Łi fanateghi del latin e de l'arabo come łengoe de Dio

Łi fanateghi del latin e de l'arabo come łengoe de Dio

Messaggioda Berto » dom mag 04, 2014 6:55 pm

Łi fanateghi exaltadori del latin e de l'arabo, come łengoe de Dio
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Łi fanateghi exaltadori del latin, come se ła fuse ła łengoa de Cristo e de Dio, buxiari e diriti a l’enferno!
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L'immortalità del latino: intervista a don Roberto Spataro
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Re: Łi fanateghi exaltadori del latin

Messaggioda Berto » dom mag 04, 2014 7:24 pm

L'immortalità del latino: intervista a don Roberto Spataro
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Abbiamo avuto il privilegio di intervistare don Roberto Spataro sdb, sacerdote e docente presso la Università Pontificia Salesiana, esperto di Patristica, di didattica delle lingue classiche e di Teologia dogmatica e Segretario del Pontificium Institutum Altioris Latinitatis.

A novembre 2012, don Spataro è stato nominato primo Segretario della Pontificia Academia Latinitatis, in accordo con Latina Lingua, la Lettera Apostolica emanata da Benedetto XVI in forma di Motu Proprio a tutela della dignità, dell’impiego e dello studio del Latino, in particolare all’interno delle istituzioni formative cattoliche.

1. Oggi si usa qualificare il Latino come “lingua morta”. Sappiamo che Lei non concorda affatto con tale definizione. Perché?

Io preferisco affermare che il latino è una lingua immortale. Mi permetta di citare, a tal proposito, le parole del professor Luigi Miraglia, uno dei migliori latinisti contemporanei: “Il latino, morendo, è diventato immortale. Esso, non soggetto più alla trasformazione delle lingue vive, ma fisso nelle sue forme e incrementato quasi solo nel lessico, ha vinto la maledizione di Babele non con un miracolo pentecostale, ma creando per il mondo occidentale un mezzo di comunicazione che superasse insieme le barriere dello spazio e quelle del tempo”. Con la conoscenza del latino, possiamo entrare in dialogo, per fare solo alcuni nomi, con Cicerone, Seneca, Agostino, Tommaso d’Aquino, Erasmo da Rotterdam, Spinoza, e riflettere sui pensieri nobili ed alti che essi alimentano. ???

2. Tra la Chiesa cattolica e la lingua latina sembra esserci “da sempre” un rapporto privilegiato. È vero? Per quali motivi?

I Sommi Pontefici, da sempre grandi promotori dell’uso vivo della lingua latina, hanno indicato sostanzialmente tre motivi.
Primo: la Chiesa Cattolica, in quanto istituzione universale, non può usare un idioma appartenente ad un bacino linguistico-culturale specifico, ma ha bisogno di una lingua sovranazionale. Ed il latino ha svolto sempre ed ottimamente questa funzione. In secondo luogo, certe caratteristiche della lingua latina, come la sua sobrietà e la sua chiarezza logica, la rendono particolarmente appropriata per esprimere l’insegnamento ufficiale della Chiesa in materia dogmatica, liturgica e giuridica. Infine, la Chiesa vive di Tradizione, raccoglie un patrimonio di fede e lo riconsegna di generazione in generazione: una parte cospicua di questo patrimonio è stato espresso in lingua latina.

3. I grandi maestri della teologia cattolica hanno composto in Latino le loro opere. Ma per un teologo nostro contemporaneo, sapere il Latino è davvero necessario?

La teologia elabora razionalmente i dati di fede che vengono dalle fonti. Gran parte di queste fonti sono in lingua latina, per esempio le opere dei grandi dottori del Medioevo, i pronunciamenti del Magistero. le editiones typicae dei libri liturgici, e in lingua greca, come le opere dei Padri greci. Un professionista della teologia non può perciò affidarsi a quelle “mediazioni culturali” che sono le traduzioni. Insomma, per un teologo latino e greco sono “ferri del mestiere”. Inoltre, la conoscenza e l’uso della lingua latina abilitano ad un rigore concettuale e ad una sobrietà lessicale di cui – a mio avviso – molta produzione teologica contemporanea difetta.

4. L’impiego del Latino liturgico viene sovente criticato in quanto “allontanerebbe” il fedele dal Mistero, menomandone la comprensione. Come confutare questa e simili critiche?

Penso che sia proprio il contrario: una lingua “sacra”, diversa da quella profana e quotidiana, aiuta a percepire il senso del Mistero di Dio in modo più adeguato ???. Inoltre, credo che ci sia un equivoco: il Mistero di Dio rimane sempre oltre la capacità di una completa comprensione razionale e, dunque, di essere comunicato in modo del tutto intellegibile, anche se si usa una lingua vernacolare. La comprensione delle “cose di Dio” è affidata non solo alla ragione ma anche al “cuore” che si nutre di simboli. Ed una lingua “sacra” appartiene al linguaggio simbolico, quello più appropriato alla liturgia.

Del resto, fino alla Riforma liturgica postconciliare, generazioni e generazioni di santi hanno partecipato fruttuosamente alla liturgia anche se non “capivano” tutto quello che si diceva. In realtà, capivano molto bene che nella Liturgia avviene qualcosa di bello e grande: la presenza e l’azione di Dio.

Ilaria Pisa

(Fonte: dalla rivista RADICI CRISTIANE

Sto kì lè mato patoco!
Saria da sovegnerghe a sto fanfaron eretego ke Cristo nol paciołava latin e ke Dio del Çeło el Pare Nostro el pacioła tute łe łengoe del mondo.
El Catołeçexemo Roman lè ona de łe sete cristiane e el crestianexemo lè na variansa de l’ebraeixmo.

Cristo nol parlava latin e li cristiani del mondo parlopì no li parla latin!

E po no se capise parké łi omani łi gapie da paciołar tuti conpagno, coando ke el creador el łi ga fati ono dirafente da staltro ... no a ghè on fiło d’erba kel sipia conpagno de naltro e no se capise parké no dovaria esarghe ła varetà łengoestega come ca ghè ła varetà etnega, de tradision, de coultura, de raça, de storia, de costumanse, ... .

Ła varetà ente ła creasion lè ła gloria de Dio, ła potensa e ła grandesa del Creador.
El senso de ła creasion łè ła varetà endefida.


Dio nol ga prefarense łengoesteghe e nol fa descremenanse: nol prefarise el latin o el tałian al veneto o l’arabo al turco.
Prima l'uomo poi caso mai anche gli idoli e solo quelli che favoriscono la vita e non la morte; Dio invece è un'altra cosa sia dall'uomo che dai suoi idoli.
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Re: Łi fanateghi exaltadori del latin

Messaggioda Berto » lun mag 05, 2014 11:50 am

On vero teołogo nol ga cogno de łe łengoe grega e latina par parlar de Dio e de ła devenetà; el pol farlo co tute łe łengoe del mondo e prasiò anca co coeła veneta.
Se el fuse on teołogo ke cognosese el veneto ma nol fuse bon de parlar de Dio doprando ła łengoa veneta, a vuria dir ke nol saria on vero e bon teołogo ma on fanfaron kel fa edeołoja.

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Re: Łi fanateghi exaltadori del latin

Messaggioda Berto » lun mag 05, 2014 11:58 am

La Messa di sempre
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Ke ensemense ke łi scrive:

... e le morti che possiamo riportare alla memoria, nessuna fu più importante di quella di Cristo: ogni altra persona è venuta al mondo con lo scopo di vivere, ma nostro Signore è nato per morire. Egli stesso ci disse di essere venuto “per dare la propria vita in riscatto di molti” e, poiché nessuno poteva privarlo della sua vita, si sarebbe sacrificato. ...

Tute łe creadure łe xe nate par vivar e dapò par morir.
Anca Cristo el ga vivesto asè, 33 ani ke a ke łi tenpi ła jera na bona età e dapò lè morto. Tuti a morimo: o kopà o de małatia o de veciara/veciansa.

Cristo el jera n'omo e prasiò lè morto cofà tuti łi omani.
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Re: Łi fanateghi exaltadori del latin

Messaggioda Berto » mar ago 19, 2014 6:53 am

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Re: Łi fanateghi exaltadori del latin e de l'arabo

Messaggioda Berto » sab gen 17, 2015 11:36 am

Moamed del Coran e Cristo dei Vanxełi: do omani, do parołe, do livri a confronto.

viewtopic.php?f=24&t=1329


Ƚi cristian catoƚego-(romani?)

viewtopic.php?f=24&t=1293
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Re: Łi fanateghi exaltadori del latin e de l'arabo

Messaggioda Berto » mer gen 21, 2015 11:56 am

Ke łengoa parlało Dio? - Ła łengoa de ła preghiera
viewtopic.php?f=40&t=33

https://docs.google.com/file/d/0B_VoBnR ... tpTkk/edit
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Re: Łi fanateghi exaltadori del latin e de l'arabo

Messaggioda Berto » dom nov 29, 2015 7:49 pm

La lingua araba e imperiale di Maometto e del Corano
https://www.facebook.com/permalink.php? ... 0147022373


http://www.associazionears.eu/documenti/ded_minetti.pdf
Ciò non è esaustivo della realtà mediorientale, anzi: la percentuale dei musulmani di origine araba è solo il 15% del totale.
Ciò significa che 8 musulmani su 10 non sono arabi né parlano arabo.
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Re: Łi fanateghi exaltadori del latin e de l'arabo

Messaggioda Berto » gio gen 07, 2016 8:42 pm

???

Nel Corano si nasconde anche il Vangelo
LORENZO FAZZINI
7 gennaio 2016


http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/CORANO-.aspx

Il Corano è stato dettato da Allah, è increato e sceso direttamente dal Cielo. Questa è la vulgata classica che comunemente si conosce del libro sacro del miliardo e più di fedeli islamici. La critica letteraria e testuale del Corano, così come vige nella cultura occidentale in ambito biblico, è considerata pressoché preclusa in ambito islamico, appunto perché il Corano è “disceso” già composto dal cielo. Ma davvero non c’è discussione su questo, neppure in casa islamica? Non sembra proprio se si prende e si consulta quello che alcuni osservatori del mercato editoriale, alla scorsa Buchmesse di Francoforte, hanno definito “il libro religioso dell’anno”.

Raccoglie undici saggi di altrettanti studiosi, tra i più specializzati in questioni islamiche, provenienti da prestigiose università di ogni dove ( Tel Aviv, Atene, Gerusalemme, Parigi, Bruxelles, Londra). Tema, Controverses sur les écritures canoniques de l’islam (“Controversie sulle scritture canoniche dell’islam”, Editions du Cerf, pagine 448, euro 35), testo poderoso curato da Daniel De Smet, direttore di ricerca al Cnrs, e Mohammad Ali Amir-Moezzi, titolare della cattedra di teologia e esegesi coranica classica all’Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi, studioso sciita apprezzato a livello mondiale.

A pubblicare il tomo – con autori di diverse estrazioni culturali, anche ebraiche – è la cattolicissima casa editrice dei domenicani transalpini, guidata da qualche tempo da un valente studioso ortodosso, Jean-François Colosimo. Molteplici gli spunti, anche curiosi, da questo volume, certamente dedicato agli specialisti, ma di cui un’edizione italiana sarebbe auspicabile.
Primo dato: il Corano è un testo letterario come altri, in cui poter rintracciare influenze letterarie, tradizioni culturali diverse, debiti testuali, e altro. Esempi? A bizzeffe. Joan Van Reeth mette a confronto i versetti evangelici in cui Gesù si auto-presenta come inviato del Padre e l’auto-presentazione di Issa (il nome arabo di Gesù) nella sura coranica 3.

Le somiglianze portano Van Reeth a chiosare: «Questo dettaglio prova in maniera incontestabile che il Corano è un’opera scritturistica e che il redattore del Corano aveva il testo evangelico davanti a sé, o almeno lo aveva presente in testa, dal momento che il Profeta cita le affermazioni di Gesù con le loro caratteristiche formali proprie». Ancora. I residui biblici, sia apocrifi che canonici (tra cui i Salmi), così come di testi cristiani più recenti, sono numerosi nel Corano: il Vangelo dello pseudo Matteo, frammenti delle profezie di Montano e delle sue profetesse, gli scritti siriaci di San Efrem segnalano le contaminazioni che l’islam ha ricevuto dal primo cristianesimo.
E che fanno dire a Van Reeth, citando lo studioso Claude Gillot: «Maometto e la sua comunità conoscevano dell’ebraismo, del cristianesimo, del manicheismo e dello gnosticismo molto più di quello che spesso erano disponibili a riconoscerlo».

Già il biblista tedesco Joachim Gnilka aveva indagato, anni fa, come da titolo di un suo libro, su quali fossero i «cristiani del Corano», ovvero a quali comunità appartenessero i cristiani citati nel libro sacro islamico. Van Reeth suggerisce che l’influenza delle comunità siriache manichee – presenti nell’Arabia del tempo – sulla composizione di Maometto: «I generi letterari esegetici e parenetici presenti nel Corano lo sono anche nell’opera di Mani, visto che quest’ultimo ha scritto lettere, omelie e salmi». Tra le controversie che il titolo dell’opera edita da Cerf va annoverata vi è appunto l’origine unicamente divina, senza intermediazioni umani, del Corano.

Questa visione, segnala Daniel De Smet, viene contestata all’interno della stessa umma se è vero che la tradizione ismaelita considera tutto ciò alla stregua di un “simbolo”: «Ai loro occhi solo gli esoterici prendono, per ignoranza, alla lettera un tale racconto ». Anche per i musulmani ismaeliti considerare l’idea che Dio “parla” è una «forma di antropomorfismo», da rigettare in toto. Altra questione-calda è quella della traduzione del sacro testo: se il Corano è parola di Dio, ed è arrivata in una lingua precisa, l’arabo, esso può venir tradotto in altri idiomi? L’andaluso Ibn Hazm (morto nel 1064) era categorico, riferisce Meir Michael Bar-Asher: «Colui che legge il Corano in un altra lingua che Dio non ha inviato tramite l’intermediazione del suo profeta, non legge il Corano».

Ma come si concilia questa con «l’ammissione universale, attestata in numerosi versetti coranici, che il messaggio di Maometto è rivolto a tutta l’umanità e non solo agli arabi?». Lo stesso autore (docente di studi islamici all’Università ebraica di Gerusalemme) segnala che «la traduzione del Corano della setta degli Ahmadi, per esempio, è stata messa all’indice dall’università di Al-Azhar». Lo stesso è capitato per la versione turca: «Aver pubblicato nel 1932 una traduzione turca senza l’originale arabo fu un fatto senza precedenti e ha suscitato critiche molto severe da parte delle autorità religiose islamiche».

È poi da notare, come fa Amir-Moezzi, che le discussioni intramusulmane non si limitano alla redazione del Corano, ma investono anche la comprensione degli Hadith, i detti di Maometto trasmessi dalla tradizione. Tali detti hanno una duplice matrice, da un lato «elementi che potremmo qualificare mistici, iniziatici e, si potrebbe dire, magici, largamente tributari dei movimenti gnostici e manichei, così come delle correnti del pensiero neoplatinico della tarda antichità». Dall’altra parte, gli stessi detti maomettani presentano una «tradizione teologico-giuridico razionalista». Una compresenza che fa dunque propendere per un’origine letteraria composita e non uniforme di tali detti. Si accennava ai debiti cristiani dell’islam, in particolare di Maometto.

È curioso venir a sapere che esistono ipotesi di studio secondo le quali la Mecca non era un santuario pagano, poi islamizzato da Maometto, come spesso riferito dalla tradizione islamica più ortodossa, bensì fosse in precedenza una chiesa cristiana, costruita dalla tribù dei Gurhum installatasi alla Mecca. A tal proposito, Van Reeth fa notare che quando Maometto entra nella Kaaba, vi trova degli affreschi che rappresentano Abramo, Gesù, Maria e degli angeli. Fatto impossibile in un tempio pagano. E inoltre, da un punto di vista architettonico, vi si rintraccia una forma absidale rivolta a est. Lo studioso fa notare un altro dettaglio pro-cristianesimo: il nonno di Maometto, ’Abd al-Muttalib, avrebbe esercitato un ruolo cultuale importante in questo tempio cristiano.
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