualche anno in minoranza. I dati però sono contestati dalle associazioni degli insediamenti: l’Autorità palestinese tende a gonfiare il numero di abitanti in Cisgiordania, che sarebbero in realtà “meno di due milioni”.



LIVE dal confine con Gaza.
https://www.facebook.com/wallanews/vide ... 7866019737

https://www.facebook.com/YUSUFATAR2012/ ... 8002254781

Hamas nei giorni precedenti ha promosso "Great March of Return to Palestine"

La campagna organizzata dai leaders Palestinesi è una provocazione premeditata con lo scopo di infiammare il confronto con Israele ed incrementare la tensione

Come si vede dal video (e da alcune immagini che posteremo) sono a migliaia i palestinesi che stanno facendo pressioni al confine minacciando un'invasiano tutt'altro che pacifica sul suolo israeliano. Negli anni precedenti sono stati infatti centinaia i tentativi di infiltrazione da parte di palestinesi con l'obiettivo di rapire e uccidere civili israeliani.

Cosi com'è per tutti i paesi del mondo, Israele ha il sacrosanto diritto di difendere i propri confini e di prevenire delle “eventuali” infiltrazioni nel proprio territorio.

Nelle ultime 2 settimane, c’è stato un aumento importante di attentati terroristici, supportati ed incoraggiati dai leaders Palestinesi. Questi sono stati pesantemente sottovalutati dai media internazionali, perchè ormai considerati di piccola entità. Ma se In Italia accoltellassero ogni due giorni un cittadino, sarebbe normale?

https://www.facebook.com/GNNA.NOW/video ... 0968002731
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Re: Muri, termini, confini e barricate

Messaggioda Berto » mer apr 04, 2018 10:54 am

Interviste di Giulio Meotti sul foglio di oggi che si concludono con queste parole sulle quali tutti devono meditare bene:
Chi vuole fare la pelle a Israele non sta assiepato soltanto a Gaza, ma anche nei palazzi del potere e nelle desk room.
“Il dilemma di Israele è difendersi senza perdere l’occidente”.
Interviste con Halevi e Yemini
Gli utili idioti di Hamas.


https://www.facebook.com/emanuel.segrea ... 5645145532

Roma. “Il vittimismo come visione della storia stabilisce automaticamente la giustizia dalla parte dei perdenti anche se questi sono gli aggressori e hanno un piano per distruggere coloro che, a oggi, appaiono come i più forti”.
Così Yossi Klein Halevi, senior fellow allo Shalem Center di Gerusalemme e commentatore ospitato sui principali media internazionali, come Wall Street Journal e New York Times, commenta i tragici fatti di Gaza di venerdì scorso, quando sedici palestinesi (di cui almeno dieci terroristi di Hamas e del Jihad islamico) sono rimasti uccisi negli scontri con l’esercito israeliano. “
Il politicamente corretto ha preso il posto del pensiero critico” continua Halevi al Foglio.
“E Israele, circondato da terroristi che vogliono annichilirlo e che ha di fronte la prospettiva di un assalto di massa, è ritratto dai media come l’aggressore”. È il dilemma di Gerusalemme: “Come restare forte in medio oriente e indebolirsi in occidente”.
Il giorno dopo Gaza, i giornali di tutto il mondo hanno capovolto quei fatti. “Gli scontri di Gaza non sono sui ‘due stati e due popoli’, ma sulla sostituzione di Israele con uno stato palestinese dal Giordano al Mediterraneo” dice Halevi. “Io rispetto i palestinesi e ascolto i loro leader quando dicono di volermi distruggere, anche se non hanno quel potere oggi. E Israele deve fare di tutto per impedire che lo ottengano. Perché l’occidente non lo comprende?
Spero che il giudizio europeo su Israele ogni volta che si difende provenga da una sorta di stupidità e non da qualcosa di peggio, qualcosa che viene dal cuore oscuro del XX secolo”. L’opposizione occidentale a Israele nasce da un modello antitetico? “C’è una differenza essenziale fra Israele e i paesi occidentali: noi viviamo in una regione dove i confini difendibili sono un imperativo politico e morale”, conclude Halevi. “Gli israeliani non chiederanno scusa per difendersi. Preferisco stare al sicuro che avere la simpatia europea”.

Sabato, sul maggiore quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, Ben-Dror Yemini ha scritto una lettera aperta ai vicini palestinesi.
“Non sono sorpreso da questi media occidentali, dai Corbyn, dai Sanders e dalla Ue, che simpatizzano con Hamas e li considerano ‘pacifici dimostranti’, mentre a Gaza gridavano ‘Khaybar Khaybar ya Yahud’, uccidi gli ebrei” dice al Foglio Yemini.
“Agli utili idioti di Hamas dico: condannateli, ordinate loro di disarmare e abbandonare l’odio. Sono queste élite progressiste che controllano i media a rendermi furioso, quelli che cantavano ‘pace e umanità’ e stavano con Stalin, che come Foucault adorarono Khomeini, che come Chomsky elogiavano i Khmer rossi e ora hanno Hamas”.
Il dilemma di Israele per Yemini è una condanna, quasi: “Israele sta vincendo la battaglia ma sta perdendo la guerra dell’opinione pubblica. I leader palestinesi non parlano di pace, ma di distruzione. È il jihad che, dalla Somalia a Gaza, dalla Nigeria al Pakistan, porta ovunque sia distruzione e guadagna adepti in occidente. È questo che dirò la prossima settimana parlando al Parlamento europeo”.
Perché chi vuole fare la pelle a Israele non sta assiepato soltanto a Gaza, ma anche nei palazzi del potere e nelle desk room.


Gino Quarelo
La difesa del territorio del proprio paese (città, nazione, stato) e dei suoi confini, coincide con la difesa del proprio domicilio, della propria casa, della proprietà privata e tutto ciò corrisponde alla difesa dello spazio vitale nelle sue varie estensioni, a tutela e a difesa della propria persona, del proprio corpo e della propria vita.
La difesa dei propri confini è un'estensione naturale, sociale e politica della legittima difesa personale.





La Corte Suprema israeliana si sposta a destra
giovedì 23 febbraio 2017

https://www.ilpost.it/2017/02/23/corte- ... ana-destra

Il più alto tribunale israeliano – e principale contrappeso dei governi – ha quattro nuovi giudici, di cui tre conservatori

Mercoledì 22 febbraio quattro nuovi giudici sono stati aggiunti alla Corte Suprema israeliana: sostituiranno altrettanti membri della Corte che andranno in pensione a settembre. La Corte Suprema, che è formata da 15 giudici, è storicamente considerata il principale contrappeso delle politiche israeliane più controverse, come l’occupazione di territori palestinesi o le discriminazioni contro i palestinesi o gli arabi-israeliani. In futuro però il suo ruolo potrebbe cambiare: molti fanno notare che tre dei quattro nuovi giudici sono conservatori e che di conseguenza potrebbero essere meglio disposti con le politiche nazionaliste dell’attuale governo di destra, che è in carica da otto anni. Commentando la notizia in un editoriale in prima pagina, il direttore di Haaretz – il principale quotidiano progressista del paese – ha scritto che le nuove nomine sono «la più importante conquista della rivoluzione politica e sociale portata avanti dal governo del primo ministro Benjamin Netanyahu».

La Corte Suprema israeliana è uno degli organi più importanti dello Stato israeliano: è infatti la corte più alta per tutti i tribunali del paese – sia quelli civili che quelli militari, cioè quelli che presiedono i casi che hanno a che fare con l’occupazione militare della Cisgiordania – e le sue decisioni danno spesso un indirizzo preciso alla legislazione israeliana, che non ha una Costituzione. Soprattutto dagli anni Settanta in poi, la Corte Suprema è stata considerata una delle più solide istituzioni israeliane, e la sua autorevolezza paragonata alle corti equivalenti dei più affermati paesi occidentali; i suoi critici, soprattutto a destra, si sono lamentati del presunto “attivismo” della Corte, che a loro parere ha approfittato dell’assenza di una Costituzione per interpretare molto liberamente le leggi esistenti oppure per cercare di introdurre nuove politiche con le proprie decisioni.

Ancora in tempi recenti la Corte ha emesso sentenze molto importanti e discusse, come quando nel 1999 vietò l’uso della forza negli interrogatori compiuti dalle forze di sicurezza israeliane, o quando nel 2005 permise a una coppia di donne di adottare i figli della propria partner. Già da qualche tempo però, secondo i suoi critici, ha perso parte di questa autorevolezza: nel 2011, per esempio, permise ad alcune società israeliane di tenere attive delle cave di pietra in territorio palestinese nonostante la convenzione dell’Aia del 1907 imponga a una potenza occupante – come Israele – di “preservare i capitali” naturali del paese occupato (la Corte argomentò che le cave davano lavoro anche ai palestinesi, e che le società pagavano le tasse alle autorità locali). Nel 2012 invece fu nominato fra i giudici della Corte Noam Sohlberg, il primo colono israeliano nella storia a ricoprire questa carica.

Le nuove nomine non sono state definite “una rivoluzione” solo dagli ambienti di sinistra: “rivoluzione” è la stessa parola usata dal titolo in prima pagina di Israel Hayom, un tabloid di destra che da qualche anno è il giornale più letto del paese (soprattutto perché viene distribuito gratis, grazie ai costanti finanziamenti del potente e controverso israelo-americano Sheldon Adelson). Il valore positivo di queste nomine, in linea con le storiche critiche della destra israeliana alla Corte, è stato sottolineato anche dalla ministra della Giustizia Ayelet Shaked, una dei leader del partito nazionalista di destra “La Casa Ebraica”. In una recente intervista, Shaked ha spiegato che «il punto non riguardava la destra contro la sinistra, ma l’attivismo contro il tradizionalismo: l’obiettivo era promuovere giudici conservatori, ed è stato raggiunto».

La nomina dei nuovi giudici, oltre a garantire la presenza di una corposa fazione conservatrice negli anni a venire, potrebbe influire sulle decisioni della Corte già poco dopo l’insediamento: dei tre giudici che andranno in pensione, Elyakim Rubinstein era considerato “di sinistra”, Salim Joubran è di etnia araba e religione cristiana – dunque considerato poco sensibile ai problemi delle comunità di ebrei ultraortodossi, a cui è legata la destra israeliana – e infine Zvi Zilbertal “non sembra aver aderito a nessuna ideologia ben definita”, scriveva Haaretz; il quarto, Miriam Naor, era conservatore ma non particolarmente rigido.

I quattro nuovi giudici sono David Mintz, Yael Willner, Yosef Elron e George Karra. Quest’ultimo è arabo e cristiano, e sostituirà idealmente Joubran; Mintz invece è un colono, abita a Gush Etzion, un ampio quartiere di insediamenti vicino a Gerusalemme; Elron ha posizioni “molto conservatrici” (dice una fonte di Haaretz) mentre Yael Willner è un’ebrea ortodossa, e quindi probabilmente più sensibile di altri alle questioni religiose delle comunità di ultraortodossi. La loro nomina non è stata così agevole: sono stati scelti da un comitato di 9 persone di cui fanno parte due ministri, due parlamentari (di destra), tre giudici della Corte Suprema e due rappresentanti dell’ordine degli avvocati del paese. Mintz, Willner e Elron facevano parte della lista di nomi presentati dal governo, mentre il Times of Israel ha scritto che nessuno dei nomi presentati dai tre giudici della Corte Suprema è stato poi incluso nelle nomine. Sembra inoltre che la nomina di Elron sia stata apertamente osteggiata dagli altri tre giudici, che l’hanno accettata – secondo Haaretz – «solo come parte di un compromesso per rendere sicura la nomina di Karra» (cioè il giudice arabo e cristiano).

Alcuni commentatori hanno ipotizzato invece che sia troppo presto per giudicare se la Corte si sia effettivamente spostata a destra: Yedidya Stern, che insegna legge alla Bar-Ilan University di Tel Aviv e presiede un centro studi sulle istituzioni israeliane, ha spiegato che i quattro nominati sono “giudici bravi ed efficienti”, ma ha avvertito che «in assenza di una costituzione, il tradizionalismo può manifestarsi in un indebolimento dei diritti umani e di quelli delle minoranze».
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Muri, termini, confini e barricate

Messaggioda Berto » mer apr 04, 2018 11:05 am

Spazio vitale, territorio, Lebensraum, Home Range


Lebensraum
https://it.wikipedia.org/wiki/Lebensraum
Il termine Lebensraum (spazio vitale) è una definizione nata in biogeografia, successivamente estesasi all'utilizzo in ambiente geopolitico. Con questo termine si indica maggioritariamente la teoria nazionalsocialista tedesca dello spazio vitale.
Un concetto simile, lo spazio vitale, albergava nel pensiero fascista italiano, del quale riassumeva e giustificava le aspirazioni di espansione territoriale.

La parola lebensraum venne coniata da Friedrich Ratzel nel 1897, in applicazione ad analisi fito e zoogeografiche, per riferirsi a un'area geografica all'interno della quale si sviluppa una determinata specie, per poi ricevere riconoscimento in ambiente scientifico dopo la pubblicazione del suo studio biogeografico nel 1901. Un termine che, in tale contesto, otteneva una valenza di carattere darwinistico-sociale.


Spazio vitale
https://en.wikipedia.org/wiki/Spazio_vitale


Home Range
https://en.wikipedia.org/wiki/Home_range




Home range e territorialità

Chiara

http://www.ecologicacup.unile.it/index. ... l=&start=3

Le forze che promuovono l’isolamento o la spaziatura tra gli individui, coppie o gruppi in una popolazione, non sono mai così diffuse come quelle che favoriscono l’aggregazione; ma, tuttavia, sono importanti per aumentare la fitness oltre che essere meccanismi di regolazione delle popolazioni.

L’isolamento, in generale, dipende da due principali fattori:
- la competizione fra individui, oppure
- l’antagonismo diretto.


Figura 4. Movimenti di una banda di Coati Nasua narica (coati dal naso bianco) sull’Isola di Barro Colorado durante un periodo di nove mesi. L’home range complessivo è delimitato dalla linea tratteggiata (in grigio la core area). Il diametro massimo est-ovest è di circa 700 m (da Kaufmann in Wilson, 1983).

In entrambi i casi si può avere una distribuzione casuale o uniforme in quanto i vicini più prossimi vengono eliminati.
L’attività degli individui, delle coppie o dei gruppi di familiari di vertebrati ed invertebrati si svolge in un’area ben definita, chiamata home range (area di residenza).


Più esattamente viene definita home range (area vitale, area familiare), quell’area all'interno della quale un animale (singolo, coppia, gruppo) svolge le proprie attività durante l'anno. Nell’ambito dell’home range possiamo, inoltre, individuare la core area, cioè quella parte di home range soggetta a più intensa frequentazione.


Figura 5. Sito di nidificazione (tondo), territorio (rigato denso) e home range (rigato largo) di una coppia di Gypaetus barbatus, comunemente noto come "avvoltoio barbuto" o "avvoltoio degli agnelli", sui Pirenei spagnoli (da Hiraldoetal., 1979).

Nel caso in cui l’area identificata con l’home range viene effettivamente difesa, per cui lo spazio utilizzato da individui, coppie o gruppi di antagonisti è poco o affatto sovrapposto, allora si parla di territorio che, quindi, è l’area effettivamente occupata più o meno esclusivamente da un animale (gruppo) per mezzo della repulsione, attraverso la difesa palese o l'annuncio (Wilson, 1983).


Ci sono casi in cui l’home range coincide con il territorio (Figura 4) e casi in cui, invece, il territorio è solo una parte dell’home range come nel caso dei gipeti, o altri grandi rapaci, che difendono, dall’ingresso di conspecifici, un’area relativamente ristretta attorno al nido (territorio), mentre una coppia di soggetti nidificanti frequenta un’area notevolmente più estesa per la ricerca alimentare (home range) che può variare da 150 a 300 kmq, contemporaneamente ad altri individui (Figura 5).


Prossemica
http://www.linguaggiodelcorpo.it/2011/10/20/prossemica


Habitat
https://www.dsv.unisi.it/sites/st15/fil ... _parte.pdf



La distanza interpersonale e i rapporti spaziali tra le persone e l’ambiente giocano un ruolo fondamentale nel sentirsi a proprio agio o a disagio in una certa situazione…

http://www.linguaggiodelcorpo.it/2011/10/20/prossemica
Immagine

Edward Hall, l’antropologo che ha coniato il termine prossemica, definisce questa discliplina “lo studio di come l’uomo struttura inconsciamente i microspazi – le distanze tra gli uomini mentre conducono le transazioni quotidiane, l’organizzazione dello spazio nella propria casa e negli altri edifici e infine la struttura delle sue città.“

In effetti, come gli animali abbiamo un nostro territorio e lo stabiliamo in ogni luogo in cui ci troviamo: da casa nostra, al nostro ufficio, al nostro banco a scuola o alla nostra scrivania sul lavoro fino al compartimento sul treno o allo spazio che circonda l’ombrellone quando siamo in spiaggia.

La territorialità è un meccanismo istintivo che negli animali consente la regolazione della diffusione della popolazione e della densità di insediamento; il territorio assume per l’animale un luogo sicuro, tanto è vero che un’animale che abbia perso il proprio territorio è più vulnerabile ai predatori.
Parallelamente, nelle dispute tra animali della stessa specie per il possesso di un territorio ha in genere la meglio il possessore del territorio; lo stesso avviene anche per l’essere umano; si sa, ad esempio, che una squadra di calcio che giochi in casa appaia sempre più temibile che se gioca sul terreno avversario.

Gli animali mostrano, quando un altro animale si avvicina ad una certa distanza, un comportamento di fuga: questa distanza é detta Distanza di Fuga e varia da specie a specie: per un antilope è di mezzo chilometro; per una lucertola, meno di due metri
L’animale, se può evita il confronto, per lo meno fin quando ha uno spazio sufficiente: oltre una certa distanza detta Critica, però, procede all’attacco del nemico o dell’invasore.

Alla stregua degli animali anche l’uomo ha un qualcosa di assimilabile alla Distanza di Fuga e a quella Critica; la reazione umana ad una violazione dello spazio personale è però più contenuta e alle volte non da luogo nemmeno all’azione.

La distanza in base a cui l’uomo regola i rapporti interpersonali è detta Spazio Vitale o Prossemico: potremmo rappresentarcela come una bolla di sapone che ci avvolga; ogni violazione dello spazio vitale, che nella nostra cultura si estende in ogni direzione per circa 70 cm. – 1 metro, porta ad un aumento dello stato di tensione; come dire che ogni tentativo di entrare nella bolla, provoca una pressione che viene avvertita come fastidiosa o sgradevole; questo possiamo verificarlo, quando siamo in ambienti affollati, in cui lo spazio prossemico si riduce, al punto di arrivare al contatto fisico; in quel caso, sopportiamo di essere messi “al muro”; non così se qualcuno ci si avvicina troppo quando c’è “spazio da vendere”!

In modo analogo, se entriamo su un treno, non andiamo nel primo scompartimento che troviamo, ma andiamo a cercarcene uno libero: se ci troviamo già nello scompartimento possiamo compiere atti che dissuadano gli altri ad entrare o a sedersi vicino a noi: ad esempio, mettendoci in piedi e rovistare nei bagagli sulle cappelliere proprio al momento in cui treno sosta nelle stazioni, oppure disseminando borse e valigie su tutti i posti disponibili.

Anche a tavola esprimiamo l’istinto del possesso territoriale; senza accorgecene, dividiamo il tavolo in due metà: se qualcuno, ad esempio, beve e nel poggiare il bicchiere, lo mette nella nostra ipotetica metà, avvertiamo un senso di stizza.

Tornando al concetto di spazio prossemico, va precisato che la “bolla” non è sferica: infatti, una violazione prossemica fatta sul fianco crea meno tensione di una fatta faccia a faccia, o per alcuni, se eseguita da dietro: la bolla ha, in definitiva, i contorni irregolari.
Inoltre, lo Spazio prossemico personale varia da cultura a cultura: è molto ridotto nei popoli dei paesi caldi (e tra i marocchini, gli arabi), in cui arriva quasi al contatto fisico; è, invece, molto ampia nei paesi freddi (ad es. tra gli inglesi è di circa 2 metri); da questa diversità, nascono dei problemi nei rapporti interetnici; l’uno può trovare l’altro appiccicoso e il secondo ritenere il primo freddo.

Distinguiamo 4 distanze prossemiche, in ogni distanza abbiamo una fase di vicinanza e una di lontananza:

– Distanza intima:da 0 cm. a 45 cm.
– Distanza personale: da 45 cm. a 70 cm./1 m.
– Distanza sociale: da 120 cm. a 2 m.
– Distanza pubblica: da 2 m. ad oltre i 2 m.

La Distanza Intima é la distanza dei rapporti intimi (es. tra partner) e sconfina nel contatto fisico; a questa distanza, si può sentire l’odore, il calore dell’altro e si possono avvertire le sue emozioni; gli sguardi diretti poco frequenti; il tono delle voce é più basso, così come il volume.

La Distanza Personale é la distanza adottata da amici o da persone che provano attrazione per l’altro: a questa distanza, si può toccare l’altro, lo si guarda più frequentemente che nel caso della distanza intima, ma non se ne sente l’odore.

La Distanza Sociale è una distanza formale adottata nei rapporti formali: con impiegati negli uffici, con commercianti, con professionisti.
La Distanza Pubblica è la capacità di percepire una persona o di farsi percepire a distanze superiori a due metri; normalmente, a questa distanza siamo percepiti come parte dell’ambiente. È presente solo in chi ha personalità pubblica: così, se passa Mario Rossi a dieci metri da noi, non lo notiamo, ma se quell’individuo é Michael Jackson avvertiamo immediatamente l’eccitazione della sua presenza.
Quando le persone si avvicinano l’una all’altro, modificano tutto il loro comportamento; così si riducono gli sguardi, la voce si fa più bassa e debole e gradatamente spariscono le gesticolazioni e aumentano i contatti fisici.
La Percezione prossemica si ribalta nei rapporti intimi: viene vissuto con piacere un avvicinamento e con sofferenza un allontanamento: se il mio partner ad una festa mantiene le distanze e parla con tutti, trascurandomi, lo vivo come un rifiuto. È per ribadire l’unione che coniugi, fidanzati o parenti stretti, costretti a tenersi a distanza dalle circostanze, si scambiano sguardi, qualche parola e a volte, fuggevoli contatti; alle volte, si assiste nel caso di legami stretti al comportamento di partner che, pur distanti, producono all’unisono e inconsapevolmente, variazioni di postura e movimenti sincronici ad esempio nell’annuire; inoltre, possono tendere mani e gambe l’uno verso l’altro o tenere le mani scostate come se si tenessero per mano
Lo status di un individuo influenza la dimensione della zona personale: tanto più elevata è la posizione sociale o lavorativa, tanto più ampia sarà la sua sfera prossemica; inoltre, dirigenti, graduati dell’esercito spesso reputano di essere in diritto di violare la distanza intima dei propri subordinati.
La distanza prossemica è influenzata da diversi fattori: etnici, di temperamento (una persona estroversa viola più facilmente lo spazio prossemico di una introversa); dallo stato d’animo (un individuo nervoso o furioso mostra di tollerare meno degli altri la violazione dello spazio personale; un depresso può anche non percepirla), dalla storia personale: se una donna ha subito uno stupro, può diventare particolarmente suscettibile all’avvicinamento di un uomo.
Un altro fattore che indice sulla percezione della distanza interpersonale è il sesso; una donna gradisce meglio un avvicinamento frontale e meno se qualcuno le si approssima da lato; per un uomo invece è l’esatto contrario.
Un ambiente particolarmente opprimente e minaccioso rende le persone più circospette e aggressive quando qualcuno si avvicina loro:in un esperimento sui carcerati è stato dimostrato come gli individui violenti abbiano un ampio spazio prossemico attorno, circa tre volte di più rispetto ai prigionieri non violenti; per altro, questi ultimi, mostrano un aumento della percezione prossemica posteriore: questo perchè, come è stato confermato dagli stessi reclusi, temono un attacco fisico o omosessuale da tergo.





Vegetale a Chi? - Le piante hanno i sensi, possono comunicare e sono intelligenti!
Filippo Rossato

https://www.euganeamente.it/intelligenz ... lle-piante

Ad affermare la sensibilità e l’intelligenza del mondo vegetale è Stefano Mancuso, professore dell’università di Firenze e direttore del laboratorio di neurobiologia vegetale, che assieme ad Alessandra Viola, giornalista scientifica, ha pubblicato un libro divulgativo dal titolo “Verde Brillante” ed edito da Giunti. Fin da quando l’uomo è comparso sulla Terra convive con i vegetali che, come risaputo, sono comparsi sulla terraferma circa 450 milioni di anni fa. Nonostante il lungo periodo di convivenza (circa duecentomila anni ??? il Sapiens) non si può certo dire che l’uomo abbia davvero imparato a conoscere queste entità relegandole fin dall’antichità ad un “rango inferiore”. Già nella Bibbia, la vicenda di Noè fa riferimento al solo salvataggio di una coppia per tipo di animale, ma dei vegetali nemmeno l’ombra. Anche Aristotele considerava i soli vegetali appena un gradino sopra le rocce e cioè in grado di vivere, ma non di certo di “sentire” e non dotati di intelligenza. Da sempre quindi, le piante ed i vegetali sono considerati privi di sensi e di capacità di comunicare. Ma è davvero così? È possibile che dei viventi, che si sono evoluti in milioni di anni e che potrebbero sopravvivere benissimo anche senza la presenza dell’uomo in quanto autotrofi, non abbiano un minimo di intelligenza?

Le strategie evolutive

Per comprendere meglio come funzioni una pianta dobbiamo spiegare le diverse strategie evolutive intraprese da animali e vegetali. Gli animali, infatti, hanno adottato “strategie di movimento” e hanno potuto concentrare le proprie funzioni vitali in organi ben definiti e non replicabili. Al contrario, le piante non possono muoversi ed hanno dovuto creare un sistema in cui le funzioni vitali fossero “diffuse”. Se un erbivoro bruca la quasi totalità delle foglie di una pianta, quest’ultima, seppur con qualche stento, riuscirà comunque a sopravvivere; un animale al contrario, se viene privato di un organo vitale è destinato a morire. Questo si traduce nella mancanza di organi definiti, ma un vegetale può comunque svolgere le proprie funzioni vitali. In pratica può respirare anche senza polmoni, mangiare senza una bocca e stare in piedi senza uno scheletro.

Piante ed individui

I vegetali non possono essere considerati “individui”, cioè non divisibili. Possiamo vederli come un organismo composto di vari comparti modulari, alla stregua di una colonia di formiche, dove anche se una parte della famiglia dovesse perire, la restante sarebbe in grado di sopravvivere.

Le piante hanno i sensi? Anche per fattori culturali non siamo avvezzi a pensare che i vegetali abbiano dei sensi. Un riscontro abbastanza rapido può esserci fornito dal fatto che queste ultime sono prive di occhi, bocca, naso, orecchie per non parlare del tatto, insomma le piante “vegetano”. Ma è davvero così? Si può affermare che oltre a possedere i sensi come l’uomo li intende, ne hanno anche di più! Ovviamente le differenze ci sono e sono molte.

La vista

Secondo la definizione del vocabolario, la vista è la facoltà di vedere, di percepire stimoli visivi, il senso della luce e degli oggetti illuminati. Pur non vedendo come l’uomo, le piante sono in grado di intercettare la luce, di usarla e di riconoscerne sia la quantità che la qualità. Questo avviene in quanto la luce è “l’alimento” principale per parametri, le piante sono in grado di modificare la loro posizione crescendo in direzione della luce. Questo movimento, che peraltro è molto rapido, si chiama fototropismo. È una vera espressione di “intelligenza verde” in quanto presuppone il calcolo del rischio e la previsione dei benefici che lo sforzo comporta.

L’olfatto

Anche in questo caso, al contrario dell’uomo, i vegetali su tutta la loro superficie hanno dei recettori di sostanze volatili in grado di comunicare a tutta la pianta l’informazione. Le piante si servono di queste sostanze per ricavare preziose informazioni sull’ambiente, per comunicare tra loro e con gli insetti. Basti pensare al basilico, rosmarino, limone, liquirizia ed altri. Questi aromi fungono da “parole” che esprimono precisi messaggi che però l’uomo fatica ancora a decifrare. Alcuni di essi si è scoperto indichino lo stato di salute della pianta, altri lo stress, il pericolo. Tutti questi messaggi sono utilizzati per avvertire le piante vicine cosicché esse possano adottare le più adatte contromisure.

Il gusto

Come negli animali, anche nelle piante il senso dell’olfatto e quello del gusto sono strettamente connessi. Nel caso delle piante, gli organi preposti al senso del gusto sono alcuni recettori delle sostanze chimiche. Ad esempio, le radici “assaggiano” in continuazione il suolo alla ricerca di nutrienti come nitrati, fosfati o potassio. Ce ne si accorge osservando l’apparato radicale. Le piante, infatti producono una maggior quantità di radici laddove la concentrazione di queste sostanze risulta più elevata. Non possiamo però dimenticare che molte specie osservano una dieta diversa: si tratta delle cosiddette “piante carnivore”. Nonostante le evidenze sulla dieta di queste specie, si dovette attendere Charles Darwin e il suo libro del 1875, intitolato appunto Piante insettivore, per trovare risposte scientifiche sensate a dubbi sull’esistenza di “piante cacciatrici”. Ma come mai questo tipo di dieta? Queste specie si sono evolute in ambienti umidi e in zone palustri, luoghi in cui l’azoto era scarsamente o per nulla disponibile.

Dovettero inventare un sistema di approvvigionamento e con il passare del tempo modificarono la forma delle foglie. Le piante di questo tipo non si limitano però a imprigionare e uccidere gli insetti, ma attuano sulla foglia una vera e propria digestione delle prede per assimilare i nutrienti che contengono. Non esistono solo le specie carnivore propriamente dette. Osservando le foglie della patata, del tabacco o di piante appena un po’ più esotiche quali la Pawlonia tomentosa, si può notare che è abbastanza frequente trovarci sopra degli insettini morti. Le foglie di queste piante secernono sostanze appiccicose o velenose che uccidono gli insetti. Questi decomponendosi rilasceranno l’azoto che verrà assorbito dalle foglie stesse. Ma le sorprese sulla dieta vegetale non finiscono qui: alcuni anni fa è stato pubblicato uno studio relativo a una pianta in grado di cacciare dei vermi con speciali trappole sotterranee.

Il tatto

Nel mondo vegetale il senso del tatto è strettamente connesso a quello dell’udito. Si serve di piccoli organi detti “canali meccano-sensibili” che si trovano un po’ dappertutto nella pianta. La pianta si accorge di essere toccata? Per rispondere è sufficiente osservare il comportamento della Mimosa pudica, un particolare tipo di mimosa detta “sensitiva” che appena viene sfiorata ritrae le foglie. Sembra ormai evidente che si tratti di una strategia di difesa, ma non è ancora chiaro da cosa. Quel che è certo è che la pianta è in grado di imparare se uno stimolo è pericoloso o meno. Ad esempio se si scuote la pianta le sue foglie si chiudono, ma se si continua a scuotere per molto tempo le foglie si abituano alle vibrazioni e si riaprono. Le piante in breve tempo “imparano” che gli scossoni non sono pericolosi e smettono di sprecare energia per la chiusura delle foglie. Un altro esempio è quello offerto dalle piante rampicanti (e da tutte quelle che producono viticci). Per esempio il pisello rampicante produce viticci molto sensibili che quando toccano qualcosa si arricciano in pochi secondi. Lo scopo è quello di avvolgersi intorno all’ oggetto con cui sono venuti a contatto. Questo è un comportamento che si ritrova in moltissime piante che “tastano” gli oggetti intorno a loro per scegliere quello migliore da cui farsi sorreggere durante la crescita.


L’udito

Le piante, come tutti sanno, non sono provviste di orecchie, ma ormai abbiamo scoperto che esse possono vedere senza occhi, gustare senza papille, annusare senza naso e persino digerire senza stomaco. Possono dunque udire senza la presenza di padiglioni auricolari. Questo avviene in quanto la terra è un conduttore così buono che non c’è bisogno di orecchie per sentire. Le vibrazioni possono essere captate da tutte le cellule della pianta grazie alla presenza dei canali meccano-sensibili. Nei vegetali, quindi, anche il senso dell’udito è diffuso. Numerosi esperimenti negli anni hanno cercato di verificare le capacità uditive dei vegetali e i risultati sono sempre stati interessanti. Dai dati di laboratorio si è recentemente dimostrato come l’esposizione ai suoni faccia variare l’espressione genica nelle piante. Altri esperimenti più recenti, concentrati sulla parte ipogea della pianta hanno dimostrato che le radici percepiscono una gamma molto ampia di vibrazioni sonore. Nel 2012 una ricerca condotta in Italia ha dimostrato che le radici producono suoni, anche se il modo in cui ciò avviene non è ancora chiaro. La sonorità delle radici è stata provvisoriamente battezzata clicking, perché i suoni che la contraddistinguono somigliano a dei “click”. Con ogni probabilità questi piccolissimi “click” sono il frutto della rottura delle pareti cellulari e, pur non essendo prodotti dalle piante in modo volontario, la loro importanza potrebbe essere comunque cruciale.

…e molti altri sensi!

Una pianta è in grado di misurare con precisione l’umidità di un terreno e di individuare fonti d’acqua anche molto distanti. Dispone infatti di una specie d’igrometro, molto utile per conoscere quanta acqua è presente nel suolo e dove si trovi. Le piante hanno anche altre straordinarie capacità: per esempio possono sentire la gravità, i campi elettromagnetici e ovviamente sono in grado di riconoscere e misurare un elevatissimo numero di gradienti chimici contenuti nell’aria o nel terreno. Alcuni di questi sensi sono localizzati nelle radici, altri nelle foglie, mentre altri ancora sono diffusi nell’intero organismo vegetale, ma ciò che più stupisce è il livello di raffinatezza cui giungono questi veri e propri laboratori di analisi verdi. Una pianta, infatti, è in grado di individuare e riconoscere quantità assolutamente irrisorie di elementi chimici importanti o al contrario dannosi per la sua crescita, anche a metri di distanza dalle radici. Le radici di una pianta, dopo aver percepito il nutriente, si rivolgono in quella direzione e crescono fino a raggiungerlo per assorbirlo. Al contrario, nel caso d’inquinanti o composti chimici pericolosi sia per il mondo vegetale sia per quello animale, le radici si muovono in modo da allontanarsene il più possibile.

Conclusioni

Abbiamo visto che, se pur con meccanismi leggermente diversi da quelli cui siamo abituati a pensare, le piante hanno i sensi. Sono quindi dotate di intelligenza e sanno prendere decisioni anche apparentemente complesse. Capacità di questo tipo sono note da quasi un secolo e sono state approfonditamente studiate, senza tuttavia essere mai collocate nella giusta prospettiva. Questo avviene perché ancora oggi, nella nostra cultura, le piante non sono considerate esseri senzienti, ma organismi passivi. Eppure il mondo vegetale grazie a queste straordinarie capacità ci offre in molti campi un aiuto insostituibile. Le piante sintetizzano decine di migliaia di molecole, molte delle quali vengono usate nella nostra farmacopea, producono ossigeno e rendono disponibile uno dei più diffusi materiali da costruzione (il legno), mentre in passato hanno persino prodotto le riserve energetiche (i combustibili fossili) che da secoli sostengono il nostro sviluppo tecnologico. Apporti preziosi e irrinunciabili, senza contare che esse sono l’unica risorsa realmente disponibile per disinquinare il Pianeta. Al ritmo con cui lasciamo che le specie vegetali si estinguano, è probabile tuttavia che anche in questo campo si stia di fatto rinunciando a chissà quante soluzioni inesplorate e alla nostra futura possibilità di disinquinare efficacemente, a costo molto contenuto e senza alcun impatto, il nostro Pianeta.

In biologia si definisce dominante la specie che si ricava maggiore spazio vitale a discapito delle altre, dando prova di questa competizione di una migliore adattabilità all’ambiente ed una superiore capacità di risolvere i problemi che naturalmente si presentano a ogni essere vivente nella lotta per la sopravvivenza. L’assunto è piuttosto chiaro: più una specie è diffusa, maggiore peso specifico essa possiede all’interno dell’ecosistema. Dunque, se scoprissimo un pianeta lontano abitato per il 99% da una certa forma di vita cosa diremmo? Che probabilmente quella è la specie dominante! Allora perché non farlo anche sulla Terra dove il 99,7% della biomassa è rappresentata da vegetali e dove l’individuo più grande è ancora un albero?



La memoria delle piante e chimiche fito-cognitive
18 luglio 2010

https://gifh.wordpress.com/2010/07/18/l ... -cognitive

Fino a qualche anno fa anche negli animali era tabù parlare di intelligenza, ma oggi non è più così, oltre all’istinto c’è di più. Penso che l’intelligenza sia una proprietà biologica, una proprietà della vita stessa, che si è adattata differenziandosi ed evolvendosi in modi distinti secondo precise esigenze biologiche.

In sintesi, non esistono esseri viventi privi di una forma di intelligenza, e il regno vegetale non fa eccezione, sebbene sia comprensibile quanto può essere difficile accettarlo senza porsi qualche interrogativo esistenziale.

Intelligenza del cavolo! Molti studi vengono condotti su piante come l'Arabidopsis thaliana, appartenente alla stessa famiglia del cavolo comune, e utilizzata come "organismo modello". Imagecredit: Wikimedia Commons

Il ruolo della chimica infatti non è relegato solo alle esigenze energetiche e riproduttive della vita vegetale, ma come per il regno animale, vi sono numerosi segnali di attività cognitive.

Le piante di pomodoro comunicano con quelle della propria specie anche a chilometri di distanza. I messaggi sono veicolati da sostanze chimiche e i contenuti sono, per esempio, “attenzione, attacco d’insetti”, ma si può trattare anche di dati sugli stati nutrizionali del terreno: “Da questa parte c’è acqua!”. Le piante sono territoriali e, non potendo spostarsi, difendono la loro area vitale con i “denti”. Quando una pianta entra con le radici nello spazio vitale della pianta di un’altra specie, vengono emessi segnali di avvertimento. Se vengono ignorati, allora si scatena una guerra chimica, con emissione di sostanze mortali per le radici dell’antagonista.

Il professor Stefano Mancuso è uno dei ricercatori più attivi in questo campo, a lui si deve il progetto di sviluppo del plantoide, il primo robot ispirato dagli studi sui vegetali, nato anche grazie ai finanziamenti dell’Agenzia Spaziale Europea che ipotizza di usarlo per la futura esplorazione di Marte. Il suo lavoro, svolto presso il LINV (Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale Università degli studi di Firenze), si basa su un’intuizione fondamentale: anche le piante, a modo loro, posseggono l’equivalente di un cervello.

Finora sono state costruite molte macchine che imitano gli animali, ma mai una che imitasse una pianta. E invece le piante sono più dotate proprio nell’esplorazione e nella colonizzazione dei terreni sterili. Il progetto prevede l’invio su Marte di migliaia di semi artificiali che dovrebbero aprirsi, emettendo radici meccaniche che andranno nel sottosuolo e percepiranno molti parametri chimici e fisici. Quindi una “pianta madre” raccoglierà i dati e una volta al giorno li invierà a Terra». In questo modo si coprirebbero zone molto ampie, esplorando decine o centinaia di chilometri, con un consumo energetico bassissimo: i plantoidi trarrebbero l’energia solare da foglie artificiali.

Stefano Mancuso, intervenuto qualche giorno fa al TED GLOBAL 2010, una conferenza scientifica tenutasi a Oxford a cura di un’organizzazione no-profit (TED, acronimo di Technology, Entertainment, Design), ritiene che le piante siano sottovalutate. Le piante si muovono, giocano, rispondono alla gravità, dormono e comunicano, ma come riuscirebbero a fare questo senza un cervello?

Un supporto importante a questo quesito emerge da un recente studio pubblicato qualche giorno fa dalla rivista specializzata Plant Cell, in cui un gruppo di ricercatori polacchi guidati da Stanislaw Karpinski, mostrano che le piante non solo inviano segnali elettrochimici in maniera analoga al sistema nervoso animale, ma “ricordano” le informazioni (come uno stimolo luminoso) e sono dotate di cellule dedicate alla trasmissione di queste informazioni. La persistenza della memoria si concretizza esaminando le immagini acquisite con tecniche di fluorescenza per valutarne le risposte, in cui è evidente, anche dopo aver tolto la sorgente luminosa, la permanenza dello stimolo provocato dalla luce.

“Lo stimolo sensoriale quindi prosegue anche dopo che la luce è spenta, un modo per costruire una memoria a breve termine“, come sostiene Karpinski, in un suo messaggio di posta elettronica. “Le foglie sono fisiologicamente in grado di ‘memorizzare’ diversi episodi di eccesso di luce e utilizzano queste informazioni memorizzate, per esempio, per migliorare la loro acclimatazione e le difese immunitarie“.

Gli scienziati hanno scoperto che la luce su una foglia innesca una cascata di eventi, una catena di reazioni chimiche che segnala immediatamente al resto della pianta la situazione attraverso un tipo di cellule chiamate bundle sheath cell, presenti in ogni parte della pianta. Karpinski, della Università di Varsavia di scienze della vita in Polonia, ha misurato i segnali elettrici provenienti da quelle cellule, esaminandoli alla ricerca di un sistema centrale nervoso per i vegetali.

Christine Foyer, uno scienziato dell’Università di Leeds, ha detto che questo studio “porta il nostro pensiero un passo avanti”. Le piante devono sopravvivere a stress, come la siccità o freddo, superandoli e continuando a proliferare”. “Ciò presuppone una valutazione della situazione e producendo una risposta adeguata – il che è una forma di intelligenza.”

Non ci sono neuroni nelle piante, ma esiste sicuramente una rete di comunicazione ancora non completamente compresa.

Scommetto che per qualcuno potrebbe essere una notizia inquietante, visto che ancora oggi tanti esseri umani sono ancora pervasi dai deliri di discriminazione etnica e moltissimi sono gli increduli di fronte all’emotività animale, come potranno mai conciliarsi con queste rivoluzionarie e sconcertanti scoperte?
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Re: Muri, termini, confini e barricate

Messaggioda Berto » mer mag 02, 2018 7:22 am

Il muro invincibile
30 aprile 2018
Bloomberg,Foglio

http://www.italiaisraeletoday.it/il-muro-invincibile

Alla vigilia del settantesimo anniversario dell’indipendenza di Israele, il capo di stato maggiore delle forze di difesa israeliane, Gabi Eisenkot, ha dichiarato che il paese è ‘invincibile’. Questa è stata una dichiarazione audace. Il paese affronta una crescente minaccia da parte dell’Iran e dei suoi fantocci in Libano e Gaza e la possibilità di uno scontro con la Russia sulla Siria. Eppure, pochi israeliani sono in disaccordo con questa valutazione”.

“C’è uno stato d’animo di fiducia – ha scritto Zev Chafets su Bloomberg – qui, e la sua origine risiede in una dottrina di difesa strategica di un secolo di guerra intermittente. Quella dottrina fu enunciata per la prima volta in un articolo del 1923 intitolato ‘Il muro di ferro’. Il suo autore era Ze’ev Jabotinsky, un visionario leader sionista e il padre ideologico del Likud. Al momento della sua pubblicazione, gli ebrei di Palestina erano una piccola minoranza combattuta. Erano passati solo tre anni dalle prime rivolte arabe a Gerusalemme contro di loro.

I leader socialisti della comunità ebraica speravano di poter placare l’inimicizia araba offrendo cooperazione economica, progresso e prosperità. Jabotinsky li derise come infantili e offensivi per gli arabi, che non avrebbero barattato la loro patria per più pane o ferrovie. ‘C’è solo una cosa che vogliono i sionisti, e questa è l’unica cosa che gli arabi non vogliono’, ha scritto. Se gli ebrei avessero voluto rimanere, avrebbero dovuto fare i conti con una dura realtà, un gioco a somma zero. Non ci potrà essere pace finché gli arabi non avranno accettato il diritto di Israele a esistere. Jabotinsky vide che gli arabi (in Palestina e altrove) erano troppo numerosi per essere sconfitti in una singola guerra decisiva.

Gli ebrei avevano bisogno di erigere un muro di ferro di autodifesa e deterrenza – un muro metaforico costruito con determinazione ebraica, immigrazione, progresso materiale, forti istituzioni democratiche e la volontà di combattere. A poco a poco, il nemico sarebbe stato costretto a concludere che questo muro non poteva essere violato. Oggi Israele difende i suoi cieli con un sistema anti-missile il cui primo componente è stato soprannominato ‘cupola di ferro’. E il muro metaforico ha ora raggiunto lo spazio esterno. Nel frattempo, tornando sulla terra, l’esercito continua a costruire e a stabilire le sue tangibili barriere di sicurezza: le difese contro il terrorismo in Cisgiordania e lungo il fronte settentrionale. C’è anche una barriera che separa Israele da Gaza. Hamas intende marciare di nuovo durante il weekend nel Giorno dell’Indipendenza. È un gesto inutile. Il muro di ferro non è più semplicemente una metafora. È una descrizione dello stato ebraico stesso. E, come dice Eisenkot, è invincibile”.

Ebrei, Israele, confini, legittima difesa, nazismo maomettano palestinese
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Re: Muri, termini, confini e barricate

Messaggioda Berto » dom lug 29, 2018 7:42 am

???

Spagna, Sanchez vuole rimuovere il muro di Melilla e Ceuta. Ma quale sarà il prezzo da pagare?
Omar Porro
2018/07/13

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/0 ... re/4489458

Cambio di passo in Spagna, con il nuovo governo di Pedro Sánchez. L’Esecutivo di Madrid, infatti, starebbe lavorando alla rimozione del muro di filo spinato che corre lungo il confine tra il Marocco e le enclavi di Melilla e Ceuta. La lunga cortina di acciaio e metallo è stata eretta nel 2005 dall’allora premier socialdemocratico Luis Zapatero e rinforzata nel 2013 dal popolar-conservatore Mariano Rajoy. Una vera e propria novità che però rischia di trasformarsi un boomerang per la fragile maggioranza che sostiene il nuovo presidente del governo.

Cosa sono le “concertinas”?

Se fino alla fine degli anni Ottanta le autorità governative spagnole, insieme a quelle locali sono riuscite a contenere, in maniera positiva, il processo del fenomeno migratorio, ben presto si è dovuto fare i conti con una triste realtà.

A partire dalla seconda metà degli anni Novanta il governo di Madrid in collaborazione con le Istituzioni europee destinò parte importante dei fondi destinati alla gestione del fenomeno migratorio per la costruzione di un muro di filo spinato che ha impedito il passaggio di migranti irregolari che dal Marocco cercavano di entrare in territorio spagnolo. Già allora, parte della Comunità internazionale, criticò aspramente la decisione dell’Esecutivo iberico.

Il neo-ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska ha confermato l’intenzione di superare l’utilizzo dei “muri” anche per rispondere alle richieste di tutela dei diritti umani dei migranti: “È una mia priorità e farò tutto il possibile perché le recinzioni di filo spinato lungo il confine con il Marocco siano rimosse”. Una posizione che ha ricevuto il plauso delle associazioni umanitarie e anche dell’ala più a sinistra nelle Cortes spagnole.

Il governo di Sánchez, con la precaria maggioranza che lo appoggia, ha bisogno di creare alleanze (puntando su politiche di rottura rispetto al recente passato) che gli garantiscano la sopravvivenza. Una decisione, quella di Madrid, in netta contrapposizione a quanto invece accade in altri Paesi europei che invece puntano all’innalzamento di barriere lungo i confini.

Le pesanti critiche

Le “muraglie” di filo spinato sono state duramente criticate negli anni, soprattutto per i gravi incidenti che si sono verificati. E’ tristemente noto che migliaia di migranti, nell’intento di attraversare il confine scavalcando la recinzione, sono rimasti gravemente feriti, con buona pace dei governi (di destra e di sinistra) che si sono susseguiti alla guida della Spagna. “Non è più ragionevole e accettabile vedere persone che saltano attraverso le recinzioni; possiamo intervenire prima, all’origine del fenomeno”, queste le parole del ministro Fernando Grande ai microfoni spagnoli dell’emittente radiofonica “Onda Cero”. Allo scorso 31 maggio, secondo i dati del Ministero dell’Interno, circa 2.400 migranti sono riusciti a entrare in territorio spagnolo senza passare dagli accessi ufficiali. “E’ necessario avere – continua Grande – una seria politica di controllo delle frontiere e dei flussi e sono convinto che si possa garantire sicurezza alle frontiere anche con mezzi meno invasivi”. Una posizione che è ben lontana da quanto invece proposto dai Paesi dell’Est Europa che, senza farne mistero, più di una volta hanno ipotizzato la creazione di “barriere fisiche” per limitare l’accesso dei migranti.

Un’altra notizia passata (quasi) inosservata

La notizia, insieme a quella del “ritorno” alla sanità pubblica per circa 75mila cittadini spagnoli, ha però offuscato un particolare politico da non sottovalutare. L’ex premier Mariano Rajoy, proprio lo scorso 15 giugno, si è dimesso dal Congresso dopo quasi 33 anni ininterrotti di presenza nelle aule parlamentari spagnole. Il 5 giugno, l’ex Capo del governo, si era dimesso anche dalla guida del Partito popolare.

L’ex presidente della Comunità autonoma di Catalogna, Carles Puigdemont, potrà essere estradato in Spagna, non più per il reato di ribellione, ma soltanto per quello, certamente meno grave, di “malversazione” di denaro e fondi pubblici. Il governo di Madrid, ora, dovrà fare i conti anche con la possibilità di poter processare l’ex presidente catalano, tanto che la decisione del Tribunale regionale dello Schleswig-Holstein in Germania ha già fatto tremare il premier Pedro Sánchez.

Il successore di Mariano Rajoy, infatti, dovrà sbrigare dal punto di vista politico la matassa, tanto che dovrà esporsi in prima persona su una questione di interesse nazionale di cui il Partito socialista sembra non essersi mai interessato. I socialisti, nonostante la loro netta contrarietà al referendum dello scorso primo ottobre, hanno sempre preferito mantenere una linea molto più rispetto agli “avversari” storici del Partito popolare (allora al governo del Paese e già in piena crisi politica interna).

La Spagna, dopo anni di chiusura, forse cambia passo. Ma quale sarà il prezzo da pagare, dal punto di vista della politica interna (ma anche di credibilità internazionale) e in termini di consenso elettorale, nel breve periodo? Non c’è da dimenticare che nel 2019 si terranno le elezioni europee per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo e la delicata situazione istituzionale spagnola sarà la cartina di tornasole per una remota rinascita, o per il declino definitivo, dei tradizionali partiti politici europei.
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