Rasixmo,rasisti contro łi ebrei e Ixraele i crimini de l'ONU

Rasixmo,rasisti contro łi ebrei e Ixraele i crimini de l'ONU

Messaggioda Berto » lun feb 16, 2015 3:10 pm

Rasixmo e rasisti contro łi ebrei e Ixrael e i crimini de l'ONU
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Ensemense só e contro łi ebrei e Ixrael
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Idiozie e odio contro Israele e gli ebrei
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Łi sasini de l’ebreo Cristo - I romani
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Re: Rasixmo contro i ebrei

Messaggioda Berto » lun feb 16, 2015 3:11 pm

Stermegno de łi ebrei ouropei
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Todeski e ebrei (nasixmo)
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Re: Rasixmo contro i ebrei

Messaggioda Berto » lun feb 16, 2015 3:11 pm

In occidente tira un’aria di abiura di Israele. L’abbandono degli ebrei
Il disprezzo negli occhi di Obama, la crisi con la Diaspora, le inchieste dell’Aia e il disinteresse di Francesco
di Giulio Meotti | 24 Gennaio 2015
Barack Obama non incontrerà il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a marzo

http://www.ilfoglio.it/articoli/2015/01 ... e_c119.htm


Roma. “Netanyahu ci ha sputato in faccia”. Questo, ieri, il commento della Casa Bianca alla notizia che il premier israeliano Benjamin Netanyahu parlerà al Congresso degli Stati Uniti, senza essersi consultato con la presidenza e con Foggy Bottom. Invitato dallo speaker John Boehner, il 3 marzo “Bibi” riceverà un’altra nuova standing ovation a Capitol Hill. Soltanto Winston Churchill finora ha parlato, come Netanyahu, per ben tre volte al Congresso. Il presidente Barack Obama e il segretario di stato John Kerry ricambieranno il favore rifiutandosi di incontrare Netanyahu durante il suo soggiorno in America, trincerandosi dietro la scusa che il protocollo impone di non favorire candidati alle elezioni in altri paesi. Una piccola bugia. Shimon Peres da primo ministro israeliano un mese prima delle elezioni volò in America per incontrare Bill Clinton.

Fra Bibi e Barack regna il puro disprezzo. George Will, editorialista del Washington Post, ha chiamato Netanyahu “l’anti Obama”, la nemesi del presidente americano. Il quotidiano israeliano Maariv ha commentato così il modo in cui l’Amministrazione Obama riceve la delegazione da Gerusalemme: “Non c’è esercizio di umiliazione che gli americani non abbiano tentato con il primo ministro e il suo entourage. Bibi ha ricevuto alla Casa Bianca lo stesso trattamento riservato al presidente della Guinea Equatoriale”.

“A pain in the ass”, un rompicoglioni, fra le molte traduzioni più o meno eleganti, è il modo in cui Obama ha chiamato Netanyahu. Obama si è fatto fotografare con le scarpe sul tavolo nello Studio Ovale mentre era al telefono con Netanyahu per redarguirlo sulla costruzione di una manciata di case per i coloni (mostrare le scarpe è il gesto di maggiore insulto in medio oriente). Quando Obama ha visitato Israele, due anni fa, appena sceso dall’Air Force One ha abbracciato il presidente Peres, ma ha solo stretto la mano a Netanyahu. L’esperta di linguaggio del corpo, Tonya Reiman, ha detto che Obama mostra “disprezzo negli occhi” per Netanyahu. E quando durante una visita di Bibi a Washington, il premier israeliano ha risposto picche alle richieste della Casa Bianca di riprendere il processo negoziale con i palestinesi, Obama si è alzato e ha detto: “Vado a cena con Michelle e le ragazze”.

Ma è un disprezzo dai risvolti politico-strategici, sullo sfondo di una crisi senza precedenti fra Gerusalemme e Washington. Israele dipende dagli americani sul piano militare e diplomatico. Gli Stati Uniti contribuiscono alle spese militari israeliane per il venti per cento (Israele riceve aiuti americani più di ogni altro stato dalla Seconda guerra mondiale a oggi). Nessun altro paese si interessa a proteggere il diritto all’esistenza degli israeliani quanto gli Stati Uniti, che bloccano spesso risoluzioni anti israeliane al Consiglio di sicurezza degli Stati Uniti. L’asse Israele-America ha dominato la scena internazionale dal 1948 a oggi. Eppure, l’America neoisolazionista di Obama sembra voler fare a meno dello stato ebraico, non lo tratta come un asset ma come un problema da gestire o da risolvere. Come ha scritto l’analista israeliano Gerald Steinberg: “Netanyahu è un pessimista che vede i pericoli di ciò che Thomas Hobbes descriveva come ‘la guerra di tutti contro tutti’ nell’anarchia della politica internazionale. Israele è uno stato ebraico solitario e vulnerabile in un ambiente mediorientale ostile e pericoloso”. Obama, invece, “è un ottimista come Immanuel Kant, ritiene che le controversie possano essere superate attraverso il compromesso. Per lui l’uso della forza militare è l’ultima delle possibilità, riservata a pochi sociopatici come Osama bin Laden e il leader dei talebani”. Netanyahu oggi chiede agli Stati Uniti un nuovo round di sanzioni all’Iran per fermarne il programma nucleare. Obama risponde con la minaccia di veto a una eventuale decisione bipartisan del Congresso.

Ma non è soltanto in crisi il rapporto fra Israele e l’America. È a pezzi il legame fra la Diaspora europea e Israele. Ai capi della comunità ebraica francese, straziata dalla strage al supermercato kasher e da altri casi spaventosi di giudeofobia, non è piaciuto l’invito di Netanyahu a emigrare in Israele, a chiudere la parentesi dell’“esilio” in Europa, la galut. Sul Wall Street Journal, Bret Stephens scrive che “è tempo di fare le valigie per gli ebrei francesi”. È vero, Israele beneficerà di questa ondata di alyah, specie ora che l’emigrazione è in una crisi nera. Ma Gerusalemme perderà anche un pilastro nel suo rapporto con l’Europa, ovvero la presenza di forti comunità ebraiche in un continente dove l’antisemitismo si è rifatto il lifting.

Una Europa gravemente malata di israelofobia. Ieri, per citarne uno, l’ex ministro dell’Economia olandese Herman Heinsbroek ha rilasciato una intervista in cui sostiene che sarebbe bene spostare gli ebrei da Israele agli Stati Uniti: “È stato un errore storico dare agli ebrei un loro stato in mezzo all’islam. Date piuttosto agli ebrei un loro stato negli Stati Uniti”. Non siamo molto lontani da quanto propongono gli ayatollah iraniani. Quando l’accademico tedesco August Rohling, verso la fine dell’Ottocento, disse che agli ebrei si dovevano lasciare i diritti dell’uomo ma privarli di quelli del cittadino, che occorreva bandirli dalla vita politica e civile, concorse a creare le premesse delle future, atroci persecuzioni. Oggi si tenta di fare lo stesso con l’abbandono di Israele.

Pochi giorni fa lo stato ebraico è scomparso dalle mappe geografiche della Harper Collins, la maggiore casa editrice in lingua inglese del mondo.

Il riavvicinamento del Vaticano con il popolo ebraico dopo la Shoah, e soprattutto dopo la “Nostra Aetate”, ha avuto luogo a due livelli, che il Vaticano tiene spesso distinti: quello teologico e quello politico. Ogni passo in avanti sul primo livello è spesso controbilanciato da una regressione sul secondo, come se i due movimenti fossero sincronizzati. Più vicino il Vaticano sembra andare verso il dialogo con l’ebraismo, più forte cresce l’indifferenza per Israele. I pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI si erano contraddistinti per l’afflato verso il popolo ebraico: la permanenza di Israele come parte del disegno di Dio per arricchire il mondo, per renderlo un posto migliore per i suoi figli. Israele come rivendicazione dello spirito e dei valori biblici. Il pontificato di Francesco è freddo, poco interessato a Israele e al suo destino, se non ostile come quando il Papa si è fatto fotografare sotto la barriera israeliana e lo slogan che lo paragonava al ghetto di Varsavia.

Il progressivo isolamento di Israele nelle sedi internazionali ha fatto sì che la cultura dei diritti fondata dall’ebraismo sia oggi usata contro gli stessi ebrei, dalla Convenzione di Ginevra alle accuse di “crimini contro l’umanità”. La Corte internazionale dell’Aia ha appena aperto una inchiesta su Gaza che potrebbe trascinare Israele sul banco degli imputati. La proverbiale lentezza e miopia dei magistrati dell’Aia svanisce non appena si tratta dello stato ebraico (la Corte ha già condannato Gerusalemme per aver eretto un muro di difesa dagli attacchi terroristici). A marzo, la commissione di William Schabas presenterà all’Onu l’atteso rapporto sulla guerra di Gaza. E non sarà un bel sentire per Israele. Intanto, i terroristi di Hamas, non più sotto mora nella lista nera dell’Unione europea, possono rivendicare gli “eroici” accoltellamenti dei pendolari ebrei a Tel Aviv.

Se continua così, fra pochi anni lo stato ebraico sarà trattato alla stregua di un “rogue state”. Uno stato canaglia. Neanche fosse la Corea del nord. Il veleno dell’odio ha ripreso a circolare in questa internazionale del rancore, assieme al disagio pre-nucleare che cresce ogni giorno a Gerusalemme. Ovunque in occidente si sta offuscando la realtà dello stato ebraico, in attesa della scomparsa di questa enclave vulnerabile vista come un mero incidente di percorso della storia.
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Re: Rasixmo contro i ebrei

Messaggioda Berto » lun feb 16, 2015 3:12 pm

El rasixmo/nasisxmo rełijoxo de łi xlameghi
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Jihad o goera "santa" xlamega on cremene contro l'omanedà
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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... /ISIS1.jpg

Maometto nel 627 alle porte di Medina decapitò personalmente circa 800 ebrei maschi adulti della tribù dei Banu Qurayza.
(Ibn Ishaq (704-767), ha scritto che nel 627 il ... di centinaia di ebrei della tribù dei Banu Qurayza alla periferia di Medina.)
http://it.wikipedia.org/wiki/Ibn_Ishaq

https://www.facebook.com/MagdiCristianoAllam

Buongiorno amici!
All'alba è arrivata puntuale l'esecuzione della condanna a morte della mancata terrorista suicida irachena Sajida Rishawi (nella foto con la cintura imbottita), che aveva tentato di farsi esplodere in un hotel di Amman nel 2005. È la vendetta del governo giordano all'atroce uccisione da parte dei terroristi islamici dell'Isis del pilota giordano Muaz Kassasbe, bruciato vivo rinchiuso in una gabbia.

Secondo i "musulmani moderati" dediti alla salvezza della nostra anima convertendoci all'islam, il fatto che la vittima del crimine spietato dei terroristi islamici dell'Isis sia stato un musulmano, il pilota giordano Muaz Kassasbe, attesterebbe che l'islam non c'entra, che piuttosto i terroristi islamici sarebbero dei fuoriusciti dal "vero islam", dei rinnegati e degli infami traditori del Verbo di Allah e dell'esempio di Maometto che prescriverebbero il bene, l'amore e la pace.

A riprova di questa tesi assolutoria dell'islam si evocano i nomi del poliziotto francese musulmano Ahmed Merabet, ucciso senza pietà dai fratelli Kouachi dopo la strage nella sede del settimanale satirico francese Charlie Hebdo lo scorso 7 gennaio, dopo l'attacco alla redazione del giornale Charlie Hebdo, e il nome di Lassana Bathily, il commesso musulmano del supermercato ebraico che salvò cinque ebrei dalla furia omicida del terrorista islamico Koulibaly lo scorso 9 gennaio.

Ebbene la verità è che il pilota giordano e il poliziotto francese non sono stati assassinati perché musulmani, ma all'opposto perché condannati a morte in quanto "murtadd", apostati, quindi nemici dell'islam che devono essere uccisi, avendo aderito alla "coalizione dei crociati" che combatte l'Isis o a uno Stato laico che non applica la sharia, la legge coranica.

Quanto all'opera buona di Lassana Bathily, è evidente che ha fatto prevalere la sua umanità e il senso civico da cittadino francese rispetto alla prescrizione coranica di uccidere gli ebrei, messa in atto spietatamente da Maometto quando nel 627 alle porte di Medina decapitò personalmente circa 800 ebrei maschi adulti della tribù dei Banu Qurayza.

L'islam c'entra sempre e c'entra eccome nei crimini commessi dai terroristi islamici.
Mentre è vero l'opposto.
I musulmani possono essere autenticamente moderati, rispettosi della sacralità della vita di tutti compresi i cristiani e gli ebrei, solo quando fanno prevalere i diritti assoluti e universali della persona anziché quanto prescrive Allah nel Corano e quanto ha detto e ha fatto Maometto.

Cari amici, combattiamo i terroristi islamici sul terreno di guerra ma contemporaneamente sradichiamo dentro casa nostra l'ideologia dell'odio, della violenza e della morte che è insita nell'islam e in Maometto.
Andiamo avanti. Insieme ce la faremo!





Silvana De Mari – Nel giorno di San Valentino il mio ricordo di un ragazzo ebreo che per amore finì torturato, mutilato, sgozzato da una banda di islamici a Parigi

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http://www.filarveneto.eu/wp-content/up ... alimi-.jpg

https://www.facebook.com/MagdiCristiano ... 9435687980

Gentilissima Signora Halimi, oggi è San Valentino e come ogni giorno di San Valentino io penso a suo figlio, e penso a lei. Tutti gli anni a San Valentino penso a lui, Ilan Halimi, ragazzo ebreo francese ucciso il 13 febbraio 2009, dopo essere stato torturato in maniera atroce per 24 giorni da una banda di islamici autodefinitasi con orgoglio la “Banda dei Barbari”, torturato per 24 giorni in un condominio di 11 piani dove tutti hanno finto di non sentire le sue urla. Ci penso il giorno di San Valentino, il giorno successivo a quello della sua morte, perché è una festa un po’ ingenua, che, però, ai ragazzi piace e lui era un ragazzo. Oltretutto nella trappola maledetta è stato attirato da una ragazza, dal sogno di una storia. Ogni anno a San Valentino penso a lui e penso lei, sua madre. Io la porto nel cuore signora Halimi, a suo figlio ho dedicato un libro, che ha un titolo tremendo, La realtà dell’orco.

Per coloro che non conoscono questa storia, i media non ne hanno parlato molto, e quelli francesi ancora meno dei nostri, riporto l’articolo pubblicato sul FOGLIO del 03/07/2010, con il titolo "Auschwitz a Parigi", di Alessandro Schwed, che racconta l'assassinio di Ilan Halimi, dopo l'uscita in italiano del libro "24 giorni, la verità sulla morte di Ilan Halimi".


Finalmente esce in Italia per Salomone Belforte, antica casa editrice ebraica, il libro che racconta uno dei più atroci casi del presente antisemita: “24 giorni, la verità sulla morte di Ilan Halimi”. Quasi un diario postumo del rapimento, narrato dalla madre di Ilan, Ruth, ebraica mater dolorosa, la cui voce è rielaborata con discrezione da Emilie Freche. Ne esce un racconto in prima persona del rapimento del figlio, della sua disumana prigionia, della ferocia delle trattative. 20 gennaio, 13 febbraio 2006: ventiquattro giorni in cui Ilan “vive” nell’appartamento-mattatoio di un gruppo di orchi metropolitani che battono bandiera nazi-islamica, che leggono documenti di Hamas, sono in cerca di soldi facili e facile sangue juive. Intorno, una Francia inerte e complicemente sorda. E allora, c’è Ilan, sefardita parigino di ventitré anni, la famiglia di origine marocchina e di modesta condizione. Vivono in tre stanze di un quartiere popolare misto dell’est parigino. Lui fa il commesso in un negozio di telefonia della banlieue, sul boulevard Magenta. La banda di rapitori lo individua come ebreo, dunque un ricco da sequestrare. Lo sceglie dopo un tentativo analogo e a vuoto con un altro ebreo, dunque ricco e da sequestrare anche lui, che fa il commesso nello stesso negozio. Scatta il sequestro. Una bella ragazza bruna travestita da cliente entra nel negozio e prende al laccio Ilan. Ne scaturisce un appuntamento. Si incontrano di sera, a un bar. La ragazza dice di andare da lei per un ultimo bicchiere. Lasciano la macchina vicino alla facoltà Jean Monnet, a Sceaux. Camminano nel parco dell’edificio universitario. Si saprà che a un certo punto lei pronuncia la parola “chiave” e dai cespugli sbucano tipi col passamontagna, e saltano addosso a Halimi. Il sequestro ha inizio.

Sono ventiquattro giorni di inutili trattative. La famiglia è povera, la polizia contraria a trattare e convinta di intrappolare i rapitori. Il ragazzo intanto è in manette, la bocca incerottata. Poi nudo, con profondi tagli di coltello sul volto, nutrito con una cannuccia; fotografato simulando una violenza col manico di una scopa, in modo da terrorizzare la famiglia. Da ultimo, il capo-banda Fofana lo mette in un sacco e lo porta in un bosco. Qui lo accoltella ripetutamente, recide la carotide, inonda il suo corpo con una tanica di benzina, lo dà alle fiamme. Pare che Ilan avesse gli occhi scoperti e lo fissasse. Il corpo testardamente in vita viene lasciato lungo dei binari.

Prima di questo, una distrazione di ventiquattro giorni: la sordità del grande condominio dove si trova la prigione di Ilan, l’apatia della polizia, l’incomprensibile negazione dell’evidenza da parte della procura, la smisurata assenza della classe politica. Da ultimo, la cronaca al silenziatore dei media, che raccontano la morte di Ilan come un normale episodio di cronaca nera, alla stregua di un pieno di benzina, finito invece che in una macchina sopra il corpo di un ebreo marocchino. Cose di tutti i giorni in una megalopoli – e ognuno e tutti, lo Stato e i media, tesi a smorzare lo sputtanante orrore nel cuore del paese. I rapitori sono la cosiddetta Banda dei Barbari, originari della Costa d’Avorio. Vestono trendy, da rapper, come in un fumetto iperrealista.

Al processo, conclusosi con l’ergastolo al capobanda Youssouf Fofana, l’omicida entra in aula urlando che Allah vincerà. Alla domanda di prammatica di quando e dove lui sia nato, l’imputato risponde ieratico di essere nato nel giorno e nel luogo dell’omicidio: “Il 13 febbraio 2006, a Sainte- Geneviève-des-Bois”. Se da una parte il rapimento di Ilan traccia il profilo di un antisemitismo tribale per cui gli ebrei sono Israele e Israele gli ebrei, e tutti gli ebrei da abbattere, dall’altra il sequestro di Halimi avviene in una inquietante assenza del potere politico e mediatico, paurosamente girato da un’altra parte, mentre gli ebrei lasciano la Francia. I “pacifisti” negano che tale fenomeno sia in atto, dicono che è una menzogna lanciata da Ariel Sharon e da lui ritirata (ti pareva non fosse colpa sua anche questo). Ma se uno si legge il libro e come si sviluppi la continuata assenza di indagini vere sul rapimento di Ilan, il clima corrisponde esattamente a una situazione dove esistono due giungle sovrapposte, in mezzo alle quali vivono, credo con una certa apprensione, gli ebrei francesi: da una parte una giungla antisemita con aggressioni islamiste a chi porta la kippà, poi le sinagoghe imbrattate e talora incendiate, i cimiteri violati; dall’altra la giungla di uno Stato semigirato da un’altra parte, sospettabile di reticenze e manipolazioni.

Andiamo al punto, il caso raccontato nel libro su Ilan. Intanto, nel corso di quel rapimento i criminali – già denunciati per tentati sequestri di altri cinque ebrei e niente affatto indagati quanto al rapimento di Halimi, passeggiano spudoratamente impuniti nel quartiere dove tengono il prigioniero; secondo, appena emerge che Ilan è ebreo, ma ci vogliono tre giorni, il comandante della polizia minimizza il possibile movente antisemita con l’umile famiglia nordafricana, masticata da un razzismo al cubo, sia tribale che educatamente locale. E da questo inizio, vediamo la solitudine ebraica di una famiglia ebraica di origine marocchina – fragilità nella fragilità. Tra gli psicologi della polizia, i commissari, i magistrati, nessuno fa alcunché. E’ sciopero generale contro gli umili. E dunque, che gli Hilami siano ebrei, è giudicato ininfluente. Nella vantata società multietnica francese, gli ebrei sono ombre, gli ebrei marocchini, ombre di ombre. Esagerazione?

Vediamo l’indagine, dettagliatamente descritta dal libro: la polizia sa che poco tempo prima i rapitori di Ilan hanno tentato, a Parigi, non in Alaska, analoghi sequestri di medici ebrei, adescati anche loro da donne che conducevano le vittime dai rapitori – l’indizio, macroscopico, è ignorato come se negli archivi non esistesse una memoria delle indagini, i nomi dei criminali. Eppure, a suo tempo, la polizia ha schedato i criminali, esistono foto segnaletiche, c’è una denuncia nei loro confronti, la magistratura li indaga. Non basta: a causa dei tentati sequestri ebraici precedenti, dicasi ebraici, i rapitori di Ilan sono stati recentemente ospiti nelle celle dei commissariati dove la loro detenzione non è ricordata, e infatti non si sa a cosa servano gli schedari. Non basta ancora: quando ha inizio il rapimento di Halimi e vengono disegnati gli identikit, prima quello della donna adescatrice, poi del messaggero che invia tutte le sgrammaticate email sempre dai numerosi internet bar del quartiere (la prima, sadicamente firmata col cognome sacerdotale di Cohen), gli identikit non sono mai trasmessi ai commissariati locali; né avviene un riscontro sulle liste- viaggiatori delle compagnie aeree che operano tra Parigi e la Costa d’Avorio, da cui provengono le chiamate del capo-banda su un cellulare “pubblico” di uso comune in quel paese. Sarebbe bastato, penserà la madre di Ilan nel doloroso dopo, vagliare le liste dei viaggiatori e il cognome di Youssouf sarebbe emerso: piccolo criminale, accento africano, vive a due passi, è schedato. Questo sarebbe bastato, pensa Ruth, e adesso suo figlio sarebbe vivo. Invece, mentre le trattative si prolungano goffamente inutili, allo scopo mai raggiunto di intrappolare i rapitori, per venti giorni Ilan è nel mattatoio con il corpo a disposizione degli orchi. Fa freddo, e viene tenuto nudo. E’ stato totalmente rasato – cioè privato di identità. Gli occhi e la bocca sono incerottati. E’ coperto di tagli, inciso come i cadaveri alla facoltà di medicina, solo che è vivo. Nel grande condominio di Parigi, i rapitori sono a proprio agio. Grazie a un accordo col portiere in cambio di qualche migliaio di euro, sono installati in un appartamento vuoto. Qui, di giorno e di notte, “in mezzo” a centinaia di inquilini, Ilan viene sfregiato, gli spezzano le dita. E sulle scale, in ascensore, nessuno sente. Più tardi si verrà a sapere che le grida erano altissime. Intanto, probabilmente, la funzione reale della polizia non è trovare Ilan, ma insonorizzare l’accaduto e gestire la semplicità di una povera famiglia marocchina. Lungo le tre settimane, i due psicologi della polizia messi per fini pedagogici alle spalle del padre di Ilan – sempre al telefono coi rapitori – dirigono la trattativa come un ventriloquo che dia la voce a un pupazzo. Il solo fine, gli ripetono robotici, è che i sequestratori riconoscano chi è il più forte, e lui, ammaestrano, è chiaramente il più forte. E ciò, sino a smarrire la sola esigenza della famiglia – che il ragazzo rimanga vivo. Infatti, morirà. E grazie al protrarsi della trattativa a vuoto, morirà in una lunga macellazione progressiva.

???Quanto alla matrice “ideologica” del sequestro non è antisemita, spiega il procuratore della Repubblica ai familiari di Ilan, in una demenziale lezione a degli ebrei su cosa sia l’antisemitismo – i cui familiari nel frattempo non solo ricevono dai rapitori decine di email antisemite, ma sentono al telefono le urla di Ilan a cui viene bruciata la pelle, mentre una voce recita versi del Corano. I rapitori, spiega kafkianamente il funzionario, non possono essere antisemiti dato che “si trovano al grado zero del pensiero”.???

Questo leggiamo, domandandoci se allora i nazisti non si siano resi conto di che stessero facendo perché leggevano troppo. Eppure, è così: nella città dove il popolo ha assaltato la Bastiglia in nome di una società più giusta, regna il fallimento della Storia. Tutto questo ci parla. E’ come se l’uscita italiana del libro, nella sorvegliata traduzione di Barbara Mella, Elena Lattes e Marcello Hassan, sia reclamata dall’urgenza della cronaca antisemita dopo il boicottaggio delle Coop, dopo l’incidente della flottiglia e la successiva perdurante aggressione antiebraica di media e “pacifisti”, che ristagna nei social forum della rete, al grido di “voi ebrei”, “genocidi” e, naturalmente, “nazisti”.
In realtà, oltre alla realtà delle indagini a vuoto della polizia, alle trattative a vuoto coi rapitori, oltre a Ilan, ostaggio dei criminali, oltre ai suoi cari, anche loro come ostaggi ma della polizia – la quale non indaga, non vuole che si tratti e ha la pretesa di far fallire la trattativa – oltre dicevo a questa desolazione, si vede il pericolo di essere ebrei in una città francese che potrebbe essere olandese o tedesca: con gli ebrei attaccati perché girano con la kippà, le sinagoghe imbrattate, e talora date alle fiamme, i loro cimiteri profanati. E se qualcuno pensasse che siamo di fronte a un crimine antisemita – osserva Bernard- Henri Lévy in un suo veemente articolo apparso sul Corriere della Sera nel luglio 2009, poco prima della sentenza (articolo posto in apertura del libro) – questo qualcuno bada solo a togliersi l’idea dell’antisemitismo da davanti agli occhi.
Eppure, come nel corso di una guerra invisibile di cui si sente il rombo, tali possono essere le condizioni ebraiche nell’Europa multietnica. Giulio Meotti del Foglio scrive nella sua nitida introduzione che Ilan Halimi fu prigioniero in un campo di concentramento fatto in casa. E nelle prime pagine, Pierluigi Battista, editorialista del Corriere, ricorda un episodio di qualche anno fa, quando il ghetto di Roma fu messo sotto assedio da una manifestazione filo-palestinese in cui dei manifestanti si erano camuffati da “martiri”, con finte cinture di esplosivo. “… Cordoni di polizia erano schierati a difesa degli ebrei (…) il valore simbolico dell’assedio a quelle stesse case che avevano conosciuto l’infamia del rastrellamento e della deportazione del 16 ottobre del ’43, passò quasi inosservato. Quella volta, confesso, un po’ mi vergognai di essere italiano”.
Di questo, parla “24 giorni”: della saldatura strisciante tra l’Occidente e la società multietnica, contra iudeos: alleanza tra islamismo e media, islamismo e un quartiere, tra un mondo che elettoralmente pesa e la polizia, il governo, le istituzioni. Halimi non è stato semplicemente sacrificato da una banda naziislamica, nel cuore del XIX arrondissement: è morto in piena Francia, senza che nessuno ci facesse caso. Quanto ai media, a una certa omertà sociale verso l’islamismo, ci viene in soccorso un suggerimento su Facebook di Vanni Frediani da Israele, che rielaboriamo così: la casta culturale e politica che per anni ha utilizzato l’esistenza dell’Urss come contrappeso generale alla visione americana oggi ha intimamente sostituito l’Urss con l’Iran. Tale è la vertigine del mondo alla rovescia. Tuttavia non basta. Il libro scoperchia la verità quando i rapitori interpellano un rabbino perché trovi i 450.000 euro del riscatto con l’aiuto della comunità ebraica. Allora, il rabbino racconta, senza fare i nomi, un analogo caso di sequestro ebraico, risolto in modo incruento, probabilmente grazie all’esborso del riscatto. E la verità esplode come una polveriera con la semplice domanda su quante volte sia accaduto in modo sommerso e impaurito ad altri ebrei francesi di vivere pressioni, ricatti, oltraggi mai confessati o venuti a galla, nella Francia degli ultimi anni – la Francia, dico, la nazione da cui gli ebrei stanno andandosene nel silenzio d’Europa – dove molti dicono che non è vero, gli ebrei francesi stanno benissimo. Quando giunge l’ora tremenda di Ilan Halimi, la madre, Ruth della Francia ebraica, si sveglia nella notte con un soprassalto. Il cuore le tambureggia la verità: il suo agnello è stato sacrificato. Fuori, il silenzio della megalopoli è un potere occulto. Quando la banda abbandona il covo perché arrivano i veri inquilini, e a notte fonda deve traslocare a qualche centinaio di metri, e per le strade si snoda una placida processione che in un sacco reca in spalla il corpo tagliuzzato di Ilan – Parigi dorme. Il branco passeggia per la periferia deserta, Ilan viaggia gettato in spalla al capo degli orchi. Sono le quattro del mattino, e dalle finestre, dagli incroci, da una macchina che sarà pure passata, nessuno vede niente. Così come nessuno vedeva che dalle ciminiere di Auschwitz uscisse cenere o sentiva come l’aria fosse satura di quell’odore. L’ignoranza dei fatti non venne esibita durante il nazismo, ma dopo. Quando tutti sentimmo dire: non sapevo. Era la solita distrazione.
E dato che per Ruth i ventiquattro giorni del rapimento dureranno tutta la vita, vorremmo farle un poco compagnia. E con lei riconsiderare i fatti attraverso quelle sue domande sempre più stanche e senza risposta; e come lei ha dovuto aspettare il momento fatale, quasi passivamente, in taluni momenti anche a noi sembra che siamo qui ad aspettare una sconosciuta ora nefasta. “24 giorni, la morte di Ilan Halimi” è un libro-bomba a orologeria, leggiamo e intanto il contenuto sta per scoppiare. Tuttavia. La mattina del 13 febbraio 2006, a scorgere il corpo di Ilan che rantola lungo la ferrovia dove è gettato come una lattina vuota, è una donna francese di colore che si ferma mentre sta andando in macchina a lavorare. Telefona alla polizia, sta con Ilan che in un certo senso è vivo. Gli tiene compagnia sino all’arrivo dei soccorsi. Nel mondo non c’è solo odio.

L’articolo è lungo, ma vi prego leggetelo. Lo dobbiamo a questo ragazzo, lo dobbiamo a sua madre, e lo dobbiamo a noi, che non siamo Eurabia e non lo diventeremo. La folle storia di Ilan Halimi non è un crimine islamico, è un crimine eurabico, un crimine di Eurabia. Il non trovarlo è stato un crimine, il non cercarlo nemmeno è stato un crimine, il non mostrare le foto del suo corpo torturato fatte dagli stessi torturatori, il non compiangerlo, il non ricordarlo, il non andare tutti al suo funerale, tutti, gente comune e capi di stato.

Je suis Ilan Halimi.

Le mie condoglianze signora. Sto pregando per suo figlio e per lei. È tutto quello che posso fare, ma questo lo posso fare e per nulla al mondo rinuncerei a farlo. Sto pregando perché gli orchi si fermino e che gli uomini d'onore risorgano e ritrovino il coraggio.

Je suis Ilan Halimi.
Je ne suis pas Eurabia.
Io non sono Eurabia, e non lo sarò mai.

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Francia, profanate centinaia tombe in cimitero ebraico

http://www.repubblica.it/esteri/2015/02 ... 36318/1/#1
http://www.repubblica.it/esteri/2015/02 ... ef=HRER3-1

PARIGI - Un mese dopo gli attentati islamisti di Parigi, circa 300 tombe sono state profanate nel cimitero ebraico di Sarre-Union, nel Basso Reno. Lo ha annunciato il ministro dell'Interno francese Bernard Cazeneuve, appena rientrato da Copenaghen dove aveva reso omaggio alle vittime del doppio attacco di sabato, condannando questo "atto odioso" con "la massima fermezza". "La Repubblica non tollererà questa nuova ferita che colpisce i valori condivisi da tutti i francesi", ha detto. Per poi aggiungere: "Sarà fatto ogni sforzo per identificare la persona o le persone responsabili e portarle davanti alla giustizia".

In un comunicato diffuso dall'Eliseo si legge che "il presidente della Repubblica condanna con la più netta fermezza la profanazione" e che "sarà fatto di tutto per identificare e punire i responsabili di questo atto odioso e barbaro". "La Francia - conclude la nota - è determinata a lottare senza tregua contro l'antisemitismo e contro coloro che vogliono attentare ai valori della Repubblica". Dello stesso tenore la dichiarazione del primo ministro Manuel Valls.

Già nel 1988 una sessantina di steli del cimitero ebraico di Sarre-Union erano state abbattute e nel 2001 altre 54 tombe erano state danneggiate. Dal mese scorso le autorità francesi hanno rafforzato la sicurezza intorno alle sinagoghe. Nel 2014 gli episodi di antisemitismo sono raddoppiati rispetto all'anno rpecedente, con un significativo aumento degli atti di violenza.


ILAN HALIMI:10 ANNI DOPO NON DIMENTICHIAMO
13/02/2016

https://www.facebook.com/noicheamiamoisraele

Ilan Halimi era un ragazzo francese, di origini marocchine, rapito il 21 gennaio 2006 nella regione Parigina e torturato per le seguenti tre settimane nella zona di Bagneux (periferia di Parigi) perché ebreo.

Scoperto nudo ed agonizzante il 13 febbraio 2006 lungo un binario ferroviario a Sainte-Geneviève-des-Bois nel Dipartimento di Essonne, è deceduto all'ospedale poco dopo l'arrivo. L'autopsia, effettuata il 14 febbraio, ha rilevato bruciature sull'80% del corpo, numerosi ematomi e contusioni, una ferita da taglio alla guancia e due alla gola. La conclusione dei medici è stata "Nessun colpo è stato mortale". È l'insieme delle violenze e delle torture subite durante i 24 giorni che ne hanno causato la morte alla quale hanno contribuito anche il freddo (è stato tenuto nudo in un appartamento senza riscaldamento in pieno inverno) e la fame.

Le parole di Ruth,la madre,che decide di portare la salma a Gerusalemme: "Perché non accada che qualcuno osi sputarci sopra" ....almeno in Israele Ilan puo' riposare davvero in pace.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Rasixmo contro łi ebrei

Messaggioda Berto » mar ott 20, 2015 8:59 pm

Perché difendere Israele è un dovere dell'occidente. Sberle a Odifreddi
Gli attentati nel territorio israeliano e il ritorno di quel sentimento antiebraico che il professore aveva sintetizzato nel 2012 sul suo blog su Repubblica. "Israele è nazista"? No. La version di Marcenaro, la risposta di Odifreddi, la replica di Claudio Cerasa.
di Claudio Cerasa | 14 Ottobre 2015

http://www.ilfoglio.it/esteri/2015/10/1 ... e_c300.htm

Caro professor Odifreddi.
Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. Il suo post è del 2012 ma il problema, come le ha fatto notare il nostro Marcenaro, è che la sua testa ho come il sospetto che sia rimasta al 2012, e temo che il suo pensiero riguardo ciò che succede oggi in Israele sia rimasto intrappolato in quel post (rimosso dal sito di Repubblica ma che con orgoglio lei ospita sul suo blog personale).

Rioffro a lei e ai nostri lettori il contenuto del suo pensiero su “Israele nazista”. Un pensiero che mai come in questo momento è attuale per decifrare le idee di chi, come lei, considererebbe del tutto secondaria la fine di Israele. “In questi giorni si sta compiendo in Israele l’ennesima replica della logica nazista delle Fosse Ardeatine. Con la scusa di contrastare gli ‘atti terroristici’ della resistenza palestinese contro gli occupanti israeliani, il governo Netanyau (si scrive Netanyahu, ndr) sta bombardando la striscia di Gaza e si appresta a invaderla con decine di migliaia di truppe. Il che d’altronde aveva già minacciato e deciso di fare a freddo, per punire l’Autorità Nazionale Palestinese di un crimine terribile: aver chiesto alle Nazioni Unite di esservi ammessa come membro osservatore! Cosa succederà durante l’invasione, è facilmente prevedibile. Durante l’operazione Piombo Fuso di fine 2008 e inizio 2009, infatti, compiuta con le stesse scuse e gli stessi fini, sono stati uccisi almeno 1400 palestinesi, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, a fronte dei 15 morti israeliani provocati in otto anni (!) dai razzi di Hamas.
Un rapporto di circa cento a uno, dunque: dieci volte superiore a quello della strage delle Fosse Ardeatine. Naturalmente, l’eccidio di quattro anni fa non è che uno dei tanti perpetrati dal governo e dall’esercito di occupazione israeliani nei territori palestinesi. Ma a far condannare all’ergastolo Kesserling, Kappler e Priebke ne è bastato uno solo, e molto meno efferato: a quando dunque un tribunale internazionale per processare e condannare anche Netanyau (si scrive Netanyahu, ndr) e i suoi generali?”.

Ci piacerebbe davvero credere che il suo pensiero sia cambiato rispetto a quel giorno e rispetto ad altre sue allegre divagazioni sul tema “Non entro nello specifico delle camere a gas, perché di esse ‘so’ appunto soltanto ciò che mi è stato fornito dal ‘ministero della propaganda’ alleato nel Dopoguerra”, ha detto sempre lei, professor Odifreddi, nel 2013. Temo che non sia così, e per questo oggi come ieri le sue parole sono perfette da ricordare. Anche per capire chi è che, come lei, nega che sia un dovere dell’occidente difendere Israele.
Volendo essere ottimisti potremmo pensare che Repubblica abbia accettato di riospitare il suo blog perché il direttore ha capito che lei ha cambiato idea. Ma leggendo le sue righe ci viene da pensare che le cose non stiano così. E ci viene anche da pensare che quando domenica prossima a Roma si manifesterà di fronte all’ambasciata di Israele in solidarietà con un paese martoriato dal fondamentalismo islamico il suo pensiero sarà sempre quello. Israele è nazista. Quando si dice, appunto, che le style, c’est l’homme.
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Re: Rasixmo contro łi ebrei

Messaggioda Berto » dom dic 27, 2015 12:40 pm

El rasixmo, łe colpe e łe responsabełetà de łi ebrei
viewtopic.php?f=25&t=468


“L’anticristianesimo alle origini dell’antigiudaismo” di Don Nicola Bux
Pubblicato 16 maggio 2010 | Da Libertà e Persona
Una storia che nessuno ricorda. La Chiesa delle origini, composta anche da molti ebrei convertiti al cristianesimo, fu perseguitata dai Giudei. Al punto che le autorità dell’impero romano dovettero emanare norme per difendere i cristiani.
Da il Timone – Aprile 2010

http://www.libertaepersona.org/wordpres ... a-bux-1807

Nel suo saggio Ebrei e cristiani. Il mito di una tradizione comune (San Paolo, 2009), il noto studioso ebreo Jacob Neusner demolisce appunto l’idea, diffusasi soprattutto tra i cattolici dopo il Concilio Vaticano Il, che le due religioni abbiano molto in comune. L’autore lo aveva già fatto con un altro testo, Disputa immaginaria tra un rabbino e Gesù, nel quale affermava che «Secondo la Torah, molto di ciò che Gesù ha detto è sbagliato». Joseph Ratzinger nella prefazione lo definiva come «Il saggio più importante per il dialogo ebraico-cristiano dell’ultimo decennio». Neusner ha ragione?
Prendiamo le Scritture: è vero che noi cristiani abbiamo quelle ebraiche che chiamiamo Vecchio Testamento, ma gli ebrei non hanno il nostro Nuovo Testamento; inoltre, la comprensione delle Scritture per noi passa attraverso Gesù. C’è poi un altro aspetto non secondario: la religione giudaica al tempo di Gesù passava attraverso l’interpretazione dei Farisei, invece Gesù si richiamava ai Patriarchi e ai Profeti.
L’attuale religione giudaica è quella rinata dopo la distruzione di Gerusalemme del 70 d C, filtrata attraverso il Talmud – monumentale studio della Torah, la legge divina, compilato tra IV e V secolo, dove il ruolo dei Profeti è minimo – perché proprio i Profeti avevano preso le distanze dalle interpretazioni insopportabili intervenute al tempo della divisione dei regni e degli esili.

Nella recente visita alla sinagoga di Roma, papa Benedetto XVI ha rinnovato il rispetto per l’interpretazione che gli ebrei hanno dell’Antico Testamento: sappiamo che questa è diversa da quella cristiana, soprattutto perché la Torah, come dice Neusner, è filtrata attraverso il Talmud che è il giudaismo. Ma basterebbe solo un punto a marcare la differenza: la fine del Tempio, cioè il luogo della Shekinah, la Presenza divina. Resta il fatto che «La Chiesa, popolo di Dio, della nuova Alleanza, scrutando il proprio mistero, scopre il proprio legame con il popolo ebraico, che Dio "scelse primi fra tutti gli uomini ad accogliere la sua parola"» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 839).
I Padri della Chiesa erano convinti che l’antica Alleanza si fosse compiuta in Cristo e se ne sentivano i veri eredi; non solo era avvenuto il passaggio dal giudaismo al cristianesimo, anzi al giudeo-cristianesimo, ma, quasi contemporaneamente, anche quello alla Chiesa dei gentili, ovvero le genti pagane che si convertivano a Cristo. L’Ecclesia ex circumcisione e l’Ecclesia ex gentibus si possono ancora oggi ammirare a Roma come due figure femminili nel mirabile mosaico di S. Sabina all’Aventino.

Allora, perché tanta insistenza da parte cattolica sulla comunanza, quando poi gli stessi ebrei continuamente prendono le distanze, ora sulla persona e l’opera del Venerabile Papa Pio XII, ora sulla "Preghiera per gli ebrei" approvata dal Benedetto XVI per l’uso nella celebrazione della forma straordinaria del rito della Santa Messa, ora sulla revoca della scomunica alla Fraternità San Pio X e così via?
E malgrado le spiegazioni, non sembrano mai appagati? A mio avviso, il motivo di fondo è l’anticristianesimo. Negli Atti degli Apostoli i "nazareni" – così erano chiamati i cristiani dagli ebrei – non pensavano di costituire una religione a parte, malgrado le vessazioni subite dagli stessi Apostoli e dalle comunità; quando furono cacciati dalle sinagoghe, infatti, misero insieme nel primo giorno dopo il sabato – chiamato kyriakè, cioè domenica – la lettura della Torah, che si faceva di sabato, e la celebrazione dell’Eucaristia.
Attorno a tale polo, si può osservare in Palestina la differenziazione progressiva della suppellettile liturgica cristiana da quella giudaica, per esempio nei simboli: il sacrificio di Isacco nelle sinagoghe è reso con tutti i dettagli figurativi, invece nelle chiese è ridotto all’agnello legato all’albero posto sotto o dietro l’altare; l’altare dei sacrifici nel cortile del Tempio e la tavola delle offerte all’interno, nelle chiese vengono sintetizzati nell’altare a cui si addossa una mensa. In occidente, molto evidente prima del Vaticano Il.
Si può intravedere in ciò una sorta di antigiudaismo cristiano?
Certamente no, ma solo la consapevolezza del compimento delle figure antiche nelle nuove. Dagli ebrei ciò è ritenuta ancora oggi una eresia. Che il cristianesimo fosse "vino nuovo in otri nuovi", lo provano alcuni altri fatti. Gesù aveva detto: «Quando poi vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate allora che la sua desolazione è vicina. Allora coloro che sono in Giudea fuggano ai monti, quelli che sono nella città si allontanino...» (Lc 21,20-21). Così fecero i seguaci di Gesù nel 70, in gran parte giudei divenuti cristiani, dissociandosi dalla sanguinosa rivolta antiromana. I cristiani non parteciparono nemmeno alla rivolta del 132-135 capitanata da Bar Kochba, anzi pagarono caramente.

Alcuni decenni dopo, Giustino di Nablus scriveva: «I Giudei ci considerano loro nemici e loro avversari. Come voi, anch’essi ci perseguitano e ci mettono a morte quando possono farlo [.. .]. Ne potete avere le prove. Nell’ultima guerra di Giudea, Bar Kochba, il capo della rivolta, faceva subire ai soli cristiani gli stessi supplizi se non rinnegavano Cristo» (Apologia 1,31,6). Eusebio aggiunge: «se non lo bestemmiassero» (Storia Ecclesiastica IV,8). Alcuni ritornarono da Pella, in Transgiordania, ove si erano rifugiati e si stabilirono, secondo la testimonianza di Epifanio nel Trattato dei pesi e delle misure, attorno alla "piccola chiesa" del Sion, nella parte meridionale di Gerusalemme.
La rottura tra cristianesimo e giudaismo si consumò a Yamnia, centro a sud di Jaffa, dove i rabbi farisei presero in mano le redini della nazione, per ridare fiducia ai sopravvissuti al massacro compiuto dai romani e alle deportazioni, prendendo decisioni ardue al fine di riorganizzare la comunità ormai priva del Tempio e delle autorità sacerdotali e nazionali.
Si confrontarono posizioni moderate e conciliazioniste, come quelle di rabbi Johanan ben Zakkai e Rabbi Joshua ben Hananyah, e posizioni dure e intransigenti, come quelle di Rabbi Eliezer ben Hircanos e di rabbi Gamaliel. Queste ultime, maggioritarie, prevalsero al momento di definire e approvare le cosiddette 18 Decisioni vincolanti per la comunità, e di passare alla stesura delle 18 Benedizioni, con l’aggiunta di quella dei Minim, ossia gli apostati – invero una maledizione (Birkat-haMinim) -inclusiva dei giudeo-cristiani.
Nella Mishna – compilazione della legge orale fatta da rabbi Juda agli inizi del III sec. d.C. a Tiberiade – si afferma perentoriamente: «Queste sono alcune delle decisioni che furono prese nella camera superiore di Hananyah ben Hiskiah ben Gurion, quando i saggi salirono per fargli visita. Essi votarono e i saggi della Scuola di Shammay (l’ala dura difesa da un buon manipolo di gente armata pronta a far valere la ragione della forza) si trovarono in maggioranza. Quel giorno furono prese le 18 Decisioni» (Shab 1 ,4).

Nel Talmud babilonese si legge: «Quel giorno Hillel (rabbi simbolo dei moderati in opposizione a Shammay) sedette umilmente come un discepolo davanti a Shammay. Quel giorno fu così penoso come il giorno in cui fu fatto li vitello d’oro» (Shab 171). La Birkat-haMinim finì per sancire la rottura tra l’ebraismo farisaico rappresentato dai Sapienti e la Chiesa Madre di Gerusalemme: sia gli uni che gli altri, infatti, la considerarono una vera e propria scomunica. Il testo, conservato nella ghenizah del Cairo (luogo della sinagoga dove si conservano i libri sacri) recita: «Che gli apostati non abbiano speranza e che il regno dell’insolenza sia sradicato ai nostri giorni.
Che i Nozrim (i nazareni) e i Minim spariscano in un batter d’occhio. Che siano rimossi dal libro dei viventi e non siano scritti tra i giusti. Signore che abbassi gli orgogliosi». Con tale scomunica vennero così colpite tre categorie: i Giudei collaborazionisti del vincitore romano, l’impero romano in quanto tale e i Giudei seguaci di Gesù. Veniva sancita la rottura definitiva tra la Sinagoga e la Chiesa nascente.
Tale posizione causò la caccia al giudeo divenuto cristiano. AI punto che l’imperatore Costantino nel 315 promulgava alcune leggi, come quella indirizzata ai capi giudei, in cui proibiva di molestare quanti avevano abbracciato la nuova religione, ribadendo la legislazione precedente che proibiva agli incirconcisi di diventare ebrei, insieme all’abolizione del supplizio della croce, del crurifragio – lo spezzar le gambe ai condannati a morte – e del marchio a fuoco sulla fronte degli schiavi.
Nel 329, il 18 ottobre, l’imperatore promulgava una legge per proteggere i convertiti dal giudaismo, condannando a morte i Giudei che avessero lapidato chiunque «era fuggito dalla setta omicida e aveva rivolto gli occhi al culto di Dio (diventato cristiano». Viene alla memoria il protomartire Stefano, ucciso tre secoli prima dagli ebrei ellenisti. Ancora il 21 ottobre del 335, Costantino decretava la punizione per i Giudei che avessero perseguitato un ebreo convertito al cristianesimo. Anche Valentiniano III e Teodosio II l’8 aprile 426 emanarono una legge con cui proibivano alle famiglie giudee e samaritane di diseredare i loro membri convertiti al cristianesimo.
AI tempo dell’imperatore Focas, gli Ebrei o almeno i più fanatici tra loro non perdevano occasione per ripagare autorità e popolazione cristiana con ogni genere di offese, come descrive Giacobbe, un convertito dal giudaismo: «io odiavo la legge dei cristiani e il ricordo di Cristo, e non volevo udire la profezia di profeti che avevano profetizzato a riguardo di lui; ma restavo a macchinare contro i cristiani in ogni sorta di mali e li oltraggiavo enormemente» (Sargis d’Aberga 63).
Tutto questo doveva portare malauguratamente al desiderio di vendetta dei cristiani, al punto che Focas si adoperò per la conversione forzata di tutti gli ebrei dell’impero alla religione di Stato, sebbene già in precedenza papa Gregorio Magno avesse scritto ai vescovi proibendo di battezzare gli ebrei contro la loro volontà e in altro momento ingiungeva al vescovo di Cagliari di far restituire la sinagoga che un neoconvertito dall’ebraismo aveva sottratta ai suoi antichi correligionari.
L’intolleranza cristiana si alimentava con la continua rivalsa giudaica.
Fermiamoci qui alle soglie del Medioevo. Per fortuna oggi uno spirito nuovo da parte cattolica, ma anche da non pochi gruppi di ebrei, ci porta a considerarli come "fratelli maggiori", sebbene talvolta tentati da invidia come quello della parabola del figlio prodigo perché il padre compassionevole ne aveva festeggiato il ritorno ammazzando il vitello grasso.

Don Nicola Bux
Ricorda «Anche noi, abbracciando con la fede il Cristo che viene da Betlemme, divenimmo da pagani popolo di Dio. Egli, infatti, è la salvezza di Dio Padre. Vedemmo con gli occhi il Dio fatto carne. E proprio per aver visto il Dio presente fra noi ed averlo accolto con le braccia dello spirito, ci chiamiamo nuovo Israele". (S. Sofronio, patriarca di Gerusalemme, Discorso 3 su//"’Hypapante", 6,7; PG 87,3, 3293).
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Re: Rasixmo contro łi ebrei

Messaggioda Berto » mer dic 30, 2015 10:58 am

Talmud, ke łe sipia vere ste robe?
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Re: Rasixmo contro łi ebrei

Messaggioda Berto » gio gen 07, 2016 10:35 pm

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Re: Rasixmo contro łi ebrei

Messaggioda Berto » gio gen 07, 2016 10:41 pm

L’antiebraeixmo e l’antisemetixmo de çerti veneti marciani
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Re: Rasixmo contro łi ebrei

Messaggioda Berto » gio gen 07, 2016 10:43 pm

Ixlam, pałestinexi, ebraixmo, ebrei, Ixraełe
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Strika de Gaxa (e i nasirasisti xlameghi co łi so sostenidori e conpliçi cristiani)
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